venerdì 27 maggio 2016

Sciola, appunti di una biografia (mai scritta) sulla gioia di vivere e di creare - Donatella Percivale




Nell’ottobre del 2013 Pinuccio Sciola mi chiese di aiutarlo a scrivere la sua biografia. “E’ arrivato il momento di farlo”, mi disse. A lui mi legava una stima profonda e un sentimento forte della vita che chiamavamo bellezza. Accettai.  Quelli che seguirono furono pomeriggi di stupore, ricordi e risate. E frotte di amici e conoscenti che non smettevano mai di bussare alla sua porta. “Pinù, vogliono vedere le tue pietre”, gridavano da dietro la grande finestra. Così, interrompeva i fiumi di racconti e scompariva per far suonare i suoi amati graniti. Quando capimmo che quel libro difficilmente saremmo riusciti a scriverlo, scherzò: “Magari ci ispiriamo a Leopardi e buttiamo giù un bel Zibaldone”. Non scrivemmo nemmeno quello. Erano troppi gli impegni, le commesse, le mostre, la voglia di vivere e lavorare che animavano Pinuccio Sciola.
Quelli che seguono sono solo alcuni pensieri. Appunti di fine estate. Frizzanti come la granita di uva zuccherina che mi preparava in quei pomeriggi carichi di vita e libertà.

Santità
Chi farei santo? Quel gran genio di Leonardo! Chi più di lui ha fatto miracoli? L’artista che possiede la capacità creativa, porta in sé il segno del divino. Santificare vuol dire essere vicino a chi ha creato le meraviglie di questo mondo. Perché Giordano Bruno deve rimanere su un palo a bruciare e non essere invece adorato su un altare? Propongo un calendario laico di cervelli creativi che parta da Bruno per arrivare a Borsellino, uomini che si sono spesi per gli altri. Uomini che per la fede nella loro passione hanno dato la vita.

La funzione dell’arte
L’artista deve incidere, lasciare il segno, documentare il reale, far sì che le mostruosità di cui ci macchiamo non vadano dimenticate. Questa estate ho modellato alcune delle mie pietre pensando ai bambini morti in Siria. Pietre che simboleggiano delle date, pietre come salme crivellate di buchi, come quei poveri corpi. Siria 2013. Ecco cosa dovremmo ricordare di questa estate.

La notorietà
Ad oggi ho contato almeno una ventina di tesi sui miei lavori: studenti dell’Accademia di Brera di Milano, dell’Università di Parma o di Bologna. All’estero, mi conoscono più che in Sardegna. Ma oramai non mi fa più arrabbiare. Il problema della nostra isola è l’invidia. Ci corrode il petto. E ci fa solo strisciare.

Lavoro
Quante ore lavoro durante la giornata? Almeno 14. Sto cercando dove vendono il tempo, ma non sono ancora riuscito a trovare il negozio.

Creatività
Ognuno, a suo modo, ce l’ha. Magari è più nascosta, ma io la sento. Mi viene addosso, anche con un sorriso.

Sagra delle pesche
Nel ’69, con un gruppo di amici di San Sperate, ci inventammo una festa, un’occasione per stare tutti insieme e fare baldoria. Per un mese intero addobbammo portali e dipingemmo murales, un’ondata di creatività che sembrava non finire. Decidemmo di chiamarla “La sagra delle pesche” e alla fine non c’era una casa che non fosse aperta, una gara tra rioni e famiglie a chi avesse più pesche e cibo buono da offrire. Per strada non si riusciva a camminare senza che qualcuno non ti invitasse a bere. L’ultima sera, durante un ballo, crollo a terra dalla stanchezza. Un amico si avvicina tutto spaventato e mi dice: “Pinuccio, Pinuccio, cosa possiamo fare, cosa desideri? Aprii gli occhi e gli gridai forte in faccia: “MORIRE!”.

La morte
E’ un bel momento questo per pensare alla morte, ho tre figli che viaggiano per il mondo con la loro testa, ho regalato e venduto emozioni, e se dovesse finire qui, semplicemente, ringrazierei. Ci troviamo su questa terra solo di passaggio e la nostra vita, paragonata al tempo delle pietre, è solo un attimo. Tutti siamo costretti a sparire, e se ognuno imparasse ad amare il proprio tempo vivrebbe meglio. Con meno ansia e più leggerezza. Avere ben chiara la consapevolezza della propria morte, aiuta a vivere meglio. E fa amare il proprio tempo.

La realtà
Penso che la lettura dei quotidiani sia fondamentale, una fonte inesauribile di idee e di suggestioni. Io sono ancorato alla realtà. La biciclettata che faccio ogni mattina per andare a prendere il cappuccino al bar, è fonte di energia e di pensiero. Amo il rapporto con la gente del paese: chi prima arriva al banco offre a tutti gli altri. E’ una fortuna infinita salutarsi, riconoscersi, scambiare parole. Che senso ha vivere nelle grandi città? Rivolgersi a mala pena qualche parola, vivere perennemente attaccati al telefono. Quante parole si scambia oggi una coppia? In Germania hanno calcolato che in media, durante una cena, ne dicono sette. E quello lo chiamano amore?

La ricchezza
Quando sento la gente che si lamenta, impazzisco. Ma ce l’abbiamo il sole sulla testa o no? E le gambe per camminare? Perché ci lamentiamo sempre se poi continuiamo a sprecare tutto? Non sappiamo più inchinarci, non guardiamo più la terra. All’improvviso siamo diventati troppo alti? La ricchezza è quella che abbiamo sotto ai piedi. E la calpestiamo: tutti i giorni.

ascoltare Marco Ongaro

ecco un cantautore bravissimo, ma quasi sconosciuto, ascoltare le sue canzoni non è tempo perso, almeno per me non lo è mai – franz

Una recensione di Leon Ravasi
Il nuovo disco di Marco Ongaro è un buon disco di solido rock e di verace impasto cantautorale. Uno di quei solidi prodotti medi di cui c’è tanto bisogno, con alcuni brani che si staccano nettamente dalle media, come la title track. Le sonorità sono volutamente e in modo ricercato occhieggianti ai sixties, con grande uso di organo hammond, svisate chitarristiche alla Hendrix, riff alla Elvis Presley e armoniche alla Neil Young, citazioni tutte quante volute e dichiarate in quanto tali. La voce di Ongaro è poi la parte più convincente: scura naturale, arrochita al punto da far pensare a una vita vissuta, ma non bruciata, è una voce che convince e affascina. Un buon disco.
Insomma non sarà il caso di gridare ogni volta al miracolo! Qualche volta ci si può accontentare delle cose fatte bene. E Dio è altrove?, forsse approfittando della distrazione del Dio in questione, è fatto come Dio comanda. Insomma Dio non è morto, ma è altrove, o almeno guarda altrove.
Lo spunto è letterario (Ongaro cita Potocki), ma lo svolgimento è dilaniano. Così come un po’ tutto il disco occhieggia a Dylan, tra citazioni e tributi d’autore: l’assolo di “All along the watchtower” in Ligabue, il suono dell’organo così Like-a-rolling-stoniano (quasi un omaggio ad Al Kooper da parte di Moreno Piccoli), la voce e la scelta dei temi e lo spirito, disingannato ma non annichilito, disposto ad ascoltare e a mettersi in discussione, che lo caratterizza.
Dieci canzoni che escono dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Ongaro: un silenzio rumoroso, in realtà il suo, perché se è vero che non esce con dischi a suo nome dal 1995 (Certi sogni non si avverano), è altrettanto vero che nel 2000 ha composto e prodotto un intero cd per Grazia De Marchi – Lasciatemi vivere – e nel 2002 è uscito conShakespeariana, una ricca e interessante galleria di personaggi femminili tratti dalle opere di Shakespeare, interpretata da Giuliana Bergamaschi e tra le opere più votate all’ultimo Club Tenco. Oltre a numerose collaborazioni per recital ed eventi teatrali.
Fatto sta che per vedere uscire un uovo disco a nome Marco Ongaro si è dovuto attendere la nascita dell’etichetta D’Autore di Edoardo De Angelis. Ongaro canta molto bene, con una vocalità calda e profonda, capace di dare solennità e spessore, mentre, musicalmente, la direzione artistica e gli arrangiamenti sono di Roby Ceruti, che ha buona parte di “responsabilità” in questo ritorno alle atmosfere dei sixties.
Sotto questo aspetto il disco è addirittura rigoroso: spartano e vivido, suona forte come una roccia, senza concessioni alle mode di tendenza, ma con quel tanto di anacronistico che rende il prodotto gradito alle orecchie più gravate di anni. Sognare, dormire, forse svegliarsi, Ginevra, Tutto è secondario, assieme alla già più volte citata Dio è altrove sono i punti più alti del disco, ma il dato più rilevante è la qualità media che non scende mai sotto il livello di guardia.

