giovedì 12 dicembre 2019

come si mettono le Sardine in scatola – bortocal



il sistema mediatico è in moto per distruggere al più presto il fenomeno delle Sardine.
ma come?, mi obietterà qualche lettore critico (ne ho diversi, uno più valido dell’altro): non è stato il sistema mediatico a crearle?
no, amici cari: a cavalcarle, piuttosto, ma loro si sono fatte largo altrove, attraverso i social, e adesso bisogna rapidamente riportarle all’ovile della stupidità, per farle sparire il prima possibile.
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premetto che ho visto le Sardine come la reazione spontanea – in tempi di salvinismo alle corde, nonostante le apparenze (queste è la mia analisi personale) – all’incredibile degrado italiano del dibattito che vorrei dire politico, se ci fosse politica vera in queste chiacchiere, ma non è altro che mediatico:
un frastornante frastuono di fesserie per gente senza prospettiva, una rissa continua, una disinformazione programmata sulle cose che contano.
sta di fatto che la mattina oramai ho preso l’abitudine di aprire per prima la stampa tedesca, se voglio sapere del mondo: di qua, nel truce dominio universale della cronaca nera più minuta, ho l’alternativa tra la stampa tutta politica della destra, che è soltanto propaganda gridata mescolata a bufale una più sonante dall’altra, e dall’altro lato il ciarpame che rimane della stampa un tempo progressista, ora ridotta a catalogo colorata da supermarket per un pubblico benestante, consumista e beota.
riusciremo a raddrizzare la barca che affonda dell’informazione italiana?
per ora pare di no.
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dunque queste Sardine che dicono – come mi sono sentito quasi maestro inascoltato -: basta, non se ne può più, torniamo alla politica vera, fatta anche di un diverso uso del linguaggio e di rispetto degli avversari, rappresentano un pericolo mortale per il sistema informativo italiano, controllato peraltro da poco più di un paio di monopoli dell’informazione.
come vedete, personalmente non sto al gioco schifiltoso di chi si esercita a dire di loro tutto il male possibile: che sono vuoti di prospettiva (appunto), che non sono politici (appunto), che finiranno male, come i girotondi, come gli arancioni (probabile, visto che hanno gli stessi nemici).
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io invece sento in loro la stessa freschezza anti-politica che ci animò cinquant’anni fa, quelle altre Sardine che allora erano i capelloni, i contestatori, gli extraparlamentari del Sessantotto: semplici e ingenui, ma visti come un pericolo mortale:
sono cinquant’anni in questi giorni dalla strage di piazza Fontana oggi, un probabile incidente sul lavoro dei servizi segreti che allora usavano frenare un movimento forse molto più dirompente con gli attentati da addebitare al movimento studentesco.
(quella sera a Brescia Dario Fo doveva fare teatro al Sociale, la recita fu sospesa; retate nelle case; io corsi a consegnare in questura la pistola da ufficiale di mio padre, morto un anno prima, che era rimasta in un armadio, prima che la trovassero loro: quel pomeriggio finì forse la nostra giovinezza, ed entrammo nel clima strisciante della guerra civile che sarebbe durata almeno un decennio, fino all’omicidio di Moro, col quale si seppellì definitivamente ogni rischio di svolta a sinistra in Italia).
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oggi, per fortuna, si usano altri metodi; ma allora, ecco il problema: come impedire che questo messaggio delle Sardine, spontaneamente scese in piazza, arrivi? come impedire che si diffonda questo elementare rifiuto di stare a quel gioco truccato che ci viene imposto come una intossicazione quotidiana?
semplice: una banale manovra avvolgente: prima li si ospita nei salotti televisivi, gli si fa da cassa di risonanza, per distogliergli dalla loro strumentazione alternativa efficace, e poi, lì dentro, si comincia a lavorarli ai fianchi.
doppia manovra, come nel più classico degli Annibali:
da destra parte la fanteria delle accuse di essere di sinistra; ma nello stesso tempo da destra parte anche la cavalleria delle proposte di coinvolgimento, che attacca però dal lato opposto: ecco addirittura l’amante di Berlusconi che fa sapere che FORSE POTREBBE scendere in piazza con loro; ma si decida, o con me o contro di me, che cosa sono queste non sai se minacce o moine?
adesso ecco anche la cavalleria pesante di Casa Pound; manovra diversiva: o li lasci entrare e dissestano il fronte, o li respingi e allora ti scopri sul fianco.
neppure manca la fanteria che attacca sulla sinistra, con le sue scontate litanie: sono un partito, o stanno per diventarlo:
ed ecco, per ultimi, al centro, i tiratori scelti, i frombolieri punici, i sondaggisti che avvisano che le Sardine potranno rubare consenso a sinistra e a pseudo-sinistra.
saranno come i grillini di dieci anni fa? quelli che volevano aprire la scatola di tonno del parlamento e ora hanno il problema di mettere in scatola le Sardine?

e le vecchie cariatidi (come me) prodighe di consigli?
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io intanto, in dissenso familiare interno contro chi fa il muso critico, dico alle Sardine: brave, andate avanti; intanto avete tolto la scena mediatica a Salvini, e neppure le battute orribilmente stupide sulla Nutella sono riuscite a darne un’idea positiva e a fargli recuperare il boccascena, dove la recita insulsa e sempre uguale comincia a stancare.
il consenso, care Sardine, ce l’avete proprio perché non siete politiche nel senso di questi sordidi comitati d’affari che sono diventati i partiti italiani: inutile dirvi di continuare a parlare il linguaggio semplice delle cose, perché lo sapete da voi.
inutile anche suggerirvi proposte su come continuare: avete bisogno del vostro percorso; noi di altre generazioni possiamo solo insegnarvi i nostri errori; anche noi fummo rapidamente raggiunti dai maestri della generazione precedente, e sinceramente oggi penso che ci portarono fuori strada.
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per questo, non badateci troppo, parlo di noi vecchi maestri di tante sconfitte, se non per imparare dai nostri errori, e il primo è stato mortale l’ideologia.
rifiutare l’ideologia non vuol dire non avere idee, al contrari: vuol dire averne di libere e non incasellate in qualche sistema che proprio perché è tale è sempre fuorviante.
io sto con voi, ma muto: non ho niente da insegnarvi e molto da imparare; vi dico soltanto state alla larga da questo dibattito mediatico che cerca di distrarvi: andate avanti con le vostre battaglie e con i vostri slogan, cioè con le vostre lucide emozioni, che coinvolgono anche chi come me vi guarda da un mezzo secolo addosso in più.
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avanti alla ricerca di una politica onesta, non gridata, consapevole, informata, che è la premessa della democrazia e quasi una esigenza costituzionale.

