Visualizzazione post con etichetta lavoratori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoratori. Mostra tutti i post

mercoledì 12 agosto 2026

Dalla cortesia alla busta paga: come cambia la mancia in Italia - Raffaella Serini


Da semplice gesto di cortesia, con la gestione sul POS, ora è vissuto psicologicamente come un obbligo. Come sta cambiando il tip nel nostro Paese e perché non può finire per integrare lo stipendio.

Per gli italiani è sempre stato solo un gesto di cortesia: qualche euro lasciato sul tavolo dopo un buon servizio al ristorante, una banconota consegnata in mano al facchino dell’hotel, un riconoscimento spontaneo che nulla ha a che vedere con la retribuzione. Negli Stati Uniti, invece, la tip è da sempre una componente essenziale dello stipendio di camerieri e bartender. Oggi, però, anche da noi il confine tra queste due concezioni comincia a farsi meno netto.

La mancia non è e non può diventare parte dello stipendio

Il regime fiscale agevolato introdotto nel 2023 per i lavoratori del turismo e della ristorazione ha infatti trasformato per la prima volta un gesto privato in uno strumento di politica del lavoro: le mance, anche quando ricevute attraverso strumenti elettronici (cosa che accade sempre più spesso), sono soggette a un’imposa sostitutiva del 5 per cento, entro determinati limiti. L’obiettivo è riuscire ad aumentare il reddito netto dei dipendenti di un settore che soffre di una cronica carenza di personale, senza gravare ulteriormente sul costo del lavoro delle imprese. Ma è una scelta che ha aperto interrogativi inediti che vanno ben oltre il fisco. A chiarire a Lettera43 il punto di della questione è l’avvocato giuslavorista Francesco Antonio La Badessa, equity partner dello Studio legale Ichino Brugnatelli e Associati: «La mancia non è, e non può diventare, parte dello stipendio in senso tecnico. La retribuzione è quella stabilita dal contratto individuale e, soprattutto, dalla contrattazione collettiva applicata: è un obbligo del datore di lavoro, indipendente da qualsiasi liberalità del cliente». Anche parlare di «detassazione», precisa, non è del tutto corretto: «Le mance restano a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Semplicemente vengono tassate con un’aliquota ridotta rispetto alle aliquote Irpef ordinarie».

Il sistema è vantaggioso, ma solo sulla carta

Sulla carta, quindi, il sistema è vantaggioso. Eppure, a oltre tre anni dalla sua introduzione, la norma fatica a decollare. Le ragioni vanno dalla scarsa conoscenza della disciplina alla necessità di gestire contabilmente somme che fino a poco tempo fa restavano estranee alla busta paga. A incidere maggiormente, però, è forse un dato ancora più elementare: in buona parte dei servizi e della ristorazione italiana le mance sono troppo basse per rappresentare una quota significativa del reddito. Lo conferma Andrea Hu, imprenditore e titolare di un ristorante di sushi a Milano. Durante i colloqui di lavoro, racconta, i candidati non mostrano particolare interesse per le possibili mance e a contare sono soprattutto lo stipendio e gli orari. «In Italia, a parte forse le località turistiche più esclusive, le mance rappresentano ancora una quota molto piccola. Oggi, inoltre, i giovani le lasciano raramente: a farlo sono soprattutto i clienti stranieri e le persone più anziane, ma parliamo comunque di cifre modeste». La nuova disciplina non avrebbe quindi cambiato le abitudini dei clienti né aumentato gli importi, ma solo semplificato la gestione dei pagamenti elettronici. «Sempre più persone non hanno contanti e chiedono di aggiungere la mancia al pagamento con la carta. Prima quella somma risultava come un normale incasso del ristorante: io ci pagavo le tasse come se avessi venduto un piatto, anche se in realtà quei soldi erano destinati ai dipendenti».

