mercoledì 28 gennaio 2015

I giardini di Abele

certo che vedere questo reportage di Sergio Zavoli, su Franco Basaglia e i matti (Alda Merini stava in quella schiera), a TV7, dev'essere stato un colpo per molti *** - franz



qui la versione integrale, con 10 minuti in più, con interviste a malati.

Le immagini, tratte da un documentario realizzato da Sergio Zavoli, nel 1968, raccontano la straordinaria esperienza terapeutica condotta dallo psichiatra Franco Basaglia nel manicomio di Gorizia, all’inizio degli anni Sessanta. 
Si tratta di un’autentica rivoluzione nella psichiatria italiana, che restituisce ai malati un ruolo umano e sociale, tramite una continua comunicazione con chi li cura. La natura carceraria dell’istituzione è eliminata e si comincia a studiare la natura del pregiudizio nei confronti del malato, formatosi storicamente con l’avvento della società borghese, che impone l’emarginazione degli elementi socialmente improduttivi. 
L’unità audiovisiva mostra gli addetti ai lavori - infermieri, psicologi e medici - intenti a discutere della validità dell’esperienza di Gorizia e lo stesso Basaglia, che spiega le ragioni del suo metodo terapeutico e svela le contraddizioni sociali che, fino a quel momento, avevano di fatto creato “due distinte psichiatrie”, per i poveri e per i ricchi. E’ importante, secondo il grande psichiatra, avvicinarsi alla persona che soffre in un modo estremamente dialettico, che trascende la semplice figura “tecnica” del medico, con l’interesse rivolto prevalentemente al malato piuttosto che alla malattia.
da qui

***allora la TV era questa, tra l'altro, oggi è "il grande Fratello" e "Uomini e donne", questo guardano le mie alunne e i miei alunni (non tutti, ma davvero molti), difficile credere in qualcosa di buono per tutti noi.

martedì 27 gennaio 2015

Kobanê. La notte delle mongolfiere - Eliana Caramelli

L’assedio è finito. Gli uomini neri dell’Isis se ne vanno umiliati. Camminano in fila indiana con l’incedere di un esercito in rotta. I Turchi ne coprono la ritirata. Le giovani kurde si abbracciano, sorridono, salgono la collina di terra con bandiere verdi, le braccia levate al cielo. Pare quasi che solo guardando da lassù, i fossati e i ripari dove per 134 giorni hanno messo in gioco la vita e perfino qualcosa di più, possano credere che sia tutto vero. Che il 26 gennaio del 2015 sia il giorno in cui hanno scritto la storia di un paese che non esiste e di una città che insegna a restituire un senso all’idea di libertà. Malgrado le apparenze, l’ipocrisia, il cinico calcolo geopolitico, in un certo senso Kobanê non è mai stata sola. Perché le donne, gli uomini, i vecchi e i bambini che lì hanno saputo morire e resistere difendevano la dimensione umana tra le macerie di una città che per più di quattro mesi è stata forse il principale teatro della guerra mondiale tra la vita e la morte. Ha vinto, per ora, la voglia di vivere. Hanno vinto le mongolfiere, quelle che fanno volare la speranza come racconta il nostro reportage. Non durerà a lungo ma stanotte è tempo solo di far festa, anche per chi non c’è più…

