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martedì 11 gennaio 2022

Il fallimento francese in Mali è militare, politico e diplomatico - Pierre Haski

 

Il Mali, principale fronte su cui è impegnato l’esercito francese fuori dal territorio nazionale, si sta trasformando in un rompicapo politico-diplomatico. Ora il rischio per Parigi è quello di un fallimento, e dunque di una ritirata a condizioni che minerebbero a lungo termine l’influenza francese sul continente.

La Francia ha appena subìto due colpi durissimi in Mali, quasi nove anni dopo l’inizio dell’intervento deciso dal presidente socialista François Hollande. Entrambi gli eventi sono legati a decisioni prese dalla giunta al potere a Bamako, che ha sfidato non soltanto Parigi ma anche i paesi della regione e una parte dei maliani. Al centro della questione ci sono il calendario per il ritorno alla vita civile e il dispiegamento dei militari russi, dallo status ambiguo.

Il capo della giunta, il colonnello Assimi Goïta, ha reso note le prossime tappe della transizione verso un governo guidato da civili, dopo aver contestato l’obiettivo di indire le elezioni a febbraio. Nella nuova tabella di marcia, che ha sorpreso tutti, le presidenziali sono rinviate a gennaio del 2026. Dunque il Mali dovrebbe vivere altri quattro anni di governo militare.

In che senso questo può considerarsi un fallimento per la Francia? Parigi vorrebbe conservare l’apparenza di una presenza militare richiesta dalle autorità ufficiali di Bamako, anche per rispondere alla campagna antifrancese che nelle ultime settimane è stata sempre più evidente.

Gli avvertimenti di Parigi restano lettera morta o addirittura alimentano l’idea che il governo francese abbia paura della “concorrenza” russa

La Francia non ha certo gradito il “colpo di stato nel colpo di stato” che a maggio aveva portato il colonnello Goïta a rovesciare le persone che lui stesso aveva piazzato al potere pochi mesi prima. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che non sarebbe rimasto “al fianco di un paese dove non esistono più una legittimità democratica e una transizione”. Da quel momento, però, la situazione non è stata risolta, e Macron ha dovuto annullare la sua visita in Mali subito prima di Natale, un evento che era stato imprudentemente annunciato prima di avere le certezza che le condizioni fossero accettabili.

La seconda questione è quello dei mercenari di Wagner, la compagnia militare privata russa vicina al Cremlino, di cui la Francia e altri 17 paesi occidentali hanno denunciato l’arrivo in Mali. Bamako ha negato e sostiene che si tratti soltanto di consulenti militari russi, ma l’equivoco sulla presenza di questi individui, segnalati già a decine a Bamako e nel centro del Mali, non potrà durare a lungo.

Inizialmente Parigi aveva reagito in modo categorico: “O Wagner o noi”. Ora la posizione francese è meno netta, anche se a Parigi sono ancora convinti che la coabitazione tra due forze contraddittorie possa diventare ingestibile.

Per il momento l’impatto è innanzitutto politico. La Francia ha perso la possibilità di farsi sentire a Bamako: i suoi avvertimenti restano lettera morta o addirittura alimentano l’idea che il governo francese voglia dettare legge al valoroso colonnello Goïta per paura della “concorrenza” russa. E questo nonostante il fatto che i paesi africani della regione condividano gli obiettivi francesi e abbiano imposto una serie di sanzioni alla giunta maliana.

Dopo nove anni di presenza in Mali, la Francia si ritrova senza un orizzonte chiaro, né militare né politico, e senza una via d’uscita onorevole. Tra jihadisti, reti mafiose, golpisti e mercenari russi, in Mali potrebbe non esserci più spazio per l’esercito e per l’influenza della vecchia potenza coloniale.

Questo è il problema che si presenta a Macron, deciso a rifondare i rapporti franco-africani ma intrappolato in un conflitto senza soluzione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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giovedì 15 luglio 2021

Anche la Francia abbandona gli afgani nelle mani dei taliban - Pierre Haski

 

Il comunicato pubblicato il 13 luglio dall’ambasciata di Francia a Kabul non contiene ambiguità su come andranno le cose. Il 17 luglio partirà un aereo, solo uno, per trasferire la comunità francese dall’Afghanistan. Il motivo, precisa il messaggio, è “l’evoluzione della situazione di sicurezza nel paese, tenuto conto delle prospettive a breve termine”. Sarebbe bello credere che il comunicato sia rivolto anche agli ultimi interpreti afgani dell’esercito francese, su cui incombe una minaccia.

