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mercoledì 3 febbraio 2021

Corea e Giappone: terza ondata - Andrea Berrini

Digressioni. Un paio di vite fa mi trovavo in uno degli angoli più disgraziati del mondo, le baraccopoli che circondano Nairobi, a interrogare preti e santoni delle congregazioni religiose più strane. Ricordo la frase di uno di loro a spiegarmi quanto fosse importante la questione della malattia e della guarigione. Partiva da una domanda: siamo circondati dalle zanzare, tutte portano la malaria, tutti vengono punti più volte al giorno, e allora cosa fa sì che qualcuno si ammali, e qualcun altro no? La sua risposta portava su una china pericolosa: il rapporto con il mondo degli spiriti. Ma indicava anche, idea più interessante, il rapporto con la comunità che ti circonda. Nella buona sostanza diceva: non ti ammali se non sei solo. I riti di guarigione su cui si incernierano quelle sette sono partecipati da masse sterminate di persone, perché il fedele prova sollievo dopo una messa, con quella liturgia basata sull’appartenenza. E, insisteva il mio prete africano: il sollievo degli abbracci, delle cerimonie ristrette, del sapere che intorno a te c’è la comunità. Certo, le malattie che a suo dire trovano una cura sono quelle che noi, nel qui ora dell’Occidente ricco, definiremmo psicosomatiche: la dipendenza dalle droghe o dall’alcool, l’insonnia, i mali di testa immotivati, le cervicali e le erniette, l’infertilità, l’impotenza. E chissà la malaria.

 

Che il nostro sistema immunitario sia più forte se siamo sereni sembra un dato acquisito ormai anche dalla scienza medica, senza la necessità di rivolgersi a un dio, a più dei, al mondo degli spiriti o al culto degli antenati. Lo stress, parolina magica occidentale, aiuta la formazione delle placche di colesterolo nelle coronarie: me lo ha confermato il cardiologo a Milano. E per tornare in Asia, a me resta davanti agli occhi l’infermierina di Singapore che, congedandomi dopo un’angioplastica, snocciolatami la prescrizione farmacologica, aggiunse seria: “You should avoid anxieties and frustrations.” Cosa che puntualmente figurava nella lettera di dimissioni. Pensai: le ansie sì, le posso abbandonare, ma per le frustrazioni come faccio: devo elevarmi al di sopra di ogni mia terrena ambizione, come il Buddha? L’Asia ha una sua risposta, per le placche di colesterolo?

 

Domande. La domanda sul perché qualcuno si è preso il Covid e altri no corre libera anche in luoghi meno disgraziati di una baraccopoli africana. Mia moglie è risultata quasi inspiegabilmente positiva al sierologico – sì, ci ricordiamo un paio di giorni di perdita dell’olfatto, e febbriciattola, a marzo – e io che le vivo attaccato da mesi sono negativo. Dice un articolo tra i tanti sul giornale che la possibilità di infettare un convivente non supererebbe il 44%: e allora perché io sto nell’altro 56%? A riti di guarigione non ho partecipato mai, in questi mesi. Comunità ne ho frequentata poca.



E dunque, ancora e sempre la domanda che mi ronza in testa: ma cosa hanno fatto gli asiatici, i cinesi, per battere la zanzara Covid così meglio di noi? Forse evitando le frustrazioni perché lì, sotto sotto, circola ancora il pensiero del Buddha? I miei amici sinologi ripetono ancora: Confucio, piuttosto. Il senso della collettività così forte a loro dire nell’Asia dell’est e del sudest. E allora, se devo stare al mio prete africano di baraccopoli, non solo disciplina e senso di responsabilità, ma protezione del gruppo: non sentirsi soli. Anche in queste settimane la reazione alla terza ondata in Corea del Sud e Giappone è per noi fantascienza.

