domenica 1 maggio 2016

Il sonno della ragione genera mostri

Quando c’erano la Dc e il Pci, se un preside avesse festeggiato (anche solo in forma di seminario) nella “sua” scuola il Natale di Roma (festa fascistissima, nata nel 1924 e morta nel 1945, dopo la Liberazione, festa della quale Gramsci aveva capito il significato), almeno ci sarebbero state delle interrogazioni parlamentari e il Ministero della Pubblica Istruzione (c’è stato un tempo nel quale un ministero aveva un così bel nome) avrebbe fatto saltare quei fascisti che avessero festeggiato (anche solo in forma di seminario) una festa fascista.
Uno può essere fascista, nessuno è perfetto, non c’è problema, ma lo sia a casa sua, dice la Costituzione (quella che ancora r-esiste), non in una scuola della Repubblica Italiana.
A Cagliari in un liceo si tiene una conferenza sul Natale di Roma, come dice l’ANPI: “il dirigente scolastico del Liceo Alberti di Cagliari Ing. Raffaele Rossi ha promosso, presso i locali dell’Istituto nella giornata di venerdì 22 Aprile, una iniziativa discutibile con la partecipazione del Dirigente dell’A.S.T. della provincia di Cagliari Dott. Luca Cancelliere, sotto forma di seminario su “Natale di Roma – 21 Aprile 753 a.c.”.

I docenti di quella scuola protestano (solo 25, in realtà), l’ANPI protesta, ma la Buona Scuola va avanti, tutto va bene, tutto va bene.

A regime, per chi non lo sapesse, la legge 107 del 2015, Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti. (quella sulla Buona Scuola, che farà schifo, ma nella neolingua si può dire qualsiasi cosa, tanto, chi protesta?) prevede che i dirigenti scelgano gli insegnanti della “propria” scuola , la libertà d’insegnamento e la libertà di pensiero sentitamente ringraziano.




Il 3 aprile 1921, durante un discorso pronunciato a Bologna, Benito Mussolini proclamò l'anniversario della fondazione di Roma quale festa ufficiale del Fascismo. La decisione venne commentata da Antonio Gramsci come il tentativo del Fascismo di naturalizzare il proprio ruolo nella Storia italiana, attraverso la rivendicazione delle origini romane…
…Lo stesso 19 aprile venne approvato dal Consiglio dei ministri uno schema di decreto-legge proposto dal presidente Benito Mussolini che aboliva la festività del 1º maggio e fissava la celebrazione del Lavoro al 21 aprile, Natale di Roma. Fu la prima celebrazione istituita dal governo Mussolini che, a partire dal 21 aprile 1924 divenne festività nazionale, denominata "Natale di Roma - Festa del lavoro". Tale decreto fu cassato nel 1945, ripristinando la Festa del lavoro al 1º maggio e limitando la festività del Natale di Roma al solo ambito cittadino della Capitale.

Docenti del Liceo Alberti di Cagliari, sul piede di guerra. Il motivo? La decisione del Dirigente scolastico di organizzare per la giornata di oggi una conferenza sul tema del Natale di Roma. I 25 docenti del liceo si "dissociano nettamente dalla unilaterale e sconcertante decisione del Preside di organizzare presso la scuola una conferenza sul tema del “Natale di Roma”, si legge nella nota stampa inviata al nostro giornale "argomento nel quale è impossibile non rintracciare una oggettiva valenza apologetica in direzione di un passato in contrasto con i principi fondanti della nostra Repubblica".


