lunedì 18 gennaio 2021

L’algoritmo sovrano - Renato Curcio

 

Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico

Questo ultimo libro, L’algoritmo sovrano, riflette sui cambiamenti delle relazioni di potere che stiamo vivendo, in quella che è una grande trasformazione antropologica che riguarda non solo la rete, in quanto dimensione tecnologica, ma anche la formazione del sociale in cui siamo inseriti. Ci hanno abituati a immaginare le relazioni di potere, almeno nella loro forma più organizzata, con le analisi di Weber o Foucault, per non fare citazioni classiche del marxismo; questo significa che in epoca moderna abbiamo guardato il potere all’interno di un mondo che non c’è più, perché negli ultimi trent’anni, dal 1990/91, in questo mondo è entrato un nuovo continente: internet. È questo il primo punto su cui voglio suggerirvi uno sguardo. Dobbiamo cominciare a guardare internet in questo modo perché è un territorio che prima non c’era, e all’interno del quale si giocano ormai i destini dell’economia, della comunicazione, della politica, di fatto tutti i destini della vita delle persone che vivono nei continenti storici. Le relazioni faccia a faccia sono diventate paradossalmente secondarie rispetto alle relazioni alias-alias che caratterizzano la presenza nel continente di internet.

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Internet nasce negli Stati Uniti per concorso di due forze, quella militare e quella scientifica, studi legati a università americane che avevano iniziato a immaginare una comunicazione tra computer, quindi la costruzione di una rete. Quando parliamo di ‘rete’ stiamo entrando progressivamente in un territorio molto materiale, perché la rete è una cosa materiale, che esiste, dentro la quale succedono delle cose, ma è un territorio molto diverso dalla rete delle relazioni: è una rete di connessioni, sono computer, macchine, che entrano in relazione.

Quando parliamo di internet parliamo quindi di una società artificiale, non naturale, e questo è un punto importante, perché man mano che questa rete si è espansa ha portato con sé lo stigma dei suoi iniziatori, quindi una bandiera, che è quella degli Stati Uniti, alzata con due mani: una è militare e una è di imprese audaci che già lavoravano con i computer, che però fino a quel momento erano solo dei calcolatori e da lì iniziano a diventare delle entità che entrano in una relazione tra di loro, cioè costruiscono rete.

In questo continente che si è sviluppato a una velocità spaventosa, a cui noi come umani non siamo abituati, siamo entrati progressivamente; per quel che riguarda l’Occidente, in trent’anni siamo arrivati a contare circa l’80-85% delle persone coinvolte nella rete, in relazione nel lavoro, nella comunicazione, nelle attività di qualunque genere, persone che ormai operano più ore nella rete che al di fuori. In questo nuovo continente siamo entrati pian piano considerandolo normale, ma anche sedotti dagli aspetti di comodità, affascinati dalle molte operazioni possibili che questo territorio ci consente di fare: mandare una mail, fare un gruppo Whatsapp, dire quel che pensiamo su un social, Facebook ecc., fare circolare delle fotografie. In trent’anni questo territorio è diventato un continente estremamente esteso e presuntuoso, al punto da chiamarsi world wide web, darsi dunque una dimensione mondiale, “noi siamo il mondo di internet”; è assolutamente falso. Non è vero che internet è il mondo, è un mondo, ed è il mondo americano; c’è anche un mondo altrettanto potente, quello cinese, dove navigano circa un miliardo di persone, che non funziona con il codice americano, ha strutture simili nell’ambito della ricerca, dei social ecc. ma fa capo a un altro continente e a un’altra bandiera, quella cinese appunto. E c’è anche un terzo continente, quello russo, ad altissimo livello tecnologico. Se dovessimo fare delle graduatorie non sapremmo oggi quali di questi mondi è il più potente. Quando si parla di cyberwar si parla di questo, del fatto che tra questi continenti, che riguardano ormai la grande maggioranza della popolazione mondiale, c’è un conflitto ampio ed estremamente profondo perché riguarda il potere, chi lo eserciterà, chi riuscirà a colonizzare i territori che gli altri stanno colonizzando. E qui entro nel secondo punto.

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Un continente si sviluppa nella misura in cui dei coloni istituiscono al suo interno delle colonie. Per esempio i greci nell’VIII secolo a.C. decisero di fondare una serie di colonie nel sud Italia, ad Agrigento, Crotone, Catania ecc. Costruire una colonia, da un punto di vista tecnico, significa compiere un atto materiale molto preciso: prendere degli uomini, una barca, metterla in mare, andare in un posto, stabilirsi, dire: “Qui adesso ci sto io. Chi vuole può entrare nella mia colonia, se qualcuno si oppone gli taglio le testa”. Le colonie hanno sempre funzionato così, noi europei abbiamo una grandissima storia di colonie, da Cristoforo Colombo in poi abbiamo colonizzato quasi tutti gli altri continenti. Anche l’Italia ha una lunga storia di colonie atroci, per esempio siamo andati in Eritrea, in Somalia, in Libia, tra la fine dell’Ottocento e la fine del fascismo, abbiamo portato le camicie nere, i soldati. Fare una colonia significa quindi impiantarsi materialmente su un territorio.

Non appena è nato il territorio di internet, e sono stati i militari a renderlo un territorio possibile per operatori non militari, quindi dal 1990 in poi con il passaggio tecnico dell’http, il protocollo di internet, una serie di aziende ha cominciato a impiantare colonie. I primi tempi sono state fondate con una strategia, perché quel continente inesplorato appena nato bisognava frequentarlo e sapere come fare, non bastava aprire una propria ‘postazione’ perché senza un sistema di relazione non succedeva nulla; i primissimi anni sono stati infatti caratterizzati da un duro scontro tra una serie di imprese che cercavano di impiantare dei motori di ricerca. È quella che è stata chiamata “la guerra dei motori di ricerca”, un processo che progressivamente ha fatto fuori i concorrenti finché le aziende più potenti, come Google, si sono affermate e oggi sono il crocevia attraverso il quale noi entriamo in relazione con informazioni, documenti, situazioni, indirizzi ecc.

Questi motori di ricerca esplorano una porzione di mondo, e sono in una posizione strategica, nel senso che tutte le nostre transazioni passano attraverso una domanda che gli poniamo. Si inventano dunque una strategia di scambio diseguale molto interessante. Dicono: io mi sono impiantato, posso raggiungere questo continente o gran parte di esso, più divento forte più raggiungerò altri indirizzi, sono in grado quindi di fare questo servizio, se tu lo vuoi mi fai una domanda e io ti rendo possibile questa operazione di connessione, ma in cambio mi dai i tuoi dati e metadati. I dati sono la domanda che scrivi in Google, i metadati sono il dispositivo da cui fai la domanda, l’ora, il luogo, il tempo che stai su quel territorio. A molti è sembrata una cosa logica, non se ne sono visti i pericoli per molto tempo, e quindi anche le piattaforme che progressivamente si sono affermate, come Facebook, hanno iniziato a ragionare nello stesso modo: io ti do uno spazio in una piattaforma tu in cambio mi dai i tuoi dati, cioè i contenuti che carichi e tutto ciò che riguarda il tempo, il giorno, l’ora, il dispositivo con cui fai queste operazioni. È uno scambio diseguale perché quando queste strutture si sono affermate hanno offerto un servizio gratuito e si sono prese dei dati che noi abbiamo dato gratuitamente, però se facciamo un bilancio lo scambio non è affatto gratuito perché noi siamo rimasti dei cittadini in braghe di tela e queste strutture in pochissimi anni sono diventate le prime company del mondo per fatturato e capitalizzazione; quindi ciò che gli abbiamo dato è stato il materiale attraverso cui loro hanno costruito una profonda penetrazione nel mondo capitalistico, sia dal lato della raccolta del denaro connesso all’utilizzo di questi dati, sia dal punto di vista della capitalizzazione vera e propria, gioco di Borsa e di tutto ciò che ne è seguito. Scambio diseguale dunque, questo è il secondo punto. La colonizzazione quindi è impiantare una colonia per realizzare uno scambio diseguale attraverso il quale realizzare un profitto mastodontico, e nello stesso tempo un controllo delle informazioni di tutti coloro che vivono su quel continente.

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L’ulteriore domanda che ci possiamo porre a questo punto è: qual è l’interesse di un’impresa a impiantare una colonia all’interno di questo continente? Ce ne sono due: il primo molto materiale, che abbiamo analizzato prima – prendo i tuoi dati, li vendo a strutture industriali, di servizi ecc. che possono avere interesse a fare pubblicità, ricerche di mercato e via di seguito –; il secondo è invece un’operazione più complessa di questa: incidere sui processi identitari delle persone che entrano nel mio continente.

Se entri nel mio continente e mi dai le tue informazioni, io ho una opzione di potere su di te: non solo ti porto via il tempo e i dati, ma inizio a conoscerti. Faccio un esempio che apparentemente non c’entra ma fa capire il meccanismo. Nel 2020 in Nuova Zelanda un robot chiamato Sam si presenterà alle elezioni politiche. È un robot dotato di un dispositivo di intelligenza artificiale, prodotto dall’università di Wellington insieme a due aziende private. Questo robot dice: “Io mi presento alle elezioni politiche ma non ho alcun programma, questa è la mia forza. Vengo da voi e vi dico: sarò il politico che vi rappresenta, non ho nessuna idea. Il gioco funziona così: fatemi una domanda, cosa vi interesserebbe?” Una persona risponde portare l’acqua nel rione tale, e Sam incamera questa informazione; poi un’altra e un’altra ancora e le elabora, le divide in categorie e stabilisce delle priorità e delle maggiori incidenze di alcune richieste su altre, e restituisce un programma politico che è sicuramente vincente perché sarà il punto di vista della maggioranza su ciascun problema che le persone hanno posto. Quindi alle elezioni avrà una fortissima possibilità di vincere. Questo esempio ci interessa anche per un altro punto di questa mia analisi, che vedremo, ma intanto voglio farvi riflettere sul fatto qui non siamo davanti a una realtà che si propone di vendere delle informazioni, neanche di utilizzarle a fini pubblicitari, ma di vincere delle elezioni; vale a dire fare un gioco di potere partendo da un dispositivo di intelligenza artificiale.

Questo punto ci pone un problema tecnico immediato che è un problema di linguaggio, espressioni che vengono utilizzate quando si parla di queste cose; per esempio, ‘identità digitale’. Se cerco il significato di questa definizione ne trovo venti, trenta, e ne ricavo una grande confusione di idee perché non riesco a capire se si intende Renato Curcio, cioè una persona, oppure il mio dispositivo, lo smartphone che ho in tasca. È un aspetto fondamentale perché, come dicevo all’inizio, su internet sono le macchine a comunicare, e non comunicano con me ma con il mio dispositivo. È importante avere ben chiaro che quando io vado su internet siamo un due ad andarci, io e il dispositivo che utilizzo. Quindi ci sono due identità, ed è importante distinguerle. Esistono dei sistemi di controllo, che vedremo, che prima che alle persone sono interessati ai loro dispositivi, ed è molto importante perché è un tipo di tecnologia, poi c’è il problema dell’identità di Renato Curcio.

