mercoledì 27 maggio 2015

Richard Galliano (Tangaria Quartet) in concerto

Parolin usa certe parolon

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha detto delle nozze gay: Credo che non si può parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell'umanità.

Torturare e bruciare Giordano Bruno, la Santa Inquisizione, bruciare gli indios non cattolici è stata una vittoria dell’umanità?

(Dopo che lo ebbero legato al palo, appena prima di accendere il fuoco, un sacerdote spagnolo offrì al leader Indiano Hatuey la grazia spirituale. Avrebbe voluto garantirsi l’ingresso dell’anima in paradiso, convertendosi al Cristianesimo?

Hatuey ragionò sulla proposta. “In paradiso, ci sono persone come lei?” chiese. Quando il prete lo rassicurò che sì, avrebbe trovato persone come lui, Hatuey rispose che preferiva andare all’inferno, dove non avrebbe trovato uomini tanto crudeli…da qui)


lunedì 25 maggio 2015

dice José Saramago


In nessun momento della Storia, in nessun luogo del pianeta, le religioni sono servite per far avvicinare gli esseri umani gli uni agli altri. Al contrario. sono servite solo per dividere, per bruciare, per torturare. Non credo in dio, non mi serve, e lo stesso sono una brava persona.


Filosofía y Psicología, intervista con Michel Foucault



La Buona scuola e il vero significato delle parole - Lello Voce


A costo di diventar noioso, torno a parlare di scuola. Da poeta stavolta, non da insegnante.
Non lo faccio per intervenire su questo, o quell’aspetto della cosiddetta “buona scuola” renziana, ma, più modestamente, per riflettere sul significato di due parole (di due espressioni, se preferite) che vengono usate spessissimo a proposito di scuola.
Intanto, a parere di molti, almeno a parere di quasi tutti quelli che di scuola parlano e scrivono sui media mainstream, la scuola sarebbe un’azienda.
Proprio qualche mattina fa l’ennesimo economista chiamato a dare il suo parere sulla scuola durante un servizio di RaiNews24 (ma perché occorrerebbe chiedere il parere di un economista sulla scuola? a me pare che sia come se si chiedesse a un poeta, o a un chimico, un parere sulla prossima riforma fiscale, o sui mutuisubprime) sosteneva che la scuola fosse un’azienda che eroga servizi.
Davvero? A me non risulta.
A me risulta, piuttosto che, come sosteneva Calamandrei, la scuola, per la nostra Carta costituzionale, sia un’istituzione.
Pubblicità
Un’istituzione non eroga servizi, piuttosto realizza diritti. Il suo fine non è quello di accumulare profitti, ma promuovere conoscenze e ‘competenze’.
Nel caso della scuola si tratta di diritti, conoscenze e ‘competenze’ basilari: quelli degli allievi di imparare a essere, prima di tutto, cittadini coscienti e responsabili, tanto dei propri diritti, quanto dei propri doveri e quelli degli insegnanti di professare la propria disciplina in piena libertà, per realizzare il fine di garantire alla società la formazione di quei futuri cittadini di cui sopra, educati al difficilissimo compito di esercitare la libertà.
Trasformare la scuola in un’azienda (e i suoi insegnanti in operai alla catena di produzione di qualcosa che non è più possibile chiamare ‘cultura’ e meno che mai ‘cultura dei diritti’, o i suoi allievi in ‘clienti’ di un market dove possono scegliere il prodotto più conveniente, o alla moda) significa colpire alla base le fondamenta di una società democratica, dividere diritti civili e diritti politici alla maniera del Bonaparte.
Chiamare azienda la scuola, insomma, non è soltanto un’espressione irragionevole, priva di senso comune, ma anche l’ultimo segnale, devastante, di una società in cui la dimensione economica pretende di sovrastare ogni altro ambito della vita umana. Fino a imporre al linguaggio che le uniche metafore legittime siano quelle che a essa rimandano.
Fin la famiglia è oggi un’azienda, si sa, e, soprattutto, ogni azienda è una famiglia: peccato che i genitori di codesta famiglia (una volta si diceva: i padroni) si comportino poi come Chronos e divorino i propri figli…
Tutto ciò, da umile operaio delle parole quale sono, mi inquieta e mi inquieta ancora di più che a parlare per prima della scuola-azienda, spacciandola per una trovata avanzata e ‘moderna’, sia stata laSinistra.
Ma ricordarlo mi aiuta a non stupirmi più di tanto che sia proprio essa a concludere, oggi, un lavoro appaltato per qualche decennio alla Destra.
Da Berlinguer a Renzi: tout se tient nella cosiddetta, sinistra, Sinistra italiota.
Un altro dei cavalli di battaglia di questo nuovo tentativo di riformare la scuola italiana a forza di decreti è poi l’idea del cosiddetto preside-sindaco.
Il preside-sindaco giunge infine a sostituire l’ormai stanco e liso preside-manager.
Difficile, peraltro, convincere qualcuno che il suo lavoro sia quello di manager, se ciò che si trova ad amministrare sono solo pochi spiccioli stenterelli, raschiati dal fondo del barile. Meglio, allora, dirgli che sarà un sindaco, altrettanto povero, magari, ma almeno in condizione di prendere decisioni.
Un sindaco è figura più amichevole e più autorevole di un manager.
Ma un sindaco non viene nominato, viene eletto. Almeno da quando l’Italia è una Repubblica. Un sindaco, se svolge male il suo compito, difficilmente potrà essere scelto dai suoi cittadini per un altro mandato.
Dunque, invece di rimandare al mittente la proposta del preside-sindaco, imho, i docenti italiani dovrebbero accettarla e farla propria.
A patto, però, che davvero di un preside-sindaco si tratti, a patto, cioè, che il Governo faccia davvero ciò che dice di voler fare e non pretenda di cambiare addirittura il significato corrente delle parole.
Un preside-sindaco sarà, a lume di ragione, eletto dai suoi cittadini-insegnanti (e magari da genitori e allievi), dovrà rendere loro conto della sua amministrazione, sarà la realizzazione massima della ‘collegialità’, non la sua negazione.
Altrimenti, a norma di vocabolario, meglio chiamarlo sindaco-prefetto, o sindaco-federale: avrà meno appeal, ma almeno avremo usato le parole per far fare loro ciò che devono fare: descrivere e conoscere la realtà, non mascherarla.

