mercoledì 12 dicembre 2018

Regno Unito, migranti deportati. Voli segreti di Theresa May - Alessandro Fioroni




I quindici di Stansted
Regno Unito. Era il 28 marzo del 2017 quando quindici attivisti di diversi gruppi pro migranti decisero di ostacolare il rimpatrio di immigrati che stavano per essere messi su un aereo diretto in Nigeria. I quindici circondarono il velivolo fermo sulla pista dell’aeroporto di Stansted e ne impedirono il decollo. L’azione, dal loro punto di vista, si rivelò un successo: undici migranti riuscirono a rimanere in terra inglese per poter aspettare che la loro domanda di asilo venisse riesaminata, e due di loro hanno visto accolta la loro richiesta. Sebbene si sia trattato di un atto non violento, né creato pericolo alcuno per le operazioni di atterraggio e volo di altri aerei, gli attivisti ora rischiano una pesantissima condanna. In virtù della legislazione antiterrorismo potrebbero vedersi comminata persino alla pena dell’ergastolo. Lo scorso marzo è iniziato il processo presso il tribunale di Clemsford Crown.

Campagna di solidarietà
Fin da subito si è messa in moto una campagna in difesa degli attivisti, da Amnesty International allo stesso vescovo della località dove si sta svolgendo il processo. Oltre 50 personalità, tra cui la leader dei Verdi Caroline Lucas, la scrittrice e giornalista Naomi Klein, il regista Ken Loach e l’attrice Emma Thompson hanno firmato un appello nel quale si chiede il ritiro delle accuse e la fine dei voli segreti di deportazione. “I voli segreti di espulsione strappano migliaia di persone dalle nostre comunità ogni anno – si può leggere nella lettera-appello. Genitori, amici e vicini di casa sono mirati in base alla nazionalità per riempire voli noleggiati dal Ministero dell’Interno. Molti critici hanno sostenuto che, come il “divieto anti musulmano” di Trump, queste deportazioni sono ingiuste e razziste. Violenza e abusi da parte di contractors della sicurezza sono stati documentati su questi voli.

Voli segreti e deportazioni illegali
Al di là della vicenda che riguarda quelli che ormai sono conosciuti come “i quindici di Stansted”, sta emergendo il vero volto della politica del governo britannico in tema di immigrazione. Dapprima in maniera nascosta e ora alla luce del sole, le testimonianze che riguardano vere e proprie deportazioni (rendition) illegali si stanno moltiplicando. Quest’anno, grazie ad un’inchiesta giornalistica, è scoppiato il caso della cosiddetta Windrush Generation, immigrati caraibici giunti in Inghilterra nell’immediato dopoguerra.

Il caso Windrush
The Guardian, ha rivelato come in un memoriale del 2017, indirizzato al Ministero dell’Interno si parlava esplicitamente di una quota minima di 12000 immigrati, considerati illegali e da espellere. La maggioranza dei migranti caraibici non avevano passaporto in quanto arrivati bambini, ciò ha dato luogo negli anni anche alla negazione di diritti fondamentali come l’assistenza medica. Nella stragrande maggioranza dei casi in mancanza di documenti era difficile provare il proprio status e il rischio di essere rimandati in una terra ormai sconosciuta è diventato realtà. Dopo numerose proteste, il caso però è esploso e a farne le spese è stata la ministra degli Interni Amber Rudd, costretta alle dimissioni dopo giorni di feroci discussioni in Parlamento.

L’ambiente ostile voluto da Theresa May
Ma a quanto sembra questa pratica non è stata abbandonata. Addirittura c’è il sospetto che il ministro abbia distrutto, in alcuni casi, i documenti che provavano date di arrivo, residenza, diritti. Non è ancora chiaro quante persone siano state detenute o deportate, ma quello che emerge con evidenza è un deteriorarsi della situazione a partire dal 2010, quando il ministero degli Interni, guidato all’epoca da Theresa May ha implementato esplicitamente pratiche e procedure tali da creare un “hostile environment” (ambiente ostile) per gli immigrati.

Il business delle deportazioni
Per questo gli attivisti di End Deportations denunciano da anni le misure violente e brutali messe in piedi dal governo inglese ben prima della Brexit. Violenze che le persone subirebbero anche sugli stessi voli. In passato, quando le deportazioni avvenivano usando aerei di linea, si sono registrate proteste e denunce degli altri passeggeri. Le rendition quindi sono state passate a privati che garantiscono la sicurezza a bordo e sul cui comportamento non è facile indagare. Secondo un’inchiesta dell’agenzia Corporate Watch,i migranti vengono imbarcati su voli commerciali, così come su voli charter dedicati, ogni due mesi. In questa maniera possono essere espulse più persone possibile I profitti di questo “lavoro” vanno alla Titan Airways, una compagnia che fa base proprio all’aeroporto di Stansted.

Un affare lucroso
Le deportazioni sono così divenute un vero e proprio business e l’interesse a non terminare questa pratica è alto. Come nel caso della società di outsourcing Mitie che dal maggio di quest’anno ha stipulato un contratto con il governo per gestire i migranti espulsi. Mitie va a sostituire un’altra società, la Tascor. Il contratto non riguarda solo la scorta a bordo degli aerei ma anche i centri di detenzione e la sicurezza durante gli spostamenti. Un appalto lucroso della durata di 10 anni che ammonta a circa 525 milioni di sterline
Tutte le società impiegate in questo campo utilizzano lo stesso modello di business che comporta la riduzione dei costi con salari bassi e salvaguardie minime. Gli scandali quindi si susseguono ad  intervalli regolari. La società coinvolta può essere rimpiazzata ma può ancora essere utilizzata per altri appalti governativi. Oppure può fare un’offerta per lo stesso contratto pochi anni dopo, una volta calmatesi le acque. Il personale semplicemente si trasferisce sotto un nuovo padrone quando gli appalti cambiano di mano, ma rimangono intatte le stesse condizioni e la stessa cultura.
da qui      

