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giovedì 29 maggio 2025

L’Occidente e l’apartheid: Trump e non solo - Sergio Labate

 

Cos’è l’apartheid? È una politica di segregazione. Un regime di separatezza che si rivolge a certi gruppi in base a delle caratteristiche comuni: razza, ceto, genere ecc. Dunque c’è apartheid dove c’è una politica che separa e perseguita delle persone non in termini individuali o in relazione a gesti delittuosi, ma per il solo fatto di essere se stesse e di appartenere a un gruppo sociale più o meno riconoscibile. Cos’è la proiezione, in psicologia? È un elementare meccanismo di difesa, per cui proiettiamo sugli altri sentimenti o azioni o convinzioni che proviamo o mettiamo in atto e che non riusciamo o non vogliamo o non possiamo attribuire a noi stessi.

Pensavo a questi due semplicissimi concetti, mentre ascoltavo le ultime puntate dei deliri di Trump. Nell’ordine, la sua accusa al Presidente del Sud Africa di essere razzista nei confronti dei bianchi e, poche ore dopo, la decisione di proibire a una delle più grandi e prestigiose Università americane di ammettere studenti stranieri.

La scenetta col Presidente sudafricano è simile a quella con Zelensky, se non fosse per la prontezza di riflessi dell’interlocutore. Una vera e propria trappola a favore di telecamere, con la costruzione artificiale di fake news per legittimare quella che non è una semplice tesi bislacca, ma rappresenta precisamente un rovesciamento proiettivo. L’unico dato di realtà da cui parte questa narrazione palesemente falsa è che vi è una legge che permette l’esproprio (del tutto risarcito, salvo casi di terreni abbandonati a se stessi da tempo) di terra a fini pubblici, in un paese in cui il latifondo non è un’arcaica categoria dell’Ottocento. Per il resto, accusare il Paese dell’apartheid di perseguitare i bianchi in quanto bianchi non è solo un oltraggio alla memoria, ma è anche una follia rispetto al presente. Un presente in cui i bianchi continuano ad essere i ricchi e i neri ad essere i poveri. Non c’è stato nessuno spostamento economico e l’apartheid è rimasto dov’era, fondato ora su basi economiche e non più politiche. In fin dei conti, la pace non è stata che la continuazione dell’apartheid con altri mezzi. Ma perché quest’accusa di apartheid non può che essere interpretata nei termini d’un rovesciamento proiettivo, avendo a che fare con le politiche che il Presidente statunitense mette in atto?

Per rispondere a questa domanda, veniamo al secondo episodio. Quel geniaccio di Trump continua la sua guerra alle università americane (che peraltro non sono università pubbliche, ma sono fortemente elitarie sia nel reclutamento dei docenti sia soprattutto nella selezione degli studenti. Sono insomma modelli di un sapere esclusivo ed escludente, che dovrebbe piacere molto agli esponenti della destra). L’ultimo plateale gesto è quello di prendersela con gli studenti universitari “stranieri”: un gruppo sociale piuttosto cospicuo ed eterogeneo, ad occhio. Con un gesto di puro maccartismo, la sua amministrazione ha sospeso le iscrizioni per gli studenti stranieri. Perché prendersela con loro? Per punire le posizioni “antisemite” dell’Università, ufficialmente. Scelta interessante. In primo luogo, perché punisce solo indirettamente l’Università, punendo direttamente persone che – non avendo nome e cognome ma essendo un gruppo sociale piuttosto corposo – non possono essere accusate di condividere quelle idee che a quanto pare in una democrazia liberale non possono essere diffuse. In secondo luogo, perché si basa su un’ennesima contraffazione della realtà, definendo ogni critica alle politiche israeliane come “antisemitismo”. Il che ci permette di correggere la declinazione di un’altra domanda che ricorre sempre di più in queste settimane. La questione non è: “perché assistiamo alle semplificazioni che prendono il posto della complessità?” ma piuttosto: “perché assistiamo alle contraffazioni che prendono il posto della complessità?”. La differenza tra semplificazione e contraffazione è evidente e concerne l’uso politico delle parole. Quando semplifichiamo qualcosa, l’accusa che ci viene rivolta è che le cose non stanno esattamente così come le stiamo descrivendo. Ma la contraffazione non è per forza una semplificazione. Mentre la semplificazione conserva in sé parti di verità che magari distorce, la contraffazione non si occupa più di dir male la verità, ma si occupa direttamente di dire il falso come fosse vero. Questa non è più l’epoca della semplificazione, è ormai l’epoca della contraffazione.

