sabato 25 febbraio 2017

Lidl, lettera agli studenti - Matteo Saudino


Cari studenti,
quando vi chiedete come sia stato possibile Auschwitz, guardate le facce dei due lavoratori della catena di supermercati Lidl, che hanno rinchiuso le due donne rom in un container. Poi ascoltate le loro risa e le loro parole.
Cari studenti, se ancora non capite come sia stato possibile il genocidio di milioni di uomini, donne e bambini pensate che questi due lavoratori non sono cresciuti in una dittatura, bensì in una democrazia, frequentandone le scuole.
Cari studenti, ogni volta che affermate che certo odio e certa violenza siano un unicum irripetibile, guardate questo filmato e riflettete sul fatto che i due magazzinieri mentre facevano ciò hanno deciso serenamente di realizzare un video e poi di renderlo pubblico, suscitando l’entusiasmo e l’ammirazione di migliaia di altri cittadini, tra cui il leader di un partito che nei sondaggi è dato al 13 per cento.
Cari studenti quando pensate che la democrazia sarà per sempre, pensate che essa per vivere e fiorire ha bisogno di robusti anticorpi, di passione, di partecipazione, di pensiero critico e di legami sociali solidali. Se tutto ciò viene meno, allora giunge il tempo degli sciacalli e dei professionisti dell’odio che sulla crisi della democrazia costruiscono regimi fondati sulla paura, sull’ignoranza e sulla violenza.

Alternanza scuola-lavoro, cronache di un progetto immaturo - Luca Martinelli

Ester ha 18 anni e frequenta un liceo del salernitano. È un’alunna di quarta superiore, e segue l’indirizzo delle scienze umane: nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro, che dall’anno scolastico 2015-2016 è diventata obbligatoria per gli alunni delle classi terze dei licei (vedi box a pagina 20), si è recata insieme a una cinquantina di compagni all’interno di un’azienda agricola del territorio, una “fattoria didattica”. I bambini che avrebbe dovuto accudire, però, erano meno di una decina -racconta-, e così i titolari, una coppia, avrebbe mandato gli studenti a raccogliere pomodori. Al telefono, Ester spiega che il problema non è la raccolta di pomodori, ma il fatto che questo tipo di attività non si presta a un progetto di “alternanza”, né formi in alcun modo futuri educatori o insegnanti come lei e i suoi compagni.
Andrea, invece, studia da cuoco in un istituto alberghiero abruzzese: nella primavera del 2016, quand’era ancora minorenne, ha ottenuto la possibilità di svolgere fuori Regione il periodo di alternanza, due settimane a cavallo di Pasqua prestando servizio presso un hotel della riviera romagnola. A Rimini è arrivato accompagnato dai genitori, e nei primi due giorni -spiega al telefono- ha avuto modo di capire il funzionamento della cucina di una struttura ricettiva; durante il terzo giorno, però, è stato invitato ad abbandonare la stanza dell’hotel che gli era stata assegnata, una singola, per andare ad occupare una specie di magazzino, in condizioni igieniche precarie. Dopo aver richiamato i genitori, Andrea è tornato in Abruzzo, completando il periodo di alternanza in una pasticceria. Ha segnalato ai dirigenti del suo istituto l’hotel, che è stato depennato dalla lista delle “strutture ospitanti”, come le definisce il ministero dell’Istruzione.
È la legge 107 del 2015, quella conosciuta come “la buona scuola” (labuonascuola.gov.it), ad aver reso obbligatorio per tutti gli studenti del triennio superiore l’alternanza scuola-lavoro: nei tecnici e nei professionali, come la scuola frequentata da A., questa occupa 400 ore; 200 ore, invece, nei licei, come quello dove studia C.: nell’anno scolastico 2015-2016, gli studenti coinvolti sono stati oltre 652mila, in larga parte delle classi terze, ma saranno un milione e mezzo nel 2017-2018.
