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giovedì 11 giugno 2026

Ritorna il nucleare, con il trucco - Paolo Andruccioli


Ci risiamo. Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di avere il via libero definitivo entro l’estate.

Il quadro che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione – venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz. Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire) siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.

L’attenzione si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città. Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035. Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai temi della sicurezza ambientale e della salute.

In questo caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento. “Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è “una sfida personale”.

Lo schema è quindi già fissato. La legge delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione. Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio. Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita. Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica di una scelta neonucleare.

Il Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare “una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia, Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.

Si dimentica di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum, riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.

Il governo Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E il governo ci si tuffa.

da qui

lunedì 4 dicembre 2023

COP 28: l’annunciato (non) ritorno del nucleare - Giorgio Ferrari


L’ultima kermesse sul clima andata in scena alla COP 28 di Dubai (ormai questi incontri annuali non sono altro che repliche immorali di sagre parrocchiali) ha avuto nel nucleare il suo momento clou.

Gli organi di informazione, specialmente quelli italiani, hanno gareggiato nell’esaltare un accordo sul nucleare che, nei fatti, non fa che confermare lo stato di salute incerto che questa tecnologia vive da parecchi anni, almeno in occidente.

L’annunciata triplicazione delle centrali nucleari da qui al 2050 - se si considerano gli impianti che nel frattempo andranno dismessi – non influisce sull’apporto complessivo che il nucleare dovrebbe fornire a quella data che resta intorno al 9-10% del totale della generazione elettrica, sempre che gli impianti oggi in programmazione vengano tutti realizzati.

Come scrissi circa due anni fa (https://www.labottegadelbarbieri.org/il-nucleare-che-verra/) solo Cina e Russia (il VVER 1000 è il reattore più affidabile oggi in commercio) sono in grado di realizzare un programma nucleare credibile, cosa affatto scontata per l'insieme dei paesi occidentali che devono affrontare e risolvere tre questioni principali: tecnologica; economico-finanziaria e sistemazione dei rifiuti.

L’aspetto tecnologico consiste nel fatto che in Europa e Stati Uniti i reattori di grossa taglia (compresi quelli assimilati alla IV generazione) non sono più appetibili. Ecco perché il tentativo di rilanciare il nucleare in occidente è stato affidato ai cosiddetti SMR (small modular reactor) che però, a tutt’oggi, non sono affatto commerciabili oltre a non costituire una novità assoluta (vedi https://www.pressenza.com/it/2022/09/come-orientarsi-di-fronte-alla-ennesima-campagna-in-favore-del-nucleare/).

Gli aspetti economici-finanziari sono gravati sia dall’aumento generalizzato delle materie prime (basti pensare che il solo costo dell’uranio naturale ,cioè senza arricchimento, è aumentato del 65% dall’inizio di quest’anno), sia dagli oneri finanziari che nel caso del nucleare sono particolarmente gravosi, dato che il capitale investito non produrrà ricchezza fino a quando la centrale nucleare non sarà operativa: il che vuol dire almeno 10 anni. Ciò significa che senza cospicue sovvenzioni in denaro pubblico, il nucleare non sarà concorrenziale.

Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi infine, non c’è alcuna soluzione percorribile ed accettabile a portata di mano ed anche per questo aspetto i vantaggi attribuiti agli SMR non sono affatto credibili in quanto la produzione complessiva dei rifiuti a fine vita non diminuisce affatto. Non è rispetto alla taglia del reattore infatti che va calcolata la quantità dei rifiuti prodotta, ma alla sua produzione di energia, cioè quantità di rifiuti per ogni Mwh prodotto. Un impianto da 300 Mw produce grosso modo un terzo dell’energia che produce un impianto da 1000 Mw per cui volendo ottenere la stessa quantità di energia elettrica occorrerebbe costruire tre impianti, ognuno dei quali produrrà un quantitativo di rifiuti che, sommato agli altri due, da un valore superiore a quello corrispondente all’impianto da 1000 MW. Banalmente è come paragonare i consumi ed i rifiuti prodotti da un pullman che trasporta 60 persone per un arco di tempo stabilito, con quelli di 15 automobili (immaginando che ognuna trasporti 4 persone).

