giovedì 16 agosto 2018

ricordo di Samir Amin



Samir Amin, come metafora dell’emancipazione umana e dei popoli delle periferie in primo luogo - Giorgio Riolo


Scrivevo a suo tempo – alla scomparsa di François Houtart – che era difficile riassumere la ricchezza di una vita, pensiero e azione, così straordinaria. Così si può esordire per questa figura altrettanto straordinaria.
Houtart e Amin, accomunati dall’impegno internazionalista, dall’avere il mondo come orizzonte e come casa. Mondo tuttavia irrimediabilmente diviso, a causa dello sviluppo ineguale, del colonialismo e dell’imperialismo, fra centri sviluppati e periferie condannate al sottosviluppo, fra Nord e Sud. Accomunati dall’aver concepito e fondato nel 1997 il Forum Mondiale delle Alternative, organismo precursore dei successivi Forum Sociali Mondiali. Persone (compagni, amici) fortunate, come dice Massimiliano Lepratti, valente studioso italiano dell’opera di Amin. Hanno dato tanto, e molto continueranno a dare, e molto hanno ricevuto, dalla vita così intensa e così degnamente vissuta.
Ciò che ora possiamo fare, subito dopo la triste notizia della scomparsa di Amin, è solo un doveroso rendergli omaggio in poche righe. Ben altra riflessione, ben altro impegno, in incontri, seminari, saggi, occorrerebbe dedicare a una delle maggiori personalità del Novecento. Giunta intatta, nello spirito, nella lucidità mentale e nell’impegno militante, ai primi decenni del terzo millennio.
Dire marxista e comunista è sicuramente giusto. Ortodosso/eterodosso a suo modo. Militante infaticabile e grande intellettuale. Le formule, le etichette, le definizioni sono importanti e orientano, ma sono anche gabbie che imprigionano. Samir era figlio del suo tempo. Profondamente convinto che la storia reale e la cultura determinano, agiscono sempre, non solo i modi di produzione, non solo il “determinismo economico” ecc. Allora il suo profondo convincimento, l’intimo orgoglio di appartenere a una grande civiltà millenaria, come quella egizia: egiziana, seppure fusa nelle successive acquisizioni delle idee chiare e distinte dell’illuminismo e della rivoluzione francese (la parte materna e l’educazione scolastica e universitaria) e del patrimonio ideale e culturale del marxismo, del movimento operaio, dei movimenti di emancipazione dei popoli coloniali.
Per capire la sua critica a quella che definiva “alienazione economicistica”, fra i tanti suoi saggi, basta ricordare le belle pagine dedicate alla cultura, alla religione, alla filosofia, alla politica, alla ideologia in generale, contenute nel libro fondamentaleL’eurocentrisme. Critique d’une ideologie (e qui un personale rammarico per non averlo pubblicato assieme ai tanti libri, saggi, articoli tradotti e promossi come responsabile dell’Associazione Culturale Punto Rosso, ma si può adesso rimediare). E la decisiva nozione di eurocentrismo è una delle chiavi per capire la storia globale, per capire il colonialismo e l’imperialismo. E per capire anche molta deformazione di alcuni marxismi e di alcuni movimenti operai, socialisti e comunisti.
Dalla tesi di laurea degli anni cinquanta, poi confluita nella prima grande operaL’accumulazione su scala mondiale. Critica della teoria del sottosviluppo (in Italia presso Jaca Book), al punto fermo teorico de Lo sviluppo ineguale (nel 1977 presso Einaudi), alla collaborazione dei primi anni ottanta con Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e Giovanni Arrighi per Dinamiche della crisi globale (adattamento presso Editori Riuniti), a La teoria dello sganciamento (il termine italiano che adottammo per rendere la nozione fondamentale di deconnexion, delinking, la necessità per i Paesi e i popoli delle periferie di rompere con la logica dello sviluppo capitalistico e di ricercare un modello di “sviluppo autocentrato” ecc.), ai tanti libri nei quali, tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta, ha sostanziato la sua critica radicale del neoliberismo, dell’egemonismo e unipolarismo Usa e del suo “controllo militare del pianeta”, del sempre più evidente divenir “obsoleto” del sistema capitalistico, malgrado la vittoria definitiva sul sistema sovietico, del quale Amin è stato uno dei più intelligenti critici ecc. Il capitalismo realmente esistente altrettanto obsoleto del socialismo realmente esistente.
La tendenza a uniformare il mondo, a omogeneizzare-omologare, da parte del capitalismo e dell’imperialismo ha prodotto e produce reazioni identitarie, “culturalistiche” come dice Amin, da parte dei popoli oppressi. Da qui il pericolo di fenomeni come l’Islam politico e le tante sue forme fondamentalistiche, fuorvianti e oppressive. Le sue analisi del fenomeno dell’Islam politico e in generale del mondo arabo rimangono come pietre miliari del suo itinerario politico e intellettuale.
Per un mondo multipolare, per la ripresa dello spirito della “era di Bandung”, per il costituirsi di un polo “antiegemonico” (contendente l’egemonia Usa) anche se non “antisistemico” (anche se non anticapitalistico) in prima fila Cina, India, Russia, per un’Europa come progetto autentico e non rispondente ai bisogni dell’egemonia della Germania, ai bisogni del neoliberismo ecc. Per il rinnovato risveglio e protagonismo di Africa, Asia e America latina. Il suo impegno in tal senso è stato negli anni recenti senza posa.
Innovatore, nel solco di Marx, senza dogmi e senza scolastica. “La vocazione africana e asiatica” (semplificata in “terzomondista”) del marxismo, la teoria del valore mondializzato, lo scambio ineguale, correlato al valore mondializzato, lo sviluppo ineguale, il ruolo delle campagne e dei contadini nelle varie rivoluzioni avvenute (Russia, Cina, Vietnam, Cuba, Algeria, Nicaragua ecc.) e nei movimenti di liberazione come progetti nazionali e popolari nelle varie aree del mondo. Solo per elencare alcuni di questi avanzamenti e apporti oltre i vari marxismi irrigiditi, ripetitivi, dogmatici, eurocentrici.
Samir era un rivoluzionario anche nella persona. Disponibile, ilare, ironico, gran narratore, non logorroico, attento e pronto ad ascoltare. Egizio-egiziano, appunto. Il capitalismo ha contribuito fortemente a sviluppare le capacità umane (scienza, tecnica, specialismi, macchine, mezzi di produzione, “forze produttive” in generale). E questo è importante, sempre comunque ricordando lo sviluppo apportato dalle tante civiltà extraeuropee della storia globale.
In gioco però è soprattutto lo sviluppo della personalità umana. Vale a dire l’etica, le qualità umane di relazione, la cultura, l’apertura mentale e morale ecc. La lotta per il socialismo, oltre al cambiamento economico-sociale, strutturale, è anche questo.
A mo’ di provvisorio congedoCon il proposito di tornare a studiare e a valorizzare la sua figura.
L’amico e compagno Enrico mi ha inviato (fra i tanti) un semplice e bellissimo messaggio per salutare degnamente Samir. “Coloro che abbiamo amato e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo” (Sant’Agostino o Agostino d’Ippona). Grazie Enrico.
E grazie Samir. Una vita degna di essere vissuta.
Fontaneto d’Agogna, 14 agosto 2018