domenica 24 maggio 2015

scrive Marco Lodoli, e risponde Elisabetta

scrive Marco Lodoli:

È la mattina del 5 maggio e nella mia scuola a Torre Maura, a Roma, succursale dell’Istituto professionale Falcone-Pertini, ci siamo solo io e la preside, arrivata dalla centrale per aprire il portone e garantire agli studenti le ore di lezione. Ma di studenti nemmeno l’ombra.
Sono tutti in sciopero insieme agli insegnanti. La preside ci tiene a mostrare una certa serenità, da ammiraglio che non perde la calma, anche quando la nave sembra paurosamente inclinata. Vago per i corridoi deserti con le mani dietro la schiena e penso che qualcosa in questa riforma non è andato come doveva, visto che i miei colleghi sono compattamente, convintamente ostili. Mi sento ancora più dispiaciuto perché ho partecipato a tante riunioni al ministero della Pubblica Istruzione, ormai un anno fa, per progettare la Buona Scuola.



risponde Elisabetta:

Caro Marco,
Ebbene sì, anch’io quel 5 maggio ero a scioperare e ho contribuito a costruire quel profondo senso di solitudine di cui parli sulle pagine di Repubblica.
Nel leggerti mi è venuto in mente l’immagine di un giocatore che si lamenta di non trovare i propri compagni negli spogliatoi, mentre loro sono già sul campo a giocare la finale…
Caro Marco il tempo stringe… e non si può stare mani in mano a vagare per i corridoi. Ne va della nostra professione, ne va dei nostri ragazzi, ne va del nostro sistema scolastico.Stanno attaccando la scuola pubblica!
Tu, che ti sei sforzato così tanto di fare bella figura e noi, stupidi e arrabbiati, non abbiamo compreso le vostre intenzioni, le vostre serie e buone intenzioni. Lo sai qual è il problema? È proprio quest’aria buonista che nasconde invece l’arroganza di chi erge un muro e una distanza siderale fra voi della scuola “buona” e noi, della scuola “normale”.
Voi della scuola buona avete capito tutto e tutti, sapete come fare, animati dal sano ottimismo e dall’energia del fare. Noi della scuola normale invece siamo duri a capire, disfattisti e pessimisti sappiamo solo lamentarci e non vediamo la grandezza di una riforma epocale come la vostra. Siamo troppo arrabbiati e delusi, abbiamo le menti offuscate da anni di malaffare e di mal governo e prendiamo lucciole per lanterne additando voi, proprio voi, che vi siete rimboccati le maniche per risolvere gli annosi problemi della scuola italiana!
Non voglio e non posso credere che uno come te, che insegna da anni, che scrive libri, che ha partecipato alla ideazione di questa riforma, possa davvero credere che i veri e i grandi punti di forza del Ddl siano i 500 euro annui da spendere per la propria formazione culturale e l’assunzione dei precari. Nessuna parola che entri nel merito della riforma: e i soldi dati alle scuole private? E le modalità  di assunzione dei precari storici? E le modalità dell’alternanza scuola-lavoro? E l’autonomia delle scuole gestita dal preside, “primus inter pares”? Nessuna parola inoltre sulle materie da insegnare, sul monte ore da distribuire, sulla relazione insegnante – allievo.
