mercoledì 18 ottobre 2017

Il vero sogno americano è stato inventato dai popoli nativi - D. Shane Miller & Lewis Borck



Molti dei valori che ispirano il cosiddetto “sogno americano” risalgono a molto prima dello sbarco dei Padri Pellegrini nel 1620. Quei valori sono propri dei popoli nativi del continente nordamericano, che spesso hanno costruito le loro società su condivisione e partecipazione.

Quando il presidente Barack Obama creò il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) – il programma del 2012 che offriva un percorso di integrazione ai giovani senza documenti arrivati negli States da bambini – sembravano realizzarsi, almeno per questo gruppo, gli ideali del sogno americano.
Questi bambini (molti dei quali adesso diventati adulti) sono stati chiamati “Dreamers”, perché inseguono il sogno americano: l’aspirazione nazionale ad una crescente mobilità economica costruita sulla mobilità fisica. Realizzare i propri sogni significa spesso inseguirli dovunque possano condurre, persino in un altro paese.
La decisione dell’amministrazione Trump di cancellare il DACA e costruire un muro lungo il confine tra USA e Messico ha messo in pericolo questi sogni, portando 800mila giovani ad affrontare la deportazione.
Alla base della revoca del programma DACA e del progetto di costruzione del muro c’è una nozione che lascia trasparire un profondo fraintendimento della storia americana: l’idea che gli immigrati “illegali”, la maggior parte dei quali sono dal Messico, stiano rubando i lavori agli americani e dunque danneggiando la società.
Vale la pena sottolineare qualcosa che molti archeologi conoscono bene: molti dei valori che ispirano il sogno americano – libertà, uguaglianza e ricerca della felicità – risalgono a molto prima della creazione della frontiera tra USA e Messico e persino dell’arrivo dei Padri Pellegrini, gli immigrati in cerca di libertà giunti a Plymouth Rock nel 1620. Quei valori sono propri dei popoli nativi del continente nordamericano.

UN SOGNO NATIVO AMERICANO

La versione moderna del sogno americano risale al 1774, quando il governatore della Virginia, John Murray, il quarto conte di Dunmore, ha scritto che anche se gli americani dovessero “raggiungere il Paradiso, continuerebbero il proprio viaggio se sentissero parlare di un posto migliore ancora più ad ovest”.
Il termine “American Dream” è stato diffuso nel 1931 dall’uomo d’affari e storico James Truslow Adams. Per lui, la sua realizzazione dipendeva non solo dall’essere in grado di migliorare se stessi, ma anche, attraverso il movimento delle persone e la loro interazione, dal vedere anche il prossimo in una condizione migliore
Anche i primi popoli che arrivarono nelle Americhe erano alla ricerca di una vita migliore. E quanto accadde 14.000 anni fa, nell’ultima era glaciale, quando i pionieri nomadi, antenati dei moderni nativi americani e delle Prime Nazioni, arrivarono dal continente asiatico vagando liberamente in tutto ciò che ora comprende il Canada, gli Stati Uniti e il Messico. A caccia di mammut, bisonti e del proboscidato conosciuto come gonfoterio, si spostavano continuamente per garantire il benessere delle loro comunità.
Le comunità indigene delle Americhe non conoscevano nessuna di queste frontiere nazionali. – USGS
Un esempio più recente del potere della migrazione è riapparso circa 5.000 anni fa, quando un grande gruppo di persone da quello che oggi è il Messico centrale si è diffuso nel sud-ovest americano ed anche più a nord, stabilendosi fino al Nord America occidentale. Hanno portato con sé il mais, che ora traina una parte significativa dell’economia americana, e un linguaggio che ha generato oltre 30 delle 169 lingue indigene contemporanee parlate ancora oggi negli Stati Uniti.

GLI HOHOKAM

Questa visione globalizzata del mondo era presente e diffusa anche 700 anni fa, quando individui provenienti da quello che è ora il nord dell’Arizona fuggirono da una siccità decennale e dal crescente autoritarismo dei capi religiosi. Molti migrarono a sud per centinaia di chilometri, fino all’Arizona meridionale, unendosi agli Hohokam (antenati delle moderne nazioni O’odham). Questi ultimi erano riusciti da molto tempo a impiantarsi nel duro deserto del Sonoran, rendendolo florido grazie all’irrigazione di ampi campi di agave, mais, squash, fagioli e cotone.
Quando i migranti settentrionali arrivarono in questa zona calda nei pressi della frontiera tra Usa e Messico, allora inesistente, la vita religiosa e politica degli Hohokam era controllata da un’élite ristretta. I meccanismi sociali per limitare l’accentramento del potere nelle mani di pochi individui erano lentamente giunti al collasso.
Per decenni dopo il loro arrivo, i migranti interagirono con le persone. Quello scambio ha portato una rivoluzione culturale degli Hohokam. Insieme, le due comunità hanno saputo creare un movimento sociale religioso composto da cittadini – che gli archeologi chiamano Salado – che prevedeva una festività a cui erano invitati tutti i membri del villaggio.
Dato che sempre più comunità avevano adottato questa tradizione ispirata all’equità, il potere politico – che allora era incorporato nel potere religioso – poté essere diffuso più equamente nella società. Le élite persero il loro controllo e, alla fine, abbandonarono i templi.

