domenica 2 agosto 2015

lettera di Saviano a Renzi

Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, torno a scriverLe dopo quasi due anni e lo faccio nella speranza di poter ottenere una risposta anche questa volta. La prima volta Le scrissi quando il Suo governo aveva appena iniziato la propria azione di "riforma radicale della società italiana". Oggi non si può certo pretendere dal Suo esecutivo la soluzione di problemi endemici come la "questione meridionale": ma non ci si può neppure esimere dal valutare le linee guida della sua azione.
Game Over. Questa è la scritta immaginaria che appare leggendo il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. Game Over. Per giorni i media di tutto il mondo sono stati con il fiato sospeso in attesa di un accordo che scongiurasse l'uscita della Grecia dalla zona euro: oggi apprendiamo che il Sud Italia negli ultimi quindici anni ha avuto un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello greco. La crisi è ben peggiore: ed è nel cuore dell'Italia. Il lavoro come nel 1977, nascite come nel 1860.
Tra i fattori di grave impoverimento della società meridionale ci sono il decremento del tasso di natalità e l'aumento esponenziale dell'emigrazione che coinvolge soprattutto i giovani più brillanti: quelli formati a caro prezzo, nelle tante Università meridionali, funzionali più agli interessi dei docenti che a quelli degli studenti.
Ci sono meno nascite perché un figlio è diventato un lusso e averne due, di figli, è ormai una follia. Chi nasce, poi, cresce con l'idea di scappare: via dall'umiliazione di non vedere riconosciute le proprie capacità. Questo è diventato il meridione d'Italia: spolpato dai tanti don Calogero Sedara che non si rassegnano ad abbandonare il banchetto dell'assistenzialismo.
Ed è in questo contesto che si ripropongono nostalgie borboniche: l'incapacità del governo e la non linearità della sua azione resuscitano bassi istinti già protagonisti della nostra storia.
"Fate Presto" era il titolo de Il Mattino all'indomani del terremoto del 1980. Andy Warhol ne fece un'opera d'arte. E oggi quella prima pagina si trova a Casal di Principe, in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, che ospita una esposizione patrocinata dal Museo degli Uffizi di Firenze. Le consiglio di andarci, caro Premier: Le farebbe bene camminare per le strade del paese, Le farebbe bene vedere con i suoi occhi quanto c'è ancora da fare e come il tempo, qui, sia oramai scaduto. Per com'è messo oggi il Sud Italia, anche quel "Fate Presto" è ormai sintesi del ritardo.
Potrei dunque dirLe che agire domani sarebbe già tardi: ma sarebbe inutile retorica. Le dico invece che  -  nonostante il tempo sia scaduto e la deindustrializzazione abbia del tutto desertificato l'economia e la cultura del lavoro del Mezzogiorno  -  Lei ha il dovere di agire. E ancora prima di ammettere che ad oggi nulla è stato fatto. Solo così potremo ritrovare la speranza che qualcosa possa essere davvero fatto.
Le istituzioni italiane devono infatti chiedere scusa a quei milioni di persone che sono state considerate una palla al piede e, allo stesso tempo, sfruttati come un serbatoio di energie da svuotare. Sì, qualche tempo fa c'è stato pure chi ha pensato di tenere il consiglio dei ministri a Caserta, a Napoli. Ma di che s'è trattato? Di pura comunicazione: nient'altro. Che cosa ha invece opposto la politica italiana al dissanguamento generato dalla crisi? Dal 2008 a oggi contiamo 700mila disoccupati in più. Sono certo che Lei mi risponderà che la Sua riforma del mercato del lavoro va in questa direzione: vuole fermare il dissanguamento. Ma a me corre l'obbligo di dirLe che anche una buona riforma  -  e se quella attuale lo è lo capiremo solo negli anni  -  può generare effetti perversi se calata in un sistema-Paese claudicante.
Nel frattempo, la retorica del Paese più bello del mondo ha ridotto il Mezzogiorno a una spiaggia sulla quale cuocere al sole di agosto: per poi scappar via. Ammesso che ci si riesca ad arrivare, su quella spiaggia, dato che  -  come è accaduto alla Salerno-Reggio Calabria  -  si può incappare in interruzioni sine die (secondo le indagini, tra l'altro, frutto ancora una volta della brama di denaro da parte di funzionari infedeli). Non creda che nelle mie parole ci sia rancore da meridionalista fuori tempo: ma, mi scusi, che cosa crede che sarebbe successo se le interruzioni avessero riguardato un'arteria cruciale del Nord Italia?
Troppe volte ho sentito dire che è ormai inutile intervenire. Che il paziente è già morto. Ma non è così. Il paziente è ancora vivo. Ci sono tantissime persone che resistono attivamente a questo stato di cose e Lei ha il dovere di ringraziarle una ad una. Sono tante davvero. E tutte assieme costituiscono una speranza per l'economia meridionale. E' Lei che ha l'ingrato ma nobile compito di mostrare che è dalla loro parte e non da quella dei malversatori. Tra i quali, purtroppo, si annidano anche coloro che dovrebbero rigenerare l'economia.
Massimiliano Capalbo si definisce imprenditore "eretico" e legge nella desertificazione industriale un elemento positivo. Se desertificazione significa che impianti come l'Ilva di Taranto o la Pertusola di Crotone o l'Italsider di Bagnoli scompariranno dalle terre del Sud, questa  -  argomenta gente come Capalbo  -  può essere anche una buona notizia: vuol dire che il Sud potrà crescere diversamente. Aiutare il Sud non vuol dire continuare ad "assisterlo" ma lasciarlo libero di diventare laboratorio, permettergli di crescere diversamente: con i suoi ritmi, le sue possibilità, le sue particolarità. Non dare al Sud prebende, non riaprire Casse del Mezzogiorno, ma permettere agli imprenditori con capacità e talenti di assumere, di non essere mangiati dalla burocrazia, dalle tasse, dalla corruzione. La corruzione più grave non è quella del disonesto che vuole rubare: la vergogna è quella dell'onesto che  -  se vuole un documento, se vuole un legittimo diritto, se vuole fare impresa o attività  -  deve ricorrere appunto alla corruzione per ottenere ciò che gli spetta. A sud i diritti si comprano da sempre: e Lei non può non ricordarlo.

