Mandereste
vostro figlio a fare la maturità in una scuola tanto al chilo? Eppure così appaiono certi istituti
paritari denunciati in un dossier di Tuttoscuola. Una rete di
diplomifici che sfornano ogni anno migliaia di «titoli» buoni per i concorsi
pubblici e si vantano online di «rilasciare certificati in media in un
giorno» e di «irradiarsi in tutta la penisola con centri di ascolto» e di
scansare perfino l’obbligo più ovvio: quello di frequentare almeno una parte
delle lezioni. Alla faccia del «merito».
Sia chiaro:
il rapporto «Maturità: boom dei diplomi facili» (frutto d’un lavoro
capillare sui numeri ufficiali e in uscita oggi a ridosso dei risultati
sugli esami di maturità appena pubblicati dal ministero regione per
regione) non fa nomi. E il direttore Giovanni Vinciguerra si
rifiuta di puntare l’indice su questo o su quell’istituto: «È il sistema con le
sue regole a consentire storture indecenti». Incrociando i dati e le «promesse»
contrattuali offerte sul mercato agli aspiranti diplomandi, però, sul web si
trova di tutto. Compresi indirizzi che si sdoppiano e si moltiplicano e
rimandano nelle «street view» di Google map a sgarrupate periferie
metropolitane, orrendi «bassi» popolari e talora vere e proprie catapecchie:
muri scrostati, grondaie arrugginite, mattonelle divelte, spiazzi ingombri di
sterpaglie.
Guai a fare
d’ogni erba un fascio: la larga maggioranza delle «paritarie» italiane, quattro
quinti, è
estranea allo spaccio di attestati. I diplomifici, però, ci sono. Al punto
di dar vita addirittura a fenomeni di «turismo diplomante». E sono
riconoscibili per una caratteristica: hanno pochi o pochissimi studenti
iscritti fino alla vigilia della prova finale per il pezzo di carta utile per i
concorsi pubblici e poi iscritti che miracolosamente si moltiplicano tra il
quarto e il quinto anno. Un’impennata che nell’ultimo anno scolastico è
arrivata a uno stratosferico +166%. Con punte paradossali.
Un esempio?
Quello di un istituto «passato da 11 iscritti in quarta a 296 l’anno dopo
in quinta»: ventisette volte di più. Tutto «normale»? «Un altro
istituto ha complessivamente avuto negli ultimi sei anni soltanto 31 studenti
iscritti al quarto anno, diventati in tutto 1.083 al quinto con un incremento
di 1.052 iscritti nel sessennio (+3.194%)». Un altro ancora partito da 138 è
salito nello stesso periodo, sempre per il 5° anno, a 1.388: «Ipotizzando una
retta media di 5 mila euro, i ricavi di questo istituto solo per le iscrizioni
al 5° anno sfiorerebbero in sei anni i 7 milioni».
In realtà,
come dicevamo, il fenomeno riguarda sì migliaia di persone più o meno giovani
appartenenti all’Italia intera e disposte a farsi anche centinaia di
chilometri e un po’ di
giorni in trasferta (spostamento del domicilio incluso!) per «frequentare»
almeno in minima parte le scuole cui si sono iscritte. Ma queste scuole
accuratamente scelte per ottenere la benedetta pergamena sono 92. Una quota
minore ( il 6,5%) delle 1.423 «paritarie» che
portano gli studenti all’esame di maturità. Ma concentrata in una roccaforte: «Il
90,5% dei 10.941 nuovi iscritti sono in istituti paritari della Campania. Il
6,3% in istituti del Lazio. Il 3,2% in istituti della Sicilia. Stop:
nessuno è localizzato in altre regioni d’Italia». In pratica, su oltre un
centinaio di province italiane quei 92 «paritari» sono concentrati in nove:
tutte quelle della Campania più quelle laziali di Roma e Frosinone e quelle
siciliane di Palermo e Agrigento». Sintesi finale: su 356 «paritari» in
Campania quelli finiti nel dossier sono 82. Quasi uno su quattro. Un’enormità.
Una
progressione inarrestabile: dal 2015/16 fino a questo anno scolastico «l’incremento di iscritti a livello
nazionale nelle paritarie tra il quarto e il quinto anno delle superiori è
stato di 166.314». Oltre 105 mila in Campania, gli altri in tutte le altre
regioni messe insieme. Un caso? Dice il Dpr 122/2009 che «ai fini della
validità degli anni scolastici, compreso l’ultimo anno di corso (…) è richiesta
la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale». Ma in realtà «in base a
quanto risulta da contratti per l’iscrizione nella scuola visionati da «Tuttoscuola»,
in molti casi sono esplicitamente previste nel corso dell’anno scolastico
trasferte di 48-72 ore presso l’istituto dove si svolgerà l’esame finale per un
numero di visite che si conta sulle dita di una mano».
Un weekend
ogni tanto… «La violazione
di legge sulla frequenza per almeno tre quarti dei giorni di lezione messa in
atto quasi sempre dagli istituti in odore di diplomificio è la loro carta
vincente verso la clientela». Pronta a pagare, stando ai tariffari on-line,
«una cifra compresa tra i 1.500 e i 3.000 euro, più una tassa d’iscrizione che
va da 300 a 500 euro. Per gli esami di idoneità, il prezzo varia tra i 1.500 e
i 3.000 Euro. Per il diploma di maturità la retta media è 2.500-4.500 Euro. Ma
ci sono casi in cui si arriva a 8.000 o addirittura a 10.000…»
E lo Stato
che fa? Boh… «Sembra
abbia rinunciato alla lotta contro i diplomi facili, azzerando o quasi i
controlli». Due numeri: negli anni 90 gli ispettori che facevano le verifiche «erano
696. Ne sono rimasti in servizio solo 24. Alcuni prossimi alla
pensione. Ai quali si aggiungono 59 dirigenti tecnici con incarichi triennali
che dovrebbero vigilare su circa 8 mila istituzioni scolastiche statali e circa
12 mila paritarie. Ottantatré ispettori per 20 mila scuole… Nel Regno Unito gli
ispettori sono circa 2 mila (inclusi quelli part-time), in Francia circa 3
mila». Auguri… Perché non ne assumono? Una parola: «Il penultimo concorso è
stato nel 1989; il successivo iniziato nel 2005 si è concluso nel 2014. Infine
il nuovo concorso ha mosso i primi passi nel 2019 e ad oggi non è stato ancora
bandito». Due concorsi in 34 anni. Prova provata che l’andazzo non scandalizza
poi più di tanto.
Sono anni,
del resto, che fior di intellettuali, economisti, studiosi della scuola, chiedono inutilmente di
rovesciare il principio, ormai fossile, del valore legale del titolo di studio.
«Quel valore legale non garantisce un suo valore reale», spiega ad esempio
Andrea Ichino, autore con Guido Tabellini del libro Liberiamo la scuola,
«Allo stesso modo, la certificazione legale di un insegnante non garantisce la
sua qualità: tutti ricordiamo gli insegnanti davvero bravi avuti nella nostra
carriera scolastica così come quelli pessimi, eppure erano tutti insegnanti
certificati dallo Stato». Che senso ha restare inchiodati lì, alla
scartoffia timbrata, in un contesto così?
da
qui