 



Nella Corea di 50 milioni di persone 500 casi destano allarme, qualche misura di contenimento viene implementata. In Italia, 60 milioni, 500 casi era settembre ed eravamo ancora immersi nel non ce n’è di coviddi, declinato in varie forme sui nostri schermi. Mi è chiaro come i numeri fossero in salita già tre settimane prima delle chiusure: ma si esitava, perché la chiusura allora sarebbe stata accolta con una inferocita rivolta di masse, presentatori televisivi e tastieranti impulsivi. La chiusura è stata ritardata fino a quando le masse non apparirono spaventate a sufficienza da accogliere le misure imposte. Qui, più che in altri paesi occidentali, la sfiducia verso il governo (‘le élites!”) è a livelli di guardia da un decennio: ci si sente soli, abbandonati? Adesso, però, ci si domanda di chi è la colpa di una seconda ondata così forte – del governo, dice la vox populi – ed eccolo qua l’Occidente con la sua cultura millenaria: non Confucio né il Buddha, ma cristianamente la colpa: e dunque lo troviamo un capro espiatorio? Ce la risolviamo così anche questa volta? Linciarne uno per assolverne cento, e tutti insieme, in gruppo, schiumare di rabbia. Mentre vagano per la rete le immagini del metrò di Pechino affollato – lì non ce n’è più di coviddi – scopro che nel Giappone della terza ondata non sembra alle viste un lockdown.

 

Il Giappone chiuse sì scuole cinema e teatri per tempo, a inizio marzo, ma non ha mai attuato lockdown totali, c’è anche un problema con la costituzione. Piuttosto il governo rivolse un pressante invito a ridurre i contatti al minimo, e si ritiene che i giapponesi questo abbiano disciplinatamente fatto – è la politica che ha provato la Svezia, dalle nostre parti, ma con risultati ben peggiori –. Certo in Giappone i casi censiti sono molto pochi perché lì il tampone si fa solo a chi ha sintomi gravi: altro che tracciamento, insomma – che invece la Svezia ha saputo fare –. Eclatante Giappone: meno di duemila decessi in un paese che ha dodici volte gli abitanti della Svezia, dove i decessi sono settemila. E allora? La zanzara Covid colpisce così a capocchia? Sa dio, direi a quel mio prete africano se lo avessi di fronte adesso. Preferirei però uno studio comparato, e chissà quando arriverà. Perché se la differenza la fanno davvero i comportamenti individuali, accidenti venga qualche maestro orientale a insegnarceli più in fretta possibile, anche in vista di altri virus prossimi venturi. Se invece qualche altra ipotesi può essere costruita, su quest’Asia invidiabile, proviamoci. Non sono uno scienziato io, sono un solo un perplesso autore.

 

Vaghi ricordi di università mi rammentano che un’ipotesi per dirsi scientifica deve essere falsificabile. Falsificatemi, vi prego, l’autoriale ipotesi che la precedente circolazione della Sars e di altri Coronavirus abbia allenato il sistema immunitario di un paio di miliardi di persone, laggiù, perché questa ipotesi mi si è conficcata nella testa. So che devo starci attento, l’abitudine a costruire spiegazioni affrettate solo perché sanno surrogare paure e speranze è un po’ troppo diffusa: è il male di questi tempi, avvelena ogni argomentare. Ma ipotesi bisogna farne, e risposte bisognerà costruirne prima o poi. 

(Corollario: la speranza che, una volta vaccinato e immune il gregge al Sars-CoV-2, sia poi resistente ai virus prossimi venturi non è male come speranza, vero? Insomma che passino altri cent’anni: come dopo la Spagnola).

