mercoledì 26 luglio 2017

Cayenne italiane - Alexik

Il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera.
Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei GOM la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli
“.
Erano andati al macello inermi, chi con una bandiera rossa, chi con una A cerchiata, chi con la testa piena di fantasticherie democratiche.
Alcuni indossavano una tuta nera, altri patetiche protezioni di gommapiuma, tutti drammaticamente inadeguati a fronte della violenza che gli avrebbero scatenato addosso.
Arrivarono a Genova nel luglio 2001 pensando che bastasse la forza dei numeri per contrastare quella dei potenti, o che si trattasse ancora una volta della simulazione di uno scontro.
I più erano immemori o inconsapevoli di quello che aveva dovuto affrontare, circa 20 anni prima, l’ultima generazione che aveva provato seriamente a sovvertire le regole del gioco. Pochi avevano memoria diretta della gestione della piazza dei tempi di Cossiga, o delle violenze poliziesche di Voghera1.
La quasi totalità non aveva mai conosciuto il carcere, o non aveva fatto sufficiente attenzione a ciò che si muoveva dietro quelle mura.
Dopo l’esecuzione di Carlo, dopo la ‘macelleria messicana’ della Diaz, duecentocinquantadue (ma la stima è incerta) vennero portati alla caserma di Bolzaneto, consegnati nelle mani di polizia, carabinieri, ma soprattutto del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della polizia Penitenziaria.
Qui varcarono le soglie di un incubo:
Torturato n° 38, straniero. Offeso, mentre era nudo, rivolgendogli domande sulla sua vita sentimentale e sessuale, veniva costretto a spogliarsi nudo e a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania costretto con la minaccia di percosse con la cintura presa ad altro detenuto, a fare delle giravolte sul pavimento; percosso e ingiuriato con sgambetti e sputi da due ali di agenti mentre transitava nel corridoio.
Torturato n° 47, straniero. Percosso nel corridoio con calci e pugni, percosso nell’infermeria mentre veniva perquisito e sottoposto a visita medica con un pugno al torace, in conseguenza delle percosse riportava la frattura della costola destra, percosso, ingiuriato e minacciato in bagno  da due agenti che lo costringevano a mettersi davanti al wc e gli dicevano “orina finocchio “, e minacciavano di violentarlo con un manganello, con lo stesso manganello lo percuotevano all’interno delle cosce procurandogli ematomi, percuotevano ancora con pugni alla testa e alle spalle.
Torturata n° 60, italiana. Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti con calci, derisa e minacciata, costretta con violenza e minacce a chinare la testa all’interno della turca; insultata con : “puttana”, “troia” e a subire da altri agenti frasi ingiuriose con riferimenti sessuali del tipo “che bel culo “, “ti piace il manganello”, costretta a fare il saluto romano e a dire: “viva il duce “, “viva la polizia penitenziaria”.
Lo stesso incubo vissuto nelle carceri di questo paese.
Fuori dalla caserma le telecamere di tutto il mondo erano puntate sul G8.
Se tale era la fiducia dei torturatori nell’impunità, in un contesto di così forte attenzione politica e mediatica, quali violenze potevano essere capaci di attuare nel chiuso delle galere, lontano da sguardi indiscreti, e su persone completamente in loro potere per lunghissimi periodi di tempo?
Da quale ‘scuola’, da quale ‘brodo culturale’ provenivano quegli agenti ?
Su quali corpi si erano allenati prima di arrivare a Genova?

