sabato 24 agosto 2019

Mazzucato: ‘Se non cambiamo il capitalismo ci sarà l’avanzata di un nuovo fascismo cavalcato dai Salvini e dai Trump’


  

(intervista di Gea Scancarello)

Spendere, ma per fare il bene pubblico. Creando valore, e non sottraendolo alla collettività. Guardando al lungo periodo, e non all’immediato: perché gli strumenti per ripensare l’economia sono gli stessi capaci di produrre inclusività, giustizia sociale, attenzione alla diversità. In altre parole, una società migliore.
Mariana Mazzucato, https://marianamazzucato.com, economista, docente di Innovation and Public Value all’University College di Londra, direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose e autrice di The value of everything (Il valore di tutto)  da tempo racconta l’esigenza di un cambio di paradigma nei modelli economici dominanti, a partire da una consapevolezza: se non si cambia rotta il rischio molto concreto è quello di una nuova ondata di fascismo, perché gli effetti di scelte economiche sbagliate si misurano non solo sul Prodotto interno lordo, ma soprattutto sulla società.


Partiamo dall’inizio: il capitalismo è davvero “rotto”?
“Direi di sì, e le ragioni sono diverse. La prima è che c’è stata una finanziarizzazione spaventosa dell’economia, il che significa sia che il settore finanziario è diventato più importante dell’economia reale, sia che l’economia reale è diventata finanziarizzata: con un gioco di parole, la finanza finanzia la finanza”.
Cosa significa concretamente?
“Gli investimenti si concentrano nei settori che in inglese si indicano con l’acronimo FIRE: Finance, Insurance, Real Estate (finanza, assicurazioni e immobiliare). Va poi anche detto che l’enfasi delle aziende, a livello globale, è più nel ricomprare le proprie azioni che nell’investire lo stesso denaro sul capitale umano, o per altri investimenti produttivi: soltanto le imprese del cosiddetto Fortune 500 hanno speso tre trilioni di dollari in shares buyback”.
Sostanzialmente, fanno salire il valore delle proprie azioni usando la finanza piuttosto che creare le condizioni per una crescita di lungo periodo.
“Esatto. C’è poi una terza questione che spiega perché il capitalismo è “rotto”.  Se infatti anche gli investimenti ci fossero, servirebbe una profonda trasformazione del modo in cui vengono erogati e gestiti. Prendiamo il settore dell’acciaio, che è in crisi seria sia in Italia che nel Regno Unito.  Le aziende hanno affrontato la crisi semplicemente richiedendo fondi e altre forme di sostegno al governo, spesso ottenendoli. Ma non è accettabile: i governi non devono distribuire denaro,  devono creare le condizioni per la trasformazione del comparto in crisi. Qualsiasi settore dovrebbe poter ricevere sostegno solo a condizione che metta in piedi le condizioni per trasformarsi, e che evolva in qualcosa che porti benefici alla società nel suo complesso. Questo è l’approccio che è stato usato in Germania, per esempio, ma è un caso abbastanza isolato. Ironicamente, sono i Paesi in via di sviluppo quelli più inclini a trasformazioni che vadano in direzione della sostenibilità ambientale”.
E l’Italia?
“L’Italia affronta una crisi massiccia, politica ed economica, da prima dell’introduzione dell’euro: vent’anni caratterizzati da zero crescita della produttività, da bassissimi investimenti pubblici e privati e da una relazione parassitaria tra il settore pubblico e quello privato. Il governo gialloverde in carica finora ha fatto  promesse populiste che portano immediata soddisfazione – la flat tax, per esempio – mentre servirebbero investimenti massicci in tutto quello che può garantire e strutturare una crescita di lungo periodo: scuola, ricerca, scienza e via discorrendo”.
C’è sempre la questione dei conti pubblici.
“Si continua a parlare del deficit,  ma non è un problema reale. Infatti è stato molto basso per anni eppure il rapporto tra il debito e il Pil ha continuato ad alzarsi perché il denominatore non cresce. A livello puramente teorico, il rapporto potrebbe crescere all’infinito se non si fa qualcosa per far crescere il Pil. Non sono a favore della Brexit o di alcuna uscita dall’euro, ma uno dei problemi dell’Europa è che deve capire che il problema dei Paesi del Sud – Italia, Grecia, Portogallo – non è l’eccesso di spesa, bensì gli investimenti scarsi, l’assenza di un ecosistema di innovazione, la produttività ferma, la mancanza di cambiamenti strutturali. La diagnosi sbagliata del problema produce effetti: la prolungata enfasi sul tagliare – è così ancora adesso – ha reso il deficit basso una scusa per non cambiare le componenti strutturali dell’economia”.
Quali sono gli effetti di un capitalismo che non cambia, e di governi che sbagliano gli interventi, sulla società?
“L’avanzata di un nuovo fascismo. Per capirlo bisogna fare un passo indietro. La crisi finanziaria ha avuto enormi conseguenze che ancora persistono, e che ancora animano la rabbia della gente: basti dire che nel novembre del 2010, 120 mila case furono pignorate solo negli Stati Uniti e nessuna delle persone impiegate nelle banche e nel settore finanziario – responsabili della crisi – sono state chiamate a rispondere legalmente delle proprie azioni. Questo ha contribuito ad alimentare l’insoddisfazione anche nei confronti della politica, e la crescita delle destre. Così, in assenza di una contronarrativa e di una seria strategia alternativa per la crescita, basata sull’inclusività e non sulla mera redistribuzione a qualcuno, che è uno degli  argomenti facili del populismo, emergono personaggi come Salvini in Italia o Trump negli Stati Uniti, capaci di intercettare e fare crescere questa onda di insoddisfazione, un po’ come è successo negli Anni 30”.
La redistribuzione però è importante.
“Infatti nelle nostre priorità deve esserci sì risolvere la questione del cambiamento climatico, per cui abbiamo soltanto 12 anni rimasti o saremo tutti sott’acqua, ma c’è anche con parimenti forza l’esigenza di risolvere la crisi del populismo: altrimenti rischiamo di avere un pianeta sostenibile, ma senza la giustizia sociale, la tolleranza, l’inclusività. L’esigenza di lottare per una società tollerante ed equa, basata sulla collaborazione e sulla cooperazione, in cui si rispettano le diversità, va di pari passo con l’importanza della definanziarizzazione dell’economia e con la lotta ai cambiamenti climatici. Le tre cose sono assolutamente collegate, perché  lavorare sulle prime significa spingere per una crescita sostenibile, verde, inclusiva.  Significa passare da un modello di estrazione del valore a uno di creazione del valore”.
