martedì 12 dicembre 2017

Gli artisti rispondono ai commenti di Nick Cave


Nick Cave ha tenuto una conferenza stampa in Israele, in cui ha spiegato di aver deciso di suonare in Israele per rispondere fermamente a "chiunque tenti di censurare e ridurre al silenzio i musicisti". Secondo il NME (New Musical Express, N.d.T.), il musicista ha spiegato che la modifica del suo atteggiamento è avvenuta quando tre anni fa Brian Eno gli ha chiesto di iscriversi ad una lista denominata Artisti Per la Palestina. "Su un piano molto istintivo, [Io] non volli sottoscriverla", ha detto. "C'era in quella dichiarazione qualcosa che mi puzzava."
"Quindi, dopo un sacco di riflessioni e considerazioni, ho telefonato ai miei collaboratori e ho detto: “Stiamo per fare un tour in Europa e Israele”. Perché è diventato molto importante per me prendere posizione contro quelle persone che cercano di bloccare i musicisti, intimidire i musicisti, censurare i musicisti e ridurre al silenzio i musicisti. In fin dei conti, ci sono forse due ragioni per cui sono qui. Una è che io amo Israele e amo gli Israeliani, e la seconda è per prendere una posizione di principio contro chiunque tenti di censurare e ridurre al silenzio i musicisti.””
Oggi, oltre a una dichiarazione di Artists for Palestine UK, pubblichiamo una serie di risposte ai commenti di Cave da parte dei singoli artisti.

Brian Eno
Io ammiro Nick Cave come artista e so che è stato generoso nel sostenere le cause umanitarie palestinesi. Penso che abbia tutto il diritto di giungere alle sue conclusioni sul supportare o meno personalmente il BDS. Tuttavia, penso di avere anche il diritto di presentargli un altro aspetto di questa discussione, che ho condotto - privatamente, con la massima cortesia e discrezione possibile. Dato il contenuto della sua conferenza stampa, penso che ora la discussione debba essere riformulata pubblicamente.
L'argomento del BDS è abbastanza semplice: Israele ha costantemente - e smisuratamente - usato lo scambio culturale come una forma di "hasbara" (propaganda) per migliorare l'immagine del paese all'estero e per "mostrare il volto più bello di Israele" nelle parole di un funzionario del ministero degli esteri. La campagna del BDS sta semplicemente chiedendo agli artisti di non far parte di quella campagna propagandistica.
Sto basando questi commenti sui comunicati stampa riguardo ciò che Nick ha detto. Possono essere inaffidabili. La mia risposta a ciò che ho letto è questa: questo non ha nulla a che fare con artisti “ridotti al silenzio”, un’accusa che trovo piuttosto irritante quando usata in un contesto in cui alcuni milioni di persone sono permanentemente e grottescamente messe a tacere. Israele spende centinaia di milioni di dollari per l'hasbara, e le sue argomentazioni vengono trasmesse in maniera forte e chiara. Insieme alla tattica intimidatoria che etichetta qualsiasi forma di critica della politica israeliana come "antisemita", ciò crea un'immagine molto disomogenea di ciò che sta accadendo.
Chi espone le argomentazioni dei palestinesi? Se glielo chiedi, diranno il "BDS". È l'unica sola speranza che percepiscono, visto che vedono il loro paese sempre di più occupato illegalmente dai coloni e guardano le nuove generazioni della loro stessa gente crescere dietro i muri di cemento pattugliati dai soldati.
Capita che condivido un compleanno con Israele: anch'io sono nato il 15 maggio 1948. È una coincidenza, ma forse è in parte la ragione per la quale provo simpatia e ammirazione per il paese e le sue conquiste tecnologiche, intellettuali e sociali. Ammiro ancora tutte queste cose, ma, mentre imparo di più sulla spregevole situazione che le ambizioni israeliane hanno creato per i palestinesi, provo un crescente terrore. A me sembra che Israele si stia scavando una buca profonda e oscura, dove senza dubbio troverà compagnia con Trump e vari altri nazionalisti in tutto il mondo.
Quindi, parallelamente a ciò che sta accadendo ai palestinesi, c'è un altro disastro in corso. Israele, almeno quell' Israele dei valori umani in cui così tante persone, ebrei e non, riponevano le loro speranze, sta scomparendo.

AL Kennedy
Alla luce dei concerti di Nick Cave in Israele, direi che un tale impegno è moralmente pericoloso. Molti israeliani e molti di noi all'estero, di tutte le fedi, sono profondamente preoccupati per le azioni politiche, sociali e militari di Benjamin Netanyahu, del Likud e di forze che sembrano intenzionate a distruggere l'intera esistenza della Palestina e del popolo palestinese, mentre corrompono la vita pubblica israeliana. Questo atteggiamento ha prodotto una sequenza di crimini e comportarsi come se niente fosse non sembra essere una risposta valida. Di fronte a molteplici tentativi di mettere a tacere il popolo palestinese e di sopprimere la protesta a loro nome, il riferimento di Cave al tacitare il dissenso sembra, per lo meno, ingenuo.