Tradizioni: la violenza nel carcere ‘sabaudo’
Sono da  poco le  sette  del  mattino,  passi cadenzati  si  odono nella  sezione,  la  terza  superiore  del penitenziario di  Volterra…  Odo i  passi  arrestarsi  di  fronte alla mia cella, la n. 23, lo scatto del pesante passante che blocca la porta,  che  viene  spalancata,  innanzi  a  me  due  brigadieri  ed una decina di guardie, vengo invitato ad uscire, obbedisco, ed in  mezzo  al  plotone  mi incammino verso  l’uscita.
Faccio una domanda,  mi  viene risposto che non sono tenuti  a darmi  delle spiegazioni,  replico  la  domanda,  mi informano  che  debbo essere isolato…
Vengo  introdotto  in una cella, con un  letto di  contenzione al  centro,  mi  spogliano completamente nudo intorno ci sono una ventina di guardie. In un  istante  mi  sono  addosso  con  calci  e  pugni,  cerco di coprirmi,  grido,  chiedo  il  motivo di  quel linciaggio,  ricevo altri  calci,  pugni,  con una cattiveria ed una  selvaggità  mai veduta
…”2
Volterra, 19  settembre  1970.  Sono passati più di 23 anni dal varo della Costituzione repubblicana, quella che prevede che ‘le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità’. Ne mancano più di trenta ai fatti di Bolzaneto, e gli agenti ‘di custodia’ (così venivano chiamati i secondini prima di essere elevati al rango di polizia penitenziaria) non sono certo gli stessi, ma ciò nonostante il loro modus operandi presenta notevoli analogie.
Non si tratta semplicemente di esercizi di sadismo da parte di personalità frustrate, di deliri di onnipotenza e vigliaccherie gratuite esercitate nel comodo rifugio dell’impunità.
La violenza sui corpi e sulla psiche, anche quando appare immotivata e gratuita, assolve sempre una sua funzione. L’annientamento della personalità del prigioniero è funzionale all’interiorizzazione dei rapporti di potere.
E’ una tecnica disciplinare i cui effetti devono estendersi al di là e al di fuori della permanenza nelle patrie galere.
Nel vecchio carcere ‘sabaudo’, sopravvissuto fino alla metà degli anni ’70 con le sue segrete medioevali e il suo regolamento fascista, la violenza sui prigionieri era connaturata alla filosofia retributiva della pena, dove la pena è considerata un fine in sé, un valore assoluto che non necessita di altre motivazioni. Il carcere non era stato ancora toccato da filosofie trattamentali di recupero del condannato.
Non esistevano mediazioni o ammortizzatori rieducativi. L’essenziale era punire. Punire e indurre alla rassegnazione quella fetta di popolo che, per una ragione o per l’altra, aveva deragliato dai binari della disciplina sociale”.3
L’uso della violenza sui detenuti era un metodo indiscusso di neutralizzazione della devianza. Indiscusso fino a quando proprio quella violenza non fece da innesco a una lunga stagione di rivolte carcerarie.
A  Poggioreale  si  pativa  la  fame,  e alla  fame c’era  da sopportare  inoltre  un  rigore  da campo di  concentramento di tipo nazista.  Alle celle  di  punizione,  per  dare  un  esempio,  fui legato  sul letto di  forza e  malgrado dei  dolori  acutissimi  che mi presero  allo  stomaco non  fui  visitato da  nessuno  …  Mentre mi legavano ridevano e  tiravano le fasce più che potevano.
Il  vitto da  porci immangiabile,  i  secondini  che  trovavano  gusto  a  istigare e  oltraggiare  fino  a  quando uno non scoppiava.  Veniva  quindi  portato  al  palazzo di  vetro,  così  era chiamato  il  padiglione  in  cui  erano  le celle  di  punizione e  i letti  di  forza.  In questo posto  le  botte erano  all’ordine  del giorno…
Di  questo passo si  arrivò al luglio 1968 mese  in cui  pieni  di rabbia ci  si  rivoltò incendiando e  rompendo tutto ciò che ci  si parava  davanti
”.4
Con l’avvento della stagione delle rivolte, la violenza dell’istituzione carceraria non dovette più misurarsi con un insieme atomizzato di individui, con le loro ribellioni individuali intrise di disperazione, ma con una forza collettiva capace di organizzarsi, rispondere contrattaccare. Le rappresaglie sui rivoltosi furono durissime:
A  sera  quando  cessammo ogni  resistenza  fummo incolonnati,  ci  fu  impedito di  prendere  qualsiasi  vestito od oggetto personale,  dovemmo passare attraverso un  cordone formato da celerini  e  guardie carcerarie,  i  quali  cominciarono a  percuoterci  selvaggiamente con  manganellate,  pugni,  calci, cinghiate,  ed  alcuni  secondini  con  catene  munite  di lucchetto all’estremità… Il  pestaggio  era cieco  e  indiscriminato,  il livore,  la  rabbia  sadica,  la  vendetta si  abbatteva contro tutti  senza alcuna distinzione tra giovani  e vecchi  e  malati  ricoverati  all’infermeria”.5
Mentre eravamo  massacrati,  gli  sbirri  ridevano  e  canticchiavano per  deriderci.  Davanti  alle celle  mi  fecero spogliare completamente,  mi  ordinarono di  piegarmi  a novanta  gradi  ed  io  compresi la  loro  intenzione,  in quel momento essendo privo delle manette mi coprii i testicoli con le  mani,  ma  mi  ordinarono di  non  assumere  tale atteggiamento,  e  non  appena  tolsi le  mani  una  guardia pugliese  mi  sferrò una  scarpata,  e  svenni…
Nelle celle  di  punizione  … tre  giorni  alla  settimana  il  vitto  consisteva  in 200  grammi di  pane e acqua… per  sfregio  ci  rapavano  i  capelli  a zero”
6
Ma il tentativo di sedare le sommosse attraverso un intensificazione della violenza non ebbe che l’esito di farle esplodere ancora di più, con un crescendo rivendicativo che partiva dalle richieste parziali (su ora d’aria, colloqui, vitto, isolamento,  punizioni …), per estendersi a quelle generali (riforma carceraria, amnistia), fino a riprendersi la libertà con le evasioni7.
Lo Stato decise di condurre lo scontro sociale all’interno delle galere secondo logiche di differenziazione, riservando il pugno di ferro alle avanguardie, e allo stesso tempo avviando un processo di apertura per disinnescare la polveriera delle carceri.
Il 9 maggio del ’74, Carlo Alberto dalla Chiesa guidò l’assalto di polizia e carabinieri per sedare una rivolta nel carcere di Alessandria, lasciando in terra sette morti fra detenuti e ostaggi. Era il segnale di un cambio di fase: le ribellioni non sarebbero più state tollerate.
Contemporaneamente lo Stato portava a termine la riforma dell’ordinamento penitenziario che sostituiva il vecchio codice fascista, riconoscendo (almeno sulla carta) i detenuti come soggetto di diritto e mitigando (sempre sulla carta) alcuni aspetti della brutalità del carcere.
Veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società , una volta depurato dal suo carattere sovversivo, tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
Misure che nel medio periodo funzionarono effettivamente per depotenziare le agitazioni nelle carceri ordinarie, fornendo a buona parte dei prigionieri una via di uscita da quelle mura attraverso una gradualità premiale da conquistare con la buona condotta e la propensione al ravvedimento.
La violenza quotidiana nei penitenziari del circuito ordinario acquisì in questo modo nuove possibilità ricattatorie, visto che ogni reazione a un sopruso di un carceriere poteva inibire al detenuto l’accesso ai permessi, o interrompere il percorso verso la semilibertà.