Il primo impatto con il sud est della Turchia è sul volo per Gaziantep (Antep) da Istanbul Sahbila Gokcen, l’aereoporto dedicato alla figlia adottiva del fondatore della “patria turca”, Mustafa Kemal Atatürk (1923-1938), che guidò l’aviazione turca nei bombardamenti per sedare la rivolta delle tribù kurde di Dersim ad est della Turchia. Le donne, quasi tutte con il chador in testa, si siedono nelle prime file,rigorosamente separate dagli uomini. L`apartheid di genere fa sempre un certo effetto.
A Gaziantep ci accoglie una fitta nebbia, che non accenna a placarsi e ci abbandona solo molte ore dopo il nostro arrivo a Persis (Suruc in turco). Città al confine con la Siria di 56.000 abitanti, accoglie oggi circa 133.000* rifugiati provenienti da Kobanê, da cui dista pochissimi km. Rifugiati, non profughi. Sono scappati dall’offensiva dell’ISIS e ogni giorno attendono le notizie del contrattacco delle forze kurde. Ogni metro della città riconquistato dai loro amici, dalle loro figlie, dai loro compagni e compagne di lotta, accorcia la prospettiva della permanenza nelle tende fredde e umide dei campi allestiti alle porte della città. Li intravediamo già all’ingresso della città con il bus: file e file di piccole tende grigie, una addossata all’altra. Panni stesi al pallido sole, dopo la pioggia della notte, che ha reso le strade come scivolosi nastri di fanghiglia.
E’ qui, distribuiti in cinque campi nel centro e nella periferia di Persis (un sesto in costruzione), che hanno trovato alloggio 52700 persone distribuite in circa 1200 tende*.
Ma la solidarietà tra la popolazione locale, a maggioranza kurda, è scattata subito dopo i primi giorni dell’emergenza, lo scorso agosto, quando le persone, dopo avere dormito per strada o all’interno di capannoni abbandonati, hanno trovato alloggio presso le famiglie della stessa Persis o nei vicini villaggi di confine, comeMesher, a circa 6 km di distanza, che sarà la nostra base di appoggio.
Il Centro Culturale Amara
Prima di dirigerci al villaggio, facciamo tappa al Kultural Merzeki Amara (Centro Culturale Amara), seguendo le orme degli attivisti e attiviste che da tutta Italia, dalle prime settimane di ottobre, hanno visitato e documentato la situazione del conflitto in questa parte di Kurdistan. Il Centro è il punto di coordinamento di tutte le attività a sostegno dei rifugiati svolte dalle associazioni e dai partiti kurdi della Turchia in collaborazione con la Municipalità di Persis. Al piano terra la grande sala dove ci si incontra, si può mangiare un pasto caldo con zuppa di legumi e riso, bere del té, collegarsi a internet. Al piano superiore, il centro media e il magazzino, dove ragazzi e ragazze catalogano e sistemano incessantemente le varie medicine (e non solo) portate con gli aiuti internazionali. Anche noi consegniamo uno zaino pieno di farmaci raccolto a Roma e un contributo economico raccolto tra i Cobas e altre realtà italiane. Tutto rigorosamente registrato. Il Centro pian piano si riempie, tante persone da vari paesi venuti qui a dare una mano. Le presentazioni riempiono le due ore passate lì.
E’ qui che incontriamo A., 18 anni e un sorriso luminoso, che, grazie ai contatti della rete Italia-Kurdistan e Uiki onlus, ci stava aspettando. Con il suo buffo inglese sarà la nostra guida, interprete, amico per tutta la settimana.
Mesher e gli altri villaggi di confine
A Mesher, dentro la tenda ben riscaldata del presidio permanente alle porte del villaggio, ci accoglie M., vecchio militante del PKK della zona del Monte Nemrut, per 10 anni ha conosciuto la galera, oggi responsabile dei rapporti con gli stranieri del Gruppo di crisi per Kobanê. Ci racconta che si è appena celebrato anche qui, come in tanti territori curdi, il Robosky day, anniversario della strage di Robosky al Nord della Turchia, avvenuto il 28 dicembre 2011 quando l’aviazione turca uccise 34 persone civili in un villaggio accusato di ospitare guerriglieri del PKK. La discussione parte da banali presentazioni, ma la netta impressione è che voglia capire esattamente chi siamo e cosa siamo venuti a fare. Poi arrivano i racconti di quando Ocalan si rifugiò a Roma e il ruolo di D’Alema. Ma soprattutto ci chiede cosa pensa il popolo italiano di quanto sta avvenendo in queste zone e come ne parlano i giornalisti. Domanda questa ricorrente in molti altri incontri.
Lui e molti altri sono accorsi per dare sostegno ai rifugiati, per far passare gli aiuti materiali verso la Siria, evacuare i feriti e per controllare i confini attraverso squadre di vigilanza segnalando le complicità dell’esercito soprattutto in prossimità delle zone sotto controllo dell’ISIS con il quale mantiene relazioni molto cordiali. I volontari e soprattutto le tante famiglie di Kobane che si sono insediate qui (circa 45 famiglie su 35 residenti in precedenza), hanno per forza di cose cambiato la normale vita del villaggio, in meglio stando ai racconti. Si è infatti introdotto un modo di vita più collettivo, dalla condivisione della cucina ai lavori per organizzare i servizi e il mantenimento delle strade, che si sta cominciando a “pavimentare” a suon di carriole di asfalto e colpi di badile. I rifiuti vengono raccolti da automezzi messi a disposizione dalla Municipalità di Diyarbakir, e condotti da volontari, che tutti i giorni fanno la spola con le locali discariche. Tutti i villaggi hanno anche un servizio di sicurezza che ne controlla l’ingresso e il territorio circostante.
La piccola moschea è il luogo di preghiera, di ritrovo, di accoglienza degli ospiti e dei ragazzi più giovani provenienti da Kobanê. Il tè bollente sempre a disposizione. Dietro la scuola, turca, da cui sono esclusi di fatto i bimbi curdi. E semplici case di paglia e fango solo in parte sostituite da più moderni fabbricati di cemento,. Attorno campi.
Poi la grande “piazza”, una spianata di terra proprio di fronte a Kobanê, i cui palazzi si vedono bene sullo sfondo nelle giornate terse. E’ qui che attorno ai fuochi accesi, punti di riferimento e socialità, ogni sera le persone si radunano, chiamano a Kobanê i loro parenti o i loro combattenti, cantano, mandano piccoli video, li incitano e li salutano. E si tengono aggiornati l’un l’altro sulla situazione militare, notizie raccontate da dentro, attraverso le telefonate ai propri cari. La tecnologia aiuta il filo di solidarietà e le relazioni tra rifugiati e combattenti. E’ da qui che le persone volgono i loro sguardi oltre le colline controllate dall’esercito turco proprio di fronte al villaggio. Fumano e guardano cercando oltre la nebbia le immagini della città dalla quale arrivano incessanti gli echi delle esplosioni. Ed è qui che ogni mattina si svolge il “rito” della linea: decine di persone, abitanti e volontari, rivolte verso i confini che vorrebbero vedere distrutti, manifestano, cantando e gridando slogan di sostegno alla lotta curda e delle sue forze combattenti, YPG (miste) e YPJ (femminili).

