mercoledì 27 agosto 2014

Il figlio della morte - Uri Avnery

La guerra era finita. Le famiglie erano ritornate ai loro kibbutz presso Gaza. I parchi giochi erano di nuovo aperti. Un cessate-il-fuoco era stato siglato ed esteso più volte. Entrambi gli schieramenti erano allo sfinimento.
Ma improvvisamente ecco che la guerra riprende.
Cos’era successo? Hamas aveva lanciato alcuni missili su Bir Sheva nel bel mezzo della tregua. Perché? Beh, non c’è un motivo preciso. Lo sai come sono fatti i terroristi: sempre assetati di sangue.  Non possono farci nulla, sono come scorpioni.
Forse però la questione non è così semplice.
I negoziati svoltisi al Cairo sembravano ormai prossimi al successo. Il problema era che Benjamin Netanyahu era finito nei guai: aveva infatti tenuto nascosti i dettagli dell’accordo persino ai membri del suo stesso gabinetto, che infatti ne vennero a conoscenza solamente attraverso i media, i quali a loro volta li avevano ottenuti da fonti palestinesi.
L’accordo stabiliva che l’assedio di Gaza venisse notevolmente ridimensionato, anche se non ufficialmente smantellato. Entro un mese era inoltre previsto l’inizio di nuovi negoziati riguardo la costruzione di un porto e di un aeroporto.
Che cosa? Come era possibile che Israele si ritirasse in quel modo dopo tutte le battaglie combattute, i 64 soldati rimasti uccisi, dopo tutti quei discorsi altisonanti sull’ormai prossimo trionfo? Beh, chiaro che Netanyahu abbia cercato di tenere nascosto il documento.
La delegazione israeliana è stata quindi richiamata in patria senza che l’accordo venisse siglato. Agli esasperati mediatori egiziani non rimase altro che un prolungamento di 24 ore del cessate-il-fuoco che avrebbe dunque dovuto terminare a mezzanotte di martedì. Nonostante ciò, l’auspicio di entrambi gli schieramenti era che la tregua venisse comunque prolungata ad oltranza. Ma non avvenne.
Verso le sedici tre missili vennero lanciati su Bir Sheva, esplodendo in zone aperte senza che le sirene anti-bombardamento avvertissero della minaccia.
La cosa curiosa è che Hamas, così come ogni altra organizzazione palestinese, abbia negato di aver lanciato tali razzi. C’era evidentemente qualcosa di strano in tutto quello che era avvenuto, anche perché in occasione di tutti i precedenti lanci di missili, le organizzazioni palestinesi avevano sempre, ed orgogliosamente, rivendicato le proprie responsabilità.
Come da prassi, i caccia israeliani sono prontamente decollati per andare a bombardare edifici nella Striscia di Gaza, scatenando la prevedibile controffensiva missilistica avversaria (ho avuto notizia dell’intercettazione di alcuni razzi lanciati su Tel Aviv).
La solita storia? Non proprio.
Innanzitutto è trapelato che un’ora prima che i presunti tre razzi palestinesi esplodessero a Bir Sheva, la popolazione israeliana residente a ridosso della Striscia era stata avvertita affinché si recasse presso i propri rifugi e “zone di sicurezza”.
Poi si è venuto a sapere che la prima abitazione colpita dalla rappresaglia israeliana era quella in cui viveva la famiglia di un comandante di Hamas. Tre persone sono rimaste uccise: fra esse una madre con il suo bambino.
Poco dopo ecco la conferma: si trattava della famiglia di Mohammed Deif, comandante delle brigate Izz al-Din al-Qassam, braccio armato di Hamas (Qassam era un eroe palestinese, il primo a ribellarsi al potere britannico in Palestina negli anni trenta. Dopo essere stato catturato, fu ucciso dalle forze inglesi). Il bambino e la madre prima citati risultarono proprio essere il figlio e la moglie di Deif, il quale pare non fosse in casa al momento dell’attacco.
Deif è già scampato ad almeno quattro attentati a causa dei quali ha perduto un occhio ed alcuni arti. Moltissimi suoi pari e subordinati, nel corso degli anni, non sono invece riusciti a sfuggire alla morte.
Le vicissitudini da lui affrontate hanno fatto della sua vita una sorta di leggenda, guadagnandogli però al contempo il vertice nella lista nera israeliana. A Tel Aviv egli è il principale “figlio della morte”, un appellativo biblico utilizzato per indicare gli assassini.
Così come molti abitanti della Striscia di Gaza, Deif è figlio di rifugiati da Israele. La sua famiglia è originaria del villaggio di Kawkaba , oggi in territorio israeliano, non distante dalla città di Gaza. Io ebbi modo di camminare per le vie di quel villaggio durante la guerra del 1948, prima che venisse raso al suolo.
Per i servizi di sicurezza israeliani Deif è un motivo sufficiente anche per interrompere una tregua e riprendere le ostilità.
Per molti servizi di sicurezza del mondo, compresi quelli russi e americani, l’omicidio è uno sport ed una forma d’arte.
A quanto pare, Israele sta puntando alla medaglia d’oro.
Commettere un omicidio è tutt’altro che semplice: richiede tempo, esperienza, pazienza e fortuna. L’assassino deve assoldare informatori che stiano a contatto con la vittima, deve essere in grado di installare appositi dispositivi elettronici, deve sempre avere accesso ai dettagli di ogni movimento dell’obiettivo ed infine deve essere all’altezza di portare a termine l’operazione in pochissimi minuti quando si presenta l’occasione giusta.
A causa di ciò spesso non c’è tempo per conferme dall’alto. E’ possibile che i servizi segreti israeliani (chiamati Shin Bet) abbiano avuto l’avallo di Netanyahu  (in linea teorica il loro diretto ed unico referente) così come è possibile il contrario.
E’ certo che il Shin Bet fosse stato informato che Deif avrebbe fatto visita alla sua famiglia: un’occasione da non perdere. Per mesi o forse persino per anni Deif è stato costretto a vivere letteralmente sepolto, nascosto nella rete di tunnel che i suoi uomini hanno scavato sotto la Striscia.
Dall’inizio dell’ultimo conflitto anche tutti gli altri leader di Hamas si sono rifugiati sotto terra senza mai più riemergere, scelta quanto mai opportuna considerato l’assoluto dominio israeliano dei cieli e l’assenza di armamenti anti-aerei nelle disponibilità di Hamas.
Sembra alquanto improbabile che Deif abbia potuto prendersi un rischio simile solo per fare visita alla propria famiglia ma evidentemente lo Shin Bet ha ritenuto valida la soffiata e quei tre missili esplosi a Bir Sheva hanno fornito il pretesto per la ripresa delle ostilità.
I veri appassionati dell’arte di uccidere non si preoccupano molto delle conseguenze politiche  o militari che possono scaturire dalle loro azioni. Del resto è famoso il detto: “arte per il piacere di fare arte”.
E’ curioso notare come anche la guerra di due anni fa venne scatenata in circostanze estremamente simili. L’esercito israeliano, infatti, aveva assassinato il (di-fatto) comandante delle brigate al-Qassam  Ahmed Jaabari. I centinaia di morti causati dal conflitto che ne derivò furono solo un effetto collaterale. All’epoca Jaabari stava sostituendo proprio Deif, in convalescenza al Cairo.
Tutto questo chiaramente apparve fin troppo complicato agli occhi dell’Europa e degli Stati Uniti: è noto infatti che essi prediligano storie molto più lineari. In effetti  la Casa Bianca reagì prontamente, affrettandosi a condannare Hamas per il lancio di missili e rivendicando il diritto di Tel Aviv alla propria autodifesa.  I mezzi di comunicazione occidentali sostennero tale versione.
Dal punto di vista di Netanyahu, l’esplosione del conflitto rappresentò la soluzione di un angoscioso dilemma personale, indipendentemente dal fatto che sapesse o meno del tentativo di assassinio perpetrato dai suoi servizi segreti. Chi scatena una guerra, infatti, finisce quasi sempre per non sapere come uscirne.