Una recensione di Alessio Lega
“…singolare sorte per questi due album (Archivio postumia ed Eptalogia), che interamente arrangiati e registrati, non sono a tutt’oggi stati pubblicati. Per qualcuno è filtrato il contenuto, dal momento che Ongaro ne ha proposto, dal vivo, le scalette complete in più d’un occasione; alcuni estimatori dell’artista poi li posseggono in copie fortunosamente scippate all’autore sotto minaccia di torture e vessazioni. Rimangono però due opere sospese nel limbo, incredibilmente, visto che oltre ad essere due dischi di valore artistico assoluto, sono una chiave di volta fondamentale per capire l’evoluzione di questo cantautore; mi scuserete quindi se ne parlo, pur consapevole del fatto di parlare di opere che molto difficilmente potranno in qualche modo arrivare a chi mi legge, a meno che la Rosso di sera, che le ha prodotte e ne detiene i diritti, non decida di renderle pubbliche…”.
Così scrivevo 3 anni fa in un libro cominciato e mai finito, e di cui l’opera di Marco Ongaro era uno degli oggetti di studio più lungamente approfonditi. Passatemi questo vezzo iniziale… ma mi sembrava così terribilmente ongariano iniziare con la citazione di un proprio inedito, che non ho saputo resistere oggi che finalmente, a quindici anni di distanza dalla loro registrazione, le due opere vedono la luce.
Un problema: io conosco questi dischi perfettamente, li ho ascoltati dal vivo, li posseggo, come dicevo, in copia. Sono convinto che siano complessivamente un capolavoro, e non è l’impressione dettata dalla scoperta subitanea, dal sorgere dell’entusiasmo per una novità inaspettata. È piuttosto una convinzione meditata e perfettamente formata in me, solo che questo atteggiamento poco si addice al concetto di recensione… però non sono in grado di recensire questo disco più di quanto sarei in grado di recensire Le nuvole, The Wall o Dias y flores.
Ecco che dunque, più che recensire, mi proverò a manifestarvi le mie riflessioni su queste due opere raccolte in un solo CD.
Iniziamo dal titolo. Un’archivio dunque, un repertorio: repertorio di personaggi e situazioni. Ma perché postumia? O meglio perché l’autore sin dalle prime interviste ha adoperato per se la definizione di “cantautore postumo”?
Tutti i personaggi di Ongaro sono non vivi, a partire dall’autore, che parla appunto postumo, come la luce di una stella che ci giunge quando essa è spenta da chissà quanto, ma non per questo brilla meno. Non confondiamo però il postumo col morto, Ongaro parla da classico, dunque immortale, perciò fuori dalla storia. La sua è una riflessione sul sacrificio che la vita fa alla parola per divenire qualcos’altro. Un qualcos’altro che è Storia, storie o forse solo avanspettacolo, ma che non è più vita. L’arte, o in fin dei conti la comunicazione, inizia dopo la vita, appunto, postuma. Questa è l’amarissima riflessione che nutre l’opera ongariana. Finchè si vive è impossibile comunicare.
A noi, posterità vivente, l’autore invia bagliori da chissà quale altrove, da chissà quale pianeta, segnali di fine corsa, mappe, giornali di bordo. La sua poetica per questo deve rinunciare a possedere il senso, tutt’al più può affiancarlo, ci si può confondere senza intrappolarlo; per questo la sua parola è chiara ma imprecisa, la sua musica è evocativa, ma laddove sembra vertere a un crescendo viene a mancare.
Il procedimento compositivo di Marco Ongaro rifugge l’originalità bizzarra, il passaggio che lascia increduli. La sua cifra è nella perfetta comprensione dei meccanismi mitici della canzone, quelli fuori dal tempo, per riportare ogni parola a una casa/trappola, una casa dolce casa incantata e pericolosa, una casa di bambola risaputa e inquietante.
Questi dischi di Ongaro sono una sorta di casa di Hansel e Gretel, dove si sgranocchierà la dolcezza retrò al gusto di rosolio dei confetti, dei muri di marzapane, ma chissà, vi si potrà anche attendere la trappola di una profondità stregata.
Tutte le canzoni di questo CD appaiano frammentarie, come pezzi di un puzzle fra i relitti di un naufragio, che galleggiano suggerendo l’idea di un antica visione d’insieme irrimediabilmente perduta. Tutti i punti di vista proposti non trovano l’unità di fini, pur in qualche modo suggerita, Marco Ongaro sembra anzi compiacersi del binomio chiarezza/mistero che propone continuamente in questa tappa d’arrivo del suo stile ironico e swingante, in seguito abbandonato per il Rock di Dio è altrove e di Esplosioni nucleari a Los Alamos.
Tappa d’arrivo, dicevamo, ma anche mappatura di una crisi: non una crisi creativa ovviamente, le canzoni sono molto belle, ma il loro risolversi nel giro di pochissimi versi, il loro fare quasi sempre riferimento a topos letterari consolidati (a volte precisi: LolitaLandru; a volte generici: La signora Russa), pone falsi paletti in una sabbia mobile di informazioni, fa intravedere un’uscita che non esiste, promette una comprensibilità che non arriverà.
Emblematica la politicamente scorretta e avarissima di parole Lolita:
Forse c’è un bambino in me / ed è lui che ama te.
Ma se c’è un bambino in me / certo è lui che ama te (sempre se c’è!).
Lolita / finisci la tua pasta al burro
Lolita / quel telefono è un po’ troppo azzurro, mettilo giù
Se mi prometti, mi prometti che non lo farai più
Io ti prometto, ti prometto che non lo farò più.
nell’affrontare uno dei temi più scottanti e repressi della sessualità ecco che Ongaro non cerca la deflagrante sfida e passione della stupenda canzone di Léo Ferré Petite (Allora tu non mi andrai / perchè sotto la gonna non avrai più / il codice penale), sussurra piuttosto all’orecchio turbato dell’ascoltatore una tenerezza incoffessabile e affida ogni commento alla melodia che, retta dal sax e scossa dal contrabasso, si avvolge come un serpente sulle parole, e rabbrividisce strascicando la voce su quell’ineffabile e torbidissima pasta al burro (si suppone proveniente dallo stesso panetto usato da Brando in Ultimo tango a Parigi).
Arrangiato in maniera talvolta trionfalisticamente fastidiosa Eptalogia, pur meno unitario di Archivio, contiene brani stupendi, a partire dal primo Demian, di derivazione Herman Hessiana, questo personaggio rappresenta lo struggimento senza fine della memoria dell’antica amicizia, di un alleanza perduta.
Il sosia è un altro dei brani chiave del disco per il gioco di sovrapposizioni multiple, per la schizofrenia evidente del tema, per la bella invenzione che ricorda il famosissimo doppio perverso inventato da Gainsbourg nei suoi ultimi anni (Gainsbarre).
Sospesi così perfettamente, come fra le pagine mancanti di una rivista, questi pezzi rappresentano l’esito ultimo del gioco di rimandi e travestimenti iniziato dall’autore col suo primo disco AI: Ongaro è partito facendo canzoni che sembravano le Songs di un musical di cui non conoscevamo trama e dialoghi, ma a cui eravamo richiamati dai luoghi comuni, dagli spazi stabiliti per tacito accordi fra ascoltatore e narratore.
In questi due dischi però quel Musical è diventato la vita stessa, le paillettes si sono sbiadite e i confini fra vita e cultura, fra futuro e passato son diventati inestricabili.
Nella straordinaria L’hai voluto tu la crisi della coppia è tutta sancita da giochi con le (e non di) parole che si affiancano e si contraddicono, che restano le stesse per dire l’opposto:
Tu mi parlavi / io non capivo
probabilmente ti tradivo / poi te l’ho detto
che ti ho tradito / mi hai perdonato
mi son pentito
specularmente, nella seconda strofa rimane quasi tutto uguale, cambiando completamente il significato:
poi me l’hai detto / che mi hai tradito
ti ho perdonato / mi son pentito.
Cioè: mi son pentito d’averti perdonato, quando la prima volta il tuo perdono m’aveva fatto pentire d’averti tradito!
La conclusione della canzone scivola su una doppia citazione, anch’essa speculare, di due autori speculari e leggendari (che fra l’altro, racconta la leggenda, un giorno litigarono per una stessa donna):
mi lascerai / non che non ti lascerò
io si, io si / tu no, tu no.
la prima (Io si) è una canzone di Tenco, la seconda (Tu no) è una canzone di Piero Ciampi.
A giocare troppo col fuoco delle parole si rischia però di rimanere bruciati…raschiato il fondo del barile della comunicazione può cominciare l’afasia. Forse per questo l’autore trattò con le pinze questo materiale, lasciandolo alla fuggevole attenzione di qualche concerto, ma non premendo troppo per farlo pubblicare, annunciandolo postumo sin dal titolo.
Ongaro aveva intuito di aver toccato il fondo e che la risalita non sarebbe stata cosa facile: il suo linguaggio ha poi dovuto necessariamente riverginarsi attraverso la purezza popolare di Lasciatemi vivere. Ma per questo sarebbe dovuta passare una nottata di quasi dieci anni (giusto interrotta da quella sorta di autoantologia che fu Certi sogni non si avverano).
Oggi una delle più belle opere della canzone italiana, una delle più profonde riflessioni sul suo linguaggio, è finalmente disponibile. Come dissero Cafiero e Malatesta ai contadini del Matese: “I forconi li avete, i coltelli ve li abbiamo dati, se volete fate, se no vi fottete”.

