venerdì 20 gennaio 2017

a Nuoro, nel '68

La Fantascienza è la vera letteratura Mainstream - Mauro Antonio Miglieruolo

Consideriamo che non la Fantascienza sia un genere della letteratura accademica, ma quest’ultima, almeno nella accezione assunta nel XX secolo, un aspetto parziale della grande corrente della narrativa universale. Il Novecento ha elevato una aspetto secondario della narrativa prodotta nel secolo, la rappresentazione tendenzialmente fotografica dell’esistente, a unica forma nobile e ammissibile di letteratura.
La teoria letteraria praticata dall’accademia disprezza la fantascienza. Non si rende conto che in realtà sta confessando un inconfessabile: il disprezzo del 90% del meglio di ciò che gli uomini da Omero in poi, e prima di Omero in poi, hanno prodotto.
La motivazione profonda è connessa alla pratica fantascientifica dell’utopia, del senso dell’alternativa e dell’ipotesi di cambiamento. E’ connessa pertanto alla lotta ideologica di classe, alla necessità che avvertono gli accademici di eternizzare i rapporti sociali esistenti (insieme alle forme espressive che li supportano).
Al diverso livello dei problemi formali la motivazione risiede nell’incomprensione di due fenomeni. Il primo è il rapporto organico e inevitabile che sussiste tra alta e bassa letteratura (vedi ad esempio il rapporto tra la Commedia di Dante e le narrazioni popolari “da osteria” presenti al suo tempo, rapporto avvertito come un limite persino dai grandi contemporanei Boccaccio e Petrarca); il secondo riguarda il reale processo di sviluppo di una forma artistica; che spesso nasce dal “basso” per concludere la carriera in “alto”. La forma più sofisticata di musica, la sinfonia, è nata dalle danze e suite di danze eseguite a partire dal Cinquecento. La base della sinfonia è dunque “festaiola”, essenzialmente ludica.
La fantascienza, nata (anche) per ripristinarne la pratica della (vera) Grande Corrente letteraria (la letteratura come sogno, evasione speculativa e volo pindarico); nata come letteratura popolare, narrativa di “prima lettura”, a dispetto dei critici è oggi in grado, nelle opere migliori, di reggere il confronto con il meglio della letteratura mondiale. La potenza della motivazione che la spingeva in avanti, nonostante la noncuranza di gran parte degli intellettuali che si sono rifiutati di praticarla (e persino di frequentarla), è stata tale che, a loro dispetto, non ha potuto evitare di emanciparsi per contribuire alla rifondazione delle forme artistiche, rifondazione che caratterizza il Novecento.
Il ridimensionamento della Fantascienza negli ultimi decenni è determinato proprio da questo suo successo; che costringe a ripensare un impensabile: la narrativa come pensiero eretico, pensare altro, pensare all’Uomo, non alle sole crisi esistenziali di alcuni uomini (ritorno della letteratura alla sua natura più intima e naturale); nonché dal paradosso che mentre le modalità con le quali si è andata costituendo venivano assunte, senza dirlo, persino da chi teorizzava l’anti-fantascienza, da chi praticava il racconto quale rappresentazione dell’apparente, nel disprezzo di ogni tentativo, bene o mal riuscito, di andare oltre, di cercare  trovare le dinamiche che sottendono l’apparente.
La Fantascienza, sconfitta nell’opinione, denigrata anche a causa di sue proprie pratiche deteriori, è oggi vittoriosa sul piano sostanziale. Il suo modulo narrativo è di tutti e di chiunque.  Ha lasciato al mondo una inconfutabile eredità di opere importanti e grandi nomi.