I combattenti e le combattenti kurde
La stessa scena la vediamo al vicino villaggio di Mis Aynter. Al termine ci accolgono calorosamente, invitandoci a raccontare la nostra storia davanti ad un tè bollente. Ci chiedono subito cosa pensiamo di ISIS e YPG/YPJ. Ci ricordano le complicità del governo turco. “Non abbiamo bisogno dei governi, i governi dovrebbero rispondere ai bisogni delle persone, invece l’ISIS vuole imporre le sue regole”, ci dice una giovane donna. “Le YPG sono nate per difendere il popolo kurdo non per invadere altri popoli” e ci raccontano stralci di nefandezze occorse a Sengal (distretto dell’Iraq). Ci fanno visitare una costruzione centenaria, simile ad un nostro trullo, che ospita una specie di “memoriale” dedicato interamente a Arin Mirxan (uccisa a Parigi insieme ad altre due attiviste nel 2013) e ai caduti di Kobanê. Un lungo elenco di nomi e di foto, tra cui quello della compagna Kader, uccisa, unica in un gruppo di 19 persone, al confine con la Siria, dopo aver annunciato pubblicamente che si sarebbe arruolata nelle YPJ. Scorriamo le foto, tanti giovani..
Ci raccontano che una notte una donna-kamikaze di Isis si è fatta esplodere vicino postazioni Ypg facendo circa 8 vittime. Le perdite ISIS sono state molto più alte a seguito degli attacchi kurdi, 34 morti e 43 prigionieri. Poi purtroppo ancora vittime, circa 7 combattenti di Ypg che ha subito anche diversi prigionieri. E così,ogni giorno, il bollettino di guerra. Anche noi ci imbattiamo nel rientro da Kobanê della salma di un militante di un partito marxista leninista turco, combattente dal 6 settembre scorso, caduto il 30 dicembre.
Li vediamo i palazzi distrutti di Kobane, dalla collina. La sentiamo vicina, giorno e notte, da Mesher, negli spari e nel fragore delle bombe. Rumori di distruzione e morte che avvengono a pochissimi km da qui, è agghiacciante. Eppure per queste persone è ormai la normalità, anche se le conseguenze della guerra sulle persone sono imprevedibili e alcune organizzazioni di volontari stanno infatti facendo un gran lavoro di elaborazione soprattutto con i bambini.
I bambini di Kobanê
E’ proprio dal frutto del lavoro di alcuni giovani insegnanti, tutti volontari, che è stata inaugurata al Centro culturale Amara la piccola mostra “I colori dei bambini di Kobanê”, con i disegni fatti dai bambini che vivono oggi nei campi dei rifugiati. A loro è stato chiesto di disegnare cosa pensassero della loro città. Le scene, vissute o forse solo ascoltate, sono terribili, se non fosse per la semplicità dei tratti e dei colori. Carri armati, bombe che esplodono, persone decapitate, spari, morti, feriti….ma anche Kobanê, disegnata come un matrimonio festoso, un paese colorato pieno di alberi e fiori, una manciata di terra a forma di cuore tenuta sul palmo delle mani. Uno degli insegnanti si racconta: insegnante della scuola primaria, imprigionato per due anni dal regime di Assad, vive ora a Persis, ma aspetta il momento per tornare a casa il prima possibile. Per ricominciare. Tornare a casa prima possibile, anzi “quando?” è la domanda incessante che gli rivolgono anche i bambini dei campi.

