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venerdì 6 febbraio 2026

Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di Trump - Franz Baraggino

 

Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.

Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.

Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso? Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si tratta della salute.

Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman, rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.

C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.

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giovedì 13 giugno 2024

L’asilo in macerie di fronte al nuovo Parlamento europeo - Gianfranco Schiavone

 

Ossessionata da un’invasione che non c’è, l’Unione non ha saputo realizzare un programma di ingressi umanitari dei rifugiati. Il ritardo è enorme. La rubrica di Gianfranco Schiavone

Tratto da Altreconomia 271 — Giugno 2024

Lo scenario delle politiche dell’Ue sull’asilo che si presenta di fronte al nuovo Parlamento europeo che si insedia a giugno 2024 è preoccupante. Ad aprile di quest’anno quello uscente ha approvato infatti il pacchetto di riforma del sistema europeo di asilo che prevede ben nove testi di riforma (regolamenti screening, procedure, rimpatrio alle frontiere, gestione della migrazione e dell’asilo, sulle situazioni di crisi e di forza maggiore, Eurodac, la nuova direttiva accoglienza, regolamento qualifiche e quello che istituisce un quadro europeo sul reinsediamento).

Fatta eccezione per quest’ultimo, tutti gli altri atti normativi sono ispirati a una logica di forte chiusura e perseguono tre obiettivi di fondo: contrastare l’arrivo nell’Unione di persone in cerca di protezione internazionale elargendo a Paesi terzi finanziamenti e mezzi tecnologici affinché frenino il transito verso l’Unione europea dei rifugiati e divengano per essi dei Paesi di confinamento; applicare in modo estensivo la nozione di “Paese terzo sicuro” al fine di dichiarare inammissibili le domande di asilo presentate nell’Unione dai richiedenti che avrebbero sviluppato un legame (definito in modo del tutto vago) che ne giustificherebbe la loro deportazione verso tali Paesi; estendere le fattispecie cui applicare la cosiddetta procedura accelerata di frontiera di esame delle domande di asilo, con limitazione della libertà di circolazione (e in diversi casi la libertà personale) dei richiedenti asilo ai quali si applicherebbe la cosiddetta “finzione di non ingresso”, anche se nella realtà sono presenti nel territorio. Finalità di tale finzione giuridica è consentire, in caso di rigetto della domanda di asilo, di applicare procedure di allontanamento più rapide con minori garanzie di difesa.

Saranno dunque i Paesi dell’Unione europea aventi confini esterni, tra cui l’Italia, a doversi fare carico di un maggior numero di domande di asilo e di dover provvedere all’ipotetico allontanamento degli stranieri la cui domanda verrà rigettata (un risultato paradossale per un governo di stampo sovranista come quello in carica).

La riforma del Regolamento Dublino (con il citato regolamento di gestione) che introduce una solidarietà obbligatoria tra gli Stati dell’Unione in caso di pressione migratoria su uno (o più) di essi, non mitigherà gli effetti dello squilibrio che verrà prodotto dal dilagare della procedura accelerata di frontiera perché la solidarietà prevista dal regolamento stesso è prioritariamente una solidarietà finanziaria; viene cioè introdotta la possibilità di prendere quote di richiedenti (o di titolari di protezione) ma tale opzione potrà essere sempre sostituita da finanziamenti verso il Paese europeo in difficoltà o da finanziamenti verso Paesi terzi affinché rafforzino ulteriormente i dispositivi per frenare i viaggi verso l’Ue dei rifugiati.

Sono 63.400 gli “attraversamenti irregolari” delle frontiere europee secondo l’Agenzia Frontex tra gennaio e aprile 2024. Quasi un quarto in meno rispetto allo stesso periodo del 2023

Si torna così al punto focale di tutto l’impianto della riforma che è quello di cercare di “tenere fuori” dall’Unione i richiedenti asilo, una strategia in atto da molto tempo e che viene analizzata in profondità da molti autori nel recente saggio “Chiusi dentro” edito proprio da Altreconomia e uscito in libreria in primavera. Mentre si chiude nell’ossessione dell’invasione che non c’è, l’Unione europea non fa ciò che invece dovrebbe urgentemente iniziare a fare, ovvero realizzare un robusto programma europeo di ingressi umanitari di rifugiati che si trovano bloccati in Paesi terzi dove non possono rimanere.

Il nuovo Regolamento per il reinsediamento e l’ammissione umanitaria di persone con un chiaro bisogno di protezione è l’unico tra i testi approvati che apre a una visione diversa in quanto prevede un piano europeo biennale di tali reinsediamenti e fissa alcuni principi condivisibili. Il piano rimane tuttavia ad adesione volontaria da parte degli Stati e questo lo renderà in larga parte inefficace. È enorme dunque il ritardo storico che l’Europa sta accumulando nella gestione delle migrazioni forzate.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni. Già componente del direttivo dell’Asgi, è presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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giovedì 21 settembre 2023

Sul cupo video-manifesto ideologico di Giorgia Meloni. Che sogna la fine dell’Europa - Gianfranco Schiavone

 

Il 15 settembre la presidente del Consiglio ha pubblicato sui social un intervento intriso di falsità e luoghi comuni sulla “emergenza immigrazione”. L’obiettivo è rovesciare la realtà, cancellare i richiedenti asilo e trasformare il divieto di respingimento nell’illegale diritto di farlo. Un modello di società pericoloso

Il primo aspetto che colpisce nel terribile discorso della presidente del Consiglio Giorgia Meloni diffuso via social la sera di venerdì 15 settembre è la sua stessa impostazione: il video va all’ora di cena dello spettatore che vede un salone elegante nel quale domina il giallo, il colore dell’oro. Telecamera a inquadratura stretta e centrale, vestito bianco, sfondo sfuocato nel quale si intravede un’antica consolle con sopra un raffinato orologio a tavolo. Il set tipico per un messaggio alla nazione, e forse, pensa il soggetto che parla, al mondo intero, nel quale annunciare l’avvio di una riforma che cambierà la società.

L’alto messaggio non viene però trasmesso, come sono, o meglio ormai erano, quelli ufficiali, dalla televisione, né si tratta di una conferenza stampa, strumento sempre più desueto perché c’è il rischio di ricevere fastidiose domande. Il discorso è trasmesso via social, usando quella comunicazione informale che di informale non ha nulla essendo costruita invece fin nel minimo dettaglio per arrivare direttamente, senza filtri e contraddittori, sui telefoni del maggior numero possibile di cittadini.

Il contenuto del video messaggio ha tutte le caratteristiche di un rozzo manifesto ideologico, basato su un coacervo di falsità e luoghi comuni ben evidenziati da un attento articolo pubblicato su Il Post.

Il primo pilastro del manifesto è illustrato con molta precisione: “Mentre prima tutto il dibattito in Europa si concentrava su come accogliere chi arrivava illegalmente, e sulle regole della loro distribuzione nei 27 Paesi europei, noi abbiamo chiesto un totale cambio di paradigma: fermare a monte i trafficanti di esseri umani e l’immigrazione illegale di massa, concentrarsi sulla difesa dei confini esterni e non sulla distribuzione dei migranti: questo cambio di paradigma è oggi scritto nero su bianco nelle conclusioni del Consiglio europeo”.

È chiaro il riferimento alla fallimentare riforma del Regolamento Dublino III. La riforma di quel regolamento, tuttavia, riguarda la distribuzione di richiedenti asilo/protezione internazionale, e non certo quella di migranti “irregolari” per i quali non è prevista, né mai è stata discussa alcuna distribuzione.

Il rovesciamento di paradigma della Meloni consiste dunque prima di tutto nel far sparire d’incanto, grazie a un gioco linguistico, la stessa esistenza dei richiedenti asilo. Sparisce, in connessione, anche il divieto di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, dall’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e dalla Carta costituzionale, sul cui rispetto la presidente del Consiglio ha tuttavia giurato. Emerge dunque, senza più veli, la natura radicalmente eversiva del paradigma che si vorrebbe imporre, ovvero la cancellazione del diritto d’asilo quale diritto fondamentale dell’individuo nelle modalità con cui esso si è affermato in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ad oggi.

