Maria
Rita Contu a partire da una fotografia che ha trovato in casa, quella di una
ragazza, misteriosa, amica della madre, va alla ricerca di quella ragazza,
Anna.
È
come un lavoro di archeologia, di ricerca di un’assenza, ricostruendo a partire
da testimonianze la vita di Anna, non solo, ma anche la vita di una comunità
negli anni nei quali si passa da una società immobile a una che si trasforma a velocità fino
ad allora impensabili.
E tutto da una fotografia.
Mi
viene in mente Eduardo Galeano:
Introduzione alla storia dell’arte
Ceno con
Nicole e Adoum.
Nicole
racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo
scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini
del quartiere sono suoi amici.
Un giorno il
comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un
camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò
a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini
lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al
mare.
Quando
tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con
gli occhi spalancati, gli chiese:
-Ma…come
sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?
(Ceno con
Nicole y con Adoum.
Nicole habla
de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor
trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son
sus amigos.
Un buen día
la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión
trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo,
subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los
niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?)
Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano
La storia di Anna, a metà tra biografia e
romanzo, riporta alla luce la figura di una cugina mai conosciuta dall'autrice
perché morta troppo presto e in circostanze per certi versi misteriose, che nel
piccolo centro ogliastrino, in Sardegna, danno luogo a un racconto popolare
appena sussurrato, ma puntualmente tramandato. Rimosso dai propri familiari, il
suo ricordo riaffiora nella memoria di chi la conobbe e consente all'autrice di
far pace con il proprio passato e le sue ombre, riappropriandosi di un pezzo di
vita e di amore che sanno pesare sull'anima.
UNO. Sarà bene tenerlo a mente: la
comunicazione, anche quella sociale, non è fatta solo di parole scritte e parlate.
Nel libro Le labbra del tempo, Eduardo Galeano racconta storie
brevi quanto preziose: ogni volta che passa il dottore, Doña Maximiliana,
un’anziana ricoverata in ospedale, lo prega di prenderle il polso. Il medico
crede sia un po’ suonata ma è un uomo paziente e l’accontenta, sempre. Impiega
anni a capire chela vieja stava solo chiedendo di
essere toccata. Le mani possono arrivare lontano, finoraggiungere
le chiavi dei cancelli più profondi del dolore, là dove un farmaco non entra
mai.
§DUE. È troppo tempo che conviviamo con i
dispositivi di dissoluzione del sociale. La paura del contagio, poi, è un
formidabile strumento di controllo, perfino etico. Bisognerebbe inventare
qualcosa, ma siamo ancora assorbiti da questa comunità dell’intangibile, in cui
la pelle, il corpo e gli odori dell’altro risultano ogni giorno più alieni. Il
virus ci è servito da amplificatore di ciò che sapevamo: abitiamo una casa
attraversata da necro-politiche di espropriazione della vita. Si estrae valore
dai nostri corpi e dal nostro tempo, dalle patologie come dalla terra e dai
fiumi. E poi nulla di tutto quel che potrebbe essere la vita in comune viene
tollerato. Cosa nascerà da un mondo silenziato in cui il contatto prevalente
avviene attraverso schermi freddi e dispositivi tecnologici?
§TRE. Lo spazio contemporaneo è dominato da
un eccesso di comunicazione, un altro tipo di comunicazione, che non passa per
i corpi ed è in gran parte inutile o inservibile. Spesso genera impoverimento
intellettuale e morale, ma soprattutto impedisce di cogliere i processi che
modificano in profondità quello che accade. Il diritto e perfino la possibilità
di essere informati, ma soprattutto di interpretare quel che avviene a scala
planetaria, è poco più di un mito, segnato da una nuova superficialità. C’è chi
dice sia la superficialità dei titoli. E ogni buon giornalista sa che i titoli,
una volta esaurita la necessaria funzione seduttiva, possono semplificare in
modo irrimediabile la realtà. Non sono autosufficienti, i titoli. Hanno bisogno
di essere spiegati, a maggior ragione in un tempo segnato in misura abissale
dalla complessità. La domanda è: possiamo ancora limitare quella
superficialità, possiamo aprirvi delle fessure?
§QUATTRO. A noi di Comune piace
la politica delle domande. Una di quelle che sono più frequenti, nel nostro
mestiere, dice: dove va il giornalismo? Ah, saperlo. No, non ne abbiamo idea,
ed è assai preferibile dirselo. Le fesserie cerchiamo di raccontarle solo in
casi molto estremi. Generalmente, quando si parla di informazione al di sopra delle
parti e nelle notti di luna opaca. Quel che ci pare di aver capito, invece,
dopo qualche decennio di avventuroso inseguimento della pratica dell’obiettivo,
è che per raccontare i fatti c’è bisogno di condurre un’instancabile battaglia
contro quel che si pensa di essere. È una lotta ancora una volta per cambiare,
certo, ma comincia da sé stessi. Una lotta contro la conferma delle proprie
convinzioni più consolidate, contro una certa allergia all’autocritica ma,
naturalmente, è una lotta anche contro le tortuose vie attraverso cui il
potere-dominio, cioè il potere-su qualcuno o qualcosa e non il potere-di fare,
cattura le esperienze. Si chiama ordine delle cose esistenti.
§CINQUE. Non c’è campo delle conoscenze in cui
la relazione tra natura e cultura o tra storia e vita biologica sia più
interconnessa di quello del linguaggio, che è un codice di comunicazione, cioè
un sistema che associa segni e significati, indispensabile a scambiare
contenuti e/o informazioni. Il linguaggio, poi, tra gli individui della specie
che sta cercando di estinguersi, può diventare una lingua, anche se quegli
individui non sono capaci di articolar parola. Con le parole, invece, si
compongono barzellette, cronache, reportage giornalistici, canzoni, fumetti e
molte altre forme narrative con le quali entriamo in relazione giorno dopo
giorno. Però le parole devono poter camminare di bocca in bocca. Altrimenti si
muore soli.
§SEI. Nel 1969, anno del primo passo sul
satellite naturale, da queste parti c’è stato un autunno dalle temperature particolarmente
elevate. Era l’Autunno dei Consigli che non erano destinati agli acquisti.
Nacquero nelle fabbriche e quelli che dentro ci trascorrevano l’intera vita
uscirono fuori, in lunghe file, per provare a cambiare la società intera. Non
era facile vincere quella partita, ma riuscirono a cambiare i principi, le idee
e le convinzioni di molta gente. Sull’insieme di quei tre elementi, una persona
– o un gruppo di persone – fondano la propria concezione della vita: è la
filosofia.
