mercoledì 23 aprile 2014

Con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò - Giulietto Chiesa

Risposta al quiz aereo

Il quiz è questo
La compagnia aerea ti fa scegliere quale pilota deve guidare il tuo aereo, la scelta è fra due, e per farti scegliere meglio ti da un’informazione sui due piloti: all’esame per il brevetto aereo, su 1000 domande a test (tutte del tipo vero o falso), e nessun’altra domanda, il pilota A ha risposto correttamente a 900 domande e non ha risposto alle restanti 100, il pilota B ha risposto correttamente a 900 domande e ha risposto  non correttamente alle restanti 100 domande.

supponendo che tu abbia necessità urgente di fare quel viaggio, quale pilota scegli e perché?

La risposta è questa (per me)
Se il pilota A ha risposto correttamente a 900 domande e non ha risposto alle restanti 100, significa che 900 le sa davvero.
Il pilota B ,che ha risposto correttamente a 900 domande e ha risposto  non correttamente alle restanti 100 domande, di sicuro ne sa meno di 900, probabilmente 800. In un test vero/falso se si risponde a caso la probabilità di rispondere bene è pari al 50%, per cui per 100 domande sbagliate, a caso, anche 100 di quelle giuste sono a caso.

Qualcuno dice che è meglio tentarsela, forse chi dice così preferisce che il dentista gli dica: “ci sono quattro lavori da fare sui denti, due ho la certezza di farli bene, gli altri due non so, ma me la tento”, oppure “due ho la certezza di farli bene, per gli altri due ti mando da un collega più bravo”

Tu, quale dentista sceglieresti?

Io il pilota A, e anche il secondo dentista.

giovedì 17 aprile 2014

Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto - Enrico Galoppini

Ascoltando le ultime (contraffatte) notizie provenienti dall’Ucraina riferite dai media occidentali, non si può non fare mente locale a quanto accade in Siria da tre anni. Nello specifico, a come essi hanno presentato le parti in gioco nel paese arabo mediorientale, valutando il livello di patente contraddizione nel quale sono caduti adesso che, in Ucraina, il governo nuovo di zecca emerso dal recente “golpe” fronteggia l’azione dei filo-russi e degli altri ucraini che non hanno accettato il colpo di mano.
Al governo siriano, sin dall’inizio, è stata negata ogni legittimità, ogni diritto alla difesa dello Stato, con tutta la simpatia e le ragioni attribuite a senso unico alla parte dei “ribelli”. I quali – sempre i soliti media ce l’assicurano – non sarebbero altro che il logico e consequenziale sviluppo degli ex “pacifici manifestanti” oggetto della repressione del “regime” e, perciò, “radicalizzatisi” ed armatisi fino ai denti per difendersi da quello.
Per comprendere il due e pesi e due misure nel modo di trattare gli ultimissimi fatti ucraini quando l’Occidente si scandalizza per la longa manus russa, è opportuno ricordare che tra le fila dei “ribelli siriani” si contano non pochi stranieri, provenienti dai più svariati paesi arabi fornitori di “jihadisti” alla bisogna. E non mancano naturalmente agenti mercenari (“contractors”) ed “istruttori militari” di varie potenze occidentali, col beneplacito dei rispettivi governi. Un fatto ormai acclarato ed ammesso dai medesimi diretti interessati alla sovversione del governo siriano.
Nessuno, tranne quest’ultimo ed i suoi importanti alleati e protettori internazionali (Russia, Cina, Iran), s’è permesso di chiamare “terroristi” gli insorti che dal 2010 hanno ridotto il paese alla pressoché totale rovina. Anzi, tutte le colpe e le nefandezze sono state attribuite a Bashar al-Asad ed ai suoi collaboratori: infanticidi, uso di gas, bombardamenti indiscriminati, “violazioni dei diritti umani” eccetera.
Ma che cosa vogliono i “ribelli siriani”? Solo la caduta del regime?
Non pare così, effettivamente, perché se l’Iraq – nel quale scorazzano milizie “islamiste” d’ogni tipo – rappresenta un istruttivo precedente, c’è da ritenere che dell’unità del territorio della Repubblica Araba di Siria ai loro omologhi “siriani” non interessi assolutamente nulla. Ma per la “secessione” e la subitanea unione alla Russia della Crimea si sono sentite elevare alte grida e lamentazioni in nome della “sovranità” violata dell’Ucraina.
Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.

Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die)...

ricordo di Gabriel García Márquez

Cien años de soledad (Cent’anni di solitudine)

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cosí recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
(Traduzione: Enrico Cicogna)

Cronica de una muerte anunciada (Cronaca di una morte annunciata)

Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. “Sognava sempre di alberi” mi disse sua madre 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. “La settimana prima aveva sognato di andare solo soletto in un aereo di carta stagnola che volava senza mai trovare ostacoli in mezzo ai mandorli” mi disse Placida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né in altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.
(Traduzione: Dario Puccini)

Vedi alla voce Barriera - Paola Caridi

La Barriera non massacra. Non insanguina. È come la pena di morte comminata ancora nelle carceri statunitensi: così igienizzata, una iniezione di veleno con tanto di disinfettante. Stanza asettica, pareti chiare, magari appena tinteggiate, lettino, persino i camici. Una morte meno crudele, all’apparenza, di una impiccagione a Teheran o di una decapitazione a Ryadh. Salvo che, a guardar bene, la crudeltà ha ben altri metri di misura. Nascondere a se stessi chi sta dall’altra parte della Barriera può essere più crudele e umiliante che bagnarsi le mani del sangue altrui. Perché di là del Muro, che sia il Muro di Berlino, quello costruito dagli israeliani per separare Betlemme e Ramallah da Gerusalemme, oppure i muri dei Centri di Identificazione ed Espulsione costruiti sul territorio italiano, si muovono persone a cui è stata tolta la carta di identità con la quale si qualifica un Uomo. Uomo, donna, adulto, bambino, ragazza, bella, brutta, vecchio col bastone, quella signora grassa che mangia voracemente, e quell’altro lì, sempre con la stessa puzza di sudore che lo pervade. Coloro che camminano, che si muovono, che vivono sono invisibili a noi, dietro la Barriera. Non sentiamo i loro respiri, i loro gemiti. Ed è in questo modo, nascondendoli ai nostri occhi e alla nostra dimensione etica, che cancelliamo il loro dolore, la loro quotidiana umiliazione. Le nostre responsabilità.

18 aprile 2006: muore Mario Tommasini

ci sono stati tempi in cui qualcuno pensava di cambiare il mondo, e nel suo piccolo si riusciva. Mario Tommasini è uno di quelli - franz