In tempo di guerra i leader sono soliti declamare grandiosi discorsi che promettono vittoria e futuri benefìci. Tali promesse, però, raramente si tramutano in realtà (ed anche qualora lo facessero, come a Versailles nel 1919, gli effetti sarebbero persino peggiori)...

Assenza (dedicato alle donne di Gaza) - Ibrahim Nasrallah

Non trovò la porta della casa, la donna
Non trovò la finestra
Né la terrazza
Né la corda del bucato.
Con mani sanguinanti scavava.
O Dio
La soglia
Almeno la soglia!
Per sedermi e raccontare alla notte
La storia della casa.




(traduzione di Wasim Dahmash)

martedì 26 agosto 2014

Renzi il giardiniere - Guido Viale

L'irresistibile ascesa di Matteo Renzi ricorda Oltre il giardino, un film del 1979 con Peter Sellers: un giardiniere semidemente esce dal giardino dove è rimasto rinchiuso per anni avendo come unico sguardo sul mondo la televisione; in poco tempo si conquista una posizione in società, fino a diventare consigliere della Casa Bianca - o, forse, Presidente degli Stati Uniti - grazie al fatto che non capisce quello di cui parlano le persone con cui entra in contatto, né loro capiscono lui.

Parla e risponde con frasi insensate o con osservazioni fuori luogo che coloro che lo incontrano, sempre più in alto nella scala sociale, considerano osservazioni profonde o tremendamente innovative. In parte lo fanno per interesse (cercano un "uomo di paglia" dietro cui nascondere i propri affari); in parte per inettitudine (non hanno una comprensione del mondo molto maggiore della sua); in parte ripongono in lui le loro aspettative perché non hanno nient'altro a cui appigliarsi. Non sono ovviamente le doti del giardiniere a portarlo in alto, ma l'inconsistenza di coloro che di volta in volta lo sostengono, che non hanno più alcun orizzonte di senso a cui fare riferimento.