No, non mi consideri alla stregua del radicalismo ciarliero tipico dei figli dei ricchi meridionali, i ribelli a spese degli altri. Il vittimismo meridionale, quello che osserva gli altri per attendere (e sperare) il loro fallimento e giustificare quindi la propria immobilità è storia vecchia. Va disinnescato dando ai talenti la possibilità di realizzarsi. Provi a cogliere le mie parole come la "rappresentanza" di una terra che smette di essere al centro dell'attenzione quando non si parla di maxiblitz o sparatorie (tra parentesi, perché non è questo l'oggetto di della discussione: tanti studi ormai spiegano che certi exploit della violenza criminale al Sud siano anche l'"effetto" di "cause" dall'origine geografica ben più lontana).
Caro Presidente del Consiglio, parli al Paese e spieghi che cosa pensa di fare per il Sud. Lei deve dimostrare di saper comprendere la sofferenza di un territorio disseccato: solo allora avrà tutto il diritto di chiedere alla gente del Sud di smetterla con la retorica della bellezza per farsi davvero protagonista di una storia nuova  -  costruita camminando sulle proprie gambe. A Lei, quale più alto rappresentante della politica italiana, spetterà dunque il compito di levare ogni intralcio a questo cammino. E i progetti dovranno naturalmente essere concreti. Permette un paradosso? E' un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell'emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non "investono" ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all'estero il loro sporco giro d'affari. Sì, al Sud non scorre più nemmeno il denaro insaguinato che fino agli anni '90 le mafie facevano circolare...
Il Sud è scomparso da ogni dibattito per una semplice ragione: perché tutti, ma proprio tutti, vanno via. Quando milioni di italiani partirono da Napoli per le Americhe Lei lo sa che cosa succedeva al molo dell'Immacolatella? Le famiglie si presentavano con un gomitolo di lana: le donne davano un filo al marito, al figlio, alla figlia che partiva. E mentre la nave si allontanava, il gomitolo si scioglieva, girando nelle mani di chi restava. Era un modo per sentirsi più vicini nel momento del distacco. Ma anche per dare un simbolo al dolore: al distacco immediato.
La speranza era che quel filo che i migranti conservavano nelle tasche potesse continuare a essere mantenuto dai due capi così lontani.
Faccia presto, caro Presidente del Consiglio, ci faccia capire che intenzioni ha: qui ormai s'è rotto anche il filo della speranza.

