lunedì 6 luglio 2015

Zitto e muori – Alain Mabanckou

iniziato a leggero per caso, ne avevo letto bene, in realtà è anche meglio.
un galeotto scrive un diario, che è poi il romanzo, e racconto con le sue parole le avventure che gli capitano.
un congolese a Parigi, ne vede di tutti i colori, beati noi che possiamo leggere questa storia, non ti stacchi fino all'ultima pagina, mica poco, no? - franz





…Chiassoso, colorato, pieno di musica, non è un noir triste o che fa del facile vittimismo, anzi impreziosisce di pagine raccontate con uno stile elegante e fantasioso una narrazione anche eticamente importante. Sembra che non ci sia genere più indicato del noir per descrivere le ambivalenze e le oscurità della nostra società, – la critica del sistema legale francese è feroce, pur coi tratti dell’ironia (l’avvocato incapace, la psichiatra coi capelli grigi e ricci, i secondini)- , viste da un ospite, da uno straniero giunto in Francia per sfuggire alla povertà ma ancora legato alla sua terra d’origine, tenuta stretta con proverbi, musiche, aneddoti, ricordi…

Irresistibili le descrizioni di Julien sull’abbigliamento dei suoi connazionali, ancor più esilaranti gli effetti a cui possono dar vita gli impulsi sessuali, qui sconvolgendo la classica gabbia “maschio cacciatore vs femmina preda”. Senza mai cadere in un quadro macchiettistico della commedia umana. Sparisce l’autore, escono dalla pagina i personaggi e la loro Parigi. Il destino impazzito porterà Julien da qualche parte. Il consiglio spassionato è goderselo in compagnia di un pastis e lasciare per qualche ora il mondo fuori.

NON SIAMO PRONTI AD UNA SCUOLA DI MERDA

NON SIAMO PRONTI AD UNA SCUOLA DI MERDA*

A tal signore magnifico io, il tale. Poiché si sa benissimo da parte di tutti che io non ho di che nutrirmi o vestirmi, io ho richiesto alla pietà vostra, e la vostra benevolenza me lo ha concesso, di potermi affidare e accomodare al vostro mundio, e così ho fatto; cioè che tu debba aiutarmi e sostenermi, tanto per il vitto quanto per il vestiario, secondo quanto io potrò servire bene e meritare; e, finché io vivrò, ti dovrò prestare il servizio ed ossequio dovuti ad un uomo libero e non potrò sottrarmi per tutta la mia vita alla vostra potestà o mundio, ma dovrò rimanere finché vivrò nella vostra potestà e protezione
Formulae Turonenses - Giuramento del vassallo


* “La scuola è sempre meglio della merda” da Don L. Milani Lettera a una Professoressa; evidentemente non è più vero.


Governo e ministro dell’istruzione si scandalizzano per il lieve ritardo causato da un blocco degli scrutini di soli 2 giorni, effettuando un vero e proprio terrorismo psicologico di massa, per realizzare un baraccone che chiamano riforma, che procede alla “soluzione finale” per la scuola pubblica.
La “Buona Scuola” ha come principale valore fondante la competizione, che sarebbe meglio definire lotta senza regole, tanto tra insegnanti a tempo indeterminato da dividere tra “meritevoli” e “non meritevoli” quanto tra i precari che verranno “assunti” a termine, ovvero sino a quando dura il gradimento del DS, e dovranno “guadagnarsi” il posto sul campo. Lavoro e luogo di lavoro saranno organizzati, diretti e controllati da una sorta di DS feudatario che avrà il potere di nominare vassalli, valvassini e valvassori, i quali potranno godere di qualche patetico vantaggio persvolgere la funzione di servi ai danni dei colleghi. La pubblicazione online dei curricula farà il resto giacchè i colleghi più zelanti potranno vantare, per conservare squallidi privilegi, la frequenza di corsi di briscola a spese di chi nel curriculum non può che vantare anni di lavoro nella scuola e i DS,
nel contempo, sfrutteranno tutto ciò come vetrina per vendere la scuola al miglior offerente.
Nella riforma, non una parola sulla didattica, polverizzata dalla riforma Gelmini, sul contratto di lavoro bloccato da anni, surrogato da una donazione di 500 euro per le spese di aggiornamento, l’iscrizione a dottorati, master e quant’altro, ingressi nei musei , etc. (ma quanto ha sempre speso davvero un insegnante per tutto questo?). La collegialità viene annichilata per essere sostituita da una competizione che monetizza, e perciò rende risibile, il nostro ruolo educativo.
Noi continuiamo a pensare che l’Educazione, consista nel contribuire a formare un essere umano critico, solidale con i più deboli e svantaggiati e con passione per la conoscenza. Per questo motivo non intendiamo tacere ma vogliamo rovinare la festa che si prepara attorno a questa riforma. Non solo speriamo di non essere mai giudicati “meritevoli” in questo tipo di scuola, ma vogliamo tranquillizzare sin d’ora DS e colleghi “disponibili”, dichiarandoci non meritevoli , indisponibili a collaborare con il DS e per questo motivo, coerentemente, il nostro curriculum, che la scuola dovrebbe pubblicare online, conterrà solo i titoli che hanno permesso l’accesso al nostro posto di lavoro e niente di più.

