sabato 27 settembre 2014

Gaza e la minaccia di una guerra mondiale - John Pilger


“C’è un tabù” ha detto il visionario Edward Said “sul dire la verità circa la Palestina e la grande e distruttiva forza che sta dietro ad Israele. Solo quando questa verità salterà fuori potremo essere liberi”.
Per molte persone, la verità ora è venuta a galla. O almeno, sanno. Quelli cui un tempo era intimato il silenzio ora non possono più voltare lo sguardo. Si trovano di fronte sulle loro TV, sui loro laptop, telefonini, la prova della barbarie di Israele e la grande forza distruttiva del suo mentore, gli Stati Uniti, la codardia dei governi europei e la collusione di altri, come quello canadese e quello australiano, in questo aberrante crimine.
L’attacco su Gaza è stato un attacco a tutti noi. L’assedio di Gaza un assedio a tutti noi. Il rifiuto di rendere giustizia ai Palestinesi è un sintomo che gran parte dell’umanità è sotto un giogo e un avvertimento che la minaccia di una nuova guerra mondiale cresce di giorno in giorno.
Quando Nelson Mandela ha definito la situazione palestinese “la più grande questione morale del nostro tempo”, ha parlato in nome di una vera civilizzazione, non di quella inventata dagli imperi. In America Latina, i governi di Brasile, Cile, Venezuela, Bolivia, El Salvador, Peru ed Ecuador hanno preso la parte di Gaza. Tutti quei paesi si sono resi conto del loro silenzio nero quando l’immunità agli omicidi di massa è stata sponsorizzata a Washington dallo stesso padrino che aveva risposto ai pianti dei bambini di Gaza inviando più munizioni per ucciderli.
A differenza di Netanyahu e dei suoi sicari, i bambolotti fascisti di Washington in America Latina non si preoccupavano delle apparenze morali. Uccidevano semplicemente, lasciando i cadaveri a pile nelle discariche. Per il Sionismo, l’obiettivo è lo stesso: l’espropriazione ed infine la totale distruzione di un’intera società umana: una verità che 225 sopravvissuti all’olocausto e i loro discendenti hanno paragonato all‘inizio di un genocidio.
Nulla è cambiato dall’infame “Piano D” dei Sionisti che nel 1948 ha fatto pulizia etnica di un’intera popolazione. Recentemente su sito del Times of Israel si leggevano le parole “Il genocidio è ammissibile”. Un portavoce del Knesset, il parlamento israeliano, Moshe Feiglin, richiede una deportazione di massa nei campi di concentramento. Una parlamentare, Ayelet Shaked, il cui partito è membro della coalizione di governo, invoca lo sterminio delle madri palestinesi per prevenire che diano alla luce quelli che definisce “piccoli serpenti”.
Per anni i reporter hanno guardato soldati israeliani infastidire bambini palestinesi stuzzicandoli con i megafoni. Poi li uccidevano. Per anni, i reporter hanno saputo di donne palestinesi prossime a partorire, alle quali veniva negata la possibilità di passare un posto di blocco verso un ospedale: il bambino moriva, a volte anche la madre.
Per anni i reporter hanno saputo dei dottori e degli equipaggi delle ambulanze palestinesi ai quali veniva permesso di soccorrere i feriti e rimuovere i morti, per poi venire uccisi con un colpo in testa.
Per anni i reporter hanno saputo di persone allo stremo a cui veniva impedito di ricevere trattamenti sanitari, o che venivano uccisi mentre cercavano di raggiungere cliniche dove essere sottoposti a chemioterapia. Una vecchietta con un bastone da passeggio è stata uccisa così – con un proiettile nella schiena.
Quando ho riportato il fatto a Dori Gold, un senior adviser del primo ministro israeliano, ha detto “sfortunatamente in ogni situazione di guerra ci sono casi di civili uccisi accidentalmente. Ma questo non è un caso di terrorismo. Terrorismo è mettere il fuoco incrociato dei cecchini sui civili deliberatamente”.
Ho risposto “è esattamente quanto è accaduto”.
“No” ha risposto “non è successo”.
Queste bugie e mistificazioni sono continuamente ripetute dagli apologeti israeliani. Come l’ex reporter del New York Times Chris Hedges ha messo in evidenza, il racconto di una simile atrocità termina sempre con “coinvolto nel fuoco incrociato”. Fino a quando mi sono occupato del Medio Oriente, la maggior parte, se non tutti i media occidentali, aderivano a questa versione.
In uno dei miei film, un operatore palestinese, Imad Ghanem, giace senza possibilità di scampo mentre soldati del “più morale esercito del mondo” lo gambizzano. A questa atrocità sono state dedicate due righe sul sito della BBC. Tredici giornalisti sono stati uccisi da Israele nell’ultimo bagno di sangue a Gaza. Tutti erano Palestinesi. Chi sa i loro nomi?
Ora qualcosa è cambiato. C’è una fortissima repulsione nel mondo e le voci del liberalismo sensibile sono spaventate. Il loro torcersi le mani e il loro coro di “colpa da dividersi” e “Israele ha il diritto di difendersi” non sono più una scusa, nemmeno l’appendersi all’antisemitismo. Nemmeno il loro pianto a comando del “qualcosa deve essere fatto” contro i fanatici islamici ma non contro i fanatici sionisti.