Le grandi distrazioni di massa - Paolo Mottana





Possibile che nessuno sollevi il sopracciglio? Che nessuno invochi un minimo di attenzione? Che la sensibilità sia totalmente sepolta? Che non vi sia uno straccio di idea di futuro da contrapporre alla terapia funesta del tempo presente?
Dove sono finite le voci accorte? Gli sguardi profetici, le visioni radicali e prospettiche?
Possibile che dal vocabolario di chi vorrebbe un mondo diverso e possibile non siano state bandite le parole competitività, concorrenza, profitto e crescita? Tutta la sinistra cosiddetta ne parla. Ma sanno di che parlano? Sanno del sarcofago di merda chimica che questo tipo di slogan chiude su tutti noi che già lo patiamo? Sanno di che deserto nel mondo è portatore?Di quale livello di saccheggio, distruzione e morte? Per quattro elettrodomestici in più? Possibile che a sinistra troneggino figuri che impugnano la peggiore retorica industrialista e capitalista per mantenerci proni all’imbroglio selvaggio delle nostre vite e di quelle dei nostri figli?
Sicurezza
Possibile che il tema per tanta gente sia davvero quello dell’immigrazione e delle sue presunte emergenze? Possibile che i media non facciano altro che occuparsi di questo? Tutti i media, tutti, anche quelli che dovrebbero disporre di un minimo di sensibilità? Sicurezza? Sicurezza dai profughi, quattro disperati che nella peggiore delle ipotesi potranno fare un po’ di spaccio al più basso grado della partita miliardaria delle droghe? Sicurezza dai profughi in un paese dove ci sono ‘ndrangheta camorra, mafia e sacra corona unita? Sicurezza dove l’ndrangheta ormai ce la troviamo sotto il letto a farci il profilo dei consumi?
Come mai non riusciamo a vedere in nessun partito politico degno di questo nome un serio programma di lotta alla criminalità organizzata? Di guerra alla criminalità organizzata, che sta prelevando alle nostre vite giorno dopo giorno ogni possibilità di risarcimento? L’ndrangheta fa profitti miliardari sulla nostra pelle ovunque in questo paese e anche al di fuori di esso e il problema sicurezza sarebbe di rispedire a casa i migranti arrivati qui su gommoni di fortuna?
Quando abbiamo perso completamente la bussola? Chi l’ha permesso? Cosa fanno la stampa, la televisione, i media per rispondere a questi traviamenti abissali?
Dove vogliamo andare? Quale futuro vogliamo per noi e i nostri figli? Vogliamo avere in classe qualche senegalese o qualche ‘ndranghetista esportato fresco fresco per abusare di ogni nostra residua ricchezza?
Reddito di cittadinanza e patrimoniale
Abbiamo paura di un pizzico di reddito di cittadinanza e non ci rendiamo conto che l’unico problema del nostro mondo ipersviluppato è quello della redistribuzione. Non ce n’è un altro. Abbiamo ricchezze sufficienti a far campare sette pianeti come il nostro e il problema è dare quattro soldi a qualche senza lavoro?
Chi ha il coraggio di dire che oggi al secondo posto (dopo la guerra alla criminalità organizzata, totalmente infiltrata ovunque, anche tra i giornalisti che fanno ogni giorno il peana della crescita dobbiamo immaginare), di una politica che voglia davvero rimettere il mondo su piedi sensati ci deve essere la redistribuzione del reddito, con una guerra senza tregua all’evasione fiscale e una patrimoniale come si deve? Sì, una patrimoniale signori e signore, non c’è scampo. Vogliamo rimettere i birilli un po’ in ordine o vogliamo baloccarci sul ciglio del burrone fino a cascarci dentro tutti?
Lo vogliamo capire che gente come Matteo Salvini è più che mai serva del potere che ci ruba la vita giorno dopo giorno? Che storna la nostra attenzione dai ladri miliardari per farci mancare totalmente il bersaglio?Che complotta con la Confindustria e gli ultimi feroci distruttori del mondo assicurando grandi opere inutili e boicottando le battaglie per l’uguaglianza e il diritto a decidere per i propri territori (il grande ex-federalista)? Come si fa a non vederlo se non perché chi costruisce le “narrazioni”, come le chiamano i dotti influenzatori, mostra sempre e solo questo? Perché tutti i media che contano sono nella mani dei distruttori del nostro futuro e di quello dei nostri cuccioli?
Ma li vedete quando elogiano le doti di grande politico di questo fantoccio che è stato piazzato lì per impedire a quella minima ala dei 5 stelle che aveva in mente un mondo diverso di non nuocere? E insieme a lui, giornali, tv, radio, digital media e compagnia cantando? Tutti che intonano lo stesso coro: lui sì che è competente, gli altri sono dilettanti allo sbaraglio! Accipicchia, che professionista! Professionista della inculata con l’ombrello per dirla con il vecchio Altan, ben preparato dagli show designer del capitale senza se e senza ma. Per arricchire i ricchi e svuotare quel che resta dei poveri.
Le polveri sottili della sinistra
Ma dove sta andando la povera sinistra presa in un totale obnubilamento da polveri sottili e altre sostanze psicotrope evidentemente diffuse ad arte nei suoi consessi miserabili?
Chi è il nemico? Chi sta distruggendo il nostro pianeta e noi con esso? Chi sta mettendoci al lavoro ad ogni costo quando non ci sarebbe più bisogno neanche della metà del lavoro che ci costringono a fare anche solo per stare decentemente bene? Chi? Se non lei stessa? Complice insieme a tutti gli altri di non aver pronunciato più una frase liberatoria dai tempi di Berlinguer? Vogliamo guardare in avanti, oltre questo schifo, oltre al cancro che ci assedia, oltre alla retorica padronale della crescita ad ogni costo, oltre alla professionalizzazione anche dei bambini e delle bambine per renderli da subito soggetti imprenditoriali? Vogliamo andare contro il talent show del tutti contro tutti (tranne quelli che stanno a guardare e ci guadagnano?) Vogliamo vedere? Vedere?
Oppure nulla, elettroencefalogramma piatto, elogi al grande stratega Salvini, guerra a chi difende un minimo di buon senso sull’uso dei soldi e delle risorse e lancia in resta per ripartire con il saccheggio su cui lucra più di tutto la criminalità organizzata?

martedì 11 dicembre 2018

Netanyahu non ha nemmeno chiamato per fare le congratulazioni a B’Tselem - Gideon Levy