Innovazioni: la violenza nelle carceri speciali
Il modello trattamentale era riservata solo ai prigionieri del circuito ordinario.
L’articolo 90 della Legge di riforma prevedeva infatti la possibilità di sospendere le ordinarie regole di trattamento, quando ‘ricorressero gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza’.
Le misure per l’attuazione pratica di tale previsione di legge vennero affidate direttamente ai carabinieri, in virtù degli ‘ottimi risultati’ ottenuti ad Alessandria.
Dalla Chiesa dispose la creazione di un circuito speciale di prigionia formato dalle carceri più invivibili, preferibilmente nelle isole,8, dove vennero trasferiti i prigionieri ribelli, i militanti della lotta armata e della sovversione sociale di quegli anni, assieme ai detenuti comuni ritenuti più pericolosi.
In pratica dalla Chiesa mutuò, riattualizzandolo, il vecchio modello delle ‘carceri di rigore’ del regolamento del ’31. L’ordinamento penitenziario fascista che sembrava fosse uscito dalla porta, rientrava così dalla finestra.
Il rigore era attentamente garantito.

All’Asinara “il cibo era insufficiente, disgustoso, indigesto. L’acqua corrente non risultava potabile e aveva gli odori e il colore dei liquami da fogna. Le celle erano umide e prive di riscaldamento. Le docce si facevano ogni 15 giorni e le lenzuola venivano cambiate una volta al mese, se andava bene. Questa disciplina rigidissima era imposta a colpi di manganello. Bastava scambiare una parola con i detenuti delle altre celle per essere selvaggiamente aggrediti dalla squadretta di turno“.9
L’assistenza sanitaria era inesistente: “Fabrizio Pelli, delle BR, contrasse la leucemia a Fornelli, ma il medico del carcere si guardò bene dal diagnosticarlo, condannandolo scientemente a una morte terribile“.10
La sicurezza esterna era affidata ai carabinieri sotto il comando di dalla Chiesa, che potevano intervenire anche all’interno della prigione con ampia autonomia,  sedando eventuali rivolte tramite il GIS (Gruppo di Intervento Speciale), corpo speciale nato per l’occasione. Ma la gestione ordinaria della violenza all’interno dello speciale era affidata ancora ai secondini.
Di notte le guardie si impegnavano per non farci dormire. Tenevano le radio accese a tutto volume. Sbattevano i manganelli contro le porte blindate delle celle e facevano scorrere le canne dei mitra sulle sbarre delle finestre. Di giorno le grida, gli insulti e le minacce si sprecavano, conditi talvolta da qualche colpo di arma da fuoco sparato in aria a scopo intimidatorio. Le perquisizioni corporali erano continue, venivano ripetute più volte al giorno e sempre con il rito dello spogliarello integrale e delle flessioni sulle ginocchia. Le ispezioni nelle celle erano occasione per fare scempio dei pochi effetti personali consentiti ai detenuti, e spesso si concludevano con dei pestaggi somministrati per un nonnulla“.11
Anche ai familiari in visita negli speciali erano destinate perticolari vessazioni:
La guardia di custodia voleva perquisirmi con la mano incorporata all’interno, con la mano nella natura. Allora gli dissi “Prima di farmi questa visita dammi il regolamento carcerario, per vedere se è ammesso dalla legge”. “Noi facciamo quello che vogliamo, se no i colloqui non li fai”. Mentre mi ribellavo arrivarono il brigadiere, il vice brigadiere, e tutte queste guardie di alto grado che cominciarono a spintonarmi fuori“.12
“ … ricordo che faceva un freddo terribile, mi fecero entrare in una stanza gelida e mi fecero spogliare e accoccolare per vedere se usciva qualcosa dalla vagina, ebbi una perquisizione corporale, cioè una visita ginecologica. Erano metodi studiati per spaventarti e intimidirti”.13Eppure i secondini sapevano che a questo tipo di violenza sessuale sarebbe seguita l’ulteriore violenza dei vetri divisori nei colloqui, che impedivano ogni possibilità di passarsi qualcosa. Oltre ad ogni legame corporeo, ad ogni contatto affettivo.
Ancora una volta, comunque, nulla veniva lasciato al caso.
La violenza dei guardiani era funzionale alla creazione di pentiti, o in subordine, in mancanza di ‘pentimento’, all’annientamento del nemico.
Se nel vecchio carcere ‘sabaudo’ l’obiettivo era l’annullamento dell’identità personale del prigioniero, ora si lavorava per sconfiggerne l’identità politica. (Continua)
(*) Tratto da Carmilla on line.


1.      Il 9 luglio del 1983 veniva indetta a Voghera, sede di un supercarcere femminile, una manifestazione per la chiusura delle carceri speciali. La maggior parte dei manifestanti in arrivo venne bloccata al casello dell’autostrada. Al corteo venne vietato di partire e intorno alle 16 la celere ebbe l’ordine di caricare preventivamente . Questa la situazione nel racconto della madre di un detenuto politico: “La polizia era una mare. Caricò duecento persone. Arrivarono i lacrimogeni. Scorreva sangue. Cercavo di aiutare le donne cadute a terra. Davanti al comando della polizia mi presero a bastonate per allontanarmi… Chi fuggiva veniva arrestato, chi restava prendeva solo manganellate. Abbiamo salvato gente da terra con il sangue che scorreva. Presi in braccio due-tre persone e le misi nella macchina di mio marito, con il sangue che scendeva”. In: P. Gallinari, L. Santilli, Dall’altra parte. L’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, Feltrinelli, 1995, p. 84.
2.      Lettera di M.Z. in: Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Giulio Einaudi editore, Torino 1973, pp. 107/108.
3.      P. Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni ’70, Edizioni DEA, 2017, p. 57.
4.      Lettera di C.R. in: Irene Invernizzi, op.cit, pp. 120/121.
5.      San Vittore, dopo la rivolta dell’aprile 1969. In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 274.
6.      Trasferimento degli insorti di San Vittore alla colonia penale di Mamone (NU). In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 279.
7.      Nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel ‘75 furono 300, nel ‘76 443.
8.      Inizialmente vennero scelte le carceri di Pianosa, Asinara, Favignana, Termini Imerese, Badu ‘e Carros.
9.      P. Abatangelo, op. cit., p. 176.
10.  Idem.
11.  Idem.
12.  P. Gallinari, L. Santilli, Op cit., p. 77.
13.  Ibidem, p. 90.


