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sabato 12 settembre 2026

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli - Raffaella Milandri

 

Da Focus a Rai Cultura, da Treccani ad Alessandro Barbero: quando nomi prestigiosi inciampano in errori e stereotipi parlando di Nativi Americani.

 

C’è una regola elementare del mestiere dell’informazione: prima di raccontare la storia di un Popolo bisogna conoscerla. Bisogna studiare, controllare le fonti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è controverso e, quando la materia esula dalle proprie competenze, consultare chi se ne occupa seriamente. Sembra ovvio. Evidentemente non lo è.

Viviamo in un sistema dell’informazione che pretende di produrre molto, rapidamente e su qualunque argomento. La verifica richiede tempo, la competenza si costruisce lentamente e lo studio mal si adatta alla fretta. Così l’approssimazione finisce spesso per presentarsi con l’abito rassicurante della divulgazione e, quando sopra l’articolo compare un marchio autorevole, il lettore ha il diritto di presumere che qualcuno abbia già controllato ciò che sta leggendo. Non dovrebbe essere costretto a fare il fact-checking al posto di Rai Cultura, Focus o Treccani.

Quando si parla di Nativi Americani, il terreno è particolarmente fertile. Secoli di rappresentazioni occidentali hanno sedimentato un repertorio così potente di immagini, categorie e stereotipi che molte affermazioni sbagliate non suonano neppure sbagliate. Da anni studio e scrivo sui Nativi Americani e ho finito per raccogliere alcuni di questi casi sotto una definizione volutamente poco accademica: “Balle spaziali sui Nativi”.

Non mi interessano le fantasie di qualche sito marginale. Mi interessano molto di più gli errori che compaiono dove dovremmo trovare informazione verificata: Rai Cultura, Focus, Treccani, divulgazione storica di grande notorietà. Perché la storia di un Popolo non è materiale da riempimento e non può essere trattata come una barzelletta. Se una cosa non si sa, ci si informa; se non si possiedono il tempo o le competenze per verificarla, non la si pubblica come se fosse acquisita. Questa non è severità: è il requisito elementare dell’informazione professionale.

 

Le Black Hills e i 105 milioni che la Sioux Nation non accettò

Rai Cultura dedica una pagina della rubrica Accadde oggi alla controversia sulle Black Hills. La pagina, online, reca la data 13 giugno 1959 e afferma che i Sioux «ricevono dal governo degli Stati Uniti 105 milioni di dollari» come risarcimento per le Black Hills. La decisione della U.S. Court of Claims è invece del 13 giugno 1979, vent’anni dopo. Nel 1980 la Corte Suprema confermò il riconoscimento della compensazione per la sottrazione delle Black Hills. Ma persino questo errore, clamoroso per una rubrica intitolata Accadde oggi, è meno grave di ciò che viene dopo.

Il risarcimento fu riconosciuto e il denaro stanziato, ma la Sioux Nation non lo accettò come soluzione della controversia, continuando a rivendicare le Black Hills. È precisamente questo rifiuto a costituire uno degli elementi fondamentali della vicenda.

Scrivere che la Sioux Nation “ricevette” 105 milioni costruisce una sequenza apparentemente conclusa: sottrazione della terra, causa giudiziaria, risarcimento. In realtà il rifiuto del denaro affermava qualcosa di ben diverso. Le Paha Sapa non erano considerate semplicemente un bene confiscato del quale stabilire il valore economico, ma un territorio dal significato storico, politico e sacro per i Lakota.

In altre parole, gli Stati Uniti avevano attribuito un prezzo alla sottrazione. La Sioux Nation non aveva accettato che quel prezzo chiudesse la questione.

Omettere questo passaggio non significa abbreviare la storia, ma cambiarne il senso: si cancella precisamente la scelta politica compiuta dalla Sioux Nation.