…Col dopoguerra si apre la lunga stagione delle lotte politiche e sindacali. Mario è tra i protagonisti. Se ne accorgono anche i giornali di parte avversa. Dopo una tumultuosa manifestazione, la Gazzetta di Parma scrive che a distinguersi tra gli operai è “il solito Tommasini”. Manifestazioni che non di rado finiscono con arresti, manette e carcere di San Francesco. Anche nella primavera del 1953. Mario è in cella con altri compagni. C’è anche Ettore Ghiozzi (il padre del futuro attore Gene Gnocchi). Nell’ora d’aria tutti sono in cortile. Gli agenti maltrattano un carcerato che grida, li implora. Non è che stia chiedendo chissà cosa. E’ stato operato  da poco e vorrebbe andare subito al gabinetto, non mettersi in fila con gli altri. Mario va a cercare d’aiutarlo. Accorrono altri agenti. Il carcerato che si lamenta non è un “politico”, è un “comune”, cioè un rubagalline o qualcosa di simile. Arriva anche un gruppo d’altri carcerati, comunisti di Reggio Emilia. E rimproverano Mario: “Tu sei un compagno. Non sai che il partito ci impedisce di avere rapporti con i “comuni”?. Mario li manda”a quel paese”. “Sono un compagno per questo. Per essere dalla parte di chi è maltrattato, senza chiedergli se è comunista o no”. Poi chiede agli altri di sedersi in cortile. Non se ne sarebbero andati senza prima avere avuto la garanzia che il carcerato ammalato sarebbe stato trattato bene. Le garanzie arrivano e Mario è chiamato nell’ufficio del direttore: “Senti Tommasini, tu mi dai troppi guai. Vattene da San Francesco… …Assessore ai Trasporti (e riesce a togliere ai privati le linee provinciali), con delega per l’Istituto psichiatrico di Colorno. In un giorno di nebbia, l’8 marzo 1965, va a visitare il manicomio. Gli sembra che la nebbia gli entri anche in corpo.  Quando da ragazzo, sentiva questa parola, manicomio, la sentiva avvolta da un cupo mistero. Capitava, a volte, che scomparissero dai borghi persone segnate da “differenze”, da “manie”. Chiedeva: “Dove sono andate?”. Gli rispondevano: “A Colorno, al manicomio. Per farsi curare”. Ma da là non tornava mai nessuno. Ci sono quasi 1200 internati a Colorno, spesso in condizioni disumane, 170 infermieri e 4 medici. Mario entra, percorre i lunghi corridoi, guarda le finestre sempre sprangate da inferriate. Sente lamenti. Vede persone legate ai letti, altre che si trascinano come se non sapessero dove andare. O sedute per terra, gli occhi persi chissà dove. Donne scapigliate. Il professore che l’accoglie gli consiglia di tornare un altro giorno. Di lasciar perdere, anzi, quell’incarico. “Mi sembra troppo impressionato”. Tommasini ascolta il consiglio. Riprende con l’utilitaria della Provincia la strada per Parma. Forse, davvero, sarà meglio rinunciare. Ma più si allontana da Colorno più gli tornano in mente i volti incontrati in manicomio. Anche quei poveretti scomparsi dai borghi. Anche vecchi partigiani chiusi chissà mai perché la dentro. “No, non posso abbandonarli”. E torna a Colorno. Quel giorno, e quasi ogni altro giorno da allora… …Berlinguer, quando viene a Parma, non va nella federazione del partito, ma a Vigheffio, per incontrare Mario. Non solo per le incomprensioni. Anche per la convinzione maturata nel tempo che il comunismo sognato da quando era ragazzo ha ben poche somiglianze con la realtà che incontra anche nei suoi viaggi nell’Unione Sovietica. Nel 1990 Tommasini è candidato alle elezioni regionali. E’ secondo soltanto al presidente della Regione. Ma ancora il partito gli nega quello che tutti si aspettano: un assessorato per allargare all’intera Emilia Romagna l’azione straordinaria fin qui condotta. Da tutta Italia si alzano le proteste. Enzo Biagi scrive: “Mario Tommasini è quello che il Vangelo chiama “un giusto”. Non serve nelle amministrazioni italiane? Non c’è bisogno di buoni esempi? Se a chi salva un’anima spetta il paradiso, al compagno Tommasini compete l’amore e la gratitudine che si deve a chi ha incoraggiato la speranza sulla Terra”. Nascono attorno a Tommasini, negli anni del Consiglio regionale, movimenti politici che prendono il nome di “Nuova solidarietà” e, successivamente, nel 1998, di “Libera la Libertà”. Il 1998 è l’anno delle elezioni comunali. Mario è corteggiato da varie parti ma a tutti risponde la stessa cosa: non gli interessano le poltrone, vuole l’assicurazione che saranno realizzati i suoi progetti: in particolare Esperidi. Le garanzie non arrivano. Sarà questa la miccia che innescherà il grande “strappo” tra i Democratici di Sinistra e Mario, che decide a presentarsi in autonomia. Mancano poche settimane alle elezioni. Mancano i fondi. Non manca l’entusiasmo, soprattutto nei giovani. E dalle urne la lista Libera la Libertà esce terza sfiorando il 19 per cento…
  
