Da Francesca Albanese ad Autistici/Inventati, dai registi di “Naza” alle
multe agli attivisti. Il nuovo strumento per zittire il dissenso è la
repressione economica.
Laddove la vecchia repressione poliziesca si dimostra di scarsa efficacia, i despoti del mondo si sono inventati un nuovo strumento per zittire il dissenso: colpire nelle tasche le voci critiche.
L’avanguardia di questa nuova forma di autoritarismo è incarnata dagli Stati
Uniti di Donald Trump, ma l’esempio viene emulato anche in altri Paesi,
tra cui Israele e Italia. Si moltiplicano infatti i casi di persone o
organizzazioni a cui sono stati chiusi i rubinetti economici e le fonti di
sostentamento, non potendo evidentemente dare loro la caccia con gli strumenti
giudiziari.
Da Francesca
Albanese al collettivo Autistici/Inventati, dai giudici della Corte Penale
Internazionale ai registi di “Naza”, fino ai semplici attivisti che si sono
visti comminare multe da decine di migliaia di euro, ciò che accomuna i diversi
casi di repressione economica sono elementi come la discrezionalità
molto politica, l’impossibilità spesso di appellarsi ai provvedimenti per via
giudiziaria, l’applicazione di sanzioni spesso fuori dal diritto ma facendo
leva sui rapporti di forza o l’applicazione pretestuosa di pene sproporzionate
rispetto alle condotte da punire, come il mancato rispetto di termini temporali
di preavviso per svolgere una protesta.
La repressione economica contro Francesca Albanese,
esponente dell’Onu
Uno dei casi
più eclatanti della repressione economica riguarda l’inserimento di Francesca Abanese nella lista nera delle sanzioni
statunitensi. Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, la
giurista italiana è finita nel mirino dell’Amministrazione di Washington
guidata da Donald Trump, che nel luglio 2025 ha decretato contro di lei dure
misure punitive d’intesa con l’Office of Foreign Assets Control.
All’origine della decisione figurano i suoi intransigenti report sul genocidio
a Gaza e i pressanti appelli rivolti alla Corte Penale Internazionale affinché
perseguisse le responsabilità di funzionari statunitensi e israeliani.
Le
ritorsioni di Washington hanno travolto la quotidianità della diplomatica,
traducendosi in una vera e propria paralisi finanziaria. Poiché il sistema
bancario globale gravita attorno al dollaro e teme le ritorsioni secondarie
degli Stati Uniti, persino gli istituti di credito europei si sono visti
costretti a rifiutare l’apertura di conti correnti a suo nome.
Senza possibilità di ricevere lo stipendio, disporre di una carta di credito o
svolgere le più semplici operazioni di pagamento, la giurista ha vissuto una
condizione d’isolamento economico senza precedenti per un rappresentante delle
Nazioni Unite.
Lo stallo si
è incrinato solo nel maggio 2026, quando la controversia è approdata nelle aule
giudiziarie americane. Un tribunale federale statunitense ha accolto il ricorso
dei legali della giurista, sospendendo in via cautelare l’efficacia del
provvedimento.
Nella sentenza, il magistrato ha sottolineato come le sanzioni economiche siano
state impropriamente impiegate come forma di ritorsione e censura politica,
violando le tutele sulla libertà di manifestazione del pensiero garantite dal
Primo Emendamento della Costituzione americana. In risposta al pronunciamento
del giudice, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dovuto disporre la
cancellazione temporanea della diplomatica dalla lista degli individui
sanzionati.
Il caso dei giudici della Corte Penale Internazionale
Un’offensiva
analoga a quella subita da Francesca Albanese ha travolto direttamente i vertici della Corte Penale
Internazionale dell’Aja. Il punto di svolta è arrivato nel
febbraio 2025, quando la Casa Bianca guidata da Donald Trump ha firmato un
decreto esecutivo per colpire magistrati e funzionari del tribunale
internazionale.