La vita e gestione dei campi, la raccolta e distribuzione degli aiuti
Sono i bambini e le bambine di Kobanê l’immagine che più colpisce entrando nei campi dei rifugiati a Persis. Hanno gli occhi vispi di chi sta vivendo un’avventura in mezzo a decine di altri coetanei, senza regole. Entriamo e subito ti prendono per mano per farsi condurre dalla novità con due piedi e una macchina fotografica al collo. Nei campi sono circa 5300*.
Ci ritroviamo nel Campo “Kobanê” in uno dei pochi momenti di concitazione della giornata, l’arrivo del furgoncino che distribuisce le razioni di cibo. Decine di ragazzini e di donne si affollano, in una fila ordinata, con piatti e pentole. Le razioni sono distribuite di tanto in tanto da un’associazione turca, ma normalmente il cibo viene preparato a Persis e distribuito dai curdi, con il sostegno della Municipalità locale.
Partecipiamo anche noi a un’intera giornata di lavoro al magazzino Avesta, un grande capannone vuoto, un tempo supermercato. Oggi è uno dei centri di stoccaggio e smistamento delle razioni destinate ai rifugiati. Qui ogni giorno decine di ragazzi giovani (o bambini) sono sempre in movimento, ci si ferma solo per pranzo e merenda, si termina con l’arrivo del buio. Fanno quasi a gara per impacchettare, imbustare, caricare, scaricare i generi di prima necessità. Un abbinamento che vede farina e zucchero; uova; grandi sacchi con fagioli, lenticchie, riso, burghul, 5 kg di pasta; il sapone per lavare i panni è nel sacco assieme agli assorbenti da donna, già si capisce a chi è destinato.Le razioni sono bene calcolate e tutto viene meticolosamente annotato. Anche i furgoni che vengono a caricare. Ogni campo, ogni villaggio e ogni quartiere della città che ospita i profughi ha almeno due responsabili per la logistica e la distribuzione degli aiuti. Ognuno di loro, sempre in contatto con il Centro Amara – che registra ogni nuovo arrivo – sa esattamente quante persone vivono nell’area di loro competenza e quali sono i bisogni effettivi. C’è organizzazione, dietro tutto questo, ma non verticistica, anche nei campi si applica il modello di autogestione iniziato a costruire in Rojava prima della guerra. Ognuno dà il suo contributo.
Nei campi pochi punti di acqua dove riempire bottiglie e boccioni, alcuni magazzini, una tenda che funziona da scuola due ore al giorno, con tre livelli di classi, e da centro culturale per alcune animazioni teatrali e panni stesi ovunque: la ricerca della pulizia sembra una delle principali attività della giornata in mezzo a questa poltiglia marrone, anche se il clima umido e piovoso di questi giorni rende impossibile fare asciugare qualsiasi cosa. Una donna ci guarda sconsolata, sa bene che la piccola barriera di sassi costruita all’ingresso della tenda potrà tenere fuori per poco la fanghiglia che ricopre tutto il campo e tutta la cittadina in modo quasi uniforme. E’ R., un’insegnante scappata da Kobanê circa 2 mesi fa, la sua casa distrutta, l’auto bruciata, la scuola dove lavorava come insegnante di arabo per i ragazzini delle medie non esiste più. Qui insegna curdo alla scuola del campo, ma non è un vero lavoro, ora non guadagna più neanche quel magro stipendio che le permetteva di vivere.Così, non sposata, con due bambini non suoi in affidamento, che vorrebbe fare studiare, sta pensando di andare in Norvegia o in Germania, lì, le hanno detto, per i rifugiati ci sono delle possibilità di inserimento. Ma neanche lei, come molti qui, ha un passaporto né un documento di identità, clandestina in casa propria. Dopo il caffè aromatizzato “alla maniera di Aleppo” e molte sigarette, ci fa vedere nel suo pc portatile e il suo profilo facebook, da cui traspare una vitalità non sopita. Il fango per fortuna non affoga l’indole femminile e la volontà di ricominciare.