mercoledì 11 dicembre 2019

Chi applaude Greta e vuole il TAV non la racconta giusta - Claudio Giorno




La corsa all’accaparramento di Greta Thunberg registra ogni giorno nuove sospette adesioni; e si fa asfissiante (quasi più dell’effetto-serra) il corteggiamento del Movimento FFF, nato per lo stimolo potente, la coraggiosa intransigenza e la determinazione sorprendenti di una ragazzina che ha avuto il coraggio di denunciare i tanti re nudi che ci circondano e senza che nessuno li indicasse prima alla pubblica disapprovazione.
Visto dalla Valle di Susa questo vero e proprio tentativo di abbraccio mortale rivela particolari addirittura grotteschi: se c’è un luogo dove in 30 anni si sono adoperati tutti i vecchi arnesi oggi raggruppabili nello slogan “ecocompatibilità” è il nostro. “Ecocompatibile” per antonomasia (prima ancora che divenisse d’uso comune lo stesso termine ecologia) fu la realizzazione a scopo idroelettrico di uno dei più grandi bacini d’alta quota (2 mila metri s.l.m.): il lago del Moncenisio, un invaso lungo circa 6 Km ottenuto sbarrando il pendio italiano del valico ceduto alla Francia come “bottino di guerra” ma dove di comune accordo EDF & ENEL (del resto partner anche sul nucleare) realizzarono, decapitando una montagna, una della più grandi dighe in terra d’Europa! Sommergendo per sempre la strada napoleonica, lo storico ospizio, il paese con la sua chiesetta e il piccolo cimitero sotto oltre 300 milioni di metri cubi d’acqua che alimentano le sottostanti centrali idroelettriche in caverna (quella “nostra” è a Venaus): un movimento terra da leccarsi i baffi, per i mafiosi mandati al confino… Poi, più di mezzo secolo dopo, si sbarra, questa volta con calcestruzzo e paratoie metalliche, l’altro versante (quello della Dora Riparia), che viene semi-prosciugato per alimentare un nuovo e moderno sistema idroelettrico marchiato IREN, che dell’ecocompatibilità ha fatto la sua mission, soprattutto grazie alla catena di termovalorizzatori pubblicamente sovvenzionati, a corredo di vecchie e nuove centrali idroelettriche o policombustibile. Nello spazio dei 50 anni racchiusi nell’arco voltaico alla valle viene fatto dono – negli anni ’80 – del raddoppio (quasi completamente in galleria) del binario unico sul tratto più acclive e tortuoso (Bussoleno-Salbetrand) della ferrovia che collega Italia e Francia fin da quando il tutto ancora si chiamava Savoia. Per venire ai giorni nostri agli impegnativi e onerosi lavori di risagomatura del traforo ferroviario del Frejus. Un ampliamento destinato a rendere più scorrevole il trasporto di camion su treno sul tratto a cavallo del confine, da Bardonecchia a Modane. Poco meno di un miliardo di euro di denaro pubblico interamente speso, ma che viene “svalutato” dagli stessi amministratori delegati che adesso siedono ai vertici di TELT (il nuovo logo scelto per quel che resta del TAV Lyon-Turin, vale a dire il tunnel Bussoleno-St.Jean): gente che, prima della folgorante conversione sulla via del ferro, adorava la dea gomma e sedeva sulla poltrona SITAF (traforo & autostrada del Frejus); gli stessi personaggi che hanno spinto per la realizzazione di un tunnel e di un’autostrada (quasi tutta in galleria) e che (come aperitivo al buco per l’eco-treno) hanno scavato il raddoppio del tunnel stradale per i futuri eco-Tir (del resto chi vende camion li dichiara sempre più ecocompatibili, prossimamente elettrici): la quadratura del cerchio tra SITAF, IREN, ENEL & TAV…
Chi ha avuto la pazienza di seguirmi sin qui si sarà fatto un’idea di quante infrastrutture sono state messe a dimora negli ultimi 50 anni in Val di Susa, ma forse non tutti sanno che il fondovalle “utile” è largo mediamente poco più di un Km. Le due grandi centrali elettriche di Venaus, ad esempio, trasportano l’energia a grandi distanze con imponenti elettrodotti che determinano pesanti servitù di passaggio; e il più recente – che collega la rete elettrica italiana a quella francese – sta venendo interrato sotto la rete stradale. Abbiamo sempre affermato senza mai essere smentiti che, sia per metri quadri di “territorio utile” che per metri cubi di calcestruzzo pro capite, siamo una delle vallate alpine a più alta concentrazione di infrastrutture (e di denaro pubblico in esse riversato in luogo di una sempre più necessaria politica di prevenzione idrogeologica, resa drammaticamente urgente proprio dal cambiamento climatico). E le grandi infrastrutture proteggono solo se stesse, e neanche sempre: Genova, tragicamente, insegna.
Ora, per la sua caratteristica di lotta popolare straordinariamente longeva, con momenti di vera e propria ribellione di popolo come nel dicembre 2005, ci siamo (ci hanno?) caricati addosso aspetti simbolici che vanno anche ben al di la della posta in gioco, per cui la propaganda a tappeto dei giornali di “proprietà finanziario-palazzinara” ha svolto il suo istituzionale ruolo di disinformazione con un accanimento particolare (ampiamente e approfonditamente documentato nei lavori del Controsservatorio Val Susa). Ai No TAV non solo non la si può dar vinta, ma per poter costruire indisturbati la fabbrica dei conci di galleria (in zona esondabile!) si è deciso di mettere mano alla costruzione di una nuova “fabbrica del consenso” che, nel fritto misto di fake news di regime, ha posto l’accento proprio sulla pretesa ecocompatibilità della Grandeopera, sulla sua taumaturgica azione virtuosa contro il cambiamento climatico, ottenuta grazie al trasferimento modale gomma/ferro.
In 30 anni di studi, dopo decine di libri di autorevolissimi (e disinteressati) esperti è stata prodotta una documentazione mai smentita, anzi confermata dai dati reali e addirittura rivelata dai dati progettuali dei proponenti. Dati sui quali, peraltro, ci siamo sempre rigorosamente basati citandoli nelle nostre controdeduzioni. C’è in rete una montagna di gigabyte di argomentazioni che nessuna talpa riuscirebbe mai a perforare… Ma per confutare la propaganda di coloro che tentano di usare Greta e il movimento giovanile che da lei ha preso vita basta dire che nei documenti ufficiali di Italia, Francia e UE non vi è traccia della fu Torino Lione (oltre 300 km desaparecidos) e che i francesi sono sì favorevolissimi allo scavo della galleria di valico, ma solo perché la pagano gli italiani e l”Europa” e hanno formalmente deciso che prima del 2035 non intendono rimettere mano neanche alle carte progettuali delle cinque gallerie (ben più complesse e onerose di quella di valico) tra St. Jean e Chambery (nonostante le solenni promesse delle prime e ormai storiche brochure di propaganda). Anzi, l’attuale governo transalpino per il traffico merci ha optato per l’uso della ferrovia esistente Torino-Digione (in luogo di una nuova Torino-Lione)! Ma soprattutto va evidenziato che scavare le gallerie di una intera ferrovia ex novo aumenterebbe le emissioni di CO2 fino al 2038 (dati del Quaderno 8 dell’Osservatorio del Governo italiano). E a patto che (con un tocco di bacchetta magica?) sparisca più della metà dei camion e le merci salgano spintaneamente in carrozza!
Se davvero l’obiettivo perseguito fosse quello di mettere le merci (possibilmente utili) sui treni e non le mani su una montagna di denaro pubblico a favore di lobby private, si potrebbe lavorare da subito al riempimento dei binari esistenti, oggi ben al di sotto di un quinto delle loro potenzialità: chi sa se nel 2038 ci sarà ancora un solo ghiacciaio sulle Alpi, nel frattempo ridotte a una groviera dalla banda dei buchi che ha rubato l’adolescenza di Greta?

