venerdì 12 febbraio 2016

Insegnanti meritevoli: un premio troppo soggettivo - Maria De Paola


l bonus per i bravi docenti
Tra le novità introdotte dalla “Buona scuola” vi è un bonus da corrispondere ai docenti più meritevoli. Sembrerebbe una iniziativa lodevole poiché nel settore pubblico è di cruciale importanza distinguere tra lavoratori che svolgono con impegno il proprio lavoro e lavoratori che sfruttano la “posizione protetta” per fare poco; permetterebbe di offrire servizi migliori. Tuttavia, il metodo stabilito dalla legge per individuare “il merito” rischia di creare più danni che benefici.
Bisogna innanzitutto chiarire che riuscire a premiare i meritevoli non è affatto facile. L’insegnamento è un’attività complessa di cui non è agevole misurare né il contributo fornito dai docenti (tempo dedicato a preparare le lezioni e a correggere i compiti, la disponibilità verso gli studenti e altro ancora) né l’effetto prodotto sulla preparazione degli studenti. Quest’ultima dipende dalla qualità dell’insegnamento, ma anche da molti altri fattori quali impegno, abilità, ambiente familiare, condizioni sociali. Inoltre, la preparazione degli studenti può essere misurata in diversi modi, attraverso la valutazione dei docenti, con il ricorso a test standardizzati, facendo riferimento al successo nelle successive fasi formative oppure sul mercato del lavoro.
I metodi di valutazione
Tutti questi aspetti rendono ardua l’impresa di distinguere un insegnante meritevole da uno che lo è di meno. D’altra parte, poiché si tratta di un’impresa importante molti paesi hanno provato a intraprenderla.
Di solito si tratta di sistemi incentivanti che legano la retribuzione dei docenti a qualche misura ben specificata di performance, ad esempio i risultati ottenuti dagli studenti in test standardizzati. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi. Si tratta di meccanismi imperfetti che, come fatto notare in molti studi, possono indurre i docenti a “insegnare per il test” e a trascurare altre importanti attività formative. Insegnare per il test può rappresentare un miglioramento se si fa riferimento a quei docenti che ex-ante facevano molto poco (è meglio insegnare a rispondere al test piuttosto che non insegnare affatto), ma può essere peggiorativo se si considerano gli insegnanti che ex-ante svolgevano efficacemente il proprio lavoro. Si tratta, quindi, di sistemi che possono creare benefici. ma anche costi e per capire se è il caso di utilizzarli bisogna ponderare diversi aspetti. In ogni caso, hanno però il vantaggio di basarsi su criteri oggettivi che non lasciano spazio all’arbitrarietà e permettono scelte chiare. Legando le mani a chi queste scelte deve compierle, ne facilitano il compito eliminando pressioni e influenze di vario tipo.
Criteri italiani
Al contrario, il sistema introdotto in Italia è fondato su elementi fortemente soggettivi. Il bonus verrà, infatti, corrisposto in base ai criteri individuati da un comitato di valutazione istituito presso ogni scuola. Tra quelli da utilizzare per la valutazione, la legge menziona la qualità dell’insegnamento, il successo formativo e scolastico degli studenti, le innovazioni didattiche e le responsabilità assunte. Trattandosi di una pluralità di fattori, è evidente che si delega al comitato di valutazione la scelta di cosa debba intendersi per “merito”. Ne segue che pesando in maniera diversa i fattori menzionati nella legge è possibile favorire alcuni a discapito di altri.
La composizione del comitato di valutazione (imposta in sede di dibattito parlamentare) peggiora ulteriormente la situazione. Il comitato è presieduto dal dirigente scolastico ed è composto da tre docenti, un componente esterno, due rappresentanti dei genitori (scuola dell’infanzia e primaria) oppure un rappresentante dei genitori e un rappresentante degli studenti (scuola secondaria).
Il fatto che i docenti siano valutati da colleghi non aiuta a creare un clima di serenità e imparzialità. Vi è il rischio che ciascun docente cerchi di influenzare le decisioni del comitato con comportamenti non certo utili al buon funzionamento della scuola o che comunque ciascuno si senta condizionato dal timore di ripicche e ritorsioni. La presenza di rappresentanti degli studenti e dei genitori non pone problemi meno gravi poiché si tratta di soggetti che solitamente non dispongono di sufficienti competenze e che potrebbero voler premiare insegnanti non troppo esigenti e disposti a dare buoni voti anche a studenti non particolarmente meritevoli.
Vi è quindi il rischio di esiti molto negativi, come quelli sperimentati in Portogallo, dove nel 2006-07 è stato adottato un sistema simile al nostro. Secondo uno studio di Pedro S. Martins (2009) questo sistema ha portato addirittura a un peggioramento della performance degli studenti agli esami esterni e a una “inflazione” dei voti assegnati dai docenti.
Si tratta di risultati non sorprendenti. È vero che le valutazioni soggettive vengono utilizzate nelle imprese private, ma lì a valutare è spesso l’imprenditore stesso (o una persona da lui delegata) che in caso di scelte sbagliate paga direttamente un costo. Nel settore pubblico l’uso di questi metodi è molto più problematico poiché spesso non ci sono sistemi efficaci per imporre un costo a chi effettua valutazioni non dettate dall’interesse comune, ma ispirate da convenienze e preferenze personali.