Stesse scene al campo “Kader Ortakaya”, 4000 persone circa di cui circa 400 bambini*. Li incontriamo al nostro arrivo nel campetto di basket vicino a seguire le peripezie di un collettivo di acrobati e ci travolgono con un corteo improvvisato dietro una tromba e un tamburo.
Nel campo, le cui condizioni sono piuttosto difficili, è appena arrivata la corrente elettrica dopo mesi di freddo e di buio. Oggi è anche il giorno della presenza settimanale della equipe medica nei campi, che conferma le precarie condizioni di salute generale e le patologie persistenti, legate soprattutto alla scarsa igiene. I campi, del resto, sono autogestiti dalla comunità kurda, con il solo aiuto di volontari e il supporto della Municipalità di Suruc, dove, con il 58 per cento e da 17 anni, governa il BDP.
Sia il Responsabile del BDP locale (che incontriamo brevemente, prima che corra al funerale di uno dei combattenti caduto a Kobanê il giorno prima) che la stessa Sindaca di Suruc, ci confermano l’estrema necessità di aiuti, di tutti i tipi. Lei è Zuhal Ekmes, una ragazza giovane che, come in tutte le Municipalità curde, condivide la carica di sindaco con un pari collega maschio. Il suo ufficio è un concitato via vai di persone. Si lavora sempre sull’emergenza continua e ci confessa che è arrivata a fumare 3 pacchetti di sigarette al giorno dall’arrivo dei primi profughi. I fondi inviati dall’ONU sono stati dati dal governo turco ad Afad, un’organizzazione governativa che si occupa di 2 piccoli campi fuori città, simili a campi di prigionia dove nessuno vuole andare, mentre niente è arrivato per la municipalità. “Non vogliamo l’elemosina, non vogliamo che in Italia si pensi che siamo dei poveri – ci dice –combattiamo l’ISIS non solo per il popolo kurdo ma per difendere tutto il mondo dal fondamentalismo dell’ISIS. Con lo scoppio della primavera araba in tutti i Paesi si è tornati a regimi autoritari. In Rojava no, lì è in vigore la democrazia per la quale stiamo lottando”. Forse è proprio questo che fa paura alla comunità internazionale.
Il modello del Confederalismo democratico
Ed è con A. una delle Responsabili per la sicurezza e la logistica dell’area di Persis, che riusciamo a parlare del modello del Confederalismo Democratico che si sta applicando nei cantoni della Rojava, in Siria. Un modello che prevede una partecipazione reale non solo dei partiti, ma anche delle associazioni civili e singoli cittadini indipendenti, a partire dalla costituzione del parlamento cantonale, del governo, con la rotazione delle cariche, l’applicazione del principio di sussidiarietà, la parità di genere.
“In Rojava si sta sperimentando una forma di uguaglianza tra i generi che – dice – non è molto diffusa neanche nei paesi occidentali. Tutti i ruoli sono infatti condivisi al 50 per cento tra uomini e donne, in campo politico, culturale, educativo e militare. Se – continua - le donne governassero davvero il mondo non ci sarebbero più guerre“. Fatto sta che in Rojava sono tra le prime file dei combattenti, con le forze dell’YPJ. “E’ in particolare con il lavoro svolto in campo militare che hanno saputo conquistarsi la fiducia degli uomini e la loro progressiva accettazione. Questo processo, iniziato ormai 20 anni fa all’interno del PKK, è ormai dilagato in Rojava e inarrestabile, perché nella pratica dell’uguaglianza e della libertà in ogni settore, le donne hanno dimostrato in modo inconfutabile le loro capacità”. Rimane sfumato, tuttavia, se una reale parità avvenga davvero anche nella vita di ogni giorno. Quello che vediamo qui è in realtà il ripetersi di ruoli standardizzati. Del resto, si sa, i cambiamenti culturali hanno tempi e processi molto più lunghi e profondi di quelli politici.
Poi prosegue, senza che noi le chiediamo niente : “Quella che stiamo combattendo è anche una guerra per la democrazia e una guerra culturale. E’ per questo che le donne in tale processo di liberazione giocano un ruolo fondamentale. E faccio un appello a tutte le donne del mondo”.
Molto sarebbe ancora da capire.
Anche per quanto riguarda la questione ecologica richiamata dalla Carta della Rojava sembra rimanere su linee di principio che riguardano, come ci dice, non tanto l’ambiente ma un più generico “modo di vita naturale, in armonia gli uni con gli altri, alla pari, in libertà e senza sottomessi o schiavi”.
Percepiamo dalle sue parole la forza di questo processo. Ci dice, con lo stesso sorriso con cui ci ha accolto, che vuole tornare il prima possibile a Kobanê, perché lì ha molti nemici da affrontare e da combattere apertamente ogni giorno, non solo sul fronte militare, ma soprattutto politico e culturale. E’ la forza di un grande sogno.
Non è la sola. Ogni giorno sono infatti almeno due le famiglie che fanno ritorno tra le macerie della città.