Facciamo gli esempi di Facebook. Se apro un profilo sulla piattaforma, sul libro delle facce, posso mettere la mia fotografia, quella del mio cane, di qualcun altro, di una signora che non conosco ma così mi garba, nessuno mi dirà niente. Facebook identifica il mio dispositivo e mi dà l’autorizzazione ad aprire un profilo, in quanto ha l’IP da cui partono i messaggi, e quello gli interessa; che poi io mi chiami Renato o Filippo o addirittura al femminile, per Facebook è irrilevante. Anzi, è rilevantissimo, ma da un punto di vista di studi di psicologia sociale: io so che il proprietario di quel dispositivo è Filippo, e so che si presenta al femminile e comincia a intrattenere delle relazioni con il mondo. Questo è uno straordinario scenario per chi vuole fare un lavoro sulle molteplicità identitarie delle persone e soprattutto sui giochetti identitari che le persone fanno tra di loro, su Facebook o su qualunque altro social network. Se registro e storicizzo quei dati, mi danno l’insieme di due tagli di lettura: uno possiamo chiamarlo il taglio della ‘dissonanza identitaria’, l’altro lo ‘storico delle dissonanze’ di una certa persona. È una questione fondamentale perché le dissonanze identitarie sono la caratteristica della nostra vita, noi viviamo di dissonanze identitarie, Bauman parlava del “guardaroba identitario”: in ufficio vesto un’identità, con gli amici un’altra, nel privato ancora un’altra e sui media non ne parliamo.

La distinzione tra l’identificazione del dispositivo e i processi identitari è quindi molto importante, ed è una situazione che potremmo definire di doppia sovranità. Nel continente virtuale ci troviamo infatti di fronte a due interessi, che corrispondono alle due forze che l’hanno creato, e abbiamo visto che una è quella militare, interessata innanzitutto ai dispositivi, molto meno alle identità: le istituzioni di sorveglianza vogliono sapere dov’è un certo dispositivo. Per questa ragione gli Stati Uniti hanno vietato per legge che i militari americani, di qualunque ordine e grado, utilizzino uno smartphone Huawei, dichiarando che non possono avere in tasca un dispositivo cinese che li localizza, perché significa dire alla Cina dove sono dislocati i militari statunitensi. Con ciò ammettendo che i dispositivi hanno dei sensori che comunicano e possono dire a un’altra macchina dove sono. Questo è vero anche per Samsung, Apple, per qualunque smartphone: le case produttrici possono tranquillamente identificarli nello spazio e nel tempo.

Quindi il volto di internet legato alla mano militare comincia a presentarsi come un volto inquietante, perché legato all’idea di sorveglianza totale, poiché fin dall’inizio ha come intenzione pratica, assolutamente oggettiva, quella di far circolare dispositivi che le persone utilizzano per la comunicazione, il lavoro, l’acquisto ecc., che sono identificati nello spazio e nel tempo.

Questo sistema di sorveglianza totale si muove su più piani. Uno è quello della categorizzazione delle persone che frequentano il continente. L’uso commerciale è facilmente comprensibile: se ho tutti i dati delle persone dai 16 ai 18 anni di sesso femminile nell’area romana che si interessano di musica, posso avere una rapida algoritmica elaborazione dei gusti di quella popolazione femminile ed è un’informazione che può essere di straordinario interesse per le industrie che producono musica. Posso raggruppare i dati per classi di età, gruppi regionali, aree cittadine, qualunque cosa, anche per tipologia politica, come il comunistometro anarchistometro, un rilevatore dei libri che compriamo su internet che qualcuno ha definito così, divertendosi: è chiaro che se per due anni continuo a comprare i libri di Proudhon avrò un certo tipo di orientamento e se compro i libro di Hitler ne avrò un altro, non sono rilevazioni difficili da fare. Ne è interessato Amazon o anche Netflix. Chi ha quest’ultimo, sa che prima di potervi accedere ha dovuto rispondere a una domanda semplice e banale: quali sono le categorie di film e di serie televisive che ti interessano di più? Netflix in pratica fa l’operazione di Sam: non so niente di te ma da questo momento comincio a studiarti. Tu dici che ti piace Philip Dick, oppure Manzoni, Netflix ti categorizza con un certo tipo di orientamento e poi lo verifica: se il giorno dopo compri l’opposto ti classificherà come uno spettatore vago e indistinto, ma se poi continui a cercare le stesse serie televisive saprà quali hai visto e quali no, quelle che ha in catalogo e come offrirtele, e aumenterà le probabilità di venderti un prodotto.

Abbiamo dunque due percorsi, quello dell’identità dei dispositivi e quello dell’identità delle persone, che puntano a cose diverse ma si incontrano entrambi con due problemi piuttosto sconvolgenti.

Il primo è che se andiamo a vedere i dispositivi, ci accorgiamo che esiste un’infinità di macchine che sono state taroccate, un’infinità di smartphone che non si fanno identificare, di computer che ti rimandano da server a server ma non sai dove, che ci sono addirittura dei computer zombi che non solo non sono da nessuna parte ma sono nel tuo computer, e tu non lo sai. Un hacker può impiantare nel tuo computer un computer fantasma, collegare questo zombi con tanti altri e fare un’operazione di hackeraggio, rendendo impossibile risalire al computer da cui è partita. Questi oggetti operativi ma non identificabili sono quelli utilizzati nelle campagne di fishing, ma non solo, perché interessano molto anche la politica.

Se andiamo invece a vedere l’identità abbiamo un altro problema. Dentro Facebook, per esempio, ci sono 200 milioni di profili inesistenti, falsi, costruiti solo per fare operazioni, così come il 20% di quelli su Twitter. E questa è ancora una microparte, perché poi abbiamo i casi come Telecom/Tim e le sim card legate a identità false, o le persone che si fanno passare per altre, come lo scrittore inglese Roger Jon Ellory, che sotto altra identità scriveva entusiastiche recensioni dei suoi libri su Amazon, o Tommasa Giovannoni Ottaviani, la moglie di Renato Brunetta, che sotto falso nome, Beatrice Di Maio, aveva aperto un profilo Twitter da cui lanciava a raffica tweet contro l’allora Presidente del Consiglio Renzi e contro il Presidente della Repubblica Mattarella; oppure anche il caso di Amina Arraf, la blogger che dalla Siria dava notizie in tempo reale, tenuta in gran conto per un po’ dall’informazione internazionale, finché non si è scoperto che era in realtà Tom MacMaster, un dottorando di Edimburgo, che scriveva dalla Scozia. Queste storie sono interessanti per riflettere sul fatto che quando ci muoviamo sul lato delle identità incontriamo territori sconosciuti. Su internet esistono siti che forniscono un’identità falsa completa: nome, cognome, professione, telefono, mail, via, nonni, curriculum ecc. Per non parlare dei morti ancora operativi con i loro profili, Pannella, per dirne uno.

Ricapitolando: sul piano dei dispositivi gli Stati sanno dove sono le macchine, le macchine non sono tutte identificabili; sul piano delle identità le aziende interessate ad avere dati sono poco interessate a sapere fino a che punto e a che gioco stai giocando, perché avendo uno storico possono facilmente profilare anche i falsi profili e vedere con si stemi di esclusioni quelli che servono per fare pubblicità e soldi e quelli che servono per fare numero – un aspetto importante perché più utenti ha una piattaforma, più raccoglie pubblicità.

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Ora proviamo a fare un passo un po’ più inquietante, e consentitemi di fare un’operazione di tipo metodologico che Marx consigliava e che è stata poi sviluppata da Henri Lefebvre, e si chiama ‘metodo regressivo progressivo’: per guardare un certo problema può essere utile fare tre passi indietro e un piccolo esercizio di specchio.

Se scendiamo nel momento totalitario per eccellenza del Novecento, quindi nazismo e anche fascismo – e qui utilizzo una nozione di totalitarismo in modo tecnico, non mi addento nella polemica tra storici se il fascismo sia stato totalitario o meno – e utilizzo l’analisi profonda che ne hanno fatto soprattutto Hannah Arendt e Bauman, vedo che tre punti fondamentali dei sistemi totalitari li ritroviamo nel continente di internet.

Primo: quando andiamo a vedere la base sociale ci troviamo di fronte a persone singolarizzate. I sistemi totalitari rompono i sistemi organizzativi e di legami, rompono l’idea stessa di classe. Non ci può essere una classe perché c’è una dimensione plebiscitaria, in piazza Venezia a un comizio del duce non ho una differenza tra operai e padroni, prefetti, poliziotti e chiunque altro: indipendentemente dai loro interessi singolari, sono uniti in una solitudine totale, siamo in una folla di persone solitarie non unite da legami reali di interessi comuni. Questo è un aspetto che ritroviamo sia nel nazismo che nel fascismo.

Secondo: la negazione delle differenze di classe. È un punto importante perché Casaleggio, o anche Salvini, affermano che non c’è più né destra né sinistra. È una tesi di Mussolini. Arendt l’ha scritta e documentata nei tre volumi sul totalitarismo, nel secondo. Oggi ritroviamo questa polverizzazione dei concetti e delle relazioni. Populismo è una parola priva di senso, perché non c’è nessun popolo in una situazione di insieme quando gli interessi sono i più diversi: il proprietario della piattaforma Foodora e il fattorino di Foodora potranno stare accanto in una manifestazione ma non hanno un interesse comune sul piano politico, perché quest’ultimo prevede la rappresentanza degli interessi di qualcuno, e in un contesto capitalistico gli interessi del fattorino e gli interessi di chi ha piattaforma non corrispondono.

Terzo: quello che Arendt chiama la “fuga nella finzione”, ed è un corollario del punto precedente. È chiaro che se i tuoi interessi non sono comuni, devo creare una finzione dentro la quale questi interessi diventano comuni. La post-verità di oggi per esempio, una verità che è intenzionale, non reale, costruita perché funzionale a uno scopo. Oggi la creazione di finzioni è un’attività lavorativa, ci sono agenzie che lo fanno, per esempio la Casaleggio Associati è una struttura nata parecchi anni fa per fare marketing politico ed economico, e il marketing è la costruzione di una finzione che ti induca a comprare quella bambola, o una pubblicità che ti invogli a seguire una proposta di acquisto o una proposta politica.