Roger Waters
Ho letto le dichiarazioni della conferenza stampa di Nick Cave con un misto di tristezza, rabbia e incredulità. Non c'è da meravigliarsi che abbia evitato una conversazione con qualcuno del BDS prima di andare avanti con i suoi spettacoli a Tel Aviv.
Prima, incredulità. Nick pensa che si tratti di censura della sua musica? Che cosa? Nick, con tutto il dovuto rispetto, la tua musica è irrilevante rispetto a questo problema, come lo è la mia, come anche quella di Brian Eno, come quella di Beethoven, non si tratta di musica, ma di diritti umani.
Poi, rabbia. Si tratta di bambini, come i ragazzini fatti a pezzi mentre giocavano a pallone sulla spiaggia di Gaza. Ragazzi uccisi da Israele. Ragazzi che simboleggiano le migliaia e migliaia di bambini sacrificati nella "falciatura del prato" di Israele. Terminologia israeliana, non mia.
Noi, centinaia di migliaia di noi, sostenitori del BDS e dei diritti umani nel corso della storia in tutto il mondo, ci uniamo in memoria di Sharpeville e Wounded Knee e Lidice e Budapest e Ferguson e Standing Rock e Gaza e alziamo i pugni in segno di protesta. Scagliamo i nostri bicchieri nel fuoco della tua arrogante noncuranza e distruggiamo i nostri braccialetti sulla roccia della tua implacabile indifferenza.
Infine, tristezza? E se fosse stata tua la casa demolita?  Tuo il paese invaso? Tuoi i villaggi rasi al suolo per costruire stadi per gli invasori dove promuovere concerti pop? Tuoi gli ulivi sradicati? Tuoi i sette milioni di fratelli e sorelle che vivono nei campi profughi? Vittime di pulizia etnica? La tua tristezza sconfiggerebbe la tua ossessione per le preoccupazioni sulla censura della tua musica?
A proposito, su uno dei siti di informazione israeliani sono stato indirizzato su un tuo video di YouTube. Verso la fine ho raccolto il seguente testo:
"Sediamoci insieme al buio fino a quando giunga il momento."
Nick, il momento è giunto e se n'è andato fratello, te lo sei perso, se ad un certo punto nel futuro vorrai uscire dal buio, tutto ciò che dovrai fare è aprire gli occhi, noi, nel BDS, saremo qui per darti il benvenuto alla luce.
Con affetto
Roger Waters and Co.

Ken Loach
Nick Cave si trova di fronte ad una scelta, o stare con i palestinesi oppressi o con lo stato israeliano che nega loro i loro diritti umani. Lui sceglie di stare con l'oppressore. Coloro che sostengono il boicottaggio non vengono messi a tacere. Semplicemente si rifiutano di essere usati da Israele per promuovere la sua politica di apartheid.
Aki Kaurismäki
Siamo tutti liberi tranne quelli che sono schiavi.
Traduzione di BDS Italia 