giovedì 19 gennaio 2017

Quando muore una persona amata - Teju Cole

“Quando muore una persona amata, un familiare, un amico o un eroe, queste perdite hanno qualcosa in comune, anche se naturalmente la loro intensità varia (non posso dire della morte di un amante, che sembra essere qualcosa di diverso ancora – ma forse perfino lì, il tratto permane). Ecco che cos’hanno in comune: c’era quest’altra persona che ci aiutava in un modo particolare, e adesso se n’è andata, e l’aiuto che ci dava se n’è andato insieme a lei. Essere in lutto è non avere più, essere privato di. Nel cordoglio, oltre al dolore puro, c’è la perdita dell’aiuto. Prima c’era una complicità, un lavoro (un lavoro emotivo, per esempio) che due individui realizzavano insieme. Adesso uno, il sopravvissuto, per quanto riluttante sia, deve farlo da solo. Ecco perché un aspetto della perdita è la sensazione di essere all’improvviso costretti a ‘crescere’. A delineare il lutto non è solo il vuoto scavato dalla tristezza: è sapere che quel che si faceva in due, qualunque cosa fosse, che avesse un nome o no, che fosse reciproco o no (nel caso degli eroi lo è raramente), adesso bisogna farlo da soli. Nella zona della tua complicità con la persona amata, familiare, amico o eroe, tu sei un bambino. Forse lì si è bambini insieme. La morte costringe a mettere via le cose da bambini, ed è sempre troppo presto”.–Teju Cole

Quello che i soldati israeliani non dicono mai alle loro madri - Gideon Levy

Si sono radunati in una stretta via, in una notte fredda e scura. Erano tesi. Il grido di un lontano sciacallo ha rotto il silenzio. Per alcuni questa era la prima missione operativa. L’avevano sempre sognata ed erano stati a lungo addestrati. L’adrenalina scorreva, proprio come volevano. Era quello per cui si erano arruolati.
Prima di uscire hanno mandato messaggini ai propri familiari per dire loro di non preoccuparsi. Quando si è levato il sole e sono tornati in salvo alla base, li hanno nuovamente inviato dei messaggi. Le loro madri non hanno chiesto che cosa avevano fatto e loro non glielo hanno detto. Succede sempre così. I familiari sono orgogliosi di loro: sono dei soldati che combattono.
Quando si sono messi in riga prima di partire, i comandanti hanno controllato il loro equipaggiamento e munizioni ed impartito gli ultimi ordini. L’ufficiale di intelligence ha parlato loro dei due ricercati: devono essere trovati, ad ogni costo. Poi i soldati sono usciti nella notte. Trenta soldati. Sono saliti a piedi in cima alla collina.
Hanno raggiunto l’obiettivo poco dopo mezzanotte. Il villaggio era profondamente addormentato, i fari di sicurezza arancione della colonia di là dalla strada ammiccavano distanti. Ed è stato dato l’ordine: attaccare!
Si sono avventati contro la porta posteriore della casa e l’hanno scossa finché non è stata quasi scardinata. Dal secondo piano è uscita una luce fioca ed un uomo è sceso in pigiama, ancora mezzo addormentato, per aprire il cancello di metallo. Nessuno di loro si è chiesto che cosa ci facesse là. Forse questo accadrà quando saranno maturati ancora un po’.
I primi quattro sono entrati con i fucili spianati, i volti coperti da maschere nere; si vedevano solo gli occhi. Hanno spinto indietro lo sbalordito palestinese. Lui ha tentato di spiegare loro che i bambini stavano dormendo e non voleva che si svegliassero vedendo un soldato mascherato sopra il loro letto.
I soldati volevano Tariq. Ed anche Maliq. Hanno ordinato al palestinese di portarglieli. I due ricercati dormivano in una stanza tutta blu, comprese le lenzuola. I soldati li hanno svegliati con delle grida. I ricercati si sono destati nel panico.
I soldati gli hanno ordinato di alzarsi. Poi li hanno afferrati per le braccia, li hanno spinti in due stanze separate e chiusi dentro. Altri soldati hanno fatto irruzione nella casa, i cui abitanti nel frattempo si erano tutti svegliati. Mahmoud, di sei anni, ha incominciato a gridare: “Papà, papà!”
I soldati hanno ammonito i due di non osare partecipare ad altre manifestazioni. “La prossima volta vi spareremo o vi arresteremo”, hanno detto a Maliq. Lui è rimasto chiuso dentro per 40 minuti, finché i soldati non se ne sono andati. Andandosene, hanno lanciato delle granate stordenti nei cortili delle case cui passavano accanto – la ciliegina sulla torta.
Tutto questo è successo circa 10 giorni fa a Kafr Qaddum. Succede ogni notte in tutta la Cisgiordania.
I due ricercati avevano 11 e 13 anni. Tariq non ha ancora ripreso a parlare e Maliq ha un sorriso spaventato. Da quella notte dormiranno solo nel letto dei genitori. Mahmoud ha incominciato a bagnare il letto. Il grande spiegamento di soldati è arrivato a notte fonda solo per spaventarli e forse anche per tenere alta la tensione.
L’unità dei portavoce dell’esercito israeliano non si è vergognata di dire: “I soldati hanno parlato con dei giovani che avevano preso parte ad una regolare manifestazione a Qaddum.” Ecco che cosa fanno i soldati israeliani: tengono colloqui intimidatori di notte con dei bambini. Per questo si sono arruolati. Di questo vanno fieri.
Vale la pena notare che Kafr Qaddum è un luogo degno di rispetto. Ha lottato per circa cinque anni, con coraggio e determinazione, per riaprire la sua strada di accesso – che era bloccata a causa della colonia di Kedumim. La colonia era cresciuta proprio ai bordi della strada, provocando la sua chiusura.
Venerdì scorso Amos Harel ha parlato su Haaretz della drastica diminuzione del numero di giovani di buona famiglia che vogliono fare il servizio militare in unità di combattimento. La polizia di frontiera attualmente è l’unità più ambita e le sue porte sono prese d’assalto dalle frange più deboli della società, che Israele cinicamente istiga contro i palestinesi, al punto che tutti loro vogliono essere come il sergente Elor Azaria [condannato per aver ucciso un attentatore palestinese inerme, ndtr].
Forse è un bene che i benestanti abbandonino il servizio militare nei territori. O forse è un male, perché lasciano il posto ad altri. Oggi non c’è praticamente nessun servizio operativo nell’esercito israeliano che non comporti il compiere spregevoli missioni come l’operazione a Kafr Qaddum.
Questo venerdì, oppure il prossimo, Tariq e Maliq torneranno a manifestare in strada e forse tireranno anche pietre. Non dimenticheranno tanto velocemente il terrore di quella notte; quel terrore plasmerà la loro coscienza.
E i soldati? Continueranno ad essere degli eroi, ai propri occhi ed a quelli della loro gente.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