Una sensibile voce liberale, il romanziere Ian McEwan, veniva giudicato un saggio dal Guardian mentre i bambini di Gaza venivano fatti a pezzi. È lo stesso Ian McEwan che ha ignorato le richieste dei Palestinesi affinchè non accettasse il Jerusalem Prize per la letteratura. “Se andassi solo in paesi che approvo, probabilmente non uscirei mai dal letto” ha commentato.
Se potessero parlare, i morti di Gaza direbbero: stai a letto, grande romanziere, perché la tua presenza riempie il letto di razzismo, apartheid, pulizia etnica e omicidio – non importano le belle parole che hai pronunciato mentre ricevevi il tuo premio.
Capire i sofismi e il pensiero della propaganda liberale è la chiave per comprendere il perché i soprusi di Israele continuano, perché il mondo osserva, perché Israele non subisce alcuna sanzione e perché un boicottaggio di tutto ciò che è israeliano ora sarebbe l’unica misura di decenza umana.
La propaganda più incessante dice che Hamas ha come obiettivo la distruzione di Israele. Khaled Hroub, il professore dell’università di Cambridge considerato un’autorità a livello mondiale su Hamas, dice che questa frase “non è mai stata usata da Hamas, nemmeno nei proclami più radicali”. La spesso citata Carta del 1988 “anti-ebraica” era opera di “una sola persona e era stata resa pubblica senza il consenso di Hamas… l’autore era uno della ‘vecchia guardia’” il documento è trattato come fonte di imbarazzo e non viene mai citato.
Hamas ha ripetutamente offerto una tregua decennale ad Israele e ha per molto spinto verso una soluzione tra i due stati. Quando Medea Benjamin, l’attivista ebrea statunitense, era a Gaza, aveva portato una lettera dei leader di Hamas al Presidente Obama, la quale palesava come il governo di Gaza volesse la pace con Israele. Fu ignorata. Sono personalmente a conoscenza di molte lettere di quel tipo consegnate in buona fede, ignorate o buttate via.
L’imperdonabile crimine di Hamas è una distinzione mai messa in evidenza: è l’unico governo arabo il quale è stato liberamente e democraticamente eletto dalla propria gente. Ancora peggio, ha formato un governo di unità insieme all’Autorità Palestinese. Un’unica e risoluta voce palestinese – nell’Assemblea Generale, nel Consiglio per i Diritti Umani e nella Corte per i Crimini Internazionali – è la minaccia più temuta.
Dal 2002, una pioneristica unit sui media all’università di Glasgow ha condotto notevoli studi sulla propaganda e il giornalismo in Israele e Palestina. Il professor Greg Philo e i suoi colleghi sono rimasti shockati nello scoprire una totale ignoranza diffusa dalle notizie in TV. Più la gente guarda, meno capisce. Greg Philo sostiene che il problema non sia un “errore”. I giornalisti e i produttori sono toccati come chiunque altro dalle sofferenze dei Palestinesi, ma la struttura di potere dei media è così potente – come estensione degli stati e dei loro interessi – che fatti storici e contesto storico sono continuamente rimossi.
Incredibilmente, meno del 9% dei giovani intervistati dal team del professor Philo erano a conoscenza che era Israele ad occupare e che i coloni illegali erano quelli ebrei, molti credevano fossero Palestinesi. Il termine “territori occupati” non era quasi mai spiegato. Parole come “omicidio”, “atrocità”, “assassinio a sangue freddo” venivano usate solo per descrivere le morti di Israeliani.
Di recente un reporter della BBC, David Loyn, ha criticato un altro giornalista britannico, Jon Snow di Channel 4 News. Snow è stato così commosso da quanto aveva visto a Gaza da fare un appello umanitario su Youtube. Ciò che aveva preoccupato l’uomo della BBC era cheSnow aveva violato il protocollo, essendo emotivo nel suo video.
“L’emozione” ha scritto Loyn “è roba da propaganda e il giornalismo è contro la propaganda”. L’avrà scritto con una faccia seria? Infatti il discorso di Snow era calmo. Il suo crimine era di essere uscito dal recinto di una finta imparzialità. Imperdonabilmente, non si era autocensurato.
Nel 1937, con Hitler al potere, Geoffrey Dawson, editore del Times a Londra, aveva scritto nel suo diario: “passo le notti a tirar fuori qualsiasi cosa possa urtare la suscettibilità dei Tedeschi e a buttar dentro qualsiasi cosa possa dar loro sollievo”.
Il 30 di Luglio, la BBC ha offerto un esempio lampante del Principio di Dawson. Il diplomatico corrispondente del programma Newsnight, Mark Urban, ha dato cinque motivazioni del perché il Medio Oriente è in subbuglio. Nessuna di esse includeva il ruolo storico od attuale del governo britannico. Il governo di Cameron colpevole di? 8 miliardi per armi ed equipaggiamenti militari ad Israele cancellati. Invii massicci di armi all’Arabia Saudita cancellati. Il ruolo britannico nella distruzione della Libia cancellato. Il supporto britannico alla tirannia in Egitto cancellato.
Così come l’invasione britannica di Iraq e Afghanistan, non sono successe.
L’unico esperto in questo programma della BBC era un accademico di nome Toby Dodge della London School of Economics. Quello che la gente deve sapere è che Dodge era un consigliere di David Petraeus, il generale statunitense responsabile dei disastri in Iraq e Afghanistan. Ma anche questo è stato omesso.
