venerdì 24 ottobre 2014

Dal mantra della videoconferenza al mantra della LIM

Una quindicina d’anni fa stavo in una scuola dove si attrezzò un aula chiamata di videoconferenza, era importante che le scuole potessero comunicare con le altre scuole, e non solo, stando ciascuno nella propria sede, si diceva.
Sarebbero crollate tutte le spese di trasferimento, vitto, alloggio e trasferta per l’Amministrazione, si diceva.
La tecnologia avrebbe trasformato le scuole, si diceva.
Quell’anno addirittura due volte due classi si misero in contatto con altre classi per vedersi e parlarsi, non ricordo di cosa, non doveva essere importante.
In seguito quelle apparecchiatura rimasero a prendere polvere, e sicuramente sono ormai obsolete.
I dirigenti hanno fatto frequenti viaggi a Roma,a fare riunioni, a partecipare ad adunate, a prendere le direttive ministeriali, senza videoconferenze.***

Oggi lo stesso sembra valere per le LIM, siamo nella fase dell’entusiasmo, poi il ciclo sarà in (rapida) discesa.

Già oggi nel documento de “La buona scuola”, a p. 73, si parla delle LIM come di tecnologie troppo 'pesanti' (qui), magari le rottameranno, a vantaggio di tecnologie nettamente migliori e meno costose (qui), anche il prof. Bottani, sicuramente senza simpatie luddiste, ospita nel suo sito interventi drasticamente critici, addirittura nel 2010, relativa all’esperienza degli Usa, ("Le LIM, un flop?" e "Perché odio le LIM").

Cosa succederà appena i venditori e i montatori delle LIM non garantiranno più assistenza e manutenzione?

*** Mi è venuta in mente la storia delle videoconferenze quando ho letto che numeroso gruppo di dirigenti degli istituti alberghieri di tutta Italia si sono trovati fra Cagliari (candidata per essere capitale europea della cultura) e Pula (un posticino dove ha sede il Forte Village, famosa struttura di vacanza per non poveri, per chi non la conosce).
Anche il sottosegretario del MIUR Toccafondi era lì (qui), per sponsorizzare la buona scuola.

Non ho mai capito perché questi bellissimi convegni non li facciano a Scampia, a Corviale o allo Zen di Palermo.

Mandami a dire – Pino Roveredo

sulla copertina del libro ci sono le parole di  Claudio Magris:  "I suoi racconti sono veri piccoli capolavori". 
sempre diffido di questi spot, ma per una volta alla fine sono abbastanza d'accordo, alcuni racconti sono solo belli, gli altri sono bellissimi, imperdibili.
dentro c'è la vita, quella dello scrittore, quelle dei personaggi, e anche le nostre, se si guarda e si ascolta bene.
mica facile, ma Pino Roveredo riesce, in questo piccolo grande libro, a essere tristi perchè all'ultima pagina capiamo che non possiamo più leggerlo per la prima volta - franz

e grazie a Daniela che me ne ha parlato.




Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c'eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se ti sfiorano un capello, tu mandami a dire. (da Mandami a dire)

14 novelle, 14 piccoli-grandi capolavori, 14 piccole apparizioni di un’umanità densa, palpitante, emozionante nella sua semplicità, nella sua espressione di sentimenti elementari, veri, immediati nella loro comprensione…

