sabato 18 aprile 2015

la Lega in Sudafrica?

Nuovi attacchi xenofobi in Sudafrica
Nella notte la polizia sudafricana ha arrestato una trentina di persone in seguito ad alcuni atti di vandalismo contro negozi gestiti da immigrati ad Alexandra, una township alla periferia di Johannesburg.
Le violenze contro gli stranieri sono cominciate il mese scorso a Durban in seguito a un discorso del leader zulu Goodwill Zwelithini, che ha accusato gli immigrati di essere responsabili della crisi economica e del crescente tasso di criminalità del paese, invitandoli a fare le valigie e ad andarsene. Molti paesi, tra cui Malawi, Mozambico e Zimbabwe, hanno annunciato dei piani per far rientrare i loro cittadini.

Il presidente sudafricano incontra gli stranieri vittime delle violenze
Il presidente sudafricano Jacob Zuma ha cancellato una visita ufficiale in Indonesia per affrontare l’ondata di xenofobia che ha travolto il paese.
Le violenze sono cominciate due settimane fa a Durban, e proprio da lì il presidente ha lanciato un messaggio agli immigrati, trasmesso in tv: “Chi vuole andare a casa, sappia che quando le violenze saranno finite sarà il benvenuto se vorrà tornare”. Dopo i disordini, migliaia di persone hanno cercato rifugio in luoghi sicuri allestiti a Johannesburg e a Durban e molti sono tornati in Zimbabwe o Malawi.