§SETTE. I cambiamenti climatici e quelli
sociali, come si vede, hanno una lunga storia. E a proposito di storia e
filosofia, sempre in quell’anno, il 1969, un filosofo della storia e della
politica bulgaro dal nome pronunciabile, Tzvetan Todorov, inventò un nome
bizzarro per designare l’analisi delle forme e delle strutture della
narrazione. Nacque così la narratologia, che poi, anche grazie a uno dei
maestri di quel bulgaro emigrato a Parigi, tale Roland Barthes, di professione
semiologo, finì per servire tanto alla ricerca di una vera e propria grammatica
del racconto. La narratologia, naturalmente, non studia soltanto i racconti
letterari e forse non si può neanche definire una scienza, almeno nei termini
in cui la vede oggi l’intenso dibattito avviato in Tv dai virologi italiani.
Non sappiamo nemmeno se la narratologia studi il racconto della società che
cambia. Non si sa mai: potremmo scoprirlo alla fine di questi nostri incontri.
a 12500 chilometri di distanza, fra le rovine di Binnish, in Siria, il pittore Aziz Asmar rende omaggio a Diego sulla parete di una casa distrutta
A DIEGO - Gianni Minà
Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.
Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale
sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico
e io un giornalista.
Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia
esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.
So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un
campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire
sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria
dei media.
Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante
volte criminalizzato.
Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego
ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto
l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando,
magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo
quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al
compimento di questo tempo.”
Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito
dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da
qualunque successiva polemica.
A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare
di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie
che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel
1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping
successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene
dall’ Italia rapidamente.
Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per
questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli,
hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.
Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio
segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco
rispetto.
Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo
Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale,
dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento in corso, al di fuori delle
solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata
“Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti
d’assalto (diciamo così...) che occupavano, in quella stagione, senza smalto,
tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza
non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua
simpatia e collaborazione.
Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio
di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la
nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono:
“Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a
precisare, solo al tuo microfono.”
La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia
per un’uscita un po’ avventata di Zenga.
Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale,
messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè
Lui, il Dio del pallone.
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in
quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla
finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe
sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del
vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente
brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie
di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.
C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse
l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi,
che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle
tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva
di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo,
un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in
quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per
la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di
volte in quasi vent’anni di calcio.
Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da
qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché
più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta,
concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da
Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da
alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai
pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo
intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu
tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri.
Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale
argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi,
vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio
italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette,
battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella
testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi
argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della
notte.
Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per
l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.
Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva
accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima
per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio
contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi,
prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui,
con un'accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.
La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a
respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito
trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando
Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo
incontrati.
L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo
ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in
differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.
Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha
portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano
impossibili - della sua esistenza.
Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è
cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza
politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte
volte la propria faccia.
Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.
Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso
giorno di un altro gigante, Fidel Castro.
Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia
indelebile nel gioco del calcio e della vita.
E ora silenzio.
Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.
A Diego mio
fratello, a Diego Maradona, rivoluzionario latinoamericano e napoletano - Gennaro Carotenuto
Piango l’uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso
giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno.
Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego
villero, Diego fattosi uomo in una Villa Miseria, Diego che poteva essere
quello che è solo a Napoli. Diego nostro. Diego che non si è fatto napoletano,
lo era. Diego Sud, Diego tutti i Sud del mondo. Diego il Ribelle contro il
potere, fosse Blatter o Bush o tutti i Nord del mondo. Diego il grande uomo,
gran-de uo-mo, che viene dal basso che più in basso non si può, per farsi D10S,
il più grande di tutti.
Quanti insegnamenti ho ricevuto da te, Diego Maradona. L’uomo che cade e si
rialza, nella sua grandezza e nelle sue fragilità. L’uomo che sa di essere
grande e fragile. L’uomo che quando sbaglia, sbaglia contro se stesso e paga in
prima persona. L’uomo che non abbassa la testa, l’uomo con la schiena dritta,
che in quello Stadio Olimpico che ribolliva d’odio (irrisolvibile,
irredimibile, imperdonabile) fischiando l’inno argentino, elevò in mondovisione
il suo limpido, legittimo, a testa alta: “hijos de puta”. Sette anni sei stato
il più odiato dagli italiani, in quanto napoletano. Se perdi in quanto Sud, ti
malsopportano. Ma se vinci, morti d’invidia, non te lo perdonano. Ti sarebbe
bastato tradire la città, ma tu non hai tradito. Perciò ti odiavano. Perciò ti
amiamo.
Odiavano quel tuo corpo massacrato perché non potevano averlo. Odiavano
quel corpo biopolitico, come quello del Che Guevara tatuato sul tuo braccio,
massacrato di calci maligni e di infiltrazioni velenose, quel tuo corpo
castigato dalle droghe, dall’alcool e dal cibo. Da qualche parte dovevi pur
sfogare tanta grandezza. Quel corpo è quello dell’umanità come siamo, non
quella borghesuccia, perbenista e ipocrita che ti disprezzava. In troppi oggi
s’intesteranno la tua memoria, ma solo due nazioni possono rivendicarti come
figlio: la nazione argentina e quella napoletana.
Solo chi è un analfabeta della cultura popolare di tutto questo pianeta può
pensare che tu sia stato solo un calciatore. Sei stato la coscienza popolare
dell’umanità ferita di tutti i Sud del mondo, che balbetta, zoppica, desidera,
cade, ma non abbassa la testa. Sei stato l’unico nella Storia a vincere una
guerra con due gol, in Messico, con la mano di D10S e il gol del siglo,
entrambi necessari a ricacciare in gola tutta la boria e tutto il disprezzo
dell’impero britannico, il Nord contro il Sud. Come cantano i Calle 13,
Latinoamerica è “Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles”. A Sud, con
il tuo sinistro. Solo Sud, di sinistra. Eri Sud, solo Sud, Diego, fratello mio.
A Juan Da Silva, mi
hermano, a Salvatore Pisano, mio fratello,
estén donde estén, hoy brinden con el Diego de la gente
MARADONA TRA NAPOLI E IL SUDAMERICA - Rino
Genovese
È la morte di un mito, quella che ci colpisce oggi. Una
morte, per quanto prematura, perfino prevedibile considerando la nota
tossicodipendenza dell’uomo. Ma, riflettendo un po’ a mente fredda sul
significato di questo mito, non si potrebbe non vederne – come accade del resto
per tutti i miti – l’intrinseca ambivalenza: Maradona ha incarnato
un’aspirazione al riscatto degli ultimi, anche attraverso le sue prese di
posizione, o ha contribuito in modo decisivo a quella narcosi di massa prodotta, in particolare
a partire dagli anni ottanta, dalla miscela di sport, affari, politica e grande
spettacolo?