da qui

giovedì 3 dicembre 2020

Pandemia e modello asiatico: cosa è successo? - Andrea Berrini

Nuove riflessioni

Sono sempre a rigirarmi tra le mani la domanda: perché quel pezzo di Asia ha reagito meglio alla pandemia? È l’eredità del confucianesimo che rende quei popoli più capaci di far fronte collettivamente alle disgrazie? È una loro superiorità tecnologica, e quindi i migliori sistemi di tracciamento? O una disponibilità all’obbedienza come noi manco ci sogniamo? O, nel caso della Cina, la dittatura tout court? Nella newsletter asiatica di Internazionale del 31 ottobre Junko Terao intervista Ilaria Maria Sala, giornalista italiana a Hong Kong da vent’anni con una lunga esperienza di Cina e Giappone. “Non credo serva scomodare Confucio,” dice Sala, “il vero elemento che accomuna questi paesi è l’esperienza delle precedenti pandemie. La Sars nel 2013 e la Mers nel 2015…”. Da qui consapevolezza, tracciamento, quarentene, mascherine e molto altro. Ma aggiunge una chicca: “Qui non solo le misure di prevenzione non si contestano (…), ma sono richieste dai cittadini, che non si fidano delle autorità politiche, temono che non facciano abbastanza.” Pensando a quanto negazionismo e riduzionismo abbiamo avuto in occidente, siamo agli antipodi: l’esperienza della Sars ha questo lascito. E quindi, racconta Sala, ecco a Hong Kong le proteste perché la governatrice Carrie Lam non indossa la mascherina, ed ecco lo sciopero dei medici che riescono a imporne l’obbligo oltre a ottenere la chiusura del confine con la Cina.

Io ricordo un dialogo su wechat con un amico cinese in febbraio: da una cittadina dell’Hubei a cento chilometri dal centro di Wuhan mi raccontava la loro paura, il terrore di chiunque davanti al morbo sconosciuto: ce la raccontano tutta, o minimizzano? A Hong Kong le persone cominciarono a indossare le mascherine già ai primi di gennaio, quando filtrarono le prime notizie su uno strano virus polmonare: e chi si fida, del governo cinese? Anche ascoltando la bella intervista video a Simone Pieranni resta impressa la sua frase: “La popolazione era terrorizzata.” (Eppure consiglio di ascoltarla per intera, l’intervista, perché è forse la cosa più completa sulla reazione cinese alla pandemia, e non solo sul rapporto tra potere e popolazione: l’utilizzo della app, dell’intelligenza artificiale, il 5g come supporto, il riconoscimento facciale, tutte cose per le quali è evidente l’entusiasmo di Pieranni). Al di là del terrore, Pieranni torna però ad accreditare il punto sulla tradizione confuciana, e così fa Giulia Pompili sul Foglio del 7 novembre, allargando il discorso a tutta la tradizione culturale dell’Asia orientale: “Se da un lato la politica, in paesi come il Giappone e la Corea del sud, può e sa essere spietata, dall’altro nel momento dell’emergenza i cittadini sanno di doversi attenere a delle regole per il bene pubblico, della società.” E, oltre la Sars e la Mers, ricorda le numerose emergenze per catastrofi naturali in Giappone, che hanno allenato le persone al rispetto delle misure di prevenzione. 

 

Pieranni e Pompili ripropongono quella visione: Confucio, tradizione, esperienze di pandemie precedenti in Asia, in contrapposizione a un individualismo occidentale e a una pratica un po’ anarchica della democrazia. Proverei una diversa interpretazione. In quei paesi ogni reazione, per così dire, antisistema, non si è mai rivolta nella direzione di una negazione della pandemia, ma al contrario in quella del timore che questa venisse sottovalutata dai governi. Al diffondersi della notizia del virus wechat (il social media autorizzato e di larga diffusione in Cina) si era riempito delle proteste indignate degli utenti contro le censure governative (soprattutto quelle ai medici di Wuhan che cercarono di dare l’allarme per tempo). L’ondata (di haters, diremmo noi?) era di tale intensità che il Partito decise di lasciarla fluire, anche perché, come nota Pieranni nella videointervista, questo consentiva al governo centrale di avere notizie di prima mano su quanto accadeva a Wuhan e altrove. Insomma, in questi paesi che, con l’eccezione del Giappone, hanno visto una crescita tumultuosa negli ultimi decenni, e un indubbio miglioramento delle condizioni di vita dei più, la sfiducia nei confronti del governo non è legata al lavoro, all’economia, ma alla capacità di protezione sanitaria: quindi, altro che negazionismo, e invece richiesta di misure di contenimento e ovviamente adesione piena a quelle. E siccome il web e i social si nutrono di indignazione, questo è stato il messaggio ‘populista’ prevalente: dateci protezione.