Victor Ndula - Kenya

Miseria e sangue a Yarmouk - Federica Iezzi

 Espulsi i combattenti palestinesi di Aknaf al-Bayt al-Maqdes, lo Stato Islamico esce dal campo di Yarmouk, a sud di Damasco, e rientra nella sua roccaforte, il quartiere di Hajar al-Aswad. È così che funzionari palestinesi descrivono ai media la situazione attuale a Yarmouk.
In realtà i combattimenti continuano all’ingresso nord del campo. Il gruppo armato palestinese legato a Hamas prende il controllo di strade ed edifici periferici e avanza verso la parte nordest. Al Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, rimane il controllo della maggior parte di Yarmouk.Il campo, istituito nel 1957, prima del conflitto siriano iniziato nel 2011 ospitava circa 160.000 palestinesi. Tutti rifugiati e discendenti della Nakba, l’esodo palestinese del 1948. Dopo due anni di assedio, qualche settimana fa l’attacco dei jihadisti ha ridotto la popolazione a 6000 abitanti. Almeno 47 civili sono stati uccisi durante gli scontri e 60 sono ancora in condizioni critiche.
Secondo i dati forniti dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Damasco, 500 famiglie, circa 2.500 persone sono riuscite a fuggire da Yarmouk all’inizio dei combattimenti, attraverso due uscite nel distretto di Zahira. «I giovani di Yarmouk rimasti, non andranno via se non per tornare in terra palestinese» dice Hussam, di 23 anni. «La maggior parte dei giovani ha disertato dall’esercito e teme di essere arrestata dalle forze siriane». Quindi rimangono tutti intrappolati tra elementi armati all’interno del campo e forze governative esterne.
Oggi nelle congestionate stradine di un ghetto impoverito, con fori di proiettile tra casa e casa, regna la miseria, mancanza di cibo, acqua pulita ed elettricità. I muri sono segnati dai colpi dei proiettili e dal rosso del sangue indurito. L’acqua potabile arriva dai pozzi aperti che funzionano grazie a impianti a carburante. Il costo di un litro di carbu­rante è salito di circa il 30%. 130 syrian pounds, poco meno di un dollaro. Allora i bambini riempiono contenitori di plastica gialla con acque reflue, non trattate, provenienti da pozzi scavati sulla superfice delle strade del campo. «Ha il sapore di tutto tranne che dell’acqua», raccontano i residenti.
Alle centrali Palestine street e al-Madares street solo distruzione e massacri. Frammenti di vetro, macerie e polvere incolore. «Finiti ravanelli e verdure di base, adesso mangiamo l’erba», è l’inammissibile racconto di donne magre, con occhi infossati. In lontananza il fumo grigio che sale e il rumore assiduo di raffiche di mitra e dei Mig. «Le strade sono abbandonate e piene di detriti — racconta Hadeel -, le persone rimangono nascoste nelle loro case, molte senza porte né finestre. Usciamo sotto il fuoco dei cecchini sistemati sugli edifici più alti e dei bombarda­menti a cercare acqua. L’Isis ha colpito il panificio Hamdan, nel mezzo di Yarmouk Street. Ci andavo ogni mattina».
Zayna, giovane madre, ci dice che nel campo manca tutto. Non sa cosa dare da bere ai suoi due bambini. Non sa come lavarli. Non sa come curarli dalla tosse. «Compro il pane arabo che entra nel campo insieme ai contrabbandieri a più di 10 dollari. Scendo a prendere acqua sporca nei serba­toi. La rete elettrica e i rubinetti nelle case non funzionano». Rama, un’infermiera senza più lavoro, ci dice: «Fuad e Salah, i miei figli, non sapranno mai cos’è un melo­grano. Non lo vedranno mai. Non mangiano frutta. Non la conoscono». Il marito di Rama è nella prigione di Tadmor, a nordest di Damasco, dal 2013. «Il motivo? Aver partecipato a una manifestazione contro l’assedio del campo da parte delle forze di al Assad».
Macchie di sangue e detriti segnano gli ingressi delle scuole. Nei due kmq di Yarmouk, ci sono almeno 20 scuole gestite dall’Unrwa e altre ambiguamente sovvenzio­nate dal ricco Occidente. I raid aerei e i colpi di mortaio sulla densa area civile, non permettono ai bambini di continuare a studiare. Le scuole sono chiuse. Le lezioni sospese. Gli insegnanti non lavorano. I bambini non escono di casa.
Nella prima settimana di aprile il cortile della Jarmaq school è stata teatro degli scontri tra ribelli siriani, combattenti dell’Isis e forze governative. Mentre più di 50.000 insegnanti sono fuggiti dalla Siria o sono stati uccisi e 2 milioni e mezzo di bambini non vanno a scuola all’interno del Paese, devastato dalla guerra, alla Jarmaq school, le lezioni non si sono fermate.
Nidal, un’insegnante nata a Ya­mouk, ricorda la madre, cresciuta nel villaggio di Qisarya, a sud di Haifa, costretta a lasciare la sua casa e a rifugiarsi in Siria. «Anche lei insegnava. E lo faceva con armonia nonostante la rabbia, il risentimento e la malinconia che la divorava». La voce di Nidal si ferma per un attimo: «Non mi fanno paura i mortai e i kalashnikov. Mi fa più paura l’ignoranza. Così continuo ad andare a scuola. Facciamo le lezioni in cantina. Non vengono tutti i bambini. Ma anche se ce ne fosse solo uno, io continuerei a parlare di letteratura e matematica».
Secondo i dati Unrwa, oggi si rie­sce a for­nire a Yar­mouk un aiuto irri­so­rio. Le razioni di cibo che entrano, bastano per assi­cu­rare appena 400 calo­rie al giorno per persona. Gli abitanti non hanno accesso a cure mediche. Qualche giorno fa è stato bombardato dalle forze governative il Palestine Hospital. Da allora è chiuso. I combattenti hanno bloccato l’ingresso di aiuti umanitari da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa, nell’al-Basil Hospi­tal. E non hanno permesso l’evacuazione dei feriti più gravi, secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.
Radwan è un anziano medico siriano, che vive a Yarmouk da quando l’esercito governativo ha colpito la sua casa a Dara’a. La sua famiglia è stata sterminata. Gli rimane una figlia che è riuscita a lasciare la Siria: «Ora è in Libano — dice — ma il posto è cambiato, il dolore l’ha seguita». Radwan lavorava nel Palestine Hospital. Quel giorno, quando sono iniziati i raid aerei siriani, le sue mani venivano implo­rate da una stanza all’altra, tra trasfusioni e ferite da arma da fuoco. «Le ferite alla testa e le ossa rotte sono semplice­mente curate con le bende», ci racconta affaticato. Fermo nelle sue idee, continua: «Tutti quelli che combattono qui sono sponsorizzati da qualcuno. Sono tutti giocatori nella guerra in Siria: Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Iran, e potenze mondiali come gli Stati Uniti e la Russia».