Questi tre momenti si uniscono a un quarto, che è quello su cui voglio portare la vostra attenzione. Accennavo prima che il controllo sociale sta diventando molto predittivo e preventivo: perché devo aspettare che una persona rubi una mela se attraverso il monitoraggio dei profili posso individuare delle categorie di rischio che sono quelle che più probabilmente ruberanno una mela? Questa è un’idea positivista, nata negli anni Trenta durante il fascismo, ed è molto importante sia perché il positivismo paradossalmente veniva dal mondo socialista, e ha influenzato il pensiero moderno fino a oggi, sia perché è il fondamento del pensiero scientifico della rete. Oggi l’università di Google, la Singularity University, più di 100 sedi in moltissimi Paesi e aperta anche a Roma e a Milano, insegna esattamente questo: tu hai a che fare con dei numeri, una logica quantitativa, non con altri tipi di problemi; la rete è fatta di numeri e di algoritmi e funziona solo se stai dentro quel sistema, che è chiuso e positivo e devi quindi leggere con il criterio delle leggi delle scienze positive – la matematica, la fisica ecc. È importante questo nesso con il positivismo perché inventa l’idea di delitto possibile, che si sviluppa nel Novecento e dà origine in Italia alla nascita della polizia scientifica, ed è su questa base che viene inventato il cartellino Ottolenghi, il cartellino segnaletico. Ottolenghi era un positivista e l’approccio era questo: poniamo che se uno ha rubato una mela un giorno, è verosimile che la possa rubare ancora; quindi intanto gli prendiamo due cose, le impronte digitali, che mettiamo su un cartellino, e la fotografia; la prossima volta che qualcuno ruberà una mela, per prima cosa andremo a vedere quelli della categoria ‘rubatori di mele’, poi se non lo troviamo lì faremo delle indagini. Questa idea all’epoca aveva a che fare con la carta e con la fotografia, eravamo nel Novecento, oggi ha a che fare con la biometria. Vale a dire: visto che so che con la tua identità fai i giochi che vuoi, e te lo lascio fare perché mi può servire sul piano psicologico per fare delle profilazioni, per identificarti faccio delle operazioni più serie: ti prendo le impronte biometriche, le metto su un chip e le fisso su una carta elettronica, dopodiché ti attribuisco un numero unico, perché io lavoro con i numeri, e ti identifico nel mondo con un codice unico: quel codice, quel pattern facciale, quelle impronte digitali e quella scansione dell’iride. Non è fantascienza, sono sistemi politici reali che partono dall’India e arrivano all’Italia. Quattro esempi molto precisi.

Primo. L’India è un Paese di 1,3 miliardi di persone e ha un Ministero dell’Informatica tra i più avanzati del mondo, perché ci sono alcune università di informatica e matematica pura che sono tra le migliori a livello globale. Nel 2009 il ministro inventa una carta elettronica per la soluzione di un grande problema, il sistema delle sovvenzioni alle persone più povere. Si tratta di costruire un sistema che consenta di non dare due volte lo stesso contributo alla stessa persona, che caso mai si fa passare per un’altra. Viene creata una carta elettronica che comprende tre caratteristiche biometriche: le impronte, il pattern facciale e la scansione dell’iride. Viene detto agli indiani che la carta è volontaria, non c’è nessun obbligo, tuttavia chi ce l’ha sarà favorito, passerà per primo perché la sua richiesta di sovvenzioni può essere gestita con molta tranquillità. Averla viene quindi posto come vantaggio e si lascia ai cittadini la scelta. Oggi la Aadhaar Card è obbligatoria e non serve più per i contributi ma per pagare le tasse, acquistare una sim telefonica, prenotare un treno, per qualunque tipo di operazione.

Secondo. Nel 2014 la Cina, dopo aver studiato a lungo i pregi e i limiti di una struttura di questo genere, perfeziona il dispositivo e fa una carta che si chiama ‘carta di credito sociale’ e la propone volontariamente ai cittadini. Contiene gli stessi tre riferimenti biometrici, pattern facciale, impronte digitali e iride, e la presenta nel quadro di un gioco nazionale a premi, un gioco importante per la cittadinanza, un gioco democratico, che consiste nel fatto che chi si doterà di questa carta acquisirà un punteggio per le sue attività. Per esempio: paghi le bollette della luce regolarmente? Tutti i mesi ricevi 10 punti. Hai un curriculum scolastico perfettamente in regola? 10 punti. Hai perso un anno? 9 punti. Non hai pagato una bolletta? 8 punti. Un computer fa poi la somma in tempo reale e la popolazione cinese viene gerarchizzata in base a un punteggio chiamato ‘punteggio di affidabilità’. La genialità della proposta cinese sta nel fatto che il sistema a premi è quello dei videogiochi, di Facebook, i mi piace, e funziona perché è ciò con cui le ultime generazioni crescono. È un aspetto interessante perché è un dispositivo che fa giocare una partita in cui ti senti più cittadino di un altro se ottemperi a tutte le regole che gli algoritmi hanno stabilito. Ma le regole le ha fissate chi governa, e questo significa che sto costruendo un sistema di obbedienza al quale tu corrispondi oppure no; se non corrispondi a ciò che io, come Stato, reputo sia il bene, ti tolgo dei punti. E te li tolgo se frequenti tra i tuoi amici degli ex carcerati, frequentali pure ma perdi due punti; oppure te ne do se sei un ottimo lavoratore, ossia non ti rifiuti di fare ore in più se ti vengono richieste. Teniamo presente che questo sistema dei punti oggi esiste dentro la Fca, l’ex Fiat: a Melfi ci sono i cartelloni su cui in tempo reale i lavoratori vedono quanti punti di produttività hanno con i ritmi che stano seguendo.

Terzo. Da un paio d’anni in Svezia tutti hanno una carta elettronica biometrica, il Ministero del Futuro l’ha inventata dicendo ai cittadini: perché siete così sciocchi da tenervi la carta d’identità, la carta di credito, il passaporto, tanti documenti dentro un portafoglio quando potete averne uno solo, un codice unico con i dati biometrici e un microchip con tutte le operazioni che vi riguardano? Pochi mesi fa il Ministero del Futuro se n’è inventata un’altra. Ha detto: la carta elettronica si può perdere. Ha quindi fatto una proposta per 3.000 volontari che si sottoponessero a un esperimento, trasferire la carta digitale sottopelle – in Svezia non è una novità, da tempo si possono anche prenotare i treni con un microchip sottopelle e in fabbriche e università ci sono lavoratori e docenti che ce l’hanno. Ebbene, il Ministero ha dovuto chiudere l’e sperimento dopo pochissimo tempo perché si sono presentate molte più persone.

Ora veniamo all’Italia, dove dal 2014 esiste la carta d’identità elettronica. Le cose vanno talmente a rilento che non sono state neanche discusse. Se andate all’ufficio anagrafe portando una fotografia formato tessera fatta a una macchinetta qualsiasi non va bene, bisogna farla con quella del municipio, perché deve avere delle caratteristiche specifiche, di fatto il pattern facciale; vi chiedono poi di mettere i polpastrelli del dito indice di entrambe le mani in uno scanner, e sono le impronte digitali; vi assegnano infine un numero, che non è il numero della carta d’identità, come una volta. Il Ministero dell’Interno invia poi un documento a casa con due parti di codice, per attivarla, e c’è scritto che il micro chip ad altissima tecnologia contenuto nella carta d’identità elettronica consentirà di fare tutte le operazioni con l’amministrazione dello Stato. In conclusione c’è un codice PIN e un codice PUC, un codice unico e le impronte biometriche. Siamo esattamente nell’arco di Cina e India.

Questo sistema è importante perché farà saltare tutti i sistemi di falsificazione identitaria, trasferendo in tasca con uno smartphone, o prima o poi sottopelle, l’identificazione non l’identità, il processo di verificazione.

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Definisco questo percorso ‘tendenzialmente totalitario’. ‘Tendenzialmente’ perché a differenza degli scienziati e dei docenti che insegnano l’intelligenza artificiale, che sono assolutamente convinti che entro gli anni Venti/Trenta del 2000 i sistemi AI riusciranno a gestire per intero la società artificiale, e quindi la AI sarà così potente da rendere l’intelligenza umana assolutamente subalterna, e il sistema macchinico prenderà il sopravvento sull’umano così come lo conosciamo dall’homo sapiens a oggi, io non sono invece affatto convinto che l’homo sapiens sia arrivato alla fine della sua storia. Per due ragioni.

La prima è legata a un’osservazione generica della storia di questa specie. Negli ultimi 7-8000 anni, che sono quelli che storicamente possiamo valutare con più attendibilità, la nostra specie ha fatto molti passi, sicuramente nel campo tecnologico ma anche psico-sociale e di sistemi, ma non è ancora riuscita, per esempio, a risolvere il problema della convivenza; siamo una specie che non sa convivere, facciamo guerre di tutti i tipi, ci ammazziamo l’un l’altro, siamo dentro sistemi conflittuali ancora fortemente primitivi, ancora pensiamo che se uno viene da un altro Paese del mondo gli chiudiamo le porte in faccia. Quindi penso che questa specie deve fare ancora tanti passi evolutivi che sono la condizione stessa della sua crescita e realizzazione, e credo che voler delegare a una intelligenza macchinica il destino e la vita della nostra specie sia la più atroce delle prospettive totalitarie.

Seconda cosa, ho ancora fiducia che le persone, gli umani, sappiano fare un ragionamento molto semplice intorno all’uso della tecnologia, vale a dire che non si tratta di essere contro, io non sono contro la tecnologia, sono felice che l’umanità abbia inventato la scrittura, la ruota, l’elettricità, la macchina e qualsiasi altra cosa, quello che non mi rende felice è ciò che non ha fatto felice milioni di persone, ossia che questo oggi avvenga all’interno di un sistema capitalistico, che è un modo di produzione assolutamente barbaro, arcaico, superato dalle sensibilità comuni.

Ci dobbiamo quindi sbarazzare di queste prospettive partendo dal territorio degli umani, ricomponendo un sistema di legami che ci facciano capire che dobbiamo affrontare insieme i problemi del nostro sviluppo senza chiudere le porte in faccia a nessuno, e anzi dotandoci delle tecnologie idonee a sfruttare nel modo migliore le risorse del mondo per stare bene tutti. Quindi il punto è una prospettiva diversa, non un uso diverso degli strumenti, e non è una polemica banale sull’intelligenza artificiale, è una polemica che riguarda la specie, non la tecnologia. Questo è il senso del mio ragionamento, ed è anche il senso per cui ritengo che continuare a sviluppare questo tipo di ricerca e di riflessione sia un’esigenza sociale profonda.

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Chiudo lanciando un allarme che è politico e riguarda la metamorfosi del sistema italiano. Siamo all’interno di un processo di trasformazione del sistema politico da sistema politico novecentesco a un sistema digitale, e questa trasformazione ha una caratteristica: il soggetto politico delle campagne elettorali non sono più i politici, non sono più gli umani, ma sono delle agenzie. In Italia ci sono due agenzie potenti. Una è la Casaleggio Associati, ed è l’agenzia del Movimento 5 stelle, l’altra è Sistemi Intranet, ed è l’agenzia di Salvini, molto meno nota ma altrettanto potente. Sono agenzie per le quali lavorano moltissimi tecnici e studiosi dei sistemi digitali, quella di Salvini è gestita da Luca Morisi, un digital philosopher, e quella di Casaleggio prima da Gianroberto Casaleggio e ora dal figlio. Casaleggio padre era uno dei massimi conoscitori e tecnici delle reti internet, e precedentemente di quelle aziendali – è stato dentro Olivetti. Ha lavorato con l’Italia dei valori di Di Pietro, per costruire il primo sistema informatico sperimentale che però non ha funzionato molto bene, e ha inventato un sistema più complesso, il sistema 5 stelle, che è quello in cui ci troviamo. Non mi interessa entrare nel merito delle politiche dei due partiti, ma dei dispositivi.