Addio a Samir Amin, uno degli ultimi grandi intellettuali. Amico del Manifesto - Luciana Castellina

Il ricordo. Uno degli ultimi grandi intellettuali impegnati a 180 gradi nelle battaglie dei movimenti di questo scorcio di secolo, sempre pronto a partecipare e a confrontarsi coi ragazzi come chiunque abbia preso parte ai Forum Sociali Mondiali sa bene
La mia mail si è riempita in poche ore: messaggi da ogni parte del mondo per la morte di Samir Amin. Uno schiaffo, perché la scomparsa non è stata annunciata da una lunga malattia ma da un recente trasferimento da Dakar in un ospedale di Parigi. Isabelle, la sua compagna da più di mezzo secolo, presente al decesso inatteso, tornata a casa si è sentita mancare, si è rotta il femore ed ora è a sua volta in ospedale; e così allo scoramento si aggiunge la tristezza di non poterla nemmeno abbracciare per telefono.
La provenienza dei messaggi – Africa soprattutto ma anche Asia America Latina Europa – testimoniano di per sé la personalità e il ruolo che ha avuto nella sinistra mondiale: non solo come marxista capace di aggiornare senza dogmatismi il suo pensiero agli sconvolgenti mutamenti del dopoguerra, ma come militante politico. Uno degli ultimi grandi intellettuali impegnati a 180 gradi nelle battaglie dei movimenti di questo scorcio di secolo, sempre pronto a partecipare e a confrontarsi coi ragazzi come chiunque abbia preso parte ai Forum Sociali Mondiali sa bene. Portando in ogni assemblea il suo ostinato ottimismo della volontà: «Dobbiamo costruire la V Internazionale», ci ammoniva, e non si stancava di ripeterlo, sebbene i Forum, gli appuntamenti più variopinti della storia, facessero talvolta fatica a capire il messaggio; ma aveva ragione Samir ad insistere che gli arcobaleni sono belli ma non bastano se si vuole costruire «l’altro mondo possibile».
Ma per tutti i partecipanti la sua autorità è stata indiscussa. Ha avuto impatto anche la sua ultima sfuriata contro i catalani: «L’ideologia dominante – ha scritto ancora pochi mesi fa – ha così raggiunto il suo obiettivo: sostituire alla priorità della coscienza sociale il primato di altre identità, in questo caso nazionale. E’una deriva tragica». E, aveva aggiunto dopo aver assistito a un dibattito a Barcellona: «Ho sentito uno solo dei presenti, uno di Podemos, dire che non avrebbero mai sostenuto un governo di destra ancorché catalano».
Per noi del manifesto Samir Amin è stato molto importante: l’abbiamo conosciuto all’inizio degli anni ’70, ricordo ancora il primo incontro a casa mia, con lui altri due egiziani, i loro nomi coperti da un unico poi divenuto celebre pseudonimo – Mahmud Hussein (il loro primo libro ci fece scoprire la lotta di classe nell’Egitto di Nasser) – e anche, non ricordo se già la prima volta o solo la seconda, con lui anche André Gunder Frank, tedesco ma ormai da tempo cileno.
Erano i primi marxisti del terzo mondo, e ci insegnarono a ragionare in termini globali, fuori dal ghetto eurocentrico, e dunque di cosa significava “l’accumulazione su scala mondiale”. Se il manifesto è stato l’espressione di una sinistra ricca e articolata, lo dobbiamo a questo innesto. Che non ebbe mai i caratteri di un terzomondismo disinteressato alle problematiche del capitalismo avanzato, o, peggio, venato da diffidenze identitarie. Samir è stato infatti protagonista di tutte le reti internazionali marxiste, ortodosse e eterodosse, che da cinquant’anni a questa parte hanno animato il dibattito della sinistra mondiale: gli annuali incontri a New York della Socialist Scholars Conference, oggi Left Conference, così come, per fare un altro esempio, della Round Table for Socialism che, anche questa ogni anno fino alla fine della Jugoslavia, si teneva a Cavtat, presenti, anche nel furore della rottura, sovietici e cinesi albanesi e americani (Sweezy sempre), il Pci come il manifesto.
Vorrei ricordare due incontri fra gli ultimi con Samir, e scusatemi se mi riguardano: uno, ormai già lontano, in occasione del suo ottantesimo compleanno. I suoi compagni egiziani invitarono una ventina di amici provenienti da tutto il mondo per un simposium in suo onore che si tenne a bordo di una nave partita da Assuan per percorrere tutto il Nilo, a bordo ogni giorno un confronto su temi diversi, in ogni porto una visita alle meraviglie dell’antico Egitto di cui Samir non finiva di essere orgoglioso. L’ultimo, non molti mesi fa, a Mosca, per il centenario della rivoluzione d’Ottobre. Eravamo stati ambedue invitati dal gruppo “Alternative” di Alex Buzgalin, comunisti ma non ortodossi, che avevano organizzato una straordinaria conferenza internazionale sul ’17.Per la seduta conclusiva Alex, che è anche un compagno stravagante, aveva allestito un teatrino chiedendo ad alcuni di noi di impersonare un protagonista della storia e di improvvisare uno show. A me toccò essere Alexandra Kollontaj, a Samir Stalin, a un compagno greco Trozki, e così via. Prima fra chi doveva prendere la parola, chiesi a Samir:
«Compagno Stalin, ma era proprio necessario assassinare Trozki?». E Samir, pronto, mi ha risposto:«No, no, è stato un vero errore. Un errore dei miei servizi di informazione: mi avevano detto che era ancora importante e invece non contava più nulla, perciò è stato del tutto inutile». Perchmir era anche molto, molto spiritoso.