Sull’auspicata trasformazione del divieto di respingimento in un nuovo vagheggiato diritto di respingimento si fonda l’urlo di guerra con il quale si invoca “una missione europea, anche navale se necessario, in accordo con le autorità del Nord Africa per fermare la partenza dei barconi”. L’Europa, per come essa è nata e oggi esiste nel suo assetto istituzionale, per le ragioni storico giuridiche sopra indicate, non potrebbe mai attuare e neppure ipotizzare una tale missione, né verso la Tunisia, né verso qualsivoglia Paese terzo.

Giorgia Meloni contesta con veemenza il “quotidiano tentativo di alcune forze politiche e influenti realtà di sostenere che la Tunisia sarebbe un regime oppressivo con il quale non si possono fare accordi, di dichiarare persino che la Tunisia non sarebbe un porto sicuro”. Si tratta di parole che seguono di pochi giorni il rifiuto da parte del governo tunisino di impedire una missione ufficiale della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo, scelta attuata quale ritorsione per le critiche del Parlamento verso lo stato di rispetto dei diritti umani in Tunisia. Resta integro il diritto di Meloni di esprimere qualsivoglia opinione politica ma non si vede come sia possibile, senza scadere nel ridicolo, negare che la Tunisia sia oggi un regime autoritario nel quale il potere è accentrato nelle mani di un solo autocrate, il potere del Parlamento è stato drasticamente ridotto e la magistratura non è più indipendente essendo stata posta sotto il controllo del presidente. Secondo Amnesty International “dal febbraio 2023 le autorità hanno preso di mira oppositori politici, voci critiche e persone percepite come nemiche del presidente Saïed attraverso indagini fasulle e arresti”.

Il diritto d’asilo è un diritto individuale da riconoscere a colui nei cui confronti sussistono i requisiti previsti dalla normativa internazionale e interna; ciò significa che non tutti i cittadini tunisini che arrivano in Italia ne hanno diritto per il solo fatto di provenire dalla Tunisia, ma certamente la situazione del rispetto dei diritti fondamentali in quel Paese appare molto critica e in progressivo deterioramento. L’Italia e la Commissione europea, che rimane avvolta in un imbarazzante silenzio alla notizia che a un’altra istituzione dell’Unione venga negato l’accesso al territorio tunisino, dovrebbero impegnarsi per favorire il ritorno dello stato di diritto in Tunisia e non negare una realtà che non può essere negata.

Sempre Amnesty International evidenzia inoltre che da febbraio 2023 “una serie di dichiarazioni xenofobe e razziste del presidente Saïed hanno provocato, nelle due settimane successive, un’ondata di violenza contro i neri, con conseguenti aggressioni, sgomberi sommari e arresti arbitrari di persone provenienti dall’Africa subsahariana. La polizia ha arrestato almeno 840 persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. Le successive operazioni di deportazioni di massa di cittadini di Paesi terzi attuate dalla Tunisia sono state condotte con estrema brutalità tanto che il portavoce del Segretario generale delle nazioni Unite, Farhan Haq, il primo agosto di quest’anno ha evidenziato come “diversi (migranti espulsi) sono morti al confine con la Libia e, secondo quanto riferito, centinaia di persone, tra cui donne incinte e bambini, sono rimaste bloccate in condizioni estremamente difficili, con scarso accesso a cibo e acqua”

Nonostante la Tunisia sia un Paese in cui arrivano molti rifugiati in cerca di protezione il Paese non ha neppure ancora una legge sul diritto d’asilo che dia attuazione alla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati che pure la Tunisia ha ratificato, senza però prevedere alcuna procedura di riconoscimento della protezione (ancora affidata all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Unhcr) né un sistema di accoglienza ed integrazione dei rifugiati.

La presidente Meloni annuncia poi allo spettatore social che ritiene necessario “verificare in Africa chi ha diritto o meno all’asilo, accogliere in Europa solo chi ne ha effettivamente diritto secondo le convenzioni internazionali”. Una frase suggestiva che nasconde il fatto che le convenzioni internazionali evocate dicono l’esatto contrario: il diritto d’asilo è innanzitutto il diritto di “cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni” (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, articolo 14) ovvero il diritto di poter accedere al territorio di uno Stato per chiedervi asilo, come ben comprende chiunque sia anche privo di conoscenze giuridiche e infatti il diritto europeo in materia di accesso al diritto di asilo trova applicazione “a tutte le domande di protezione internazionale presentate nel territorio, compreso alla frontiera, nelle acque territoriali o nelle zone di transito degli Stati membri” (Direttiva 2013/33/UE art. 3).

A chi scrive è evidente l’importanza di realizzare interventi che permettano di avvicinare la protezione alle persone che ne hanno bisogno realizzando programmi di ingresso protetti da attuarsi direttamente in Paesi terzi, evitando ai rifugiati infinite sofferenze e sottraendo ai trafficanti quote di merce umana. Tali programmi, ove esistenti, non possono però mai sostituire o comprimere la natura di fondo del diritto di asilo che rimane quello di cercare protezione. Infine, va sottolineato come tali programmi in Italia non esistano in quanto gli unici ingressi protetti, sotto forma di corridoi umanitari, rimangono quelli realizzati da enti privati con propri fondi e il governo italiano, pur così normativamente prolifico, non prevede affatto di adeguare la normativa per rendere realmente accessibile tale forma di accesso alla protezione.

La presidente del Consiglio ha annunciato che nel Cdm del 18 settembre verranno attuate con decreto legge (il terzo in sei mesi) “misure straordinarie per far fronte agli sbarchi”. Chiunque pensa subito a come potenziare realmente il sistema di accoglienza, come attuare una adeguata ridistribuzione sul territorio nazionale, come potenziare le commissioni territoriali per accelerare l’esame delle domande e ridurre i tempi di attesa, come altresì potenziare gli uffici delle questure per evitare che le pur semplici procedure di verbalizzazione delle domande e ogni altro atto connesso impieghi, come avviene oggi, necessitino di molti mesi per essere attuate.

Nulla di tutto ciò. L’annuncio riguarda “la modifica del termine di trattenimento nei centri per i rimpatri di chi entra illegalmente in Italia, limite che verrà alzato al massimo consentito dalle attuali norme europee, ovvero 18 mesi”. La visione di fondo che sottostà a tale modifica è sempre la stessa: il disinteresse per la gestione dell’accoglienza rimane totale; essa può tranquillamente naufragare in un caos utile ad alimentare la macchina della paura. Quanto al potenziamento dei programmi di inclusione sociale non ci si pensa nemmeno. All’opposto la legge 50/23 ha appena stralciato dai centri di accoglienza la presenza di servizi quali l’assistenza psicologica, l’orientamento legale e sono cassati persino i corsi di italiano (perché mai i migranti dovrebbero impararlo?).

L’unica ossessione rimangono i rimpatri, o forse neanche questi, bensì la limitazione della libertà personale che va estesa al massimo livello possibile (peccato, sembra dire la Meloni, che esista il limite dei 18 mesi). La logica della feroce riforma è di nuovo resa esplicita nelle parole della presidente del Consiglio laddove afferma che il messaggio che intende dare agli stranieri è: “Se entrate illegalmente in Italia sarete trattenuti e rimpatriati”. La prospettiva di una lunga detenzione dovrebbe dunque, in tale ottica, avere un effetto di per sé dissuasivo.

Tanta ferocia non ha però come contropartita neppure l’efficacia in quanto l’innalzamento dei limiti massimi di trattenimento, da sei a 18 mesi era già stato adottato nel 2011 ma era stato abbandonato nel 2014 in ragione del catastrofico fallimento di quella riforma che aveva prodotto il paradossale risultato di diminuire il numero dei rimpatri effettivamente realizzati. Trattenere la persona da espellere per lunghi periodi è del tutto irragionevole e controproducente in quanto gli ostacoli che impediscono l’esecuzione dell’allontanamento, in primis la mancata identificazione, non vengono superati da un allungamento enorme dei tempi di trattenimento come ha già ben evidenziato il Rapporto del 2014 della Commissione straordinaria istituita dal Senato della Repubblica.

Trattenere senza una ragionevole prospettiva di attuare la misura dell’allontanamento non è solo irrazionale e fonte di sperpero di denaro pubblico, bensì è prima di tutto illegittimo in quanto stravolge totalmente in profondità la stessa natura giuridica della detenzione amministrativa (già in se assai problematica in quanto forma di un diritto speciale) che deve essere esclusivamente quella di attuare l’allontanamento dello straniero il prima possibile e non di comminare, in modo mascherato, una sanzione penale.