Tutto in una Strada

sabato 1 agosto 2015

Lampedusa, Calais, Ventimiglia... - Alessandro Portelli

Da Lampedusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ventimiglia non si passa. Dalla Serbia a Budapest si viaggia in vagoni piombati. A Ceuta e Melilla, enclave spagnole in terra d’Africa, come al confine fra Bulgaria e Turchia o al confine fra Ungheria e Serbia, si alzano reticolati e muri. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato. Il tunnel di Calais è una vivida metafora di tutto questo: pensato per unire, è diventato una invalicabile barriera divisoria per chi non ha i soldi del biglietto – anzi, una barriera fra chi i soldi ce li ha e chi no. Scrivendo su un altro confine e un altro muro – quello fra Stati Uniti e Messico, la scrittrice chicana Gloria Anzaldúa conclude: il confine “es una herida abierta”, è una ferita aperta, dove il Terzo Mondo si strofina con il Primo, e sanguina. Come il Rio Grande e il muro che lo costeggia, anche Lampedusa, Calais, Ventimiglia sono ferite aperte, il sanguinante confine fra un Primo Mondo sempre più selvaggio e un Terzo Mondo che non ce la fa più a sopportare fame, guerra e dittature come destini ineluttabili e viene a chiedercene il conto. Adesso questi due mondi non si strofinano più soltanto ai confini fra loro, ma anche dentro l’Europa stessa, e la insanguinano tutta; ma il senso è sempre quello: l’insopportabilità di un mondo in cui ricchezza e risorse si ripartiscono in misura sempre più ingiusta e disuguale. Un tempo, di queste ingiustizie si occupava la sinistra. Oggi, ci raccontano, sono finite le ideologie; ma la lotta di classe continua, in forme insolite e drammatiche. Da un lato, quella guerra di classe dei ricchi contro i poveri di cui ha scritto eloquentemente Luciano Gallino (e di cui la vicenda greca è una variante significativa). Dall’altro, la più antica lotta dei poveri per avere anche loro quello che hanno i ricchi: l’immigrazione di massa è infine (ed è sempre stata) proprio questo, l’arma estrema dei dannati della terra per un minimo di accesso ai beni della terra su cui viviamo tutti. A differenza delle forme di lotta e dei conflitti sociali del secolo scorso, questa lotta non è mossa dal progetto di abbattere un sistema, ma dall’ansia di condividerlo; non dall’ostilità ma dal desiderio, dal sogno, se non dall’amore idealizzato. Solo che siccome il sistema che vorrebbero condividere è in realtà retto da egoismo ed esclusioni, la richiesta di condivisione ne mette a nudo limiti e ipocrisie, impone inevitabilmente il cambiamento e per questo l’Europa la percepisce come invasione e minaccia e cerca in tutti i modi di fermarla. Ma fermare un simile cambiamento epocale è come provare a fermare il mare con le mani. E’ difficile dire come possiamo noi svolgere un ruolo in questa nuova lotta di classe . Il lavoro di tante forme di volontariato e di intervento di base è prezioso, aiuta, salva vite, crea rapporti; ma le dimensioni del dramma sono almeno per ora superiori alle forze che può mettere in campo da solo. Io credo che dobbiamo comunque tutti accettare che le nostre vite non possono continuare uguali come se nulla fosse, magari con un po’ di tolleranza e benevolenza in più. Né noi né i migranti ci possiamo salvare da soli: quelli che dicono “prima gli italiani” non hanno capito che entrambi abbiamo bisogno delle stesse cose – casa, lavoro, salute, scuola, diritti, tutte cose che i migranti cercano e che noi stiamo un poco per volta perdendo, e che possiamo forse salvare e recuperare insieme, per tutti. Dobbiamo ritrovare alla democrazia il suo significato profondo, che non sta nella politica e nelle istituzioni ma nelle anime: democrazia come solidarietà, come capacità di riconoscere nell’umanità degli altri la nostra umanità stessa. C’è ancora qualcuno che lavora su questo? Diceva un testo sacro del pensiero liberale: la mia libertà finisce dove comincia quella del mio vicino: che è precisamente un invito a vedere il vicino, specie si diverso e nuovo, come un limite alla propria libertà, come un ostacolo e un potenziale nemico. Io credo che dovremmo riformularlo: la nostra libertà comincia dove comincia la libertà del nostro vicino, i nostri diritti e quelli dei migranti sono per sempre inseparabili, la libertà di tutti noi finisce, e comincia, a Lampedusa, a Ventimiglia e a Calais.