Come si traduce in concreto?
“A un livello di politiche, significa letteralmente rendere più premiante “il lungo periodo” piuttosto che il breve. Un esempio semplice è una tassa che renda le transazioni finanziarie che avvengono in millisecondi meno profittevoli degli investimenti nell’economia reale. Questo coincide esattamente con l’idea di premiare la creazione di valore, e non la sua estrazione. Invece, per effetto della finanziarizzazione di cui parlavamo all’inizio, le aziende si preoccupano prevalentemente dei prezzi di Borsa, e non della ricerca e sviluppo, delle risorse umane, della formazione del personale in modo che non resti sopraffatto dalla rivoluzione tecnologica. C’è di più: molte corporation hanno ricevuto massicci benefici dai governi, senza che fossero condizionati all’impiegarli per fare anche il bene pubblico. Negli Usa per esempio l’industria farmaceutica riceve 40 miliardi di dollari all’anno di investimenti, che andrebbero utilizzati non solo per sviluppare i farmaci che servono ma anche per renderli disponibili a costo sostenibile per la popolazione. Purtroppo, siamo abbastanza lontani dal vederlo succedere: per lo più siamo ancora con un modello economico in cui le aziende “estraggono” valore dal pubblico,  ma non lo creano”.
È una dinamica parassitaria del capitalismo: le aziende assorbono i benefici, ma non restituiscono nulla.
“Tutti parlano dei robot e di come ci stiano rubando il lavoro, ma non è vero. Il problema non è la tecnologia, è che le aziende non investono sui lavoratori: ci vorrebbe una sorta di contratto sociale obbligatorio che regoli i benefit di cui godono le aziende e quello che devono restituire al pubblico. Il posto in cui si vede questo meccanismo all’opera è la Silicon Valley, dove le società del tech che hanno approfittato massivamente da investimenti pubblici, evadono le tasse penalizzano quindi i fondi pubblici per le scuole e ed altre infrastrutture critiche per i cittadini”..
Qual è invece la responsabilità dei governi?
“I governi dovrebbero fare almeno due cose importanti. In primis, assicurarsi di fare investimenti, specie quando c’è un problema di investimenti privati; poi, premiare le aziende che fanno investimenti di lungo periodo, così come quelle che lavorano concretamente per spingere la transizione a un altro modello. Si deve mettere denaro pubblico nell’economia verde, o usare le tasse e gli stimoli per spingere il cambiamento”.
Questi temi sono stati trattati più di una volta. Si fanno conferenze, gli economisti lo dicono, se ne parla sui giornali. Perché la classe politica – in Italia e non solo – non sembra afferrare l’urgenza del cambio di paradigma?
“Bè, intanto non credo che siano davvero molti gli economisti  che la pensano così: basta pensare a quello che scrivono Alesina e Giavazzi, in Italia, che è più o meno l’opposto. Anche nel Regno Unito e in America la dottrina economica predominante è ancora su posizioni molto diverse per quello che riguarda gli investimenti pubblici e la tassazione, e influenza la pratica politica. Ci sono alcuni economisti che sostengono le cose che abbiamo detto in questa chiacchierata, ma non sono abbastanza e forse non c’è abbastanza attenzione dei media tradizionali. Soprattutto, però, per capire come mai non si cambia prospettiva bisogna considerare il denaro: l’ideologia che predica il contrario di quello che abbiamo appena detto serve enormi interessi economici. Non solo perché si possono fare profitti – per esempio se alle aziende o a certi settori industriali vengono offerti sgravi fiscali – ma perché dietro all’aumento dei profitti ci sono quantità enormi di denaro speso in lobbying. Tutti sappiamo che Google non paga abbastanza tasse, ma la vera questione sono i denari spesi e gli accordi presi sottobanco per riuscirci. Il che peraltro non fa che aumentare il populismo, e non produce nessun effetto reale sull’economia. Ci vorrebbero risorse enormi per combattere quella propaganda…”.
Quindi, come si inverte la rotta?
“Ci vuole molta più coordinazione e bisogna anche capire che l’innovazione non è solo una questione di buone o cattive idee. Questa è l’estate in cui celebriamo lo sbarco sulla luna, forse l’impresa più grande compiuta dall’uomo, e dimostra che possiamo fare cose grandiose se ce lo diamo come obiettivo e costruiamo un mind set, una cornice mentale per ottenerlo.
Dopo la crisi economica, per esempio, non ci siamo dati come obiettivo il cambiamento del sistema finanziario, e non perché non fossimo capaci: non eravamo abbastanza determinati. Per cambiare il modello serve coordinamento tra Paesi con uno sforzo internazionale, trainato da qualche governo illuminato: il livello nazionale non basta. Ma ci vogliono anche un pensiero sistematizzato e moltissime risorse: se potessimo mettere insieme gli economisti, i ricercatori, gli avvocati e i media in una coalizione per creare una narrazione alternativa dei fattori chiave di una crescita di lungo periodo e della lotta al cambiamento climatico, dell’esigenza di creare nuovi tipi di partnership provato pubblico, ogni risultato sarebbe alla nostra portata. Bisogna solo capire che è davvero una battaglia”.
E tuttavia, considerato il mondo in cui viviamo, in cui si sfarinano persino le intese già fatte come quella sul cambiamento climatico, non sembra uno scenario realistico.
“È vero, ma la cosa importante è concentrarsi sugli esempi che funzionano: per esempio se si prende il settore dell’acciaio è chiaro che bisogna fare come la Germania e non come l’Italia e il Regno Unito. La Danimarca, un Paese molto piccolo, è diventato il fornitore numero uno di servizi high tech al settore dell’economia verde cinese, che investe nella trasformazione energetica 1,7 trilioni di dollari. Questo è possibile perché a livello locale la Danimarca ha saputo costruire un ecosistema sostenibile, creando connessioni rilevanti tra i servizi e il settore manifatturiero: ora quel know how è al servizio della più grande economia mondiale, e possono insegnarlo al resto del mondo.
È da qui che bisogna ripartire: quello che non mi piace dell’economia predittiva è che spesso non si prende il giusto tempo per provare a cambiare le cose dal basso, o anche solo a imparare dalle esperienze degli altri per poi “teorizzare”. In questo momento storico, non abbiamo bisogno di più critici, ma di più persone che facciano”.