La vecchia Direttiva 2008/115/CE che tuttora regola la materia prevede che “il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio” (art. 15, par.1) e che il trattenimento non deve durare di norma più di sei mesi. La possibilità di estendere la misura di ulteriori dodici mesi può avvenire solo nei “casi in cui, nonostante sia stato compiuto ogni ragionevole sforzo, l’operazione di allontanamento rischia di durare più a lungo a causa: a) della mancata cooperazione da parte del cittadino di un Paese terzo interessato, o b) dei ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi” (articolo 15 par.6). L’applicazione pratica della norma deve essere rigorosa trattandosi di limitazione della libertà personale e “quando risulta che non esiste più alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi […] il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata”.

Il cupo manifesto ideologico di Giorgia Meloni insegue un modello pericoloso di società chiusa che è la negazione di un’Europa che possa diventare “modello di democrazia, libertà e prosperità che si diffonde, che attrae, che fa sognare e non solo i nostri stessi concittadini europei, ma anche al di là delle nostre frontiere” evocata da David Sassoli nel dicembre 2021, poco prima della sua prematura scomparsa.

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giovedì 20 gennaio 2022

ricatti umanitari

 Afghanistan, ricatto umanitario - Emanuele Giordana

 

Prendere per fame un popolo equivale a un crimine contro l’umanità. Riflessioni su una crisi arrivata a un punto di non ritorno -

 

Se il futuro politico dell’Afghanistan resta una nebulosa, è invece drammaticamente chiaro il suo destino umano da qui a primavera, quando l’inverno che già attanaglia il Paese avrà reso noto il bilancio delle sue vittime. È un bilancio già largamente annunciato dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie sin dai primi mesi dopo la fine di una guerra ventennale chiusa con un bilancio di almeno 250mila vittime.

Ma nonostante gli allarmi e le messe in guardia poco si è mosso. Una settimana fa gli Usa, che hanno congelato i beni della Banca centrale afgana che si trovano fuori dal Paese, hanno aperto una porticina che consente a Onu e Ong di aiutare l’Afghanistan senza incorrere nelle sanzioni approvate dal Congresso. Ciò sbloccherà anche una parte dei fondi della Banca Mondiale ma solo per l’aiuto umanitario.

In buona sostanza, si è fatto poco o nulla e solo in ambito umanitario anche se è evidente che se non si pagano insegnanti, medici, funzionari e così via, la macchina dello Stato finirà per incepparsi facendo collassare il Paese e riattizzando le speranza di chi crede che la battaglia contro il regime talebano si possa trasformare in un nuovo focolaio bellico.

Quanto si potrà fare per gli afgani dipende dunque dalla capacità negoziale soprattutto delle Nazioni Unite, strette tra un governo locale che non vuole imposizioni ma ha bisogno di aiuto, e le sanzioni di un Paese che ha perso la guerra ma adesso sembra volerle usare per vendicarne l’onta.

In tutto ciò l’Europa fa melina come al solito e con lei l’Italia. Continuando a rivendicare il salvataggio d’agosto si chiudono le frontiere e si evita di parlare di altri salvataggi futuri ma soprattutto non si affronta il nodo del rapporto coi Talebani.

E continuando a dire che non li si deve riconoscere non si fa che rimandare una possibile trattativa (che non è di per sé un riconoscimento), peraltro inevitabile sia se si vogliono difendere i diritti che si continuano a sbandierare, sia per «non lasciar soli gli afgani», un mantra che col tempo perde sempre più significato.

Più a Est, Roma non riconosce la giunta golpista birmana ma si è ben guardata – a ragione – di chiudere la nostra ambasciata che resta sia un baluardo di difesa dei nostri concittadini che incappino nelle maglie della giunta, sia un possibile tassello di attività negoziale, se mai si avviasse, pur senza riconoscere i golpisti.

Benché non sbandierate e ufficialmente non rifinanziate, molte attività di cooperazione sono ancora in piedi: evitano che contadini, malati di Covid, anziani e bambini soffrano colpe che non hanno. Ma coi Talebani non si può fare. Vengono disegnati come i più cattivi dei cattivi benché in questi 4 mesi abbiano ucciso, dicono le indagini sulle esecuzioni sommarie, un centinaio tra attivisti e collaborazionisti. I birmani ne hanno ammazzati circa sei volte tanto.

In politica i paragoni servono forse a poco, ma ciò che preoccupa dell’Afghanistan è che questa guerra persa e su cui ci rifiutiamo di ragionare, pronti ad affrontarne di nuove, ci sta facendo fare grandi passi indietro. Ha colpito che la viceministra Marina Sereni abbia detto alcuni giorni fa a Trento che in Afghanistan «la comunità internazionale ha in mano la leva molto importante dell’aiuto umanitario».

E se l’uscita poco felice della viceministra poteva aprire un contraddittorio, il portale del suo partito (Area Dem) sceglieva di titolare così la sintesi del suo intervento: «Fare leva su aiuti umanitari per chiedere rispetto dei diritti». Esattamente il contrario di quanto richiede l’aiuto umanitario, che a unica tutela – come vuole la Carta dei diritti dell’uomo – deve solo esigere che l’azione sia equa. Senza distinzioni di genere, etnia, classe sociale. Aiuto non ricatto.

Ma non si è vista la più piccola ombra di dibattito su un tema gigantesco su cui dovremmo avere avuto, dalla battaglia di Solferino e poi dal Biafra, la lezione ormai assodata che gli aiuti umanitari non vanno mai messi in discussione: si danno e basta. A Solferino Henry Dunant fondò la Croce rossa 160 anni fa proprio perché la cura non facesse distinzioni. L’accerchiamento del Biafra da parte della Nigeria alla fine degli anni ‘60 fece nascere Msf e fece capire al mondo che prendere per fame un popolo equivale a un crimine contro l’umanità.

https://www.lettera22.it/afghanistan-dilemma-umanitario/

 

  

 

https://www.atlanteguerre.it/afghana/ foto di Giuliano Battiston

 

 

 

Afghanistan: l’ONU lancia il più grande appello umanitario della storia - Valeria Cagnazzo

 

“Un milione di bambini”. La voce del Coordinatore ONU per gli Aiuti di Emergenza, Martin Griffiths, trema quando lo ripete. “Un milione di bambini – le cifre sono così difficili da immaginare quando sono di questa entità – ma che un milione di bambini siano a rischio di malnutrizione acuta severa è un dato scioccante”. I bambini di cui parla sono quelli afghani, nati e cresciuti senza mai conoscere la pace e adesso travolti da quella che nel 2022 potrebbe diventare la più grave catastrofe umanitaria di tutto il pianeta. È per questo che l’11 gennaio a Ginevra è stato lanciato il nuovo piano congiunto delle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative in risposta all’emergenza in Afghanistan. I finanziamenti dovrebbero essere destinati al soccorso umanitario di 22 milioni di afghani e di 5.7 milioni di profughi.

 

Si tratta della più grande richiesta di aiuti nella storia dell’ONU per un singolo Paese. “Oggi lanciamo un appello per 4.4 miliardi di dollari di aiuti per il solo Afghanistan”, una somma tre volte superiore a quella stanziata nel 2021.  “È una misura di ripiego assolutamente essenziale che oggi stiamo mettendo davanti alla comunità internazionale”, ha aggiunto Griffiths con tono grave, “Senza questo aiuto, non ci sarà un futuro”. I fondi, ha chiarito, saranno utilizzati per “pagare direttamente” gli operatori sanitari, senza passare per le mani delle autorità locali. Altri 623 milioni di dollari sono stati richiesti dall’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, per l’aiuto di oltre 5,7 milioni di sfollati, sia interni che rifugiati in Paesi limitrofi, come Iran e Pakistan (dove sono registrati circa 2.2 milioni di afghani secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati, l’UNHCR). “La chiave, in questo momento, è stabilizzare la situazione in Afghanistan”, ha spiegato, “compreso il problema degli sfollati, anche per prevenire una più grave emergenza di profughi negli altri Paesi”.

