domenica 20 agosto 2017

La solidarietà che non può naufragare - Domenico Chirico


L’altra notte un filmato arriva sul mio cellulare. Da Raqqa a Napoli in un secondo. È il video appena girato di una donna ferita giunta in fin di vita in uno dei centri medici allestiti fuori dalla città siriana di Raqqa da Un ponte per… con la Mezzaluna Rossa Curda. In un minuto la donna è assistita, curata, riportata in vita. Grazie a medici e ai defibrillatori che abbiamo acquistato insieme a 15 ambulanze. Ambulanze che corrono senza sosta da Raqqa ai centri medici messi su in palazzi abbandonati e pieni di buchi di proiettili.
Oggi siamo di fronte a nuovi e – se mai possibile – peggiori rischi. Perché è diffuso il timore che Daesh possa sferrare attacchi chimici. Diversi sono i sospetti che a Raqqa siano conservate armi chimiche e varie organizzazioni dell’Onu si stanno organizzando per fare formazioni a chi opera sul campo su come affrontare un’emergenza sanitaria causata da agenti chimici. E su come lavorare sulla decontaminazione in un contesto dove gli ospedali sono pochi e non attrezzati.
La battaglia di Raqqa va avanti ormai da alcuni mesi senza sosta. Le forze curdo-arabe del SDF, con l’appoggio della Coalizione internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, conquistano ogni giorno pezzi di territorio a Daesh. Raqqa sarà liberata nei prossimi mesi, ma intorno rimangono solo macerie e persone terrorizzate. Anche gli operatori umanitari sono spesso target di attacchi e molti presidi sanitari sono stati bombardati negli ultimi anni.
Nonostante gli incerti successi, vite salvate, persone accolte mentre fuggono, questi sono giorni molto tristi. Sono giorni in cui da un lato osserviamo sul campo gli effetti della guerra e cerchiamo di lenirli, con i nostri limitati mezzi e limitate forze; dall’altro ogni giorno leggiamo uno sproporzionato attacco alle Ong, che mina il senso del nostro impegno.

Un attacco condotto soprattutto in Italia e non in altri paesi dell’Unione Europea. Un attacco contro quel tessuto sano di solidarietà della società civile che ancora ci difende e ci protegge dalla barbarie che osserviamo in luoghi come la Siria. Chi ha orchestrato questo attacco e i suoi sostenitori di tante forze politiche dovrebbero esserne consapevoli. Perché ogni passo indietro contro la barbarie è un passo indietro per tutti. Come accettare i centri di detenzione in Libia la cui essenza di lager è nota da un decennio.
In Siria, come al largo della Libia, il problema è lo stesso. In che misura riusciremo ad arginare gli effetti nefasti delle guerre, della violenza cieca di questi anni? Facendo guerra ai più disperati? Respingendoli contro il Diritto Internazionale in alto mare? Lasciandoli soli fuori da Raqqa dopo anni alla mercé di Daesh? Infrangendo tutti e sistematicamente – non solo i brutti e cattivi – quel sistema di fragili regole di convivenza che il mondo si è faticosamente dato dopo la seconda guerra mondiale?

Questo attacco alle Ong ci rende tutti più deboli. Sia chi sta soccorrendo le vittime di Daesh, sia chi sta in mare. Tre Ong si sono già ritirate dalle acque a largo della Libia. Domani il nostro impegno darà fastidio anche altrove. E rimarranno un giorno tante persone bisognose sole. E ci sarà sempre più rabbia delle vittime e dei persecutori.