I MOUND-BUILDERS, GLI EGALITARI D’AMERICA

La storia degli Hohokam evoca un altro ideale americano che ha origini nella storia indigena: l’uguaglianza. Molto prima che venisse codificato nella Dichiarazione di Indipendenza, il concetto di uguaglianza fu applicato attraverso la costruzione di grossi tumuli.
Strutture gigantesche in terracotta come queste, spesso sono realizzate da società altamente gerarchiche: pensate alle piramidi degli antichi egizi, tombe dei potenti faraoni costruite da masse di lavoratori, o a quelle degli inflessibili e imperialisti aztechi.
Ma il potere non sempre viene espresso dall’alto verso il basso. Poverty Point, nella valle bassa del Mississippi in quella che ora è la Louisiana, ne è un buon esempio. Questo imponente sito, costituito da cinque monti, sei creste semi-ellittiche concentriche e uno spiazzo centrale, fu costruito circa 4.000 anni fa da cacciatori-pescatori-raccoglitori con una gerarchia intrinseca pressoché inesistente.
Poverty Point: una città costruita sulla cooperazione. Herb Roe/Wikipedia, CC BY-SA

Originariamente gli archeologi ritenevano che società del genere – in cui non c’era la disuguaglianza e l’autoritarismo che definivano gli antichi imperi egiziani, romani e aztechi – non avrebbero potuto costruire qualcosa di così significativo – e, nel caso, solo nel corso di decenni o secoli.
Ma gli scavi degli ultimi 20 anni hanno rivelato che grandi sezioni di Poverty Point in realtà sono state costruite in soli pochi mesi. Questi nativi americani si sono organizzati in gruppi per portare avanti progetti mastodontici lavorando come una vera e propria cooperativa, lasciando nel panorama americano una solida eredità di uguaglianza.

GLI IROCHESI

Gli Haudenosaunee, o Irochesi, offrono un esempio più moderno di tali pratiche decisionali basate sul consenso.
Questi popoli – che hanno vissuto per centinaia di anni, se non migliaia, su entrambi i lati del fiume S. Lorenzo nell’odierna Ontario e nei Grandi Laghi – hanno costruito la loro società su accordi collettivi di lavoro.
Ostracizzavano le persone che mostravano un comportamento “egoistico”, e spesso donne e uomini lavoravano in grandi gruppi. Vivevano tutti insieme in casette condivise. Anche il potere veniva spostato continuamente, per evitare la formazione di gerarchie, e le decisioni venivano prese da coalizioni di gruppi familiari e comunità. Molte di queste pratiche politiche partecipative continuano fino ad oggi.
Gli Haudenosaunee erano alleati degli inglesi durante la rivoluzione americana del 1776, e dopo la guerra sono stati in gran parte cacciati dalla loro terra. Come molti altri popoli nativi, il sogno degli Haudenosaunee si è trasformato in un incubo fatto di invasione, malattie e genocidio perché i migranti europei seguivano il loro “sogno americano” basato sull’altrui esclusione.

I NATIVI AMERICANI A STANDING ROCK

La lunga storia indigena di rifiuto dell’autoritarismo continua ancora oggi. Basti pensare anche alla battaglia per la giustizia ambientale portata avanti nel 2016 a Standing Rock, in Sud Dakota.
Lì, un movimento di resistenza si è unito a un gruppo giovanile organizzato orizzontalmente che ha respinto il condotto petrolifero Dakota Access Pipeline.
I pionieri nativi americani continuano a combattere per gli stessi ideali che ispirano il sogno americano, tra cui l’uguaglianza e la libertà . John Duffy/Wikimedia, CC BY-SA
Il movimento si è concentrato su una causa ambientale. In parte perché la natura è sacra ai Lakota (e a molte altre comunità indigene), ma anche perché spesso sono queste comunità a dover sopportare il peso delle decisioni sullo sviluppo economico e urbano. Questa è stata la lotta indigena del XXI secolo contro la repressione e a favore del vero “sogno americano”.