Un’intervista di Giorgio Maimone
Marco Ongaro ha un viso schietto e sincero, di quelli che fanno subito simpatia e ispirano fiducia. E una bella stretta di mano salda. È vero che questo non basta, soprattutto in campo musicale, ma aiuta molto. È una persona con cui si può parlare della “sensualità dei cibi” e di “piatti di assoluta autorevolezza”. Se poi aggiungiamo che queste caratteristiche si traducono in un modo di far musica altrettanto schietto, abbiamo il disegno a tutto tondo di un cantautore anomalo, un cantautore “su commissione” come ama definirsi, in questa chiacchierata tutta vissuta con un sorriso sotto i (reciproci) baffi.
“Lavoro su commissione, sì. Come stimolo, scrivere per qualcuno che ti ordina una cosa è intrigante. È quasi uno spunto rinascimentale. Non mi sento pittore ma pennello e tavolozza. Se scrivo per Grazia De Marchi scrivo cose mie che parlano di lei. L’idea di “Shakespeariana”, invece me l’ha data il regista Paolo Valerio che più di me aveva .in testa Shakespeare. Cleo, l’ultima canzone, l’ho scritta a luglio dello scorso anno e prima di partire mi telefona questo chitarrista di Verona, Roberto Cerutti. Mi chiama e mi fa: “Senti io vorrei farti fare un disco. La formazione è questa: chitarra, basso, batteria, organo hammond. Il gruppo si chiama La Scorta”. Benissimo – gli ho detto – troviamo una cantante e io ti scrivo le canzoni. E lui mi ha detto voglio: “No, io voglio la tua voce “rovinata”. Queste esatte parole. E li mi ha convinto. Lui voleva la mia voce “rovinata”, quindi mi sono sentito tranquillo sul tornare a cantare. Ma ho scritto “Dio è altrove” come se fossi un autore. Ho scritto per “quella formazione” e per “questa voce”. Ero di nuovo un autore.Non un cantautore. Poi io sono la voce della Scorta…..”
È un caso?
“Non è proprio un caso, ma è un approccio differente. Una sfumatura”.
Ma sei tu nelle cose che scrivi.
“Sì sono io, ma mi piace la sfida. Esistono dei margini di sfida. È quello che mi piace. Il fatto che ci siano dei limiti. Il fatto che debba scrivere qualcosa su quello che Shakespeare ha già scritto. O su un episodio della vita della De Marchi. O sull’ecologia. Tra 10 anni non ci sarà più acqua sul pianeta. Io svolgo il tema, li c’è la sfida”.
Come se fossi un giornalista?
“Ho dei limiti. Mi piace aver dei limiti. Poter vincere la sfida all’interno di quei limiti è la sfida, quello mi stimola. Quando mi propongono un nuovo lavoro, come primo impulso dico no. Poi torno a casa e l’ho già scritta. Così funziona”.
E, a parte tutto, quando scrivi sei un autore molto prolifico. 
“Questo disco nuovo ha questa nascita su commissione ma devi sapere che c’è già pronto un nuovo lavoro con Grazia de Marchi, che ho scritto lo scorso luglio e in agosto me n’è stato commissionato un altro, simile a Dio è altrove, su tema ecologico, sempre dallo stesso chitarrista della Scorta. Ho scritto 16 brani per Grazia e 13 per lui, perché quando mi si chiede qualcosa io sono febbrile. Altrimenti il pianoforte resta chiuso, la chitarra nella custodia.
Ne esce fuori un mosaico a molte facce, ma quali sono le musiche di Marco Ongaro?
“Se compongo alla chitarra è impossibile che non esca Dylan. Se compongo al pianoforte ecco Paolo Conte. Se scrivo per la De Marchi mi ritrovo tra il De Andrè e il Branduardi. Sono forse l’ultimo in grado di definire il mio stile vocale; credo di avere varie sedimentazioni che vengono fuori a seconda delle occasioni. Il motivo per cui mi piace fare l’autore è che non devo pormi problemi di questo tipo. Devo pormi il problema di far cantare gli altri”.
Ti piace il tuo nuovo disco?
“Sì, mi piace, riconoscendo anche quello che non sono io di quel disco. Il lavoro che ho fatto su commissione mi piace. Sono io nei testi e nelle musiche; negli arrangiamenti non sono io, mai. Però ne sono contento: ero appena reduce da “Shakespeariana” in cui, sotto questo aspetto, ho sofferto moltissimo. Incidere un quartetto d’archi con quattro archi che non si sono mai incontrati tra loro è stata un esperienza terribile. Ci sono musicisti che non si sono mai conosciuti in quel disco e che suonano nella stessa canzone!”
“Dio è altrove” è tutta un’altra cosa. A parte che in certi momenti suona come se fosse in presa diretta. Addirittura in certi momenti ti dà l’idea del work in progress, di qualcosa non rifinita, interrotta a un certo punto. Sbozzata, ma non ultimata, ma forse questo è un po’ nel tuo stile. E lo dico come pregio del lavoro, sia ben chiaro, non come critica.
“Dio è altrove”, la canzone, a parte il fatto che è ovvio che per me è perfetta così (sorride mentre si brinda con un bicchiere di Ripasso dal titanico splendore), aveva lo spunto più che altro nell’emozione. Questa sorta di eresia nel fatto che Dio se ne sia andato altrove. L’inizio è una storia ebraica di un rabbino in Polonia che nella sua sinagoga trova Dio seduto. “Signore cosa fai qui? Gli chiede. “Non ti immagini quanto io sia stanco”.Il concetto dell’eresia è che Dio sia andato in un luogo così disperso dell’universo in modo da non sentire niente di quello che succede qui e che i messaggeri ci mettano così tanto ad arrivare e a riportare le notizie che qualcosa sarebbe inevitabilmente cambiato nel frattempo, ma lui non se ne preoccupa più.
E la “title track” è infatti il brano più di presa di tutto il disco,
“Ho imparato dopo molti anni ad aprire il disco con un pezzo “forte”.
Il motivo dei ringraziamenti del disco ha a che fare proprio con la scrittura in quel mese. Sono passato prima da Lecce dove c’era Max Manfredi, mi sono fermato a casa di Alessio Lega, abbiamo suonato per tre giorni poi sono andato in Calabria, sono arrivato caricatissimo. La prima canzone che ho scritto è stata Il Conte Max da Genova”