La nostra dignità e integrità, la passione per il nostro lavoro e per la libertà ci impediscono di sporcarci le mani in questa squallida e degradante farsa (o tragedia?) e ci spingono invece a cercare di versare quanta più sabbia possibile negli ingranaggi di questo sistema, da cui tutti, compresi i più zelanti collaboratori, verranno ineluttabilmente travolti.

(scritto da un piccolo gruppo di insegnanti di Cagliari)

domenica 5 luglio 2015

Abbattete pure tutta la Grecia

Abbattete pure tutta la Grecia a una profondità di 100 metri.
Svuotate i musei di tutto il mondo.
Abbattete qualsiasi cosa che sia greca, ovunque nel mondo.
Dopo, eliminate la lingua greca dappertutto.
-Dalla vostra medicina e dalla vostra farmacia.
-Dalla vostra matematica (geometria, algebra).
-Dalla vostra fisica e chimica.
-Dalla vostra astronomia.
-Dalla vostra politica.
-Dalla vostra vita quotidiana.
Eliminate la matematica, eliminate ogni forma, trasformate il triangolo in ottagono, la retta in curva.
Eliminate la geometria dai vostri edifici, dalle vostre strade, dai vostri giochi, dalle vostre macchine.
Eliminate il nome di ogni malattia e di ogni cura, sopprimete la democrazia e la politica.
Rimuovete la forza di gravità, spostate l’alto in basso, cambiate i satelliti in modo che abbiano un’orbita quadrata!
Cancellate dalla vostra vita quotidiana anche ogni parola greca
Cambiate tutti i vostri libri 
Cambiate i Vangeli, cambiate il nome di Cristo: Deriva dal greco e significa colui che ha l’unzione! Modificate la forma di ogni tempio (perché non abbia geometria greca).
Eliminate Alessandro Magno, tutti gli eroi del mito e della storia, cambiate l’istruzione, il nome della storia, i nomi delle università, cancellate la filosofia, cambiate il vostro modo di scrivere, utilizzate l’alfabeto arabo, cancellate, cancellate, cancellate…
Direte “Non si può fare”.
Giusto, non è possibile, perché dopo non potrete neppure costruire una frase!
È impossibile cancellare la Grecia, i greci e il loro contributo a questo pianeta…
La sfida, tuttavia, è stata lanciata…
(Jean Richepin, 1849-1926)


Voci all’imbrunire – Mia Couto

alcuni racconti per ricordarsi a cosa serve leggere. 
Mia Couto sa come scrivere senza che il lettore smetta prima di finire il libro, questo è sicuro.
cercateli, e buona lettura - franz




…Una raccolta di racconti brevi (Vozes anoitecidas), tradotti da Edgardo Pellegrini (giornalista e reporter che ha lavorato per Paese Sera, Unità, Radio Popolare e Avvenimenti), che toccano molti aspetti della vita mozambicana, a volte in modo ironico e divertente, altre volte in modo tragico e persino angoscioso.
Una scrittura densa di particolari, a tratti trasgressiva, che mette insieme la favola e il magico, la vita reale con l'assurdo.
Come scrive il poeta mozambicano Josè Luis Cabaco "per Mia Couto lo scrivere è parte di un progetto estetico, profondamente radicato nella ricerca di se stesso, ma anche un modo di vivere la grande avventura di essere attivamente contemporaneo nella costruzione della propria nazione".
Come scrive lo stesso Couto nella premessa "queste storie si sono risvegliate in me sempre a partire da qualche cosa accaduta nella realtà ma che mi era stata raccontata come se fosse successa all'altro capo del mondo. Nell'attraversamento di questo confine d'ombra ho ascoltato voci che oscuravano il sole; altre aleggiarono tra i voli del mio scrivere. Alle une e alle altre dedico questo desiderio di raccontare e di inventare"…