Una catastrofe senza precedenti, quella che si sta abbattendo sul Paese dopo la partenza delle truppe americane il 14 agosto scorso e soprattutto dopo il congelamento degli aiuti economici, che ha portato al lancio dell’”Afghanistan Humanitarian Response Plan”, la richiesta di aiuti più massiccia nella storia delle Nazioni Unite, di 5 miliardi di dollari. Secondo le stime, nel 2022 24.4 milioni di afghani, ben oltre la metà della popolazione totale, si troveranno in emergenza umanitaria, e almeno 23 milioni saranno in condizioni di severa instabilità alimentare: è a loro che il fondo d’emergenza ONU si rivolgerà.

I numeri, le immagini, le denunce raccolte dall’Afghanistan già negli ultimi cinque mesi del 2021 e nel gelo del primo mese del 2022 urlano al disastro e non stupisce che l’ONU sia stata costretta a lanciare un appello straordinario. La sanità afghana è al collasso. In un Paese che dipendeva per il 75% dagli aiuti internazionali, la partenza delle ultime truppe americane e il ritorno dei talebani al potere con l’embargo che ne è derivato hanno rappresentato un colpo tremendo a un’economia già poverissima. Oltre nove miliardi di dollari di beni appartenenti alla Banca centrale afghana sono stati congelati dall’amministrazione americana come misura preventiva al rafforzamento del governo talebano, e anche il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale hanno sospeso i loro aiuti economici al Paese con la stessa motivazione. Dall’agosto del 2021, i medici afghani non ricevono lo stipendio. I farmaci non vengono riforniti, scarseggiano il carburante e l’elettricità, le incubatrici non possono funzionare. Dovrebbero accogliere e tenere in vita i nati prematuri, sempre più numerosi, partoriti da madri malnutrite i cui organismi non sono più in grado di portare a termine le gravidanze e le interrompono precocemente, in una maniera o nell’altra. Oltre 20 milioni di afghani patiscono la fame, e per 8.7 milioni di loro il World Food Programme, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, parla di “emergenza”.

 

Un milione di bambini in Afghanistan potrebbe morire di fame, secondo l’UNICEF. Il numero di bambini, inoltre, affetti da malnutrizione severa potrebbe arrivare nel giro di pochi mesi a 3,2 milioni, secondo la stessa Agenzia. Su una popolazione di circa 40 milioni di abitanti, quasi la metà è costituita da minori: l’Afghanistan è tra i quattro Paesi al mondo con la percentuale più alta di persone di età inferiore ai 15 anni. Proprio su di loro, con riserve nutritive e difese immunitarie più basse, la fame si abbatte in maniera più impietosa. Non è mai stata tanto alta negli ultimi 20 anni la probabilità che un bambino sotto i cinque anni in Afghanistan muoia a causa della malnutrizione. Nell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Herat, nell’Afghanistan occidentale, il numero di casi di malnutrizione è cresciuto del 40% nell’autunno 2021 rispetto ai dati dell’anno precedente. “L’accesso alle cure mediche in Afghanistan era un grande problema già prima della presa di potere dei talebani, ma oggi la situazione è ulteriormente peggiorata a causa della sospensione di gran parte degli aiuti internazionali, compresi i finanziamenti della Banca Mondiale per i programmi medici di base dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella provincia di Herat”, si legge sul sito dell’ONG francese.

Le strade afghane, che erano rimaste chiuse dopo l’agosto scorso per motivi di sicurezza, adesso sono di nuovo percorribili, per quanto i rischi di incidenti e attentati restino sempre elevati. Gli afghani sono spesso disposti ad affrontarli pur di trasportare i loro parenti malati da un ospedale all’altro, alla ricerca di un nosocomio in cui siano disponibili dei farmaci o le apparecchiature necessarie per assisterli. Nella maggior parte dei centri sanitari mancano ormai i beni più elementari, e gli operatori che, seppur non stipendiati si recano al lavoro, devono fare quotidianamente i conti con la frustrazione di non poter curare i loro pazienti. “La crisi economica sta colpendo una popolazione che era già in ginocchio”, riporta Marco Puntin, coordinatore medico in Afghanistan di Emergency, l’ONG italiana che nel Paese gestisce tre ospedali e oltre 40 posti di primo soccorso. “Le persone rischiano di morire di fame, per non parlare del collasso del sistema sanitario”.

 

Non è solo la mancanza di cibo a preoccupare. Con la povertà e la mancanza di servizi di igiene e salute pubblica, nel Paese le malattie infettive si diffondono con facilità. Da gennaio 2021, divampa sempre più pericolosamente un’epidemia di morbillo, una malattia che può essere letale o provocare gravi danni neurologici permanenti. Anche lo spettro della poliomielite si è riaffacciato nel Paese, uno dei pochi al mondo in cui non è stata ancora eradicata: gli sforzi di questi ultimi anni avevano permesso un crollo delle infezioni, con un solo caso di poliomielite nel 2021 a fronte dei 56 nell’anno precedente. La crisi degli ultimi mesi, tuttavia, ha inevitabilmente arrestato la campagna vaccinale: se non si interverrà subito, quanto compiuto finora nella lotta per la sua eradicazione risulterà vano. A colpire gli afghani, primariamente i bambini, anche colera, malaria e febbre dengue. Oltre, naturalmente, al Coronavirus: solo il 7.7% dei 39 ospedali per il Covid19 starebbe attualmente ancora funzionando a pieno regime. Scarseggiano l’ossigeno e l’elettricità per trattare i pazienti, i tamponi per fare diagnosi di infezione ed è pressoché completamente saltato ogni tracciamento dei contagi.

Dopo quarant’anni di guerre, non c’è ancora pace per l’Afghanistan, che sta adesso probabilmente toccando il fondo della sua storia recente. Il clima peggiora la situazione: dopo un anno di siccità gravissima, adesso l’inverno gelido così temuto è calato sul Paese. Le famiglie vendono quello che possono per comprare il pane e bruciano i mobili per riscaldarsi. Si vive alla giornata. Sempre più braccialetti MUAC (“mid-upper arm circumference”) si colorano di rosso quando avvolti attorno al braccio dei bambini afghani, segno di malnutrizione severa. Gli addomi si gonfiano e gli arti si assottigliano, poi ad assottigliarsi sono anche i capelli, che assumono un colore rossastro o cadono, la pelle si screpola fino ad aprirsi in piaghe e poi arrivano le infezioni, che per fisici così defedati spesso si rivelano fatali. Immagini alle quali si è probabilmente abituati e che rimandano non soltanto al continente africano, ma anche a sofferenze simili che già in passato furono inflitte ai bambini da sanzioni internazionali: era la volta dell’Iraq e delle sanzioni contro il regime di Saddam Hussein, la fame mieteva le stesse vittime e un’epidemia di colera si abbatteva sui loro corpi ridotti a scheletri. Anche nel caso dell’Afghanistan, il taglio ai finanziamenti sembra colpire ingiustamente la popolazione innocente. Sarebbe sufficiente sbloccare i 9 miliardi della banca afghana, hanno fatto presente anche alcuni deputati americani all’amministrazione Biden, e i beni del Fondo Monetario e della Banca Mondiale destinati al Paese, almeno 1,5 miliardi di dollari, per raddoppiare la cifra che l’ONU si trova a richiedere con un appello straordinario e disperato. “Aiutateci ad allontanare la fame, le malattie, la malnutrizione e in definitiva la morte sostenendo il piano umanitario che stiamo lanciando oggi”. Il tono di Griffiths davanti alla platea della stampa era accorato, il suo sguardo esasperato era rivolto ben oltre le poltroncine confortevoli dei giornalisti, come a scrutare dentro a un abisso di anni di guerra inutile e fallimenti. I suoi occhi sembravano riconoscere per un attimo in quel buco nero di fronte a lui il milione di bambini martoriati dalla fame di cui aveva appena parlato. “Si profila una vera e propria catastrofe umanitaria. Il mio è un messaggio urgente: non chiudete le porte al popolo afghano”.

https://pagineesteri.it/2022/01/13/medioriente/afghanistan-lonu-lancia-il-piu-grande-appello-umanitario-della-storia/


La storia di Abdul, evacuato da Kabul e finito nel Cpr di Gradisca d’Isonzo - Luca Rondi