Chi era presente il 25 aprile in Piazza del Carmine alla manifestazione promossa dal Comitato 25 aprile ha sentito dalla voce di Vito Biolchini l'incredibile vicenda accaduta al Liceo Alberti di Cagliari venerdì 22 aprile e l'espressione della solidarietà ai docenti del Liceo che hanno denunciato la discutibile scelta del dirigente scolastico di promuovere e consentire una iniziativa pseudo culturale rievocativa dei "Natali di Roma" che si configura esplicitamente come iniziativa di stampo fascista. Si tratta infatti di una ricorrenza che divenne "Festa nazionale " durante i primi anni del regime fascista e che fu abolita dopo la Liberazione.
Come ANPI provinciale, in coerenza con la nostra funzione e con le nostre finalità, ci siamo sentiti in dovere di esprimere con un comunicato la nostra posizione e di inoltrare il nostro comunicato, unitamente alla presa di posizione dei docenti del Liceo Alberti ed al rimando al sito che segue per ulteriori informazioni sui promotori della sconcertante iniziativa promossa dal Dirigente scolastico in collegamento con Luca Cancelliere, dirigente dell'Ufficio provinciale della P.I., noto appartenente in qualità di dirigente provinciale alla formazione di estrema destra neofascista "Progetto fiamma".
Comunicato
L’ANPI di Cagliari esprime sconcerto e indignazione per la gravissima decisione del Dirigente scolastico del Liceo Alberti di Cagliari Ing. Raffaele Rossi che ha promosso, presso i locali dell’Istituto nella giornata di venerdì 22 Aprile, una iniziativa discutibile con la partecipazione del Dirigente dell’A.S.T. della provincia di Cagliari Dott. Luca Cancelliere, sotto forma di seminario su “Natale di Roma – 21 Aprile 753 a.c.”.
Si tratta, in termini inequivocabili, di una ricorrenza che fu dichiarata festa nazionale durante il regime fascista e che fu giustamente abolita subito dopo la Liberazione dell’Italia dal nazi fascismo. Proporre questo tema, bloccando le lezioni, in un contesto scolastico che ha visto, fino a pochi giorni prima di questo “seminario”, un “Viaggio della memoria” di un nutrito gruppo di studenti del Liceo Alberti nei luoghi dove avvennero le stragi nazifasciste, a partire da Marzabotto, ha il sapore della ritorsione e della provocazione. Il fatto che l’evento sia stato partecipato dal Dirigente Cancelliere, che, come risulta dal link che di seguito si evidenzia, risulta dirigente di una associazione neofascista chiude il cerchio.
L’Anpi esprime piena solidarietà nei confronti dei docenti che hanno manifestato il proprio dissenso dall’iniziativa promossa dal Dirigente scolastico e chiede al Ministro della Pubblica Istruzione di verificare l’accaduto e di voler adottare anche misure di censura sull’accaduto e sui responsabili che lo hanno promosso e consentito.
Marco Sini
Presidente ANPI Cagliari


I curiosi che vogliono farsi un’idea del “curriculum” del Dott. Luca Cancelliere, Dirigente dell’A.S.T. della provincia di Cagliari, possono leggere qui.



ps: approfitto per comunicare, o ricordare, che si stanno raccogliendo, fino all'inizio di luglio, le firme per sei referendum (questo è il sito del comitato promotore), quattro contro alcuni aspetti della "Buona scuola", uno contro future trivellazioni petrolifere sia in terra che in mare (anche oltre le 12 miglia) e l’altro contro il piano nazionale inceneritori previsto dallo Sblocca Italia; in più una petizione contro gli scandalosi decreti attuativi Madia sui servizi pubblici e le partecipate, per sostenere la versione originale della legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico e per inserire il diritto all’acqua nella Carta costituzionale (da qui)

una buona scuola

Auguri di buon anno scolastico

"Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.” (Peppino Impastato)

Da sempre, ma in questi ultimi mesi soprattutto, anche in conseguenza dell’attuazione della Legge 107, si parla molto della scuola, dei suoi problemi organizzativi e dei progetti di riforma da attuare, per superare la complessità che vive e che sempre di più ha bisogno di essere progettata, gestita, monitorata, valutata e riprogettata.

I problemi mai risolti e le soluzioni che hanno avuto difficile o parziale attuazione, hanno rischiato di spingere ai margini della nostra attenzione gli studenti, di sfuocare i loro bisogni di apprendimento e di crescita, la didattica, i processi di apprendimento e la loro progettazione e organizzazione, la passione, l’impegno e il lavoro quotidiano degli insegnanti e del personale tutto della scuola.