Di fatto, anche questo piccolo episodio dimostra come l’apartheid è diventato un principio politico che unisce l’Occidente contro coloro che decide di designare come i suoi nemici. In questo caso i nemici contro cui agire sono duplici: sono gli stranieri e sono coloro che credono ancora al valore dell’istruzione. Sono dunque da perseguitare perché non appartengono alla nostra comunità e perché pretendono di imparare a maneggiare lo strumento di emancipazione e di critica al potere per eccellenza, la cultura. Ma il modo in cui si agisce risponde perfettamente ai canoni che definiscono l’apartheid. Che è esattamente una persecuzione che non è fondata su alcuna notizia di reato ma esclusivamente sull’appartenenza a un gruppo razziale (gli stranieri) e a un gruppo sociale (il “ceto medio riflessivo”, avremmo detto un tempo). Ma non è lo stesso apartheid che vediamo in azione nelle politiche securitarie del nostro Paese? Oppure nelle direttive europee sulla migrazione e sul diritto d’asilo? O ancora a Gaza, dove la segregazione e l’apartheid non hanno nemmeno il bisogno di celarsi dietro il rispetto di leggi e di diritti?

Sono due piccoli episodi, apparentemente minimi rispetto a tutto ciò che ci sta esplodendo in mano. Ma non fanno che confermare il fatto che è l’Occidente tutto oggi a poter essere accusato di aver plasmato le proprie politiche a immagine e somiglianza dell’apartheid che in Sud Africa è invece per fortuna solo un tragico ricordo del passato, almeno come fenomeno politico.

Se le cose stanno cosi, non riesco a trovare altre spiegazioni se non ricorrendo al buon vecchio Freud. Accusare l’altro di ciò che di fatto si persegue con accanimento ormai reiterato ed esplicito. Oltretutto, non è ciò che accade costantemente anche nelle nostre relazioni private? Non trovo più una persona violenta che non rivendichi alla fine di essere essa stessa vittima della violenza. Mentre alle vittime è tolto il diritto di parola, i carnefici si difendono facendo le vittime. Piccolo inciso che conferma questa sommaria analisi di psicologia sociale: nei giorni scorsi ho avuto la pessima idea di ascoltare cinque minuti di dibattito politico in televisione. Qualcuno ha provato a dire che a Gaza si sta consumando un genocidio. Apriti cielo. La conduttrice progressista e di sinistra si è indignata dicendo che non vuole che nella sua trasmissione si pronuncino simili parole. Dopo qualche minuto un brillante (sono decisamente ironico) esponente della destra, uno di quelli che sta trovando una nuova giovinezza perché disposto a difendere in ogni occasione l’indifendibile, ha detto testualmente: “il 7 ottobre si è consumato un vero e proprio genocidio del popolo ebraico”. In questo caso, la nostra conduttrice progressista e di sinistra non ha ritenuto di interrompere né di indignarsi (e con questo, è inutile dirlo, non voglio in alcun modo minimizzare la crudeltà del 7 ottobre).

Il piccolo insegnamento che dobbiamo trarne è immediatamente politico e attraversa tutto questo tempo così poco chiaro che ci accade di vivere. La domanda giusta non è: “perché i carnefici fanno i carnefici?”, ma è: “perché i carnefici rappresentano sistematicamente se stessi come vittime?”. Qualcuno direbbe per autoassolversi. Forse non sarebbe una contraffazione, ma certamente sarebbe una semplificazione. Perché ciò che l’Occidente fa non è solo non sentirsi in colpa per quel che ha scelto di diventare, ma accusare gli altri di essere ciò che esso stesso è diventato. Dietro il vittimismo c’è non solo la necessità di non sentirsi in colpa, ma anche il bisogno di far sentire in colpa coloro che si perseguitano, in modo da legittimare i propri comportamenti.

Tra muri e deportazioni, mi pare che la cartografia che stiamo cercando di imporre al mondo intero sia fondata sulla segregazione e il controllo di interi gruppi sociali, estesi a livello planetario. Non più guerre tra Stati, ma guerre di un gruppo sociale minoritario a gruppi sociali a cui vengono ormai negati senza ragione i diritti più elementari. Sono gruppi sociali eterogenei, ho scritto. Ma se dovessi indicarne un tratto comune, direi che sono tutti gruppi sociali non abbienti. Palestinesi, stranieri in genere, ceto medio riflessivo, persone non binarie, donne: ho certamente dimenticato qualcuno nell’elenco. Di fatto poveri, sottoposti a un regime di apartheid plateale da parte dei ricchi. Si chiama apartheid, si legge neo-capitalismo: non più soltanto un dispositivo economico, ma un vero e proprio dispositivo economico-politico.

da qui

lunedì 29 aprile 2024

Eravate lì per fermare il genocidio a Gaza?

 Chris Hedges – Rivolta nelle università

Gli studenti universitari di tutto il Paese, alle prese con arresti di massa, sospensioni, sgomberi ed espulsioni, sono la nostra ultima, migliore speranza per fermare il genocidio a Gaza.

PRINCETON, N.J. – Achinthya Sivalingam, studentessa laureata in Affari Pubblici all’Università di Princeton, quando si è svegliata questa mattina non sapeva che poco dopo le 7 si sarebbe unita a centinaia di studenti in tutto il Paese che sono stati arrestati, sgomberati e banditi dal campus per aver protestato contro il genocidio a Gaza.