Tommasini credeva alla forza del cinema come mezzo di comunicazione delle problematiche sociali. Non è un caso che nel 1974, nel tentativo di rendere pubblica la vita del manicomio e di uscire dall’idea della follia come isolamento e segregazione, a Colorno fu girato “Nessuno o tutti: matti da slegare”, di Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Rulli e Sandro Petraglia. Un film documentario che, per la prima volta, non evidenziava il lavoro svolto da medici, assistenti sociali, tecnici o politici ma raccontava, attraverso le loro voci, la vita di ragazzi che avevano vissuto in case di cura e manicomi. Nel 1980 Mario promuove la realizzazione del film di Enrico De Vincenzi “Gli orti dell’amore” ispirato all’esperienza degli orti e giardini sociali di Parma. Nel 1984, Agosti gira a Parma anche il  documentario “D’amore si vive”, una riflessione su amore, sesso e tenerezza.

il sito della fondazione dedicata a Mario Tommasini:

mercoledì 16 aprile 2014

“Lentius, profundius, suavius”, dice Alex Langer


a volte capita di scoprire (o riscoprire) parole importanti, di qualcuno che è mancato troppo presto - franz

Parlando di un possibile futuro amico vorrei sottoporvi soprattutto due aspetti che penso siano importanti per renderci più amichevole, meno ostile, più vivibile il futuro e forse anche il presente.
Dei grandi impegni, delle grandi cause credo che quella per la riconciliazione con la natura, sicuramente abbia oggi un posto importantissimo. Anni fa il verde andava di moda; non c’era pubblicità che non avesse bisogno di sottolineare la qualità ecologica dei prodotti che cercava di propinarci: la macchina ecologica, il cibo ecologico, i materiali ecologici e così via. Dieci anni fa, per avere il consenso della gente bisognava dire: quello che noi vi proponiamo, quello che noi vi vendiamo fa bene non solo a voi ma fa bene anche alla natura”. Questa moda per l’aspetto che era moda è rapidamente conclusa; purtroppo questa moda è passata anche a livello della grande politica. Vi ricorderete, due anni fa, il grande vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove Nord e Sud del mondo dovevano trovarsi insieme per stabilire come usare insieme, in modo giudizioso e riguardoso, le risorse di tutta l’umanità, di tutto il pianeta? Ebbene il Nord, che avrebbe dovuto tirare un po’ la cinghia, ha semplicemente detto che questo non interessava e il vertice salvo con alcune promesse generiche (sporcare meno, tagliare meno alberi, sterminare meno specie viventi) in realtà si è concluso senza grandi impegni.
Allora mi sembra che oggi ci sia bisogno che tra coloro che non cercano un impegno semplicemente effimero, che gridano libertà quando tutti gridano libertà, che gridano giustizia nel momento in cui tutti gridano giustizia, che gridano magari anche pace nel momento in cui tutti gridano pace o democrazia o solidarietà, che una attenzione particolare e anche contro corrente, anche al di fuori della moda, vada all’integrità del creato, se volete, alla reintegrazione della biosfera.