Napoli, la più sudamericana delle città italiane, aveva
dei precedenti in questo senso risalenti ai tempi di Vinicio e Pesaola e poi di
Sivori e Altafini: una voglia di miti, tra l’Argentina e il Brasile, che
trovava alimento in quella mitopoiesi sempre in azione nei paesi dell’America
latina. Lo storico “comandante” Achille Lauro, l’armatore fascista e poi
monarchico, era stato in stretto contatto con l’Argentina del “momento Perón”,
traendone tutto il succo politico-sociale che se ne poteva trarre, e
organizzando, mediante la sua presidenza della società di calcio, l’ascesa che
lo condurrà a diventare sindaco di una città che nel referendum del 1946 aveva
dato la maggioranza dei voti alla monarchia. Maradona viene a innestarsi
dunque, pochi anni dopo il terremoto del 1980, nel fertile humus di un populismo napoletano di lunga
data. A questo proposito, tuttavia, non bisogna riferirsi a Masaniello, ai lazzaroni, alla plebe, di cui aveva parlato
finanche Hegel, quanto piuttosto all’uso che del “popolaccio”, come lo chiamava
Vincenzo Cuoco, avevano fatto i sanfedisti, i borboni, le famiglie del potere
meridionale tradizionale per sconfiggere la fragile rivoluzione del 1799.
Questo è stato Maradona a Napoli, al di là del genio
calcistico: un elemento di grande presa simbolica, di rinnovamento e coesione,
del blocco storico che da un certo momento in poi, nel post-terremoto, ha
stabilmente incluso gli affari della nuova camorra nel proprio cerchio. Non
c’era nessuno, durante il suo regno incontrastato, che potesse obiettare
qualcosa: tutto gli era consentito, naturalmente anche l’evasione fiscale, che
in Italia d’altronde non ha mai scandalizzato nessuno. Ricordo che una volta
Gianni Minà, in un salotto napoletano, ce ne parlò come di una vittima della
terribile macchina del calcio: l’associazione Calcio Napoli, già al momento del
suo acquisto dal Barcellona, sarebbe stata a conoscenza della pervicace
tossicodipendenza del divo. A mio parere, però, Maradona fu sempre ben contento
di farsi triturare da quella macchina che gli aveva dato fama, ricchezza, onori
– e a Napoli anche grossi quantitativi di cocaina a prezzo scontato.
Come in
tutte le agiografie che si rispettino, c’è sempre un momento in cui qualcuno
riesce a entrare in contatto fisico diretto con la santità. E la testimonianza
è tanto più forte, se viene da un fedele aderente a un’altra confessione.
“Maradona lo sono andato a vedere a Torino mentre si allenava prima del match
contro di noi. Era basso, ma l’ho toccato sul petto, ed era come toccare la
pietra”, così disse mio cugino più grande che viveva a Torino, juventino come
me, ma ovviamente capace di vedere la santità aldilà delle diverse declinazioni
della fede nel trascendente.
Gli anni ’80
e ’90 sono l’era assiale del calcio, vale a dire l’era in cui profeti e figure
divine di diversa origine geografica a pochi anni di distanza e l’uno
indipendente dall’altro invadono il mondo con messaggi, gesta e dottrine di
portata universale. Per motivi anagrafici, estetici e morali, il mio profeta è
Roberto Baggio da Caldogno, Vicenza. Conservo le sue magliette bianconere di
inizio anni 90’, probabilmente false, con due sponsor diversi – Upim e Danone –
come se fossero appunto due reliquie. Non accetto che nessuno ne metta in
dubbio la santità, anche se sono ben disposto a riconoscere come profeti
legittimi Van Basten, Zidane, Ronaldo, Totti, e ovviamente, un gradino sopra tutti,
Maradona.
Agli
infedeli, agli scettici che per ignoranza, malvagità, confusione spirituale non
sono disposti a riconoscere immediatamente la santità di Baggio, presento sempre
un argomento inconfutabile: quale semplice essere umano è capace di portare la
sua nazionale a un passo dalla vittoria di un Mondiale pressoché per sua
singola iniziativa, come accadde a USA 94? La risposta è: nessuno. Con una
piccola aggiunta: qualcuno otto anni prima aveva portato una squadra composta
da ruvidi tagliagole e un fine scrittore come Jorge Valdano non solo in finale,
ma addirittura sul tetto del mondo. E inoltre, proprio in quegli anni, a
seguito di dinamiche che solo un miscredente può considerare casuali, lo stesso
profeta si era spostato da Barcellona a Napoli, trasformando una piazza sino ad
allora non esattamente di élite calcistica in una potenza nazionale ed europea.
Oggi il calcio ama presentarsi come una scienza esatta, con statistiche,
expected goals, occasioni, assist, passaggi riusciti, e così via. Niente di
male in tutto ciò. Ma non è in questi pur utili numeri che si trova la cifra
del divino. Le sue tracce sono altrove, in qualche raro episodio che la nostra
mente seleziona faziosamente e soggettivamente, come del resto è personale e
particolare ogni esperienza religiosa individuale e collettiva. A livello di
pura oltreumanità calcistica, vorrei menzionare un momento che apparentemente
confligge con il mio orientamento religioso.
3 Novembre
1985. Un anno prima, Maradona diventava un giocatore del Napoli. Dopo un anno
interlocutorio, la mano del pibe de oro comincia a dare i suoi frutti. Quella
stagione il Napoli la chiuderà al terzo posto, togliendosi numerose
soddisfazioni. Tra cui questa vittoria con la Juventus, campione d’Europa in
carica dopo l’orrore del massacro dell’Heysel. I bianconeri vinceranno poi lo
scudetto anche grazie ai gol di Aldo Serena, che la sera della cessione era tra
il pubblico del concerto di Bruce Springsteen. Quel 3 Novembre tuttavia la
musica è diversa. La “Domenica sportiva” lo capisce: nel momento clou del
montaggio del riassunto della partita, fa partire l’”Inno alla gioia” di
Beethoven e lo dedica con un pizzico di paternalismo al pubblico di Napoli,
“non abituato a vincere, diversamente da quello della Juventus”. Ma il gesto di
Diego non è solo per i suoi tifosi. È piuttosto, appunto come l’opera di
Beethoven, un capolavoro fruibile dall’intera umanità.
Non mi
dilungo sul rapporto tra Maradona e la sua Napoli. Sarebbe come entrare in un
rapporto d’amore che non ci vede coinvolti. Come in tutti i legami più forti e
viscerali, non mancano ambiguità e contraddizioni. Mettendo da parte le
questioni economiche con il presidente Ferlaino – sottolineate più volte dallo
stesso Maradona e ripresa dal denso post di commiato di Gianni Minà –, ci
limitiamo a un solo esempio: stagione 1989-1990. Nell’estate del 1989, Maradona
è a un passo dal diventare un giocatore dell’Olympique Marseille. La città
reagisce con sdegno. L’intellighenzia artistica e letteraria napoletana non
resta a guardare. Ecco alcuni interventi raccolti dall’ottimo articolo di Marco Gaetani per “L’ultimo
uomo”: “De Crescenzo: «Ferlaino ha sbagliato a non venderlo, a
Maradona non importa assolutamente niente del Napoli, pensa solo ai Mondiali».