Parlando di guerra e pace, l’illusione di imparzialità e credibilità BBC-style fa più per limitare e controllare il pubblico delle distorsioni dei tabloid. Come Greg Philo ha messo in evidenza, il video di Jon Snow si limitava solo a giudicare se l’assalto israeliano a Gaza fosse proporzionato o ragionevole. La parte mancante – che poi è quasi sempre mancante – era l’essenziale verità della più lunga occupazione militare dell’epoca moderna: un’impresa criminale supportata dai governi occidentali da Washington a Londra a Canberra.
Come per il mito che il “vulnerabile” ed “isolato” Israele sia accerchiato da nemici, Israele è ora circondato da alleati strategici. L’Autorità Palestinese, finanziata, armata e controllata dagli USA, è stata collusa a lungo con Tel Aviv. Le tirannie in Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain e Qatar stanno spalla a spalla con Netanyahu – se la coppa del mondo si farà davvero in Qatar state sicuri che della sicurezza di occuperà il Mossad.
La resistenza è l’atto più coraggioso e nobile dell’umanità. La resistenza a Gaza è paragonabile alla rivolta degli ebrei nel 1943 nel ghetto di Varsavia – i quali avevano a loro volta scavato tunnel e messo in atto tattiche di attacco e fuga contro una schiacciante macchina militare. L’ultimo leader sopravvissuto della rivolta di Varsavia, Marek Edelman, scrisse una lettera di solidarietà alla resistenza palestinese, paragonandola agli ZOB, i suoi combattenti del ghetto. La lettera inziava così: “Comandanti dell’esercito palestinese, paramilitare e operazioni partigiane – e a tutti i soldati [della Palestina].”
Il dottor Mads Gilbert è un medico norvegese conosciuto per il suo eroico lavoro a Gaza. L’8 agosto è tornato nella sua città natale, Tronso in Norvegia, la quale, come lui ha fatto notare, era stata occupata dai nazisti per 7 anni. Ha detto “immaginate di tornare al 1945 e che noi in Norvegia non avessimo vinto la guerra di liberazione, non avessimo scacciato gli occupanti. Immaginatevi gli occupanti ancora nel nostro paese, prendendoselo pezzo a pezzo, per decenni e decenni, bandendoci nelle aree più disagiate, prendendo il pesce dai nostri mari e l’acqua da sotto di noi, poi bombardando i nostri ospedali, le nostre ambulanze, le scuole, le nostre case.
Ci saremmo arresi ed avremmo alzato bandiera bianca? No, non l’avremmo fatto! Questa è la situazione a Gaza. Non è una battaglia tra terrorismo e democrazia. Hamas non è il nemico che Israele sta combattendo. Israele sta portando avanti una guerra contro la volontà di resistere dei Palestinesi. È la dignità del popolo palestinese che non possono sopportare.
Nel 1938 i nazisti chiamavano gli ebrei Untermenschen – sub-uomini. Oggi i Palestinesi sono trattati come esseri sub-umani che possono essere fatti a pezzi senza alcun potere di reazione.
Son tornato in Norvegia, una nazione libera, e questa nazione è libera perché c’è stato un movimento di resistenza, perché le nazioni occupate hanno il diritto di resistere, anche con le armi – è stabilito nella legge internazionale. La resistenza del popolo palestinese a Gaza è ammirevole: una sofferenza per tutti noi”.
Ci sono pericoli nel dire questa verità, nel rompere quello che Edward Said ha definito “L’ultimo tabù”. Il mio documentario La Palestina è ancora la questione, è stato candidato per una Bafta, un British Academy Award e celebrato dalla Commissione per la Televisione Indipendente per la sua “integrità giornalistica” e per la “cura e accuratezza con cui è stato realizzato”. Alcuni minuti del film messi in onda su ITV Network hanno scatenato l’inferno – una pioggia di email mi descrivevano come un “pazzo indemoniato”, un “propugnatore dell’odio e del male”, “un antisemita della peggior specie”. Molto di ciò è stato orchestrato dai sionisti negli USA i quali non potevano nemmeno aver visto il film. Ho ricevuto minacce di morte al ritmo di una al giorno.
Qualcosa di simile è successo all’opinionista australiano Mike Carlton il mese scorso. Nella sua solita colonna nel Sidney Morning Herald, Carlton ha scritto un meraviglioso articolo su Israele e Palestina, identificando oppressori e vittime. È stato attento a limitare il suo attacco a “un nuovo e brutale Israele dominato dalla linea dura del partito di destra Likud di Netanyahu”. Quelli che governavano lo stato sionista in precedenza, diceva in modo implicito, appartenevano a “una fiera tradizione liberale”.
Su invito, è iniziato il diluvio. È stato definito “una ammasso di liquame nazista, un razzista odiatore di ebrei”. È stato ripetutamente minacciato e ha risposto ai suoi detrattori di “andare affanculo”.
L’Herald ha preteso le sue scuse. Quando si è rifiutato, è stato sospeso, poi ha rassegnato le sue dimissioni. Secondo l’editore dell’Herald, Sean Aylmer, l’azienda “si aspetta standard più alti dai suoi giornalisti”.
Il problema della pungente e spesso sola voce liberale di Carlton in una nazione in cui Rupert Murdoch controlla il 70% della stampa – l’Australia è la prima murdocrazia al mondo – verrà risolto ben due volte. La Commissione Australiana per i Diritti Umani indagherà alcune lamentele nei confronti di Carlton secondo il Racial Discrimination Act, che mette fuori legge qualsiasi atto pubblico o affermazione che “possibilmente offenda, insulti, umili un’altra persona o un gruppo di persone” sulla base della loro razza, colore o origine nazionale o etnica.