martedì 25 luglio 2017

domenica 23 luglio 2017

poveri cappellani militari, stipendi da fame


una media di 50mila euro all'anno (da un'articolo di un anno fa, sull'Espresso) - come si porta avanti una famiglia con uno stipendio da fame?


Quanto ci costi cappellano: ecco gli stipendi d'oro dei preti militari – Paolo Fantauzzi

L'arcivescovo Santo Marcianò Papa Francesco la sua opinione l’ha fatta conoscere da tempo: per assistere spiritualmente i soldati, in caserma e nelle missioni all’estero, non servono sacerdoti coi gradi. Anche il buonsenso del pontefice, però, rischia di infrangersi davanti a una questione che si trascina da anni fra resistenze fortissime: l’equiparazione dei cappellani militaria ufficiali delle Forze armate in virtù di una legge del 1961 .

Sacerdoti-colonnello, tenente o capitano che possono aspirare a diventare generali e hanno diritto a retribuzioni dorate, indennità di ogni tipo, avanzamenti automatici di carriera e una serie di benefit assai lontani dall’idea della Chiesa povera tanto cara al papa venuto dalla fine del mondo. Un assoluto centro di comando “anfibio”, metà religioso e metà temporale, che fa parte a tutti gli effetti dello Stato italiano, ha rapporti diretti col Quirinale (che nomina per decreto i cappellani), il ministro della Difesa e il potere politico e che alla consolidata felpatezza vaticana unisce il rigore proprio della gerarchia militare.

Un universo che è un viatico per fulgide carriere, come mostra il caso del cardinale Angelo Bagnasco, divenuto noto con la celebrazione dei funerali dei solati caduti in Afghanistan e Iraq e approdato dopo appena tre anni al vertice della Cei.

CARO CURATO

Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i 205 cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima. E chissà che direbbe il Papa, che puntualmente tuona contro l’arricchimento del clero, se sapesse che l’arcivescovo Santo Marcianò, che lui stesso ha nominato ordinario nel 2013, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno.

Il ruolo di vicario generale, assimilabile a generale di divisione, ne garantisce 108mila, mentre gli ispettori (generali di brigata) arrivano a 6mila al mese. Altri due milioni costa il funzionamento della diocesi, ovvero l’ Ordinariato , che ha sede a Monti, alla salita del Grillo, in uno stupendo complesso con vista sui Fori, e dispone pure di un seminario equiparato ad accademia nella cittadella militare della Cecchignola. Cifre alle quali aggiungere almeno 7 milioni per pagare le pensioni, che grazie ai cospicui contributi previdenziali si aggirano in media attorno ai 3mila euro al mese. Impossibile però conoscere cifre esatte per questi dipendenti pubblici: l’Inpdap non è in grado di fornire un dato preciso.

Nel complesso, dunque, l’assistenza spirituale alle Forze armate costa alle casse pubbliche circa 20 milioni: tutti soldi, si badi bene, aggiuntivi rispetto al miliardo di euro che già annualmente entra nelle casse della Cei ed è usato in gran parte proprio per il sostentamento del clero. Ma se lo stipendio di un prete è sui mille euro, un cappellano come tenente parte dal doppio e a fine carriera, da colonnello, può superare i 5mila.

Senza contare gli innumerevoli bonus. Se il sacerdote dei parà si butta col paracadute (in passato uno è stato perfino istruttore) ha diritto all’indennità di lancio; quello della marina, se non è a terra, all’indennità di imbarco. E poi, fra le tante, quella di trasferimento, il rimborso per il trasporto del bagaglio personale e dei mobili, l’indennizzo chilometrico per gli spostamenti. «E siccome l’orario è quello d’ufficio, una celebrazione dopo le 16,30 viene considerata straordinario», spiega un cappellano che chiede l’anonimato. Benefit già difficili da accettare per i graduati, figurarsi per un ecclesiastico. Che quando va in missione internazionale gode pure della relativa lievitazione della busta paga. Forse anche per questo è sempre una stessa ristretta cerchia a prendervi parte.

IL BUON SOLDATO

Tanti privilegi favoriscono il rampantismo e rischiano di distogliere dalla missione evangelica. Come pure i ricorrenti casi di cronaca, l’ultimo dei quali risalente ai giorni scorsi: un cappellano dell’Aeronautica indagato dalla Procura di Pisa per stalking verso un giovane aviere al quale chiedeva prestazioni sessuali. Del resto della vita militare questo mondo dorato ha solo i vantaggi: un concorso di accesso non c’è, le visite di idoneità non sono affatto inflessibili e il sovrappeso, teoricamente motivo di congedo forzato, non rappresenta un problema.