Quello con le dita insanguinate…
“Esatto. Gandalf Foschini è chi mi trascrive le musiche perché io possa depositarle in SIAE, Ferdinando Dolfo è l’autore del primo progetto di copertina (bocciato). George Steiner ha scritto “Morte della tragedia” che stavo leggendo in quel mese, il libro in cui si parla dell’eresia del Dio che è altrove. Nicola Nicolis è un cantautore veronese decano, “nonno” lo chiamano, che mi ha prestato il libro “Morte della tragedia”. Iole e Gaetano Mazzone mi hanno ospitato in Calabria. Poi c’è mio fratello: il fratello del cantautore come ha detto Micocci. Mi fa: “Tu come campi?” “Ho un fratello che mi aiuta”. “Il fratello del cantautore! Anche Tenco ne aveva uno!”. Ora fa il fotolito e mi prepara tutti gli impianti delle copertine.
Quindi ora sei soprattutto un autore. Ma nei primi dischi ti sentivi cantautore?
“Sì, li scrivevo senza un progetto. Apparentemente le cose che mi venivano fuori da sole. Vado al Tenco nell’82 ottengo un discreto successo. Il fatto è che il Tenco allora aveva un paio di giornali che scrivevano sulla manifestazione. Soprattutto la prima sera. Poi mi sono reso conto che effettivamente la discografia non era aperta a nuovi dischi di cantautori emergenti. Lucio Quarantotto ha vinto nell’84 e poi fino all’87 non è esistita una targa per opera prima. Perché non esistevano opera prime! Però c’era questa dance-music, disco-music. Anni ’82-83. Mi ricordo che anche qui è partito tutto con una commissione (eccoci che ci risiamo con le commissioni). Il tizio che me l’ha commissionata mi ha dato una cassetta e mi ha detto “Tu sapresti fare un brano come questo”. Era un brano dei Twins, un gruppo tedesco. Dopo un’ora gliel’ho consegnata la canzone. Arrangiata in modo identico. Ma la mia era più bella e cercava di dire cose intelligenti. E così è nato il mio alter-ego: O’gar, l’autore di disco-music. Ma cercavo comunque di dire cose intelligenti. Per questo poi O’gar è morto a Parigi nell’86. Per quanto cercasse di dire cose intelligenti le diceva in inglese a gente che l’inglese non capiva. Ha avuto successo in Spagna!
E a quel punto sei partito coi dischi a tuo nome.
“Sì, il primo disco è dell’87. Che ho dovuto forzare, perché ancora c’era questo blocco ai nuovi cantautori. Figurano tutti nei ringraziamenti del primo disco; tutti quelli che non mi hanno preso. Vincenzo Micocci, Lilli Greco, Sandro Colombini … Per cui ho detto a Venturiero che prima era il mio agente che cercava di procurarmi una casa discografica e che nel frattempo aveva fondato una sua etichetta, di farmi fare il disco. Venturiero era rimasto fuori alla mia esperienza di O’gar che sarebbe stata l’unica avventura in comune che gli avrebbe fruttato dei soldi in tutta la nostra carriera unità. Con me ci ha solo rimesso. Però è un collezionista privato. È una questione affettiva. Lui deve avere tutto quello che faccio. È una questione maniacale. Del primo disco mi ha detto: “Di questo disco non verrà mai trasmessa una canzone in nessuna radio” E il giorno stesso l’ha pubblicato. Se non è collezionismo questo!”
Ma dopo l’esordio più o meno faticato ci sono stati i sette anni di silenzio. Perché?
“Nel ’90 a fatica, quando cominciavano di nuovo ad uscire i cantautori, con lentezza terribile siamo riusciti a buttar fuori “Sono bello dentro”. Che è coinciso con l’incisione del Vino di Ciampi al Teatro Argentina, forse il massimo successo che abbia avuto. Da lì ho inciso “Archivio Postumia” nello stesso anno, con un gruppo, ed è l’unico disco che ho arrangiato completamente io.
Nel ’91 “Eptalogia” che è un altro progetto che avevo in mente. E la Rosso di Sera non li ha pubblicati. “Archivio Postumia” lo sapevo che non sarebbe potuto essere pubblicato prima di 10 anni. Per questo gli ho dato quel titolo. Suona ’90, ma con strumenti non datati. Poi ho fondato un gruppo: Le vittime del sesso, una rock-band con cui ho girato un paio di mesi. A quel punto non avevo più voglia neanch’io di pubblicare “Eptalogia” che era di stampo più jazzistico. Nel ’95 finalmente riesco ad uscire con il disco successivo: “Certi sogni non si avverano” ma a quel punto ero stufo dell’ambiente e mi sembrava un modo di concludere perfetto. Esce il disco e io invece di promuoverlo mi ritiro, altra prova di affetto del mio editore”.
Ma gradatamente, a forza di dischi su commissione, sei tornato.
“Questo disco è più rock dei precedenti perché mi è stato commissionato da un chitarrista rock. Ha una fender del ’68 in casa! Mentre Luca Olivieri ha vinto a Memphis la gara per i migliori Elvis”.
Si respira un aria vintage tra i solchi del tuo disco
“Ce l’hanno detto. L’arrangiatore fa a Cerutti: “Hai fatto bene a stare fermo trent’anni perché adesso sei tornato di moda!”. I ragazzi cresciuti coi suoni di plastica non li sopportano più e adesso riscoprono la chitarra di Hendrix.
Ogni disco una storia, completamente diversa.
“E paradossalmente abbiamo cercato di allontanarci dai riferimenti . Ma Dio è altrove suona come Like a Rolling Stone. La chitarra e l’hammond fanno lo stesso gioco. Così come Ginevra richiama Neil Young e così abbiamo inserito l’armonica a bocca, perché non ci nascondiamo. Lo facciamo proprio così, come deve essere il riferimento. È un disco ricco anche di citazioni italiane. L’assolo in mezzo a L’infermiere è degno di Solieri, il chitarrista di Vasco Rossi. Una canzone che ho scritto la De Marchi, Colombo, diceva: “ho passato metà della mia vita a cercare di non somigliare”, ma è quasi impossibile. Se non somigli a uno somigli all’altro. L’importante è rivendicarlo, non nasconderlo.