RIDEFINIRE IL SOGNO NORDAMERICANO

Gli antropologi e gli storici non hanno sempre riconosciuto gli ideali fondamentalmente appartenenti ai nativi americani presenti nel sogno americano.
All’inizio del XIX secolo l’illustre filosofo ed etnologo Lewis Henry Morgan aveva definito “selvaggi” i nativi americani che aveva studiato. Per secoli, i nativi americani hanno visto il loro patrimonio culturale essere attribuito praticamente a tutti, tranne che ai loro antenati – persino ad un mai esistito antenato “estinto” di razza bianca.
Il passato indigeno dell’America non è stato tutto rose e fiori. Ci sono state scaramucce secondarie, ma anche sanguinosi conflitti tra comunità e persino schiavitù (lungo la costa nordoccidentale e nel sud-est americano).
Ma gli ideali di libertà e uguaglianza – e il diritto che gli americani hanno di vagare in questo vasto continente per rivendicarli – sopravvivono nei millenni. Qui sono prosperate le società basate su questi valori.
Così la prossima volta che un politico invoca i valori americani per promuovere una politica di confini chiusi o un individualismo egoista, ricordiamoci chi ha originariamente abbracciato il sogno americano e per primo ha cercato di viverlo.
da qui

Pino Scaccia ricorda Daphne Caruana Galizia


Metteva proprio paura se per ucciderla hanno imbottito di tritolo la sua piccola auto, come fanno i terroristi (o i mafiosi) con i grandi nemici. Daphne Caruana Galizia, 53 anni, è morta carbonizzata a pochi metri da casa, a Malta. Soltanto pochi minuti prima aveva pubblicato un post sul suo temutissimo blog “Running Commentary” contro il primo ministro Muscat, accusato di corruzione nello scandalo dei Panama Papers. E proprio Joseph Muscat è stato il primo a condannare l’attentato: “Tutti sanno quanto Galizia fosse critica nei miei confronti, ma nessuno può giustificare questo atto barbaro”. La cronista, quindici giorni fa, aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Da anni in realtà la più famosa giornalista investigativa maltese lavorava sul tema della corruzione. Sei mesi fa aveva rivelato al mondo uno scandalo di petrolio e tangenti pagate, secondo i documenti pubblicati, dal regime dell’Azerbaijan ai vertici del governo maltese, coinvolgendo la moglie del premier Muscat. Galizia ha infatti svelato che la Egrant Inc, una società registrata a Panama e di cui fino ad allora non era mai stato individuato il beneficiario finale, appartiene a Michelle Muscat, la moglie del primo ministro. Non solo. La giornalista ha pubblicato alcuni documenti che dimostrano come la società panamense nel 2016 abbia ricevuto diversi bonifici, il maggiore dei quali da oltre un milione di dollari, da parte della Al Sahra FZCO, una offshore registrata a Dubai e appartenente a Leyla Aliyeva, figlia del dittatore dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. Insomma Galizia ha rivelato – con tanto di documenti pubblicati online – che la moglie del premier maltese ha ricevuto milioni di euro dal regime azero. Il quale negli ultimi anni ha firmato parecchi accordi in campo energetico con il governo laburista de La Valletta.
Recentemente ha poi raccontato come l’isola del Mediterraneo si sia trasformata in uno dei luoghi prediletti per il traffico internazionale di droga, facendo nomi e cognomi dei presunti protagonisti del business, primo fra tutti quello di Antoine Azzopardi. Il premier maltese non è stato però l’unico bersaglio della reporter. Aveva tra l’altro fatto parte del consorzio investigativo Icij (di cui è membro anche L’Espresso) rivelando l’esistenza di alcune società offshore appartenenti ad altri personaggi famosi maltesi. All’inchiesta internazionale Panama Papers, la giornalista aveva infatti contribuito svelando come due politici locali –  Konrad Mizzi, all’epoca ministro dell’Energia, e Keith Schembri, capo di gabinetto del premier Muscat – fossero proprietari di scatole finanziarie basate in paradisi fiscali. Accanto agli imprenditori che hanno creato o trasferito attività reali, si è mosso anche un esercito di emigranti di lusso del fisco. Nella lista ci sono politici, manager, industriali, finanzieri, gente di spettacolo e anche un gran numero di personaggi legati ai clan mafiosi. Un lavoro di tre mesi sui Malta Files, quasi mezzo milione di nomi, che in alcuni casi ricorrono più volte, di una sessantina di nazionalità diverse. Si scopre così che l’Italia è di gran lunga il Paese straniero più rappresentato nel gigantesco file: quasi 8 mila società maltesi sono controllate da azionisti italiani. Molti di loro non sono mai sbarcati nel piccolo Stato e hanno utilizzato Malta solo per ridurre al minimo il conto delle tasse. Negli ultimi anni il governo di La Valletta ha steso un tappeto rosso agli investitori stranieri che creano società sull’isola.
“Malta è diventata la Panama d’Europa», ha protestato lo scorso 10 maggio Norman Walter-Borjans, il ministro delle Finanze del land tedesco Nord Reno Westfalia. Più in concreto, un dossier diffuso nel gennaio scorso dal gruppo dei Verdi al Parlamento europeo calcola in circa 4 miliardi di euro l’anno il gettito fiscale che viene sottratto da Malta agli altri Paesi. “Non siamo uno Stato offshore”, ribatte il governo di La Valletta. Ma Bruxelles, dopo anni di colpevole disattenzione, adesso sembra pronta a muoversi.
Daphne negli ultimi mesi aveva iniziato a lavorare sul nuovo capo dell’opposizione, Adrian Delia, e sul traffico di droga nell’isola. Un fenomeno vecchio e noto: ricordo che anni fa era gestito dai cinesi, insieme all’immigrazione clandestina rappresentando Malta un approdo privilegiato. Il suo ultimo pezzo è stato pubblicato sul blog “Running Commentary” poche ore prima della morte. Un commento, più che un articolo, a proposito del processo per corruzione contro l’ex ministro dell’Energia Schembri. “Ci sono ladri ovunque uno guardi adesso. La situazione è disperata”, sono state le ultime parole scritte dalla giornalista prima di bruciare viva nel suo villaggio di Bifnija, proprio davanti a Gozo dove la leggenda narra che Ulisse subì il fascino di Calipso. Povera, coraggiosissima reporter.