Queste strutture, che lavorano sia sul piano dell’identificazione dei dispositivi sia su quello della manipolazione dell’identità, sono agenzie che operano a un unico scopo: profilare le identità politiche del corpo elettorale per realizzare dei sistemi di intervento personalizzato, di micro-target, per la manipolazione delle scelte. È qualcosa che abbiamo già visto all’opera negli Stati Uniti con la campagna presidenziale di Obama ma soprattutto in quella di Trump, e che abbiamo visto sotto forma di un grande scandalo, quello della Cambridge Analytica, che aveva a che fare con Steve Bannon, uno dei massimi esponenti del suprematismo bianco della destra radicale americana e dei grandi capitalisti che hanno portato al potere Trump. A Bruxelles Bannon ha aperto una sede, The Movement, che ha lo scopo di connettere e collegare le agenzie che in Europa lavorano per partiti consimili, e la prospettiva sono le elezioni europee del 2019. Siamo quindi dentro una grandissima campagna elettorale che riguarderà tutti i Paesi della Ue. Queste operazioni non le fa Salvini e non le fa Di Maio, non le fanno i singoli politici ma delle agenzie, che sono legate a università che hanno dei nomi molto forti; Link Campus, per esempio, da cui proviene l’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Sono università che lavorano con i Paesi e i servizi di tutto il mondo, con i contractor e con i militari.

Stiamo insomma andando in una certa direzione. Io vi propongo di non guardarla soltanto nella sua quotidianità, battute e controbattute dell’uno contro l’altro, ma nelle sue strutture profonde, vale a dire in chi organizza questa operazione sul web, sul continente virtuale, per catturare attenzione e voti e manipolare le scelte dei sistemi elettorali.

da qui

Kronos Quartet: NPR Music Tiny Desk Concert

 

domenica 17 gennaio 2021

Il “problema Trump” è un problema politico, non esiste una soluzione tecnologica - Bruno Saetta

 


Sta facendo discutere la decisione delle principali piattaforme social di bloccare gli account del presidente uscente Donald Trump, dopo l'assalto a Capitol Hill da parte dei “fan di Trump”. Sulla questione ne ha già scritto Arianna Ciccone, quindi mi limito a dire che qui non stiamo più parlando di generico hate speech e fake news (per le quali non esistono nemmeno definizioni condivise), ma siamo nell'ordine di vero e proprio incitamento alla violenza, con conseguenze sull'intera società.

A me personalmente ha colpito il fatto che tanti abbiano sostenuto l’idea che occorra ormai un intervento sui social perché facciano di più. Mi ha colpito perché è proprio il percorso che da anni i governi nazionali e transnazionali hanno intrapreso da tempo, e che, purtroppo, ha già evidenziato ampiamente i suoi limiti. In breve sono anni che la politica delega alle grandi piattaforme del web parte dei propri compiti di regolamentazione politica e sociale.

È importante partire da un assunto, e cioè che non esiste una soluzione tecnologica a un problema politico e sociale: la polarizzazione imperante nella nostra società non è una conseguenza dell’avvento dei social (esisteva già prima ed è accentuata anche dai media tradizionali, secondo alcuni studi anzi sono principalmente i media tradizionali che portano alla polarizzazione). Non esiste una AI, un algoritmo che sia capace di comprendere a fondo il discorso potendo così stabilire cosa è fake news, cosa è incitamento all’odio, infatti, anche se spesso si crede il contrario, non sono le AI a moderare il discorso pubblico online (e certamente non sono le AI che moderano gli account di Trump), ma tale tipo di moderazione è generalmente un misto tra algoritmi e intervento umano, questo per la complessità del giudizio che necessitano tali tipi di interventi (giudizio che spesso non è semplice nemmeno per un giudice addestrato, figuriamoci per individui che alla fine avranno fatto un corso di qualche settimana).

Chiarito questo, precisato che non c’è un mezzo tecnologico che può risolvere il problema delle fake news o dell’odio sul web, occorre prendere atto che la quantità di contenuti immessi online è tale che è impossibile pensare di poter moderare tutto con un intervento solo umano, quindi comunque, nonostante i loro limiti, è necessario l’intervento degli algoritmi. Ciò porta inevitabilmente a errori (es. contenuti del tutto leciti vengono ritenuti illeciti e quindi cancellati, e ripetute cancellazioni portano alla sospensione dell’account) che incidono sulle libertà fondamentali degli individui. Se Trump (e in genere i politici di spicco) ha gli strumenti per farsi sentire anche al di fuori dei social (tramite la televisione per lo più, ad esempio buona parte della campagna pro Brexit ha trovato spazio in Tv nel Regno Unito, nonostante la notevole quantità di fake news che essa veicolava), un cittadino normale non ha generalmente altri modi di far sentire la sua voce e quindi di partecipare al dibattito pubblico (ricordate, la sovranità appartiene al popolo, e in quanto tale il popolo ha diritto di partecipare al dibattito pubblico).

Quindi occorre comprendere che l’intervento degli algoritmi nel moderare il discorso pubblico online porterà ad errori che saranno numericamente maggiori quanto più gli algoritmi dovranno pattugliare la sfera pubblica online. Non possiamo dimenticare questo punto essenziale, tendendo conto che le aziende del web non hanno il compito né il ruolo di tutelare i diritti fondamentali dei cittadini (al massimo lo fanno per tutelare la loro reputazione) ma il loro compito è fare soldi, per cui è ovvio che i loro interventi saranno sempre tesi a proteggere i profitti. Detto in maniera sintetica, il cittadino normale che non può creare problemi alla piattaforma sarà censurato più facilmente di un potente che invece può creare problemi alla piattaforma. Sotto questo profilo è evidente a tutti che Trump (e non solo) ha avuto per mesi un trattamento di favore rispetto a un qualunque cittadino. Ciò porterà inevitabilmente a creare una doppio binario, online i potenti avranno più possibilità rispetto ai cittadini normali (che poi è quello che accade anche offline, ma l’idea sarebbe che le cose dovrebbero migliorare man mano che si va avanti, non rimanere sempre uguali).

Ma l’aspetto più interessante di tutta la questione l’ha evidenziata Mike Masnik su Techdirt, che  ha fotografato in modo lapidario la situazione: "Ricordiamoci che mentre Trump non può inviare un tweet in questo momento, ha ancora (letteralmente) il potere di lanciare missili nucleari sulla sede di Twitter. E, davvero, questo è il problema. Trump è ovviamente troppo tossico per Twitter. Ma è anche troppo tossico per la Casa Bianca. E la vera lamentela non dovrebbe riguardare Twitter o Facebook che agiscono troppo tardi, ma il fatto che il Congresso non sia riuscito a fare il proprio lavoro e rimuovere il "folle" dal potere".

Questa osservazione ci porta a capire che c’è un problema alla base che nessuno sembra voler affrontare, e cioè che ormai la politica è in costante arretramento di fronte ai problemi della società, incapace di trovare soluzioni guarda alla tecnologia per fare ciò che essa non è più in grado di fare. Non sono un esperto di legislazione americana, ma leggendo alcuni approfondimenti ho capito che gli strumenti per intervenire su Trump ci sarebbero, solo che la politica americana sembra bloccata. È anche comprensibile visto le maggioranze in gioco adesso, ma ciò non elimina il problema, appunto l’incapacità della politica di vedere soluzioni a problemi che sono principalmente politici e sociali, così delegando tutto alle grandi aziende del web, senza nemmeno più porsi il problema che quelle aziende sono troppi grandi e la loro stessa grandezza è un problema per la società (anche solo considerando che ormai sono in grado di influenzare le politiche mondiali).
Insomma, quando diciamo che occorre regolamentare le piattaforme del web perché hanno portato all’attuale stato delle cose, la mia impressione è che continuiamo a guardare il dito invece di vedere la luna.

Una regolamentazione dell'ecosistema online è ormai necessaria, ma la strada intrapresa appare quella sbagliata, perché darà sempre più potere alle grandi piattaforme del web, alimentando quei problemi che si vorrebbe in quel modo risolvere. Inoltre non risolve nemmeno nel caso specifico perché a Trump basta aprirsi un suo social network (oppure usare un canale televisivo) dove potrà dire quello che vuole ai suoi 88 milioni di follower senza nessuna limitazione. Certo, si dirà, non avrà l'accesso a tutti gli americani, ma la quantità di seguaci è comunque enorme, e questi sarebbero esposti soltanto alle parole di Trump, mentre in un ambiente più ampio come i social attuali comunque sarebbero esposti a discorsi di ogni tipo.

Ma una regolamentazione dell'online è inutile se non si comprende che il problema nasce altrove e va risolto in maniera complessiva. Ad esempio, cosa abbiamo intenzione di fare con i giornali e le televisioni (a riguardo segnalo questa analisi della CNN sulle responsabilità delle TV nella diffusione della disinformazione: Analysis: TV providers should not escape scrutiny for distributing disinformation) che diffondono fake news e hate speech? Ci sono delle regole per loro, oppure vogliamo davvero cullarci nell'idea che è tutta colpa del web?

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Economia escrementale - Federico Casotto

Il problema dell’innalzamento della temperatura media sulla superficie del nostro pianeta è raccontato sempre di più come un’emergenza. “Bisogna fare qualcosa e bisogna farlo subito”, si sente dire, “prima di raggiungere il punto di non ritorno”. Qualcuno ha visto nelle condizioni che si sono create durante il lockdown primaverile del 2020, caratterizzate da un calo forzato della produzione e del consumo di beni ed energia, la prova che un’azione drastica e coordinata a livello planetario è possibile e avrebbe grande effetto sui fattori climalteranti. Essa però ha comportato limitazioni ai movimenti delle persone e alle attività produttive e commerciali, che sono state patite come compressioni dolorose di alcune libertà fondamentali: la libertà di viaggiare, di consumare, di fare il lavoro a cui si è formati.

L’emergenza climatica è un’emergenza sui generis fatta di ghiacciai che si sciolgono in Groenlandia e di permafrost che cede in Siberia, cioè di catastrofi spettacolari e remote da cui le civiltà si sentono ancora a una distanza di sicurezza. Oppure si manifesta nella forma di disastri locali, bombe d’acqua in Liguria, uragani in Florida, estati siccitose e inverni senza neve o con troppa neve, che non siamo sempre disposti a ricondurre a un fenomeno globale o a collegare alla bottiglia di Evian da mezzo litro che abbiamo appena bevuto lungo la BreBeMi – cioè una degli undici miliardi di bottiglie usate una tantum e poi gettate ogni anno dai consumatori italiani, acquistata lungo una delle autostrade più inutili mai costruite. La relazione di causa ed effetto in questi casi non è evidente. Richiede all’immaginazione un salto di scala che non tutti riescono a fare e la ricostruzione di complesse concatenazioni causali. “Una bottiglia, che sarà mai? Io poi la butto nella differenziata.” 