Dopo l’arrivo in Italia a fine agosto 2021, il 22enne ha tentato di raggiungere la Francia ma è stato trasferito e trattenuto per 32 giorni nel centro per il rimpatrio. Gli è stata addirittura notificata l’espulsione. “Il caso non è isolato e non è un errore. È una macchina amministrativa che opera in modo cieco e seriale” denuncia Gianfranco Schiavone di Asgi

 

“Sono partito da Kabul per essere libero. In Europa e in Italia ho trovato la galera”. Abdul, 22 anni, nonostante una richiesta d’asilo presentata nel nostro Paese e l’evidente impossibilità di essere rimpatriato in Afghanistan è stato trattenuto per 32 giorni nel Centro per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca. “Una storia che non è frutto di ‘un errore’ ma evidenzia come ci sono ‘non-luoghi’, dalle frontiere ai Cpr, in cui le norme di legge che tutelano i diritti inviolabili delle persone sono totalmente disapplicate”, spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà (Ics) e socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

Nei giorni successivi al 15 agosto 2021, dopo l’ingresso a Kabul dei Talebani, Abdul si sposta con la famiglia verso la capitale per raggiungere l’aeroporto. Dopo circa quattro giorni riesce a far ingresso nel gate senza i suoi famigliari. È un giovane a “rischio”: dopo la morte di suo padre, nell’agosto 2020, Abdul ha preso il suo posto come combattente del gruppo resistente di Massoud, nella regione del Panshir. Il 26 agosto 2021 atterra a Roma Fiumicino. “Una volta scesi ci hanno preso le impronte e siamo stati portati a Settimo Torinese per fare la quarantena -spiega-. Io ho lasciato subito il centro perché volevo raggiungere mio fratello maggiore che vive a Londra”. Da Oulx, cittadina in alta Val Susa, Abdul dopo due respingimenti subiti al confine italo-francese riesce a passare. Si sposta verso Parigi dove lo aspetta un amico con cui raggiunge Burbure, Comune francese non distante da Calais, il luogo da cui migranti e richiedenti asilo tentano la traversata della Manica. “Ho provato diverse volte -racconta-. Una sera la polizia mi ha fermato e vedendo che mi avevano preso le impronte in Italia mi ha trasferito a Rennes, in un centro di detenzione”. È fine settembre quando il giovane è trattenuto. “Mi hanno detto che sarei rimasto lì fino al 6 dicembre: se non fossero riusciti a trasferirmi mi avrebbero liberato. Ho fatto sette udienze: durante la prima ho detto che non volevo restare in Francia dalla seconda in poi sì. Ma non è cambiato nulla”.

Il 9 dicembre Abdul viene accompagnato su un aereo civile con destinazione Venezia: “Avevo due poliziotti al mio fianco e le manette ai polsi per tutto il viaggio -continua-. Una volta arrivato in aeroporto, i poliziotti italiani mi hanno detto che avrei dovuto fare un mese di quarantena e mi hanno portato in un altro centro”. Abdul non capisce subito in quale luogo si trovi. Contatta il cugino, in Italia da diversi anni, che cerca di capire dove sia. “Non era chiaro dove fosse. Le comunicazioni erano molto difficili, anche perché aveva il cellulare per pochissimo tempo durante il giorno. Raccontava di avere compagni di stanza che parlavano arabo e ci ha inviato una posizione su Google maps con cui abbiamo ricostruito il luogo”, spiega Martina Cociglio, operatrice legale di Diaconia Valdese a Oulx.

Il luogo è il Cpr di Gradisca d’Isonzo. Pochi giorni dopo il suo arrivo nel centro, il giudice di pace convalida il trattenimento. “Sono rimasto per 26 giorni senza poter uscire -spiega Abdul-. Per due settimane ho dormito in una stanza con 13 persone. Era chiusa, le prime sere la finestra era rotta, non c’era riscaldamento e avevamo poche coperte. Non potevo spegnere la luce della stanza: delle sere veniva ‘spenta’ dagli operatori a mezzanotte, altre all’una, altre alle due. C’erano due bagni, piccoli, in corridoio. Non ho avuto nessun cambio per tutto il mese. A differenza che a Rennes, non potevo lavarmi i vestiti”. Al Cpr di Gradisca d’Isonzo è concesso utilizzare il proprio telefono ma in regime di quarantena è la struttura che ne fornisce uno che gli ospiti possono poi consultare a rotazione. Attraverso questo cellullare Abdul nomina l’avvocato che chiede un’udienza al giudice per farlo rilasciare. L’8 gennaio 2021 Abdul è libero dopo più di tre mesi di trattenimento, tra Francia e Italia.

Durante l’udienza di convalida all’avvocata Caterina Bove, socia di Asgi, viene mostrato un “foglio-notizie” in cui viene riportato che Abdul non voleva chiedere protezione internazionale in Italia. “È stato compilato a Venezia -spiega Bove- ed è un foglio attraverso il quale le persone dovrebbero dichiarare se vogliono chiedere asilo, se sono sul territorio per cercare lavoro o per motivi familiari ma il cui significato e la cui importanza non vengono compresi dagli stranieri se, come nel caso di Abdul, viene loro chiesto di sottoscriverlo senza spiegazioni e senza l’assistenza di un interprete. Spesso le persone non capiscono l’importanza delle risposte date, soprattutto in una lingua che non comprendono. Abdul dichiara di non ricordarsi che cosa ha firmato”.

Nel fascicolo presentato davanti al giudice che doveva decidere sul suo rilascio non c’è traccia di come Abdul sia arrivato in Italia né della sua storia e del suo vissuto in Afghanistan. “Nessuno ha preso atto che era un richiedente asilo, che era già stato accolto in un centro. Oltre il fatto che era stato evacuato dalle autorità italiane da Kabul. Sarebbero bastate poche domande per far sì che venisse accolto in un Centro di accoglienza e non destinato in un Cpr”, osserva Bove. Un testacoda delle autorità italiane che notificano un foglio di espulsione a un cittadino afghano, richiedente asilo, dopo averlo evacuato. “Una situazione assurda e paradossale ma che ci dimostra come siano procedure ‘meccaniche’. Nessuno si è fatto troppi scrupoli, o domande”.

Procedure in cui Abdul diventa “invisibile” e parte di un ingranaggio che nessuno blocca. “La legge è valutazione caso per caso alla luce di norme, tra cui i divieti di inespellibilità che vanno applicati nella loro interezza e complessità -spiega Schiavone-. Non è così. Polizia di frontiera, prefetto, questura di Gorizia, giudice di pace: tutti ritenevano, evidentemente, di poter espellere e persino trattenere per eseguire l’espulsione, un cittadino afghano, mentre ciò è tassativamente proibito dai divieti di espulsione configurati dall’articolo 19 del Testo unico immigrazione come novellato dalla legge 173/2020 che ha riformato i cosiddetti ‘decreti sicurezza’. Quello che emerge è una macchina amministrativa che opera in modo cieco e seriale, come in una sorta di  ‘banalità del male’, nella quale nessuno dei diversi attori fa il suo piccolo pezzo, apparentemente neutro, senza porsi alcun interrogativo sulle conseguenze finali: la storia di Abdul non è figlia di un errore ma evidenzia che il sistema non è in grado di bilanciare le finalità di eseguire le espulsioni con la tutela dei diritti fondamentali della persona, in primo luogo con il rispetto dei divieti di allontanamento”.

In tal modo la legge che si perde nel “buio” dei non luoghi, dalle frontiere ai Cpr, come raccontato anche su Altreconomia, in cui il diritto resta solo proclamato sulla carta. “In Italia da troppi anni esistono delle zone franche nelle quali il sistema di diritto svanisce, non monitorate da nessuno e che sono in sostanza fuori controllo. La norma prevede che all’interno del Cpr dovrebbero essere garantiti adeguati servizi legali e che il trattamento della persona deve rispondere a standard adeguati e comunque nel rispetto della dignità della persona. Che così non avvenga emerge dai continui e sconcertanti episodi che caratterizzano tutti i Cpr italiani da anni”.

