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venerdì 31 luglio 2026

Immigrazione, l’Italia reale oltre l’emergenza


In Italia vivono stabilmente 5 milioni e 371mila cittadini stranieri, il 9,1% della popolazione residente. Aggiungendo i regolari non ancora iscritti all’anagrafe e gli irregolari, la presenza complessiva sfiora i 5,9 milioni.

È il quadro tracciato dal 31° Rapporto sulle migrazioni 2025 della Fondazione ISMU, che descrive un fenomeno ormai strutturale, assai più stabile di quanto suggeriscano il linguaggio politico e la rappresentazione quotidiana degli sbarchi.

Il primo dato è demografico. Tra il 2012 e il 2024 i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 2 milioni e 274mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati di un milione e 103mila, dimezzando la contrazione complessiva della popolazione.

Entro il 2055 l’Italia perderebbe quasi sei milioni di residenti anche mantenendo un saldo migratorio positivo; senza migrazioni, la perdita sarebbe più che doppia. Nella popolazione in età lavorativa il calo previsto è di quasi otto milioni, oltre dodici milioni a saldo migratorio nullo.

Non si tratta dunque di stabilire se l’Italia abbia bisogno dell’immigrazione. Ne ha già bisogno per sostenere il lavoro, il sistema previdenziale e una società che invecchia. Il problema è la qualità dell’inclusione.

Gli occupati stranieri sono circa 2 milioni e 450mila, il 10,6% del totale, ma restano concentrati nei settori meno qualificati e più faticosi: servizi alla persona, agricoltura, turismo ed edilizia. L’86% lavora alle dipendenze. Alla loro presenza, ormai essenziale, continuano ad associarsi bassi salari, scarsa mobilità professionale e spreco delle competenze.

La penalizzazione è ancora più evidente per le donne provenienti da Paesi esterni all’Unione europea. Al peso dell’origine si sommano le disuguaglianze di genere e, nel Mezzogiorno, quelle territoriali. Una parte consistente delle occupate resta confinata nel lavoro domestico e di assistenza.

Le «catene della cura» spiegano la prevalenza femminile nelle comunità ucraine, polacche, moldave, filippine e peruviane: l’Italia affida una quota rilevante della cura di anziani e famiglie a donne arrivate dall’estero, senza trasformare questo contributo in vera emancipazione sociale.

Il radicamento emerge dalle famiglie e dalle cittadinanze. Nel Paese vivono 2 milioni e 743mila famiglie con almeno un componente straniero, più del 10% del totale. Nel 2024 sono state concesse 217.448 cittadinanze italiane; nell’ultimo decennio le acquisizioni hanno superato un milione e 660mila e oltre 620mila hanno riguardato persone con meno di vent’anni.

Sono ragazzi nati o cresciuti in Italia che diventano formalmente italiani dopo averlo già fatto nella scuola, nella lingua e nelle relazioni quotidiane.

La scuola è il principale laboratorio di questa trasformazione. Quasi mezzo milione di giovani tra gli 11 e i 19 anni ha cittadinanza straniera e circa sei su dieci sono nati in Italia. La Lombardia accoglie il 26% degli alunni con cittadinanza non italiana; in Emilia-Romagna rappresentano il 18,7% della popolazione scolastica.

Eppure persistono divari nei risultati, nei ritardi, nelle scelte dopo la scuola media e nell’accesso agli studi superiori. La scuola include, ma non riesce ancora a interrompere la trasmissione delle disuguaglianze.

Il dato più duro riguarda la povertà. Nel 2024 era povero in termini assoluti il 30,4% delle famiglie con almeno uno straniero, contro il 6,2% di quelle composte soltanto da italiani. La quota saliva al 35,2% nelle famiglie interamente straniere e al 40,5% quando erano presenti minori.

L’immigrazione è una risorsa per l’economia italiana, ma chi emigra resta esposto a un rischio di esclusione enormemente superiore. Spesso neppure lavorare basta per uscire dalla povertà.

Sul fronte degli arrivi il Rapporto ridimensiona la narrazione dell’invasione. Gli sbarchi del 2025 sono sostanzialmente in linea con il 2024 e lontani dai picchi del 2023. Nei primi otto mesi l’88% delle partenze è avvenuto dalla Libia, dopo gli accordi che hanno frenato la rotta tunisina.

Le domande d’asilo erano state circa 151mila nel 2024 e sono scese a 81mila nei primi otto mesi del 2025, ma le pratiche in attesa hanno raggiunto quota 216mila. Nei primi sei mesi dell’anno il 69,5% delle richieste è stato respinto in prima istanza, mentre molti ricorsi hanno successivamente ottenuto una forma di protezione.

È questa la contraddizione centrale: la società italiana incorpora lentamente l’immigrazione, mentre la politica continua a trattarla quasi soltanto come una questione di confini, rimpatri e sicurezza.

L’opinione pubblica appare meno rigida della sua rappresentazione: nel 2024 il 57% considerava gli immigrati una risorsa, contro il 41% del 1998; la quota di chi riteneva che «rubino il lavoro» agli italiani è scesa dal 54 al 32%.

L’Italia immigrata non è un’ipotesi futura né un’emergenza passeggera. È una componente decisiva del presente. La vera emergenza è l’assenza di una politica capace di governarla: programmare ingressi legali, contrastare lo sfruttamento, riconoscere le competenze, ridurre la povertà e garantire scuola, salute e cittadinanza.

Continuare a discutere soltanto di barche significa ignorare milioni di persone che sono già parte del Paese e dalle quali dipende una quota crescente del suo futuro.

da qui

sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.