da qui

sabato 4 luglio 2015

Dalla parte dei greci, subito - Christian Raimo

Non so quanti di voi abbiano letto questo documento. È la proposta di intervento presentata dal premier greco Alexis Tspiras all’Eurogruppo qualche giorno fa e corretta con vari tagli e sottolineature in rosso da Christine Lagarde, Jeroen Dijsselbloem e altri.
È un testo significativo. Segna una strategia che un premio Nobel per l’economia come Paul Krugman non si fa scrupolo a definire non solo ricattatoria ma semplicemente folle.
C’è il premier eletto democraticamente di un paese che s’impegna a riformare radicalmente la spesa pubblica ma anche a cercare di far ripartire un minimo l’economia. Ci sono delle persone non elette da nessuno che gli chiedono di abbattere lo stato sociale e di prolungare la situazione di dipendenza del paese dal credito estero. Nero su bianco.
Molti tra i commentatori, in questi giorni, sostengono che Tsipras e il suo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, sono dei capricciosi testardi. Ma a leggere questo e altri documenti è evidente il perché, ad esempio, non cedano sull’abbassamento delle pensioni minime: con un tasso di disoccupazione al 26 per cento, le pensioni sono spesso la rete di protezione delle famiglie senza reddito da lavoro. E lo stesso discorso si può fare sull’iva, i salari pubblici o sugli altri capitoli di spesa.
I negoziatori greci finora hanno retto l’estenuante prolungarsi delle trattative di Bruxelles; hanno accettato aumenti delle tasse, riduzioni dei salari, ristrutturazione radicale dell’economia; hanno assistito a tentativi di colpi di stato soft, con l’Eurogruppo che negoziava parallelamente con le opposizioni in Grecia.
Di fronte a quest’ultima umiliazione, però, hanno alzato le mani.
Tsipras ha pensato di non avere il mandato popolare per trattare ancora, e ha indetto un referendum per domenica prossima, il 5 luglio, con un discorso molto bello, che finisce con parole che non riguardano solo la Grecia.
In questi tempi difficili, tutti noi dobbiamo ricordare che l’Europa è la casa comune di tutti i suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è, e rimarrà, parte integrante dell’Europa, e l’Europa parte integrante della Grecia. Ma un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza una bussola. Chiedo a tutti voi di agire con unità nazionale e compostezza, e di prendere una decisione degna. Per noi, per le generazioni future, per la storia greca. Per la sovranità e la dignità del nostro paese.
Dopo questo discorso l’Eurogruppo è stato ancora più punitivo. In prima battuta ha dichiarato che non avrebbe esteso l’attuale programma di aiuti alla Grecia oltre il 30 giugno, mettendo a rischio la tenuta delle banche greche, condannando di fatto la Grecia al default e generando il panico. Poi ha radicalizzato lo scontro, togliendo anche la liquidità di emergenza. Il risultato sono banche chiuse per una settimana e gli sportelli dei bancomat da cui non si possono ritirare più di 60 euro.
Leggiamo sui giornali della crisi greca almeno da quattro anni. Dalla vittoria di Syriza, il partito di Tsipras, abbiamo assistito allo stillicidio dei negoziati, sperando che non solo servissero per arrivare a una soluzione, ma che si mostrasse la strada per un’altra Europa. Adesso, di fronte all’umiliazione del popolo greco, perché non sentiamo che questa umiliazione tocca anche noi?
Perché molti giornalisti trattano questo tema con indifferenza se non con sarcasmo? Perché non si è sentito nemmeno un sussurro di solidarietà da parte dei politici italiani, nemmeno di quelli che nel governo fino a pochi mesi fa elargivano abbracci, baci e regali a Tsipras?
Perché non ci sembra che questa sia una fondamentale battaglia democratica? Perché non siamo allibiti e furiosi di fronte a un’oligarchia che chiede la demolizione dei diritti sociali e del welfare di un paese? Perché non ci indigniamo di fronte agli articoli che spiegano come cautelarci per le nostre vacanze se abbiamo prenotato quindici giorni a Mykonos? Perché non troviamo rivoltanti copertine come questa che titolano “Case da comprare e vacanze di lusso: le occasioni di un paese in saldo”? Perché non occupiamo la sede dell’Unione europea, come hanno fatto qualche giorno fa, come gesto di solidarietà, attivisti e sindacalisti a Dublino?

La decisione della corte suprema degli Stati Uniti di legalizzare i matrimoni omosessuali ci ha toccato come se fossimo parte di un’unica grande nazione planetaria. Perché invece l’umiliazione dei greci e il rischio di una crisi spaventosa non sembrano riguardarci? Perché non scendiamo in piazza? Perché non sentiamo che quel referendum è un’ultima tragica scelta anche nostra, tra due idee di Europa? Perché non ci battiamo per costruire un’Europa che non sia solo l’espressione di un trattato economico? Cosa vorremmo succedesse nel resto d’Europa se fossimo noi nella situazione del popolo greco? Perché non ci ritroviamo davanti alle ambasciate e ai consolati greci?

venerdì 3 luglio 2015

Dalla Grecia - La Rabbia di Poppi – Andrea Segre

Poppi questa notte non ha dormito.
Ieri sera ha dato da mangiare a cinque tedeschi e poi, come ama fare, si è fermata a parlare con loro.
Poppi è la proprietaria nonché unica cuoca di una delle taverne più vere e più belle di tutto il Mediterraneo, ai piedi dell'antico villaggio di Campos nel cuore di Ikaria, l'isola greca dove secondo il mito si è infranto il sogno di Icaro.
Ieri sera ha onorato gli ospiti tedeschi con i suoi piatti di carne e pesce cucinati nella sua antica cucina, ampiamente al di fuori delle norme di igiene europee.
Alla fine del pranzo si è seduta al loro tavolo, ha offerto dello tsipouro con masticha (una resina aromatica utilizzata da sempre come mediciina per lo stomaco nelle isole dell'Egeo) e si è fermata a parlare con loro. 
Gli ospiti tedeschi di Poppi hanno cercato di convincerla che c'è un'unica cosa che i greci possono fare per uscire dal tunnel della crisi, ridurre il costo della forza lavoro e abbassare i prezzi di terre e immobili. In questo modo potranno essere terra di investimento delle economie forti del Nord Europa e degli altri paesi dominanti. "Non avete nient'altro che voi stessi e la vostra terra, non producete praticamente nulla: mettetevi al servizio degli altri svalutandovi e così potrete anche voi godere degli investimenti di chi produce e detiene ricchezza."
Poppi li ha ascoltati, ha rispettato la regola dell'ospitalità e non li ha offesi. Ma poi è stata molto male e non è riuscita a dormire. 
Credo che solo se riusciamo a capire fino in fondo perché Poppi non ha dormito, possiamo anche pensare di capire cosa sta succedendo in queste ore in Grecia e in Europa.

