venerdì 2 dicembre 2016

Anche se - Pabuda




il giorno quattro
del mese natalizio
voterò (al cosiddetto       
referendum)
quel che mi risulta
più dignitoso
per chi ancora
ha conservato un pizzico
di senso del giudizio:
crocerò
un monosillabo simpatico,
facendo bene attenzione
non contenga
due insidiose lettere –
ricorrenti fino alla noia
nel gergo tartufesco
della cosiddetta
buona educazione –:
la cigolante vocale “i”
e l’ambigua
consonante “esse”.
farò così anche se, ormai,
il grosso del danno
è stato fatto:
la dozzinale
ma chiassosa sarabanda
messa in scena
dal piazzista toscano
e dalla sua batteria
di ben pasciuti & ammaestrati
pubblicitari-ministri
e prestigiatori-“giornalisti” –
a questo punto dello spettacolo –
ha del tutto intossicato
il flaccido corpaccione
del già non molto acuto e reattivo
“popolo italiano”:
‘sta merda di…
– come chiamarlo? –
populismo pubblicitario?
qualunquismo marchettaro?
autoritarismo
plebeo-ma-aristocratico?
interclassismo
iperclassista di nascosto? 
mercantilismo parà-politico?
analfabetismo saputello? –
assunto in dosi massicce 
per via orale,
oculare, auricolare, anale
endovenosa & intramuscolare
intradermica, ipnotica
& subliminale,
sottocutanea, parenterale –
ha raggiunto, assediato
e devastato
l’avanzo minimo
di cervello metaforico
rimasto al suddetto popolo
(già ridotto, per incuria,
disuso e atrofia,
a una robina davvero piccina: 
diciamo: della dimensione…
d’una nocciola)
in grado, ormai, di pensare
a una cosa sola:
“che c’è di nuovo, di giovanile,
di fico-cool, di consegnato a casa 
senza muovere il culo
(e collo sconto promozionale)
on line da comprare?”

qualcuno scriverà NO (senza essere di destra)

Il 4 dicembre voterò no alla modifica costituzionale, perché è un regalo al mondo degli affari contro i cittadini. L’impegno di banche, assicurazioni, multinazionali e delle loro rappresentanze, per convincerci ad accettarla, né è una riprova. - Francesco Gesualdi (da qui)

Pur di votare No mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti. - Andrea Camilleri (da qui)

Per mettere mano a modifiche della Costituzione si dovrebbe aspettare il prossimo rinnovo del Parlamento e un prossimo governo che affermi nel suo programma elettorale di volerla cambiare. Allora avrebbe titolo, mentre questo in carica: no.
Il riformismo un tempo aveva una tradizione e un progetto ideale. Opponeva alle rivoluzioni del 1900 una via diversa per raggiungere traguardi di uguaglianza. I riformisti sapevano fare le riforme.
Oggi la utile e ben intenzionata riforma della pubblica amministrazione è stata appena cancellata dalla Corte Costituzionale. Evidentemente era male impostata. Se ne ricava che oggi i riformisti non sanno scrivere le riforme. Se ne ricava che questo governo in carica non ha titolo per usare la parola riforma per le trasformazioni della Carta Costituzionale. - Erri De Luca (da qui)


non facciamoci incantare dal ritornello sul cambiamento a sostegno del Sì. Come accaduto per «riforma», parole che avevano un valore positivo si sono trasformate da tempo nel loro contrario. Il cambiamento d’altronde non è un valore in sé, bisogna sempre verificare se si tratta davvero di un miglioramento. La Restaurazione o la conquista del potere da parte di Hitler o dei talebani rappresentarono certamente dei cambiamenti, ma difficilmente qualcuno li considera come dei progressi. Sono almeno venticinque anni che in Italia in nome del cambiamento si torna indietro. - Maurizio Acerbo (da qui)

Tutto quello che il governo Renzi ci ha raccontato della sua controriforma è falso - Alessandra Daniele
“Questa riforma supera il bicameralismo”.
Falso.
Il Senato non viene abolito, ma trasformato in una lobby dalle competenze arbitrarie, e dai componenti non più eletti dai cittadini, ma nominati dai partiti…(continua qui)

Il mio cammino personale è al termine, e dunque non ho nulla da temere ma temo per questi giovani di oggi. Altro che lavoro come diritto, salario dignitoso, istruzione elevata. E il rischio, in tanta frustrazione, è la possibilità che vengano cacciati in nuove avventure. Ho negli occhi le manifestazioni giovanili per la guerra in Germania e in Italia nel 39 e nel 40, pagate poi con la catastrofe loro e di tutti. Le organizzavano i fascisti, ma trascinavano i molti. E non credo eccessivo l’allarme quando al fanatismo della setta dell’ISIS si risponde con il fanatismo antimusulmano nelle manifestazioni con Trump. O con il fanatismo antiimmigrati di certi ceffi nostrani o di quel paesino di una terra che fu rossa.