Un libro all’apparenza veloce, sia per il formato che per la lunghezza dei racconti, ma se in certi episodi (La famiglia Starnazza, Brutti sgabuzzini, Problema, L’uomo dei coperchi) questa impressione può anche risultare vera, in altri (Mandami a dire, I ragazzi di quarant’anni, Una boccata d’amore) ogni frase è un’eco che dura, rimbalza e ritorna all’attenzione, impedendoti di andare oltre fino a quando non ha imboccato tutte le direzioni possibili.
Ciò comporta il rischio di piegare la libertà notturna della scrittura a una pur nobile finalità morale e umana, a una retorica. Egli si rende conto di questo rischio e della necessità di separare le due scritture, quando dice che, in ogni caso, prima di diventare buono lo scrittore deve tirar fuori tutta la sua cattiveria e rappresentare senza remore tutto il male dei suoi personaggi, anche quando sente il bisogno o la tentazione di scagionarli. Ma aggiunge: “Per me, come per tanti che scivolano nel silenzio della solitudine, la scrittura è l’ultima voce, la voce intima che può trovare il coraggio di scrivere nella disperazione, a volte fino a toccare e a rovesciare il fondo della coscienza, e trasformare, in un impulso, quasi in un’energia fisica, che trova la scorciatoia per uscire dal male. La scrittura dà la libertà di vincere la paura della memoria e convincersi che nessuno è irrecuperabile. Proprio per pura azione egoista, io continuo a salvarmi… aiutando altri a salvarsi.” – dall’introduzione di Claudio Magris

mercoledì 22 ottobre 2014

lettere immaginarie e no

Elsa Morante parlava del mondo salvato dai ragazzini, scrivere due lettere, immaginarie (e realistiche), è un modo con il quale due ragazzini italiani si sentono coinvolti.
e poi un algerino, incontrato da Pino Petruzzelli, e due turchi, di ieri, ma il tempo non importa, raccontano le loro storie, di perdenti e perduti, scarti umani di un mondo che ne produce ogni giorno di più.
arriverà un giorno nel quale la storia giudicherà gli statisti in base a un indice semplice semplice, aver fatto crescere o diminuire il numero delle persone che non hanno niente da perdere - franz
 
Lettera ad un immigrato clandestino approdato sulle nostre spiagge
Caro amico,
c’è chi ti disprezza, chi ti umilia, chi ti imbroglia, chi ti perseguita… ma io ti stimo.
Tu senza sapere ciò che accadrà, tenti il costoso e rischioso viaggio della fortuna,
impavido e sacrificando la tua vita per un futuro migliore.
Affidando i risparmi di una vita ad un crudele scafista, il quale a tuo discapito è
pronto a scaraventarti in mare senza pietà e sensi di colpa, anzi, con sollievo per
essersi liberato di te. Tu in enorme difficoltà vai speranzoso, in cerca di una nuova
vita.
E arrivato qui, sei costretto ad affrontare la crudeltà umana che già esisteva un
tempo e che continua ad esserci anche oggi, nel 2013.
Ecco, fuggi dalla fame e dalla guerra, per trovarti chiuso in un “ CENTRO
D’ACCOGLIENZA”, da dove deluso cercherai altre strade.
Forse fuggirai ancora una volta e ti nasconderai ancora una volta e, ancora una volta
sarai discriminato e deriso, ma tu, col tuo sorriso, porgerai l’altra guancia e
proseguirai, il tuo lungo viaggio.
Per sopravvivere, ti lascerai alle spalle la fame, gli insulti, gli stenti e le umiliazioni.
Il viaggio della fortuna è terminato, o forse è appena cominciato, ma stai tranquillo
perché, anche se, non capisco la tua lingua, non professo la tua religione, non so nulla
dei tuoi usi, costumi e tradizioni, sono anch’io un essere umano e so che tu, come me
hai un’anima, dei sentimenti e delle emozioni, so benissimo ciò che hai provato, provi e
continuerai a provare, pertanto se avrai bisogno d’aiuto, bussa alla mia porta ed io
sarò al tuo fianco.
BUONA FORTUNA AMICO!!!
 