La questione in ballo non è la sopravvivenza della Grecia o la tenuta dell'Euro.
Il tema vero è quello sintetizzato, forse inconsapevolmente, dai sazi ospiti tedeschi di Poppi.
La domanda che ci dobbiamo fare non è se la Grecia riuscirà a rimanere nell'euro o se le faranno uno sconto sul debito, ma è se vogliamo che l'Europa diventi o meno il nuovo soggetto politico globale capace di porre dei limiti al potere illimitato che oggi ha il capitalismo finanziario globale.
Se l'Europa e i suoi governi si limitano ad applicare soluzioni tecniche per garantire equilibri monetari che non disturbino i mercati, allora l'unico destino dei greci (e presto anche degli italiani e degli spagnoli, in generale di tutti i soggetti deboli e marginali, migranti in primis) è quello di allinearsi alle regole dell'economia globale de-territoriaizzata, ovvero capace di muoversi rapidamente e virtualmente lì dove le conviene e lì dove può massimizzare i profitti e nascondere le rendite.
L'Europa invece potrebbe decidere di diventare altro. Di essere il primo e, per ora, unico soggetto politico ad aprire una nuova strada nel rapporto tra economia e stato nell'era globale, imponendo in un territorio molto vasto un meccanismo di contenimento della concentrazione di ricchezze e avviando una nuova politica di redistribuzione e lotta alla disuguaglianza.
Ormai è un dato sin troppo noto: la disuguaglianza in Europa e in tutto il mondo è in costante ed esponenziale crescita. La classe media è soffocata e schiacciata verso il basso, la maggioranza povera è sempre più larga e sempre più povera, mentre la minoranza più ricca è sempre più ricca e sempre più libera da controlli statali, grazie alla capacità dell'economia globale di cambiare territori e di muovere patrimoni.
Per tornare alla Grecia e per capire in soldoni di cosa stiamo parlando, il debito ellenico è di circa 300 miliardi di Euro, mentre le ricchezze "nascoste" nei paradisi off-shore si stima essere di circa 7-8000 miliardi di Euro.
Ma ovviamente i due dati non vengono messi a confronto e molti mi direbbero che non ha senso farlo. 
Tecnicammente so bene che i due dati non c'entrano l'uno con l'altro, ma politicamente raccontano qual è l'orizzonte storico e sociale che la questione greca pone alla nostra epoca.

Per questo, dopo una lunga giornata passata con Poppi e con molti giovani greci in quella e altre taverne, non ho dubbi che la posta in gioco in queste ore è squisitamente e profondamente politica.
Syriza è un soggetto politico che pone al centro della propria riflessione e azione la necessità di individuare nuovi strumenti per ristabilire politiche di uguaglianza sociale, che la sconfitta delle socialdemocrazie e la crescita dell'economia finanziaria globale hanno schiacciato.
Lo sta facendo a partire da un Paese dove la sofferenza è più forte e dove la rabbia nei confronti del vecchio sistema statale è più dirompente.
Lo sta facendo raccogliendo l'entusiasmo di molti giovani, che fanno parte di una generazione che subisce sulla propria pelle le conseguenze dell'alleanza tra finanza globale e corruzione nazionale.
Lo sta facendo creando un'onda lunga di altri movimenti e partiti che attraversando l'Europa potrebbero portare a sconvolgimenti di potere non certo graditi all'attuale establishment ben radicato nei salotti dell'alleanza tra finanza e politica.
Lo sta facendo dicendo chiaramente che la politica deve avere come priorità la salvaguardia della salute, del benessere e della dignità di tutti i cittadini (e aprendo per altro anche il dibattito su chi siano oggi nella società globale "i cittadini").
Lo sta facendo non per il debito greco, ma a partire dal debito greco e dicendo con chiarezza: noi non siamo quelli che hanno causato il debito, ma siamo pronti a prendercene responsabilità, senza però rinunciare alla priorità di salvaguardia della dignità delle persone.
Ciò che forse non è chiaro ad altri europei è che in Grecia 5 anni fa l'Europa ha chiesto agli stessi che avevano causato il debito con la loro insipienza e disonestà di ricompensarlo attuando politiche di ingiustizia sociale, che hanno falcidiato la vita di centinaia di migliaia di persone. Forse a pochi europei è chiaro che 5000 persone in Grecia si sono suicidate in meno di 5 anni. Forse pochi possono capire cosa significa avere nella stessa famiglia la pensione dimezzata, i figli disoccupati e le bollette aumentate del 30 o 40 %. Forse pochi altri europei possono immaginare cosa significhi non poter avere i farmaci per curare il tumore del proprio figlio e della propria madre. 
Condizioni diventate normali per i cittadini greci, grazie alle richieste fatte dall'Eurogruppo e dal FMI ai governi di Nea Democratia e Pasok per avere gli aiuti necessari a ripagare il debito. Governi composti dalla stessa classe dirigente che aveva causato il debito fingendo ricchezze inesistenti e abituando i cittadini a stili di vita e di consumo ben sopra le righe.
Siryza ha attaccato e sconfitto non solo quelle classi dirigenti, ma anche i principi delle politiche sociali che quelle classi dirigenti hanno applicato nel rispetto delle linee guida dei poteri europei.
Per questo oggi il Governo di Syriza chiede che quei principi siano cambiati e che la questione del debito sia messa in secondo piano rispetto alla necessità di ridare dignità e salute a tutti i cittadini.
Chi oggi attacca Syriza e la Grecia accusandoli di non voler ripagare il debito come tecnicamente necessario, è chi non ha e non vuole avere il coraggio di aprire un nuovo orizzonte di giustizia sociale.
Chi oggi alza l'allarme per il rischio che la Grecia trascini l'Europa nel baratro, lo fa perché vuole isolare e sconfiggere politicamente Siryza e chi insieme a Syriza crede nella necessità di una nuova politica sociale europea e globale.
Chi oggi diffonde notizie di panico e di paura, lo fa perché spera che in Grecia ritorni la classe dirigente che ha causato il debito, che ha falcidiato migliaia di famiglie, ma che ha nello stesso tempo garantito fedeltà all'alleanza tra finanza e politica.