Sono solo i sintomi piccoli e grandi di una malattia che si aggrava. Mai come oggi è necessario il massimo di garanzie. Salvare la Costituzione è indispensabile, anche se non basta. Si dice che chi difende la Costituzione è un passatista. E lo dicono questi nuovisti che hanno combinato solo guai. L’attacco alla Costituzione è in realtà una volontà di ritorno al passato, quando chi comandava era sicuro di non essere disturbato. Oggi dire di no è il migliore modo di dire di sì all’avvenire, è l’unico modo di tenere aperta le porte alla speranza. - Aldo Tortorella (da qui)

In Italia due giovani su cinque sono disoccupati; il Prodotto interno lordo (Pil) sta a mala pena recuperando il livello di 15 anni fa (a prezzi costanti); i nuovi iscritti all’università sono diminuiti del 20% dal 2004 al 2015 (da 335 a 270.000 immatricolazioni); rispetto al Pil i fondi per la ricerca e l’innovazione sono meno della metà di quelli tedeschi e austriaci e quasi un terzo di quelli svedesi e finlandesi; l’analfabetismo di ritorno cresce; il paese si deindustrializza; la produttività per lavoratore diminuisce; la corruzione si mangia 60 miliardi di euro l’anno secondo le stime più prudenti, mentre l’evasione fiscale ne fa sparire 90 miliardi; per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale la speranza di vita degli italiani non si allunga ma si accorcia.
In questo panorama, il sistema politico disquisisce da più di un anno sulla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 4 dicembre. Nessuno dei drammatici problemi che ho appena elencato è affrontato da questa riforma, né è immaginabile che la modifica della natura di uno dei due rami del parlamento (perché è questa natura che viene “riformata”) possa prendere di petto i problemi del malgoverno e del declino italiano.
Eppure nella stampa e nella radiotelevisione degli altri paesi europei (con la notevole eccezione del settimanale britannico The Economist) questo referendum è visto come una scadenza decisiva, addirittura come un rito di passaggio, allo stesso titolo, e con la stessa rilevanza per i destini dell’Europa, del voto sul Brexit inglese o delle elezioni presidenziali francesi nella prossima primavera. Il primo mistero da spiegare è proprio questo: la rilevanza epocale attribuita a un voto tutto sommato pretestuoso. È come se mass media e cancellerie europee stessero prendendo una cantonata, questa sì epocale. Intanto fraintendono la natura del voto. Non c’è da un lato un voto “di sistema” e dall’altro un voto “populista”, a meno di non ritenere che più dei due terzi del parlamento italiano siano eletti da cittadini “populisti”. Il No alla riforma costituzionale può vincere e non succederà un bel nulla: gli italiani, contrariamente a quanto si vuol fare credere, non voteranno sull’Italexit. Per cui colpisce fuori dal vaso la “campagna panico” che i grandi poteri finanziari stanno conducendo, con Wall Street Journal  e Financial Times che predicono catastrofi indicibili, uscita dall’euro, crollo del sistema finanziario, in caso di vittoria del No. L’idea di vincere minacciando future apocalissi si è già dimostrata un errore nel caso del Brexit, ma è del tutto fuori luogo per questo referendum italiano in cui la posta in gioco non riguarda affatto l’economia. Come scrive l’Economist, “gli italiani non dovrebbero esser sottoposti a ricatto”.