Jan Garbarek, Anouar Brahem, Manu Katche

martedì 17 ottobre 2017

Hikikomori: i rinchiusi. Soli dentro la stanza e soli fuori - Santa Spanò



«Mi chiedo che fine faremo.» Mi capita di essere tormentato da simili pensieri, ma in fin dei conti sono un fallito, uno hikikomori. Finché non toccherò il limite, ho deciso che continuerò a fuggire dalla realtà.
Tatsuhiro Satō da Welcome to the NHK
Quando il mondo è in una stanza, il resto ovviamente resta fuori. E quando dico “fuori” intendo tutto, è una scelta estrema di isolamento che a farla sono soprattutto giovani e giovanissimi, di sicuro avrete sentito il termine hikikomori, viene usato in Giappone per indicare chi decide di abbandonare la vita sociale per confinarsi nella propria camera e vivere rinchiusi (letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”).
Avete presente la tartaruga? Difronte al pericolo ritira testa e zampe e si trincera nella corazza, è una reazione istintiva di autodifesa. In Giappone ci sarebbero oltre un milione di giovani che per difendersi hanno scelto l’autoreclusione, se state pensando ad una faccenda tutta giapponese non è così, non lo è affatto. È una questione che tocca anche l’Europa e in Europa ci siamo anche noi.

In Italia? Ma va! Questo è il Bel Paese, semmai c’è da chiedersi: avete sentito il termine “tiratardi”? E invece si parla di 40 mila casi registrati.

Hikikomori Italia
, la prima associazione italiana ad occuparsi e sensibilizzare sul problema, riferisce che “secondo alcune stime (non ufficiali) nel nostro (bel) paese ci sarebbero almeno 100.000 casi.” (qui)

Ma da cosa scappano queste migliaia di giovani? Torno alla tartaruga e al pericolo, come farebbe un animale “lento” a sfuggire ai predatori “veloci” senza difese? La risorsa della nostra tartaruga è proprio il suo guscio, barricarsi dentro per sopravvivere, altri animali, per così dire più deboli, sprigionano tossine, altri si mimetizzano, lei si rintana in casa, sembra la scelta più ovvia, anzi naturale.
Ma chi sono i predatori di questi ragazzi che invece di trasformarsi in Tartarughe Ninja sbarrano la porta della loro stanza? Ovviamente la realtà non è un fumetto e davanti al pericolo non ci trasformiamo in supereroi, né subiamo mutazioni genetiche, piuttosto ci paralizziamo o scappiamo, non sempre siamo capaci di affrontare la minaccia con discernimento, di analizzarla e di conseguenza prendere le giuste misure. È un fatto di esperienza, d’età, anche di carattere e questi giovani sicuramente hanno pochi strumenti per affrontare il più temibile dei nemici: la pressione.
Il nostro è un modello agonistico, fisici scolpiti, magrezza, carisma, neanche un brufolo ti viene perdonato, devi eccellere, a scuola, nel gruppo, nei social, devi essere “figo”. Veniamo bombardati da slogan patinati, realizzazione, successo. È l’era del tipo forte, del leader. È l’era del piacione!
“Mostragli un po’ di debolezza e ti faranno a pezzi, puoi starne certo.”  da Skins
Checchè se ne dica con l’evoluzione del pensiero, la nostra resta una catena alimentare, fatta di prede e predatori.
Se la gazzella avesse una camera dove stare al sicuro, non avrebbe più la necessità di correre più veloce del leone.
Che dirvi, ci sono volte in cui anch’io vorrei chiudermi in una stanza. Quest’estate nei giorni in cui tutti erano in vacanza mi sono ritrovata sola tra le quattro mura di casa e ho riflettuto parecchio sul perché si chiudono i contatti fisici col mondo esterno e si arriva all’estremo dell’autoreclusione.