Per questo oggi non è in gioco la scelta della Grecia di stare in Europa, ma la scelta dell'Europa di capire la Grecia.
Per tutto questo Poppi ieri notte non ha dormito.
E per tutto ciò dovremmo avere il coraggio di capire perché.

Buon referendum.

Andrea Segre

da qui
(grazie a Daniele per la segnalazione)

Il piccolo dio col berretto - Pietro Ratto

(Dedicato a Toni Zafra)


Domenica sera, vigilia della fine dei colloqui d’esame. Già, la Maturità… mamma mia! L’apoteosi della vuota burocrazia, dei conti che debbono tornare ad ogni costo, delle ansiose domande senza risposta… Domenica sera. Ci sono i burattini, per le strade del centro. L’ho promesso alle bimbe: ora mi tocca portarcele. Assolutamente.
Sono stanco, svuotato. Guido-parcheggio-passeggio nevroticamente. In piedi, scomodo, in mezzo alla calca… Ho sempre amato burattini e marionette. Le loro sporadiche, vivaci incursioni nella mia quotidianità mi hanno sempre procurato un piacere nascosto, improvviso e variopinto; uno di quei pochi piaceri che abitano in qualche recondito recesso della mia concitata anima, fin dalla prima infanzia. Ma stasera no; stasera mantenere la promessa mi pesa.
Passiamo da un teatrino all’altro, spostandoci per antiche stradine che solcano il cuore di questa elegante, piccola città. Poi, finalmente, ci sediamo di fronte al palco più importante, tra tutti quelli allestiti qua e là. Nel giro di poco, ecco spuntare un tipo un po’ buffo, vestito di nero, con un anonimo berretto con visiera calcato sulla testa. Anche il berretto è nero; tutto nero, naturalmente.
Quando la musica parte, sbigottisco. L’uomo armeggia, sapientemente sinuoso, appeso ai fili delle sue marionette, con una grazia che rapisce, che innamora. Le sue creazioni aprono e chiudono gli occhi; respirano, persino. E lo fanno per lui, solo per lui. Due ballerine di legno compiono fiorite evoluzioni nell’aria, sostenendosi reciprocamente con un realismo che ha dell’impressionante. Par di vedere i muscoli contratti, sotto le colorate tutine. Un giocoliere tira in aria variopinte palline: se le mette sul capo, le prende al volo! Tutto sembra perfettamente vero. Una creazione nella creazione. Il simpatico dio con il berretto nero gode e soffre con loro. Freme, gioisce, piange ed esulta, accompagnando con le sue lunghe, sapienti dita, il fluire leggero dei movimenti delle sue creature.
A cosa serve quest’uomo? Chi lo potrebbe assumere in un’azienda? Con quale curriculum? Cosa diavolo è capitato nel mezzo del suo cervello, per sentirsi spinto a rincorrere una tale perfezione in un lavoro così perfettamente inutile? Cosa ne sa, quel dio piccoletto e nero, di economia globale, di Spread, di Spending Review? Come c’è finito qua sotto? Chi l’ha precipitato in questo lugubre scantinato dell’esistenza? Qui, dove tutto ha un motivo, dove nulla si fa senza una ben precisa utilità?
Il pensiero si tuffa, improvviso, nel vuoto, sfracellandosi ripido al suolo. In un attimo torna al mio sempre più cupo lavoro, alla scuola di oggi. Debiti, crediti… l’orientamento scolastico… dai, che ridere! Voglio vedere chi consiglierebbe agli alunni, nella scuola progettata da banche, gruppi editoriali e industrie, di calcarsi un cappello nero in testa girando per strade e città con un mucchio di marionette sulla schiena. La Crescita economica, lo Sviluppo, il Domani. Bla, bla bla…