Il mondo in basso cresce in silenzio - Raúl Zibechi, Juan Wahren



C’è vita (e lotta) al di là delle elezioni. Nei nostri paesi (Argentina e Uruguay), tutta l’attenzione è centrata e concentrata sulle prossime scadenze  elettorali, dai riflettori dei media alle conversazioni tra i militanti dei movimenti sociali. C’è la speranza che questa volta sì, ci saranno cambiamenti. Malgrado sappiamo che quei cambiamenti ci arrivano dall’alto, e che quelli veri sono invece quelli che costruiamo dal basso e per il basso, ci lasciamo ancora una volta trascinare dai fuochi artificiali delle elezioni. Torniamo a diluire la nostra potenza del fare dal basso nella delega del Potere verso l’alto…
I popoli dell’América Latina, tuttavia, continuano a costruire i loro mondi altri. Molto lentamente, controcorrente, nell’oscurità della vita quotidiana, lontano, molto lontano, dalle campagne che sprecano risorse e discorsi. Chi ha potuto sapere che quest’anno è stata creata la Guardia Indigena Comunitaria Whasek Wichi nell’Impenetrabile Chaco dell’Argentina? Chi è a conoscenza della creazione del Governo Territoriale Autonomo della Nazione Wampis, nel nord del Perù, un cammino che cominciano a percorrere altri tre popoli amazzonici?
Quanti media hanno dato informazioni sul fatto che il popolo Mapuche ha recuperato nel sud del Cile 500 mila ettari con l’azione diretta? Lo ha fatto a partire dal 1990, quando è stata restaurata la democrazia ma i Mapuche sono stati messi al bando con l’applicazione della legge anti-terrorista ereditata dalla dittatura di Pinochet e poi applicata all’unisono da governi progressisti e conservatori.
Dove possiamo leggere qualcosa sulla tremenda lotta dei Tupinambá del sud di Bahía (Brasile), che in pochi anni hanno recuperato 22 tenute terriere, migliaia di ettari, nonostante le torture cui sono stati sottoposti i loro dirigenti? Quando potremo dedicare un po’ di tempo a commentare la vittoria delle 30 comunità di Molleturo (Azuay, Ecuador) che sono riuscite a fermare l’impresa mineraria cinese Ecuagoldmining, dopo che le forze della sicurezza avevano dato fuoco al loro accampamento? Chi parla della recente vittoria contadina di tutta la Valle del Tambo sul mega-progetto di sfruttamento del rame Tía María, nel sud del Perú?
Oggi vediamo come i popoli maya del sud del Messico, organizzati nell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), sono passati all’offensiva rompendo l’assedio militare e mediatico del governo messicano di quella che hanno auto-definito “Quarta Trasformazione”: hanno creato sette nuovi Caracol e 4 Municipi Autonomi, portando a 43 gli spazi di autogoverno zapatista in quella regione.
Il governo di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) ha manifestato la sua “approvazione” verso i nuovi municipi autonomi. Non sappiamo cosa risponderanno gli zapatisti, ma possiamo far notare che in tutti questi anni hanno costruito la loro autonomia di fatto nei territori insurgentes, dove non hanno avuto bisogno dell’approvazione di alcun governante.
Gli Accordi di San Andrés, che riconoscevano l’autonomia dei popoli indigeni in tutto il Messico sono stati negati e traditi da ogni governo successivo alla firma del 1996. Questo non ha impedito la crescita dell’autonomia in territorio zapatista e in decine di municipi autonomi di altri popoli indigeni del paese. Più che approvare o meno, con le parole, il governo di AMLO potrebbe mettere in pratica gli Accordi di San Andrés. Dovrebbe lasciare, cioè, che l’autonomia indigena continui a fiorire invece di continuare a rafforzare l’assedio poliziesco e militare alle comunità ribelli, come denunciano le comunità del Chiapas, quelle zapatiste e quelle che non lo sono.
Per noi, tutti questi avvenimenti sono motivo di allegria e ci riempiono di entusiasmo e speranza, perché confermano la decisione politica di costruire in basso, con las y los de abajo, quelle e quelli che in basso vivono in forma autonoma, la nostra salute e l’educazione, i nostri spazi di vita e la giustizia, sulla base degli stessi poteri che abbiamo creato al di fuori dello Stato.
Gli zapatisti sono riusciti a rompere l’accerchiamento che decine di migliaia di militari mantengono dal levantamiento del primo di gennaio del 1994, quando il governo decise di mobilitare la metà dei suoi effettivi per circondare e assediare le comunità ribelli autonome zapatiste. Come sono stati capaci le zapatiste e gli zapatisti di moltiplicarsi, di uscire dall’assedio e di costruire altri mondi nuovi? Come fanno sempre las y los de abajo: “Compagne di tutte le età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle con e senza organizzazione”, spiega il subcomandante Moisés nel suo ultimo comunicato. Le donne e i giovani sono andati a conversare con quelle e quelli come loro in altre comunità. Non per convincerli, perché le oppresse e gli oppressi sanno più che bene chi sono, ma per organizzarsi insieme, per autogovernarsi insieme.
Le donne e i giovani zapatisti sono andati a cercare ascolto nelle altre comunità. Non per convincere per autogovernarsi insieme. 
In quella mobilitazione silenziosa tra chi sta in basso, hanno dimostrato che le elemosine dei governi (quello che qui chiamiamo con una certa prosopopea “politiche sociali” e che non sono altro che contrainsurgencia) feriscono la dignità per il disprezzo e il razzismo che comportano. I mondi nuovi nascono per contagio e per necessità. Senza seguire le istruzioni dei manuali dei partiti, né le ricette predeterminate di vecchi e nuovi leader.
Come abbiamo fatto a perdere la “capacità più bella del rivoluzionario”, quella di sentire “nel più profondo, qualsiasi ingiustizia compiuta contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”, come diceva il Che? Perché non ci rallegriamo più quando, in qualche parte del mondo, quelli che stanno in basso usano la loro dignità come scudo di fronte ai potenti, facendo nascere mondi altri, come hanno fatto i Kurdi del nord della Siria?
Noi, persone militanti, dobbiamo trasformare i nostri sensi e i sentimenti di vita, re-incontrarci con i nostri stessi fuochi e riprendere la lotta al di là dei fuochi artificiali delle elezioni. Dobbiamo tornare ad aver fiducia nella nostra stessa potenza e autogovernarci a distanza dallo Stato, de-alienarci e de-colonizzarci per camminare insieme, Insieme, non con qualcuno davanti che traccia la linea, ma spalla a spalla con le ribellioni che continuano a (ri)emergere dal basso e per il basso in tutta la nostra América.

