sabato 23 settembre 2017

Linguaggi, migranti e maschilismo

conversazione di Paola Del Zoppo con Chiara Saraceno


Il 20 luglio l’Espresso online ha pubblicato una breve intervista alla sociologa Chiara Saraceno dal titolo accattivante: Il maschilismo è ormai sdoganato. Nell’intervista, alla professoressa Saraceno veniva chiesto di intervenire su una molteplicità di interrogativi contemporanei, con un chiaro filo conduttore in trasparenza: la violenza contro le donne. Erano i giorni delle “ombrelline” dello stupro di gruppo definito una bambinata, e di lì a poco del “Dipartimento Mamme”, e la discussione sulla parità si incentrava sulla formazione delle giovani generazioni, sul riconoscimento delle piccole discriminazioni e sulla – gravissima – situazione di sessismo diffuso dai media, dove ancora il corpo delle donne è strumento di segregazione, sottomissione, supremazia dello sguardo maschile e, di conseguenza, del sistema patriarcale e maschilista. Chiara Saraceno toccava inoltre il problema degli altri paesi, ad esempio la Germania, e la problematica del linguaggio sessista e categorizzante che dai media e dai social si diffonde nelle interazioni microsociali, e viceversa. L’accusa di Chiara Saraceno è chiara e diretta: «Il maschilismo è sdoganato. E la battaglia è sempre più difficile perché si nutre della presunzione che in fondo alle donne vada bene così. Che per il fatto di essere libere di agire, di vestire, di determinarsi, in fondo accettino come del tutto normali comportamenti maschilisti: “Non facciamo drammi, che sarà mai”, è l’atteggiamento che si sta facendo strada. Come dire: sarebbe bello che certe cose non accadessero, ma le vere tragedie sono altre».
L’intervista dell’Espresso però, sembra assottigliare e ridurre alcune problematiche, e ha provocato delle reazioni non sempre positive, soprattutto per l’interpretazione di espressioni a loro volta “categorizzanti”, che non restituivano la giusta profondità di pensiero alla studiosa, e che rischiavano di essere controproducenti rispetto al messaggio che Chiara Saraceno intendeva trasmettere. Alcune perplessità si sono trasferite anche sulle bacheche social. In particolare ha colpito l’idea che esistano delle “culture migranti”: coloro per cui si è scelta ormai la definizione “migranti” sono spesso persone che non hanno la possibilità di vivere una vita dignitosa o che rischiano di non sopravvivere o di essere uccisi nei loro luoghi di provenienza, e non persone che presentano tra i loro core values l’attitudine allo spostamento. O anche l’affermazione che “nell’Africa subsahariana le donne non contano niente”, affermazione che andrebbe “etnorelativizzata”. Ci sono, insomma, molte questioni che nell’articolo andrebbero approfondite. Il problema si è generato probabilmente per l’adesione a uno “stile” ormai comune di intervista, al modo frettoloso di trattare i temi sui giornali, sui giornali online e poi sui social, dove spesso le bacheche fungono da camere d’eco e non da luoghi di discussione. Troviamo, nel dialogo con Chiara Saraceno, questioni fondamentali di questi giorni di fine estate: la critica alle frasi – strumentali – di Debora Serracchiani e la questione culturale e transculturale, che, appunto, riguarda anche la nostra “cultura italiana”, l’ambivalenza di questo nostro sessismo “liberale” è la condizione di effettiva sottomissione e categorizzazione della donna in Italia e in altri paesi cosiddetti occidentali. A proposito di attenzione al linguaggio, un termine a cui bisognava fare particolare attenzione è “disagio” con riferimento al mondo lgbt, perché si può intendere che la transessualità e l’omosessualità siano in sé disagi, mentre il disagio è creato dalla società che non accetta ciò che non è nel sistema. Tra gli interventi quello di Giuliano Lozzi, uno studioso di Gender e Queer Studies, che commenta: “l’uso del termine “disagio” […] è diventato consueto del vocabolario di alcune donne che si occupano da anni di diritti delle donne. Sicuramente esiste un fattore di semplificazione giornalistica, ma se dobbiamo prestare attenzione al linguaggio, come dice l’intervistata stessa, credo che qui esista un serio problema legato alla volontà di relegare alcuni esseri umani allo status di vittime”.
Allora la cosa migliore da fare è sembrata aprire un dialogo con Chiara Saraceno. Una pessima abitudine “social” del giornalismo online e dell’informazione contemporanea è quella di “slacciare le relazioni”, di assottigliarle e far sì che la critica a un discorso intellettuale resti “dove sta”, per costruire sulle critiche, slegate dal contesto discorsi che finiscono per essere validi in sé, in un atteggiamento che fa della finta informazione una macchina di produzione e intensificazione del narcisismo. Sulla libertà di intervenire e di disputare si interviene spesso, negli ultimi mesi, per contrastare un atteggiamento che sta ulteriormente erodendo un sistema di confronto di opinioni e di studi e un mondo giornalistico già ridotto ai minimi termini, e che sta contribuendo ad alimentare la cultura dell’odio e della giustificazione del pregiudiziocognitivo ad ogni livello, come racconta Anna Foggia in un articolo recentemente apparso qui su Comune.
Chiara Saraceno, con cortesia e puntualità, risponde alle domande e stimola una fruttuosa discussione sugli argomenti trattati.
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Buongiorno professoressa Saraceno, entro subito nel merito della questione. La sua intervista pubblicata sull’Espresso del 20 luglio 2017 ha suscitato alcune perplessità, in particolare in merito ad alcune scelte verbali. L’intervista mi è piaciuta molto e mi interessa moltissimo la denuncia del maschilismo “ormai sdoganato”, che di questi tempi va chiarita con energia. A maggior ragione fa piacere poter dialogare con lei sulle perplessità suscitate da alcuni punti dell’intervista. Ha creato alcune difficoltà innanzitutto la frase relativa alla donna nell’Africa sub-sahariana, perché alcuni affermano che non è così e che dunque la generalizzazione anche lì crea dei pregiudizi, può darci qualche approfondimento in merito alla sua affermazione?
Come tutte le interviste, essendo mediata da un intervistatore, qualche cosa viene tralasciato, qualche cosa viene enfatizzato, qualcos’altro viene riformulato. Ma devo dire che questa intervista coglie abbastanza fedelmente quanto ho detto e non mi sembra possa prestarsi a fraintendimenti. Quanto alle donne nei paesi dell’Africa sub-sahariana sono i dati di fonti del tutto attendibili a documentare che le donne ricevono molta meno istruzione degli uomini, vengono fatte sposare giovanissime e perciò spesso muoiono per parto e comunque fanno molti più parti di quanto il loro copro possa sostenere, sono discriminate nell’eredità e così via. Il che non significa che molte di loro, se riescono a sopravvivere, non siano donne fortissime. Essere vittima di discriminazioni gravissime non significa automaticamente anche essere intellettualmente deboli. Ma si hanno molto meno risorse, rispetto a fratelli e mariti, anche in società dove tutti sono poveri E, per quello che ci riguarda qui, i maschi in quelle società imparano fin da piccoli che loro contano molto di più delle loro sorelle e che un uomo può “avere” una donna molto più giovane di lui, con il permesso dei genitori di questa. Succede anche in altri paesi, ma il sub-Sahara è un concentrato di svantaggi per le bambine e ragazze.
Anche la frase di Debora Serracchiani – giustamente – criticata, nel rovesciamento assume contorni problematici, sebbene le intenzioni siano chiare, perché uno stupro è sempre gravissimo. Chi commette violenza contro le donne vuole acquisire o riacquisire un controllo su persone considerate “meno persone di altri” e non lo fa per soddisfare un bisogno fisico – come invece, sempre a favore degli uomini, si tende a far credere, instaurando e validando altre perverse dinamiche tra mascolinità e femminilità (ad esempio, la critica verso le donne che non “soddisfano” o la maggior mascolinità di chi “si prende ciò che è suo”). Questa mentalità non è presente solo nei paesi di provenienza degli stranieri, bensì capillarmente e in maniera intensa anche nel nostro, dove le donne, a parità di mansione guadagnano in media il 20 per cento in meno, in cui soltanto nel 1996 lo stupro è diventato reato contro la persona e non più contro la morale, in cui fino al 1981 esisteva il delitto d’onore, e ancora, in cui una donna su tre dopo la maternità lascia il lavoro. Quasi ridicolo pensare che fino a circa cinquant’anni fa, le donne non potevano entrare in magistratura perché si riteneva che nel periodo non potessero esprimere giudizi (e ancor più ridicolo e annichilente il fatto che le donne stesse usino il ciclo mestruale come finta autoironia: “Eh, mi stanno arrivando le mie cose, quindi attenti che sarò intrattabile per qualche giorno”). L’Italia è il luogo dove ancora si fanno battute a una donna come “Eh, ho visto Giovanni che girava con un supplì in mano, ma che non gli prepari da mangiare?”. Il momento centrale è dunque il riconoscimento che la violenza di genere e le discriminazioni nei confronti delle donne sono un elemento strutturale, capillarmente diffuso in Italia come in altri paesi e in altre culture. Capisco che il senso della sua risposta è proprio nell’idea che allontanare il problema da sé copre situazioni gravissime, a livello micro e macrosociale, ma la stessa separazione tra “stupro autoctono e non” andrebbe condannata con grande energia. 
Non credo affatto che una violenza commessa da un immigrato sia più grave di quella commessa da un autoctono perché il primo “ci deve gratitudine”. Se dovessimo cercare una aggravante alla già estrema gravità dell’atto, la troverei piuttosto nel fatto che molti violentatori hanno un rapporto intimo con le proprie vittime. Quanto alla differente gravità di una violenza commessa da un immigrato rispetto ad un autoctono, se dovessi trovarne una, rovescerei appunto il ragionamento: si presuppone che l’autoctono italiano appartenga ad una cultura in cui esiste la parità uomo-donna, lo stupro non è moralmente e penalmente ammesso e non lo è neppure la violenza nei rapporti interpersonali, tra uomini e donne, ma anche tra donne e tra uomini. Quindi l’autoctono che commette violenza compie consapevolmente un atto contro la morale e le norme condivise nel suo paese. Il che per me è una aggravante, tanto più che ormai anche tutti i razzisti e gli anti-immigrati si fanno belli della “nostra” maggiore civiltà nei rapporti uomo-donna e della uguaglianza e libertà che sarebbe da noi garantita alle donne.