dicono Arundhati Roy e John Berger

Essere pienamente vivi nel nostro mondo così com'è.
Mettersi vicino a coloro per i quali questo mondo è diventato intollerabile e ascoltarli.
L'unico sogno che vale la pena di vivere è vivere finché si è vivi
e morire solo quando si è morti.
Cosa significa esattamente?
Amare. Essere amati.
Non dimenticare mai la propria insignificanza.
Non abituarsi mai alla violenza indicibile
e alla volgare disparità della vita che ci circonda.
Cercare la gioia nei luoghi più tristi,
inseguire la bellezza là dove si nasconde.
Non semplificare mai quello che è complicato
e non complicare quello che è semplice.
Rispettare la forza, mai il potere.
Sopratutto osservare. Sforzarsi di capire.
Non distogliere mai lo sguardo.
E mai, mai dimenticare.


(da “Modi di vedere”, di John Berger)

lo dice anche Wole Soyinka

Un africano, un premio Nobel per la letteratura è intervenuto sulla visita del presidente iraniano Rohani in Italia e sulla decisione di coprire statue ed opere d’arte per non offendere il capo di stato di un paese in visita ufficiale in Italia, con il quale si intrattengono affari miliardari.
Il premio Nobel è il nigeriano Wole Soyinka, forse uno degli africani più conosciuti nel mondo. La sua presa di posizione è durissima contro l’Italia, senza attenuanti. E’ la critica di un africano che mostra di non avere quel complesso di inferiorità che di solito gli africani nutrono per gli europei e si possono permettere di mettere a nudo le loro debolezze.
E’ anche la critica di un africano che conosce bene cosa hanno dovuto fare le civiltà del suo continente per “accomodare” le relazioni con l’Europa e per subirle fino all’annientamento culturale. Ecco le sue parole tratte da un articolo pubblicato su Il Sole24Ore di domenica 7 febbraio:
Deplorevole è la resa alla tracotante arroganza settaria, espressa o taciuta, e all’intolleranza. L’Italia ha tradito il genere umano, svilendosi in maniera praticamente irreversibile. Ha tradito i miliardi di persone cadute vittime dei dettami religiosi e culturali nel corso della storia, alcuni delle quali giustiziate nelle carceri segrete di nazioni quali l’Iran…La questione fondamentale è che la leadership politica di un paese ha assoggettato la sovranità del suo popolo ai valori reali, immaginati o semplicemente ipotizzati di un altro, giustamente guadagnandosi lo scherno e il biasimo di un ampia fetta di mondo.
E’ estremamente difficile esprimere il disgusto e il senso di sfiducia provocato da una tale leadership. Non potrebbe essere più mortificante il comportamento dell’Italia nei riguardi di chi si impegna da tutta una vita a favore della libertà di scelta, di espressione, di gusto, creatività e di una sciolta interazione tra le culture…(il comportamento dell’Italia) E’ una freccia in più agli archi dell’ISIS, di Al Shabaab, Boko Haram e di tutte le altre forze oscure anti-umane che si sono ripromesse di distruggere le fondamenta stesse della società contemporanea da un lato all’altro del globo…Il mondo dovrebbe rispondere all’Italia in modo chiaro e inequivocabile, pur se simbolico. L’evento di questa capitolazione gravissima ai dettami di una minoranza dovrebbe essere iscritto in modo permamente nelle cronache mondiali della vergogna e dell’infamia!

Giornalista messicana uccisa: perché siete soli - Alessandro Ghebreigziabiher

Un’altra giornalista scomoda è stata assassinata in Messico. Dal 2000 i reporter ammazzati a Veracruz sono sedici, dieci dei quali negli ultimi cinque anni.
Anabel Flores Salazar, del quotidiano El Sol de Orizaba, lascia due figli, uno di quattro anni e l’altro di pochi mesi.
A loro questa mia…
Siete soli.