Quando le parlo indossa una felpa blu, a volte trattenendo le lacrime. Siamo seduti a un tavolino dello Small World Coffee shop di Witherspoon Street, a mezzo isolato di distanza dall’università in cui non può più entrare, dall’appartamento in cui non può più vivere e dal campus in cui tra poche settimane avrebbe dovuto laurearsi.
Si chiede dove passerà la notte.

La polizia le ha dato cinque minuti per raccogliere gli oggetti dal suo appartamento.

“Ho preso cose a caso”, racconta. “Ho preso i fiocchi d’avena per un motivo qualsiasi. Ero davvero confusa”.
Gli studenti che protestano in tutto il Paese dimostrano un coraggio morale e fisico – molti rischiano la sospensione e l’espulsione – che fa vergognare tutte le principali istituzioni del Paese. Sono pericolosi non perché disturbano la vita del campus o attaccano gli studenti ebrei – molti di quelli che protestano sono ebrei – ma perché denunciano l’abissale fallimento delle élite al potere e delle loro istituzioni nel fermare il genocidio, il crimine dei crimini.

Questi studenti assistono, come la maggior parte di noi, al massacro in diretta streaming del popolo palestinese da parte di Israele. Ma a differenza della maggior parte di noi, agiscono. Le loro voci e le loro proteste sono un potente contrappunto alla bancarotta morale che li circonda.

Nessun presidente di università ha denunciato la distruzione da parte di Israele di tutte le università di Gaza. Nessun presidente di università ha chiesto un cessate il fuoco immediato e incondizionato. Nessun presidente di università ha usato le parole “apartheid” o “genocidio”. Nessun presidente di università ha chiesto sanzioni e disinvestimenti da Israele.

Invece, i direttori di queste istituzioni accademiche si prostrano supinamente davanti a ricchi donatori, aziende – compresi i produttori di armi – e politici rabbiosi di destra. Riformulano il dibattito sui danni agli ebrei piuttosto che sul massacro quotidiano dei palestinesi, tra cui migliaia di bambini. Hanno permesso agli aguzzini – lo Stato sionista e i suoi sostenitori – di dipingersi come vittime. Questa falsa narrazione, che si concentra sull’antisemitismo, permette ai centri di potere, compresi i media, di bloccare il vero problema: il genocidio. Contamina il dibattito. È un classico caso di “abuso reattivo”.

Si alza la voce per denunciare un’ingiustizia, si reagisce a un abuso prolungato, si tenta di resistere e l’aggressore si trasforma improvvisamente in aggredito.
L’Università di Princeton, come altre università in tutto il Paese, è determinata a vietare gli accampamenti che chiedono la fine del genocidio. Sembra che questo sia uno sforzo coordinato da parte delle università di tutto il Paese.

L’università era a conoscenza dell’accampamento proposto in anticipo. Quando gli studenti hanno raggiunto i cinque punti di sosta questa mattina, sono stati accolti da un gran numero di agenti del Dipartimento di Pubblica Sicurezza dell’università e del Dipartimento di Polizia di Princeton. Il luogo dell’accampamento proposto, di fronte alla Firestone Library, era pieno di polizia. Questo nonostante gli studenti avessero tenuto i loro piani fuori dalle e-mail dell’università e si fossero limitati a quelle che ritenevano essere applicazioni sicure. Tra i poliziotti questa mattina c’era il rabbino Eitan Webb, che ha fondato e dirige la Chabad House di Princeton. Ha partecipato a eventi universitari per attaccare a voce coloro che chiedono la fine del genocidio come antisemiti, secondo gli studenti attivisti.

Mentre i circa 100 manifestanti ascoltavano gli oratori, un elicottero volteggiava rumorosamente sopra di loro. Uno striscione, appeso a un albero, recitava: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”.

Gli studenti hanno spiegato che continueranno la loro protesta fino a quando Princeton non si distaccherà dalle aziende che “traggono profitto o si impegnano nella campagna militare in corso dello Stato di Israele” a Gaza, non porrà fine alla ricerca universitaria “sulle armi da guerra” finanziata dal Dipartimento della Difesa, non attuerà un boicottaggio accademico e culturale delle istituzioni israeliane, non sosterrà le istituzioni accademiche e culturali palestinesi e non chiederà un cessate il fuoco immediato e incondizionato.

Ma se gli studenti tenteranno di nuovo di erigere tende – ne hanno tolte 14 dopo i due arresti di questa mattina – sembra certo che saranno tutti arrestati.

“È molto più di quanto mi aspettassi che accadesse”, dice Aditi Rao, dottoranda in scienze classiche. “Hanno iniziato ad arrestare le persone dopo sette minuti dall’inizio dell’accampamento”.

La vicepresidente di Princeton Rochelle Calhoun ha inviato mercoledì un’e-mail di massa per avvertire gli studenti che avrebbero potuto essere arrestati e cacciati dal campus se avessero eretto un accampamento.

“Qualsiasi persona coinvolta in un accampamento, in un’occupazione o in un’altra condotta illegale di disturbo che si rifiuti di fermarsi dopo un avvertimento sarà arrestata e immediatamente esclusa dal campus”, ha scritto. “Per gli studenti, tale esclusione dal campus metterebbe a rischio la loro capacità di completare il semestre”.