Nell’intervista viene fatto un accenno alle politiche di integrazione di paesi diversi dall’Italia. “Dopo i fatti di Colonia, i paesi del Nord, Germania in primis, hanno proposto corsi di educazione sessuale per gli immigrati. Le sembra realistico anche da noi? – Certo: dovrebbe far parte della cultura civica spiegare agli immigrati le relazioni uomo-donna e il rispetto delle donne: a partire dal diritto delle ragazze di andare a scuola e della loro libertà nel vestire. C’è un abisso tra i nostri programmi di integrazione, con poche ore di italiano alla settimana, e gli investimenti che si stanno compiendo in altri Paesi. Con l’accoglienza di massa tutto ciò non è possibile. E le comunità locali, giustamente, si arrabbiano: ma abbiamo idea di quanto lavoro si riuscirebbe a generare se si investisse in una formazione a tutto tondo?”. Anche qui, si pongono diversi problemi di etnorelativizzazione, ma è la domanda ad apparire già strumentalmente etnocentrica: è semplificatorio e offensivo e infantilizzante definire dei corsi di formazione “interculturale” “corsi di educazione sessuale per gli immigrati”. Il provvedimento, preso dal governo dopo i gravi fatti di Colonia non è così “paternalistico” e viene in una società dove l’integrazione è vivace da più di mezzo secolo, e in cui molti musulmani (per esempio) hanno voce paritaria e condannano imam e politici che propagandano idee repressive contro le donne. La Germania è un paese dove in molti Länder, da qualche anno, a scuola si può scegliere di svolgere l’ora di religione in altre lingue e più specificamente sulle religioni dell’Islam, e dove è consueto il melting pot già dagli anni Ottanta (melting pot di cui facciamo parte anche noi italiani, che veniamo spesso tacciati di bigottismo cattolico, maschilismo, paternalismo e sessismo). Ricordo uno scandalo “interculturale” già molto prima dei fatti di Colonia, perché era stato impedito di predicare, a Berlino, a un ospite–imam che condannava le donne che uscivano e lavoravano. Ci fu un attacco terribile al sindaco di quella municipalità di Berlino, che fu difeso in televisione, tra gli altri, da scrittori turchi-tedesco, molto impegnati nella causa della transcultura, mentre l’associazione turco tedesca chiedeva il divieto di predica. Il sindaco di Neukoelln, attaccato per la sua “intolleranza” si appellava alla costituzione tedesca, il cui primo articolo recita “la dignità della persona è intoccabile” e difendeva dunque la dignità delle donne, mentre il senatore Henkel invitava le comunità islamiche a prendere una posizione chiara contro le esternazioni dell’Imam. L’equilibrio della gestione della questione interculturale, insomma, si gioca su livelli molto più profondi e paritari rispetto all’Italia, nella consapevolezza della pluralità delle voci in campo, mentre noi ancora riduciamo tutto, anche nel linguaggio, alle nostre categorie culturali.
Non mi sembra di aver sostenuto che quello della Germania sia stato un atteggiamento paternalistico nei confronti dei migranti. Al contrario ho sostenuto la positività dell’approccio tedesco: aspettativa che i migranti seguano le regole del paese anche per quanto riguarda il modo di trattare le donne, sostenuta e accompagnata da un forte investimento nella formazione sia professionale che civica. Per quanto riguarda nello specifico i rapporti uomo-donna, non si tratta solo di educazione sessuale, piuttosto di educazione ad una cultura di genere insieme meno rigida e cristallizzata su ciò che è maschile e femminile e più rispettosa nei confronti delle donne. Ho confrontato questo approccio, che ha sicuramente i suoi limiti e non può garantire automaticamente l’efficacia, del resto anche gli autoctoni non sempre interiorizzano questi valori, con quello italiano nei contesti in cui i centri di accoglienza sono per grandi numeri, con persone ammassate, spesso in modo indecoroso, per molti mesi, con poche o nessuna attività di integrazione, lasciate a sé stesse e alla propria inattività. Altra è l’esperienza Sprar, con accoglienza diffusa e per piccoli numeri, che consentono attività di integrazione intensive e coinvolgimento delle comunità locali.
Fortemente problematica è apparsa in particolare l’ultima risposta, In particolare, ad esempio, la parola disagio associata al mondo Lgbt, che, così sistemata, può dare adito all’idea che l’essere gay o transessuali costituisca un disagio in sé, mentre ovviamente è la società che non accettando o strumentalizzando certe condizioni crea il disagio.
Qui forse l’intervista è stata sintetizzata un po’ troppo o forse non mi sono fatta capire a sufficienza dalla intervistatrice. Ciò che sostengo anche in cose che ho scritto – da ultimo in Mamme e papà, il Mulino e L’equivoco della famiglia, Laterza – è che l’offensiva contro la cosiddetta teoria gender e contro l’educazione di genere nelle scuole parte da due malintesi non so quanto intenzionali. Il primo è che esista una e una sola teoria gender, il secondo, più grave, che parlare di genere significhi automaticamente sostenere che si può scegliere che orientamento sessuale avere e a quale sesso appartenere (due cose diverse, a prescindere che siano oggetto di scelta o meno). In questa prospettiva viene visto come potenzialmente rischioso anche qualsiasi messaggio che indichi che i ruoli sociali maschili e femminili non stanno in natura, che le donne e gli uomini, a prescindere dal loro orientamento sessuale e dal fatto che gli piaccia o meno essere nati in un corpo di donna piuttosto che di uomo, non sono, non dovrebbero essere, automaticamente destinati ad avere ruoli sociali predefiniti in base alla conformazione sessuale del loro corpo. L’ostilità alla educazione di genere, quindi, non solo si oppone al riconoscimento e accompagnamento di coloro che sono sessualmente attratti da persone del proprio sesso e di coloro che si trovano a disagio nell’identità sessuale loro attribuita in base alla conformazione sessuata del loro corpo. Impedisce anche di sviluppare un atteggiamento critico nei confronti degli stereotipi di genere maschile e femminile, oltre che di quelli relativi alla omosessualità e transessualità.

