sabato 23 febbraio 2019

Lettera Aperta sui nuovi esami di Stato - Roars



Gli estensori di questa Lettera Aperta, insegnanti e  rappresentanti di un foltissimo numero di docenti e cittadini – riuniti in associazioni, sigle sindacali, movimenti, gruppi di studio –  firmatari di un “Appello per la scuola pubblica” (dicembre 2017) esprimono la loro posizione nei confronti dell’attuale riforma dell’esame di Stato firmata dal Ministro Bussetti, ancora una volta in perfetta continuità con i suoi predecessori.
All’articolo 22 del Contratto per il Governo del cambiamento, esplicitamente dedicato alla scuola, leggiamo testualmente: “In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta”.
Un impegno formale dunque, chiarissimo, sottoscritto attraverso un contratto tra alleati di governo, volto a modificare immediatamente i contenuti della legge 107/2015, la “Buona scuola”.
I decreti attuativi della riforma degli esami di Stato emanati dal Ministro dell’Istruzione del governo Lega-M5S non vanno in questa direzione, anzi contraddicono radicalmente l’impegno preso con tutti gli italiani e sancito dal Contratto. 
L’esame di Stato, così come configurato dalle norme applicative di diretta responsabilità di questo Ministro e di questo Governo, si pone in perfetta continuità con l’idea della scuola-azienda, anticulturale e anticostituzionale, ratificata dall’ultima riforma del centrosinistra e sostenuta dal centrodestra. Una riforma ormai giunta al quarto anno di attuazione nelle scuole italiane, avversata in tutti i suoi aspetti dalla grandissima maggioranza dei docenti e degli studenti italiani; apprezzata al massimo solo dai dirigenti scolastici, ai quali ha garantito ulteriori, discrezionali spazi di potere e oggi, con il nuovo scandaloso contratto, di guadagno economico: oltre 800 euro lordi di incremento salariale mensile.
Un cambiamento sarebbe stato possibile, nonostante i vincoli ereditati dalla 107 di Matteo Renzi e dal Dlgs 62/2017 della Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. In quello stesso decreto legislativo, infatti, il comma 4 dell’articolo 12 dà assoluto margine di manovra al Ministro in carica:
“Con ordinanza del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono disposte annualmente le modalità organizzative ed operative per lo svolgimento degli esami di Stato e degli esami preliminari”.
Nessun cambiamento, invece, ma assoluta continuità ideologica, in questo esame conclusivo di un percorso scolastico ormai sempre più destrutturato e deculturalizzato. D’altronde, scrivono i tecnici del MIUR“il concetto stesso di maturità (saper pensare) nel corso del tempo è stato superato dal concetto di competenza (saper fare). E ciò in ordine alle trasformazioni in atto anche nelle scuole dell’Unione Europea”. Un assunto ideologico che non condividiamo.
Quali caratteristiche, quindi, avrà il nuovo esame di Stato? Sarà:
·         un esame in cui sono cancellate le discipline: e non ci tragga in inganno la bidisciplinarità di facciata della seconda prova scritta, in realtà solo una giustapposizione di materie diverse. Inoltre, nel decreto che norma il colloquio orale, l’avvertenza ai docenti di “evitare una rigida distinzione tra le discipline” è chiarissima. Ed è proprio per raggiungere questo obiettivo che è stata eliminata la terza prova. È la vittoria del mito efficientista delle competenze, di un’idea di scuola ancillare ad un lavoro inteso non come dignità dell’individuo, ma acritica esecutività. La finalità è semplificare e impoverire il possesso dei saperi piegandoli all’apprendimento certificato di prestazioni strumentali;
·         un esame in cui viene cancellata la possibilità per gli studenti di svolgere un tema libero a partire da una traccia di storia, di attualità o legata alla propria specifica tipologia di scuola ed in cui la scrittura viene vincolata nello stretto perimetro di un’argomentazione preconfezionata, dove ciò che conta non è cosa si dice, ma come lo si dice e se lo si dice nel rispetto di un format imposto;
·         un esame che obbliga gli studenti a un colloquio orale nullificato, in cui prima la busta, il quiz, la sorte, poi lo ‘spunto’ estratto dal candidato daranno il via ad un parlare senza contenuti, senza riferimenti culturali. L’esame del problem solving, che premia la destrezza estemporanea dello studente capace di passare da uno spunto ad un altro (sarebbe questa l’interdisciplinarità?) e affida invece l’onere, l’invenzione del problem setting alla commissione, che dovrà dedicare un’apposita sessione alla preparazione dei quesiti: un lavoro tanto complesso e meticoloso quanto inutile, affidato alle scarne prescrizioni di un decreto e ai documenti del 15 maggio;
·         un esame che concretizza i frutti di una visione asfittica ed avariata della valutazione. Da una parte, come se non bastassero i test INVALSI, nuove griglie nazionali di correzione delle prove e sorteggio, ennesimi feticci di oggettività, imbrigliano e codificano relazioni, contesti e storie. Dall’altra, alle commissioni l’onere di valutare il Far West delle attività di alternanza scuola-lavoro, oggetto di discussione orale, in cui la disparità delle esperienze ricadrà su una iniqua valutazione finale;
·         un esame, infine, che riduce ad orpello retorico – considerato il tempo scuola a disposizione, tagliato e mai recuperato dalla riforma Gelmini – persino i percorsi di “Cittadinanza e Costituzione”, previsti obbligatoriamente in una decina di minuti del colloquio. Ennesimo coniglio dal cilindro, inserito senza aver consentito alle scuole un’adeguata preparazione su una materia che avrebbe meritato ben altro trattamento.
In tanta approssimazione – una normativa a singhiozzo, pubblicata pochi mesi prima della prova, in totale assenza di consultazione – due sono le considerazioni che emergono prioritariamente.
La prima: l’operazione è evidentemente tesa a imporre una sterzata radicale e autoritaria alle programmazioni e alla didattica dei docenti, partendo direttamente dalle conclusioni del percorso. Si impongono agli insegnanti cambiamenti che pregiudicano l’esercizio della libertà di insegnamento attraverso una rivisitazione degli obiettivi finali, obbligando ad adeguarsi ad essi ex lege.
La seconda: la banalizzazione dell’esame, la sua meccanicizzazionel’allontanamento dalla centralità delle conoscenze e del loro rigore scientifico, l’acquisizione dell’alternanza scuola lavoro nella valutazione sommativa, la retorica delle competenze, costruita sull’inganno epistemologico della cultura della modernità.
            Tutto questo, con uno spettro all’orizzonte.
La rottura del principio dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale è incompatibile con l’equipollenza dei titoli di studio su tutto il territorio italiano. E, abolendone il valore legale, i seccanti lacciuoli costituzionali potranno essere superati per lanciare  definitivamente le scuole sul mercato della competizione e della concorrenza, consentendo la concretizzazione definitiva di un sistema scolastico a marce differenti, non solo tra regioni, ma anche a livello locale, dove gli ultimi non avranno più alcuna speranza che la Repubblica, attraverso la scuola, organo costituzionale, rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale per consentire il pieno sviluppo della  persona.
            Perché la scuola non sarà più quella della Repubblica e della Costituzione.
Governo dopo governo, negli ultimi venti anni tutti hanno interpretato con grande impegno la propria parte per depotenziare la funzione che i Costituenti le avevano riservato.
Noi che scriviamo questo documento non siamo acritici laudatores temporis acti, chiusi in un integralismo immobile e reazionario. A noi importano ancora la centralità dell’educare e dell’educarsi insieme alla vita e alla critica, attraverso la cultura e i saperi, la cura della relazione educativa e didattica, l’importanza costitutiva dell’essere, del diventare e del restare umani: ciò che ci sembra essere eliso o cancellato intenzionalmente da questa idea di scuola svuotata, omologata, spettrale, che non sa e non vuole più formare, che cancella il suo ruolo di istituzione dello Stato e di strumento dell’interesse generale.
Gli estensori del presente documento, rappresentanti di un foltissimo numero di docenti – riuniti in associazioni, sigle sindacali, movimenti, gruppi di studio – e firmatari di un Appello per la scuola pubblica che ha raccolto più di 13.000 adesioni, chiedono audizione al Vicepresidente del Consiglio, on. Luigi Di Maio, ai Presidenti delle VII  Commissioni del Senato, on. Mario Pittoni, e della Camera, on. Luigi Gallo.
Anna Angelucci, Marina Boscaino, Lucia R. Capuana, Giovanni Carosotti, Andrea Cerroni, Ivan Cervesato, Carla M. Fabiani, Elena M. Fabrizio, Elena M. Faglia, Rossella Latempa, Fernanda Mazzoli, Vittorio Perego, Renata Puleo, Carlo Salmaso, Gianni Vacchelli.