Certo Renzi non è demente, ma si muove con la stessa logica di quel giardiniere: non risponde alle questioni che gli vengono poste, o ai problemi che gli pone la situazione del paese, ma parla d'altro e fa e fa fare altro ai suoi adepti; ogni volta rilanciando con qualche progetto, qualche promessa, qualche impegno che non hanno niente a che fare con ciò di cui gli si chiede di occuparsi: l'economia e l'occupazione precipitano e lui si occupa solo di stravolgere la Costituzione (si veda in proposito la lista, ancorché parziale, delle sue inadempienze, elencate da Salvatore Settis su Repubblica del 13.8,
qui).
Ma Renzi piace - o è piaciuto finora - sempre di più proprio per questo, raccogliendo poco per volta anche l'adesione di chi fino a poco tempo prima lo avversava o lo riteneva del tutto inadeguato. Non è merito suo; è il frutto dell'inconsistenza dell'establishment che gli riconosce una credibilità che non ha alcun fondamento e che ha costituito intorno a quella figura da guitto il suo "partito della nazione". Ma non si tratta di un fenomeno solo italiano (Renzi ha riscosso un credito immeritato anche in Europa), anche se in Italia quella mancanza di orizzonti, di prospettive, di respiro politico è più accentuata che altrove.

La "fine della storia" teorizzata - e poi rinnegata - dal politologo Francis Fukuyama si è rivelata in realtà un ambiente dai confini invalicabili per le classi dirigenti - politiche, economiche e accademiche - immerse da decenni in un eterno presente senza passato né futuro, in cui si è rinchiuso quel pensiero unico che ha fatto dell'economia la religione del nostro tempo e del mercato il regolatore unico e insostituibile della vita economica, ma anche di ogni forma di convivenza umana. Perché il pensiero unico non è liberismo o "neoliberismo" in senso stretto (né la competitività che predica è libera concorrenza); è una dottrina che sostiene appropriazione e privatizzazione di tutto l'esistente (risorse naturali, beni e servizi, imprese, territorio, ambiente, facoltà e persino organi umani), ma sempre con il supporto dello Stato: per questo l'inconsistenza intellettuale, non solo italiana, di un ceto politico sempre più invadente non è un incidente o una deviazione da un percorso lineare che ha nel mercato il suo nume tutelare. E' una componente essenziale di un meccanismo estrattivo di cui la crisi in corso ha ormai rivelato il carattere fondamentalmente predatorio.

Con il senno che ci viene da ormai sete anni di crisi, possiamo ora rispondere in modo più convinto alla domanda posta nel 2008 dalla regina Elisabetta agli economisti della London School of Economics: "Perché, con tutta la vostra scienza, non siete stati capaci di prevedere questa crisi?". Non è stata solo, come avevano risposto i più intelligenti tra gli interlocutori della regina, l'eccessiva matematizzazione della disciplina ad averli allontanati dalla realtà. Non è un caso, tra l'altro, che anche chi la crisi l'aveva prevista, come l'economista Nuriel Rubini, si sia rivelato anche lui uno strenuo sostenitore di Renzi (dopo esserlo stato di Monti e di Letta). 
L'orizzonte culturale è sempre quello: crescita come unica prospettiva di senso (che, anche se fosse possibile "riagguantare", è insostenibile, non è possibile che duri nel tempo); e mercato, cioè "competitività", da recuperare a qualsiasi costo (magari con qualche correttivo).

Alla regina Elisabetta bisognerebbe allora rispondere: perché gli economisti mainstream sono ignoranti, corrotti e bugiardi. Sono ignoranti perché il pensiero unico di cui sono adepti fornisce una rappresentazione della realtà falsa, che non consente previsioni fondate né interventi appropriati, neanche ai valori privatistici a cui essi si ispirano. Sono corrotti perché, con poche eccezioni, sono o aspirano tutti a farsi "consiglieri del principe"; non per fornirgli strumenti di comprensione della realtà, ma per giustificare, di volta in volta, le sue scelte: quelle imposte dai "mercati" (che non sono "il mercato", ma i pochi protagonisti dell'alta finanza che governano l'economia globalizzata). Sono bugiardi perché continuano a predicare cose in cui, tranne pochi stupidi, non credono affatto; e per fingere di crederci nascondono la testa sotto la sabbia. Chi di loro pensa veramente che "l'anno prossimo" l'Italia riprenderà a crescere? Eppure è anni che lo ripetono. O che il governo italiano potrà rispettare il fiscal compact? Eppure nessuno di loro osa metterlo in discussione. D'altronde sono i sacerdoti della "religione del nostro tempo": che cos'altro attendersi da loro?