L’ospedale non ha strumenti chirurgici, solo un ecografo e un apparecchio per fare radiografie. Niente cure pre o postnatali. Il governo siriano fornisce solo sali per la reidratazione e antidolorifici di base. «Viviamo in 98, tra cui 40 bambini, nelle tre classi della scuola di mio figlio». Non c’è rabbia o isteria nella voce di Enaya, solo un racconto calmo dei fatti. «Un chilo di riso lo paghiamo quasi tre dollari, più di tre dollari un chilo di pomodori. Non c’è zucchero. L’acqua è sporca. E non abbiamo il permesso di attraversare la terra di nessuno sui bordi del campo, una volta al mese, per raccogliere pacchi alimentari». Nena News

Fate qualcosa, qualsiasi cosa: rivelare e svergognare a Yarmouk - Ramzy Baroud

La popolazione del Campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria che una volta superava i 250.000 e che si è ridotta  durante la guerra civile siriana a 18.000 – è un  microcosmo della storia di un’intera nazione, il cui dolore perpetuo ci disonora  tutti, nessuno escluso.
I profughi fuggiti dalla guerra siriana o che si sono spostati nella Siria stessa, stanno sperimentando la realtà crudele nei violenti e inospitali terreni  di guerra e dei regimi arabi. Molti di coloro che sono rimasti a Yarmouk, sono stati fatti a pezzi dalle bombe barile* dell’esercito siriano o tormentate dai gruppi malvagi, violenti che controllano il campo, compresi il Fronte al-Nusra, e, di recente, l’IS.
Coloro che in qualche modo sono riusciti a evitare ferite corporali, stanno morendo di fame. L’inedia a Yarmouk è anche responsabilità di tutte le parti coinvolte e le “condizioni inumane” in cui essi sopravvivono – specialmente fin dal dicembre 2012 – è un simbolo di vergogna sulla fronte della comunità internazionale in generale, e della Lega Araba in particolare.


Questi sono alcuni dei colpevoli delle sofferenze di Yarmouk:


Israele
Israele ha la responsabilità diretta per la situazione difficile dei profughi di Yarmouk che sono per lo più i discendenti dei profughi palestinesi  della Palestina storica, specialmente dalle città del nord, compresa Safad che è ora dentro Israele. Il campo è stato istituito nel 1957, quasi dieci anni dopo la Nabka – la “Catastrofe” del 1948 che ha visto l’espulsione di quasi un milione di rifugiati dalla Palestina. Doveva essere un rifugio temporaneo, ma è diventata una dimora permanente. I suoi residenti non hanno mai abbandonato il loro diritto di ritorno in Palestina, un diritto conservato nella risoluzione 194 dell’ONU.
Israele sa che la memoria dei profughi è il suo più grande nemico, e così, quando la dirigenza palestinese ha richiesto che Israele permettesse ai profughi di Yarmouk di trasferirsi in Cisgiordania, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha messo una condizione: rinunciare al loro diritto al ritorno. I palestinesi hanno rifiutato. La storia ha dimostrato che i palestinesi sopporterebbero sofferenze indicibili, e non abbandonerebbero i loro diritti in Palestina. Il fatto che Netanyahu abbia posto questa condizione, non è soltanto una testimonianza della paura che ha Israele della memoria palestinese, ma dell’opportunismo politico e della pura crudeltà del governo di Israele.