Indubbiamente ha fatto effetto che il documento sulla triplicazione del nucleare al 2050 sia stato firmato da 22 paesi tra cui -oltre ai soliti noti USA, Giappone, Francia e Inghilterra – figurano quasi tutti i paesi dell’est e del nord Europa; ma a ben vedere (con l’esclusione dell’Ungheria che ha una posizione anomala nei confronti della Russia) tutti gli altri sono paesi di recente adesione alla Nato, in ciò ampiamente sollecitati dagli USA, con i quali oggi proprio le major statunitensi del settore nucleare, Westinghouse e General Electric (non EDF o Siemens), hanno fatto accordi per la costruzione di centrali nucleari, a dimostrazione che il tentativo di rilanciare il nucleare in Europa non è esente dalla politica neo- atlantica che ha investito il vecchio continente.

Quanto all’Italia, che non figura tra i 22 paesi firmatari, valgono due considerazioni. La prima è l’atteggiamento di Confindustria che per motivi oggettivi (inadeguatezza del comparto industriale a ripercorrere la via del nucleare) si è dimostrata poco interessata alla questione e, non a caso, Meloni si è adeguata a questa posizione. Con l’esclusione di Ansaldo infatti e forse di Leonardo (Cingolani ne è amministratore delegato) nessuna impresa italiana è in grado recuperare la perdita di know-how che si è creata con la chiusura del nucleare italiano. Quanto alla tanto pubblicizzata Newcleo si tratta poco più di una start-up in cerca di finanziatori. La seconda considerazione riguarda il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: è difficile per chiunque stia al governo del nostro paese avviare un nuovo programma nucleare, senza prima aver chiuso il ciclo precedente, per lo meno con l’individuazione formale del sito per il deposito nazionale.

Ove mai ci fosse una possibilità concreta di costruire nuovi reattori nucleari in Italia, essa non può che venire da una iniziativa estera in accordo con una società elettrica nazionale, tipo EDF con Edison, sempre che possano contare su sovvenzioni e/o facilitazioni di carattere pubblico.

Se questi, sinteticamente, sono i contorni realistici in cui collocare questo (non) ritorno del nucleare in Europa, resta da capire perché l’annuncio di Dubai ha suscitato tanto clamore. E qui, a mio avviso, le note si fanno dolenti perché attengono principalmente alle posizioni della galassia ambientalista.

Se oggi il nucleare appare come l’ospite tanto atteso, quasi una sorta di salvatore della crisi climatica, è anche perché buona parte dell’ambientalismo si è concentrata esclusivamente sull’abbandono dei fossili, interpretando la transizione energetica (che in origine doveva essere una transizione ecologica!) come mera sostituzione di fonti di energia senza altre riflessioni o rivendicazioni che riguardassero l’uso finale o la destinazione d’uso di queste nuove fonti. E ciò è ancora più grave se si considera che nell’agenda politica globale c’era già la IV rivoluzione industriale, cioè informatizzazione e robotizzazione della produzione e del terziario che abbisognano di quantitativi ancora maggiori di energia elettrica.

In pratica il nuovo “modello tutto elettrico” prefigurato dal capitale non era altro che il vecchio modello di sviluppo (basato su produzione e consumo di merci regolate dalle leggi di mercato con l’aggravio della IV rivoluzione industriale), a cui la gran parte del mondo ambientalista ha dato la sua approvazione purché, come unica condizione, si abbandonassero i combustibili fossili.

Perchè dunque meravigliarsi se oggi il capitale mette in campo il nucleare, che non è fossile e non inquina, secondo i canoni della transizione energetica globale e pure della tassonomia europea?

Se nessuno mette in discussione il sistema della mobilità su gomma, merci e passeggeri, (basta che automobili e camion siano elettrici e chi se ne frega del trasporto collettivo, o di quello su ferrovia); se non si pensa a come sostituire il ciclo della plastica (che si basa sui fossili), o a come riconsiderare la produzione in base al valore d’uso delle merci e alla loro durabilità nel tempo, come ci si può scandalizzare del fatto che il nucleare sia presentato come la fonte di energia -a basse emissioni – che favorisce l’uscita dai combustibili fossili e nello stesso tempo assicura quella continuità di sistema, di modo di produzione complessivo, che nessuno sta mettendo in discussione?

Lo slogan fuori da fossile, senza altre specificazioni, ha fatto da viatico al rilancio del nucleare e i suoi fautori sono talmente accorti che non lo presentano mai come soluzione alternativa alle fonti rinnovabili, ma come aspetto complementare e migliorativo della transizione energetica.

Difficile prevedere come andrà a finire, ma se si persisterà a cercare una soluzione di tipo tecnologico per un problema di natura politica come quello della transizione, ci sarà spazio non solo per il nucleare, ma anche per il sequestro della CO2 e per l’idrogeno blu. Del resto se non si aspira ad altro che non sia l’abbattimento delle emissioni in atmosfera, quali argomenti restano per opporsi a tutto ciò?