 

Da noi è accaduto il contrario. Dopo due decenni di impoverimento di vaste fasce della popolazione, e di crescita della sfiducia nei confronti di élite visibilmente sorde alle difficoltà dei più, e anzi inclini a lezioncine sulle compatibilità economiche e sull’austerità, l’insorgere dell’epidemia viene visto con sospetto, e ha buon gioco chi presume che ci stia dietro un inganno: mi impedite di lavorare, ma io a voi non credo e quindi non aderisco alle richieste delle autorità. Forse l’origine delle diversità tra modello asiatico e modello occidentale sta qui. E se alla sfiducia verso le élite si aggiunge la cacofonia informativa che scandisce le nostre giornate, ecco che la frase più scambiata diventa “non si capisce niente”, quindi altra sfiducia. Sala ricordava come in tutti i paesi dell’area, non solo nella Cina della censura, non sia partita la sagra “degli esperti onnipresenti a dire la loro in alternativa o in contrapposizione alla linea ufficiale.”

Corollario occidentale: se la possibilità di discussioni piane e razionali arranca, ci si aggrappa all’emotività, quindi alla paura nei giorni di primavera, e invece a un senso diffuso di averne le scatole piene ora che siamo in piena seconda ondata: queste sensazioni guidano il giudizio, che forma una vox populi, in primavera ho paura e bravo chi mi protegge, in autunno sono stufo e al governo sono tutti rimbambiti. Ma devo dire che sull’Asia un elemento mi manca, ed è quanto i visionari, i fuffologi e i venditori di se stessi abbiano impestato anche il loro sistema dell’informazione.

Tutto ciò detto, resta il fatto che il ‘modello asiatico’ ha avuto un’efficacia tale che, davvero, anche queste spiegazioni non mi sembrano sufficienti. L’ho già scritto su queste pagine: come è possibile che l’adesione alle misure di contenimento, la capacità di tracciamento, producano differenze così eclatanti? Torniamo su worldometers.info. Clicco sulla nona colonna, decessi per un milione di abitanti, e la tabella mi mette in fila la classifica dei paesi. La Cina ha un tasso di decessi su un milione di abitanti ridicolo. Ricordo che a febbraio e marzo una testata cinese in lingua inglese, Caixin, mi permetteva di capire che quattro su cinque dei decessi cinesi erano nell’Hubei, la regione di Wuhan. Stando ai numeri ufficiali dunque, il restante miliardo e duecento milioni di abitanti ha visto poco più di un migliaio di decessi. Nel paese che ha chiuso Wuhan solo un buon mese e mezzo dopo che il primo allarme era partito, e dopo che tutta la Cina si era messa in movimento per il Capodanno Lunare, il virus non è quasi uscito dall’Hubei. Sono bastate le successive chiusure? In Italia, fuori dalla Lombardia, 50 milioni di abitanti con 17.000 decessi in primavera. Mah? Sempre su worldometers, incredibilmente bassa la cifra di Corea del Sud, Taiwan e Giappone, come ho già scritto, ma anche quella dei paesi del sudest. Laos, Cambogia, Birmania, Tailandia, Vietnam: ma qui cos’è successo, santo cielo? 