Il premio 2018 per i diritti umani della Repubblica francese sarà assegnato a B’Tselem; Ciò che è nuovo e degno di nota è che un’organizzazione israeliana riceva un premio per essere perseguitata nel proprio paese.
Il primo ministro non ha chiamato per fare le congratulazioni. Questa non è stata una vittoria dell’Eurovision Song Contest e nemmeno una medaglia nel judo dall’Azerbaijan. Il premio 2018 per i diritti umani della Repubblica francese sarà assegnato questa settimana al gruppo per i diritti umani B’Tselem. Orgoglio israeliano, onore e gloria.
E così è arrivata la notizia in Israele: “Questo non è un premio, è un marchio di vergogna. B’Tselem è un’organizzazione il cui lavoro dovrebbe essere fermato”- il viceministro nell’ufficio del Primo Ministro Michael Oren; “Vergogna e abbandono morale … il premio per i diritti degli oppositori del ritorno a Sion” – editore della pagina editoriale del quotidiano Israel Hayom, Dror Eydar; “Convoca l’ambasciatore francese per un rimprovero” – il gruppo dei riservisti dell’esercito israeliano My Truth.
Il premio quest’anno andrà alle organizzazioni sottoposte a pressioni nei loro paesi d’origine. Insieme a B’Tselem, il gruppo palestinese Al-Haq ha vinto, insieme a gruppi per i diritti umani provenienti da Cina, Colombia, Nigeria e Bielorussia.
Se qualcuno ha bisogno di prove sul perché B’Tselem meriti il premio, non solo per il suo lavoro importante e lodevole, ma anche come organizzazione sottoposta a pressioni e persecuzioni nel suo paese d’origine, le risposte fornite in Israele lo hanno evidenziato . In Cina, Nigeria, Colombia e Bielorussia le risposte sono state certamente simili. Anche lì, come in Israele, non amano i diritti umani. Israele è in compagnia delle tirannie del mondo.
Non c’è bisogno di dire altro sul ruolo di B’Tselem e sull’onore che porta allo stato, più di quello di qualsiasi judoka o cantante. Non c’è nemmeno bisogno di notare che Regev, Oren e il loro gruppo saranno presto gettati nella spazzatura della storia, mentre B’Tselem e altri come loro saranno ricordati come gli ultimi custodi della torcia. Ciò che è nuovo e degno di nota qui è che un’organizzazione israeliana riceva un premio per essere perseguitata nel proprio paese. Non è mai successo prima.
Le organizzazioni e gli individui in Israele hanno vinto numerosi premi internazionali per il loro lavoro nella salvaguardia dei diritti umani in condizioni di occupazione. Ora sono considerati anche perseguitati. Da qui le risposte isteriche al premio dato a un’organizzazione che fornisce informazioni, la cui professionalità e credibilità sono inattaccabili e la cui ricerca viene sfruttata anche dall’esercito israeliano. I suoi critici lo sanno e quindi gridano così forte.
B’Tselem è l’ultimo a tenere uno specchio della società israeliana, uno specchio che non ha mai voluto esaminare. B’Tselem mostra Israele oggi e così Israele Hayom (“Israele oggi”) non può sopportarlo. Quasi tutti i rapporti di B’Tselem avrebbero dovuto essere pubblicati sui media israeliani, e quasi tutti sono stati gettati nella spazzatura dalla maggior parte dei media.
I panorami visti nello specchio di B’Tselem sono brutti e così Israele copre i suoi occhi. Ma fino ad ora B’Tselem non era stato perseguitato e il suo popolo, gli ebrei tra loro, lavorava liberamente. Persino l’allora primo ministro Yitzhak Rabin voleva un paese senza B’Tselem (e senza l’Alta Corte di Giustizia), ma non ha mai agito per eliminarlo. L’Israele di oggi non vuole solo un paese senza B’Tselem, sta lavorando per eliminarlo. L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha chiamato i comandanti delle Forze di Difesa israeliane, che è un esercito brutale di occupazione, “Peace Now”. Chiaramente avrebbe licenziato la maggior parte di loro se avesse potuto. Se il governo di destra ha un altro termine, saranno presi provvedimenti.
Il ministro degli Interni sta già lavorando per squalificare il vice sindaco di Haifa, legittimamente eletto, solo per le sue opinioni. Il ministro della sicurezza pubblica trova il suo unico conforto, alla luce della sua imbarazzante serie di fallimenti, nella persecuzione degli attivisti per i diritti umani. La polizia stradale revoca la patente di guida di un attivista di sinistra solo per le sue opinioni, come stabilito dal tribunale nel caso di Guy Hirschfeld; L’aeroporto internazionale di Ben Gurion espelle i turisti solo per le loro opinioni. Senza che la rana se ne accorga, l’acqua che sta cuocendo sta diventando gradualmente più calda e il suo destino è noto.

