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domenica 14 febbraio 2021

LA TELEVISIONE DI GIANNI MINÀ CON I PIÙ GRANDI DELLA TERRA AVEVA L’INTIMITÀ DI UNA CENA TRA AMICI - Alice Oliveri

Sembra impensabile che un regista come Quentin Tarantino si discosti da un film perché lo ritiene troppo violento per i suoi standard, eppure è successo nel 1994 con Natural Born Killers, il cult diretto da Oliver Stone. In quegli anni l’estetica cinematografica pulp faceva breccia nell’immaginario collettivo con una serie di pellicole che ormai sono diventate parte della nostra cultura pop e il lungometraggio con protagonisti Juliette Lewis e Woody Harrelson, una sorta di moderni Bonnie e Clyde, rappresenta un tassello importante per il genere. Tra i tanti elementi che caratterizzano questo tipo di film molto in voga in quel periodo, c’è anche una certa passione, seppur spesso indiretta, per l’Italia: citazioni, remake, colonne sonore, volti. L’America pulp guarda spesso al nostro cinema e alla nostra cultura, specialmente quella degli anni in cui eravamo più prolifici da questo punto di vista anche a livello internazionale.

Natural Born Killers non è un film con le colonne sonore di Ennio Morricone, non è nemmeno un remake di qualche B movie anni Settanta di quelli che piacciono tanto a Tarantino, ma ha come tema centrale la violenza e il suo rapporto con i media; motivo per cui, a un certo punto del film, qualcosa di italiano sbuca fuori. Per un’intervista che devono concedere i due NBK, viene infatti citato un episodio del nostro giornalismo che è rimasto nella storia del secondo Novecento, ossia l’intervista durata sedici ore di Gianni Minà a Fidel Castro nel 1987. “Quell’italiano che ha intervistato Fidel Castro” è la citazione letterale, ma anche senza fare il nome di Minà, sappiamo tutti che si parla di lui, l’intervistatore per eccellenza della nostra televisione.

C’è una foto molto famosa che ritrae Robert De Niro, Sergio Leone, Gabriel García Márquez, Muhammad Alì e Gianni Minà, tutti a cena da “Checco il carrettiere”, una storica osteria romana a Trastevere. Detta così, sembra l’inizio di una barzelletta, e in effetti la storia di questa foto è un po’ l’incipit di un racconto comico, visto che, stando alla versione del giornalista, è stato il frutto di una catena di passaparola e di coincidenze molto peculiari, considerato che tutti questi personaggi si trovavano a Roma nello stesso momento. Oltre all’iconicità di quello scatto, la fotografia è anche emblema di ciò che significa il nome di Gianni Minà per la nostra cultura mediatica, sia a livello televisivo che documentaristico, ma soprattutto giornalistico.

Minà è l’uomo giusto al momento giusto, è un giornalista che, con una grande capacità di racconto e soprattutto di contatto empatico con i personaggi che si è trovato a descrivere e svelare, ha costruito una narrazione di uomini e donne importanti nel cinema, nella storia e nello sport senza mai indugiare in una raffigurazione morbosa o faziosa. Lo racconta lui stesso, quando gli si chiede del suo rapporto con Maradona – un rapporto esclusivo, probabilmente unico, sia per il calciatore da poco scomparso che per il giornalista – e ricorda di quando si trovava con lui nei momenti più bui della sua dipendenza dalla cocaina. Minà lo racconta candidamente: avrebbe potuto condividere col mondo immagini intime e pietose di Diego Armando Maradona, ma quello per lui non è giornalismo. E in effetti, nel presente mediatico che viviamo, la reazione a un’affermazione simile penso sia la stessa per tutti: perché non ci dice di più?

Siamo talmente abituati a una pornografia dell’informazione estesa a qualsiasi aspetto della vita, dai momenti più intimi che diventano mercé di chat di gruppo alla morbosità con cui ci spiamo tramite i social, che l’idea che un giornalista tenga per sé qualcosa di così riservato e personale sembra quasi un affronto. In realtà la bravura di Gianni Minà e del genere di giornalismo che ha coltivato durante la sua lunga carriera è proprio nella delicatezza dell’approccio con cui ha sempre condotto le sue interviste. Non c’è aggressività, né tantomeno giudizio, verso chi è seduto di fronte a lui, semmai ironia, gentilezza e interesse, tutti elementi che portano il personaggio oggetto del colloquio a essere ben disposto a rispondere, invece di sentirsi assalito dalla fame di sapere di chi lo sta guardando, di chi magari vuole conoscere un pezzo oscuro della sua vita da poter trasformare in una versione grottesca della realtà.