Ma c’è pure chi vive con fastidio tanti benefit, perché compito di un religioso è essere un buon pastore d’anime. O al massimo un soldato sì, ma di Gesù, come ricorda nel nome il trimestrale dell’Ordinariato “Bonus miles Christi”. Solo che la rivista, spedita gratis alle istituzioni e pagata dal ministero della Difesa, più che a un bollettino informativo assomiglia a una tribuna dell’arcivescovo Marcianò. Con una sovraesposizione, anche fotografica, che fra omelie, interviste e prefazioni supera non solo gli spazi minimi relativi alle attività pastorali, ma pure quello riservato ai discorsi del pontefice. D’altronde si tratta pur sempre di un generale di corpo d’armata, per quanto in abito talare.

RIFORMA O NO?

Ma se lo Stato è laico, perché non togliere i gradi ai cappellani e far provvedere direttamente al Vaticano? Se ne parla da anni. «La Chiesa è pronta da ieri, non da domani», ha assicurato a Radio radicale nel 2013 il vicario generale, monsignor Angelo Frigerio. «Senz’altro, basta trovare formule alternative», ha ribadito nel 2014 Marcianò. «In tempi brevi si giungerà a una soluzione», ha garantito a inizio 2015 padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa.

Malgrado gli annunci, il tavolo bilaterale si è insediato solo lo scorso gennaio e ci sono voluti altri due mesi per la seconda riunione. Il rischio delle calende greche, insomma, è concreto, anche perché l’Italia si è seduta al tavolo senza nemmeno presentare una proposta e ha schierato la stessa squadra che si occupa del Concordato, notoriamente assai vicina alla Santa Sede. Inoltre tre membri su sei sono anche nella commissione che dovrebbe rivedere il meccanismo dell’8 per mille, mai toccato nonostante le ripetute critiche della Corte dei conti per l’eccessivo vantaggio che deriva alla Cei dalla modalità di ripartizione dei soldi.

Solo casualità? Di certo il tema scotta: da quando la Chiesa ha meno voce nella scelta dei docenti di religione, le Forze armate sono l’unico appiglio rimasto. Per questo il Vaticano, dietro l’apparente disponibilità, non molla. «La nomina dei tre ispettori-generali di brigata per l’esercito, la finanza e i carabinieri è stata sospesa dalla Difesa in vista della riforma. Sulla carta ci sono ma di fatto no, quindi la nostra spending review ce l’abbiamo già», dice all’Espresso Frigerio, che da ex sindacalista Cgil (in gioventù era elettricista) guida la commissione d’Oltretevere.

Parole non casuali, perché proprio questa sarà la linea del Piave per la Santa Sede: riservare il grado di generale solo all’ordinario militare ma lasciando tutto il resto così com’è. Equiparazione con gli ufficiali e benefit compresi. Risparmio stimato: 350 mila euro, il 3 per cento appena. Non proprio un gran sacrificio.

annegare su Facebook - bortocal

un uomo annega in uno stagno in Florida.
un gruppo di adolescenti sulla riva lo guarda morire, mentre si dibatte invano.
senza fare niente?
questo lo dite voi.
invece tirano fuori i cellulari e lo filmano mentre annega.
i cellulari registrano anche le loro risate e il loro divertimento.
uno spettacolo dal vivo che sembra televisivo.
. . .
adolescenti balordi, direte voi: chi non ha fatto cazzate a quell’età
poi quell’uomo era così  lontano da non parere quasi vero.
magari tornando a casa si saranno vergognati.
ma no, tornando a casa hanno postato i loro video su Facebook.
che figata ragazzi nelle loro vie inutili.

. . .
i parenti del ragazzo morto hanno provato a denunciarli.
niente da fare, non hanno violato nessuna legge.
pare che neppure Facebook preveda meccanismi interni per bloccare gesti di simile barbarie.
e` la normale umanità, ragazzi.
e` la nuova umanità che gli Zuckerberg ci stanno allevando sotto gli occhi.
. . .
la notizia la ricavo dallo Spiegel, che pubblica soltanto un fotogramma.
in Italia i quotidiani si sarebbero buttati a pesce sui video.
e avrebbero pagato i ragazzi per averne la copia originale.
ma no, che dico? una volta postati su Facebook quei video sono di tutti.
sono patrimonio comune dell’umanità
. . .
poi qualcuno (per esempio io) si preoccupa che l’intelligenza artificiale possa prendere il posto dell’intelligenza vera.
poveri fessi, noi: dovremmo preoccuparci ben di piu` che l’idiota ferocia artificiale sta prendendo il posto dell’umanità normale, sotto la guida criminale dei feudo-tecnoocrati informatici.
. . .
e adesso, se non l’avete ancora fatto, guardatevi la biografia servile ed entusiasta che Repubblica Tv dedica a Zuckerberg, assieme a quelle dedicate agli altri feudatari del mondo virtuale che sta prendendo il posto di quello reale.
titolo, esplicitamente pro feudalesimo:
e` chiaro che un giornale come questo è dalla loro parte e al loro servizio.
non dalla nostra.
ma quando parlo di nostra, parlo non si sa bene di chi: una specie in via di estinzione, già ampiamente sostituita da una nuova dis-umanità, del tutto adatta ad essere dimenticata senza rimpianti.
io stesso percepisco il post che sto scrivendo come un appello ridicolo e datato scritto in nome di un mondo che non esiste più.
che senso ha parlare di diritti umani in un mondo senza umani e senza diritti?
. . .
comunque ecco il breve scritto di introduzione al servizio su Zuckerberg, che io non guarderò, perché se voglio guardare la televisione non vado sul sito di un giornale:
Il racconto di oggi di Marco Montemagno ha come protagonista Mark Zuckerberg. Facebook, la sua creatura, oggi ha un valore pari a circa 400 miliardi di dollari. Un impero fondato su un bacino di ormai due miliardi di utenti. Proprietario anche di Instagram, WhatsApp e Oculos, ha uno strapotere difficile da arginare. Zuckerberg è anche un filantropo e negli ultimi mesi si sono intensificate le voci su un suo possibile futuro in politica. Luca Colombo, Country manager di Facebook Italia, rivela che il mantra aziendale è pensare e agire velocemente con ambizione e audacia per essere sempre davanti a tutti. E non guastano un po’ di aggressività e competitività, aggiunge il fondatore di GotU.io Amedeo Guffanti, che hanno consentito al re dei social network di ripensare la Rete e costruire “un’internet dentro internet”.


