mercoledì 27 luglio 2016

Da Nizza al Medio Oriente: l'unico modo di sfidare l'ISIS - Ramzy Baroud



Ho visitato l’Iraq nel 1999. All’epoca non c’erano i cosiddetti ‘jihadisti’ che aderivano ai principi del ‘jihadismo’, qualunque possa esserne l’interpretazione. Alla periferia di Baghdad, c’era un campo di addestramento militare, non per ‘al-Qaida’, ma per il ‘Mojahedin-e-Khalq’, un gruppo iraniano militante in esilio che operava, con finanziamenti e armi straniere, per rovesciare la Repubblica iraniana.
All’epoca, il defunto presidente iracheno, Saddam Hussein usava quella organizzazione che era stata esiliata,  per saldare i conti con i suoi rivali a Teheran, dato che anche loro abbracciavano le milizie governative anti-irachene per ottenere esattamente lo stesso scopo.
L’Iraq non era certo in pace allora, ma la maggior parte delle bombe che esplodevano in quel paese, erano americane. Infatti, quando gli iracheni parlavano di ‘terrorismo’, si riferivano soltanto ‘Al-Irhab al-Amriki’ – il terrorismo americano.
Gli attacchi suicidi erano difficilmente un evento quotidiano, anzi non erano mai un evento, in nessuna parte dell’Iraq. Non appena gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan nel 2001 e poi l’Iraq nel 2003, si scatenò l’inferno.
Nei 25 anni precedenti al 2008 si era assistito a 1.840 attacchi suicidi, secondo i dati raccolti dagli esperti del governo americano e citati sul Washington Post. Di tutti questi attacchi, l’86% si erano verificati dopo le invasioni statunitensi dell’Afghanistan e dell’Iraq. Invece, tra il 2001 e la pubblicazione dei dati nel 2008, ci sono stati 920 attentati suicidi in Iraq e 260 in Afghanistan.
Un quadro più completo emerse nel 2010, con la pubblicazione di una ricerca più imponente e dettagliata, condotta per il Progetto sulla Sicurezza e il terrorismo, dell’Università di Chicago.
Era emerso che “più del 95% di tutti gli attacchi suicidi sono in reazione all’occupazione straniera.”
“Quando gli Stati Uniti hanno occupato l’ Afghanistan e l’Iraq…il totale degli attacchi suicidi in tutto il mondo è aumentato sensibilmente – da 300 tra il 1980 e il 2003, a 1.800 tra il 2004 e il 2009,” ha scritto Robert Pape sula rivista Foreign Policy.
Si è anche concluso, fatto significativo, che “oltre il 90% degli attacchi suicidi in tutto il mondo sono ora anti-americani. La vasta maggioranza dei terroristi che si suicidano provengono dalla locale regione minacciata dalle truppe straniere, e questo è il motivo per cui il 90% di coloro che compiono un attacco suicida in Afghanistan, sono Afgani.”
Quando visitai l’Iraq nel 1999, ‘al-Qaida’ era semplicemente un nome che si sentiva sui notiziari televisivi iracheni in riferimento a un gruppo di militanti che operavano per lo più in Afghanistan. Era stato dapprima istituito per unire  i combattenti arabi contro la presenza sovietica in quel paese e all’epoca fu in gran parte non considerato una  minaccia alla sicurezza globale.
E’ stato anni dopo che i sovietici lasciarono l’Afghanistan, nel 1988, che ‘al-Qaida’ divenne un fenomeno globale. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, le reazioni sbagliate degli Stati Uniti – invadere e distruggere dei paesi – crearono proprio quel ricettacolo che oggi ha accettato la militanza  e il terrore di oggi.
In men che non si dica, in seguito all’invasione americana dell’Iraq, ‘al-Qaida’ estese le sue ombre scure su un paese che era già sopraffatto da un numero di morti che superò le centinaia di migliaia.
Non è certo difficile seguire il filo della formazione dell’ISIS, il più letale di tutti questi gruppi che hanno avuto origine soprattutto da ‘al-Qaida’in Iraq, esso stesso causato dall’invasione statunitense.
E’ nato nell’ottobre 2006 dall’unione di vari gruppi militanti, quando ‘al-Qaida’ in Mesopotamia si è aggregato alle fila del ‘Consiglio della Shura dei Mujahidin  in Iraq, dello ‘Jund al-Sahhaba’ (Soldati del cielo) e dello Stato Islamico dell’Iraq’(ISI).
L’ISIS, o ‘Daesh’, è esistita da allora, sotto varie forme e con varie abilità, ma è diventata famosa come organizzazione orrendamente violenta con ambizioni territoriali, quando un’insurrezione in Siria si trasformò in una piattaforma mortale di rivalità regionali. Quello che esisteva come ‘stato’ a livello virtuale, cerebrale, si era di fatto trasformato in uno ‘stato’ con una reale regione,  giacimenti petroliferi e di legge marziale.
E’ facile, forse comodo, dimenticare tutto questo. Collegare i proverbiali puntini può essere costoso per alcuni, perché svelerà una traiettoria di violenza radicata nell’intervento straniero. Secondo molti commentatori e politici occidentali è molto più facile – certamente più sicuro – discutere dell’ISIS in contesti improbabili, per esempio l’Islam, piuttosto che assumersi una responsabilità morale.