Ascanio Celestini parla del mare, anche

sabato 19 agosto 2017

Quando l’umanitario lo fa il capitale - Paola Somma


1. La feroce determinazione con cui si colpisce chi cerca di salvare vite umane mentre si lascia carta bianca alle multinazionali che si stanno spartendo la “risorsa rifugiato” sono due aspetti non disgiunti, ma complementari, dello stesso disegno di appropriazione del pianeta e di riduzione in schiavitù della maggioranza dei suoi abitanti perseguito dalle istituzioni finanziarie e dai governi che ai loro dettami ubbidiscono. Un disegno nel quale la crescente collaborazione tra il settore pubblico e le grandi imprese coinvolte nelle così dette “partnership per i rifugiati” ha un ruolo non irrilevante.
Più che dalla abusata motivazione che gli stati nazionali non hanno denaro e quindi devono collaborare con i privati ricchi di risorse ed esperienza manageriale, la diffusione di tali iniziative è frutto di una scelta strategica delle imprese.Molte, infatti, hanno capito che firmare un assegno o farsi un selfie con un rifugiato per migliorare l’immagine della ditta sono gesti che rendono poco rispetto ai profitti che si possono ricavare diversificando gli investimenti e destinando una quota di capitale alla filiera filantropica e hanno deciso di adottare linguaggio e metodi del capitale di ventura per conquistare il mercato dei beni e servizi per rifugiati.
Tale approccio è apertamente condiviso ai più alti livelli delle pubbliche istituzioni, come dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate durante il Summit per il rifugiato del settembre 2016 e la contemporanea iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Obama, che ha lanciato un call for action per spronare il settore privato a impegnarsi per “risolvere la crisi” dei rifugiati. All’appello hanno risposto con entusiasmo oltre 5corporations, da Google a Airbnb, da Western Union a Linkedin, oltre che Goldman Sachs e JPMorgan.

Anche l’UNHCR, l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, ha avviato una serie di compartecipazioni con grandi imprese mondiali. Uno dei primi accordi è stato siglato con IKEA, le cui iniziative, abilmente propagandate da campagne pubblicitarie, hanno suscitato il plauso unanime dei commentatori. In particolare Better shelter, un ricovero prefabbricato di semplice montaggio, ha avuto numerosi riconoscimenti. Nel 2016 è stato premiato come miglior oggetto di design dal museo di design di Londra e un suo esemplare è esposto al Moma di New York. UNHCR ne ha installati 5000 in varie parti del mondo: Iraq, Gibuti, Niger, Serbia, Grecia. Pressoché sotto silenzio, invece, è passata la notizia che IKEA ha dovuto ritirare dal mercato 10000 scatole di Better Shelter, già acquistate da UNHCR, dopo che la città di Zurigo si è rifiutata di usare le casette perché non soddisfano le norme antincendio svizzere.
Per Heggenes, amministratore delegato della IKEA foundation, ha ammesso che sapevano che il prodotto “non è adatto a tutti i climi” e che ora lo stanno ridisegnando. Comunque, sono soddisfatti perché è stata una esperienza istruttiva dalla quale hanno imparato molto. Quando il business incontra le Nazioni unite, ha aggiunto, ci sono sempre dei problemi… abbiamo bisogno di tempo di capirci… «noi non siamo organizzazioni umanitarie, noi investiamo. Ma cerchiamo un ritorno sociale e non solo finanziario».
E la ricerca del ritorno sociale è l’obiettivo dichiarato del più recente progetto che IKEA sta mettendo a punto per far lavorare i rifugiati in Giordania, uno dei paesi confinanti con la Siria dove Banca mondiale, Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna sono a caccia di occasioni di investimento.

2. Il piano di Ikea è di creare una linea di tappeti ed altri manufatti tessili da far produrre dai siriani dei campi. Le prime 200 postazioni dovrebbero essere pronte entro pochi mesi, ma l’ambizione è di creare, entro 10 anni, 200 mila posti di lavoro in varie località.
Rispetto a better shelter, si tratta indubbiamente di un programma diverso, nel quale il valore aggiunto non deriva tanto dalla merce prodotta ma dal lavoratore, secondo la logica sintetizzata dallo slogan “rifugiato come opportunità” ed ampiamente illustrata in un rapporto di un consulente della Unione Europea dal titolo inequivocabile: il lavoro del rifugiato, un investimento umanitario che genera dividendi (Philippe Legrain, The refugee work, an humanitarian investment that yelds economic dividends, 2016).
Anche la scelta di cominciare dal campo profughi di Zaatari non è irrilevante. Creato nel 2012, il campo è ormai, per dimensione, la quarta città della Giordania e secondo gli esperti internazionali non solo è destinato a permanere nel tempo, ma rappresenta il modello di città del futuro. Ed in effetti, se si tiene conto che la Banca mondiale ha concesso fondi alla Giordania perché riformi il mercato del lavoro, che l’Unione Europea ha negoziato la qualifica di “mercato preferenziale” per le merci prodotte in 18 zone industriali dove almeno il 15% degli occupati sono immigrati e che gli Stati Uniti hanno firmato un trattato di libero scambio commerciale con la Giordania, il futuro della città/deposito di esseri umani a disposizione degli investitori sembra garantito. Come ha spiegato il sottosegretario al commercio degli Stati Uniti, accompagnando una decina di rappresentanti di grandi imprese, tra le quali Microsoft, Master card, Coca cola e Pepsi cola a visitare il campo, «non vi portiamo in gita a Zaatari per farvi parlare con dei disgraziati, ma perché cogliate l’opportunità commerciale connessa all’impegno per una causa umanitaria».