Fate bene, Signori, a continuare così. Siete sulla strada giusta. State annullando scrupolosamente ogni minima possibilità che personaggi inutili come questo, persino un tantino fastidiosi e scomodi, possano scendere ancora quaggiù, tra di noi. Continuate così, se volete che gente come lui si trasformi soltanto in un brutto e lontano ricordo. Uccidete anche gli ultimi palpiti di vita, anche gli ultimi sogni. Massacrate, per carità, il Maestro che ancora si annida in alcuni di noi. Sopprimete con cura ciò che resta del vecchio Docente. Idealista, distratto, sognatore… Annientate per sempre la curiosità, la fantasia, la voglia di cambiare qualcosa. Strangolate nel buio l’ultima domanda, l’ultima incertezza; annullate le pause, i silenzi, gli sguardi.
L’insegnante spaventato dalla burocrazia, travolto dalla paura di non timbrare il cartellino in tempo, attanagliato dall’ansia da ricorso… Questo ci vuole! Il docente-impiegato full time. Un tipo così può soltanto produrre soldatini, è evidente. Burattini, ecco sì! (Strani scherzi fa l’inconscio). Burattini, sì. Ma mai, mai più “inutili” e pericolosi burattinai. Un docente come i vostri può formare perfetti burocrati, individui sordi, sensibili al soldo soltanto, votati alla convenienza, all’utile sommo. Può azzerare alla perfezione, nei suoi ragazzi, ogni traccia di riflessione morale, riducendo tutti i loro scrupoli alla sola legalità, la vostra legalità, così come da anni sognate; quella che da decenni ci propinate attraverso un’educazione civica fredda e mnemonica, che ha preso il definitivo sopravvento sull’Etica. Perché tanto le leggi chi le fa, se non voi? Mentre la Morale, quella no. La Morale è pericolosa. La Morale costringe a riflettere. E il pensiero rende troppo, troppo liberi, accidenti!
Un sogno che si avvera, il vostro. Gettare al fuoco anche le ultime tracce di pericolosi modelli stile Mattia Pascal o Winston Smith, gli ultimi incontrollabili riflessi di bizzarre geometrie non euclidee, i residui brandelli delle disubbidienti invettive di un Thoreau… Piazza pulita di tutto ciò che diverge, che non risponde alle vostre direttive, che non si fa trascinare dai vostri fili.
Una sola precauzione vi consiglio di adottare, immaginando di parlarvi in questo strano monologo mentale che mi sto costruendo stasera; in questo fluire di strani pensieri che mi affollano la testa, ora che – pieno di commozione – sto facendo ritorno alla macchina con la mia allegra e più sollevata famiglia.
Ricordatevi sempre di portare con voi la vostra carta di credito, o il denaro, se preferite. Ricordatevene, mi raccomando. Un domani, doveste venir colti da infarto e stramazzare al suolo, doveste aver bisogno di improvviso soccorso, i vostri zelanti burattini vi scavalcherebbero inesorabili, con quella stessa freddezza, con quello stesso utilitaristico cinismo con cui ce li avete fatti allevare. Portateveli dietro, i vostri soldi. E pagateli bene.
Altrimenti nessuno di loro si fermerà mai, nemmeno un istante, a tendervi la sua gelida e anonima mano.