venerdì 22 settembre 2017

A Bolu, in C - Sarram




QUI l'album completo







I rituali primitivo-futuristi degli Hermetic Brotherhood Of Lux-Or e di tutto il giro di Macomer, le sinfonie post-industriali orchestrate nel sud dell’isola da Corrado Altieri, Simon Balestrazzi, Gianluca Becuzzi e Massimo Olla, i vocalizzi stregheschi  fra avanguardia e tradizione di Dalila Kayros, le geometrie strumentali dei Plasma Expander, le arti improvvisative di Paolo Sanna, Elia Casu e degli altri artisti free sono solo alcune delle espressioni musicali attraverso cui la Sardegna dà voce alle proprie molteplici anime. A queste oggi si aggiunge quella di  Sarram, progetto di Valerio Marras (Thank U For Smoking, Spheres, Charun) incentrato sul suono di una chitarra che, grazie a un sapiente uso degli effetti, è  un’intera orchestra. Il termine “a bolu” in sardo ha a che fare col volo e la velocità e in effetti i 37 minuti del disco, un’unica traccia suddivisa in ben riconoscibili movimenti, suggeriscono un rapido excursus a volo d’uccello sui vari ambienti della Barbagia, zona montuosa che nelle serie fotografica di Borbore Frau che accompagna il disco (una stampa originale è inserita in ogni digipack) viene trasfigurata dal continuo passaggio dal macro al microcosmo e dall’uso di punti di vista insoliti. È dunque musica impressionista e poeticamente descrittiva quella che Marras ci propone: inizia come post-rock sognante per rabbuiarsi improvvisamente con distorsioni quasi neurosisiane e tornare poi a delicatezze che introducono l’unico momento ritmato del disco, cadenze elettroniche che si sovrappongono a suoni ambientali sullo sfondo. Da qui ci si immerge in un drone torbido dai toni decisamente drammatici smorzati da un nuovo inserto di melodie cristalline che concludono la prima parte del lavoro; il seguito si adagia su soundscapes che ripropongono in chiave ambientale, meno dinamica e senza soluzione di continuità, gli umori già espressi in precedenza. Da A Bolu, In C si esce  con quella sensazione di spaesamento che si ha quando ci si risveglia mentre si sogna o quando al cinema riaccendono le luci, segno che il disco funziona, riuscendo a trasportarci in una Barbagia che è al contempo luogo reale e della mente. Viste le precedenti esperienze di Marras non so se si possa parlare con ragione di esordio, fatto sta che Sarram è un progetto già dotato di piena maturità e molte – al momento poco prevedibili – possibilità di evoluzione: almeno una per ognuno dei generi interpretati in questo disco, al netto di tutte le possibili combinazioni.

giovedì 21 settembre 2017

L’altra faccia della guerra - Gustavo Esteva


C’è un’immensa dose di cinismo, di ignoranza e di incompetenza nel governo messicano e in quello di Trump. Ma non si tratta solo di questo. Si sta attuando anche una manovra perversa.
La polarizzazione sociale negli Stati Uniti c’è sempre stata. Ma nei mezzi di comunicazione appariva come qualcosa di isolato e marginale; non sembrava che esistesse una violenza esercitata continuamente contro quelli che stanno in basso, con una linea di demarcazione di colore e di genere molto accentuata. Quello che oggi vediamo è un confronto aperto fra settori diversi della società, che diventa sempre più radicale e violento. Non è una cosa sorta per caso. È un clima sociale creato dal signor Trump, che accentua la visibilità pubblica di ciò che abitualmente non appariva e rende evidente la grande estensione del sostrato razzista e sessista che da sempre ha caratterizzato la società statunitense.
In Messico, il repertorio della polarizzazione è vastissimo. È in continua crescita l’irritazione dei cittadini di fronte ai blocchi stradali e alle innumerevoli marce e manifestazioni. Ogni settimana si verifica un linciaggioLa violenza domestica si accentua, così come le risse per la strada. In molte parti del paese è già in atto il peggior tipo di guerra civile, quella in cui non si sa chi combatte contro chi. Dilagano le forme di autodifesa, parallelamente all’interminabile proliferazione di comportamenti criminali di ogni genere, che spesso raggiungono atroci livelli di degradazione umana. Tutti i giorni si scoprono fosse clandestine, per le quali autorità e criminali si contendono il primato per numero e orrori.
Nulla di tutto ciò è accettabile; non è uno stato di cose con cui dobbiamo convivere. Ma neppure dobbiamo vederlo come un fatto contingente o patologico. Quello che oggi sta succedendo rende più che mai evidente la natura del regime dominante e il modo in cui ci divide e ci combatte.
La società greca, che coniò il termine democrazia, era misogina, sessista ed escludente. Concesse una qualche partecipazione alle decisioni pubbliche a un certo numero di cittadini maschi. Oltre alle donne e agli schiavi, apertamente subordinati, escluse innumerevoli ‘barbari’, che considerava balbuzienti perché non parlavano la lingua greca.
La società statunitense, che diede forma moderna alla democrazia, aveva le stesse caratteristiche. Le demarcazioni di colore e di genere erano molto marcate. Misogini e padroni di schiavi erano coloro che diedero forma alla costituzione e al sistema politico, concedendo la partecipazione politica a uomini con determinate caratteristiche ed escludendo ampie fasce della società, in particolar modo coloro che non fossero né bianchi né maschi.
Niente di tutto questo appartiene ormai al passato. Il fatto che le donne, i neri e altri settori abbiano conquistato il diritto di voto e che alcune ed alcuni di loro occupino posizioni di rilievo non ha eliminato i lineamenti di questo regime politico che si continua a chiamare democrazia, ma che è irrimediabilmente un dispositivo di oppressione e di asservimento per la maggior parte della popolazione.
Attualmente, nella misura in cui dilaga lo scontento, e non solo i partiti politici ma anche lo stesso regime dominante perdono legittimità e credibilità, i suoi manovratori ricorrono a un meccanismo perverso: incentivano o provocano artificialmente scontri fra settori diversi della popolazione. È l’altra faccia della guerra di oggi. Siamo indotti a vedere il nemico fra di noi, in modo che non ci occupiamo della spoliazione a cui siamo sottoposti. La guerra attuale uccide, fa scomparire o mette in carcere un numero crescente di persone e sottrae a settori sempre più ampi quello che possiedono ancora: terre e territori, mezzi di sussistenza, capacità produttive… o diritti di ogni genere, pensioni, sussidi, condizioni di lavoro. Per evitare che affrontiamo gli autori e i responsabili della rapina, si fa in modo che ci scontriamo fra di noi, ad esempio nel confronto non sempre pacifico fra partiti e candidati che dividono popolazioni e comunità in forme che arrivano ad essere molto intense.
Tuttavia nessuna esperienza, nessuna evidenza del carattere reale di questo regime riesce a convincere tutte e tutti della necessità di abbandonarlo. Persiste un immaginario molto radicato che permette di esprimere un profondo malcontento per come vanno le cose e di avere consapevolezza delle insormontabili deficienze del regime… ma senza andare oltre. Si direbbe che spingendo all’estremo la critica si produce un’angosciante sensazione di vuoto, che induce a tornare alla zona delle consuete sicurezze.