il discorso di Beatrice Fihn per il Nobel per la Pace 2017 all'ICAN

domenica 10 dicembre 2017, ICAN ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo lavoro, volto a raggiungere un trattato di proibizione delle armi nucleari. Beatrice Fihn, direttore esecutivo del network, ha esposto metà della conferenza del Nobel.
Vostre Maestà.
Membri del Comitato Nobel norvegese,
Stimati ospiti,
Oggi è un grande onore accettare il Premio Nobel per la Pace 2017 a nome delle migliaia di persone ispiratrici che hanno preso parte alla Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN).
Insieme abbiamo portato la democrazia al disarmo e stiamo ridando forma alla legge internazionale.
Più di tutti ringraziamo umilmente il Comitato Nobel Norvegese per aver riconosciuto il nostro lavoro e aver dato impulso alla nostra cruciale causa.
Vogliamo dare riconoscimento a coloro che hanno donato così generosamente a questa campagna il loro tempo e le loro energie.
Vogliamo ringraziare i coraggiosi ministri degli esteri, i diplomatici, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, i funzionari delle Nazioni Unite, gli accademici e gli esperti con i quali abbiamo collaborato per avanzare nel nostro obiettivo comune.
E ringraziamo tutti coloro che si impegnano per debellare dal mondo questa terribile minaccia.
In dozzine di luoghi intorno al mondo – dentro silos con missili sepolti nella nostra terra, su sottomarini che navigano attraverso i nostri oceani, e a bordo di aerei che volano in alto nei nostri cieli – si trovano 15.000 oggetti di distruzione dell’umanità.
Forse è l’enormità di questo fatto, forse è l’inimmaginabile scala delle conseguenze, che porta molti semplicemente ad accettare questa truce realtà, a continuare con le proprie vite quotidiane senza pensare ai folli strumenti che ci circondano.
Perchè è follia permettere a noi stessi di essere governati da queste armi. Molti dei critici di questo movimento insinuano che siamo noi quelli irrazionali, gli idealisti senza criterio di realtà. Quegli stati dotati di armi nucleari non molleranno mai le loro armi.
Ma noi rappresentiamo la sola scelta razionale. Rappresentiamo quelli che rifiutano di accettare le armi nucleari come ospiti fissi del nostro mondo, quelli che rifiutano di tenere il proprio destino legato a poche righe di un codice di lancio.
La nostra è la sola realtà possibile. L’alternativa è impensabile.
La storia delle armi nucleari avrà una fine, e dipende da noi quale sarà questa fine.
Sarà la fine delle armi nucleari, o sarà la nostra fine?
Una di queste cose accadrà.
L’unica via di azione razionale è quella di smettere di vivere nella condizione per cui la nostra distruzione reciproca dipende da un mero capriccio impulsivo.
Oggi io voglio parlare di tre cose: paura, libertà e futuro.
Per ammissione di coloro stessi che le posseggono, la reale utilità delle armi nucleari sta nella loro abilità nel provocare paura. Quando fanno riferimento al loro effetto “deterrente”, i sostenitori delle armi nucleari celebrano la paura come arma di guerra. Si gonfiano il petto dichiarandosi pronti a sterminare, in un lampo, innumerevoli migliaia di vite umane.
Il Premio Nobel William Faulkner, accettando il suo premio nel 1950, disse: “Rimane solo la questione di quando mi faranno saltare in aria”. Ma da allora, questa paura universale ha lasciato il posto a qualcosa di ancora più pericoloso: la negazione.
Andata è la paura dell’Armageddon in un istante, andato è l’equilibrio tra due blocchi che è stato utilizzato come giustificazione per la deterrenza, andati sono i rifugi dalle piogge radioattive.
Ma una cosa rimane: le migliaia e migliaia di testate nucleari che ci hanno riempiti di questa paura.
Il rischio per l’ uso delle armi nucleari è oggi anche maggiore che alla fine della guerra fredda. Ma a differenza della guerra fredda, oggi ci troviamo di fronte a molti più stati dotati di armi nucleari, a terroristi e a guerre cibernetiche. Tutto questo ci rende meno sicuri.
Imparare a vivere con la cieca accettazione di queste armi è stato il nostro grande errore seguente.
La paura è razionale. La minaccia è reale. Abbiamo evitato la guerra nucleare non grazie a una prudente leadership, ma per pura fortuna. Prima o poi, se non agiamo, la nostra fortuna si esaurirà.
Un momento di panico o di disattenzione, un commento frainteso o un ego ferito, potrebbero facilmente condurci all’inevitabile distruzione di intere città. Un’escalation militare calcolata potrebbe portare all’assassinio indiscriminato di massa di civili.
Se si utilizzasse solo una piccola parte delle armi nucleari odierne, fumo e fuliggine delle tempeste di fuoco si depositerebbero in alto nell’ atmosfera – raffreddando, oscurando e prosciugando la superficie terrestre per oltre un decennio.
Eliminerebbero le colture alimentari, mettendo a rischio per fame miliardi di persone.
Eppure continuiamo a vivere nella negazione di questa minaccia esistenziale.
Ma Faulkner nel suo discorso al Nobel ha anche lanciato una sfida a coloro che sono venuti dopo di lui. Solo in quanto voce dell’ umanità, ha detto, possiamo sconfiggere la paura, possiamo aiutare l’umanità a resistere.
Il compito di ICAN è di essere quella voce. La voce dell’umanità e delle leggi umanitarie; far sentire la propria voce per conto dei civili. Dare voce a quella prospettiva umanitaria è il modo in cui creeremo la fine della paura, la fine della negazione. E in definitiva, la fine delle armi nucleari.
Questo mi porta al secondo punto: la libertà.
Come hanno affermato su questo palco, nel 1985, i Medici Internazionali per la Prevenzione della guerra nucleare, la prima organizzazione in assoluto contro le armi nucleari a vincere questo premio:
Noi medici dichiariamo l’indignazione del tenere in ostaggio il mondo intero. Protestiamo per l’oscenità morale in baase alla quale ognuno di noi è continuamente minacciato dall’estinzione “.
Queste parole suonano ancora vere oggi,  nel 2017.
Dobbiamo rivendicare la libertà di non vivere la nostra vita come ostaggi dell’imminente annientamento.