Questi studenti, ha aggiunto, potrebbero essere sospesi o espulsi.

Sivalingam ha incontrato uno dei suoi professori e lo ha pregato di sostenere la protesta. Il professore le ha comunicato di essere in scadenza di cattedra e di non poter partecipare. Il corso che insegna si chiama “Marxismo ecologico”.

“È stato un momento bizzarro”, racconta la docente. “Ho passato l’ultimo semestre a pensare alle idee, all’evoluzione e al cambiamento civile, come al cambiamento sociale. È stato un momento folle”.

Inizia a piangere.

Pochi minuti dopo le 7, la polizia ha distribuito agli studenti che montavano le tende un volantino con il titolo “Princeton University Warning and No Trespass Notice”. Nel volantino si leggeva che gli studenti erano “impegnati in una condotta sulla proprietà dell’Università di Princeton che viola le norme e i regolamenti dell’Università, costituisce una minaccia per la sicurezza e la proprietà di altri e disturba le regolari operazioni dell’Università: tale condotta include la partecipazione a un accampamento e/o l’interruzione di un evento dell’Università”. L’opuscolo indicava che coloro che avessero assunto la “condotta proibita” sarebbero stati considerati “trasgressori provocatori ai sensi della legge penale del New Jersey (N.J.S.A. 2C:18-3) e soggetti ad arresto immediato”.

Pochi secondi dopo Sivalingam ha sentito un agente di polizia dire “Prendete quei due”.

Hassan Sayed, dottorando in economia di origine pakistana, stava lavorando con Sivalingam per montare una delle tende. Era ammanettato. Sivalingam è stata legata con una cerniera così stretta da interrompere la circolazione delle mani. I polsi sono pieni di lividi scuri.

“C’è stato un primo avvertimento da parte dei poliziotti: ‘State violando la proprietà’ o qualcosa del genere, ‘Questo è il vostro primo avvertimento’”, racconta Sayed. “Era piuttosto rumoroso. Non ho sentito molto. All’improvviso, le mani mi sono state spinte dietro la schiena. Quando è successo, il mio braccio destro si è teso un po’ e mi hanno detto: “Se lo fai, opponi resistenza all’arresto”. Mi hanno messo le manette”.

Uno degli agenti gli ha chiesto se fosse uno studente. Quando ha risposto di esserlo, gli hanno immediatamente comunicato che era stato bandito dal campus.

“Per quanto ho potuto sentire, non mi hanno detto quali fossero le accuse”, racconta. “Mi hanno portato in un’auto. Mi perquisiscono un po’. Mi chiedono il tesserino da studente”.

Sayed è stato messo sul sedile posteriore di un’auto della polizia del campus insieme a Sivalingam, che era agonizzante a causa delle fascette. Sayed ha chiesto alla polizia di allentare le fascette a Sivalingam, un’operazione che ha richiesto diversi minuti perché dovevano toglierla dal veicolo e le forbici non riuscivano a tagliare la plastica. Hanno dovuto trovare delle tronchesi. Sono stati portati alla stazione di polizia dell’università.

Sayed è stato privato del telefono, delle chiavi, dei vestiti, dello zaino e delle AirPods e messo in una cella di detenzione.

Gli è stato nuovamente detto che gli era stato vietato l’accesso al campus.

“È uno sgombero?”, ha chiesto alla polizia del campus.

La polizia non ha risposto.

Ha chiesto di chiamare un avvocato. Gli è stato risposto che avrebbe potuto chiamare un avvocato quando la polizia fosse stata pronta.

“Forse hanno accennato a qualcosa sulla violazione di domicilio, ma non ricordo chiaramente”, racconta. “Di certo non mi è stato fatto notare”.

Gli è stato detto di compilare dei moduli sulla sua salute mentale e se stava prendendo dei farmaci. Poi è stato informato che era stato accusato di “violazione di domicilio”.

Ho dichiarato: “Sono uno studente, come può essere una violazione di domicilio? Frequento la scuola qui”, racconta. “Sembra che non abbiano una buona risposta. Ripeto, chiedendo se il fatto di essere bandito dal campus costituisca uno sgombero, visto che vivo nel campus. Loro dicono solo ‘divieto di accesso al campus’. Ho ribadito che una cosa del genere non risponde alla domanda. Dicono che sarà tutto spiegato nella lettera. E io ho chiesto: “Chi scriverà la lettera?” Mi hanno risposto: “Il preside della scuola di specializzazione””.

Sayed è stato accompagnato al suo alloggio nel campus. La polizia del campus non gli ha lasciato le chiavi. Gli è stato concesso qualche minuto per prendere oggetti come il caricabatterie del telefono. Hanno chiuso la porta del suo appartamento. Anche lui sta cercando rifugio nella caffetteria Small World.

Sivalingam torna spesso nel Tamil Nadu, nel sud dell’India, dove è nata, per le vacanze estive. La povertà e la lotta quotidiana di coloro che la circondano per sopravvivere, dice, erano “sconvolgenti”.