Un passo dopo l’altro, tutti i giorni, stiamo smantellando questo immaginario. Stiamo facendo vedere che gli estremi a cui stanno arrivando i governi non sono anomalie contingenti o provvisorie. Sveliamo che non sono soltanto cinici, ignoranti o incompetenti, né semplicemente corrotti e irresponsabili. Sono tutto questo, ma sono anche la fonte di buona parte dei nostri scontri e delle nostre divisioni. È sempre più evidente che nessun candidato o partito può correggere questo regime o metterlo al nostro servizio. Smantellarlo diventa sempre più una questione di sopravvivenza. Soltanto noi possiamo fermare la sua spinta devastatrice. Ed è proprio questo ciò che comincia a profilarsi come una possibilità reale, nella misura in cui si estende a livello di base, nei villaggi e nei quartieri, la spinta organizzativa innescata dalla proposta del Congresso Nazionale Indigeno degli zapatisti. Ogni giorno ci uniamo di più, ci organizziamo.

(Fonte: la Jornada - Traduzione a cura di Camminardomandando)


Un delitto di Stato? La morte scomoda di Ilaria Alpi e…di Miran Hrovatin - Gianni Sartori



Ogni generazione crede di essere la prima a ribellarsi a una realtà ingiusta, ma il potere ricorda chi si ribellò in passato e sa quindi prevedere chi lo farà in futuro; per questo colpisce con precisione
(G. Laurenti – “La madre dell’Uovo”)

Un groviglio, un ginepraio… o forse un verminaio. Così mi era apparsa la vicenda della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (*) mentre tentavo di assemblare gli innumerevoli frammenti – intrecciati, confusi, contaminati – da cui emanava l’eco, talvolta il tanfo, di fatti e nomi spesso già noti. Per lo meno a chi, in questo Paese di assopiti, ha saputo conservare qualche brandello di memoria.
Una storia irrisolta. Una scia di sangue con tanti morti ammazzati o deceduti in maniera sospetta. Qualcuno prima di Ilaria e Miran, qualcuno dopo. Non tutti e non necessariamente coinvolti nell’evento di cui qui si parla (il duplice omicidio del 20 marzo 1994) ma piuttosto vittime delle stesse trame su cui Ilaria stava indagando.
Un passo indietro. Quando mi venne proposto di scrivere l’articolo sulla morte di Ilaria Alpi, la mia prima perplessità fu di “non poter scrivere nulla che non fosse già stato detto”.
Poi, mentre appuravo che alcuni eventi li avevo già dimenticati o rimossi (mentre altri mi erano semplicemente sfuggiti) cominciò a delinearsi uno scenario più inquietante del previsto. Tanto da aver anche pensato: non è che stiamo andando in cerca di rogne?
Alla fine, vuoi per senso del dovere, vuoi per “fame e sete di giustizia”, ho cominciato a mettere in ordine i dati (e le date) in cerca di quelle coincidenze che, come ho imparato, raramente sono solamente coincidenze. Questo è il risultato.