In questo nuovo anno scolastico che sta per cominciare, in questo nuovo cammino e nuova stagione della vita e della conoscenza, desidero rivolgere a tutti coloro che fanno parte della comunità educante del Liceo Paolo Giovio e a tutti coloro che hanno una partecipazione ed interesse nella scuola, un sincero e partecipato augurio di Buon anno scolastico.

Auguro ai docenti di saper accompagnare con amore e cura i loro studenti nel loro cammino, di saperli guidare a tradurre le mappe dei saperi nel loro territorio, di saperli aiutare a imparare, ma soprattutto imparare ad essere e a vivere.

Auguro ai genitori di avere coraggio e cuore che danno ai loro figli l’entusiasmo di vivere e senza i quali non ce la farebbero e verrebbero più facilmente meno.

Auguro agli studenti di saper imparare ad essere, imparare e imparare la “conoscenza della conoscenza”, come dice E. Morin. Auguro loro di acquisire conoscenze e competenze per affrontare la complessità e l’inatteso, di imparare a vivere con il coraggio per affrontare i problemi della loro vita personale, come cittadini e come parte del genere umano, di saper rinforzare ogni giorno la loro missione di sapere, saper essere e vivere, saper pensare e agire nel presente e nel loro futuro che verrà.

Auguro al personale ausiliario ed amministrativo, con la passione e la pazienza di sempre, rese più forti dalla revisione e dall’aggiornamento delle loro conoscenze e competenze, di saper cogliere e sostenere i processi e gli strumenti funzionali all’educazione, alla crescita degli studenti, alla professionalità del personale docente e al servizio per l’utenza. Auguro loro soprattutto di comprendere ed avere pazienza.

Auguro a tutti i portatori di interesse di continuare a contribuire e partecipare con sempre più convinzione e forza alla crescita della comunità educante del Paolo Giovio in funzione del ben-essere e del ben-vivere di ciascuno degli studenti e di tutti coloro che alla loro crescita e formazione partecipano.

A tutti auguro di saper costruire e stabilire legami, comunicazioni e dialoghi tra le varie anime della scuola e saper guidare la crisi della cultura che stiamo vivendo aiutandoci a realizzare l’educazione alla comprensione reciproca e all’educazione alla civiltà, nella direzione che indicava Antonio Gramsci, quando affrontando il problema educativo lo legava all’espressione, al bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale.

 “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri. (…) Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato.” (Antonio Gramsci)

Auguro un sereno anno scolastico a tutti, pieno di bellezza e di gioia per la vita e la conoscenza.