Focus e quei Nativi che non conoscevano i metalli           

Nel 2020 Focus.it pubblica Gli indomabili nativi americani. L’articolo esordisce ricordando opportunamente che il Nord America indigeno era composto da centinaia di Popoli con culture e modi di vita differenti. Subito dopo, tuttavia, stabilisce ciò che le circa cinquecento Nazioni avrebbero avuto in comune: «niente ruota, niente cavalli, niente animali da lavoro e niente metalli». Quel “niente metalli” è falso.                                                                                                                   

Nell’area del Lago Superiore è documentato l’Old Copper Complex, una tradizione di lavorazione del rame nativo da parte di società indigene arcaiche. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica Radiocarbon ha esaminato 53 datazioni associate a manufatti e miniere di rame; materiali organici incorporati in quindici manufatti risultano datati fra circa 8.500 e 3.580 anni fa, e gli autori definiscono queste società tra le più antiche conosciute al mondo nella lavorazione dei metalli. Questo non significa attribuire al Nord America precolombiano una metallurgia fusoria identica a quella sviluppatasi altrove. Significa semplicemente usare le parole per ciò che significano. Se si vuole spiegare l’assenza di determinate tecnologie metallurgiche, bisogna specificare quali. Se si scrive «niente metalli», si afferma qualcosa che l’archeologia smentisce.

Non occorreva alcuna scoperta rivoluzionaria: bastava consultare la letteratura archeologica prima di pubblicare un’affermazione tanto categorica. Da una testata di divulgazione nazionale non è una pretesa eccessiva, ma il minimo professionale. Il caso è però ancora più interessante per un’altra ragione. Nello spazio di poche righe si passa dalla corretta constatazione dell’esistenza di centinaia di culture diverse alla costruzione di una sola “civiltà delle 500 nazioni”, alla quale attribuire caratteristiche tecnologiche comuni.

È uno dei vizi più resistenti della divulgazione sui Nativi Americani: riconoscere la diversità e cancellarla immediatamente dopo. Applicato all’Europa, lo stesso metodo apparirebbe grottesco. Nessuno pretenderebbe di descrivere con una singola formula un Sami, un cittadino della Roma imperiale, un mercante veneziano e una comunità basca. Attraversato l’Atlantico, invece, centinaia di società possono ancora essere compresse dentro un unico gigantesco “Indiano” senza che la contraddizione sembri disturbare troppo.

Treccani e lo stereotipo che si smentisce da solo

La voce Indiani d’America di Treccani offre una dimostrazione quasi perfetta dello stesso meccanismo. Nell’introduzione si legge che la loro economia era basata soprattutto sulla caccia al bisonte, che abitavano in tende e vestivano quasi interamente di pelli.  Poche righe più avanti, però, la stessa voce distingue correttamente diverse aree culturali e riconosce che sono proprio i Popoli delle Pianure a incarnare, per molti versi, «l’immagine stereotipica del nativo americano».

La contraddizione è difficilmente migliorabile: prima lo stereotipo viene utilizzato come descrizione generale, poi viene spiegato al lettore che si tratta di uno stereotipo.

Haudenosaunee con le loro longhouses, Popoli Pueblo con insediamenti permanenti ed economie agricole, società della Northwest Coast fondate su strutture sociali profondamente diverse da quelle delle Pianure, culture del Sud-Est, della California e del Subartico non sono eccezioni a un modello principale. Sono precisamente la realtà storica che impedisce l’esistenza di quel modello.

L’“Indiano universale” non è mai esistito. Esiste invece una costruzione occidentale che ha preso alcuni caratteri delle società delle Pianure e li ha trasformati nell’icona di un continente.

Che il cinema western abbia costruito e diffuso questa scorciatoia è storia nota; che un’enciclopedia nazionale la utilizzi ancora come introduzione generale ai Nativi Americani è assai meno giustificabile. Da Treccani non è soltanto lecito aspettarsi maggiore precisione: è doveroso.

Little Bighorn e l’unico superstite (per tacer degli altri 350)

Little Bighorn continua a essere una miniera particolarmente generosa di storia trasformata in leggenda. Nel settembre 2018 Focus Junior scrive che il 7° Cavalleggeri fu «spazzato via» e che l’italiano Giovanni Martini fu l’unico uomo del reggimento di Custer a salvarsi. Martini sopravvisse perché Custer lo aveva inviato a portare a Frederick Benteen l’ordine di raggiungerlo rapidamente con il proprio battaglione e il pack train, che trasportava anche le munizioni. Il National Park Service ricostruisce puntualmente l’episodio.

Il problema è che Martini aveva molta compagnia tra i superstiti. Il National Park Service indica circa 350 uomini del 7° Cavalleggeri sopravvissuti nella posizione Reno-Benteen. A essere annientate furono le cinque compagnie rimaste con Custer, circa 210 uomini, non l’intero reggimento. Definire Martini “l’unico superstite” lasciandone fuori circa 350 non è una sfumatura interpretativa. È un errore storico macroscopico, e il fatto che sia stato proposto a un pubblico di ragazzi lo rende semmai più grave, non meno.