Il nodo della distribuzione tra i dipendenti

Resta poi la questione della sua (equa) distribuzione. Una mancia non riguarda infatti solo il cameriere che serve al tavolo e, quando entra nel circuito aziendale, dovrebbe essere ripartita secondo criteri condivisi. Nel ristorante di Andrea Hu è stato adottato un sistema misto: «Se il cliente consegna 10 euro direttamente a un cameriere, lui ne trattiene cinque e gli altri cinque vanno nel fondo comune, che dividiamo fra sala e cucina. Trovo sbagliato che chi riceve la mancia tenga tutto: nessuno riesce a soddisfare un cliente da solo, senza l’aiuto dei colleghi». In molti altri locali, però, la somma consegnata direttamente a un dipendente resta interamente a lui, riconosce il titolare. Il dibattito, quindi, non riguarda solo la fiscalità, ma il modo stesso in cui immaginiamo la retribuzione nei servizi e, in particolare, nel turismo. Se da un lato è vero che le mance possano aumentare il reddito dei dipendenti e contribuire a rendere più attrattivo il settore (soprattutto in alcuni periodi e località), il rischio è che finiscano anche solo implicitamente per sostituire ciò che dovrebbe essere garantito dai contratti e dagli aumenti salariali. «Se un’impresa costruisse la propria politica retributiva confidando sulle mance dei clienti, commetterebbe un errore sia giuridico sia di prospettiva», osserva La Badessa. «Le imprese che oggi faticano a trovare personale non risolvono il problema scaricandolo sul cliente, ma investendo su organizzazione, ambiente di lavoro, percorsi di crescita e retribuzioni coerenti con il mercato».

La mancia sul POS e la ricaduta psicologica sui clienti

La mancia, del resto, resta una liberalità: non è dovuta né garantita. Anche perché dipende da diversi fattori: dalla stagione, dalla città, dalla fascia del locale e dal tipo di clientela. Un cameriere in un ristorante esclusivo sul lago di Garda o in Costiera Amalfitana può raccogliere in una serata cifre impensabili per chi lavora tutto l’anno in una trattoria di provincia. Ma anche la tecnologia sta modificando il rapporto tra clienti e mancia: sempre più terminali, infatti, consentono di aggiungere una cifra o una percentuale al conto. Dal punto di vista tecnico è una semplificazione non da poco; da quello psicologico, però, cambia molto. Perché quando è il POS a proporre in automatico il 5, il 10 o il 15 per cento di mancia, questa smette di essere un gesto spontaneo e diventa, nella maggior dei casi, una scelta di cui è necessario giustificarsi – se non addirittura scusarsi – se e quando si rinuncia. Ed è un confine che diventa ancora più ambiguo laddove la somma non viene neanche “suggerita”, ma inserita direttamente nel conto. È ciò che è successo in un ristorante di un albergo di Forte dei Marmi, dove una cliente, dopo aver pagato, ha scoperto un’aggiunta del 10 per cento – 48,10 euro – indicata sullo scontrino come “contributo volontario”. Secondo il suo racconto, ripreso da Il Post, nessuno l’aveva informata né le aveva chiesto se volesse lasciare la mancia. Il locale ha spiegato che la somma viene inserita automaticamente e può essere rimossa su richiesta. Ma è proprio questo rovesciamento a suscitare perplessità: non è (più) il cliente a decidere di aggiungere qualcosa, è lui che deve accorgersi dell’addebito ed – eventualmente – rifiutarlo.

La differenza con il modello statunitense

Una dinamica che nei mesi scorsi ha acceso il dibattito anche all’estero: nel Regno Unito, ha fatto discutere la decisione di Gordon Ramsay di portare al 20 per cento il service charge applicato ai conti del Lucky Cat di Londra, rispetto al più comune 12,5 per cento. Anche in questo caso il cliente può formalmente chiederne l’eliminazione, ma quanto è davvero libera una scelta se per esercitarla bisogna esprimere apertamente il proprio rifiuto? L’Italia, assicura La Badessa, resta comunque lontana dal modello statunitense, dove il cosiddetto tip credit consente, a determinate condizioni, di riconoscere ai lavoratori che ricevono mance una paga diretta inferiore al minimo ordinario, contando appunto sulle tip per colmare la differenza. «In Italia questo non è possibile: il trattamento economico minimo è fissato dai contratti collettivi a prescindere dalle mance, che quindi si aggiungono e non sostituiscono. È una differenza strutturale, non solo culturale». La mancia, quindi, può integrare il reddito e continuare a premiare un buon servizio, ma non deve trasformarsi né in una voce nascosta sul conto né in un alibi per retribuzioni inadeguate. Come sintetizza La Badessa, «la retribuzione resta un obbligo dell’impresa; la mancia è, e deve restare, la libera scelta del cliente».

da qui

mercoledì 8 luglio 2026

Diritti del lavoro sotto attacco: l’avanzata globale della repressione antisindacale - Giorgio Trucchi

 

Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.

 

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”. 