Il dirigente scolastico

   Marzio Caggiano


Sa Die della rimozione - Nicolò Migheli


Il 28 aprile e la Sarda Rivoluzione vanno oscurati. La Giunta che ci governa l’anno scorso in estremis dedicò la Giornata dei Sardi alla sovranità alimentare e al cibo; quest’anno ai migranti. Temi di indubbio rispetto. Il primo ci poneva davanti alla nostra dipendenza dalle importazioni di alimenti. Non vi è libertà senza la proprietà del cibo. Il secondo vorrebbe ricordarci quello che già viviamo, migliaia di sardi che ogni anno lasciano l’isola perché qui non trovano lavoro e gli spostamenti biblici di popolazioni in fuga da guerre e povertà, da siccità e desertificazione.
Come non essere d’accordo? Soprattutto in tempi di chiusura di frontiere, di respingimenti da parte delle polizie europee. Evidentemente il calendario deve essere così pieno di impegni che non si trova altro giorno che non sia Sa Die de sa Sardigna. Questa insistenza sugli spostamenti di significato del 28 aprile più di casualità sanno di strategia ben precisa: far dimenticare ai sardi il senso di quella giornata, rimuoverlo dal ricordo e spingerlo nell’inconscio.
La Sarda Rivoluzione non ha mai goduto, se non da parte di poche minoranze, di “buona stampa”, è passata come rivolta del notabilato locale per avere qualche impiego in più a Corte. Di conseguenza è meglio che non se ne parli. Già la scuola non lo fa, quando avviene è frutto dell’impegno dei singoli docenti. È bene che neanche le istituzioni lo facciano. Ricordare una Sardegna illuministica, in linea con la migliore Europa del Settecento non conviene. Sono avvenimenti storici che possono indurre riflessioni sulla nostra attuale dipendenza culturale prima che economica.
Memorie che pongono  domande come: quale è la nostra Patria? Siamo nazione viva oppure abortita? Temi disturbanti in una Europa che si rinazionalizza, che riscopre gli Stati ottocenteschi facendo naufragare il progetto europeo. Sa Die de sa Sardigna contraddice i disegni neocentralisti renziani e non si può dispiacere al  governo amico. Spegnere ogni diversità e originalità, non solo qualsiasi richiesta di autodeterminazione, ma anche di autonomia dai desiderati romani. La definizione italiani di Sardegna va più che bene.
Da rimpiangere i democristiani sardi di un tempo che si facevano forti della specialità per contrattare duramente con Roma. Oggi invece domina la rimozione; lo è nella lingua sarda, considerata un orpello inutile per la modernità; lo è la festa dei sardi per identici motivi. Rimozione nelle tradizioni sarde ridotte a folklore, rito del cargo di cui si sono persi i fondamentali, buone per vendere vini e formaggi perché fannostrano e tipico; deprivate di modernità,  utili ai disegni egemonici di chi ci vorrebbe eternamente eunuchi. Però come ci insegnano cento anni di psicanalisi la rimozione tende a rendere inconsci le idee, gli impulsi i ricordi che sarebbero fonte di angoscia o di senso di colpa, perché per loro, evidentemente, è così.
Un meccanismo di difesa contro il loro emergere. Una operazione che crea un deposito di contenuti ritenuti inaccettabili. Solo che l’operazione metapsichica è fonte di disagio continuo. Dalla negazione del sé, alla vergogna come fatto costitutivo della propria esistenza;  per gli individui e per le comunità. I sardi si negano, perché il negarsi credono sia l’unica possibile per essere in sintonia con il resto del mondo. Su questi temi la psichiatra Nereide Rudas ha scritto pagine importanti analizzando il disagio e l’infelicità dei sardi, il loro sentirsi sempre fuori posto, cani nella chiesa della contemporaneità. Una vergogna che spinge persino a mutare il proprio accento vissuto come rozzo e penalizzante.
Una fonte di ansia sociale, un dipendere dal giudizio straniero considerato determinante nel autodefinirsi. Sei giusto e corretto se diluisci quel che sei in un indistinto. Qualche anno fa in Cagliari ebbero grande successo i corsi di dizione per non professionisti. Cancellare la propria appartenenza come obiettivo di realizzazione personale. Ancor di più in quelli che sono disponibili ad ogni rivendicazione nazionale degli altri, ma non della propria, vissuta come inutile se non contradditoria con il bisogno dell’esistere. Una continua cessione dell’essere, un accrescere il proprio disagio interiore.
Minorati e senza strumenti per vivere e competere nel proprio tempo. Tutto questo ha del paradossale per un governo regionale che si proclama propulsore dello sviluppo dell’isola. Quale sviluppo se si agisce per alimentare la sfiducia in se stessi? Quali possibilità di competizione nel mondo vasto e terribile se si rifiutano le precondizioni per costruire capitale sociale condiviso? La rimozione continua porta con sé il riemergere dei bisogni sotto forma di pulsioni  inaccettabili. Oscurare il 28 di aprile contribuirà a regalare migliaia di sardi al neofascismo risorgente. Se italiani si deve essere alcuni lo saranno anche nella patologia.
Ed infatti già oggi quotidiani come il Giornale scrivono di identità tradita. Per fortuna però il comportamento dell’istituzione regionale non viene seguito ovunque. In centinaia di scuole e località si ricorderanno Giovanni Maria Angioy e la Sarda Rivoluzione. L’anno scorso nella messa nella cattedrale di Cagliari organizzata dalla Fondazione Sardinia, l’arcivescovo Miglio pregò per “La Sardegna, patria nostra”. Un seme di speranza. Per il resto, come tutte le società dipendenti, ondeggiamo tra esaltazioni e depressioni schizofreniche. Abbiamo bisogno di sedute di  psicoanalisi di massa. Tutti.

sabato 30 aprile 2016

dice Antonio Gramsci

Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie,  ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri (..) Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato.