il re: avete letto bene.

Are You Lost In The World Like Me?




Are You Lost In the World Like Me? - Moby & The Void Pacific Choir 


Are you lost in the world like me?
And the systems have failed are you free?
All the things are lost can you see?
Are you lost in the world like me?
Like me



Look hard the city is gone
Black days and a dying sun
Dream a dream of dark lit air
Just for a minute you'll find me there
So look harder and you'll find
Forty ways it leaves us blind
I need a better place to burn beside the lines

Come on and let me try
Are you lost in the world like me?
And the systems have failed are you free?
All the things are lost can you see?
Are you lost in the world like me?
Like me

So (???) in the city it's dawn
Dropping knives and a dying sun
Salted love in the dark lit air
Just for a minute I'll find you there
So look harder and you'll find
The forty ways it leaves us blind
I need a better way to burn beside the lines

Come on and let me try

Are you lost in the world like me?
And the systems have failed are you free?
All the things are lost can you see?
Are you lost in the world like me?
Like me

Are you lost in the world like me?
And the systems have failed are you free?
All the things are lost can you see?
Are you lost in the world like me?
Like me

(And the systems have failed)
(And the systems have failed)
(And the systems have failed)
(And the systems have failed)
(And the systems have failed)

A proposito dell’intervista al capo della polizia da parte di Bonini - Salvatore Palidda