qui una pagina su Marco Ongaro


qui il suo sito


















giovedì 26 maggio 2016

Una parte di palestinesi è stata infastidita dai festeggiamenti sulla Nakba - Ahmad Melhem



Questo articolo tradotto a cura dell’Associazione Sardegna Palestina tratta un argomento molto attuale e delicato. Si parla della polemica su come è stato gestito l’anniversario della Nakba da parte del comitato organizzatore dell’evento. Questo comitato, anche se nell’articolo non viene riportato direttamente, è sotto il diretto controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Gli uomini che fanno parte di tale comitato sono perciò uomini di fiducia di Abu Mazen. Il motivo è che da questo comitato parte il progetto di depotenziare la ricorrenza della Nakba. Si cerca di far passare sempre più la ricorrenza come una festa folkloristica piuttosto che come uno strumento di lotta e di resistenza. Alla fine dell’articolo si parla di aperture che il comitato avrebbe avuto nei confronti di tutte le possibili organizzazioni palestinesi per contribuire ad organizzare l’evento. Una apertura solo di facciata che non ha permesso di cambiare nulla di quello che in effetti è stato: una manifestazione folkloristica di balli e canti.

RAMALLAH, West Bank-, Attivisti palestinesi hanno criticato nei social media alcuni eventi organizzati per il 68 ° anniversario della Nakba, l’esodo palestinese, che viene commemorato il 15 maggio di ogni anno.
La manifestazione centrale si è tenuta a  Ramallah il 17 maggio ed è stata organizazata dal Comitato Nazionale Supremo per commemorare il Nakba Day. Questa è stata molto criticata, perchè comprendeva esibizioni di ballerini locali di Dabke e l’esibizione del cantante Mohammed Assaf, e inoltre durante la manifestazione sono stati distribuiti ai partecipanti cappelli fatti in Israele.
Il festival di Ramallah si è tenuto due giorni dopo che l’ambasciata palestinese in Qatar ha organizzato una commemorazione del Nakba Day, durante la quale il Qatar ha esposto la chiave più grande del mondo, simbolo palestinese del diritto al ritorno. La chiave è entrata nel Guinness dei primati il 15 maggio.
In questo contesto, il corrispondente di Al Jazeera Mirvat Sadeq ha postato su Facebook 14 maggio “La Nakba non è stata un fatto di folklore. Non si può celebrare con danze Dabke e canti folk. Non è stato un matrimonio in cui le donne indossavano abiti ricamati. La Nakba non è una festa. Si tratta di un disastro e un massacro continuo contro terre e persone. Le tragedie non si devono celebrare con trombe e sirene”. Sadeq si riferiva alla sirena di allarme che il comitato di commemorazione ha fatto suonare per 68 secondi a mezzogiorno il 15 maggio a Ramallah per segnalare l’inizio dei festeggiamenti per la Nakba.
Il vignettista Mohammad Sabaaneh ha postato su Facebook il 15 maggio “Alcune persone stanno per commemorare la Nakba davanti agli uffici  dell’UNRWA [United Nations Relief and Works Agency per i rifugiati palestinesi] in Libano, mentre altri vendono biglietti, ballano, cantano e fanno soldi. Alcune persone sotto l’occupazione israeliana vivono in agiatezza, mentre altri marciscono nel buio delle loro celle”.
Sabaaneh ha anche pubblicato una caricatura che mostra un funzionario palestinese in uniforme in possesso di uno striscione con la scritta “diritto al ritorno… ai negoziati”.
Tra l’indignazione pubblica, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha boicottato la celebrazione di Ramallah, perché si trattava di una “occasione di festa senza un programma di lotta contro la catastrofe commessa contro il popolo palestinese.”
Omar Chehade, del PFLP, membro del Consiglio Centrale dell’OLP, ha detto ad Al-Monitor, “Il FPLP si rifiuta di partecipare alle manifestazioni, perché già un paio di settimane fa durante la discussione preparatoria del Comitato Nazionale Supremo per commemorare il giorno della Nakba si percepiva una tendenza a fare di questa ricorrenza una celebrazione  piuttosto che un’occasione per confrontarsi con Israele e sostenere l’intifada. Ha aggiunto: “La manifestazione principale era scarna e non ha mostrato nessuna posizione politica in linea con la lotta della Nakba. Gli eventi organizzati per la ricorrenza della Nakba riflettono un modello consumista che è in armonia con le politiche dell’Autorità Palestinese e da cui non traggono beneficio né la causa dei rifugiati, né la lotta agli insediamenti e non possono essere un deterrente per l’esercito israeliano “.
Chehade ha poi detto: “Per commemorare la Nakba sarebbe stato meglio dare più spazio all’intifada dandogli una dimensione ufficiale e pubblica e promuovere il dialogo nazionale, invece di celebrare e correre dietro l’iniziativa francese, che elimina il diritto al ritorno”.
Molti scrittori e analisti politici speravano  che  con la celebrazione della Nakba  i militanti sarebbero stati stimolati a riaccendere la rivolta che da ottobre infuria nei territori palestinesi, rivolta segnata da un pubblico scontro con le forze israeliane sia nelle barricate dell’esercito sia nella terra confiscata. Tuttavia, le loro previsioni non si sono avverate.
Khaled Awad Allah, un ricercatore in scienze sociali e già docente all’Università di Birzeit, ha detto ad Al-Monitor, “La commemorazione della Nakba si è trasformata da uno scontro con Israele in una celebrazione. Si tratta di una forma di collasso politico e di un deterioramento della situazione nazionale palestinese. Di conseguenza, la commemorazione della Nakba è diventata una successione di rituali privi di valori spirituali e nazionali “.  Ha sostenuto che le celebrazioni della Nakba “l’hanno trasformata in un evento superficiale, privo di spessore e di comprensione del vero significato della storia della Nakba. L’aspetto celebrativo, predominante sul ricordo, riflette la mancanza di consapevolezza della Nakba, un evento decisivo e fondamentale della nostra storia “. Awad Allah ha aggiunto: “Il ricordo della Nakba dovrebbe riaccendere la resistenza. Ma, purtroppo, la nostra vita nazionale è diventata nelle attuali vicende politiche, priva di qualsiasi atto di lotta di qualche significato. La Nakba è stata svuotata del suo vero significato”.
Il capo del Comitato Nazionale Supremo per il Nakba Day, Mohammad Alyan, ha detto ad Al-Monitor, “I palestinesi sono cresciuti cantando canzoni anche durante cortei funebri. Perché, allora, dobbiamo criticarli ora per il Nakba Day?” Ha detto: “Abbiamo un programma di eventi variegato che comprende aspetti tradizionali, culturali e di sensibiliazzazione, ma anche confronti con l’esercito israeliano. Coloro che criticano gli organizzatori non hanno offerto alternative. Dal mese di marzo abbiamo chiesto a individui, organizzazioni e partiti  come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, le fazioni palestinesi, che attraverso i media ci dessero suggerimenti per gli eventi del Nakba day. Ma la risposta è stata scarsa, ed i nostri compagni nel FPLP non hanno fatto proposte alternative “.
Omar Assaf, il segretario del Comitato nazionale per la difesa del diritto al ritorno e membro del Comitato Nazionale Supremo per commemorare il Nakba Day, ha detto ad Al-Monitor, “siamo aperti ad avere un feedback sul nostro operato e sulle nostre scelte per correggere qualsiasi errore. Ogni anno valutiamo gli eventi ed impariamo dalle discussioni con tutte le parti “.Ed ha aggiunto: “C’è stato un’ esagerazione nella critica della manifestazione, in particolare si sono criticate le manifestazioni artistiche, ma la nostra identità culturale ha sempre fatto parte della nostra lotta.”
Nonostante la controversia sugli eventi di commemorazione della Nakba, le condizioni difficili dei profughi palestinesi nei campi non sono cambiate. I dati del Palestinian Central Bureau of Statistics pubblicati il 15 maggio ha dimostrato che nel 2015, il 42,8% dei cittadini palestinesi sono rifugiati nella stessa Palestina. Nel frattempo da gennaio 2015 secondo dati dell’ UNRWA i rifugiati palestinesi sono cresciuti del 5,59%. Sempre secondo dati UNRWA i rifugiati vivono per il 28,7%  in 58 campi distribuiti in: 10 campi in Giordania, 9 in Siria, 12 in Libano, 19 in Cisgiordania e 8 nella striscia di Gaza.