Francesco Guccini e i Nomadi: un incontro (regia di Silvano Agosti)

venerdì 29 aprile 2016

C'è chi - Wislawa Szymborska

C'è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E' tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.

E' lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.

Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.

Pensa quel tanto che serve,
non un attimo di più,
perché dietro quell'attimo sta in agguato il dubbio.

E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.

A volte un po' lo invidio
- per fortuna mi passa.

giovedì 28 aprile 2016

Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini - Yasmina Khadra

un perfetto romanzo in cui tutti i nodi vengono al pettine, in un mondo corrotto, che qui è l'Algeria, ma potrebbe essere dovunque, nessuno si senta escluso.
romanzo noir, politico, poliziesco, dove coraggio, vendetta, vigliaccheria, eroismo,tradimento, amicizia, servilismo, senso del dovere, corruzione, verità e menzogna, vita e morte, si confrontano e si confondono in ogni momento.
Algeri è lo sfondo di un'indagine che non guarda in faccia nessuno, e questo non si fa.
tutto il mondo è paese, quando un potente è indagato è un complotto verso di lui o verso lo Stato, e le due cose coincidono nella mentalità proprietaria degli intoccabili.
Yasmina Khadra sa come si scrive e appassiona il lettore ogni volta.
il dio della letteratura lo conservi - franz






Khadra non è tuttavia un autore che scrive storie fini a se stesse, tutto ha un preciso significato. A partire dal prologo introduttivo al libro, che riporto integralmente.
“Ci sono quelli che di un barlume fanno una torcia e di una fiaccola un sole, rendendo grazie per tutta la vita a chi li onora per una sera; e ci sono quelli che gridano al fuoco appena intravedono una parvenza di luce in fondo al tunnel, trascinando in basso ogni mano che si tende verso di loro.
Questi ultimi in Algeria vengono chiamati “Beni Kelboun”.
Geneticamente nefasti, i Beni Kelboun hanno una loro trinità personale:
mentono per natura,
truffano per principio,
nuocciono per vocazione.
Questa è la loro storia.”
La storia che racconta Khadra è, tout court, la storia che viviamo quotidianamente anche noi. C’è il degrado, certo, la sconfitta amara e terribile, ma il riscatto è sempre all’orizzonte, ed è tra l'altro sempre possibile, come dimostra il comportamento di uno dei personaggi meno centrali ma che si svela determinante e inaspettatamente decisivo. Ci vuole solo un atto di coraggio, oltre a scelte coraggiose che solo gli spiriti liberi possono permettersi.
Non aggiungo altro. Provate solo a leggere il libro, perché vi stupirà. A partire dal titolo, Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini molto esemplificativo. Io non vi anticipo nulla della storia narrata. Prendete dunque il romanzo, e capirete.

…La religione salafita dei fondamentalisti, secondo Yasmina Khadra, ha contaminato tutte le istituzioni algerine, si tratta di un salafismo “predatore”, carrierista che cresce coabitando con il potere.
Quando nel 2001 Yasmina Khadra, faceva presente che non erano i militari ad uccidere in Algeria, come diceva la tesi accreditata in tutto l’Occidente, ma i terroristi islamici, fu accusato di essere un uomo del regime.
Quello che l’autore scrisse, allora, nel libro “Cosa sognano i lupi” (Feltrinelli, 2001), era un avviso a tutto il mondo di come stavano andando le cose e di come sarebbero poi peggiorate. Quando in Algeria vennero assassinati i più grandi filosofi e scrittori, il mondo lo ignorò, fece finta di nulla, lo si considerò un problema locale.
Yasmina Khadra non vede religione nel terrorismo e fa il paragone con la mafia italiana che frequenta chiese e processioni. Non è fede, non è religione, è solo criminalità.
Una criminalità che cresce dove impera la corruzione, dove regna l’ignoranza, dove la scuola non funziona bene, dove non c’è lavoro e la gente è disperata; tanto da credere alla soluzione più semplice (e a loro comprensibile) che le venga prospettata…