Perchè Riace fa tanta paura al ministro Salvini?


La prefettura e il ministero di Salvini sabotano un’esperienza di accoglienza dei rifugiati che viene guardata con attenzione in molte capitali europee
di Caterina Amicucci (*)    con una lettera di Giovanna Marini



In questi giorni il piccolo borgo calabrese di Riace, famoso in tutto il mondo per il suo modello virtuoso di accoglienza diffusa dei migranti, è un crocevia di attivisti, giornalisti, personalità e curiosi. Oltre a celebrare dal 2 al 5 agosto la manifestazione Riaceinfestival, il sindaco Domenico Lucano ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il blocco dei fondi SPRAR da parte della Prefettura e del Ministero degli interni. Da mesi al Comune non vengono pagati i saldi dei programmi già svolti e per il momento non è confermato il finanziamento del 2018 dal quale dipendono 150 migranti ed il lavoro di diversi operatori sociali. Versamenti che sono stati regolarmente effettuati ai paesi limitrofi della Locride che gestiscono altre strutture di accoglienza.
In una conferenza stampa congiunta, il presidente della Regione Mario Oliverio e Domenico Lucano hanno denunciato l’esistenza di un chiaro  disegno politico per chiudere l’esperienza Riace. I problemi sono iniziati con un’ispezione inviata dalla prefettura che ha prodotto un infondato verbale che giudica inadeguate le condizioni di vita dei migranti.Il verbale non solo è in contraddizione con la precedente ispezione della stessa prefettura che aveva lodato il modello Riace ma soprattutto con la realtà. Le porte del paese sono aperte a tutti ed è sufficiente trascorrervi poche ore per rendersi conto di come vivono i migranti e dell’aria che si respira in un luogo che solo pochi anni fa stava morendo di spopolamentoLa sezione di Catanzaro di Magistratura Democratica ha prodotto una contro inchiesta, una sorta di video-verbale indipendente che sarà presto reso pubblico e che smonta interamente i rilievi di merito della prefettura. Fra questi vi è anche la contestazione dell’uso dei cosiddetti  “bonus”, la moneta locale inventata da Lucano per rendere indipendenti i migranti negli acquisti dei beni di prima necessità. Una pratica virtuosa che dovrebbe essere un modello per tutti, perché oltre a favorire l’autonomia degli ospiti evita la gestione centralizzata di grandi acquisti, ovvero quella parte della filiera economica dell’accoglienza dove si annidano corruzione, collusione e infiltrazioni della criminalità organizzata.
“La nostra opinione è che le osservazioni critiche che a questo progetto vengono fatte siano di minimo rilievo. Sono osservazioni di carattere procedurale e formale, che esistono, ma che non hanno nulla a che vedere con la qualità del servizio”, spiega Gianfranco Schiavone vice presidente dell’ASGI, dopo aver studiato tutte le carte “Certo, una qualità del progetto che è andata diminuendo nell’ultimo anno e mezzo per carenza di fondi. Non si possono erogare servizi se non ci sono i soldi. Anche io ci vedo un disegno di chiusura che va avanti da tempo“.
Ma perché Riace fa tanta paura?
“Perché dimostra che è possibile. Hanno anche impedito la messa in onda sulla RAI del film girato qui a Riace. Perché?”, si chiede il sindaco Lucano, che aggiunge: “La ragione è che 7-8 milioni di persone avrebbero visto che a Riace è possibile. E’ possibile in una delle zone più depresse d’Italia, dove l’accoglienza non si limita ad una dimensione etica ed umana ma diventa anche la soluzione al problema dello spopolamento”.
Non è probabilmente una casualità che i problemi di Riace e del suo sindaco siano iniziati quando l’attenzione mediatica nazionale e internazionale sul piccolo borgo ha iniziato a crescere. Riace è infatti  la testimonianza viva in grado di neutralizzare in maniera diretta e concreta la violenta propaganda d’odio governativa.