venerdì 31 luglio 2015

Donne in tempo di guerra e il loro sogno di pace - Zainab Salbi

Non chiamarmi zingaro – Pino Petruzzelli

ci sono libri necessari che, come I Promessi Sposi, andrebbero letti in tutte le scuole. 
Non chiamarmi zingaro è uno di quelli, parla di cose sconosciute, è istruttivo, smonta pregiudizi, ti costringe a prendere posizione, ti fa conoscere tanti fatti e storie che sono a portata di mano, basta non girare gli occhi.
alla fine del libro incontri Mariella Mehr, e il Porrajmos.
e avrai conosciuto Dragan, Walter, Doro, Alin, Mari, Florian, Elena, Bobby, Manush, Alma, Mirko, Mauso, Adamo, Carla, Vasko, Anna, Unica, Riccardo, Marsela, Joseph e Giovanni, tra gli altri.
cerca questo libro, ti mancava - franz






è un libro itinerante che va direttamente al cuore. Racconta le storie e le tradizioni di una popolazione in fuga, da noi disprezzata ed etichettata con il termine "zingaro", che porta dietro di se' un lungo percorso di emarginazione, intolleranza e sofferenza. L'autore ci porta a conoscere questo popolo e le sue storie di vita quotidiana, raccontandoci le testimonianze degli uomini che ha incontrato nel suo cammino per le strade e i campi rom dell'Europa...
da qui

«Mi fate ridere quando vi sento dire che avete paura di noi. Ogni volta che ci fermiamo con la roulotte in una zona isolata, andiamo a dormire con la speranza che nella notte non arrivi qualche balordo a darci fuoco con una tanica di benzina. "Che facciamo stasera? ma sì, andiamo a bruciare questi zingari." Abbiamo paura. Prova a immaginare cosa accadrebbe se finissi nelle mani di un gruppo di naziskin. Mi taglierebbero a pezzi e mi metterebbero nel forno di casa. Perché devo vivere nel terrore? Per fortuna che c’è la polizia. Se non ci fossero loro non ci sarebbe più un sinto o un rom sulla faccia della Terra.»
Ecco un libro che dovremmo leggere tutti: giovani e meno giovani, di sinistra e di destra, italiani e non.
Gli zingari ci fanno paura, ce ne hanno sempre fatta, ma ora, com'é risaputo e come si percepisce benissimo anche senza guardare il telegiornale o leggere i quotidiani, la cosa, almeno in Italia, sta assumendo proporzioni enormi….