Non tutti vivranno esperienze come quelle di Ester e Andrea, ma sono anche gli insegnanti a riconoscere che la riforma è incompleta, e l’alternanza -il cui obiettivo è quello di aumentare le competenze dei ragazzi- rischia di essere un flop.
Lucia Dorigo insegna scienze umane al Liceo Adelaide Cairoli di Pavia, 1.800 alunni e quattro indirizzi: all’interno del suo istituto coordina l’attività, che lo scorso anno ha coinvolto 350 studenti, raddoppiati quest’anno. “Costruire un percorso di alternanza significa lavorare sulle competenze, da sviluppare sia a scuola sia all’esterno: questo aspetto della riforma lo ritengo intelligente, perché in questo modo gli studenti sono chiamati a risolvere problemi. Si tratta di un ribaltamento rispetto alla didattica frontale”.
I problemi principale per trasformare questo modello in realtà? “I programmi non sono cambiati, e sono enciclopedici: l’esame di maturità presuppone che la classe arrivi fino a un certo punto in storia, in filosofia…”. L’ordine d’intervento -secondo Dorigo- avrebbe dovuto essere un altro: “Prima mettere mano ai programmi, quindi all’esame di maturità, e poi, arrivati a quel punto, introdurre la didattica per competenze, anche rafforzando il rapporto sul territorio con l’alternanza”. Anche perché, ed è il secondo aspetto negativo, per gli insegnanti è difficile “costruire percorsi con aziende, che sono quelli caldeggiati dal ministero: per gli studenti del liceo Cairoli ci sono appena 4 posti. Non abbiamo ancora la possibilità di accedere ad un elenco delle aziende presenti sul territorio; ho scritto a molti, ma non mi hanno risposto” sottolinea la professoressa Dorigo.
Secondo un monitoraggio del primo anno di obbligatorietà realizzato dalla Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil, l’80% dei progetti di alternanza sono nati in modo casuale, “a partire da offerte dei soggetti privati” si legge in una sintesi della ricerca. Secondo lo stesso report, “un ragazzo su 4 è fuori da percorsi di qualità”, ovvero ha partecipato solo ad attività propedeutiche (a scuola) o solo ad esperienze di lavoro. Oscar Pasquali, capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Stefania Giannini al dicastero dell’Istruzione, sottolinea come le strutture ospitanti coinvolte nel 2015/2016 siano state 149.795, il 36,1% delle quali imprese. Tracciando un bilancio dopo il primo anno di obbligatorietà, anche Pasquali è consapevole che esista “una questione di ‘qualità’, ma -spiega- volevamo spingere le scuole fuori dalla propria comfort zone, obbligandole ad essere intraprendenti, anche se affiancate e supportate dal ministero”.
Funziona così: il ministero o l’Ufficio scolastico regionale (USR) stipulano con il soggetto interessato -può essere un’azienda, un ente pubblico, ma anche un soggetto no profit- “protocolli” o “accordi quadro”, che per avviare operativamente dei “progetti” di alternanza devono dar luogo a “convenzioni” con le singole scuole. “È la scuola che negozia con la struttura ospitante il percorso formativo, partendo magari da una base già discussa -racconta Pasquali-; e lo studente firma di proprio pugno il progetto formativo, quindi deve fare un lavoro di consapevolezza rispetto a ciò che è previsto che faccia, e ciò che andrà a fare -sottolinea il dirigente del ministero-: se deve fare qualcosa che non è previsto, è giustissimo che lo indichi e permetta anche a noi di essere duri rispetto ai patti sottoscritti. È anche in questo modo che si fa cultura del lavoro. Ma i prossimi saranno anni delicati. Il processo è complesso”.
E lo è ancora di più quando mancano dei pezzi. Solo il 21 novembre 2016, ad esempio, la circolare numero 44 dell’INAIL, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ha chiarito -a un anno e quattro mesi dall’approvazione della legge “la buona scuola”- che l’assicurazione scolastica è estesa anche alle attività di alternanza, e che quindi le strutture ospitanti non devono farsi carico di quei costi…