Compatisco quei ricercatori che hanno passato anni a esaminare la tesi dell’ISIS come teologia religiosa oppure l’ISIS e l’apocalisse. Si guardano i dettagli ma non tutto il quadro completo. Che cosa vi ha portato di buono, comunque?
Gli interventi militari e politici americani sono stati sempre accompagnati dal tentativo di intervenire anche nei curricula scolastici dei paesi invasi. La guerra all’Afghanistan si è unita anche a una guerra alle sue ‘madrase’ (la scuole coraniche) e ai suoi ‘ulema’ ribelli (i dotti musulmani di scienze religiose, n.d.t.). Nulla di questo è stato utile, semmai  ha avuto un effetto boomerang, perché ha messo insieme la sensazione di minaccia e il senso di persecuzione tra diecine di milioni di musulmani in tutto il mondo.
ISIS non è che un nome che può essere rinominato senza che si noti e trasformato in qualcosa di completamente diverso. Anche la sua tattica può cambiare, in base al tempo e alle circostanze. I suoi seguaci possono infliggere la violenza usando una cintura esplosiva, una macchina carica di esplosivo, un coltello o un camion che si muove a grande velocità.
Quello che è realmente importante, è che l’ISIS è diventato un fenomeno, un’idea che non è neanche limitata a un singolo gruppo e che non richiede nessuna adesione ufficiale, trasferimento di fondi o di armi.
Non è un fatto comune, ma, con un approccio più sensato, dovrebbe rappresentare il punto cruciale della lotta contro l’ISIS.
Quando un autista franco-tunisino di camion si è buttato contro una folla di persone che stavano facendo festa nelle strade di Nizza, la polizia francese si è data rapidamente da fare per trovare dei collegamenti tra l’uomo e l’ISIS o un altro gruppo combattente. Nessun indizio è stato rivelato immediatamente e tuttavia, stranamente, il Presidente François Hollande ha rapidamente dichiarato le sue intenzioni di reagire militarmente.
Che stupidità e ottusità! Che cosa ha ottenuto di buono l’avventurismo militare della Francia in anni recenti? La Libia si è trasformata in un’isola di caos dove ora l’ISIS controlla intere città. L’Iraq e la Siria rimangono luoghi di violenza assoluta.
Che dire del Mali? Forse i francesi hanno avuto una sorte migliore in quel paese.
In un articolo per Al-Jazeera, Pape Samba Kane ha descritto la terribile realtà che il Mali è diventato, in seguito all’intervento francese del 2003. La loro cosiddetta ‘Operazione Serval’ *si è trasformata nella ‘Operazione Barkhane’**: il Mali non è diventato un posto in pace e i francesi non hanno lasciato il paese.
I francesi, secondo Kane sono ora Occupanti, non liberatori e secondo tutti i dati razionali – come quelli sottolineati qui sopra – sappiamo tutti che cosa fa un’occupazione straniera.
Kane ha scritto: “La domanda che devono farsi i maliani, è: “Preferiscono dover combattere contro i jihadisti per molto tempo, oppure che la loro sovranità sia contestata e che il loro territorio venga occupato o suddiviso da un vecchi stato colonialista allo scopo di soddisfare un gruppo alleato con una potenza coloniale?”
Tuttavia, i francesi, come gli americani, i britannici ed altri, continuano a evitare questa ovvia realtà a proprio rischio. Rifiutare di accettare il fatto che l’ISIS è soltanto una componente di un percorso molto più ampio e inquietante di violenza che è radicata nell’intervento straniero, vuol dire permettere che la violenza si perpetui dovunque.
Per sconfiggere l’ISIS è necessario anche che affrontiamo e sconfiggiamo la teoria che ci ha portato a questa soglia: sconfiggere la logica dei  George W. Bush, dei Tony Blair  e dei John Howards che ci sono in questo mondo.
Non importa come siano violenti i membri dell’ISIS o i loro sostenitori: è sostanzialmente un gruppo di giovani uomini arrabbiati, alienati, radicalizzati che
cercano di modificare loro situazione disperata facendo spregevoli atti di vendetta, anche se questo significa perdere la vita nel corso dell’azione.
Bombardare i campi dell’ISIS può forse distruggere alcune delle loro strutture militari, ma non sradicherà  proprio l’idea che ha permesso loro di reclutare migliaia di giovani in tutto il mondo.
Essi sono il risultato del modo di pensare violento che si è generato non soltanto in Medio Oriente, ma, inizialmente, in varie capitali occidentali.
L’ISIS si affievolirà e morirà quando i suoi leader perderanno la loro attrattiva e la capacità di reclutare dei giovani che cercano risposte e vendetta.
L’opzione della guerra finora si è dimostrata la meno efficace. L’ISIS resterà e si trasformerà, se sarà necessario, fino a quando la guerra resterà nei programmi.. Per porre fine all’ISIS dobbiamo porre fine alla guerra e alle occupazioni straniere.
E’ molto semplice.