Dalla tribù a Internet. L’antropologia oggi - Marco Aime

Sulla fine del mondo - Giorgio Agamben



Il tema della fine del mondo è apparso più volte nella storia della cristianità e in ogni tempo sono comparsi profeti che annunciavano come prossimo l’ultimo giorno. È singolare che oggi questa funzione escatologica, che la chiesa ha lasciato cadere, sia stata assunta dagli scienziati, che si presentano sempre più spesso come profeti, che predicono e descrivono con assoluta certezza le catastrofi climatiche che porteranno alla fine della vita sulla terra. Singolare, ma non sorprendente, se si considera che nella modernità la scienza si è sostituita alla fede e ha assunto una funzione propriamente religiosa – è, anzi, in ogni senso la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono (o, almeno, credono di credere).
Come ogni religione, anche la religione della scienza non poteva mancare di un’escatologia, cioè di un dispositivo che, mantenendo i fedeli nella paura, rafforza la loro fede e, insieme, assicura il dominio della classe sacerdotale. Apparizioni come Greta sono, in questo senso, sintomatiche: Greta crede ciecamente in quel che gli scienziati profetizzano e aspetta la fine del mondo nel 2030, esattamente come i millenaristi nel medioevo credevano nell’imminente ritorno del messia a giudicare il mondo. Non meno sintomatica è una figura come quella dell’inventore di Gaia, uno scienziato che, concentrando le sue diagnosi apocalittiche su un unico fattore – la percentuale di CO2 nell’atmosfera – dichiara con stupefacente candore che la salvezza dell’umanità sta nell’energia nucleare. Che, in entrambi i casi, la posta in gioco abbia carattere religioso e non scientifico, si tradisce nella funzione centrale che vi svolge un vocabolo – la salvezza – tratto dalla filosofia cristiana della storia.
Il fenomeno è tanto più inquietante, in quanto la scienza non ha mai annoverato l’escatologia fra i propri compiti ed è possibile che l’assunzione del nuovo ruolo profetico tradisca la consapevolezza della propria innegabile responsabilità nelle catastrofi di cui predice l’avvento. Naturalmente, come in ogni religione, anche la religione della scienza ha i suoi increduli e i suoi avversari, cioè gli adepti dell’altra grande religione della modernità: la religione del denaro. Ma le due religioni, in apparenza divise, sono segretamente solidali. Poiché è stata certamente l’alleanza sempre più stretta fra scienza, tecnologia e capitale che ha determinato la situazione catastrofica che gli scienziati oggi denunciano.
Deve essere chiaro che queste considerazioni non intendono prendere posizione quanto alla realtà del problema dell’inquinamento e delle trasformazioni deleterie che le rivoluzioni industriali hanno prodotto nelle condizioni materiali e spirituali dei viventi. Al contrario, mettendo in guardia contro la confusione fra religione e verità scientifica e fra profezia e lucidità, si tratta di non farsi dettare acriticamente da parti interessate le proprie scelte e le proprie ragioni, che in ultima analisi non possono essere che politiche.

martedì 10 dicembre 2019

il MES del nostro scontento


MES: ancora il primato della finanza - Francesco Gesualdi

I politici non sempre dicono la verità, ma ogni tanto hanno la capacità di attrarre l’attenzione su tematiche che i cittadini farebbero bene a seguire di più. Un caso del genere si è verificato di recente quando è stato portato alla ribalta ciò che i media hanno battezzato “Trattato salva Stati”, il cui vero nome è “Trattato per il meccanismo europeo di stabilità”, in sigla MES. Un’analisi più dettagliata ci dice che il vero obiettivo del trattato non è la salvezza degli Stati, bensì dell’euro minacciato da crisi di sfiducia ogni volta che gli Stati si sovraccaricano di debiti.
La storia del MES inizia nel 2010, un periodo in cui più di uno Stato europeo dell’area euro, si trova costretto ad accrescere il proprio debito, quale per salvare le proprie banche travolte da gestioni fallimentari, quale per tamponare gli effetti di una crisi economica che si sta trasformando in crisi sociale. È di questi tempi l’emergere degli “Stati maiali”, appellativo attribuito non con l’intento di offendere chicchessia, ma perché il caso ha voluto che i paesi in maggiore difficoltà siano Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, le cui iniziali hanno permesso a qualche giornalista fantasioso di elaborare la sigla PIIGS, un acronimo che in inglese suona appunto come maiali. Il debito, che in condizioni normali attrae gli investitori ansiosi di collocare i propri capitali, può trasformarsi in un potente repellente se diventa così alto da non dare più affidamento di restituzione. E poiché l’afflusso di capitali rafforza le monete, mentre la fuga le indebolisce, questa è la ragione per la quale il debito pubblico è diventato uno dei temi di maggiore attenzione per l’Unione Europea, in particolare per i paesi che condividono l’euro. Attenzione esercitata attraverso due modalità. La prima vigilando affinché nessuno Stato si indebiti oltre misura. La seconda, soccorrendo i paesi in maggior difficoltà affinché la crisi rimanga circoscritta al loro interno. Una sorta di cordone sanitario per evitare che vengano risucchiati nella crisi anche gli altri paesi e soprattutto l’euro.
Nel 2010 i primi Stati a manifestare un gran bisogno di prestiti, ma ormai così decotti da non ricevere più neanche un euro dai privati, furono Irlanda e Grecia, che però trovarono un’Europa non ancora organizzata per intervenire in maniera centralizzata a sostegno dei paesi membri afflitti da crisi finanziarie. Per cui inizialmente la situazione venne tamponata con prestiti bilaterali da parte dei singoli governi. Quello italiano, ad esempio, nel 2010 a titolo unilaterale prestò alla Grecia una decina di miliardi di euro, essi stessi raccolti a debito. Solo più tardi venne formato un fondo comune d’intervento che dopo vari appellativi, nel 2012, assunse il nome definitivo di MES (ESM in inglese). All’inizio, però, il MES non poteva essere considerato un organismo facente parte a pieno titolo all’architettura dell’Unione Europea perché non sussistevano tutti i presupposti giuridici per includerlo. Solo più tardi gli aspetti giuridici mancanti vennero integrati e nel giugno 2019 i governi dell’area euro si sono accordati su una bozza di trattato che dà pieno accoglimento al MES nella casa europea. Il tutto in vista della firma definitiva concordata per una data di dicembre di quest’anno. Ed è stato proprio l’approssimarsi dell’imminente scadenza ad avere riacceso il dibattito attorno al MES.
Il trattato, che per diventare pienamente operativo deve ottenere la ratifica dei parlamenti dei 19 paesi aderenti all’eurozona, oltre a definire compiti, struttura e dotazione del fondo, stabilisce anche a chi può essere offerta assistenza e a quali condizioni. Premesso che il fondo elargisce solo prestiti, per giunta finalizzati anche al salvataggio delle banche, esso divide i possibili paesi richiedenti in due categorie: quelli con un debito moderato e quelli con un debito elevato. Ai primi chiede come contropartita solo l’impegno a proseguire sulla strada della moderazione. Ai secondi invece, impone regole molto più stringenti. Ed è proprio questa differenziazione che alcuni reputano inaccettabile perché è come se i paesi dell’eurozona venissero ufficialmente divisi in buoni e cattivi, creando differenze ancora più marcate fra i paesi a debito moderato e quelli a debito pesante. A detta dei critici, gli investitori privati potrebbero inserirsi in questa crepa per imporre tassi di interesse più elevati ai paesi inseriti nella lista dei cattivi, prendendo a pretesto che la stessa Unione Europea li classifica come inaffidabili. In conclusione si potrebbe andare verso una definitiva conferma del differenziale esistente fra paesi dell’eurozona (il famoso spread), che invece di ridursi potrebbe continuare a crescere portando all’assurdo che i paesi forti paghino interessi bassi e quelli più in difficoltà interesse alti.
Un’altra critica mossa al Trattato è che i paesi a debito elevato potrebbero ricevere prestiti dal MES solo se fanno un tentativo di ristrutturazione del proprio debito. Che significa ottenere sconti dai creditori sul capitale da restituire. Un’ipotesi che molti vedono come una iattura perché metterebbe in difficoltà banche, assicurazioni e fondi pensione tradizionalmente forti detentori di titoli di Stato. E poiché queste istituzioni gestiscono risparmio dei cittadini, alla fine sarebbero i cittadini stessi a subire i contraccolpi della ristrutturazione. Se le cose dovessero funzionare davvero così è tutto da verificare, ma la critica è infondata perché il Trattato non contempla l’obbligo di ristrutturazione, termine che non è mai citato neanche negli allegati. Ciò che invece è contemplato è che il prestito ai paesi più indebitati sia condizionato alla firma di un accordo (meglio noto come Memorandum of Understanding) in cui siano elencate le riforme che il paese ricevente deve attuare per ridurre il proprio debito. Certo, fra queste può essere compresa anche la ristrutturazione, ma le esperienze passate ci dicono che altre sono le richieste più usuali. Valga come esempio la Grecia che dal MES e suoi antenati ha ricevuto prestiti a più riprese, ogni volta dovendosi impegnare a tagliare salari, pensioni, sussidi ai più poveri, in nome dell’abbattimento del debito.
Il trattato istituzionalizza anche la presenza della Troika, recitando testualmente che il rispetto del Memorandum sarà verificato in collaborazione con la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale.
In conclusione il Trattato sancisce il primato della finanza senza tenere in alcuna considerazione le esigenze sociali, i diritti umani, la salvaguardia della democrazia, concetti che non sono mai citati neanche di sfuggita. L’anima sociale: ecco il vero aspetto che manca al Trattato. Caratteristica che emerge anche dalla decisione di lasciare che ogni Stato risolva i propri problemi arrangiandosi da solo, sollecitando l’intervento degli altri solo quando l’instabilità dell’uno minaccia la stabilità di tutti.
Il MES insomma rappresenta un altro passo avanti verso la costruzione dell’Europa di tipo condominiale dove si sta assieme solo perché si condivide il tetto, le scale e l’ascensore, ma per il resto ognuno è estraneo all’altro, se non nemico. Tutt’un’altra Europa rispetto a quella sognata da Spinelli e gli altri padri fondatori che in tema di debito pubblico avrebbero chiesto soluzioni condivise a partire dall’emissione di titoli europei e di maggiore intervento da parte della Banca Centrale Europea. Da un punto di vista tecnico le modalità per conciliare riduzione del debito e salvaguardia sociale esistono. Ma il loro utilizzo dipende da come batte il cuore.
da qui