Il rientro
Ma qualcuno non ci spera più. A., il nostro amico e interprete, scappato da Aleppo 4 anni prima con la famiglia a soli 14 anni, poi rifugiati a Kobanê e infine qui a Persis. Non vuole sentire parlare turco. Adora la musica e canticchia Shakira, ma il suo stereo è rimasto nella casa di Aleppo. Vuole studiare medicina, imparare l’italiano. Scappare in Germania. Qui non è vita. Ciò che ha visto, le morti in diretta, la distruzione, è troppo difficile da raccontare. Ha voglia di divertirsi, come ogni ragazzo di 18 anni, ma si guarda intorno, lui è tra i più fortunati, in fondo, e con la sorella S. fanno quello che possono come volontari del centro Amara. Suo padre, insegnante di inglese, uno sguardo che trapela un grande senso di responsabilità, ha aperto qui un negozio, per tirare a campare. Ci saluta con una grande stretta di mano: “Grazie, è questa l’umanità che vogliamo, non quella di chi vuole la guerra senza fine”.
Partiamo. Negli occhi le immagini di mille volti incontrati in questi giorni, sorrisi, strette di mano. E il cielo buio di Kobanê costellato da decine di mongolfiere colorate nella notte di Capodanno lanciate dai villaggi turchi lungo il confine cui rispondono i combattenti e le combattenti della città: razzi di segnalazione rossi, in cielo, ad illuminare la speranza.
** dati municipalità di Suruc dicembre 2014