Campioni dell’illegalità, noi italiani. Ma i lavavetri no, per loro scatta la tolleranza zero. Tutti a correre come pazzi sull’autostrada, ma se un rom ubriaco provoca un incidente ecco che parte l’emergenza zingari, tutti colpevoli. Allora può essere utile saperne di più: leggere queste storie di rom e di sinti fa uno strano effetto. La zingara medico che sorveglia sulla nostra salute, lo zingaro responsabile degli antifurti di una banca (sic!), l’insegnante, i bambini che vanno a scuola (migliaia di zingari fanno gli infermieri e i fornai), il prete: realtà che sembrano straordinarie ma che appartengono alla vita quotidiana. E che Petruzzelli riporta dando la parola a loro, andandoli a trovare nelle periferie delle nostre città ma anche in Romania, Bulgaria, in Francia. Racconti di vita dura e sofferta, di miseria e di intolleranza, di forti tradizioni, diverse dalle nostre. E quindi da nascondere. L’autore ricorda anche le persecuzioni e le torture che gli zingari hanno subito in Germania e in Svizzera. Storie scomode, che nessuno vuole riconoscere, per evitare possibili risarcimenti. Chi difende gli zingari? Nessuno.


Come scrivere un racconto in cinque minuti - Bernardo Atxaga

 Per scrivere un racconto in soli cinque minuti è necessario che si procuri - oltre alla penna e al foglio bianco tradizionali, naturalmente - una piccola clessidra, la quale la terrà puntualmente informato tanto del trascorrere del tempo quanto della vanità e dell'inutilità delle cose di questo mondo; e pertanto, anche dell'effettivo sforzo che ora sta per compiere.
 Non le venga in mente di mettersi davanti a una di quelle monotone e monocolori pareti moderne, no, non lo faccia; faccia sì, invece, che il suo sguardo si perda nel paesaggio aperto che si estende oltre la finestra, in quel cielo dove i gabbiani e gli altri uccelli vanno disegnando la geometria della loro soddisfazione volatoria.
 È necessario anche, sebbene in grado minore, che ascolti musica, qualunque canzone con il testo a lei incomprensibile: per esempio, una canzone russa.
 Ciò fatto, si ripieghi su se stesso, si morda la coda, guardi attraverso il suo telescopio privato il luogo dove le sue viscere lavorano silenziose, domandi al suo corpo se ha freddo, se ha sete, freddo-sete o qualunque altro tipo di angoscia.
 Nei caso in cui la risposta sia positiva, se, per esempio, sente un formicolio generale, eviti di preoccuparsi, dato che sarebbe molto strano se potesse avviare il suo lavoro già al primo tentativo.
 Osservi la clessidra ancora vuota nell'ampolla inferiore, verifichi che non è passato mezzo minuto. Non si innervosisca, vada tranquillamente in cucina, a passi corti, trascinando i piedi, se questo le fa piacere. Beva un po' d'acqua - se dal rubinetto esce gelata non perda l'occasione di bagnarsi un po' il collo - e, prima di tornare a sedersi al tavolo, faccia una soave pisciatina
(nel gabinetto, s'intende, perché pisciare in corridoio non è, in linea di principio, un attributo della letterarietà).

 Li ci sono sempre i gabbiani, lì ci sono sempre i passerotti e li c'è sempre - sullo scaffale che si trova alla sua sinistra - il grosso dizionario. Lo prenda con molta cura come si trattasse di una bionda platinata.
 Scriva quindi - e non tralasci di ascoltare con attenzione il rumore che fa il pennino sulla carta - questa frase: Per scrivere un racconto in soli cinque minuti bisogna che ci riesca.