Partiamo dall’ultima novità. Quest’anno, in luglio, la Procura di Roma ha presentato una richiesta di archiviazione, firmata dal pm Elisabetta Ceniccola, per l’indagine su quel tragico 20 marzo 1994. Quando a Mogadiscio, a pochi metri dall’ambasciata italiana, un commando di sette uomini uccise i due inviati del TG3.
Nelle conclusioni delle 80 cartelle di archiviazione si afferma: “La Procura di Roma è assolutamente consapevole di quanto sia deludente il fatto che oltre 20 anni di indagini, processi e accertamenti della Commissione parlamentare di inchiesta non abbiano consentito di fare in alcun modo luce sui responsabili della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E tuttavia ritiene che debba essere richiesta l’archiviazione del procedimento sia perché da un punto di vista formale, sono già scaduti i termini delle indagini per il reato di omicidio sia – e soprattutto – perché non vi è stato alcuna nuova ed ulteriore indagine che appaia idonea a conseguire risultati positivi né in relazione al delitto più grave né in ordine agli altri ipotizzati”.
In attesa che in merito si pronunci anche il giudice per le indagini preliminari, ricordiamo che nel 2007 il gip Emanuele Cersosimo aveva già respinto una richiesta analoga.
Infatti non mancano gli elementi per una lettura diversa della vicenda.
UNA FLOTTA FANTASMA
Già qualche anno fa, con la trasmissione su Rai Tre di “ILARIA ALPI – L’ULTIMO VIAGGIO”, erano emerse conferme ulteriori su quanto si sospettava da tempo: l’assassinio della giornalista e del collega Miran Hrovatin non era dovuto a un improvvisato tentativo di rapina o di rapimento ma sarebbe stato deciso e pianificato da giorni. Presumibilmente da personaggi legati alla Cia e alla rete Gladio, in combutta con i servizi segreti italiani.
I medesimi soggetti avrebbero provveduto a far sparire la documentazione e gli appunti di Ilaria che stava indagando su un caso scottante: un traffico di armi e di rifiuti tossici gestito appunto, oltre che da qualche faccendiere, anche da elementi dei Servizi. Come aveva denunciato in tempi non sospetti Manlio Dinucci. Per trasportare rifiuti e armi veniva utilizzata la flotta della societàSchifco. Sei battelli (in qualche documento si parlava di sette) donati alla Somalia dalla Cooperazione internazionale. Ufficialmente per la pesca; in realtà pare che il pesce venisse trasportato solo all’andata. Al ritorno in Africa, sulle navi venivano caricate armi, in parte di produzione statunitense e rifiuti tossici, anche radioattivi, da scaricare sia lungo le coste che nell’interno della Somalia.(NOTA 1) All’operazione avrebbero partecipato anche alcune navi della Lettonia.
Da tempo si parlava di una nave della Schifco denominata 21 Oktoobar II (poi Urgull sotto bandiera panamense) che il 21 aprile 1991 avrebbe partecipato a una operazione segreta per trasportare armi statunitensi provenienti dall’Iraq e temporaneamente depositate a Camp Derby. E’ accertato che qualche giorno prima, in particolare la sera del tragico 10 aprile 1991, nella rada di Livorno stazionavano varie navi militari USA. Godendo dello status di segretezza militare non erano tenute a rispettare divieti e regole del porto, tanto meno rivelare la loro identità e posizione (quindi sotto falso nome o con nomi di copertura). Non si esclude che alcune viaggiassero a luci spente. Forse a seguito di una manovra avventata una di queste navi avrebbe tagliato la strada al traghetto Moby Prince che si vide costretto a virare bruscamente entrando in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Manlio Dinucci segnalava una ulteriore incongruenza. Ufficialmente la petroliera era appena arrivata dall’Egitto, ma con tempi record: 4/5 giorni invece dei 14 canonici.
Quella sera anche la 21 Oktoobar II si trovava nel porto e non si può escludere che l’intervento estremamente tardivo dei soccorsi fosse dovuto all’interdizione di varcare le aree militari. Una “tragedia annunciata” in cui persero la vita equipaggio e passeggeri:140 persone. Bruciate vive o soffocate dalle esalazioni.
Torniamo al 1994. A pochi giorni dal duplice omicidio su commissione in un’informativa riservata del Servizio segreto militare venivano segnalati quattro nomi: il colonnello Mohamed Sheikh Osman (trafficante d’armi del clan Murasade), Said Omar Mugne (amministratore della Somalfish), Mohamed Ali Abukar e Mohmaed Samatar. Sempre nel 1994 un’altra nota del Sismi indicava come possibili “mandanti o mediatori” Ennio Sommavilla e Giancarlo Marocchino. I due imprenditori, tra l’altro, furono fra i primi ad accorrere sul luogo del delitto. In seguito, nel 1996, si sarebbe puntato il dito contro il generale Aidid, signore della guerra somalo definito “l’utilizzatore finale del traffico d’armi”. Ma questa, a mio avviso, aveva tutta l’aria di una falsa pista.
Anche dopo quasi una decina di processi, la condanna di un capro espiatorio somalo – poi risultato completamente innocente, come sostenevano da sempre gli stessi familiari di Ilaria (NOTA 2) – e almeno quattro commissioni parlamentari, la verità stenta ancora nel venire a galla.
Quella dei rifiuti tossici (da quelli elettronici a quelli radioattivi) dispersi in Somalia è già, con buone probabilità, una delle maggiori emergenze sanitarie e ambientali del pianeta.
Non dimentichiamo che almeno l’80% dei rifiuti non è di origine urbana, ma industriale. Paradossalmente, l’inasprimento della legislazione ambientale nell’Unione europea aveva causato l’effetto perverso di incrementare lo smaltimento tramite esportazione, sovente in maniera illegale, nei Paesi eufemisticamente definiti “in via di sviluppo”. Al punto che già dalla fine degli anni ottanta si parlava apertamente di “neo-colonialismo tossico”.
In cima alla lista (almeno fra i casi conosciuti) appunto la Somalia. Approfittando della situazione di ingovernabilità in cui versava il Paese dopo la caduta di Siad Barre (e in barba alla legislazione stabilita ancora dalla Convenzione di Bale del 1989) migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sono stati spudoratamente versati al largo delle coste somale, direttamente dalle navi o dagli aerei. Avvelenando le acque in precedenza pescose (si sono registrate periodiche, massicce morie di pesci e cetacei) e alimentando la cosiddetta pirateria , in realtà una forma di autodifesa popolare (almeno inizialmente i “pirati” si definivano National Volunteer Coast Guard) e unica risorsa per le popolazioni costiere ormai nella impossibilità di procurarsi da vivere. Molti abitanti delle zone interessate, pescatori in maggioranza, erano deceduti o si erano ammalati gravemente, con vistose eruzioni cutanee apparse dopo che erano entrati in contatto con le acque contaminate.
Le reali dimensioni della criminale operazione di smaltimento emersero (è il caso di dirlo) brutalmente nel 2004, grazie a un “provvidenziale” tsunami che riportò sulle spiagge somale centinaia di contenitori, sia di rifiuti genericamente tossici che di scorie nucleari.
Inoltre, stando ai dati forniti nel 2006 da Common Community Care, notevoli quantitativi di materiale radioattivo e di residui di perossido d’idrogeno erano stati interrati nelle aree interne della Somalia. Per esempio lungo la strada Garoe-Bosaso su cui indagava Ilaria Alpi.
Ancora negli anni novanta era stato accertata la responsabilità di aziende europee in rapporti con le alcune organizzazioni criminali (le solite eco-mafie) già operanti sul territorio italiano.
In questo contesto andrebbe collocata l’uccisione di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin che avevano appunto individuato la relazione tra il traffico illegale di armi e lo smaltimento, altrettanto illegale e criminale, dei rifiuti tossici in Somalia.