 

Scenari di lockdown climatico

Difficilmente accetteremmo un lockdown climatico. Abbiamo sopportato, più o meno convinti, i lockdown del 2020 perché sapevamo che le persone stavano morendo davvero di Covid-19. Lo stato di necessità all’origine della decisione di chiudere tutto si è imposto con l’evidenza dei fatti di cronaca e chi ha negato i fatti come invenzioni mediatiche manipolatorie, ha avuto, in fin dei conti, pochi seguaci. Lo stato di necessità ecologico invece si baserebbe solo su delle previsioni a loro volta basate su fatti scientifici. I fatti scientifici, ben più dei fatti di cronaca, richiedono strumenti e sforzi intellettuali per essere riconosciuti e le previsioni basate su di essi richiedono un atto di fede nella scienza e nei suoi interpreti da parte di tutte le persone, una schiacciante maggioranza, che non hanno quegli strumenti o non vogliono fare quegli sforzi. 

 

Proviamo a immaginare che cosa accadrebbe se i governi europei si mettessero d’accordo per imporre ai cittadini le misure restrittive necessarie per ridurre al minimo, qui ed ora, le emissioni di gas serra per salvare il salvabile. Elenchiamo solo alcune misure di sicura efficacia, a titolo di esempio: distribuzione di acqua minerale e di qualsiasi bibita in bottiglia consentita solo entro un raggio di 50 km dalla fonte e solo con bottiglie di vetro senza etichetta e con vuoto a rendere, da riutilizzare almeno 30 volte prima di essere riciclate; budget kilometrico individuale annuo per i viaggi in aereo (poniamo: non più di un volo intercontinentale A/R o di 2 continentali A/R all’anno per persona); contingentamento della produzione e del consumo di carne e alimenti di origine animale (non più di 300 grammi di carne per persona alla settimana); divieto di usare l’auto privata nelle aree urbane con più di 3.000 abitanti; divieto di produrre e importare beni giudicati superflui da una commissione di esperti presieduta da me e abolizione contestuale dei negozi Tiger, Muji Tutto a 1 Euro; definizione di un budget energetico annuo per ogni industria commisurato alla utilità dei beni prodotti (l’utilità sarebbe valutata da un’altra commissione apposita); introduzione nel codice penale del reato di obsolescenza programmata e contestuale sostegno economico ai laboratori di assistenza e riparazione degli elettrodomestici e alle sartorie; limitazioni stringenti all’uso della chimica in agricoltura e grandi investimenti statali nelle tecniche di permacultura; riforestazione del 10% della pianura padana e contestuale esproprio delle aree edificabili non ancora edificate e dei terreni agricoli improduttivi; abolizione delle merendine confezionate e in generale del junk food (concetto definito a cura del MinCulPop, dove “Cul” sta per Culinaria) con la sola eccezione delle patatine, molto gradite alle leadership.

Il governo che imponesse queste e altre misure simili e volesse farle rispettare ad ogni costo, provocherebbe tensioni sociali fortissime. La popolazione si dividerebbe tra i filogovernativi europeisti che credono nella necessità indifferibile di queste misure severe per garantire un pianeta vivibile alle generazioni future e salvare Venezia dall’innalzamento del livello del mare e gli oppositori che ne vedrebbero solo le terribili conseguenze sociali ed economiche immediate, foriere di problemi ancora più gravi per le stesse generazioni future. Le posizioni si polarizzerebbero, tanto che gli ecologisti moderati, sensibili al problema del riscaldamento globale, ma fautori di un approccio più graduale e rispettoso delle prerogative democratiche, finirebbero per fare fronte comune con i negazionisti al fine di contrastare la pericolosa deriva autoritaria dei governi ecologisti. Dall’altra parte, gli ecologisti oltranzisti ispiratori di queste misure drastiche e illiberali si alleerebbero ai grandi capitali delle corporation hi-tech (Google su tutte) – che solo pochi anni prima essi avrebbero considerato come parte del problema – affidando loro il controllo sociale capillare “a fin di bene” delle società e il monitoraggio puntuale dei consumi e delle violazioni, nonché lo sviluppo di sistemi di produzione industriale sostenibili e circolari. La propaganda antigovernativa inviterebbe il popolo alla disobbedienza civile e alla lunga le opposizioni, oramai stigmatizzate come negazionisti tout court, senza distinguere tra le loro anime diverse, sarebbero identificate come nemico pubblico e le loro organizzazioni dichiarate illegali.

Costretto alla clandestinità, l’ampio ventaglio della dissidenza, dopo avere agitato le opinioni, si compatterebbe per avere più forza d’urto. Si approprierebbe orgogliosamente dell’etichetta di negazionisti, sostituendo però l’oggetto originario della negazione (il cambiamento climatico) con l’autoritarismo euro-ecologista, che sarebbe indicato come il vero nemico da sconfiggere per dare un futuro vivibile e democratico ai nostri figli e nipoti. Pianificherebbe attentati nei colossali parchi eolici in costruzione in Puglia e in Maremma, finanziandosi con il contrabbando dei Kinder Pinguì di produzione turca e del ciauscolo prodotto in Cina da transfughi maceratesi e col mercato nero delle statuine di Thun rivendute a prezzi altissimi perfino ad alcuni membri di spicco dell’establishment. Alla fine, nelle regioni del Nord-Est e in Romagna, dove la maggioranza della popolazione simpatizzerebbe per il movimento negazionista, i comandi locali della polizia di stato e intere divisioni dell’esercito si ammutinerebbero, facendo fronte comune coi rivoltosi e consentendo a questi ultimi di uscire allo scoperto e di organizzarsi in istituzioni rivoluzionarie. Sull’orlo della guerra civile e sotto la minaccia di un intervento USA al fianco dell’autoproclamatasi Repubblica Adriatica e degli altri movimenti separatisti nati in tutt’Europa, si avvierebbero negoziati frenetici per scongiurare il peggio.

Non so come andrebbe a finire, ma è evidente che la dichiarata emergenza climatica si sarebbe ormai tradotta in un’emergenza politica e sociale ben più tangibile, che esporrebbe le popolazioni a rischi di breve termine comparabili per gravità con quelli di lungo termine che si sarebbero voluti evitare. Le dinamiche innescate dalle decisioni eccezionali dei governi ecologisti avrebbero accorciato drasticamente la prospettiva planetaria del problema e ridotto la sua dimensione a una questione di ordine pubblico locale.

In riferimento a scenari di questo tipo, viene spesso tirata in ballo la teoria politica di Carl Schmitt, perché offre gli strumenti per capirli. Benché formulate come categorie politiche astratte, le categorie di stato di eccezionesovranità e nemico ci aiutano a rappresentare quello che accade a una comunità quando l’autorità sovrana prende atto di un’emergenza grave e per farvi fronte chiede che alla sua decisione autonoma sia attribuita forza di legge. In queste situazioni eccezionali, la comunità tende a identificare sé stessa in relazione alla disponibilità dei suoi membri ad accettare – o a subire passivamente – la decisione. Senza la legittimazione di una comunità che si compatta per convinzione o per paura attorno al suo organo sovrano di governo, la decisione non potrebbe imporsi. Chi non accetta la decisione si pone al di fuori della comunità.

Questo compattamento e la corrispondente esclusione avvengono, nei termini di Schmitt, secondo una polarizzazione del tipo amico/nemico. O con me o contro di me. La nozione di nemico si riferisce non tanto a un opponente in un conflitto dichiarato, ma all’altro da sé rispetto al quale la comunità definisce i confini della propria sovranità e che in determinate circostanze potrebbe diventare l’estremo avversario politico. Al primo manifestarsi di una crisi grave, la comunità in genere riferisce la nozione di nemico, in senso metaforico e nel quadro di una retorica guerresca, alla causa dell’emergenza (nemico è il virus, il terrorismo, il fiume in piena) per creare un fronte solidale nella lotta per la sopravvivenza. 

Ma col passare del tempo e il perdurare dello stato di eccezione, la stessa nozione finirà per essere attribuita in senso schmittiano a chi si oppone alla decisione sovrana. Dopo le bandiere alle finestre, i cori di bellaciao, i je suis Charlie!, i siamo in guerra!, gli angeli del fango e le altre forme espressive dell’unità e solidarietà nazionali, le opinioni sono destinate a polarizzarsi, le contrapposizioni politiche a radicalizzarsi e il fronte comune contro il problema a disgregarsi. È evidente che, se il problema in questione è l’aumento della temperatura media del pianeta, queste condizioni sono particolarmente sfavorevoli all’elaborazione di una soluzione efficace, perché questa richiede una comunione d’intenti universale e duratura. Bisogna essere d’accordo tutti, dentro e fuori i confini degli stati nazionali, e bisogna esserlo per un tempo indefinito.

Quella climatica sembra un tipo di emergenza che non può essere affrontata con misure emergenziali: la transizione verso forme sostenibili di civiltà non avverrà attraverso l’imposizione autoritaria alle popolazioni di drastiche e dolorose limitazioni alla produzione e al consumo di beni e di energia. 

 

Eccesso sostenibile

Non avverrà nemmeno attraverso i liberi accordi tra gli stati per la riduzione delle emissioni di gas serra, come quelli sanciti dal trattato di Parigi. Questi accordi, benché utili, non possono provocare i cambiamenti radicali che la transizione esige. Oltre a non essere in alcun modo vincolanti per i firmatari, dato che nessuno stato nazionale sarebbe disposto a rinunciare alla propria sovranità su questa materia (per trasferirla a chi, poi?), essi restano ancorati ai modelli dominanti di organizzazione economica e sociale che forse sono la vera origine del problema. La loro ambizione è di realizzare l’ideale dello sviluppo sostenibile, cioè di eliminare gli effetti climalteranti provocati dalle attuali pratiche di approvvigionamento e consumo energetico, garantendo però per il futuro gli stessi livelli di produzione e di consumo di beni e servizi a cui siamo abituati e stimolandone semmai un aumento ai fini della crescita economica. Prefigurano improbabili scenari di eccesso sostenibile, basati su un principio di sostituzione di tecnologia: dai combustibili fossili all’eolico, dai motori a combustione interna ai motori elettrici, ecc. Guardate le fotografie qui sotto e con uno sforzo di fantasia immaginate che tutte le automobili siano elettriche, che tutte le luci e i condizionatori siano alimentati da enormi parchi eolici off-shore e che tutti i beni di consumo contesi nel Black Friday siano realizzati con, poniamo, il 70% di materiali riciclati: avrete davanti agli occhi una rappresentazione icastica dello sviluppo sostenibile.