Il Dottor  Ramzy Baroud scrive da 20 anni di Medio Oriente. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri  e fondatore del sito PalestineChronicle.com.  Tra i suoi  ci sono: Searching Jenin [Cercando Jenin] The Second Palestinian Intifada [La seconda Intifada palestinese] e quello più recente: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story(Pluto Press, Londa).  [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace

Appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam - Tahar Ben Jelloun

L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.

Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

(traduzione di Elisabetta Horvat)

martedì 26 luglio 2016

la mia casa valigia – Anna Fresu


La mia casa è racchiusa in una valigia, la porto sempre con me ovunque vada. Ha pareti che cambiano, che si dilatano, si restringono. La mia casa ha lo stesso nome in molte lingue. Ma non in tutte. Il nome è lo stesso in tutti i luoghi che ho abitato. E questo è un conforto. La mia casa a volte è piena, a volte vuota. Piena delle memorie e dei giorni, vuota del tempo che resta e di tutte le assenze. La mia casa ho spazzato di tutti i rimpianti e a volte anche delle speranze. La mia casa è sola o vicina alle altre. Così strette che si fanno compagnia. A volte è troppo grande, a volte troppo piccola. La mia casa mi riflette, mi assomiglia. Porta tracce di voci e di corpi. Ha sempre porte e finestre mai chiuse, pronte all’attesa, all’incontro. Ha pareti di libri e di storie, una bocca per raccontarle. Ha lacrime appese al soffitto come gocce di cristallo. Brillano e non si muovono. Ha risa che battono contro i vetri delle finestre. Risa e lacrime non solo mie. La mia casa ha il gusto del  mare, di onde, di sale. I sette colori delle montagne, di pietra e rocce, di cime mai scalate. Ha il sapore del mirto e della papaya, di vino buono e acajù. Sa di pioggia e di vento, di raggi di sole. Certe volte non ha voglia di viaggiare e vorrebbe restarsene lì ben piantata sulla terra. Ma non faccio fatica a convincerla e piano piano, prima mestamente, riprende il suo posto in valigia. E forse ci pensa su, perché dopo un po’ la sento ridere e la guardo dormire sognando nuovi confini.

sabato 23 luglio 2016

Fondazione e Manifesto del futurismo - Filippo Tommaso Marinetti


(Pubblicato da "Le Figaro" di Parigi il 20 febbraio 1909)

Avevamo vegliato tutta la notte - i miei amici ed io - sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli, in quell'ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all'esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s'agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter d'ali, lungo i muri della città.
Sussultammo ad un tratto, all'udire il rumore formidabile degli enormi tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sràdica d'improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l'estenuato borbottìo, di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell'ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.
- Andiamo, diss'io; andiamo, amici! Partiamo! Finalmente, la mitologia e l'ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli!...Bisognerà scuotere le porte della vita per provarne i cardini e i chiavistelli! 
Partiamo! Ecco, sulla terra, la primissima aurora! Non v'è cosa che agguagli lo splendore della rossa spada del sole che schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie!...
Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente i torridi petti. Io mi stesi sulla mia macchina come un cadavere nella bara, ma subito risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina che minacciava il mio stomaco.
La furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi e ci cacciò attraverso le vie, scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e là una lampada malata, dietro i vetri d'una finestra, c'insegnava a disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri.
Io gridai: - Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!
E noi, come giovani leoni, inseguivamo la Morte, dal pelame nero maculato di pallide croci, che correva via pel vasto cielo violaceo, vivo e palpitante.
Eppure non avevamo un'Amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua sublime figura, né una Regina crudele a cui offrire le nostre salme, contorte a guisa di anelli bizantini! Nulla, per voler morire, se non il desiderio di liberarci finalmente dal nostro coraggio troppo pesante!
E noi correvamo schiacciando su le soglie delle case i cani da guardia che si arrotondavano, sotto i nostri pneumatici scottanti, come solini sotto il ferro da stirare. La Morte, addomesticata, mi sorpassava ad ogni svolto, per porgermi la zampa con grazia, e a quando a quando si stendeva a terra con un rumore di mascelle stridenti, mandandomi, da ogni pozzanghera, sguardi vellutati e carezzevoli.
- Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come frutti pimentati d'orgoglio, entro la bocca immensa e tôrta del vento!...Diamoci in pasto all'Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell'Assurdo!
Avevo appena pronunziate queste parole, quando girai bruscamente su me stesso, con la stessa ebrietà folle dei cani che voglion mordersi la coda, ed ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero torto, titubando davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno contradittorii. Il loro stupido dilemma discuteva sul mio terreno...Che noia! Auff!...Tagliai corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote all'aria in un fossato...
Oh! materno fossato, quasi pieno di un'acqua fangosa! Bel fossato d'officina! Io gustai avidamente la tua melma fortificante, che mi ricordò la santa mammella nera della mia nutrice sudanese...Quando mi sollevai - cencio sozzo e puzzolente - di sotto la macchina capovolta, io mi sentii attraversare il cuore, deliziosamente, dal ferro arroventato della gioia!
Una folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi tumultuava già intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa, quella gente dispose alte armature ed enormi reti di ferro per pescare il mio automobile, simile ad un gran pescecane arenato. La macchina emerse lentamente dal fosso, abbandonando nel fondo, come squame, la sua pesante carrozzeria di buon senso e le sue morbide imbottiture di comodità.
Credevano che fosse morto, il mio bel pescecane, ma una mia carezza bastò a rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa, di nuovo, sulle sue pinne possenti!
Allora, col volto coperto della buona melma delle officine - impasto di scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti - noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra:

