venerdì 24 giugno 2016

Fernando Botero (Motion Grahpic) - Jihun Ahn

Venere nera - Angela Carter


un libro di racconti, alcuni molto belli, gli altri perfetti.

tutto quello che ho letto finora merita molto, iniziate a leggere da qualsiasi suo libro, non ve ne pentirete - franz


“Il linguaggio è potere, vita e strumento di cultura, lo strumento del dominio e della liberazione.” – Angela Carter

otto deliri magici
ma e questa donna, da dove esce?? datemene ancoraaaaaaa!!!

Angela Carter conosce alla perfezione il mestiere dello scrivere e questo libro lo dimostra. Alla sua bravura unisce anche un'inventiva veramente straordinaria (soprattutto nel racconto che vede protagonisti Baudelaire e la sua Jeanne e in quello che racconta cosa sarebbe accaduto se Moll Flanders fosse stata rapita dagli indiani d'America).



da: “il melo magico”
Angela Carter

Nell’Occidente,
sotto cieli azzurri
crescono i meli.
Affondano
le ginocchia nell’erba
vacillando sotto il peso dei frutti.
Tonda è la mela come tondo è il mondo, rossa
come sangue del cuore, grossa
come due pugni uniti. Questa,
la prima al mondo tra le mele,
bagnata, ancora
dalla prima rugiada.
Fu il serpente a fare la prima mela,
deposto che ebbe l’uovo rosso disse:
“Mangiami”.

così Salman Rushdie parla di Angela Carter:

La prima volta che incontrai Angela Carter fu in occasione di una cena in onore dello scrittore cileno Jose Donoso, a casa di Liz Calder, che all’epoca era l’editrice di noi tutti. Il mio primo romanzo sarebbe uscito di lì a poco, mentre Angela aveva appena pubblicato il suo libro più oscuro La passione della nuova Eva. Io ero un suo grande fan. Donoso arrivò agghindato come un Buffalo Bill ispanico, con tanto di pizzetto brizzolato, giubbetto con le frange e stivali da cowboy, e continuava, come potei osservare, a trattare Angela in modo terribilmente condiscendente. Stupito dalla sua apparente ignoranza dell’opera della scrittrice, gli feci una lunga ramanzina informandolo che la donna con cui stava parlando era la più brillante autrice inglese. Angela rimase positivamente impressionata. Alla fine della serata ci piacevamo a vicenda. Fu la prima grande scrittrice che incontrai in vita mia, e un’amica fedele, sincera, una fonte continua d’ispirazione. 
Quando venni a sapere che aveva un cancro, la chiamai al telefono e ne parlammo. «Angela», le dissi, «c’è solo una cosa da fare. Devi sconfiggerlo, tutto qui». «Sì» – parlava strascicando le parole in modo lento e cupo – «ma come la mettiamo con la mia fascinazione per il fatalismo orientale?». «Stammi a sentire», le dissi, «l’orientale della famiglia sono io. Potresti cortesemente lasciare a me il fatalismo e occuparti della tua dannata vittoria?». «Oh», disse come sorpresa da quello che le appariva un buon suggerimento, «ok». Poi combatté come un demonio, lottò contro la morte con tutte le sue forze e tutto il suo coraggio, ma anche con la sua sagacia, il suo umorismo, il suo senso del ridicolo, la sua rabbia. La morte ringhiava e lei le mostrava il dito medio. La morte la lacerava e lei le faceva la linguaccia. Alla fine perse. Ma vinse, anche, perché nel suo furioso ridere, nella sua infuocata satira sulla propria morte, nel suo sgonfiare ciò che Henry James aveva pomposamente definito la «cosa distinta», ridimensionò la morte: nessuna cosa distinta, piuttosto un piccolo, sporco clown assassino. Dopo averci mostrato come scrivere, dopo averci aiutato a capire come vivere, Angela ci insegnò come morire.
Lo voglio dire ancora una volta: Angela Carter è stata una grande scrittrice. Lo ripeto perché a dispetto della sua fama mondiale, per qualche ragione qui in Inghilterra non ha mai avuto il riconoscimento che meritava. Certo, molti scrittori sapevano che era una rarità, una mosca bianca senza pari in tutto il pianeta; e, allo stesso modo, lo sapevano tanti lettori da lei ispirati, stregati. Ma chissà perché non le fu dato il posto che le apparteneva – al centro, al cuore stesso della letteratura della sua epoca. Ora che è morta non dubito che in breve tempo apparirà chiara la portata dei suoi successi. È triste che gli scrittori debbano morire per poter trovare il proprio posto nel pantheon. Di sicuro Angela Carter sapeva quanto valeva. Ma avremmo potuto dirle più spesso, e con più convinzione, che anche noi lo sapevamo.
L’ultimo romanzo di Angela, Figlie Sagge, è anche il più bello. Lì sentiamo dispiegarsi in tutta la sua ricchezza la sua voce autentica, quella che impiegava anche fuori dalla pagina. Il romanzo è scritto con il suo inconfondibile marchio di fabbrica, uno spietato umorismo. Ride spensierato mentre fa a pezzi il secolo con i suoi motti di spirito. Come tutte le sue opere, è una celebrazione della sensualità della vita. Soprattutto celebra chi si trova dalla parte sbagliata, e anche chi è nato nel letto sbagliato. È una pernacchia rivolta da South London all’altra sponda del Tamigi, un inno alla bastardaggine (e il romanzo è una forma bastarda, non va dimenticato, per cui i romanzieri dovrebbero sempre stare dalla parte dei bastardi). Carter era una che prendeva per i fondelli, una profanatrice di mucche sacre. Nulla le era più caro di un ostinato – ma anche allegro – anticonformismo. I suoi libri ci liberano dalle catene, rovesciano le statue dei boriosi, demoliscono i templi e i commissariati della rettitudine. Traggono forza e vitalità da tutto ciò che è iniquo, illegittimo, basso. Sono senza eguali, e senza rivali.
Con la morte di Angela Carter la letteratura inglese ha perso la sua maga, la sua benevola strega-regina, un’artista geniale dotata di una buffa grazia. Noi che abbiamo perso un amica non vogliamo credere che non ci saranno più interminabili conversazioni al telefono con quella voce che poteva alzarsi ai vertici di passioni scatologiche o sprofondare, nei momenti più bui, in una sorta di  bambinesco sussurro. Ormai privi della Regina delle Fate, non siamo più capaci di riprodurre la magia che può salvarci. Né desideriamo essere salvati, non ancora. Fissiamo l’enorme vuoto con cui la sua morte ci ha lasciato e, senza staccare lo sguardo dal cratere della nostra perdita, la ricordiamo.
È morta il 16 febbraio del 1992. Tre settimane prima le avevo dato una copia di un lungo saggio che avevo scritto su uno dei suoi film preferiti, Il mago di Oz. Le avevo chiesto se potevo dedicarglielo, lei aveva acconsentito. Tristemente, non ho mai saputo se fosse riuscita a leggerlo. Ma almeno in quella dedica potei dire in parte quello che provavo. Quando Dorothy chiede alla Strega Buona Glinda se il Mago di Oz è buono o cattivo, Glinda risponde dicendo che «è un buon Mago… ma molto misterioso». Il Mago di Oz è un impostore, si scopre alla fine. Angela Carter era una maga buona, forse la migliore.
Traduzione di Nicola Vincenzoni

per chi sa l’inglese:

giovedì 23 giugno 2016

Bill Maher - Be More Cynical [SUB ITA]

ricordo di Amjad Sabri



…Un celebre Sufi disse che “l'artista, lo scrittore o il musicista che mette il cuore e l'anima in ciò che compone e lo dedica al Grande Creatore, sta offrendo preghiere altrettanto sincere di qualsiasi [religioso] che si inginocchia cinque volte al giorno”. Un messaggio eccessivo per i talebani e gli altri gruppi fondamentalisti inorriditi alla sola idea che un essere umano possa guardare nell’estasi o nel sogno il volto di Dio – come diceva nei suoi versi Ajmad - un’offesa mortale per una cultura che rifiuta ogni raffigurazione divina, figurarsi una persona considerata santa.
Lo stile del cantante ucciso è innovativo rispetto al qawwali tradizionale diffuso dalle dinastie moghul che conquistarono l’India, ma ne mantiene l’essenza. Il suo sogno era quello di diffonderlo nelle scuole del Pakistan, e si era offerto di andare personalmente a insegnare non solo la tecnica ma anche la filosofia di pace e armonia universale del sufismo. Sapeva bene gli ostacoli cui andava incontro nel clima teso di una società vittima del terrore di pochi gruppi armati decisi a imporre un modello di Islam opposto al suo. “L'amore è gratuito – dice una delle opere Sufi più volte cantate dall’artista ucciso - l'amore non è né indù né musulmano. Solo il proprio dovere e la propria fede sono amore”…