“C’è un quadro di Paul Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta che spira dal paradiso si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Così Walter Benjamin interpreta la celebra tela del pittore Paul Klee. L’attesa perpetuamente insoddisfatta della salvezza … un’attesa in cui l’essere umano è trascinato dal tempo e dal progresso, lasciando alle spalle le tragedie e gli orrori di cui i dominanti sono stati capaci, seminando morte e distruzione ovunque. Redimere questi orrori, cioè dare senso e rendere giustizia alle vittime, non è un compito che viene assunto e garantito dalla divinità o dalla storia dell’umanità. Le macerie della storia restano mute, non trovano giustificazione … la storia dell’umanità è rimasta storia di sangue e morte. Così l’Angelo di Klee guarda angosciato il passato, mentre il vento (il tempo) lo spinge via, quando vorrebbe restare tra quelle vittime per tenerle strette a sé, per garantire ad esse un significato di qualche tipo. Per Walter Benjamin l’unica redenzione possibile è nella memoria: solo serbando il ricordo delle vittime, testimoniando della loro dipartita, dell’insensatezza della loro sconfitta e delle loro sofferenze, si può interrompere il giogo del “tempo mitico” dei vincitori, ovvero della storia ufficiale e del suo incontrovertibile “dato di fatto” (W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, ristampa 2014).
Il 17 luglio Repubblica ha pubblicato una lunga intervista del capo della polizia Gabrielli a cura di C. Bonini: “Il G8 di Genova fu una catastrofe”: Gabrielli e le responsabilità di quei giorni. “Al posto di De Gennaro mi sarei dimesso” http://www.repubblica.it/politica/2017/07/19/news/_il_g8_di_genova_fu_una_catastrofe_gabrielli_e_le_responsabilita_di_quei_giorni_al_posto_di_de_gennaro_mi_sarei_dimesso_-171106339/
Ricordiamo che da oltre 25 anni mister Bonini è stato accreditato come uno dei più importanti giornalisti italiani nel campo dell’informazione sulle polizie e sui servizi segreti. Sono note sia le laudi al suo lavoro sia le critiche a volte assai pesanti, nonché diverse accuse di essere il giullare di queste istituzioni (se non il velinaro del nostro tempo), ma anche di pretendere di passare per giornalista democratico1. Lui e prima D’Avanzo per un certo tempo difesero De Gennaro & C. ma poi D’Avanzo –poco prima di morire- scrisse anche un articolo di rottura totale con i media embedded e Bonini rimase l’esperto di Repubblica in questo campo sempre con articoli di incensamento delle polizie democratiche e qualche finta velata critica per avere ancora credibilità fra il “popolo di sinistra” (credito assai redditizio grazie al suo ACAB libro+film).
In questa lunga intervista non sorprende che mister Bonini dia al capo della polizia Gabrielli una straordinaria occasione di darsi un’aura di funzionario di stato “aperto”, democratico, “libero” (come ripete più volte lui stesso).
Ma qual è il percorso istituzionale del prefetto Gabrielli? In realtà Bonini non dice nulla della cerchia morale e sociale di cui ha fatto parte per ottenere i sostegni indispensabili per arrivare lì. Eppure si sa che ai vertici di un’istituzione come la Polizia di Stato non si arriva senza avere “santi in paradiso” e anche in vari meandri del potere politico e burocratico. E –ovviamente- Bonini non dice nulla sul perché il prefetto Gabrielli abbia voluto quest’intervista (che come tutte le interviste del genere sono l’esito del do ut des fra intervistato e intervistatore …
Ma ecco qualche passaggio significativo di questa intervista:
Bonini comincia affermando che i fatti del G8 “sono un fantasma che non ha mai smesso di abitare il secondo piano della palazzina del Dipartimento della Pubblica sicurezza, gli uffici del capo della Polizia”. Peccato che chiunque può ricostruire questi 16 anni trovando costantemente uno straordinario impegno non solo per contrastare ogni tentativo di accertare le responsabilità penali ma anche per coprire quelle simili dei dirigenti e agenti per le violenze, gli abusi e le torture praticate da allora sino a oggi.
E il prefetto Gabrielli afferma: “a impedire quella che lei definiva la “costruzione della memoria condivisa” è stata la rappresentazione abnorme e strumentale, spesso speculare e contrapposta, di quanto è accaduto”.
Ma Mister Gabrielli di che condivisione intende parlare? Quand’è che i dirigenti della PS hanno effettivamente accettato di discutere dei fatti? Ma se sono stati omertosi con gli stessi giudici dei processi del G8 ! Omertosi tanto quanto dei mafiosi! Perché questo non lo dice visto che pretende ora mostrarsi come il nuovo volto della PS del XXI secolo? E mister Bonini perché non chiede nulla a tal proposito? Cosa ha fatto il prefetto Gabrielli nei confronti dei funzionari e poliziotti che dal 2001 per anni sono stati “dedicati” a minacciare e intimorire con ogni mezzo i magistrati genovesi impegnati nei processi del G8?.
Ma Gabrielli “svirgola” dicendo: “è altrettanto falso che Genova fu la prova generale di una nuova gestione politica dell’ordine pubblico, orientata alla nuova Italia del nascente berlusconismo” … Fa finta di non sapere che da tempo era evidente che ex-sinistra e destra erano uguali rispetto all’OP e che anzi la sinistra era diventata il principale referente delle polizie e dei militari … ed è anche per questo che ora si permette di fare il “santerello” e addirittura “più aperto” di Minniti … E accusa
“una cultura dell’ordine pubblico che scommetteva sul ‘pattuglione’. Una modalità di polizia transitata dalla stagione del centro-sinistra a quella del centro-destra”. Il prefetto Gabrielli fa finta di non sapere che la modalità operativa oscilla sempre far gestione violenta e gestione pacifica e che dal 1990 la prima tende a prevalere … per le ragioni che gli stessi think tanks dei servizi segreti e delle polizie indicano nel descrivere il paradigma neo-liberista che ha sempre più paura di rivolte …
Ma, difronte alla cultura dei ‘pattuglioni” e del “fare numeri” (più arresti o ciò che in Francia è stato chiamato il sarkomètre) Lei, Mr. Gabrielli, cosa hai fatto nei confronti dei funzionari e poliziotti anche recentemente coinvolti o responsabili di violenze e torture?
A proposito della gestione dell’ordine pubblico al G8 di Genova il prefetto Gabrielli ha il culot (come dicono di francesi) di affermare che a Genova “saltò tutto” per colpa dell’incapacità dei due leader dei “disobbedienti” Casarini e Agnoletto che avevano stabilito un accordo alcuni dirigenti di polizia … fa finta di non sapere che “il coltello dalla parte del manico” ce l’ha sempre chi è più forte e ha la legittimità dell’uso della forza, della discrezionalità che diventa libero arbitrio perché coperto da impunità2 … Ma, peggio, Mr. Gabrielli non dice chi nei ranghi delle polizie e dei servizi segreti voleva far fallire ogni gestione pacifica del G8 … come mai non ricorda Andreassi e Micalizio ??? Chi è che deliberatamente volle far fallire la gestione pacifica e pretese di giocare sul “disordine” se non sul caos –con il pesante zampino dei servizi statunitensi e di altri paesi- …