Manifesto del Futurismo
1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo...un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.
8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!...Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
E' dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il "Futurismo", perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologhi, di ciceroni e d'antiquarii.
Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl'innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
Musei: cimiteri!...Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitorî pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che vanno trucidandosi ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti contese!
Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all'anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti...ve lo concedo. Che una volta all'anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo...Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine. Perché volersi avvelenare? Perché volere imputridire?
E che mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa contorsione dell'artista, che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere opposte al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?...Ammirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un'urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione e di azione.
Volete dunque sprecare tutte le forze migliori, in questa eterna ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?
In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati...) è per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl'infermi, pei prigionieri, sia pure: - l'ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poiché per essi l'avvenire è sbarrato... Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!
E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!...Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!...Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!...Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!... .Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!
I più anziani fra noi, hanno trent'anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l'opera nostra. Quando avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili - Noi lo desideriamo!
Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche.
Ma noi non saremo là...Essi ci troveranno alfine 
- una notte d'inverno - in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona, e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e nell'atto di scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno i nostri libri d'oggi fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.
Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci, spinti da un odio tanto più implacabile inquantoché i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.
La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi. - L'arte, infatti, non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.
I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure, noi abbiamo già sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato...Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!...Ve ne stupite?...E' logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!
Ci opponete delle obiezioni?...Basta! Basta! Le conosciamo...Abbiamo capito!...La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri.
- Forse!...Sia pure!...Ma che importa? Non vogliamo intendere!...Guai a chi ci ripeterà queste parole infami!...
Alzare la testa!...
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!...

venerdì 22 luglio 2016

a cosa serve la meritocrazia

le parole sono importanti (come diceva Nanni Moretti ) e la meritocrazia nasce da un imbroglio.
immaginiamo che le classi (se ancora si può dire) dominanti non riescano a produrre eredi dignitosi e le classi inferiori possano rovesciarle e sostituirle.
immaginiamo che i Malcolm X, i Che Guevara, i Frantz Fanon (per fare degli esempi) siano stati un pericolo grave per le classi dominanti.
occorre che non appaia più gente così.
ecco a cosa serve la meritocrazia, si cooptano le migliori menti delle giovani generazioni delle classi inferiori, offrendogli, in quanto meritevoli, posti importanti nella struttura di potere dominante, si parta dalle borse di studio, per arrivare agli organismi internazionali, al carrozzone dell’Unione Europea, fino a qualche ministero, al limite.
le classi dominanti, per i loro rampolli, usano il nepotismo, l’albero genealogico, ma si sa che il sistema cadrebbe nel giro di un paio di generazioni di inetti e incapaci figli di papà; hanno bisogno dell’intelligenza e delle capacità di quelli bravi davvero.
bisogna, però, staccarli dalle loro classi inferiori, dove sarebbero pericolosi per le le classi dominanti, sterilizzarli e renderli utili al sistema delle classi dominanti.
niente è casuale, tutto è scritto e deciso con accordi e trattati.
ecco un film che spiega bene come funziona il meccanismo delle classi e della meritocrazia.

l’Italia è un caso a parte, un vecchio sistema feudale dove le caste sembrano impermeabili, basta guardare i cognomi dei giornalisti della Rai, o le parentele dei professori universitari o i legami politico-mafiosi (ecco un film che sintetizza, con risate amare, il declino italiano, dell’università e della cultura), dove l’università (ancora per quanto?) è un serbatoio per le università straniere (un tempo esistevano, per i minatori, i trattati d’emigrazione).
a scuola, e non solo, si parla molto della meritocrazia, è il nome che danno al meccanismo per dividere i lavoratori, per far credere a qualcuno di essere meglio di altri, solo perché il padrone (si può dire ancora?) ha bisogno di servi molto fedeli.
come dice Giulietto Chiesa, buon viaggio intorno al Sole.

