venerdì 25 settembre 2020

leggendo Angelo Maria Ripellino

 “VI ASPETTO, LETTORI, CON UNA TORCIA ACCESA ALLE PORTE DEL LUKOMÒRIE, REMOTO PAESE RAVVOLTO IN BAMBAGIA DI NEBBIA…”. I LIBRI MERAVIGLIOSI (E INTROVABILI) DI ANGELO MARIA RIPELLINO

 

Alto, bello, baffuto, magro, elegante, pronto all’arabesco retorico e all’altolà del verbo, Angelo Maria Ripellino è riassunto, per lo più, in un libro, Praga magica, ipnotico, per altro, ma parziale. Ripellino – inutile ricamo – è nato il giorno in cui muore mio padre nell’anno in cui nasce il padre di mio padre, nel paese natale della mamma di mio padre. Palermo, 4 dicembre 1923. L’incrocio delle casualità dovrebbe dare abito a un destino. Io continuo a credere che un palermitano nell’allora Cecoslovacchia è lì a fomentare rivoluzioni o per celebrare la propria marcia nel sogno. Ripellino pensava al fulgore della poesia, i sovietici irruppero con le armate, “Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un bàratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò”. Ripellino non tornò più a Praga, la poesia prosegue, tra sbadigli, a essere perseguita e perseguitata.

*

Ribadisco ciò che si sa. Angelo Maria Ripellino è un genio. Allievo di Ettore Lo Gatto, ha tradotto Andrej Belyj (Pietroburgo, romanzo che Vladimir Nabokov mette, nel mazzo dei prediletti, tra Ulisse, ‘Recherche’ e TuttoKafka) e Aleksandr Blok, Vladimír Holan e Velimir Chlebnikov. Gli piacevano i poeti che forgiano neologismi, che scartavetrano la grammatica, che fanno del vocabolario una giungla – che cercano la tigre, ecco. La sua sintonia con Majakovskij fu pressoché totale – eppure Einaudi gioca a ripubblicare e a dimenticare quello studio necessario, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia –; ha tradotto con maestria Boris Pasternak, di cui adorava l’indole selvatica più che la rassegnazione al romanzo. Incontrò il poeta nel 1957, dandone nota in un articolo eccellente, riprodotto ora in Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), edito da Aragno, a cura di Umberto Brunetti e Antonio Pane.

“Le parole di Pasternàk avevano una gravità battesimale. Mi suona ancora negli orecchi la sua cantilena discontinua, arrochita… Ci invitò a pranzo. A capotavola, come un nero idolo, troneggiava la moglie. Un lunghissimo pranzo all’antica: galline, funghi e verdura della sua villa. E cognac e brindisi. Intanto Borís Leonidovič parlava della gioia che si prova nell’ospitare gli amici venuti da terre lontane. Paragonò la figura del poeta ad un albero che stormisca nel vento. Esortò Evtušenko a non stemperare il suo ingegno negli intrugli dei versi servili. Ci narrò di Marina Cvetàeva; tracciò un parallelo fra Bunin e Čechov, dando la palma a quest’ultimo. Mi sorprese il suo amore per le ariette banali di Severjànin, che era stato per me sino allora il campione d’un bolso decadentismo… Quando prendemmo congedo, mi regalò due quaderni con liriche allora inedite; verdi quaderni, su cui rameggiava la sua scrittura antiquata, tutta svolazzi ed occhielli. Benché a poche verste da Mosca, Peredélkino era in realtà più remota di un villaggio in Siberia. In quella dacia Pasternak coltivava, come una fragile pianta, la sua solitudine, contrapponendo all’effimero brulichío degli «slogans» la ferma meditazione dei problemi eterni. Eppure questa solitudine era fertile, esemplare, ed agiva sui giovani stanchi delle false fanfare”.

*

Morto nel 1978, nonostante gli sforzi di amici e studiosi – nel 2007, ormai un secolo fa, Einaudi ha riprodotto le sue poesie – mi pare che Ripellino sia inacidito nell’oblio. Forse Ripellino è come una formula magica, che rimbalza a contrario, eco incongrua, contro le pareti di una stanza vuota, con vigna di lampadari. Ad esempio, l’antologia sulla Poesia russa del 900, dedicata da Ripellino “a mio padre”, chiusa con quelle parole d’emblema (“Questi lirici ci offrono la testimonianza d’una poesia non rinchiusa fra schemi dottrinari, non impacciata da intenti di propaganda, non ingolfata in cadenze di superficiale esaltazione, una poesia nitida, luminosa, piena di ottimismo e di aperta fiducia nella vita e nei destini del mondo”), va ristampata immediatamente, la apri e ti salva il giorno, inchiodato ai versi di Anna Achmatova, di Osip Mandel’stam, di Marina Cvetaeva… Come una P sul torsolo della soglia di casa, al raduno degli irredenti.

“Non ho ancora trovato il tema di questo racconto. Eppure non posso non scrivere. Scrivere, prendere appunti è un’ossessione che ti corrode la vita. Me ne sto qui sull’erba bruciata di Forte Antenne, a schizzare pigri disegni. Estrella mi guarda ridendo. Riempirò molti fogli di graffiti e di sgorbi e di ghirigori. E alla fine in un lampo mi si chiarirà l’argomento”. Così attacca Storie del bosco boemo, al crocevia di un’ossessione, l’ultimo dei “Quattro capricci” del libro omonimo, stampato con sfarzo da Einaudi nel 1975 (“Numeri baracconeschi, riquadri sghimbesci da stampe folcloriche, tavolozze sgargianti da Ballets Russes, sfondi da libri infantili illustrati a frastagli che si alzano aprendoli, una certa bamboleria surrealistica, buffonaggini da vecchia novella italiana… tutto questo confluisce in un ardente giuoco verbale, che tuttavia non si esercita a vuoto, ma è sempre sotteso di tenerezza e rimpianti e calore umano”). Il libro mi è stato inviato – insperabilmente – dalla Sicilia; in copertina una illustrazione di František Tichý (1896-1961), artista di Praga, Il ventriloquo, forse indica il perimetro di una poetica. Ci si adatta alla voce dando voce – chi dice è sempre l’altro. Ma che libro bellissimo, innaturale, fresco perché anomalo, questo, di chi crede, ancora, che il vocabolario non sia un giogo ma un gioco, una mappa stellare, il primo passo di un viaggio nell’ignoto e nell’incongruo.