Siete soli, ora, perché vostra madre è stata lasciata sola.

Siete soli perché vostra madre lottava.
Per far sentir meno sola.
La giustizia.

Siete soli perché c’è un vuoto da riempire.

E ora ne fate parte.

Siete soli perché una sola donna è sufficiente.

Per lottare.

Siete soli perché una sola donna, o uomo, di rado è sufficiente.

Per vincere.

Siete soli perché il vile, facci caso.

Non è mai solo.

Siete soli perché il coraggioso, ricordate, non dovrebbe mai.

Essere lasciato solo.

Siete soli perché la verità lo è.

Sono le menzogne a essere sempre di più.

Siete soli perché mamma credeva nella forza delle parole.

E malgrado quello che raccontano.
Fate come lei.

Siete soli perché qualcuno si sentiva maledettamente solo.

Per merito suo.

Siete soli perché qualcuno si sentiva maledettamente piccolo.

Grazie a lei.

Siete soli, adesso.


Siete soli, bambini, perché vostra madre è stata lasciata sola.

Siete soli perché vostra madre ha dato la vita.
Per far sentire meno soli.
Tutti gli altri.

giovedì 11 febbraio 2016

Il lavoro ai tempi di Facebook - Davide Lamanna

Con i suoi 3 miliardi di utenti, in crescita annua galoppante (dal più 454,20 per cento in Europa, al più 6599 per cento in Africa), internet si consolida rapidamente come principale mezzo di comunicazione di massa che connette persone, oggetti, macchine, reti. Ormai lungi dall’essere quello spazio libero che i suoi sviluppatori ambivano a creare, la rete delle reti è dominata da giganti egemonizzatori, che sono gradualmente diventati i suoi padroni di fatto.
Google fattura 70 miliardi di euro l’anno, Amazon 80, Microsoft 90. Per fare un paragone significativo, questi mostri divoratori di informazioni fatturano come Fiat, che nel 2013 si è fermata a 86,81, con un utile di 1,95 miliardi, una “bazzeccola” se paragonato ai circa 20 miliardi di utile che ha portato a casa Google con un fatturato persino inferiore a Fiat. C’è poi da considerare che Google ha 50.000 dipendenti, pari ad appena un quinto di quelli di Fiat.
Vengono allora alla mente le parole di Karl Marx, che nel cosiddetto “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse immagina un’economia in cui il ruolo principale delle macchine è produrre e il ruolo principale dell’uomo è tenerle sotto controllo. In modo decisamente soprendente per i suoi tempi, Marx afferma che tale evoluzione dell’economia porterà l’organizzazione e la conoscenza a fornire un contributo maggiore alla capacità produttiva rispetto al lavoro necessario per costruire e far funzionare le macchine. Questo sta già succedendo. Prendiamo Facebook, che con appena 6.000 dipendenti fattura più di 12 miliardi l’anno. Come fa? Grazie ai suoi utenti, felici di lavorare gratis ogni giorno al popolamento della nota piattaforma di Social Network con un patrimonio di informazioni e conoscenza.

E cosa è Facebook se non una macchina che ci portiamo dietro fin dentro casa e a cui badiamo per alcune ore al giorno? C’è solo un piccolo dettaglio: dove finiscono le ricchezze che genera? Nelle nostre tasche ne arrivano zero. Dunque gli utenti Facebook sono, tecnicamente, degli schiavi che lavorano senza compensi, senza frustate e senza catena.
È arrivato il momento di avanzare vertenze di nuovo tipo, facendo crescere il conflitto capitale-conoscenza, almeno altrettanto importante del conflitto capitale-lavoro. L’efficienza spaventosa introdotta dalle nuove tecnologie deve tradursi in una drastica riduzione dell’orario di lavoro per tutti i lavoratori e le lavoratrici. I margini stratosferici che provengono dalle nostre informazioni e dalla nostra conoscenza devono rendere possibile il reddito minimo di esistenza per tutti e tutte.