venerdì 24 febbraio 2017

Il problema non è Trump. Siamo noi - John Pilger


Il giorno in cui Trump si insedierà da presidente, migliaia di scrittori negli Stati Uniti esprimeranno la loro indignazione: “Per guarire e andare avanti …” dice l’associazione Writers Resist “desideriamo evitare il discorso politico diretto, e preferiamo invece concentrarci su un futuro stimolante, e su modo in cui, in quanto scrittori,  possiamo essere una forza unificante per far avanzare le democrazia.”
E: “Esortiamo gli organizzatori e gli oratori locali a evitare di usare i nomi dei politici o di adottare un ‘anti’ linguaggio come punto centrale del loro evento di Writers Resist. E’ importante assicurarsi che le organizzazioni no profit, alle quali è proibito fare campagne politiche, si sentiranno sicuri quando parteciperanno e  sosterranno questi eventi.”
Si deve quindi evitare la protesta diretta, perché non è esente da tasse.
Paragonate questa banalità con le dichiarazioni del Congresso degli Scrittori Americani, svoltosi alla Carnegie Hall di New York nel 1935, e di nuovo due anni dopo. Erano eventi elettrizzanti, dove gli scrittori come affrontare gli infausti avvenimenti in Abissinia, Cina e Spagna. I telegrammi inviati da Thomas Mann, C Day Lewis, Upton Sinclair and Albert Einstein venivano letti ad alta voce e riflettevano la paura che i grandi poteri  erano ora dilaganti e che era diventato impossibile discutere di arte e letteratura senza la politica o, addirittura, senza un’azione politica  diretta.
“Uno scrittore,” disse la giornalista Martha Gellhorn durante il secondo congresso, “deve essere un uomo d’azione, adesso…un uomo che ha dato un anno della sua vita agli scioperi dei metalmeccanici, o ai disoccupati, o al problema dei pregiudizi razziali non ha perduto o sprecato il suo tempo. E’ un uomo che è consapevole della sua appartenenza.  Se doveste sopravvivere a un’azione del genere, quello che avrete da dire dopo in proposito sarà la verità,  necessaria  e  reale e che durerà.”
Le sue parole echeggiano in tutto il falso compiacimento e la violenza dell’era di Obama e del silenzio di coloro che sono stati collusi con i suoi inganni.
E’ un fatto incontrovertibile che la minaccia di un potere rapace e rampante fin da prima dell’ascesa di Trump, sia stato accettato dagli scrittori, molti dei quali privilegiati e famosi, e da coloro che sorvegliano i cancelli della critica letteraria, e della cultura, compresa quella popolare. Non è adatta a loro l’impossibilità di scrivere e promuovere la letteratura priva di politica. Non è adatta a loro la responsabilità di far sentire la propria voce, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca.
Oggi il falso simbolismo è tutto. La ‘identità’ è tutto. Nel 2016, Hillary Clinton marchiò milioni di elettori come “una massa di miserabili, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamafobi – chi più ne ha, più ne metta”. Le sue offese sono state “dispensate” a una dimostrazione di LGBT, come parte della sua cinica campagna per conquistarsi le minoranze maltrattando una maggioranza per lo più bianca e della classe operaia. Questo si  chiama: dividere e comandare (divide et impera, dicevano già gli antichi romani, n.d.t.), oppure politica di identità, in cui la razza e il genere nascondono la classe e permettono di combattere una guerra di classe. Trump lo ha capito.
“Quando la verità è sostituita dal silenzio,” diceva il poeta russo dissidente, Yevtushenko, “il silenzio è una bugia.”
Questo non è un fenomeno americano. Alcuni anni fa, Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all’Università di Manchester, reputava che “per la prima volta in due secoli, non c’è nessun eminente poeta inglese o drammaturgo o romanziere che metta in discussione le basi del modo di vivere occidentale.”
Nessuno Shelley parla per i poveri, nessun Blake parla per i sogni utopici, nessun Byron maledice la corruzione della classe governante, nessun Thomas Carlyle e John Ruskin rivelano il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernard Shaw, attualmente non hanno equivalenti.  Harold Pinter è stato l’ultimo che ha fatto sentire la sua voce. Tra le attuali voci insistenti del femminismo da consumisti, echeggia quella di Virginia Woolf che descriveva “le arti del  dominare altre persone…di governare, uccidere, di  acquisire  terra e capitale”.
C’è qualcosa di venale e di profondamente stupido riguardo a scrittori famosi quando di avventurano fuori del mondo viziato e si dedicano a un “problema.” Nella sezione Recensioni, del Guardian del 10 dicembre, c’era una fotografia di un Barack Obama sognante che guardava il cielo, e le parole “Amazing Grace”  (Grazia Straordinaria, è un è un famoso inno cristiano del ‘700) e “Addio al capo”.
La piaggeria scorreva come un ruscello inquinato mormorante, pagina dopo pagina. “Era un personaggio vulnerabile per molti aspetti… Ma la grazia. La grazia onnicomprensiva: nei modi e nella forma,  nella discussione e nell’intelletto, con umorismo e bravura.
E’ un  vivo tributo a ciò che è stato e che può essere di nuovo…Sembra pronto a continuare a lottare e resta un campione formidabile da avere dalla nostra parte…La grazia, i livelli quasi surreali della sua grazia…”