*

Il libro, Storie del bosco boemo, non si trova più nell’edizione Einaudi, è stato ripreso nel 2005 da Mesogea. Nel mondo isterico, dal linguaggio sterilizzato, chi può amare l’istrione, chi ha voglia di giocare il verbo, di pitturarsi la faccia di bianco? “Non c’è verso di farsi capire”, dice a un certo punto il regista di un baraccone, la scena si chiama Parapiglia, lui s’avventa nel “Museo dei Prodigi”, sterza dal “rancore di fiabe assopite” e “sebbene maldestro come un Wunderrabbi chassidico, un giorno tenterò di costruirvi un teatrino di burattini”. Forse c’è l’estro dei pupi, l’audacia del No nipponico, l’estensione del futurismo russo (la meccanica di Ripellino è riassunta in “Manichini a Pietroburgo”, capitolo miliare del suo Majakovskij, chevvelodicoafare: “il tessuto verbale è con rattrappito da continue contrazioni, si raggrinza, si gonfia, si deforma con ritmo spasmodico”) nel gergo di Ripellino. Un giorno mi dico, con brillio, Ripellino va letto ascoltando Paolo Conte – in assenza di un Esenin nell’armadio.

*

Ci sono sonnambuli e teatranti, clown ignari di esserlo e angeli di Klee, l’idea che il tempo sia una sciocchezza e che si possa vivere nel sottoscala del secolo defunto, che i morti non muoiono mai, che la lingua è acqua e tutti andiamo a Manichinia. “Vi aspetto, lettori, con una torcia accesa alle porte del Lukomòrie, remoto paese ravvolto in bambagia di nebbia, invetriato nel velo verde bottiglia di una fittissima nebbia che mai si dirada”, attacca Ripellino, gran maggiordomo della letteratura, aeropagita del parlar materno, in Il gallo d’oro. “Se non vi conducessi per mano, potreste perdervi in questo paese grande dieci giornate, in questo intrico di madidi muri illusori…”. Che desiderio di perdersi, appunto, tra nebbie e illegali illusioni; abbiamo prediletto le virtù dell’ordine, l’ordinario, la comprensione. Bye, bye. (d.b.)

http://www.pangea.news/ripellino-libro-ritratto/

David Graeber e gli zapatisti

  

UNA MORTE… O UNA VITA

Ottobre-Novembre 2011

Chi nomina chiama. E qualcuno accorre, senza appuntamento, senza spiegazioni, nel luogo in cui il suo nome, detto o pensato, lo sta chiamando.

Quando ciò accade, si ha il diritto di credere che nessuno se ne va del
tutto finché non muore la parola che chiamando, lo riporta.

Eduardo Galeano.

“Finestra sulla Memoria”, da Las Palabras Andantes. Ed. Siglo XXI.

Per: Luis Villoro Toranzo.

Da: Subcomandante Insurgente Marcos.

Don Luis:

Salute e saluti.

Prima di tutto, auguri per il suo compleanno il 3 novembre. Speriamo che con queste lettere riceva anche l’abbraccio affettuoso che, anche se a distanza, le mandiamo.

Proseguiamo quindi in questo scambio di idee e riflessioni. Forse ora più solitari per la confusione mediatica che si solleva intorno alla definizione dei nomi dei tre bricconi che si disputeranno la guida sugli insanguinati suoli del Messico.

Con la stessa frenesia con cui spediscono le loro fatture per “spese di promozione immagine”, i mezzi di comunicazione si allineano alle diverse parti. Tutti concordano che le scempiaggini che esibiscono con impudicizia i rispettivi aspiranti, si possono coprire solo facendo più rumore sopra quelle dell’avversario.

Il periodo dell’ansia degli acquisti natalizi coincide con la vendita delle proposte elettorali. Chiaro, come la maggioranza degli articoli che si vendono in questo periodo dell’anno, senza garanzia alcuna e senza la possibilità di restituzione.

Dopo le esequie del suo ex-segretario di governo, Felipe Calderón Hinojosa è corso gioioso “all’estremo saluto” per dimostrare che ciò che importa è consumare, non importa che i sottosegretari di Stato siano morituri e con indeterminata data di scadenza.

Ma, anche in mezzo al rumore ci sono suoni per chi sa cercare ed ha la determinazione e la pazienza sufficienti per farlo.

Ed in queste righe che le mando ora, Don Luis, palpitano morti che sono vite.

I.- Il potere del Potere.

“La libertà di scelta ti permette di scegliere la salsa con
la quale sarai mangiato.”
Eduardo Galeano.
“Finestra sulle Dittature Invisibili” Ibid.

“Che ci governino, giudichino e se ne occupino le puttane,

visto che i loro figli hanno fallito”
dal blog laputarealidad.org

Devo averlo letto o sentito da qualche parte. Era qualcosa come “il Potere non è avere tanti soldi, ma mentire e fare che ti credano molti, tutti, o almeno tutti quelli che contano.”

Mentire in grande e farlo impunemente, questo è il Potere.

Bugie giganti che includono accoliti e fedeli che diano loro validità, certezza, status.

Bugie che diventano campagne elettorali, programmi di governo, progetti alternativi di nazione, piattaforme di partito, articoli su giornali e riviste, commenti in radio e televisione, slogan, credo.

E la bugia deve essere così grande da non essere statica. Deve cambiare, non per diventare più efficace, ma per provare la lealtà dei suoi seguaci. I maledetti di ieri saranno i benedetti appena girate alcune pagine del calendario.

È il Potere – o la sua vicinanza – il grande corruttore?

A lui arrivano uomini e donne con grandi ideali, ed è l’agire perverso e corruttore del Potere quello che li obbliga a tradirli fino ad arrivare a fare il contrario e contraddittorio?

Dal pieno impiego alla guerra sanguinosa (e persa)…

Da “la mafia nel potere” alla “repubblica amorevole”…

Da “seimila pesos al mese bastano per tutto” a “alla fine nemmeno un sondaggio mi è favorevole”…

Da “Dio mio, rendimi vedova” a “Lupita D´Alessio, fammi leonessa di fronte all’agnello”…

Dal gruppo San Ángel allo Yunque totalmente scoperto…

Da… da… da… scusate, ma non trovo niente di significativo che abbia detto Enrique Peña Nieto…

Anzi, trovo che non abbia detto proprio niente, come se si trattasse di una pessima comparsa, di quelle che si vedono nei teleromanzi che balbettano qualche cosa che nessuno capisce. Visto che è così evidente, non gli farebbe male iscriversi al CEA di Televisa (secondo il programma di studi, al primo anno insegnano “espressione verbale”).

So bene che sui mezzi di comunicazione si “è letta” la fotografia della lista di Peña Nieto come unico candidato del PRI (dove appaiono i personaggi principali di questo partito), come dimostrazione del sostegno del partito a questo signore.

Mmh… a prima vista mi era sembrata la foto di una notizia giornalistica su un nuovo colpo al crimine organizzato. Che era stata smantellata una banda di ladri e che il giubbotto antiproiettile, col quale normalmente presentano gli “indiziati”, era stato sostituito dalla camicia rossa.

Poi ho guardato la foto con più attenzione. Beh, quelli non stanno dando dimostrazione di sostegno. È una banda di avvoltoi che si è resa conto che Peña Nieto non è altro che un burattino orfano e che bisogna metterci mano perché, se arriverà alla presidenza, di lui non importerà, ma piuttosto il ventriloquo che lo muove.