Le interviste di Minà, negli anni, sono diventate un genere giornalistico a parte, e fare una lista dei personaggi enormi che sono passati sotto le sue domande – senza mai venire oscurate dall’ego del giornalista, cosa che invece spesso succede – sembra come elencare i nomi più importanti della storia degli ultimi cinquant’anni. Dal Dalai Lama a Federico Fellini, da Jane Fonda a Franco Battiato, fino poi ai suoi cari napoletani, Massimo Troisi e Pino Daniele, Gianni Minà non ha solo creato un’enciclopedia audiovisiva del secolo scorso, ma si è anche sempre impegnato a raccontare la parte del mondo sommersa, quella considerata meno importante perché più povera, il Sud.

Minà non ha mai fatto mistero della sua inclinazione politica, parte di una sinistra che sta con i deboli, un’inclinazione umana che lo ha portato ad approfondire come pochi altri l’America Latina, un luogo che specialmente negli anni Settanta e Ottanta poteva ancora essere considerata un’alternativa all’egemonia culturale americana sull’Occidente. Dalla parte dei deboli e di chi si è ribellato alle imposizioni capitaliste e dominatrici di un Paese che ha segnato e continua a segnare i nostri consumi culturali – e non solo – Minà ha il merito di aver portato in Italia storie e personaggi che probabilmente senza il suo apporto sarebbero rimaste marginali, più per ignoranza che per disinteresse, attraverso libri, interviste e reportage che negli anni Settanta gli costarono persino l’espulsione dall’Argentina, quando si mise a indagare sui desaparecidos. 

Ma un altro aspetto che non va sottovalutato della carriera di questo giornalista di origine torinese e napoletano d’adozione – De Magistris gli ha conferito la cittadinanza onoraria nel 2019 – oltre alla quantità enorme di materiale che ha prodotto, a testimonianza di un periodo storico intenso e decisivo per i mass media, è il valore che ha dato alla televisione. Dopo decenni di impoverimento culturale dettato da concorrenze e liberismo sfrenato – motivo per cui la tv è diventata perlopiù un contenitore di sponsor dove si gioca al ribasso – siamo ormai abituati a concepire gli spazi televisivi come mero luogo di intrattenimento, anche piuttosto becero, o di informazione mediocre, a parte qualche rara eccezione. La tv, però, non è solo questo e, soprattutto, non è sempre stata solo questo: è uno spazio in cui si può conciliare un contenuto di alta qualità con una modalità di racconto piacevole e di comprensione immediata per tutti. Il potenziale del mezzo di comunicazione televisivo è enorme, sia in negativo che in positivo, e se c’è qualcuno che ha saputo sfruttare i suoi lati migliori sicuramente è Gianni Minà.

 

Non che sia stato l’unico a immaginare e a creare un universo televisivo in cui ci si potesse sia divertire che informare in modo intelligente, senza ridursi a sfruttare mezzi imbarazzanti, volgari e umilianti, ma di certo il suo apporto a questa idea di tv negli anni lo ha dato. Prima di tutto con Mixer, la trasmissione di cui faceva parte condotta da Giovanni Minoli, dove curava la parte di musica e di sport; poi, soprattutto, con Blitz, un programma che è andato in onda all’inizio degli anni Ottanta su Rai 2 per tre stagioni. Blitz era uno di quei prodotti tv che non avevano in alcun modo bisogno di chissà quale artificio formale per rendere un servizio pubblico fatto come si deve: una scenografia quasi inesistente, giusto qualche sedia, tanta gente coinvolta proveniente dai più disparati ambienti dello spettacolo, e un personaggio attorno a cui far ruotare l’episodio. Niente di particolarmente elaborato o artefatto, solo uno spazio di interazione in cui a dominare erano la parola, la chiacchiera, il divertimento e il racconto; sembra una sciocchezza, ma invece è proprio ciò che dovrebbe fare la televisione, specialmente quella di Stato: informare, spiegare e divertire. Minà è la prova che per essere interessanti e colti non è necessario essere noiosi, un messaggio che invece, negli ultimi quarant’anni, si è votato alla riduzione della cultura a qualcosa di polveroso e relegato ai soli addetti ai lavori.

