martedì 25 aprile 2017

Lettera di Elif Gunay al padre

il giornalista Turhan Gunay, che, per un crimine chiamato libertà di stampa, di trova in galera in Turchia.
Gabriele Del Grande ci ha passato solo una settimana, anche lui colpevole di libertà di stampa, per sua e nostra fortuna non è turco, in questi tempi durissimi per quel paese.
Secondo Reporters sans frontieres la Turchia nel 2016 era al 151° posto nella classifica di 180 paesi per la libertà di stampa, peggio di Messico e Russia.

“La detenzione di mio padre e di altri dirigenti e giornalisti del Cumhuriyet compie quasi sei mesi.  Il sentimento di ingiustizia che cresce dentro di me per il fatto che le udienze sono state fissate a fine luglio è ormai in uno stato indescrivibile. Sapete che in questi momenti le persone cercano di aggrapparsi a quelle poche cose che ci sono dentro i fatti e cercano di vedere solo queste per tirarsi su. Ecco, questo è un racconto che ha quel gusto…
All’inizio della sua detenzione nel carcere di Silivri, mio padre aveva manifestato, tra le altre limitazioni, l’impossibilità di disporre di libri. Questa è stata la prima cosa di cui si lamentava quando incontrava gli amici durante le visite pubbliche. Per le persone come loro che hanno una vita praticamente costruita sull’abitudine alla lettura, ciò che subiscono crea un sentimento di reclusione per la detenzione ingiusta che vivono e naturalmente contestano. Soprattutto quando si tratta di mio padre, che per ben 26 anni è stato il direttore generale della catalogazione dei libri di Cumhuriyet, non credo che sia il caso di dire quanto sia vitale per lui l’atto di leggere.
All’interno del messaggio di Capodanno, anche durante la sua detenzione su Cumhuriyet, mio padre aveva ripetuto il suo storico augurio dicendo: “Buone giornate piene di libri”…
La biblioteca del carcere non è ben fornita e il diritto a comprare i libri dall’esterno è negato: abbiamo scoperto così che migliaia di detenuti sono privi di un diritto vitale come quello di leggere. Si vede che l’augurio storico di mio padre non ha mai raggiunto il carcere di Silivri.
In merito a questo problema, Canan Coskun, una delle giornaliste di Cumhuriyet, aveva scritto un articolo: “Una delle difficoltà dei nostri colleghi arrestati nell’ambito delle operazioni che mirano a silenziare il nostro giornale e attualmente detenuti nel carcere di Silivri è la mancanza dei libri”. Coskun dava spazio nei suoi articoli alle difficoltà espresse da mio padre in ogni visita pubblica, parlando attraverso la barriera di vetro.
L’articolo continua così: “A Silivri, i carcere più grande dell’Europa, ci sono 1.750 libri. Ogni cella ha diritto a un solo libro. Nel momento in cui i giornalisti detenuti richiedono un libro specifico presente in biblioteca la risposta è: ‘Lo sta leggendo un altro detenuto’, oppure ‘Non abbiamo quel libro’”.
Tuttavia è successo qualcosa di straordinario. Numerose case editrici hanno sentito la voce dei detenuti e di mio padre e hanno iniziato a donare dei libri alla biblioteca del carcere. Le scatole piene di libri sono partite per illuminare l’oscurità del carcere di Silivri. Successivamente sono stati gli autori a mandare i loro libri autografati e gli scaffali della biblioteca si sono riempiti di libri nuovi.
Purtroppo tuttora il numero di libri è ancora basso per un carcere così grande. E’ ancora assurdo limitare il diritto a leggere i libri, ma la biblioteca di Silivri sta crescendo. Inoltre i libri che arrivano in biblioteca ormai secondo la richiesta dei detenuti, finalmente vengono consegnati. Probabilmente migliaia di persone a Silivri stanno leggendo i libri che finora non avevano mai letto. Posso intitolare questa lettera come “La biblioteca che cresce di più in Turchia”. Si tratta della biblioteca del Carcere di Silivri. Magari non è davvero così, ma questo fatto è la speranza più grande che cresce dentro di noi, per cui per me è la biblioteca che cresce più velocemente in tutto il paese.
Mio padre e i suoi appassionati amici continuano a portare la loro luce ovunque vadano. Ormai esiste una biblioteca che cresce grazie a loro e Cumhuriyet illumina ancora un’altra volta le strade buie. E questo mi fa respirare un po’ di fronte a questa ingiustizia e a questa infinita attesa.
Oggi è il compleanno di mio padre. Che questo sia un regalo da parte mia per lui.
Con l’augurio di vedervi tutti con noi prima possibile…”