(Traduzione per Comune-info: marco calabria)

https://comune-info.net/il-mondo-in-basso-cresce-in-silenzio/

venerdì 23 agosto 2019

Andrea Camilleri racconta Georges Simenon e la potenza creatrice

ED ORA NON RESTA CHE ASCOLTARE CHI LO CONOSCE MEGLIO DI TUTTI



di Flavio Tosi (già sindaco leghista della città di Verona per due mandati dal 2007 al 2015)

Eccolo lì, Salvini: a lezione da Giuseppe Conte, che gli ha spiegato il senso delle istituzioni democratiche e di fronte al Paese lo ha inchiodato davanti alle sue responsabilità definendolo sleale, bugiardo, opportunista, assenteista e completamente ignaro dell'abc costituzionale. Insomma un incapace, un fannullone e un traditore, come chi scrive ha sempre sostenuto. Del resto chi tradisce una volta, tradisce sempre: e Salvini nella sua vita politica ha tradito nell'ordine Bossi, Maroni e il sottoscritto, ma soprattutto gli ideali federalisti e liberali della Lega. Ovvio che per esclusivo tornaconto prima o poi arrivasse a tradire anche il suo governo.
Non ho apprezzato il premierato di Conte e l'esecutivo gialloverde, ma con onestà intellettuale riconosco oggi a Conte un'uscita di scena da uomo serio e perbene. Un gigante rispetto al nanetto politico ex comunista padano. Una grande dignità al confronto della miseria umana e politica di Salvini, che prima nudo in spiaggia faceva il gradasso e chiedeva "pieni poteri", poi quando ha capito di aver fatto una cazzata ha cominciato a fare passi indietro e a mendicare la pace, sino ad arrivare a proporre premier Di Maio. Perfino oggi Salvini ha mostrato tutta la sua inadeguatezza come leader: non sapeva nemmeno dove sedersi e dove parlare, faceva le faccette isteriche come i ragazzini durante il rigoroso discorso di Conte. Poi ha utilizzato il Senato per dire le solite puttanate demagogiche, la più grande di tutte che era pronto a mettere 50 miliardi per tagliare le tasse quando sa che non c'è una lira (infatti ha fatto cadere il governo perché pensava di poter fare la manovra salata e anti-popolo solo dopo un voto che lo bullonasse alla sedia per 5 anni). Infine ha elemosinato a Di Maio un nuovo accordo. Un buffone! Un buffone senza dignità!
Eccolo lì, Salvini, tanto tracotante nel suo ennesimo vuoto e isterico comizio, quanto piccolo piccolo nella valenza politica e strategica. Eccolo lì, Salvini: un pallone che si sta sgonfiando nelle contraddizioni della sua miserabilità. Guardatelo: è affannato, paonazzo, straparla, perde il filo, mentre il Conte tradito lo umilia e lo mette con le spalle al muro. Il piccolo Salvini è talmente sfatto, disperato e impaurito da mendicare ancora, fino all'ultimo. Cosa non si farebbe per salvare la poltrona! Ha la faccia di tolla Salvini e in un visibile gioco di specchi afferma il contrario di ciò che pensa. Dice che non ha paura perché ha una fifa blu di perdere il potere. Afferma che rifarebbe tutto perché sa di essersi fregato da solo. Dice che la Lega è compatta perché si rende conto che anche con molti dei suoi ha perso credibilità (Giorgetti in primis). Invoca le piazze perché è consapevole che fra qualche mese non lo seguirà più nessuno. E questo piccolo omino disperato sarebbe un leader?
Purtroppo i suoi alleati di centrodestra non riescono a capire a chi si sono messi in mano. Registro infatti ancora oggi il totale asservimento di un parte di Forza Italia e di Fratelli d'Italia a questo piccolo "guappetto" ridicolo. Sono appiattiti, senza nessun slancio e nessuna visione. Il centrodestra vuole morire con Salvini. Ma la gran parte dei suoi elettori, che sono liberali, popolari e riformisti, no.