Gli uomini – non le donne! – hanno creato le armi nucleari per controllare altri, ma invece siamo noi ad essere controllati da queste.
Ci hanno fatto false promesse: che rendendo così impensabili le conseguenze dell’uso di queste armi, qualsiasi conflitto sarebbe risultato inattuabile; che ci avrebbe liberati dalla guerra.
Ma, lungi dall’impedire la guerra, queste armi ci hanno portato più volte sull’orlo del conflitto durante tutta la guerra fredda. E in questo secolo, queste armi continuano ad avvicinarci alla guerra e al conflitto.
In Iraq, Iran, Kashmir, Corea del Nord. La loro esistenza spinge altri a unirsi alla corsa nucleare. Non ci tengono al sicuro, causano conflitti.
Come lo stesso premio Nobel per la pace, Martin Luther King Jr, le ha definite da questo palco nel 1964, queste armi sono “sia genocide che suicide”.
Sono la pistola del folle puntata permanentemente alla nostra tempia. Queste armi avrebbero dovuto tenerci liberi, ma ci negano le nostre libertà.
E’ un affronto alla democrazia essere governati da queste armi. Ma sono solo armi. Sono solo strumenti. Così come sono state create dal contesto geopolitico, possono essere distrutte altrettanto facilmente collocandole in un contesto umanitario.
Questo è il compito che ICAN si è prefissata – e il terzo punto di cui vorrei parlare, il futuro.
Oggi ho l’onore di condividere questo palco con Setsuko Thurlow, che ha scelto come proposito della sua vita quello di portare il testimone dell’orrore della guerra nucleare.
Lei e gli hibakusha all’inizio della storia erano lì, e la nostra sfida collettiva è di assicurarci che siano testimoni anche della sua fine.
Loro rivivono quel doloroso passato, ancora e ancora, perché noi possiamo creare un futuro migliore.
Ci sono centinaia di organizzazioni che insieme, come ICAN, stanno compiendo grandi passi avanti verso quel futuro.
Ci sono migliaia di instancabili attivisti che ogni giorno, in tutto il mondo, lavorano per raccogliere questa sfida.
Ci sono milioni di persone in tutto il mondo che si sono alzate in piedi, spalla a spalla con quegli attivisti, per mostrare ad altre centinaia di milioni che un futuro diverso è davvero possibile.
Chi afferma che quel futuro non è possibile deve togliersi dal cammino di coloro che lo rendono una realtà.
Come culmine di questo sforzo popolare, attraverso l’azione della gente comune, quest’anno l’ipotetico è avanzato verso il reale con 122 nazioni che hanno negoziato e concluso un trattato ONU per proibire queste armi di distruzione di massa.
Il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari rappresenta il sentiero da seguire in un momento di grande crisi globale. È una luce in un periodo di buio.
E,  più ancora, ci dà una scelta.
Una scelta tra due finali: la fine delle armi nucleari o la nostra fine.
Non è ingenuo credere nella prima possibilità. Non è irrazionale pensare che gli stati nucleari possano disarmarsi. Non è idealistico credere nella vita che supera la paura e la distruzione; è una necessità.
Siamo tutti di fronte a questa scelta. E faccio appello a tutte le nazioni perché aderiscano al Trattatodi Proibizione delle Armi Nucleari.
Stati Uniti, scegliete la libertà piuttosto che la paura.
Russia, scegliete il disarmo piuttosto che la distruzione.
Gran Bretagna, scegliete la regola della legge piuttosto che l’oppressione.
Francia, scegliete i diritti umani piuttosto che il terrore.
Cina, scegliete la ragione piuttosto che l’irrazionalità.
India, scegliete il senso piuttosto che il nonsenso.
Pakistan, scegliete la logica piuttosto che l’Armageddon.
Israele, scegliete il senso comune piuttosto che l’annientamento.
Corea del Nord, scegliete la saggezza piuttosto che la rovina.
Alle nazioni che credono di essere al riparo sotto l’ombrello delle armi nucleari, sarete complici della vostra stessa distruzione e della distruzione di altri in vostro nome?
A tutte le nazioni: scegliete la fine delle armi nucleari piuttosto che la nostra fine!
Questa è la scelta che il Trattato di Proibizione delle armi nucleari rappresenta. Unitevi a questo Trattato.
Noi cittadini viviamo sotto l’ombrello delle menzogne. Queste armi non ci tengono al sicuro, stanno contaminando la nostra terra e la nostra acqua, avvelenando i nostri corpi e tenendo in ostaggio il nostro diritto alla vita.
A tutti i cittadini del mondo: state con noi e chiedete ai vostri governi di schierarsi con l’umanità e di firmare questo trattato. Non ci fermeremo fino a quando tutti gli Stati non avranno aderito, dalla parte della ragione.
Oggi nessuna nazione si vanta di essere uno Stato dotato di armi chimiche.
Nessuna nazione sostiene che sia accettabile, in circostanze estreme, usare il gas nervino Sarin.
Nessuna nazione proclama il diritto di scatenare sul suo nemico la peste o la polio.
Questo perché sono state stabilite norme internazionali, le percezioni sono cambiate.
E ora, alla fine, abbiamo un’inequivocabile norma contro le armi nucleari.
Enormi passi avanti non cominciano mai con un accordo universale.
Con ogni nuovo firmatario e con il passare degli anni, questa nuova realtà prenderà piede.
Questa è la via da seguire. C’è un solo modo per impedire l’uso di armi nucleari: proibirle ed eliminarle.
Le armi nucleari, come le armi chimiche, le armi biologiche, le munizioni a grappolo e le mine antiuomo, ora sono illegali. La loro esistenza è immorale. La loro abolizione è nelle nostre mani.
La fine è inevitabile. Ma questa fine sarà la fine delle armi nucleari o la nostra fine? Dobbiamo sceglierne una.
Siamo un movimento per la razionalità. Per la democrazia. Per la libertà dalla paura.
Siamo attivisti di 468 organizzazioni che lavorano per salvaguardare il futuro, e rappresentiamo la maggioranza morale: i miliardi di persone che scelgono la vita anziché la morte, che insieme vedranno la fine delle armi nucleari.
Grazie.
(Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella)
da qui
qui in testo in inglese dal sito del Premio Nobel