In contrasto con la sicura e silenziosa Australia – dove i Carlton vengono fatti estinguere – il vero giornalismo è vivo a Gaza. Parlo spesso al telefono con Mohammed Omer, uno straordinario giovane giornalista palestinese, al quale ho consegnato nel 2008 il premio Martha Gellhorn per il giornalismo. Ogni volta che ci siamo sentiti durante l’assalto a Gaza, potevo sentire il rumore dei droni, l’esplosione dei missili. Ha interrotto una telefonata per prendersi cura di bambini accalcati fuori in attesa di trasporti in mezzo alle esplosioni. Quando gli ho parlato il 30 giugno, un solo F19 israeliano aveva fatto a pezzi 19 bambini. Il 20 di agosto ha descritto come i droni Israeliani avevano effettivamente accerchiato un villaggio per poterlo distruggere.
Ogni giorno, all’alba, Mohammed cercava famiglie bombardate. Registrava le loro storie, in mezzo alle macerie delle loro abitazioni, gli scattava fotografie. Andava all’ospedale. Andava all’obitorio. Andava al cimitero. Faceva code di ore per il pane per la sua famiglia. E guardava il cielo. Manda due, tre, quattro dispacci al giorno. Questo è giornalismo. “Stanno cercando di annichilirci” mi ha detto “ma più ci bombardano, più diventiamo forti. Non vinceranno mai”. Il grande crimine commesso a Gaza è promemoria di qualcosa di più grande che ci minaccia tutti.
Dal 2001, gli USA e i loro alleati si sono scatenati. In Iraq, almeno 700.000 uomini, donne e bambini sono morti. L’ascesa dei jihadisti – in una nazione dove non ce n’erano – è il risultato. Conosciuto come Al Qaeda e ora come Stato Islamico, il jihadismo moderno è stato inventato da USA e UK, supportati da Pakistan e Arabia Sudita. L’obiettivo originale era usare e sviluppare un fondamentalismo islamico che non era quasi mai esistito nella maggior parte del mondo arabo per minare i movimenti pan-arabi e i governi secolari. Intorno agli anni 80 era un’arma per indebolire l’Unione Sovietica in Afghanistan. La CIA l’aveva chiamata Operazione Ciclone, e un ciclone si è rivelata essere, con la sua furia sguinzagliata contro i suoi stessi creatori. Gli attacchi dell’ 11 settembre e a Londra nel luglio 2005 sono il risultato di questo contraccolpo, così come i recenti e cruenti omicidi dei giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff. Per più di un anno, l’amministrazione Obama ha armato gli assassini di questi due giovani – successivamente conosciuti come ISIS in Siria – con l’obiettivo di ribaltare il secolare governo di Damasco.
Il principale “alleato” dell’occidente in questa confusione imperiale è lo stato medievale in cui le decapitazioni sono la routine – l’Arabia Saudita. Ogni volta che un membro della famiglia reale britannica viene mandato in questa nazione barbara, potete scommettere il vostro culo di petroldollari che il governo britannico vuole vendere agli sceicchi più aerei da guerra, missili, manette. La maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre erano Sauditi, paese che finanzia i jihadisti dalla Siria all’Iraq.
Perché viviamo in questo stato di guerra continua?
La risposta immediata sta negli USA, dove un colpo di stato segreto e non divulgato è stato messo in atto. Un gruppo conosciuto come Progetto per un Nuovo Secolo Americano, ispirazione di Dick Cheney e altri, è salito al potere con l’amministrazione di George W. Bush. Una volta conosciuti a Washington come “i pazzi”, questa setta di estremisti crede in quello che il Comando Spaziale USA chiama “dominio di pieno spettro”.
Sotto sia Bush sia Obama, una mentalità imperiale da 19simo secolo ha pervaso tutti i dipartimenti dello stato. Il militarismo è in crescita, la diplomazia pura retorica. Nazione e governi sono giudicati come utili o sacrificabili: da corrompere, minacciare o “sanzionare”.
Il 31 luglio il Panel di Difesa Nazionale a Washington ha diffuso un notevole documento che richiamava gli USA a preparasi a combattere sei guerre di primo piano contemporaneamente. In cima alla lista c’erano Russia e Cina – due potenze nucleari.
In un certo senso la guerra alla Russia è già iniziata. Mentre il mondo guardava scandalizzato ad Israele che invadeva Gaza, atrocità simili perpetrate in Ucraina erano notizie marginali. Mentre scrivo, due città ucraine russofone – Donetsk e Luhansk – sono sotto assedio: le loro popolazioni, le loro scuole ed i loro ospedali attaccati da un regime di Kiev salito al potere grazie ad un colpo di stato guidato da neo-nazisti supportati e finanziati dagli USA. Il colpo di stato è l’apice di ciò che l’esperto russo di politica Sergei Glaziev descrive come un ventennale “addestramento dei nazisti ucraini contro la Russia”. Il fascismo sta tornando in Europa e nessun leader l’ha mai attaccato, probabilmente perché la rinascita del fascismo è una verità che si vergogna di se stessa.