3. In questo fervore di iniziative benefiche poco si dice a proposito delle condizioni di lavoro, ed anche immani disastri, come l’incendio di un capannone o il crollo di un edificio, vengono rapidamente archiviati e le ditte continuano a profittare dei nuovi schiavi. Quando nel 2015 l’organizzazione britannica Business and Human Rights Resource Centre ha distribuito un questionario alle grandi firme del tessile operanti in Turchia, solo H&M e Next hanno ammesso di aver scoperto che nelle fabbriche dei loro fornitori erano impiegati bambini siriani. Le altre hanno risposto in termini evasivi o non hanno nemmeno risposto.
In un momento in cui le organizzazioni senza scopo di lucro vengono trattate come criminali, non dovrebbe essere difficile pretendere trasparenza su questo punto da Ikea, che legalmente, cioè fiscalmente, è una onlus. Ikea foundation, infatti, non è una società per azioni ma una charity, con sede in Olanda, controllata dall’azienda olandese Ingka holding a sua volta posseduta da una fondazione non profit e paga le tasse con aliquota del 3,5%. La fondazione è una delle più grandi non profit al mondo ed ha un patrimonio che supera i 35 miliardi di dollari. Come recita un famoso aforisma di Henry David Thoreau «la bontà è l’unico investimento che non fallisce mai».

Maledico questa mia vecchiaia - Giuseppe Aragno


Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. "Successo politico" della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre "bombe intelligenti" sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i "numeri" della strage, non possiamo - e in tanti purtroppo non vogliamo - fermarci sulla tragedia cui assistiamo.
Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E' anche per questo che parlamentari illegittimi - eccoli i veri e autentici clandestini - hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il "Codice Minniti", mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.
E' ferragosto. Gli "esportatori di democrazia" riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.
Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