Il confronto con gli altri è sempre più pesante, vedo una società di mercato, impersonale, si da una grande importanza al successo, al denaro, all’apparire e in ogni situazione bisogna mostrarsi capaci, non sono ammesse le debolezze, né le cadute, devi essere sempre al top, si dice così. Una dimensione per narcisisti. Una delle frasi che mi terrorizza di più è: Se hai bisogno chiama! Che tradotto vuol dire: “Mi hai sentito oggi non mi sentirai mai più”. Ecco, se vieni percepito come un peso, un “portatore di bisogni”, taaac vieni espulso!
Microcosmi di solidarietà, di cooperazione, sparute oasi dove la qualità prevale sulla quantità, un’esistenza liquida dove ti dicono che anche il lavoro te lo devi “inventare”, ma senza strumenti, che devi avere ambizione (non quella sana), essere insolente, spregiudicato, che se non vuoi essere schiacciato devi schiacciare…
Ditemi voi se non si ha voglia di “tapparsi” in casa dentro questa “giungla” distopica che finge la felicità e non si cominciano a fare pensieri che non si dovrebbero fare.
Ma se un adolescente ha dei genitori che gli consentono il sostentamento, pagando le bollette e lasciando il cibo fuori dalla porta della camera, per un adulto è ben diverso, il necessario per la sopravvivenza deve procurarselo, altrimenti non gli resta che lasciarsi morire finite le riserve, quali esse siano. Ma non lo chiameremmo hikikomori, useremmo la parola “inetto”, diremmo che non ha obiettivi, progetti, anzi la frase più comune è: “Non ha le palle!”.
Ovviamente la definizione che “nella vita bisogna avere le palle” riguarda uomini e donne, che a voler essere precisi, dando seguito alle crociate, per me assurde, sulla parità di genere anche nella declinazione dei nomi, per le donne dovremmo dire: “nella vita bisogna avere le bocce”.
Che poi ad esagerare, a forza di palle e palle e palle si rischia di venirne schiacciati. Non si vive di solo pa…lle!

Sto divagando, per cui lasciamo stare le “sfere” che, beate loro, sono l’unico solido geometrico a non avere differenze al loro interno.
Tornando al punto, luogo comune vuole che un “senza palle” non riesca ad affrontare le difficoltà, per immaturità o paura, di conseguenza invece di rimanere scappa, anzi si rintana.
“Coraggio è essere spaventati a morte, ma montare comunque in sella.”  
John Wayne
Ma i Cowboy non ci sono quasi più e neanche le vacche di una volta, è tutto diverso, anche i “problemi” sono intricati, vengono fuori da talmente tante combinazioni di cause che a volerle prendere tutte in esame non ci si allontanerebbe più dalla scrivania e nascerebbero gli hikikomori degli hikikomori.
Mi gira un po’ la testa. 

Eh si, perché il problema non è solo la società nel suo insieme, in questo bisogno di chiusura anche la famiglia ha immancabilmente un ruolo centrale, l’interdipendenza tra madre e figlio e l’assenza di una figura paterna sono tra le cause dell’insorgenza di hikikomori negli adolescenti giapponesi.
“… Alcuni esperti, tra cui Tamaki Saitō, attribuiscono la causa del disagio oltre alla suddetta mancanza della figura paterna, al contesto familiare e sociale, fattori che contribuiscono allo sviluppo di un’interdipendenza e collusione fra madre e figlio, la quale, successivamente, si evolve in un sentimento di estrema dipendenza (甘え amae?), impedendo di fatto alla prole uno sviluppo psicologico autonomo. Il fenomeno infatti sembrerebbe verificarsi tra gli adolescenti maschi con madri troppo oppressive o al contrario totalmente assenti, ove il peso dell’educazione e del mantenimento dei figli ricade esclusivamente su queste ultime, le quali nel 95% dei casi ne assecondano l’isolamento, mentre il rischio che essi rimangano schiavi di tale simbiosi è accresciuto dal fatto che il padre raramente interviene come terzo elemento a separare la coppia madre-figlio.” (da Wikipedia qui )