Bennato: «Sono convinto che ci sia qualcuno che lo manovra. Forse il Marsiglia,
oppure chissà, gli americani». Carosone: «Maradona non è serio, un cantante che
si è fatto pagare una tournée anticipata e non rispetta le date fissate»”. Poi,
qualche mese dopo, rientrerà tutto, e Maradona trascinerà i suoi al secondo
scudetto. Ma il meglio deve ancora arrivare. Estate 1990: l’Italia organizza un
mondiale che avrebbe potuto e dovuto vincere per manifesta superiorità. Finché
non accade l’impensabile: contro ogni legge statistica e contro ogni previsione
della accurata regia dell’organizzazione, la semifinale è Italia-Argentina, e
si gioca a casa di Diego, a Napoli. Nei giorni precedenti il match, Maradona
con furbizia cerca di mettere il suo pubblico contro una nazione che non ha mai
cacato Napoli, che l’ha sempre trattata come l’ultima ruota del carro, e adesso
vuole che tifi per lei perché le fa comodo. L’Italia, come tipico di quegli
anni lì di fine lira, perderà ai rigori. Il giorno della finale
Argentina-Germania, allo Stadio Olimpico parte del pubblico fischierà
volgarmente l’inno argentino. Maradona risponderà con il labiale di sotto.
Tutto ciò,
insieme ad altri mille capolavori tecnici e sportivi di Diego, l’ho solo
vissuto indirettamente, o forse solo vagamente. Il mio primo anno di piena
coscienza calcistica è infatti il 1992. Maradona era già in decadenza. Il 17
marzo 1991, dopo l’incontro Napoli-Bari, Diego risulta positivo alla cocaina a
seguito di un controllo antidoping, e viene condannato a 15 mesi di squalifica.
È il classico inizio della fine: viene ceduto al Siviglia, torna in Argentina
per giocare 5 partite con i Newell’s Old Boys, e il 2 febbraio 1994, pochi mesi
prima del Mondiale, un gruppo di giornalisti circonda la casa di Maradona: in
tutta risposta El Pibe de Oro gli spara con un fucile e si prende 2 anni di
galera con la condizionale. Con l’inizio dei mondiali, la coltre ormai fitta di
degrado tragicomico sembra di nuovo, miracolosamente diradarsi per lasciare
spazio al sacro. L’Argentina schianta la modesta Grecia 4 a 0, e Maradona segna
un goal stellare, con annessa esultanza energetica e un pizzico inquietante. Ma
la parabola orami è inesorabilmente discendente: dopo la partita con la
Nigeria, Diego risulta positivo all’efedrina. Prima nega, giurando persino
sulle sue figlie. Poi ammette: “ho commesso una leggerezza”.
Da quel
momento in poi, per chi come me non aveva avuto la fortuna di assistere in
diretta al prime di Diego, è cominciato un lungo tira e molla. Da un lato,
notizie sempre più grottesche, drammatiche, amare. Dall’altro, un calcio che
sembrava sempre trovare il modo di rimandare a quel passato di Maradona, come
se le imprese degli anni ’80 fossero una sorta di quadro trascendentale, una
griglia a partire dalla quale poter valutare quello che accadeva nel presente.
Ogni goal può ambire al massimo a diventare il secondo più bello di sempre,
perché c’era quello di Maradona contro l’Inghilterra con cui fare i conti. Ogni
impresa romantica poteva diventare soltanto la seconda impresa romantica della
storia, dopo la sua epopea napoletana. E infine, ogni giocatore in attività che
pure avesse cifre e continuità mai viste prima, poteva ambire al massimo al
titolo di secondo miglior giocatore di sempre, perché prima c’era Diego – ci
dispiace, Leo Messi. Nel frattempo, la vita di Diego viveva di un’alternanza
tra sussulti e amarezze. I sussulti, proveniente dai riconoscimenti di
“classico vivente” provenienti non solo dal mondo dello sport, ma anche dallo
spettacolo, dalla letteratura, dalla politica e dal cinema. Le amarezze,
provenienti dalla vita reale. Visto che, come recita un proverbio delle mie
parti, non c’è matrimonio in cui non si pianga e non c’è funerale in cui non si
rida, ammetto senza problemi che alcune di queste amarezze mi hanno fatto
ridere.
La rosa è
piuttosto ampia: le sceneggiate all’ultimo mondiale russo meritano un posto di
rilievo in questo senso. Di tutto rispetto grottesco anche le comparsate
televisive di Diego Maradona Jr. al reality show calcistico cult “Campioni”,
con i colori del Cervia e sotto la guida tecnica ed esistenziale di Ciccio
Graziani. Ma al primo posto, senza alcuna esitazione, metto la comparsata di
Maradona a “Carramba che fortuna” (tardi anni 90’) insieme ai suoi ex compagni
di squadra del Napoli, e sotto il comando di un’altra divinità italo-ispanica:
Raffaella Carrà. Palleggi da foca, abbracci, torelli, carrambate, tifosi
napoletani in diretta da Piazza del Plebiscito, bambini in braccio del Pibe, il
nipote del Pibe che si chiama come il figlio di Careca: questo video racconta
più di tante parole quella simbiosi perversa tra Diego e i bassifondi
dell’intrattenimento italiano. Che il suo agio in questo disagio ci sia di
sostegno e aiuto nei momenti di maggiore imbarazzo.
Poi ci sono
state le macchiette drammatiche, quelle in cui si intravedeva un declino ormai
inarrestabile e una fragilità spaventosa, soprattutto se confrontata alle
immagini di onnipotenza che qualunque raccolta video di Youtube può offrire. Mi
riferisco in particolare a “Maradona in Messico”, docu-serie di Netflix del
2019. La trama è semplice: dopo l’esperienza negli Emirati Arabi, Maradona va
ad allenare i Dorados di Culiacàn, nazione Messico, stato Sinaloa, al top
mondiale per il traffico di cocaina. In un misto di scetticismo, sacralità,
drammi emotivi, balli propiziatori e bassa attività cognitiva, Diego riesce a
portare i Dorados ai playoff e a un passo dall’agognata promozione, mancando
l’obiettivo per un pelo. Sebbene non manchino i momenti goliardici, chiunque
affermi di non aver provato pena per il protagonista, o mente, o non sa cosa e
chi sia stato Maradona. Non è tanto la sua fragilità a creare disagio, quanto
piuttosto il misto totalmente caotica di riverenza e compassione che suscita la
sua figura. È chiaro che, al netto delle musichette mariachi, la serie mette in
scena un uomo che non ha mai smesso di farsi male, e che non sa come smettere.
Questo
continuo tira e molla di epicità e amarezza oggi è finito. Chiunque avesse
seguito gli sviluppi più recenti, ivi compreso il sopramenzionato documentario,
non può dirsi del tutto sorpreso da questo esito. Ma anche in questo, anche
nella compresenza a volte goliardica, a volte devastante di superiore e
inferiore, alto e basso, sacralità e auto-dissacrazione, Maradona sembrava
essere una condizione di possibilità incondizionata ed eterna.