giovedì 17 agosto 2017

Moby Prince: il ricordo e l'incessante ricerca della verità - Eliana Catte



Ventisei anni di dolore e depistaggi, 140 morti, 2 inchieste, 3 processi e nessun colpevole.
La strage del traghetto Navarma Moby Prince, entrato in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella notte del 10 aprile 1991 e lasciato bruciare fino al giorno seguente, si è svolta in un particolare contesto: ''un incidente frutto di numerose contingenze, forse evitabili'' – come sottolineato dall'Assessore Regionale dei Trasporti della Sardegna, Massimo Deiana – succedutesi nell'affollato porto di Livorno, un porto delle nebbie (e non certo atmosferiche, giacché è stato ampiamente appurato il fatto che quella tragica notte il cielo fosse limpido), come da titolo di una celebre puntata de ''La Storia siamo noi'' di Giovanni Minoli.
Dopo più di vent'anni di silenzio pressoché assoluto sia da parte delle autorità – basti ricordare le affermazioni , datate 2007, di Andreotti e Cossiga, all'epoca rispettivamente Presidente del Consiglio e della Repubblica, i quali sostennero di ''non ricordare niente di quella storia'' – sia da parte di una larga fetta di mass media nazionali, la tragica vicenda torna alla ribalta con tutti i suoi chiaroscuri, gli stessi che l'hanno contraddistinta sin dal principio.
Infatti, a distanza di così tanti anni e nello stesso giorno, il 7 aprile, si sono verificati due eventi importanti: mentre a Cagliari si inaugurava la Piazza Vittime del Moby Prince, a Livorno la cordata di armatori capitanata dal Gruppo Onorato si è aggiudicata l'appalto per la gestione della società che opera nel settore traghetti e crociere, amministrando il terminal, la stazione marittima, i servizi informativi, i parcheggi e il trasporto passeggeri all'interno dello scalo toscano.
Mentre le compagnie del Gruppo Onorato Armatori – Moby, Tirrenia-CIN e Toremar – esprimevano ''grande soddisfazione per il risultato raggiunto'', i familiari delle vittime della strage della Moby Prince, il più grave incidente sul lavoro della storia italiana per numero di lavoratori morti, ben 74 membri dell'equipaggio (le altre 66 vittime erano passeggeri) che hanno lottato stoicamente restando a bordo fino a sacrificare la propria vita per salvare quelle altrui, hanno celebrato la giornata del ricordo nel capoluogo sardo, in Piazza Deffenu nello spazio antistante la Capitaneria di Porto, con la cerimonia d'intitolazione della Piazza alle vittime e, successivamente, con l'incontro e la proiezione del documentario del giornalista Paolo Mastino ''Buonasera, Moby Prince'' tenutisi nell'Aula del Consiglio Regionale della Sardegna.
A bordo del traghetto – che la famiglia Onorato aveva acquistato nel 1986, in servizio per la compagnia Nav.Ar.Ma, distrutto da un incendio nel 1991 e avviato alla demolizione nel 1998 in Turchia, dopo essere stato lasciato affondare nel porto di Livorno durante il periodo del sequestro da parte della Magistratura italiana – viaggiavano 141 persone. Si salvò solo uno di loro, il mozzo napoletano Alessio Bertrand, uno dei primissimi a dare versioni quantomeno contraddittorie del tragico accaduto (parlò di sopravvissuti a bordo, per poi ritrattare sostenendo che fossero tutti morti) [1].
Il ''miracolato'' non fu certo il comandante della nave Ugo Chessa, indicato però a livello processuale, di fatto, come unico responsabile della tragedia. Nessun uomo di mare, tantomeno un esperto come Chessa e gli altri professionisti della navigazione che erano in plancia comandi con lui, avrebbe commesso gli errori che, anche a causa di perizie a dir poco fallaci, sono stati loro attribuiti.
Attorno alla vicenda permangono dubbi e misteri, nonostante le pressanti richieste dei familiari delle vittime e il loro attivismo, soprattutto grazie alle attività delle associazioni 140 e 10 Aprile - Familiari Vittime Moby Prince, un dettagliato sito internet e le pagine social, tra le quali quella sempre aggiornata del gruppo pubblico ''Moby Prince: Quelli che esigono la verità''.
Da circa due anni a questa parte, come sostenuto da Luchino Chessa, uno dei figli del comandante e della moglie Maria Giulia Ghezzani, anch'ella deceduta nella tragedia, il lavoro di divulgazione e sensibilizzazione compiuto sta dando i suoi frutti: dalla campagna #iosono141 ai sempre più numerosi incontri pubblici, passando per i documentari sul tema fino ad arrivare, nel 2015, all'istituzione di una Commissione Parlamentare d'Inchiesta, ultima speranza di avere una verità che sia tale e non di comodo per i familiari, gli amici, i conoscenti delle vittime e ''per tutti i cittadini che chiedono a gran voce una giustizia necessaria ad un Paese che voglia dirsi veramente democratico'', come sottolineato sempre da Chessa.