“La disparità tra la mia vita e la loro, come conciliare queste cose nello stesso mondo”, dice, con la voce tremante per l’emozione. “È sempre stato molto strano per me. Credo che sia da lì che deriva gran parte del mio interesse nell’affrontare la disuguaglianza, nell’essere in grado di pensare alle persone al di fuori degli Stati Uniti come esseri umani, come persone che meritano vite e dignità”.

Ora deve adattarsi all’esilio dal campus.

“Devo trovare un posto dove dormire”, dice, “dirlo ai miei genitori, ma sarà un po’ una conversazione, e trovare il modo di impegnarmi nel sostegno e nella comunicazione in carcere perché non posso essere lì, ma posso continuare a mobilitarmi”.

Ci sono molti periodi vergognosi nella storia americana. Il genocidio che abbiamo compiuto contro le popolazioni indigene. La schiavitù. La violenta repressione del movimento operaio che ha visto l’uccisione di centinaia di lavoratori. Il linciaggio. Jim e Jane Crow. Il Vietnam. L’Iraq. Afghanistan. Libia.

Il genocidio a Gaza, che noi finanziamo e sosteniamo, è di proporzioni così mostruose che otterrà un posto di rilievo in questo pantheon di crimini.

La storia non sarà gentile con la maggior parte di noi. Ma benedirà e riverirà questi studenti.

da qui

 

 

 

“Eravate lì per fermare il genocidio a Gaza?” Il discorso di Chris Hedges all’università di Princeton

Questo è un sermone che ho tenuto domenica 28 aprile in occasione di un incontro presso l’accampamento per Gaza dell’Università di Princeton. Il discorso è stato organizzato dagli studenti del Seminario teologico di Princeton.

 

Nei conflitti che ho seguito come reporter in America Latina, Africa, Medio Oriente e Balcani, ho incontrato individui singolari di diverse fedi, religioni, razze e nazionalità che si sono sollevati maestosamente per sfidare l’oppressore a nome degli oppressi.

Alcuni di loro sono morti. Alcuni sono dimenticati. La maggior parte di loro è sconosciuta.

Questi individui, nonostante le grandi differenze culturali, avevano tratti comuni: un profondo impegno per la verità, l’incorruttibilità, il coraggio, la sfiducia nel potere, l’odio per la violenza e una profonda empatia che si estendeva alle persone diverse da loro, persino a quelle definite nemiche dalla cultura dominante. Sono gli uomini e le donne più straordinari che ho incontrato nei miei 20 anni di lavoro come corrispondente estero. Ho impostato la mia vita in base ai loro standard.

Ne avete sentito parlare, come Vaclav Havel, che io e altri reporter stranieri abbiamo incontrato la maggior parte delle sere, durante la Rivoluzione di Velluto del 1989 in Cecoslovacchia, nel Teatro della Lanterna Magica di Praga. Altri, non meno grandi, probabilmente non li conoscete, come il sacerdote gesuita Iganacio Ellacuria, ucciso dagli squadroni della morte in El Salvador nel 1989. E poi ci sono quelle persone “ordinarie”, anche se, come diceva lo scrittore V.S. Pritchett, nessuna persona è ordinaria, che hanno rischiato la vita in tempo di guerra per dare rifugio e protezione a coloro che, di religione o etnia opposta, venivano perseguitati e cacciati. E ad alcune di queste persone “ordinarie” devo la mia stessa vita.

Resistere al male radicale, come state facendo voi, significa sopportare una vita che per gli standard della società in generale è un fallimento. È sfidare l’ingiustizia a costo della propria carriera, della propria reputazione, della propria solvibilità finanziaria e a volte della propria vita. È essere un eretico per tutta la vita. E, forse questo è il punto più importante, è accettare che la cultura dominante, persino le élite liberali, ti spingano ai margini e cerchino di screditare non solo quello che fai, ma anche il tuo carattere. Quando sono tornato in redazione al New York Times dopo essere stato fischiato dal palco di una cerimonia di laurea nel 2003 per aver denunciato l’invasione dell’Iraq ed essere stato pubblicamente rimproverato dal giornale per la mia posizione contro la guerra, i giornalisti e i redattori che conoscevo e con cui avevo lavorato per 15 anni hanno abbassato la testa o si sono girati dall’altra parte quando mi sono trovato nelle vicinanze. Non volevano essere contaminati dallo stesso contagio che uccide la carriera.

Le istituzioni di governo – lo Stato, la stampa, la Chiesa, i tribunali, le università – parlano il linguaggio della moralità, ma sono al servizio delle strutture di potere, per quanto venali, che forniscono loro denaro, status e autorità. Tutte queste istituzioni, compresa l’accademia, sono complici del silenzio o della collaborazione attiva con il male radicale. Questo è stato vero durante il genocidio commesso contro i nativi americani, la schiavitù, la caccia alle streghe durante l’era McCarthy, i movimenti per i diritti civili e contro la guerra e la lotta contro il regime di apartheid in Sudafrica. I più coraggiosi vengono epurati e trasformati in paria.