Lettera da un clandestino immaginario
di Federico Mangialardo, 17 anni, studente
"Caro amico che ti trovi da qualche parte nel mondo; tu che vivi nel mondo civilizzato, tu che abbracci la tua famiglia sicuro di un tetto sulla testa, di un piatto caldo pronto per te, che sei nato nella parte giusta del mondo. Sono sicuro che non avrai molto tempo per me, per i tuoi fratelli sparsi nel mondo che cercano di sopravvivere, ma ti chiedo solo il tempo di leggere queste righe.
Io sono uno di quelli che solitamente chiami”clandestini”, uno di quelli che arriva nella tua terra in punta di piedi, senza pretendere molto, se non un po' di dignità, di pace e di lavoro.
Lo so che non passo per le vie convenzionali ma per me, come per il mio amico Musa, che viene dal Gambia e non ha nemmeno avuto l'opportunità di andare a scuola, quelle vie sono ancora più difficili che traversare il Mediterraneo su di un barcone fatiscente, che attraversare il deserto per poi rischiare la vita in Libia.
Tu devi capire questo: di alternative non ne avevo, a casa mia c'è la guerra, una guerra civile costante e perpetua, della quale pure i tuoi giornali si sono stancati di parlare. Altri miei fratelli sono scappati dalla fame. Che alternative potevamo avere se non partire? Diventare pirati come capita in Somalia? Li compiono azioni sbagliate, ma cosa gli posso rimproverare, di provare a restare in vita?
I soldi in certe parti dell'Africa, se ci sono, vanno nelle mani di potenti, ricchi, signori della guerra con cui, magari, il tuo governo fa affari. Detto questo spero che perdonerai il somalo che da qualche tempo dorme qui con me nel tuo paese.
E non mi piace poi così tanto anche ricevere i soldi dal tuo governo, ma che ci posso fare? Io vorrei lavorare, darmi da fare, cercare di dare una svolta alla mia vita. Però qui non c'è lavoro nemmeno per chi ci è nato. Mi dispiace, ma non ho intenzione di arrendermi alla vita che mi tocca; ho inseguito una speranza, sono arrivato troppo lontano per poterci rinunciare proprio ora.
Ora sono qui e ti chiedo aiuto; sono qui e affido il mio destino a te. Ti posso solo offrire la mano e la gratitudine di un uomo che ha combattuto a suo modo per cambiare il corso della propria storia.
Sperando che tu possa capirmi e aiutarmi.
 
dice Ken Loach:
“Il razzismo ha una funzione nella nostra società. Fa in modo di impedirci di identificare il nostro vero nemico. La responsabilità del problema dei senza tetto, della povertà e dello sfruttamento non è delle persone più povere e sfruttate. Farli diventare il capro espiatorio, perché sono neri o marroni o perché vengono da una cultura diversa, lascia i veri sfruttatori liberi di agire. Una classe di lavoratori divisa dal razzismo è perfetta per gli imprenditori. Essi traggono beneficio dal lavoro a basso costo, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Qualunque sia la loro retorica, i fascisti che si servono del razzismo parlano nell'interesse del capitale.
Dobbiamo ricordare che l’offesa fatta a uno, di qualunque razza egli o ella sia, è un’offesa fatta a tutti.”
 
“Io abitavo in un paese che si chiama Algeria.
Amo la vita e amo quello che faccio.
Il mio lavoro è un messaggio per il mio popolo.
In un paese che sta lottando per una causa giusta che si chiama democrazia, mi hanno condannato a morte perché le mie idee sono diverse dalle loro.
Mi hanno condannato perché sono un uomo di teatro.
Mi hanno condannato a morte perché mi esprimo attraverso il mio lavoro, perché ho detto quello che penso di questi fondamentalisti che hanno monopolizzato la religione.
Adesso sono in un paese che si chiama Italia e sa cosa significa democrazia e cosa significa emigrazione: fuggire da un inferno per trovare un altro inferno.
Grazie.”
 