venerdì 22 febbraio 2019

Il posto di Salvini - Domenico Starnone



Quanto tempo ci vuole per convincersi che il brutto, quando è vincente, è il bello; che il peggio, quando s’impone, è il meglio? Siamo già sulla strada buona. Specialmente in televisione le mezze frasi di stima per Salvini abbondano da tempo: lui, sebbene pessimo, è abilissimo; lui ha un personale politico efficiente; lui, anche se non ci piace, ha un disegno. Ma ora c’è qualcosa in più.
Dopo le elezioni abruzzesi, si è goduto per la frana dei cinquestelle molto più di quanto ci si è allarmati per il trionfo fascioleghista. L’idea è che, mentre i confusionari pentastellati confondono le idee al cittadino, Salvini sa qual è il posto suo e quello del suo elettorato. Quindi spazzare via i cinquestelle è molto più urgente che bloccare l’espansione salviniana. Se loro restituiranno i voti maltolti alla destra, alla sinistra, all’astensionismo, non si tornerà forse al più ordinato duello tra centrodestra e centrosinistra? Può darsi.
Ma se davvero Salvini è l’apprezzato stratega di cui si dice, il mal connesso, rissoso, in gran parte immaginario centrosinistra – più centro che sinistra – si troverà di fronte, dopo una lunga attesa, non il centrodestra vecchio stile ma una destra robusta che sempre più si fa stradestra. E intanto il capo leghista sarà diventato così forte da spacciare ancor più con successo il brutto che rappresenta per il bello, il peggio che prepara per il meglio.
(Questo articolo è uscito nel numero 1294 di Internazionale)

Come il dominio dei rabbini sta alimentando una guerra santa in Israele - Jonathan Cook

 In quale Paese la scorsa settimana un importante religioso stipendiato dallo Stato ha invitato i propri fedeli a diventare “guerrieri” e a emulare un gruppo di giovani uomini che hanno assassinato una donna di un’altra fede? Il religioso lo ha fatto nella più totale impunità. Di fatto stava solo facendo eco ad altri suoi colleghi di alto rango che hanno approvato un libro che – di nuovo nella più totale impunità – esorta i discepoli ad uccidere bambini di altre religioni.
Dove il capo del clero può chiamare “scimmie” le persone di colore e invocare l’espulsione di altre comunità religiose?
Dove un’élite religiosa esercita così tanto potere da decidere da sola chi può sposarsi o divorziare – ed è appoggiata da una legge che può condannare al carcere chi tenti di sposarsi senza la sua approvazione? Possono persino far chiudere il sistema ferroviario nazionale senza preavviso. Dove ci sono uomini santi talmente temuti che le donne sono cancellate dai cartelloni pubblicitari, i campus universitari adottano la segregazione in base al genere per accontentarli e le donne si ritrovano letteralmente spinte in fondo agli autobus?
Questo Paese è l’Arabia Saudita? O il Myanmar? O forse l’Iran?
No. Questo è Israele, l’unico Stato al mondo autoproclamatosi Stato ebraico.