La reazione di Washington si è scatenata a seguito delle indagini del tribunale
sui crimini di guerra a Gaza e dell’emissione dei mandati di arresto contro
alti esponenti israeliani, con gli Stati Uniti che hanno accusato l’istituzione
di minacciare la sovranità americana e quella dei suoi alleati non aderenti
allo Statuto di Roma.
La
ritorsione economica si è progressivamente allargata fino a toccare quasi metà
del collegio giudicante dell’Aja, inclusa la presidente del tribunale Tomoko
Akane, vari giudici e il procuratore capo Karim Khan.
Le conseguenze per i magistrati finiti nelle liste nere dell’Office of Foreign
Assets Control sono state devastanti: i loro beni negli Stati Uniti sono stati
bloccati e le istituzioni finanziarie internazionali si sono trovate
impossibilitate a erogare stipendi o mantenere operativi i conti correnti per
paura delle pesanti sanzioni secondarie americane. Si è configurato un vero e
proprio strangolamento economico volto a paralizzare l’attività della Corte.
Anche in
questo scenario l’offensiva ha scatenato una dura battaglia legale.
Organizzazioni per i diritti umani e magistrati sanzionati hanno impugnato il
decreto dinanzi alle corti federali statunitensi, contestando l’uso delle
misure di emergenza economica contro dei giudici nel pieno esercizio delle loro
funzioni giurisdizionali.
Mentre i tribunali americani sono stati chiamati a valutare la legittimità
costituzionale dei blocchi finanziari, l’Assemblea degli Stati Parte e le
Nazioni Unite hanno condannato l’uso delle ritorsioni bancarie, definendolo un
attacco senza precedenti alla stessa indipendenza della giustizia
internazionale.
Repressione economica e digitale: la vicenda di
Autistici/Inventati
La vicenda
che ha colpito Autistici/Inventati rappresenta un emblematico caso di repressione
economica ed extra-giudiziale applicata al mondo del digitale e della libertà
di espressione. Storico collettivo italiano nato nel 2001 per offrire servizi
informatici orientati alla privacy e alla tutela dei diritti digitali – come
email criptate, hosting e mailing list per movimenti e attivisti –, il progetto
è finito al centro di un micidiale cortocircuito finanziario causato
dall’imposizione di sanzioni unilaterali da parte delle autorità statunitensi
attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC).
Pur non
essendo formalmente accusato di alcun reato dall’autorità giudiziaria italiana
o europea, il collettivo è stato inserito nella lista nera americana con
l’accusa indiretta di fornire infrastrutture di rete a realtà invise a
Washington.
Le conseguenze economiche e operative di questo provvedimento sono state
immediate e devastanti. A causa dello strapotere del sistema finanziario
globale e del dollaro, il rischio di “sanzioni secondarie” ha spinto i fornitori
di servizi di rete, i registrar di domini e le stesse istituzioni bancarie
europee – inclusa Banca Etica – a congelare le operatività del collettivo,
interrompendo la gestione dei conti correnti destinati alle donazioni dal basso
e rendendo inaccessibili i domini web principali.
Senza
possibilità di raccogliere fondi per sostenere i costi dei server e sotto la
minaccia di pesante isolamento bancario per chiunque fornisse loro supporto
economico o tecnico, ma anche per non esporre a ritorsioni anche i propri
utenti, il collettivo si è visto costretto a sospendere i propri storici
servizi.
Questa forma di soffocamento finanziario ha evidenziato come l’uso politico
delle sanzioni economiche possa travalicare le giurisdizioni nazionali,
trasformando l’ostruzionismo bancario in un efficace strumento di censura
indiretta in grado di spegnere spazi di dissenso e di libera informazione.