«Sono un turco. Un turco che è entrato clandestinamente in Svizzera dall’Italia, come quel bambino di sette anni che è morto l’altra notte di freddo e di fame mentre tentava di venire qui, dove sono adesso io, vivo e felice. Perché si sorprende, signore? Io sono felice, davvero. Sono in Svizzera. Sto in questa baracca che si chiama Centro di registrazione degli asilanti, quelli che hanno chiesto asilo, mi scusi se sono in pigiama, se voglio posso uscire: mi sento davvero libero. Ah, lei non ci crede? Se lei dice che un uomo come me non può sentirsi davvero libero perché vive in una baracca e si chiama con una sigla, io sono S31, mi pare, si sbaglia. Se sente la mia storia cambierà subito idea».
S31 è uno dei diecimila e ottocento immigrati clandestinamente in Svizzera dal primo gennaio scorso ad oggi, il 90 per cento sono turchi, come lui. E’ facile entrare in Svizzera. E’ difficile restarci. Un modo è quello di chiedere asilo politico: gli «asilanti» hanno diritto a restare, nei Campi di raccolta, almeno il tempo dell’inchiesta per accertare se sono perseguitati o «se fanno i furbi».
S-31 la sua storia la racconta così. «Sono nato 23 anni fa in un villaggio turco dell’Est, uno di quei paesini dove ci sono tanti militari e tanta polizia. Da lì me ne sono andato. Credevo che a Istanbul fosse diverso. Per vivere facevo il cuoco. Ma vivevo male. Pochi soldi, niente casa. Davo da mangiare e distribuivo qualche manifesto per quelli di Dev-Sol, un’organizzazione politica di sinistra. Lavoravo, lavoravo, ma non avevo mai il giusto, sempre qualcosa di meno. E allora, via. Un giorno al ristorante arriva un autista di Tir. Te ne vuoi andare, mi dice? Sì, me ne voglio andare. Con duemila franchi svizzeri, un milione e settecentomila delle vostre lire italiane si può fare, mi dice. Potevo portare una sola borsa, con tutto dentro. Tanto non avevo più nulla. Per mettere insieme i soldi del viaggio ho bruciato tutto quello che avevo. Una notte sono salito dentro quel Tir, nel cassone, con gli altri, una ventina. Istanbul, Bulgaria, Jugoslavia, Italia, Milano: quattro giorni di viaggio. Da mangiare e da bere ce lo dava ogni tanto l’autista. Per la toilette, scusi signore, facevamo tutto all'aperto. L’autista si fermava nei posti dove non c’era nessuno, quasi sempre dì notte. A Milano sono sceso dal Tir: due uomini, due italiani erano venuti a prendermi con la jeep. Non so proprio dov'ero; so solo che ero a Milano. Ma lì ci sono stato poco. Siamo partiti quasi subito. Mi hanno portato a un valico, quale non lo so. Ah, ho dovuto pagare ancora, ma non mi hanno imbrogliato: lo sapevo prima. Questa volta l’equivalente di duemila marchi tedeschi, più o meno un milione e mezzo delle vostre lire. Gli ultimi soldi, ma ne valeva la pena. Con la jeep mi hanno portato su una montagna. Eravamo ancora in Italia. Poi mi hanno fatto camminare, tre ore nei boschi. Faceva molto freddo, ma non m’importava. Quando sono arrivato al confine è stato un po’ strano. C’era quella rete metallica con un buco. Italia e Svizzera sembravano proprio uguali. Ma dall'altra parte del buco, un po’ più in là, c’era un’altra macchina che mi aspettava; o forse era la stessa che mi aveva portato al confine, poi era entrata in Svizzera e ora veniva a prendermi. I due italiani mi hanno portato a Friburgo. Non lo so perché proprio lì. Io non capivo loro e loro non capivano me. Mi hanno fatto vedere il posto di polizia da lontano e mi hanno fatto segno che dovevo andare lì. Ho chiesto asilo politico. Se non accetteranno la mia domanda? Finirebbe male, per me. Ma io preferisco pensare che tutto andrà a posto e io farò il cuoco in Svizzera».
S40 ha ascoltato in silenzio: ha i capelli lunghi e neri, gli occhi chiari e gli orecchini d’oro: l’unica cosa che valga qualcosa. Pure lei ha una storia da raccontare. «Anche io sono turca, anche io ho 23 anni, però non sono musulmana, sono curda. Mia madre mi ha detto: vai via, salvati almeno tu. Così una mattina ho preso il bus a Istanbul. Mio padre era già lontano, nel Kuwait a fare l’operaio, mia madre fa tessuti, uno dei miei due fratelli fa l’università. Li ho lasciati, ma loro sono contenti per me. Con tre milioni di lire turche ho comprato il biglietto del bus fino a Milano e il passaporto falso. Con 1800 marchi tedeschi il viaggio in auto da Milano al confine. Con un milione e 200 mila lire italiane il passaggio dalla frontiera fino a Basilea, in macchina. Mia madre ha venduto le sue ultime cose per aiutarmi. Lo sapevo che facevo una cosa illegale, ma era l’unico modo. La Svizzera è bella: finora ho conosciuto poche persone. Quei signori del battello a Basilea, perché in quella città il Centro per i profughi è in un barcone sul fiume. E questi qui al centro di Chiasso. Non ho scelto io di venire qui: è stato il caso, il destino. A me interessava soltanto arrivare in Svizzera. Sì, è come me la immaginavo: un posto dove vorrei fermarmi a vivere. Perché, signore, dice che potrei non avere l’asilo politico? Non sapevo di quel bambino morto al passo dello Spinga, magari sono passata anch'io di là e ora sono qui. Vede che sono fortunata?». Nel cortile della baracca si gioca a pallone aspettando di sapere se si è uno dei 65 ogni cento immigrati clandestini che ottengono l’asilo politico, il diritto di restare e quello a un lavoro. Quasi sempre «nero», ma non importa.
Francesco Cevasco