La solidarietà al sindaco Lucano è arrivata da tutta Italia e la Rete dei Comuni Solidali ha avviato una raccolta popolare di solidarietà. “La Rete dei Comuni Solidali (RECOSOL), in accordo con le associazioni presenti durante il Riaceinfestival, avvia una raccolta popolare di solidarietà finalizzata a permettere al progetto di Riace di superare questa fase estremamente critica. Fase legata a ingiustificabili ritardi anche voluti da una politica ostile che vuole costringere alla chiusura un progetto di accoglienza divenuto noto in tutta Europa e che ha permesso di invertire il declino sociale, economico e demografico di una delle aree più difficili d’Italia, un’area caratterizzata da profonde infiltrazioni della criminalità organizzata. Riace rappresenta un modello di accoglienza e di legalità per tutti “, si legge nel comunicato della rete che lancia l’iniziativa.
Presenti a Riace anche padre Alex Zanotelli, Luigi De Magistris e la sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha scelto di fare dell’accoglienza e della lotta al discorso d’odio un punto cardine della politica metropolitana.Per partecipare alla raccolta fondi con una una donazione unica o periodica (la campagna rimarrà attiva fino a dicembre 2018):  RECOSOL, IBAN: IT92R0501801000000000179515, causale Riace.
(*) tratto da Comune-Info



LA LETTERA (gira in rete) DI GIOVANNA MARINI
vi scrivo per questo problema di Riace che mi tiene sveglia la notte per la rabbia e l’impotenza. 
Sappiamo tutti che è un paese modello, Riace; grazie all’accoglienza, ora pieno di neonati e adulti che erano neonati quando sono arrivati sbarcati a Riace e accolti da un sindaco intelligente che con loro ha ricostruito e ricreato un paese morente.
Ora il sindaco fa lo sciopero della fame. Lo dicono solo i social e “Il sole 24 ore” che il ministero degli Interni nega a Riace i soldi, quasi 2.000.000, mandati dal’Europa per Riace, e nega anche la sovvenzione del 1° semestre 2018 che ha dato a tutti i paesi. Lo Stato taglia i fondi al sindaco di Riace perché è un paese modello.
C’è una sorta di consegna del silenzio su Riace, la gente non ne sa nulla, solo i pochi che vanno spulciando qua e là sui social qualcosa hanno capito. 
Hanno capito che Riace, che nel mondo è conosciuta come un’esperienza pilota che andrebbe seguita dai tanti paesini morenti in Italia, è invece destinata con tutto il suo carico di famiglie ormai salvate, felici, operative e anche di locali, a una lenta morte per estinzione del paese bollato da Salvini come culla di clandestini.
E’ una cosa che rivolta la coscienza, non ci si dorme su un’ingiustizia così stupida e crudele, perciò è venuto in soccorso il RECOSOL Rete di Comitati per la Solidarietà che si è messa a disposizione col proprio IBAN per aiutare il paese, per sconfiggere il razzismo inconsulto e sfrenato dell’attuale governo.




Mimo Lucano da due giorni ha ripreso vigore per fortuna, sempre continuando il suo sciopero della fame, ma ora confortato da un segno positivo, dal RECOSOL dopo nemmeno 48 ore della sua apertura sono arrivati 10.000 euro.
Prima il sindaco non voleva questi soldi di pura generosità: diceva “Riace ha i suoi soldi, li sta trattenendo il Governo, li deve dare“, ora ha capito che comunque il paese deve vivere, i servizi li deve dare ai paesani, e si è deciso ad accettare i nostri soldi e così è partita la rete. Tutto questo è accaduto pochi giorni fa, la decisione e la diffusione, ora tocca a tutti noi diffondere. E’ il momento di dimostrare che non siamo tutti razzisti e menefreghisti come spera Salvini. Ci sono coscienze che forse lui nemmeno immagina, ma che muovono il mondo meglio delle non-coscienze mosse solo da paura e ignoranza e stupidità: un tris mortale.
Vi abbraccio tutti fortissimo, stiamo vicini “statti cu’ mia, ca sinnò cadimme“. La mando a voi perché la possiate mandare a tutti e vi ringrazio infinitamente
Giovanna Marini
RECOSOL IT92R0501801000000000179515
causale RIACE

mercoledì 15 agosto 2018

Libia. La rivolta dei migranti nel lager: temono di essere venduti ai trafficanti - Paolo Lambruschi