Il misunderstanding dell’Italia ha una lunga storia all’estero. Prendiamo il radicato luogo comune secondo cui il sistema politico italiano sarebbe instabile. Questo stereotipo sarebbe dimostrato dai 52 diversi governi che si sono succeduti dal 1946 (quando fu fondata la repubblica) fino al 1994. Ma in realtà questi 52 governi hanno mantenuto al potere sempre lo stesso partito, la Democrazia cristiana; e i vari cambiamenti di governo consistevano solo in un via vai degli stessi uomini da una poltrona all’altra, tanto che vi furono ben otto governi presieduti da Alcide De Gasperi, mentre Aldo Moro, Giulio Andreotti e Mariano Rumor ne presiedettero ognuno cinque e Amintore Fanfani quattro. Da questo punto di vista si può dire che nessun sistema politico europeo è stato tanto stabile quanto quello italiano: in nessun altro paese infatti il potere è stato detenuto da uno stesso partito ininterrottamente per tutta la guerra fredda (solo il Giappone ha conosciuto un destino uguale).
Un altro fattore d’incomprensione è la magica parola “semplificazione”, secondo cui la democrazia (come l’eguaglianza sociale) sarebbe intrinsecamente inefficiente. È un’idea che risale a un celebre rapporto del 1975 redatto da Samuel Huntington (quello dello “scontro di civiltà”), e commissionato dalla Commissione Trilateral. C’è soggiacente una visione militaresca del modo di funzionare delle società, che però non ha alcun fondamento (si sono viste democrazie e dittature sia efficienti che inefficienti), ma è una sorta di utopia disciplinare in cui tutto il mondo è riplasmato a immagine e somiglianza dell’industrioso e docile popolo di Singapore. In questa chiave, la riforma costituzionale sottoposta a referendum sarebbe il fattore che semplifica il sistema politico italiano permettendo decisioni rapide ed efficienti, approvando le leggi con maggiore snellezza. Però così si dimentica che è con la costituzione esistente che l’Italia ha conosciuto negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso i decenni di maggiore crescita economica, un vero e proprio boom che non parve affatto frenato dalla “democraticità” del sistema politico.
Non solo, ma contrariamente al luogo comune, il parlamento italiano approva troppe leggi, è afflitto da un eccesso di efficienza legislatrice, per cui poi i cittadini devono imparare a fare lo slalom o il surf fra una miriade di leggi e leggine spesso in contraddizione tra di loro, gonfiando a dismisura l’apparato giudiziario fino a ridurlo alla quasi paralisi: una causa civile nei suoi tre gradi dura in media 8 anni e 7 mesi, e l’Italia è al 157° posto (su 183 paesi) per la durata dei procedimenti e per l’inefficienza della giustizia, preceduta da Togo, Isole Comore, Indonesia e Kosovo. 
Se le cose stanno così, ci si chiede come mai, negli ultimi due anni l’attuale governo presieduto da Matteo Renzi abbia trascurato tutte le questioni vitali per il paese e si sia concentrato solo sulla riforma costituzionale, accompagnata da quella elettorale. Da quando c’è Renzi, la lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’agenda politica del governo, proprio come ai bei tempi di Silvio Berlusconi: e proprio come lui, anche Renzi ha sbandierato agli elettori creduloni il miraggio del ponte sullo stretto di Messina. Il fatto è che la quasi abolizione del Senato va pensata insieme alla riforma del sistema elettorale, riforma grazie alla quale, visto il tasso di astensione che ormai si aggira regolarmente sul 35 %, basterà a un partito ottenere il consenso del 17-20 % degli elettori italiani per detenere il 54 % dei seggi di un parlamento le cui candidature sono decise a tavolino da una opaca leadership partitica.