È inutile nascondersi dietro le semplificazioni e gli stereotipi della “professoressa tacco 12″ o del “professore marxista leninista”. Queste possono andare bene per una sceneggiatura dell’ennesimo film scadente sulla scuola, ma non per convincerci che vi siete spiegati male. Non è un problema di come dite le cose, ma delle cose che dite.
Chi ti scrive “festeggia” quest’anno il suo undicesimo anno di precariato: ho attraversato tutti i ministri, tutte le riforme che si sono susseguite nel nostro paese in quest’ultimo decennio, ho visto ogni anno una scuola diversa, conosciuto centinaia di studenti e decine e decine di insegnanti, ma raramente ho incontrato questa semplificazione, questa fatuità disarmante con cui presentate il vostro progetto. Dietro un’idea di scuola, c’è un’idea di essere umano, di società, di politica. E la vostra idea di essere umano, di società, di politica non ci piace per niente. Voi dividete gli esseri umani in “chi è fatto per studiare” e “chi per lavorare”, la vostra è la società del merito di avere i soldi. Acuite le disuguaglianze, elargite fior di euro alle scuole cattoliche.
Eppure basterebbe fare classi di venti alunni al massimo, rendere le scuole private senza oneri per lo stato e investire in quelle pubbliche. Tu che insegni non puoi negare di quanto possa migliorare una lezione in un’aula ben attrezzata con un massimo di 20 alunni.
Caro Marco,
dal tuo pezzo, così come dalla lettera che Matteo Renzi ha inviato a tutti noi docenti,emerge una freddezza e una presunzione che nascondono soltanto il disprezzo per coloro che quella scuola la vivono davvero.  Senza i 500 euro i professori non si formerebbero! Ahimè caro Marco io quest’anno ne spendo “solo” 2500 ( pari a poco meno di due mensilità) per prendere un’altra abilitazione e non ti aggiungo quelli che spendo per i libri, per il cinema, il teatro, i convegni e le mostre che vado a vedere nella mia e in altre città italiane. I 500 euro sono la solita ovvietà elargita come se fosse una grazia scesa dal cielo. Ma come?!? Mi lamento proprio io che forse il prossimo anno verrò assunta? Vogliamo innanzitutto sapere i numeri precisi di queste assunzioni, ma soprattutto come e dove saremo assunti. Nessuno, ad oggi, è ancora in grado di spiegarcelo!
Inoltre quella cosa che si chiama Contratto nazionale avrà ancora una sua validità o sarà scavalcato dalle decisioni del governo?
Qui si tratta di difendere un’idea di scuola pubblica, di stato sociale, di laicità e di uguaglianza!
Qui si tratta di interesse vero per gli altri esseri umani, in particolare per quelle nuove generazioni che saranno i cittadini di domani.
Qui si tratta di difendere una professione dalle basse logiche del mercato e della competizione.
Qui si tratta di formare i giovani nel pensiero critico, nella propria autonomia.
Qui si tratta di fare bene e amare la propria professione.
Qui si tratta di difendere uno dei pochi luoghi di lavoro e di formazione in cui vigono l’onesta e la trasparenza.
Non potete farlo voi che girate da soli per i corridoi e guardate dall’alto in basso.
Tu e Matteo Renzi vi lamentate di non essere stati capiti. Come farebbe un bravo insegnante quando la maggior parte dei suoi alunni non arriva alla sufficienza. Il buon insegnante è quello che ammette di non essersi spiegato bene.
C’è una piccola differenza: che voi non siete i “maestri della nazione” e noi non siamo i vostri alunni.