Quali “valori condivisi”?
C’è almeno un politico a Washington che intenda essere eletto che non abbia a un certo punto dichiarato un “legame indissolubile” tra gli Stati Uniti e Israele, o sostenuto che entrambi difendono “valori condivisi”? Pochi, a quanto pare, hanno una qualche idea di quali valori Israele effettivamente rappresenti. Ci sono molti motivi per criticare Israele, compresa la sua brutale oppressione dei palestinesi sotto occupazione e il suo sistema di segregazione e discriminazione istituzionalizzate contro il quinto della sua popolazione che non è ebreo – la sua minoranza palestinese.
Ma chi critica ha totalmente ignorato le crescenti tendenze teocratiche di Israele. Ciò non si è dimostrato semplicemente regressivo per la popolazione ebraica di Israele, in quanto i rabbini esercitano un controllo anche maggiore sulle vite sia degli ebrei religiosi che laici, soprattutto donne. Ciò ha anche allarmanti implicazioni per i palestinesi, sia per quelli sotto occupazione che per quelli che vivono in Israele, in quanto il conflitto nazionale con risapute origini coloniali si è gradatamente trasformato in una guerra santa, alimentata da rabbini estremisti con l’implicita benedizione dello Stato.

Controllo della condizione personale
Nonostante i padri fondatori di Israele fossero dichiaratamente laici, la separazione tra Stato e religione in Israele è sempre stato quantomeno tenue – e ora sta crollando a un ritmo sempre più rapido.
Dopo la fondazione di Israele, David Ben Gurion, il primo capo del governo israeliano, decise di subordinare importanti aspetti della vita degli israeliani ebrei alla giurisdizione di un rabbinato ortodosso, che rappresenta la corrente più rigida, tradizionalista e conservatrice dell’ebraismo. Fino ad ora altre correnti più liberali non hanno un riconoscimento ufficiale in Israele.
La decisione di Ben Gurion rifletteva in parte un desiderio di garantire che il nuovo Stato accogliesse due diverse concezioni dell’ebraismo: sia di quelli che si identificavano come ebrei in senso laico, etnico o culturale, che di quelli che conservavano le tradizioni religiose dell’ebraismo. Sperava di fonderle in una nuova nozione di “nazionalità” ebraica.
Per questa ragione ai rabbini ortodossi venne concesso il controllo esclusivo su importanti aspetti della sfera pubblica – questioni di condizione personale, come la conversione, la nascita, la morte e il matrimonio.

Giustificazioni bibliche
Rafforzare il potere dei rabbini era una necessità urgente dei dirigenti laici di Israele per nascondere le origini del colonialismo di insediamento dello Stato. Ciò avrebbe potuto essere ottenuto utilizzando l’educazione per sottolineare le giustificazioni bibliche dell’usurpazione delle terre della popolazione autoctona palestinese da parte degli ebrei.
Come ha osservato il defunto attivista per la pace Uri Avnery, la rivendicazione sionista era “basata sulla storia biblica dell’Esodo, della conquista di Canaan, del regno di Saul, David e Salomone…le scuole israeliane insegnano la Bibbia come una storia reale.”
Tale indottrinamento, insieme a un tasso di natalità molto maggiore tra gli ebrei religiosi, ha contribuito a un’esplosione nel numero di persone che si identificano come religiose. Esse ora costituiscono metà della popolazione.
Oggi circa un quarto degli ebrei israeliani appartiene alla corrente ortodossa, che interpreta la Torah [libro sacro che contiene le leggi e le norme di condotta degli ebrei, ndtr.] in modo letterale, e uno su sette a quella ultra-ortodossa, o Haredim, la più fondamentalista delle correnti religiose ebraiche. Alcune stime suggeriscono che in 40 anni questi ultimi rappresenteranno un terzo della popolazione ebraica del Paese.

Conquistare il governo”
In Israele sia il crescente potere che l’estremismo degli ortodossi sono stati evidenziati nell’ultima settimana di gennaio quando uno dei loro più influenti rabbini, Shmuel Eliyahu, è intervenuto pubblicamente in difesa di cinque studenti accusati dell’uccisione di Aisha Rabi, una palestinese madre di otto figli. In ottobre essi hanno lanciato pietre contro la sua auto nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata, facendola uscire di strada.
Eliyahu è il figlio dell’ex rabbino capo di Israele, Mordechai Eliyahu, ed egli stesso siede nel Consiglio Rabbinico Supremo, che controlla molti aspetti della vita degli israeliani. È anche rabbino comunale di Safed, una città che nell’ebraismo ha lo stesso status di Medina per l’Islam o Betlemme per la Cristianità, per cui le sue parole hanno una grande importanza per gli ebrei ortodossi.
All’inizio del mese è apparso un video del discorso che ha tenuto presso il seminario in cui studiano i cinque accusati nella colonia illegale di Rehelim, a sud di Nablus.
Eliyahu non solo ha lodato i cinque come “guerrieri”, ma ha detto agli studenti che essi dovrebbero abbattere il “corrotto” sistema dei tribunali laici. Ha detto loro che era vitale anche “conquistare il governo”, ma senza fucili o carrarmati. “Dovete occupare le posizioni chiave dello Stato,” li ha esortati.