A forza di essere vento suonò oltre il cielo - Daniela Pia

Essere zingaro nell’anima, trasferire la musica tzigana nel jazz, questo il felice azzardo di Django Reinhardt.
Era nato il 23 gennaio 1910. Entrò nel mondo da un carrozzone di artisti itineranti, nel borgo di Liverchies, in Belgio. Le atmosfere da circo le respirò sin dai primi istanti di vita. Vita da artista come quella della madre Laurence Reinhardt – l’acrobata “negra” – mentre il padre Jean Vées, abile intrattenitore musicale si cimentava con con il violino e la chitarra, Quando il primo conflitto mondiale terminò, lui era ancora un bimbo, analfabeta, che, dopo aver viaggiato a lungo, rientrò a Parigi con sua madre per giungere a “la barriera di Choisy”. Non ebbe bisogno di studiare la musica: scaturiva dalla sua anima e attraverso le sue due dita si spandeva dalle corde di una chitarra e di un banjo. Si esibì nei locali accompagnato da talentuosi fisarmonicisti e, quando in Place Pigalle, ascoltò per la prima volta i ritmi di Billy Arnold se ne innamorò perdutamente.Suonando con due dita – le uniche che riuscirà ad utilizzare dopo la grave ustione alle mani – si inventò un nuovo modo per far parlare le corde della sua chitarra.
Poi negli anni ’30 Django rimase folgorato dalla musica di Louis Armstrong. Più fonti narrano che nel luglio 1931, dopo aver ascoltato Indian Cradle Song, Django scoppiò in lacrime gridando «Ach Moune ! Ach Moune!» cioè “Mio fratello, mio fratello». E realizzò il suo sogno di suonare con Satchmo nel 1934.
A scoprire il suo swing intorno alla metà degli anni Trenta fu Pierre Nourry, uno dei principali animatori dell’Hot Club di France, il quale rimase folgorato durante le improvvisazioni jazz di Django assieme a Stephane Grappelli. Da quell’esperienza nacque il leggendario Le Quintette du Hot Club de France, il loro era un sound a base di improvvisazioni jazz e fulminanti intermezzi solisti. Li scoprì anche Duke Ellington invitandoli a New York per una serie di concerti. Nel 1950 arrivò anche a Roma per suonare nel locale Open Gate e registrare una serie di brani.
Quelle improvvisazioni, caratterizzate da note vibranti che sembravano avere vita propria, stregarono un pubblico di intenditori. Lui, lo zingaro sul quale pochi avrebbero scommesso, quello che il critico André Hodeir, definì “incidente pittoresco” divenne fonte di ispirazione anche per Toni Iommi il chitarrista dei Black Sabbath il quale come lui dovette inventarsi un modo per poter suonare nonostante la menomazione alle dita di una mano. La sua musica ha cambiato l’Europa attraverso il suono metallico e sensuale della chitarra manouche, musica d’ avanguardia che seppe competere senza timore con le sonorità americane del jazz degli albori. Sarà Parigi a decretarne la consacrazione, attraverso jam session infuocate negli anni tra il ’46 e il ’53, quando gli zazous, i forzati del jazz, vennero da ogni parte per godere delle sue sfide virtuosistiche. Poi Django diminuì sempre più le sue esibizioni per coltivare una nuova passione: la pittura descrittiva e naif. La morte lo colse improvvisamente a soli quarantatrè anni, per un’emorragia cerebrale.
Nacque e morì povero. Nessun attaccamento per il denaro guadagnato durante la carriera. Sempre “aristocraticamente” un manouche , uno che «a forza di essere vento» tornò a suonare al cielo.