L’Autorità Palestinese (AP)
L’AP è stata istituita in Siria nel 1994 ed era basata su una carta chiara dove in piccolo gruppo di palestinesi “ritornava” nei territori occupati, creava delle istituzioni e spillava   miliardi di  di dollari di aiuti internazionali in cambio dell’abbandono del diritto o del  ritorno per i profughi palestinesi, e della rinuncia a qualsiasi rivendicazione sulla reale sovranità e status di nazione autonoma. Quando la guerra civile in Siria ha iniziato a travolgere rapidamente i profughi, e sebbene ci si dovesse aspettare  tale realtà, l’autorità del Presidente Mahmoud Abbas ha fatto così poco, come se la faccenda non avesse alcuna rilevanza per il popolo palestinese nel suo insieme. E’ vero, Abbas ha fatto qualche dichiarazione chiedendo di risparmiare ai profughi  quella che era essenzialmente una lotta siriana, ma non molto di più. Quando l’IS ha preso il campo, Abbas ha inviato in Siria il suo ministro del lavoro, Ahmad Majdalani che ha fatto una dichiarazione che le fazioni e il regime siriano si sarebbero uniti contro l’IS – il che – se vero, è probabile che avrebbe assicurato la fine di molti altri.
Se Abbas avesse investito il 10% dell’energia che ha speso nella battaglia dei media del suo ‘governo’ contro Hamas oppure una piccola parte del suo investimento nel vano “processo di pace”, avrebbe potuto almeno  guadagnare  la necessaria attenzione e appoggio internazionale per trattare la difficile situazione dei profughi palestinesi  a Yarmouk, in Siria,  con un certo grado di urgenza. Invece sono stati lasciati morire da soli. 


Il regime siriano
Quando i ribelli si sono impadroniti di Yarmuk nel dicembre 2012, le forze del Presidente Bashar al-Assad hanno bombardato il campo senza pietà mentre i media siriani non hanno mai smesso di parlare della liberazione di Gerusalemme. Le contraddizioni tra parole e fatti quando si tratta della Palestina, sono una sindrome araba che ha tormentato ogni singolo governo e governante arabo da quando la Palestina è diventata la “”questione palestinese” e i palestinesi sono diventati “il problema dei profughi”.
La Siria non fa eccezione, ma Assad, come suo padre Hafez prima di lui, è particolarmente furbo  nell’utilizzare la Palestina come uno sloga  mirato soltanto a legittimare il suo regime e allo stesso tempo  a porsi come una forza rivoluzionaria che combatte il colonialismo e l’imperialismo. I palestinesi non dimenticheranno mai l’assedio e il massacro  di Tel al-Zatar (dove i profughi palestinesi in Libano sono stati assediati, massacrati, ma anche fatti morire di fame, come conseguenza di un attacco e di un massacro compiuto dalle milizie libanesi di destra dall’esercito siriano nel 1976),  come non dimenticheranno o non perdoneranno quello che sta avvenendo oggi a Yarmouk.
Molte delle case di Yarmouk sono state trasformate in  macerie a causa delle ‘barrel bomb * e degli attacchi aerei.


I ribelli
Il cosiddetto  Esercito Siriano Libero (FSA) non sarebbe mai dovuto entrare a Yarmouk,  indipendentemente da quanto  disperato bisogno avessero di un vantaggio nella loro guerra  contro Assad. Era una cosa vergognosamente irresponsabile, considerando il fatto che, al contrario dei rifugiati siriani, i palestinesi non avevano nessun posto dove andare e nessuno a cui rivolgersi.  L’FSA  ha suscitato  la collera del regime e non ha potuto neanche controllare il campo che è caduto nelle mani delle varie milizie che stanno complottando e  contrattando  tra di loro per sconfiggere i loro nemici che potrebbero probabilmente diventare i loro alleati durante le loro prossime patetiche battaglie nelle strade per avere il controllo sul campo.
L’accesso  a Yarmouk che l’Isis ha guadagnato si dice che sia stato facilitato dal Fronte al-Nusra che è nemico dell’IS in tutti i luoghi tranne che a Yarmouk. Nusra ora spera di usare l’IS per sconfiggere la maggior parte dell’opposizione locale nel campo, che è organizzata da Aknaf Beit al-Maqdis, prima di cedere di nuovo le redini del campo assediato al gruppo affiliato ad al-Qaida. E mentre le bande criminali stanno complottando e  barattando, i rifugiati palestinesi stanno morendo in massa.
Per avere il controllo sul campo e nelle strade e probabilmente  diventare i loro alleati durante le loro prossime patetiche battaglie.