la Comunità cristiana di base di S. Paolo aderisce al BDS



La comunità cristiana di base di S. Paolo è nata e si è formata per riflettere sulle Scritture “con in mano il giornale”, come si diceva al Concilio, per significare il nostro interesse alla vita del mondo, letta secondo la prospettiva di una fede che chiama all’amore nonviolento di tutte le sorelle e i fratelli.
Tentando di camminare sulle orme dell’ebreo Gesù di Nazareth, che invita a imitare il samaritano, essa si è chinata sulle sofferenze degli ultimi e degli abbandonati, senza però dimenticare che i poveri e i senza potere sono vittime di strutture di peccato.
La storia della nostra età mostra che interi popoli sono purtroppo vittime di ingiustizie e di violenze inaudite. La comunità non poteva quindi non lasciarsi commuovere dalle tragedie dei popoli asiatici, latino-americani, africani, mediorientali, e in particolare del popolo palestinese. Dall’eccidio di Sabra e Chatila fino al massacro di Gaza, la comunità ha pianto con il popolo palestinese, che muore errando sulla terra dove abita –la terra è di Dio- oppresso dalla violenta occupazione dello Stato d’Israele, che a causa di un’ideologia nazionalistica e xenofoba sta instaurando un regime di vera e propria apartheid.
È ora di dire: basta! E di dire basta a quanti affermano che se si criticano e condannano le politiche del governo israeliano si è antisemiti! Noi amiamo tutti i popoli, perciò anche il popolo d’Israele, che ci ha trasmesso la Prima Alleanza. In essa troviamo l’antica profezia di Isaia: “Gli oppressi si rallegreranno…il tiranno non sarà più… saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono altri colpevoli” (Is. 29, 19-21).
Per queste ragioni la nostra comunità aderisce alla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni) avviata nel 2005 da 171 Organizzazioni Non Governative palestinesi, il cui appello è stato raccolto da moltissime organizzazioni in tutto il mondo di differenti ispirazioni politiche e religiose, comprese alcune ebraiche, come la Jewish Voice for Peace. In Italia BDS si è costituita nel 2009 e ad essa ha aderito in particolare anche Pax Christi.
La campagna BDS – per la promozione dei Diritti Umani Universali e nel rispetto del Diritto Internazionale- persegue tre obiettivi:
_ la fine dell’occupazione e della colonizzazione della terra palestinese.
_ la piena eguaglianza per i cittadini arabo-palestinesi che vivono nello Stato d’Israele.
_ il rispetto del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, come sancito dall’ONU.
La nostra comunità invita perciò tutti i credenti nel Dio della Pace e/o nella dignità di ogni essere umano e nella libera autodeterminazione dei popoli, a compiere le azioni di boicottaggio proprie del metodo nonviolento proposte dalla campagna BDS, che pur -secondo alcuni- poco rilevanti, assumono un grande significato simbolico, quale coinvolgimento nella lotta nonviolenta del popolo palestinese.
Roma 10 Aprile 2017    

Avevano nomi semplici le donne della Resistenza - Grazia Gistri

Avevano nomi semplici
Le donne della Resistenza.
Si chiamavano Nella, Rosa, Maria, Vanna

Dicevano:
Senza farina non si fa il pane”
Ed il loro pane era la libertà.

Avevano nomi teneri
Le donne della Resistenza.
Si chiamavano Stellina, Gigina, Pierina la fugarina, Angelina

Norina, era una bambina, non scorderà mai lo sguardo di Lorenzini
prima di essere ucciso
buttato come uno straccio sui rami di un albero.”

Avevano nomi forti
Le donne della Resistenza
Si chiamavano Ricciotta, Anita, Fedora, Ermelinda
Ermelinda, ha una lingua che bisogna sempre prenderla per persa
La verghetta alla patria? NO
Non voglio serva per una palla da schioppo
Per far ammazzare il figlio di un’altra mamma come me!”