Alla cerimonia di inaugurazione della Piazza, così come alla proiezione del documentario di Paolo Mastino, giornalista della redazione Tgr Sardegna, hanno partecipato personalità istituzionali di spicco quali Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, il Presidente della Commissione Parlamentare sopra menzionata, senatore Silvio Lai e Luciano Uras, senatore anch'egli membro della stessa, il Presidente del Consiglio Regionale sardo Gianfranco Ganau e il prima citato assessore regionale ai trasporti Massimo Deiana. Ma gli occhi erano tutti puntati su Luchino Chessa e sugli altri familiari, sempre presenti insieme alle loro famiglie, sviluppatesi nel corso di questi lunghi e dolorosi anni: la vita sfida sempre il dramma della morte, gli anni di attesa e speranze, di illusioni di giustizia, di depistaggi e mistificazioni.
La ''funzione catartica'' della Piazza, situata in una zona centralissima e perciò molto trafficata ma, allo stesso tempo, affacciata verso il mar Mediterraneo, come affermato da Chessa, l'ha sortita anche il documentario proiettato nell'aula del Consiglio Regionale, a pochi passi dalla Piazza stessa. Il pubblico, sia familiari che scolaresche e giornalisti, ha assistito con attenzione, a tratti inevitabilmente commosso dinnanzi alle interviste a Loris Rispoli, Angelo Chessa, fratello di Luchino e Stefania Giannotti, ed alle crude immagini del ritrovamento dei corpi a bordo di quella bara di fuoco a cielo aperto.
La rabbia che resta – tanto forte da far piangere mentre si ode la registrazione del Mayday e la disperata constatazione del marconista (''… Stiamo aspettando qui'', si dispera, ''… Ma nessuno viene ad aiutarci eh!'') – come sostenuto da Luchino Chessa, ''non è divenuta rassegnazione, ma resistenza contro una verità giudiziaria mendace che copre le reali responsabilità, i dati oggettivi, la realtà dei fatti, numerosi, drammaticamente concomitanti''. Parafrasando l'affermazione del marconista dell'Agip Abruzzo, Livorno ed una parte del nostro Stato non vollero vedere, vedere con gli occhi, quanto davvero accadde tra il 10 e l'11 aprile 1991 e negli anni successivi.
Gli interrogativi aperti, le nebbie processuali che la Commissione sta cercando di dipanare, sono molteplici: fermi restando punti ormai assodati quali l'assenza di nebbia, la non eccessiva velocità del traghetto e la concentrazione del comandante e del resto del personale di bordo – basti ricordare il celeberrimo depistaggio che li vedeva tutti impegnati a guardare la semifinale di Coppa tra Juventus e Barcellona, compreso il comandante che, per stessa ammissione dell'ex nostromo Ciro Di Lauro, ''non capiva niente di calcio'' – , quale fu la reale causa della collisione? O, per la precisione, quale evento straordinario costrinse il comandante ad una manovra di rientro in porto? E quale ostacolo improvviso portò la Moby Prince ad una virata ed allo schianto con la petroliera? La causa dell'avaria ai sistemi di governo e dell'accensione dei fari del ponte di manovra (e non, come erroneamente scritto nella richiesta di archiviazione del 2010, dei fari cercanaufraghi) può essere l'esplosione di un ordigno nel locale eliche di prua del traghetto?
Cosa stava accadendo nell'affollatissima rada di Livorno la sera del 10 aprile 1991, quali traffici stavano avvenendo e quale può essere stato il ruolo delle navi le cui comunicazioni sono rimaste incise nei nastri di comunicazione di Livorno Radio? Perché non si è indagato su di loro e per quale ragione la base americana di Camp Derby, dalla quale provenivano ed erano dirette le navi militarizzate e che, già da allora, era dotata di sofisticatissimi satelliti, si è sempre rifiutata di collaborare alle indagini (così come i carabinieri i quali avevano, all'interno della base, una loro caserma)? Per quale motivo il nastro registrato dalla videocamera della famiglia Canu è stato tagliato e per quale ragione i passeggeri, così come buona parte dell'equipaggio, erano radunati nel Salone Deluxe con indosso i giubbotti di salvataggio e le valigie pronte, nell'estenuante attesa di soccorsi che non arrivarono mai?
A tal proposito un punto fermo, che mette d'accordo tutte le parti in causa, è legato proprio ai soccorsi: perché si concentrarono interamente sulla petroliera Agip Abruzzo e non sulla nave passeggeri? Perché Bertrand ritrattò la sua versione e l'allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Sergio Albanese, lasciò morire atrocemente 140 persone, lentamente soffocate dal fumo, raggiunte dalle fiamme e carbonizzate dopo una disperata e vana attesa di ore ed ore, come dimostrato dalle attuali perizie medico-legali?
Quale fu il ruolo dell'armatore Onorato nei momenti successivi alla tragedia, e per quale ragione lo smaltimento della carcassa carbonizzata (ma non interamente) della Moby, lasciato affondare al porto di Livorno, fu smaltito anni dopo proprio in Turchia? A questi ed altri interrogativi la Commissione d'Inchiesta Parlamentare è chiamata a dare risposta: mentre a Livorno si attendono le celebrazioni dell'anniversario con un ricco programma di iniziative commemorative, si riusciranno a vincere, dopo ben 26 anni, le omertose resistenze attorno alla più grave tragedia della marineria civile italiana, portando alla luce la verità e cercando di ripristinare, per quanto possibile, una giustizia degna di uno Stato civile?