L’ONU e la Lega Araba
Grida di aiuto sono riecheggiate per anni da Yarmouk, e tuttavia nessuna è stata ascoltata. Di recente, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha deciso di tenere un incontro e di discutere la situazione lì come se il problema non fosse una priorità già anni fa. A parte dichiarazioni della stampa fatte con ostentazione  e preoccupazione, l’ONU per lo più ha abbandonato i rifugiati. Il bilancio per l’UNRWA (L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) che cura i quasi 60 campi palestinesi in tutta la Palestina e il Medio Oriente, si  è ridotto  così  tanto, che l’agenzia spesso si trova sull’orlo della bancarotta.
L’agenzia dell’ONU per i rifugiati, finanziata meglio e attrezzata per occuparsi delle crisi, fa poco per i rifugiati palestinesi in Siria. Le promesse di fondi per l’UNRWA che francamente avrebbe potuto fare di meglio per sensibilizzare e affrontare la comunità internazionale riguardo al loro disprezzo per i rifugiati, vengono raramente mantenute.
La Lega Araba è ancora più responsabile. La Lega era stata in gran parte istituita per unire gli sforzi dei paesi arabi per replicare alla crisi in Palestina, e si supponeva che fosse un difensore fedele dei palestinesi e dei loro diritti. Anche gli arabi, però, hanno disconosciuto i palestinesi dato che sono concentrati con attenzione su conflitti per interessi più strategici: creare un esercito arabo con chiare intenzioni settarie e mirato in gran parte a sistemare una vecchia questione.


Molti di noi 
Il conflitto siriano ha introdotto grande polarizzazione  all’interno di una comunità che una volta sembrava unita per i diritti palestinesi. Coloro che stavano dalla parte del regime siriano non ammettevano neanche per un momento che il governo siriano  avrebbe potuto fare di più per ridurre le sofferenze nel campo profughi. Coloro che sono contro Assad insistono  che tutte  le azioni cattive sono opera sua e dei suoi alleati. 
Entrambi questi gruppi sono responsabili  di aver perso tempo, di aver confuso la discussione e di avere sprecato energie che si sarebbero potute usare  per creare una campagna internazionale bene organizzata per  sensibilizzare, per creare fondi e meccanismi pratici di supporto per aiutare in particolare Yarmouk, e i rifugiati palestinesi in generale.
Dovremmo però ricordare che ci sono ancora 18.000 persone intrappolate a Yarmouk e organizzarci a nome loro in modo che, anche se in modo intempestivo,  è necessario fare qualcosa. Qualsiasi cosa.
*“Le barrel bomb sono barili di nafta – ma per confezionarle va bene qualsiasi contenitore metallico, anche un vecchio scaldabagno – riempiti di esplosivo (di solito TNT e combustibili liquidi o fertilizzanti come il nitrato di ammonio) e di ferracci (“shrapnel” si dice in gergo militare, come quelli usati dalla Raf nella Seconda Guerra Mondiale) – trucioli, bulloni, pezzi. Vengono sganciate dagli elicotteri: nei primi utilizzi la detonazione era avviata da micce accese prima dello sgancio, negli ultimi modelli è stato inserito un fusibile ad impatto. Ai danni dell’esplosione, si aggiungono quelli derivanti dal lancio di quei proiettili incandescente.” (Da: http://www.danemblog.com/2014/01/barrel-bomb-molto-peggio-delle-armi.html)
Ramzy Baroud – www.ramzybaroud.net è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, è consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri 
e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Attualmente sta completando i suoi studi per il dottorato all’Università di Exeter. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press, Londa).  [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata].
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:  http://zcomm.org/znet/article/dfo-something-anything-naming-and-shaming-in-yarmouk
B Originale: non  indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

giovedì 16 aprile 2015

i numeri della demografia

Il crollo demografico italiano e l’esempio russo - Marco Bordoni

Si sa che la demografia è una materia discretamente esplosiva, e che, mentre tutti sono d’accordo sui dati storici, esistono sempre differenze di interpretazioni sulle proiezioni. Il che è perfettamente normale, visto che le proiezioni dipendono largamente da fattori economici, politici e sociali naturalmente imponderabili. Tuttavia anche lavorando sui soli dati storici è possibile rappresentare in maniera fedele alcune tendenze in atto, specie quelle meglio consolidate. Purtroppo questo lavoro viene proposto raramente dei maggiori mezzi di informazione, che talvolta divulgano i dati diffusi dai ricercatori, ma raramente li contestualizzano in modo da consentire all’ uomo della strada di farsi una idea precisa di quello che sta succedendo. La demografia resta quindi una materia riservata agli addetti ai lavori, che il pubblico ignora quando non guarda con diffidenza…