La partenza – la Francia non è l’unica a trasferire i suoi cittadini – dimostra che sono in pochi a credere che l’esercito afgano reggerà l’urto dei taliban quando gli ultimi soldati statunitensi saranno partiti. I combattenti islamisti sono passati all’offensiva e rivendicano il controllo dell’85 per cento del territorio.

L’esercito afgano si è arreso più volte senza combattere, e anche quando ha resistito ha incassato sconfitte durissime. Il 13 luglio la Cnn ha diffuso immagini terribiligirate il mese scorso da un abitante: soldati d’élite afgani si arrendono una volta terminate le munizioni, e vengono spietatamente abbattuti dai taliban. Si tratta chiaramente di un crimine di guerra, ma i taliban non seguono le leggi internazionali.

La settimana scorsa Joe Biden, che con freddezza ha preso la decisione di ritirare le truppe statunitensi, ha dichiarato che non crede alla possibilità di una caduta del regime afgano, promettendo che gli Stati Uniti continueranno a sostenere l’esercito di Kabul. Ma questa sicurezza non è condivisa dai servizi segreti americani, che prevedono una vittoria dei taliban a breve termine.

In questa “prevedibile sconfitta”, per riprendere il titolo di un libro del ricercatore francese Gilles Dorronsoro, ci sono molti simboli rivelatori della nostra epoca.

Innanzitutto si tratta dell’ennesimo fallimento di un intervento militare occidentale, dopo quello degli statunitensi in Iraq e dopo l’azione di Francia e Regno Unito in Libia nel 2011, che ha aperto le porte dell’inferno. La riorganizzazione annunciata della presenza francese in Sahel evidenzia la stessa difficoltà nel cambiare la situazione soltanto attraverso mezzi militari, a prescindere dalla loro efficacia. L’era degli interventi lunghi e molto politici è destinata a concludersi.

Il paradosso della debacle afgana è che tutti si preoccupano dell’avanzata dei taliban: russi, cinesi, iraniani, turchi e naturalmente gli occidentali.

Eppure tutti questi paesi, in conflitto su altri temi, si sono rivelati incapaci di trovare un’intesa su una transizione ordinata che avrebbe potuto difendere gli interessi della popolazione afgana, a cominciare dalle donne a cui era stato promesso molto. Il fallimento di quella che non possiamo più chiamare “comunità internazionale” la dice lunga sul peso delle rivalità anche quando potrebbe esistere un interesse comune.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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domenica 24 gennaio 2021

La svolta di Washington sull’omicidio di Jamal Khashoggi - Pierre Haski

In settimana Avril Haines, direttrice dell’intelligence nazionale della nuova amministrazione Biden, ha annunciato durante la cerimonia di investitura al senato una notizia che avrà preoccupato e non poco il principe saudita. Haines ha infatti dichiarato che il governo declassificherà una nota segreta della Cia a proposito dell’assassinio, nell’ottobre del 2018, del giornalista saudita Jamal Khashoggi. L’omicidio, compiuto in circostanze atroci nei locali del consolato saudita di Istanbul, aveva provocato una grave crisi mai completamente risolta.

La valutazione della Cia, secondo alcune informazioni che all’epoca erano giunte ai mezzi d’informazione, confermerebbe la responsabilità diretta del principe nell’omicidio del giornalista, che viveva in esilio negli Stati Uniti. Secondo la Cia l’ordine di uccidere l’oppositore sarebbe arrivato direttamente da Mohamed bin Salman. La fidanzata di Khashoggi aveva invocato la pubblicazione della nota, e la stessa richiesta era stata formulata dal congresso, ma Trump non ha mai voluto autorizzarla, offrendo una “copertura” al giovane leader saudita.

 

Dominio pubblico
Le conseguenze della pubblicazione sono enormi, perché l’accusa diretta contro il principe ereditario sarà di pubblico dominio. Finora l’ambiguità aveva favorito il principe, ormai reintegrato nella vita internazionale dopo un periodo di freddezza. Riyadh aveva fatto condannare alcuni subalterni per l’omicidio del giornalista e sperava che la vicenda venisse progressivamente dimenticata.