Volete dirmi che c’è stato tracciamento in Cambogia? O che fossero tutti chiusi in casa in paesi dove regna l’economia informale, paesi dove si vive e lavora per strada? Su twitter mi è capitato di chiacchierare con Tommaso Pincio, scrittore con la famiglia residente in Tailandia. Ci era andato a inizio anno, ed è finito poi per restarci fino a luglio. Mi attira un suo messaggio: “In Giappone le autorità sanitarie raccomandano, oltre a indossare sempre la mascherina, di non parlare. Negli stadi è vietato incitare la propria squadra. I parchi pubblici sono rimasti aperti, ma non si può urlare né cantare.” Esprimo i miei dubbi, e finiamo per parlare del sudest: “In Tailandia non c’è questo divieto, ma di fatto è come ci fosse da sempre… in quel paese si urla di rado e spesso ci si rivolge all’interlocutore tenendo bassa la testa e comunque sempre restando a distanza.” Poi ricorda che in Tailandia l’isolamento fiduciario non esiste, ma gli infetti vengono quarantenati “in posti indicati dalle autorità per evitare il contagio domestico.” Cosa questa che a me pare possibile a bassi livelli di contagio, non certo quando l’epidemia comincia a diffondersi. Importante anche la chiusura dei confini, certo “si sono chiusi a riccio”. Poi mi cita degli studi, interessanti, sulla trasmissione aerea, e come, appunto, comportamenti differenti producano effetti lontanissimi tra loro. Accenna solo di striscio a una migliore risposta immunitaria, come possibile spiegazione.  

Insomma, bastava quello? Certo ce lo proponevano in Italia: distanze, mascherine, lavaggio delle mani. Come a dire che se tutti i faccioni da teleshow e i politicanti sui social ci avessero ripetuto all’infinito questa litania, l’avremmo scampata? Quel che è successo in Asia orientale e del sudest (persino in Australia e Nuova Zelanda…) non ha eguali in nessuna parte del mondo, Europa, America del nord, del centro e del sud, mondo arabo, Asia centrale, India, Sudafrica, solo l’Africa subsahariana ha numeri bassi, ma si può ragionevolmente pensare a una incapacità di registrazione del virus, a anziani che muoiono nelle baraccopoli e nei villaggi senza passare per sistemi sanitari inesistenti, e a una speranza di vita più bassa per cui i grandi anziani letteralmente non ci sono. 

Mi apre uno spiraglio di possibile comprensione Massimo Morello, giornalista italiano di stanza a Bangkok, segnalandomi un suo pezzo sul Foglio del lontano 15 luglio. È un’intervista al Professor Bartoletti, esperto di malattie infettive che lavora con l’Università di Singapore: avanza un’interpretazione, “sottolineando come la sua sia una semplice ipotesi, forse azzardata, precisando che stiamo passando a un diverso livello di discorso, quasi una conversazione tra amici.” Molte cautele insomma: ma in sostanza apre una porta sulla possibile maggiore copertura immunitaria al Covid da parte di popoli già in passato esposti ad altri virus, magari Coronavirus. Ecco: non sarebbe il caso di indagarla meglio, questa possibilità? Anche perché io qualcosa devo poter rispondere al mio salumiere, che mi ripete che “qui non si capisce niente,” che “nessuno è in grado di decidere,” e che in Cina l’hanno sfangata perché, beati loro, sono una dittatura. E ho un bel spiegargli per l’ennesima volta che il virus, a Wuhan, è partito perché in una dittatura chi cerca di dare l’allarme non ha strumenti per farlo.