Poco tempo prima, anche la probabile “fonte” delle informazioni raccolte da Ilaria (Vincenzo Li Causi, agente del Sismi a capo della Gladio di Trapani) era stato assassinato a Mogadiscio in circostanze non chiare (si parlò di “fuoco amico”).
VI RICORDATE DI MAURO ROSTAGNO?
Fra coloro che avevano incrociato Ilaria nei suoi ultimi giorni in Somalia, c’ è stato il relativamente famoso Jupiter (al secolo Giuseppe Cammisa). Qualcuno forse lo ricorda come uomo di fiducia di Francesco Cardella (referente di Bettino Craxi e del PSI a Trapani): un carismatico leader della comunità Saman e responsabile dell’emarginazione subita da Mauro Rostagno all’interno della stessa comunità.
Rostagno venne assassinato il 26 settembre 1988 mentre indagava sulle connessioni tra mafia trapanese, massoneria e servizi segreti. Aveva probabilmente scoperto un traffico di armi con la Somalia che si serviva della base militare in disuso di Kinisia sulla cui pista di atterraggio si era svolta l’operazione Firex88 (una simulazione? O altro?)Operazione da lui documentata con una videocamera. O almeno questo è quanto aveva confidato poco prima di venir ammazzato a un amico giornalista, Sergio di Cori. Quanto alla videocassetta, ovviamente, era scomparsa.
Sospetti erano emersi anche nei confronti di Cardella che potrebbe aver utilizzato i locali della comunità come deposito transitorio per le armi. Fra l’altro era stato Cardella a inviare Jupiter in Somalia, ufficialmente per realizzare un fantomatico ospedale mai costruito.
Dal 1993 Ilaria Alpi stava indagando anche sui successivi sviluppi di questo malaffare basato fondamentalmente sul traffico di armi. Armi pagate dai Signori della Guerra somali con il permesso di gettare in mare o seppellire (magari sotto un’inutile autostrada) rifiuti pericolosi e scorie radioattive.
I cospicui proventi sarebbero finiti in fondi neri o utilizzati come tangenti da vari faccendieri, sia italiani che stranieri, con complicità politiche negli ambienti del partito socialista.
Vari testimoni hanno fatto il nome di Paolo Pillitteri e quello di Pietro Bearzi, rispettivamente presidente e segretario della Camera di commercio italo-somala (all’epoca, beninteso). Per alcuni investigatori era anche possibile che Ilaria Alpi non fosse stata eliminata per aver indagato sul traffico di armi che utilizzava i pescherecci della società italo-somala Shifco ma piuttosto per aver scoperto a Bosaso un deposito di armi provenienti dall’Europa orientale e qui trasportate da Hercules C-130 italiani. Questa l’ipotesi formulata ancora nel 1997 da Francesco Corneli, un imprenditore che era stato collaboratore esterno del Sisde e considerato in buoni rapporti con i servizi segreti siriani. Stando a quanto sosteneva Corneli, fra il 1990 e il 1991 Siad Barre, temendo di uscire sconfitto dalla guerra civile che imperversava in Somalia, avrebbe chiesto ai suoi referenti in Italia (socialisti) armamenti ad alta tecnologia. La sua richiesta venne sostanzialmente accolta e il PSI (secondo Corneli in accordo con il PCI) avrebbe favorito l’apertura di una linea di rifornimento con i Paesi dell’allora Patto di Varsavia. Le armi, una volta giunte in Italia, venivano trasferite in Somalia via mare o con voli militari. Un’ipotesi plausibile, in grado di spiegare sia l’uccisione di Mauro Rostagno nel 1988 che il duplice assassinio di Ilaria e Miran nel 1994.
Senza escludere un’altra possibilità: forse anche Peppino Impastato stava indagando su tali traffici quando venne assassinato nel 1978.
Un altro testimone, Marco Zaganelli, nell’udienza del 7 agosto 1997 parlando di quanto aveva osservato a Bosaso (dove potevano atterrare anche aerei militari da trasporto) dichiarava: “Nel periodo in cui sono stato in Somalia, io e tanti altri abbiamo notato con cadenza settimanale la presenza di aerei militari non identificati del tipo Hercules che scaricavano armi”.
Ben documentato poi l’invio di carri armati Leopard, di fabbricazione tedesca, dal porto di Livorno a quello di Mogadiscio, anche se non si esclude che in questo frangente la destinazione ultima fosse l’Iraq (e/o l’Iran).
In un interrogatorio del 3 dicembre 1997, il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano in Somalia fra il 1993 e il 1994, ammetteva che “in quel periodo entravano senz’altro armi, specie dalla strada costiera che dal porto di Obbia arriva a Mogadiscio. Il traffico avveniva con mezzi navali e con piccoli aerei che atterravano su una striscia di terra battuta ubicata a circa 40 chilometri a Nord-Est di Mogadiscio”.
E’ evidente che i “piccoli aerei” servivano per il trasporto interno, mentre per il viaggio dall’Europa si utilizzavano sia gli Hercules che la flotta di Schifco.
Per il collaboratore di giustizia Francesco Elmo “nel 1994 un gruppo di personaggi di area socialista erano posti alla regia di una vendita di armamenti «libici» alla Somalia”. Nel suo memoriale Elmo indicava con precisione anche la rotta seguita per tale trasporto che comunque, sottolinea, non riguardava solo le armi.
Nei giorni immediatamente precedenti alla sua partenza per Bosaso, Ilaria Alpi incontrò la figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio: Faduma Mohammed Mamud. Definita dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma “attendibile e disinteressata” come teste, nell’aula-bunker di Rebibbia, il 16 giugno 1999, Faduma aveva spiegato che “Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa… Era una questione delicata, di cui non dovevo parlare con nessuno, salvo con qualche persona che poteva aiutarci, di cui potevo fidarmi ciecamente… Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le avevo detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia nella zona di Bosaso, erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto”. E proseguiva ricordando di aver fatto notare a Ilaria che in Somalia “erano comparse delle malattie nuove e che si erano registrate morie di pesci”.
Una deposizione che sostanzialmente confermava quanto aveva già dichiarato agli investigatori Marco Zaganelli il 7 agosto 1997: “Tra il 1987 e il 1989 mi chiamò una persona che conoscevo, prospettandomi un grosso affare, perché era stato contattato da alcuni italiani, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di container fermi al porto di Castellamare di Stabia o a quello di Gioia Tauro, contenenti rifiuti tossici o radioattivi, e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli in un’area desertica della Somalia. Successivamente seppi che un carico di materiale radioattivo era stato portato in Somalia e i contenitori sotterrati in un’area desertica nel Nord del Paese”.
Con testimonianze di questa portata rimane inspiegabile quanto ebbe a dichiarare il deputato di Forza Italia Carlo Taormina, presidente della Commissione di InchiestaPer Taormina i due giornalisti erano in vacanza in Somalia, non stavano conducendo nessuna inchiesta: la Commissione lo ha accertato.
TU CHIAMALE, SE VUOI, COINCIDENZE…
Evidentemente quella degli omicidi “su commissione” per coprire i loschi traffici non era solo una congettura. Formulata in maniera piuttosto chiara, una prima esplicita richiesta dei magistrati agli agenti dei servizi segreti risale ormai a 25 anni fa: “Si chiede di acquisire informazioni dagli atti d’archivio che possano confermare collegamenti tra la scomparsa di Rostagno e traffici internazionali di armi, con particolare riferimento ai traffici tra Italia e Somalia”. E proseguiva sollecitando chiarimenti su eventuali collegamenti fra la scomparsa di Rostagno e l’omicidio in Somalia della giornalista Ilaria Alpi oltre che sul centro “Scorpione” di Trapani, fra il 1987 e il 1990 articolazione di Gladio in Sicilia.