Abbiamo rotto l’accerchiamento - Subcomandante Moisés



17 AGOSTO 2019
AL POPOLO DEL MESSICO:
AI POPOLI DEL MONDO:
AL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO:
ALLE RETI D’APPOGGIO E RESISTENZA E RIBELLIONE:
FRATELLI, SORELLE E FRATELLEI:
COMPAGNE, COMPAGNI E COMPAGNEI:
Siamo a portarvi la nostra parola che è la stessa di prima, di oggi e di domani, perché è di resistenza e ribellione.
Nell’ottobre 2016, quasi tre anni fa, nel loro ventesimo anniversario i popoli fratelli organizzati nel Congresso Nazionale Indigeno, insieme all’EZLN, si sono impegnati a passare all’offensiva in difesa del territorio e della madre terra. Perseguiti dalle forze del malgoverno, da cacicchi, imprese straniere, criminali e leggi; contando morti, offese e prese in giro, noi popoli originari, noi guardiani della terra ci siamo accordati per passare all’offensiva ed estendere la parola e l’azione di resistenza e ribellione.
Con la formazione del Consiglio Indigeno di Governo e la designazione della sua portavoce, Marichuy, il Congresso Nazionale Indigeno si è dato il compito di portare a fratelli e sorelle della campagna e della città la parola di allerta e di organizzazione. Anche l’EZLN è passato all’offensiva nella sua lotta di parola, idea e organizzazione.
Ora è arrivato il momento di rendere conto al CNI-CIG e alla sua portavoce. I suoi popoli diranno se abbiamo mantenuto la parola. Ma non solo con loro, dobbiamo rendere conto alle organizzazioni, gruppi, collettivi e persone a livello individuale (specialmente della Sexta e delle Reti, ma non solo), che, in Messico e nel mondo, si preoccupano dei popoli zapatisti e, a loro tempo, geografia e modo, senza che conti la loro distanza in chilometri, senza che importino muri e frontiere, né i recinti che ci pongono, continuano con il cuore che palpita insieme al nostro. L’arrivo di un nuovo governo non ci ha ingannato. Sappiamo che il Potere non ha altra patria che il denaro, e comanda nel mondo e nella maggior parte delle tenute che chiamano «paesi».
Sappiamo anche che la ribellione è proibita, come sono proibite la dignità e la rabbia. Ma in tutto il mondo, nei suoi angoli più dimenticati e disprezzati, ci sono esseri umani che oppongono resistenza all’essere divorati dal sistema e non si arrendono, non si vendono e non zoppicano. Hanno molti colori, molte sono le loro bandiere, molte le lingue che li vestono, e gigantesche sono la loro resistenza e la loro ribellione.
Il Potere e i suoi capoccia hanno costruito muri, frontiere e recinti per cercare di contenere ciò che chiamano il cattivo esempio. Ma non ci riescono, perché la dignità, il coraggio, la rabbia, la ribellione non si possono fermare né rinchiudere. Sebbene si nascondano dietro ai loro muri, alle loro frontiere, ai loro recinti, ai loro eserciti e polizie, alle loro leggi e decreti, questa ribellione prima o poi chiederà loro il conto. E non ci sarà né perdono né oblio.
Sapevamo e sappiamo che la nostra libertà sarà soltanto opera di noi stessi, popoli originari. Col nuovo capoccia in Messico sono continuate anche la persecuzione e la morte: in appena pochi mesi, una decina di compagni militanti del Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo sono stati assassinati. Tra essi, un fratello molto rispettato dai popoli zapatisti: Samir Flores Soberanes, freddato dopo essere stato segnalato dal capoccia che, peraltro, procede con i megaprogetti neoliberali che fanno scomparire popoli interi, distruggono la natura, e convertono il sangue dei popoli originari in guadagno per i grandi capitali.
Perciò, in onore delle sorelle e fratelli che sono morti, sono perseguitati, e sono scomparsi o in carcere, abbiamo deciso di nominare «SAMIR FLORES VIVE» la campagna zapatista che oggi culmina e rendiamo pubblica.
Dopo anni di lavoro silenzioso, nonostante l’accerchiamento, nonostante le campagne di menzogne, nonostante le diffamazioni, nonostante i pattugliamenti militari, nonostante la Guardia Nazionale, nonostante le campagne controinsurrezionali travestite da programmi sociali, nonostante l’oblio e il disprezzo, siamo cresciuti e ci siamo fatti più forti.
E abbiamo rotto l’accerchiamento.
Siamo usciti senza chiedere permesso e ora siamo di nuovo con voi, sorelle e fratelli e sorellei, compagni, compagne e compagnei. L’accerchiamento governativo è rimasto indietro, non è servito e non servirà mai. Seguiamo cammini e rotte che non esistono nelle mappe né nei satelliti, e che si trovano solo nel pensiero dei nostri avi.
Con noi zapatiste e zapatisti, nei nostri cuori ha camminato anche la parola, la storia e l’esempio dei nostri popoli, dei nostri bambini, anziani, uomini e donne. Fuori abbiamo trovato casa, alimento, udito e parola. Ci intendiamo come solo si intendono tra sé coloro che condividono non solo il dolore, ma anche la storia, l’indignazione, la rabbia.
Comprendiamo, così, non soltanto che i recinti e i muri servono soltanto a dare morte, ma anche che la compravendita di coscienze dei governi è sempre più inutile. Non ingannano più, non convincono più: ormai si ossidano, si rompono, falliscono.
E così siamo usciti. Il Potere è rimasto indietro, pensando che il suo accerchiamento ci mantenesse accerchiati. Da lontano abbiamo visto le sue spalle: Guardie Nazionali, soldati, poliziotti, progetti, aiuti e menzogne. Siamo andati e tornati, siamo entrati e usciti, 10, 100, 1000 volte lo abbiamo fatto e il Potere vigilava senza vederci, confidando nella paura che infondeva la sua stessa paura.
Gli assedianti sono rimasti come una macchia di sporco, accerchiati essi stessi in un territorio ora più esteso, un territorio che contagia nella ribellione.
Fratelli e sorelle, compagne e compagni:
Ci presentiamo a voi con nuovi Caracoles e ulteriori municipi autonomi ribelli zapatisti in nuove zone del sudest messicano.
Ora avremo anche dei Centri di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista. Nella maggior parte dei casi, questi centri saranno anche sede di caracoles, Giunte di Buon Governo e Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti (Marez).
Sebbene lentamente, com’è giusto che sia in base al loro nome, i 5 caracoles originali si sono riprodotti dopo 15 anni di lavoro politico e organizzativo, e i MAREZ e le loro Giunte di Buon Governo hanno dovuto anch’essi figliare e far crescere i figli. Ora saranno 12 caracoles con le loro Giunte di Buon Governo.
Questa crescita esponenziale, che oggi ci permette di uscire nuovamente dall’accerchiamento, si deve fondamentalmente a due cose:
Una, e la più importante, è il lavoro politico organizzativo e l’esempio di donne, uomini, bambini e anziani basi d’appoggio zapatiste. In maniera eminente, le donne e i giovani zapatisti. Compagne di tutte le età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle con o senza organizzazione. I giovani zapatisti, senza abbandonare i propri gusti e i propri aneliti, hanno appreso dalle scienze e dalle arti, e così hanno contagiato sempre più giovani. La maggior parte di questa gioventù, principalmente donne, assumono incarichi e li impregnano della loro creatività, del loro ingegno e della loro intelligenza. Cosicché, possiamo dire senza pena e con orgoglio che le donne zapatiste non vanno soltanto avanti per segnalarci il cammino e non farci perdere come l’uccello Pujuy* (*Il succhiacapre, insettivoro notturno che compare in una leggenda maya come antagonista del pavone, e che ha l’abitudine di posarsi sulla strada, N.d.T.): ma anche ai lati perché non deragliamo, e dietro affinché non retrocediamo.
L’altra è la politica governativa che distrugge la comunità e la natura, in particolare quella dell’attuale governo autodenominato «Quarta Trasformazione». Le comunità tradizionalmente affiliate ai partiti sono state colpite dal disprezzo, dal razzismo e dalla voracità dell’attuale governo, e sono passate alla ribellione aperta o nascosta. Chi pensava, con la sua politica controinsurrezionale di elemosine, di dividere lo zapatismo e di comprare la lealtà dei non-zapatisti, alimentando il confronto e lo scoramento, ha dato gli argomenti che mancavano a convincere tali fratelli e sorelle sulla necessità di difendere la terra e la natura.
Il malgoverno pensava e pensa che ciò che la gente attende e di cui necessita sono elemosine monetarie.
Ora, i popoli zapatisti e molti popoli non zapatisti, così come i popoli fratelli del CNI nel sudest messicano e in tutto il paese, gli rispondono e dimostrano che è in errore.
Comprendiamo che l’attuale capoccia si è formato nel PRI e nella concezione «indigenista» secondo cui gli originari aspirano a vendere la propria dignità e smettere d’essere ciò che sono, e che l’indigeno è un articolo da museo, artigianato multicolore affinché il potente occulti il grigio del proprio cuore. Da cui la sua preoccupazione che i suoi muri-treni (quello dell’Istmo e l’erroneamente chiamato «Maya») incorporino al paesaggio le rovine di una civiltà, per il diletto del turista.
Ma noi originari siamo vivi e ribelli e stiamo resistendo; e il capoccia ora pretende di riproporre uno dei suoi caporali, un avvocato che in qualche tempo fu indigeno, e che ora, come per tutta la storia mondiale, si dedica a dividere, perseguitare e manipolare chi in qualche tempo è stato un suo simile. Il titolare dell’INPI si ripulisce la coscienza tutte le mattine con la pietra pomice, per eliminare ogni traccia di dignità. Egli pensa che così gli si sbianchi la pelle, e il suo ragionare è quello di chi lo comanda. Il capoccia si congratula con lui e con se stesso: non c’è niente di meglio, per cercare di controllare i ribelli, di un pentito convertito, per soldi, in burattino dell’oppressore.
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Durante questi 25 e più anni abbiamo imparato.
Al posto di fare la scalata degli incarichi di malgoverno o di convertirci in una brutta copia di chi ci umilia e opprime, la nostra intelligenza e il nostro sapere si sono dedicati alla nostra stessa crescita e forza.
Grazie alle sorelle, fratelli e fratellei del Messico e del mondo che hanno partecipato agli incontri e semenzai che abbiamo convocato nel tempo, la nostra immaginazione e creatività, così come la nostra conoscenza, si sono aperte e si sono fatte più universali, cioè più umane. Abbiamo appreso a guardare, ascoltare e parlare con l’altro senza prenderci gioco, senza condannare, senza etichette. Abbiamo appreso che un sogno che non abbracci il mondo intero è un sogno piccolo.
Ciò che si rende noto ora ed è pubblico, è stato un lungo processo di riflessione e ricerca. Migliaia di assemblee comunitarie zapatiste, nelle montagne del sudest messicano, hanno pensato e ricercato strade, modi, tempi. Sfidando il disprezzo del potente, che ci taccia d’ignoranti e tonti, abbiamo usato l’intelligenza, la conoscenza e l’immaginazione.