Pensare di
fare una rassegna dell’impatto della sua vita e della sua figura così, a caldo,
nei giorni appena successivi alla sua scomparsa, sarebbe pura follia. Eppure,
qualcosa si può dire. Si può dire che il ruolo politico di Maradona secondo me
non va visto solo nelle sue amicizie con i socialismi sudamericani, quanto
piuttosto nella sfacciataggine con cui non ha mai smesso di essere un povero
pieno di soldi e amato da milioni di persone. La puzza di povertà non l’ha mai
lasciato, e questo qualcuno non glielo ha mai perdonato. In ogni sua caduta, in
ogni sua uscita fuori luogo, è sempre comparso un commentino compiaciuto sul
fatto che un poveraccio argentino non sa gestire la ricchezza e la popolarità,
perché non se le merita. A un livello invece più viscerale e forse ingenuo,
Maradona ha rappresentato un ultimo barlume di apertura all’impossibile nella
gabbia d’acciaio della prevedibilità, della costanza, della routine di
asimmetrie sociale ed economiche sempre più implacabili e inaggirabili.
Rivedere oggi i video di Diego, come tanti/e di noi avranno fatto, è uno
schiaffo in faccia. La potenza di un uomo che da un lato non era fatto per
stare lì – lì dove stanno i soldi, il potere, l’influenza, il prestigio –, e
dall’altro lato non poteva che stare lì – vista la sua tecnica, il suo
carattere, il suo carisma – è una scintilla irripetibile di sacro che merita
rispetto e ammirazione, e che le amarezze degli ultimi anni non riusciranno mai
a spegnere.
L’ultima cosa che ho
letto su Ahed Tamimi è stato un articolo pubblicato a Madrid nel settembre 2018
su “El Confidencial Sahrawi”, in cui l’eroina palestinese appare in una foto
scattata a Parigi accanto all’atleta Saharawi Salah Eddin Medan. La ragazza,
che aveva appena trascorso otto mesi in una prigione israeliana, stava facendo
un tour in Europa in cerca di sostegno per la causa palestinese, come “alter
ego” di Nelson Mandela, da lei molto ammirato.
A quanto pare, la
giovane guerrigliera aveva provocato l’ira del re del Marocco, Mohamed VI,
(autoproclamatosi discendente del profeta Maometto), per essersi fatta
fotografare con Salah Eddin Medan , membro del Fronte Polisario (FP),
movimento che aspira, come la Palestina, a liberare le proprie terre e a vivere
in uno Stato libero e indipendente, così che il monarca, i suoi scagnozzi e la
stampa alawita lanciarono una campagna per demonizzarla.
(So che la storia della Palestina e del Sahara
Occidentale (1) sono molto diverse, ma hanno alcuni punti in comune:
l’occupazione illegale della terra, le ondate di profughi diventati apolidi e
l’elusione delle risoluzioni ONU, che chiedono riparazione per le ingiustizie
subite dai Palestinesi e dai Saharawi, perché invise agli Stati Uniti) .
I Marocchini hanno
fabbricato moltissime calunnie per denigrare questa grande combattente,
la cui leadership deve essere apparsa come una bomba nelle società maschiliste,
e hanno riempito la rete di falsità sostenendo che Ahed Tamimi, 17 anni,
era “un agente, una spia d’ Israele “che aveva ingannato il suo popolo
con la stessa furbizia dell” l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nell’era di
Yasser Arafat “.
(Sappiamo tutti che il Marocco è come un
segugio che punta alle “uova” del governo spagnolo, e che la questione Saharawi
è tabù in Spagna (e in Palestina). Qualsiasi tentativo di Madrid di chiedere
giustizia per i Sahrawi, arriva subito alle orecchie del segugio e i leader
spagnoli si coprono rapidamente il sacco scrotale con cinture di castità.
Mohamed VI sa come tenere in pugno i suoi vicini del nord: aprire le
porte per inviare valanghe di migranti e vietare ai nostri pescatori le “sue
coste” (saharawi).
A quanto pare, la mano
di Mohamed V è molto lunga (a volte indossa un orologio con 1075 diamanti dal
valore di un milione di dollari), e così dà un avvertimento sia al Palazzo
della Moncloa come a quello della Muqatta, la sede del presidente palestinese,
Mahmud Abbas. Con persone simili, tutte le idee che abbiamo di libertà sono
destinate ad andare in pezzi, in quanto esse poco importano ad alcuni ex
governanti, amici del discendente del Profeta, come l’ex socialista Felipe
Gonzalez, che possiede un magnifico palazzo a Tangeri, (situato sulla prima
linea di spiaggia) del valore di circa 2,5 milioni di euro.
Ahed Tamimi, la
ragazza del villaggio di Nabi Saleh, nella West Bank occupata, ha trascorso
otto mesi in prigione (dicembre 2017-luglio 2018) per aver schiaffeggiato un
soldato israeliano nel cortile di casa sua. In prigione ha subito torture
psicologiche (continue minacce contro la sua famiglia e gli amici), molestie sessuali
e interrogatori interminabili e violenti per rompere la sua volontà ed esporla
al mondo come un angelo nero “con le ali spezzate”.
La sua scomparsa è
dovuta solo al caso Saharawi o ci sono altre cause? Dà fastidio che una ragazza
adolescente, voce carismatica in sedi internazionali,faccia tremare
Israele con la sua parola e “alzi la bandiera palestinese sulle cime più alte”
lasciando in sottofondo politici mediocri con le loro idee obsolete che
rifiutano di lasciare il passo alle nuove generazioni, nonostante il misero
fallimento delle loro politiche?
Ahed Tamimi è un
adolescente che traspira coraggio, intelligenza, nobiltà, onestà e integrità.
Cattive qualità in Palestina, in cui da un lato v’è evidenza di gravi casi di
corruzione all’interno dell’Autorità Palestinese e dall’altro, nella Striscia
di Gaza (feudo di Hamas), c’è una tale disperazione che “i suoi guerriglieri e
guerrigliere” vanno a morire sotto un’accecante pioggia di proiettili con
l’”illusione” di poter saltare le recinzioni e ritornare nella loro patria
storica, quella che risale ai primi Filistei, popolo elegante, colto e
raffinato che probabilmente aveva assorbito l’humus della civiltà minoica.
Israele, che occupa
la Cisgiordania e Gerusalemme Est (Giudea e Samaria per i Sionisti) dalla
guerra dei Sei Giorni (1967), è una specie di bunker americano con un
impressionante arsenale di bombe atomiche che minaccia, se i suoi piani vengono
contrastati, di provocare una terza guerra mondiale. Di questo ci ha già
avvertito, e venendo attaccato moltissimo per questo, Günter Grass, negli
ultimi decenni coscienza fastidiosa dell’Europa e fratello di sangue di Eduardo
Galeano, dall’altra parte dell’Oceano.
L’assenza di Ahed
Tamimi, che è determinata a studiare legge e a guadagnare il sostegno
internazionale per creare uno Stato palestinese, coincide con la notizia
inquietante che Israele sta acquistando , tramite intermediari, numerose case
di Palestinesi che vivono a Gerusalemme Est.