Balasso e la pistola

mercoledì 18 gennaio 2017

morte di una libreria

Chiusura della libreria Fanucci a via di Vigna Stelluti 162 a Roma: un messaggio dell'editore, Sergio Fanucci.
Care lettrici e lettori, amici e librai,
il triste giorno alla fine è arrivato. Dopo la cessione della mia libreria a piazza Madama lo scorso Febbraio, ho deciso di chiudere dopo sei anni la mia seconda e ultima libreria a Roma, quella in via di Vigna Stelluti, 162.
Tramonta così dopo quasi tredici anni, la mia avventura imprenditoriale sul retail del libro che mi ha regalato momenti di soddisfazioni come anche di grande desolazione.
Il lavoro da libraio indipendente è sempre di più un lavoro di sacrifici e con uno scopo che non è certo il profitto, anzi i soldi nel cassetto sono sempre meno e le ore di apertura sempre maggiori. L’arrivo delle librerie on line, lo strapotere di Amazon, gli allegati ai giornali delle edicole, i libri digitali, le promozioni fantasiose dei 2x1, le librerie di catena in economia di scala e via dicendo, hanno contribuito di giorno in giorno a snaturare la figura del libraio indipendente facendogli perdere sempre di più quel ruolo determinante e imprescindibile nella filiera culturale. Oggi sono sempre meno e a Roma in un calo senza precedenti.
Fin dai primi mesi dalla sua apertura, gli abitanti della zona non hanno risposto in modo particolarmente entusiasta, come a sottolineare che a Roma nord si legge poco, e Vittorio Emiliani ci disse che non avevamo “aperto una libreria ma iniziato una missione”. Ed è stato così, sei anni di fatica, di ricerca di formule che risvegliassero un’area di Roma sprovvista di librerie, dove è impossibile parcheggiare (i negozianti della via si sono opposti a cinque anni di lavori per creare parcheggi sotto Largo di Vigna Stelluti, dimostrando una miopia ostinata e portando motivazioni da vecchia Repubblica) a combattere tra negozi di abbigliamento, scarpe e intimo come a dire che l’estetica supera di gran lunga l’interiorità, della serie meglio un corpo ben vestito che una mente ben fornita.
Ho preso un locale che era fatiscente, senza luce, con una scala per scendere che ci voleva un paracadute, un piano d’ingresso minuscolo e un piano inferiore che era un magazzino senza pavimento e pieno di ferro vecchio. L’ho trasformato in una delle più belle librerie di Roma, da 100 mq di negozio a 400 mq, con uno spazio per ragazzi di oltre 80 mq che da solo vale una libreria. Scaffali chiari ed eleganti, servizio della reperibilità dei libri in 24/48 ore, gentilezza e disponibilità, oltre 30mila titoli presenti… nulla è bastato a convincere i proprietari delle mura che il libro non ha i margini di un vestito, che il quartiere aveva bisogno di una libreria del genere e che la cultura passa per una presa di coscienza che deve essere collettiva e non solo di poche persone illuminate.
Non ce l’ho fatta. Le lettrici e i lettori del quartiere che ringrazio di cuore - anche a nomi dei librai che hanno lavorato con me per questi sei anni, Romano Castellani il direttore in testa ma anche tutti gli altri, - non sono stati sufficienti, i costi troppo cari e una zona in depressione hanno fatto il resto.
Tant’è. Forse ci rifaremo altrove, o forse no. Oggi il mio più grande ringraziamento va a chi è stato con me per tutti questi anni, i miei librai, che hanno condiviso milioni di pagine con i lettori, hanno creduto in un progetto e non si sono mai tirati indietro.
Anche ai lettori dico grazie, non perdetevi d’animo, la nostra passione comune per il libro troverà sicuramente un altro luogo e un altro momento per essere vissuta; per ora lasciamoci così, come due compagni di viaggio che si stringono la mano e guardandosi negli occhi, si sorridono. Stare insieme in questi anni è stato bello e ci ha arricchito un po’ di più. Questo è il ricordo che porterò con me e spero lo farete anche voi, tutti.
Arrivederci
Sergio Fanucci