La sua designazione come candidato alla presidenza sarà un’ulteriore dimostrazione della decomposizione del Partito Rivoluzionario Istituzionale, e la disputa per vedere chi lo guiderà sarà a morte (e tra i priisti questa non è un’immagine retorica).

Sarà così patetica la situazione che perfino Héctor Aguilar Camín si offrirà per l’adozione… e l’urgente alfabetizzazione della creatura.

Alla fine, continuiamo a chiedere:

È il Potere che corrompe o si deve essere corrotto per accedere al Potere, per restarvi… o per aspirarvi?

Durante uno dei lunghi viaggi dell’Altra Campagna, passando per la capitale del Chiapas, Tuxtla Gutiérrez, dissi che la poltrona governativa chiapaneca doveva avere qualcosa che trasformava persone mediamente intelligenti in stupidi finqueros con pose da piccoli tiranni. Julio guidava, Roger era il copilota. Uno dei due disse “oppure erano già così, ed è per questo che sono diventati governatori”.

Poi aggiunse, parola più, parola meno, il seguente aneddoto: “Passando davanti all’edificio in cui era riunito il congresso, una signora sentì gridare: “Ignorante! Idiota! Puttana! Ladro! Criminale! Assassino!” ed altri epiteti più rudi. La signora, inorridita, si rivolge ad un uomo che fuori dall’edificio legge un libro. “È uno scandalo”, gli dice, “noi li manteniamo con le nostre tasse e questi deputati non fanno altro che litigare e insultarsi”. L’uomo guarda la signora, poi l’edificio legislativo e, tornando al suo libro, dice alla signora: “non stanno litigando né insultandosi, stanno facendo l’appello”.

·         -

II.- Il Potere e la Riflessione sulla Resistenza.

La sinistra è la Voce dei Morti
Tomás Segovia. 1994.

Mmh… il Potere… la prova inconfutabile, il sogno degli intellettuali dell’alto, la ragion d’essere dei partiti politici…

Ora, morto il maestro Tomás Segovia, lo nominiamo, lo evochiamo e lo riportiamo a sedersi tra noi per rileggere, insieme, alcuni dei suoi testi.

Non le sue poesie, ma le sue riflessioni critiche sul e rispetto al Potere.

Pochi, molto pochi, sono stati e sono gli intellettuali che si sono impegnati a capire, non a giudicare, questo nostro accidentato percorso che chiamiamo “zapatismo” (o “neozapatismo” per alcuni). Nell’elenco striminzito ci sono, tra gli altri, Don Pablo González Casanova, Adolfo Gilly, Tomás Segovia e lei Don Luis.

Abbracciamo tutti loro, e lei, come solo abbracciano i morti, cioè, per la vita.

E chi ora ricorda Tomás Segovia solo come poeta, lo fa per scindere quell’uomo dal suo essere libertario. Siccome Don Tomás non può fare niente ora per difendersi e difendere la sua parola completa, si sprecano gli omaggi “taglia e incolla”, che pubblicano e riprendono i pezzi gentili, lascia nell’oblio quelli scomodi… fino a che altr@ incomod@ li ricordano e li citano.

E per non interpretare le sue parole (che può essere intesa come una forma gentile di usurpazione) trascrivo parti di alcuni scritti.

Nel 1994, in piena euforia accusatoria della destra, quella sì istruita perché la guidava Octavio Paz (uno dei suoi cortigiani era l’impresario Enrique Krauze – oh, non si offuschi Don Krauze, agli intellettuali non si può rimproverare di essere di destra o di sinistra, ma, come nel suo caso, che per emergere, invece di usare l’intelletto, ricorrano all’adulazione di ganster come quelli che ora sono al governo -), Tomás Segovia scrisse (le sottolineature sono mie):

Che prevalga una o un’altra forma di fascismo, la verità e la giustizia prendono la forma della Resistenza.

Ma si può dire che la sinistra è per costituzione resistenza. Senza dubbio la sinistra nel nostro secolo è piombata in un irrimediabile errore storico, e questo errore è stato credere che la sinistra potesse prendere il potere. La sinistra al potere è una contraddizione, la storia di questo secolo ce l’ha abbondantemente dimostrato (…).

Oggi è chiaro, mi sembra, che la sinistra non è diversa dalla destra, collocate entrambe in una relazione opposta ma simmetrica rispetto al potere: la sinistra è innanzitutto l’altro del potere, l’altro ambito e l’altro senso della vita sociale, quello che resta sepolto e dimenticato nel potere costituito, la riscossa del represso, la voce della vita in comune soffocata dalla vita comunitaria, la voce dei diseredati prima di quella dei poveri (e quella dei poveri solo perché sono in maggioranza, ma non esclusivamente, i diseredati) – la sinistra è la Voce dei Morti.

Una delle idee che più ci hanno fatto danno è stata l’idea di “reazionario”, che ci ha fatto pensare che la destra che si oppone al progresso, è resistenza e parla in nome del passato, delle radici, di tutto quanto è “superato”. Così la sinistra si convinceva che la resistenza è il potere nella misura in cui continuava ad essere di destra e si opponeva al progressismo della sinistra nel tentativo disperato di conservare i suoi privilegi e il suo dominio, senza vedere che il potere, sia di destra che di sinistra, è solo resistenza nel significato diverso e molto più semplice: nel rifiutarsi di essere sostituito da un altro potere, sia di sinistra che di destra; ma che di fronte alla storia il potere è sempre progressista.

In Messico, normalmente, questo si vede con particolare nitidezza data la crudezza dei rapporti di potere in questo paese: oggi sappiamo con chiarezza che nessun governo è stato più deciso ed attivamente progressista di quello di Porfirio Díaz, e che ai nostri giorni è il PRI quello che monopolizza e sfrutta la retorica del progresso, del cambiamento, della modernizzazione, del superamento dei nostalgici “emissari del passato”, e perfino di democrazia.

(E questo mi fa pensare che anche la democrazia al potere o del potere è una contraddizione: la democrazia non è “demoarchia” – il popolo al potere è un’utopia o una metafora, molto pericolosa da prendere alla lettera, perché “il popolo”, supponendo che esista o anche se non esiste se non come entelechia, è per definizione ciò che non è al potere, l’altro del potere.)

Ma i miei affascinanti colleghi, quando si consegnano al Governo ben consci che le sue promesse sono false, sono sedotti? Impossibile: la seduzione è desiderio allo stato puro, implica la visione folgorante che il tuo piacere è il mio piacere. Non è possibile una visione in cui il piacere del Potere sia il piacere del “popolo”.