Non penso che sminuire il presente raccontando un passato glorioso abbia senso, dal momento che negli anni molte cose sono cambiate in peggio, ma anche in meglio. Il progresso digitale ha reso possibile un nuovo modo di fare giornalismo, e non è certo rimpiangendo le imprese di Gianni Minà che si va avanti, nonostante la tentazione di rifugiarsi nel passato sia forte. Credo, invece, che il suo esempio, per quanto appartenga a un’epoca diversa, che aveva mezzi molto diversi da quelli che abbiamo ora, possa servire a dimostrare che esiste un modo di raccontare e conoscere le vite degli altri che non deve per forza scadere in una curiosità morbosa, invadente e cinica. Sapere che esiste un precedente per un giornalismo approfondito ma di facile comprensione, per una tv che intrattiene ma riesce anche a mantenere un livello culturale alto, non aggiusta le storture del mondo mediatico e dell’informazione di oggi, ma ci dà la prova che è possibile pensarlo diversamente, come ha sempre fatto Gianni Minà.

https://thevision.com/cultura/gianni-mina/

lunedì 7 settembre 2020

Edward Snowden non colpevole, anzi cittadino esemplare

 


Illegale lo spionaggio di massa americano della National Security Agency - Alessandro Marescotti

 

Importante riconoscimento di una corte d’appello Usa. “Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate”, ha commentato dello stesso Edward Snowden.

Nel 2013 Edward Snowden denunciò al mondo intero che la National Security Agency americana spiava milioni di telefoni e computer, svolgendo un controllo globale sulle comunicazioni.

Nel 2013 il cattivo era lui. 

Aveva rivelato dei segreti. Ma rivelando quei segreti aveva rivelato una terribile e inconfessabile verità. Snowden agiva in nome della legalità, ma veniva accusato di essere un criminale, perché aveva rivelato dei segreti.

Snowden si vide rifiutare una ventina di richieste di asilo da parte di vari paesi democratici. Italia compresa. 

«Non ci sono le condizioni giuridiche affinché l’Italia possa accogliere la richiesta di asilo» a Snowden, dichiarò l’allora ministro degli esteri Emma Bonino il 4 luglio 2013.

E Snowden si dovette nascondere i Russia, cosa paradossale.

 

Oggi sappiamo che le cose rivelate da Snowden non solo erano vere ma erano illegali. Lo dice un tribunale americano. Snowden aveva rivelato un sistema di spionaggio illegale ai danni di milioni di cittadini, non solo americani.

E così oggi una corte americana dà ragione ad Edward Snowden, riconoscendogli il merito di essere stata la fonte grazie alla quale la giustizia ha potuto mettersi in moto. Snowden ha violato la legalità in nome della legalità.

Secondo la corte – leggiamo su Rainews – i vertici dell’intelligence non dissero la verita’, nascondendo “attivita’ incostituzionali”. Trump prende di mira la Corte Penale Internazionale

Le illegalità perseguite dai presidenti americani proseguono. Ne è un esempio la recente e abnorme decisione di Trump di imporre sanzioni nei confronti della procuratrice della Corte Penale Internazionale che sta indagando sui crimini di gerra americani in Afghanistan.

Snowden ha scritto su Twitter: “Sette anni fa, quando ero accusato di essere un criminale per aver detto la verità, non avrei mai immaginato che sarei vissuto abbastanza da vedere i nostri tribunali condannare le attività della NSA come illegali e nella stessa sentenza mi accreditano per averle smascherate”.