Contrariamente a quel che sostengono Wall Street Journal e Financial Times, ma anche Deutschland Funk, una delle ragioni che spingono a votare No a questo referendum è che se vincesse il Sì, basterebbe a un partito “populista” raggiungere il 25-30% dei voti espressi per esercitare un potere quasi assoluto. Come ha scritto l’Economist, di uomini forti l’Italia ne ha avuti anche troppi (e il regime mussoliniano non fu particolarmente efficiente, anche se si vantava, a torto, di far arrivare i treni in orario). - Marco D'Eramo

Né buoni né cattivi, ma manifestanti che lottano per un mondo migliore - Antonello Tiddia


“I Buoni e i cattivi “ è un album musicale del 1974 di Edoardo Bennato che ascoltavo da adolescente, mi ricordo soprattutto le canzoni “Un giorno credi” e “In fila per tre”. Leggendo in questi giorni giornali e articoli sui social e sentendo i Tg , in merito alla manifestazione antimilitarista di Capo Frasca ho sentito e letto un sacco di sciocchezze. Il gioco è sempre lo stesso da anni: cercare di dividere il movimento in buoni e cattivi con la solita tattica del “divide et impera”.
Personalmente a Capo Frasca ho visto un gruppo variegato di diverse età che si è presentato alla manifestazione con un unico obiettivo comune: la chiusura delle basi militari in Sardegna, in Italia e in tutto il mondo, con la bonifica dei rispettivi territori .
I mass–media hanno messo in rilievo il lancio di sassi da parte dei manifestanti violenti, senza fare nessun accenno sulle manganellate date gratuitamente dalla forze del disordine. Io reputo che tutti i manifestanti meritino un grande rispetto , ognuno ha risposto con le proprie pratiche, sia lanciando coriandoli o fiori o rispondendo in modo diverso alle manganellate .
Ripeto, non esistono “ I buoni e i cattivi “ , non cadiamo in questo tranello.
A Capo Frasca ho visto tanta solidarietà: compagni battersi da leoni per evitare che qualche compagno fosse prelevato dalla Digos, compagni che si sono presi i colpi pur di difendere il resto del corteo .
Il movimento è maturato tantissimo e questo conferma che la strada intrapresa è quella giusta .
Mi chiedo: “Tagliare le reti che delimitano una base militare è più grave di tenere le persone sotto controllo e impaurirle?”
Con la crisi economica che ci affama tutti, indistintamente, il potere politico gioca la carta dell’emergenza-sicurezza per distrarre l’opinione pubblica dalle vere emergenze quotidiane: disoccupazione, difficoltà ad arrivare a fine mese, precarietà, incertezza del futuro.
Per scaricare le frustrazioni collettive vengono individuati i bersagli più facili: gli immigrati e, più in generale, i poveri diventano il capro espiatorio per tutto ciò che va male.
Anche il mondo del lavoro viene colpito dalla repressione governativa con gli attacchi al diritto di sciopero. Alla faccia della retorica sui morti sul lavoro e sulla mancanza di tutele.
Nel frattempo, i politicanti continuano a vivere nei loro privilegi e i padroni continuano a speculare sulla pelle dei lavoratori e della povera gente.
Dietro la cortina di fumo della sicurezza si nasconde una realtà durissima: il paese è devastato e la sua classe politica alimenta questo disagio, fomenta le guerre fra poveri e il disordine dell’ingiustizia sociale.
La crisi non è un incidente di percorso ma il risultato più naturale del capitalismo, un sistema economico assassino e ingiusto che dimostra ogni giorno di più la sua ferocia.
Lo stato e tutte le articolazioni del potere hanno un solo obiettivo: difendere gli interessi dei ricchi e perpetuare il loro dominio sulla società.
Non tutto è perduto se apriamo gli occhi e ci svegliamo dal torpore.
I veri nemici non sono gli immigrati, ma quelli che ci umiliano ogni giorno con contratti da fame, con pensioni vergognose, con lo sfruttamento mascherato da flessibilità.
I veri nemici non sono i poveri o i senza casa, ma quelli che fanno affari miliardari con la speculazione finanziaria alla faccia dei lavoratori e in barba all’economia reale ridotta al collasso.
I veri nemici non sono quelli che manifestano per la libertà di tutti, ma quelli che scatenano la paura per poi reprimere e perseguitare in nome della loro libertà di comandare meglio.
In questi tempi in cui le menzogne sono pane quotidiano, dire la verità è un atto rivoluzionario.
Dalle notizie che arrivano dalla stampa si parla di 80 denunce per la manifestazione di Capo Frasca , naturalmente il tutto non spaventa nessuno. Contro tutti questi eventuali provvedimenti la risposta vera e forte che si può dare è continuare a lottare.
LE DENUNCE NON FERMERANNO LA LOTTA!
NESSUNA PACE PER CHI VIVE DI GUERRA !

(*) tratto da http://www.pane-rose.it


Tra me e il mondo – Ta-Nehisi Coates

Ta-Nehisi scrive al figlio (Samori), di 15 anni, una lunga lettera, nella quale racconta una storia, di oggi e di ieri, finalmente la storia raccontata dalla parte dei vinti, dove quelli che vengono osannati come eroi sono spesso assassini.
Ta-Nehisi racconta a Samori la paura, l’ingiustizia, la violenza, Samori già conosce tutto questo, ma il padre disegna un quadro nel quale tutto ha una spiegazione, svela il peccato originale, che si ramifica e che opprime i neri.
Questo libro noi lo intuiamo, lo capiamo con gli occhi e la testa, ma non con tutto il corpo.
Un ragazzino palestinese di 15 anni sì che lo capirebbe tutto, gli ultimi e gli oppressi lo capirebbero molto meglio di noi.
Eppure, noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, dobbiamo leggere questo libro, e provare a capire.


può essere utile e importante la lettura di due libri:
Una domenica in cella, di Patrick Chamoiseau (qui)
e
Le mie stelle nere, di Lilian Thuram (qui)

Il titolo nasce da una poesia di Richard Wright (qui)

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Strange Fruit - Billie Holiday 




Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,

The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,

For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

Uno strano frutto
Gli alberi del Sud danno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Neri corpi impiccati oscillano alla brezza del Sud,
Uno strano frutto pende dai pioppi.

Una scena bucolica del valoroso Sud,

Gli occhi strabuzzati e le bocche storte,
Profumo di magnolie, dolce e fresco,
Poi improvviso l’odore di carne bruciata.

Ecco il frutto che i corvi strapperanno,

Che la pioggia raccoglierà, che il vento porterà via,
Che il sole farà marcire, che gli alberi lasceranno cadere
Ecco uno strano ed amaro raccolto.