Tutte le istituzioni, compresa la chiesa, ha scritto il teologo Paul Tillich, sono intrinsecamente demoniache. E una vita dedicata alla resistenza deve accettare che un rapporto con qualsiasi istituzione è spesso temporaneo, perché prima o poi quell’istituzione chiederà atti di silenzio o di obbedienza che la vostra coscienza non vi permetterà di fare.

Il teologo James Cone, nel suo libro “La croce e l’albero del linciaggio”, scrive che per i neri oppressi la croce era un “simbolo religioso paradossale perché inverte il sistema di valori del mondo con la notizia che la speranza arriva attraverso la sconfitta, che la sofferenza e la morte non hanno l’ultima parola, che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”.

Cone prosegue: Che Dio potesse “creare una via d’uscita” nella croce di Gesù era veramente assurdo per l’intelletto, ma profondamente reale nell’anima dei neri. I neri schiavi che ascoltarono per la prima volta il messaggio del Vangelo colsero il potere della croce. Cristo crocifisso manifestava la presenza amorevole e liberatrice di Dio nelle contraddizioni della vita nera, quella presenza trascendente nella vita dei cristiani neri che li autorizzava a credere che alla fine, nel futuro escatologico di Dio, non sarebbero stati sconfitti dai “problemi di questo mondo”, per quanto grandi e dolorose fossero le loro sofferenze. Credere a questo paradosso, a questa assurda pretesa di fede, era possibile solo nell’umiltà e nel pentimento. Non c’era posto per gli orgogliosi e i potenti, per coloro che pensano che Dio li abbia chiamati a dominare sugli altri. La croce era la critica di Dio al potere – il potere bianco – con l’amore impotente, che strappava la vittoria alla sconfitta”.

Reinhold Niebuhr ha definito questa capacità di sfidare le forze della repressione “una sublime follia dell’anima”. Niebuhr scrisse che “nient’altro che la follia può combattere contro il potere maligno e la ‘malvagità spirituale nelle alte sfere’”. “Questa sublime follia, come Niebuhr ha capito, è pericolosa, ma è vitale. Senza di essa, “la verità è oscurata”. E Niebuhr sapeva anche che il liberalismo tradizionale era una forza inutile nei momenti estremi. Il liberalismo, diceva Niebuhr, “manca dello spirito di entusiasmo, per non dire di fanatismo, che è così necessario per far uscire il mondo dai suoi sentieri battuti. È troppo intellettuale e troppo poco emotivo per essere una forza efficiente nella storia”.

I profeti della Bibbia ebraica avevano questa sublime follia. Le parole dei profeti ebraici, come ha scritto il rabbino Abraham Heschel, erano “un grido nella notte”. Mentre il mondo è tranquillo e dorme, il profeta sente l’esplosione dal cielo”. Il profeta, poiché ha visto e affrontato una realtà sgradevole, è stato, come ha scritto Heschel, “costretto a proclamare l’esatto contrario di ciò che il suo cuore si aspettava”.

Questa sublime follia è la qualità essenziale per una vita di resistenza. È l’accettazione del fatto che quando si sta dalla parte degli oppressi si viene trattati come tali. È l’accettazione del fatto che, sebbene empiricamente tutto ciò che abbiamo lottato per ottenere durante la nostra vita possa essere peggiore, la nostra lotta si convalida da sola.

Il sacerdote cattolico radicale Daniel Berrigan – che fu condannato a tre anni di prigione federale per aver bruciato i registri di leva durante la guerra in Vietnam – mi disse che la fede è la convinzione che il bene attiri a sé il bene. I buddisti lo chiamano karma. Ma ha detto che per noi cristiani non sapevamo dove andasse a finire. Avevamo fiducia che andasse da qualche parte. Ma non sapevamo dove. Siamo chiamati a fare il bene, o almeno il bene nella misura in cui possiamo determinarlo, e poi lasciarlo andare.

Come ha scritto Hannah Arendt, le uniche persone moralmente affidabili non sono quelle che dicono “questo è sbagliato” o “questo non va fatto”, ma quelle che dicono “non posso”. Sanno che, come scrisse Immanuel Kant: “Se la giustizia perisce, la vita umana sulla terra ha perso il suo significato”. Questo significa che, come Socrate, dobbiamo arrivare al punto in cui è meglio subire il torto che fare il torto. Dobbiamo vedere e agire allo stesso tempo, e dato ciò che significa vedere, questo richiederà il superamento della disperazione, non con la ragione, ma con la fede.

Ho visto nei conflitti di cui mi sono occupato la forza di questa fede, che si trova al di fuori di qualsiasi credo religioso o filosofico. Questa fede è ciò che Havel ha definito nel suo saggio “Il potere dei senza potere”: vivere nella verità. Vivere nella verità espone la corruzione, le bugie e gli inganni dello Stato. È un rifiuto di far parte della farsa.

James Baldwin, figlio di un predicatore e per breve tempo predicatore egli stesso, disse di aver abbandonato il pulpito per predicare il Vangelo. Sapeva che il Vangelo non veniva ascoltato la maggior parte delle domeniche nelle case di culto cristiane.