lunedì 11 dicembre 2017

ARMI: E' QUESTO IL NOSTRO NATALE DI PACE? - Alex Zanotelli



Napoli. Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando. Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti. 

Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi, è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosiddetto MUOS. 

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!). Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. 

Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano, ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma). L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro! Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più. 

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima PIAZZISTA DI ARMI. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (e questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!). L’Italia ha venduto armi al Qatar e a-gli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!).Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait. Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo. 

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare. Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la PESCO - Cooperazione Strutturata Permanente della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE per gli Affari Esteri – rafforza anche la NATO.”

La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere 100 milioni al giorno in armi. Così la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. 

Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia. La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B61-12 . Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere una sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! 

Nel silenzio più totale! Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo! È una vergogna nazionale. Siamo grati a Papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace.

Ma purtroppo ognuno fa la sua strada. E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?” “Siamo vicini al Natale - ci ammonisce Papa Francesco- ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!” Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

sabato 9 dicembre 2017

Venezuela, la causa oscura (Italiano) - Hernando Calvo Ospina





Un documentario di Hernando Calvo Ospina.
Questo documentario non è un lavoro congiunturale.  Sarà vigente fin tanto che gli Stati Uniti persistano nel cercare di terminare la Rivoluzione Bolivariana che il Venezuela sta costruendo per impossessarsi del suo petrolio e delle altre risorse naturali. Nel 1902 l’Inghilterra, la Germania e altre nazioni europee volevano impossessarsi di questa nazione.  Gli argomenti e le pratiche di destabilizzazione di quei tempi lontani sono quasi gli stessi che si utilizzano oggi contro il governo sovrano del Venezuela. Un documentario basato su interviste a studiosi e ricercatori venezuelani che, in linguaggio semplice e didattico, ci raccontano una storia che i grandi media insistono a nascondere.