 Ha già l'inizio, che non è poco, e sono quasi trascorsi due minuti da quando si è messo a lavorare. E non solo ha già la prima frase; ha anche, in quel grosso dizionario che regge nella mano sinistra, tutto quello che le occorre.
 Dentro quel libro c'è tutto, assolutamente tutto; il potere di quelle parole, mi creda, è infinito.

 Si lasci trasportare dall'istinto, e immagini che lei, proprio lei sia un Golem, un uomo o una donna fatto di parole, o meglio, formato da segni. Faccia in modo che quelle lettere che la compongono escano per incontrarsi - come le cartucce di dinamite che esplodono per simpatia - con le loro sorelle, quelle sorelle dormiglione che riposano nel dizionario.

 È ormai passato un po' di tempo, ma un'occhiata alla clessidra le dimostra che non è nemmeno passata la metà del tempo che ha a sua disposizione.

 E improvvisamente come se fosse una stella errante, la prima sorella si sveglia e viene da lei, le entra nella testa e cade, umilmente, nel suo cervello.
 Deve trascrivere immediatamente quella parola, e trascriverla a caratteri maiuscoli, perché durante il viaggio è cresciuta. E una parola corta, agile, veloce: è la parola RETE.

 Ed è questa la parola che mette in guardia tutte le altre, e un clamore, come quello che si udrebbe nell'aprire le porte di un'aula di disegno, pervade tutta la stanza. Di li a poco, un'altra parola scaturisce dalla sua mano destra; ehi, amico, lei si è trasformato in un prestigiatore involontario. La seconda parola scende dalla penna scivolando gattoni per saltare sul pennino e farsi, con l'inchiostro, uno scarabocchio. Questo scarabocchio dice: MANI.

 Come se aprisse una busta a sorpresa, tira l'estremità di quel filo (scusami il tu, in fondo siamo compagni di viaggio), tira l'estremità di quel filo, dicevo, come se aprissi una busta a sorpresa.
 Saluta questo nuovo brano, questa frase che viene impacchettata in una parentesi: (Si, mi coprii il volto con questa fitta rete il giorno in cui mi bruciai le mani).

 Proprio ora sono scaduti i tre minuti. Ma ecco che hai appena finito di scrivere la prima frase che già te ne vengono molte altre, moltissime altre, come farfalle notturne attirate da una lampada a gas.
 Devi scegliere. E doloroso, ma devi scegliere. Quindi pensaci bene e apri una nuova parentesi: (La gente provava pietà di me. Provava pietà soprattutto, perché pensava che fosse rimasta ustionata anche la mia faccia; e io ero sicura che il segreto mi faceva superiore a tutti loro e che con quel segreto mi prendevo gioco della loro morbosità).

 Ti restano ancora due minuti. Ormai non hai più bisogno del dizionario, non perdere tempo con esso. Bada solo alla tua fissazione, alla tua contagiosa malattia verbale che cresce e cresce senza fermarsi. Per favore, non perdere tempo e trascrivi la terza frase: (Sanno che ero una bella donna e che dodici uomini ogni giorno mi mandavano fiori).

 Trascrivi anche la quarta che tallona la precedente, e che dice: (Uno di quegli uomini si ustionò la faccia pensando che così tutti e due saremmo stati nella medesima condizione, nell'identica, dolorosa situazione. Mi scrisse una lettera dicendomi, ora siamo uguali, prendi il mio comportamento come prova d'amore).

 E l'ultimo minuto incomincia a scendere quando vai con la penultima frase: (Piansi amaramente per molte notti. Piansi per il mio orgoglio e per l'umiltà del mio amante, pensai che, per giusta corrispondenza, io dovevo fare quello che aveva fatto lui: ustionarmi la faccia).