E nel 1996 segnalò:

Parallelamente, in un paese che non pratichi più la proibizione violenta delle espressioni dirette della vita sociale primaria, l’ideologia del potere ci ricatterà chiamandoci puttane – cioè disgregatori, negativi, risentiti, violenti -, o tenterà di persuaderci, come i politologi ed altri intellettuali cercano di persuadere gli zapatisti, come tentano di persuadermi i miei colleghi (incominciando da Octavio Paz), che la “vera” via di esprimerci e di influire sulla vita sociale è entrare nelle istituzioni – o in quell’istituito in generale.

·         -

Don Luis, credo che concorderà con me che, rispondendo a questi testi provocatori di Tomás Segovia, la riflessione su Etica e Politica deve toccare il tema del Potere.

Forse in un’altra occasione, e chiamando altri, possiamo scambiare idee e sentimenti (che altro non sono i fatti che animano queste riflessioni), su questo argomento.

Per adesso, vada questa evocazione a Don Tomás Segovia, che dichiarava di non avere tempo di non essere libero e senza imbarazzo confessava: “quasi tutta la vita l’ho guadagnata onestamente, cioè, non come scrittore”.

Non solo per portare qui la sua parola irredenta, perché capita a proposito.

Ma anche, e soprattutto, perché più che il poeta, è il pensatore che ha aperto una terza porta verso il movimento indigeno zapatista. Guardando, vedendo, sentendo ed ascoltando, Don Tomás Segovia attraversò quella porta.

Cioè, capì.

III.- Il Potere e la Pratica della Resistenza.

Municipio Autonomo Ribelle Zapatista San Andrés Sacamchen de Los Pobres, Altos del Chiapas. La mattina del 26 settembre 2011, il comandante Moisés stava andando a lavorare nella sua piantagione di caffè. Come tutti i dirigenti dell’EZLN, non riceveva salario o prebenda alcuna. Come tutti i dirigenti dell’EZLN, doveva lavorare per mantenere la sua famiglia. L’accompagnavano i suoi figli.

Il veicolo sul quale viaggiavano si ribaltò. Tutti rimasero feriti, ma le ferite subite da Moisés erano mortali. Quando arrivò alla clinica di Oventik era ormai morto.

Nel pomeriggio, com’è abitudine a San Cristóbal de Las Casas rincorrere le voci, la morte di Moisés attrasse giornalisti avvoltoi che pensarono che il morto era il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Quando seppero che non era lui, ma un altro Moisés, il Comandante Moisés, persero ogni interesse. A nessuno di loro importava qualcuno che non era apparso in pubblico come dirigente, qualcuno che era sempre stato nell’ombra, qualcuno che apparentemente era solo un altro indigeno zapatista…

Nel calendario doveva essere il 1985-1986. Moisés seppe dell’EZLN e decise di unirsi allo sforzo organizzativo quando negli altos del Chiapas gli zapatisti si contava sulle dita delle mani… (ed avanzavano le dita).

Insieme ad altri compagni (Ramona tra loro), cominciò a percorrere le montagne del sudest messicano, ma allora con un’idea di organizzazione. La sua piccola sagoma sbucava dalla nebbia nei territori tzotziles degli Altos. Con la sua parlata lenta snocciolava il lungo elenco di oltraggi perpetrati contro chi è del colore della terra.

“Bisogna lottare”, concludeva.

L’alba del primo gennaio 1994, come uno dei combattenti, scese dalle montagne sull’altezzosa città di San Cristóbal de Las Casas. Era nella colonna che prese la presidenza municipale, costringendo alla resa le forze governative che la difendevano. Insieme agli altri membri tzotziles del CCRI-CG, si affacciò al balcone dell’edificio che dava sulla piazza principale. Dietro, nell’ombra, ascoltò la lettura che uno dei suoi compagni faceva della cosiddetta “Dichiarazione della Selva Lacandona” ad una folla di meticci increduli o scettici, e di indigeni colmi di speranza. Con la sua truppa ripiegò sulle montagne alle prime ore del 2 gennaio 1994.

Dopo aver resistito ai bombardamenti ed alle incursioni delle forze governative, tornò a San Cristóbal de Las Casas come parte della delegazione zapatista che partecipò ai cosiddetti Dialoghi della Cattedrale con rappresentanti del governo supremo.

Ritornò e continuò a percorrere i territori per spiegare e, soprattutto, per ascoltare.

“Il governo non mantiene la parola”, concludeva.

Insieme a migliaia di indigeni, costruì l’Aguascalientes II, ad Oventik, quando l’EZLN subiva ancora la persecuzione zedillista.

Fu uno delle migliaia di indigeni zapatisti che, a mani nude, affrontarono la colonna di carri armati federali che volevano posizionarsi ad Oventik nei giorni funesti del 1995.

Nel 1996, nei dialoghi di San Andrés vigilava, come uno dei tanti, sulla la sicurezza della delegazione zapatista, accerchiata da centinaia di militari.

In piedi, nelle gelate albe degi Altos del Chiapas, resisteva sotto la pioggia che faceva scappare i soldati a rifugiarsi sotto un tetto. Non si muoveva.

“Il Potere è traditore”, diceva come per scusarsi.

Nel 1997, con i suoi compagni, organizzò la colonna tzotzil zapatista che partecipò alla “Marcia dei 1,111″, e raccolse informazioni vitali per fare luce sul massacro di Acteal, il 22 dicembre di quell’anno, perpetrato dai paramilitari sotto la direzione del generale dell’esercito federale, Mario Renán Castillo, e con Ernesto Zedillo Ponce de León, Emilio Chuayfett e Julio César Ruiz Ferro quali autori intellettuali.

Nel 1998, dagli Altos del Chiapas, organizzò e coordinò l’appoggio e la difesa delle compagne e dei compagni sfollati dagli attacchi contro i municipi autonomi da parte del “Croquetas” Albores Guillén e di Francisco Labastida Ochoa.

Nel 1999 partecipò all’organizzazione e coordinamento della delegazione indigena tzotzil zapatista che partecipò alla consultazione nazionale, quando 5 mila zapatisti (2500 donne e 2500 uomini) coprirono tutti gli stati della Repubblica Messicana.

Nel 2001, dopo il tradimento di tutta la classe politica messicana degli “Accordi di San Andrés” (allora si allearono PRI, PA e PRD per chiudere le porte al riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura dei popoli originari del Messico), continuò a percorrere i territori tzotziles degli Altos del Chiapas, er parlare ed ascoltare. E, dopo aver ascoltato, diceva: “Bisogna resistere”.

Moisés era nato il 2 aprile 1956, ad Oventik.

Senza che se lo fosse prefissato e, soprattutto, senza guadagnarci niente, divenne uno dei capi indigeni più rispettati nell’EZLN.

Dopo pochi giorni prima della sua morte, lo vidi in una riunione del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN, dove si analizzava la situazione locale, nazionale ed internazionale, e si discutevano e decidevano i passi da fare.

Spiegavamo che una nuova generazione di zapatisti stava giungendo ad incarichi di dirigenza. Ragazzi e ragazze nati dopo la sollevazione e che si sono formati nella resistenza, educati nelle scuole autonome, sono ora scelti come autorità autonome ed arrivano ad essere membri delle Giunte di Buon Governo.