sabato 23 maggio 2015

Tango italiano – Rino Genovese

ho iniziato a leggerlo per caso, il tango non c'entra niente, Maradona neanche, c'entrano l'Argentina e l'Italia.
Rino Genovese fa un viaggio, realtà e sogno spesso di confondono, la dittatura è sempre presente, troppo recente per essere dimenticata.
un bel libro, senza risposte, merita la lettura, fra Napoli e Buenos Aires - franz





Non è un libro sul tango, ma è un libro introspettivo, malinconico come un tango.
Man mano che lo leggi e ti addentri nella storia, ti senti come se stessi ballando un tango, uno di quelli struggenti, uno di quelli che ti entra dentro e che ti parla all’anima, uno di quelli che capisci che tu, il tango, lo hai sempre avuto dentro.
Non so se questo sia dovuto al tipo di scrittura che usa l’autore, o piuttosto alle emozioni vissute dal protagonista e descritte con atmosfere veramente da “sogno”.
La “tanghitudine” (per dirla alla Meri Lao) emerge da ogni pagina, forse per i luoghi descritti, forse per le persone che ruotano attorno al protagonista, forse per il clima e il traffico della città, o per la storia di un amore inespresso; forse sono i discorsi sulla politica, nostalgici e evocativi di tempi e luoghi andati ma che a volte ritornano; forse per la questione dei desaparecidos…
Il libro inizia così:
Di ritorno da Buenos Aires, mi pare di non esserci ancora stato, di averla solo intravista in un inquieto dormiveglia, questa città letteraria e terribile con i suoi marciapiedi pieni di buche, i cieli di smalto e la coscienza popolata di morti. Eppure non più tardi di quarantotto ore fa, mi portavo appresso fra il Richmond e il Tortoni la mia tristezza morbida come un guanciale…
un viaggio a Buenos Aires in cui, nel paragone costante con l’Italia, avrei dovuto cercare di cogliere il nucleo emotivo di quel paese lontano e insieme così vicino al nostro. Nel mio viaggio trovai un’Argentina che mostrava le piaghe della tragedia vissuta sotto la dittatura militare e follemente proiettata verso quel crac cui il neoliberismo, anche questo in salsa peronista, di lì a qualche anno l’avrebbe condotta. Dal punto di vista letterario la strategia dell’autofinzione era ancora più accentuata, con il personaggio autobiografico che fin dalle prime pagine dichiara di chiamarsi proprio come me; il viaggio sarebbe stato più che vissuto rivissuto in una specie di trance, grazie all’apporto stilistico di una narrazione all’imperfetto proustiano e, tematicamente, mediante un io narrante in costante stato di semiubriachezza. Il tutto avrebbe dovuto rendere la grande malinconia argentina, connaturata al paese in quanto terra d’immigrazione, e rafforzata da ultimo dalla fitta popolazione di morti desaparecidos