Con il suo passato, e presente, fascista, l’Ucraina ora è un parco divertimenti della CIA, una colonia della NATO e del FMI. Il colpo di stato fascista a Kiev in febbraio era l’orgoglio del Segretario di Stato USA Victoria Nuland, il cui “budget colpo di stato” è stato portato a 5 miliardi di dollari. C’è stato un intoppo. Mosca ha prevenuto la conquista delle proprie basi navali legalmente detenute sul Mar Nero nella Crimea russofona. A seguire ci sono stati un referendum e l’annessione. Spacciati in occidente come una “aggressione” del Cremlino, con lo scopo di mistificare la realtà e coprire l’obiettivo finale di Washington: allontanare una Russia “reietta” dai suoi principali partner commerciali europei ed eventualmente fare a pezzi la Federazione Russa. Le basi missilistiche statunitensi già circondano la Russia, l’apparato militare della NATO nelle vecchie repubbliche sovietiche e in Europa dell’est è il più grande dai tempi della seconda guerra mondiale.
Durante la guerra fredda, ciò avrebbe posto il rischio di un olocausto nucleare. Il rischio è tornato dato che la disinformazione anti-russa sta raggiungendo livelli prossimi all’isteria negli USA e in Europa. Il caso da manuale è l’abbattimento di un volo di linea malese in luglio. Senza uno straccio di prova, gli USA e i loro alleati NATO e i rispettivi media hanno incolpato i “separatisti” russi in Ucraina e detto implicitamente che Mosca era in ultimo responsabile. Un editoriale dell’Economist accusava Putin di omicidio di massa. L’articolo di Der Spiegel sfruttava i volti delle vittime e un carattere rosso grassettato, “Stoppt Putin Jetzt!” (Fermate Putin Ora!), nel New York Times, Timothy Garton Ash ha sintetizzato il caso della “dottrina mortifera di Putin” come un abuso personale ad opera di “un uomo basso e tarchiato con la faccia da sorcio”.
Il ruolo del Guardian è stato importante. Famoso per le sue inchieste, il quotidiano non ha fatto alcun tentativo serio di scoprire chi aveva abbattuto l’aereo e perchè, anche se un gran quantitativo di materiale proveniente da fonti credibili mostra che Mosca era shockata come il resto del mondo e che il velivolo poteva essere stato abbattuto dal regime ucraino.
Con la Casa Bianca che non offre prove verificabili – anche se i satelliti USA avrebbero registrato l’abbattimento – il corrispondente a Mosca del Guardian Shaun Walker ha fatto breccia. “La mia chiacchierata con il Demone di Donestk” era l titolo dell’intervista di Walker con tale Igor Brezler. “Con baffi da tricheco, un temperamento fiero e una reputazione di brutalità” ha scritto “Igor Brezler è il più temuto di tutti i leader ribelli nell’Ucraina dell’est… soprannominato il Demone… se il servizio di sicurezza ucraino, l’SBU, è attendibile, il Demone ed un gruppo dei suoi uomini sono responsabili dell’abbattimento del volo Malaysian Airlines MH17… come hanno abbattuto l’MH17, i ribelli hanno fatto lo stesso son 10 velivoli Ucraini”. Il Demone del Giornalismo non ha bisogno di ulteriori prove.
Il Demone del Giornalismo trucca una giunta infarcita di fascisti che ha preso il potere a Kiev come un rispettabile “governo ad interim”. I neonazisti diventano semplici “nazionalisti”. Le “notizie” la cui fonte è la giunta di Kiev garantiscono che non siano menzionati il colpo di stato sostenuto dagli USA e la sistematica pulizia etnica dei russofoni dell’Ucraina dell’est. Che ciò stia accadendo nella terra di confine attraverso la quale i nazisti avevano attaccato la Russia [durante la seconda guerra mondiale NdT], eliminando 22 milioni di vite russe, non è di alcun interesse. Quello che importa è un’“invasione” russa dell’Ucraina, che sembra difficile da provare se non con familiari immagini satellitari che ricordano la presentazione di Colin Powell alle Nazioni Unite, che “provava” che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa. “Dovete sapere che le accuse di un’invasione massiva dell’Ucraina da parte della Russia sembra non supportata da intelligence attendibili” ha scritto alla Cancelliera tedesca Angela Merkel un gruppo di ex ufficiali dell’intelligence USA, i Veteran Intelligence Professionals for Sanity. “Per di più, le informazioni sembrano essere dubbiose e politicamente ‘aggiustate’ come quelle usate 12 anni fa per giustificare l’attacco guidato dagli USA contro l’Iraq”.
In gergo si dice “controllare la narrativa”. Nel suo seminario Cultura e Imperialismo, Edward Said è stato più esplicito: la macchina dei media occidentali è in grado di entrare profondamente nella coscienza della maggior parte dell’umanità con un “reticolo” influente come le flotte imperialiste del 19simo secolo. Giornalismo da cannoniera, in altre parole. O guerra portata avanti dai media.
In realtà un’informazione pubblica critica e una resistenza alla propaganda esistono e una seconda superpotenza sta emergendo – il potere dell’opinione pubblica, alimentato da internet e dai social media.
La falsa realtà creata dalle false notizie diffuse dai portinai dei media può evitare che alcuni di noi sappiano che questa nuova superpotenza si sta muovendo di nazione in nazione: dalle Americhe all’Europa, dall’Africa all’Asia. È una rivolta morale, esemplificata dagli informatori Edward Snowden, Chelsea Manning e Julian Assange. La domanda sorge spontanea: romperemo il silenzio finchè siamo ancora in tempo?