Snowden, esperto informatico, era entrato nel santuario dello spionaggio digitale e aveva scoperto che era stato realizzato un accordo fra i colossi di Internet e il governo americano, dando vita a un sistema di sorveglianza di massa invasivo come mai era avvenuto. Chi ha letto il libro Sotto controllo, scritto da Glenn Grenwald, avrà notato come Snowden aveva fiducia in Obama e sperava che con Obama questi abusi sarebbero finiti. E invece no. Snowden scelse allora rivelare al mondo interno il sistema di sorveglianza di massa, scendendo nei dettagli tecnici e documentando in modo inoppugnabile come Internet, un tempo terreno dei libertari, si fosse trasformata in una rete nella quale i cittadini di tutto il mondo venivano spiati dal governo americano attraverso un “buco della serratura” che stava nei cellulari, nei computer e i tutti i device connessi alla rete.

Questa vicenda è illuminante non solo per la storia di Internet. 

E’ una vicenda che riguarda la storia della nonviolenza.

E che riguarda noi tutti, come cittadini che aspirano alla libertà attraverso la verità.

La satyagraha (che letteralmente significa «insistenza per la verità») era il metodo di lotta nonviolenta propugnato da Gandhi ed era fondato sulla capacità di disobbedire alla legge in nome della verità e della giustizia.

Snowden ha fatto questo.

La satyagraha è stata praticata da Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela, e ha avuto alla base la prassi della disobbedienza civile, della violazione della legge quando la legge era immorale.

La violazione della legge americana, compiuta da Snowden, oggi si ribalta in una sentenza che gli dà ragione. E, come spesso accade nella storia della nonviolenza, la funzione di violare la legge per farne emergere l’intriseca illegalità (l’espressione può apparire paradossale) è proprio stato uno dei filoni dello sviluppo civile lì dove gli strumenti convenzionali non hanno funzionato e non hanno rappresentato i cittadini.

Quando la legge è ingiusta va cambiata secondo le modalità previste. Ma quando ciò – per una serie di ragioni – non è possibile, allora spetta alle persone dotate di coraggio e senso etico il compito di violarla, non allo scopo di promuovere l’illegalità, ma al contrario allo scopo di promuovere una nuova legalità. Come ha fatto Snowden, cittadino digitale globale. Che, ricordiamolo, vive ancora nascosto.

da qui

 

Corte d'Appello USA da ragione a Snowden: ''L'NSA ha violato la Costituzione spiando milioni di cittadini'' - Karim El Sadi