Anche Rai Cultura mostra qualche difficoltà con Little Bighorn. In una pagina attribuisce la vittoria indigena a Lakota, Cheyenne e Arapaho contro truppe statunitensi «più numerose»; in un’altra parla dell’«annientamento completo» del 7° Cavalleggeri. Il National Park Service ricostruisce invece l’annientamento del comando di Custer e la sopravvivenza del resto del reggimento sotto Reno e Benteen. Anche l’affermazione sulle truppe statunitensi “più numerose” non regge: il National Park Service stima la forza indigena in circa 1.500-1.800 guerrieri, mentre le forze del 7° Cavalleggeri erano nettamente inferiori numericamente. Su questi punti non occorre mobilitare grandi controversie storiografiche. Per stabilire che il 7° Cavalleggeri non fu annientato basta constatare che centinaia dei suoi uomini erano ancora vivi il giorno successivo.

Caboto, i Beothuk e la forza della ripetizione

Un’altra vicenda mostra bene come una ricostruzione fragile possa acquistare autorevolezza semplicemente passando da una fonte all’altra. Focus Junior attribuisce a Giovanni Caboto la coniazione, nel 1497, del termine dal quale deriverebbe “pellerossa”, collegandola all’incontro con i Beothuk e al loro uso dell’ocra rossa. Treccani propone una versione analoga, affermando che i Beothuk furono incontrati da Caboto nel 1497.  

Il Dictionary of Canadian Biography, progetto accademico dell’University of Toronto e dell’Université Laval, ricostruisce invece il viaggio del 1497 precisando che Caboto non incontrò abitanti.

La storia etimologica del termine inglese redskin è complessa e non sarebbe serio sostituire una certezza poco documentata con un’altra inventata per l’occasione. Il problema, infatti, viene prima: se una fonte storica di riferimento afferma che Caboto non incontrò alcun abitante durante quel viaggio, è professionalmente inaccettabile presentare come fatto acquisito una scena nella quale egli incontra i Beothuk e, osservandoli, conia persino un termine.

Qui emerge un altro vizio dell’informazione frettolosa: la ripetizione viene scambiata per verifica. Una fonte racconta, la seconda riprende, la terza eredita l’affermazione e, dopo qualche passaggio, nessuno sembra più chiedersi quale documento la sostenga.

Una storia, tuttavia, non diventa vera perché è riuscita a invecchiare bene.

Barbero e i Nativi usati come scorciatoia storica

Il caso di Alessandro Barbero è diverso e richiede maggiore precisione, proprio perché non riguarda una svista elementare. Nel 2007, durante una conferenza dedicata all’immigrazione nell’Impero romano e ai processi di formazione dei Popoli germanici, Barbero spiega che il contatto con una grande potenza può stimolare gruppi distinti a unirsi e costruire organizzazioni politiche più ampie. A quel punto introduce un parallelo con i Nativi Americani: «Le varie tribù che hanno per prime avuto contatto con i coloni inglesi del Nord hanno formato la Lega degli Irochesi», aggiungendo che «i Sioux non hanno avuto tempo», perché stavano cominciando a unirsi e ad agire militarmente insieme. Il passaggio è contenuto negli atti della conferenza e il contesto non lascia dubbi sul significato dell’analogia.

La data esatta della formazione della Confederazione Haudenosaunee è oggetto di discussione storiografica e archeologica. Questo, però, non rende convincente il nesso proposto con i coloni inglesi. Un recente studio pubblicato nelle Transactions of the Royal Historical Society afferma esplicitamente che ben prima dell’arrivo degli europei le Cinque Nazioni Haudenosaunee avevano costituito un’alleanza politica sovralocale, mantenuta anche attraverso il Grand Council.

Anche l’Oceti Sakowin, i Seven Council Fires, non può essere ridotto all’immagine di tribù sparse che avrebbero cominciato troppo tardi a organizzarsi politicamente. Le fonti che abbiamo esaminato documentano l’esistenza di quella struttura prima del contatto tra gli esploratori bianchi e i Dakota nell’Upper Mississippi Valley. Si può certamente osservare che Barbero stesse parlando di storia romana e germanica, non impartendo una lezione sugli Haudenosaunee.