Significativo – e inquietante – il fatto che i consulenti della Procura di Palermo, nel 2002 indaganti sulla morte del sociologo piemontese, non fossero riusciti a entrare nella sede del Sisde di Roma.
Eppure qualcosa gli uomini dei Servizi sapevano, sicuramente. Nel maggio 1994, a soli due mesi dall’uccisione dei due giornalisti, il Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica, il servizio segreto “interno”) in una informativa riservata indicava quattro nomi, tutti somali, come probabili mandanti, E puntava il dito sulla cooperativa italo-somalaSOMALFISH i cui pescherecci avrebbero trasportato le armi. Fra i quattro, oltre a un un colonnello, c’era l’amministratore della SOMALFISH.
Fatale per Ilaria e Miran sarebbe stata la visita a bordo della “21 ottobre” dove avrebbero documentato casse di armi targate, forse, CCCP.
L’informativa venne girata al Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, il servizio segreto “esterno”) che avrebbe smentito la versione dei colleghi del Sisde.
In una successiva nota del Sismi (ufficialmente in base a informazioni fornite dall’OLP: un depistaggio?) si ipotizzava che il mandante fosse un “signore della guerra” somalo, il solito, cattivissimo, generale Aidid. Le armi in questione avrebbero poi preso la strada dello Yemen.
Va segnalato a questo punto quanto si può leggere da pagina 222 a pag. 225 di “Esecuzione con depistaggi di Stato”, il libro scritto dalla mamma di Ilaria Alpi.
Dalle telefonate intercettate dalla Procura della Repubblica di Asti di Faduma Farah Aidid(inviato speciale della Repubblica di Somalia in Italia e figlia del generale Aidid), sia con familiari che con esponenti del Sismi (vedi l’agente Fortunato Massitti) emergono i contorni del ruolo assunto dai Servizi segreti in tutta la faccenda. Non solo nella morte di Ilaria e Miran. Anche in quella successiva di Aidid, ugualmente avvenuta in circostanze mai chiarite.
Faduma, stando alle telefonate, sarebbe in possesso di informazioni tali da consentirle di esercitare ricatto nei confronti di esponenti del Sismi come il generale Luca Rajola Pescarini (oltre che dell’ingegnere Omar Mugne). Fra l’altro in queste conversazioni ammette la sostanziale veridicità delle dichiarazioni di Omar Hashi Dirà, un medico somalo che aveva fornito indicazioni sulla matrice, sui mandanti (tra cui citava appunto Omar Mugne) e sulla manovalanza del duplice assassinio del 20 marzo 1994. Dichiarazioni che in precedenza Faduma aveva violentemente smentito. Dalle sue telefonate si può comprendere quale fosse la consistenza del comitato di affari italo-somalo e dell’impunità di cui godeva grazie alle coperture fornite dal Servizio segreto militare italiano.
Del resto l’ombra scura dei Servizi aleggiava anche sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. E anche su questa spinosa questione Luciana Alpi fornisce un’ampia documentazione nel suo libro (vedi pag. 101e successive) dopo aver denunciato i vari “progetti tanto costosi quanto inutili, stanziamenti multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contesto di traffici di ogni genere, primo fra tutti il traffico di armi…”.
IL PARERE DI LUIGI GRIMALDI
Se la morte dei due giornalisti non è stata ancora definitivamente derubricata come “rapina finita male” (o in alternativa: “vendetta somala per le brutalità commesse dai soldati italiani”) lo dobbiamo anche al lavoro di inchiesta svolto da giornalisti come Luigi Grimaldi.
Dalle testimonianze rese dall’autista Sid Ali Abdi e dalla guardia del corpo Mahmud Nur Abdi, si comprenderebbe – secondo Grimaldi – che per avere informazioni precise sugli spostamenti di Ilaria per il suo rientro da Bosaso, bisognava chiedere al CISP, una ong operativa all’epoca in Somalia.
La sede del CISP si trovava a Mogadiscio Nord, in una zona controllata da Alì Mahadi. Avuta l’informazione (o si trattava di un depistaggio?) i due andarono ad aspettarla presso l’ambasciata statunitense, come al solito.
Invece Ilaria e Miran arriveranno con quattro giorni di ritardo sulla data prevista. “Qualcuno” mai identificato fece in modo che perdessero l’aereo a Bosaso (dove avevano intervistato il “sultano” Abdullahi Moussa Bogor) e presumibilmente trovarono un’altra scorta (anche questa mai identificata) ad attenderli all’aeroporto per portarli all’hotel Shafi. Quasi nello stesso momento del loro arrivo, il commando che li ucciderà prendeva posizione davanti a un altro hotel (Hamana) dove Ilaria si fermerà per pochi minuti in cerca di un collega.
Le domande che Grimaldi si pone sono:
Per quale motivo la sede CISP di Mogadiscio è a conoscenza degli spostamenti dei due giornalisti Rai? E perché la scorta di Ilaria sa di doversi informare al CISP?
A questo punto si “scopre” che la responsabile del CISP in Somalia dal 1988 al 1998, la dottoressa Stefania Pace, era la compagna del “top Asset somalo della Cia a Mogadiscio”, ossia del coordinatore della rete di informatori dell’agenzia spionistica USA. L’uomo si chiamavaIbrahim Hussein, detto Malil ed era morto in maniera non chiara, presumibilmente assassinato, nell’agosto del 1993. Malil si era occupato anche di logistica e assisteva sia il CISP che la Cooperazione allo sviluppo italiana del ministero degli Esteri. Alla sua morte questo ruolo verrà ricoperto da Giancarlo Marocchino.
Malil proveniva da una ricca e potente famiglia, aveva studiato in una università statunitense ed era stato arruolato dalla Cia per collaborare con Mike Shanklin (direttore delle operazioni Cia a Mogadiscio), John Garret (capostazione Cia) e il suo vice John Spinelli (agente di collegamento con il Sismi). Tutti impegnati nella caccia al generale Aidid.
Grimaldi segnala che dopo la morte di Malil, Mike Shanklin lo sostituì non solo come coordinatore della rete di informatori, ma anche in quanto compagno, poi marito, di Stefania Pace. Dopo i dieci anni con il CISP, la donna si dedicherà per almeno tre anni (dal 1998 al 2001) all’azienda di consulenza spionistica del marito Mike Shanklin che nel frattempo era stato licenziato dalla Cia. In seguito, forte di tale esperienza sul campo, Stefania Pace proseguirà la sua meritata carriera presso il ministero degli esteri e in varie agenzie onusiane.
Grimaldi segnala anche che i nomi dei coniugi Shanklin e di John Spinelli compaiono sia nelle inchieste sul rapimento di Abu Omar che in quella sullo scandalo spionistico Telecom.
Nonostante Stefania Pace, Mike Shanklin e John Spinelli risiedano in Italia, non sono mai stati sentiti da nessuno in relazione al caso Alpi: almeno per curiosità, tanto per sentire il loro parere di “gente informata” se non proprio dei fatti, almeno del contesto. Si chiede troppo?
RESTORE HOPE? SPERANZA PER CHI?
Qualche breve considerazione su “Restore Hope”, l’operazione militare in Somalia voluta nel 1992 dalla Casa Bianca (in perfetto accordo tra Bush padre e Clinton) e sostanzialmente fallita.
Un esempio da manuale della soidisant “ingerenza umanitaria”, propedeutico ad altri analoghi interventi Usa-Nato di maggior portata (Yugoslavia, Afghanistan, Irak, Libia, Siria, Ucraina, Yemen… in attesa del Venezuela e forse dell’Iran) all’applicazione sistematica di quello che Costanzo Preve definì efficacemente “bombardamento etico”.
Sbandierata come azione necessaria per garantire la sopravvivenza del popolo somalo in un Paese lacerato dalla guerra civile, Restore Hope si tradusse immediatamente in un atto di puro e semplice imperialismo.