Si discuteva e concordava come aiutarli nei loro compiti, come accompagnarli. Come costruire il ponte della storia tra i veterani zapatisti e loro. Come i nostri morti ci lasciano in eredità impegni, memoria, il dovere di andare avanti, di non indebolirsi, di non vendersi, di non tentennare, di non arrendersi.

Non c’era nostalgia in nessuno dei miei capi e cape.

Né nostalgia dei giorni e delle notti in cui, in silenzio, forgiavano la forza di quello che sarebbe stato conosciuto nel mondo come “Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale”.

Né nostalgia per i giorni in cui la nostra parola era ascoltata in molti angoli del pianeta.

Non c’erano risate, vero. C’erano facce serie, preoccupate di trovare insieme il percorso comune.

C’era, questo sì, quello che Don Tomás Segovia una volta ha chiamato “nostalgia del futuro”.

“Bisogna raccontare la storia”, disse il Comandante Moisés, a conclusione della riunione. Ed il Comandante tornò nella sua capanna ad Oventik.

Quella mattina del 26 settembre 2011, uscì di casa dicendo “torno subito”, ed andò nel suo campo per ricavare dalla terra il sostentamento e il domani.

·         -

Scrivere di lui mi fa dolere le mani, Don Luis.

Non solo perché siamo stati insieme all’inizio della sollevazione e poi in giorni luminosi e albe gelide.

Ma soprattutto, perché facendo questo rapido resoconto della sua storia, mi rendo conto che sto parlando della storia di ognuno delle mie cape e capi, di questo collettivo di ombre che ci indica la rotta, la strada, il passo.

Di chi ci dà identità ed eredità.

Forse, agli specialisti del pettegolezzo coletos e simili non interessa la morte del Comandante Moisés perché era solo un’ombra tra le migliaia di zapatisti.

Ma a noi lascia un debito molto grande, tanto grande come il senso delle parole con le quali, sorridendo, mi salutò in quella riunione:

“La lotta non è finita”, disse mentre raccoglieva il suo zaino.

·         -

IV.- Una morte, una vita.

Si potrebbe elucubrare su cos’è quello che porta le mie parole a lanciare questo complicato e multiplo ponte tra Don Tomás Segovia ed il Comandante Moisés, tra l’intellettuale critico e l’alto capo indigeno zapatista.

Si potrebbe pensare che è la loro morte, perché evocandoli li riportiamo tra noi, tanto simili perché erano, e sono, diversi.

Ma no, è per le loro vite.

Perché la loro assenza non produce in noi frivoli omaggi o sterili statue.

Perché lasciano in noi una pendenza, un debito, un’eredità.

Perché di fronte alle tentazioni alla moda (mediatiche, elettorali, politiche, intellettuali), c’è chi afferma che non si arrende, né si vende, né tentenna.

E lo fa con una parola che si pronuncia in maniera autentica solo quando si vive: “Resistenza”.

Là in alto la morte si esorcizza con omaggi, a volte monumenti, nomi a strade, musei o festival, premi con i quali il Potere festeggia il tentennamento, il nome in lettere dorate su qualche parete da abbattere.

Così si afferma quella morte. Omaggio, parole di circostanza, giro di pagina e avanti un altro.

Ma…

Eduardo Galeano dice che nessuno se ne va del tutto finché c’è qualcuno che lo nomina.

Il Vecchio Antonio diceva che la vita era un lungo e complicato puzzle che si riusciva a completare solo quando gli eredi nominavano il defunto.

Ed Elías Contreras dice che la morte deve avere la sua dimensione, e che ce l’ha solo quando si mette di fianco ad una vita. Ed aggiunge che bisogna ricordare, quando se ne va un pezzo del nostro cuore collettivo, che quella morte è stata ed è una vita.

Già.

Nominando Moisés e Don Tomás, li riportiamo, completiamo il puzzle della loro vita di lotta, e riaffermiamo che, qua in basso, una morte è soprattutto una vita.

·         -

V.- Arrivederci.

Don Luis:

Credo che con questa missiva possiamo concludere la nostra partecipazione a questo fruttuoso (per noi lo è stato) scambio di idee. Almeno per ora.

La pertinenza delle finestre e delle porte che si sono aperte con l’andare e venire delle sue idee e delle nostre, è qualcosa che, come tutto qua, si andrà sistemando nelle geografie e nei calendari ancora da definire.

Ringraziamo di cuore l’accompagnamento delle penne di Marcos Roitman, Carlos Aguirre Rojas, Raúl Zibechi, Arturo Anguiano, Gustavo Esteva e Sergio Rodríguez Lazcano, e della rivista Rebeldía, che è stata anfitrione.

Con questi testi, né loro, né lei, né noi, siamo in cerca di voti, seguaci, fedeli.

Cerchiamo (e credo troviamo) menti critiche, vigili ed aperte.

Ora in alto proseguirà il frastuono, la schizofrenia, il fanatismo, l’intolleranza, i tentennamenti mascherati di tattica politica.

Poi arriverà la risacca: la resa, il cinismo, la sconfitta.

In basso prosegue il silenzio e la resistenza.

Sempre la resistenza…

Bene Don Luis. Salute e che siano vite quelle che ci lasciano i morti.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Subcomandante Insurgente Marcos.
Messico, Ottobre-Novembre 2011

VI. P.S. ATTACCA DI NUOVO.- Non volevamo dire niente. Non perché non avessimo niente da dire, ma perché chi ora si indigna giustamente contro la calunnia analfabeta, ci ha calunniato fino a chiuderci i ponti verso altri cuori. Ora, piccoli noi e piccola la nostra parola, solo pochi, alcuni di quegli ostinati che fanno ruotare la ruota della storia, cercano il nostro pensiero, ci cercano, ci nominano, ci chiamano.

Non volevamo dire niente, ma…

Uno dei tre imbroglioni che si disputeranno il trono sulle rovine del Messico, è venuto nelle nostre terre a chiederci di stare zitti. È lo stesso che è appena maturato e riconosce i suoi errori ed inciampi. Lo stesso che guida un gruppo avido di potere, pieno di intolleranza, che ha cercato, cerca e cercherà in altri la responsabilità dei suoi errori e schizofrenie. Con un discorso più vicino a Gaby Vargas e Cuauhtémoc Sánchez che ad Alfonso Reyes, ora predica e basa le sue ambizioni nell’amore… per la destra.

Quelli che criticavano a Javier Sicilia le sue dimostrazioni di affetto verso la classe politica, criticheranno ora la “Repubblica Affettuosa”? Quelli che predicavano che Televisa era il male da sconfiggere, criticheranno ora l’affettuosa stretta di mani col lacchè dell’orario stellare?