Giudici che violano la legge
In realtà questo processo è già molto avanzato.
La ministra della Giustizia Ayelet Shaked, che avrebbe dovuto essere la prima a denunciare le affermazioni di Eliyahu, è totalmente allineata con i coloni religiosi. Significativamente lei e altri ministri del governo hanno mantenuto uno scrupoloso silenzio.
Ciò perché i rappresentanti politici delle comunità ebraiche religiose di Israele, compresi i coloni, sono ora diventati il fulcro delle coalizioni governative israeliane. Hanno molto potere e possono estorcere ad altri partiti cospicue concessioni. Da tempo Shaked ha utilizzato la propria posizione per inserire giudici più esplicitamente nazionalisti e religiosi nel sistema giudiziario, compreso il tribunale più importante del Paese, la Corte Suprema.
Due dei suoi attuali 15 giudici, Noam Sohlberg e David Mintz, hanno trasgredito apertamente alla legge, in quanto vivono in colonie della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. Molti altri giudici nominati membri della corte da Shaked sono religiosi e conservatori.
Questa è una significativa vittoria per i religiosi ortodossi e per i coloni. La Corte è l’ultima linea di difesa per i laici contro l’assalto alla loro libertà religiosa e all’uguaglianza di genere.
E la Corte offre l’unica risorsa ai palestinesi che cercano di mitigare i peggiori eccessi delle politiche violente e discriminatorie del governo, dell’esercito e dei coloni israeliani.

Popolo eletto
Un altro ideologo del movimento dei coloni, Naftali Bennett, collega di Shaked, è da quattro anni ministro dell’Educazione nel governo di Netanyahu. Questo incarico è stato a lungo fondamentale per gli ortodossi, perché forma la prossima generazione di israeliani.
Dopo decenni di concessioni ai rabbini, il sistema scolastico israeliano è già pesantemente incentrato sulla religione. Uno studio del 2016 ha mostrato che il 51% degli alunni ebrei frequentava scuole religiose segregate in base al sesso, che enfatizzavano dogmi biblici – rispetto al 33% solo 15 anni prima.
Ciò può spiegare come mai un recente sondaggio ha evidenziato che il 51% crede che gli ebrei abbiano un diritto che gli viene da dio sulla terra di Israele, e qualcuno in più – il 56% – crede che gli ebrei siano un “popolo eletto”.
È probabile che questi risultati peggiorino ulteriormente nei prossimi anni. Bennett ha dato molta più importanza nel curriculum all’identità tribale ebraica, agli studi biblici e alle rivendicazioni religiose sul Grande Israele, compresi i territori palestinesi – che vuole annettere.
Al contrario scienze e matematica sono sempre più ridimensionate nel sistema educativo e totalmente assenti nelle scuole degli ultra-ortodossi. L’evoluzionismo, ad esempio, è stato per lo più eliminato dal programma, persino in scuole laiche.
Nessuna pietà” per i palestinesi
Un altro ambito fondamentale del potere dello Stato di cui si sono impadroniti i religiosi, e soprattutto i coloni, sono i servizi di sicurezza. Il capo della polizia Roni Alsheikh ha vissuto per anni in una colonia ben nota per i suoi violenti attacchi contro i palestinesi, e anche l’attuale rabbino capo del corpo, Rahamim Brachyahu, è un colono.
Entrambi hanno attivamente promosso un progetto che recluta più ebrei religiosi nelle forze di polizia. Nahi Eyal, il fondatore del programma, ha affermato che la sua intenzione è di aiutare la comunità dei coloni a “farsi strada nei ranghi di comando.”
La tendenza è ancora più forte nell’esercito israeliano. I dati mostrano che la comunità nazional-religiosa, da cui vengono i coloni – benché sia solo il 10% della popolazione – rappresenta la metà di tutti i nuovi allievi ufficiali. Metà delle accademie militari israeliane ora è religiosa.
Ciò si è tradotto in un crescente ruolo dei rabbini ortodossi estremisti nel motivare i soldati sul campo di battaglia. Durante l’invasione di terra israeliana di Gaza nel 2008-09 [l’operazione “Piombo Fuso”, ndtr.] i soldati hanno ricevuto pamphlet del rabbinato militare che utilizzavano precetti biblici per convincerli a “non dimostrare pietà” per i palestinesi.

Istigazione ad uccidere bambini
Al contempo la popolazione ultra-ortodossa in rapida crescita è stata incoraggiata dal governo a spostarsi nelle colonie della Cisgiordania, costruite apposta per loro, come Modi’in Illit e Beitar Illit. Ciò a sua volta sta alimentando l’emergere di un nazionalismo aggressivo tra i giovani.
Una volta gli Haredim erano apertamente ostili, o quanto meno ambivalenti, nei confronti delle istituzioni statali, convinti che uno Stato ebraico fosse sacrilego, finché non arriverà il Messia a governare sugli ebrei.
Ora per la prima volta giovani Haredim stanno facendo il servizio militare nell’esercito israeliano, mettendo sotto pressione il comando militare perché si adegui alla loro ideologia fondamentalista. È stato coniato un nuovo termine per questi aggressivi soldati haredi: vengono chiamati “Hardal” [crasi di “haredì” e “datì leumì”, cioè nazional religiosi, ndtr.].
Brachyahu e rabbini Hardal sono tra gli importanti rabbini che hanno appoggiato un libro terrificante, la “Torah del Re”, scritto da due rabbini coloni, che invita gli ebrei a trattare senza pietà i non-ebrei, e specificamente i palestinesi.
Fornisce la benedizione di dio al terrorismo ebraico – non solo contro i palestinesi che cercano di resistere alla loro espulsione da parte dei coloni, ma contro tutti i palestinesi, persino i bambini, in base al principio che “è chiaro che cresceranno per farci del male.”
Si estende la segregazione per genere
La notevole crescita della religiosità ha creato problemi interni anche alla società israeliana, soprattutto per la popolazione laica in calo e per le donne.
In alcune parti del Paese manifesti per le imminenti elezioni – come più in generale per gli annunci pubblicitari – sono stati “ripuliti” da volti femminili per evitare di oltraggiare [la sensibilità religiosa, ndtr.].
Lo scorso mese la Corte Suprema ha criticato il Consiglio Israeliano per l’Educazione Superiore per aver consentito che la separazione tra uomini e donne nelle aule dei college si diffondesse nel resto dei campus, comprese le biblioteche e le zone comuni. Le studentesse e le docenti si stanno confrontando con norme per un abbigliamento “pudico”.
Il consiglio ha persino annunciato di avere intenzione di estendere la separazione perché si è dimostrato difficile persuadere gli ebrei religiosi a frequentare l’educazione superiore.