Parma: uno squadrone della morte nella provincia italiana, l’assassinio di Mohamed Habassi - Annamaria Rivera



Nella notte fra il 9 e il 10 maggio scorsi, una sorta di squadrone della morte, capeggiato da due individui di mezz’età, fa irruzione nel modesto appartamento di un uomo sui trent’anni. I sei, a volto scoperto, indossano guanti di lattice e sono armati di una mazza da baseball, una spranga di ferro, un martello, un tirapugni, una pinza a pappagallo, perfino un guanto in maglia d’acciaio. Non v’è dubbio alcuno, dunque, che intendano dare una lezione assai dura alla loro vittima.
Colto di sorpresa e abbandonato dall’amico (o forse cugino) ch’era in casa – fuggito in preda al panico alla vista dello squadrone – lo sventurato dapprima tenta di difendersi, poi soccombe alla violenza dei suoi carnefici. Così che questi, in specie i due capibanda, potranno svolgere con tutta calma l’opera di sevizie, torture, mutilazioni. Nonostante siano imbottiti, si dice, di una miscela di cocaina e alcool, eseguiranno il lavoro con meticolosità quasi scientifica: gli recidono un orecchio, gli strappano parte del naso, gli fracassano il cranio e con la pinza gli tranciano di netto un mignolo e un alluce, che poi gettano nel lavandino.
Nella notte silenziosa del borgo risuonano le urla strazianti della vittima. Eppure per circa un’ora nessuno interviene a fermare il massacro. Infine, qualcuno dà l’allarme. Ma quando le forze dell’ordine si risolveranno a fare irruzione nell’appartamento sarà troppo tardi: il poveruomo è ormai morto. Martoriato, mutilato, dissanguato da emorragie interne ed esterne, ha patito una lunga agonia.
Non siamo nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla, neppure nell’Egitto del generale al-Sīsī. Bensì, più modestamente, a Basilicagoiano, frazione di Montechiarugolo, a pochi chilometri dalla civilissima Parma, ove risiedono i due principali carnefici. Gli altri quattro della banda, operai romeni, sarebbero stati arruolati in funzione ausiliaria, per così dire. Anch’essi sono in carcere con l’imputazione di concorso in omicidio e le aggravanti della premeditazione e della crudeltà.
I due aguzzini –persone “assolutamente insospettabili”, secondo le cronache locali – sono rei confessi ed è perciò che ci permettiamo di nominarli. L’uno, il 42enne Alessio Alberici, fermato la notte stessa del delitto, è un grafico e illustratore “ben noto a Parma”. In quanto fumettista di un “noir d’atmosfera”, lo ritroviamo, tramite la rete, tra gli ospiti illustri di una serata “dedicata al giallo e al mistero”: cosa che oggi suona come un terribile paradosso. L’altro, Luca Del Vasto, di 46 anni, l’ideatore della spedizione punitiva e il carnefice più spietato, è titolare di un’impresa di pulizie, ma anche gestore di un locale ben noto, il Buddha Bar di Sala Baganza: un dettaglio, anche questo, atrocemente beffardo, data l’inclinazione alla crudeltà e al sadismo di cui darà prova il barista “buddista”, che proprio all’interno di quel bar organizza il raid fatale, in cui si distinguerà per le mutilazioni inflitte alla vittima.
Nonostante questo caso non sia certo tra i più consueti e banali, è stato confinato nella cronaca locale. I maggiori quotidiani nazionali, che di solito non disdegnano la nera più truculenta, gli hanno dedicato solo alcuni pezzi nelle edizioni locali (parliamo delle versioni online). Eppure, non foss’altro che per l’efferatezza dell’assassinio, preceduto da sevizie e torture, esso presenta qualche analogia con l’omicidio di Luca Varani. E questo crimine è stato oggetto non solo di lunghe serie di articoli di cronaca in giornali mainstream, ma anche di commenti e analisi.
Una delle ragioni di una tale sottovalutazione è facilmente intuibile. Gli ideatori e principali esecutori dell’atroce martirio avevano sì “piccoli precedenti per spaccio”, ma, italiani e per di più parmigiani doc, erano considerati cittadini rispettabili. La vittima, invece, non era che un “extracomunitario”: Mohamed Habassi, di trentatre anni e cittadinanza tunisina, oltre tutto disoccupato. Il rovesciamento dello schema privilegiato da buona parte dei media, che vuole le persone immigrate nel ruolo dei criminali, probabilmente non li ha incoraggiati a occuparsi di un tale delitto “anomalo”.
Quanto al movente, almeno quello confessato dai due aguzzini, non potrebbe essere più meschino: Mohamed non pagava la pigione dell’appartamento di proprietà della “convivente” di Del Vasto, a suo tempo preso in fitto dalla sua compagna, morta lo scorso agosto in un terribile incidente d’auto. Ma si sospetta che vi siano anche altri moventi.
Nel 2014 il quotidiano britannico The Telegraph ha classificato Parma al quarto posto tra i luoghi migliori al mondo per qualità della vita, sorvolando sugli scandali e la corruzione.  Comunque sia, la città del parmigiano e del Parmigianino, con la sua provincia, non ha certo portato fortuna a Mohamed, né alla sua compagna, postina di professione, lei stessa immigrata, sia pur dalla Sicilia. E ha sorriso poco anche al loro bambino, che oggi ha sei anni: sopravvissuto all’incidente che è costato la vita alla madre, quindi gravemente scioccato, ormai orfano anche del padre, che amava molto e dal quale era altrettanto riamato.
Dopo la prima disgrazia, per decisione del tribunale, il piccolo era stato dato in custodia al padre. E Mohamed, a sua volta, lo aveva affidato alle cure della nonna paterna, anche per sottrarlo a conflitti familiari e probabilmente in attesa di tornare lui stesso in patria. Il bimbo, dunque, non abita più a pochi chilometri da Parma, bensì in una cittadina del governatorato di Tunisi. Se un giorno, divenuto adulto, fosse costretto a emigrare, chissà se aspirerebbe a tornare nella quarta città al mondo per qualità della vita.
Nonostante la vicenda di questa famiglia sia così coerentemente tragica da apparire letteraria, così struggente da non poter sollecitare altro se non commozione e pietas, e il delitto così mostruoso da lasciare attoniti, vi è chi non ha resistito alla tentazione di diffamare la vittima. L’autrice del primo articolo che Parma.repubblica.it ha dedicato al caso, invece d’interrogarsi sull’identità dei carnefici, scrive che “alcune risposte” sui “punti oscuri di questa vicenda […] possono essere cercate nell’identità della vittima”. Mohamed Habassi, infatti, “non era per nulla amato nel vicinato”, cui “arrecava disturbo”, tra l’altro ascoltando “musica ad alto volume”.
C’è da trasecolare. Se per Del Vasto è normale che il fatto di non pagare la pigione possa essere punito con un tale martirio, le allusioni della giornalista rivelano nient’altro che pregiudizio verso la vittima e indulgenza verso i carnefici: Habassi se l’è cercata, in definitiva. Gli “extracomunitari” stiano attenti quando ascoltano musica: la loro vita vale così poco che rischiano d’essere suppliziati dai vicini.
In Italia, nessuna protesta pubblica è intervenuta finora a bucare un così spesso muro di orrore, ma anche di pregiudizio e cinismo, neppure da parte dell’antirazzismo militante e della sinistra più “radicale” di Parma: forse imbarazza la partecipazione dei romeni alla spedizione punitiva? Nondimeno, qualche piccolo barlume di solidarietà riesce a trapelare. Per esempio, alcune educatrici e altre persone che hanno conosciuto quel bambino in tempi migliori e lo hanno curato, protetto, amato,hanno pubblicato un appello su un giornale locale online per sapere in che modo possano aiutarlo: “Caro piccolo, non ti dimentichiamo, ci stringiamo a te e combatteremo per un mondo in cui il denaro non valga più della vita, dell’amore, della cura verso i più deboli e i più piccoli”.
(*) Ripreso da «Micromega»; versione leggermente modificata dell’articolo pubblicato dal quotidiano «il manifesto» il 25 maggio.