Decolonizzare i diritti umani - Ajamu Baraka




“… Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo…”. Sono le parole del preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (acronimo inglese UDHR – Universal Declaration of Human Rights), promulgata settant’anni fa, il 10 dicembre 1948. Queste parole si supponeva che riflettessero una nuova comprensione delle cause della guerra e un impegno riguardo ai più alti valori della “comunità internazionale”.
L’UDHR è stato il primo maggior strumento prodotto dalle Nazioni Unite (ONU), un’istituzione anche essa creata alla fine della seconda guerra mondiale. La sua creazione fu salutata come qualcosa che avrebbe dato sostanza istituzionale alla promessa da parte degli stati membri di promuovere la cooperazione internazionale, per impegnarsi in relazioni pacifiche tra gli stati e per rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali.
Secondo Eleanor Roosevelt, moglie del presidente Roosevelt e rappresentante degli Stati Uniti nella Commissione dell’ONU per i Diritti Umani, cioè la struttura responsabile della creazione dell’UDHR, la dichiarazione rifletteva quei diritti naturali ed eterni che, tuttavia, non erano sempre visti ma che nelle circostanze appropriate potevano essere rivelate e coltivate.
Molti pensarono che l’UDHR con il suo impegno per la libertà di pensiero e di parola, di assemblea, per l’istruzione, la previdenza sociale per tutta la vita, la assistenza sanitaria, per il diritto alla cultura, rappresentava la speranza di una comunità internazionale che aveva imparato dalla carneficina della Seconda guerra mondiale, che era cresciuta e che era pronta a focalizzarsi collettivamente sulla dignità di tutti.
Settant’anni dopo, la testimonianza storica è chiara. Invece di riconoscere la dignità e il valore intrinseco di individui e di collettivi, il periodo postbellico è stato un’epoca di depravazione umana. Si stima che la violenza diretta e indiretta statale e non statale abbia causato oltre trenta milioni di morti, intere nazioni distrutte, la normalizzazione della tortura, lo stupro come arma di guerra, milioni di sfollati e ancora una volta l’ascesa di movimenti neofascisti in tutta l’Europa e in tutti gli Stati Uniti.
Che cosa è accaduto?
Ciò che è accaduto è la continuazione del patriarcato suprematista bianco coloniale / capitalista pan-europeo. Il progetto storico temporaneamente deviato dalla guerra come conseguenza dei tedeschi che portarono gli orrori del dominio coloniale scatenati dall’invasione europea di quelle che diventarono le “Americhe” nel 1492, di nuovo in Europa e applicati ad altri europei. Ma una volta che Hitler fu dispensato, la brutalità sistematica che creò “l’Europa” continuò. Dopo che, però, ci si sbarazzò di Hitler, continuò la brutalità sistematica che creò la “Europa”.
La dottrina della scoperta, della schiavitù, del destino manifesto, del fardello dell’uomo bianco, della responsabilità di proteggere, di tutte le espressioni ideologiche e politiche rappresentano ciò che Enrique Dussell definiva la parte inferiore di quella che viene chiamata modernità occidentale. Quella parte inferiore che razionalizzava la stratificazione degli esseri umani in quelli con diritti e quelli che si potevano uccidere, schiavizzare, stuprare, condannava i non europei colonizzati a quello che Fanon chiamava “la zona del non essere”.
Il progetto paneuropeo rappresentava una logica e un fondamento logico al centro dell’identità europea e della sua base materiale. Ha creato un imperativo a cui non si poteva facilmente rinunciare, senza negare proprio  l’idea e la materialità dell’Europa e ciò che era inteso come modernità. Pertanto, c’è stata sempre una contraddizione interna nel pensiero europeo, compresa e rafforzata durante il cosiddetto Illuminismo che produceva una malattia analitica e concettuale che può essere spiegata soltanto come una specie di psicopatologia.
Nell’agosto del 1941, mentre la marcia nazista in tutta Europa era in piena esecuzione, la forza retorica dei diritti umani collettivi trovò espressione nella Carta Atlantica creata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. La Carta affermava tra gli altri principi che “tutte le persone hanno il diritto di scegliere la forma di governo in base alla quale vivono”. Dichiarava audacemente che per le persone a cui era stato negato questo diritto fondamentale, l’obiettivo della guerra era vedere “i diritti sovrani e l’autogoverno restituiti a coloro che erano stati forzatamente privati ​​dei loro”. Per i 750 milioni di soggetti coloniali e le decine di migliaia di persone arruolati per combattere in guerra, questa era musica per le loro orecchie.
La Carta Atlantica è servita come base per la Dichiarazione delle Nazioni Unite, nel 1942, redatta dalle 26 nazioni allora in guerra, e successivamente da altre 21 nazioni. La Dichiarazione approvava la Carta Atlantica ed esprimeva la convinzione che la vittoria completa sui loro nemici è essenziale per difendere la vita, la libertà, l’indipendenza e la libertà religiosa, e per preservare i diritti umani e la giustizia nelle proprie terre e anche nelle altre. Infine, molti dei soggetti coloniali credevano che i principi della guerra e della lotta contro il razzismo e il dominio dei bianchi in Europa, avrebbero permesso a tutti coloro che erano ancora colonizzati e ai quali venivano negati i diritti democratici nazionali, di assumere un nuovo status di esseri umani, e di esercitare i diritti nazionali proprio come gli Europei bianchi.
Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt, il leader britannico e quello statunitense, hanno chiarito che i principi contenuti nella Carta Atlantica non si applicavano ai soggetti coloniali nei territori coloniali, ma soltanto alle nazioni d’Europa che erano sotto il “giogo nazista”.
Che cosa è accaduto all’idea di diritti umani?
Samuel Huntington è stato chiaro nel suo libro Clash of Civilizations (Scontro di civiltà): “L’Occidente ha vinto il mondo non con la superiorità delle sue idee o per i valori della religione (a cui pochi membri di altre civiltà si sono convertiti) ma piuttosto con la sua superiorità nell’applicare la violenza organizzata. Gli Occidentali spesso dimenticano questo fatto; i non-Occidentali non lo dimenticano mai”.
Quindi, quando gli interessi per mantenere il progetto coloniale / capitalista paneuropeo, che è fondamentalmente basato sulla violenza sistematica, si scontrarono rispetto alla “dignità intrinseca di tutti i membri della famiglia umana”, i loro diritti umani e le loro libertà fondamentali, quei altisonanti principi liberali furono sacrificati all’altare della realpolitik. In realtà, non sono stati effettivamente sacrificati. Perché, come abbiamo visto, quei principi liberali non sono mai stati pensati per essere applicati a soggetti coloniali non europei.
Gli imperi europei della fine del 19° secolo e dell’inizio del 20°, sfiniti da due guerre devastanti, si trovarono come vassalli feriti davanti a un egemone emerso da poco tempo: gli Stati Uniti che fu allora il leader incontrastato del mondo capitalista occidentale, o quello che i propagandisti imperialisti avrebbero chiamato il “mondo libero.” I Britannici, i Francesi e i Portoghesi che dipendevano ancora dai loro imperi coloniali ma che erano indeboliti dalla guerra, furono, cionondimeno costretti a tentare di  imporsi di nuovo ai soggetti coloniali dopo la guerra. Questi sforzi furono appoggiati dagli Stati Uniti in quello che Kwame Nkrumah chiamò il processo post-bellico di “imperialismo collettivo.”
Perciò, dopo la promulgazione dell’UDHR, i diritti umani individuali e collettivi sono stati violati dall’Algeria al Vietnam, al Kenya e all’India e, alla fine, in Angola e in Mozambico e in molte nazioni intermedie. L’impegno a mantenere il dominio europeo coloniale/capitalista, ha prodotto un vero bagno di sangue in cui letteralmente milioni morirono milioni di persone e intere nazioni e culture furono distrutte.