Fermate il Mes! Voglio scendere… - Marco Bersani

Nel surreale dibattito politico, la questione della riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è precipitata come un copione teatrale con ruoli predeterminati: ecco allora la maschera Salvini erigersi a paladino anti-sistema, con il controcanto delle maschere Governo-Pd sulle magnifiche sorti e progressive dell’integrazione europea.

Pare impossibile, dentro questo scenario, dire parole di verità. Proviamo quindi a sgombrare il campo: il MES non nasce oggi, è attivo dal luglio 2012, come Fondo salva-Stati, ed è l’evoluzione di precedenti meccanismi, il Fesf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e il Mesf (Meccanismo europeo di stabilità finanziaria), pensati, con l’insorgere della crisi finanziaria globale del 2008, come strumenti per tutelare l’Unione monetaria dall’effetto domino di crisi occorse a singoli Paesi.
Fa parte del medesimo processo che ha visto, sempre nel 2012, l’approvazione del Fiscal Compact, che il nostro Paese ha inserito all’unanimità addirittura in Costituzione.
Tutte le tappe sinora descritte, compresa l’attuale, hanno visto la condivisione di tutte le forze politiche, che oggi fingono contrasti, avendo solo in testa l’infinita campagna elettorale che caratterizza il nostro Paese.
Il MES è già intervenuto, e ciascuno può intuire in quale direzione, nelle crisi finanziarie di Irlanda, Portogallo, Cipro e naturalmente Grecia, la più grande lezione di pedagogia “austeritaria” sinora realizzata. Perché l’essenza del MES sta nella “condizionalità” dei suoi interventi: se un Paese ne richiede l’aiuto, deve sottoscrivere un Memorandum, ovvero una serie di “riforme” sotto il segno della riduzione del costo del lavoro, dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni.
Se tutto questo è già in campo, di cosa si sta quindi discutendo? Di una riforma del MES, che va verso l’estensione del suo ruolo, tanto in merito alle richieste di aiuto degli Stati, quanto a quelle del sistema bancario.
Nel caso degli Stati, sarà il MES (che, non va dimenticato, agisce per statuto come un creditore privato e non come un’istituzione pubblica) a valutare la sostenibilità del debito pubblico e a proporre la linea di credito Pccl (Precautionary conditioned credit line), senza contropartite, per i Paesi “virtuosi”, o la linea Eccl (Enhanced conditions credit line), con richiesta di pesanti misure d’austerità, per i Paesi con rapporto debito/pil superiore al 60%.
Nel caso delle banche, la novità è che il MES potrà essere utilizzato per finanziare l’attuale Fondo di risoluzione unico, creato dalle banche europee per sostenere gli istituti in difficoltà (misura messa ora in campo non a caso, dato l’attuale rischio di collasso del sistema bancario tedesco).
Due brevi riflessioni ne conseguono.
La prima è relativa al fatto che, con questa riforma, si rinsalda il binomio trappola del debito pubblico/politiche liberiste e di austerità. Fatto un sospiro di sollievo per il mancato successo delle forze sovraniste e nazionaliste alle ultime elezioni europee, le elite politico-finanziarie continentali hanno deciso di rafforzare la gabbia del debito e di inasprire ulteriormente l’architettura iper-finanziarizzata dell’Unione Europea.
La seconda è che chi si oppone alla riforma del MES (appellandosi magari a supremi interessi nazionali), senza mettere in discussione l’intero telaio, che, da Maastricht in avanti, ha costituzionalizzato il liberismo come unica via per il continente europeo, sta mischiando le carte del medesimo mazzo truccato.
Perché una ineludibile domanda ci riguarda tutti: come affrontare la crisi climatica, la diseguaglianza sociale, la questione migratoria e il diritto al reddito senza stracciare il trattato di Maastricht e avviare un nuovo processo costituente europeo?