Questo non vuol dire che la Chiesa non esista. Questo non vuol dire che io rifiuti la Chiesa. Al contrario. La Chiesa oggi non si trova nelle cavernose e in gran parte vuote case di culto, ma qui, con voi, con coloro che chiedono giustizia, con coloro il cui credo non ufficiale sono le Beatitudini:

Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Beati i miti, perché possederanno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli e figlie di Dio. Beati quelli che soffrono persecuzioni per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.

Gesù, se fosse vissuto nella società contemporanea, sarebbe stato privo di documenti. Non era un cittadino romano. Viveva senza diritti, sotto l’occupazione romana. Gesù era una persona di colore. I Romani erano bianchi. E i Romani, che propugnavano la loro versione della supremazia bianca, inchiodavano le persone di colore alle croci quasi con la stessa frequenza con cui noi le finiamo con iniezioni letali, le ammazziamo per strada, le rinchiudiamo in gabbia o le massacriamo a Gaza. I Romani hanno ucciso Gesù in quanto insurrezionalista, rivoluzionario. Temevano il radicalismo del Vangelo cristiano. E avevano ragione a temerlo. Lo Stato romano vedeva Gesù come lo Stato americano vede Malcolm X e Martin Luther King Jr. Allora come oggi, i profeti venivano uccisi.

La Bibbia condanna inequivocabilmente i potenti. Non è un manuale di auto-aiuto per diventare ricchi. Non benedice l’America o qualsiasi altra nazione. È stata scritta per gli impotenti, per coloro che James Cone chiama i crocifissi della terra. È stato scritto per dare voce e affermare la dignità di coloro che sono schiacciati dal potere maligno e dall’impero.

Non c’è nulla di facile nella fede. Richiede di distruggere gli idoli che ci rendono schiavi. Richiede di morire al mondo. Richiede sacrificio di sé. Richiede resistenza. Ci chiama a vedere noi stessi nei miseri della terra. Ci separa da tutto ciò che è familiare. Sa che quando sentiremo la sofferenza degli altri, agiremo.

“Ma che ne è del prezzo della pace?”. Si chiede Berrigan nel suo libro “No Bars to Manhood”.

“Penso alle migliaia di persone buone, rispettabili e amanti della pace che ho conosciuto, e mi chiedo. Quanti di loro sono così afflitti dalla malattia del deperimento della normalità che, anche se dichiarano di essere a favore della pace, le loro mani si allungano con uno spasmo istintivo… in direzione delle loro comodità, della loro casa, della loro sicurezza, del loro reddito, del loro futuro, dei loro progetti – quel piano quinquennale di studi, quel piano decennale di status professionale, quel piano ventennale di crescita e unità della famiglia, quel piano cinquantennale di vita dignitosa e di morte naturale onorevole”. “Certo, lasciateci la pace”, gridiamo, “ma allo stesso tempo lasciateci la normalità, non perdiamo nulla, lasciamo che le nostre vite rimangano intatte, non conosciamo né prigione, né cattiva reputazione, né interruzione dei legami”. E poiché dobbiamo abbracciare questo e proteggere quello, e poiché a tutti i costi – a tutti i costi – le nostre speranze devono marciare sulla tabella di marcia, e poiché è inaudito che in nome della pace una spada cada, disarticolando la rete sottile e astuta che le nostre vite hanno intessuto, poiché è inaudito che gli uomini buoni subiscano ingiustizie o che le famiglie siano spezzate o che la buona reputazione sia persa, per questo gridiamo pace e gridiamo pace, e non c’è pace. Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace. Non c’è pace perché non ci sono costruttori di pace, perché fare la pace è almeno altrettanto costoso che fare la guerra, almeno altrettanto impegnativo, almeno altrettanto dirompente, almeno altrettanto suscettibile di portare disonore e prigione e morte”.

Portare la croce non è una ricerca della felicità. Non abbraccia l’illusione di un progresso umano inevitabile. Non si tratta di raggiungere lo status, la ricchezza, la celebrità o il potere. Comporta sacrifici. Si tratta del nostro prossimo. Gli organi di sicurezza dello Stato vi controllano e vi molestano. Accumulano enormi file sulle vostre attività. Disturbano la vostra vita.

Perché sono qui oggi con voi? Sono qui perché ho cercato, per quanto imperfettamente, di vivere il messaggio radicale del Vangelo. Sono qui perché so che non è importante ciò che diciamo o professiamo, ma ciò che facciamo. Sono qui perché ho visto che è possibile essere ebreo, buddista, musulmano, cristiano, indù o ateo e portare la croce. Le parole sono diverse, ma l’abnegazione e la sete di giustizia sono le stesse.

Questi uomini e queste donne, che possono non professare ciò che io professo o credere ciò che io credo, sono miei fratelli e sorelle. E sono al loro fianco onorando e rispettando le nostre differenze e trovando speranza, forza e amore nel nostro impegno comune. In momenti come questi sento le voci dei santi che ci hanno preceduto.