L’ultima volta che sono stato a Gaza, mentre rientravo al checkpoint israeliano, ho visto due bandiere palestinesi attraverso il filo spinato. Dei bambini avevano costruito delle aste con alcuni bastoni uniti uno all’altro e si erano arrampicati su un muro per mettere tra di loro la bandiera. I bambini fanno questo, mi è stato detto, ovunque ci siano stranieri, per mostrare al mondo che sono lì – vivi, coraggiosi, imbattuti.

venerdì 26 settembre 2014

dice Piero Calamandrei


L'avvocato che si lagna di non essere capito dal giudice, biasima non il giudice, ma sé stesso. Il giudice non ha il dovere di capire: è l'avvocato che ha il dovere di farsi capire.


giovedì 25 settembre 2014

El país de Juan - María Teresa Andruetto

quelli che sanno tutto (ma che non sanno niente) dicono che è un libro per bambini, in realtà in poche decine di pagine c'è la storia dell'Argentina, la dittatura, l'economia dei ricchi contro i poveri, una storia d'amore, fra Juan e Anarina, i cartoneros, e, pur essendo un gran libro storico-economico di un paese così vicino e però dall'altra parte del mondo, è anche una grande storia d'amore.
per chi non sa lo spagnolo non ci sono scuse, il libro è stato tradotto anche in italiano, 
María Teresa Andruetto ha vinto il premio Andersen, un premio biennale che è una specie di nobel della letteratura per scrittori, a torto, ritenuti minori.
non perdetevelo, non ve ne pentirete, promesso - franz




inizia così: le prime pagine


Hay muchas maneras de contar la realidad: tantas, como maneras hay de soñar. Hay sueños de colores diáfanos que se convierten en grandes verdades y otros, que son pesadillas.
En El país de Juan, la argentina María Teresa Andruetto nos cuenta una realidad dura como la peor de las pesadillas, sirviéndose de toda la poesía que encierra la pobreza.
En este relato encontramos dos historias paralelas: la de Juan y de Anarina, que se juntan a mitad de camino en una historia de amor, y se enlazan al final de esta novela, en una historia de vida…
da qui

L’umorismo in Kafka - David Foster Wallace

Una delle maggiori difficoltà che incontro a leggere Kafka ai miei studenti è che sembra quasi impossibile convincerli che Kafka è divertente – ma neppure fargli apprezzare il modo in cui il divertimento è intimamente legato al potere straordinario che esercitano le sue storie. Perché, ovviamente, i grandi racconti e le migliori barzellette hanno parecchio in comune. Entrambe queste forme linguistiche sono in dipendenza da ciò che i teorici della comunicazione hanno occasionalmente battezzato “exformazione”: cioè una determinata quantità di informazione vitale rimossa-da-ma-evocata-da una comunicazione, in modo tale che si crei una sorta di esplosione di connessioni associative all’interno del recipiente linguistico. E’ questo probabilmente il motivo per cui sia i racconti sia le storielle divertenti spesso ottengono l’effetto di sembrare improvvise veloci e percussive come il pompaggio di una valvola meccanica.
Non per nulla Kafka stesso parlò della letteratura come “una scure con cui squarciamo gli oceani congelati nel nostro intimo”. E non è nemmeno un caso che, da un punto di vista tecnico, il successo delle massime narrazioni brevi sia spesso stato individuato in ciò che si definisce “compressione” – poiché la pressione e gli effetti di questa stanno già nell’interiorità del lettore. Quel che Kafka sembra più bravo di compiere rispetto a chiunque altro è orchestrare l’incremento di pressione in un modo che appare intollerabile nel preciso momento in cui si realizza.
La psicologia della barzelletta offre una mano a risolvere il problema della lettura di Kafka. Sappiamo tutti che non c’è un modo più veloce per svuotare una barzelletta della sua peculiare magia che quello di tentarne una spiegazione. Conosciamo tutti il gusto dell’antipatia che simili spiegazioni sollevano in noi, una sensazione più di offesa che di noia, come se una bestemmia fosse stata pronunciata nei confronti della storiella. Il che assomiglia moltissimo alla sensazione che un docente prova quando propone un’analisi tecnica in un corso di letteratura – il plot da tracciare, i simboli da decodificare, eccetera. Naturalmente Kafka sarebbe in una posizione unica per apprezzare l’ironia che esprime l’operazione di sottomettere i suoi racconti al regime di una macchina critica di simile efficienza – l’equivalente letterario di strappare i petali di un fiore e analizzarli con uno spettrometro per arrivare a una spiegazione del perché una rosa emani un profumo tanto gradevole. Franz Kafka, dopotutto, è lo scrittore il cui racconto Poseidone immagina un dio marino talmente oppresso dal lavoro burocratico che non riesce mai a navigare o nuotare, e il cui Nella colonia penale arriva a concepire la descrizione come punizione e la tortura come edificazione e la critica ultimativa come punta dell’erpice, il cui colpo di grazia attraversa la fronte.
Ciò che intendo dire non è tanto che Kafka è troppo sottile per gli studenti americani. Di fatto, l’unica strategia di compromesso con cui sono riuscito a esplorare il “divertente” in Kafka coi miei studenti è stato suggerire che gran parte del suo humour non fosse per nulla sottile, o meglio: anti-sottile. Il concetto è che lo humour di Kafka dipende da una sorta di letteralizzazione radicale di verità che noi tendiamo a interpretare come se si trattasse di metafore. Ai miei studenti ribatto che alcune delle più profonde intuizioni collettive sembrano esprimibili soltanto in quanto figure del discorso, ed è il motivo per cui definiamo “espressioni” queste figure del discorso. Con tutto il rispetto per La Metamorfosi, invito gli studenti a considerare che cosa venga realmente espresso nel momento in cui ci riferiamo a qualcuno con espressioni come “fa accapponare la pelle” oppure “è rozzissimo”, o dicendo che qualcuno, lavorando, viene costretto a mangiare “la sua stessa merda”. Oppure a rileggere Nella colonia penale alla luce di espressioni come “mi ha squarciato un nuovo buco del culo” o lo gnomico “A una certa età, ognuno si ritrova la faccia che si merita”. Oppure approcciare Un artista alla fame in termini di tropi come “affamato d’attenzione” o “affamato d’amore” o la doppia significazione nel termine “autonegazione”.
Ciò di cui sono intrisi, insomma, i racconti di Kafka è una complessità onnivora e grottesca e totalmente moderna. Lo humour kafkiano – non solamente nevrotico, ma anche antinevrotico e quasi eroicamente sano – è, alla fin fine, uno humour religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e di Rilke e dei Salmi, una spiritualità affilata e assaltante contro cui perfino la grazia insanguinata di Flannery O’Connor sembra spuntata, un gioco di anime che si sa benissimo come finirà.
da qui