Quello che, però, è incredibile, riguardo a questa orgia di morte e di distruzione imposta a così tante persone nel corso di decenni e di secoli, è che, contemporaneamente al  commettere genocidi e a schiavizzare e a perfezionare nuove e più efficaci armi di distruzione di massa, l’Occidente avrebbe sostenuto di essere il difensore dei diritti umani, e l’ha fatta  ampiamente franca. L’impegno occidentale per i diritti umani e le libertà fondamentali, si è rivelato di nuovo per la bugia che è sempre stato per i popoli colonizzati del mondo. Inoltre, con il cinismo e la psicopatologia prodotti dalla disfunzionalità cognitiva della supremazia bianca, gli Stati Uniti e il mondo occidentale si sono proclamati creatori e difensori dei diritti umani quando il sangue scorreva in tutto il pianeta.
Questo è il motivo per cui sostengo che se i diritti umani hanno un’incredibilità, un’applicabilità “universale”, qualsiasi valore, devono essere colti dalla barbara presa dell’Europa e de-colonizzata.
La disfunzionalità cognitiva della coscienza bianca suprematista rende gli europei infetti a causa di questa malattia,  incapaci di “distinguere” la storia contraddittoria dal pensiero liberale dall’Illuminismo del periodo contemporaneo che continua a organizzare in strati gli esseri umani e le civiltà e le culture umane. La presunta superiorità delle culture e dei popoli occidentali non è nemmeno un punto di disputaIl suo sviluppo materiale, le meraviglie della sua scienza, la varietà dei suoi beni di consumo sono tutte testimonianze della sua innata superiorità.
Il problema è che tutto questo si basa su bugie. Come ci ha ricordato Franz Fanon, l’Europa è una creazione del colonialismo.
Questa è stata la terribile contraddizione nel cuore del progetto coloniale europeo. La biforcazione degli esseri umani in coloro che hanno diritti e quelli che non ne hanno,  è ed è sempre stata una distinzione razziale. In che altro modo si può spiegare come un Benjamin Netanyahu, un criminale le cui mani grondano del sangue dei Palestinesi, può essere onorato dal Congresso degli Stati Uniti, mentre Marc Lamont Hill può essere licenziato dalla CNN per avere difeso i diritti dei Palestinesi?
Non è, quindi, una coincidenza, che lo stesso anno in cui è stata promulgata la, Israele sia nato come nazione dopo aver costretto con il terrore 750.000 palestinesi ad abbandonare le loro case e territori, e che i nazionalisti bianchi olandesi abbiano preso il potere in Sud Africa, iniziando la formalizzazione dei loro sistema di apartheid razziale, è lo stesso anno in cui entrambe le nazioni sono state benvenute nella comunità delle nazioni senza molte polemiche.
Gli unici che stavano sottolineando la contraddizione insita nel riconoscere un regime come quello sudafricano e nel mettere in discussione la spogliazione dei diritti dei palestinesi, erano Afroamericani impegnati in seri sforzi di patrocinio presso le Nazioni Unite, chiedendo la fine del colonialismo e dell’oppressione razziale negli Stati Uniti e in tutto il mondo coloniale.
La creazione del pensiero suprematista bianco, rappresentato dal liberalismo classico che converge con la necessità materiale della dominazione allo scopo di sfruttare, rappresenta un certo tipo di dialettica colonialista che ha assicurato il fallimento del progetto di diritti umani centrato sullo stato, legalista e liberale degli ultimi settant’anni, mentre scatenando allo stesso tempo un’epoca continua di capitalismo parassitario.
L’idea dei diritti umani oggi serve principalmente come supporto ideologico per l’imperialismo aggressivo. La versione del 21° secolo del “fardello dell’uomo bianco” si riflette nel concetto di “intervento umanitario” e nella “responsabilità di proteggere”. L’intervento umanitario e il diritto di proteggere evocano il presupposto non riconosciuto dei suprematisti bianco che la “comunità internazionale” – intesa come governo dell’Occidente capitalista – ha il dovere e il diritto di arrestare, bombardare, invadere, perseguire, sanzionare, assassinare e violare la legge internazionale in qualunque luogo del pianeta per “salvare” le persone sulla base delle proprie determinazioni e dei propri valori.
Come ho detto in molte occasioni: “De-contestualizzata dalla realtà della dominazione euro-americana globalizzata, l’idea che ci sia una responsabilità collettiva da parte degli stati per proteggere le persone dalle violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani associate a crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità e la pulizia etnica potrebbe essere vista come uno sviluppo progressivo delle relazioni internazionali e della moralità globale, anche se tale protezione è offerta in modo selettivo. Ma nelle mani di una arrogante minoranza che domina ancora il sistema internazionale e considera che il suo progetto di civiltà rappresenta l’apice dello sviluppo umano, il diritto di proteggere è diventato una comoda copertura per razionalizzare e giustificare la continua egemonia globale euro-americana attraverso l’uso di interventi armati per rimodellare le realtà locali in linea con gli interessi geopolitici occidentali“.
Comunque, l’idea dei diritti umani non deve essere gettata via, ma deve essere decolonizzata se vuole avere un valore per le persone e le classi oppresse.
Dobbiamo abbracciare ed esercitare la tradizione radicale nera dei diritti umani  e la sua successiva espressione in ciò che chiamo ”(i) diritti umani incentrati sulle persone” (PCHR) – People(s) Centered Human Rights. I PCHR sono dei diritti non oppressivi che riflettono il più alto impegno alla dignità umane universale e alla giustizia sociale che gli individui e i gruppi di individui definiscono e proteggono da soli per mezzo per mezzo della lotta sociale.
Questo è l’approccio della Tradizione Radicale Nera per i diritti umani. È un approccio che vede i diritti umani come un’arena di lotta che, quando è radicata e consapevole per mezzo dei  bisogni e delle aspirazioni degli oppressi, diventa parte di una strategia globale unificata per la decolonizzazione e il cambiamento sociale radicale.
La caratteristica che distingue la struttura incentrata sulle persone, rispetto a tutte le prevalenti scuole per la teoria e la pratica dei diritti umani, è che è basata sulla comprensione che realizzare la serie completa dell’idea di diritti umani ancora in via di sviluppo, richiede: 1) una rottura epistemologica con un’ortodossia dei diritti umani fondata sul liberalismo euro-centrico; 2) una concettualizzare di nuovo i diritti umani dal punto di vista dei gruppi oppressi; 3) una ristrutturazione delle relazioni sociali prevalenti che perpetuano l’oppressione;  4) l’acquisizione del potere da parte degli oppressi per realizzare quella ristrutturazione.
Siamo d’accordo con  Bell Hooks* che ci ricorda che “per essere impegnati per la giustizia dobbiamo credere che l’etica sia importante, che è fondamentale avere un sistema di moralità condivisa”. Il PCHR è basato sulle esperienze delle persone, fonte della sua legittimità. È, quindi, un prodotto storico nato dall’oppressione, “intersezionale” e impegnato nella trasformazione globale della società. È un tentativo di sviluppare politiche di integrità quando si tratta di diritti umani. Una politica dell’essere integro che, nelle parole dell’attivista di Portorico, Aurora Levins Morales indica:
“I sacrifici, né quelli globali e neanche quelli locali, non ignorano né le strutture istituzionali di potere né il loro impatto più personale sulla vita dei singoli individui. Questo integra ciò che l’oppressione continua a infrangere. Ristabilisce le connessioni, non soltanto con il futuro che sogniamo, ma proprio qui, nella gloria, tumultuosa, speranzosa, caotica e nel presente imprevedibile”.
Non abbiamo altri settant’anni per decolonizzare. Le contraddizioni ecologiche, sociali, economiche, politiche e spirituali della modernità, ancora guidate dal colonialismo occidentale, rivelano i termini della lotta. O noi (il popolo come progetto storico ancora in formazione) rovesciamo l’oligarchia borghese globale e costruiamo un nuovo mondo, oppure sperimenteremo quella che alcuni dicono sarà la sesta estinzione. È ancora tutto nelle nostre mani, ma non abbiamo molto tempo.