(Articolo pubblicato anche su il manifesto)

da qui


Il Fondo Salvastati così non va - Alfiero Grandi
Fiscal Compact con le connesse direttive, Sistema bancario europeo e Fondo Salvastati (Mes) sono aspetti tra loro legati. Valutarli divisi può portare solo guai. Le sceneggiate e i toni aggressivi della Lega e del resto della destra in Parlamento, da scontro frontale, sono strumentali e servono a coprire i loro stessi errori. La rissa della destra non deve però impressionare e tanto meno spingere a una posizione arroccata, impedendo un esame equilibrato di queste misure. Ci sono già state esperienze negative per avere affrontato con leggerezza e approssimazione le trattative per accordi a livello europeo su materie finanziarie ed economiche. Stracciarsi le vesti solo dopo è un atteggiamento che non ci possiamo permettere.
 Il Fiscal Compact prevede il rientro nei ranghi dei paesi che non rispettano i parametri del 3% di deficit e hanno un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Il debito dell’Italia è al 135% del Pil. Non risulta invece che qualcuno abbia chiesto di aggiungere un altro punto per obbligare i paesi con forte surplus a investire quanto potrebbero, come prevedono le regole in vigore. I tagli sono un obbligo mentre gli investimenti no? Per ora è difficile capire se il vagheggiato strumento di bilancio per convergenza e competitività sarebbe qualcosa di più di un auspicio: con quali risorse, per quali obiettivi? Con Two packs e Six packs, collegati al Fiscal compact, sono stati aggiunti vincoli più severi. Questi provvedimenti (non inseriti finora nel sistema giuridico europeo) hanno ispirato la cura da cavallo riservata alla Grecia. In sostanza dal trattato di Maastricht, 1992, sono state via via irrigidite le regole. La modifica nel 2012 dell’articolo 81 della Costituzione è stata conseguenza di queste regole. Come sappiamo è stata introdotta durante il Governo Monti (con un sostegno rigorosamente bipartisan tanto che il relatore di maggioranza alla Camera fu l’on. leghista Giancarlo Giorgetti) e approvata con i voti di oltre i due terzi del Parlamento sì da non essere sottoponibile a referendum popolare. Solo una nuova modifica della Costituzione approvata da Camera e Senato potrebbe cancellare quella versione dell’articolo 81 della Costituzione, la cui applicazione – per di più – è stata finora rimandata di volta in volta per gentile concessione dei controllori europei. Tornare al precedente art. 81 potrebbe essere fatica inutile se il Fiscal Compact e i suoi collegati divenissero, come ora si vorrebbe fare, parte dei trattati europei (secondo la Corte europea sovraordinati alla Costituzione). Va ricordato che l’obiettivo originario del trattato di Maastricht era “stabilità e crescita”. La stabilità con annesse politiche di bilancio restrittive c’è stata, la crescita è rimasta solo un titolo. Perché una interpretazione restrittiva del trattato di Maastricht dovrebbe ora entrare nei trattati europei? Queste regole dovrebbero essere riviste e finalmente dovrebbe vivere la parte che non c’è (la crescita) degli obiettivi di Maastricht, visto che ora anche la Germania soffre una fase difficile dell’economia. I nuovi strumenti di bilancio a livello europeo rispondono a questa esigenza? È tutto da dimostrare.
La proposta è di inserire queste regole nel sistema giuridico europeo, modificabile solo o uscendo dall’Unione (da evitare come dimostra la Brexit) o modificando i trattati stessi (obiettivo che richiede l’unanimità). Quindi prima di arrivare alla firma è necessario capire bene cosa si sta facendo. Gli atti di fede sono controproducenti e lasciano a una destra becera uno spazio che non dovrebbe avere. Tante volte si sono sentite autocritiche sulla pesante cura imposta alla Grecia, qualcuno ha ammesso che era sbagliata, ma troppo tardi. In realtà continua a prevalere la stessa linea. Evitare che scatti questo irrigidimento senza averne valutato le conseguenze è il minimo necessario.

 Il secondo capitolo è il rafforzamento dell’Unione bancaria. Potrebbe essere un risultato utile, a condizione che non diventi a sua volta una trappola per imporre alle banche di considerare tossico il debito pubblico mentre ci sono grandi banche europee che hanno quantità enormi di veri titoli finanziari tossici in pancia. È evidente che un sistema europeo proteggerebbe meglio le banche dai fallimenti (le banche, non gli azionisti) e i depositi dei correntisti, almeno fino a 100.000 euro come è previsto oggi in Italia. Troppe “distrazioni” quando si discuteva dei fallimenti bancari hanno lasciato passare il bail in, senza neppure un tempo congruo di entrata in vigore. Bail in che obbliga a caricare il fallimento sulle spalle non solo degli azionisti ma anche di chi ha acquistato titoli delle banche e perfino sui correntisti oltre i 100.000 euro, come è accaduto recentemente nelle crisi delle banche venete e popolari. Questo è costato caro a quanti hanno investito risparmi, talora indotti con l’inganno, ma anche allo Stato che è stato spinto a restituire parte dei soldi perduti, vedremo alla fine con quali costi e risultati. Il bail in è stato introdotto all’insegna della parola d’ordine “mai più soldi pubblici nei fallimenti delle banche”. Parola d’ordine velleitaria perché lo Stato non può disinteressarsi degli aspetti sistemici e delle conseguenze sociali ed economiche, come infatti si è visto con i recenti provvedimenti. Semmai il sistema dovrebbe fare i controlli ex ante per evitare i costi successivi.
Anche Bush jr decise di lasciare fallire Lehman Brother ma innescò la crisi finanziaria mondiale, da cui l’Italia dopo oltre 10 anni non è del tutto uscita. Come ha osservato Penati su Repubblica il sistema bancario non è avulso dal contesto economico del paese. Le banche italiane hanno acquistato centinaia di miliardi di titoli di Stato: se dovessero liberarsene in poco tempo, per evitare di partecipare a un eventuale consolidamento del debito pubblico, si aprirebbe un serio problema per il finanziamento del debito pubblico. In alternativa se dovessero vedersi tagliato il credito vantato verso lo Stato per la ristrutturazione del debito (una parte non verrebbe più pagato) si potrebbe creare una situazione ai limiti dell’ingovernabilità. Lo Stato non avrebbe soldi per intervenire, le banche avrebbero parte dei titoli trasformati in carta straccia, con relative perdite e rischio nei conti. Perché l’Italia dovrebbe accettare ora queste regole? Che tra l’altro sono controcorrente rispetto agli acquisti dei debiti pubblici fatti dalla BCE, in gran parte attraverso le banche centrali? Va ricordato inoltre che le garanzie europee sia per i depositi che per le banche in difficoltà entrerebbero in campo solo dopo avere esaurito le risorse nazionali.