mercoledì 24 settembre 2014

E’ morto un assassino: Mike Harari – baruda

E’ morto uno dei peggiori assassini della storia di Israele e d’Europa.
E’ morto un killer di intellettuali, poeti ed artisti.
E’ morto, purtroppo di vecchiaia, uno dei più grandi assassini, teorizzatore dell’assassinio mirato della classe intellettuale palestinese.
Mike Harari, passaporto israeliano, era alla guida dell’operazione “Ira di Dio”, nata per vendicare l’attacco palestinese durante le olimpiadi di Monaco nel 1972, dove l’intera squadra di atleti israeliana rimase uccisa durante il maldestro tentativo della polizia tedesca di liberare gli ostaggi.
Da quel momento iniziò l’operazione “Ira di Dio” (מבצע זעם האל, Mivtza Za’am Ha’el) che ebbe inizio proprio a Roma,
con l’assassinio a freddo del poeta Wael Zwaiter, in Piazza Annibaliano, nel palazzo dove viveva e lavorava come traduttore, con 12 colpi di pistola.
L’operazione Ira di Dio, controfirmata direttamente da Golda Meir, aveva scritti tra i 25 e i 35 nomi e non terminò praticamente mai, per due decenni, colpendo in ogni stato europeo e non come se niente fosse e sbagliando anche l’obiettivo, come nel caso di Ahmed Bouchiki, cameriere marocchino ucciso in Norvegia, scambiato dal commando del Mossad per Ali Hassan Salameh, capo di Forza 17. L’obiettivo non era il commando che fece e organizzò l’attacco alle Olimpiadi di Monaco, tutt’altro: l’obiettivo era il terrore, il far sentire i palestinesi vulnerabili in ogni luogo, uccidere i loro intellettuali.
Una storia mai completamente raccontata, che ha portato ad un impressionante numero di giustiziati… il solito 1 a 10 minimo che piace tanto allo stato ebraico d’Israele.
Tutto questo per dirvi, che malgrado i nuvoloni e quest’improvviso freddo autunnale,
oggi c’è un buon motivo per sorridere e per brindare stasera:
la morte di un assassino spietato, pluridecorato, che anche Repubblica oggi tratta come un eroe.

martedì 23 settembre 2014

La cultura in Sardegna sprofonda. E con Pigliaru e Paci si avvera la profezia di Nivola – Vito Biolchini