L’emulazione israeliana: le sanzioni ai registi di
“Naza”
La campagna
di ritorsione nei confronti dei registi del film documentario “Naza”, diretto da Yuval Abraham e Rachel
Szor, segna un ulteriore tassello nell’uso delle sanzioni amministrative e
delle pressioni istituzionali per reprimere il dissenso diplomatico e la
libertà di informazione. L’opera, premiata con il premio speciale della giuria
alla Mostra del Cinema di Venezia, indaga sui sistemi d’intelligenza
artificiale usati dall’esercito israeliano per la selezione dei bersagli a
Gaza, provocando una violentissima reazione politica sia in Israele sia sul
piano dei finanziamenti pubblici.
Subito dopo
la proiezione della pellicola al Lido, l’esecutivo israeliano ha attivato una
serie di misure repressive per colpire le attività professionali ed economiche
dei due registi.
Oltre alle aperte minacce di revoca della cittadinanza per alto tradimento
espresse da esponenti di primo piano del governo, le autorità istituzionali
hanno avviato procedimenti per revocare qualsiasi forma di sussidio, fondo
pubblico o finanziamento statale destinato alle loro future produzioni o a enti
correlati. Questa mossa è stata accompagnata dall’apertura di un’indagine
giudiziaria per fuga di notizie riservate che rischia di bloccare la
distribuzione commerciale del film e congelare i proventi dell’opera.
Sul fronte
privato ed economico si è innescata una dinamica di vera e propria paralisi
operativa. Le pressioni istituzionali e l’incriminazione potenziale per
violazione della sicurezza nazionale hanno spinto diversi soggetti distributivi
intermediari e piattaforme di pagamento a sospendere i trasferimenti di fondi e
a congelare l’accesso ai budget operativi legati alle attività promozionali dei
registi. L’offensiva combinata tra minacce penali, revoca dei contributi
pubblici e l’ostruzionismo bancario ha così riproposto il modello di
“strangolamento finanziario” già applicato ad altre figure critiche nei
confronti delle politiche militari israeliane.
Anche l’Italia ha imparato: le multe salatissime agli
attivisti
La stretta
sul dissenso, in particolare attraverso la repressione economica, ha fatto
scuola anche in Italia, dove le voci critiche vengono sempre più spesso colpite
nelle tasche. Gli esempi si sprecano, ma un caso emblematico è la sanzione da 30mila euro notificata
dalla Questura di Bologna a tre attivisti dei Municipi Sociali. La
contestazione riguarda una protesta “senza preavviso” organizzata lo scorso 5
marzo contro la presidente della Bce Christine Lagarde, in visita alla Johns
Hopkins University.
L’episodio riporta al centro del dibattito il Pacchetto Sicurezza del governo
Meloni, accusato dai movimenti di utilizzare lo strumento economico come forma
di repressione indiretta per disincentivare le mobilitazioni di piazza.
Al cuore
della polemica c’è la riforma dell’articolo 18 del TULPS, che ha trasformato il
mancato preavviso da reato a illecito amministrativo. Una depenalizzazione che
però rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato cancella il processo
penale, dall’altro applica sanzioni pecuniarie immediate, salatissime e
difficili da impugnare senza sostenere ingenti spese legali davanti al Giudice
di Pace.
L’uso della corsia amministrativa, in particolare, priva i cittadini delle
garanzie processuali tradizionali, affidando l’ordine pubblico a un meccanismo
punitivo rapido e discrezionale.
Il caso di
Bologna non rappresenta un fatto isolato, ma si inserisce in una tendenza già
vista in altre città italiane. Sempre nel capoluogo emiliano, i cittadini del Comitato Mu Basta hanno subito contravvenzioni salatissime per “bivacco”
durante il presidio a tutela del parco del Pilastro. Analogamente, a Brescia,
il sindacalista Usb Dario Filippini è stato sanzionato per una
mobilitazione spontanea organizzata senza rispettare i tre giorni di preavviso
normativi. L’applicazione sistematica di queste elevate sanzioni pecuniarie
rischia così di soffocare la libertà di protesta, trasformando l’esercizio
della critica politica in un costo insostenibile per i singoli cittadini.