La pessima fine di una cattiva riforma della scuola - Girolamo De Michele

Partiamo dai contenuti della legge, così come sono articolati nel maxiemendamento presentato alla proposta di riforma della scuola. Leggete questo elenco di deleghe, che corrisponde al comma 178 del disegno di legge:
·         Riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione.
·         Riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso ai ruoli di docente nella scuola secondaria, in modo da renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione.
·         Promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità e ridefinizione del ruolo del personale di sostegno.
·         Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale.
·         Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni, al fine di garantire a tutti i bambini e le bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, nonché al fine di garantire la conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori.
·         Garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni in materia, attraverso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.
·         Promozione e diffusione della cultura umanistica, valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali, teatrali, coreutici e cinematografici.
·         Revisione, riordino e adeguamento della normativa in materia di istituzioni e iniziative scolastiche italiane all’estero.
·         Adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze.
Su tutte queste materie il governo chiede una delega in bianco per poter riformare, nei fatti, l’intera scuola senza rispondere a nessuno.
La famosa volontà di confronto, il parlamento che “si è messo in ascolto” (come ha detto Marco Rossi Doria, riciclando un’espressione di Manuela Ghizzoni), finisce davanti a questo muro: quale volontà di discussione c’è se i criteri di riforma sono tenuti nascosti nei cassetti in attesa della delega?
Dal punto di vista della forma – che in diritto è sostanza – stiamo parlando di una legge di spesa che viene portata in parlamento senza il parere della commissione, e di una richiesta di fiducia su nove deleghe. Il minimo che si possa dire, è che sarà l’occasione buona per vedere se c’è un presidente della repubblica garante della costituzione.
Tolte le deleghe, cosa resta? Ben poco: quel che c’è sembra un sacco di bella roba, e invece, come in certi mercatini in cui vai per fare l’affare e prendi una sòla, è solo fuffa. La buona sòla, appunto.
Le assunzioni
Si tratta di un obbligo giuridico a cui il governo deve in ogni caso ottemperare, pena non solo oltre centomila ricorsi, ma anche una multa dalla Commissione europea. Stiamo parlando di lavoratori che hanno maturato il diritto al contratto a tempo indeterminato.
Dicono: senza riforma non è possibile assumere. Falso: questi 160mila precari sono già interni alla scuola, lavorano ogni anno da settembre a giugno. Nel dettaglio: i posti disponibili per nuove assunzioni sono 53.037, cui si aggiungono le circa 125mila supplenze annuali attivate lo scorso anno, per un totale di 178mila posti.
Chi dice che senza riforma non si assume mente. Non a caso chi lo dice è costretto a citare, pur di avere uno straccio di fonte, quel Max Bruschi braccio destro di Mariastella Gelmini.
Francesca Puglisi, responsabile scuola nel Partito democratico, ai tempi di Gelmini chiedeva “un piano di immissioni in ruolo che preveda la stabilizzazione di quei docenti precari che stanno lavorando oggi su posti vacanti. Per quegli insegnanti lo stato paga già le ferie non godute e la disoccupazione: è per questo che diciamo che stabilizzarli non costerebbe un euro in più allo stato” (qui, dal minuto 3.30).
Fine delle classi pollaio
Le classi pollaio sono classi nelle quali gli studenti sono anche 29 o 30, nelle quali la didattica è improbabile, se non impossibile. Nelle quali sono violate le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro: in caso di terremoto, incendio, crollo o altra emergenza, quattro o cinque dei presenti non hanno la certezza di uscire in tempo (chi scrive ha vissuto tre terremoti nella sua carriera scolastica, e sa cosa vuol dire portare in sicurezza una classe giù per le scale esterne, trovandole ingombre di motorini parcheggiati “per venire incontro ai bisogni dell’utenza”, o fermare una scolaresca terrorizzata in fuga nel corridoio di un edificio del seicento).
Le classi pollaio sono state create con il Dpr 81/2009 (con l’occasione: grazie, presidente Napolitano, per aver firmato quel decreto che poteva rimandare indietro con lettera motivata, riconoscendogli il carattere straordinario di necessità e urgenza).
Questa norma non viene abrogata. Viene data facoltà di deroga al dirigente scolastico (una deroga alla deroga di una legge!); e questo non nell’ambito della sicurezza sui posti di lavoro, ma “nell’ambito dell’organico dell’autonomia assegnato e delle risorse, anche logistiche, disponibili”.
Basta che un dirigente non abbia facoltà di creare dal nulla qualche nuova aula, o che, più realisticamente, i fondi disponibili siano insufficienti, e le classi pollaio, che restano la norma, ricompaiono.
Alternanza scuola-lavoro
Cioè meno tempo per la didattica, e più per attività lavorativa gratuita sotto varie forme di apprendistato. Perché, dicono, la disoccupazione è causata non dalla crisi, ma dal mancato raccordo tra scuola e lavoro.
Così, per creare questo raccordo, cominciamo a educare gli studenti al lavoro gratuito, che fa curriculum. Dai tempi in cui don Milani pretendeva una scuola che insegnasse a leggere il contratto nazionale di lavoro nel quale sono scritti diritti e doveri, a una scuola che educa al fatto che il lavoro è un favore che ti fa il padrone.
Del resto, lo aveva detto in tempi non sospetti Renzi, che don Milani era un modello da mettere in discussione
Più soldi alla scuola
I ministri Gelmini e Tremonti hanno tolto alla scuola oltre otto miliardi in tre anni, cui vanno aggiunti circa tre miliardi all’anno dal 2012, con l’entrata a regime dei tagli. Più il blocco del contratto, e quindi dell’adeguamento del salario al costo della vita.