se ti laurei te la fanno pagare, se hanno la faccia come il culo

Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino ha condannato Roberta, ex studentessa di antropologia di Ca’ Foscari, a 2 mesi di carcere con la condizionale per i contenuti della sua tesi di laurea, conseguita nel 2014. Per scrivere la tesi «Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità», Roberta ha trascorso due mesi sul campo durante l’estate del 2013, ha partecipato a varie dimostrazioni in Valsusa, intervistando attivisti e cittadini. Coinvolta insieme a lei in questo procedimento giudiziario era Franca, dottoranda dell’Università della Calabria, che come Roberta era in Valle per ragioni di ricerca, che compare con Roberta nei video e nelle foto analizzati dalla procura ma che a differenza di Roberta è stata assolta da tutti i capi d’imputazione.
A differenza di Franca, Roberta è stata condannata a 2 mesi di reclusione con la condizionale. Nonostante le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche tra 30 giorni, la ragione della sua condanna è stata attribuita all’utilizzo, nella sua tesi di laurea, del “noi partecipativo” interpretato dall’accusa come “concorso morale” ai reati contestati. Di fatto, i video e le foto scattate durante le manifestazioni parlano chiaro: le due donne sono lì, presenti, anche se in disparte. È stato dimostrato in tribunale che nessuna delle due imputate ha preso parte a momenti di tensione. Né bisogna dire che tutti i momenti di tensione contestati dall’accusa hanno trovato riscontro nel materiale video fotografico acquisito dalla procura. Durante l’azione dimostrativa tenutasi davanti alla ditta Itinera di Salbertrand che fornisce il cemento al cantiere di Chiomonte le due ragazze partecipano ma rimangono ai margini. Di sicuro il pm Antonio Rinaudo ha chiesto 9 mesi per entrambe, ma mentre Franca è stata assolta da tutti i capi d’imputazione, Roberta è stata condannata.
Roberta, infatti, avrebbe dimostrato un “concorso morale” con le condotte contestate dall’accusa, non a caso in alcuni passaggi della sua tesi raccontò l’accaduto in prima persona plurale. Quello che per la difesa era un “espediente narrativo” – nella ricerca etnografica il posizionamento del ricercatore rispetto all’oggetto della ricerca è una scelta soggettiva che fa parte di ciò che si chiama storytelling – diventa, per l’accusa, la prova di collusione rispetto ai reati contestati.
Siamo indignati: che ci risulti, è la prima volta dal 25 aprile 1945 che una tesi di laurea viene considerata oggetto di reato e subisce una condanna. Ci domandiamo, increduli, quale perversione attraversi un paese che porta nelle aule di un tribunale le parole di una tesi di laurea. Ci sconvolge che tutte le tesi di laurea siano potenzialmente oggetto delle letture inquisitorie dei magistrati e che la Procura di Torino si senta legittimata a sanzionare penalmente l’uso di un pronome personale a tutti gli effetti fondante della grammatica italiana quando usato in riferimento a un tema politico ad essa non gradito. L’accusa di “concorso morale” in riferimento all’analisi situata di un problema politico va intesa come sintomo dell’accanimento contro chiunque osi raccontare quanto avviene in Val di Susa senza criminalizzare la determinazione di una comunità a lottare contro la devastazione del suolo, della salute dell’ambiente e del territorio. Ricordiamo che all’interno dello stesso procedimento altre 45 persone, tra cui 15 minorenni, sono state rinviate a giudizio.
Questa storia va intesa inoltre per ciò che è: un inaccettabile atto intimidatorio contro la libertà di pensiero e la libertà di ricerca, ancor più grave in quanto portato avanti contro giovani studenti accusati di mettere troppa passione in ciò che fanno e minacciati di essere pesantemente sanzionati se prendono posizione, “partecipano” o osano fare politica.
Rivolgiamo questo appello in modo particolare al mondo universitario italiano per rompere il silenzio e denunciare la violazione della libertà di ricerca e di opinione. Nessuno dei classici difensori delle libertà democratiche si è fatto, fino a ora, sentire. Nessun esponente di rilievo del mondo accademico né del ministero dell’Università e della Ricerca ha ritenuto necessario dover rilasciare una dichiarazione. Vogliamo rivolgerci in particolare al mondo accademico per chiedere quanto a lungo intenda accettare esplicite intimidazioni e minacce di ritorsioni. Se il fine di questo processo è sigillare la colpevolezza di chi racconta le ragioni di chi lotta contro la violenza e i soprusi, siamo tutti colpevoli. “Per uno scrittore il reato di opinione è un onore” ha scritto Erri De Luca, il primo assolto per un crimine che non esiste ma che l’Italia odierna punta pericolosamente a restaurare: il reato d’opinione. Sentiamo l’esigenza di prendere parola in difesa della libertà di ricerca e di pensiero in Italia e chiediamo a tutti di moltiplicare le iniziative in questa direzione. Ribadiamo che nessuna intimidazione o minaccia di ritorsioni potrà distoglierci dalla nostra narrazione, dal nostro storytelling, dal nostro impegno di ricerca perché il nostro mestiere lo conosciamo e lo amiamo, nonostante tutto.
Per adesioni all’appello, inviare una mail all’indirizzo: appelloricerca@gmail.com