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

da qui

giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

da qui


domenica 15 febbraio 2026

schiavi in bicicletta

 

Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta - Alessandro Robecchi

A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Semplice e diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”, che recapita cibo o altre merci a due euro e cinquanta centesimi a consegna. E in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri, in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile non averla, e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni la settimana, con un  algoritmo che ti controlla e ti penalizza se arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura (forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una battuta rafforzativa che strappa l’applauso.

Per arrivare a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica – massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il soggetto di tutta la frase, quello che pedala. Si cominciò con il pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica liberale. Ogni tanto (come l’altro ieri) la magistratura (non la politica) cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (”Ma meglio così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto). Questo per dire che il problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36 della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo, certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.

da qui

 

La procura dispone il controllo giudiziario per Glovo: cosa emerge dall’inchiesta? –Lorenzo Faranda

 

La procura di Milano ha disposto un provvedimento di controllo giudiziario per Glovo, a causa delle condizioni di lavoro dei riders. Dall’inchiesta emerge uno stato di sfruttamento della manodopera, con stipendi sotto la soglia di povertà e modalità di svolgimento della prestazione molto vicine al caporalato.

L’inchiesta e il provvedimento

Lunedì 9 febbraio, il pm di Milano Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società di delivery che opera per conto di Glovo. Il provvedimento d’urgenza, che dovrà essere convalidato dal Gip, nomina un amministratore giudiziario per vigilare sull’operato della società, con l’obiettivo di intervenire rispetto alle condizioni di lavoro illegali che emergono dall’inchiesta.

Secondo la procura, infatti, i riders ricevono compensi in alcuni casi inferiori dell’80% rispetto a quelli previsti dalla contrattazione collettiva, arrivando a scendere ben al di sotto della soglia di povertà. L’accusa è quella di caporalato: sottoporre i dipendenti a condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Salario: tra costituzione e contrattazione collettiva

Dalle numerose testimonianze raccolte durante le indagini, emerge un modello organizzativo contrario al principio di legalità e alle norme sulle condizioni lavorative. I dati sulle retribuzioni, poi, riportano paghe molto lontane dal principio di “esistenza libera e dignitosa”, garantito dall’articolo 36 della Costituzione.

Anche confrontando i compensi con quelli stabiliti dal CCNL sottoscritto da Ugl e Assodelivery, che qualifica il lavoro dei riders come autonomo, i lavoratori si trovano in media 5mila euro sotto la soglia della povertà. In materia la giurisprudenza è chiara: il giudice deve adattare il salario ai criteri stabiliti dalla Costituzione anche in presenza di un contratto collettivo.

Lavoro autonomo o subordinato?

L’analisi sul sistema operativo della piattaforma riporta una forte etero-organizzazione della prestazione lavorativa, nonostante la qualificazione del rapporto come autonomo. Già dal 2015, il Jobs Act aveva stabilito l’applicazione della

“disciplina del rapporto subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro […] le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. (art. 2 d.lgs. 81/2015)

L’attività lavorativa è interamente gestita da Glovo e dalla sua app, attraverso cui si valuta il contributo del lavoratore in termini di disponibilità e produttività, tramite schedatura e geolocalizzazione, basando su questi parametri le retribuzioni.

Lavoro autonomo e tutele

Secondo un comunicato di Usb, il sistema di sfruttamento strutturale rilevato dall’inchiesta è reso possibile proprio da questa qualificazione artificiosa dei riders come lavoratori autonomi:

“Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i riders sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito”.

La mancata previsione di copertura Inail e l’inosservanza delle norme sulla sicurezza accentuerebbero costi e rischi, che continuano a essere scaricati su dipendenti formalmente autonomi.

Lo stato di bisogno per i lavoratori migranti

In particolare, il sindacato di base si concentra sullo sfruttamento dello stato di bisogno denunciato dalla procura, elemento costitutivo del reato di caporalato: il mancato riconoscimento dello status di lavoratore subordinato ha effetti concreti sulla vita delle persone, non solo in termini di stabilità del reddito ma anche di accesso al credito e alle tutele sociali.

“Condizione che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti, per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno, trasformando la precarietà in un ricatto permanente e in uno strumento di controllo sociale”.

L’asimmetria di poteri tra datore e dipendente, dunque, espone in particolar modo i lavoratori migranti ad una condizione di vulnerabilità, alimentando il lavoro irregolare che colpisce i soggetti più deboli del circuito economico. In questo modo, perdono di efficacia le già poche tutele del lavoro subordinato.