Se Giulietto Chiesa fosse ancora tra noi, ieri avrebbe sicuramente festeggiato due volte. Una per il suo compleanno (avrebbe compiuto 80 anni) e l'altra per una notizia decisamente inattesa giunta agli organi di stampa internazionali in mattinata: la corte d'appello Usa ha dato ragione ad Edward Snowden, l'ex agente informatico e analista della National Security Agency (NSA) che nel 2013 aveva denunciato il programma Top Secret con cui l'intelligence americana controllava i cittadini, stabilendo che quel sistema di sorveglianza di massa era illegale. Giulietto Chiesa, e pochi altri giornalisti indipendenti, avevano difeso dal primo momento la posizione di Snowden, costretto alla fuga in Russia dove ottenne asilo sette anni fa. Il giovane whistleblower del North Carolina era stato minacciato di morte, delegittimato e perseguitato dalla legge americana. Oggi, però, chi lo additava come traditore della patria, talpa dei russi, o inflitrato dovrà quanto meno soffermarsi un secondo in più prima di aprire bocca perché la sentenza dei giudici non lascia spazi a possibili interpretazioni. Stando al verdetto della corte, non solo le rivelazioni coperte da segreto di Stato di Snowden erano legittime ma i vertici dei servizi di intelligence americani e i vari rappresentanti delle istituzioni che negavano l'esistenza del programma sono ora accusati di aver mentito e "nascosto alla popolazione attività incostituzionali". Ma cosa aveva scoperto e disvelato esattamente l'ex analista CIA e come si è arrivati a questa sentenza storica? A maggio 2013 Snowden volò per Hong Kong lasciando le Hawaii dove aveva sede l'azienda informatica consulente della CIA per la quale lavorava, la Booz Allen Hamilton. A Hong Kong Snowden, dopo aver ripetutamente tentato, ma invano, di riportare tramite canali istituzionali ciò che di sconvolgente era venuto a conoscenza nell'azienda, decise di raccontare tutto ai giornalisti Glenn Greenwald, Laura Poitras, e Ewen MacAskill. Si parla di dati riservati su milioni di cittadini, americani e non, trattati come sospettti terroristi e spiati senza riguardo della legge. Intercettazioni delle conversazioni di Capi di Stato, rappresentanti politici e potenti uomini d'affari. Accordi segreti per l’accesso alle banche dati dei giganti della rete, obbligati a sottostare alle richieste di Washington senza poterne rivelare l’esatta estensione, o direttamente a loro insaputa. Così come il deliberato indebolimento degli standard crittografici che rendono possibile mantenere sicure le transazioni finanziarie online così come le comunicazioni in chat, i contenuti pubblicati sui social e gli scambi mail. Tutto da quel momento pubblico e tutto accessibile alla popolazione. Immediata l'ira di Washington, e in particolare del Dipartimento di Stato, che tentò di nascondere e giustificare, più o meno goffamente, l'enorme mole di informazioni classificate disvelate dal giovane analista, accusato di aver violato l'Espionage Act del 1917 e di furto di proprietà del governo. Da quell'anno Snowden si trova in località segreta in Russia, l'unico Paese che gli aprì le porte dopo che gli Stati Uniti gli invalidarono il passaporto. E ora finalmente la sentenza della corte Penale USA, arrivata a seguito di un procedimento di appello contro tre indagati accusati di terrorismo. Anche se la loro colpevolezza risulta confermata, la Corte ha stabilito che i dati raccolti su di loro dall'allora programma dell'NSA sono illegali, oltre a non essere utili ai fini delle indagini e all'attribuzione della loro colpevolezza. Con sorpresa e soddisfazione ha accolto la notizia il diretto interessato. "Non avrei mai immaginato che avrei vissuto abbastanza da vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa definendoli illegali. - ha commentato da Mosca Snowden - Eppure quel giorno è arrivato". Ora la speranza è che presto possa finalmente fare ritorno in patria ma per questo serve che la Corte suprema si pronunci sul caso avallando il verdetto della corte d'Appello. Nel frattempo si può affermare con forza che la sentenza andrà a supporto di tutti quei whistleblower come Julian Assange, Chelsea Manning e tanti altri oggi in attesa che il principio di verità e giustizia prevalga sull'avidità delle organizzazioni di potere, delle multinazionali e degli apparati di sicurezza.

da qui 

 

Sorveglianza illegale:  l’importanza  e  il  coraggio  dei  whistleblower - Simone Pieranni

Chi lo aveva definito traditore, talpa, spia, infiltrato, quando non direttamente amico di sistemi autoritari come la Russia che l’ha ospitato, deve ricredersi, o quanto meno fare una pausa di riflessione. A sostenere che le rivelazioni di Snowden sull’attività di spionaggio di massa da parte della Nsa sono state fondamentali per capirne la natura illegale, aprendo così uno squarcio nella giungla della raccolta dei dati, è stata una corte d’appello americana, e non «pericolosi» personaggi come Assange o Manning.

La sentenza della corte d’appello americana, infatti, ha rafforzato e riabilitato il ruolo di Snowden: secondo i giudici, con le sue rivelazioni l’ex analista «ha provocato un dibattito pubblico significativo sull’opportunità della sorveglianza di massa da parte del governo americano».

LA SENTENZA ARRIVA a seguito di un procedimento di appello contro tre persone accusate di terrorismo: la loro colpevolezza è confermata ma la Corte ha stabilito che in questo caso, così come in tanti altri, le informazioni raccolte dall’allora programma della Nsa sono illegali e per di più non sarebbero utili alle indagini e alla stesura di un giudizio di colpevolezza o meno. Si tratta di 59 pagine che in gran parte ricalcano quanto già deciso da una corte americana nel 2015: da allora il programma di raccolta di dati è ufficialmente sospeso, dopo l’approvazione dello Usa Freedom Act. Il programma della National Security Agency era infatti figlio del Patriot Act, approvato post 11 settembre 2001, che permise alle agenzie di intelligence americane di prendersi ben più di una licenza.

La sentenza però pone alcuni punti fermi di tutta questa vicenda iniziata nel 2013. Presidente era Barack Obama e le rivelazioni di Snowden misero in forte imbarazzo l’allora staff della Casa bianca.