Abdul è rimasto 32 giorni con gli stessi vestiti senza possibilità di cambiarsi o lavare gli indumenti. “La cosa non mi sorprende affatto -conclude Schiavone-. Siamo di fronte a situazioni che dovrebbero essere ricondotte a forme di trattamento inumano e degradante proibite dalla normativa italiana ed europea: situazioni non episodiche ma diffuse e probabilmente sistematiche sulle quali la magistratura dovrebbe iniziare ad indagare perché sono in gioco diritti fondamentali. Ma nessuno sembra volere scoperchiare questo coperchio perché non si saprebbe più come richiuderlo”.

Sono migliaia le persone trattenute ogni anno nei dieci Cpr attivi in Italia. Secondo lo studio “Buchi neri” della Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild) la capienza complessiva è di 1.100 posti e il costo totale di gestione dei centri dal 2018 al 2021 è stato di 44 milioni di euro. Sette sono i morti negli ultimi due anni in luoghi in cui le persone camminano sull’orlo di un burrone.

Abdul è libero e ora proseguirà con il suo percorso d’asilo solo grazie a “incontri fortuiti”. “Se non avesse avuto un cugino in Italia che si è attivato probabilmente ora sarebbe ancora trattenuto. Nessuno sa per quanto tempo non si sarebbero accorti di lui”, riflette Bove. La fortuna detta legge.

https://altreconomia.it/la-storia-di-abdul-evacuato-da-kabul-e-finito-nel-cpr-di-gradisca-di-isonzo/

martedì 11 gennaio 2022

Il nuovo campo di Lipa: “L’ipocrisia ha raggiunto livelli difficili da concepire.”

 

(intervista a Gianfranco Schiavone, di Andrea De Lotto)

 

Due giorni fa è stato presentato il nuovo rapporto della rete Rivolti ai Balcani sul nuovo campo di confinamento di Lipa (Bosnia):cogliamo l’occasione per parlarne direttamente con Gianfranco Schiavone, studioso delle migrazioni internazionali, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà.

 

Caro Gianfranco, ci eravamo sentiti esattamente un anno fa, ma sembra passato molto di più. Che cosa è successo nel frattempo rispetto ai respingimenti che denunciavamo allora?

Dopo parecchie denunce la verità è emersa e finalmente si è appurato che le riammissioni informali sono illegali. Lo stesso Ministero dell’Interno ha ammesso, rispondendo ad un’interrogazione del deputato Riccardo Magi nell’ottobre di quest’anno, sempre con un linguaggio molto asettico e burocratico, che la normativa esclude la possibilità di procedere alla riammissione verso un altro Paese UE dei richiedenti asilo. La vicenda è sconcertante perché se prendiamo due risposte del medesimo Ministero, date tra l’altro allo stesso deputato, a distanza di poco più di un anno, con la medesima carta intestata, dicono, a legislazione invariata, due cose esattamente opposte: 20 Luglio 2020: “Le riammissioni dei richiedenti asilo si possono fare e le facciamo…”, Ottobre 2021: “Non si possono fare…” In un Paese serio la notizia avrebbe fatto dello scalpore, ci sarebbe stato un dibattito pubblico, invece NULLA. Quale credibilità ha lo Stato italiano di fronte ai cittadini? Possibile che di fronte a questa figuraccia non vi siano conseguenze politiche e forse anche giudiziarie? Nessuna parola e soprattutto nessuna giustizia per le oltre mille persone che sono state respinte illegalmente. In Italia non succede niente, tutti rimangono al loro posto. Anche la conclusione di questa vicenda si inserisce nel più grande e rimosso problema che caratterizza da sempre la nostra vita repubblicana ovvero l’inesistenza di processi di rielaborazione culturale e sociale attraverso i quali la società può evolvere. L’impossibilità di attivare tali processi compromette l’evoluzione della sempre gracile democrazia italiana.

 

Almeno quelle riammissioni non stanno avvenendo più…

Già a seguito della nota ordinanza a del tribunale di Roma del 18 gennaio 2021, che ha riconosciuto l’illegittimità delle riammissioni informali, le stesse sono state sospese. Ma da gennaio ad ottobre così veniva dichiarato da politici e funzionari, in particolare dall’ex direttore centrale della polizia di frontiera, Bontempi: “E’ vero, le riammissioni sono state “sospese”, ma sono legali e le potremo riprendere quando vogliamo”. Solo nell’Ottobre del 2021 lo stesso Ministero dell’Interno, in silenzio, e nell’indifferenza dei mezzi di informazione, riconosce, come abbiamo detto in premessa, che le riammissioni non si possono fare. Questa vicenda rende evidente il livello veramente minimo di credibilità in cui versano le istituzioni centrali dello Stato; un fatto che a ben guardare è ben conosciuto dai cittadini che ragionevolmente si comportano di conseguenza.

 

Il vostro territorio sarà almeno meno militarizzato?

No, lo è comunque, esattamente come prima e non si capisce cosa facciano ancora le centinaia di militari che continuano a presidiare la zona della frontiera. La sensazione è che si debba mantenere alto l’effetto scenografico e propagandistico. Il game non è affatto cambiato: solo l’ultimo tratto, dall’Italia non si viene respinti, ma nella parte precedente continua la violenza di sempre. Anzi, i rapporti internazionali evidenziano come i I respingimenti dalla Croazia alla Bosnia si sono intensificati, come se il venir meno di uno dei tre partner (Italia, Slovenia, Croazia), di quel torbido sodalizio che aveva reso possibile la catena dei respingimenti illegali, costringesse l’altro partner a fare un lavoro maggiore per ottenere l’effetto politico che le riammissioni intendevano e intendono conseguire; impedire o almeno rallentare a prezzo di inaudite sofferenze, e di morti, l’accesso dei rifugiati al territorio dell’Unione Europea.

 

Poche settimane fa è stato inaugurato, in pompa magna e con grande soddisfazione da parte delle istituzioni europee che lo hanno finanziato, questo nuovo campo “modello” a Lipa. Prova a immaginartelo tra due anni.

Tra un paio d’anni quei container, quelle baracche, saranno tutte rotte, saranno forse meglio di una tenda, come nel campo precedente, ma anche l’aspetto materiale, che oggi viene decantato come una buona soluzione, non reggerà al trascorrere di un tempo anche breve e il luogo sarà un luogo di degrado e di abbandono. ll campo di Lipa, ubicato a 800 metri di altitudine e a 25 km dal centro abitato più vicino, è presentato come necessario per gestire un’emergenza, senza però che via sia alcuna emergenza. I numeri dei rifugiati in fuga in Bosnia sono bassi e consentirebbero un’accoglienza normale, con la costruzione di luoghi idonei che magari rimarrebbero un giorno alla popolazione locale. Il campo di Lipa non rimarrà a nessuno, non è utilizzabile per usi diversi ma solo per le medesime finalità di confinamento delle persone o peggio ancora, magari diventerà una struttura di detenzione. Per descrivere luoghi come Lipa le parole sembrano non avere alcun senso: accoglienza? Confinamento? Detenzione? Le tre cose insieme? Quella struttura può avere funzioni interscambiabili, ma tutte di compressione dei diritti e delle libertà delle persone. Quello che mi colpisce di più è la disonestà intellettuale di chi a vario titolo presenta il campo di confinamento di Lipa e altre strutture analoghe come una soluzione possibile, e l’Unione Europea che le finanzia.

 

Perchè dunque Lipa? Per realizzare un luogo dove segregare i rifugiati limitando in modo quasi assoluto la loro libertà senza bisogno di alcuna norma su cui basarne una limitazione “legale”, che sarebbe difficile da votare e ancor di più da difendere sotto il profilo della sua legittimità e conformità con le normative internazionali e con la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, ratificata anche dalla Bosnia. Nei campi di confinamento come Lipa la libertà, come il diritto dell’individuo ad una vita privata di relazioni sociali sono di fatto negate, raggiungendo l’obiettivo che si voleva conseguire senza fastidiosi problemi legali. C’è un’unica libertà di movimento che i rifugiati possono esercitare stando a Lipa, quella di tentare il game.

 

Vi sembra che ci sia dietro un piano, una ragione (altra da quella dichiarata) nel fare tutto ciò, o è un puro spreco di denaro pubblico?