Contro l’alternanza scuola-lavoro - Piero Bevilacqua

Che cosa sta accadendo nella scuola italiana? Nel quasi totale silenzio-assenso dell’intellettualità nazionale e della grande stampa – salvo qualche eccezione, ma non certo critica, come quella del Sole 24 ore, e di qualche entusiasta apologeta – i nostri istituti superiori vengono progressivamente spinti a trasformarsi in scuole per l’avviamento al lavoro. L’applicazione della cosiddetta “alternanza scuola lavoro”, prevista nelle sue linee generali dal decreto legislativo del 15 aprile 2005, sta trovando, con la legge sulla Buona scuola del defunto governo Renzi, esiti sempre più chiari. Intanto quest’ultima stabilisce l’obbligo di dedicare ben 400 ore ad attività lavorative nel corso del triennio delle scuole professionali e tecniche, e 200 nel triennio dei licei. Ore che verranno sottratte allo studio per fare esperienze pratiche all’interno di fabbriche, imprese agricole, musei, ospedali, archivi, ecc.
L’integrazione delle strutture formative nella sfera delle imprese appare ben chiara dall’art. 41: «A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 è istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura il registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro». La scuola italiana diventa un ambito che marcia sempre più in stretta cooperazione con il mondo della produzione, dei servizi e del commercio.
Il silenzio su questo processo di gravissima subordinazione dei processi formativi alle esigenze di breve periodo delle imprese, dipendente da una abborracciata lettura delle tendenze del capitalismo contemporaneo, si può anche comprendere. Da noi è universale la leggenda secondo cui la scuola italiana ”è lontana dalla società” “ i nostri ragazzi escono da scuola senza nessuna esperienza della realtà”, ecc. Dove naturalmente “realtà” e “società” coincidono perfettamente col mondo delle imprese e col mercato del lavoro.
La complessità del mondo reale si riduce alle esigenze presenti del capitale. Sicché a stabilire un nesso tra la scarsa preparazione al lavoro degli studenti e la disoccupazione giovanile a livelli record diventa fin troppo facile. Facile per menti semplici. Facile per un ceto politico che da tempo ha smesso di analizzare le strutture profonde del capitale e tenta solo di rispondere agli umori dell’opinione pubblica e di seguire il corso degli interessi dominanti. Infatti, l’articolo 33 della L. sulla Buona scuola, dichiara solennemente che l’alternanza scuola-lavoro viene attuata «Al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti». La scuola, tutti gli istituti superiori, devono e acquistare competenze per il lavoro. Sarà questa esperienza sul campo dei nostri ragazzi a favorire lo sviluppo dell’occupazione. Come si può capire è un modo di trasferire un gigantesco problema su un terreno di facile manipolazione ideologica.
Ora vediamo partitamente gli errori gravi e ostinati cui conduce questa linea. Senza qui soffermarci sui possibili effetti di lungo periodo. Quelli, intendo della progressiva distruzione della nostra tradizione culturale e di una intera civiltà.
La disoccupazione italiana non dipende certo dalla scarsa preparazione dei nostri giovani, capaci, al contrario, di industriarsi anche nei più disparati lavori, e pur possedendo spesso lauree e master vari. Da noi è più grave che altrove, per ragioni legate a vari fenomeni dello sviluppo italiano, alquanto noti, ma non certo per incapacità tecnica e culturale delle nuove generazioni. Il fenomeno, del resto, investe in diversa misura tutte le società industriali e non riguarda solo i giovani.