La suffragista Susan B. Anthony, che annunciò che la resistenza alla tirannia è obbedienza a Dio, e la suffragista Elizabeth Cady Stanton, che disse: “Nel momento in cui cominciamo a temere le opinioni degli altri e a esitare nel dire la verità che è in noi, e per motivi di politica tacciamo quando dovremmo parlare, le inondazioni divine di luce e di vita non fluiscono più nelle nostre anime”. O Henry David Thoreau, che ci ha detto che dovremmo essere prima uomini e donne e poi sudditi, che dovremmo coltivare il rispetto non per la legge ma per ciò che è giusto. E Frederick Douglass, che ci ha avvertito: “Il potere non concede nulla senza una richiesta. Non l’ha mai fatto e non lo farà mai. Scoprite a cosa un popolo si sottometterà tranquillamente e avrete scoperto l’esatta misura dell’ingiustizia e del torto che gli verranno imposti, e che continueranno fino a quando non si opporranno con le parole o con i colpi, o con entrambi. I limiti dei tiranni sono stabiliti dalla resistenza di coloro che opprimono”. E la grande attivista del XIX secolo Mary Elizabeth Lease, che tuonò: “Wall Street possiede il Paese. Non è più un governo del popolo, dal popolo e per il popolo, ma un governo di Wall Street, da Wall Street e per Wall Street. La grande gente comune di questo Paese è schiava e il monopolio è il padrone”. E il generale Smedley Bulter, che ha detto che dopo 33 anni e quattro mesi nel Corpo dei Marines ha capito di essere stato nient’altro che un gangster per il capitalismo, rendendo il Messico sicuro per gli interessi petroliferi americani, rendendo Haiti e Cuba sicure per le banche e pacificando la Repubblica Dominicana per le compagnie dello zucchero.

La guerra, diceva, è un racket in cui i Paesi soggiogati vengono sfruttati dalle élite finanziarie e da Wall Street, mentre i cittadini pagano il conto e sacrificano i loro giovani uomini e donne sul campo di battaglia per l’avidità aziendale. O Eugene V. Debs, il candidato socialista alla presidenza, che nel 1912 raccolse quasi un milione di voti, pari al 6%, e che fu mandato in prigione da Woodrow Wilson per essersi opposto alla prima guerra mondiale, e che disse al mondo: “Finché c’è una classe inferiore, io ne faccio parte, e finché c’è un elemento criminale io ne faccio parte, e finché c’è un’anima in prigione, io non sono libero”. E il rabbino Heschel, che quando fu criticato per aver marciato con Martin Luther King durante il sabato a Selma rispose: “Prego con i miei piedi” e che ha citato Samuel Johnson, che scrisse: “Il contrario del bene non è il male. Il contrario del bene è l’indifferenza”. E Rosa Parks, che sfidò il sistema di autobus segregati e affermò: “L’unica stanchezza che avevo era quella di arrendermi”. E Philip Berrigan, che sostenne che: “Se un numero sufficiente di cristiani segue il Vangelo, può mettere in ginocchio qualsiasi Stato”. E Martin Luther King: “Su alcune posizioni, la codardia pone la domanda: ‘È sicuro?’. L’opportunismo pone la domanda: “È politico?”. La vanità pone la domanda: “È popolare?”. E arriva un momento in cui un vero seguace di Gesù Cristo deve prendere una posizione che non è né sicura né politica né popolare, ma deve prendere una posizione perché è giusta”.

Dove eravate quando hanno crocifisso il mio Signore?

Eravate lì per fermare il genocidio dei nativi americani? Eravate lì quando Toro Seduto è morto sulla croce? Eravate lì per fermare la schiavitù degli afroamericani? Eri lì per fermare le folle che terrorizzavano uomini, donne e persino bambini neri con il linciaggio durante il Jim Crow? Eravate lì quando perseguitavano gli organizzatori sindacali e Joe Hill moriva sulla croce? Eravate lì per fermare l’incarcerazione dei nippo-americani durante la Seconda guerra mondiale? Eravate lì per fermare i cani di Bull Connor mentre venivano sguinzagliati contro i marciatori per i diritti civili a Birmingham? Eravate lì quando Martin Luther King è morto sulla croce? Eravate lì quando Malcolm X è morto sulla croce? Eravate lì per fermare i crimini d’odio, la discriminazione e la violenza contro gay, lesbiche, bisessuali, queer e transgender? Eravate lì quando Matthew Shepard è morto sulla croce? Eravate lì per fermare l’abuso e a volte la schiavitù dei lavoratori nei terreni agricoli di questo Paese? Eravate lì per fermare l’omicidio di centinaia di migliaia di vietnamiti innocenti durante la guerra in Vietnam o di centinaia di migliaia di musulmani in Iraq e in Afghanistan? Eravate lì per fermare il genocidio a Gaza? Eravate lì quando hanno crocifisso Refaat Alareer sulla croce?

Dov’era quando hanno crocifisso il mio Signore?

So dov’ero.

Qui.

Con voi.

Amen.

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