Poi, certo, leggiamo le peripezie di Filippo Santelli, inviato di Repubblica chiuso da più di un mese in un container perché trovato positivo al Covid19 all’arrivo a Nanchino, e ci viene da pensare: lì si che fanno su serio. Ma sono le misure di oggi, la blindatura dei confini, in un paese che ha spento l’epidemia quasi sei mesi fa, e dunque ancora: perché?

da qui

mercoledì 29 gennaio 2020

Censura e autocensura in Cina - Andrea Berrini


Ho vissuto due anni e mezzo a Pechino. Ed ero affascinato, sì, dalle trasformazioni, dalla città che si espandeva all’esterno come una macchia d’olio costruendo quartieri moderni e fabbriche e dormitori per milioni di giovani immigrati dalle campagne, diventando loro operai da contadini poveri che erano, e tanti altri ceto medio in corsa verso nuove vite così simili alle nostre, oltre il terzo mondo e la subalternità all’occidente che durava da secoli. Il mondo multipolare, le nuove società, le grandi metropoli d’Oriente mi facevano gola, avevo voglia di vedere e di capire, di esserci. Ma da scrittore e editore che incontrava scrittori e editori in Cina non ho potuto fare a meno di incocciare la censura, la repressione furente delle idee, le lamentele di alcuni, la malinconia di chi lasciava le pagine scritte nel cassetto o era obbligato a cercare una pubblicazione all’estero, la frustrazione nel dover ammettere che sì, certi pensieri e sensazioni erano ormai espunti dalle proprie pagine. Nel 2014, quando arrivò la notizia della prima rivoluzione degli ombrelli a Hong Kong, i partecipanti a una riunione di artisti a Pechino autoconvocatisi per discuterne, erano stati arrestati a grappoli e non si sapeva più niente di loro, e a qualche giornalista occidentale era stato chiesto di lasciare il paese, ma i loro assistenti cinesi pure erano spariti. Qualche ricercatore mi raccontava i problemi del lavoro in fabbrica, le mille e mille rivolte ambientali e operaie nel paese che si concludevano così spesso con arresti e deportazioni. Insomma sì, tutto molto bello a Pechino e fascinoso, in movimento, ma sotto a una cappa opprimente di negazione della libertà di pensiero e azione.



A distanza di anni il fascino resta, e soprattutto può essere condiviso: c’è finalmente un’onda montante di attenzione per il gigante cinese destinato a divenire il gigante assoluto. Sono lontani gli anni in cui i corrispondenti a Pechino lamentavano la difficoltà di far passare in redazione una notizia, un racconto. Dovevano inventarsi ogni volta la stranezza, la curiosità, lo spunto. Oggi la Cina ci viene finalmente sbattuta in faccia già dai notiziari del mattino, se non altro perché il braccio di ferro è iniziato – Trump, i dazi – e quindi c’è n’è da parlare di risulta, e poi c’è questo fantasma, la Via della Seta, i Memorandum of Understanding che il nostro governo firma o non firma, e la stampa ricorda quanto la Cina stia penetrando il nostro sistema di infrastrutture, il porto di Savona, forse quello di Trieste, la Pirelli, fino a tutto il dibattito sul 5G gestito, chissà, da aziende cinesi. Insomma, la Cina è sulle pagine dei nostri giornali. Ebbene, come conciliare l’entusiasmo di tutti noi che di Cina ci occupiamo in vario modo, con la necessità imprescindibile di criticare il regime, di prendere distanze dalla repressione feroce della minoranza musulmana in Xinjiang e del movimento democratico a Hong Kong, dal modello oligarchico di dominazione della società, di sfruttamento micidiale della manodopera salariata?

Questo interrogativo mi si pone anche a livello spicciolo. Ricordo una cena con amici, nella quale magnificavo l’apertura al futuro della Cina, e mi dicevo felice di frequentare un paese nel quale le tematiche sociali erano a fior di pelle, lo sviluppo, l’emigrazione interna, la costituzione di una classe media, e quindi lo shock degli individui per trasformazioni che li portano nello spazio di trent’anni dal villaggio povero in campagna alla metropoli avveniristica. Paragonavo la ricchezza del discutere di Cina in Cina con l’irrealtà di ogni discussione sull’Italia in Italia, i temi farlocchi imposti al dibattito da piccole convenienze politiche, l’incapacità di prendere atto delle difficoltà del vivere e farne oggetto di riflessione, le occasioni per sfoghi verbali senza nessuna capacità né voglia di approfondire le questioni, di ragionarne in modo piano. E mi capitò di dire che sì, in Cina poi c’era la censura e questo era straordinario perché ogni scrittore doveva misurarsi con essa, fatto concretissimo che svelava le attitudini di ciascuno, la sua stoffa. Mi brillavano gli occhi, e stavo parlando di censura: venni ripreso da un amico, giustamente.