Ma non è la prima volta

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di sfruttamento della manodopera, soprattutto da parte di grandi imprese e multinazionali. Nel 2024, sempre la procura di Milano ha disposto il sequestro di 121 milioni di euro ai danni di Amazon, e solo pochi mesi fa è emerso il caso delle condizioni di lavoro nelle “Big” del settore della moda.

All’attenzione della procura nel perseguire abusi in materia di lavoro corrisponde, però, una tendenza del legislatore a legittimare minori garanzie nel rapporto. Le conseguenze sono discusse in termini di sviluppo economico, con studi recenti che smontano le teorie sulla correlazione tra flessibilità e maggiore crescita, ma sono pacifiche rispetto alla vita dei lavoratori. La stabilità di un reddito dignitoso non dovrebbe essere messa in discussione.

da qui

domenica 11 gennaio 2026

Tra Destra e Sinistra - Miguel Martinez

 

In tutto l’Occidente (cosiddetto), ci sono più o meno due poli politici, uno di Sinistra o progressista, e uno di Destra o conservatore.

Il primo polo fa discorsi di voler cambiare le cose e innovare; il secondo di restare fedele alle buone vecchie usanze.

Ora, sappiamo che le innovazioni aumentano comunque, a una velocità inconcepibile.

Alzi la mano chi è conservatore davvero, e pronto a fare sei figlioli, tutti da picchiare che le botte fan bene; uno solo l’Erede, una da sposare con la dote, due da mandare in seminario e due in convento; e a fare a meno dell’iPhone, anzi del cellulare tout court, anzi della tv a colori… e le vacanze estive a passarle preparando la processione del Santo.

A ragion di logica, gli ultimi conservatori veri dovrebbero essersi estinti circa mezzo secolo fa.

Eppure i partiti conservatori stanno crescendo in gran parte dell’Occidente, anzi più “sorpassano a destra”, più voti prendono.

Il paradosso si capisce leggendo il brano di Antonio Di Siena sulla maniera in cui il welfare surrogato del turismo distrugge l’identità di una comunità e trasforma tutti in turisti a casa nostra, specie l’ultima frase:

“Sospeso tra l’appartenenza a un luogo e la minaccia costante di esserne espulso“.

E’ una definizione oggettiva della condizione interiore della maggior parte del ceto medio almeno nei paesi dell’Europa meridionale oggi – un fatto, non una presa di posizione.

Ma sei ci pensiamo, questa frase esprime molto bene la nota prevalente dietro tutta la retorica dei movimenti e partiti di Destra in Occidente oggi.

Ora se le organizzazioni di Destra sono riuscite ad agganciarsi a qualcosa di così più profondo e reale, si capisce facilmente perché stanno avendo tanto successo elettorale.

Il sociologo Luca Ricolfi, nel suo libro La mutazione, distingue in Italia tre categorie fondamentali, in base a come immaginano il proprio futuro – la garanzia, il rischio e l’esclusione. I sondaggi (ai tempi delle elezioni che hanno incoronato la Meloni) hanno dimostrato che chi si sentiva al sicuro, votava prevalentemente Centrosinistra; chi si sentiva escluso votava 5Stelle (per via del reddito di cittadinanza); chi si sentiva a rischio votava nettamente a Destra.

Mi immagino un elettore medio di Destra, il piccolo proprietario di un negozio sull’orlo del fallimento, che non ha mai imparato una lingua straniera, e vede il suo quartiere che si disumanizza giorno per giorno.

Ha ragione da vendere, la sua alienazione è reale; anzi, è meglio lui che almeno se ne rende conto, di tanti che fanno finta di vivere nel migliore dei mondi possibili.

L’equivoco sta tutto nel capire la causa dell’alienazione.

La persona a rischio non si lascia abbindolare dalle spiegazioni ottimistiche e mainstream,

“crisi momentanea, andrà tutto bene, difendiamo l’Europa dell’inclusione, basta con le fake news dei populisti, viva il PNRR e le mascherine e abbiamo bisogno del sangue dei vostri figli per l’Ucraina.”

 

La persona a rischio ascolta piuttosto un vociare intenso, che almeno riconosce il disastro. E che glielo spiega lì per lì, con esempi umani.