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Tra me e il mondo - Richard Wright
E all’improvviso una mattina nel bosco mi sono imbattuto
nella cosa,
Mi ci sono imbattuto in una radura erbosa con querce rugose
ed olmi a sentinella.
E sono emersi i particolari anneriti dello scenario, ficcandosi
tra me e il mondo…
C’era il disegno di ossa bianche sonnacchiose dimenticate
su un cuscino di ceneri.
C’erano poi i resti carbonizzati di un arboscello che puntavano un dito mozzo e accusatorio verso il cielo.
C’erano i rami strappati, le piccole vene di foglie bruciate, e
il rotolo bruciacchiato di corda unta;
Una scarpa vacante, una cravatta vuota, una camicia strappata, un cappello solitario e
un paio di pantaloni macchiati di sangue nero
E sull’erba calpestata bottoni, fiammiferi spenti,
cicche di sigarette e sigari, bucce di noccioline, una
fiaschetta svuotata di gin, e il rossetto di una puttana;
Tracce sparse di catrame, piume e penne svolazzanti nell’aria e l’odore persistente di benzina.
E nell’aria mattutina il sole versava stupore giallo
nelle orbite svuotate del teschio impietrito…
E mentre me ne stavo lì la mia mente raggelata da una pietà fredda per quella vita andata.
La terra mi afferrò per i piedi e attorno al mio cuore si innalzarono le mura ghiacciate della paura –
Il sole si spense nel cielo; 
il vento notturno borbottava tra l’erba e scompigliava le foglie tra gli alberi; 
il bosco risuonò del latrato affamato dei mastini; 
le tenebre urlavano con voci assetate; 
e i testimoni si levarono e presero vita.
Le ossa riarse si mossero, agitandosi si alzarono 
per fondersi alle mie ossa.
Le ceneri grigie si trasformarono in carne soda e nera, 
ed entrarono nella mia carne.
La fiaschetta del gin passata da bocca in bocca; 
i sigari le sigarette si riaccesero, 
la puttana si imbrattò di rossetto le labbra,
E migliaia di facce mi turbinarono attorno, insistendo a gran voce che venisse arsa la mia vita…
E poi mi presero, mi denudarono, schiacciandomi in gola
i denti fino a quando non inghiottii il mio proprio sangue.
La mia voce annegò nel ruggito delle loro voci, 
e il mio corpo nero bagnato scivolava 
e rotolava nelle loro mani mentre mi legavano all’arboscello.
E la mia pelle si attaccava alla catrame bollente, 
che mi si staccava di dosso in mucchietti flosci.
E le piume e le penne bianche si affondarono appuntite
nella mia carne sanguinante e si levarono i gemiti della mia agonia.
Poi una misericordiosa frescura sorprese il mio sangue, il battesimo della benzina.
E in una vampa rossa balzai verso il cielo mentre il dolore si alzava come acqua, bollendomi gli arti.
Ansimando, scongiurando mi aggrappai come un bambino mi aggrappai ai roventi fianchi della morte.
E ora non sono che ossa riarse e la mia faccia un teschio impietrito che fissa con giallo stupore il sole…
da qui