Nominiamo qui i nuovi Centri di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista (CRAREZ). Sono 11 Centri nuovi, più i cinque caracoles originari: 16. Oltre ai municipi autonomi originari, che sono 27, in totale i centri zapatisti sono 43.

Nome e ubicazione dei nuovi Caracoles e Marez:
1.-Nuovo Caracol, il suo nomeColectivo el corazón de semillas rebeldes, memoria del Compañero Galeano. La sua Giunta di Buon Governo si chiama: Pasos de la historia, por la vida de la humanidad. La sua sede è La Unión. Terra recuperata. A fianco dell’ejido San Quintín, dove c’è la guarnigione dell’esercito del malgoverno. Municipio ufficiale Ocosingo.
2.-Nuovo Municipio Autonomo, si chiama: Esperanza de la Humanidad; la sua sede è nell’ejido Santa María. Municipio ufficiale di Chicomuselo.
3.-Altro Nuovo Municipio Autonomo, si chiama: Ernesto Che Guevara. La sua sede è a El Belén. Municipio ufficiale di Motozintla.
4.-Nuovo Caracol, il suo nome: Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de l@s caídosLa sua Giunta di Buon Governo si chiama: Semilla que florece con la conciencia de l@s que luchan por siempre.  La sua sede è a Tulan Ka’u, terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.
5.-Altro Caracol Nuovo. Il suo nome è: Floreciendo la semilla rebeldeLa sua Giunta di Buon Governo si chiama: Nuevo amanecer en resistencia y rebeldía por la vida y la humanidadLa sua sede è nel Poblado Patria Nueva, terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.
6.-Nuovo Municipio Autonomo, si chiama: Sembrando conciencia para cosechar revoluciones por la vidaLa sua sede è a Tulan Ka’u. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.
7.-Nuovo Caracol. Il suo nome è: En Honor a la memoria del Compañero ManuelLa sua Giunta di Buon Governo si chiama: El pensamiento rebelde de los pueblos originariosLa sua sede è a Dolores Hidalgo. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.
8.-Altro Nuovo Caracol. Il suo nome è: Resistencia y Rebeldía un Nuevo HorizonteLa sua Giunta di Buon Governo si chiama: La luz que resplandece al mundoLa sua sede è nel Poblado Nuevo Jerusalén. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.
9.-Nuovo Caracol, si chiama: Raíz de las Resistencias y Rebeldías por la humanidadLa sua Giunta di Buon Governo si chiama: Corazón de nuestras vidas para el nuevo futuro. La sua sede è nell’ejido Jolj’a. Municipio ufficiale di Tila.
10.-Nuovo Municipio Autónomo, si chiama: 21 de Diciembre. La sua sede è alla Ranchería K’anal Hulub. Municipio ufficiale di Chilón.
11.-Nuovo Caracol, si chiama: Jacinto CanekLa sua Giunta di Buon Governo si chiama: Flor de nuestra palabra y luz de nuestros pueblos que refleja para todosLa sua sede è nella Comunidad del CIDECI-Unitierra. Municipio ufficiale di San Cristóbal de las Casas.
Approfittiamo per invitare la Sexta, le Reti, il CNI e le persone oneste affinché vengano e, insieme ai popoli zapatisti, partecipino alla costruzione dei CRAREZ, sia ottenendo materiali e sostegno economico, sia martellando, tagliando, caricando, orientando e convivendo con noi. O nella forma e nel modo che parrà loro conveniente. Nei prossimi giorni renderemo pubblico uno scritto in cui spieghiamo come, quando e dove si possono registrare per partecipare.
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Fratelli e sorelle, compagne e compagni:
Convochiamo il CNI-CIG per incontrarci e conoscere il lavoro su cui ci siamo impegnati, condividere i problemi, le difficoltà, gli affanni, gli scoramenti, ma anche i semi che servano a raccogliere il meglio della lotta, e i semi che invece non danno buoni frutti, e che ci portano da tutt’altra parte, affinché lo evitiamo. Incontrarci con coloro che realmente ci stanno dando dentro nell’organizzare la lotta: incontriamoci per discutere dei buoni frutti e anche dei cattivi. In concreto vi proponiamo la realizzazione congiunta, in uno dei Caracoles, di ciò che potrebbe chiamarsi FORO IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA MADRE TERRA, o come vi potrà sembrare meglio, aperto a tutte le persone, i gruppi, i collettivi e le organizzazioni che si impegnano in questa lotta per la vita. La data che vi proponiamo è nel mese di ottobre 2019, nei giorni che ritenete più convenienti. Allo stesso tempo, vi offriamo uno dei Caracoles per fare la riunione o assemblea del CNI-CIG, nella data che vi risulti più idonea.
Convochiamo LA SEXTA E LE RETI a iniziare già l’analisi e la discussione per la formazione di una Rete Internazionale di Resistenza e Ribellione, Polo, Nucleo, Federazione, Confederazione o quel che è, basata sull’indipendenza e autonomia di chi ne faccia parte, rinunciando esplicitamente a egemonizzare e omogeneizzare, nella quale la solidarietà e il mutuo sostegno siano incondizionati, si condividano le esperienze positive e negative della lotta di ciascuno, e si lavori alla diffusione delle storie in basso e a sinistra.
A tal fine, come zapatisti che siamo, convocheremo riunioni bilaterali con i gruppi, collettivi e organizzazioni che stanno lavorando nelle proprie geografie. Non faremo grandi riunioni. Nei prossimi giorni renderemo noto come, quando e dove si terranno queste riunioni bilaterali che vi proponiamo. Chiaro, a chi accetterà di farle, e tenendo in considerazione i vostri calendari e geografie.
Inviteremo CHI FA DELL’ARTE, LA SCIENZA E IL PENSIERO CRITICO LA PROPRIA VOCAZIONE E VITA a festival, incontri, semenzai, feste, scambi, o quel che saranno queste condivisioni. Faremo sapere come, quando e dove si potrebbero fare. Ciò include il CompArte e il Festival di Cinema “Puy ta Cuxlejaltic”, ma non solo. Pensiamo di fare CompArtes speciali per ciascuna Arte. Per esempio: Teatro, Danza, Arti Plastiche, Letteratura, Musica, eccetera. Si farà un’altra edizione del ConCiencias, magari iniziando dalle Scienze Sociali. Si realizzeranno semenzai di Pensiero Critico, magari cominciando col tema della Tormenta.
E, SPECIALMENTE, CHI CAMMINA CON DOLORE E RABBIA, CON RESISTENZA E RIBELLIONE, ED È PERSEGUITATOA:
Convocheremo incontri di familiari di assassinatei, scomparsei e incarceratei, così come organizzazioni, gruppi e collettivi che accompagnano il loro dolore, la loro rabbia e la loro ricerca di verità e giustizia. Avrà come unico obiettivo la conoscenza reciproca e lo scambio non solo dei dolori, ma anche e soprattutto delle loro esperienze in questa ricerca. Come popoli zapatisti ci limiteremo a essere anfitrioni.
Le compagne zapatiste convocheranno un nuovo Incontro di Donne che lottano, nei tempi, luoghi e modalità che decideranno, e vi faranno sapere quando e attraverso il mezzo di loro scelta. Vi avvisiamo fin da subito che sarà solo per donne, perciò non si possono rendere noti altri dati finché esse non lo diranno.
Vedremo se c’è il modo di realizzare una riunione di altrei, con l’obiettivo di condividere, oltre ai loro dolori, le ingiustizie, persecuzioni e altre fregature che subiscono, le loro forme di lotta e la loro forza. Come popoli zapatisti ci limiteremo a essere anfitrioni.
Vedremo se è possibile un incontro di gruppi, collettivi e organizzazioni in difesa dei Diritti Umani, nella forma e modalità che decideranno. Come popoli zapatisti ci limiteremo a essere anfitrioni.
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Compagni e compagne, sorelle e fratelli
Qui stiamo, siamo zapatisti. Affinché ci vedessero, ci siamo coperti il volto; affinché ci nominassero, abbiamo negato il nostro nome; scommettiamo il presente per avere futuro, e per vivere, moriamo. Siamo zapatisti, in maggioranza indigeni di stirpe maya, e non ci vendiamo, non ci arrendiamo e non zoppichiamo.
Siamo ribellione e resistenza. Siamo una delle tante mazze che romperanno i muri, uno dei tanti venti che spazzeranno la terra, e uno dei tanti semi dai quali nasceranno altri mondi.
Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Dalle montagne del Sudest Messicano
A nome degli uomini, delle donne, dei bambini e degli anziani basi d’appoggio zapatiste e del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
Subcomandante Insurgente Moisés
Messico, Agosto 2019


(Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano


giovedì 22 agosto 2019

Beato chi era in quella sala da concerto il 29 giugno 1989






La noche que Gandini desconcertó a Pugliese - Federico Monjeau

Un buen amigo acaba de mandarme por correo electrónico un video maravilloso. Está en YouTube, tiene ya muchos años y seguramente lo haya visto medio mundo, pero yo no lo conocía. Es un encuentro del Sexteto de Astor Piazzolla con Osvaldo Pugliese y su Orquesta en un teatro de Amsterdam, en junio de 1989. Tocan La Yumba, la emblemática y onomatopéyica creación de Pugliese, cuyo nombre cifra una manera muy singular de arrastrar el ataque y de acentuar los tiempos del compás.
Pugliese está con 84 años y luce un moño impecable; sus dedos largos y huesudos caen sobre el teclado con la seguridad del sonámbulo y todavía parecen conducir la orquesta entera. La ejecución termina y, todavía en medio de los aplausos, empieza a sonar un piano. Es Gerardo Gandini, integrante del último sexteto de Piazzolla. Gandini continúa tocando La Yumba a su manera, que es una manera particularmente explosiva. Esa composición (y la orquesta misma) de Pugliese tiene una cosa muy obsesiva, que Gandini extrema.
El cameraman tiene una intuición genial, al enfocarlo en tres o cuatro oportunidades a Pugliese mientras suena el solo de Gandini. Primero su rostro revela perplejidad, como si el venerable maestro se preguntara “qué es esto”. En una segunda imagen parece como si Pugliese dijera algo y llega a esbozar una media sonrisa. Poco después reaparece más serio, acaso impaciente, y da un ligero resoplido. En medio de todo eso la cámara busca la cara de Piazzolla, que baja un poco la vista mientras ríe pícaramente. Algún músico de sexteto parece mirarlo a Gandini un poco desorbitado.
Gandini no sólo sorprende al autor de La Yumba sino también a sus propios compañeros del sexteto, entre otras cosas porque en el mundo del tango los homenajes (y lo de Gandini es a su manera un homenaje a Pugliese) se conducen de manera más solemne. La improvisación de Gandini continúa, hasta que pasado el minuto el músico comienza a frenar sus explosiones y dos o tres segundos le bastan para preparar la introducción de Adiós Nonino, en donde volverán a sumarse el sexteto y la orquesta, con Pugliese tocando de nuevo el piano mientras ojea la partitura de Piazzolla abierta en su regazo.
Gandini había sido convocado a fines de los ochenta por Piazzolla para integrar su sexteto durante una gira por Japón. Hasta ese momento su relación profesional con el tango era inexistente. Según su propio testimonio, el tango era más que nada un recuerdo que asociaba con su padre y con su infancia en Villa del Parque. De todas formas, Gandini no rehusó el ofrecimiento, tal vez sin saber muy bien lo que le esperaba. “Tocás como un italiano”, le propinó Piazzolla en el primer ensayo, lo que quería decir que tocaba todas las notas escritas cuando había que tocar sólo las que importaban. Pianista consumado, Gandini admitió que tuvo que practicar días enteros hasta conseguir el timing y la economía requeridas por Piazzolla, además de eso que los músicos de tango orgullosamente llaman “mugre”.
Pero Gandini no se conformaría con ese orgullo de arrabal. El sorprendente solo de La Yumba ya prefigura claramente los “postangos”, el proyecto que Gandini encaró en 1992, tras la muerte de Piazzolla. En esa improvisación todo parece provenir efectivamente de La Yumba. Es como una Yumba estallada en poco más de un minuto. Gandini no estiliza los tangos por vía de procedimientos clásicos. Con tangos “duros” como ese de Pugliese o con La Cumparsita parece incluso que asistiéramos a una encarnizada lucha cuerpo a cuerpo. Lo que se oye no es un tango “culto”, aunque la forma de esas improvisaciones no podrían provenir de un músico de tango, ni siquiera de uno tan poco idiosincrático como Osvaldo Tarantino. Los “postangos” que se vislumbran en ese solo de 1989 forman un extraño y fascinante capítulo de la música contemporánea, que se abre y se cierra con Gandini. La perplejidad algo incómoda de Pugliese es perfectamente comprensible, ya que lo que se expresa allí no es una continuación del tango por otros medios sino, más bien, un bellísimo epitafio.