Probabilmente è un mix di tutto ciò. L’esperienza mi ha dimostrato che c’è tanta incompetenza, sciatteria e indifferenza rispetto alla vita delle persone; ma sarebbe troppo ingenuo pensare che non ci siano anche delle “scelte volute”, perché quello che vediamo in Bosnia lo vediamo anche in altre parti d’Europa: creare campi dove confinare delle persone a tempo indefinito, persone di cui “non sappiamo cosa fare”. Non vogliamo che queste persone entrino nell’Unione Europea, non sappiamo dove metterle, non riusciamo a rimandarle indietro, quindi creiamo delle situazioni particolari, dei “non luoghi” dove collocare temporaneamente delle persone che vorremmo che non esistessero, ma, ahinoi, esistono. Per loro non abbiamo nessuna proposta e nessun progetto, possiamo solo confinarle da qualche parte.

 

Come arriveranno in questo centro dal momento che è così sperduto, e non è lungo una linea di comunicazione, lungo un tragitto o una ferrovia?

Vengono e verranno deportate da insediamenti informali o da altri campi che magari chiudono nel frattempo, da lì usciranno a piedi per riprovare il game, non vedo altre alternative. Eppure la maggior parte delle persone che sono oggi a Lipa sono afghane, che avrebbero tutto il diritto di chiedere asilo in Europa, eppure… Questo diritto è negato, queste persone vengono respinte con violenza e tornano a Lipa, un campo gestito, finanziato e pianificato dalla stessa Unione Europea che, attraverso un suo Stato, la Croazia, li respinge. Tutti,a partire da chi gestisce i campi, che pure dovrebbe svolgere compiti di protezione dei diritti umani, sa degli abusi sulle frontiere, non fosse’altro che in ragione del fatto che ogni giorno vede rientrare le persone ferite, violentate, derubate di tutto. Ma si fa finta di nulla. La situazione è paradossale, perché l’intero sistema di violenza avviene dentro l’Europa, non fuori di essa. Noi siamo gli attori, sia di qua che di là, del game, con i respingimenti e con la costruzione dei campi. L’ipocrisia ha raggiunto livelli così sofiscati da divenire difficile da comprendere: se non si ha la forza di calarsi a fondo dentro queste dinamiche non si coglie il male che si nasconde nella banalità delle scelte di allestire e gestire luoghi come Lipa.

 

Tu ci sei stato?

Si, pochi giorni prima della sua apertura. Chi non sapesse che cosa è il campo e lo vedesse credo penserebbe che si tratta di un campo di internamento, di un carcere, o comunque di un altro luogo spettrale. l’inaccessibilità del luogo lo rende totalmente invisibile, come se fosse sulla luna. Per raggiungerlo bisogna fare gli ultimi chilometri lungo una strada sterrata fatta apposta per arrivare solo lì. Nessuno che non voglia andare proprio lì lo vedrà mai, neppure per sbaglio.

 

C’è continuità tra quello che sta avvenendo e la guerra che vi fu in Jugoslavia, o sono due storie diverse?

La guerra non è mai passata del tutto in Bosnia e quindi qualsiasi situazione sociale, economica, politica, culturale, va sempre letta alla luce degli esiti di quel conflitto, che non è mai stato rielaborato. La Bosnia è tuttora una sorta di “non stato”, un protettorato, tenuto insieme nelle sue entità ancora profondamente divise. Quel conflitto quindi c’entra, ma credo che le responsabilità maggiori siano comunque dell’Unione Europea. L’UE sa che la Bosnia non è in grado di gestire neppure un numero piccolo di rifugiati, perché è un Paese che non ha nulla da offrire loro in termini di integrazione sociale. È un Paese con equilibri precari, un’economia fragilissima, disoccupazione alle stelle. La stessa Bosnia è un Paese di grande emigrazione ed è quindi quasi svuotato. Nessuno degli immigrati che arrivano in Bosnia chiederà di rimanervi, è quindi un “non luogo” dove chi arriva non ha alcuna condizione giuridica, dove non ha senso fare una domanda di asilo la cui presentazione viene infatti ostacolata in ogni modo. Dalla BIH le persone lse ne andranno, sappiamo come e con quali rischi. E il gioco, folle, continua.

Potremmo realizzare senza quasi neppure accorgercene, tanto bassi sono i numeri complessivi dei rifugiati presenti in BIH, dei programmi di reinsedimento e di ingresso protetto verso la UE, ma non vogliamo farlo perché siamo terrorizzati dall’idea di produrre un effetto richiamo. I costi e le sofferenze che uomini, donne e bambini (anche non accompagnati) devono affrontrare sono il semplice risultato dell’ossessione europea verso il pull factor, il fatto che siano “invogliati” o “disincentivati” a venire. Questa immensa sofferenza è cinicamente finalizzata solo alla deterrenza, non ha altra finalità.

Invitiamo tutti e tutte a leggere direttamente e gratuitamente il dossier. Ma chiediamo anche, se possibile, di sostenere economicamente i progetti della rete Rivolti ai Balcani che agisce secondo modalità del tutto innovative; la rete infatti non realizza direttamente progetti in proprio ma seleziona e sostiene (e ovviamente poi monitora l’attuazione) i più significativi progetti che nascono dalle realtà della società civile bosniaca aiutando così i rifugiati ma facendo crescere nello stesso tempo la tenuta democratica della difficile BIH. Trovate tutte le informazioni sul sito: https://www.rivoltiaibalcani.org.

 

da qui

martedì 24 settembre 2019

Il dovere di soccorso e i migranti non-persone. Che cosa resta della stagione dei “porti chiusi” - Gianfranco Schiavone



A chiusura dell’ennesimo braccio di ferro che ha opposto il Governo italiano uscente alle organizzazioni umanitarie operanti nella ricerca e soccorso in mare dei migranti (nello specifico l’organizzazione Open Arms), ritengo sia quanto mai utile approfondire alcuni delle principali questioni giuridiche che anche questa vicenda ha nuovamente sollevato. Alla nave dell’organizzazione umanitaria Open Arms il Governo italiano aveva intimato il divieto di ingresso nelle acque territoriali sulla base delle disposizioni introdotte dal d.l. 14 giugno 2019 n. 53, pubblicato in G.U., 14 giugno 2019, n. 138, recante Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica, convertito, con modificazioni, nella L. 8.8.2019, n. 77, pubblicata sulla G.U. n. 186 del 9.8.2019. Nello specifico il Governo aveva ritenuto di trovarsi nelle condizioni per dare applicazione a quanto previsto dall’art. 1 della nuova legge che contiene “Misure a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e in materia di immigrazione” e comporta una integrazione dell’art. 11, d.lgs. 286/98 (rubricato “Potenziamento e coordinamento dei controlli di frontiera”).
Il nuovo comma 1 ter prevede che “Il Ministro dell’interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nell’esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, comma 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Il provvedimento è adottato di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il Presidente del Consiglio dei ministri”
Per capire l’effettiva portata della citata Convenzione UNCLOS dobbiamo esaminare il comma 1 dell’art. 19 che stabilisce che “Il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero. Tale passaggio deve essere eseguito conformemente alla presente Convenzione e alle altre norme del diritto internazionale”; mentre il successivo comma 2 afferma che “Il passaggio di una nave straniera è considerato pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero se, nel mare territoriale, la nave è impegnata in una qualsiasi delle seguenti attività:… g) il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”.
Si può vedere dunque come al fine di qualificare come offensivo il passaggio o l’ingresso di una nave nel mare territoriale sia necessario che ci siano elementi concreti per configurare una violazione delle leggi sull’immigrazione ovvero, in riferimento all’ordinamento italiano è necessario che si configuri l’ipotesi di reato del favoreggiamento all’ingresso irregolare ai sensi dell’art. 12 del T.U Immigrazione.