martedì 19 luglio 2016

Tair Kaminer, La nostra ragazza di Sima Kadmon



L’articolo che leggerete non è apparso su un giornale palestinese ma nel quotidiano israeliano non certo progressista Yedioth Ahronot. Forse la coscienza critica di questo popolo è di nuovo in movimento?
La nostra ragazza di Sima Kadmon
Domenica scorsa, Tair Kaminer, di 19 anni, si trovava davanti al comandante del Centro di arruolamento, Col. Aran Shani e è stata condannata per la sesta volta a causa del suo rifiuto di servire nell’IDF per motivi di coscienza. È stata condannata a ulteriori 45 giorni di carcere e ha raggiunto un periodo complessivo di detenzione di 170 giorni.
Il Col. Shani ha detto a Kaminer che lei è davvero coraggiosa e intelligente, ma era sotto processo per il suo rifiuto di arruolamento e non a causa delle sue opinioni e che questo le costerà caro. Egli ha anche sottolineato che, se non l’avesse capito, l’esercito era più forte di lei.
Va sottolineato che l’IDF lo consente a molti di quelli previsti per l’arruolamento, più del 50% di quelli richiamati ogni anno, eludono l’arruolamento o ottengono un rilascio anticipato. Le ragioni sono numerose e varie. Cause di salute, il matrimonio o la gravidanza, i problemi economici a casa, lo stress psicologico. Un altro motivo è l’esenzione per cause religiose o di coscienza.
Non vi è alcun dubbio il comandante del Centro di arruolamento, Col. Aran Shani, sa che cosa è la religione, ma non è certo che lui sappia cosa significa la coscienza.
Questo è ciò che ha scritto Kaminer al Comitato coscienza, che si deve riunire entro la fine del mese per discutere il suo caso.
“Io sono nata e cresciuta in Israele, ho studiato al liceo presso la School of Arts, ero un membro e poi una leader di gruppo del Movimento scout della Gioventù a Tel Aviv e dieci mesi fa, ho completato un anno di volontariato con gli scout a Sderoth. Dal 10 Gennaio 2016 sono stata ripetutamente incarcerata di nuovo e di nuovo nel carcere militare per il mio rifiuto di servire nell’esercito, nonostante la mia richiesta di fare un volontariato civile alternativo.
Sin da quando ero bambina ho sentito parlare di molti fatti riguardanti l’esercito, il suo dominio sulla popolazione palestinese, il suo ruolo nella difesa degli insediamenti, i diritti negati a molti cittadini della regione. A casa mia sono stato educata al pensiero critico e a non accettare le cose senza farmi domande, ma non sono mai stata messa sotto pressione per quanto riguarda qualsiasi decisione di servire o non servire nell’esercito.”
Kaminer ha dettagliato eventi forti formativi, come una manifestazione per la pace e l’uguaglianza in un villaggio palestinese quando aveva 9 anni, quando l’esercito israeliano ha disperso la dimostrazione con granate fumogene. Oppure, il cambiamento che ha sperimentato dopo un anno di volontariato a Sderoth, quando ha deciso di non servire nell’esercito. “I ragazzi con cui ho lavorato”, scrive Kaminer, “sono cresciuti nel cuore del conflitto e soffrivano di traumi dalla giovane età, che li hanno segnati e hanno generato l’odio (comprensibile), proprio come le esperienze simili a Gaza o nei territori. Io non sono in grado di partecipare attivamente a mantenere lo status quo. Questa attività è contraria alla mia coscienza … ho capito che non sarei stata in grado di vivere con me stessa se sapevo di aver collaborato e taciuto di fronte a tutto quello che succede nel mio paese … ma purtroppo quello che è considerata sicurezza è la sicurezza solo per gli ebrei. Inoltre, l’atmosfera oggi in Israele permette di spargere il sangue di tutti coloro che non sono ebrei … Fino a quando il governo di Israele, protetto dall’esercito continua ad occupare e opprimere il popolo palestinese, continuerà a negare il diritto di base del popolo per la libertà e l’autodeterminazione, io non sono in grado di servire in un esercito che agisce così nettamente contro le mie convinzioni.”
Dal momento che così tanti sostenuto il soldato tiratore da Hebron, Eluor Azria, e lo hanno chiamato “il nostro ragazzo”, mi permetto di chiamare Tair Kaminer “la nostra ragazza.”
Una ragazza che si oppone all’occupazione, che chiede il rilascio per motivi di coscienza e non è disposta a dichiarare che lei è ortodossa, o di fare un matrimonio fittizio, o di andare a incontrare l’ufficiale per lo stress psicologico, o di trovare un modo per impiegarsi nella rivista IDF o nella stazione radio IDF, o nell’ufficio del portavoce dell’IDF o nel Rabbinato militare.
Quello che non è disposta a fare è cercare di essere una celebrità, o un atleta eccezionale, o fare come molti MK – pilastri della società e anche ministri e leader di partito hanno fatto. Lei chiede ostinatamente l’esonero per motivi di coscienza da un esercito che sembra aver dimenticato da tempo ciò che la coscienza è.
Il soldato che ha sparato a Hebron non ha passato un solo giorno in prigione, e dubito che lo farà mai. Il comandante di battaglione che ha sparato nella schiena a un ragazzo in fuga che aveva gettato un sasso non è mai stato messo sotto processo. Un controllo amministrativo, non giudiziario, lo ha esentato dalla punizione. Uomini ultra-ortodossi rifiutano persino di presentarsi nel Centro di arruolamento ricevendo un esonero appena fuori in strada, indisturbati. Ma Kaminer, la nostra ragazza è in carcere.
La madre di Tair, Sybil Goldfeiner, mi ha detto questa settimana che la figlia non voleva dichiararsi pacifista, perché non lo è. La maggior parte delle persone mente, ha detto Goldfeiner, e Tair non ha voluto mentire. Lei ha fatto un anno di volontariato e vuole fare il servizio civile. Ma l’esercito combatte contro la mia figlia che è morale, e che vuole contribuire. Un vero e proprio nemico di Israele.
Kaminer è nel carcere 6. Può parlare al telefono per sette minuti al giorno. Può ricevere i visitatori per una mezz’ora, una volta ogni due settimane. Scrive un diario in prigione e lo dà a sua mamma su carta. Goldfeiner lo trascrive e lo inserisce in un blog.
Lei avrebbe potuto fare così tanto se avesse fatto il servizio civile, dice Goldfeiner. In qualità di leader nel Dizengoff Scout Club ha organizzato l’invio di 800 bambini al campo estivo. A Sderot ha guidato tutto il gruppo dei giovani scout per l’intero anno.
Ma ciò che vede sua madre, l’IDF non lo vede. E il comandante della base di arruolamento e suoi ufficiali continueranno a usare la forza contro Kaminer fino a che non si arrende. Forse per dimostrare agli altri obiettori di coscienza di come stanno le cose (Omri Baranes, che ha già scontato 37 giorni è stato anche condannato per la terza volta).
A quanto pare, il timore dell’esercito è che, con tanti che mentono e vengono esonerati ogni anno, il numero di obiettori di coscienza raddoppi e forse anche raggiunga il numero di sei, e cosa faranno poi. Essi sono determinati a dimostrare, come se non vi fosse dubbio, che l’esercito è più forte di lei. Ma c’è un dubbio. Pare che ci sia una giovane donna che è più forte di loro.
Di sicuro più intelligente.
Yedioth Ahronot, 24 giugno 2016