All'improvviso a decine spariscono. Finiscono nelle mani di persone che chiedono un riscatto alla famiglia o li vendono come schiavi. Onu e diplomatici faticano ad avere accesso ai campi di detenzione
La tensione accumulata da mesi è esplosa domenica nel sovraffollato centro di detenzione libica di Sharie (o Tarek) al Matar, nei sobborghi di Tripoli, con scontri con le guardie e tre feriti. Le drammatiche testimonianze di alcuni detenuti raccolte da noi in diretta telefonica, le foto dei feriti, gli audio e il video su Facebook postato da Abrham, (ora anche sul nostro canale Youtube, linkato a questo articolo) giovane rifugiato eritreo di Bologna, domenica pomeriggio documentano l’esasperazione e la protesta dei prigionieri per le condizioni da tutti gli osservatori considerate inumane di prigionia e contro trasferimenti in altri centri per paura di essere venduti ai trafficanti di esseri umani.
Paura giustificata dalla sparizione di 20 detenuti nei giorni scorsi e di 65 donne con bambini che i libici giustificano come alleggerimento dell’affollatissima struttura e sulla quale sta compiendo verifiche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per protesta i prigionieri eritrei, molti in carcere da mesi, parecchi intercettati e sbarcati dalla guardia costiera libica dopo la chiusura delle coste di questi mesi, hanno incendiato due materassi provocando la repressione durissima della polizia libica, la quale ha ferito tre richiedenti asilo, due dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale. Negli stanzoni roventi, lerci e stipati come pollaisono stati sparati lacrimogeni e le guardie hanno picchiato i detenuti con i fucili per riportare la calma.

«Sono stati momenti di battaglia tra eritrei e libici – spiega il nostro contatto Solomon, pseudonimo di un prigioniero fuggito dal regime dell’Asmara, nel campo da maggio scorso dopo aver trascorso i precedenti sei mesi nell’altro lager di Gharyan – loro ci ripetono che siamo troppi e che vogliono venderci. Siamo disperati, molti parlano di suicidio. Non vediamo vie di uscita. Non possiamo tornare in Eritrea e l’Europa non ci vuole». La tensione insomma potrebbe portare ad altre rivolte.
I libici sono accusati di rallentare il processo di registrazione dei detenuti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite chiudendo le porte per ragioni di sicurezza e spostando senza preavviso le persone non ancora iscritte nelle liste Onu dei richiedenti asilo per venderli ai trafficanti.
Ieri funzionari del Palazzo di Vetro sono riusciti a entrare di mattina presto a Tarek al Matar e a proseguire nella difficile registrazione di 200 eritrei. L’intento, spiegano fonti Acnur a Tripoli, è duplice: registrare tutti e offrire ai soggetti più vulnerabili - donne, minori, ammalati che non possono venire rimpatriati per timore di persecuzioni - una evacuazione umanitaria nel centro Onu in Niger per alleggerire il campo e favorire il reinsediamento in Paesi terzi. Ma i posti a disposizione non bastano per i 1.800 dannati di Tarek Al Matar, dove il precedente governo aveva avviato progetti per due milioni per l’emergenza ormai conclusi, come anche nei centri di Tarek Al Sika a Tagiura. Anche l’Onu ammette che le condizioni del campo sono peggiorate.
E il sovraffollamento deriva dal fatto che la Guardia costiera libica ha intercettato finora 13 mila persone. In tutto il 2017 ne aveva intercettati oltre 15mila.

Secondo una fonte libica, sempre ieri a una diplomatica dell’Unione europea sarebbe stato impedito l’accesso al centro di detenzione. La motivazione ufficiale è che non avrebbe presentato richiesta in tempo. Ma si sospetta che in realtà le autorità tripoline vogliano nascondere all’Ue i danni dell’incendio e le violenze sui detenuti.

Secondo dati dell’Acnur, al 31 luglio nel Paese erano stati registrati 54.416 richiedenti asilo e rifugiati, 9.838 solo nel 2018. Ma se le proporzioni sono quelle del campo di Tarek al Matar, solo un terzo è stato identificato, gli altri galleggiano tra violenze, condizioni igienico sanitarie inumane e il rischio di sequestri nel limbo dei centri di detenzione, sia ufficiali che quelli nelle mani delle milizie. Ieri con un tweet eloquente la sezione italiana dell’Oim, organizzazione internazionale delle migrazioni, ha puntualizzato che il suo personale è presente agli sbarchi nei porti libici, ma la gestione dei campi è in carico alle autorità locali.