 

 

Innanzitutto il testo della sentenza riabilita il ruolo di Snowden e sarebbe bene ricordarlo. Edward Snowden, analista della Nsa, venuto a conoscenza del piano di sorveglianza di massa da parte dell’agenzia tentò di denunciarne l’esistenza attraverso canali istituzionali. Ignorato e senza ottenere alcun riscontro, decise di passare all’azione solitaria, con l’aiuto del giornalista Glenn Greenwald, di alcuni media che pubblicarono via via parte del materiale e di WikiLeaks, senza la quale probabilmente Snowden oggi non sarebbe al sicuro, per quanto esiliato, in Russia.

Anche a questo proposito è bene ricordare che Snowden accettò la proposta russa – in mezzo ci fu una fuga a Hong Kong – dopo aver visto stracciato il proprio passaporto americano, dopo accuse di tradimento da parte di mezzo mondo politico americano e dopo il silenzio dei paesi europei che non offrirono alcun sostegno al whistleblower, tacciato anzi di essere una talpa, una spia, quando non un «amico di Putin» e come tale intenzionato a complicare la vita agli Stati uniti.

La verità è che Snowden ha compiuto un gesto coraggioso e che la sentenza della Corte riabilita, condannando invece i tanti funzionari americani che nel corso del tempo non solo avevano attaccato Snowden, ma più di tutto avevano affermato l’inesistenza di un piano di sorveglianza di massa.

COME HA SOTTOLINEATO la Reuters, prima insieme al Guardian a diffondere la notizia della sentenza, «la prova che la Nsa stava segretamente costruendo un vasto database di tabulati telefonici statunitensi è stata la prima e probabilmente la più esplosiva delle rivelazioni di Snowden pubblicate dal Guardian nel 2013». Fino a quel momento, «i massimi funzionari dell’intelligence avevano pubblicamente insistito che la Nsa non avesse mai raccolto consapevolmente informazioni sugli americani».

POI DOPO L’ESPLOSIONE dello scandalo, alcuni avevano cambiato versione, sottolineando l’importanza di questi dati nella lotta all’estremismo islamista sul territorio americano: la sentenza della corte americana demolisce anche questo assunto. Oltre a concludere che la «raccolta di massa» della Nsa ha violato il Foreign Intelligence Surveillance Act. Il passo successivo dovrebbe essere una sentenza della Corte suprema, unica possibilità, forse, perché Snowden possa tornare negli Stati uniti senza dover rischiare condanne per tradimento.

Per ora da Mosca Snowden si gode questa ennesima conferma circa la giustezza delle sue azioni:

«Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate»

In agosto Trump aveva balenato la possibilità di concedergli la grazia, in una delle sue tante uscite estemporanee e ieri alcuni repubblicani hanno chiesto di andare avanti, alla luce della sentenza. Anche Snowden può diventare uno strumento nell’infuocato rush finale delle presidenziali.

Ma al di là delle battaglie politiche per la Casa bianca, la sentenza ribadisce una verità che da tempo chiediamo, ovvero la necessità da un lato di tutelare legalmente i futuri Snowden, i futuri whistleblower che ci aiuteranno a capire il perverso controllo garantito a Stati e aziende dalla nostra produzioni di dati, dall’altro quella di portare avanti una battaglia forte perché i Big Data siano un bene pubblico, gestiti in modo trasparente affinché siano utili, anziché dannosi, al procedere della nostra vita sociale.

da qui

 

qui il film Snowden completo, in italiano

 

qui il film Citizenfour completo, in italiano

sabato 25 luglio 2020

a proposito di cancel culture

il grande fotografo Gian Butturini e le gorilla anti-razziste – bortocal


Gian Butturini è morto 14 anni fa, ma la sua memoria non si spegne.