Non possiamo rimanere succubi di questa cultura. Occorre promuovere un radicale cambio di paradigma e riconquistare un'egemonia culturale che metta al centro non "i mercati" (quelli che "votano" governi, politiche economiche e ora anche riforme istituzionali, come dimostrano le prescrizioni di J. P. Morgan, pienamente accolte da Renzi, contro le costituzioni democratiche), ma gli obiettivi, gli strumenti e i conflitti necessari a una graduale conquista della capacità di autogovernarci in tutti i campi: non solo in quelli istituzionale, sociale e culturale ma anche quello economico; il che significa riconfigurare il governo dell'impresa in senso democratico e partecipato e promuovere nella pratica quotidiana del conflitto la consapevolezza dell'ineludibilità di questo obiettivo (peraltro contestuale a una prospettiva di riterritorializzazione dei processi economici, alternativa sia al protezionismo leghista che alla competitività universale liberista).

E' un programma di ampio respiro che non ammette i "due tempi" (subito gli interventi immediati per contrastare lo sfascio delle nostre esistenze imposte dall'austerity; poi una vera riforma della società). Senza egemonia culturale anche gli interventi più circoscritti sono privi di prospettiva e di forza e lasciano il campo libero alla dittatura del pensiero unico e alle sue applicazioni. Solo per fare due esempi: quanti avversari dell'austerity, nell'invocare una ripresa di politiche keynesiane, riescono ancora a inserire nelle loro proposte un rimando a obiettivi e prospettive di ampio respiro, ma sempre più attuali, come "l'eutanasia del rentier", il dimezzamento dell'orario di lavoro, o la remissione del debito pubblico? Dovevamo aspettare un economista conservatore come Paolo Savona perché nella comunità economica italiana si cominciasse a prospettare una "rimodulazione" del debito? Oppure, per calarci nella pratica quotidiana, quanto veramente a fondo si è spinta finora la nostra critica della competitività universale come principio fondativo del pensiero unico?

Siamo ancora capaci di mettere radicalmente in contrapposizione tra loro meritocrazia e solidarietà, selezione e cooperazione, appropriazione e condivisione, gerarchia ed eguaglianza? O è una prospettiva perduta per sempre, mano a mano che il pensiero unico si faceva strada non solo nel mondo accademico, in politica e nelle istituzioni, ma anche nel nostro modo di ragionare e persino nei nostri affetti? Con la conseguenza di lasciar campo libero ai sostenitori di Matteo Renzi: il "giardiniere" venuto dal nulla e destinato a ritornare nel nulla. Come Monti e Letta.

un'intervista di Zygmunt Bauman, a partire da Gaza

Professor Bauman, lei è uno dei più grandi intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua reazione all'offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila morti, molti dei quali civili?
"Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando. Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica dell'apartheid  -  nei termini di separazione territoriale esacerbata dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi  -  che ha sedimentato e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l'8 luglio, prima dell'invasione di Gaza, Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi 'fuorilegge'. Del resto, quando l'esercito israeliano ha creduto di aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili dell'omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece, quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid: una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi". E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri".

Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua esistenza minacciata da Hamas. C'è chi, come gli Usa, dice che la reazione dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e "sproporzionata". Lei che ne pensa?
"E come sarebbe una reazione violenta "proporzionata"? La violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da entrambe le parti, condivide l'impegno di non spegnere l'incendio. Eppure, la saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: "Chi semina vento raccoglie tempesta". Questa è la logica della vendetta, non della coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell'avversario per rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza, sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente, potrebbero avere entrambi ragione".

Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo governo? Ha commesso errori?
"Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari. Spargono semi di odio perché temono che l'odio del passato scemi. Alla luce della loro strategia, questi non sono "errori". I governanti israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno mai imparato l'arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio. L'insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli israeliani e sull'odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per irrobustire".

Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell'uso che Israele fa della tragedia dell'Olocausto per giustificare le sue offensive militari. La pensa ancora così?
"Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai. Troppo spesso, invece, provoca un'unica arte, che è quella del sentirsi perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è un'eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro".

A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali europei sul conflitto riesploso a Gaza?
"Innanzitutto, non esiste la "comunità internazionale" di cui parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell'inizio della Grande Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che "un'eccessiva" reazione come quella all'omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe "che nessuno voleva o si aspettava"".

Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato l'agghiacciante lezione dell'Olocausto. Questo concetto si può applicare anche al conflitto israelopalestinese?
"Le lezioni dell'Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese  -  per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante di queste lezioni è: l'Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un'altra lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie, fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un'importanza universale, applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c'è una soluzione a breve termine per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora imparato che dietro alle due categorie di "aggressori"
 e "vittime" della violenza c'è un'umanità condivisa. Né si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l'ultima ondata di violenza nell'area "ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica".


da qui (intervista apparsa il 5-8-2014, su Repubblica, a cura di Antonello Guerrera)

adesso tutti dicono "viva Assad"

Putin, e non solo, aveva ragione sulla Siria, almeno un anno fa.

ma nessuno che faccia mea culpa e tragga le conseguenze - franz


Putin scriveva:

…Nella lettera Putin ricorda che le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono passate attraverso diverse fasi, dall’essere alleati per sconfiggere i nazisti al confrontarsi duramente durante gli anni della Guerra fredda. Spiega che i fondatori delle Nazioni Unite “capirono che le decisioni che riguardano la guerra dovrebbero essere prese solo attraverso un ampio consenso”, ricordando quindi l’importanza delle regole previste per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che danno a ogni membro permanente (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Cina e Russia) il diritto di veto per fermare le risoluzioni, comprese quelle sull’uso della forza contro altri stati. Putin scrive che questo meccanismo potrebbe essere danneggiato se “nazioni influenti” andassero oltre il Consiglio per agire senza un suo consenso.
Un attacco degli Stati Uniti contro la Siria, dice Putin, “causerà maggiori vittime innocenti e una escalation, facendo potenzialmente espandere il conflitto oltre i confini siriani”. L’intervento militare farebbe aumentare le violenze e porterebbe a nuove ondate di terrorismo, rendendo più difficile la gestione del conflitto israelo-palestinese, il controllo sui piani nucleari dell’Iran, e il mantenimento di una certa stabilità nel Vicino Oriente. “Potrebbe sbilanciare l’intero sistema delle leggi internazionali”.
Secondo Putin in Siria non si sta combattendo una “battaglia per la democrazia”: c’è un conflitto armato tra il governo e forze di opposizioni in un paese con tante religioni diverse. Contro il regime di Assad combattono numerosi “militanti di al Qaida ed estremisti di ogni tipo”, scrive Putin ricordando che gli stessi Stati Uniti hanno definito terroristici diversi gruppi combattenti di opposizione. “Mercenari dai paesi arabi combattono in Siria e centinaia di militanti da paesi occidentali Russia compresa sono motivo di grandi preoccupazioni. Non potrebbero tornare nei nostri paesi dopo avere fatto esperienza in Siria? Dopotutto, successivamente alla guerra in Libia, gli estremisti si sono spostati nel Mali. Per noi è una minaccia.”
Putin ricorda che la Russia non sta proteggendo la Siria e che è solamente interessata ad avviare un dialogo pacifico con il suo regime. Per questo motivo sono necessarie le Nazioni Unite e il suo Consiglio di Sicurezza: “La legge è la legge, e dobbiamo seguirla che ci piaccia o no. Sotto le attuali leggi internazionali, la forza è concessa solo per legittima difesa o in seguito a una decisione del Consiglio di Sicurezza. Qualsiasi altra cosa è inammissibile per la Carta delle Nazioni Unite, e costituirebbe un atto di aggressione”.
“Nessuno nega che siano stati usati gas tossici in Siria” ammette Putin, spiegando però che “ci sono tutte le ragioni per credere che siano stati usati non dall’esercito siriano, ma dalle forze di opposizione al fine di provocare un intervento da parte delle potenti nazioni che le sostengono, che finirebbero per combattere al fianco dei fondamentalisti.”
Putin definisce “allarmante” il fatto che sia diventato comune per gli Stati Uniti intervenire nei conflitti interni di altri paesi. Scrive che “milioni di persone nel mondo” vedono sempre di più l’America come uno stato che sa solo usare la “forza bruta” e non come un modello di democrazia usando lo slogan “o siete con noi, o siete contro di noi”. E Putin elenca gli interventi militari in Iraq, Afghanistan e Libia definendoli fallimentari e chiedendosi perché in Siria le cose dovrebbero andare diversamente, nel caso di un attacco…

Nel 2012 i giornalisti americani hanno scoperto che dalla Turchia migliaia di jihadisti provenienti da vari paesi del mondo entravano in Siria, sostenuti logisticamente dall’esercito di Ankara con un finanziamento esplicito del Qatar e dell’Arabia Saudita. Noi corrispondenti in Siria abbiamo potuto vedere con i nostri occhi i cadaveri dei miliziani in possesso di documenti di identità sauditi, kuwaitiani, francesi, afghani, ceceni e altri. Sulla presenza di terroristi stranieri in Siria abbiamo scritto fiumi di inchiostro…
da qui

Il mio appello al popolo di Israele: liberate voi stessi liberando la Palestina - Desmond Tutu