da qui

lettera a Primo Levi

Caro dott. Levi,

c’è voluto il mare azzurro della mia Mondello e il calore avvolgente della lucente estate siciliana, per compiere il mio viaggio virtuale nel Lager. Una laica e impegnativa Via Crucis, alle cui stazioni ho dovuto spesso fermarmi, prendere fiato e guardare il mare: quasi che il mare potesse lavare e lenire il dolore di quegli incontri.

Prima dell’undici aprile ’87, di Lei avevo solo il vago sapore suggerito dagli spicchi acerbi di occasionali letture. Forse è stato meglio così. Se avessi letto le sue pagine da ragazza, avrei corso il rischio di banalizzare il Lager. O, al contrario, di scappare via spaventata. E Lei sarebbe rimasto da solo, nella baracca n.45.
Nei lenti pomeriggi della scorsa estate, l’ho finalmente incontrata. Ogni sua pagina mi regalava una sua particella preziosa: la sua inquietudine, il suo calvario, la sua fragile resurrezione; la sua acuta sensibilità e intelligenza, il suo delicato pudore, il suo amore per la chimica, la sua passione etica, il suo legame forte e fecondo con la scrittura.

La discesa agli Inferi
Del suo racconto sul Lager, conservo indimenticabili frammenti.
Penso a Hurbinek: tre anni, gambette paralizzate, a cui nessuno aveva insegnato a parlare. I cui occhi però “saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava (…) premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano a un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena”. Guardo i miei garruli figli e penso a Hurbinek, “che non aveva mai visto un albero; Hurbinek che aveva combattuto come un uomo (…) per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek, che morì ai primi giorni del marzo 1945, libero, ma non redento.”

Penso a Sòmogyi, chimico ungherese, suo compagno nell’infermeria, nel gennaio del ‘45, nei giorni intercorsi tra la fuga dei tedeschi e l’arrivo dei russi. Sòmogyi che, “Seguendo un ultimo interminabile sogno di remissione e di schiavitù, prese a mormorare ‘Jawoh’l ad ogni emissione di respiro; regolare e costante come una macchina, ‘Jawohl’ ad ogni abbassarsi della povera rastrelliera delle costole, migliaia di volte, tanto da far venire voglia di scuoterlo, di soffocarlo, o che almeno cambiasse parola.”

Penso ai suoi sogni, in quell’incubo interminabile che era il sonno nel Lager.
Il sogno del racconto: “Essere nella mia casa, fra persone amiche e avere tante cose da raccontare: ma (…) i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.” Il sogno di Tantalo: “Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare: anche questo è un sogno collettivo. E’ un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo. Non si vedono soltanto i cibi, ma si sentono in mano, distinti e concreti, se ne percepisce l’odore ricco e violento; qualcuno ce li avvicina fino a toccare le labbra, poi una qualche circostanza, ogni volta diversa, fa si che l’atto non vada a compimento. Allora il sogno si disfa (…), ma si ricompone subito dopo, e ricomincia simile e mutato: e questo senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la durata del sonno.”

Penso al suo viaggio notturno verso la latrina. Vestito solo di camicia e mutande e con suole di legno ai piedi, in mezzo alla neve: per svuotare il secchio pieno dell’orina notturna dei prigionieri. Secchio “disgustosamente caldo”, che andava svuotato almeno venti volte a notte.
Penso all’angoscia nel momento della sveglia, quando la guardia “Pronunzia la condanna di ogni giorno:-‘Aufstehen’ o più spesso in polacco: ‘Wstawàc’(…). La parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi (…) Incomincia un giorno come ogni giorno, lungo a tal segno da non potersene ragionevolmente concepire la fine, tanto freddo, tanta fame, tanta fatica ce ne separano.”…

lunedì 26 gennaio 2015

dice Isaac Bashevis Singer

Si sono convinti che l'uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno.

dice Frank Zappa


L'illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro. 