Violenza della folla
Israele è sempre stata una società profondamente strutturata per tenere separati ebrei e palestinesi, sia fisicamente che in termini di diritti. Ciò è altrettanto vero per la numerosa minoranza palestinese di Israele, un quinto della popolazione, che vive quasi totalmente separata dagli ebrei in comunità segregate. I loro bambini sono tenuti lontani da quelli ebrei in scuole separate.
Ma in Israele la maggiore sottolineatura della definizione religiosa di ebraicità significa che i palestinesi ora non solo devono affrontare la fredda violenza strutturale concepita dai fondatori laici di Israele, ma anche un’ostilità “calda”, autorizzata dalla Bibbia, da parte di estremisti religiosi.
Ciò è soprattutto evidente nella rapida crescita di aggressioni fisiche contro i palestinesi e le loro proprietà, così come contro i loro luoghi di culto, in Israele e nei territori occupati. Tra gli israeliani questa violenza è legittimata in quanto attacchi del “prezzo da pagare”, come se i palestinesi si provocassero danno da soli.
Ora su Youtube ci sono tanti video di coloni armati di fucili o bastoni che attaccano palestinesi, in genere quando questi ultimi cercano di accedere ai loro uliveti o sorgenti, mentre i soldati israeliani stanno lì senza intervenire o collaborano.
Incendi dolosi si sono estesi dagli uliveti alle case dei palestinesi, a volte con terribili risultati, in quanto alcune famiglie sono state bruciate vive.
Rabbini come Eliyahu hanno alimentato questa nuova ondata di attacchi con giustificazioni bibliche. Il terrorismo di Stato e la violenza della folla si sono fuse.

Distruggere al-Aqsa
Il maggior punto critico potenziale è nella Gerusalemme est occupata, in cui il crescente potere simbolico e politico di questi rabbini messianici rischia di esplodere nel complesso della moschea di al-Aqsa.
A lungo politici laici hanno giocato col fuoco in questo luogo santo islamico, utilizzando rivendicazioni di carattere archeologico per cercare di trasformarlo in un simbolo dello storico diritto ebraico sulla terra, compresi i territori occupati.
Ma la loro affermazione secondo cui la moschea è stata costruita su due templi ebraici, l’ultimo dei quali distrutto due millenni fa, è stata rapidamente riconfigurata per scopi incendiari della politica attuale.
La crescente influenza di ebrei religiosi in parlamento, nel governo, nei tribunali e nei servizi di sicurezza significa che le autorità diventano ancora più sfrontate nell’adottare rivendicazioni materiali per la sovranità su al-Aqsa.
Ciò comporta anche un’indulgenza persino maggiore verso gli estremisti religiosi che chiedono più di un controllo concreto sul sito della moschea. Vogliono distruggere al-Aqsa e sostituirla con il Terzo Tempio.

La guerra santa che si prepara
Lentamente Israele sta trasformando un progetto di colonizzazione di insediamento contro i palestinesi in una battaglia con il più complessivo mondo islamico. Sta trasformando un conflitto territoriale in una guerra santa.
La crescita demografica della popolazione religiosa di Israele, il fatto che il sistema scolastico coltivi un’ideologia ancora più estremista basata sulla Bibbia, l’occupazione dei centri di potere fondamentali dello Stato da parte dei religiosi e l’emergere di una classe di influenti rabbini che predicano il genocidio contro i vicini di Israele ha preparato il terreno per una tempesta perfetta nella regione.
Ora la questione è quando gli alleati di Israele, negli USA e in Europa, finalmente si accorgeranno della catastrofica direzione verso cui Israele sta andando – e troveranno la forza di prendere l’iniziativa necessaria per bloccarla.

(Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Jonathan Cook, giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il “Martha Gellhorn Special Prize for Journalism”)
(traduzione di Amedeo Rossi)