In questo modo i
Sionisti, senza fare troppo rumore, si stanno impossessando della città che
dovrebbe essere la capitale dello Stato palestinese (Ramallah, situato a 15 km
a nord ovest di Gerusalemme, è solo capitale provvisoria). Alcune fonti dicono
che “alcuni agenti immobiliari”, che obbligano o spingono i Palestinesi a
vendere le loro case, sono Arabi e li definiscono ” traditori” della loro gente
e senza alcun scrupolo morale.
Già alla fine degli
anni ‘40 Israele acquistò terreni da contadini poveri o da proprietari terrieri
palestinesi per “allargare i propri confini”. Qualcuno riesce ad immaginare ,
per esempio, cittadini britannici che acquistano fattorie in Spagna
facendole diventare automaticamente parte del Regno Unito? Come dice il
proverbio, tutti tagliano legna da ardere dall’albero caduto.
Dal 1947 ad oggi, la
Palestina ha perso l’85% del suo territorio. La metà dei quattordici milioni di
Palestinesi nel mondo, sette milioni, sono rifugiati o discendenti di
rifugiati. Molti dei Palestinesi più preparati, come ingegneri,
architetti, intellettuali, medici, fisici, ecc, hanno abbandonato quel
“deserto” dove ci sono ancora ragazze come Ahed Tamimi, che cercano di
dimostrare che lei e le giovani generazioni che la sostengono, di mentalità
aperta e progressista, possono raggiungere l’impossibile e insegnare al mondo
una lezione.
-1-La scrittrice
cinese San Mao (1943-1991) ritrasse la turbolenza del Sahara, poco prima che il
Marocco invadesse il territorio con la famosa Marcia Verde, in un’opera
di grande valore storico e letterario, “Memorie del Sahara”. Mi sono sempre
rammaricato del fatto che nessun regista spagnolo abbia portato sullo schermo
“una cronaca così eccezionale” che, senza dubbio, otterrebbe un grande successo
internazionale. Per saperne di più su San Mao, che ha vissuto nel Sahara con il
marito spagnolo José María, clicca su questo link: San Mao ha salvato dall’oblio
il nobile popolo Saharawi.
Trad: Grazia
Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –
Invictapalestina.org
La scoperta:
il 12 ottobre 1492 l'America scoprì il capitalismo. Cristoforo Colombo,
finanziato dai re spagnoli e dai banchieri genovesi, portò la novità alle isole
dei Caraibi. Nel suo diario sulla Scoperta, l'ammiraglio scrisse 139 volte la
parola "oro" e 51 la parola "Dio" o "Nostro
Signore". I suoi occhi non si stancavano di ammirare tanta bellezza su
quelle spiaggie e il 27 novembre profetizzò: "Tutta la cristianità trarrà
profitto da esse". E in questo non si sbagliò. Colombo credeva che Haiti
fosse il Giappone e che Cuba fosse la Cina, e credeva che gli abitanti
di Giappone e Cina fossero indiani dell'India; ma su quella profezia non
si sbagliò.
Dopo 5
secoli di profitto per tutta la cristianità, è stato annientato un terzo delle
foreste americane, molta terra che fu fertile è un deserto e più della metà
della popolazione mangia quando trova qualcosa da mangiare. Gli indios, vittime
della più colossale spoliazione della storia universale, continuano a soffrire
l'usurpazione degli ultimi avanzi delle loro terre e continuano ad essere
condannati alla negazione della loro identità 'diversa'. Gli si continua a
proibire di vivere al loro modo, si continua a negare loro il diritto di
essere. Al principio il saccheggio e l'altrocidio furono perpetrati
nel nome del dio del Progresso.
Tuttavia, in
quella identità proibita e disprezzata, risplendono ancora alcune chiavi di
un'altra America possibile. L'America, cieca di razzismo, non vede.
Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo scrisse nel suo diario che voleva portarsi
alcuni indios in Spagna "perché imparino a parlare" ('que deprendan
fablar'). Cinque secoli più tardi, il 12 ottobre 1989, in una corte di
giustizia degli Stati Uniti, un indio mixteco è stato condiserato
"ritardato mentale" ('mentally retarded') perché non parlava
correttamente lo spagnolo. Ladislao Pastrana, messicano di Oaxaca, bracciante
illegale nei campi della California, rischiava di essere condannato a passare
il resto della sua vita in un manicomio. Pastrana non riusciva a capirsi con
l'interprete spagnola e lo psicologo diagnosticò un "evidente deficit
intellettuale". Alla fine gli antropologi chiarirono la situazione:
Pastrana si esprimeva perfettamente nella sua lingua, la lingua mixteca, che
parlano gli indios eredi di una grande cultura vecchia di più di duemila anni.
Il Paraguay
parla guaranì. Un caso unico nella storia universale: la lingua degli indios,
la lingua dei vinti, è l'idioma nazionale indiscusso. E tuttavia, la maggior
parte dei paraguayani pensa, secondo i sondaggi, che chi non capisce lo
spagnolo "è come un animale". Su ogni due peruviani, uno è indio, e
la costituzione del Perù dice che il quechua è una lingua altrettanto ufficiale
dello spagnolo. La costituzione lo dice, ma la realtà non l'ascolta. Il Perù
tratta gli indios come il Sudafrica tratta i neri. Lo spagnolo è l'unico idioma
che si insegna nelle scuole e l'unico che capiscano i giudici, i poliziotti, i
funzionari pubblici. Cinque anni orsono i funzionari dell'anagrafe di Buenos
Aires si rifiutarono di registrare la nascita di un bambino.l I genitori,
indigeni della provincia di Juyjuy, volevano che il loro figlio si chiamasse
Qori Wamancha, un nome proprio della loro lingua. L'Anagrafe argentina non lo
accettò "in quanto era un nome straniero".
Gli indios
delle Americhe vivono esiliati nella loro terra. Il linguaggio non è un segno
di identità, bensì un marchio di maledizione. Non li identifica, li tradisce.
Quando un indio rinuncia alla sua lingua, comincia a civilizzarsi. Civilizzarsi
o suicidarsi?
(...)
Non esiste,
credo, miglior modo di rendere omaggio agli indios, i primi americani che,
dall'Artico alla Terra del fuoco, sono stati capaci di superare ripetute
campagne di sterminio e hanno mantenuto viva la loro identità e il loro
messaggio.
Oggigiorno
essi continuano a offrire all'America tutta, e non solo all'America latina,
"chiavi fondamentali di memoria e profezia", sono testimonianze
del passato e, al tempo stesso, fuochi che illuminano il cammino. Se i valori
che essi incarnano non avessero più che un interesse archeologico, gli indios
non continuerebbero a essere l'obiettivo di una repressione tanto accanita, né
i detentori del potere sarebbero tanto impegnati a separarli dalla lotta di
classe e dai movimenti popolari di liberazione.
Non sono tra
quelli che credono nelle tradizioni in quanto tali: credo nelle eredità che moltiplicano la
libertà umana e non in quelle che la ingabbiano. Sembra una cosa ovvia
chiarirlo, ma non lo è mai troppo: quando mi riferisco alle voci remote che dal
passato ci aiutano a trovare una risposta alle sfide del tempo presente, non
sto proponendo la riedizione dei riti di sacrificio che offrono cuori umani
agli dei, né sto facendo l'elogio del dispotismo dei re inca e aztechi.