Ho fuso insieme queste citazioni. Ce ne sono altre perfino più agiografiche  e prive di      attenuazione. Il principale difensore di Obama del Guardian, Gary Younge, è stato sempre attento ad attenuare,  a dire che il suo eroe “avrebbe potuto fare di più”: oh, ma c’erano le “soluzioni calme, misurate e consensuali…”
Nessuna di queste citazioni potrebbe, tuttavia, superare lo scrittore Ta-Nehisi Coates, il beneficiario di una borsa di studio per “i geni”, del valore di 625.000 dollari, assegnato da una fondazione liberale. In un saggio interminabile per The Atlantic, intitolato: “My President Was Black” (Il mio presidente era nero), Coates ha portato una nuova connotazione alla parola “prostrazione”. Nel “capitolo” finale, intitolato “Quando te nei sei andato, hai preso tutto me stesso con te, un verso di una canzone del cantautore Marving Young , scrive di aver visto gli Obama “uscire dalla limousine, uscire dalla paura, sorridendo,  sfidando  la disperazione, la storia, la gravità”. L’Ascensione, come minimo..
Uno degli elementi persistenti nella vita politica americana, è un estremismo cultuale che si avvicina al fascismo. A questo è stata data espressione ed è stato rafforzato durante i due mandati di Barack Obama. “Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere,” ha detto Obama che ha esteso il passatempo militare preferito dell’America, e gli squadroni della morte (operazioni speciali”), come nessun altro presidente aveva fatto fin dalla Guerra Fredda.
Secondo un’inchiesta del Consiglio per le relazioni internazionali, nel 2016 soltanto, Obama ha fatto cadere 26.171 bombe, cioè 72 bombe al giorno. Ha bombardato le persone più povere del mondo in Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia, Siria, Iraq, Pakistan.
Ogni martedì, ha riferito il New York Times, sceglieva personalmente coloro che sarebbero stati uccisi per lo più  dai missili Hellfire  lanciati dai droni. Sono stati colpiti matrimoni, funerali, pastori, insieme a coloro che cercavano di raccogliere le parti dei corpi che  “decoravano” il cosiddetto “bersaglio terrorista”.
Un importantissimo senatore Repubblicano, Lindsay Graham, ha stimato approvandoli,  che i droni di Obama avessero ucciso 4.700 persone. “Delle volte si uccidono persone innocenti, ed è una cosa che odio,” ha detto Obama, “ma abbiamo fatto fuori dei membri molto importanti di Al Qaida.”
Come il fascismo degli anni ’30, le grosse bugie vengono  espresse  con la precisione di un metronomo: grazie a dei media onnipresenti la cui descrizione ora si adatta a quella dell’accusatore di Norimberga: “prima di ogni importante aggressione, con alcune eccezioni basate  sull’opportunità, hanno iniziato una campagna di stampa basata calcolata per indebolire le loro vittime e per preparare psicologicamente i Tedeschi….Nel sistema di propaganda… la radio e la stampa quotidiana erano le armi più importanti.
Consideriamo la catastrofe in Libia. Nel 2011 Obama disse che il presidente della Libia, Muammar Gaddafi stava pianificando il “genocidio” contro il suo stesso popolo.  “Sapevamo…che se avessimo aspettato un altro giorno, Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo.”
Questa fu la nota bugia delle milizie islamiste di fronte alla sconfitta a opera delle forze del governo libico. Divenne la storia dei media; la Nato, guidata da Obama e da Hillary Clinton – lanciò 9.700 attacchi contro la Libia, di cui più di un terzo mirati a obiettivi civili. Si usarono testate a uranio; le città di Misurata e di Sirte vennero bombardate a tappeto. La Croce Rossa individuò fosse comuni, e l’Unicef riferì che “la maggior parte [dei bambini uccisi] avevano meno di 10 anni.”
Durante l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno esteso le operazioni segrete delle “forze speciali” a 138 paesi, o al 70% della popolazione del mondo. Il primo presidente afro-americano ha dato il via quella che è stata equivalente a un’invasione su vasta scala dell’Africa. Ricordando la “Corsa all’Africa” alla fine del 19° secolo, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom), ha costruito una rete di “supplicanti”  tra regimi africani collaborazionisti, desiderosi di mazzette e di armamenti. La dottrina “da soldato a soldato” dell’Africom include ufficiali statunitensi a ogni livello di comando, dal generale al maresciallo. Mancano soltanto i caschi da esploratore.
E’ come se l’orgogliosa storia di liberazione dell’Africa, da Patrice Lumumba a Nelson Mandela, venisse consegnata all’oblio da un’ élite coloniale nera di un nuovo padrone, la cui “missione storica”, avvertiva Frantz Fanon mezzo secolo fa, è la promozione di “un capitalismo rampante anche se camuffato.”
E’ stato Obama che, nel 2011, annunciò quello che divenne noto come il “perno dell’Asia”, in cui quasi due terzi delle forze navali statunitensi sarebbero state trasferite nell’Asia del Pacifico per “confrontarsi con la Cina”, nelle parole del suo Segretario alla Difesa. Non c’era alcuna minaccia dalla Cina; tutta quella impresa non era necessaria. Era una provocazione estrema per fare contenti il Pentagono e i suoi alti ufficiali dementi.