Why I Refuse – Tair Kaminer’s statement
My name is Tair Kaminer, I am 19. A few months ago a ended a year of volunteering with the Israeli Boy and Girl Scouts in the town of Sderot, on the Gaza Strip border. In a few days, I will be going to jail.
An entire year I volunteered in Sderot, working with children living in a war zone, and it was there that I decided to refuse to serve in the Israeli military. My refusal comes from my will to make a contribution to the society of which I am a part and make this a better place to live, from my commitment to the struggle for peace and equality.
The children I worked with grew up in the heart of the conflict, and went through traumatic experiences from a young age. In many of them, this has generated a terrible hatred – which is quite understandable, especially in young children. Like them, many of the children living in the Gaza Strip and the rest of the Occupied Palestinian Territories, in an even more harsh reality, learn to hate the other side. They, too, cannot be blamed. When I look at all these children, at the next generation of both sides and the reality in which they live, I can but see the continuation of trauma and pain. And I say: Enough!
For years now there’s no political horizon, no peace process anywhere in sight. There’s no attempt of any kind to bring peace to Gaza or to Sderot. As long as the violent military way holds sway, we will simply have further generations growing up with a heritage of hate, which will only make things even worse. We must stop this – now!
This is why I am refusing: I will not take an active part in the occupation of the Palestinian Territories and in the injustice to the Palestinian people that is perpetrated again and again under this occupation. I will not take part in the cycle of hatred in Gaza and Sderot.
My draft date was set for January 10th, 2016. On that day I will report to the Tel Hashomer Induction Center, to declare my refusal to serve in the military – and my willingness to do an alternative civil service.
In conversation with some people I care about I’ve been accused of undermining democracy, though my refusal to abide by the laws which were enacted by an elected Parliament. But the Palestinians in the Occupied Territories live under the rule of the Government of Israel, though they had no voice whatsoever in electing that government. I believe that as long as Israel continues to be an occupying country, it will continue moving further and further away from from democracy.Therefore, my refusal is part of the struggle for democracy – not an anti-democratic act.
I have been told that I am avoiding my responsibility for the security of Israel. But as a woman who regards all people as equal – and all their lives as equally important – I cannot accept the security argument as applying to Jews only . Especially now, as the wave or terror continues, when it becomes clear and evident that the military cannot ensure protection to the Jews, either. It is very simple – one cannot create an island of security in the midst of an oppressive occupation. True security can be created only when the Palestinian people live in freedom and dignity, in their own an independent state alongside Israel.
There were those who worried about my personal future in a country in which performing military service is held to be of supreme importance in the fabric of daily social intercourse. Caring for my future prospects, they suggested that I do serve in the army, regardless of my opinions – or at least that I don’t make my refusal public. But through all the difficulties and worries, I chose to declare my refusal openly, for all to hear. This country, this society, are too important to me – I cannot and will not agree to keep silent. That was not the way I was brought up – to care only for myself and my private concerns. The life I had until now has been about giving and social responsibility, and such I want it to continue.
Even if I must pay a personal price for my refusal, this price will be worthwhile if it to helps place the occupation on the agenda of Israeli public discourse. Far too many Israelis don’t directly feel the occupation, and they tend to forget about it in their daily lives – lives that are eminently safe in comparison with those of Palestinians, or even of the Israelis who live in the Western Negev (Gaza border area) . We are told that there is no way other than the violent military way. But I believe that this is the most destructive way, and that there are others. I wish to remind all of us that there does exist an alternative: negotiations, peace, optimism, a true will to live in equality, safety and freedom. We are told that the military is not a political institution – but the decision to serve in the military is a highly political one, no less so than the decision to refuse.
We, the young people, must understand the full implications of such a choice. We need to understand its consequences for our society. After having deliberated these issues, I took the decision to refuse. I am not scared of the military prison – what truly frightens me is our society losing its humanity.