mercoledì 22 giugno 2016

In USA la Società Civile è Sempre Più Vicina ai Palestinesi – Gianni Lixi, Ben Ehrenreich




Ho scelto di  tradurre  questo articolo sia per il  contenuto (seppure  non sono cose nuove)  sia perchè ha  generato molte polemiche in USA. 
POLITICO, Il sito che lo ha pubblicato è un sito americano di area democratica liberale (in USA vorrebbe dire vicino alla sinistra moderata) , tra i cinque siti più visitati in America con circa 15 milioni di contatti mensili. Che un sito come quello abbia  pubblicato questo articolo ha un significato politico di indubbio interesse. Questo articolo può fare breccia sulla narrativa sionista “dell’arabo terrorista” e del “guardate quanto gli arabi ci odiano”, molto diffusa nei media americani. Le polemiche più accese sono venute da CAMERA. Il nome (che tradotto in italiano sarebbe macchina fotografica) non ha niente a che fare con la fotografia ma paradossalmente è l’acronimo per Committee for Accuracy in Middlle East Reporting in America (Comitato per una corretta informazione sulle problematiche medio orientali in America) . In buona sostanza un comitato di ebrei sionisti, il cui unico scopo è quello di discreditare e delegittimare qualsiasi mezzo di comunicazione che riporti notizie critiche nei confronti di israele. Questo comitato   ha esortato i suoi aderenti a scrivere al sito che ha pubblicato il pezzo  ed al suo direttore perché si lamentino della pubblicazione di un articolo che contesta la politica israeliana. Naturalmente non manca l’invito a spedire tweet non certo amichevoli anche a Ben Ehrenreich, autore dell’articolo.
In risposta a questo, lo stesso Ehrenreich il 17/06/16 ha chiesto ai suoi lettori, tramite la sua pagina faceboock, di scrivere a POLITICO per ringraziare la testata giornalistica per avergli concesso la pubblicazione del suo scritto.
Farsi prendere da facili   entusiasmi non è giusto, soprattutto nei confronti di chi ancora soffre una barbarica occupazione  a Gaza  ed in Cisgiordania. Io credo però che si  possa  dire che la pubblicazione di questo articolo su quel particolare sito  ci dice che  qualcosa si sta muovendo. La macchina della controinformazione, fatta di centinaia di associazioni in Palestina ed in tutto il mondo, che hanno a cuore i palestinesi e la loro lotta, centinaia  di giornalisti free lance, centinaia di siti dedicati a singole tematiche che ogni giorno ci aiutano a conoscere ed a capire, è ormai messa in moto e non c’è Hasbara o propaganda sionista che nonostante tutti i miliardi a disposizione, potrà spegnerla.
Un consiglio per la lettura dell’articolo. E’ un po’ lungo,  se potete stampatelo e leggetelo su carta (fronte retro su carta riciclata se è possibile) come fosse un capitolo di un libro. In effetti parte dell’articolo è preso proprio  dal suo ultimo libro appena pubblicato, “ The Way to the Spring: Life and Death in Palestine” by Penguin Press (14/06/16).
Ben Ehrenreich è uno scrittore e  giornalista freelance.