Nel 2014, l’amministrazione Obama ha supervisionato e pagato un colpo di stato guidato da fascisti in Ucraina, contro il governo eletto democraticamente, minacciando la Russa sul suo confine occidentale attraverso il quale Hitler invase l’Unione Sovietica, con una perdita di 27 milioni di vite umane. E’ stato Obama a che ha piazzato i missili nell’Europa dell’Est, puntati verso la Russia, ed è stato il vincitore del Premio Nobel per la Pace che ha aumentato la spesa per le testate nucleari a un livello più alto di quello di qualsiasi amministrazione fin dalla guerra fredda – avendo promesso, in un discorso emozionante a Praga, di “contribuire a liberare il mondo dalle armi nucleari”.
Obama, l’avvocato costituzionalista, ha perseguito più “talpe”  di qualsiasi altro presidente della storia, anche se la costituzione degli Stati Uniti li protegge. Ha dichiarato Chelsea Manning colpevole prima della fine di un processo che era una farsa. Ha rifiutato di perdonare Manning che ha sofferto anni di trattamento inumano che l’ONU dice equivale alla tortura. Si è dedicato a un caso completamente fasullo contro Julian Assange. Ha promesso di chiudere Guantanamo e non lo ha fatto.
In seguito al disastro delle pubbliche relazioni di George W. Bush, Obama, il tranquillo organizzatore di comunità da Chicago attraverso Harvard, è stato reclutato per ripristinare quella che chiama la “leadership” in tutto il mondo. La decisione del comitato del comitato del Premio Nobel, faceva parte di questo: il tipo di stucchevole razzismo al contrario che ha beatificato l’uomo per nessun altro motivo se non quello che piaceva alle sensibilità liberali e, naturalmente, al potere americano, se non ai bambine che uccide nei paesi poveri e per lo più musulmani.
È questo il richiamo di Obama. Non è diverso da quello di un fischietto per cani: non può essere udito dalla maggior parte delle persone, ma è  irresistibile per gli infatuati e i tonti, in particolare per “i cervelli liberali marinati nella formaldeide della politica dell’identità”, come disse Luciana Bohne. “Quando Obama entra in una stanza”, diceva, esaltato, George Clooney, “si vuole  seguirlo e da qualche parte, da qualsiasi parte.”
William I. Robinson, professore presso l’Università della California, e componente di un gruppo incontaminato di pensatori strategici americani che hanno mantenuto la loro indipendenza durante gli anni dei richiami intellettuali per cani fin dall’11 settembre, la settimana scorsa ha scritto:
“Il presidente Barack Obama… potrebbe aver fatto più di chiunque altro per assicurare la vittoria di [Donald] Trump. Mentre l’elezione di Trump ha innescato una rapida espansione delle correnti fasciste della società civile negli Stati Uniti, un esito di tipo fascista per il sistema politico è lungi dall’essere inevitabile… Ma quella reazione richiede chiarezza su come siamo arrivati ad un precipizio così pericoloso. I semi del fascismo del 21° secolo sono stati piantati, fertilizzati e innaffiati dall’amministrazione Obama e dall’élite liberale politicamente fallita”.
Robinson sottolinea che “sia nel 20° secolo che nelle sue emergenti varianti del 21° secolo, il fascismo è, soprattutto, una risposta alla profonda crisi strutturale del capitalismo, come quella del 1930 e come quella che ha avuto inizio con la crisi finanziaria nel 2008… C’è una linea quasi retta qui da Obama a Trump… il rifiuto delle élite liberali di sfidare la rapacità del capitale transnazionale, e il suo marchio di identità politica sono serviti a nascondere il linguaggio delle classi lavoratrici e popolari… spingendo i lavoratori bianchi dentro una ‘identita’ di nazionalismo bianco e aiutando i neofascisti ad organizzarli”.
Il semenzaio è la Repubblica di Weimar di Obama, un paesaggio di povertà endemica, di polizia militarizzata e di prigioni barbariche: è la conseguenza di un estremismo “di mercato”, che, sotto la sua presidenza, ha indotto il trasferimento di $14 miliardi di dollari di denaro pubblico alle imprese criminali di Wall Street.
Il suo più grande “lascito” è forse la cooptazione e il disorientamento di una vera opposizione. La “rivoluzione” illusoria di Bernie Sanders non fa testo. La propaganda è il suo trionfo.
Le bugie sulla Russia – nelle cui elezioni gli Stati Uniti sono apertamente intervenuti – hanno reso i giornalisti più boriosi del mondo lo zimbello di tutti. Nel paese con la stampa più libera al mondo costituzionalmente, il giornalismo libero ora esiste soltanto nelle sue lodevoli eccezioni.
L’ossessione di Trump è una copertura per molti di coloro che si definiscono “liberali di sinistra”, quasi volessero rivendicare una decenza politica. Essi non sono “di sinistra”, e non sono neppure particolarmente “liberali”. Molte delle aggressioni degli Stati Uniti verso il resto dell’umanità sono arrivate dalle cosiddette amministrazioni democratiche liberali – come quella di Obama. Lo spettro politico americano si estende dal mitico centro ad una destra lunare. La “sinistra” sono i traditori senzatetto che Martha Gellhorn ha descritto come “una rara e totalmente lodevole confraternita”. Escludeva chi confonde la politica con la fissazione per il proprio ombelico.
Mentre “guariscono” e “vanno avanti”, gli attivisti di Writer Resist ed altri anti-Trumpisti rifletteranno su tutto questo? Più precisamente: quando sorgerà un vero e proprio movimento di opposizione? Arrabbiato, eloquente, tutti-per-uno-e-uno-per tutti. Fino a quando la vera politica non tornerà nella vita delle persone, il nemico non è Trump, siamo noi stessi.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0