Le tensioni a Tarek Al Matar sono esplose principalmente per il terrore di venire venduti ai trafficanti, i quali gestiscono sì le partenze sui barconi, ma solo dopo aver torturato i prigionieri per estorcere riscatti alle famiglie, oppure rivenderli come schiavi.
Dal campo abbiamo scritto sabato su Avvenire che erano sparite 20 persone, uno solo dei quali è riuscito a tornare.
«Chiamiamolo Fish, mi ha contattato – racconta Abrham, rifugiato eritreo in Italia che raccoglie le grida di aiuto della sua generazione rinchiusa – perché è riuscito a tornare a Tarek al Matar. Sono stati trasferiti in uno stanzone in un luogo sconosciuto senza cibo e senza acqua. Hanno sentito due libici che dicevano che la notizia della loro sparizione era girata in rete e quindi la vendita doveva essere interrotta. Lo hanno riportato indietro, adesso aspetta i suoi compagni».

La circolazione delle notizie via social avrebbe salvato anche gli oltre 200 prigionieri "trasferiti" due settimane fa dal centro di Tarek Al Siqa senza preavviso in un luogo sconosciuto e pressoché privo di sorveglianza dove un trafficante eritreo che collabora con i libici spacciandosi per mediatore culturale li ha contattati invitandoli a seguirlo. Il gruppo, che teme di essere già stato venduto e dove ci sono persone non registrate nelle liste umanitarie, prosegue il braccio di ferro a colpi di messaggi via social urlando nel silenzio della rete il proprio diritto ad essere accolto.

Perché il paradosso, scorrendo le nazionalità censite dall’Onu in Libia, è che molti detenuti sono rifugiati e richiedenti asilo che dovrebbero trovarsi legalmente in Paesi sicuri a chiedere asilo oppure essere liberi di circolare in Libia. Come gli oltre 9mila sudanesi, e i 6mila eritrei e i 3mila somali e gli oltre mille etiopi cui persino Tripoli, che pure non ha firmato la Convenzione di Ginevra, riconosce lo status. Senza contare che un terzo ha meno di 18 anni e dovrebbe essere protetto dai civilissimi Stati europei. Ma nel caos libico si trovano ingabbiati sotto la sorveglianza di miliziani rivestiti con una divisa da poliziotto senza uno straccio di formazione e che considerano i prigionieri migranti illegali e merce da rivendere.


Misterioso (un viaggio intorno a Thelonious Monk) - Stefano Benni

La strage (annunciata) di Genova


  
Interventi di Franco Astengo e Salvatore Palidda


TRAGEDIE -  Franco Astengo
L’Italia è un Paese costruito fra gli anni ’50-60 sulle macerie della guerra e sulla spinta della motorizzazione di massa e dell’avvento del consumismo; si è smesso di curarlo negli anni’90 con la deindustrializzazione, le privatizzazioni, il territorio “da bere” e ha cominciato ad andare in pezzi nel corso degli ultimi dieci anni senza che nessuno se ne curasse dopo la “grande abbuffata” dei decenni precedenti.
Una “grande abbuffata” e una noncuranza della realtà che hanno portato, come conseguenza, non solo la distruzione delle infrastrutture, del territorio, di migliaia di posti di lavoro ma anche il degrado e l’incattivimento dell’agire politico.
In questo modo oggi si sono rese evidenti situazioni che hanno resto incredibili le istituzioni e minato alla base del sistema democratico, fino al punto da aprire la strada a soluzioni potenzialmente molto pericolose.
Una situazione che si presenta come grave responsabilità per chi, negli ultimi vent’anni, ha condotto l’Italia dentro a questo vero e proprio baratro. Responsabilità da non dimenticare.
Al di là del cordoglio e delle drammatiche prospettive che il crollo del ponte sul Polcevera determinano,questa mi sembra – in poche righe – la sintesi più efficace per riassumere ciò che è accaduto e la difficile prospettiva che ci troviamo di fronte. 


La catastrofe di Genova è un ennesimo crimine politico - Salvatore Palidda

In sintesi:
1) si sapeva da decenni che questo ponte era da demolire perché costruito in base a un progetto fallimentare …
2) da sempre i governi concedono alla Società autostrade (da anni Benetton) di auto-controllarsi, auto-certificarsi … ma poco dopo il crollo, il direttore ha osato dire che non c’era alcuna avvisaglia di pericolo
3) in Italia ci sono circa 45 mila viadotti e ponti di cui circa il 6=% a rischio … e c’è da tremare se si pensa a questo sistema di assenza di controlli
4) i disastri, le catastrofi si ripetono… come dicono geologi, ingegneri ed esperti (non venduti al potere) dobbiamo aspettarci una ripetizione permanente di lutti… e aggiungo: visto che i governi di destra o della ex-sinistra e ora quello fascista-razzista-sessista non intendono promuovere alcun progetto di risanamento generalizzato di tutte le situazioni a rischio ….
5) manca una cultura della prevenzione e del risanamento indispensabile
6) il signor Renzo Piano ora ha anche lui la faccia di dire che manca prevenzione ecc. ma lui a Genova proprio il giorno dell’ultima alluvione ha sfornato un nuovo progetto water front palesemente per le imbarcazioni da diporto  e nulla per le periferie e le strutture ad alto rischio
7) da sciacalli i signori politicanti di oggi come quelli di ieri si metteno in vetrina per mostrare quanto si stanno dando da fare e promettono… destra ed ex-sinistra pronti a strumentalizzare il disastro per legittimare la Gronda (ovvero l’infrastruttura che dovrebbe collegare Genova con le autostrade del nord) e la TAV …
8) Gronda, Tav, grandi opere e altro sono sempre dannose agli abitanti, al territorio e iper dispendiose … è la shock economia.
9) ancora una volta l’unica risposta giusta a queste catastrofi e disastri è la resistenza da parte delle vittime, degli abitanti attivi con i professionisti e ricercatori che collaborano con vittime e popolazione contro i rischi.