...Conclusioni. La questione demografica, un problema rimosso. Tornando al caso italiano crediamo che dalle poche considerazioni esposte emerga con una certa evidenza che il panorama demografico nazionale è assai preoccupante (si veda la “prima sintesi”). Da oltre 30 anni il tasso di fecondità è inferiore non solo al valore di sostituzione (2,1) ma anche a quella soglia di 1,5 che potrebbe farci sperare in un decremento non traumatico. La debolezza delle dinamiche demografiche interne accresce le difficoltà a integrare il contributo degli elementi stranieri, che oggi i numeri ci mostrano come indispensabile.
Riteniamo assai preoccupante che l’argomento delle dinamiche demografiche sia completamente rimosso dal dibattito pubblico nel paese, anche perché l’assenza di dibattito provoca, in questo caso come molti altri, una decisione inconsapevole. Ciascuno è libero di suicidarsi o di vivere, ma fermarsi a riflettere sul da farsi in una casa in fiamme equivale, nella sostanza, a scegliere il suicidio. E’ urgente, a nostro avviso, mettere la questione al centro del dibattito, così come è avvenuto in Russia a metà del decennio scorso.
Gli argomenti su cui confrontarsi sarebbero due: prima di tutto si dovrebbe dibattere se una popolazione almeno stazionaria sia un valore da perseguire. La risposta non è affatto scontata come appare. Decidere che la maternità e la paternità sono un valore per lo stato implica una presa di posizione etica e culturale che incontrerà non poche resistenze.
In ogni caso questo argomento dovrebbe occupare una posizione centrale nel confronto nazionale e la decisione finale, qualsiasi fosse, dovrebbe essere consapevole e non compiuta semplicemente ignorando le tendenze in atto.
La seconda questione da risolvere è quale sia il massimo calo compatibile con la tenuta del sistema economico sociale complessivo. Ovviamente questa valutazione dovrebbe tenere conto dell’opinione degli esperti. In ogni caso appare chiaro che il protrarsi a tempo indefinito di un tasso di fertilità nell'ordine di 1,1 – 1,4 colmando le voragini di popolazione che si creano con immigrati e anziani, significa scommettere tutto su di una dinamica economica espansiva che, per usare un eufemismo, non sembra affatto scontata.

lunedì 13 aprile 2015

Roba da negri - Bernard

Spesso mi capita di avere il timore, forse ingiustificato, che molti giovani miei coetanei siano troppo influenzati dai programmi e dalla cultura americana da perdere la concezione del luogo in cui si trovano. Ora vi racconto:

"Eii, faccio un corso fuori città, che ne dici venire anche tu?".
Richiesta strana. È insolito che L. mi proponga di fare qualcosa insieme a lui. Capisco che è un punto di partenza per parlare di qualcos'altro, sono curioso.
"No, non mi va; ho da fare".
"Dai, ci sono anche quelli come te".
"Quelli come me?".
"Si, insomma; almeno mi faresti da 'bodyguard' da loro; ne hai l'aspetto, poi se mi vedono con te fraternizzano".
"L'aspetto di che?".
"Eddai, voi negri, mica fate queste cose?".

Ci sono quelle volte in cui ne senti di cose strane, ma proprio strane, da lasciarti paralizzato. Vorresti mollargli un pugno e urlare a questo ennesimo cretino che ti ruota attorno che negro non è sinonimo di duro. Certo, delle volte si lotta per far sì che si venga riconosciuti come duri, ma quando te lo mollano in faccia in questo modo, è proprio difficile da accettare. Un po' come quelle pallonate che si ricevono alle elementari, quando si gioca a palla bollata.
Ecco, è questo il "Flashback" che ti lascia, e gli vorresti lasciare quell'urlo che ti senti dentro, ma dietro a quel "Flashback" ne segue un altro: Tu che litighi con tuo fratello, la rabbia che ti sale e le frasi che non finiscono perché l'emozione è tale da farti mancare il respiro.
Alla fine lasciavi sempre stare, proprio come ora e quando riottieni il controllo sul tuo corpo, le energie sono tali da manifestarsi in un piccolo sorriso codardo.