Non sei padrone a casa tua, perché

a Padova un professore ha bofonchiato per il presepe nell’ingresso della scuola elementare,

a Milano c’è una strada con più kebabbari che pizzaioli,

un imam che lavora in un garage a Bari ha detto che chi non crede al Corano non va in Paradiso,

ci sono degli studenti Erasmus al loro terzo giro per l’Europa pagato dai contribuenti stanno facendo un corso sull’uso corretto dei pronomi e vogliono əbələrə lə vəcələ

c’è una ragazzina autistica svedese Pro-Pal che per colpa sua l’assessore alla mobilità ha deciso che io mi devo fare l’auto nuova…

Casi che mi sono inventato solo per pigrizia, avrei potuto trovarne a centinaia con un po’ di ricerca… si diffondono perché i nostri presunti conservatori stanno attaccati dalla mattina alla sera a Facebook e Whatsapp che ritengono utili strumenti assolutamente neutrali.

Per le persone a rischio, schiacciati tra i garantiti e gli esclusi, questi casi sono perfetti, perché propongono nemici tanto in alto quanto in basso: i professoroni mantenuti con le nostre tasse che hanno potuto chiəcchiərərə invece di lavorare da una parte, dall’altra la feccia di delinquenti di paesi lontani che dal basso ci minaccia tutti i giorni. E ovviamente una mezza ragione c’è sempre, ci sono professoroni con il ditino imparatore, e ci sono marocchini furbi e cattivi: in fondo, siamo tutti umani, purtroppo.

Ognuna di queste storielle mette in moto la Macchina del Moto Perpetuo a Energia Avversaria – l’imam cui stanno antipatici gli “idolatri” mette in moto quello cui stanno antipatici i “tagliagole jihadisti”, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “razzisti“, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “comunisti amici dei terroristi islamici pro-Pal”.

La reciproca giustificazione delle parti impedisce a entrambe di cercare le vere ragioni dell’alienazione.

Un piccolo esempio: le biciclette elettriche a pedalata assistita sono bloccati per non superare i 30 km orari.

Ma i rider (pakistani quasi tutti) che portano cibo a domicilio, per stare dietro all’algoritmo che li manda, devono andare molto più veloci. E quindi c’è tutta un’industria per sbloccare le bici, che arrivano anche a 100 chilometri orari. Insomma, un furbetto pakistano potrebbe davvero mandare in coma una persona a noi carissima. Rimandiamoli al paese loro, e la mia amica resuscita!

Ma così non ci rendiamo conto del meccanismo, che prevede rischi legali per i rider, rischi fisici per i passanti, ma profitti ad aziende come Deliveroo.

Che solo se andiamo a cercare, scopriamo che Deliveroo è una meraviglia di inclusività al di sopra dei gretti nazionalismi – fondata da un cinese a Londra e poi comprata da Door Dash creato a Palo Alto in California da un altro cinese…

Nel 2017, vi fu una causa class action contro Door Dash perché trattava i suoi dipendenti come “professionisti autonomi”. Door Dash negoziò un accordo con cui versava la miseria di 130 dollari a ogni lavoratore truffato; ma anche 28 milioni di dollari agli avvocati (non sappiamo quanto a testa, ma sospettiamo di più).

Totale 100 milioni di dollari, che sembrano una bella cifra.

Finché non scopriamo che il proprietario di Door Dash, l’anno prima, si era fatto assegnare uno stipendio di 413 milioni di dollari.

Il peruviano che pulisce in nero dieci case occupate in regola dalla finanziaria con sede nelle Isole Cayman, però tarda a pagare l’affitto al padrone di casa italiana che manda i carabinieri a sfrattarlo, e diventa occupante abusivo: ecco che l’Uomo Comune sceglie come nemico gli sfrattati, perché si sente più padroncino di una casetta magari per il figlio che si deve sposare, che immigrato senza arte né parte.

Spesso non per cattiveria, ma semplicemente perché nessuno gli indica chi ha veramente trasformato i cittadini in turisti a casa loro.

Non si tratta esclusivamente di turismo, ma di un intero sistema fondato sulla relazione tra solitudini, precarietà e grandi movimenti finanziari.

E non è facile spiegarlo.

I veri delinquenti sono cosmopoliti di ogni razza e non hanno nemmeno quelle belle motivazioni terribili che ispirano e spaventano: non lo hanno fatto perché “odiano la nostra cultura”, lo hanno fatto perché ci hanno guadagnato montagne di soldi, trasformando esseri umani e luoghi veri in miniere da cui estrarre denaro, e gettandoci da parte, come i minatori gettano da parte gli scarti da lavorazione.

da qui