Le scorse settimane hanno visto una mobilitazione senza precedenti della società civile di tutto il mondo contro l'ingiustizia e la brutalità della sproporzionata risposta israeliana al lancio di razzi dalla Palestina.
Se si contano tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana a Città del Capo, a Washington DC, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino, a Sidney ed in tutte le altre città del mondo per chiedere giustizia in Israele e Palestina, ci si rende subito conto che si tratta senza dubbio della più grande ondata di protesta di sempre dell'opinione pubblica riguardo ad una singola causa.
Circa venticinque anni fa, ho partecipato a diverse grandi manifestazioni contro l'apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni tanto numerose, ma sabato scorso a Città del Capo l'affluenza è stata uguale se non addirittura maggiore. C'erano giovani e anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi... come ci si aspetterebbe da una nazione viva, tollerante e multiculturale.
Ho chiesto alla gente in piazza di unirsi al mio coro: "Noi ci opponiamo all'ingiustizia dell'occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all'indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei."
Pochi giorni fa, ho chiesto all'Unione Internazionale degli Architetti, che teneva il proprio convegno in Sud Africa, di sospendere Israele dalla qualità di Paese membro.
Ho pregato le sorelle e i fratelli Israeliani presenti alla conferenza di prendere le distanze, sia personalmente che nel loro lavoro, da progetti e infrastrutture usati per perpetuare un'ingiustizia. Infrastrutture come il muro, i terminal di sicurezza, i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sui territori Palestinesi occupati.
Ho detto loro: "Quando tornate a casa portate questo messaggio: invertite la marea di violenza e di odio unendovi al movimento nonviolento, per portare giustizia a tutti gli abitanti della regione".
In poche settimane, più di 1 milione e 600mila persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Avaaz chiedendo alle multinazionali che traggono i propri profitti dall'occupazione della Palestina da parte di Israele e/o che sono coinvolte nell'azione di violenza e repressione dei Palestinesi, di ritirarsi da questa attività. La campagna è rivolta nello specifico a ABP (fondi pensionistici olandesi); a Barclays Bank; alla fornitura di sistemi di sicurezza (G4S), alla francese Veolia (trasporti); alla Hewlwtt-Packard (computer) e alla Caterpillar (fornitrice di Bulldozer).
Il mese scorso 17 governi della UE hanno raccomandato ai loro cittadini di astenersi dal fare affari o investimenti negli insediamenti illegali israeliani.
Abbiamo recentemente assistito al ritiro da banche israeliane di decine di milioni di euro da parte del fondo pensione olandese PGGM e al ritiro da G4S della Fondazione Bill e Melinda Gates; e la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha ritirato una cifra stimata in 21 milioni dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar.
Questo movimento sta prendendo piede.
La violenza genera solo violenza ed odio, che generano ancora più violenza e più odio.
Noi sudafricani conosciamo la violenza e l'odio. Conosciamo la pena che comporta l'essere considerati la puzzola del mondo, quando sembra che nessuno ti comprenda o sia minimamente interessato ad ascoltare il tuo punto di vista. È da qui che veniamo.
Ma conosciamo anche bene i benefici che sono derivati dal dialogo tra i nostri leader, quando organizzazioni etichettate come "terroriste" furono reintegrate ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, liberati dalla prigione, dal bando e dall'esilio.
Sappiamo che, quando i nostri leader cominciarono a parlarsi, la logica della violenza che aveva distrutto la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Gli atti di terrorismo iniziati con i negoziati, quali attachi ad una chiesa o ad un pub, furono quasi universalmente condannati ed i partiti responsabili furono snobbati alle elezioni.
L'euforia che seguì il nostro votare assieme per la prima volta non fu solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo della riappacificazione fu che tutti si sentirono inclusi. E dopo, quando approvammo una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva che avrebbe reso orgoglioso anche Dio, tutti ci siamo sentiti liberati.
Certo, avere un gruppo di leader straordinari ha aiutato.
Ma ciò che alla fine costrinse questi leader a sedersi attorno al tavolo delle trattative fu l'insieme di strumenti persuasivi e non violenti messi in pratica per isolare il Sudafrica economicamente, accademicamente, culturalmente e psicologicamente.
A un certo punto - il punto di svolta - il governo di allora si rese conto che preservare l'apartheid aveva un costo superiore ai suoi benefici.