Biden non è particolarmente affezionato ai leader sauditi, verso i quali ha avuto parole poco affettuose durante la campagna elettorale lasciando intendere che gli Stati Uniti ridurranno la vendita di armi al regno wahabita.

Susan Rice, ex collaboratrice di Barack Obama e ora esponente dell’amministrazione Biden, è stata ancora più diretta: nel 2018, dalle pagine del New York Times, aveva chiesto senza mezzi termini di privare Mohamed bin Salman della carica di principe ereditario e dunque futuro monarca saudita.

Tutto questo lascia intendere che i rapporti tra l’Arabia Saudita e la nuova amministrazione non saranno distesi, e non c’è da stupirsi.

Riyadh, infatti, si oppone ferocemente all’intenzione di Biden di resuscitare l’accordo sul nucleare con l’Iran, grande nemico dei sauditi nel Golfo. Questa ostilità è stata un grande punto di convergenza con Donald Trump, l’uomo che aveva ritirato gli Stati Uniti dall’accordo.

Due settimane dopo la vittoria di Biden, un vertice mai confermato dal governo saudita aveva riunito nel regno il principe Mohamed bin Salman, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il capo della diplomazia di Donald Trump, Mike Pompeo. L’Iran – e Joe Biden – erano in cima all’ordine del giorno.

Il nuovo presidente manterrà l’intenzione di rimettere in chiaro i rapporti degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita, un paese che non manca di argomenti per spingere Washington a fare compromessi? La vicenda sarà uno dei test che attendono la nuova amministrazione, le cui buone intenzioni nel campo dei diritti umani rischiano di scontrarsi molto presto con i freddi vincoli della realpolitik.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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martedì 28 gennaio 2020

Il piano di Trump per la Palestina difficilmente porterà la pace - Pierre Haski



Per tre anni abbiamo atteso il piano di Donald Trump per la Palestina (o piuttosto il piano di suo genero, Jared Kushner), tanto che a questo punto pensavamo non sarebbe mai arrivato.
Il momento della divulgazione è particolare, perché arriva a poche settimane dalle elezioni legislative in Israele, in programma il 2 marzo (le terze in un anno, in piena impasse politica), e all’inizio di un’annata in cui si svolgeranno le presidenziali negli Stati Uniti. Non serve essere maliziosi per pensare che non sia una coincidenza. Tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il genero di Trump l’affinità è totale. In questo caso ognuno aiuta l’altro sul piano elettorale.
L’organizzazione dell’evento riflette questa situazione e suscita polemiche in Israele. Secondo il programma, Netanyahu e il suo rivale alle elezioni, Benny Gantz, avrebbero dovuto essere ricevuti contemporaneamente a Washington. Per Gantz sarebbe stata una trappola, perché si sarebbe trovato in posizione d’inferiorità rispetto al primo ministro. Alla fine è stato deciso che i due saranno ricevuti separatamente il 27 gennaio.

La fine della soluzione a due stati
Quanto ai palestinesi, non parteciperanno alla festa di Washington. Questo perché hanno deciso che non possono aspettarsi nulla di buono da questa amministrazione dopo il trasferimento unilaterale dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e la dichiarazione secondo cui gli insediamenti ebraici nei territori occupati non sarebbero necessariamente “illegali”.
Come sottolinea il quotidiano israeliano Haaretz, l’“accordo del secolo”, come è stato battezzato il piano di Trump, “è stato formulato in modo da essere bocciato dai palestinesi”. In effetti il piano costituisce una rottura rispetto al consenso internazionale sulla soluzione a due stati, per altro sempre più difficile da attuare a causa degli insediamenti israeliani.
Il piano di Trump, a quanto pare, prevederebbe l’annessione da parte di Israele della valle del Giordano e di interi blocchi di insediamenti in Cisgiordania. Ai palestinesi resterebbero zone isolate con uno status di autonomia limitato e senza possibilità di creare uno stato. Il piano, inoltre, prevede un massiccio versamento di denaro: la sostituzione della sovranità con gli investimenti.
Come prevedibile, questa proposta sarà accettata dagli israeliani, sia da Netanyahu (favorevole all’annessione) sia dal suo rivale Gantz (che addirittura sull’argomento rilancia), mentre sarà bocciata dai palestinesi, che minacciano di ritirarsi anche dalle strutture ereditate dagli accordi di Oslo del 1993.
Cosa accadrà in futuro? Il rifiuto palestinese permetterà a Israele di passare all’azione e annettere una parte della Cisgiordania. Ma un accumulo di atti unilaterali, che ai palestinesi offrono solo la scelta tra subire l’occupazione ed essere cittadini di seconda categoria, non costituisce in alcun modo un piano di pace. Al contrario, prepara il campo a nuovi drammi.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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venerdì 17 gennaio 2020