Un conto ancora aperto. Quanto valgono duecentocinquant'anni di schiavitù? - Ta-Nehisi Coates

A partire dall'abolizione della schiavitù i problemi negli Usa non sono certo diminuiti.
Iragionamenti di Ta-Nehisi Coates non fanno una piega e non sono astratti, ma legati alla vita delle persone, con nome e cognome.
Ta-Nehisi Coates pone un problema, come risarcire personalmente e come comunità chi ha avuto dei trattamenti pessimi,  a essere gentili, per motivi, economici, ideologici, etnici, e non solo, da parte di un'altra comunità, che se ne è avvantaggiata.
L'oggetto del libro sono i neri negli Usa, ma Ta-Nehisi Coates cita, per allargare il discorso, tedeschi ed ebrei,e il risarcimento della Germania a Israele, e l'apartheid in Sudafrica.
Il punto è solo questo, se la continua discriminazione (e oppressione) di una parte della popolazione, pur nella legalità, deve portare a un risarcimento.
E questa strada non presa farà la differenza.
Non esiste un organismo, come le Nazioni Unite, per esempio, che sancisca che ogni discriminazione, a livello di stati, prima o poi dovrà essere risarcita, Ta-Nehisi Coates pone il problema.
"Sappi, Stato ora potente, che poi pagherai tutto, con gli interessi", ecco un articolo che non esiste nei trattati internazionali, e non ancora nel senso comune di moltissimi cittadini del mondo.
Il pensiero poi lascia gli Stati Uniti d'America e lo spettro del risarcimento si aggira per il mondo, dalla Palestina, ai territori Mapuche, per fare qualche esempio, e agli altri indigeni americani, dal Canada a capo Horn, ai Rohingya del Myanmar, agli aborigeni australiani e neozelandesi, una lista lunghissima.
Buona lettura, e grazie a Ta-Nehisi Coates, che sa scrivere e si fa capire benissimo.




…Coates non fa sconti e punta il dito sull’ipocrisia dei bianchi che non vogliono riconoscere il carattere razzista di molte leggi del passato.
C’è una rimozione della schiavitù, dell’apartheid, della discriminazione che continua a persistere. E non bastano certo delle leggi come le affirmative action, che secondo l’autore in realtà ribadiscono la differenza, invece di annullarla. Non è con le indennità, che peraltro sarebbero elevatissime, che si risolve il problema, dice Coates, ma con l’ammissione e il riconoscimento del fatto che gli USA nascono su e da un presupposto razzista. Men che meno il tentativo di accomunare le lotte per i diritti degli afro-americani con quelle di tutti i poveri della nazione: la povertà dei neri non è la povertà dei bianchi, afferma Coates, riprendendo le parole di Lindon Johnson. 
Una storia nera, in tutti i sensi, che non lascia spazio a facili risposte, ma che ha il grande pregio di togliere il velo dell’ipocrisia autoassolutoria su un problema che non è solo degli Stati Uniti, ma di tutto il mondo, anche dell’Europa, dove assistiamo ogni giorno a rigurgiti razzisti di cui troppo spesso sottovalutiamo la portata.

Dopo l’acclamato Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates mette in discussione un altro grande conto che l’America ha in sospeso con la storia: il risarcimento ai neri americani per gli oltre duecento anni di schiavitù, la segregazione e la negazione dei diritti più elementari. Anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, gli afroamericani sono stati ostacolati nell’esercizio dei diritti inalienabili di ogni cittadino: al voto, allo studio, al lavoro. Soprattutto, scrive Coates, del diritto alla casa, «il tesserino d’accesso al sacro ordine della classe media americana». Affrancare uno schiavo per poi farne un cittadino
a metà equivale a lasciargli le catene addosso, con il benestare di chi dovrebbe tutelarlo. Dalle spietate pratiche  discriminatorie del mercato immobiliare alle strane incongruenze del New Deal, Coates presenta il conto all’America.
E non è un conto da poco.