La disoccupazione è figlia di alcuni caratteri strutturali del capitalismo del nostro tempo per mutare i quali occorrerebbe uno sforzo politico sovranazionale di vasta portata. Essa dipende da alcune scelte ideologiche di politica economica, (la riduzione della capacità di investimento da parte dello stato, la restrizione del welfare, la politica fiscale non progressiva, ecc) e soprattutto dal carattere predominante assunto dal capitale finanziario (il Finanzcapitalismo analizzato da Gallino). Ma un più profondo ambito strutturale oggi opera nel capitale con caratteri di labor killing. L’innovazione tecnologica va distruggendo posti di lavoro. Sul punto la letteratura è ormai vasta, preoccupa la Banca mondiale e perfino l’Onu ha lanciato un grido d’allarme. (E. Marro, Allarme Onu: I robot sostituiranno il 66 per cento del lavoro umano, Il Sole 24 0re, 18.11.2016) Ed è ormai diventato un vano ritornello richiamare la “teoria” della caduta a cascata.
Le nuove tecnologie distruggono vecchi posti di lavoro ma i nuovi che creano sono proporzionalmente sempre di meno. Non si tratta solo di previsioni e non solo dei settori manifatturieri. Nel novembre del 2016, ad esempio, il capo del personale della Wolkswagen ha annunciato che nei prossimi quindici anni 32 mila persone andranno in pensione e non verranno sostituite. Ci penseranno i robot. Ma si tratta anche di storia già consumata e che riguarda non solo semplici lavori automatizzabili, ma nuovi settori e funzioni: dalla burocrazia alle professioni legali, dal commercio ai servizi finanziari, dalla formazione alla medicina.
Una ricerca del 2013 di due economisti del Mit, E. Brynjolfsson e A. Mac Afee (di cui è uscito per Feltrinelli, La nuova rivoluzione delle macchine, 2015) ha mostrato come a partire dal 2000 le linee della crescita della produttività e quella dell’occupazione si sono divaricate. Dopo un decennio, questo fenomeno appariva come «il grande paradosso della nostra epoca». É avvenuto il «Great decupling», termine complesso che si riferisce alla crescita esponenziale della produttività e che potremmo tradurre con il “grande disaccoppiamento”: «La produttività è a livelli record, l’innovazione non è mai stata più veloce, e tuttavia, allo stesso tempo, noi abbiamo la caduta del reddito mediano e abbiamo meno posti di lavoro» (D. Rotman, How Technology is destroying Jobs, «MIT Technology Review», giugno 2013).
Dunque piegare la formazione delle nuove generazioni ai bisogni del lavoro che muta di giorno in giorno è pura insensatezza. Una verità nota agli esperti già dagli anni Sessanta, (F. Pollock, Automazione, Einaudi 1970) ma prontamente dimenticata dagli attuali novatori. Quel che occorre è, con ogni evidenza, una formazione culturale non piegata ad alcun specialismo, aperta e complessa, una “educazione della mente” che sappia affrontare con strumenti critici uno mondo sempre più velocemente mutevole. Che non è solo il mondo delle imprese e del lavoro. Senza dimenticare che i ragazzi vivono anche di sentimenti e passioni, sono immersi in una sfera spirituale che ha bisogno di orientarsi e arricchirsi. Il pensiero unico va cerca di infilarsi anche nella scuola, ma va soppresso sul nascere.
È vero che i difensori più intelligenti dell’alternanza scuola lavoro la mettono sul piano più generale della formazione di attitudine all’impresa. Ha scritto di recente Alessandro Rosina, riprendendo alcune indagini recenti come quella Ocse-Piaac, che scopo di questo nuovo indirizzo della scuola deve essere quella di fornire ai ragazzi «l’intraprendenza, la capacità di lavorare in gruppo, l’abilità di problem solving, l’autoefficacia, il saper prendere decisioni» (La Repubblica, 3 dicembre 2016).