Quello che viene ora messo nelle casse della scuola è una minima parte di quella cifra (per di più, è anche falso che questo governo abbia smesso di tagliare fondi alla scuola). Più il blocco del contratto, e quindi dell’adeguamento del salario al costo della vita. Di tutto questo ci viene restituita una miseria, e pretendono anche di non darci voce in capitolo su soldi presi dalle nostre tasche.
La valutazione
Come ogni volta che un governo ne parla, non viene detto quale valutazione, con quali criteri, secondo quali modelli.
Il tutto, senza una sola parola di confronto – se non la menzogna degli insegnanti “che non vogliono essere valutati” – con le decine di titoli, delle centinaia di ore di convegni pubblici, delle migliaia di pagine scritte, prodotte dal mondo della scuola sull’argomento (qui, nota 9), mentre i sistemi di valutazione messi in atto in questi anni in Europa e Stati Uniti mostrano tutti i loro limiti: stiamo adottando la mela bacata che altri paesi cominciano a rifiutare, e che nondimeno ci viene offerta.
Fare una torta per riciclare le mele che stanno andando a male può essere indice di parsimonia: offrirla agli ospiti è segno di scarso rispetto.
Il dirigente-sindaco
Un preside che si avvale di poteri risalenti all’epoca fascista, come la chiamata diretta degli insegnanti: meglio chiamarlo dirigente-podestà. Che gode già ora di poteri enormi, ai quali si aggiungono il potere di assumere e, di fatto, non rinnovare gli insegnanti, e il potere di premiarne il cosiddetto merito.
E un ruolo di direzione, gestione, organizzazione e coordinamento: un Leviatano in sedicesimo, un dirigente-manager che amministra la scuola come fosse un’azienda, e attua un vero e proprio pactum subjectionis tra sé e gli altri lavoratori della scuola, cui fa da pendant la fine di ogni residuo di collegialità e di discussione pubblica.
Con buona pace della retorica sul “merito”: perché non ci vuol molto a capire che, in una situazione di semionnipotenza, non i “migliori” o “capaci” (che in genere sono invisi a chi esercita il potere), ma i più accondiscendenti e servili saranno premiati sulla base di criteri ad hoc che consentiranno al dirigente di legittimare la propria scelta, e di essere legittimato dai propri valutatori.
Lo squilibrio del balance tra diritti e doveri (che sarebbe anche scritto nella costituzione, ma tant’è…) è il segno distintivo dell’autoritarismo: e infatti il tanto reclamizzato licenziamento del dirigente incapace non trova traccia in questo testo di legge – persino il “riordino delle modalità di assunzione e formazione del dirigente scolastico” è stato cancellato.
Quanto al carattere incostituzionale dell’assunzione per chiamata diretta, Francesca Puglisi (che su quelle parole si era presentata agli elettori, ai quali deve costituzionalmente rispondere – non a Renzi, non al Pd: agli elettori), quando la regione Lombardia per prima la propose, la definì antincostituzionale (qui il video).
I finanziamenti alle scuole private
Stiamo parlando dell’ennesima capriola semantica per violare un articolo costituzionale che dice inequivocabilmente “senza oneri per lo stato”.
Si tratta nei fatti di una svendita della scuola ai privati. Con le parole dell’insegnante Giovanni Cocchi (qui, al minuto 23.55), “se passa questo, la cosa inevitabile è che ci saranno molte scuole private, poche scuole bellissime nei centri storici di alcune grandi città, molte scuole brutte e povere nelle periferie. E succederà quello che avevamo superato da decenni, quello che diceva don Milani: e cioè che il figlio del dottore farà il dottore, il figlio dell’operaio o dell’impiegato farà l’operaio o l’impiegato. È un salto all’indietro mostruoso” – almeno per chi non può lasciare la scuola di periferia per una poltrona al ministero.
Qual è stata la risposta di Renzi? Non partecipare a un programma televisivo nel quale sarebbe stato costretto a confrontarsi con questo insegnante.
Hanno delegittimato l’esercizio del diritto di critica politica costituzionalmente garantito
Renzi, il Pd, Francesca Puglisi, la ministra Stefania Giannini, il sottosegretario Davide Faraone hanno delegittimato in ogni modo possibile un movimento di protesta che rappresenta oltre l’80 per cento del mondo della scuola, per poi recitare la parte delle vittime.
Hanno cercato di ridurlo prima a movimento sindacale, riconducendo la pluralità sindacale a “un solo sindacato”, salvo trovarsene contro 23, cioè tutti; poi a specchietto per le allodole di una minoranza interna, salvo scoprire che gli insegnanti non hanno legittimato i vari Fassina come loro rappresentanti, e li hanno fischiati nella stessa misura in cui hanno fischiato Giannini, Renzi e Puglisi.
Hanno delegittimato l’esercizio del diritto di critica politica costituzionalmente garantito con termini quali “squadrismo”, “centri sociali” e via dicendo. Hanno rifiutato di confrontarsi con la Legge d’iniziativa popolare.
Sono andati allo scontro alla camera, hanno blindato le audizioni nelle commissioni, fino a impedire alla senatrice Maria Mussini, prima firmataria della legge, di trasferirsi nella VII commissione per partecipare ai lavori in senato.
Hanno ammesso come unica forma di mediazione possibile una trattativa interna alle correnti, quasi che la scuola fosse “cosa loro”. Hanno impedito la discussione in senato, prima in commissione, poi con la fiducia, in aula. Manca solo l’aula sorda e grigia, ma al peggio non c’è mai fine.
Matteo Renzi Porta a porta (al minuto 1.18.50) aveva garantito che con tre miliardi si mettevano in sicurezza le scuole. È bastato un solaio crollato su due studenti e una maestra, per scoprire che la cifra era sottostimata: di miliardi ne servono dodici. La differenza è uguale a quella tra una scuola nella quale il diritto alla vita è o non è garantito.
Matteo Renzi ha garantito la sicurezza delle scuole con tre miliardi, e non era vero: comprereste un’auto da quest’uomo? Gli dareste fiducia? E se no, perché dovremmo dargliela su una scuola usata spacciata per nuova?