grandeggia il suo modo di fare fotografia; il suo unico film, Il Mondo degli Ultimi, può anche essere dimenticato, ma le sue foto rimangono un momento importante della cultura internazionale della seconda metà del Novecento.
ma il Bristol Photo Festival organizza una mostra delle sue foto e succede un indegno pandemonio, di cui vale la pena di parlare per renderci conto di come la stupidità domina il mondo, oramai irresistibilmente potenziata da internet che nei nostri sogni post sessantottini doveva essere il trionfo della cultura democratizzata e diventata di massa; peccato che democratizzando la comunicazione di massa, tra gli umani, diventi soltanto la stupidità.
. . .
nel 1969 Butturini, che aveva 34 anni, fece London, uno storico volume di fotografie sulla Londra di fine anni Sessanta (io ci arrivai pochi anni dopo, nel 1974, in una mitica spedizione di una decina di amici in FIAT 126, non so se mi spiego…).
il dramma attuale nasce dal fatto che in questo volume, oramai introvabile e ripubblicato pochi anni ci sono due foto

capite l’insulto che Butturini, maschio e bianco, per giunta, ha fatto a tutte le donne africane?
io no, sinceramente: è una metafora!
ma la metafora è morta da tempo, di questi tempi: c’è in giro e stra-parla troppa gente stupida che non è, semplicemente, in grado di capirla.
Mercedes Baptiste Halliday ha ricevuto «London», il libro di Butturini, in regalo per il suo diciottesimo compleanno e non ha potuto trattenere l’indignazione: «Ero totalmente disgustata e offesa», ha postato in rete.
ed è riuscita ad avviare una disgustosa campagna online che ha costretto il direttore artistico del festival a dimettersi e a cancellare la mostra: lui «rappresenta una generazione di uomini di mezza età che fanno ciò che vogliono senza conseguenze. È un’istituzione e siamo solo iniziando a smantellarla».
di peggio: come in un processo della rivoluzione culturale perfino lui ha fatto autocritica di fronte al tribunale del popolo e ha dichiarato pubblicamente, su twitter: «Sono profondamente imbarazzato per non avere visto un accostamento di immagini razzista. Credimi: è stato un mio errore di cui sono molto dispiaciuto. Non è una scusa, ma ho quasi settant’anni, sono bianco e inizio a capire che a volte non sono riuscito a vedere le cose in un’altra prospettiva. Voglio imparare e cambiare, spero anche di potere usare la mia posizione per fare qualcosa di buono a riguardo». 
ed è arrivato a chiedere la distruzione del libro.
. . .
idiota anche lui!
qui siamo in piena barbarie.
ho conosciuto Butturini, che era bresciano, anche se non siamo mai stati amici, lui aveva una proiezione esterna alla città che io non avevo; ma per quello che so di lui posso testimoniare con forza che la sua intenzione in quell’accostamento era il contrario esatto del razzismo che gli viene attribuito da menti troppo piccine per capire.
non serve a nulla che di queste due foto Butturini avesse parlato perfino nell’introduzione del suo libro: “Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta”.
la piccola non l’ha letta, e le menti piccine che le sono andate dietro non possono arrivare a queste finezze.
. . .
non se ne può più della stupidità al comando.
sono io, anche a nome di Butturini e della cultura degli anni Sessanta, offeso e disgustato da questi analfabeti del linguaggio e delle sue emozioni.


giovedì 15 agosto 2019

Dobbiamo fermare la spinta della nostra nazione verso una guerra inarrestabile - Oliver Stone, Dan Kovalik