Un conto ancora aperto non deve difendere una teoria, una ricostruzione, un’opinione: il danno compiuto è conclamato, perché gli esseri umani ridotti in schiavitù sono stati trattati e organizzati come merci. Ricorda lo storico David W. Blight: “Nel 1860 gli schiavi come bene patrimoniale valevano più di tutte le produzioni manifatturiere, più dell’intera rete ferroviaria e dell’intera capacità produttiva di tutti gli Stati Uniti messi insieme. Gli schiavi erano di gran lunga il bene di proprietà più importante dell’intera economia americana”. Questo vuol dire un’immane sofferenza perché trattare uomini e donne come parti di ricambio vuol dire distruggere le comunità e “separare una famiglia di schiavi equivaleva di fatto a un assassinio. Ecco dove affondano le loro radici la ricchezza e la democrazia americane: nella lucrosa distruzione del bene più importante a cui ogni individuo possa aspirare, la famiglia. Questa distruzione non è stata un elemento incidentale nell’ascesa dell’America: l’ha facilitata. Attraverso la creazione di una società di schiavi l’America ha potuto gettare le basi economiche per il suo grande esperimento democratico”. Riconoscere l’esigenza di un risarcimento sarebbe (il condizionale è d’obbligo) un decisivo cambio di prospettiva, anche se il saldo finale, per la civiltà tutta, resta negativo.


giovedì 23 febbraio 2017

Gianni Minà intervista Marco Pantani

La storia intorno alle foibe - Nicoletta Bourbaki



Il Giorno del ricordo, il 10 febbraio, è stato istituito al fine di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. In cosa consiste la “più complessa vicenda”? Il collettivo Nicoletta Bourbaki ha chiesto a sette storici di rispondere alla domanda. Una pluralità di sguardi, per oltrepassare le frontiere che hanno diviso e insanguinato la zona di confine.
·         Cosa dimentichiamo nel Giorno del ricordo?, di Nicoletta Bourbaki
·         Sul confine orientale, la storia trasformata in olocausto, di Federico Tenca Montini
·         Persecuzioni, crimini fascisti e resistenze nei Balcani e nella Venezia Giulia, 1920-1945, di Anna Di Gianantonio, Carlo Spartaco Capogreco, Eric Gobetti, Nicoletta Bourbaki
·         Esodo e foibe. Separare ciò che appare unito, di Jože Pirjevec, Nicoletta Bourbaki, Sandi Volk
·         Il viaggio continua. Possibili percorsi di approfondimento, di Nicoletta Bourbaki
***
Cosa dimentichiamo nel Giorno del ricordo?
Dal 2005, ogni 10 febbraio, sui mezzi d’informazione italiani viene raccontata una versione parziale e distorta di quel che accadde a Trieste, in Istria e in tutta quanta la “Venezia Giulia” nella prima metà del ventesimo secolo. La legge che nel 2004 ha istituito il “Giorno del ricordo” allude en passant alla “complessa vicenda del confine orientale”, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata che tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato. Una vulgata italocentrica, a dispetto della multiculturalità di quelle regioni.
L’inquadratura, strettissima e al tempo stesso sgranata, si concentra sugli episodi di violenza chiamati – per metonimia – “foibe” e sull‘“esodo”, ovvero l’abbandono di Istria e Dalmazia, a cominciare dal 1945, da parte della maggioranza della popolazione italofona di quelle regioni.
Nel discorso pubblico italiano, infatti, dagli anni novanta e seguendo una precisa agenda politica, due argomenti diversi sono stati collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi. Il giorno del ricordo ha dato a tale sovrapposizione il crisma dell’ufficialità, e oggi le foibe sono presentate come causa immediata dell’esodo.
È un nodo che va districato con pazienza.
Quando si parla di foibe, sul confine orientale la storia sembra cominciare a Trieste nell’aprile 1945. Retrocedendo, al massimo si arriva in Istria all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo, violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia.
I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola – sono un enorme non detto. La rimozione alimenta la falsa credenza negli “italiani brava gente” e al contempo delegittima e diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano italiano.
Il non detto pesa e condiziona tutte le ricostruzioni. Molti si stupirebbero nell’apprendere che alla resistenza “jugoslava” presero parte numerosi italiani: civili italofoni di quelle zone, ma anche disertori e sbandati del regio esercito. Nei territori oggi indicati come Friuli-Venezia Giulia, Repubblica di Slovenia e Repubblica di Croazia, l’opposizione armata al nazifascismo fu multietnica, irriducibile a qualsiasi agiografia nazionale.
Se si scostano i pesanti drappeggi scenici di una propaganda che separa le culture, descrive appartenenze nazionali certissime e indiscutibili, alimenta le “passioni tristi” del rancore e del revanscismo, il “confine orientale” si rivela – per citare il titolo di un importante libro dello storico Piero Purini – un mondo di “metamorfosi etniche”, identità multiple e continui spostamenti di popolazioni, dove i confini tra le identità sono instabili e indeterminati. Anche la frontiera postbellica tra Italia e Jugoslavia, oggi descritta come un solco invalicabile, in realtà rimase sempre porosa, permeabile, mutevole.
In una Lettera aperta sul Giorno del ricordo, abbiamo espresso le nostre critiche alla scheda Cosa sono le foibe pubblicata il 10 febbraio 2016 sul sito di Internazionale, e proposto alla rivista – che riteniamo un esempio di giornalismo scrupoloso, competente e indipendente – uno speciale che affrontasse la complessità di questa storia, coinvolgendo alcuni degli storici che, negli ultimi anni, hanno pubblicato le più interessanti ricerche storiografiche sul tema.
Ringraziamo Internazionale per la disponibilità e l’apertura.
Gli storici che hanno contribuito sono: Federico Tenca Montini, Piero Purini, Carlo Spartaco Capogreco, Eric Gobetti, Anna Di Gianantonio, Jože Pirjevec e Sandi Volk. Le loro note biobibliografiche sono nei rispettivi articoli e interviste.