COME ISRAELE ALIMENTA LA VIOLENZA di Ben Ehrenreich (fonte)
La notizia è di quelle  purtroppo consuete , ma non per questo meno allarmante per il   brutto déjà vu : quattro israeliani uccisi nella notte di Mercoledì (08/06/16) da uomini armati palestinesi nel cuore di Tel Aviv. Il governo di Israele, il più di destra nella storia del paese, ha risposto con misure che l’ONU ha prontamente etichettato come “ punizioni collettive”: ha invaso  la Cisgiordania di militari, sigillando la Cisgiordania e Gaza, e revocando  permessi di ingresso che aveva già concesso a 83.000  palestinesi per  entrare in Israele per lavoro, per culto o per  problemi sanitari. Giovedì  il giorno dopo la sparatoria di Tel Aviv,  Ron Huldai, sindaco della città, ha trovato il coraggio di affermare l’ovvio: che la violenza persisterà fino a che non finisce l’occupazione. “Israele”- ha detto Huldai- “è forse l’unico paese al mondo, che tiene un’altra nazione sotto occupazione, senza diritti civili”. Di questi tempi una affermazione così può sembrare coraggiosa , ma anche Huldai sta minimizzando la verità. Non è solo l’occupazione militare della Palestina , che provoca tali attacchi. Da oltre Atlantico o anche dalla tranquilla Tel Aviv può essere difficile da comprendere, ma l’occupazione, come ho altre volte scritto nei resoconti che faccio dalla Cisgiordania dal 2011, funziona come un enorme meccanismo capace di creare incertezza, spoliazione  e sistematica umiliazione. Non è  solo una questione di soldati e pistole, ma una struttura di vasta portata che affligge tutti gli aspetti della vita dei palestinesi: una complessa rete di posti di blocco, mobilità negata , umilianti permessi, muri e recinzioni, tribunali e prigioni, vincoli infiniti sulle iniziative economiche, demolizioni di case, espropri di  terra, furto delle risorse naturali, e, troppo spesso, esecuzioni sommarie. Nessuna repressione preventiva ne  punizione collettiva potrà mai essere abbastanza per  porre fine al bagno di sangue a Tel Aviv o altrove. Fino a quando questo sistema oppressivo rimane in piedi, e gli Stati Uniti continuano a sostenerlo con miliardi di dollari all’anno in aiuti militari, la disperazione si diffonderà, e con essa la morte.
Due estati fa ho avuto una conversazione con un ex soldato israeliano di nome Eran Efrati (in questo link Efrati ci spiega chi è ndt.) che mi ha aiutato a  capire  come funziona l’occupazione. Ci siamo incontrati a Gerusalemme, all’inizio della  guerra a Gaza che avrebbe lasciato alla fine più di 2.000 morti palestinesi. Efrati ha da tempo lasciato l’esercito ed è diventato un attivista anti-occupazione, ma nel 2006 e nel 2007 ha trascorso molto tempo da militare  nella città di Hebron, a sud della Cisgiordania.
Quando è arrivato lì aveva 19 anni ed a quel tempo aveva  pochi strumenti per mettere in dubbio la presenza militare israeliana nella città. Nel  suo primo briefing, ricorda,  un ufficiale  chiede alle truppe come agirebbero se vedessero  un palestinese correre verso  un colono con un coltello. “Naturalmente la risposta è stata: devi sparargli al  centro del  corpo”, disse Efrati. Poi l’ufficiale ha posto la domanda al contrario: e se fosse stato il colono con un coltello? “La risposta è stata: non devi fare nulla. L’unica cosa  che puoi fare è chiamare la polizia, ma non ti è permesso toccarli. Fin dal primo giorno l’ordine  era, ‘non toccare i coloni.’ “Si capiva come per lui tutto avesse una logica”- disse  Efrati – “ I palestinesi erano il nemico; i  coloni per quanto sembrassero un pò folli, erano ebrei”.
Pochi giorni dopo, da tutta la Cisgiordania arrivarono migliaia di coloni per celebrare una festa religiosa. L’esercito impose  il coprifuoco per tenere i palestinesi lontano dalle strade. Il primo compito di Efrati ad  Hebron da soldato è stato quello di lanciare granate stordenti in una scuola elementare per segnalare  l’inizio del coprifuoco. “Lo feci come  tutti gli altri”, disse, “e in pochi secondi, centinaia di bambini corsero fuori. Ero in piedi all’ingresso e molti di loro mi guardavano negli occhi – è in quella occasione che per la priva volta ho accusato il colpo. Tutto ad un tratto ho capito quello che stavo facendo. Ho capito come potevo essere visto. Quel fine settimana, Efrati ricorda, i coloni hanno riempito il centro della città. Gli fu  assegnato il compito di scortare un gruppo di loro alla Tomba dei Patriarchi, un luogo sacro sia per i mussulmani che per gli ebrei , ed in cui si ritiene siano sepolti  Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli Sara, Rebecca, e Leah. Ai coloni fu concesso di entrare nel lato palestinese del sito, nella moschea. Quello che vide lo sconvolse: bambini israeliani urinavano sui pavimenti e bruciavano  i tappeti. I loro genitori erano lì, la moschea era piena di coloni, ma nessuno li fermò. Lui e un altro soldato afferrarono uno dei bambini e presero dalla sua mano l’accendino. “Iniziò ad urlare contro di noi”, disse Efrati, “gli ridemmo in faccia.” Cinque minuti più tardi, “uno dei nostri ufficiali di grado molto molto elevato venne dentro la mosche e disse, ‘Avete rubato qualcosa al ragazzo?’” Cercarono di spiegare, ma l’ufficiale ripeté la domanda “Dicemmo sì.” L’ufficiale ordinò loro di rendere l’accendino e chiedere scusa. Trovarono il bambino si scusarono e restituirono l’accendino. Il ragazzo corse dritto  nella stanza accanto, disse , e riprese a dar fuoco ai tappeti.