Ho già provato ad argomentare su queste pagine il mio scetticismo circa la possibilità che simili scenari, ammesso che siano auspicabili, si avverino. Le fonti energetiche a emissioni zero non potranno mai coprire l’odierna domanda di energia e ancor meno la domanda futura, di cui si prevede un aumento costante. La verità è che si dovrà consumare molto meno e adattarsi a forme di benessere meno energivore. Non ci sarà transizione fino a che non si sarà affermata nelle società una nuova sensibilità ecologica, fondata sul pieno riconoscimento della limitatezza delle risorse e sulla nozione della civiltà umana come parte di un ecosistema delicato di cui essa deve assumersi la responsabilità. Non ci sarà transizione finché non si sarà diffusa tra i cittadini un’acuta insofferenza per lo spreco e l’eccesso, sia nelle forme omologanti del consumismo di massa, sia in quelle sperequate del lusso, in quanto spropositato impiego di risorse a beneficio di pochi. Oltre a investire sulle energie pulite, è indispensabile promuovere nelle società una cultura del limite. Questa è la vera urgenza. La sfida climatica è culturale molto più che tecnologica. Non ci aspettiamo che siano i governi a guidare la transizione in questi termini. Possiamo solo sperare nella cosiddetta cittadinanza attiva, fatta di associazionismo, di attivismo individuale, di progetti di innovazione sociale ed economica e di esempi imitabili di felicità alternative. Dobbiamo darci da fare.

 

Escremento

Ursula Le Guin, nel suo romanzo Dispossessed: an Ambiguous Utopia racconta di un pianeta, Anarres, abitato dai discendenti di una setta di anarchici originari di un altro pianeta, il vicino Urras. Costretti all’esilio dalle società autocratiche, patriarcali e capitalistiche che dominano Urras, i primi coloni si erano dovuti adattare all’ambiente inospitale di Anarres, arido, povero di risorse naturali e inasprito da condizioni climatiche estreme. Lì, però, erano riusciti a realizzare il loro ideale anarchico, creando una società egualitaria, senza gerarchie e senza polizie, basata su un principio di solidarietà organizzata, in cui nessuno possiede nulla, nemmeno gli abiti che indossa, ma tutti dispongono liberamente del necessario; in cui tutti, senza esclusioni dovute a privilegi di rango o per merito, dividono il loro tempo tra le incombenze umili al servizio della comunità (come la raccolta dei rifiuti, o l’estrazione dei minerali), la realizzazione dei propri talenti e le occasioni di piacere a basso impatto ambientale che il mondo offre loro: l’amore, il sesso, l’arte, la convivialità, il teatro, il gioco, la conoscenza. La scarsità di risorse e la fragilità dell’ecosistema di cui fanno parte, costringono gli abitanti di Anarres a convivere, anche nei periodi di abbondanza, con la coscienza vigile di una catastrofe possibile.

Vivono quindi in uno stato di necessità permanente, che anziché spingerli verso un governo verticista, autoritario e paternalista, rafforza in ciascuno il senso di responsabilità nei confronti della comunità e la motivazione a fare la propria parte per proteggere la vita sul pianeta e garantire a tutti le stesse opportunità di benessere.

Quando il protagonista Anarresiano del racconto, un fisico teorico di fama interplanetaria viene invitato su Urras dalle istituzioni accademiche più prestigiose della nazione egemone per completare lì le sue ricerche, è sconcertato dall’opulenza dell’ambiente che lo accoglie. Le vetrine scintillanti nei quartieri alti della capitale, la conturbante raffinatezza del mobilio e degli abiti femminili, la varietà e sovrabbondanza dei cibi, l’uso privato di vasti spazi, come palazzi interi per singoli nuclei famigliari e come la stessa suite riservata a lui solo, sono un deplorevole eccesso, il risultato dispendioso e superfluo di un uso smodato delle risorse, non meno sbagliato per il fatto che Urras, contrariamente ad Anarres, ne abbondi. 

Per definire l’eccesso, la lingua di Anarres ha una parola forte, che enfatizza il giudizio di valore che il concetto già di per sé contiene: escremento. “L’eccesso è escremento” dicono ad Anarres, “L’escremento ritenuto entro il corpo è veleno.”

Quel che sopravanza il bisogno, ovvero ciò che è voluttuario, cioè concepito solo per essere desiderato, è assimilato allo scarto ripugnante, che il corpo deve espellere per sopravvivere. Due termini che tenderemmo a considerare opposti, vengono invece sovrapposti in base a una qualità che essi hanno in comune: l’essere superfluiEscremento, in questa accezione anarresiana, aiuta a dire quello che stiamo imparando sull’emergenza climatica terrestre. Il mondo è avvelenato dalla superfluità di gran parte di ciò che desideriamo e produciamo e da un’economia basata sull’obsolescenza, cioè sulla rapida diminuzione del valore di quello che desideriamo e sulla conseguente transitorietà del nostro appagamento; un’economia che produce scarto (escremento) in modo del tutto simile a un apparato digerente. I beni con cui nutriamo le nostre esistenze di consumatori, una volta svuotati del loro valore perché tecnologicamente o esteticamente obsoleti, o solo perché hanno smesso di funzionare, diventano scarto e sono sostituiti da altri più evoluti o più alla moda, che saranno a loro volta digeriti ed espulsi da un metabolismo veloce e incessante. La lampadina fluorescente che abbiamo acquistato a caro prezzo 10 anni fa perché ci prometteva di durare 10 anni e di consumare 10 volte meno di una a incandescenza, è stata rimpiazzata dopo un solo anno, benché ancora funzionante, da un’altra fluorescente compatta che si accendeva più rapidamente, e questa a sua volta da un’altra che emetteva una luce più bella e calda, e poi da un’altra ancora con un bulbo di forma più gradevole e finalmente da una lampadina a LED, che probabilmente fra un po’ sostituiremo con una sempre a LED ma smart, da integrare al nostro sistema domotico.

Così adesso nella scatola delle cose elettriche abbiamo quattro lampadine ancora buone ma inutilizzate – “escremento ritenuto”, secondo la lezione di Anarres, e poi rifiuto speciale da smaltire come RAEE, secondo le direttive dell’Unione Europea - la cui produzione e distribuzione ha richiesto una quantità di energia che non sarà mai compensata dall’uso. L’innovazione incrementale, che ci fa vivere in uno stato di costante inadeguatezza e quindi nella costante condizione di desiderare qualcosa di meglio, è soprattutto escrementale, perché produce valore transitorio e scarto durevole. Intanto però l’economia gira e da qualche parte un PIL cresce. Che ci piaccia o no, dall’economia escrementale adesso dipendono la vita e il benessere materiale di miliardi di persone e sapere che essa ci sta portando verso la catastrofe ci mette in una situazione difficile e ambigua che con una sintesi estrema, a un tempo anarresiana e terra terra, definirei così: siamo immersi negli escrementi fino al collo.

https://www.doppiozero.com/materiali/economia-escrementale

“I NOSTRI AMICI SONO DEGLI SPETTRI: LA VERA VITA È NEI ROMANZI DI BALZAC” - Oscar Wilde

Era tornato da Parigi coi capelli ricci, corti, aveva trent’anni, spendeva troppo, per lo più per cose futili, e cercava, in modo esagitato, cinico, mondano, una via nella letteratura. Per il momento, aveva scritto qualche poesia – tra cui, Ravenna – e un paio di pièce, Vera o i nichilisti e La duchessa di Padova.  Nel 1884 si era sposato con Constance Lloyd, donna di lampeggiante leggiadria. Ebbe due figli, a raffica, Cyril, che nelle foto, abbracciato alla madre, è di celestiale bellezza: morirà nel 1915, in guerra, freddato da un cecchino tedesco; e Vyvyan, nel 1886. Quell’anno, in settembre, Oscar Wilde pubblica l’articolo “Balzac in English”, qui tradotto, sulla “Pall Mall Gazette”. Quell’anno, Wilde, che aveva i toni di Amleto e sognava di essere Antinoo, incontrò Robert Ross, con cui, è storia, scoprì la sua omosessualità. La “Pall Mall Gazette”, rivista di pregio – vi pubblicavano Arthur Conan Doyle e H.G. Wells, Bram Stoker vi pubblicherà Dracula – fu palestra efficace in cui Wilde, spigliato in ogni ‘genere’, gran dandy della provocazione culturale, raffinava le proprie idee estetiche. Il pezzo su Balzac, in questo caso, è fondamentale. Wilde ci spiega le tre regole che reggeranno l’edificio della propria opera: a) in letteratura non esiste il ‘realismo’ ma la realtà costruita dal talento furibondo dello scrittore; b) per natura lo scrittore, che affonda nell’inquieto della vita, è detto ‘immorale’ da chi la vita la subisce; c) l’artista dà la vita: le sue creazioni, cioè, sono più autentiche del creato in cui siamo gettato. Fino al paradosso (sugoso): una serata con i personaggi di Balzac è molto più fruttuosa di quella passata con un amico d’infanzia. Da un lato sorbiamo il genio, dall’altra soltanto il tedio. Wilde, come si dice, stava ‘spiccando il volo’: nel 1888 pubblica The Happy Prince and Other Tales; due anni dopo è la volta del “Dorian Gray”. A quel punto, la finzione fu la sola verità. (d.b.)

***

Qualche anno fa, su un numero di “All the Year Round”, Dickens si lamentava del fatto che Balzac fosse poco letto in Inghilterra: sebbene il pubblico abbia ormai acquisito una certa familiarità con i capolavori della narrativa francese, è possibile che “La Comédie Humaine” non sia ancora apprezzata e compresa a dovere. Peccato, perché è il grande capolavoro che la letteratura ha prodotto in questo secolo, e Mister Taine non esagera dicendo che, dopo Shakespeare, Balzac è il nostro più eccellente repertorio di documenti sulla natura umana. In effetti, Balzac voleva fare con l’umanità ciò che Buffon ha fatto con il regno animale. Come il naturalista ha studiato leoni e tigri, così il romanziere ha osservato uomini e donne. Eppure, Balzac non era un semplice giornalista. Fotografia e processi verbali non sono gli elementi essenziali del suo metodo. L’osservazione gli ha concesso i fatti, il suo genio ha convertito i fatti in verità e la verità in rivelazione. In una parola: Balzac è una mirabile combinazione di temperamento artistico e spirito scientifico. Quest’ultimo lo ha lasciato in eredità ai suoi discepoli; il primo era interamente suo. La differenza tra L’Assomoir di Zola e Illusioni perdute di Balzac è la stessa che c’è tra realismo privo di fantasia e realtà immaginata. “Tutti i personaggi di Balzac”, ha detto Baudelaire, “sono dotati dello stesso ardore vitale di cui era animato il loro autore. Le sue finzioni hanno il colore dei sogni. Ogni mente è un’arma carica di volontà: anche i suoi sguatteri hanno del genio”.