Beh, su madri e padri ci sarebbe da scrivere un post a parte. Madri talmente amorevoli da costruire simulacri d’amore, dove la loro presenza non è mai abbastanza e l’affetto dei figli sempre troppo poco, tessono pericolose ragnatele di dipendenza tra vittimismo e solitudine per essere sempre e comunque indispensabili. Madri virago, autoritarie e frustrate. Madri e padri che non hanno tempo per il troppo lavoro o la fatica, distratti dai social, distratti dalla corsa al giovanilismo, permissivi, accondiscendenti e amiconi ruffiani. Padri mancanti per troppa immaturità o egoismo… Rapporti talmente aggrovigliati e confusi che non è possibile riassumere in poche righe e la vostra soglia di attenzione credo sia già al limite (almeno così dicono gli esperti) se non del tutto esaurita. Il tempo è denaro, bisogna essere veloci (altra pressione)…  Va bene, riprendo il filo del discorso.
Dopo quanto detto sopra da Tamaki Saitō starete pensando che l’hikikomori è un fenomeno maschile, siete fuori strada, il numero delle donne hikikomori è sottostimato.  A spiegarlo sempre Marco Crepaldi di Hikikomori Italia:
[…] Se un ragazzo non esce è considerato uno sfigato, se una ragazza non esce invece significa che è una con la testa a posto. E anche crescendo la situazione non cambia, è sempre l’uomo ad essere spinto a realizzarsi e ad avere una vita sociale attiva.
Mi viene in mente che una volta mi fecero una battuta: «Se un hikikomori è uno che se ne sta sempre chiuso in casa, allora di hikikomori donne sposate ne conosco a bizzeffe»”
Le donne hikikomori sono più di quello che pensiamo…  (qui)
Almeno qui possiamo stare tranquilli non c’è distinzione di genere, una distinzione invece va fatta tra Hikikomori e IAD. Sopratutto in Italia spesso si confonde l’hikikomori con il disturbo da dipendenza da Internet (IAD), ma questa non ne è la causa, semmai uno degli effetti della chiusura. Se il mondo è in una stanza non ti resta che il mouse per vedere senza essere visto, una “prigione” perfetta o un’uscita di sicurezza, in ogni caso l’unica forma di contatto con gli altri, quella meno spaventosa dell’interazione virtuale. Nella vastità del Web si può scegliere i contatti, restare anonimi, costruirsi un avatar e con un semplice reset azzerare tutto.
Questi ragazzi sembrano lo specchio dei nostri tempi, anzi direi l’antropomorfizzazione di un malessere largamente percepito: la solitudine.
Siamo iperconnessi e soli
Mi tornano in mente due film, diversi sicuramente tra loro anche per tematiche, ma che meritano di essere visti. Thomas in Love del 2000 diretto da Pierre Paul Renders, girato interamente in soggettiva e Castaway On the Moon un film di Hae-jun Lee del 2009.
Li ricordo perché sono un’inguaribile romantica e sicuramente mi piace pensare che un tocco d’amore può fare miracoli.
C’è anche una considerazione più pragmatica, Thomas ha un vitalizio che gli consente di vivere rinchiuso e la giovane Jung-yeon ha una madre che la mantiene.
Un povero o una famiglia povera non credo proprio avrà mai il problema dell’hikikomori 
Adolescente o adulto che sei se non appartieni ad una classe agiata, ad una famiglia che in ogni caso tende a proteggerti, ti tocca andare a lavorare, quanto meno ti tocca uscire, se una casa ce l’hai, per andare a cercarlo il lavoro o se non altro a trovare qualcosa per sopravvivere.
E qui s’innesca un’altra condizione tanto tragica quanto opposta all’hikikomori, quella dei giovani senza fissa dimora. Accomunati entrambi dall’emarginazione, quelli soli dentro la stanza e quelli soli fuori!
In Italia sono di sicuro andati molto oltre i 50 mila 724 senza tetto,rilevati dall’Istat nel 2014, di questi stando ad alcune analisi il 20 – 30%  sono giovani. Una moltitudine di 15 mila giovani soli per le strade. Leggi qui
Un’umanità che non esiste più 