La statua di Mandela a Ramallha: foglia di fico dell’Autorità Nazionale Palestinese - Ramzy Baroud


Lo Spirito di Nelson Mandela in Palestina: è la sua vera eredità quella che  viene proclamata?

Quando ho saputo che in Palestina hanno eretto una statua di Nelson Mandela, l’icona dell’ anti apartheid sudafricana, ho avuto dei sentimenti contrastanti. Da un lato, mi ha fatto molto piacere sapere  che il rapporto  tra le lotte dei palestinesi e quelle dei sudafricani è ancora molto forte. Dall’altro,  temo  che i ricchi e corrotti palestinesi di  Ramallah stiano utilizzando l’immagine di Mandela per acquisire un capitale politico di cui hanno tremendamente bisogno.
La statua di bronzo di sei metri si trova ora in piazza Nelson Mandela, nel quartiere di Al-Tireh a Ramallah, dove ha sede il quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese. La ANP è nota per la endemica corruzione della sua classe politica e finanziaria. In un certo senso, la sua sopravvivenza è essenziale sia per la ricca classe politica palestinese sia per l’occupazione militare israeliana.
E’ stato quindi abbastanza sconsolante assistere alla parodia teatrale in cui  l’artista principale,  il presidente della  ANP Mahmoud Abbas, che governa con un mandato scaduto da molto tempo, scopriva  la statua in una cerimonia in cui erano presenti  suoi ministri e diplomatici stranieri.
La statua è stata un dono della città di Johannesburg, ed il suo costo di 6 milioni di Rand (circa €348.000 ndt) è stato pagato dalla municipalità di quella città. Città  la cui solidarietà con la Palestina è intrecciata  in una lunga storia di lacrime , sangue, toccanti  grida di dolore e di libertà.  Cosa che rende il dono ancora più gradito.
Ma il Mandela che ora si trova eretto a Ramallah è stato inserito nel quartiere che incorpora lo spirito del tempo di questa città, il quartiere più ricco e radioso che fa mostra  di enormi ville in pietra bianca e auto di lusso. Avrebbe avuto un significato più profondo se la statua fosse stata eretta nel centro di Gaza, città che sta tuttora resistendo ad un  genocidio;  nel cuore di Jenin, una città nota per la sua audacia nonostante le sue scarse risorse; ad Al-Khalil, a Nablus o a Khan Younis. Vedere invece ricchi funzionari e uomini d’affari in stato di eccitazione che si affannavano a guadagnare un posto davanti alle tante telecamere palestinesi, ha spogliato l’evento del suo speciale significato.