da qui

Venezuela. Petrolio e non solo - Maurizio Matteuzzi


Lo storico Howard Zinn ha contato 103 interventi militari USA nel mondo fra il 1798 e il 1895, un calcolo che non tiene conto di tutti quelli – un’infinità – nel corso del ‘900 e neppure di quello auspicato dal futuro presidente Theodore Roosevelt, allora Assistente segretario alla Marina, che in una lettera del 1897 scriveva di “sperare in una qualsiasi guerra perché credo che questo paese ne abbia bisogno”. In effetti l’anno dopo, 1898, gli Stati uniti dichiararono guerra alla Spagna, naturalmente, parole di Roosevelt, sia in nome “dell’umanità e per il bene dei cubani” sia come “ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America dal dominio europeo”.
Sono passati 120 anni e lo scenario è ancora lo stesso. Perfino le parole – la narrazione, come si usa dire adesso – sono praticamente le stesse. Venezuela, gennaio-febbraio 2019. Il paese deve essere liberato dal giogo chavista, con qualsiasi mezzo, sia in nome dei diritti umani e per il bene dei venezuelani, sia come ulteriore passo verso la completa liberazione dell’America latina dalla macchia rossa del quindicennio di governi di sinistra o quantomeno progressisti , e dalla crescente interferenza di Cina e Russia.
E’ la riproposizione della vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 e attualizzata alle condizioni del secolo XXI. Con una batteria di ultradestri già schierata – Duque e il suo burattinaio Uribe in Colombia, Macri in Argentina, Bolsonaro in Brasile, Piñera in Cile – Washington guarda al Venezuela chavista come all’ultima pedina del domino da abbattere (poi non resteranno che Cuba e Bolivia in attesa di “scoprire” il Messico di López Obrador) prima del ritorno dell’America latina all’ovile del cortile di casa.
Petrolio, come sempre. Ma non solo. Dopo l’auto-etero-proclamazione a presidente “incaricato”, il 23 gennaio scorso, del carneade Juan Guaidó (un pollo d’allevamento ben conosciuto dalla CIA e dal NED, National Endowment for Democracy, ma sconosciuto al mondo esterno e, secondo un sondaggio di una settimana prima dell’auto-etero-proclamazione, all’81% dei venezuelani), il Venezuela corre sul filo. E più passa il tempo, più quel filo rischia di spezzarsi.
Ad oggi l’intervento USA, aperto e neanche più dissimulato, non è ancora al livello dell’attacco militare. Ma nei frenetici giorni successivi al 23 gennaio, mentre si moltiplicavano gli appelli al dialogo e ai negoziati, il vice di Trump, Mike Pence ha detto chiaro e tondo che ormai “non è più il tempo del dialogo ma dell’azione” e lo stesso pollo d’allevamento Guaidó per la prima volta non ha escluso il suo appoggio a un intervento militare USA (“faremo tutto quello che è necessario per salvare vite umane”: una tempo, dall’altra parte della cortina di ferro si chiamava richiesta dell’ “aiuto fraterno” di Mosca) e in un articolo sul New York Times ha scritto che è possibile finirla con il regime dell’ “usurpatore” Nicolás Maduro “con un minimo di spargimento di sangue”.
Un intervento “umanitario” a guida USA o, ancor meglio, accompagnato da un “esercito di liberazione” latino-americano sarebbe però estremamente rischioso, con ricaschi imprevedibili. Il dramma potrebbe finire in tragedia. Al momento Guaidó e chi lo manovra non vogliono sentir parlare di dialogo, mediazione o compromessi, né quelli di papa Francesco né quelli di Messico-Uruguay (il “meccanismo di Montevideo” abortito sul nascere,) né quelli proposti dal segretario dell’ONU António Guterres. Vogliono tutto e subito. Maduro si dice pronto al dialogo per guadagnare tempo, offre elezioni per l’Assemblea nazionale (già in mano all’opposizione dal 2015) ma rifiuta di rigiocarsi il mandato presidenziale del maggio 2018.
Ancora non è chiaro a chi giovi il tempo. Agli USA (con annessa appendice Guaidó) per portare a termine lo strangolamento? A Maduro per disvelare fino in fondo la natura golpista e il marchio tardo-colonialista dell’operazione 23 gennaio? Di certo non alla gran massa dei venezuelani, stremati da anni di guerra civile strisciante, penuria, iper-inflazione, violenza, boicottaggi.
Ma è altrettanto certo che, almeno finora, in Venezuela l’opposizione, golpista e no, da sola non ce la può fare con il regime, più o meno buono che sia, avviato vent’anni fa da Hugo Chávez. Maduro non si è dimostrato all’altezza del suo predecessore. La sua politica sicuramente e probabilmente anche la sua etica possono, e in buona misura devono, essere messe in discussione. Ma lui rimane il presidente costituzionale eletto in elezioni considerate passabilmente pulite da gente come l’ex premier spagnolo Zapatero e l’ex-presidente USA Carter, non proprio estremisti rossi.
Il resto è golpismo (“un golpe è un golpe”, ha detto Alfred de Zayas, rapporteur dell’ONU in Venezuela), neo-colonialismo allo stato puro (Noam Chomsky), vecchia e già vista “storia di regime change” (Roger Waters, il fondatore dei mitici Pink Floyd). Resi ancor più insopportabili dalla penosa subalternità agli USA di Trump, Pence, Bolton, Abrams, mostrata da almeno 20 dei 28 paesi della Unione europea subito corsi ad arruolarsi fra quella sessantina che hanno riconosciuto il golpe.
(Una parentesi sull’Italia. Che sta a metà, che come ha scritto spiritosamente qualcuno apre le porte ai golpisti ma non ancora le braccia, l’Italia del sì-però-no e del no-però-sì. Con Mattarella che spinge tornando al 1999, quando era ministro della difesa del governo D’Alema e mandò i caccia italiani targati NATO a bombardare la Serbia, e facendo il Napolitano del 2011 che forzò un recalcitrante Berlusconi a partecipare all’avventura libica contro Gheddafi. Con il “sovranista” Salvini che fa a chi ce l’ha più duro con la “sinistra” alla Renzi. E con almeno una parte dei Cinquestelle che per una volta assumono una posizione ragionevole. Chiusa parentesi.
In Venezuela, ora come ora gli scenari possibili sono tre: una rivolta delle forze armate nel caso gli USA riescano a rompere il cordone ombelicale che le lega al chavismo; una (improbabile) rinuncia di Maduro per l’insostenibilità delle pressioni politiche e delle sanzioni economiche internazionali; un intervento militare straniero sul tipo di quello del 1989, eufemisticamente definito “chirurgico” (tremila morti), con cui gli USA invasero Panama e catturarono Manuel Noriega, ex agente della CIA caduto in disgrazia.
Ma il Venezuela non è Panama. E Chávez non era Noriega. A meno di una implosione del regime, il rischio di una guerra civile, probabilmente sanguinosa, è reale. Si vedrà allora se i pruriti umanitari di Stati Uniti ed Europa in difesa della popolazione venezuelana assoggettata al chavismo finiranno come nello Yemen dove i sauditi affamano e sterminano a man salva la popolazione nel silenzio generale (forse perché le vittime sono arabi e le armi all’Arabia saudita gliele vendiamo noi occidentali).