Al
contrario, sto celebrando il fatto che l'America possa trovare, nelle sue più
antiche fonti, le sue più giovani energie: il passato dice cose che interessano
il futuro.
(...)
A metà del
secolo scorso, un capo indiano, chiamato Seattle, avvertì i funzionari del
governo degli Stati Uniti: "dopo alcuni giorni il moribondo sente il
fetore del proprio corpo. Continuate pure a contaminare il vostro letto e una
notte morirete soffocati dai vostri rifiuti." Il capo Seattle disse anche:
"quello che serve alla terra serve anche ai figli della terra".
[estratto
da: Eduardo Galeano, La Conquista che non scoprì l'America,
Manifesto Libri, 1992]
Ci sarebbero
moltissime altre parti che meritano di essere citate. Essendo un libricino di
110 pagine, fareste prima a procurarvelo e leggerlo.
Cristoforo Colombo
ha scoperto l’America nel 1492? O prima di lui la scoprirono i vichinghi? E
prima dei vichinghi? Quelli che lì vivevano, non esistevano?
La storia ufficiale racconta che Vasco Nuñez di Balboa fu il primo uomo che
vide, da una cima di Panama, i due oceani. E coloro che lì vivevano? Erano
ciechi?
Chi mise i primi nomi al mais, alla patata e al pomodoro e al cioccolato e alle
montagne e ai fiumi dell’America? Hernàn Cortés, Francisco Pizarro? Coloro che
lì vivevano, erano muti?
Ci hanno detto, e continuano a dirci, che i pellegrini della Mayflower
popolarono l’America. L’America era vuota? Siccome Colombo non capiva ciò che
dicevano, credete che non sapessero parlare?
Siccome andavano in giro nudi, erano mansueti e davano tutto in cambio di niente,
credete che fossero persone senza intelletto?
E siccome era sicuro di essere entrato in Oriente dalla porta posteriore,
credete che fossero indiani?
Durante il suo secondo viaggio, l’Ammiraglio dettò una legge stabilendo che
Cuba faceva parte dell’Asia.
Il documento del 14 luglio 1494 riconosceva che era così e chi avesse sostenuto
il contrario sarebbe stato colpito cento volte, avrebbe pagato una pena di
dieci mila maravedi e avrebbero avuto la lingua tagliata.
Il notaio Hernan Perez de Luna diede fede. E al piè firmarono i marinai che
sapevano firmare.
I conquistatori esigevano che l’America fosse ciò che non era. Non vedevano ciò
che vedevano, ma ciò che volevano: la fonte della giovinezza, la città
dell’oro, il regno degli smeraldi, il paese della cannella. E ritrassero gli
americani come avevano immaginato fossero i pagani d’Oriente.
Cristoforo Colombo vide nelle coste di Cuba sirene con volti d’uomo e piume di
gallo, e seppe che non lontano da lì gli uomini e le donne avevano code.
Nella Guayana, secondo sir Walter Raleigh, c’era gente con gli occhi nelle
spalle e la bocca nel petto.
In Venezuela, secondo un frate ,Pedro Simon, c’erano indios con orecchie così
grandi che le trascinavano per terra.
Nel Rio delle Amazzoni, secondo Cristobal de Acuña, i nativi avevano i piedi al
contrario, con i talloni davanti e le dita dietro, e secondo Pedro Martin di
Angleria, le donne si mutilavano un seno per sparare meglio le loro frecce.
Angleria, che scrisse la prima storia d’America non essendoci mai stato, affermando
che nel Nuovo Mondo c’erano persone con la coda, come aveva raccontato Colombo,
e le code erano così lunghe da impedire loro di sedere se non su sedie bucate.
Il Codice Nero vietava la tortura degli schiavi nelle colonie francesi. Ma i
padroni picchiavano i neri e quando fuggivano li tagliavano itendini.Eranocommoventi le leggi d’India, che
proteggevano gli indios nelle colonie spagnole. Ma più commoventi erano la
gogna e la forca collocate al centro di ogni Piazza Maggiore.
Molto
convincente risultava la lettura delRequerimento, che alla vigilia dell’assalto a
ogni villaggio spiegava agli indios che Dio era venuto al mondo,che aveva lasciato
al posto suo San Pietro,che San Pietro aveva come successore il Santo Padre,che
il Santo Padre aveva concesso alla Regina di Castiglia tutte quelle terre e che
per quel motivo dovevano andarsene da lì o pagare un tributo in oro e che in
caso di negazione o ritardo sarebbero stati trasformati in schiavi,donne e
bambini compresi.
Ma questo Requerimento di obbedienza si leggeva sul monte, in piena notte, in
lingua castigliana e senza interprete, in presenza del notaio e di nessun
indio, perché gli indios dormivano, a qualche km di distanza e non avevano la
più pallida idea di quel che stava per succedere.
Fino a non poco tempo fa il 12 Ottobre era il Giorno della Razza. Ma esiste una
simile cosa? Cos’è la razza oltre ad una bugia utile per sfruttare e sterminare
il prossimo?
Nell’anno 1942, quando gli Stati Uniti entrarono nella guerra mondiale, la
Croce Rossa decise che il sangue “nero”non sarebbe stato ammesso nelle sue
banche del plasma. Così da evitare che la mescolanza delle razze, vietata
sessualmente, si concretizzasse attraverso iniezione.
Qualcuno ha mai visto il sangue “nero”?
Successivamente, il Giorno della Razza è diventato il Giorno dell’Incontro.
Sono incontri le invasioni coloniali? Quelle di ieri, e quelle di oggi, sono
incontri? Non sarebbe corretto definirle, piuttosto, violazioni?
Forse l’episodio maggiormente rivelatore della storia d’America avvenne nel
1563 in Cile. Il fortino di Arauco era occupato dagli indios, senza acqua ne
cibo, ma il capitano Lorenzo Bernal si negò alla resa. Dallo steccato urlò:
“Noi saremo sempre di più!
-Con quali donne, chiese il capo indio.
-Con le vostre. Noi faremo figli che saranno i vostri padroni.
Gli
invasori chiamarono cannibali i nativi americani, ma più cannibale fu Cerro
Rico de Potosì, le cui bocche mangiavano carne d’indios per alimentare lo
sviluppo capitalista d’Europa.
E furono chiamati idolatri, perché credevano nella sacralità della natura e che
siamo fratelli di tutti coloro che hanno gambe, zampe, ali o radici.
E li chiamarono selvaggi. In questo, almeno, non si sbagliarono. Erano così
grezzi gli indios che ignoravano di dover esigere visti, certificati di buona
condotta e permessi di lavoro a Colombo, Cabral, Cortés, Alvardao, Pizarro e ai
pellegrini di Mayflower.
“Tutti noi abbiamo due memorie.