lunedì 18 luglio 2016

In Turchia la democrazia è morta anche se il golpe è fallito - Gwynne Dyer

La democrazia turca è morta. In realtà stava già morendo da quando il presidente Recep Tayyib Erdoğan ha assunto il controllo dei mezzi di informazione, ha cominciato ad arrestare oppositori politici e giornalisti e, lo scorso autunno, per vincere le elezioni ha perfino ripreso la guerra con i curdi.
Non è stato un golpe molto efficiente. In questi casi la prima regola è arrestare o uccidere la persona che si vuole spodestare. Gli ideatori del colpo di stato avrebbero potuto facilmente prendere Erdoğan, che era in vacanza nella località turistica di Marmaris, ma non lo hanno fatto.
Non hanno bloccato internet e i social media, e quindi Erdoğan ha potuto usare un cellulare per trasmettere su FaceTime il messaggio in cui invitava i suoi sostenitori a sfidare i soldati nelle strade di Istanbul e di Ankara.
Non hanno bloccato neanche la televisione di stato, che ha diramato il messaggio di Erdoğan. Sono passate tre ore prima che occupassero gli studi della Trt, l’emittente nazionale turca, e sono stati cacciati via meno di un’ora dopo. Non hanno chiuso nemmeno le reti televisive private, che hanno un pubblico molto più vasto.
Hanno assunto il controllo dell’aeroporto di Istanbul, ma anche da lì sono stati cacciati via dai sostenitori di Erdoğan e il presidente è riuscito a tornare in città.
Forse i colonnelli (i generali erano già nelle mani dei fedeli a Erdoğan) non avevano abbastanza uomini per assumere il controllo di tutto quello che serviva per la riuscita del golpe. Può anche darsi che avessero paura di ordinare un massacro perché l’esercito turco è costituito da soldati di leva, molti dei quali sono giovani – praticamente civili in uniforme per un anno – e avrebbero potuto rifiutarsi di uccidere tanti loro concittadini. Comunque sia, presto sono stati costretti alla ritirata. Ma questa storia non può avere un lieto fine.
Ovviamente, se i ribelli avessero vinto, la democrazia sarebbe morta. Alle ultime elezioni, quasi metà della popolazione turca ha votato per Erdoğan, quindi un regime militare avrebbe dovuto rimanere al potere per molto tempo perché non avrebbe avuto il coraggio di indire libere elezioni e rischiare che tornasse al potere. Sarebbe morta anche se il golpe fosse riuscito in parte e l’esercito si fosse spaccato, perché questo avrebbe significato la guerra civile. Per fortuna, questa possibilità è stata scongiurata, ma in Turchia la democrazia è morta anche se il golpe è fallito.
Dopo questo trionfo, Erdoğan coglierà l’occasione per considerare la possibilità di assumere il controllo di tutte le maggiori istituzioni statali e dei mezzi di informazione, e di diventare veramente il “Sultano” della Turchia (come i suoi seguaci spesso già lo chiamano). Questa è una tragedia, perché cinque o dieci anni fa il paese sembrava sulla buona strada per diventare una sorta di democrazia, dove l’informazione è libera e regna la legalità, e dove un golpe simile sarebbe stato inconcepibile.
Quando nel 2002 Erdoğan vinse le elezioni promettendo di eliminare tutte le limitazioni imposte ai musulmani più religiosi da una costituzione rigorosamente laica, sembrava un passo avanti nel processo di democratizzazione. Erdoğan ha mantenuto quelle promesse, ma gradualmente è andato oltre e ha cercato di islamizzare il paese contro la volontà di metà della popolazione che preferirebbe uno stato laico.
Per sua fortuna, in quel momento l’economia turca era in pieno boom, e quindi ha continuato a vincere le elezioni e a concentrare tutto il potere che poteva sulla sua carica. Ha estromesso tutti i funzionari che non erano suoi convinti sostenitori, attaccato la libertà di informazione e impegnato il paese a dare il suo appoggio incondizionato ai ribelli islamisti della vicina Siria.
Gli ufficiali dell’esercito che si sono ribellati forse volevano fermare tutto questo, ma hanno commesso un terribile errore per il quale saranno severamente puniti. Come lo sarà chiunque verrà anche minimamente sospettato di aver simpatizzato con loro, ed Erdoğan ne uscirà come l’onnipotente “Sultano” della Turchia post-democratica.
Gli organizzatori del golpe hanno commesso lo stesso errore che fecero i liberali egiziani quando chiesero all’esercito di rovesciare il regime del presidente eletto Morsi nel 2013. Il paese aveva un presidente che temeva e odiava, ma aveva anche una democrazia che forniva mezzi legali e pacifici per mandarlo via. L’errore dei golpisti è stato quello di non avere la pazienza di lasciare agire quegli strumenti.
Con il tempo, Erdoğan sarebbe diventato sempre meno popolare. L’economia turca è stagnante, la sua politica siriana disastrosa, ed è sempre più difficile ignorare la palese corruzione delle persone che lo circondano. Prima o poi avrebbe perso le elezioni. Ma come i liberali egiziani, gli ufficiali turchi non avevano abbastanza fiducia nella democrazia per aspettare.
(Traduzione di Bruna Tortorella)