 Infine il terzo caposaldo delle decisioni europee è il Fondo Salvastati (MES). Non basta sottolineare che nei documenti è scritto che il Fondo “può” anziché “deve” chiedere la ristrutturazione del debito pubblico prima di intervenire per concedere prestiti. Il MES ha un finanziamento mutualistico: ogni Stato partecipa pro quota, l’Italia fino a un massimo di 125 miliardi di euro, terzo contribuente dopo Germania e Francia. La parte più preoccupante è nel meccanismo di decisione del MES. Viene costruita in sostanza una istituzione separata, finanziata dagli Stati ma resa del tutto autonoma. Tanto che nemmeno la Commissione europea avrebbe un ruolo di indirizzo e controllo; tanto meno il Parlamento europeo. Quando lo Stato in difficoltà si rivolgesse alla tecnostruttura del MES sarebbe di fronte a una scelta: o subisce le condizioni poste o niente intervento salvastati. Infatti non è previsto un organo politico di appello, perché tutto è concepito come una tecnostruttura indipendente, al punto che il suo comportamento viene sottratto alle leggi ed è esente da responsabilità. Sarebbe una tecnostruttura indipendente, potentissima perché avrebbe a disposizione le munizioni conferite dagli Stati che però sarebbero esclusi da qualunque indirizzo e controllo. Attaccarsi alla differenza tra “deve” e “può” è molto meno delle garanzie necessarie. Ha ragione chi afferma che già al momento della richiesta di intervento ci sarebbero rischi per gli Stati. Perché potrebbe partire la speculazione nel momento stesso della notizia della richiesta, creando con ciò stesso un’emergenza. Le banche verrebbero coinvolte con il rischio di perdere parte importante dei crediti verso lo Stato e di fatto diventerebbe impossibile trovare gli spazi per interventi pubblici a favore delle aree sociali più colpite perché il fondo Mes porrebbe le sue condizioni (Grecia docet).
 Chi ha concepito questi strumenti aveva ben presente la loro coerenza: criteri derivanti dal Fiscal compact e annessi, sistema di intervento europeo nelle crisi bancarie, Fondo salvastati i cui orientamenti probabilmente sarebbero ispirati al Fiscal compact. Penati conclude il suo intervento su Repubblica ricordando che il treno è ormai partito. Buttarla in rissa come vuole la Lega è pericoloso, bisognerebbe invece negoziare duramente le contropartite e si dovrebbero aggiungere le garanzie che tutto il percorso resti guidato dalle istituzioni democratiche, senza scivolamenti tecnocratici. Tuttavia, se non fosse possibile ottenere risposte adeguate meglio rinviare la firma e pensarci ancora: troppo rilevanti le conseguenze per il nostro paese. Se un giorno dovesse finire la “comprensione europea” per il bilancio pubblico italiano, se dovesse esserci un impazzimento dello spread, l’Italia potrebbe, in linea ipotetica, essere costretta a chiedere aiuto al Fondo MES e a quel punto va ricordata la spiegazione che diede Monti sulla durezza dei provvedimenti che adottò il suo Governo. Voleva rispettare i parametri ma non voleva cedere sovranità al Fondo salvastati. Quindi scelse di decidere autonomamente i tagli della spesa pubblica, ad esempio con la normativa Fornero sulle pensioni, ma evitò di chiedere aiuto al Fondo salvastati per non cedere sovranità. Se non l’ha fatto Monti…
da qui

MES, rissa e bugie senza spiegare: noi adesso ci proviamo - Antonino Di Stefano

Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo europeo di stabilità esiste dal 2012 ed ha la funzione di prestare assistenza agli Stati in difficoltà finanziarie. E’ venuto recentemente alla ribalta mediatica e politica, perché dal 2017 si discute di una sua riforma. Sono queste modifiche che hanno innescato la reazione di forze politiche anti europee. I Paesi Ue hanno trovato un accordo politico preliminare nel mese di giugno e tra qualche giorno dovrebbe arrivare il via libera ufficiale dei governi. Per l’entrata in vigore servirà poi la ratifica dei Parlamenti dei singoli Stati.

MES, le modifiche concordate
Lo strumento consente agli Stati in difficoltà finanziarie di accedere a prestiti, che possono anche servire per far fronte ad una crisi bancaria. Per smorzare le polemiche, diciamo subito che né nella vecchia formulazione, né nel testo concordato a giugno, si parla esplicitamente di ristrutturazione del debito del Paese che chiede aiuto. Cosa che ha scatenato le reazioni politiche cui abbiamo accennato. Tuttavia il Mes può decidere di accordare assistenza finanziaria, chiedendo eventualmente che una parte del debito venga ristrutturata. Però non si tratta di un automatismo. Serve una maggioranza qualificata dell’85% del capitale del Mes. Poiché l’Italia detiene quasi il 18%, può sempre porre il veto. Quindi: nessuno può imporre la ristrutturazione del debito italiano senza il consenso dell’Italia.

Quali i pericoli per i risparmiatori?
Quando si parla di ristrutturazione, si intende che il debito viene ridotto d’imperio, allungate le scadenze e ridotti gli interessi. Quindi, i risparmiatori che detengono titoli di Stato, ma anche le banche che in Italia sono costrette a comprare a piene mani, avrebbero un danno. E’ successo in Grecia, in Russia, in Argentina, tanto per fare qualche esempio. Su questo si è basata la politica per alimentare allarme e paure, ma come abbiamo appena visto non è così.  Il processo decisionale è così complesso ed articolato che difficilmente si può arrivare ad una tale decisione. Anche perché nessuno in Europa ha interesse a far entrare in default un Paese, perché il rischio di contagio all’intera area è troppo alto.

MES aiuto alle banche tedesche?
Una delle novità principali della riforma è che il Mes può sostenere il Fondo di risoluzione unico per le banche alimentato dalle banche e non dagli Stati. Però, in presenza di una crisi particolarmente grave, potrebbe chiedere aiuto al Mes per incrementare le sue “munizioni”. Insomma, una doppia protezione per tutte le banche europee, non solo quelle tedesche. Vero è che queste ultime, con la loro finanza creativa fatta di “Cds Swap” (forme di copertura delle loro speculazioni)  sono esposte per importi molto più elevati del loro patrimonio, ma ciò non significa che debbano fallire. Lo stesso si potrebbe dire, allora, per le nostre banche, che nei loro bilanci hanno iscritti miliardi di titoli di Stato italiani. Significa che rischiano di essere aiutate? Al momento non è ipotizzabile. E qui entra in campo un’altra falsità artatamente diffusa e che potrebbe essere una danno vero per il Paese e per tutti noi.

Quali pericoli dalla riforma del Mes?
Secondo alcuni bravi economisti, nelle pieghe della riforma potrebbe annidarsi un segnale negativo per i mercati, che potrebbe minare non solo la credibilità del nostro debito, ma anche la stabilità dell’euro. Ed un segnale, per fortuna lieve, si è avuto con l’immediato incremento del famoso “spread”, non appena sono venute fuori le polemiche. Questa ed altre criticità sembrano essere state in buona parte ridotte e superate nell’Eurogruppo del cinque dicembre, ma la finalizzazione è stata rimandata. Si vedrà.

Che cosa si potrebbe fare?
Intanto non aderire a trattati e riforme se non dopo una attenta lettura e valutazione. Per troppo tempo i nostri politici a Bruxelles hanno fatto passare provvedimenti negativi per l’Italia senza battere ciglio. Molti per ignoranza e disattenzione. Altri non riusciamo a spiegarceli. Come è capitato nel pieno della crisi bancaria internazionale del 2011. Quando tutta l’Europa ha ricapitalizzato le proprie banche impiegando centinaia di miliardi e facendo passare, subito dopo, una norma che li qualificava come aiuti di Stato. Quando l’Italia, per disattenzione e negligenza, si è trovata nella stessa necessità, ha potuto fare ben poco e con colpevole ritardo. Il danno è stato enorme, anche se nessuno lo dice.
Per il caso specifico che stiamo trattando:
·         insistere per la creazione di un ampio debito federale europeo, o stabilire che la BCE garantisca, a certe condizioni, i debiti sovrani dei singoli Stati membri;
·         completare l’integrazione del sistema bancario europeo;
·         introdurre l’assicurazione europea sui depositi (questa sì che tutelerebbe i clienti), vincendo le riserve della Germania che recentemente sembrano essersi ammorbidite. Come si sono ammorbidite quelle sul rigore fiscale e di bilancio.
·          
Conclusioni
Bocciare la riforma del Mes significherebbe mettere in discussione l’iter decisionale su questi ed altri provvedimenti. Saggio, invece, evitare assolutamente di parlare di uscita dall’euro e dall’Unione, perché il solo parlarne ci può danneggiare. Anche se sarebbe comprensibile, visti certi atteggiamenti di Paesi, specialmente Francia e Germania, che in passato ma anche oggi, tendono a creare non pochi problemi all’idea stessa di Europa. 