Traduzione di Maria Chiara Starace per znetitaly.org (© 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0). Fonte originale: counterpunch.org
Ajamu Baraka fa parte di Black Alliance for Peace e collabora con diversi siti e giornali.


lunedì 10 dicembre 2018

Incursioni IDF in Cisgiordania mostrano come una brutale occupazione sia diventata routine - Gideon Levy


Non c’è famiglia palestinese che non abbia familiarità con questa pratica. Gli israeliani non vengono rapiti dalle loro case. Questa è una caratteristica del sistema di apartheid
Succede ogni notte, con o senza una ragione apparente. È sempre brutale: una violenta invasione della casa di una famiglia addormentata, davanti agli occhi delle donne e dei bambini, tutti improvvisamente risvegliati in un incubo di dozzine di soldati, a volte con i cani. Una presenza aliena. Le missioni di arresto delle Forze di Difesa Israeliane, forse il segno più saliente della routine dell'occupazione, si svolgono sia in tempi di disordini che in periodi di silenzio. Difficilmente passa una notte senza di loro.Le incursioni si svolgono in tutta la Cisgiordania - compresa l'Area A, che è nominalmente sotto il controllo dell'Autorità Palestinese - e sempre di notte. Ogni israeliano decente ha l'obbligo di provare a immaginare la scena: essere svegliati nel cuore della notte da soldati armati e mascherati, i loro fucili puntati su di te e sui tuoi bambini terrorizzati. Spesso le truppe ricorrono alla violenza, legano i membri della famiglia e li picchiano. A volte usano munizioni vere.Ad un certo punto, prendono in custodia qualcuno, l'individuo ricercato, senza spiegazioni, senza mandato di arresto, senza sorveglianza giudiziaria. In alcuni casi, non lasciano che i loro prigionieri si vestano. I giorni passeranno prima che la famiglia impari dove si trova, quale sia la sua condizione, quali sono i sospetti contro di lui. Oppure potrebbe essere rilasciato dopo pochi giorni, ancora senza alcuna spiegazione. Se viene processato, le accuse contro di lui saranno rivelate; alcuni di loro sono reali, altri sono inventati o di natura politica, come è solito nei tribunali militari. In alcune incursioni, i soldati dell'esercito israeliano partono all'improvviso non appena sono arrivati, non arrestando nessuno: il raid è stato apparentemente lanciato per seminare paura o per scopi di allenamento. A volte hanno semplicemente sbagliato l'indirizzo. C'è a malapena una famiglia palestinese che non ha familiarità con questa pratica. Gli israeliani non vengono rapiti dalle loro case. Questa è una caratteristica del sistema di apartheid.È successo la scorsa notte e la notte prima; accadrà stanotte, e anche domani notte, mentre dormiamo. Questi sono rapimenti, semplici e semplici: "arresti" è un poema. In contrasto con ciò che accade nei regimi più arretrati, qui scompariranno gli scomparsi: le famiglie sono finalmente in grado di localizzare i loro cari. In seguito, possono anche vederli in tribunale. Impotenti di fronte al colosso, i palestinesi si sono abituati a questa realtà e l'accettano con apparente equanimità, come parte integrante delle loro vite. Ma generazioni di bambini palestinesi stanno crescendo con paura, traumi e cicatrici dal terrore di quelle notti. L'IDF non fornisce dati sulla portata del fenomeno, ma una stima non ufficiale è che il numero di persone arrestate durante l'ultimo anno ha raggiunto circa 2.700. L'esercito pubblica quasi tutti i comunicati quotidiani sul "bottino": quanti sono stati arrestati la notte precedente. Ogni persona sospettata di lanciare una pietra può aspettarsi una visita notturna di questo tipo, ogni famiglia palestinese può aspettarsi l'arrivo senza preavviso di questi ospiti non invitati. In alcuni casi non viene effettuato alcun arresto; il raid è stato effettuato per raccogliere informazioni, dimostrare il controllo, mantenere la vigilanza delle truppe, mantenere la popolazione locale in uno stato di costante paura. Nessuno pensa nemmeno di convocare le persone ricercate per essere interrogate - sempre, vengono rapite dai loro letti, e le loro famiglie sono sottoposte a trattamenti brutali. Questa settimana, accompagnato da Musa Abu Hashhash, un ricercatore sul campo per l'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, abbiamo visitato due case alle quali l'IDF ha fatto visita di recente. In un caso i soldati hanno sparato e ferito il capo della famiglia; nell'altro hanno fatto irruzione in una casa dove avevano ucciso il padre tre anni prima durante una missione simile. In due case, entrambe nell'area di Hebron, le testimonianze sono simili, le domande che sollevano sono identiche. A Halhul siamo stati ricevuti cordialmente dalla famiglia Dawadi e da Beit Ummar, dalla famiglia Abu Marya. Nessuna delle due famiglie poteva capire perché i soldati si comportavano come loro.Il 5 novembre, poco dopo le quattro del mattino, la famiglia Dawadi fu svegliata dai suoni di un'irruzione. Una scala circondata da viti trascurate e alberi di fichi e melograni conduce al secondo piano della loro casa a due piani, situata su una collina a ovest di Halhul. Tutti dormivano, a parte due ragazzi, Mahmoud e Lahmed, che stavano giocando a Babaji, il coinvolgente gioco di guerra per computer.I proiettori illuminarono la casa mentre le truppe cercavano di forzare l'apertura della porta anteriore spostando l'architrave sopra di essa. Circa 30 soldati circondarono l'edificio e una dozzina di loro, tutti mascherati, irruppero nell'appartamento al piano terra, dove Mohammed, 27 anni, sua moglie, Manal, e il loro figlio di 2 anni, Nasser, stavano dormendo. Hanno ammanettato Mohammed e interrogato su suo fratello, Muhand, che ha 18 anni. Vive al secondo piano, ha detto Mohammed, insieme alle altre sorelle e fratelli non sposati, e ai loro genitori. Aspettando i soldati del secondo piano c'erano il padre della famiglia, il cinquantatreenne Khaled (conosciuto come Nasser in casa) e sua moglie Nawifa, 50 anni. Khaled aprì la porta per le truppe prima che potessero abbatterlo e sono entrati senza una parola. Secondo Mahmud, 25 anni, i soldati sono diventati violenti immediatamente, legando i membri della famiglia con delle manette di plastica e colpendoli. Hanno spinto Nawifa e la figlia Kinda, 14 anni, in cucina, hanno gettato Khaled sul divano del soggiorno e hanno chiuso i fratelli in un'altra stanza. Mahmud ricorda la storia ora con calma, in ebraico fluente; aveva lavorato in Israele per otto anni, solo uno con permesso. I soldati presero Muhand, che avevano identificato da una foto che avevano, in un'altra stanza; Mahmud dice di averlo sentito picchiarlo. Alla fine hanno ammanettato Muhand e stavano per partire con lui. Ma indossava solo la biancheria intima e sua madre disse ai soldati che aveva chiuso a chiave la porta principale e non l'aprì finché suo figlio non fu permesso di vestirsi. Mahmud dice che ha chiesto di parlare con il loro ufficiale. I soldati lo zittirono: "Sei terrorista e nessuno ti parlerà". Ora chiede: "Quale legge del tuo paese ti permette di comportarti in questo modo? Cos'è questa, una mafia? "Alla fine, Nawifa riuscì a dare a Muhand una camicia e una giacca, e i soldati gli permisero di indossare pantaloni e scarpe. Scesero le scale nella fredda strada. Non è chiaro cosa sia successo lì, ma improvvisamente Mahmud sentì un soldato dire "Pompalo" e poi vide suo padre, Khaled, che aveva seguito i soldati per la strada, crollando a terra vicino all'ingresso dell'edificio. Non si udì nessun colpo - dovettero usare un silenziatore - né fu visto il sangue all'inizio. Khaled fu colpito vicino al ginocchio, a distanza ravvicinata. Fortunatamente, il proiettile non ha colpito la rotula, solo un muscolo. Fu portato all'ospedale Aliya di Hebron e licenziato tre giorni dopo. Durante la nostra visita questa settimana, Khaled era in tribunale presso la base militare di Ofer, vicino a Ramallah, per partecipare a un'audizione per Muhand, che è stato in detenzione da quella notte con l'accusa di aver lanciato pietre e bottiglie Molotov. "Mettiti al mio posto", dice Mohammed, il figlio piccolo seduto sulle sue ginocchia. "Mia moglie mi sveglia e dice che sente un rumore, i soldati irrompono e puntano i loro fucili contro di noi e contro il nostro bambino. Nasser ha iniziato a piangere e un soldato gli ha urlato di tacere. Come potrebbe gridare a un bambino di 2 anni? "Da quella notte, racconta Mohammed, suo figlio si sveglia di frequente di notte e grida:" Yahud! Yahud! "(" Ebreo! Ebreo! ")"Perché l'esercito si comporta in questo modo?" Chiede Mohammed. "Abbiamo lavorato in Israele e abbiamo visto che gli israeliani possono comportarsi diversamente. Cosa succede loro quando diventano soldati? Se avessero bussato alla porta, l'avremmo aperto. Se avessero convocato Muhand per l'interrogatorio, sarebbe andato via. "***Un pollaio nella vicina città di Beit Ummar. Khaider Abu Marya alleva polli nel cortile della sua casa e li compra anche a Gerico; li vende interi per otto shekel ($ 2,15) al chilo nel suo negozio. Il 23 luglio 2015, Khaider ha perso suo padre, Falah, 52 anni, quando i soldati che hanno invaso la sua casa per arrestare uno dei suoi figli hanno sparato tre colpi vivi nella sua parte superiore del corpo. Dal negozio di pollame dirigiamo verso la casa della famiglia Abu Marya, dove gli odori di un pollaio e di uccelli morti sono sospesi nell'aria. Dentro, la famiglia ci dice che Falah fu ucciso dopo che i soldati spararono e ferirono suo figlio, Mohammed, e Falah era uscito sul balcone per chiedere aiuto. I soldati non hanno fatto arresti. Lo scorso 6 novembre, il giorno dopo l'incidente di Halhul, le truppe dell'IDF sono arrivate di nuovo nella residenza di Abu Marya. Erano le 3 del mattino. Stavano cercando un altro membro della famiglia, Muhi, 21. Entrarono in casa con la forza e, secondo Khaider, colpirono suo fratello Yihyeh. La loro madre, Faika, urlò, terrorizzata che un altro disastro stava per colpire la famiglia. La dozzina di soldati era accompagnata da un cane spaventoso. Chiesero le carte d'identità dei membri della famiglia, ma Faika, completamente distrutta, ebbe difficoltà a trovarli. La casa era nel bel mezzo dei preparativi per il matrimonio di un altro figlio, Nabil, la settimana seguente. Secondo Faika, i soldati hanno attaccato un dispositivo di shock elettrico al petto e alla schiena di Yihyeh, e lo hanno picchiato sulla faccia fino a che sanguinava. Sentendo le urla e le urla dal pavimento sottostante, i tre bambini piccoli di Khaider e il bambino di 18 mesi di Maometto cominciarono a piangere di paura.Alla fine i soldati se ne andarono, portando con sé Muhi e Yihyeh, anche se quest'ultimo non era nella lista dei ricercati. Yihyeh è stato liberato il giorno dopo. Il giorno della nostra visita nella casa di Abu Marya, nel caso di Muhi si è svolta un'udienza, ma nessuno della famiglia si è recato nella corte di Ofer ed è ancora in detenzione. Chiesto un commento sui due incidenti, l'Unità del portavoce dell'IDF ha fornito questa risposta: "Il 5 novembre, le truppe dell'IDF sono entrate nel villaggio di Halhul per arrestare un sospetto terrorista. Quando arrivarono a destinazione, violenti disordini iniziarono all'interno della casa del sospetto. Per portare a termine la loro missione, i combattenti dovevano frenare tre maschi che si comportavano selvaggiamente."Al loro allontanamento dalla casa, è scoppiato un disturbo che ha minacciato la vita dei soldati, che hanno risposto sparando alla parte inferiore del corpo di uno degli individui che guidavano il disturbo."Il 6 novembre, mentre le forze speciali della polizia di frontiera stavano conducendo un'azione nel villaggio di Beit Ummar, finalizzato ad arrestare un sospetto terrorista, un membro della famiglia del sospetto ha attaccato i combattenti. I soldati hanno risposto usando un taser per trattenerlo e, mentre continuava a presentare un pericolo per la forza, è stato arrestato dopo aver attaccato un poliziotto. Nonostante la tua affermazione del contrario, nessuna violenza è stata usata nei confronti degli altri membri della famiglia. "Il matrimonio di Nabil ebbe luogo come previsto, il 17 novembre, senza il suo fratello in carcere. La famiglia dice che non hanno idea di cosa sia sospettato Muhi. Una fotografia del defunto padre della famiglia ci guarda dal muro del soggiorno nella sua casa.