Buona lettura…continua qui

mercoledì 22 febbraio 2017

un concerto di Franco Battiato, nel 2004



Amazon, Dostoevskij e il fascismo cool - Nicolas Bonnal



Non ho mai capito perché i leader fascisti assumano un’aria cattiva. Per imporre il tecno-nazismo è sufficiente sorridere e sostenere la società ludica.
Il testo che segue ha fatto il giro del web.
“L’impresa americana [Amazon n.d.t.] è accusata di sfruttare i propri impiegati del centro di Dunfermline, nella regione di Fife, in Scozia, a tal punto che alcuni di loro sono obbligati a dormire nelle tende vicino lo stabilimento per assicurare le loro 60 ore di lavoro settimanali”.
Tende capito? In effetti, non si può più trovare casa in una società neoliberista:
“Sotto accusa, la diminuzione del salario (tra i 3 e 5,7 euro all’ora tolte le tasse) che non permette ai dipendenti di utilizzare le navette dell’azienda per rientrare a casa a causa del prezzo proibitivo di 7,35 sterline al giorno (8,70 euro). Uno dei dipendenti intervistati dal giornale scozzese The Courier ha confidato di vivere a più di un centinaio di chilometri dal posto di lavoro e di non poter percorrere questa distanza due volte al giorno perché il biglietto del treno è troppo caro”.
Alcuni politici protestano in Inghilterra o in Scozia ma Amazon se ne frega, e Amazon ha ragione. Amazon e Brainlords (rileggete il mio libro) difendono l’Homo Ludens: “Niente nel susseguirsi di scandali di questo genere lascia pensare che Amazon sia pronto a una tale messa in discussione. Al contrario, i portavoce della piattaforma sono comunque entusiasti per le condizioni di lavoro imposte ai loro impiegati. ‘Durante il Black Friday, abbiamo organizzato una tombolata gratuita. È importante che gli impiegati si divertano‘ è ben contento Paul Ashraf, manager generale delle operazioni per Amazon nel Regno Unito”.
Ecco perché torno a Dostoevskij e al suo discorso del Grande Inquisitore – per illuminare i confusi che voteranno ancora a destra, a sinistra e anche al centro!
“Ma il gregge si riformerà, starà in obbedienza e questo sarà per sempre. Così daremo loro una felicità dolce e umile, una felicità adatta a delle creature delicate come loro”.
Il Grande Inquisitore continua su un tono ludico e divertente: “li persuaderemo, infine, a non inorgoglirsi, poiché sei tu, elevandoli, che lo hai insegnato loro; proveremo loro che sono deboli, che sono bambini pietosi, ma che la felicità puerile è la più dilettevole. Diventeranno timidi, non ci perderanno di vista e si stringeranno a noi con timore, come una tenera nidiata sotto le ali della madre”.
E se si organizza una tombolata per meritare il paradiso? O anche l’inferno che dovrebbe essere più divertente e ludico (è vero perché ammorbarsi con il paradiso? sei cattolico?):
“La nostra collera li farà tremare, la timidezza li invaderà, i loro occhi diverranno lacrimosi come quelli dei bambini e delle donne; ma altrettanto facilmente, a un nostro cenno, passeranno all’allegria e al riso, alla gioia radiosa dei bambini”.
Il Grande Inquisitore ben organizza il suo piccolo parco umano:
Certo, li costringeremo a lavorare, ma nelle ore libere organizzeremo la loro vita come un gioco di bambini, con i canti, i cori e le danze innocenti.”
Si ribelleranno per meglio sottomettersi dopo:
“Ma l’entusiasmo dei bambini finirà e costerà loro caro. Abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra; ma si accorgeranno alla fine, questi bambini stolti, che non sono altro che ribelli deboli, incapaci si ribellarsi per troppo tempo. Verseranno lacrime sciocche e comprenderanno che il creatore, facendoli ribelli, ha voluto certamente prendersi gioco di loro”.
Dostoevskij ispira Nietzsche:
“Un po’ di veleno qui e là, per procurarsi dei sogni gradevoli. E più veleno alla fine per morire dolcemente. Si lavori ancora, poiché il lavoro è una distrazione. Ma si vegli affinché la distrazione non sia debilitante”.