…Un libro sul potere, sulla sua usurpazione senza vergogna e senza limiti, quasi spettasse di diritto decidere della vita altrui, fino a determinare le sorti di un intero Paese.
Sullo sfondo Algeri, la bellissima città bianca che ha fatto sognare i poeti, che ha fatto innamorare intellettuali di tutto il mondo, sembra sconfitta dalle tenebre create apposta da chi la sfrutta, da chi si è autoproclamato suo salvatore e padrone. Ci sono i “cattivi” e ci sono gli onesti, ci sono i vigliacchi, i leccapiedi, i servili, i complici, e ci sono gli eroi…

mercoledì 27 aprile 2016

Migranti e accoglienza, gli errori del Corriere della Sera - Duccio Facchini

Il Corriere della Sera è tornato ad occuparsi dell’accoglienza italiana dei migranti. L’ha fatto martedì 26 aprile attraverso un lungo articolo a pagina cinque richiamato addirittura dalla prima, poco sotto la vignetta di Giannelli. “Noi e i migranti”, dall’inviato a Briatico -Vibo Valentia- Federico Fubini. 

La prima frase del sommario dà l’idea del taglio complessivo: “Vitto e alloggio senza lavorare né studiare: è l’assistenzialismo dei centri di accoglienza”. In realtà, l’autore del reportage ne ha visto solo uno, gestito da un’associazione e definito “hotel sul mare”. Lì riferisce di aver incontrato un ragazzo (presentato come nullafacente) che “si dichiara cittadino del Mali” e “dice di avere diciannove anni”. “Porge una debole stretta di mano” con il “tablet sottobraccio”. Il presunto maliano “non ha mai fatto lo sforzo di imparare una parola d’italiano” e non vuole lavorare -su questo Fubini propone “lavoretti per la comunità locale” ad hoc, “magari un euro l’ora”-, a dimostrazione della tesi di fondo dell’articolo: “questo Paese sta riproducendo con i migranti le peggiori tare dell’assistenzialismo degli anni 70 e 80”.

Il pezzo contiene una lunga serie di errori che abbiamo rivisto insieme a Gianfranco Schiavone, vice presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati Onlus di Trieste.

“Evidenzio due punti -ragiona a voce alta Schiavone, che si dice ‘indignato’ dall’articolo-. Il primo è che questo signore sostanzialmente parla di assistenzialismo dei centri di accoglienza, di un modello fallito, dopo la visita di un solo centro. Dunque l’articolo presentato come inchiesta non ha nulla dell'inchiesta da un punto di vista giornalistico. Secondo, che all’interno di questa presunta inchiesta il giornalista si lascia andare a dichiarazioni che non sono altro che manifesti ideologici non sostenuti da dati oggettivi”.

Ad esempio? “Ad un certo punto scrive: ‘Quasi nessuno di loro (gli ospiti del centro accoglienza, ndr) viene da guerre o persecuzioni’. Come ha fatto ad accertarlo, stante il fatto che non sarebbe suo compito? Avrebbe dovuto dar conto al lettore delle presenze, delle domande presentate, dei ricorsi e degli accoglimenti. Invece non c'è nessun dato che riguarda la condizione degli ospiti che vivono nel centro”.

Peraltro il Paese del malcapitato appassionato di tablet è proprio il Mali, rispetto al quale il Tribunale di Milano nel dicembre 2015 ha riconosciuto “una situazione di pericolo grave per l’incolumità delle persone derivante da violenza indiscriminata ancora presente in loco” e quindi riconosciuto il diritto alla protezione sussidiaria proprio ad un cittadino maliano….