Disincanto che è pure l'angolo prospettico da cui Genovese, nel suo vagabondare da "flaneur" solo all'apparenza svagato, raffigura situazioni e persone con una felicità di scrittura che maschera una prosa sorvegliatissima e calibrata nel dosaggio di scampoli di Storia e vita, cui si alternano gli intervalli d'una accidia tutta letteraria che, se favorisce la disamina interiore, s'accompagna pur sempre al peregrinare attraverso i luoghi d'una leggenda (la città labirinto di Borges, appunto).Questi sono a loro volta scaltri pretesti per commenti, note didascaliche e riflessioni tra il politico e il sociologico, talvolta un po' forzate all'interno di un testo narrativo. Il progetto di misurarsi col passato per poter meglio fronteggiare l'oggi - cioè fare storia strappando "brandelli di possibilità alla pesante trama dell'esistente" - viene però frustrato dall'opacità e dallo stallo di un presente in cui Genovese non riesce a cogliere segni di rinnovamento.
Ma "Tango italiano", di là dalle tentazioni saggistiche, si può anche leggere come un racconto d'amore irrisolto non solo per l'enigmatica Eva (o l'Argentina), ma anche per l'Italia. Meglio, come la narrazione di pluri-mi rapporti d'amore-odio.Ritornato dall'America al luogo di partenza e appartenenza, Genovese conclude che, se la vita e la storia ci paiono "un girare a vuoto e un movimento immobile", ciò non comporta la necessità di ridurle senz'altro alla rappresentazione intellettuale di un labirinto senza sbocchi.
Così il protagonista, in un ritorno di fiamma d'entusiasmo, nella pagina finale che reinnesca in modo simpatico l'avvio del libro, opterà per la non facile decisione di testimoniare la propria crisi mediante un "diario", assai più pubblico che privato, alla scoperta della realtà contemporanea, assumendo coraggiosamente su di sé la mai lieve responsabilità "del dire e dello scrivere".
da qui

Il patto Isil (Isis) - Usa in una foto - Franco Fracassi

un giorno, forse, queste cose saranno sui libri di storia, adesso non stanno neanche nei giornali e nelle tv - franz


Il patto Isil-Usa in una foto - Franco Fracassi

La pistola fumante è una foto. È stata scattata il 27 maggio 2013 a Idleb, nel nord della Siria. Ritrae Mohammad Nour, Salem Idriss, Abu Mosa, John McCain e Ibrahim al Badri. Il primo è il portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaida in Siria). Il secondo è il capo dell’Esercito siriano libero (responsabile in Siria di raccapriccianti massacri). Il terzo è il portavoce dell’Isil, il quarto è un senatore degli Stati Uniti, nonché ex candidato alla Casa Bianca, nonché ambasciatore ombra del Dipartimento di Stato. L’ultimo è noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (dieci milioni di dollari di ricompensa) e come nome di battaglia ha preso quello di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante (Isil).

Particolare importante è che al momento di quello scatto al Baghdadi già era stato iscritto (il 4 ottobre 2011) dall’Fbi nella speciale lista dei terroristi ricercati del mondo, e sia l’Isil che il Fronte al Nusra erano stati inseriti dalle Nazioni Unite nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da combattere.