 Devi scrivere le ultime righe in meno di quaranta secondi, il tempo sta per scadere: (Se non lo feci non fu per la sofferenza fisica, né per nessun altro motivo, ma perché compresi che una relazione amorosa che incominciava con questa veemenza avrebbe dovuto avere, per forza, un seguito molto più prosaico. D'altra parte, non potevo permettere che lui conoscesse il mio segreto, sarebbe stato troppo crudele. Per questo stanotte sono andata a casa sua. Anche lui era coperto da un velo. Gli ho offerto i miei seni e ci siamo amati in silenzio; era felice quando gli piantai questo coltello nel petto. Ora non mi resta che piangere per la mia mala sorte).

 E chiudi la parentesi - dando per terminato il racconto - nello stesso istante in cui l'ultimo granellino di sabbia cade nella clessidra. 

giovedì 30 luglio 2015

La grande calunnia - Luis Hernández Navarro

Due date: 1941 e 2015. Due geografie: Ayotzinapa e Oaxaca. Uno stesso affronto: la calunnia e la stigmatizzazione come forma di combattimento contro l’insegnamento democratico.
Nel 1941, gli insegnanti e gli studenti della scuola normale rurale organizzarono uno sciopero per esigere dalla Secretaría de Educación Pública (Sep, Segreteria della Pubblica Istruzione, equivalente al nostro ministero) la consegna dei fondi che si era impegnata a dare per il funzionamento dell’istituzione scolastica. Erano irritati anche perché la Secretaría aveva nominato un direttore della scuola che aveva licenziato i professori più impegnati, non insegnava, non viveva nella scuola e, come se non bastasse, era alleato dei cacique e dei commercianti di Tixtla, i nemici dei contadini.
Mentendo, quel direttore disse che il 10 aprile di quell’anno, durante la commemorazione della morte di Emiliano Zapata, gli alunni avevano bruciato la bandiera nazionale e issato al suo posto una bandiera rosso-nera. Il 2 maggio il governatore si presentò nella scuola con i soldati e la polizia e arrestò sei studenti e tre insegnanti. Già che ci si trovava, il governatore “arrestò” anche un ritratto di Karl Marx che si trovava nella mensa del collegio.
Lo scandalo crebbe. Un paio di mesi dopo, il presidente Manuel Ávila Camacho visitò Ayotzinapa e ordinò alla SEP di rimuovere il direttore della scuola. Tuttavia, non reintegrò gli insegnanti licenziati. Alcuni mesi più tardi, le persone che erano state arrestate furono liberate per mancanza di prove e il ministro dell’istruzione, Luis Sánchez Pontón, dovette dare le dimissioni.
La storia di questa barbarie è stata documentata dall’agronomo Hipólito Cárdenas, uomo di sinistra impegnato nelle lotte contadine, ex direttore della scuola normale rurale. Intitolò il suo libro El caso de Ayotzinapa o la gran calumnia. (Il caso di Ayotzinapa o la grande calunnia).