martedì 21 ottobre 2014

dice Nicolás Gómez Dávila




appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte.


La confessione della leonessa – Mia Couto

dice Nicolás Gómez Dávila che “appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte"; questo libro l’ho letto due volte di seguito, quindi questo libro appartiene alla letteratura.
questo libro di Mia Couto (un grande scrittore) parla di cacciatori, fantasmi, sofferenza, esclusione, leoni e leonesse, e tante altre cose, ma, come sempre, ognuno troverà la sua storia.
provateci, però con un avvertimento: potrebbe conquistarvi - franz




In una recente intervista a El Pais Mia Couto ha parlato proprio di quel realismo magico che la critica ha spesso considerato peculiare di molta produzione letteraria dell’america latina. Nel caso dello scrittore mozambicano si tratta di letteratura lusofona, che nasce pur sempre dalla penisola iberica; ed è un dato di fatto che la sua opera ha avuto a che fare col cosiddetto realismo magico, sia che lo si intenda come una sorta di stile sia come corrente letteraria. Un magico che Couto sembra interpretare soprattutto nel senso di confronto e convivenza di innumerevoli culture e in misura minore come contrapposizione di reale e soprannaturale…

Leggendo quest'ultima opera di Mia Couto e memori dei suoi precedenti racconti e romanzi intrisi di poesia e visionarietà, vengono in mente le parole di Italo Calvino “si scrive per nascondere qualcosa che deve essere trovato”. Scrivere dunque serve a conoscere se stessi e gli altri, ma non uscendo allo scoperto tutto in una volta. La scrittura visionaria di Mia Couto in particolare è collegata sia all'amore per la poesia ( la prima arte con cui si è fatto conoscere) che a una profonda etica ( questa, in comune con Calvino) inserita in una visione del mondo molto complessa; non potrebbe essere altrimenti dato che è nato e vissuto in Mozambico, terra africana dalle numerose guerre e contraddizioni. Per lui l'arte, la scrittura nel suo caso, può essere tanto importante quanto  la politica come strumento di denuncia sociale e di rinnovamento culturale…

Non studiate! - Ilvo Diamanti

Cari ragazzi, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria.

Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca.

E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi – e di voti – negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?

Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.

Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare.

Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio.

Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!
 
01 settembre 2011

lunedì 20 ottobre 2014