Altrove accadde il contrario: quando discutevo con sinologi, persone che con la Cina lavorano. C’è una rivista che porta in Italia, in lingua italiana, racconti di autori contemporanei cinesi, ma è la traduzione in forma antologica di una rivista cinese, pubblicata come è naturale da un organo dello stato cinese e quindi composta secondo criteri di censura: insomma, ci si trova a valle di scelte repressive della libertà di pensiero. Quando feci notare la cosa alle due stimatissime amiche che la curano, l’inevitabile risposta fu: ma come, sono anni che ci battiamo perché si parli di Cina in Italia, e ora tu critichi questa occasione. 
Beninteso, non si pensi che la censura sugli scrittori in Cina comporti l’ostracismo assoluto o il gulag per legioni di autori. Anzi, negli ultimi anni perfino a voci scomode e critiche è stato consentito di venire a galla, anche sulle pagine della rivista in questione, sempre però con testi dai quali fosse espunta ogni critica. A me vengono in mente i metodi che utilizzava il fascismo in Italia: era ovvio che molti fossero critici nei confronti del regime, e non finivano certo tutti in galera. Ma ad esempio quando si impose ai docenti universitari l’obbligo di prendere la tessera del Partito Fascista, solo una manciata di questi rifiutò, e perse il posto. In Cina la repressione delle idee prende analogamente la forma di un’autocensura previa di ciascuno sul proprio operare, e di un’autocensura delle case editrici, in questo caso delle riviste. Una repressione subdola, perché difficile da identificare con chiarezza, non c’è mai una linea definita.

Si tratta di fare spallucce, e dimenticare certi temi, e certi toni, e magari di abbandonare al loro destino di paria i colleghi meno fortunati, per non parlare di quelli che passano la vita agli arresti domiciliari.
Anche in Italia, di fronte agli interrogativi etici sul proprio operare e cooperare con una dittatura, si finisce con il fare spallucce. Insomma proprio noi, che dell’emergenza di una nuova Cina e di una nuova Asia abbiamo fatto oggetto di discussione, noi che indichiamo all’italietta nostrana spazi inesplorati, suggestioni, declinazioni differenti di temi consueti, noi che affermiamo stentorei: guardate gente, guardate laggiù perché da quei paesi non più lontani abbiamo molto da imparare per la loro vivacità, perché molto si muovono e si agitano, perché svolgono a modo loro il compito sul quale noi ci siamo arenati, insomma proprio noi rischiamo di chiudere gli occhi davanti allo scempio dei diritti umani e sociali.

È partito nei mesi scorsi un accenno di dibattito, tra gli operatori culturali legati alla Cina. Qualche voce coraggiosa (in Italia non si rischia certo la galera, ma il posto di lavoro si) ha provato a mettere sul piatto bocconi succulenti che molto poco sono stati raccolti. L’occasione era, certo, la rivolta di Hong Kong: lì si vive ora una pausa di riflessione, e qui allora il dibattito si è spento, peccato. Ma la responsabilità degli operatori culturali è immensa, in questioni siffatte: proprio noi dovremmo essere capaci di stare all’avanguardia. E considerando le fatiche degli editori, degli autori, degli operatori culturali in Cina, in qualche modo avremmo il dovere di essere all’altezza. 
La trappola autoritaria è quella di sempre: beh, in fondo non sono io l’unico a comportarmi in un certo modo, lo fanno tutti. E sì, certo, io critico, ma non c’è bisogno che alzi poi troppo la voce. Inutile farmi notare, no?