Piazzolla y Pugliese en Holanda concierto histórico - Bruno Passarelli

Tuve el honor y el placer de estar sobre ese escenario en ese concierto histórico. Con la inconsciencia que da la juventud, estuve haciendo música que nunca se olvidará con dos grandes del tango y de la música. De ese concierto, además de los recuerdos imborrables (como si fuera hoy) conservo una partitura firmada por Astor, que dice “recuerdo de haber tocado juntos en Amsterdam” de su puño y letra.
Fue el 29 de junio de 1989, ante el teatro repleto, sobre todo por un público joven, atento y entusiasta. Hay un video que anda dando vueltas por la red que muestra a don Osvaldo impecable en su traje gris oscuro cruzado y con un restallante moñito de color violeta, y a Astor vestido informalmente, con esa camisa negra que en su última época era su vestimenta preferida y descifradora.
La orquesta se desplegó de su manera habitual. Los bandoneonistas eran Roberto Alvarez, Alejandro Prevignano, Fabio Lapinta y Héctor del Curto. A sus espaldas, la línea de violines con Gabriel Rivas, Diego Lerendegui y Fernando Rodríguez. Sobre el lado izquierdo, el cellista Patricio Villarejo y entre Lerendegui y el piano de don Osvaldo, se posicionó Amilcar Tolosa con su contrabajo.
Los integrantes del Sexteto se distribuyeron mezclados entre los músicos de Pugliese. Un paso más adelante de la fila de bandoneones, en su posición tradicional, o sea de pie con el instrumento sobre la rodilla derecha, se ubicó Piazzolla, a quien imitó Daniel Binelli, convocado por Astor para la ocasión.. Detrás de los violinistas, quedó el piano destinado a Gerardo Gandini. Y se entremezclaron los otros tres integrantes del Sexteto: José Bragato (cello), Héctor Console (contrabajo) y Horacio Malvicino (guitarra).
Sin decir palabra, y tras agradecer los aplausos con una sonrisa y con una leve inclinación de cabeza, Pugliese dio el vía desde el piano a los compases de “La Yumba”. Y el teatro pareció retumbar al ritmo milonguero y prepotente de los bandoneones, esta vez realzados en sus sonidos con las zapadas vigorosas de Piazzolla y Binelli. La ejecución siguió la orquestación tradicional, a la que Astor pareció adaptarse sin ninguna dificultad, algo que después desmentiría. Y el cierre, como podía esperarse, fue una ovación que hizo temblar hasta los cimientos del Teatro Carré.
Aquella velada, bajo el título “Finally Together” y grabada en vivo, fue llevada al disco recién en 1992 (Lucho 7704-2 CD) . Además de “Adiós Nonino” y “La Yumba”, que el Sexteto de Astor y la orquesta de Pugliese interpretaron juntos, la registración incluye los otros temas que la formación de Piazzolla ejecutó: “Buenos Aires Hora Cero”, “Tanguedia III”, “Milonga del Angel”, “Camorra III”, “Preludio y Fuga”, “Sex-tex” y “Luna”.

Vescovi e preti dicano ai fedeli di non votare la Lega di Salvini - Alex Zanotelli




È ancora una volta durissimo l’affondo nei confronti della Lega e delle politiche del ministro Matteo Salvini di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da sempre impegnato in prima linea con movimenti pacifisti e progressisti in tema di diritti civili. Solo qualche giorno fa aveva ribadito come, nella sua lettura, chi vota Lega non possa dirsi fino in fondo cristiano, e ora va giù ancora più duro, con un appello a vescovi e parroci. Secondo il sacerdote, infatti, di fronte alla gestione di casi come quello della Open Arms o della Sea Watch da parte della Lega e del ministro Salvini, la comunità ecclesiastica dovrebbe ribellarsi in maniera decisa: “I vescovi italiani non possono tenere un profilo così basso, devono schierarsi in prima linea”. Il suo è un vero e proprio appello alla comunità cattolica, affinché difenda "la nostra Costituzione" e anche "i valori cristiani, messi in pericolo da questa grave situazione".
Poi aggiunge: “Anche i preti devono cominciare a comunicare coi fedeli, esortandoli a venire a messa per cominciare a riflettere su quali sono le conseguenze del votare Lega. Non si può essere cristiani e votare per il partito di Matteo Salvini”. Nello specifico del caso Open Arms, la nave cui da 18 giorni Salvini vieta lo sbarco a Lampedusa, Zanotelli afferma: “È uno spettacolo indecente e criminale, sono esterrefatto. Spero che qualche magistrato riesca a trovare violazioni serie sulle basi delle quali condannare il ministro Salvini. Non c’è altra via, deve capire che sta sbagliando […] Ho la netta impressione che tra non molto chi sta governando sarà portato di fronte ai tribunali internazionali, perché questi sono crimini contro l’umanità”. E sempre ai giudici fa appello affinché smontino il decreto sicurezza, una sorta di "dovere morale" di fronte a un provvedimento che "dichiara reato il salvare vite umane e mira al sovvertimento dell'ordine costituzionale e del sistema internazionale dei diritti umani".