Una vita semplice

Molti possono chiedersi: ma reintegrazione, riconciliazione con la natura, cosa vuol dire? quali precetti devo seguire? chi mi dà le indicazioni affidabili, su che cosa fare, per quali animali in pericolo di estinzione bisogna battersi? quali alberi preservare?
Io credo che il messaggio di fondo della riconciliazione con la natura che noi oggi dobbiamo proporci e possiamo proporre, senza tema di essere smentiti, è sostanzialmente uno, cioè quello della vita più semplice.
Quando quasi duecento anni fa Kant si preoccupava che tipo si messaggio morale trovare per tutti, credenti o non credenti, cioè che tipo di regola dare o formulare perché fosse valida per tutti, fosse indiscutibile, ha trovato alla fine questa regola: cerca di comportarti in modo tale che i criteri che ispirano la tua azione possano essere gli stessi criteri che ispirano chiunque altro. Questa è stata alla fine la formulazione più laica e più universale che ha trovato.
Se noi guardiamo oggi la situazione del mondo, un mondo popolato da più di 5 miliardi di persone, dovremmo per lo meno dire che i criteri che ispirano il nostro agire, siano moltiplicabili per 5 miliardi; cioè cercate di sporcare quanto 5 miliardi di persone potrebbero permettersi di sporcare; cercate di consumare energia quanto 5 miliardi di persone possono consumare; cercate di deforestare quanto 5 miliardi di persone possono permettersi di deforestare.

Diversi noi

Quindi credo che il primo e fondamentale messaggio ecologico che oggi si possa dare è semplicemente quello di una vita semplice, di una vita che consumi poco, di una vita che abbia grande rispetto di tutto quello con cui abbiamo a che fare, compresi gli animali, comprese le piante, comprese le pietre, compreso il paesaggio, cioè tutto quello che ci è stato dato in prestito e che dobbiamo dare agli altri.
Un secondo aspetto che mi permetto di offrirvi come possibile contributo a un futuro amico ha a che fare anch’esso con la conciliazione o con la convivenza. Ed è non la convivenza con la natura ma la convivenza tra culture, la convivenza tra diversi noi, cioè tra gruppi di persone che non si identificano, pur vivendo nello stesso territorio.
Oggi in Europa e in particolare nelle grandi città la compresenza di persone, di lingua, di cultura e di religione, spesso di colore della pelle diversa, sarà sempre meno l’eccezione e sarà sempre più la regola.
Io credo che abbiamo, semplificato, due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio e quindi dire che chi li non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio.
L’altra possibilità è quella che ci attrezzammo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un’attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all’ascoltarsi. Ora credo che finché non costava, finché era una moda, il plurietnico, il pluriculturale era anche vello, faceva chic; per esempio l’Italia era un paese in cui tutti i grandi giornali erano pieni di sdegno sulla xenofobia altrui: gli svizzeri hanno fatto un altro referendum xenofobo, in Germania ci sono stati episodi di intolleranza xenofoba, in Francia ecc. Oggi ci accorgiamo che questo diventa tragicamente realtà anche da noi; forse per la semplice ragione che prima gli altri non li avevamo tra noi e quindi era facile sopportarli finché stavano lontani; una volta che ci sono, diventa meno facile. Allora io credo che, promuovere una cultura, una legislazione, un’organizzazione sociale, per la convivenza pluriculturale, plurietnica, diventa, oggi, uno dei segni distintivi della qualità della vita, una delle condizioni per poter avere un futuro vivibile.
Visto che abbiamo parlato di comunicazione interculturale io credo che essa non debba avvenire in modo volontaristico e quasi a denti stretti come un obbligo, ma diventare anche un piacere. Penso che nella convivenza tra diversi noi sia molto importante che ognuno di questi noi non si senta in pericolo, cioè non si senta minacciato. Quando si sente minacciato è vicina la tentazione della violenza e non c’è conflitto più coinvolgente di quello etnico o razziale o religioso, che subito forma fronti, schieramenti difficilissimi poi da riconciliare. Quindi io credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interlculturale o interetnica. Se non c’è comunicazione interculturale, credo che andiamo incontro a una Jugoslavia generalizzata, per dirla con un telegramma forse un po’ pessimista ma temo non lontano dalla realtà.