Naturalmente, è stato accusato di essere immorale. Pochi scrittori che si occupano visceralmente della vita sfuggono a questa accusa. La sua difesa fu rotonda, concisa, esatta: “Chi contribuisce con la sua pietra all’edificio delle idee, chi denuncia un abuso, chi pone gli occhi su un male da abolire, passa sempre per immorale. Se sei autentico nei tuoi ritratti, se, faticando ogni giorno e ogni notte, riesci a scrivere la lingua più difficile del mondo, la parola immorale ti viene scagliata in faccia”. La morale dei personaggi della “Comédie Humaine” è semplicemente la morale del mondo che li circonda. Fanno parte del soggetto dell’artista, non del suo metodo. Se occorre la censura, è la vita, non la letteratura, che dev’essere censurata. Balzac, inoltre, è essenzialmente universale. Vede la vita da ogni punto di vista. Non ha preferenze né pregiudizi. Non vuole dimostrare nulla. Sa che lo spettacolo della vita contiene in sé il suo segreto. “Ha creato un mondo – e tace”.

E che mondo! Che panorama di passioni! Che intrigo di uomini e donne! Si diceva di Trollope che aumentasse il numero dei nostri conoscenti, pur senza averli mai visti: dopo aver letto la “Comédie Humaine” si comincia a credere che le uniche persone realmente vive siano lì dentro. Lucien de Rubempré, Papà Goriot, Ursule Mirouët, Marguerite Claës, il barone Hulot, Madame Marneffe, il cugino Pons, De Marsay: tutti portano con sé una contagiosa illusione di vita. Hanno una feroce vitalità: la loro esistenza è fulgida, ha i colori del fuoco; non ci limitiamo a provare sentimenti per loro, li vediamo, dominano la nostra fantasia, sfidano le nostre convinzioni. Una regolare frequentazione di Balzac riduce i nostri amici viventi a delle ombre e le nostre conoscenze a ombre di ombre. Chi vorrebbe sprecare una sera con Tomkins, l’amico d’infanzia, se possiamo sedere di fianco a Lucien de Rubempré? È più piacevole sorbire l’antipasto nella società di Balzac che giocare a carte con la duchessa di Mayfair.

Nonostante ciò, in molti dichiarano indigesta la “Comédie Humaine”. Forse lo è: ma allora, che dire dei tartufi? L’editore di Balzac non voleva essere scocciato da simili critiche. “Indigesto?”, ha detto, con raro buon senso, “Beh, ci credo: chi ha mai pensato che una cena così sontuosa non lo sia?”.

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sabato 16 gennaio 2021

Annullare il debito si può - Marco Bersani

Nel 2012, il governo della Grecia approvò una legge che imponeva uno scambio obbligatorio dei suoi titoli di debito con nuovi titoli, con una riduzione di valore superiore al 50%. Alcuni detentori di quei titoli – tre persone fisiche, due società, tutti tedeschi – ricorsero alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ritenendo che tale legge costituisse una violazione degli obblighi della Grecia e chiedendo un risarcimento di quattro milioni di euro.

Con sentenza del 23 maggio 2019[1], i giudici europei hanno respinto le argomentazioni dei ricorrenti, non riconoscendo alcun risarcimento e condannandoli alle spese processuali. I ricorrenti invocavano la violazione dell’art. 26 della Convenzione di Vienna (Convenzione sul diritto dei trattati – approvata il 23 maggio 1969) che, rifacendosi al principio “pacta sunt servanda”, così recita: “Ogni trattato in vigore vincola le parti e queste devono eseguirlo in buona fede”.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha in primo luogo contestato il ricorso alla Convenzione di Vienna, in quanto applicabile solo ai rapporti fra gli Stati (art. 1) e non a quelli fra soggetti privati e uno Stato. Ma è entrata anche nel merito, affermando come il principio di diritto pacta sunt servanda”, in base al quale uno Stato deve rispettare gli obblighi che ha contratto, non è assoluto, bensì temperato da un altro principio di diritto chiamato clausola “rebus sic stantibus” (“le cose rimangono invariate”), con il quale si intende che le disposizioni del trattato o del contratto continuano ad applicarsi fintanto che le circostanze essenziali che hanno giustificato la conclusione di tali atti rimangono invariate; ma che se le circostanze cambiano in modo significativo, una delle parti potrebbe non adempiere ai termini del contratto.

Riconoscendo alla Grecia il mutamento significativo delle circostanze – la gravissima crisi economica e sociale legata al debito pubblico – la Corte ne ha affermato la legittimità nell’operare verso una drastica riduzione degli interessi da riconoscere per i propri titoli di debito.

Scrive infatti la Corte al punto al paragrafo 84 della sentenza: “Gli investimenti in titoli di debito sovrano, fatti dai ricorrenti, non erano esenti dal rischio di perdita finanziaria (..) tale rischio è dovuto, in particolare, al lungo periodo di tempo che intercorre dall’emissione dei titoli di debito, durante il quale sussiste il rischio di eventi imprevisti che limitano sostanzialmente la capacità finanziaria dello Stato, emittente o garante di tali titoli, o che addirittura annulli tale capacità”.

Quale insegnamento si può trarre da questa importantissima sentenza? Che, come diciamo da sempre, il dovere di uno Stato è quello di garantire benessere e coesione sociale alla propria popolazione e che il rispetto di ogni obbligazione contratta è assolutamente secondario all’adempimento di quel dovere.

Smentendo tutti i devoti alla religione del debito pubblico, trasversali alle culture politiche presenti in Parlamento, la sentenza dice chiaramente che, se si verifica un mutamento sostanziale delle circostanze – quale più drastico mutamento di una pandemia che ha messo tutti in ginocchio?- lo Stato, per poter adempiere alla propria funzione pubblica e sociale, può operare unilateralmente per annullare o ridurre drasticamente il proprio debito.

Di fronte a chi, senza alcuna vergogna, riesce a scrivere nella nuova bozza di piano pandemico che “quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori possibilità di trarne beneficio”, dividendo le persone tra vite degne e vite da scarto, va rivendicata da subito la sospensione del pagamento degli interessi sul debito, che pesa 60 miliardi all’anno e costituisce, dopo previdenza e sanità, la terza voce di spesa del bilancio italiano.

[1]La sentenza, disponibile in tutte le lingue, può essere recuperata qui

da qui

Tutti lo dicono: Israele è un regime di apartheid

 


Importante ONG israeliana: Israele è un regime d’apartheid. La stampa italiana… tace.

 

Per la prima volta, B’Tselem, la più grande organizzazione israeliana per i diritti umani, conferma ciò che studiosi palestinesi e sudafricani affermano da anni: Israele è un regime di apartheid, tanto nei Territori palestinesi occupati come all'interno di Israele.

Nel rapporto di B'Tselem, “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: Questo è apartheid”, si afferma che tutta l’area sotto controllo di Israele “è organizzato secondo un unico principio: promuovere e cementare la supremazia di un gruppo - gli ebrei - su un altro - i palestinesi.”

Come dice la studiosa e poetessa palestinese Rafeef Ziadahnon è una novità per i palestinesi, e neanche per il movimento globale di solidarietà.

Il rapporto è un importante traguardo anche se ha il limite di non parlare dei profughi palestinesi, che rappresentano la metà del popolo palestinese, cui Israele nega il sacrosanto diritto al ritorno.

Dovrebbe servire per aprire un dibattito più approfondito e incoraggiare misure concrete, come il boicottaggio e le sanzioni, per mettere Israele di fronte alle proprie responsabilità. L’apartheid è un crimine contro l’umanità.

La notizia è stata ripresa dalla stampa di tutto il mondo, come il Guardian, l’Associated Press, la CNNLe Monde El País.

Dalle testate italiane…quasi niente. Solo il manifesto ha dato la notizia.

Invitiamo a mandare una lettera ai giornali italiani chiedendo che diano la notizia di questo importante rapporto. Se in piena crisi statunitense la CNN ci riesce, anche in piena crisi italiana i media possono e devono trovare spazio.
 

Esempio di lettera:

Ho letto con molto interesse sulla stampa internazionale del rapporto della più importante organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, che per la prima volta definisce Israele come regime d’apartheid. Il rapporto documenta come Israele, in tutto il territorio sotto il suo controllo, progetta lo spazio geograficamente, demograficamente e fisicamente in modo da garantire contiguità territoriale e pieni diritti ai suoi cittadini ebrei, mentre ai palestinesi riserva frammenti di terra tra loro disgiunti e limitati diritti. Così B’Tselem demolisce il mito di Israele come democrazia che attua un’occupazione militare “temporanea” da quasi 54 anni. Sorprende, data l’attenzione mediatica internazionale, che la vostra testata non ne abbia ancora dato spazio. Chiedo alla redazione di rimediare e dare ai suoi lettori la possibilità di essere informati su un argomento di grande rilevanza.

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http://bdsitalia.org/media/com_acymailing/upload/arrow.jpg Indirizzi email (a scelta)lettere@avvenire.itlettere@corriere.itrubrica.lettere@repubblica.itlettere@ilfattoquotidiano.itlettere@lastampa.it

Invitiamo tutti ad unirsi a BDS Italia per intensificare le campagne di boicottaggio e sanzioni mirate richieste da tempo dalla società civile palestinese

 

 

 

 

Siamo la più importante associazione israeliana per i diritti umani, e questo lo chiamiamo apartheid - Hagai El-Ad

 

La sistematica promozione della supremazia di un gruppo di persone su un altro è profondamente immorale e deve finire.

 

Non si può vivere neppure un giorno in Israele/Palestina senza provare la sensazione che questo luogo sia stato costantemente ideato per privilegiare un popolo e solo esso: il popolo ebraico. Eppure metà di quanti vivono tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo sono palestinesi. Il divario tra queste situazioni vissute aleggia nell’aria, si espande, è ovunque su questa terra.

Non mi riferisco solo a dichiarazioni ufficiali che lo precisano, e ce ne sono tante, come l’affermazione nel 2019 del primo ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui “Israele non è uno Stato per tutti i suoi cittadini”, o la legge fondamentale dello “Stato-Nazione”, che sancisce che “lo sviluppo della colonizzazione ebraica è un valore nazionale”. Quello a cui sto cercando di arrivare è una sensazione più profonda di persone come desiderabili o indesiderabili e una consapevolezza del mio Paese a cui sono stato esposto gradatamente dal giorno in cui sono nato ad Haifa. Ora è una presa di coscienza che non può più essere evitata.

Benché ci sia una parità demografica tra i due popoli che vivono qui, la vita è gestita in modo tale per cui solo una metà gode della grande maggioranza del potere politico, delle risorse del territorio, di diritti, libertà e protezione. È proprio una prodezza conservare simile negazione dei diritti. Ancor di più lo è venderla con successo come una democrazia (all’interno della “Linea Verde”, il confine dell’armistizio del 1949), a cui viene associata un’occupazione temporanea. Di fatto, un governo gestisce chiunque e qualunque cosa tra il fiume e il mare che ovunque sotto il suo controllo risponde allo stesso principio organizzativo e opera per far progredire e perpetuare la supremazia di un gruppo di persone, gli ebrei, su un altro, i palestinesi. Questo è apartheid.