Octavio Rodríguez Araujo scriverà adesso un articolo per chiedere “coerenza, leader, coerenza”? John Ackerman chiederà radicalità sostenendo che è questo quello che la gente vuole e spera? Il ciro-gómez-leyva di La Jornada, Jaime Avilés, lancerà le sue camicie brune a denunciare per negoziare con i cani e gli impresari, il suo odiato López Dóriga? Il laura-bozzo di La Jornada, Guillermo Almeyra, lo giudicherà e condannerà come collaborazionista intonando il ritornello “via, disgraziato!”?

No, guarderanno dall’altra parte. Diranno che è una questione tattica, che lo sta facendo per guadagnare i voti della classe media. Bene, così niente è ciò che sembra: il presidio di Reforma non era stato fatto per chiedere il riconteggio dei voti che avrebbe reso palese la frode, ma affinché la gente non si radicalizzasse; le critiche a Televisa non erano per denunciare il potere dei monopoli mediatici, ma affinché si aprissero le porte di questa impresa (ed essere di nuovo suo cliente con gli spot elettorali). E poi? Le brigate che raccolgono soldi per il teletón?

Ma potremmo intendere che egli stia solo seguendo una tattica (rozza ed ingenua, secondo noi, ma una tattica). Che non creda sul serio che gli impresari lo appoggeranno, che i cani non lo tradiranno, che il PT ed il Movimento Cittadino sono partiti di sinistra, che Televisa sta cambiando, che il suo interlocutore privilegiato in Chiapas deve essere il priismo (come prima fu il sabinismo). Perfino che creda di essere più intelligente di tutti loro e che li imbroglierà tutti facendo finta di servirli o scambiando usi e costumi nell’impossibile gioco politico di “tutti vincono” e “amore e pace”.

Ok, è una tattica… o una strategia (in ogni caso non si capisce cosa una ecosa è l’altra). Quello che si capisce è che sta raccogliendo a destra (disertori del PAN inclusi) e che non c’è niente alla sua sinistra. Segue gli stessi passi del suo predecessore, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, che si alleò con i potenti contando sul fatto che le sinistre non avrebbero potuto fare altro che appoggiarlo “perché non si poteva fare altro”. Ok, strategia o tattica, lo spiegheranno i burattini nelle loro sedi. Noi domandiamo solo: quando, in Messico, ha dato risultati positivi alla sinistra, spostarsi a destra? Quando l’essere servili con i potenti è andato oltre il fatto di divertirli? Certo, i “cagnolini” renderanno conto del successo di questa tattica politica (o strategia?), ma non si sta percorrendo la stessa strada… o no?

Nel frattempo, il gruppo di intelligentoni che lo promuove continuerà a fare equilibrismi per giustificare il cambiamento di rotta… o scommetteranno sulla smemoratezza.

In ogni modo, non mancherà chi incolpare del terzo posto, no?

Salve di nuovo.

Il Sup che fuma in attesa della valanga di calunnie che, in nome della “libertà di espressione” e senza diritto di replica, prepara l’opposizione dell’alto.

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

TERZA LETTERA

SECONDA LETTERA
PRIMA LETTERA

TUTTI GLI ORIGINALI DELLO SCAMBIO EPISTOLARE IN

ENLACE ZAPATISTA

 

da qui



La crisi dello Stato - David Graeber

 

[…] Gli zapatisti non sono affatto un fenomeno eccezionale. Parlano una varietà di lingue maya (tzeltal, tojalobal, chol, tzotzil, mam), sono originari di comunità che hanno tradizionalmente conosciuto un certo grado di autogoverno (in parte perché così potevano funzionare come riserve di lavoro indigeno per gli allevamenti e le piantagioni situati altrove), e di recente hanno formato nuove comunità, in gran parte multietniche, in nuovi territori della Selva Lacandona [Collier, 1999; Ross, 2000; Rus, Hernandez e Mattiace, 2003]. In altre parole, sono un classico esempio di quegli spazi di improvvisazione democratica di cui ho parlato, in cui un amalgama indefinito di persone, molte delle quali con esperienze precedenti di autogoverno municipale, porta alla costituzione di comunità inedite al di fuori del controllo diretto dello Stato. E non c’è niente di particolarmente nuovo neppure nel fatto che sono al centro di un gioco globale di influenze: se da una parte hanno assorbito idee da molti posti, dall’altra con il loro esempio hanno avuto un enorme impatto sui movimenti sociali di tutto il pianeta. Il primo encuentro zapatista del 1996, per esempio, ha portato alla formazione di una rete internazionale denominata People’s Global Action (pga) e basata sui principi di autonomia, orizzontalità e democrazia diretta. Sono entrati a farne parte i gruppi più disparati, come il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra in Brasile, la Karnataka State Farmer’s Association (un gruppo indiano di azione diretta che si ispira al socialismo gandhiano), e un numero infinito di collettivi anarchici in Europa e nelle Americhe, oltre a numerose organizzazioni indigene di ogni continente. È stato proprio il pga a chiamare a raccolta contro la riunione del wto a Seattle nel novembre 1999. I principi dello zapatismo, il rifiuto dell’avanguardismo, l’enfasi sulla creazione di alternative percorribili nella propria comunità al fine di sovvertire la logica del capitale globale: tutto questo ha avuto un’enorme influenza su coloro che hanno partecipato ai nuovi movimenti sociali, anche se spesso le persone coinvolte avevano solo una vaga idea di chi fossero gli zapatisti e quasi sicuramente non avevano mai sentito parlare del pga. Senza dubbio lo sviluppo di internet e delle comunicazioni globali ha permesso a questo processo di procedere più velocemente che in passato, aprendo la strada ad alleanze più formali ed esplicite, ma questo non significa che ci troviamo di fronte a un fenomeno senza precedenti.

Si può valutare l’importanza di questo punto solo se si prende in considerazione ciò che può succedere quando non lo si tiene sempre ben presente. Voglio a questo proposito citare un autore le cui posizioni sono piuttosto vicine alle mie. In un libro intitolato Cosmopolitanism [2002], Walter Mignolo spiega in modo efficace quanto siano legati all’idea di conquista e di imperialismo la tesi di Kant sul cosmopolitismo o la dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti umani. Inoltre cita l’appello alla democrazia degli zapatisti per rispondere a Slavoj Žižek quando afferma che gli attivisti di sinistra devono stemperare la critica all’etnocentrismo, riconoscendo che la democrazia è «l’autentica eredità europea dall’antica Grecia in avanti» [1998, p. 1009]. Scrive Mignolo:

Gli zapatisti hanno utilizzato la parola «democrazia» nonostante essi la intendano in modo differente rispetto al senso che le attribuisce il governo messicano. La democrazia non viene concettualizzata dagli zapatisti a partire dalla filosofia politica europea, ma a partire dal modello di organizzazione sociale dei Maya, fondato sulla reciprocità, sui valori comunitari invece che sui valori individuali, sulla saggezza piuttosto che sull’epistemologia […]. Gli zapatisti non hanno avuto scelta. Sono stati costretti a usare la parola imposta dal discorso politico egemonico, sebbene l’utilizzo della medesima parola non comporti una sua interpretazione mono-logica. Ma una volta che è stata utilizzata, la parola «democrazia» diventa un link attraverso il quale le concezioni liberali di democrazia e i concetti indigeni di reciprocità e organizzazione sociale comunitaria si incontrano [2002, p. 180].