Però la giornata va avanti, la vita va avanti. Di episodi così il mondo è pieno e spesso non sono neanche espressi con cattiveria, ma con un'ingenuità mista ad un'estrema ignoranza, ma estrema estrema, eh!. Come quella volta in cui G. se ne uscì fuori con quella storia del pappone(Ma che *azz!) che poi per quanto ne sapessi, a voler stereotipare, i papponi non sono mica quelli che smerciano prostitute dell'est? I negri cosa c'entrano? Comunque G. ha continuato per parecchio tempo fino a quando non sei sparito dalle sue conoscenze.

Dopotutto, non resta che perdonarli, il più delle volte e sperare in una futura maturità successiva ad esperienze di vita, perché è difficile spiegare certi concetti a qualcuno che non li ha vissuti e che vive in un bozzolo famigliare che non include delle diversità uguali a sé.

Così ci si trascina dietro, durante i giorni di scuola, una serie di stereotipi; preconcetti che la società si aspetta che un individuo accetti e se li faccia suoi senza fare protesta. Sul web, questi stereotipi hanno maggiore spazio e sebbene vengano espressi con una leggerezza che non mira all'offesa, ma al comune divertimento, mantengono comunque il loro impatto comunicativo e non aiutano certo a combattere l'idea che si ha delle persone.

Con il passare del tempo, si nota che l'origine di questi stereotipi non hanno a che fare con la nostra società, che sono una importazione dall'estero, conseguenza dell'irrefrenabile e violenta globalizzazione moderna che contagia nazioni, rendendoli impersonali copie della società meticcia americana, pseudo prototipo della società multietnica perfetta(?).
La cosa a cui raramente si fa caso, è che la società americana è una società di etnie e tradizioni che lottano fra di loro onde esprimere la propria identità in quanto comunità bene identificabili per tratti somatici. Non raramente mi è capitato di imbattermi in discussioni in cui si faceva paragoni fra una probabile cultura bianca diversa da quella nera(ma fanno sul serio questi americani?) e non mi stupisco se poi i pubblici ufficiali che dovrebbero difendere la gente sparano alla cieca per una stupida incomprensione.

È così che, ogni volta che sento qualcuno asserire che devo tenere un certo comportamento semplicemente perché sono nero, mi viene un colpo al cuore.
Sarebbe bello se molti sapessero che l'Italia non è l'America a dispetto dell'eccessiva influenza negativa, che i neri non sono in automatico il ghetto e che il colore di una persona non lo rende meno cittadino di un altro!
da qui

ricordo di Eduardo Galeano

nell'agosto del 1989 mi trovavo ad Avila, tutto il  mese, per studiare spagnolo.
avevo una stanza, come altri studenti, nel Real Monasterio de Santo Tomás, dove visse gli ultimi cinque anni di vita fray Tomás de Torquemada (qui).
c'erano tre bellissimi chiostri, dove passeggiavo e leggevo con libro e matita.
uno dei primi libri che avevo comprato, edizione economica di Alianza Editorial, nella libreria Medrano (ero un buon cliente) era "Días y noches de amor y de guerra", di Eduardo Galeano (eccolo in pdf) e lo spagnolo che so è anche merito suo.




Introduzione alla storia dell’arte
Ceno con Nicole e Adoum.
Nicole racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini del quartiere sono suoi amici.
Un giorno il comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al mare.
Quando tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con gli occhi spalancati, gli chiese:
-Ma…come sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?
(Ceno con Nicole y con Adoum.
Nicole habla de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son sus amigos.
Un buen día la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo, subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?

Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano).