In conclusione anche questa è la cosiddetta “società del benessere”, una società che ha saputo creare uno stile di vita impossibile e spietatamente crudele, oramai sembra di non vivere più, ma di esistere come consumatori, consumatori soli, colpiti da “malattie sempre più ambigue” e alla fine della fiera non ci accorgiamo neanche di essere stati “consumati”, chi fuori e chi dentro la stanza.
“Per essere felici bisognerebbe vivere. Ma vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste e nulla più.”  
Oscar Wilde
Non lasciamo che il mercato ci consumi e ci isoli sempre di più.

Fame di giustizia in Turchia - Gianni Sartori

Perché bisogna raccontare a tutte e a tutti la storia di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca (e il 20 ottobre è prevista la terza udienza del processo)

Parlare di scioperi della fame, oltre che drammatico, è sempre fonte di grande, insondabile tristezza. Torna fatalmente alla mente lo stillicidio dei giorni di agonia di Bobby Sands, Patsy O’Hara, Micki Devine… e di tutti gli altri repubblicani irlandesi del 1981. E poi la morte atroce di un centinaio di militanti della sinistra rivoluzionaria turca (e di loro familiari) nell’assordante silenzio planetario dei media. E ancora il martirio solitario dell’anarchico Barry Horne nell’Inghilterra socialdemocratica di Blair…
Eppure periodicamente questa scelta, spesso irreversibile, destinata a concludersi con la morte o comunque con danni irreparabili per chi magari viene sottoposto alla tortura della alimentazione forzata, si compie ancora. Ancora vittime ribelli al potere alle quali non rimane altra via per esprimere la propria radicale opposizione allo stato di cose presente.
In Turchia Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono in sciopero della fame del 9 marzo (*). Come è stato scritto: «hanno fame di giustizia da oltre 200 giorni».
La testimonianza di Nuriye e Semih contro lo stato di emergenza che li aveva condannati, assieme a migliaia di altri lavoratori, alla morte sociale dopo essere stati espulsi dal loro posto di lavoro, è senza soluzione di continuità. Una lotta sostenuta e difesa da altri che sfidano divieti, repressione, arresti, stati di fermo, tortura…
Il governo dell’AKP – non tollerando l’estendersi della solidarietà, sia interna che internazionale – ha accentuato la pressione sui due insegnanti proibendo qualsiasi forma di manifestazione, canti, balli e ogni sorta di invocazione (sia scritta che verbale) dei nomi di Nuriye e Semih ad Ankara.
Del resto è chiaro da tempo: Recep Tayyip Erdogan è seriamente intenzionato a inasprire ulteriormente lo stato di emergenza sottoponendo ogni espressione di dissenso al duro attacco della repressione, facendo largo uso di quelle che non impropriamente sono state definite autentiche purghe.
Di fronte all’arroganza di Erdogan e soci si ergono, fragili ma immense, queste due figure di resistenti: un’accademica universitaria, Nuriye Gulmen e un maestro di scuola primaria, Semih Ozakca.
Nuryie è una dei circa 150mila funzionari pubblici – di cui 51mila accademici (da 180 università) – licenziati, espulsi dal posto di lavoro in quanto arbitrariamente accusati di essere coinvolti nel golpe dell’anno scorso. A loro inoltre è stato tolto il passaporto condannandoli in sostanza alla morte civile.
Circa un anno fa, nel novembre 2016, Nuriye e Semih avevano deciso di costituire come forma di protesta un presidio civile permanente. Da allora sono stati sottoposti ad almeno 27 “custodie preventive” (l’equivalente dello stato di fermo) e infine arrestati. Tornati in libertà, il 9 marzo hanno iniziato lo sciopero della fame. A loro si sono uniti altri in solidarietà, una decina per ora. La moglie di Semih è in sciopero della fame da oltre 150 giorni.
Scontato precisare che le accuse nei loro confronti sono completamente infondate e poggiano sul nulla: con Fethullah Gulen non avevano mai avuto niente a che fare, così come la stragrande maggioranza delle persone licenziate. Un pretesto per togliere dalla circolazione ogni possibile dissenso al governo di AKP.
Nel frattempo Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono stati definitivamente arrestati il 23 maggio per «appartenenza ad associazione terrorista» utilizzando le “confessioni” di due militanti di sinistra, dichiarazioni estorte con torture e minacce di stupro (**).
Sul loro caso si era pronunciata la Corte europea per i Diritti dell’Uomo (il 2 agosto). Tuttavia, dopo aver considerato i rapporti medici e considerando che nel frattempo i due erano stati trasferiti dalle celle nell’ospedale del carcere di Sincan (dove avrebbero dovuto, in teoria, svolgersi le udienze), la Corte europea ha vergognosamente stabilito che «stanno bene e sono curati». Potevano quindi rimanere in stato di detenzione qualora venisse garantita un’assistenza personalizzata, assegnando cioè ad ognuno di loro una persona a loro scelta in assistenza quotidiana di 24 ore. Questo in effetti era poi avvenuto, anche se con varie settimane di ritardo e i due prigionieri avevano potuto essere seguiti quotidianamente dalla madre di lui e dalla sorella di lei.
La prima udienza risale al 14 settembre. Nel tribunale di Ankara era presente anche una folta delegazione di osservatori internazionali (greci, italiani, bulgari…). Con un tempismo sospetto, solo due giorni prima – il 12 settembre, anniversario del golpe del 1980 – veniva arrestato tutto il collegio difensivo: ben 16 avvocati di cui 14 ancora in carcere e presto saranno anche loro sotto processo. In precedenza, durante la conferenza stampa, erano stati caricati duramente dalla polizia. L’accusa è di essere legati al Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (DHKP-C). Ossia, tecnicamente: «appartenenza ad organizzazione terrorista».
Si tratta di appartenenti agli “avvocati del popolo” (Dipartimento per i diritti del popolo #HHB) e agli “avvocati progressisti” #CHD. Agli altri avvocati del popolo viene ora impedito di presenziare e a difesa degli imputati rimangono solo gli avvocati progressisti.