Altro particolare importante, McCain non è un politico qualsiasi. Da vent’anni è a capo dell’International Republican Institute (Iri), il ramo repubblicano di un’organizzazione governativa (il Ned) parallela alla Cia. L’Iri è un’agenzia inter-governativa, Il cui budget viene annualmente approvato dal Congresso, in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato. È stato McCain la mente della rivoluzione che ha detronizzato Slobodan Milosevic dalla presidenza della Serbia, colui che ha cercato più volte di rovesciare il governo di Hugo Chavez in Venezuela, l’ideatore della rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e di Maidan nel 2013, il grande manovratore della Primavera araba e di tutte le sue rivoluzioni (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Siria).
Popoff ha rivelato l’esistenza di documenti (resi pubblici dall’ex agente della National Security Agency Edward Snowden) che dimostrano come siano state la Cia e il Mossad ad addestrare e ad armare l’Isil. Un’operazione segreta nome in codice “Nido dei calabroni”. «L’unica soluzione per proteggere lo Stato ebraico è quella di creare un nemico alle sue frontiere, ma indirizzarlo contro gli Stati islamici che si oppongono alla sua presenza», si legge su un documento della Cia. Al Bagdadi è stato prigioniero a Guantanamo tra il 2004 e il 2009. In quel periodo Cia e Mossad lo avrebbero reclutato per fondare un gruppo capace di attrarre jihadisti di vari Paesi in un unico luogo. E tenerli così lontani da Israele. L’obiettivo era quello di creare un esercito in grado di spodestare il presidente siriano Bashar al Assad.

Nel giugno di quest’anno l’Isil (sempre supportato dagli Usa) ha tracimato nel nord dell’Iraq, sbaragliando le truppe governative irachene e massacrando musulmani sciiti, ebrei e, soprattutto, cristiani.

«È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq». Ha dichiarato l’ex segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton nel corso di un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web “The Atlantic”. «In un’intervista che risale allo scorso febbraio il presidente Obama mi disse: “Quando hai un esercito di professionisti che combatte contro contadini, falegnami e ingegneri che iniziano una protesta devi fare qualcosa. Purtroppo modificare l’equazione delle forze in campo è difficile, e quasi mai ci si riesce. All’epoca non capii. Oggi mi è tutto chiaro», scrive Goldberg.

È stato veramente l’ennesimo fallimento della politica estera statunitense? Per dare una risposta bisogna tornare indietro e raccontare la storia dall’inizio.

La caduta del Muro di Berlino rappresentò per le grandi multinazionali (principalmente quelle statunitensi) una grande opportunità commerciale. C’era una fetta di mondo, però, che fino ad allora era rimasta impermeabile al business made in Usa e non dava alcun accenno di voler abbassare la guardia: il Medio Oriente. Quattro i Paesi chiave: l’Egitto per tutta l’area era (ed è) quello che gli Stati Uniti rappresentano per l’Occidente, la guida commerciale e dei costumi; la Libia, la Siria e l’Iraq tre potenti nazioni che avevano eretto una barriera totale all’espansionismo di Washington.

Il piano era quello di rovesciare i vari regimi al potere e di instaurare sistemi di potere più sensibili al richiamo del dollaro e dei prodotti che arrivavano da oltre oceano. Un po’ che avveniva già da tempo nelle monarchie del Golfo Persico.

Il Paese chiave era l’Iraq e il suo sanguinario (nonché seguitissimo dalle masse arabe) leader Saddam Hussein. Come hanno dimostrato migliaia di documenti, di filmati, di testimonianze e di foto, un ottimo amico di Washington, ma troppo furbo per cadere nella trappola economica.

E così nel 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad convinse Saddam a invadere il Kuwait (come ha raccontato lei stessa più volte), per poi sfruttare a proprio vantaggio quell’episodio e dichiarare guerra all’Iraq (gennaio 1991).