Le cose poi si sono fatte ancora  più strane. Efrati fu messo a capo di un checkpoint che separa la piccola zona di Hebron abitata da coloni, dalla parte più grande della città abitata dai palestinesi. Ha descritto quel lavoro come estenuante, noioso, bisognava stare  in piedi al freddo per almeno  16 ore, di solito affamati e sempre assonnati. Parte del nostro compito era umiliare i palestinesi. Gli insegnanti palestinesi  attraversavano il check point in giacca e cravatta. I soldati li facevano spogliare di fronte ai loro studenti ed  “a volte li facevamo aspettare per ore in mutande “, ha detto Efrati.
Il pretesto era quello di controllare che non avessero armi. “Non c’era nessuno di noi che pensava che qualcosa potesse accadergli “, ha detto, ma alle truppe veniva costantemente  detto dai loro superiori che tutti i palestinesi erano potenziali minacce, che chiunque li avrebbe potuti colpire  se avessero abbassato l’attenzione per un attimo. Questa prospettiva , disse Efrati , “ci ha fatto diventare molto, molto aggressivi. Gli ordini erano di spingerli   contro un muro, spogliarli e colpirli più volte con un arma li. Se dice qualcosa, colpitelo. Se si gira, colpitelo. Dovete stare attenti ad avere tutto completamente sotto controllo. ” Sono incominciati i primi sensi di colpa. Cominciò a portare dei pacchetti  di Bamba  -un popolare snack israeliano fatto con burro di arachidi –  per offrirli  ai bambini al checkpoint. 
Dopo un paio di giorni ” il ragazzino più coraggioso si avvicinò, prese un sacchetto di Bamba e corse via.” Efrati era entusiasta. Non molto tempo dopo un bambino palestinese di circa otto anni gli chiese se gli offriva  un pacchetto di Bamba. Questo bambino però non si mise a correre via. Aprì il pacchetto  e ne offrì un po ad Efrati. Si sedettero e mangiarono i chips insieme. Quando il ragazzo se ne andò, Efrati si sentì in estasi. Si sentiva in effetti  l’uomo che voleva essere, un soldato , amato per la sua gentilezza e che, allo stesso tempo, come disse, “proteggevo il mio paese da un secondo Olocausto “.
Quando tornò alla base, quella notte, gli fu ordinato di mangiare velocemente e prepararsi per un altro turno, non al posto di blocco questa volta , ma in una spedizione  di “mappatura” nella parte della città governata dall’Autorità Palestinese. Era ancora così eccitato dal successo con il Bamba che non gli importava di fare un altro turno. Il lavoro di “mappatura in fondo è semplice: ” Si va nelle case nel cuore della notte, sbatti tutti fuori di casa, fai una foto della famiglia, ed inizi a andare in giro per la casa distruggendo le cose”. Il pretesto è sempre quello di cercare le armi, “ma a noi interessava  inviare un messaggio “, disse Efrati, cioè assicurarsi che i residenti abbiano sempre ” la sensazione di essere continuamente  inseguiti. “(la frase  inglese, “sensazione di essere continuamente  inseguiti” può sembrare un pò strana,  ma in ebraico è una sola parola;  e questa parola i suoi superiori la usavano continuamente).Il suo compito era quello di redigere la mappa di ogni casa, disegnare dove erano le camere, le porte e le finestre. “Se da quella  specifica casa fosse partito un attacco terroristico,” l’esercito sarebbe stato pronto.
Quella notte, perlustrarono, misero a soqquadro  e mapparono due case nel quartiere di Abu Sneineh. Faceva freddo e nevicava. Quando ebbero finito, il sole non era ancora sorto, ed allora l’ufficiale scelse un’altra casa, apparentemente a caso. Fecero uscire la famiglia  fuori,  nella neve, entrarono in casa ed iniziarono a mettere tutto sotto sopra. Efrati aprì  la porta della camera di un bambino dove  si ricordò di aver visto un dipinto di Winnie-the-Pooh su una parete, e cominciò a fare la piantina della casa, ad un certo punto si accorse che sul letto c’era qualcuno. Un bambino, senza vestiti,  balzò fuori da sotto le coperte. Sorpreso, Efrati alzò la sua arma e mirò al bambino. Era il bambino che di pomeriggio aveva incontrato al checkpoint. “Iniziò a farsi la pipì addosso”, disse Efrati, “stavamo tremando, tutti e due stavamo tremando senza dire una parola.” Il padre del bambino,  che  scendeva