un punt e MES – bortocal

uno che non capisce niente neppure della produzione della Nutella potrebbe mai capire come funziona il MES – che ha peraltro approvato a giugno in Consiglio dei Ministri?
come si può credere a chi blatera di rischio di ristrutturazione del debito per via del MES e poi propone di uscire dall’euro, cioè vuole la svalutazione selvaggia della nostra moneta nazionale e non la ristrutturazione, ma la polverizzazione, del valore dei titoli di stato?
in caso di catastrofe finanziaria, quando stai per perdere tutto, una ristrutturazione parziale sarebbe invece un buona soluzione, evidentemente (ma forse lo sarebbe anche prima di arrivare proprio al rischio finale).
ma questi vivono in un mondo immaginario e non sanno niente dei rischi.
. . .
la vecchia pubblicità del Punt e Mes me l’ha ricordata la mia amica Doriana: siamo a un mitico Carosello del 1965.
ovviamente ad un vecchietto come me fa piacere ricordarlo, se non altro per respirare quell’aria incantata e ottimista di mezzo secolo fa, oltre che l’imminente arrivo della minigonna.
qui dice, verso la fine, che il Punt e Mes ha una chiusura di sicurezza, e mi sembra che potrebbe bastare anche per il MES di oggi.
. . .
cervelli all’ammasso dilagano anche nei social, anzi forse soprattutto qui dentro.
per uno che valutava di mestiere le competenze linguistiche, e dunque anche quelle logiche, non è una novità dal punto di vista professionale, ma fa sempre impressione, che ci siano persone geneticamente incapaci di costruire mentalmente sequenze logiche che abbiano un senso,
esattamente come ci sono persone incapaci di arrotolare la lingua per mancanza di un gene specifico che consente di farlo senza difficoltà a chi ce l’ha.
sono quelli che, quando il dito indica la luna, guardano il dito (proverbio cinese o detto di Mao, fate voi).
quelli che: il pericolo è l’assicurazione contro il debito e non i debiti che si rischia di non riuscire a pagare.
. . .
l’unica differenza è che chi non sa arrotolare la lingua se ne accorge, se prova, mentre chi non sa fare logicamente due più due fa quattro, non capirà mai di non riuscirci e vedrà il mondo come un complotto contro chi sragiona come lui e non crede che faccia tre o cinque.
la democrazia, purtroppo, ci mette in balia dei meno dotati mentalmente, e l’unico rimedio sembra di riuscire a tirarseli dalla propria parte badando bene di non offenderli col ricordargli il loro handicap, che loro peraltro non riconoscono di avere, e intortandoli con qualche slogan stupido che possano capire anche loro.
. . .
allora, provo a dirgliela così: riguardatevi il Carosello; se fa bene il Punt e Mes, tranquilli, che neppure un MES da solo ammazza voi e i vostri preziosi soldini.





Cyber Troops: ecco i nuovi conflitti - Paolo Benanti




Il 26 settembre è stato pubblicato a firma di due ricercatori dell'Oxford Internet Institute un report il cui titolo è eloquente: “The Global Disinformation Order: 2019 Global Inventory of Organised Social Media Manipulation". Lo studio tenta uno sguardo globale sull’uso di algoritmi, automazione e big data per manipolare la sfera pubblica. Guardiamone gli elementi principali.
Il nuovo rapporto "The Global Disinformation Order: 2019 Global Inventory of Organized Social Media Manipulation", redatto dal professor Philip Howard, direttore dell'Oxford Internet Institute (OII), e Samantha Bradshaw, ricercatore dell'OII, al momento è, nel suo genere, l'unico inventario pubblicato su base regolare che esamina l'uso di algoritmi, dell'automazione e dei big data per attuare strategie volte a modellare la vita pubblica.
  
Il rapporto esplora gli strumenti, le capacità, le strategie e le risorse impiegate dalle "truppe cibernetiche" globali, in genere agenzie governative e partiti politici, per influenzare l'opinione pubblica in 70 paesi.

I risultati chiave che emergono dal report includono:

·         La manipolazione dei social media organizzata è più che raddoppiata dal 2017, con 70 paesi che utilizzano la propaganda computazionale per manipolare l'opinione pubblica.
 
·         In 45 democrazie, politici e partiti politici hanno utilizzato gli strumenti di propaganda computazionale accumulando falsi follower o diffondendo media manipolati per ottenere il sostegno degli elettori.
 
·         In 26 stati autoritari, gli enti governativi hanno utilizzato la propaganda computazionale come strumento di controllo delle informazioni per sopprimere l'opinione pubblica e la libertà di stampa, screditare le critiche e le voci di opposizione ed eliminare il dissenso politico.
 
·         Le operazioni di influenza straniera, principalmente su Facebook e Twitter, sono state attribuite alle attività delle truppe informatiche in sette paesi: Cina, India, Iran, Pakistan, Russia, Arabia Saudita e Venezuela.
 
·         La Cina è ora emersa come uno dei principali attori nell'ordine globale della disinformazione, utilizzando piattaforme di social media per colpire il pubblico internazionale con disinformazione.
 
·         25 paesi stanno lavorando con aziende private o società di comunicazione strategica che offrono una propaganda computazionale come servizio.
 
·         Facebook rimane la piattaforma di scelta per la manipolazione dei social media, con prove di campagne formalmente organizzate in 56 paesi.
  
 
A margine della pubblicazione, il professor Philip Howard, direttore dell'Oxford Internet Institute, Università di Oxford, ha dichiarato:
“La manipolazione dell'opinione pubblica sui social media rimane una minaccia fondamentale per la democrazia, poiché la propaganda computazionale diventa una parte pervasiva della vita di tutti i giorni. Agenzie governative e partiti politici in tutto il mondo stanno usando i social media per diffondere disinformazione e altre forme di media manipolati. Sebbene la propaganda abbia sempre fatto parte della politica, l'ampia portata di queste campagne solleva preoccupazioni critiche per la democrazia moderna ".

Samantha Bradshaw, autore principale del rapporto e ricercatrice, ha aggiunto:
“I vantaggi offerti dalle tecnologie di social network - algoritmi, automazione e big data - cambiano notevolmente la portata, l'ambito e la precisione di come le informazioni vengono trasmesse nell'era digitale. Sebbene un tempo i social media fossero annunciati come una forza per la libertà e la democrazia, è sempre più sotto controllo per il suo ruolo nell'amplificare la disinformazione, incitare alla violenza e ridurre la fiducia nei media e nelle istituzioni democratiche ".

Il rapporto esplora gli strumenti e le tecniche della propaganda computazionale, incluso l'uso di account falsi - robot, umani, cyborg e account compromessi - per diffondere disinformazione. In sintesi dal report si rileva che:
·         l'87% dei paesi ha utilizzato conti umani
 
·         l'80% dei paesi utilizzava account bot
 
·         l'11% dei paesi ha utilizzato account cyborg
 
·         il 7% dei paesi ha utilizzato account compromessi o rubati
I ricercatori di Oxford esaminano anche il modo in cui le truppe cibernetiche usano strategie di comunicazione diverse per manipolare l'opinione pubblica, come la creazione di disinformazione, contenuti o resoconti di massa e l'uso di strategie offensive come trolling, doxing o molestie. Il rapporto rileva che:
·         52 paesi hanno utilizzato disinformazione e manipolazione dei media per indurre in errore gli utenti
 
·         47 paesi hanno utilizzato troll sponsorizzati dallo stato per attaccare oppositori o attivisti politici nel 2019, rispetto a 27 paesi nel 2018
Sempre a margine della pubblicazione il professor Howard ha dichiarato:
“Una democrazia forte richiede l'accesso a informazioni di alta qualità e la capacità dei cittadini di riunirsi per discutere, discutere, deliberare, entrare in empatia e fare concessioni. Sebbene ci sia un numero crescente di attori governativi che si rivolgono ai social media per influenzare gli atteggiamenti pubblici e interrompere le elezioni, restiamo ottimisti sul fatto che i social media possano essere una forza per il bene creando uno spazio per la deliberazione pubblica e la democrazia per prosperare ”.
 