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Gianna, Arclea, Tilde, Prima

Erano contadine, spazzine, infermiere
Attrici,operaie, studentesse, sarte
Erano ortolane, ceramiste, impiegate
Non c’era differenza se una aveva o no un diploma

Avevano nomi di sempre
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Mina, Nadia, Teresa, Delia

Sulle loro biciclette dai cerchioni scassati
Portavano armi nella borsa della spesa
Portavano volantini nella fodera dei cappotti
Sotto la verdura dei loro cesti

Avevano nomi di sempre
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Tona, Masca, Ines, Antonietta

Portavano il loro carico prezioso
Da Imola a Castello, a Bologna, a Casola Canina, a Osteriola
A Piancaldoli, Ghiandolino, Sesto, Bubano, Castenaso, Mordano
Sotto gli occhi dei tedeschi il cuore rimbombava nel petto
Ma sono andate avanti

Avevano nomi gentili
Le donne della Resistenza
Si chiamavano Jusfina, Cecchina, Isuletta, Richina

Quei grandi occhi neri una notte si sono spalancati
Alla spallata dei brigatisti all’uscio di casa
Poi presero Guido
Io piangevo, il bambino piangeva
Eravamo soli io e il mio bambino
Fra mezz’ora è a casa
E’ stata una mezz’ora che è durata sei anni.”

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Mafalda, Domenica, Antonia detta baffietta, Laura
Avevano portato via i loro padri, i loro mariti, i loro fratelli
Vendi tutto, ma fai studiare nostro figlio”
Ma non avevano più nulla.
Hanno lavorato alla fornace, a servizio, a raccogliere ghiande, a fieno
Tutti i mestieri hanno fatto, tutti fuorché le puttane

Avevano nomi da fiaba
Le donne della Resistenza
Si chiamavano Zeffira, Elvina, Novella, Vermiglia
Hanno patito la fame, la paura, il freddo
Nella stamperia clandestina di Via Garibaldi
L’unico litigio era per il gatto Mus’ghì
Per quel po’ di calore che donava alle ginocchia!

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Elvira, Adria, Silvana, Ceda era Annunziata.

Nascondevano i documenti
Sotto i sassi, nelle crepe dei muri, sotto il fieno
Nascondevano i feriti, i partigiani
Rischiavano la galera, le botte, il confino e finanche la morte

Avevano nomi di sempre
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Lea, Gina, Andreina, Tosca la fornaciaia
Lea non parlò quando i brigatisti neri
infierirono sul suo corpo adolescenziale con indicibile torture”
A febbraio sul torrione della rocca
nude in un bagno ghiacciato sfinite dalle botte, dalla fame e dalla paura
Usavano un frustino e dicevano: “deve fare il fumo”
Si sentivano le urla disumane dei compagni torturati.

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Maria Rosa, Eva, Livia, Zelinda
Maria Rosa si mise il vestito più bello
In piazza quel 29 aprile
Cinquecento donne chiedevano pane per i propri figli
Livia aveva rischiato la galera per essere presente
Maria Rosa si era messa il vestito più bello
Due colpi vigliacchi
E Livia non era più
Era macchiato di sangue il bel vestito di Maria Rosa.

Avevano cognomi di qui le donne della Resistenza
I cognomi di Imola, della bassa, della vallata.
Si chiamavano
Barboncini, Vespignani, Gualandi, Mongardi
Avevano i cognomi dei loro padri, dei loro fratelli
Si chiamavano
Zanotti, Montevecchi, Loreti, Tampieri
Avevano gli stessi cognomi degli uomini della Resistenza
Si chiamavano
Cavina, Cervellati, Manaresi, Bianconcini
E ancora
Costa, Galassi, Noferini, Dalle Vacche, Pirazzoli…

Avevano avuto paura, freddo, fame
Sono state picchiate, imprigionate, confinate
Hanno vissuto l’orrore della tortura, dei campi di sterminio
Hanno conosciuto la morte
Ma, dicevano,
senza farina non si fa il pane”
E il loro pane era la libertà.

Erano sicure che sarebbe venuto un bel giorno di primavera
E in quel tardo pomeriggio del 14 aprile 1945
Il campanone cominciò a mandare la sua voce su tutta la città
accompagnato via via dallo scampanio festoso di tutte le chiese”
L’inverno era finalmente finito!

lunedì 24 aprile 2017

Oltre il ponte - testo e musica di Italo Calvino e Sergio Liberovici (suonano e cantano Modena City Ramblers)