giovedì 1 dicembre 2016

Siamo in trappola. Cosa possiamo fare? - Franco Berardi Bifo


Non so a voi ma a me questo referendum mi dà un po’ di angoscia senza esagerare, intendiamoci. La vita mi sorride abbastanza, ma un po’ di angoscia questo referendum me la dà. Le ragioni sono molteplici e cerco di raccontar(me)le. I miei amici litigano fra loro astiosamente, si arriva al punto che qualcuno cancella da Facebook quelli che votano sì, o quelli che votano no. Potrei anche sopportarlo, se si trattasse di una disputa che davvero ci riguarda. Che ne so, se qualcuno votasse a favore del licenziamento degli operai dissenzienti di Pomigliano, se qualcuno votasse a favore della guerra di George Bush e Dick Cheney, beh allora d’accordo, io con un tipo così non ci voglio aver nulla a che fare, che vada a farsi fottere.
Ma qui mi pare che siamo tanto rissosi per la semplice ragione che siamo insicuri, non crediamo davvero a questo referendum a questo sì e a questo no, perciò alziamo tanto la voce, e ci ripetiamo che la costituzione non si tocca oppure che bisogna toccarla eccome.
Chi (come me) vota No non può non sapere che sta votando come Gianfranco Fini, e che se il No è maggioritario si va presto a nuove elezioni in un clima drammatico di collasso finanziario in cui vincitori probabili saranno razzisti ininterrotti come Salvini o razzisti a giorni alterni come Grillo. Chi vota Si non può non sapere che sta rafforzando il potere di un ammiratore di Tony Blair, criminale di guerra, e sta rafforzando il governo del voucher, non può non sapere che una riforma della costituzione non dovrebbe assolutamente essere varata da un governo che non è stato eletto da nessuno, e non può essere imposta alla metà del corpo elettorale.
Chi vota sì non può non sapere che una riforma costituzionale di questo genere spacca per sempre il paese, senza speranza di tornare indietro.
Il fatto è che questo referendum è una trappola costruita da un furbetto che era convinto di stravincere e avere poi tutto il potere con cui asfaltare del tutto i diritti dei lavoratori. Ma siccome il furbetto non è poi così intelligente come fa finta di essere ha fatto male i conti e a un certo punto si è reso conto che non siamo tutti come Letta a cui si può dire “Enrico stai sereno” che ti frego il posto appena ti volti. Una buona parte della popolazione ha deciso di non aspettare serenamente, e di votare no.
I contenuti di questa riforma sono risibili dal punto di vista specificamente costituzionale: nessuno può pensare davvero che il bicameralismo è il problema principale di un paese in cui gli studenti che vogliono studiare vanno all’estero, nessuno può credere che il risparmio di qualche spicciolo per i senatori sarà decisivo per le sorti economiche di un paese che ha perduto un quarto del sistema industriale negli ultimi dieci anni a causa del Fiscal compact e del debito che più lo paghi e più cresce. Questa riforma costituzionale miserella serviva nelle intenzioni del furbetto a sbaragliare ogni opposizione alla riforma vera, che è la riforma interminabile del mercato del lavoro, la privatizzazione infinita l’impoverimento illimitato della società (su questo tema vale la pena rileggere Come pensa la classe dominante di Raúl Zibechi, ndr).
Purtroppo il referendum è una trappola che scatterà in ogni caso. Se vince il sì la società è sbaragliata, e Marchionne ha vinto per sempre. Se vince il No si spalanca un abisso di instabilità finanziaria e politica. Ma se ci penso meglio poi mi rendo conto del fatto che se invece vince il sì l’abisso è solo rimandato di qualche mese, e in qualche mese lo spostamento a destra dell’elettorato è destinato ad accentuarsi.
È meglio saperlo, è meglio dirlo, invece di alzare la voce e cancellare gli amici. Siamo in una trappola, e la sola cosa che possiamo fare è impedire la (provvisoria) stabilizzazione del governo di un tizio che ammira il criminale di guerra Tony Blair e lo schiavista Marchionne.
Siamo in una trappola, e la sola cosa che possiamo fare è prepararci in ogni caso al peggio, e lavorare a un lungo periodo di ricostruzione della prospettiva europeista e anti-finanzista.
Siamo in una trappola, e la sola cosa che possiamo fare è non comportarci come i polli di Renzo Tramaglino, evitare di rompere amicizie in nome di una sconfitta in ogni caso assicurata.
L’inimicizia tra sconfitti (e lo siamo tutti, in ogni caso) è la peggiore delle cretinate.