“Ma tu come fai ad andare avanti?”. Col mio amico ci conosciamo da così tanto tempo che gli consento di prendersi queste confidenze. Anche perché poi lavoriamo nello stesso settore, quello della cultura: per cui è inutile bluffare. Se essere disperati significa soprattutto essere senza speranza ecco, noi forse ormai lo siamo. Ci confidiamo qualche tecnica di sopravvivenza e ci scambiamo qualche promessa reciproca di darci una mano se alcuni progetti a cui stiamo lavorando andranno avanti. Tutti i libri che abbiamo scritto e letto, tutti gli spettacoli che abbiamo visto e scritto non servono a niente adesso. Ironizziamo ricordandoci come, trent’anni fa ci sembrava strano che nei paesi dell’est i professori d’orchestra facessero la fame: adesso anche noi abbiamo case piene di libri e conti in banca miserevoli.
In radio incrocio un altro operatore culturale che si occupa di musica: “E’ un disastro”, mi dice. “Dobbiamo aggiungere altro?”. “No”, gli dico: “E’ finita”.
Mi chiama un amico, uno che si occupa di libri: “Mi sto organizzando in continente”, mi dice. È bravo, ce la farà.
Torno a casa. Nella casella di posta trovo l’appello di un attore:
Carissimi, prima che leggiate queste righe, vi prego di comprendere quale immane sforzo psicologico abbia dovuto sopportare, ma non posso oramai nemmeno occuparmi di una dignità. Una spiegazione pubblica per quel che andrò a fare oggi, e di quanto leggerete qui di sotto, è necessaria solo in virtù del mio ruolo di uomo di spettacolo.
Da oggi, 22 settembre 2014, apro la mia nuova bottega sotto i portici di Via Roma.
Si torna dunque a far teatro in strada. Cercherò di offrire ancora il mio lavoro e “piazzare” qualche cd audio degli spettacoli da me prodotti. Chiederò anche un contributo/offerta e quel che si possa meritare nelle possibilità degli amici e dei passanti, basterà anche la sola visita, eccome!
Nessun grido di protesta oltre le righe, niente comunicati stampa contro alcuno di preciso, né rabbia, né altre storie già viste, non servono e alimentano solo fraintendimenti e strumentalizzazioni.
Non è facile trovare un colpevole o una causa definita.
Credo sia un sistema intero che stia implodendo in modo vertiginoso e la cultura, il teatro e le altre arti della scena che “non consistono” sono i primi a doverne subire la disfatta.
La situazione paradossale è che vivo professionalmente in un momento particolarmente felice, ma finanziariamente difficile, forse troppo impegnativo e ingarbugliato, tanto da non possedere più alcuna soluzione per poter andare avanti.
Da qualche anno è come se si fossero tagliate ogni risorsa finanziaria al mio favore o valore (?) e non so per quale motivo, davvero. Credo siano solo fatali coincidenze, capitano anche queste. Eppure non chiedo tanto, chi mi conosce bene sa anche che non è nel mio stile: una normale prestazione di lavoro.
Bene, oggi mi ritrovo a cinquantasei anni, (trentasei dedicati al teatro) con niente, letteralmente, nemmeno un centesimo di risparmio. Una famiglia di due bambini e moglie, a carico, disoccupato, casa in affitto e senza un lavoro; dico qualsiasi lavoro attinente al mio campo, perché possa farmi pensare ad una minima sopravvivenza.
Non posso neppure cambiare mestiere per sopraggiunti “improvvisi” limiti di età.
Serve altro?
Mi rimane la strada. Il mio vecchio palcoscenico, la mia scuola.
Ora ognuno si dovrà assumere le proprie responsabilità, me per primo, sempre che valga al merito dei fatti e delle cose il mio essere qui, dopo trentasei anni di teatro e di meraviglia. Così è, se ci pare. Vi aspetto, portate il caffè… 
;)
Grazie per quanto potrete fare.
Un caro saluto, Gaetano Marino.
Torno a casa, ormai è sera. Arriva un sms da un amico regista che mi informa:
Non si placa la rabbia degli operatori dello spettacolo dal vivo. Un ennesimo grido di allarme è stato lanciato dagli operatori dell’Agis, l’associazione che rappresenta le più importanti associazioni di spettacolo dal vivo in Sardegna. Ad oltre un mese di distanza dalla delibera della Giunta regionale del 7 agosto 2014, che sanciva quantomeno l’assegnazione dei fondi attualmente in bilancio per il finanziamento delle attività di spettacolo, l’assessorato della Pubblica istruzione della Regione non ha provveduto ad inviare le relative comunicazioni formali e, tantomeno, ad erogare le anticipazioni di legge.
Oltre al danno del taglio di oltre il 40 per cento dei fondi per lo spettacolo si aggiunge la beffa della mancata erogazione delle poche risorse disponibili. Nostro malgrado, e con grande disappunto, siamo costretti a denunciare a questo proposito la leggerezza con la quale, all’indomani della delibera del 7 agosto, venne annunciato da parte di autorevoli esponenti del governo regionale “un importante investimento nella cultura”, con l’effetto ovvio di portare gli organismo di spettacolo, già stremati e indebitati fino al collo, a non interrompere le attività, e poi ci si ostina a non considerare “prioritari” i pagamenti dovuto a favore degli organismi del settore.
Ribadiamo per l’ennesima volta che il comparto professionale dello spettacolo è al collasso, e che può essere tenuto in vita solo da un intervento d’urgenza da parte dell’assessorato alla Programmazione e Bilancio che consenta entro pochissimi giorni l’erogazione dei fondi dovuti, saldi 2013 e anticipazioni 2014, congiuntamente allo stanziamento di adeguate risorse integrative nel riassestamento del bilancio regionale 2014.
Tutte queste cose mi sono successe oggi. Ecco come vive la stragrande maggioranza degli artisti e degli operatori culturali oggi in Sardegna.
Ieri Régis Debray mi ha insegnato perché quelli come Pigliaru e Paci in fondo non capiscono nulla di cultura: la colpa è di Kant, non loro. Ma non mi metterò certo adesso a spiegarglielo. Piuttosto, com’è possibile che nelle università di Londra e a Cambridge dove i nostri hanno studiato, nessuno ha spiegato loro che che per colpa dei nostri amministratori folgorati sulla via di Königsberg, da anni le banche si mangiano una parte consistente del finanziamento regionale alla cultura e allo spettacolo? Eppure non è difficile da capire.
Lo scultore Costantino Nivola a metà degli anni ’80 disse:
“Mettiamoci il cuore in pace. La Sardegna nella fase che sta attraversando non ha bisogno d’arte, almeno non della nostra arte: troppi appetiti da soddisfare, appetiti da terzo mondo, naturalmente, che richiedono priorità”.
E non c’è altro da aggiungere.

17 anni

La notizia.
Un giovane di 28 anni è stato picchiato a morte da uno di 17.
Sì, però molestava i passanti…
Un giovane.
Ho capito, ma è successo a Tor Pignattara, la gente è esasperata...
28 anni.
Ha cominciato lui, gli ha sputato…
Picchiato a morte. Era un ubriaco senza fissa dimora…
Massacrato in strada. Il 17enne voleva difendere i passanti, è stato coraggioso…
Ucciso di botte.
Proprio qualche giorno fa si sono accoltellati dei romeni proprio in quella zona…
Un ragazzo. E’ colpa di questo multiculturalismo buonista…
Morto per uno sputo.
E’ il fallimento della società plurale…
Ammazzato da un altro ragazzo, più giovane. Chiudiamo le frontiere…
Un ragazzo che ha ora le mani insanguinate.
Io non sono razzista, ma se rimaneva al paese suo…
Assassino a 17 anni…

in quel paese bastardo che e` diventata l’Italia succede anche che a Torpignattara, Roma, mica dopo Eboli, un ragazzo di diciassette uccida a calci e pugni un ubriaco che dava fastidio e gli aveva sputato in faccia, e venga arrestato, e parte una manifestazione di solidarieta`, con un sit-in buonista, che i media pubblicizzano senza un commento, giusto per documentare a che livello di degrado siamo arrivati…
continua qui