Dunque tutti imprenditori? Alla fine tutte le istituzioni della formazione si devono piegare ad uno scopo unico: creare degli individui efficienti sul piano delle attività produttive e di gestione d’impresa. Le nuove competenze infatti, scrive sempre Rosina, «devono diventare parte di un solido processo di riposizionamento delle nuove generazioni al centro dello sviluppo del Paese». Credo, contro la stessa intenzione di Rosina, che tale posizione esprima il pensiero unico all’opera sotto forma di progettualità innovativa, di proiezione verso il “futuro”, di nuovo slancio allo sviluppo dell’Italia. Incarni, insomma, l’utopia di creare un “uomo nuovo” seriale, omogeneo, flessibile, interamente modellato dal suo finale compito economico. Ma davvero di questo tipo di figura abbiamo oggi bisogno per l’oggi e per il futuro? Compito della scuola è quello di rendere ancora più efficiente e innovativo il mondo delle imprese?
È paradossale osservare come la nozione di innovazione sia oggi interamente assorbita nell’ambito della tecnica e nella sfera dell’economia. Vale a dire l’ambito in cui l’innovazione è già incessante e senza requie, anche con esiti di grande portata per il miglioramento delle nostre condizioni di vita. Ma pressocché nessuno osserva la drammatica divaricazione che lacera la nostra epoca: mentre l’innovazione avanza vorticosa nel mondo della produzione e dei servizi essa non muove nessun passo nell’ambito dell’organizzazione sociale. Le nostre società poggiano su economie del XXI secolo, ma l’esistenza delle persone si muove entro quadri organizzativi della vita quotidiana che appartengono al XX secolo e tendono a indietreggiare verso il XIX. Mentre le ristrutturazioni organizzative, la digitalizzazione, i robot, (e già ora l’intelligenza artificiale, le stampanti 3D) sostituiscono masse crescenti di lavoratori da attività produttive e servizi, la giornata lavorativa resta quella del secolo passato, comincia al mattino e finisce la sera, la distribuzione del reddito è sempre più disuguale, la disoccupazione endemica, i servizi sempre più costosi e inaccessibili. Mentre c’è sempre meno bisogno di lavoro, anziché progettare una società più libera, che si dia nuovi fini, che corrisponda a questo obiettivo processo di liberazione da bisogni e fatiche, si tenta di piegare l’intero processo della formazione delle nuove generazioni agli imperativi di una più efficiente produzione. Ma dov’è finita la capacità di pensare del ceto politico e dei suoi dintorni?
Naturalmente questa critica non è una difesa dello status quo della nostra scuola. Che anche gli studenti del liceo classico abbiano contatto con l’ambiente delle imprese può essere utile alla loro formazione. Ma il rapporto con tale ambito non deve essere finalizzato all’avviamento al lavoro, quanto a un arricchimento della loro formazione. È assai formativo che i giovani, specie se provenienti da famiglie borghesi, osservino da vicino chi sono le donne e gli uomini che tutti i giorni, con la loro fatica, attenzione, intelligenza, abilità assicurano la produzione della ricchezza del nostro Paese. È utile che osservino la potenza tecnologica cui è pervenuta l’attuale industria manifatturiera, frutto dell’umano ingegno, ma che vedano anche quanto fatica costa agli operai servirla, dalla mattina alla sera, con costante e usurante attenzione. Che i giovani destinati a diventare giuslavoristi, economisti o giornalisti economici trascorrano per qualche tempo delle ore in fabbrica potrebbe essere molto importante per il loro futuro professionale e per tutti noi: eviterebbero di occuparsi di lavoro e di mercato del lavoro con meno cinismo e irresponsabilità di quanto oggi non accada. Dovremmo ricordaci che per tutta l’età contemporanea, nei due secoli e passa di storia delle società industriali, mai le innumerevoli élites che sono diventate classi dirigenti dei rispettivi paesi hanno attraversato nel loro percorso formativo una esperienza conoscitiva della fabbrica. Due mondi necessariamente separati per rendere possibile l’architettura classista della società.