In poche ore erano giunte oltre 2135 deleghe firmate da avvocati da ogni angolo della Turchia a sostegno della difesa, una incredibile dimostrazione di solidarietà.
Più difficile comunque ora il compito della difesa, dato che tutta la documentazione preparata dagli avvocati è stata sequestrata e fatta sparire per mano della polizia.
All’udienza del 14 settembre i due imputati erano assenti per «ragioni di sicurezza». Ufficialmente l’apparato turco di sicurezza non sarebbe in grado di impedire un eventuale tentativo di fuga di Nuriye e Semih (da tempo allettati): una giustificazione paradossale che, se il contesto non fosse tragico, sarebbe risibile.
I due dossier – di 25 e 45 pagine – contro di loro appaiono inconsistenti, una ricostruzione ad hoc realizzata dai corpi di polizia. Le principali accuse sono: aver fatto la «V» di vittoria con le dita, aver scritto sui social media con colori giallo e rosso, essersi vestiti di rosso e giallo, aver scritto «voglio il mio lavoro indietro» con questi colori. Colori che rimandano a quelli del Fronte del Popolo e di riflesso possono evocare i colori del DHKP-C. Inoltre sono accusati di aver partecipato ad assemblee pubbliche in cui denunciavano le purghe e di aver linkato articoli che parlavano della loro situazione sul giornale del Fronte Popolare dedicato ai lavoratori pubblici.
Comunque l’udienza del 14 settembre veniva sospesa per la mancanza di una documentazione (in grado, secondo il giudice, di consentire forse il reintegro dei due imputati) e aggiornata al 28 settembre. Due giorni prima, alle due di notte, Nuriye era stata trasferita dall’ospedale del carcere all’ospedale pubblico di Numune ad Ankara (perdendo quindi l’assistenza personalizzata: ora può incontrare solo un familiare per cinque minuti al giorno). Nel frattempo, inevitabilmente, le sue condizioni di salute sono andate peggiorando, con danni probabili al sistema nervoso e cardiovascolare. Al momento si trova in un reparto di terapia intensiva e rischia seriamente di essere sottoposta all’alimentazione forzata se solo dovesse perdere conoscenza (anche se un medico si è già rifiutato di praticarla in quanto, come sostiene anche Amnesty International, si tratta di «una forma di tortura»).
Probabilmente con questa operazione di polizia si vuole impedire che Nuriye venga in aula, possa mostrarsi in pubblico, difendersi al processo.
Stando a quanto dichiarava chi l’ha vista recentemente (non è stato possibile fotografarla se non da lontano, di profilo) il suo aspetto, dopo aver perso oltre 40 chili, sarebbe spettrale. Invece Semih (che ha perso “solo” 34 chili) è ancora in grado di presenziare, sorridere, salutare…
Quasi contemporaneamente dalla Procura di Istanbul veniva emessa una lista di 110 nominativi di militanti del Fronte del Popolo (Halk Cephesi) e quindi, secondo gli inquirenti, in qualche modo collegabili ad «una organizzazione terrorista». In tutta la Turchia è aperta la stagione “di caccia” e al momento un’ottantina di persone sono già state arrestate. Fra di loro molti avvocati, un medico, militanti ben conosciuti e anche la famosa «zia di Gezi Park».
Fra chi purtroppo le ha conosciute entrambe, si sostiene che questa repressione non ha niente da invidiare a quella del 1980. Se non addirittura peggiore: gli arresti sono selettivi e si registrano esecuzioni extragiudiziali.
Fra gli ultimi arrestati, un altro avvocato del popolo, Naim (il quindicesimo per ora) e Ayse Lerzan Caner conosciuta anche in Italia per il suo impegno a fianco delle famiglie dei prigionieri politici.
Intanto, com’era prevedibile, il 28 settembre il famoso documento (la cui mancanza aveva giustificato la sospensione della prima udienza) non è mai stato recapitato. In compenso, per mano della pubblica accusa arrivava la “dichiarazione” di due testimoni tutt’ora in carcere che identificano Nuriye e Semih come membri del DHKP-C. Da questa organizzazione avrebbero ricevuto l’ordine di dichiarare lo sciopero della fame con fini “eversivi”. Confessione molto presumibilmente estorta con la tortura e le minacce.
Per quanto fortemente militarizzata, quella del 28 – racconta chi vi ha partecipato – è stata una udienza relativamente tranquilla: qualche minaccia, qualche carica, 2-3 fermi…
La precedente era stata sicuramente più dura, in particolare per l’ampio uso di spray a base di agente orange (quello, cancerogeno, usato prima in Vietnam e poi in Colombia per deforestare le aree occupate dai guerriglieri).
Per il 20 ottobre è prevista la terza udienza, con la probabile presenza dei due che avrebbero fornito le “prove” a carico di Nuriye e Semih.
In ogni caso, in Turchia la resistenza continua. Non è possibile, nemmeno instaurando lo stato di emergenza, annullare e ingabbiare 80 milioni di persone.
(*) una precisazione sulla durata dello sciopero della fame dei militanti turchi. Se nel caso dell’Irlanda, 1981, lo sciopero dei repubblicani si concludeva comunque con la morte (in genere nel giro di un paio di mesi) la maggior durata di questi scioperi condotti da militanti turchi si spiega con l’utilizzo di acqua salata, succo di limone, vitamina B 1 che prolungano la resistenza fisica. Questo non rende meno drammatica la situazione: le conseguenze spesso sono devastanti per l’organismo e psicologicamente diventa forse ancora più duro resistere così a lungo.
(**) il 28 settembre il Fronte del Popolo “commissione relazioni internazionali” ha emesso un comunicato in cui denunciava come la militante Fadime Yigit recatasi alla stazione di polizia, in quanto sottoposta a obbligo di firma, sia stata sequestrata, minacciata e torturata con la richiesta di fare nomi. Immediata la reazione governativa con l’ennesima serie di arresti. Successivamente anche Mustafa Kocak ha rivelato di essere stato stato interpellato per testimoniare contro Nuriye e Semih. Qualora si fosse rifiutato – lo minacciarono – gli avrebbero stuprato le sorelle. Immediatamente dopo tali dichiarazioni anche per lui si sono aperte le porte del carcere.