Los nadies (Eduardo Galeano - Augusto Blanca)


Sueñan las pulgas con comprarse un perro
y sueñan los nadies con salir de pobres,
que algún mágico día
llueva de pronto la buena suerte,
que llueva a cántaros la buena suerte;
pero la buena suerte no llueve ayer,
ni hoy, ni mañana, ni nunca,
ni en llovizna cae del cielo la buena suerte.

Los nadies: los hijos de nadie, los dueños de nada.
Los nadies: los ningunos, los ninguneros,
corriendo la liebre, muriendo la vida,
jodidos los nadies, jodidos:
Que no son, aunque sean.
Que no hablan idiomas, sino dialectos.
Que no practican religiones, sino supersticiones.
Que no hacen arte, sino artesanía.
Que no aplican cultura, sino folklore.
Que no son seres humanos, sino recursos humanos.

Los nadies: los hijos de nadie, los dueños de nada.
Que no tienen cara, sino brazos.
Que no tienen nombre, sino número.
Que no figuran en la historia universal,
sino en la crónica roja de la prensa local.

Los nadies: los hijos de nadie, los dueños de nada.
Los nadies: los nada,
los nadies, que cuestan menos que la bala que los mata.



domenica 12 aprile 2015

Samuele Bersani, Pacifico - Le storie che non conosci ft. Francesco Guccini



Chi ti ha dimenticato non si sa
se ti ha lasciato andare o se in realtà
ti sta cercando ancora nella borsa tra patente e occhiali
Hai dedica con data se è un regalo
col prezzo ben nascosto dietro a un adesivo
e hai l’aria di chi non ha un letto fisso ma si appoggia in giro
Sarai mai stato in metropolitana
su una corriera sudamericana
in uno zaino pieno a dondolarti sopra un treno
Arrotolati in tasca in un cappotto
chiuso nel buio di un cassetto
Pagine unte con le briciole addosso
cerchi olimpici di vino rosso
e una formica pietrificata del secolo scorso
Ci sono dei graffiti a coprire ogni fianco
spirali noti che a matita in alto
e poche righe sopravvissute a un pennarello giallo
Sarai mai stato a rischio di bruciarti
o su una mensola ad impolverarti
e riscoperto da qualcuno che non ti aspettavi
lo hai fatto uscire da un periodo nero
uscire fuori ancora intero
Una storia che non conosci
non è mai di seconda mano
è come un viaggio improvvisato
a chilometraggio illimitato
Una storia in cui tu ti specchi
con i tuoi occhi da marziano
è come una lanterna
magica che non si ferma
Finito di stampare nel mese di agosto
di un anno povero con poco inchiostro
un sangue nobile che colora ogni tua parola
Hai mai viaggiato tutta una notte
attraversando un temporale forte
ti sei trovato aperto ad asciugare sotto al sole
O illuminato fino alla mattina
da una candela o da una pila
Una storia che non conosci
non è mai di seconda mano
è come un viaggio improvvisato
a chilometraggio illimitato
Una storia in cui tu ti specchi
con i tuoi occhi da marziano
è come una lanterna
magica che non si ferma
Le storie che non conosci, non sono mai di seconda mano

sabato 11 aprile 2015

Kobanê - Viyan Peyman



Oh mamma, povera me!
Oggi il mio cuore piange, oh che disgrazia cadde su di noi!

Oggi io canto sulla forza di Kobanê, una poesia che sia recitata dal mondo e dall'umanità, oh madre!
Oggi ancora una volta le nostre ragazze e i nostri ragazzi curdi sono diventati protettori di serbatoi e pompe ...
Oh mamma, povera me!
Oggi vedo le madri di Kobanê piangere per strada, immagino i bambini, ragazze, uomini e donne anziani urlaredi dolore e di rabbia.
Vedo le lacrime dei figli kobanê come se fossero il fiume Eufrate inondare le strade di Kobanê. Oh mamma, povera me!


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Cantava e combatteva Viyan Peyman, giovane ventiseienne, amatissima cantante curda, originaria della città di Mako del Kurdistan iraniano, uccisa lunedi 6 aprile 2015 mentre lottava contro lo Stato islamico a Serekaniye (Canton Jazeera).
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