Una memoria che la morte ammazza e un’altra memoria, la memoria collettiva, che
vivrà mentre viva l’avventura umana nel mondo”.
E proprio la prima, che altro non è chela memoria individuale, è quella che
l’amministrazione comunale della città di León, nel Nord della Spagna, ha
voluto ammutolire ed uccidere qualche giorno fa, prendendo alla lettera queste
profetiche parole di Eduardo Galeano.
Sì, perché il tempo vola ad ali spiegate, e pare solo l’altro
ieri che il generalissimoFrancisco Franco, con uncolpo di stato militare, ha rovesciato la
Repubblica spagnola democraticamente eletta, mentre in realtà sono passati ben79 anni. Così come sembra sia successo appena
stamane il colpo di stato naturale che ha rovesciato il mortalissimo Franco
Francisco e dittatura al seguito, quando invece di anni ne sono trascorsi già
40.
Di questo passo, tra uno o due colpi d’ala del volatile
tempo, ed altrettante generazioni, non rimarrà nessuno sulla faccia della terra
che possa guardarci dritto agli occhi della coscienza, come fa chi non mente, e
raccontarci a viva voce, come fa chi non dimentica: “Avevo allora tre anni. Una
notte prelevarono mia madre da casa e la fucilarono. Io e mio fratello
dormivamo. Non sapemmo più nulla di lei. Mio padre lo avevano ammazzato un mese
prima. Stanno ancora sotterrati nelle fosse.”
Oppure: mio padre “stava facendo un pisolino dopo pranzo a
casa dei miei nonni, a Escacena, quando sono apparsi cinque fascisti del paese.
Lo hanno messo in prigione ed è rimasto dieci giorni incarcerato. Il primo
giorno, col calcio del fucile, gli hanno rotto i denti.” Poi “l’hanno
ammazzato”. Quel giorno, “era un intero camion che trasportavano, pieno di
gente”, al muro del cimitero di Siviglia. “Là, ci sono migliaia di persone e
lui si trova in una delle fosse comuni, quella che chiamano il campo di
calcio”.
A parlare sono due ostinati vecchietti –Antonio Narváez, 82enne eAntonio Martínez, classe 1935 – , che ancora non
si rassegnano al silenzio dell’oblio e in cerca di giustizia, l’11 settembre
scorso, hanno testimoniato presso il tribunale di Siviglia al cospetto della
giudice argentinaMaría Serviniche, da Buenos Aires, istruisce il
caso per i delitti non prescrivibili di genocidio e lesa umanità commessi
durante il franchismo. Ai giudici spagnoli, infatti, non è dato ficcare il naso
tra i panni sporchi nazionali. LaLey de Amnistíadel 1977, criticata recentemente anche
dall’Onu, glielo vieta. O sarà che tutto il mondo è paese, e anche da queste
parti bisogna che venga il dito forestiero a puntare le ovvietà che non
vediamo pur fissandole continuamente?
Il tempo, sappiamo, incalza e stringe e la memoria, quella di
una vita umana, è sincronizzata per svanire, nel migliore dei casi, con l’ultimo
respiro. Poco fiato rimane ai due Antonio per arrivare ad una conclusione,
seppur amara, e finalmente far riposare le loro tanto vissute ossa. Lagiustizia agognataè a portata di mano, di secchio e di
pala: chiedono che si salvino dall’anonimato di una fossa comune le poco
vissute ossa dei propri cari, affinché trovino riposo e pace, e che
dall’anonimato escano anche i carnefici e i mandanti di quelle esecuzioni, che
dalle tombe più sfarzose del camposanto fanno bella mostra dei loro nomi,
affinché si scuotano dalla pace in cui riposano.
Il governo di Spagna, però, temporeggia, rimanda, nega. Non
vuole verità e poco collabora con chi fruga tra le malefatte della dittatura.
Si fa scudo con la legge della memoria storica, forte della convinzione che la
memoria sia ad orologeria, e si impegna a far trascorrere frettolosamente la
storia, rimandandola oltre i tempi lunghi delle sue risoluzioni. Di acqua sotto
i ponti ne è passata tanta e, sperano loro, poca ne rimarrà ancora da far
passare se ciò che resta della memoria individuale avrà la durata di una o due
generazioni.
Acqua che, abbondante e puntuale come non mai, mossa dalle
scope e dagli idranti di zelanti spazzini mandati dal comune di León – che
giusto delPartito Popolaredoveva essere – ha cancellato gli
oltre seimila nomi scritti con gesso bianco, nell’arco di un’intera giornata,
sulle mattonelle del piazzale antistantel’antico carcere di San Marcos,
per mano di un gruppo di artisti, volontari e familiari di vittime del
franchismo.
L’edificio, oggi trasformato inhotel di lussoe
priva di qualsiasi tipo di targa commemorativa, venne usato sin dal 1936 come
prigione per dissidenti e campo di concentramento di repubblicani, modello
esemplare di repressione e di durezza, vantando optionals altamente disumani
per i fortunati avventori, quali fame, mancanza di igiene, sovraffollamento e
botte continue.
Una gabbia di tortura a cinque stelle, insomma, dove sono
transitati migliaia e migliaia di uomini e donne, colpevoli di non leccare gli
stivali e i manganelli del potere, o di non pensarla come loro. Tra le pareti
del prestigiosogrand hotelfurono almeno 791 i fucilati, 1.563
coloro che ne uscirono con la scorta per essere fucilati altrove e 598 i morti
senza identità, quelli che nemmeno l’acqua delle autobotti comunali hanno
potuto diluire, perché giunti a noi già lavati del loro nome.
Ma l’acqua a cui è stato chiesto di spegnere la fiamma del
ricordo è la stessa che sfama la terra e ci disseta. È acqua santa e benedetta,
adorata dai cristiani e prima ancora dai pagani. Acqua sono le nuvole del
cielo, dove sonnecchiano i nostri dei, che con l’acqua ci castigano quando
smettiamo di sognarli. In una bolla d’acqua siamo nati tutti prima di nascere,
e di acqua son fatte le emozioni che sgorgano dagli occhi e bagnano la vita.
L’acqua è il sale quotidiano e il riflesso dell’eterno. Perché l’acqua non ha
tempo. Ma ha memoria. Memoria che non dimentica nell’arco di una o due
generazioni. E se oggi diluisce, dilava, cancella, spegne e se ne va, domani,
tra un anno, un secolo o mille, ritorna e ravviva, riporta, rivela e pulisce.
Chissà se ai parenti dellevittime del franchismoe di tutte le dittature, fermi e
determinati nell’attesa, il tempo darà la soddisfazione di veder fluttuare il
cadavere putrefatto dell’ingiustizia subita tra le correnti insidiose del fiume
della verità. Di una cosa possono stare certi: quel cadavere passerà, loro o no
presenti, perché di acqua è fatto il fiume, e se il tempo lascia scorrere
l’acqua, l’acqua non lascia scorrere la memoria. Infinita e paziente è la
memoria dell’acqua, che ha vissuto e vivrà ben oltre l’avventura umana nel
mondo.