Sull’Italia incombono precisi obblighi internazionali in materia di soccorso in mare nonché, come si vedrà, l’obbligo di assicurare un POS (place of safety) nel minor tempo possibile; si tratta di obblighi che discendono innanzitutto dall’art. 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (Convenzione UNCLOS – United Nations Convention on the Law of the Sea) dalla Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 “SOLAS” (Safety Of Life At Sea) e dalla Convenzione internazionale dì Amburgo sulla ricerca ed il soccorso marittimi del 1979 detta S.A.R. (Search And Rescue). Appare dunque chiaro come tutte le attività di soccorso in mare, fino alla conclusione delle operazioni con attracco in un porto sicuro sono del tutto estranee alle previsioni del citato art. 19, co. 2, lett. g), Convenzione di Montego Bay in quanto il transito nelle acque territoriali è di per sè inoffensivo trattandosi di operazioni di soccorso effettuate in attuazione di precisi obblighi internazionali. Può accadere, ragionando in astratto, che le autorità statali impediscano l’accesso alle acque territoriali ad una specifica nave con a bordo dei naufraghi ma solo se sono chiare le funzioni di prevenzione di detta decisione ovvero se le autorità sono in possesso di chiari elementi che fanno ritenere, sulla base di circostanze che vanno indicate con la massima precisione, che l’ingresso dello specifico natante nelle acque territoriali e il conseguente sbarco delle persone non avvenga in ragione della conclusione di un’operazione di soccorso bensì nell’ambito di un’azione volta al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Nell’adozione della delicatissima (e per certi aspetti estrema) decisione di impedire l’accesso alle acque territoriali le autorità non possono non valutare la condotta concretamente posta in essere dal comandante della nave, la effettiva situazione delle persone accolte a bordo e trasportate, la loro condizione giuridica (nel caso della Open Arms va ricordato come tutti i migranti, già in acque internazionali, avessero manifestato l’intenzione di chiedere asilo), nonché le condizioni nelle quali è avvenuto il soccorso in mare etc.
© UNHCR
Comunque mai, in alcun modo, il rifiuto di accesso alle acque territoriali può essere assunto per torbide ragioni politiche come il volere ostacolare o dissuadere l’operato delle organizzazioni umanitarie, o altre magari solo apparentemente più ragionevoli, come la necessità di giungere a un diverso criterio ripartizione dei richiedenti asilo nella UE, tema che va affrontato in sede legislativa con la riforma del Regolamento Dublino III, tema più volte trattato da Altreconomia.
Diversamente l’utilizzo dei poteri statali per impedire l’ingresso nelle acque territoriali delle navi che effettuano il soccorso configura un abuso del diritto dello Stato (con violazione dell’art.30 della stessa Convenzione UNCLOS) e soprattutto configura serissime violazioni degli obblighi di soccorso ai quali lo Stato stesso non può mai derogare.
L’espressione “porti chiusi” che ha afflitto la triste stagione storica che ci auguriamo stia volgendo al termine non è stata quindi solo una drastica semplificazione linguistica bensì ha rappresentato un obiettivo politico inaccettabile perché mirante a mettere in discussione principi giuridici fondamentali dell’ordinamento democratico quali gli obblighi di soccorso e la tutela della vita umana in mare.
Alla luce di quanto finora evidenziato si ben comprende quanto precisa e condivisibile sia stata la decisione del Presidente della sezione prima ter del TAR Lazio laddove, nell’accogliere l’istanza cautelare avanzata da Open Arms ha riconosciuto che la decisione dell’Esecutivo era viziata da “ eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso, nella misura in cui la stessa amministrazione intimata riconosce, nelle premesse del provvedimento impugnato, che il natante soccorso da Open Arms in area SAR libica – quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo – era in “distress”, cioè in situazione di evidente difficoltà (per cui appare, altresì, contraddittoria la conseguente valutazione effettuata nel medesimo provvedimento, dell’esistenza, nella specie, della peculiare ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19, comma 1 [recte, comma 2], lett. g), della legge n. 689/1994)”
A seguito della sopraccitata ordinanza monocratica del presidente della sezione prima ter del Tar Lazio la nave soccorritrice faceva ingresso nelle acque territoriali italiane nella notte tra il 14 e il 15 agosto in condizioni metomarine avverse e chiedeva l’assegnazione di un porto sicuro il più vicino possibile (porto che per evidenti ragioni non poteva essere che quello di Lampedusa). Alla nave della Open Arms riparatasi a ridosso dell’isola di Lampedusa verrà tuttavia costantemente impedito di concludere le operazioni di sbarco per molti giorni, fino all’intervento della Procura di Agrigento del 20 agosto di cui si dirà più avanti e i migranti rimarranno pertanto bloccati a bordo della nave in condizioni assai critiche. Secondo il ministero dell’Interno (che inizialmente tentò addirittura maldestramente di emettere un nuovo decreto di impedimento alle acque territoriali per aggirare la decisione del TAR, tentativo, come noto, bloccato per l’opposizione degli altri ministri coinvolti) la decisione del TAR non conduceva ad alcun obbligo in ordine all’assegnazione del porto sicuro nel territorio nazionale ma solamente era stato autorizzato l’ingresso della nave della ONG nelle acque territoriali. Si tratta tuttavia di una interpretazione delle norme vigenti a dir poco forzata e assolutamente non conforme a quanto previsto dal diritto internazionale. La citata Convenzione SAR infatti obbliga gli Stati parte ad assicurare “che venga fornita assistenza ad ogni persona in pericolo in mare. Esse fanno ciò senza tener conto della nazionalità o dello statuto di detta persona, né delle circostanze nelle quali è stata trovata” (Capitolo 2.1.10). Proprio al fine di definire nel modo più chiaro possibile quali debbono essere le prassi operative da seguire nella gestione delle operazioni di soccorso nel maggio 2004 gli Stati membri dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) hanno adottato importanti emendamenti sia alla convenzione SAR che alla convenzione SOLAS (emendamenti entrati in vigore il 1° luglio 2006). Con tali emendamenti all’obbligo del comandante della nave di prestare assistenza, viene affiancato e meglio chiarito il parallelo obbligo degli Stati di cooperare nelle situazioni di soccorso, sollevando il prima possibile il comandante dalla responsabilità di quanto possa occorrere ai sopravvissuti attraverso l’indicazione allo stesso di un “luogo sicuro” (POS – place of safety) nel quale concludere le operazioni di salvataggio con lo sbarco dei naufraghi.
Le operazioni di ricerca e soccorso si possono ritenere concluse pertanto solo con lo sbarco delle persone in un territorio in cui la loro sicurezza e incolumità non siano più minacciate e siano soddisfatte le necessità di primaria importanza, come il vitto e un’adeguata assistenza sanitaria. A tal fine spetta agli Stati predisporre “piani operativi” che permettano di dare concreta ed efficace attuazione alle previsioni normative sopraccitate. In Italia detti piani operativi sono stati fissati dalla Direttiva SOP 009/2015 (“Procedure sperimentali per l’individuazione del POS – place of safety nell’ambito di operazioni SAR connesse all’emergenza flussi migratori in mare, coordinate da MRCC Roma ed effettuate con il concorso di unità navali private o di altre amministrazioni, italiane o straniere”). Nella citata direttiva si evidenzia come il ministero dell’Interno, nell’assegnazione del porto sicuro “terrà in considerazione le citate previsioni delle pertinenti convenzioni internazionali, avendo cura di limitare, per quanto possibile, la permanenza a bordo delle persone soccorse e di far subire alle navi soccorritrici la minima deviazione possibile dal viaggio programmato”.
Dopo giorni di eccezionale tensione, nell’ambito di un’indagine verso ignoti per il reato di cui all’art. 328 comma 1 c.p. (Rifiuto atti d’ufficio. Omissione), nel pomeriggio del 20 agosto, proprio mentre nell’Aula del Senato si concludeva miseramente l’esperienza del “governo del cambiamento”, la Procura di Agrigento, per ragioni d’urgenza connesse alle condizioni psico-fisiche dei naufraghi bloccati sulla nave, disponeva il sequestro preventivo dell’imbarcazione Open Arms e il suo ormeggio a Lampedusa o in altro porto immediatamente raggiungibile.
Chi scrive confida che possa finalmente concretizzarsi una seria inchiesta giudiziaria sull’operato delle autorità italiane nel caso della Open Arms che porti a rimettere al centro dell’operato dei pubblici poteri il rispetto dello Stato di diritto e la tutela dei diritti inviolabili della persona; ma soprattutto confida che possa iniziare a chiudersi quella fase oscura della nostra storia, caratterizzata da molteplici responsabilità politiche, che ha prodotto uno scadimento generale della coscienza pubblica con conseguente trasformazione dei migranti in soggetti privi di ogni diritto e dignità, ovvero in ultima analisi in “non-persone”.