le scale con un ufficiale,  vide che puntavo il fucile contro suo figlio e corse nella stanza. “Ma invece di spingermi indietro”, disse Efrati, “schiaffeggiò il bambino fino sul pavimento, lo prese a schiaffi  davanti a me e guardandomi mi disse, ‘Per favore, per favore non prendere il mio bambino. Qualunque cosa abbia fatto lo puniremo. ” Alla fine, l’ufficiale decise che il comportamento dell’uomo era sospetto, “stava nascondendo qualcosa.” Ordinò ad  Efrati di arrestarlo. “Così prendemmo il padre, gli bendammo gli occhi, ammanettammo  le mani dietro la schiena e lo mettemmo nella jeep militare.” Lo scaricammo come un sacco all’entrata della base e li “rimase seduto in mezzo alla neve per tre giorni in mutande e con una camicia tutta strappata ”. Alla fine, Efrati trovò il coraggio di chiedere al suo superiore  che cosa sarebbe accaduto al padre del ragazzo. “Non sapeva nemmeno di cosa stessi parlando”, disse  Efrati. “Cominciò a dire, ‘Quale padre?’” Efrati gli ricordò dell’uomo e l’ufficiale disse: “ah si lo puoi rilasciare . Ha imparato la lezione.”
Dopo aver tagliato le fascette di plastica che legavano i polsi dell’uomo e sciolto la benda che aveva negli occhi  lo vidi correre per la strada  in mutande ed a piedi nudi. A quel punto Efrati si rese conto che non aveva mai dato al suo comandante le mappe che aveva disegnato. Si affrettò a tornare nella stanza dell’ufficiale. “Ho fatto  davvero una cazzata”, gli disse, scusandosi per la sua negligenza. L’ufficiale, per nulla arrabbiato disse :  “Va tutto bene, non c’è problema, le mappe le puoi buttare via.” Efrati era confuso. Protestò: non era un compito vitale che avrebbe potuto  salvare la vita di altri soldati? L’ufficiale era infastidito. Disse :” avanti Efrati smettila di lamentarti. Vai via ‘ “. Ma Efrati continuava a parlare, voleva cercare di capire. Quando divenne evidente che non stava andando da nessuna parte, l’ufficiale gli disse: “Ascolta, è da quaranta anni che  ogni notte facciamo mappature delle case; tre o quattro case per notte.” La casa di quel bambino era stata mappata da lui stesso con altre unità altre due volte. Efrati si sentiva sempre più confuso. L’ufficiale provò un senso di compassione per Efrati e spiegò : “Se noi continuiamo ad irrompere  nelle loro case ed ogni volta ne arrestiamo qualcuno, li teniamo costantemente terrorizzati e  non ci attaccheranno mai . Si sentiranno sempre con il fiato sul collo”.  Questa, disse Efrati  “è stata la prima volta che ho capito che tutto quello che mi era stato detto erano delle totali stronzate”. “Da quel momento in poi non ho smesso di fare le cose che ho fatto, ho solo smesso di pensare.”
Naturalmente l’ufficiale di Efrati stava sbagliando. Se terrorizzi  la gente a lungo, alla fine perdono la loro paura. E allora sale la rabbia. Lo scorso ottobre, dopo un anno di relativa calma, giovani palestinesi hanno cominciato ad attaccare soldati israeliani, poliziotti e civili, raramente con armi o automobili, ma il più delle volte con articoli che si trovano comunemente in casa: coltelli, forbici, cacciaviti.
Sono stati attacchi scoordinati ed al di fuori del controllo della leadership palestinese o delle tradizionali fazioni armate. Molti si sono verificati nella zona di Hebron, spesso in posti di blocco o di altri siti di attrito tra civili palestinesi e militari israeliani, ma anche su autobus e tram a Gerusalemme, nei supermercati e nelle strade.
Nel mese di novembre, il generale Herzl Halev, il più alto grado dell’intelligence militare di Israele, ha spiegato al gabinetto del primo ministro Benjamin Netanyahu che gli attacchi non erano attacchi ideologici. Erano, ha detto, motivati da rabbia e frustrazione e realizzati da giovani -per lo più adolescenti- che “sentivano di non aver nulla da perdere.” In realtà avevano molto da perdere, come chiunque altro, la vita che stava davanti di loro. Ma il fatto che tanti sono disposti a buttarla via, e con la loro anche quella di molti altri, testimonia la profondità della disperazione, generata dall’occupazione Israeliana.
Quando, all’inizio di questo mese, sono tornato in Israele e in Cisgiordania, la violenza sembrava che stesse scemando. Fino alla sparatoria  di mercoledì (08/06/16), nessun israeliano è stato ucciso da palestinesi dal 18 febbraio. Nello stesso periodo, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 34 palestinesi, tra cui una bambina di sei anni, e il suo fratello di 10aa che sono morti per un  attacco aereo che con un missile ha colpito la loro casa nella Striscia di Gaza. I loro nomi erano Israa e Yasin Abu Khussa. Queste morti  raramente fanno notizia qui, ma per  palestinesi il loro ricordo rimane sempre vivido. Se tutto continua così, e l’occupazione va avanti, le occasioni per rattristarci non mancheranno.