Il primo conflitto iracheno non risolse la questione. Saddam era ancora al potere. Il Paese venne messo sotto embargo per dodici anni, con la speranza che il popolo esasperato si rivoltasse. Non accadde nulla. Allora (nel marzo 2003) approfittando dell’11 settembre l’allora Amministrazione Bush invase per la seconda volta l’Iraq. Saddam venne deposto. Ma il Paese continuava a sfuggire al controllo di Washington. Troppo numerosa la fazione sciita, troppo potente il vicino Iran. Venne allora avanzata la proposta di dividere l’Iraq in tre Stati: a nord-est i curdi, a nord-ovest i sunniti, al centro e al sud gli sciiti. Ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, ma ancora una volta fallirono. Serviva una nuova strategia, utilizzando un attore non statale, un’entità come un fantomatico Esercito islamico dell’Iraq e del Levante.
Nel frattempo veniva portata avanti la strategia nel resto del Medio Oriente. Il 18 dicembre 2010 la Tunisia insorse a cacciò il corrotto presidente Ben Alì. Il 25 gennaio 2011 si sollevò l’Egitto (il presidente Hosni Mubarak venne arrestato).

Il 4 febbraio 2011 la Nato organizzò al Cairo una riunione per lanciare la “Primavera araba” in Libia e in Siria. Secondo un documento (di cui Popoff è entrato in possesso), la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione a Gheddafi in esilio. Il rapporto cita tra i delegati francesi presenti in quell’occasione Bernard-Henry Lévy. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (il parlamento) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di quarantamila followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio, una manifestazione in corso a Bengasi degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania e contro il dittatore Muhammar Gheddafi.

Il 22 febbraio dello stesso anno McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro, e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria. Poi, lasciando Beirut, il senatore ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata di lì a poco.
La Libia cadde come era accaduto prima alla Tunisia e all’Egitto, ma il regime di Bashar al Assad restò al suo posto. Ed ecco riapparire McCain. Era il 27 maggio 2013. Il giorno delle foto incriminanti. Il senatore dell’Arizona si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington dal direttore della comunicazione del suo staff Brian Rogers.

Un viaggio curioso, perché organizzato dalla Syrian Emergency Task Force, un’organizzazione diretta da un palestinese (Mouaz Moustafa) dipendente dell’Aipac, la più potente lobby ebraica negli Stati Uniti.

Ma torniamo alla nostra storia. La riunione mise in moto l’operazione “Nido dei calabroni”. Settemila jihadisti, provenienti da tutto il mondo, vennero addestrati in Turchia, altri cinquemila in Libia (sempre a spese dell’emiro del Qatar). Tutte nuove leve dell’Isil.
L’Esercito islamico era una cosa completamente nuova, l’organizzazione capace finalmente di sparigliare le carte. A differenza dei gruppi jihadisti che avevano combattuto in Afghanistan, in Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituiva una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi disponevano di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortavano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Quest’anno due episodi che hanno portato finalmente agli eventi di questa estate e ai massacri iracheni da parte dell’Isil. L’agenzia britannica Reuters ha pubblicato un articolo nel gennaio di quest’anno in cui si legge: «Il Congresso degli Stati Uniti si è riunito segretamente per votare il finanziamento e l’armamento dei ribelli in Siria fino al 30 settembre 2014». A fine febbraio, grazie anche al lavoro di McCain, in Ucraina una sorta di colpo di Stato è andato a buon fine. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato siglare un accordo commerciale con l’Arabia Saudita per la vendita di un ingente quantitativo di armi (anche cannoni e carri armati) alla jihad di al Baghdadi. In base al contratto (di cui Popoff ha parlato in un precedente articolo) le armi in questione sarebbero state a disposizione «a partire dal primo giugno 2014», per essere trasferite all’Isil in Siria, via Turchia.
Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Isil e del governo regionale del Kurdistan (totalmente controllato da Washington).

L’Emirato islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il quaranta per cento. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del Paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Isil di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga del governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Barak Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato islamico. Tuttavia, secondo il generale statunitense William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria. Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato».

Ciò che ha realmente fermato l’avanzata dell’Isil e ha aperto un corridoio umanitario, permettendo ai civili di sfuggire al massacro, è stato l’intervento dei curdi del Pkk turco e siriano, nemici giurati della Turchia, della Nato e degli Stati Uniti.