giovedì 21 febbraio 2019

“Cari M5S vi spiego perché avete sbagliato tutto” - (intervista all’economista Giovanni Dosi)



(intervista di Vittorio Malagutti)

L’economista Giovanni Dosi, a lungo consulente di Luigi Di Maio, boccia la politica economica dell’esecutivo gialloverde, a cominciare alla legge sul reddito di cittadinanza, e critica la «subalternità» a Salvini. L’Espresso
Il reddito di cittadinanza? «Principio giusto applicato male». Quota 100? «Una legge sbagliata». La flat tax per le partite Iva? «Un favore agli evasori». E, nel complesso, la manovra di bilancio «fa crescere la spesa corrente, mentre sacrifica gli investimenti che sono la vera molla che può innescare la ripresa». La bocciatura  della politica economica del governo arriva dall’economista Giovanni Dosi, uno degli studiosi italiani più conosciuti e ascoltati nei circoli accademici internazionali. Una bocciatura a dir poco sorprendente perché Dosi, 64 anni, professore ordinario della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nei mesi precedenti il trionfo elettorale del 4 marzo scorso aveva messo la sua dottrina e la sua esperienza al servizio dei capi dei Cinque Stelle, a cominciare da Luigi Di Maio. Adesso invece il professore bolla l’azione dell’esecutivo come «inadeguata e dilettantesca» oltre a denunciare la «subalternità» del Movimento grillino alla Lega di Matteo Salvini.
«Il decreto sicurezza varato da questo governo – attacca Dosi – rappresenta un vulnussenza precedenti ai principi sanciti dalla Costituzione repubblicana». 
Eppure i Cinque Stelle erano usciti dalle urne ben più forti rispetto alla Lega. Come si spiega questa debolezza nei confronti dell’alleato? 
«Penso che sin da principio Di Maio abbia dovuto pagare un prezzo politico per avere il via libera di Salvini all’approvazione del reddito di cittadinanza, il provvedimento-bandiera del Movimento, che invece è visto come una iattura da buona parte della base leghista. Poi, i temi della sicurezza e dell’immigrazione si sono imposti nel dibattito pubblico e, anche qui, i Cinque Stelle non sono stati capaci di imporre temi a loro più congeniali come il lavoro, la difesa dei diritti dei più deboli, l’ecologia». 
Non ci sono solo peccati di omissione. Il decreto sicurezza è stato votato e difeso anche dai Cinque Stelle. Senza contare i provvedimenti sull’immigrazione, dalla chiusura dei porti agli attacchi alle Ong. Anche qui, in concreto, non si vedono chiare prese di distanza da parte del Movimento. Non le pare? 
«È vero. Ed è un errore catastrofico. Sono scelte che allontanano dal Movimento una parte importante della propria base elettorale». 
Infatti c’è chi prevede un gran tonfo dei Cinque Stelle alle prossime elezioni europee. C’è ancora tempo per correggere la rotta?
«Voglio ribadire che la politica italiana in tema di immigrazione è indegna di un Paese democratico. E per di più proprio questa politica ha consentito a Salvini di andare all’incasso incamerando capitale politico fino a trasformarsi, quantomeno nella percezione comune, come il vero leader del governo».
Una trappola in cui i Cinque Stelle si sono infilati da soli. Come possono uscirne?
«Semplice, bisogna staccare la spina il più presto possibile a questo governo. Solo così c’è ancora qualche speranza di salvare il Movimento recuperando una parte dei voti che altrimenti rischiano di andare perduti per sempre. Lo strappo servirebbe anche ad arginare una deriva autoritaria che io considero sempre più pericolosa e che non va assolutamente sottovalutata. Vorrei ricordare che anche Adolf Hitler fino al 1932 era considerato dai più come un bullo che le sparava grosse». 
Anche l’andamento dell’economia, da poco entrata in recessione, sembra annunciare tempi bui. Eppure il premier Giuseppe Conte e Di Maio parlano di boom in arrivo. Possibile?
«Scambiano i loro desideri per la realtà e, sottostimano, o forse non comprendono, gli ostacoli alla crescita economica, che sono enormi. Prima di loro anche Silvio Berlusconi ci aveva abituati alle sparate propagandistiche più assurde, ma quantomeno erano accompagnate da un talento da imbonitore che questa classe di governo non possiede».
A proposito di sparate: è stato detto che la manovra di bilancio, grazie al reddito di cittadinanza avrebbe “abolito la povertà”. Siamo sulla buona strada?
«Premetto che a mio parere una misura come il reddito di cittadinanza andava comunque introdotta con l’obiettivo di alleviare la stato di sofferenza sociale di ampie fasce della popolazione. Detto questo, la legge varata da questo governo mi sembra un pasticcio».
Perché? 
«Perchè si è mischiato un provvedimento contro la povertà con il più classico dei sussidi di disoccupazione. Il risultato è una norma complicatissima che rischia di non funzionare né in un senso né nell’altro con gran spreco di risorse. Ho il sospetto che la legge così come la conosciamo sia il frutto , di nuovo , di un cedimento all’alleato leghista che considera l’aiuto contro la povertà come un premio a chi passa la giornata sul divano. E così, per annacquare il testo, si sono messi insieme interventi che andavano gestiti separatamente».
A parte le considerazioni di principio, l’applicazione concreta della legge appare complicatissima, tra navigator, centri per l’impiego inadeguati, competenze suddivise tra enti (comuni, regioni, Inps) che appaiono impreparati al compito e non attrezzati al dialogo tra di loro. Problemi risolvibili strada facendo?
«Questo lo capiremo nei prossimi mesi. Di certo fin d’ora si può dire che il modo in cui è stata impostata la legge, e la sottovalutazione di alcuni problemi pratici, appaiono come una chiara dimostrazione dell’approccio dilettantesco di questo governo a temi di straordinaria importanza per il futuro del Paese». 