SCHIZZO FRENIA (silenzio d’oro, parole di cacca) - Gian Luigi Deiana



considerare d’oro il silenzio del presidente del consiglio, come lui propone, è la condizione di un giochino da scuola materna, utile a mascherare cose ostiche da dire; considerare di cacca le parole con le quali il suo capo-premier salvini ha messo subito in pratica questa regola aurea, inondando il world web del suo fetore, è la riprova del senso del gioco: sussiego e merda;
dovendo trascurare il garbo futile del presidente, i personaggi del giorno sono tre, e con essi tre stili e soprattutto tre istituzioni tenute a operare in stretto limite di giurisdizione: una procura della repubblica, un corpo di polizia, e un ministero dell’interno; cioè il procuratore spataro, il capo della polizia gabrielli e il ministro salvini;
come è noto il ministro salvini ha annunciato e rivendicato via twitter la realizzazione di un’operazione di polizia ordinata dal procuratore spataro, mentre essa era ancora in corso, ne ha declamato l’arresto di quindici nigeriani e ha praticamente dato a vedere che non c’è nemmeno da perdere tempo con gli accertamenti e un regolare processo;
il procuratore spataro ha reagito aprendo nei confronti del ministro uno scontro istituzionale senza precedenti, appellandosi appunto alle prerogative della giurisdizione; e salvini ha controreplicato, in modo vile, scaricando sul capo della polizia il via libera alla divulgazione propagandistica della notizia;
il capo della polizia è gabrielli, il quale non molto tempo fa aveva denunciato come totalmente errata e illegale la conduzione delle operazioni di polizia al g8 di genova, proprio per la presenza diretta dei ministri di riferimento, fini e castelli, sul luogo di comando delle operazioni: è quindi legittimo aspettarsi ora una chiarificazione da parte di gabrielli sulla vicenda spataro-salvini;
come è noto salvini ha replicato secondo il suo linguaggio istituzionale preferito, quello da fogna, riferendosi alla presunta stanchezza senile di spataro e indicandogli la strada della pensione, cioè mandandolo a fare in culo;
dalla vicenda si possono trarre diverse istruttive indicazioni:
prima indicazione: se vi capita di avere a che fare con un giudice, potete tranquillamente mandarlo a farsi fottere, in aula o in facebook, perché tanto il ministro dell’interno lo ha fatto su twitter e in tv prima di voi;
seconda indicazione: immaginate di essere a lezione in una scuola e di dover spiegare che razza d regime è quello in cui le operazioni di polizia giudiziaria sono orientate dal ministro dell’interno, a prescindere dai relativi accertamenti ed eventuali iter processuali, e cioè a prescindere dalla legge, specie quando le persone oggetto delle indagini sono stigmatizzate e messe alla gogna in quanto il ministro stesso ne sottolinea l’appartenenza a specifici gruppi razziali;
terza indicazione: poiché il garante del corretto rapporto tra le istituzioni, e soprattutto il garante dell’autonomia della magistratura dal potere esecutivo è il presidente della repubblica, io sottoscritto g.l.d. mi aspetto legittimamente che il capo dello stato dica al suo ministro di smettere di scacazzare fuori dal suo water, oppure di mettersi a pannolone, trovarsi una badante rigorosamente lumbard e mettersi in pensione col suo giocattolino di twitter

domenica 9 dicembre 2018

No Tav, una bella battaglia della politica contro la governance - Christian Raimo