Il rapporto del 2019 si basa su una metodologia in quattro fasi utilizzata dai ricercatori di Oxford per identificare prove di campagne di manipolazione organizzate a livello globale. Ciò include un'analisi sistematica del contenuto di articoli di notizie sull'attività delle truppe cibernetiche, una revisione della letteratura secondaria di archivi pubblici e rapporti scientifici, che genera casi di studio specifici per paese e consultazioni di esperti. Il lavoro di ricerca è stato redatto da i ricercatori di Oxford tra il 2018-2019.

Uno sguardo al testo
Ecco a seguire un breve estratto in traduzione del report.

Negli ultimi tre anni, abbiamo monitorato l'organizzazione globale della manipolazione dei social media da parte di governi e partiti politici. Il nostro rapporto del 2019 analizza le tendenze della propaganda computazionale e gli strumenti, le capacità, le strategie e le risorse in evoluzione.

1. Prove di campagne organizzate di manipolazione dei social media che hanno avuto luogo in 70 paesi, rispetto a 48 paesi nel 2018 e 28 paesi nel 2017. In ogni paese, esiste almeno un partito politico o un'agenzia governativa che utilizza i social media per modellare gli atteggiamenti pubblici a livello nazionale (Figura 1).
 

2. I social media sono stati cooptati da molti regimi autoritari. In 26 paesi, la propaganda computazionale viene utilizzata come strumento di controllo delle informazioni in tre modi distinti: sopprimere i diritti umani fondamentali, screditare gli oppositori politici ed eliminare le opinioni dissenzienti (Figura 2).
 

3. Una manciata di attori statali sofisticati usa la propaganda computazionale per operazioni di influenza straniera. Facebook e Twitter hanno attribuito operazioni di influenza straniera a sette paesi (Cina, India, Iran, Pakistan, Russia, Arabia Saudita e Venezuela) che hanno utilizzato queste piattaforme per influenzare il pubblico globale (Figura 3).
 

4. La Cina è diventata uno dei principali attori nell'ordine globale di disinformazione. Fino alle proteste del 2019 a Hong Kong, la maggior parte delle prove della propaganda computazionale cinese si sono verificate su piattaforme domestiche come Weibo, WeChat e QQ. Ma il nuovo interesse della Cina nell'uso aggressivo di Facebook, Twitter e YouTube dovrebbe suscitare preoccupazioni per le democrazie
 
5. Nonostante ci siano più piattaforme di social network che mai, Facebook rimane la piattaforma di scelta per la manipolazione dei social media. In 56 paesi, abbiamo trovato prove di campagne di propaganda computazionale organizzate formalmente su Facebook. (Figura 4).

La propaganda computazionale - l'uso di algoritmi, automazione e big data per modellare la vita pubblica - sta diventando una parte pervasiva e onnipresente della vita quotidiana.

[...]

Questo rapporto ha messo in evidenza i modi in cui le agenzie governative e i partiti politici hanno utilizzato i social media per diffondere la propaganda politica, inquinare l'ecosistema dell'informazione digitale e reprimere la libertà di parola e la libertà di stampa. Sebbene le opportunità offerte dai social media possano servire a migliorare la portata, la portata e la precisione della disinformazione (Bradshaw e Howard 2018b), è importante riconoscere che molte delle questioni alla base della propaganda computazionale - la polarizzazione, diffidenza o declino della democrazia - esistevano molto prima dei social media e persino di Internet stesso.

La cooptazione delle tecnologie dei social media dovrebbe destare preoccupazione per le democrazie di tutto il mondo, ma anche molte delle sfide di lunga data che devono affrontare le società democratiche. La propaganda computazionale è diventata una parte normale del sfera pubblica digitale.

Queste tecniche continueranno anche ad evolversi man mano che le nuove tecnologie - tra cui l'intelligenza artificiale, la realtà virtuale o Internet delle cose - sono pronte a rimodellare fondamentalmente la società e la politica. Ma poiché la propaganda computazionale è un sintomo di sfide di lunga data alla democrazia, è importante che le soluzioni tengano conto di queste sfide sistemiche.

Tuttavia, deve anche considerare il ruolo svolto dalle piattaforme di social media nel plasmare l'attuale ambiente di informazione. Una democrazia forte richiede l'accesso a informazioni di alta qualità e la capacità dei cittadini di riunirsi per discutere, discutere, deliberare, entrare in empatia e fare concessioni. Le piattaforme di social media stanno davvero creando uno spazio per la deliberazione pubblica e la democrazia? O stanno amplificando i contenuti che rendono dipendenti i cittadini, disinformati e arrabbiati?

I social media, che una volta venivano annunciati come una forza per la libertà e la democrazia, sono stati oggetto di un crescente controllo per il suo ruolo nell'amplificare la disinformazione, nell'incitare alla violenza e nel ridurre i livelli di fiducia nei media e nelle istituzioni democratiche.

Cosa accade in Italia
Chiudiamo questa presentazione con un breve focus sull'Italia.

Nel nostro Paese sono segnalate dal report soprattutto campagne di bot, fatte da partiti/politici, con l’obiettivo principale di distrarre da altri temi, o sottlineare divisioni, con la strategia di amplificare contenuti o di diffondere disinformazione, con “cyber truppe di quantità limitata” (come anche Germania, Austria, Spagna e altri Paesi) che si attivano perlopiù in occasione di elezioni o referendum, e che non fanno operazioni all’estero.

Gli Stati che avrebbero invece delle cyber truppe numerose, sia per operazioni locali che straniere, includono: Cina, Egitto, Iran, Israele, Myanmar, Russia, Arabia Saudita, Siria, Emirati Arabi Uniti, Venezuela, Vietnam, e Stati Uniti.

Conclusioni
Il report dell'Oxford Internet Institute mette in luce com il digitale e il cyber abbiano bisogno non solo di attenzione ma anche di un rinnovato impegno da parte dei governi e delle istituzioni.

A questo proposito ci sembra importante ricordare l'iniziativa della cosiddetta The Paris Call for Trust & Security in Cyberspace. Il Paris Call è un accordo multi-stakeholder che si fonda su 9 principi fondamentali di sicurezza informatica e un impegno a lavorare insieme per promuovere un cyberspazio sicuro per tutti.

I nuovi conflitti e le maggiori nuove minacce all'ordine e alla sicurezza delle persone oggi nascono dal digitale.Come stato capofila per le relazioni diplomatiche c'è il governo francese che ha appoggiato per primo la Call a Parigi nel novembre del 2018. Ad oggi la Call ha il supporto di oltre 550 entità da tutto il mondo - tra cui 67 governi e centinaia di organizzazioni dell'industria e della società civile - rendendola l'iniziativa più grande incentrata sulla sicurezza informatica e l'impegno multi-stakeholder nel mondo.