L'interruzione, negli anni '80, degli scambi commerciali con il Sud Africa da parte di aziende multinazionali dotate di coscienza, è stata alla fine una delle azioni chiave che ha messo in ginocchio l'apartheid, senza spargimenti di sangue. Quelle multinazionali avevano compreso che, sostenendo l'economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto.
Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a sostenere un certo senso di "normalità" nella società Israeliana, stanno arrecando un danno sia agli israeliani che ai palestinesi. Stanno contribuendo a uno stato delle cose profondamente ingiusto.
Quanti contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele, dichiarano così che Israeliani e Palestinesi in eguale misura hanno diritto a dignità e pace.
In sostanza, gli eventi accaduti a Gaza nell'ultimo mese circa stanno mettendo alla prova chi crede nel valore degli esseri umani.
È sempre più evidente il fallimento dei politici e dei diplomatici nel fornire risposte e che la responsabilità di negoziare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa ricade sulla società civile e sugli stessi abitanti di Israele e Palestina.
Oltre che per le recenti devastazioni a Gaza, tante bellissime persone in tutto il pianeta - compresi molti Israeliani - sono profondamente disturbate dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento cui i Palestinesi sono soggetti a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Inoltre, la politica Israeliana di occupazione illegale e di costruzione di insediamenti cuscinetto in una terra occupata aggrava la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.
Lo stato di Israele si sta comportando come se non ci fosse un domani. Il suo popolo non potrà avere la vita tranquilla e sicura che vuole - e a cui ha diritto - finché i suoi leader continueranno a mantenere le condizioni che provocano il conflitto.
Io ho condannato quanti in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi contro Israele. Soffiano sulle fiamme dell'odio. Io sono contrario ad ogni manifestazione di violenza.
Ma dobbiamo essere chiari che il popolo palestinese ha ogni diritto di lottare per la sua dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molte persone in tutto il mondo.
Nessuno dei problemi creato dagli esseri umani è irrisolvibile, quando gli esseri umani stessi si impegnano a risolverlo con il desiderio sincero di volerlo superare. Nessuna pace è impossibile quando la gente è determinata a raggiungerla.
La Pace richiede che israeliani e palestinesi riconoscano l'essere umano in loro stessi e nell'altro, che riconoscano la reciproca interdipendenza.
Missili, bombe e insulti non sono parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.
È più probabile che la soluzione arrivi dallo strumento nonviolento che abbiamo sviluppato in Sud Africa negli anni '80, per persuadere il governo della necessità di modificare la propria linea politica.
Il motivo per cui questi strumenti - boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti - si rivelarono efficaci, sta nel fatto che avevano una massa critica a loro sostegno, sia dentro che fuori dal Paese. Lo stesso tipo di sostegno di cui siamo stati testimoni, nelle ultime settimane, a favore della Palestina.
Il mio appello al popolo di Israele è di guardare oltre il momento, di guardare oltre la rabbia nel sentirsi perennemente sotto assedio, nel vedere un mondo nel quale Israele e Palestina possano coesistere - un mondo nel quale regnino dignità e rispetto reciproci.
Ciò richiede un cambio di prospettiva. Un cambio di mentalità che riconosca come tentare di perpetuare l'attuale status quo equivalga a condannare le generazioni future alla violenza e all'insicurezza. Un cambio di mentalità che ponga fine al considerare ogni legittima critica alle politiche dello Stato come un attacco al Giudaismo. Un cambio di mentalità che cominci in casa e trabocchi fuori di essa, nelle comunità, nelle nazioni e nelle regioni che la Diaspora ha toccato in tutto il mondo. L'unico mondo che abbiamo e condividiamo.
Le persone unite nel perseguimento di una causa giusta sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle faccende della gente, ha fiducia nel fatto che noi cresceremo ed impareremo risolvendo le nostre difficoltà e superando le nostre divergenze da soli. Ma Dio non dorme. Le Scritture Ebraiche ci dicono che Dio è schierato dalla parte del debole, dalla parte di chi è senza casa, della vedova, dell'orfano, dalla parte dello straniero che libera gli schiavi nell'esodo verso la Terra Promessa. Fu il profeta Amos che disse che dobbiamo lasciar scorrere la giustizia come un fiume.
La giustizia prevarrà alla fine. L'obiettivo della libertà del popolo palestinese dall'umiliazione e dalle politiche di Israele è una causa giusta. È una causa che lo stesso popolo di Israele dovrebbe sostenere.
Nelson Mandela disse che i Sudafricani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati.
Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele.
da qui e  qui