Guerra al terrorismo o nuovo maccartismo? – Annalisa Melandri
Il 18 aprile scorso  Hernando  Calvo Ospina si trovava sul volo Air France n. 438 partito da Parigi e con destinazione Città del Messico, quando a cinque ore dall’arrivo il comandante dell’aereo informava  i passeggeri che su disposizioni degli apparati di sicurezza del governo degli Stati Uniti non erano stati autorizzati a sorvolare lo spazio aereo di quel paese in quanto a bordo si trovava una persona non gradita  per “motivi di sicurezza nazionale”. Praticamente un terrorista, secondo l’uso in voga del termine. Dopo uno scalo tecnico in Martinica per il rifornimento di carburante, e soltanto dopo essere ripartiti da  Fort de France, il sig. Calvo Ospina è stato informato dai membri dell’equipaggio che il  “terrorista” sulla cui identità tutti i passeggeri del volo, egli compreso, si stavano interrogando, era  proprio lui.
Una volta giunto a Città del Messico, dopo essere stato sottoposto al controllo della sua  identità e a un “interrogatorio”, nel corso del quale gli sono state poste domande sulla propria religione, sul possesso di eventuali armi e sui motivi del suo imminente viaggio in Nicaragua (l’asse del male, ricordate?) è stato lasciato andare.Qualche mese dopo l’Air France si è comportata più gentilmente con il signor Ospina. Poche ore prima di salire a bordo dell’aereo diretto a Cuba in partenza da Parigi, Ospina è stato avvisato telefonicamente dalla compagnia aerea che non poteva salire su quell’aereo poiché sorvolava i cieli statunitensi, in cambio la compagnia gli offriva un biglietto per Cuba via Madrid.
Chi è l’oggetto di tanta persecuzione? Giornalista e scrittore colombiano, collaboratore di Le Monde Diplomatique,  Hernando Calvo Ospina da anni vive in  Francia come rifugiato da dove continua a denunciare e scrivere sul terrorismo di Stato in Colombia, sui legami del governo con il paramilitarismo e sui crimini statunitensi in America latina  e nel resto del mondo.
Quattro mesi più tardi la stessa traversia, identica nelle modalità, è capitata a Paul Emile Dupret. Stesso volo, AF348, diretto da Parigi  a Città del Messico il 19 agosto di quest’anno. Paul Emile Dupret, cittadino belga,  giurista e da anni consigliere  del gruppo Sinistra Unitaria  (GUE/NGL) del Parlamento Europeo, nonché attivista difensore dei diritti umani e altermondialista, si stava recando in Messico per partecipare alla XV assemblea del Foro di San Paolo.
Come avvenuto a Calvo Ospina, durante la traversata atlantica, Dupret è stato avvisato da un membro dell’equipaggio che il suo nome era presente sulla “lista nera” degli Stati Uniti e pertanto le autorità di quel Paese rifiutavano di far passare quel  volo sul proprio spazio aereo.
Dopo una lunga deviazione al largo della Florida, l’aereo con più di un’ora di ritardo è giunto a destinazione. Al ritorno il signor Dupret  ha dovuto cambiare il biglietto, già prenotato da tempo, per una tratta verso Parigi via La Havana.
Ancora più incresciosa la vicenda capitata alcuni mesi fa alla signora Lourdes Contreras, moglie di  Narciso Isa Conde membro della presidenza collettiva della Coordinadora Continental Bolivariana nonché noto dirigente comunista nel suo paese, la Repubblica Dominicana. Il 13 maggio di quest’anno la signora Contreras è su un volo diretto in Giamaica, dove deve partecipare a un congresso internazionale come direttrice del Centro Studi di Genere dell’Istituto Tecnologico di Santo Domingo (Intec). Il volo atterra a  Miami per uno scalo tecnico, una volta scesa  a terra viene arrestata da agenti dell’Ufficio Migrazione e dopo un generico interrogatorio le viene cancellato il visto valido fino al 2016 e il giorno seguente viene rispedita in manette nella Repubblica Dominicana.
Lourdes Contreras, importante attivista per i diritti delle donne, stimata collaboratrice dell’Università Nazionale di Santo Domingo, per l’intelligence americana ha la colpa di essere da circa 40 anni moglie e compagna di vita e di lotta del rivoluzionario Narciso Isa Conde, accusato dalla Colombia di essere un fiancheggiatore delle FARC e che da tempo denuncia nel suo Paese piani dei servizi segreti e del governo colombiano in combutta con la CIA  per attentare alla sua vita.
Quanto accaduto a Hernando Calvo Ospina e a Paul Emile Dupret trova spiegazione nell’attività giornalistica di denuncia del primo e nell’ attivismo sociale e politico del secondo, invece ciò che è accaduto alla signora Lourdes Contreas è da mettere in relazione al fatto che suo marito, Narciso Isa Conde, è un “riconosciuto sostenitore di gruppi terroristici” come riportato testualmente nel documento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti al quale la signora ha potuto accedere tramite il Ministero degli Esteri del suo paese e il Console Generale in  Repubblica Dominicana. Nello stesso documento viene specificato che né lei né i suoi figli possono mettere più piede negli Stati Uniti.
Si può individuare pertanto in questo caso un inasprimento ulteriore dell’utilizzo delle misure di sicurezza statunitensi? Qui  i divieti sono stati estesi anche alle relazioni familiari e addirittura viene resa esplicita la motivazione, se pur ambigua e generica, che ne è all’origine, diversamente da quanto è successo a Hernando Calvo Ospina e a Paul Emile Dupret che formalmente non sono stati mai informati sulla loro situazione da nessuna istituzione e per i quali i rispettivi governi non hanno mosso un dito per chiedere spiegazioni o per sostenerli nell’abuso subito.