Caro Gramellini, tu non sei mio fratello - Sabika Shah



Eccomi. Sono qui. Sono uscita. Sono uscita giorni, mesi, anni fa. Sono uscita tutti i giorni dall'11 settembre in poi. Forse non mi hai vista. Forse non mi hai voluta vedere, ma io sono uscita ed insieme a me sono usciti i miei fratelli, musulmani e non, italiani e non. Gente figlia dell'amore, gente che crede nell'unità del popolo, nella libertà e nell'uguaglianza.
Hai ragione quando dici che servono gesti che cambino la trama di questa storia, ma sbagli ad aspettarteli solo da me. Sbagli a pensare che tu puoi permetterti il lusso di “restare sull'uscio ad osservare”, mentre io combatto la nostra battaglia: quella di tutti noi cittadini europei che crediamo nella pace e nella convivenza tra popoli, religioni, etnie. Quella che già combatto da tempo, ma che non posso vincere senza di te.
Un fratello condivide il tuo dolore. Un fratello ti sostiene. Un fratello scende in piazza accanto a te, non ti lascia solo. Tu mi hai lasciata sola. Tu non sei mio fratello.
Da un lato mi dici che questi farabutti sono nati e cresciuti qui, insieme a me e te, dall'altro dici che parlano la “mia” lingua, frequentano i “miei” negozi, che i loro figli vanno a scuola con i “miei”. E i tuoi, caro Gramellini? Dove vanno a scuola i tuoi figli? Che negozi frequenti tu? Che lingua parli? Dici che sono “una di voi”, ma continui a parlare di “nostri” e “vostri”.
 
Gli attentatori non sono mai ragazzi religiosi, non frequentano quasi mai le moschee e io non ho mai a che fare con loro. Proprio come te. Sono ragazzi disturbati, che provengono dalle periferie dimenticate delle grandi città; sono degli emarginati con precedenti penali, e non c'entrano niente con me.
 
La solidarietà religiosa e razziale che mi accusi di provare non esiste, anche perché non provo solidarietà per i fomentatori di odio e i violenti. Se provo solidarietà è solo per i miei fratelli europei che, loro malgrado, sono diventati il bersaglio di una violenza indiscriminata e ingiustificabile.
L'Italia è la mia casa. Non mi ha accolta e non mi ha offerto nulla. Ogni cosa che ho in questa terra, me la sono guadagnata con il sacrificio, la fatica e il lavoro, miei e dei miei genitori, che sono arrivati qui ormai più di 40 anni fa. Un italiano che credeva nella ricchezza della diversità ha saputo guardare oltre il loro essere giovani musulmani pakistani, e gli ha voluto bene. Tanto, da dare loro il suo cognome e convincerli a restare.
Le tue parole feriscono l'anima di persone come loro, di persone come mio nonno e dei tuoi un milione di concittadini musulmani da cui hai tante pretese, forse anche giuste, ma al fianco dei quali non vuoi combattere, e che accusi di essere complici di barbarie come quella commessa da un folle a Nizza. Non è giusto.
 
Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il populismo dall'islamofobia.
E per questo, io non voglio fare nessun patto con te, anche perché il tuo mi sembra più una minaccia che un patto. I nostri razzisti li terremo lontani dal governo io e i miei fratelli, con il nostro voto e il nostro impegno. Siamo già passati all'azione, abbiamo già preso le distanze dagli invasati e contraddetto punto su punto chi si è avvicinato a noi con idee distorte, e continueremo a farlo.
Sai, è perché stiamo giocando senza di te che stiamo perdendo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che se ci sconfiggeranno, sarà stata anche colpa tua.