Ovviamente, questa non è stata l’unica diffamazione subita dalla comunità della normale rurale nel corso della sua storia. Diverse volte sono state diffuse maldicenze di ogni tipo. Queste diffamazioni sono state una delle cause che hanno propiziato, dieci mesi fa, la sparizione dei 43 studenti e l’assassinio di tre alunni.
Oggi, 74 anni dopo la grande calunnia contro gli ayotzis, gli insegnanti di Oaxaca subiscono un attacco violento simile. Sono vittime di una campagna mediatica senza scrupoli promossa dal governo federale e dalla destra imprenditoriale, li si accusa, tra gli altri insulti, di praticare l’estorsione, di essere vandali, pigri, corrotti, delinquenti, ignoranti e irresponsabili.
La vera ragione che ha scatenato questa crociata di odio e menzogne contro i docenti di Oaxaca è il fatto che rifiutano una riforma dell’insegnamento che manca di contenuti pedagogici, che non è stata concordata né con loro né con il resto degli insegnanti della nazione e che ignora le condizioni nelle quali lavorano: disuguaglianza educativa, multiculturalità, povertà, emarginazione.
La quantità di bugie diffuse contro l’insieme dei docenti è impressionante. Si dice, per esempio, che a loro non interessa l’educazione. Questa è una menzogna. Per iniziativa del corpo docente, sono stati sviluppati decine di progetti di insegnamento alternativo, brillanti e di successo, riconosciuti a livello mondiale.Gli insegnanti indigeni promuovono un movimento pedagogico importantissimo: nidi di lingua nei quali si rivitalizzano gli idiomi dei popoliindios, scuole secondarie comunitarie per popolazioni native e molte altre esperienze, generate dall’esperienza di insegnamento.
In un saluto agli insegnanti messicani riuniti nell’ottobre 2007 a Oaxaca, in occasione del secondo Congresso Nazionale di Educazione Indigena Interculturale, il dottor Noam Chomsky espresse la sua ammirazione “per il lavoro tanto professionale che tutti voi state facendo in merito all’educazione dei popoli indigeni e anche per l’appoggio ai coraggiosi professori di Oaxaca che stanno affrontando una lotta di enorme significato e importanza” ( nel libroComunalidad, educación y resistencia indígena en la era global).
Gli insegnanti di Oaxaca, assieme alle autorità dell’ Instituto Estatal de Educación Pública de Oaxaca (Ieepo) [Istituto Statale di Educazione Pubblica di Oaxaca] – oggi così disprezzato -, hanno elaborato un’ambiziosa e solida proposta di insegnamento: el Plan para la Transformación de la Educación en Oaxaca (PTEO) (Piano per la Trasformazione dell’Educazione a Oaxaca). Si basa su quattro principi fondamentali: democrazia, nazionalismo, umanesimo e comunitarismo. In esso si stabilisce, come condizione necessaria per educare, l’analisi delle differenze sociali e culturali del soggetto.
Due dei programmi che compongono il Piano (Pteo) intendono farsi carico delle condizioni scolastiche e di vita degli studenti e rendere degni gli spazi dove viene svolto l’insegnamento. I professori di Oaxaca hanno avuto un ruolo chiave nella gestione della fornitura delle uniformi e degli strumenti scolastici, nella distribuzione di colazioni nutrienti e nel miglioramento delle infrastrutture e del materiale educativo. Le comunità più bisognose sanno che senza i loro insegnanti queste conquiste non esisterebbero.

Il governo federale dice che ha chiuso con l’Ieepo per porre fine alla corruzione. Questa è una bugia. Se il vero motivo del suo intervento era quello di ripulire le istituzioni, doveva cominciare da altre, dove questo problema è molto grave. Nelle segreterie dell’Istruzione di quasi tutti gli stati dilaga la corruzione. I governatori hanno utilizzato tradizionalmente le risorse ad esse destinate per dare lavoro ai loro parenti e collaboratori politici. In più della metà di queste entità, i principali funzionari (inclusi i segretari) sono personaggi del SNTE [Sindicato Nacional de Trabajadores de la Educación]. Il colpo [dato] all’Istituto è una punizione contro gli oaxaqueñi per aver respinto la riforma educativa.
Nello Ieepo le cose erano diverse. Il movimento ha tolto il controllo alla burocrazia di sempre. Tuttavia non è stato fatto tutto necessariamente per bene né si è posto del tutto fine alla disonestà. Non si è creata un’isola di Barataria. I principali incarichi dell’Istituto sono sempre stati conferiti dal governatore di turno, senza la partecipazione degli insegnanti. Il direttore ha avuto chiaramente la responsabilità di guidare i dipendenti e di dettare i criteri ai funzionari sottoposti.
Le calunnie contro gli insegnanti di Oaxaca offendono i lavoratori dell’istruzione di tutto il paese. 
Quelli che le proferiscono sputano in cielo.

Ti ho visto in piazza - Stefano Giaccone - Mario Congiu