mercoledì 30 novembre 2016

Considerazioni sulla morte di Fidel Castro - Karim Metref



É morto Fidel!
Aldilà di ogni giudizio sulla persona e sull’opera, ricevere questa notizia per me è come sapere della morte di un parente… lontano, ma parente comunque. Un modello. Un modello d’infanzia che crescendo si finisce per vedere nella sua dimensione umana con pregi e difetti.
Fidel per me è stato un “compagno”. Un compagno d’infanzia. Ci sono quelli cresciuti con storie di Sandokan, quelli cresciuti con storie fantastiche,  fantascienza… Io pur avendo letto di tutto da piccolo, posso dire senza mentire che sono cresciuto a pane e leggende dei leader socialisti.
Mio nonno, mio padre, i miei fratelli, vari miei cugini… tutti erano ammiratori di Lenin, di Mao, Guevara e Castro, Ho Chi Minh e Giap.
La nostra libreria era piena zeppa di propaganda delle repubbliche socialiste, tutte. Più tardi i discorsi del Leader Maximo, incisi su dischi di vinile morbidi allegati alle riviste cubane, mi saranno molto utili per lavorare la mia pronuncia per le lezioni di spagnolo al liceo. Ma da piccolo, dopo cena, nella stanza di mia nonna, si parlava di tutto: della vita, della famiglia, delle storie degli antenati… ma anche della resistenza del popolo russo durante l’assedio di Leningrad. Delle gesta del Marechal Jukov. Dell’avanzata di Mao su Pechino. E dell’entrata dei Barbudos a Santa Clara, dell’umiliazione dei contro-rivoluzinari e della Cia alla Baia dei Porci e della fuga in catastrofe dei Marines da Saigon…
Per noi queste storie erano la vendetta dei poveri sui ricchi. Gli indiani che finalmente riuscivano a mandare in inferno i cowboy con i loro maledetti cappelli che non volano mai via, i loro cavalli instancabili e le loro pistole che non si svuotano mai.
Che emozione quando veniva il Che o Fidel ad Algeri. Non ero ancora nato quando Guevara visitò Algeri per la seconda volta nel 1965. Ed ero molto piccolo nel 1972 quando arrivò Fidel. Non avevamo ancora la tv a casa ma questi eventi animarono le discussioni per anni. Il racconto della visita del Leader cubano ci fu raccontato varie volte da mio padre, che mescolava le letture della stampa ufficiale con le voci che giravano tra la gente. É così che ci raccontò ad esempio come Fidel falsò compagnia alle guardie del corpo del presidente Houari Boumedienne per farsi un bagno di folla da solo. «Le guardie lo ritrovarono- diceva mio padre- in una viuzza della Casbah, intento a chiacchierare e a farsi abbracciare dalla gente che lo accoglieva come un eroe, come un fratello». Il popolo cubano, come quello algerino aveva affrontato una grande potenza militare e ne era uscito a testa alta. Eravamo “popoli vincitori”, almeno così credevamo allora.
Per tutte queste ragioni sento la morte di Fidel come la perdita di un parente. Un parente lontano ma importante. Uno di quelli che nonostante la distanza, contano nella famiglia. Uno considerato da piccoli come un eroe, un modello assoluto, e che poi crescendo si è imparato a guardare con occhi più critici. Tentando di separare il buono dal cattivo.
Fidel è un uomo che si è ribellato all’ingiustizia e ha fatto il suo possibile per sconfiggerla. Ribellarsi con le armi in mano non è il miglior modo di affrontare l’ingiustizia. Ma è sempre meglio che stare in silenzio, meglio della sottomissione. Questo lo diceva anche Ghandi. “Di un ribelle violento posso fare un combattente nonviolento, ma di un codardo non saprei fare nulla.”
Fidel affrontò l’ingiustizia e fece quello che poteva, quello che sapeva… per far finire l’oppressione Ma contrariamente al “Ché”, lui ha dovuto poi governare il paese liberato. Il “Ché” fece il rivoluzionario puro e cercò di farlo «senza perdere l’umanità». E effettivamente non la perse mai, la sua umanità, ma in cambio perse la vita. Lasciando il quesito ancora in sospeso: “si può fare la guerra e vincerla senza perdere l’umanità?”
Il quesito al quale invece la Storia ha risposto più di una volta e senza equivoci è: “Si può tenere il potere con la forza senza perdere la propria umanità?” Questo è ormai chiaro. “Il potere corrompe. E il potere assoluto corrompe assolutamente” per dirla sempre con Gandhi.
Che strumenti abbiamo noi per giudicare l’operato di Fidel Castro a Cuba? I media. Quelli  occidentali che lo odiano a morte e quelli amici che lo idolatrano. É dall’epoca della vittoria castrista a Cuba che siamo divisi tra notizie che lo vogliono demonizzare e altre che lo vogliono divinizzare. Tifoserie opposte che vedono nell’isola, ognuna, solo li aspetti che fanno comodo a la loro versione.
Prima della rivoluzione, Cuba era il casinò e il casino degli USA. La mafia la faceva da padrona. Il popolo era schiacciato e ridotto alla fame sotto il peso della dittatura sanguinaria di Fulgencio Batista. Se la rivoluzione ha avuto il successo folgorante che ha avuto, delle ragioni ci sono, che ne dicano i nostalgici di quella epoca e delle sue belle feste nei locali dell’Avana.