Si tratta di una buona idea. Mignolo la definisce border thinking, «pensiero di confine», e la propone come modello per arrivare a un sano «cosmopolitismo critico», in opposizione alla variante eurocentrica rappresentata da Kant o Žižek. A me sembra però che Mignolo in questo processo teorico finisca per ricadere in una versione più edulcorata dello stesso discorso essenzialista che sta cercando di evitare. In primo luogo, dire che «gli zapatisti non hanno avuto scelta» se non usare la parola «democrazia» è semplicemente falso. Ovviamente hanno fatto una scelta. Altri gruppi indigenisti hanno fatto scelte diverse. Il movimento aymara in Bolivia, per fare un esempio, ha deciso di rifiutare in toto la parola «democrazia» perché, sulla base dell’esperienza storica del loro popolo, il nome era stato applicato solo a sistemi imposti su di loro con la violenza. Pertanto, la loro tradizione di processi decisionali egualitari non aveva nulla a che fare con la democrazia. A me sembra che la decisione zapatista di accogliere il termine sia stata più che altro una decisione volta non solo a prendere le distanze da una possibile politica identitaria, ma anche a cercare alleati, in Messico e altrove, tra quanti sono interessati a un più ampio dibattito tra le forme di auto-organizzazione (allo stesso modo in cui hanno cercato di innescare un dibattito con chi era interessato a riesaminare il significato di parole come «rivoluzione»). In secondo luogo, Mignolo, come Lévi-Bruhl, si mette a fare paragoni tra mele e arance, cioè tra la teoria occidentale e la pratica indigena. Di fatto, lo zapatismo non è una semplice emanazione delle pratiche tradizionali maya: le sue origini vanno cercate in un prolungato confronto tra queste pratiche e molteplici soggetti, come gli stessi intellettuali maya (probabilmente a loro agio anche con le opere di Kant), o i teologi della liberazione (che si ispirano a testi profetici scritti nell’antica Palestina), o i meticci rivoluzionari (che si ispirano all’opera del presidente Mao, vissuto in Cina). La democrazia non emerge dal discorso di qualcuno. Sembra quasi che anche autori come Mignolo, quando prendono come punto di partenza la tradizione occidentale, magari per criticarla, finiscono per rimanervi intrappolati dentro.

In realtà, «la parola imposta dal discorso egemonico» è in questo caso un compromesso-grimaldello su una parola greca coniata originariamente per descrivere una forma di autogoverno municipale e poi applicata a una repubblica rappresentativa. È proprio questa contraddizione che gli zapatisti hanno ereditato. In effetti, sembra impossibile sbarazzarsene. I teorici liberali [per esempio Sartori, 1987, p. 279] di tanto in tanto mostrano il desiderio di mettere da parte la democrazia ateniese, dichiararla irrilevante e farla finita con questa eredità, ma per motivi ideologici questa mossa è tuttora inammissibile. Tutto sommato, senza Atene non si potrebbe più sostenere che la «tradizione occidentale» ha in sé qualcosa di democratico. Non rimarrebbe che far risalire le nostre idee politiche alle meditazioni totalitarie di Platone, o altrimenti ammettere che non esiste qualcosa che nella realtà corrisponda al concetto di «Occidente». In effetti, anche i teorici liberali si sono chiusi nell’angolo. Ovviamente gli zapatisti non sono i primi rivoluzionari a essersi impossessati di questa contraddizione, ma le loro azioni stavolta hanno avuto una risonanza inusuale e potente, in parte perché ci troviamo in un’epoca in cui lo Stato attraversa una profonda crisi.

Il matrimonio impossibile

Credo che questa contraddizione, nella sua essenza, non sia solo linguistica. Riflette qualcosa di più profondo. Negli ultimi duecento anni, i democratici hanno cercato di innestare gli ideali di autogoverno popolare sull’apparato coercitivo dello Stato. Ma per loro natura gli Stati non si possono realmente democratizzare. Rimangono, tutto sommato, delle forme di violenza organizzata. I Federalisti americani erano realistici quando sostenevano che la democrazia è in contraddizione con una società che si basa sulle diseguaglianze di ricchezza, perché per difendere quella ricchezza serve un apparato coercitivo che tenga a freno la plebe alla quale la democrazia conferisce potere. In questo senso Atene era un caso unico nel suo genere perché era un fenomeno di transizione: c’erano diseguaglianze di potere, probabilmente anche una classe egemonica, ma non esisteva un apparato coercitivo formale. Di qui l’assenza di accordo tra gli studiosi sul fatto se Atene fosse o meno uno Stato.

Analizzando il monopolio della forza coercitiva dello Stato moderno si vedono le pretese democratiche dissolversi in un mare di contraddizioni. Per esempio, mentre le élites moderne hanno in gran parte abbandonato il discorso ampiamente utilizzato in passato sul popolo come «grande bestia» assassina, la stessa immagine torna alla ribalta, quasi nelle stesse forme del XVI secolo, nel momento in cui si propone di democratizzare certi aspetti dell’apparato coercitivo. […]

Francis Dupuis-Déri [2002] ha coniato il termine «agorafobia politica» per riferirsi alla diffidenza verso le deliberazioni e le procedure decisionali pubbliche, una diffidenza che percorre tutta la tradizione occidentale, dalle opere di Costant, Sieyés e Madison fino a Platone e Aristotele. Aggiungerei che anche le conquiste più sorprendenti dello Stato liberale, i suoi elementi più genuinamente democratici come le garanzie sulla libertà di parola e di riunione, rimandano alla stessa agorafobia. Solo quando diventa assolutamente chiaro che il discorso pubblico e l’assemblea non sono il fulcro della decisione politica, ma nel migliore dei casi il tentativo di criticare, influenzare o stimolare chi prende le decisioni, solo allora quelle garanzie diventano sacrosante. Malauguratamente, questa agorafobia non viene condivisa solo dai politici e dai giornalisti ma anche, in larga misura, dal pubblico. Le ragioni non vanno cercate troppo lontano. Le democrazie liberali non hanno niente di simile all’agorà ateniese, ma non scarseggiano di circhi romani. Il fenomeno degli «specchi deformanti», con cui le élites al potere incoraggiano le forme di partecipazione popolare che ricordano continuamente alle persone comuni quanto siano inadatte a governare, sembra aver raggiunto la perfezione in molti Stati moderni. Si consideri per esempio la diversa visione di natura umana che si potrebbe ottenere se si partisse da un’esperienza di guida automobilistica in autostrada o da un’esperienza di trasporto pubblico. Ma questa passione degli americani (o dei tedeschi) per le automobili non è casuale bensì il risultato di decisioni politiche consapevoli prese dai politici e dalle élites industriali agli inizi degli anni Trenta. E si potrebbe scrivere una storia simile anche per la televisione, o per il consumismo, o – come ha osservato Polanyi tanto tempo fa – per il «mercato».