leggete qui
Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo




martedì 14 agosto 2018

due articoli di Marco Bersani sulla Cassa Depositi e Prestiti


Per uscire dalla crisi, riprendiamoci la Cassa! - Marco Bersani

Proviamo a fare un esempio. 
Una comunità territoriale, grazie al bilancio partecipativo, sceglie democraticamente le priorità d'intervento tra le opere da realizzare nel proprio territorio. 
Le opere scelte -un asilo nido, un parco, un incubatore d'imprese innovative, la messa a norma degli edifici scolastici, la sistemazione idrogeologica del territorio, la ristrutturazione della rete idrica etc- vengono finanziate attraverso il risparmio dei cittadini depositato in libretti postali e buoni fruttiferi e consegnato alla Cassa Depositi e Prestiti territoriale. 
Poiché questi risparmi hanno un rendimento dell'1%, la Cassa Depositi e Prestiti territoriale potrà finanziare gli interventi con un tasso dell'1,2%.
La comunità territoriale, proprio perché ha partecipato direttamente alle scelte sulle priorità d'intervento e proprio perché le ha finanziate con il risparmio dei propri membri, avrà una naturale propensione a controllare che tempi e qualità delle opere realizzate siano le migliori possibili, evitando di per sé sprechi e corruttele.
Avremmo così ottenuto: un aumento della partecipazione e della democrazia basata sull'autogoverno; la realizzazione di opere che abbiano come finalità l'interesse generale: la possibilità di finanziarne la realizzazione fuori dal circuito speculativo del mondo bancario e finanziario; l'aumento del controllo democratico sulle procedure e i lavori di realizzazione, con la conseguente diminuzione di corruzione e sprechi; un'aumentata coesione sociale.
Un circuito virtuoso che potrebbe avvalersi degli oltre 300 miliardi di risparmi che i cittadini italiani già oggi affidano a Cassa Depositi e Prestiti, ma che vengono utilizzati in tutt'altra direzione e per ben differenti scopi.
Già, perché, dopo oltre 150 anni (1850-2003) di attività basata su una primaria funzione pubblica e sociale (utilizzare il risparmio delle persone per finanziare gli investimenti degli enti locali a tassi agevolati), oggi Cassa Depositi e Prestiti è stata profondamente trasformata nella forma, nella sostanza e negli obiettivi della propria attività.
Dal 2003, sull'onda della dottrina liberista di progressiva privatizzazione del settore bancario-finanziario, è stata trasformata in società per azioni, con l'ingresso nel capitale sociale delle fondazioni bancarie, ovvero dei principali azionisti delle banche private.
Da quel momento, Cassa Depositi Prestiti ha continuato la sua attività di finanziamento degli enti locali, ma a tassi di mercato, come una qualsiasi banca che deve garantire utili e dividendi agli azionisti di riferimento.
Sempre da quel momento il perimetro d'azione di Cassa Depositi e Prestiti si è ampliato a dismisura sino a farla diventare una sorta di “fondo sovrano” non dichiarato che interviene su tutti i settori dell'economia.
Il paradosso attuale è che spesso il sostegno di Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali è finalizzato a fare da leva finanziaria per favorire accelerare la messa sul mercato (la cosiddetta “valorizzazione”) del patrimonio pubblico o la privatizzazione dei servizi pubblici locali attraverso la costituzione di grandi multiutility (i cosiddetti “player” nazionali) collocate in Borsa, che gestiscono acqua, rifiuti ed energia. 
Giungiamo così alla chiusura del cerchio: il risparmio dei cittadini che viene utilizzato per favorire l'espropriazione degli stessi, sottraendo loro territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi pubblici locali.
In un contesto di politiche di austerità, portate avanti con il sapiente utilizzo dello “shock” del debito pubblico come elemento di disciplinamento sociale e di produzione di rassegnazione collettiva, porre un focus su Cassa Depositi e Prestiti e sulla necessità della riappropriazione sociale della stessa, diventa elemento prioritario per smascherare la narrazione dominante basata sul mantra “c'è il debito, non ci sono i soldi”.
Per questo abbiamo voluto produrre questo numero monografico del Granello di Sabbia, interamente dedicato a Cassa Depositi e Prestiti, nel quale ritrovate assemblati molti articoli scritti negli ultimi cinque anni sul tema.
Rileggendoli, è possibile farsi un'idea di cos'è diventata Cassa Depositi e Prestiti dopo la sua privatizzazione e di come, al contrario, potrebbe divenire la leva finanziaria per un altro modello sociale.
Per favorirvi la lettura, abbiamo pensato di sintetizzare qui sotto alcune riflessioni e domande, che mettono in chiaro perché socializzare Cassa Depositi e Prestiti è oggi più che mai necessario.
1. La natura di ‘bene comune’ della Cassa Depositi e Prestiti risulta evidente  dalla semplice considerazione sulla provenienza del suo ingente patrimonio, che per oltre l’80% deriva dalla raccolta postale, ovvero è il frutto del risparmio dei lavoratori e dei cittadini di questo Paese.