Oggi, sono passati 57 anni da quel primo gennaio 1959 quando i ribelli “barbudos” del Movimento del 26 Luglio (M26-7) entrarono alla Havana. In esilio c’è ancora molta gente. Molte ragazze e ragazzi cubani si prostituiscono ancora. Non ci sono elezioni libere, poca libertà di espressione. I fratelli Castro regnano ininterrottamente da quel lontano 1959…
Dall’altra parte, comparato a tutti i paesi della regione Centro Americana, Cuba è il paese che offre la miglior qualità dell’educazione, della sanità e di ridistribuzione delle poche ricchezze prodotte dal paese. Chi si prostituisce oggi non lo fa più per sopravvivere ma perché nel mondo globalizzato avere un buon telefonino, dei vestiti firmati sono diventati bisogni che molti considerano essenziali. Il cibo scarseggia ma quello necessario per stare in salute ce l’hanno tutti. La corruzione c’è ma non ha niente a che fare con i livelli presenti nei paesi vicini. Nessuna traccia di organizzazioni malavitose importanti. E la povera isola di Cuba si permette persino di mandare aiuti umanitari, fatti non di cibo o medicine ma di personale medico e paramedico e di insegnanti di altissimo livello, a paesi che sono cento volte più ricchi in risorse naturali e non subiscono nessun tipo di embargo.
Che a Cuba ci sono oppositori in carcere, a raccontarcelo sono soprattutto alcuni oppositori che lo scrivono dietro pagamento su tutta la stampa del mondo… e che non stanno in carcere. Quindi forse tutto non è proprio così come lo raccontano. Cuba non è il paradiso che raccontano i “castristi” di tutto il mondo ma nemmeno l’inferno che racconta la stampa dei potenti.
Cuba oggi è un paese del cosiddetto terzo mondo. Ha poche risorse, produce poco Pil. Come molti altri ha un regime autoritario. Molti problemi sociali e politici. Ma meglio di molti altri (forse meglio di tutti) ha investito sulla salute e sull’educazione dei suoi figli. A me non sembra poco.
E credo che è su questa base che si può giudicare il principale artigiano di questa situazione. Come un uomo politico che ha preso il potere con la violenza contro un regime violento e ingiusto. Un uomo che ha subito pressioni enormi e che nello stesso tempo non ha potuto, non ha voluto o non ha saputo sottrarsi al gioco delle parti durante la guerra fredda. Un uomo che ha scelto di tenere saldi i redini del potere e di opporre un regime autoritario e militare a varie forme di aggressioni sia dirette che indirette, sotto forma di embargo e complotti vari.
Non aveva scelta? Questo non è vero. Si ha sempre la scelta? Io non credo che la sorte di tutto un popolo possa mai dipendere da un solo uomo o da un solo gruppo di uomini. Ma nello stesso tempo, bisogna dirlo, la scelta che si presentava nell’immediato era spesso tra tenere il potere in mano o lasciare il paese in mano alle mafie di Miami.
Alla fine quello che è morto ieri è un uomo. Un grande Uomo. Uno di quelli che hanno fatto la Storia. Un uomo che io credo mosso alla base da sani principi di giustizia. Ma pur sempre un uomo. Con le debolezze di ogni umano. Uno che arrivato al potere si è preso forse un po’ troppo sul serio e si è creduto indispensabile. Malattia che colpisce molti leader carismatici, soprattutto quelli che conquistano il potere con la violenza.
Ma dire oggi  “è morto un dittatore” cosa vuol dire? Se questo è solo una valutazione tecnica e significa “è morto il leader di un paese senza funzionamento riconosciuto internazionalmente come democratico”, allora è vero. Ma se questo vuol dire “è morto un uomo malvagio”, allora bisognerebbe specificare  il “perché”, il “come” e soprattutto il “quanto”.
È forse morto un uomo più malvagio degli uomini politici che regnano sulle principali “democrazie” del mondo?
È forse più malvagio di Clinton, Bush e Obama che hanno ridotto il Medio Oriente intero in cenere per avere controllo sul petrolio?
É forse più malvagio dei presidenti francesi che hanno ridotto l’Africa in cenere per pagare i costi della loro bella democrazia?
É più malvagio dei leader del mondo che giocano con la sorte di milioni di profughi e migranti come fossero semplici palline in un macabro gioco del ping-pong?
È più malvagio dei leader, democraticamente eletti o no, che trasferiscono le ricchezze dei loro paesi verso i paradisi fiscali, lasciando i loro fratelli morire di fame e di malattie?
È più malvagio di chi fomenta guerre per far funzionare l’industria bellica o di chi crea le crisi per arricchire le banche?
Diteci quanto è malvagio questo uomo che è morto ieri. Facciamo una scala ragionata degli atti malvagi dei leader del mondo e vediamo come sarà classificato Castro. Fin che questa graduatoria della malvagità non sarà fatta, lasciatelo riposare in pace.
Io che non credo più negli eroi da tempo, preferisco salutare un’ultima volta, con rispetto, l’uomo. Un Uomo che per opporsi all’ingiustizia del mondo ha scelto una via, che io considero sbagliata, quella della violenza. Ma comunque uno che ha preso il proprio coraggio e le proprie responsabilità in mano e ha fatto qualcosa. Qualcosa che nelle intenzioni era giustizia. E che qualche volta ci è andato molto vicino, qualche volta se n’è allontanato proprio. Com’è normale che succeda al semplice essere umano che era, dopo tutto.
(Pubblicato inizialmente sul sito del Centro Sereno Regis)