All’inferno preparano lo champagne

Si avvicinano le nozze diaboliche fra Bayer e Monsanto
Come nelle migliori storie d’amore, Bayer offre 66 miliardi di dollari per comprare Monsanto, 62 miliardi di dollari era troppo poco (qui).
Per avere un’idea del prezzo, più di 120 stati al mondo hanno un PIL inferiore a 60 milioni di dollari (qui), dopo il matrimonio insieme avranno un fatturato almeno come quello dell’Ungheria o del Bangladesh.
Nel curriculum della Bayer si trovano lo Zyklon B (acido cianidrico), utilizzato come pesticida ed antiparassitario (anche in USA) prima di essere impiegato nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti, e prodotto dalla I. G. Farben… (qui)
E due armi chimiche letali, come Iprite, usata a partire dalla prima guerra mondiale, e Tabun, (usata in abbondanza nella guerra Iraq- Iran (qui)
Bayer si scusa (che gentili) per aver usato schiavi ebrei nelle loro fabbriche (qui)
Invece nel curriculum di Monsanto (lo dicono loro qui) si trovano molti composti di morte, fra il 1965 e il 1969 ha prodotto, insieme ad altre imprese, l’Agent Orange in esclusiva per il governo degli USA, ma erbicidi e defolianti non mancano anche oggi, come il glifosato, per esempio (qui).
Il defoliante, contenente diossina, serviva a distruggere qualsiasi copertura per i guerriglieri vietnamiti, poi la guerra è andata come è andata, intanto sia i vietnamiti che i soldati USA, anche quelli che ancora sopravvivono, ringraziano la Monsanto (qui).
Oltre che avere curricula con tanta morte, i due promessi sposi hanno comprato i brevetti su molte forme di vita (si legga qui e qui).
Ecco perché all’inferno si festeggia.


Siamo schiavi! - George Carlin