Lettera aperta di Moni Ovadia al Sindaco di Milano Sala su BDS e 25 aprile

Alla cortese attenzione del Sindaco di Milano, signor Giuseppe Sala

Egregio signor Sindaco,
le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che un’associazione di ebrei legata alla Comunità Ebraica milanese, attraverso il suo sito www.linformale.eu, le ha chiesto, non si capisce a quale titolo, di adoperarsi per impedire la partecipazione alla prossima manifestazione del 25 aprile, festa della Liberazione, al movimento BDS (Boicotta Disinvesti Sanziona), calunniandolo con accuse false e infamanti.
Il 25 aprile ricorda e celebra sì la memoria della lotta contro la barbarie nazifascista, ma irradia anche un insegnamento e un monito che cammina di generazione in generazione: il dovere di opporsi a ogni oppressione per liberare ogni popolo oppresso da chiunque ne sia l’oppressore.
Per questa ragione, lo slogan più ripetuto nella manifestazione dell’antifascismo è “Ora e sempre Resistenza!”; pertanto chiunque inalberi simboli che richiamano alla libertà e all’indipendenza dei popoli è legittimo erede dei partigiani.
Signor Sindaco, io non mi permetto di chiederle di prendere posizione sul BDS, voglio solo sottoporle un’accorata sollecitazione a non prestarsi a legittimare un uso scellerato e strumentale dall’accusa di antisemitismo o di terrorismo contro BDS. L’unico scopo di tali falsità e quello di tappare la bocca, imbavagliare il pensiero e criminalizzare una militanza sacrosanta, che si batte per i diritti di un popolo oppresso, i cui territori sono occupati, colonizzati da cinquant’anni, le cui topografie esistenziali sono devastate, ai cui figli è negato il presente e il futuro, la cui gente è sottoposta a punizioni collettive e a un autentico apartheid a causa del quale i palestinesi subiscono un diuturno ed incessante stillicidio di vessazioni e patiscono la negazione sistematica della dignità sociale e personale.
Signor Sindaco, questa situazione tragica, violenta e ingiusta è denunciata con forza anche dalle voci più coraggiose della stampa e della società israeliana. A titolo di esempio riporto qui alcuni brani del discorso pronunciato davanti all’assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani Bet’Tselem: “Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono israeliano. Non ho un altro paese. Non ho un’altra cittadinanza, né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro.
[…] Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati a una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento.
[…] Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi.
[…] Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo.
Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico.
Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire”.
L’antisemitismo, signor Sindaco, è stato ed è uno dei crimini più odiosi; farne uso di vergognosa propaganda al fine di legittimare politiche di oppressione contrarie a ogni principio del diritto internazionale è infame.
Proprio in occasione delle recenti polemiche, la comunità ebraica romana in una sua nota, ne ha rispolverato a pappagallo una versione inventata dal talento di Bibi Netanyahu: “L’Anpi sceglie di cancellare la Storia e far sfilare gli eredi del Gran Muftì di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere…” (la Repubblica 20/04/2016). Ovvero, chi inalbera la bandiera palestinese, simbolo dell’identità e della dignità di un popolo oppresso, sarebbe erede del Gran Mufti di Gerusalemme del tempo della Seconda Guerra Mondiale, noto per le sue simpatie filonaziste. Questo argomento se non fosse una vigliaccata sarebbe ridicolo e patetico, tanto più se serve come scusa alle istituzioni della Comunità Ebraica romana per non partecipare alla manifestazione a cui ha pieno titolo ad esserci, ma non contro l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza del popolo palestinese.
Da ultimo, signor Sindaco, mi permetto di rivolgermi a lei a titolo personale. Se lei desse legittimità a chi vuole criminalizzare BDS, metterebbe anche su di me, che ne sostengo il diritto, la libertà e la piena legittimità, lo stigma del terrorista antisemita. Mi permetto orgogliosamente di ricordarle che sono ebreo per nascita, cittadino milanese da 68 anni, militante antifascista dall’età della ragione e che ho dedicato oltre quarant’anni a far conoscere e a celebrare i valori specifici e universali della cultura ebraica, rappresentandoli in teatro, scrivendone e parlandone.
In questi ultimi anni per aver sostenuto i diritti del popolo palestinese ho ricevuto ogni sorta di spietati insulti e maledizioni; ci ho un po’ fatto il callo, ma se, ancorché indirettamente, l’istituzione della mia città si unisse al coro, il vulnus colpirebbe non me, ma i valori della tradizione antifascista e democratica della nostra Milano.
La ringrazio anticipatamente per l’attenzione che vorrà rivolgermi
Moni Ovadia