Note
[1] Ascoltato come testimone chiave durante un'udienza in Commissione Parlamentare, Alessio Bertrand ha negato di aver detto che a bordo non ci fossero sopravvissuti. Ha invece sottolineato di aver chiesto aiuto per i naufraghi. Questa è la versione da lui fornita adesso, ma si sa solo che i primi soccorritori - che l'avevano tratto in salvo ad un'ora e mezza dalla collisione - dapprima chiamarono Compamare Livorno per far giungere i soccorsi, poi ritrattarono, parlando di morti a bordo (tutti, nessun sopravvissuto): da chi avrebbero potuto sapere quest'informazione, con chi parlarono allora, chi li spinse a ritrattare, condannando di fatto a morte i passeggeri della nave?


mercoledì 16 agosto 2017

Lettera di John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter, José Saramago - 21 luglio 2006

Il capitolo più recente del conflitto tra Israele e Palestina è iniziato quando effettivi israeliani hanno prelevato con la forza da Gaza due civili, un medico e suo fratello. Di questo incidente non si è parlato da nessuna parte, eccetto sulla stampa turca. Il giorno dopo i palestinesi hanno catturato un soldato israeliano proponendo uno scambio con i prigionieri in mano agli israeliani: ce ne sono circa 10 mila nelle carceri di Israele.
Che questo "rapimento" sia ritenuto un'atrocità, mentre si considera un fatto deplorevole ma che fa parte della vita che le Forze di Difesa (!) Israeliane esercitino l'illegale occupazione militare della Cisgordania e l'appropriazione sistematica delle sue risorse naturali, in particolare dell'acqua, è tipica della doppia morale usata con ricorrenza dall'Occidente di fronte a quanto avviene ai palestinesi, negli ultimi 70 anni, sulla terra che i trattati internazionali hanno assegnato loro.
Oggi, ad atrocità segue altra atrocità: i razzi artigianali si incrociano con i sofisticati missili. Questi ultimi hanno il loro bersaglio dove vivono i poveri ed i diseredati che aspettano l'arrivo di quello che a volte si è chiamato giustizia. Entrambe le categorie di proiettili lacerano i corpi in maniera orribile; chi, salvo i comandanti in campo, può dimenticare questo per un momento?
Ogni provocazione ed il suo contraccolpo vengono impugnati e sono motivo di sermoni. Ma gli argomenti che seguono, accuse e solenni promesse, servono solo da distrazione per evitare che il mondo presti attenzione ad uno stratagemma militare, economico e geografico di lungo termine il cui obiettivo politico non è niente di meno che la liquidazione della nazione palestinese.
Questo bisogna dirlo forte e chiaro perché lo stratagemma, solo per metà manifesto, ed a volte occulto, avanza molto rapidamente col passare dei giorni e, secondo la nostra opinione, dobbiamo riconoscerlo tale e quale è, incessantemente ed eternamente, ed opporci ad esso.
(La Jornada, 21 luglio 2006)
Mieussy, Francia
(tradotto dal Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)

martedì 15 agosto 2017

Voice of Baceprot






Prendete School of Rock, sostituite a quell’esibizionista di insegnante che era Jack Black il volto coraggioso di un professore indonesiano, e al posto degli Ac/Dc fate suonare la musica degli Slipknot o dei Rage Against the Machine. No, non è il classico remake mal riuscito del successo cinematografico targato Richard Linklater, piuttosto la bellissima storia che da Java, passando da Giakarta, è già arrivata nel Vecchio Continente conquistando le colonne del Guardian. Quella delle Voice of Baceprot(Vob), la thrash-metal band composta da tre teenagers musulmane pronte ad abbattere stereotipi e superare pregiudizi a suon di musica…