La gioia di scrivere – Wisława Szymborska


Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

(Traduzione di Pietro Marchesani)
da “Uno spasso” (1967), Libri Scheiwiller, 2009


Per una goccia Stefano perse il lavoro - Daniela Pia

Ci sono giorni, in questa scuola 2.0 in cui maestri e maestre, professori e professoresse, sempre più avanti con l’età, debbono fare i conti con la finitezza dei propri bisogni fisiologici: la pipì che scappa.
Lasciare incustodita la classe, per espletare un bisogno fisiologico impellente e improcrastinabile è impensabile, equiparabile addirittura ad una Schettinaggine.
A volte i bagni sono chiusi a chiave e la si deve chiedere al collaboratore scolastico, se lo si rintraccia subito.
Se non c’è si  stringono le ginocchia improvvisando un balletto e recitando a memoria versi dell’Inferno per tacitare la vescica.
Quando poi la chiave si manifesta fra le mani si corre lentamente e con una certa ricercata dignità sino a conquistare la porta del cesso. Si cesso. Che di cessi trattasi. Privi di carta igienica, di sapone, di asciugamani. Momenti in cui spesso si desidera disperatamente un cespuglio. Si sogna una piazzola lungo la statale. Una stradina di campagna ove liberarsi con molto più decoro .
Da oggi questi sogni proibiti sono però pericolosissimi e, se si sono realizzati,  potrebbero trasformarsi in un’arma letale, di quelle di “d’istruzione” di massa con cui la solerte giustizia italiana si diletta. Mettiamo che una sera di queste estati, mentre si partecipava alla sagra dello Scilipoti gradasso o del Razzi balbuziente, si sia bevuta qualche birra. Poniamo poi  che scappi impellente la pisciatina. Immaginiamo che non vi siano gabinetti nel raggio di mezzo chilometro. Alzi la mano chi non ha sollevato la gonna protetta da un cespuglio di rose, se femmina romantica, o da un cespuglio di mirto se  maschio rude. Chi non l’ha fatto lanci la prima pietra. Chi l’ha fatta cominci a temere gli strali della potente giustizia italiana, capace di far tremar le vene e i polsi al temerario pisciator campestre, privandolo persino del lavoro.
Così è capitato a Stefano Rho, stimato professore di filosofia,  persona onesta, inconsapevole di essersi bagnato la fedina penale  una sera di settembre del 2005 licenziato per non aver segnalato, all’atto della sua assunzione, il terrificante delitto compiuto undici anni prima: aver fatto pipì dietro un cespuglio.
Un bel quadro di pubblica ottusità: i gendarmi che gli fecero la multa, il solerte giudice che comminò la pena, il dirigente che la rese effettiva.
Un bellissimo quadro di solidarietà quella manifestatagli da studenti, colleghi e genitori, a loro il professore ha risposto: “Grazie mille a tutti per il sostegno e l’affetto. Grazie soprattutto a voi studenti. Grazie per la lezione di civiltà che avete dato oggi. Grazie per aver ricordato una volta di più al mondo che siete di gran lunga migliori di quanto spesso vi si dipinga. La scuola è per voi, la scuola siete innanzitutto voi, uno per uno. Quello che state facendo non è solo per me. State ricordando a noi tutti il valore della scuola. State manifestando l’esigenza di una giustizia che sia di sostanza e non solo di forma. Oggi siete molto più che studenti: siete cittadini. Continuate ad esserlo. Continuiamo a sostenere tutti insieme una scuola democratica per una società democratica. Con immenso affetto, profe Rho”.
Questo conta che i suoi studenti, cittadini consapevoli anche grazie a lui, siano stati in grado di comprendere che ad averla fatta fuori dal vaso questa volta non è stato certo il loro professore.
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qui una petizione per il reintegro di Stefano Rho nel posto di lavoro

Il mondo dopo il mercato - Francesco Gesualdi

Ho letto su Comune l’articolo di Franco Berardi Bifo, Slump. La crescita non tornerà mai più (molto letto, condiviso e discusso in rete, ndr), e ne condivido tutte le considerazioni, in particolare che il tempo della crescita è finito e che di occupazione, intesa alla sua maniera, questo sistema non ne crescerà più. Nel contempo, però, dobbiamo stare attenti a non convalidare questo sistema né dare l’impressione che anche noi ci aggiungiamo all’esercito di Tina, There is no alternative. L’alternativa, invece c’è e la dobbiamo rivendicare cominciando a denunciare tutti i fallimenti e i rovesci di questo sistema. Un’operazione che deve necessariamente partire dal linguaggio.
Questo sistema è in crisi e questo tutti lo sanno. Il problema è capire perché.Per autoassolversi il sistema parla di eccesso di produzione, quasi si trattasse di in un errore di calcolo nella valutazione dei bisogni. Ed anche noi, senza chiederci se l’affermazione sia vera o falsa, ripetiamo a pappagallo la stessa spiegazione. Ora va detto chiaro e tondo che a questo sistema dei bisogni della gente non importa un fico secco. Gli interessano solo le vendite per i guadagni che può procurare ai mercanti. Per cui la realtà la interpreta solo con gli occhi dei mercanti che quando si accorgono che di non riuscire a vendere tutto ciò che producono parlano di eccesso di merce. Poi magari andando a vedere come sta veramente la gente potremmo scoprire che molti vivono in una tale miseria da richiedere non solo ciò che è avanzato nei magazzini, ma molto di più. Una situazione non dissimile da quella che viviamo oggi: mentre il sistema dice di essere in crisi da sovrapproduzione, le Nazioni unite ci informano che un miliardo di persone soffre di denutrizione, che tre miliardi di persone non dispongono di servizi igienici, che ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. E la lista potrebbe continuare con gli analfabeti, i senza tetto, i senza cure eccetera, eccetera.