lunedì 25 agosto 2014

Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani - Fabio Geda

seguire le avventure e i viaggi di Emil, un ragazzino di 13 anni romeno-italiano, è davvero un'impresa, non sta mai fermo.
e però è un bel viaggiare, faticoso ed emozionante, saltando frontiere e guardie, con continui colpi di scena.
una bellissima opera prima, prima di " Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari", non privatevene - franz




Un ragazzino rumeno di tredici anni immigrato clandestinamente in Italia abita a casa di un ambiguo architetto assieme a un'amica. Tex Willer è il suo eroe. Quando un giorno l'architetto tenta di abusare di lui, il ragazzino lo colpisce con un pugno e scappa. Decide allora di mettersi sulle tracce del nonno, che gira l'Europa con una compagnia di artisti di strada e che gli scrive con regolarità, ogni ultima domenica del mese, lettere scritte in una lingua molto particolare. Il ragazzo inizia così un viaggio che, in compagnia di una schiera sempre più grande di nuovi amici, lo porterà prima a Berlino, poi in Francia e infine a Madrid, alla vigilia della strage alla stazione ferroviaria del marzo 2004. Romanzo d'avventura e formazione al tempo stesso, divertente e profondo.

Fabio Geda, l’autore di questo libro, di mestiere fa l’educatore e questa è la sua opera prima. Un esordio non da poco, giustamente candidato al Premio Strega. Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani racconta una storia di viaggio e di formazione, con la freschezza e l’ingenuità di un tredicenne catapultato in un mondo troppo complesso e tentacolare, un mondo che sarebbe più facile da vivere se fosse solo un grande fumetto di indiani e cowboy.
Emil ha tredici anni e la vita non è stata un granchè clemente con lui, da quando è arrivato in Italia da clandestino su un camion di riso parboiled. Ora suo padre è in prigione da qualche parte in Romania e sono successe molte cose e molte difficili da capire, come le attenzioni dell’Architetto, esteta in un mondo di plastica dove esistono “23 sfumature di bianco”. Emil si è trovato da solo alla stazione di Porta Nuova a studiare una mappa dei treni ramificata come le corna di un cervo nella Foresta Nera, e pochi giorni dopo nella Foresta Nera con un tossico e una ragazza dolce con il volto bucato dai piercing. Ha dormito in un centro sociale di Berlino e cercato la Faccia Verde, poi ha mangiato foie gras e zuppa di verdure a Carcassone e viaggiato insieme ad un costruttore di mongolfiere con sette figli. La sua storia non lascia al lettore il tempo di alzare gli occhi dalle pagine. Emil ha l’intensità e la disperazione degli adolescenti – “sei il ragazzino con l’aria più disperata che io abbia mai visto” – gli dice la ragazza dei piercing quando lo incontra alla stazione, pestato da un gruppo di zingari. E’ disperato e bisognoso d’affetto ma al tempo stesso maturo e pieno di passione per la vita, una vita che va conquistata ogni giorno. Non stupitevi se vi scappa una lacrima, anche se siete di quelli che non piangono mai: è una storia così, si piange e si ride, senza mai provare pena o pietà – per semplice, naturale empatia.

…Eh si, proprio Tex Willer, la pistola più veloce del West, vive nell’immaginario di un ragazzino rumeno che ha imparato l’italiano attraverso i fumetti del suo nuovo eroe, conosciuto il giorno stesso del suo difficoltoso ingresso nel Bel Paese. Emil ha 13 anni, ma ne ha viste già molte per l’età che ha: orfano di madre, è entrato clandestinamente in Italia due anni or sono insieme al papà, su un camion carico di riso parboiled. Si è subito ambientato, ma la sua vita a Torino è stata fino a questo momento assai difficoltosa, nonostante la buona integrazione, la scuola e un alloggio trovato grazie alla relazione del padre con Assunta, una prosperosa donna delle pulizie. Pochi mesi dopo, in effetti, il papà è stato rimpatriato in seguito ad una rissa, ed Emil e Assunta hanno trovato rifugio presso l’abitazione di un malinconico architetto che manifesta una morbosa attrazione nei confronti del ragazzo. Ma l’ambiguo interesse dell’architetto, e l’impossibilità del padre di tornare in breve tempo, perché recluso in un carcere rumeno, fanno prendere ad Emil una decisione rischiosa ma risoluta: andare in cerca di nonno Viorel, artista di strada itinerante che il giovane conosce solo attraverso le lettere che gli arrivano da ogni parte d’Europa. Ultimo domicilio conosciuto: Berlino. Qui comincia il viaggio di Emil, e in sostanza anche questa piacevolissima e non banale opera prima di Fabio Geda, che immagina un ragazzino vivace e pieno di vita, in circostanze inusuali per l’età, districarsi assai bene attraverso le tante situazioni non semplici che si troverà ad affrontare, e che con il tocco magico dell’infanzia che va a incontrare l’adolescenza, saprà riconvertire  in energia attiva, contagiando positivamente gran parte dei personaggi che incontrerà sulla sua via…

Traspare da molte pagine un gusto del narrare che si esprime anzitutto nella voracità con cui i personaggi ghermiscono i casi che la vita riserva loro. Costruito su un impianto narrativo compatto (a cui dà spessore l’utilizzo asimmetrico della seconda voce narrante, quella dell’architetto), il romanzo trova nella sincerità di intenti pressoché assoluta la forza non solo di rappresentare ma anche di interpretare un frammento sia pure minuscolo della contemporaneità che ci appartiene. Sotto un diverso ma non opposto angolo visuale, ed oltre l’invidiabile freschezza dell’entusiasmo proprio dell’opera prima, la storia che Geda offre ai suoi lettori costituisce un atto di rinnovata fede nella scrittura, particolarmente significativa se confrontata alla narrativa spesso esangue che ha caratterizzato gli ultimi tempi, nonché ad alcune recenti teorizzazioni nichilistiche circa una presunta inutilità della letteratura.