Appare evidente quindi  l’uso strumentale che viene fatto dell’11 settembre, della politica di sicurezza di George Bush e della “guerra al terrorismo”. E’ evidente l’uso strumentale della morte di circa 3000 cittadini americani a seguito dell’attacco alle due torri realizzato da un gruppo di integralisti islamici, per colpire in tutt’altra direzione.
Un solo punto in comune esiste fra le tre persone ed è probabilmente la denuncia che essi portano avanti in modi e forme diverse rispetto alle oscure vicende  del potere in Colombia.
Ma è solo la Colombia? Oppure è qualcosa che riguarda anche il loro impegno portato avanti anche contro i  grandi centri di potere economico  e i loro crimini  in  America latina e nel resto del mondo?
Narciso Isa Conde, Paul Emile Dupret ed  Hernando Calvo Ospina non sono terroristi, non appartengono ad organizzazioni terroriste e non sono mai stati arrestati per vicende legate al terrorismo. A che titolo sono stati inseriti nella lista nera del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti? Con quali accuse? Su quali fondamenti? Con quali prove soprattutto? Gli Stati Uniti lo hanno fatto per proteggere la propria sicurezza o piuttosto per rispondere ad interessi di altri?
Domande che aprono un caso di persecuzione politica. Siamo in presenza di un nuovo maccartismo?
Lo scrittore ed analista politico messicano Carlos Montemayor nel suo ultimo saggio La guerrilla recurrente  (2007) scrive a proposito: “il terrorismo (dopo l’11 settembre) si converte ora per definizione dello stato e dell’esercito in un diffuso potere internazionale che contiene alcuni tratti del vecchio e preferito nemico degli Stati Uniti: il comunismo internazionale…. In questa lotta il governo del presidente Bush è riuscito a costruire uno strumento anche più potente di quello del vecchio Mc Carthy degli anni ’50: non più un maccartismo interno agli Stati Uniti, ma un maccartismo internazionale, con il quale ha chiuso tutte le possibilità di comprensione di alcuni processi sociali complessi in diverse zone del mondo”.
Una sorta di guerra fredda, osserva Montemayor, caratterizzata però dalla presenza di un solo protagonista che definisce le condizioni e inventa i fiancheggiatori dei suoi nemici di volta in volta, senza trovare nessun ostacolo dall’altra parte (perché non c’è).
Senza alcun ostacolo, coperti dal silenzio dei grandi mezzi di comunicazione, complice la subalternità delle istituzioni dell’Unione Europea che non ha fiatato di fronte a quanto accaduto a Paul Emile Dupret che pure lavora nel Parlamento Europeo da più di 18 anni,   così come dei governi di  Francia,  Belgio e della Repubblica Dominicana. Nessuna condanna rivolta verso quella che è stata una evidente violazione del loro diritto a viaggiare.
Per chi conosce  gli articoli di Calvo Ospina e le battaglie di Paul Emile Dupret così come la coerenza e l’impegno di Narciso Isa Conde per un’America latina libera da qualsivoglia imperialismo e soprattutto dall’ingerenza degli Stati Uniti,  tutto allora appare più chiaro.  La persecuzione è politica, prima ancora che giudiziaria e questo  configura quanto accaduto come un caso di evidente violazione dei diritti umani.
Diritti umani che sono stati ridefiniti e riscritti arbitrariamente dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Se nella Dichiarazione Universale del 1948 si affermava esplicitamente che era necessario stabilire norme giuridiche che tutelassero le libertà ed i diritti degli uomini indipendentemente dalla loro  razza, sesso, colore, lingua, religione e opinione politica è significativo che George W. Bush nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti del 20 settembre 2001, nove giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ridefinisce i diritti umani cancellando “l’opinione politica” come fattore non discriminante. Afferma infatti (testualmente): “nessuno può essere segnalato, né maltrattato, né offeso verbalmente per la  sua etnia e nemmeno per la sua fede religiosa”.  L’ appartenenza a un pensiero politico, la militanza politica, le idee divengono  dopo l’11 settembre, ancora una volta   fattori discriminanti.
Dice George Bush qualche passo più avanti: “la nostra guerra contro il terrore comincia con Al Qaeda ma non finisce lì”.
Sono talmente indefiniti i limiti di quella “guerra al terrore” che si sta verificando il rischio, da molti segnalato dopo l’emanazione del USA Patriot Act, che potesse essere utilizzata realmente contro le battaglie per l’indipendenza dei popoli, contro le resistenze ai governi dittatoriali, calunniando come “terrorismo” ogni forma di legittima risposta armata al vero terrorismo di Stato che colpisce popolazioni inermi.  La versione aggiornata di questa guerra si rivolge contro le migliaia di militanti e attivisti che percorrono i cieli e macinano chilometri del nostro pianeta per condividere, informare, importare ed esportare esperienze, solidarietà, sostegno e comunicazione fra realtà lontane e diverse fra loro che si nutrono di questo flusso costante di energie. “Questo equivale a sostituire ad ogni stato di diritto un potere fascistoide e un terrore infinito” scrive Narciso Isa Conde nel suo libro (Los halcones atacan – Estrategia E.U. en el siglo XXI y alternativa revolucionaria).
Interrogato sul  possesso delle armi, Hernando  Calvo Ospina risponde testualmente al poliziotto che ha di fronte :  “la mia unica arma è scrivere, specialmente per denunciare il governo degli Stati Uniti che io considero veramente terrorista”. Il poliziotto guardandolo gli ha risposto: “quest’arma a volte è peggiore di bombe e fucili”.