Il termine giusto per descrivere la crisi del sistema, intesa come malfunzionamento, è mala distribuzione. Mentre il termine giusto per descrivere il suo fallimento, inteso come disastro sociale e ambientale, è mala impostazione. Da un punto di vista funzionale la crisi del sistema è dovuta a una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua che ha ridotto a tal punto la massa salariale mondiale da aver avuto come effetto finale una riduzione dei consumi. Basti dire che fra il 1975 e il 2015 la quota di prodotto mondiale tolta ai salari a vantaggio dei profitti è stata dell’ordine del 10 per cento. Se aggiungiamo le risorse sottratte agli Stati sotto forma di evasione fiscale (tramite i paradisi fiscali) e sotto forma di interessi pagati sul debito pubblico, otteniamo uno spostamento enorme di ricchezza a vantaggio dei capitalisti, che non potendo espandere i propri consumi all’infinito, hanno provocato una caduta degli acquisti.
Potremmo proseguire dicendo che per tamponare la situazione il sistema ha cercato di garantirsi un’alta domanda incoraggiando il debito. Ma a forza di accumulare debiti, poi arriva il momento in cui non si possono più pagare e tutto viene giù provocando non solo l’arresto del sistema economico con conseguente caduta di tutti i prezzi compresi quelli di risorse scarse comepetrolio e minerali, ma anche la caduta delle banche, delle borse e dei bilanci pubblici. Capitomboli che alimentano ulteriormente la crisi. Esattamente come sta succedendo ai nostri giorni, prima con una crisi che avuto come epicentro gli Stati, poi con una crisi che ha avuto come epicentro la Cina. In ambedue i casi per il tentativo di fare correre il cavallo economico sotto la frusta del debito, che poi si è avvolta attorno al collo del cavallo strozzandolo.

Ben più grave il fallimento del sistema da mala impostazione. Al di là delle fanfare, questo sistema è organizzato solo per garantire affari alle grandi imprese sempre più orientate alla produzione di beni ad alta tecnologia.Una scelta di per se escludente perché coinvolge solo la parte di umanità con redditi medio alti, lasciando tutti gli altri alla deriva. Così abbiamo prodotto un pianeta con una minoranza che gozzoviglia e una maggioranza che non ha ancora conosciuto il gusto della dignità umana. Preso complessivamente questo pianeta non ha più spazi di crescita, anzi deve diminuire come mostrano i dati sull’impronta ecologica e sull’accumulo di anidride carbonica. Ma analizzando le singole situazioni, scopriamo chel’obbligo di decrescere vale solo per la parte di umanità in sovrappeso.
Quanto agli scheletrici hanno diritto ad avere di più, ma potranno farlo solo se i grassoni accettano di sottoporsi a cura dimagrante e solo se tutti insieme cambiamo impostazione economica. Non più produzione per il mercato lasciato al libero arbitrio delle imprese, ma produzione per i bisogni primari di tutti da parte di una comunità che programma. In una condizione di risorse scarse e di ambiente fortemente compromesso, la nostra pretesa libertà di produrre di tutto di più lasciando al portafoglio di ognuno di stabilire cosa comprare non funziona più. Nell’economia del limite la giustizia si garantisce fissando le priorità, che vuol dire programmazione, e predisponendo forme di produzione e distribuzione che garantiscono i bisogni fondamentali a tutti, che significaproduzione di comunità con godimento gratuito da parte di tutti.
Un numero crescente di persone comincia a capire che per garantirci un futuro dobbiamo ripensare cosa produrre, per chi produrre, come produrre. Ma pochi hanno messo a fuoco che la vera scelta è fra mercato individualista e comunità solidale. Su questo, però, è bene saperlo, si gioca il nostro avvenire e la nostra civiltà.
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