Criteri per un futuro amico

Questi sono due aspetti che io volevo sottoporvi per un futuro amico. Vorrei adesso diversi brevemente quattro piccole modalità che possono aiutare in questo.
La prima riguarda la credibilità delle parole. Io credo che oggi ci sia pochissima fede, giustamente, nelle parole, perché è difficile distinguere la notizia dalla pubblicità, la realtà dalla fandonia, che se ripetuta autorevolmente e televisivamente diventa realtà essa stessa.
È credibile chi può dire “Vieni e vedi”; è credibili chi ha un’esperienza da offrire alla quale ognuno può partecipare, che ognuno può condividere. Dove non c’è un “vieni e vedi” io sarei molto diffidente. In questo senso la televisione, è un vedi sì, ma è un vedi mediato, tanto che non ha nessuna verifica possibile.
Un secondo criterio, lo chiamerei il criterio dei cinque giusti e si rifà alla trattativa sulla distruzione di Sodoma e Gomorra. Vi ricorderete che Abramo tentava di non far distruggere Sodoma e Gomorra sostenendo che tanti giusti sarebbero morti nella catastrofe insieme ai malvagi. Allora comincia una lunga trattativa perché gli angeli dicono: forniscici un elenco credibile dei giusti almeno cinque tirali fuori, fuori i nomi perché altrimenti non ci crediamo.
Penso che se noi non vogliamo diventare prigionieri delle nostre illusioni, almeno una minima verifica sui cinque giusti dovremmo farla; una verifica se anche altri ritengono importanti le cose che a ognuno di noi sembrano importanti e mettersi insieme con altri che le condividano, prima di andare a urlare in televisione.
Un’altra modalità per costruire un futuro amico e paritario è quello di concludere anche magari molto formalmente dei patti. Io credo che oggi ci siano molte forme di patto, molte forme di alleanza che possono essere concluse e che restituiscono anche dignità e giustizia a chi apparentemente è il ricevente. Pensate alla grandiosa esperienza di Emmaus, dove dei cosiddetti scarti umani delle comunità di Emmaus, considerati tali da molti hanno imparato a restituire prima dignità agli scarti, ai rifiuti raccogliendoli, separandoli, riutilizzandoli, mettendoli in circolo, e quindi riguadagnando dignità anche loro. Credo che oggi il modello dell’alleanza del patto di una reciprocità, sia non solo una condizione molto importante ma possa essere perseguita molto concretamente perché siamo a un livello della comunicazione facilitata.
L’ultimo aspetto che oggi vedo molto sottovalutato riguarda la relazione tra nord del mondo rispettivamente col sud e con l’est. Oggi chi è di sinistra è molto tifoso del Terzo Mondo; chi viceversa viene da una tradizione più di destra, è invece più attento all’est perché è stato a lungo educato alla solidarietà con chi era oppresso dal comunismo.
Quindi oggi rischiamo di riprodurre, anche dopo la caduta del comunismo, queste solidarietà su binari differenziati o col sud o con l’est. Parlando di alleanze, di patti, credo che sarebbe una buona strada da seguire che noi, nelle cose che facciamo, cercassimo di avere partner all’est e al sud e che li facessimo anche conoscere tra di loro, anche perché spesso sono in competizione, perché entrambi ci corteggiano.
Sono arrivato alla chiusura e vorrei tentare il riassunto, con una variazione su un motto molto conosciuto. Voi sapete il motto che il barone De Coubertain ha riattivato per le moderne Olimpiadi, prendendolo dall’antichità: il motto del citius, più veloce, altius, più alto, fortius, più forte, più possente. Citius altius e fortius era un motto giocoso di per sè, era un motto appunto per le Olimpiadi che erano certo competitive, ma erano in qualche modo un gioco. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte bene come quinta essenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è un po’ il messaggio cardine che oggi ci viene dato. Io vi propongo il contrario, io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini, più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo.
* dall’intervento al Convegno giovanile di Assisi 1994


qui una lettera bellissima di Maria D’Asaro ad Alex Langer, e bellissima è dire poco.