Salvini in campagna elettorale aveva promesso l’abolizione della Legge Fornero. Da qui la sua insistenza sulla cosiddetta “quota 100” che alla fine è stata varata in accoppiata con il reddito di cittadinanza. Che giudizio dà di questa riforma pensionistica? 
«Quota 100, se estesa all’intera platea dei lavoratori, è una legge sbagliata».
In che senso?
«Nel senso che andare in pensione a 62 anni dopo 38 di servizio può essere giustificabile per chi svolge mansioni cosiddette usuranti. Penso ad alcune categorie di operai, oppure agli insegnanti, soprattutto quelli della scuola primaria. Diverso è il discorso per gli altri lavoratori. Per loro andavano studiate misure diverse, con minore impatto sulla finanza pubblica. Diversa ancora è la situazione delle donne, che hanno vite lavorative più brevi e discontinue anche a causa della maternità. Per loro quota 100 o qualcos’altro di simile è invece giustificabile». 
Il reddito di cittadinanza è stato descritto anche come un modo per rilanciare i consumi e quindi la crescita. È d’accordo con questa lettura?
«Il denaro che verrà messo in circolo, resta da vedere come e con quali tempi, potrà in teoria avere un effetto benefico sul fronte dei consumi. Temo però che il contributo effettivo alla ripresa si rivelerà tutto sommato contenuto. Ci vuole ben altro per rimettere in moto il Paese». 
Che cosa?
«Per cominciare servirebbe un piano straordinario di investimenti pubblici. Ci sono aree in cui l’intervento dello Stato è a dir poco urgente. Pensiamo per esempio ai lavori per arginare il dissesto idrogeologico, destinato a diventare un problema sempre più grave per effetto dei cambiamenti climatici. Oppure alle grandi opere, non solo come nuove costruzioni ma come manutenzione di quelle esistenti: strade, viadotti, ferrovie. Gli stanziamenti in manovra su questi capitoli di spesa sono insufficienti. E anche settori fondamentali per la crescita del Paese, come istruzione, università e ricerca sono stati del tutto trascurati nella legge di bilancio».
Nella lista delle grandi opere c’è anche la Tav, a cui i Cinque Stelle si oppongono da sempre.
«Un altro errore, a mio parere. Se proprio si dovevano fare delle concessioni all’alleato Salvini, la Tav era una materia da mettere sul tavolo del negoziato, invece di cedere sul fronte dei diritti civili. Tra l’altro, opere come la Torino-Lione creano occupazione e le considero positive anche dal punto di vista ecologico, perchè tolgono dalla strada migliaia di Tir». 
Ci sono vincoli di bilancio di cui tener conto. Con tutti questi investimenti aggiuntivi diventa ancora più difficile rispettare il famoso tetto del 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil imposto dall’Unione Europea, non trova?
«Si è gonfiata la spesa corrente con provvedimenti di dubbia efficacia come quota 100 . Invece si sarebbe dovuto trattare con Bruxelles per ottenere maggiori margini di flessibilità per la spesa in conto capitale. Sono convinto che negoziando in maniera accorta ci sarebbero state ottime possibilità di far valere le nostre ragioni».
E invece…
«E invece il governo è andato fin da subito allo scontro frontale. I Cinque Stelle hanno assecondato fin da subito le sparate propagandistiche di Salvini. La musica veniva suonata da tutto il governo, ma lo spartito era quello della Lega». 
Come era prevedibile, la flat tax promessa da Salvini in campagna elettorale è rimasta nel libro dei sogni. La Lega però ha portato a casa una mini flat tax per le partite Iva. Che ne pensa?
«È una norma che produrrà un aumento dell’evasione da parte di professionisti e partite Iva in generale. Per Salvini è un successo: quella è in gran parte la sua base elettorale. Anche qui Cinque Stelle hanno fatto corsa di retroguardia portando acqua al mulino della Lega». 
Però è Di Maio che è andato sul balcone a festeggiare l’abolizione dela povertà, che ha ribadito per mesi che «non si arretra di un millimetro nel negoziato con Bruxelles, salvo poi dover riscrivere la manovra. Senza contare altre sortite imbarazzanti come quelle di Laura Castelli, sottosegretario all’Economia. Insomma, non è solo colpa di Salvini, anche i Cinque Stelle ci hanno messo del loro nel sabotare il dialogo con Bruxelles, non trova?
«Ribadisco quanto detto prima: l’approccio al negoziato con Bruxelles è stato dilettantesco. Fare la faccia feroce con l’Europa non porta a nulla di positivo, come è stato ampiamente dimostrato dall’esito della trattativa».
Si è scelto di andare all’attacco anche di alleati come la Francia, con polemiche come quella sul Franco coloniale. Utile?
«No, tutt’altro. Nessuno nega che la Francia abbia enormi responsabilità storiche per il suo passato coloniale e il suo presente neocolonialista, ma il Franco coloniale non ha nulla a che fare con l’immigrazione dall’Africa verso l’Europa. E alimentare polemiche futili serve solo a danneggiare la posizione dell’Italia in trattative delicate come quella di Fincantieri per l’acquisizione della francese Stx». 
Con l’Italia in recessione e l’Europa intera che rallenta, c’è già chi prevede che sarà necessario rimettere mano ai conti pubblici e varare una manovra correttiva in corso d’anno. È un’ipotesi plausibile?
«Sarebbe un disastro. Credo che neanche i falchi del Nord Europa possano pensare di chiedere all’Italia un sacrificio simile. Nuovi tagli al bilancio pubblico darebbero il colpo di grazia a un economia già in affanno». 
(intervista tratta da l’Espresso online)