Il ricatto di Trump ai suoi alleati europei sull’Iran - Pierre Haski




La crisi iraniana evidenzia perfettamente i rapporti di forza internazionali e dunque, inevitabilmente, la debolezza dell’Europa. È ciò che emerge da una vicenda abbastanza incredibile ma confermata ieri dalla Germania, dopo essere stata rivelata dai mezzi d’informazione statunitensi.
L’amministrazione Trump ha minacciato l’Europa di imporre una serie di penalità in caso di mancato avvio di una procedura d’infrazione contro l’Iran per violazione dell’accordo sul nucleare. La minaccia, a quanto pare, era precisa: una tassa del 25 per cento sulle importazioni di vetture europee negli Stati Uniti.
Il diktat di Washington ha funzionato, perché il 14 gennaio i tre firmatari europei dell’accordo del 2015 con Teheran – Francia, Regno Unito e Germania – hanno attivato il Meccanismo di regolamento delle controversie previsto dal testo, pur restando legati alla sopravvivenza di un accordo che oggi appare moribondo.
Subire le decisioni di Trump
La procedura potrà portare all’imposizione di sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, con estrema soddisfazione della Casa Bianca che finora ha dovuto accontentarsi delle sanzioni unilaterali.
Gli europei hanno annunciato la loro decisione in un comunicato congiunto pubblicato il 14 gennaio, senza però fare parola delle pressioni statunitensi che sarebbero rimaste segrete senza le indagini del Washington Post.
Ormai da tre anni gli europei non possono far altro che subire le decisioni di Trump sull’Iran, nonostante siano profondamente in disaccordo. Nel 2018, a Washington, il presidente francese Emmanuel Macron aveva tentato invano di dissuadere Trump dalla decisione di uscire dall’accordo, il cui principale torto agli occhi del presidente degli Stati Uniti è quello di essere stato firmato dal suo predecessore Barack Obama.
In seguito gli europei non hanno saputo opporsi alle sanzioni straordinarie volute dagli Stati Uniti contro tutte le aziende europee che osassero fare affari con l’Iran. Risultato? Total, Renault, Air France e molte altre aziende hanno abbandonato Teheran.
L’ultima umiliazione è arrivata quando gli europei hanno creato un nuovo meccanismo di baratto con l’Iran: gli Stati Uniti hanno immediatamente minacciato di sanzionare qualsiasi azienda che utilizzasse il dispositivo chiamato Instex. Al momento non è stata completata nessuna transazione. Il rapporto di forze è chiaro: gli europei non hanno gli strumenti per resistere a questo tipo di pressioni.
L’attuale presidente degli Stati Uniti è sicuramente più brutale e unilaterale dei suoi predecessori. Per lui la parola “alleato” non ha alcun senso, e lo ha dimostrato trattando il dittatore Kim Jong-un meglio della cancelliera tedesca Angela Merkel.
In ogni caso i rapporti transatlantici sono sempre stati segnati dai rapporti di forza. Ai tempi di Obama la banca Bnp Paribas ha pagato una multa da record per le sue operazioni con l’Iran passate con il dollaro. L’extraterritorialità è una costante della politica statunitense, privilegio della potenza.
Tuttavia in passato l’alleanza finiva con il prevalere sul resto. Con Trump, invece, le cose sono cambiate. Il problema è che la risposta europea non è all’altezza di questa sfida. È un bene che questo episodio umiliante sia stato rivelato, perché mette gli europei davanti all’amara realtà e alle loro responsabilità.
(Traduzione di Andrea Sparacino)