Quest’estate ho fatto un piccolo trekking di una settantina di chilometri della val di Susa. Sono passato per Susa, per la chiusa di San Michele, per Bardonecchia, Bussoleno, Condove. Mi è servito per farmi un’idea diversa da quella che si legge e si ascolta sulla questione della Tav e che anche io avevo sviluppato in questi anni. La questione non è quella di un treno da lasciare o meno passare qui, non è la polarità tra velocità e lentezza, progresso e natura, una comunità di imprenditori che si riunisce a Torino, una comunità di resistenti che lotta nella valle. La prospettiva, ad allargarla bene, è quella di cosa vuol dire educarsi alla politica oggi. L’esperienza dei No Tav ha insegnato a fare politica a una generazione intera di persone che negli ultimi anni avevano abbandonato il campo della riflessione e dell’azione. La vera polarità è quella della politica contro la governance.
Per la prima volta da Genova 2001 il movimento dei No Tav ha riportato al centro del dibattito pubblico in Italia il confronto su che idea di futuro vogliamo: le persone si sono riappropriate della propria capacità di scelta, al di là del voto e di una manifestazione online.
Non c’è stata nessuna mobilitazione in Italia negli ultimi anni così lunga, ampia e soprattutto così consapevole; questa cosa ha spiazzato chiunque dall’altra parte ha provato a liquidare la forza e le ragioni della protesta, come minoritarie, nimby, retrograde, strumentali, fuori tempo massimo. L’infinita stagione dell’antipolitica ha prodotto una retorica per cui ascoltare vuol dire ignorare e confrontarsi vuol dire imporre: è stata un’attitudine alla cosa pubblica che ha attraversato tanto la fascinazione per i tecnici quanto per i populisti; in entrambi i casi è stata fatta piazza pulita dei luoghi della discussione, dei corpi intermedi, del corpo vivo della democrazia.
Ora il gioco non può essere più coperto, ed è per questo che si sta arrivando a un redde rationem: la manifestazione di Torino del 10 novembre ha messo in luce la composizione di classe e generazionale di chi è a favore della Tav e chi è contro. Fate lo zoom sulle foto della manifestazione: faticherete a trovare persone con meno di settant’anni. Fatelo alle foto che arriveranno dai cortei di sabato prossimo, e troverete soprattutto un popolo di studenti, liceali, universitari, da tutta Italia, oltre che le famiglie, adulti, anziani della valle e oltre la valle.
Se Marco Rovelli ha sbagliato a liquidare quella piazza Castello come un inconsapevole agglomerato indistinto guidato da sette madamine torinesi; è innegabile però che le foto che provenivano da quella piazza o dalla riunione della Confindustria alle Officine Grandi Riparazioni è quella di una generazione anziana che ha un’idea astratta della politica e che immagina di far valere le proprie ragioni in nome di una superiorità morale e di classe.
Per fortuna non è accaduto così, e accadrà così. Nonostante l’annichilimento feroce delle coscienze politiche, le ragioni dei no Tav non sono quelle di chi si indigna o di chi protesta, sono le ragioni di chi lotta. E le comunità, create dall’esperienza della lotta, sono impossibili da liquidare.

Una società che si chiude a riccio - Benedetto Vecchi



C’è una caratteristica dei rapporti annuali del Censis che ricorrono e che ne fanno un appuntamento attorno al quale tirare le fila, ogni dicembre che si rispetti, dello sviluppo sociale, culturale e politico italiano. E’ il ragionare, da parte di questo autorevole e potente istituto di ricerca sociale, attorno a tonalità emotive dominanti. E’ stato così con la spinta all’edonismo che ha trasformato metà dello stivale – i dorati anni Ottanta -; è stato così con la prefigurazione di un individualismo di massa e radicale, ma che affondava salde radici nel solidarismo “dal basso”. Poi è stata volta del “capitalismo molecolare”, dell’umano divenuto imprenditore di se stesso. Giù, giù fino alla società marmellata, alla crisi, al disincanto, alla paura, al rancore, al risentimento.
Questo anno è la volta del “sovranismo pischico”, espressione indicata dal Censis per indicare quel misto di solitudine, abbandono da parte della Politica, paura, di incistamento del rancore come sentimento dominante delle relazioni sociali. Non coincide con il “ritorno al nazionale” che sembra scandire i rapporti tra Italia e Europa o il complesso sistema di relazioni interstatale che si è soliti chiamare globalizzazione. Il “sovranismo psichico” ne condivide però un aspetto, la perdita di un orizzonte che scandisca una direzione di marcia verso il futuro. Siamo cioè imgabbiati in un eterno presente.
Il quadro che emerge dal Censis non è quindi scandito da chiari e scuri, ma da una tonalità decisamente cupa che impedisce immaginare un futuro diverso dalla eterna ripetizione di un presente di miseria – psichica, in primo luogo: i livelli di reddito diminuiscono significativamente ma la famiglia e le reti sociali di prossimità continuano a supplire il lento, inarrestabile ritiro dello Stato nazionale dalla scena pubblica.
Il “sovranismo pischico” coincide però anche con altro aspetto che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli ai tecnocrati di Bruxelles, né ai nostrani “sovranisti nazionali”. La solitudine, il rancore, la paura fanno sì che economia locali, piccole “eccellenze produttive” non solo seguono sentieri di nido di ragni in solitudine per consolidarsi ed espandersi. L’internazionalizzazione made in Italy non si ferma certo per una situazione descritta come avvio di una lunga stagnazione, guardando a Oriente, ovviamente, ma anche in altre direzioni, come verso il continente africano, la Russia, l’America Latina, ma all’interno di incontri, contaminazioni con economia ben poco legali. Il rancore, scava feroce nelle anime dei capitalisti molecolari o degli imprenditori di se stessi. La ricchezza è sempre il miraggio da tradurre in realtà, perché la sicurezza – parola quasi sussurrata – è l’ambito trofeo in termini di denari, capitale, relazionalità sociali ricche. In questa dituazione, la stagnazione, la paralisi è sono prospettive fin troppo reali. Nel mondo del “sovranismo psichico”, la parte del leone la fa anche la ricerca di fama e successo, proiettando i singoli a diventar influencer, cioè ad esercitare un potere di condizionamento e di indirizzo ai comportamenti collettivi.
L’innovazione rimane sempre l’oggetto del desiderio anche nella società del rancore. La mobilitazione, più o meno totale, per raggiungere questo obiettivo continua a macerare e bruciare vite. Fnora, tuttavia, è un orizzonte che non vede un autore (partito, moivmento, imprese). Non sono certo i grillini, espressione di un liberismo regressivo, anche se si manifestano tensioni, conflitti tra chi (la Casaleggio Associati e il suoentourage) vorrebbe inboccare questa strada, aprendo una serie e profonde relazioni con i big della Rete e chi, come la costellazione di deputati e di culture imprenditoriali legate alla gestione di folks politics di piccolo cabotaggio come quelle rappresentate da Luigi di Maio.
Nella triste performance di Grillo sul transumanesimo emerge l’opzione per rompere la gabbia della gestione routinaria del governo in mome di una tecnoutopia (una distopia, in realtà) talmente confusa e respingente, che ha la smorfia e la vuotezza della maschiera indobbasata da quello che è stato considerato un divertente guitto.
Non ci sono state molte reazioni da parte del sistema politico italiano al rapporto Censis. Oppure poche parole di circostanza sulle difficoltà del momento storico. Il governo è troppo distratto da una manovra divenuta ormai disordinata sommatoria di provvedimenti che sfuggono a un disegno rigoroso e organico di intervento pubblico. I partiti di opposizione – dal Pd a Forza Italia, quest’ultima spesso oggetto polemico dei rapporti del Censis quando a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi – si leccano ferite di sconfitte politiche più o meno recenti e provano a non restare né sommerse né salvate dal ridicolo dell’insipienza progettuale e politica.
Va detto che il Censis, con il suo indiscusso maître à penser Giuseppe De Rita, è abituato anche all’indifferenza. Ai tempi brevi, alla contingenza politica spesso privilegia la lunga durata dei fenomeni indagati. E questo del “sovranismo psichico” c’è il rischio che sia appunto uno dei fenomeni di lunga durata, che indica non solo smarrimento della società italiana, ma un fenomeno di chiusura a riccio di una realtà indicata, solo a fino a dieci anni fa, come un esempio indiscutibile di dinamismo e di capacità innovativa del capitalismo globale.