Che la natura coercitiva dello Stato si fondi su una contraddizione fondamentale i giuristi lo sanno da tempo. Walter Benjamin [1978] ha ben colto la questione sostenendo che qualsiasi ordine legale che reclama il monopolio dell’uso della violenza fonda le sue pretese su un potere altro da sé, ovvero su atti che erano considerati illegali nel sistema giuridico precedentemente in vigore. Pertanto, la legittimità di un sistema giuridico poggia necessariamente su atti violenti di natura criminale: i rivoluzionari francesi o americani erano in fondo colpevoli di alto tradimento dal punto di vista del sistema giuridico in cui erano cresciuti. I re sacri, dall’Africa al Nepal, avevano risolto la questione collocandosi, come gli dèi, al di fuori del sistema. Ma come ci ricordano autori come Agamben e Negri, il «popolo» non può evidentemente esercitare la sovranità allo stesso modo. […]

Lo Stato democratico è da sempre un concetto contraddittorio. La globalizzazione – con la sua spinta a creare nuove strutture decisionali su scala planetaria, che hanno semplicemente reso grottesco ogni riferimento alla sovranità popolare o addirittura alla partecipazione – si è limitata a rendere evidente questa contraddizione. Come di consueto, la soluzione neoliberista è stata di confermare il mercato come l’unica forma di decisione pubblica di cui abbiamo bisogno, riducendo lo Stato alle sue funzioni esclusivamente coercitive. Ed è proprio per questo che la proposta zapatista è assolutamente sensata: bisogna abbandonare l’idea che la rivoluzione significhi impossessarsi dell’apparato coercitivo dello Stato e innescare invece un processo di rifondazione della democrazia basato sull’auto-organizzazione di comunità autonome. Questa è la ragione per cui una remota insurrezione nel sud del Messico ha provocato tanto entusiasmo in tutto il mondo, sicuramente nei circoli radicali ma non solo.

Sembra quasi che la democrazia stia tornando negli spazi da cui è sorta: negli spazi intermedi, negli interstizi del potere. Se da lì riuscirà a estendersi all’intero pianeta dipenderà non tanto dalle nostre teorie quanto dalla nostra reale convinzione che la gente comune, seduta insieme a deliberare, sia capace di gestire le proprie faccende meglio delle élites che le gestiscono a loro nome e che impongono le decisioni prese con la forza delle armi. Per gran parte della storia umana, di fronte a queste domande, gli intellettuali di professione hanno sempre preso le parti delle élites. La mia impressione è che la maggioranza delle persone sia ancora sedotta dagli «specchi deformanti» e non abbia fiducia nelle possibilità della democrazia popolare. Ma forse adesso le cose stanno cambiando.

https://comune-info.net/la-crisi-dello-stato/





Più di 450 organizzazioni in tutto il mondo chiedono all'ONU un'inchiesta sull'apartheid israeliana

 

Risposta globale all'apartheid israeliana: un appello all'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA) da parte delle organizzazioni della società civile palestinesi e internazionali

L'apartheid è un crimine contro l'umanità, che comporta una responsabilità penale individuale e la responsabilità per uno Stato di porre fine alla situazione illegale. Nel maggio 2020, un gran numero di organizzazioni della società civile palestinese ha fatto appello a tutti gli Stati affinché adottassero "contromisure efficaci, comprese le sanzioni, per porre fine all'acquisizione illegale da parte di Israele del territorio palestinese mediante l'uso della forza, al suo regime di apartheid e alla sua negazione del nostro diritto inalienabile all'autodeterminazione ".

Nel giugno 2020, 47 esperti di diritti umani indipendenti all'interno delle Nazioni Unite (ONU) hanno dichiarato che il piano del governo israeliano di annettere illegalmente gran parte della Cisgiordania occupata costituirebbe “una visione di un apartheid del 21° secolo. "Sempre a giugno, 114 organizzazioni della società civile palestinesi, regionali e internazionali hanno inviato un forte messaggio agli Stati membri delle Nazioni Unite affermando che è arrivato il momento di riconoscere e affrontare l'istituzione e il mantenimento di un regime di apartheid da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese nel suo insieme, compresi i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde, i profughi palestinesi e gli esiliati all'estero.

Ricordiamo inoltre che, nel dicembre 2019, il Comitato delle Nazioni Unite per l'Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha sollecitato Israele ad attuare pienamente l’articolo 3 della Convenzione internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, che riguarda la prevenzione, la proibizione e l’eliminazione di tutte le politiche e le pratiche di segregazione e apartheid, su entrambi i lati della Linea verde. Come recentemente evidenziato dal Sudafrica al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, “Il CERD ha ritenuto ... che la strategia di frammentazione del popolo palestinese faceva parte di una politica e pratica di segregazione e apartheid. L'annessione sarebbe un altro esempio di totale impunità che deride questo Consiglio e violerebbe gravemente il diritto internazionale".

Considerato che vi è un  crescente riconoscimento del fatto che Israele sta mantenendo il popolo palestinese in un regime di apartheid, che potrà essere solo rafforzato dall'annessione, noi, le sottoscritte organizzazioni della società civile palestinesi, regionali e internazionali, sollecitiamo l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a intraprendere azioni urgenti ed efficaci per affrontare le cause profonde dell'oppressione palestinese e per porre fine all'occupazione israeliana, al blocco illegale di Gaza, all'acquisizione illegale del territorio palestinese con la forza, al suo regime di apartheid sul popolo palestinese nel suo insieme e alla prolungata negazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese, compresa l'autodeterminazione e il diritto dei profughi palestinesi e degli sfollati di tornare alle loro case, terre e proprietà.

Alla luce di quanto sopra, chiediamo a tutti gli Stati membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di:

  • Avviare indagini internazionali sul regime di apartheid di Israele nei confronti dell'intero popolo palestinese, nonché sulla responsabilità penale individuale e statale associata, anche ricostituendo il Comitato speciale delle Nazioni Unite contro l'Apartheid e il Centro Contro l'Apartheid delle Nazioni Unite per porre fine all'apartheid nel 21° secolo.
  • Mettere al bando il commercio di armi e la cooperazione nel settore militare e della sicurezza con Israele.
  • Proibire qualsiasi commercio con le colonie illegali israeliane e assicurare che le aziende evitino / cessino attività commerciali con il sistema delle colonie illegali di Israele.
segue la lista delle organizzazioni...

https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/comunicati/2602-lettera-a-onu