E’ strano  ma non è solo la statua di Nelson Mandela a Ramallah che mi lascia inquieto ma anche quella  di  Sandton City a Johannesburg. Ho visitato il posto più di una volta, e nonostante la mia immensa ammirazione per Mandela, non è riuscito ad emozionarmi.
L’inserimento della statua di Mandela in un’area commerciale della città mi è sembrato un tentativo di ridefinire Mandela per quello che non era: da leader popolare  e da ex prigioniero con  orgogliosi legami con il  Partito Comunista ad un’icona senza energia , una  figura sfocata senza radici radicali.
Ancora peggio: è stato reclamizzato  come una qualsiasi merce all’interno di un incerto mercato neoliberista, in cui tutto è in vendita e dei valori rivoluzionari non c’è traccia. Il sito di Sandton City così descrive la piazza:“è la sede di alcuni dei migliori ristoranti del Sud Africa, esclusivi ed alla moda, una piazza in stile europeo: Nelson Mandela Square ,raffinata ed elegante, glamour ed alla moda, il tutto sotto il sole africano”.
Insomma il Mandela che è propagandato da alcuni in Sud Africa, e dai  loro simili in Palestina, è fondamentalmente diverso dal Mandela che molti di noi conoscevano. L’uomo deceduto il 5 dicembre 2013 ha evidentemente lasciato due eredità, quella celebrata nei campi profughi palestinesi e nelle baraccopoli del Sud Africa, e quella che viene venduta  al turista culturalmente sofisticato ed alla classe corrotta di Ramallah.
Vivendo con la mia famiglia a Gaza in un campo profughi in rovina sotto occupazione militare e la costante minaccia di violenza, Il nome ‘Nelson Mandela’ è sempre stato per noi un punto fermo  . Ogni volta che sentivamo il suo nome nei telegiornali ci precitavamo davanti al televisore. I nostri migliori giovani militanti sono stati inseguiti, picchiati, arrestati e fucilati solo perché tentavano  di scrivere il suo nome sui muri decadenti delle nostre umili abitazioni.
Questo è stato il Mandela che conoscevo, ed è lui che la maggior parte dei palestinesi ricorda con adorazione e rispetto. Quello in piedi a Ramallah, esposto da quei palestinesi che con orgoglio parlano di condurre con Israele un’azione coordinata per la sicurezza – dando congiuntamente  un giro di vite alla  resistenza palestinese – è un Mandela completamente diverso.
E’ un diverso Mandela perché Abbas e la sua autorità non incarnano neanche lontanamente lo spirito del Mandela  combattente per la libertà, il prigioniero capace di sfidare, il leader unificante, l’animatore del movimento di boicottaggio.
In realtà, la leadership palestinese, così come è rappresentata nel governo non eletto di Abbas a Ramallah, deve ancora riconoscere il movimento nato dalla  società civile palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), a sua volta generato dal  movimento di boicottaggio del Sud Africa.
Invece  l’ANP di Abbas ha sprecato più di 20 anni in negoziati inutili e senza senso , collaborando con Israele, dividendo la società palestinese  della  West Bank e lavorando attivamente  alla repressione della resistenza palestinese.
Con la sua popolarità sempre più in discesa  tra i palestinesi, Abbas si arrabatta disperatamente alla ricerca di vittorie che appaiono vuote , e insiste nel  presentarsi come leader di liberazione nazionale, nonostante tutto il suo modo di fare  provi il contrario.
Ma il legame tra il Sudafrica e la Palestina è molto più grande di una foto fatta  a Ramallah insieme a uomini eleganti che si ripetono in bugiardi cliché  sulla pace e sulla libertà. Oserei dire che è un legame più grande dello stesso Mandela , a prescindere da quale delle due eredità scegliamo per ricordarlo. Si tratta di un legame  che è stato consacrato dal sangue dei poveri e degli innocenti e dalla lotta tenace di milioni di africani neri o di pelle scura e da arabi palestinesi.
Io questo ho avuto la fortuna di poterlo constatare di persona. Pochi anni fa nel mio ultimo giro di conferenze in Sud Africa , sono stato avvicinato da due uomini sudafricani. Sembravano particolarmente grati per ragioni che inizialmente mi sfuggivano. “Vogliamo ringraziarvi molto per il vostro sostegno alla nostra lotta contro l’apartheid,” disse uno dei due con sincera franchezza e con un’emozione palpabile. In effetti era più che comprensibile. I palestinesi hanno visto la lotta dei loro fratelli neri come la loro lotta. I due uomini però non parlavano di sentimentalismi. Mentre il governo israeliano, i militari e l’intelligence sostenevano il governo dell’apartheid in molti modi, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) addestrava ed equipaggiava i  combattenti dell’ANC (African National Congress ndt). Cuba e altri hanno fatto lo stesso, ma mi riempiva di orgoglio pensare che mentre i palestinesi stessi erano impegnati in una estenuante lotta, la leadership palestinese di allora  ha avuto la  coscienza politica di offrire solidarietà ad una nazione in lotta per la sua libertà.
Quegli uomini mi hanno detto che anche dopo tutti questi anni tenevano ancora in bella evidenza le uniformi fornitegli dalla PLO (Palestine Liberation Organization). Ci abbracciammo e ci separammo, ma con il tempo mi sono reso conto che l’attuale lotta contro l’apartheid in Palestina non è solo simile a quella del Sud Africa. Entrambi le lotte sono estensione dello stesso movimento, la stessa lotta per la libertà ed in effetti  contro lo stesso nemico.
Quando Nelson Mandela disse: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”, non cercava di fare il  diplomatico con noi o di essere cordiale. Egli credeva veramente ad ogni singola parola di quella frase.
Speriamo che un giorno  una statua di Mandela, quello che rappresenta lo spirito della Resistenza in Palestina, si levi in alto tra le persone che hanno sostenuto la sua  causa e che lo hanno amato di più.
da qui

(tradotto da Gianni Lixi)

mercoledì 25 maggio 2016

il nostro amico turco

   wrea
L’Europa “si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. (*)
Erdogan non ha mai nascosto l’ammirazione verso l’efficienza tedesca
latuff 1
Dice cose che molti governanti vorrebbero ma non possono.
Sa che lui può arginare l’ondata di migranti verso l’Europa,
e siccome business is business, per la modica somma di sei miliardi di euro farà il doganiere d’Europa


tutti fingono di non vedere il fascismo di Erdogan

in Europa fingono di ignorare i suoi metodi

in fondo invidiano come riesce a vincere le elezioni

in Europa la macchina che produce profughi non si ferma
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e ci sono tante questioni migratorie da seguire

proprio l’altro giorno il parlamento turco ha deciso la revoca dell’immunità per i parlamentari, decisione che andrà a colpire quasi tutti i deputati dell’HDP, per coincidenza oppositori di Erdogan.
Finora deboli le reazioni internazionali: solo il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha parlato di “colpo alla democrazia turca e alla libertà politica”, mentre Angela Merkel, la cancelliera tedesca che si è spesa per firmare il vergognoso accordo con la Turchia per bloccare i profughi ha dichiarato che “solleverà il problema” con Erdoğan lunedì prossimo.
Qual è il senso dell’immunità dei deputati in un sistema democratico parlamentare? Proteggere i rappresentanti eletti dal popolo dalla persecuzione per le loro idee. E cosa fa un regime fascista quando vuole togliersi di torno le opposizioni? Le priva di tale protezione o a seconda dei casi, le elimina fisicamente. Questa storia l’abbiamo già vista: cosa aspettano i governi europei a fare tre-quattro passi indietro sulla Turchia?

I co-presidenti di HDP Figen Yüksekdağ e Selahattin Demirtas hanno rilasciato una dichiarazione alla stampa a seguito della revoca delle immunità parlamentari, una proposta da colpo di stato introdotta dall’AKP e approvata da CHP e MHP sulla base di un alleanza anticurda.
Demirtaş intervenendo dopo la Yüksekdağ, ha duramente criticato l’emendamento costituzionale e lo ha descritto come un colpo di stato che ha interessato la volontà del popolo.Ha sottolineato che: “Nessuno dei nostri colleghi accetterà la richiesta dei pubblici ministeri e dei tribunali di testimoniare. Nessuno si deve aspettare che noi accattiamo questo colpo di stato che impone una dittatura aperta”.Oggi due partiti e mezzo si sono riuniti e hanno approvato questo colpo di stato.
Il co-presidente di HDP ha evidenziato che non ci sarà un processo giusto finchè continueranno ad esistere un parlamento, una magistratura e una stampa governati dal Palazzo. Demirtaş ha sottilineato che: “Noi non andremo volontariamente in tribunale.Se ci prenderanno con la forza, devono fare dei preparativi in anticipo, per porci in detenzione, arrestarci o catturarci.Tutti devono sapere che non diventeremo uno strumento in questo gioco.”
Demirtas ha anche sottolineato che staranno dietro la volontà popolare fino alla fine e non si arrenderanno al Palazzo, aggiungendo; “La lotta è appena iniziata.”

(*) si ringraziano i disegnatori:
Carlos Latuff, Chappatte, Brandan Reynolds, Naoufal Lahlali, Kalmius.