Hernando Calvo Ospina: l’uomo che minacciava la Francia – Annalisa Melandri
Quando nell’aprile del 2009 all’aereo sul quale viaggiava venne  negata l’autorizzazione a sorvolare lo spazio aereo degli Stati Uniti perche’ il suo nominativo era inserito in una lista di persone non gradite “per motivi di sicurezza personale”, lo avevamo denunciato qui.  Successivamente un caso analogo accadde  a Paul Emile Dupret, cittadino belga e consigliere del gruppo Sinistra Unitaria del Parlamento Europeo. Hernando Calvo Ospina vive e lavora in Francia da oltre venticinque anni e ha due figli francesi. La Francia gli ha negato recentemente la nazionalita’ con motivazioni inaccettabili. Chi osa parlare di Unione Europea? Esiste la sovranita’ europea?  (A.M.)
di R. L.
Il ministero dell’interno, dell’oltremare, delle collettività territoriali e dell’immigrazione ha recentemente rifiutato la nazionalità francese al nostro collaboratore colombiano Hernando Calvo Ospina, residente in Francia da venticinque anni e padre di due figli francesi. La decisione è stata motivata in una lettera dello scorso 22 settembre.
Il vicedirettore dell’ufficio interessato, Laurent Audinet, spiega che non si è ritenuto «opportuno» acconsentire alla richiesta di una persona che figura dal 2009 in «una lista americana di persone a cui è proibito sorvolare lo spazio aereo degli Stati uniti». Condanna inoltre le «relazioni» di Calvo Ospina «con la rappresentanza diplomatica cubana a Parigi», l’analisi critica del giornalista di quelle che egli considera «misure di ritorsione prese dall’Unione europea contro il regime castrista» o ancora i suoi incontri con «diversi membri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) nel corso delle [sue] attività». In altri termini, ciò che si rimprovera al nostro collaboratore è di avere fatto il suo lavoro, espresso la propria opinione e contrariato Washington.
Le Monde diplomatique ha sollecitato chiarimenti sul come sia possibile che:
– un divieto americano di sorvolo del suo territorio influisca sull’attribuzione della nazionalità francese;
– essere in contatto con una delegazione diplomatica riconosciuta dal Quai d’Orsay disturbi il ministero dell’interno;
– una critica non alla Francia, ma alle sue scelte diplomatiche, denoti una mancanza di «lealtà» verso un Paese democratico;
– un contatto di Calvo Ospina con membri delle Farc «in occasione delle [sue] attività di giornalista» crei dei problemi laddove non ne hanno mai creati incontri dello stesso tipo con membri del Cartello di Medellín, ad esempio.
Nonostante le nostre pressioni, il ministero dell’Interno non ha risposto.
(Traduzione di G. P.)

(in bottega Hernando Calvo Ospina era apparso qui e qui)


venerdì 8 dicembre 2017

Death is nothing. La morte non è niente - Henry Scott Holland


  
La morte non è niente

Sono solamente passato dall'altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo! » 


Death is nothing

«Death is nothing at all. It does not count.
I have only slipped away into the next room.
Nothing has happened.
Everything remains exactly as it was.
I am I, and you are you, and the old life that we lived so fondly together is untouched, unchanged.
Whatever we were to each other, that we are still.
Call me by the old familiar name.
Speak of me in the easy way which you always used.
Put no difference into your tone.
Wear no forced air of solemnity or sorrow.
Laugh as we always laughed at the little jokes that we enjoyed together.

Play, smile, think of me, pray for me.
Let my name be ever the household word that it always was.
Let it be spoken without an effort, without the ghost of a shadow upon it.
Life means all that it ever meant.
It is the same as it ever was.
There is absolute and unbroken continuity.
What is this death but a negligible accident?
Why should I be out of mind because I am out of sight?
I am but waiting for you, for an interval, somewhere very near, just round the corner.

All is well.
Nothing is hurt; nothing is lost.
One brief moment and all will be as it was before.

How we shall laugh at the trouble of parting when we meet again! »
La morte non è niente