Da allora la guerra sporca” della Cia si è andata ulteriormente perfezionando. Due anni fa il New York Times propose un interessante servizio su “Team 6, una macchina globale di caccia all’uomo”. L’unità segreta sarebbe specializzata nelle cosiddette “operazioni speciali” (ossia per omicidi mirati e “silenziosi”) dalla Somalia all’Afghanistan. Talvolta camuffandosi da “impiegati civili o funzionari di ambasciate” i suoi membri seguono implacabilmente la pista di coloro che gli Stati Uniti giudicano meritevoli di rapimento o, più spesso, di morte. (NOTA 3)
Per concludere, una considerazione di Hashi Omar Hassan. Con tutta la saggezza che proveniva dai suoi quasi 20 anni di galera da innocente, appena uscito dal carcere aveva detto: “ Dunque, italiani, se davvero volete scoprire gli assassini di Ilaria Alpi, ora ci sono le condizioni. Dubito che succederà. Perché sarebbe una verità scomoda che coinvolge molti di voi. Già una volta avete provato a nasconderla. E avete perso”.
NOTA 1: Per Manlio Dinucci su tale flotta vennero imbarcate anche armi destinate alla Croazia, (all’epoca, primi anni novanta, in guerra con la Jugoslavia con la benedizione papale). Se così fosse, il favore potrebbe essere stato restituito. Nel marzo 2013 il New York Times aveva fornito le prove dell’invio, organizzato dalla Cia attraverso la Turchia con aerei forniti dal Qatar, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita, di armi provenienti dalla Croazia ai “ribelli” in Siria. Sempre Dinucci ha ricostruito nei dettagli quanto avvenne nel porto di Livorno il 10 aprile 1991 denunciando che la richiesta di aiuto (“Mayday Mayday”) trasmessa alle ore 22 e 25 rimase sostanzialmente inascoltata. Forse – ipotizza – a causa del traffico di navi statunitensi (“militari e militarizzate”) presenti nella rada e intente a riportare nella base di Camp Derby parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo. Al momento della collisione il comando Usa di Camp Derby avrebbe cercato di cancellare ogni prova. Su quanto è avvenuto rimangono molti punti oscuri: il segnale della Moby fortemente disturbato, il silenzio di Livorno radio; il comandante del porto, Sergio Albanese “impegnato in altre comunicazioni” che non guidò i soccorsi, ma verrà comunque promosso ammiraglio; la sparizione di tracciati radar e immagini satellitari; inspiegabili manomissioni sul traghetto sotto sequestro con la sparizione di strumenti e prove utili per le indagini. Insomma: si fece di tutto per farlo passare per un “tragico, ma banale incidente”. Misteriosamente poi una nave, la Gallant II (nome in codice Theresa) abbandonò precipitosamente il luogo della tragedia dove, ricordo ancora, sarebbe stata ormeggiata anche la onnipresente 21 Oktoobar II della società Shifco. La nave era utilizzata (e non solamente per Manlio Dinucci) sia per il trasporto di rifiuti tossici e armi in Somalia che per rifornire la Croazia in guerra con la Yugoslavia. Rifornire di armi, beninteso, non di cioccolatini. Il trasbordo di quella sera avrebbe riguardato quindi carichi di armamenti destinati al Corno d’Africa, alla Croazia e secondo Luigi Grimaldi anche ai depositi segreti di Gladio. E con questo il cerchio si chiude, impietosamente. In qualche modo la sorte di Ilaria e Miran era già segnata.
NOTA 2: Il 19 ottobre 2016 la Corte di Appello di Perugia aveva assolto Hashi Omar Hassandopo che la testimonianza di un altro somalo, Ahmed Ali Rage (detto Gelle) si era rivelata completamente falsa. Veniva poi accertato che la ricostruzione degli avvenimenti fornita da Gelle davanti alla Corte di Roma gli era stata suggerita da italiani. Messi in evidenza anche i rapporti diGelle con l’ambasciatore italiano Cassini il cui ruolo “ambiguo era stato quantomeno strumentalizzato da cittadini somali”. La Corte definiva “ondivaghe” le dichiarazioni di un altro testimone, l’autista Sid Abdi che in seguito sarebbe deceduto. Molto opportunamente, verrebbe da dire, se anche questa morte venisse confermata (meglio mantenere sempre aperta la porta per eventuali sorprese). Va anche detto che il ruolo di “capro espiatorio” Hashi Omar Hassan un po’ se l’era venuto a cercare. Venne infatti arrestato mentre era in Italia per testimoniare al processo sulle violenze (torture, stupri…) di cui era accusato il contingente italiano, in particolare la brigata paracadutisti “Folgore”. Questa precisazione ne rende doverosa un’altra. Sempre in materia di torture inflitte ai somali e soprattutto alle somale dal contingente tricolore. Ma è una precisazione che ci porta lontano, nel tempo e nello spazio. Il maresciallo Francesco Aloi, agente in Somalia del Sismi, aveva scritto un diario in cui denunciava alcuni colleghi come corresponsabile della morte dei due inviati. Strana coincidenza. Ritroveremo i loro nomi a Genova per il G8 del luglio 2001. Aloi si era rivolto al tribunale militare di Roma denunciando il comportamento dell’esercito italiano in Somalia. Senza eufemismi, aveva parlato degli stupri e delle torture a cui venivano sottoposti le prigioniere e i prigionieri somali. In particolare, si era scagliato contro Giovanni Truglio e Claudio Cappello, due carabinieri che sette anni si trovavano in Piazza Alimonda quando venne ucciso Carlo Giuliani. Per saperne di più suggerisco la lettura del libro di Giulio Laurenti “La madre dell’Uovo”.
NOTA 3: Altre “coincidenze”. Nel 1997 l’operatore della tv americana Abc che aveva girato le immagini della morte di Ilaria e Miran, Carlo Mavroleon, è stato assassinato in una stanza d’albergo, mentre si trovava in Afghanistan. Invece un altro operatore presente sul luogo del delitto, Vittorio Lenzi della televisione svizzera, ha perso la vita in un incidente stradale poco chiaro. Morto prematuramente, ma senza che si abbiano notizie precise sul come e sul dove, anche il colonello Ali Jirow Shermarke, capo della Divisione investigativa criminale di Mogadiscio che indagò in loco sul duplice omicidio. Il rapporto investigativo per le Nazioni Unite in cui si accusava Giancarlo Marocchino, portava la sua firma. Stando a quanto scriveva, ancora nel 2010, Luigi Grimaldi: “il suo rapporto (di Shermarke nda) pervenuto nel dicembre 1994 al dottor De Gasperis della procura di Roma ipotizzava un coinvolgimento di Giancarlo Marocchino (definito da Carlo Taormina ai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta come «il principale collaboratore per la ricerca della verità») e sosteneva che Ilaria e Miran sarebbero stati visti uscire, prima dell’agguato, da un garage dello stesso faccendiere italiano”. Shermarke, continuava Grimaldi “era stato sentito a verbale dal giudice Pititto il 26 luglio 1996: in quell’occasione ha confermato il rapporto e aggiunto che: «Appena Ilaria arrivò in albergo, ancora prima che potesse lavarsi, ricevette una telefonata… una chiamata del Marocchino, al che lei uscì fuori dall’albergo chiedendo chi ci fosse dei guardiani perché doveva andare subito a casa del Marocchino… io credo che a uccidere i due giornalisti sia stato il Marocchino». Marocchino non era uno sconosciuto per la Giustizia italiana. Era collegato sia con vari personaggi oggetto dell’inchiesta Sistemi Criminali di Palermo (fra gli indagati: la cupola dei mafiosi stragisti, Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie…) sia con i responsabili del cosiddetto progetto Urano (traffico e smaltimento di scorie tossiche e radioattive in Somalia in cambio di armi).
Anche se non è mai stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma per il duplice delitto di Mogadiscio, è lecito pensare che ne sapesse qualcosa di più di quanto raccontato agli inquirenti?
LETTURA CONSIGLIATA:
Esecuzione con depistaggi di Stato” di Luciana Alpi – KAOS edizioni. 2017