Ma questa non è una giustificazione; semmai è precisamente il problema. Se si usa la storia di un Popolo per dimostrare un meccanismo storico, quell’esempio deve essere fondato.

Le società indigene non diventano materiale comparativo a precisione ridotta soltanto perché il tema principale della conferenza si trova dall’altra parte dell’Atlantico.

Barbero è un medievalista di enorme valore, ma proprio questo rende necessario distinguere il prestigio generale dalla competenza specialistica. L’autorevolezza scientifica ha un campo, una formazione, una bibliografia e dei limiti. Se si entra nella storia degli Haudenosaunee o dell’Oceti Sakowin, la precisione richiesta non diminuisce perché l’argomento principale della conferenza è un altro. Il prestigio non corregge un esempio sbagliato.

L’approssimazione non è divulgazione

Presi separatamente, questi casi possono essere archiviati come errori, semplificazioni o analogie infelici. Presi insieme, mostrano però uno schema riconoscibile.

Quando a commetterli sono istituzioni e testate che fondano la propria credibilità sull’autorevolezza, errori di questo livello non sono scusabili. Non stiamo parlando di fonti marginali, ma di realtà alle quali il pubblico si affida proprio perché presume che ciò che pubblicano sia stato studiato e verificato. I Nativi Americani vengono ancora troppo facilmente trasformati in un unico soggetto culturale; la loro diversità politica, economica e tecnologica viene compressa; istituzioni indigene precoloniali possono essere lette come risposta all’arrivo europeo; battaglie complesse sopravvivono nella forma costruita dalla leggenda; una rivendicazione territoriale tuttora politicamente significativa può diventare, in poche righe, la storia di un assegno ricevuto.

Non serve discutere di malafede: ciò che emerge è una carenza di metodo. Liquidare simili errori come inevitabili sviste significa abbassare drasticamente l’asticella della professionalità.

La velocità può spiegare questa carenza di metodo, ma non giustificarla.

L’informazione contemporanea pretende di produrre e spiegare continuamente, anche materie che richiedono competenze specialistiche; una ricerca rapida, però, non equivale alla conoscenza di un argomento. Quando una questione esula dalle proprie competenze, si consulta chi le possiede; quando le fonti sono discordanti, si dà conto della controversia. Questo non è perfezionismo accademico, ma il minimo professionale richiesto a chi informa gli altri.

Nel caso dei Nativi Americani c’è una responsabilità ulteriore. Per secoli questi Popoli sono stati descritti, classificati e interpretati soprattutto da altri, mentre la loro straordinaria diversità veniva sacrificata a categorie costruite dall’esterno. Riprodurre oggi lo stesso meccanismo sotto forma di divulgazione rapida non lo rende più moderno e non lo rende più innocuo.

Neppure la simpatia basta. Il Nativo eternamente spirituale, ecologista per natura e depositario di una sapienza primordiale non è necessariamente più reale del guerriero delle Pianure davanti al tipi. È uno stereotipo più benevolo, ma rimane uno stereotipo.

È anche per contrastare questa superficialità che ho ideato Voci Native, Alleanza culturale per la conoscenza, la memoria e i diritti dei Nativi Americani e dei Popoli Indigeni, promossa e coordinata da Omnibus Omnes OdV. Il progetto vuole contribuire ad alzare la qualità dell’informazione, l’attenzione alle fonti e l’ascolto delle voci indigene contemporanee.

L’adesione è aperta ai singoli, che possono diventare Alleata o Alleato di VOCI NATIVE, sostenendone principi e finalità e ricevendo informazioni e aggiornamenti sulle attività dell’Alleanza. Le attività di divulgazione e gli interventi pubblici sono invece affidati esclusivamente a persone qualificate, selezionate in base alle competenze specifiche.

Rai Cultura può correggere una pagina, Focus una frase, Treccani una voce e uno storico un paragone. Correggere questi errori sarebbe il minimo. Più difficile, ma necessario, è eliminare l’abitudine culturale che continua a renderli plausibili e l’idea, sempre più diffusa, che la velocità possa sostituire la competenza. Quando si racconta la storia di un Popolo, studiare prima di scrivere non è una raffinatezza. È il mestiere.

da qui

mercoledì 8 luglio 2026

Riflessioni su un genocidio - Marino Badiale

1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.

2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.

3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.

4. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.

5. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.

6. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.

7. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.

da qui

martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

da qui

 

Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


da qui