Non c’è un solo centimetro quadrato nel territorio controllato da Israele in cui un palestinese e un ebreo siano uguali. Le uniche persone di prima classe sono i cittadini ebrei come me, e noi godiamo di questo status sia all’interno dei confini del 1967 che al di là, in Cisgiordania. Divisi dal differente status personale assegnato loro e dalle molte varianti di inferiorità a cui Israele li sottomette, i palestinesi che vivono sotto il dominio di Israele sono uniti dal fatto di essere tutti discriminati.

A differenza dell’apartheid sudafricano, l’applicazione della nostra versione, chiamatelo se volete apartheid 2.0, evita alcuni aspetti particolarmente sgradevoli. Non troverete cartelli “solo per bianchi” sulle panchine. Qui “proteggere il carattere ebraico” di una comunità, o dello Stato stesso, è uno degli eufemismi appena velati utilizzato per cercare di nascondere la verità. Però l’essenza è la stessa. Che in Israele le definizioni non dipendano dal colore della pelle non fa una differenza reale: è la situazione di superiorità che è al centro della questione, e che deve essere sconfitta.

Fino all’approvazione della legge sullo Stato-Nazione, la lezione fondamentale che Israele sembra aver appreso riguardo a come è finito l’apartheid sudafricano è stata evitare dichiarazioni e leggi troppo esplicite. Queste possono rischiare di provocare giudizi morali, ed eventualmente, dio ne scampi, conseguenze concrete. Al contrario la paziente, tranquilla e graduale accumulazione di prassi discriminatorie tende a evitare reazioni da parte della comunità internazionale, soprattutto se non si intendono onorare seriamente le sue norme e attese.

È così che la supremazia ebraica da entrambi i lati della Linea Verde è realizzata e applicata. Abbiamo progettato la composizione demografica della popolazione, lavorando per incrementare il numero di ebrei e limitare quello dei palestinesi. Ovunque Israele abbia il controllo abbiamo consentito l’immigrazione ebraica, con la cittadinanza automatica. Per i palestinesi è vero il contrario: ovunque ci sia il controllo di Israele, non possono acquisire lo stato civile, persino se la loro famiglia è di qui.

Abbiamo progettato il potere in modo da attribuire, o negare, diritti politici. Ogni cittadino ebreo ha diritto di voto (e ogni ebreo può diventare cittadino), ma meno di un quarto dei palestinesi sotto il controllo israeliano ha la cittadinanza e quindi vota. Il 23 marzo, quando gli israeliani andranno a votare per la quarta volta in due anni, non sarà una “festa della democrazia”, come spesso vengono definite le elezioni. Sarà invece un ennesimo giorno in cui i palestinesi privati di diritti vedranno come il loro futuro sarà determinato da altri.

Abbiamo progettato il controllo della terra espropriando vaste estensioni di terra palestinese, escludendoli dalla possibilità di beneficiarne o utilizzandole per costruire città, quartieri e colonie ebraici. All’interno della Linea Verde lo abbiamo fatto da quando è stato fondato lo Stato, nel 1948. A Gerusalemme est e in Cisgiordania lo abbiamo fatto da quando le abbiamo occupate, fin dal 1967. Il risultato è che le comunità palestinesi, ovunque tra il fiume e il mare, devono affrontare una situazione di demolizioni, espulsioni, impoverimento e sovraffollamento, mentre le stesse risorse della terra sono destinate a nuove aree di sviluppo urbano per gli ebrei.

E abbiamo progettato, o meglio limitato, gli spostamenti dei palestinesi. La maggior parte di loro, che non sono né cittadini né residenti, dipende da permessi e posti di controllo israeliani per viaggiare all’interno di un’area e tra una zona e l’altra, così come per andare all’estero. Per i due milioni della Striscia di Gaza le restrizioni agli spostamenti sono più severe: non è semplicemente un bantustan [territori che nel Sudafrica dell’apartheid, venivano destinati alla popolazione nativa, ndtr.], in quanto Israele ne ha fatto una delle prigioni all’aria aperta più grandi sulla Terra.

Haifa, la mia città natale, dal 1948 vive una situazione di parità demografica. Dei circa 70.000 palestinesi che vi vivevano prima della Nakba [la Catastrofe, l’espulsione dei palestinesi nel 1948, ndtr.], ne venne lasciato in seguito meno del 10%. Da allora sono passati ormai 73 anni, e adesso Israele/Palestina è una realtà bi-nazionale con parità demografica. Io sono nato qui. Voglio, cerco di rimanervi. Ma voglio, pretendo di vivere in un futuro molto diverso.

Il passato è fatto di traumi e ingiustizie. Nel presente, sono riprodotte costantemente ancor più ingiustizie. Il futuro deve essere radicalmente diverso, il rifiuto della supremazia, costruito sull’impegno per la giustizia e per la nostra comune umanità. Chiamare le cose con il loro nome, apartheid, non è un momento di disperazione, ma di chiarezza morale, un passo sul lungo cammino ispirato dalla speranza. Vedi la realtà per quello che è, chiamala col suo nome senza infingimenti, e contribuisci a realizzare un futuro giusto.

 

Hagai El-Ad è un attivista israeliano per i diritti umani e direttore esecutivo di B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.]

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

da qui

 

 

 

 

 

 

Israele è stato descritto come un “regime di apartheid” - questa non sarà una novità per i palestinesi comuni - Rafeef Ziadah


Il position paper pubblicato da B'Tselem deve aprire il dibattito sulla realtà della situazione in Israele / Palestina di fronte a una campagna di silenzio orchestrata

"Un regime di apartheid" - questa è la conclusione di un nuovo position paper dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, che riassume l'impatto e l'obiettivo delle politiche e delle leggi israeliane nei confronti dei palestinesi tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo.

Il position paper nota che parlare di apartheid israeliano “non vuole dire una copia esatta dell'ex regime sudafricano”. Questo è vero - Israele non mostra le ovvie forme di apartheid gretto che erano presenti in Sud Africa, come i cartelli che imponevano la rozza segregazione negli spazi pubblici.

Ma questo è solo perché Israele ha perfezionato un sistema di discriminazione e colonizzazione molto più sofisticato attraverso una matrice di regolamenti e infrastrutture che governano ogni aspetto della vita palestinese. Le pratiche non sono meno discutibili o disumanizzanti dell'apartheid gretto.

Le loro origini sono nella pulizia etnica della Palestina nel 1947-1948 che ha portato alla fuga di più di tre quarti della popolazione palestinese. Questa non è semplicemente una dolorosa memoria storica; rimane una realtà vissuta ancora in corso.

Si vede oggi nella segregazione dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, in centri abitati sparsi divisi da insediamenti israeliani, posti di blocco militari e autostrade solo per israeliani. Quei palestinesi che sono rimasti sulla loro terra e sono diventati cittadini israeliani sono costretti a vivere come persone di seconda classe in uno stato costruito sulla distruzione della loro identità nazionale. Ai profughi palestinesi viene negato il diritto al ritorno, mentre la cittadinanza e l'insediamento vengono accelerati per chiunque sia di origine ebraica.

Mantenere questo controllo sui palestinesi e privilegiare la popolazione ebraica non avviene arbitrariamente; è sancito dalla legge e dalla pratica. Questo può essere visto chiaramente dal modo in cui l'economia palestinese è mantenuta in uno stato di collasso controllato. Decenni di politiche di de-sviluppo hanno distrutto la base produttiva della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza; attacchi militari distruggono le infrastrutture; le politiche militari consolidano la frammentazione geografica ed economica.

Una serie di barriere divide la Cisgiordania in isole sconnesse controllate da circa 600 posti di blocco militari, cancelli e altri ostacoli e strade costruite per i coloni israeliani. L'economia palestinese è vincolata a quella israeliana tramite un'unione doganale che non lascia spazio a politiche indipendenti - quella che i palestinesi hanno descritto come un'economia prigioniera.

Inoltre, le autorità israeliane raccolgono le entrate fiscali commerciali per conto dell'Autorità Palestinese (AP), che dovrebbero essere trasferite, ma vengono trattenute regolarmente come mezzo per esercitare pressioni. Quasi tutte le importazioni ed esportazioni palestinesi transitano attraverso porti e valichi di Israele, in cui ritardi e misure di sicurezza possono aumentare i costi.

Insieme alla perdita di terra e risorse naturali a causa dell'espansione degli insediamenti in Cisgiordania, l'economia della Striscia di Gaza è in uno stato catastrofico. Dopo 13 anni di assedio, oltre l'80% della popolazione è ora dipendente dagli aiuti e i tassi di disoccupazione, soprattutto tra i giovani con istruzione universitaria, sono alle stelle.

Le restrizioni israeliane, su quali articoli e tecnologie possono entrare liberamente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, influenzano tutte le aree della vita palestinese, compreso il settore sanitario. Molti esperti hanno analizzato l'impatto dannoso delle politiche israeliane sulla capacità dei palestinesi di combattere la pandemia Covid-19, comprese le disuguaglianze mostrate dal programma di vaccinazione israeliano.

La conclusione del position paper di B'Tselem non è una novità per i palestinesi. È qualcosa che gli studiosi e gli attivisti palestinesi e sudafricani dicono da decenni. L'importanza della pubblicazione sta, tuttavia, nell'aprire il dibattito sulla realtà della situazione in Israele / Palestina di fronte a una campagna di silenzio orchestrata, che tenta di impedire il dibattito prima ancora che inizi. In questo senso, è rilevante che un'organizzazione israeliana per i diritti umani abbia affermato ciò che i palestinesi sostengono da anni.

Tuttavia, al di là del chiamare per nome il problema, la questione più urgente è come rimediare a questa ingiustizia. Due decenni dopo gli Accordi di Oslo e l'adesione a parole all'idea di una soluzione a due Stati, la situazione per i palestinesi appare desolante. Chiaramente, il piano Trump non aveva alcun riguardo per i palestinesi e mirava a usare la pressione economica per forzare l'acquiescenza a un'autonomia troncata. L'Unione Europea ha solo contribuito a mantenere lo status quo con il suo silenzio o le sue critiche ambigue contro le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, mentre persegue generosi partenariati economici e di "sicurezza".

Così, ispirata dal movimento sudafricano contro l'apartheid e da decenni di attivismo di base palestinese, la società civile palestinese ha chiesto la solidarietà internazionale sotto forma di boicottaggi, disinvestimenti, sanzioni (BDS). La campagna BDS consente a gruppi studenteschi, sindacati, organizzazioni culturali e religiose e comunità locali di dimostrare un rifiuto popolare a partecipare e sostenere le strutture di discriminazione e oppressione razziale. Il BDS sostiene il semplice principio che i palestinesi hanno diritto agli stessi diritti del resto dell'umanità.

Un regime di apartheid deve essere messo di fronte alle sue responsabilità e noi palestinesi non possiamo permetterci un'ulteriore impunità israeliana.

Rafeef Ziadah - La dott.ssa Rafeef Ziadah è docente di politica comparata del Medio Oriente presso il SOAS

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