Il prefetto Gabrielli parla poi ancora di “pattuglione” mostrando che nel suo lessico non esiste la formula “gestione pacifica e negoziata” … se Mr. Gabrielli vuole fare il democratico dovrebbe quantomeno a studiare un po’ di teoria della polizia così come si insegna nei diversi paesi pseudo-democratici … e perché non dice nulla sulla condotta del dott. Sgalla inviato in particolare per l’operazione Diaz da De Gennaro a Genova per recuperare il fallimento della sua gestione dell’OP … ora il sig. Sgalla è un suo collega ai più alti vertici del Viminale e rischia di diventare prossimo capo di polizia cosa ne dice?
Gabrielli continua parlando di “spread fra responsabilità sistemica e responsabilità penale … quello che ha fatto sì che alcuni abbiano pagato e altri no”. Una frase che sembra di fatto lanciare un segnale di solidarietà ai condannati e pretende dire che le pene comminate sarebbero state pesanti … E allora. Mr. Gabrielli cosa sta facendo lei rispetto ai vari casi in cui si scoprono comportamenti devianti e reati di diverso tipo commessi da dirigenti di polizia? Recentemente, come sempre fanno i vertici e anche i politici- non ha esitato a fare quadrato a difesa dell’“onorabilità” di un corpo che diventa così quella di un’istituzione autorizzata al libero arbitrio perché garantita dall’impunità … Perché la PS non pubblica le statistiche dettagliate dei reati commessi da personale della PS … e solleciti tutte le polizie a fare altrettanto? … Ha mai pensato che forse questo potrebbe essere il primo passo per riconoscere i fatti e quindi per poi tentare di risanarne le cause e la riproduzione e infine per prevenirli ??? (ma queste cose anche Mr. Bonini ha difficoltà a capirle …).
E Gabrielli continua a sostenere che s’è “finito con l’imprigionare il dibattito pubblico in un’irricevibile rappresentazione per cui il Paese sarebbe diviso tra un partito della Polizia e un partito dell’anti- Polizia. Facendo perdere di vista la verità. Che la Polizia italiana è sana. Che lo è oggi come lo era in quel luglio del 2001. E lo posso dire perché io sono cresciuto in questa Polizia. Ne sono figlio”.
Questo si capisce bene! E voilà che alla fine Mr. Gabrielli –con l’apporto di Mr. Bonini- porta a compimento il suo scopo, cioè quello di affermare che “la Polizia italiana è sana!”. Ma allora di cosa ha parlato sinora ? Ha svirgolato e rimestato le carte decine di volte per poi arrivare a proporre all’opinione pubblica il solito dogma che fa il pari con quello “nei secoli fedeli”.
No Mr. Gabrielli, sin quando i vertici politici e istituzionali delle polizie come di ogni settore dell’apparato dello stato avranno lo scopo di affermare che “lo stato è sano” e che le contrapposizioni radicali non aiutano a “costruire memoria condivisa” si finirà sempre col garantire la riproduzione delle deviazioni e dei crimini da parte di personale di tali apparati e persino di intere strutture. Che dispositivi ha messo in piedi Mr. Gabrielli per risanare la deriva violenta e il libero arbitrio nei ranghi della PS ?
Dobbiamo ancora veder lanciare mangime per polli all’opinione pubblica? Con questa sua aura apparentemente insolita per un capo della polizia, il prefetto Gabrielli pretende rifilare all’opinione pubblica un discorso che nei fatti è il contrario di quanto pretende asserire: alla fine la polizia è sana ed è sempre stata sana ! E salva i “poveri” colleghi che avrebbero patito tanto e pagato amaramente legittimando il loro ritorno negli uffici (si tutti i condannati per la Diaz). Ricordiamo un dato elementare: quanti anni di pena furono comminati ai cosiddetti responsabili di “distruzioni, saccheggi ecc.”? E quanti anni ai dirigenti e agenti di polizia responsabili di violenze varie e torture? I primi avranno probabilmente rotto vetrine e commesso i tipici reati da ragazzini illusi di poter essere antagonisti ma non hanno spaccato teste né praticato torture … Ma figuriamoci se Mister Bonini chiede di parlare di questo al capo della polizia. E vedi caso “dimentica” che alcuni del “pattuglione” furono e sono ancora addestrati negli Stati Uniti e in alcuni luoghi della GENDFOR. E non si dice che è corrèo un vertice di polizia che non da’ i nomi di chi è entrato alla Diaz o dopo da’ foto di alcuni fatte alla leva (cioè tutti irriconoscibili!). Come dice un’amica giornalista: “Il colpo di spugna adesso fa un po’ ridere”, ma, aggiungo, come osservavano Benjamin, Hanna Arendt, Foucault e altri è anche ridendo che attori del potere uccidono.
Ricordiamo che ogni potere e quindi ogni polizia hanno sempre operato col “bastone e la carota”, facendo coesistere gestione pacifica/paternalista e gestione violenta dei conflitti che la società riproduce innanzitutto a causa dell’asimmetria fra ricchezza e povertà, fra dominanti e dominati. L’idea di uno stato di diritto e di polizie coerentemente democratici è un’impostura: c’è sempre coesistenza fra democrazia e autoritarismo/fascismo. E in congiunture come quella neoliberista attuale spesso prevale l’opzione autoritaria poiché il potere ha acquisito più possibilità di passare al libero arbitrio godendo di impunità (chi dovrebbe imporre il rigore dello stato di diritto democratico oggi invocato da “quattro gatti”?).
Fra altri,VEDI:
https://www.academia.edu/716477/Appunti_di_ricerca_sulle_violenze_delle_polizie_al_G8_di_Genova
https://altreconomia.it/gabrielli-g8-2001/
http://effimera.org/appunti-epistemologia-della-conversione-liberista-della-sinistra-salvatore-palidda/
https://www.academia.edu/31446052/The_Italian_Police_Forces_into_Neoliberal_Frame_An_Example_of_Perpetual_Coexistence_of_Democratic_and_Authoritarian_Practices_and_of_Anamorphosis_of_Democratic_Rules_of_Law
– Violenze e tortura nel frame delle guerre permanenti della postmodernità liberista: https://www.academia.edu/33907505/Violenze_e_tortura_nel_frame_delle_guerre_permanenti_della_postmodernit%C3%A0_liberista
– http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/razzismo-democratico.pdf
– https://infodocks.files.wordpress.com/2015/01/salvatore-palidda-polizia-postmoderna.pdf e http://www.scribd.com/doc/124193247/Salvatore-Palidda-Polizia-postmoderna)
– Continuità nella sperimentazione delle pratiche violente del G8 di Genova e ripresa delle dinamiche collettive antiliberiste, in Black bloc. La costruzione del nemico, Fandango Libri, 2011, 61-74
https://www.routledge.com/products/9781472472625
– http://www.oapen.org/search?identifier=391032
– Ten years after the G8 Summit in Genoa, Statewatch, 2011, http://www.statewatch.org/analyses/no-152-genoa-palidda.pdf
– //www.cairn.info/zen.php?ID_ARTICLE=DEC_CRETT_2010_01_0251