L'ex presidente Jimmy Carter ha recentemente fatto una dichiarazione profonda e accusatoria: gli Stati Uniti sono la "nazione più bellicosa nella storia del mondo". Carter ha contrastato la posizione degli Stati Uniti verso la Cina, dicendo che la Cina sta costruendo treni ad alta velocità per la sua gente mentre gli Stati Uniti stanno mettendo tutte le sue risorse nella distruzione di massa. Dove sono i treni ad alta velocità negli Stati Uniti, si chiedeva Carter.
Come per provare l'affermazione di Carter, il vicepresidente Mike Pence ha detto alla più recente cerimonia di laurea a West Point che "è una certezza virtuale che combatterai su un campo di battaglia per l'America ad un certo punto della tua vita…. Condurrai soldati in combattimento. Accadrà." Facendo chiaramente riferimento al Venezuela, Pence ha continuato," Alcuni di voi potrebbero persino essere chiamati a servire in questo emisfero ". In altre parole, dichiarò Pence, la guerra è inevitabile, una certezza per questo paese.
Inoltre, è stato recentemente riferito che il Pentagono si sta preparando per la guerra contro la Russia e la Cina, anche se Trump e i suoi scagnozzi stanno apertamente minacciando la guerra contro l'Iran e il Venezuela, raddoppiando i quasi 20 anni di guerra in Afghanistan e aiutando e incoraggiando l'Arabia Saudita nella sua guerra genocida nello Yemen. Si potrebbe pensare, e certamente sperare, che ci sarebbe una grande protesta contro quella che sembra essere la minaccia imminente di un'altra guerra mondiale.
Eppure, questa minaccia è stata accolta con un silenzio quasi totale. In effetti, nella misura in cui i media mainstream hanno reagito ai piani di guerra di Trump, la reazione è stata una delusione per il fatto che Trump non si sta muovendo abbastanza rapidamente verso l'aggressione militare. Un esempio è stato un pezzo del New York Times dell'11 maggio, "Trump ha detto che avrebbe domato le nazioni canaglia. Ora lo stanno sfidando”- un pezzo che ha essenzialmente spinto Trump a usare la forza militare contro la Corea del Nord, l'Iran e il Venezuela.
Ciò che il Times e le altre fonti di stampa non riescono a riconoscere è che sono gli Stati Uniti lo stato canaglia da qualsiasi punto di vista. E questa verità è riconosciuta dai cittadini del mondo che, in due sondaggi globali, hanno classificato gli Stati Uniti come la più grande minaccia alla pace nel mondo.
Nel frattempo, la revisione delle infrastrutture promessa e disperatamente necessaria in questo paese è appena menzionata; tendopoli che ospitano i senzatetto stanno sorgendo in quasi tutte le principali città degli Stati Uniti; quasi la metà degli americani non può permettersi le necessità di base; e l'assistenza sanitaria di base è ancora fuori dalla portata di milioni di americani.
Il mastodontico elefante nella stanza è l'insaziabile complesso militare-industriale, che sta deviando preziose risorse da queste cause e verso la causa della distruzione di altre nazioni. Nel frattempo, la macchina da guerra degli Stati Uniti è senza dubbio quella che contribuisce di più al mondo alla crisi del riscaldamento globale. E, come simbolo della sua minaccia ambientale, l'esercito americano ha appena aperto una pista di atterraggio nelle Isole Galapagos.
All'inizio delle campagne presidenziali del 2020, è sconcertante vedere che nulla di tutto ciò è oggetto di dibattito. L'unico candidato che è disposto a trattare questo argomento - il veterano militare Tulsi Gabbard - viene diffamato e ridicolizzato per questo. Eppure, la gente non si rende conto che non ci sarà un "New Deal verde", "Medicare per tutti" o altri programmi sociali lodevoli finché continueremo il nostro infinito percorso di guerra? In effetti, gli Stati Uniti hanno appena quest'anno vissuto un aumento storicamente elevato del deficit durante i buoni periodi economici, e questo perché ora siamo impegnati nella spesa per la guerra invece di soddisfare i bisogni umani.
Alla fine, la più grande cosa che possiamo fare, sia per noi stessi che per il mondo, è impedire agli Stati Uniti di iniziare la sua prossima guerra, chiedendo al contempo di porre fine alle guerre che ha già iniziato. Dobbiamo pretendere che il nostro governo smetta di mettere le risorse nella guerra e nella distruzione e invece metta quelle risorse per costruire, soddisfare i bisogni umani e salvare il nostro ambiente. Ciò richiederà la ricostruzione del movimento per la pace degli Stati Uniti, che una volta contribuì a fermare la guerra in Vietnam e la guerra degli Stati Uniti in America centrale e che mobilitò un numero record di persone nell'opporsi all'invasione dell'Iraq nel 2003. Un tale movimento per la pace è ora necessario più che mai, ed è letteralmente una questione di vita o di morte.
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Oliver Stone è un regista e autore vincitore del premio Oscar. 
Dan Kovalik insegna diritti umani internazionali alla Facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pittsburgh. Entrambi hanno contribuito al nuovo libro "Il complotto per rovesciare il Venezuela: come gli Stati Uniti stanno orchestrando un colpo di stato per il petrolio".


(traduzione mia)