Non meno utile alla formazione dei ragazzi può essere la frequentazione delle aziende agricole. Ma anche qui non per trasformare lo studente in un apprendista lavoratore. È significativo del basso orizzonte dell’attuale ceto politico che si occupa di istruzione quanto ebbe ad affermare il sottosegretario all’istruzione del passato governo, Gabriele Toccafondi: «I ragazzi imparano a fare ma anche a vendere: lo studente che esce da un agrario deve saper fare un formaggio, ma anche saperlo vendere» (Corriere della Sera, 20.11.2014).
Personalmente annetto un valore formativo al “saper fare”, perché nell’uso delle mani si possono talora trasmettere antichi saperi e abilità. Ma purché questo si inserisca in una formazione culturalmente più alta e complessa e che non rimanga nel ristretto orizzonte di un vecchio mestiere. In un azienda agricola si possono apprendere cose ben più importanti per una moderna formazione culturale che non imparare a vendere il formaggio. Con l’aiuto di un bravo agroecologo i ragazzi possono sperimentare un approccio rivoluzionario alle scienze naturali, oggi così neglette e sciattamente insegnate. È sufficiente partire da un pugno di terra, una manciata di suolo agricolo, per spiegare l’evoluzione geologica del suolo terrestre, per passare poi alla sua composizione chimica, alla biologia dei microrganismi che contiene, ai meccanismi che presiedono al nutrimento delle piante, alla loro fisiologia, patologie, rapporto con gli insetti, comportamento e dipendenza dai fenomeni climatici.
Insomma dentro un’azienda agricola i ragazzi possono apprendere i fenomeni vitali che si svolgono all’interno di un habitat che è un frammento della nostra biosfera. Per questa via le varie discipline, in cui è stato frammentato il sapere scientifico contemporaneo, rivelano il loro carattere parziale e convenzionale e si ricompongono in una visione unitaria del mondo in cui viviamo. È di questo sapere che oggi abbiamo bisogno: necessità di una visione più complessa del mondo reale, per avviare un rapporto di cura con la natura, dopo secoli di dissennato saccheggio. E naturalmente, questo tipo di insegnamento deve avvenire rompendo lo schema ottocentesco della classe, dominata dalla figura dell’insegnante demiurgo e dei discenti da indottrinare, disciplinare e punire (si veda l’utile G. Stella, Tutta un’altra scuola, Giunti 2016). E’ qui l’altra rivoluzione da compiere, insieme alla valorizzazione, economica e formativa di chi tiene in piedi la scuola: gli insegnanti.