(per Hamas è stato così, per Syriza chissà - franz)

ricordo di Demis Roussos

grazie per tutto, Demis :)





domenica 25 gennaio 2015

L’ibisco viola – Chimamanda Ngozi Adichie

una ragazzina cresce, è ricca, in un paese difficile, la libertà è difficile, i rapporti con i genitori sono difficili, un fratello, una zia, cugini, e un nonno "pagano", ecco la famiglia.
morire è un attimo, Kambili cresce, è bravissima a scuola, il padre le vuole un bene da matti, conosce un prete, se ne innamora, è una magia, è un libro che non vorresti mai finire di leggere, da quanto è bello.
Chimamanda vi parla qui e qui, e, se la ascoltate e vi conquista, sappiate che scrive bene come pochi, non privatevene - franz





Nigeria. Kambili ha quattordici anni. Suo fratello Jaja un paio di più. Il padre Eugene ha studiato all’estero, possiede molte fabbriche, è uno degli uomini più ricchi del paese. E, soprattutto, è molto religioso: preghiera di ringraziamento (lunghissima) prima dei pasti, rosario alla sera, rosario durante i tragitti in automobile, confessione e comunione obbligatoria per tutta la famiglia. La domenica in cui Jaja non si avvicina all’altare per ricevere l’ostia il padre scaglia il messale contro la vetrinetta che contiene la collezione delle statuine della madre: è la scena chiave del libro, quella che inizia il racconto di Kambili che procede a ritroso per ricongiungersi poi con questo momento che segna il cambiamento, la ribellione al padre-padrone…

Quanto è stato emozionante questo romanzo! 
Ho sentito le emozioni di Kambili: la paura che non l'abbandona mai, le parole che le si bloccano in gola, le sensazioni intense per padre Amadi, l'intesa con il fratello Jaja, il rispetto per la madre, l'ammirazione per la zia Ifeona e per i cugini e soprattutto quello strano sentimento per il padre, quel continuo ondeggiare tra terrore e venerazione, tra timore e fiducia.
Restavo con il fiato sospeso, mi si stringeva lo stomaco come se fossi lì, come se fossi io Kambili…

… Il libro è di quelli che lasciano il segno. Scritto con grande passione e "colore", è un viaggio nella Nigeria, nella religione, nella famiglia, nell'amore e nell'odio. Insomma un percorso, a volte spensierato e   profumato, e altre volte violento e angoscioso nell'animo umano. 
Ambientato nelle città di Enugu, dove vive la protagonista del libro, l'adolescente Kambili (nel suo percorso è affiancata dal fratello Jaja) e di Nsukka, dove abita la zia, il testo si sviluppa all'interno della famiglia allargata (benestante e colta) di un editore indipendente e fanatico cattolico, che si trova a vivere i difficili momenti dopo un colpo di stato. Da una parte la figura di un padre, Eugene, intellettuale e attivista, che diventa violento in famiglia a causa di un fanatismo religioso eccessivo e dall'altro la società civile nigeriana in forte evoluzione e ricca di contraddizioni.
Un romanzo a tratti forte, che lascia sempre delle strade aperte a diverse possibili soluzioni, in cui il lettore non può che identificarsi in un'atmosfera a volte intensa di emozioni e bellezze, altre volte cupa e malinconica.
E' anche un racconto sulle trasformazioni che una società fortemente tradizionalista ha subito (forse inconsapevolmente) a causa del colonialismo e delle ingerenze (forti) di un'evangelizzazione forzata. Una lotta tra cattolicesimo e tradizione, tra amore e odio nel mentre della trasformazione di una società allo sbando e delle scoperte adolescenziali…
da qui