Tale natura è del resto anche giuridicamente sostenuta dall’art.10 del D. M. Economia del 6 ottobre 2004 (decreto attuativo della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni ) che così recita : “I finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono ‘servizio di interesse economico generale’“.
2. Il paradosso risiede nel fatto che, mentre si afferma ciò, la Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni a capitale misto, la cui parte privata è appannaggio delle fondazioni bancarie. Diventa inevitabile la seguente domanda : come possono un ente di diritto privato (tale è la SpA) e soggetti di diritto privato presenti al suo interno, come le fondazioni bancarie, decidere per l’interesse generale?
3.  Pur continuando la Cassa Depositi e Prestiti a mantenere, tra i settori principali delle proprie attività, quello “tradizionale” relativo al finanziamento degli investimenti degli enti pubblici, con la trasformazione in SpA, questa attività deve avvenire assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti
Come recita l’art. 30 dello Statuto della società “ Gli utili netti annuali risultanti dal bilancio (..) saranno assegnati (..) alle azioni ordinarie e privilegiate in proporzione al capitale da ciascuna di esse rappresentato” . E le relazioni societarie annuali  dichiarano con soddisfazione la chiusura dei bilanci con importanti utili netti, nonché il fatto di aver garantito agli azionisti, dall’avvenuta privatizzazione ad oggi, rendimenti medi annui ben superiori al 10%. 
Se l’unità di misura delle scelte di investimento è la redditività economica delle stesse, non diviene evidente il “vulnus” di democrazia rispetto alla loro qualifica di servizio di primario interesse pubblico? 
4.  Cassa Depositi e Prestiti, da ente con primaria funzione pubblica e sociale è nel tempo divenuta una sorta di “fondo sovrano” che agisce ed interviene in tutti i settori dell’economia e della finanza del Paese.
Questa gigantesca trasformazione comporta anch’essa un’ineludibile questione : si può lasciar decidere la strategia industriale di un Paese a una società privata, libera di perseguire i propri interessi di profitto, qualunque essi siano, nei settori che appaiono più interessanti e senza vincoli di alcun tipo?
E ancora : se questo è il ruolo attuale della Cassa Depositi e Prestiti, è accettabile che le priorità di intervento nel sistema industriale ed economico del Paese non vengano stabilite nelle sedi deputate (il Parlamento) e che i mezzi per perseguirle escano dal controllo pubblico?
5.  Con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in SpA si pongono problemi rilevanti di diritto all’informazione e di diritto alla partecipazione alle scelte di destinazione degli investimenti. 
Se infatti per 150 anni la destinazione al finanziamento degli investimenti degli enti locali territoriali era scontata (e tacitamente condivisa dai cittadini “prestatori”), con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni nasce una questione ineludibile  di democrazia partecipativa: i lavoratori e i cittadini devono avere voce sulla destinazione dei soldi prestati e partecipare all’indirizzo delle scelte sugli investimenti da intraprendere, ad esempio ponendo vincoli di destinazione a finalità sociali ed ambientali degli stessi.
6. In seguito a modifiche statutarie intervenute successivamente alla privatizzazione, il risparmio postale dei cittadini può oggi essere utilizzato anche per il finanziamento di interventi privati. Naturalmente, essendo il risparmio garantito dallo Stato, nessun individuo vede messo a rischio il risparmio individuale depositato. Tuttavia, una riflessione è inevitabile: in caso di finanziamenti di iniziative private che dovessero fallire, la garanzia di copertura dello Stato sul risparmio individuale si tradurrebbe in aumento del debito pubblico (ovvero sarebbe ugualmente scaricata sui cittadini).
Buona lettura
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 35 di Luglio - Agosto 2018: "Fuori dalla crisi, riprendiamoci la Cassa!  -  Cassa Depositi e Prestiti, una ricchezza collettiva"




Cassa Depositi e Prestiti: dietro lo scontro sulle nomine il fiato corto del governo - Marco Bersani
Lo scontro che si è aperto sulle nomine dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti, e che ha visto protrarsi l'esito per oltre un mese, fino all'accordo di ieri sul nome di Fabrizio Palermo come futuro Amministratore Delegato, è illuminante della situazione in cui si trova il governo Lega-5Stelle. Su quelle nomine si intrecciano infatti diversi conflitti. 
Il primo, palesatosi in questi ultimi giorni, ha visto contrapporsi -fino al rischio di rottura finale- il Ministro dell'Economia, Giovanni Tria, da una parte, e i due maggiorenti della  coalizione di governo, Salvini e Di Maio, dall'altra. Essendo il primo di profilo “tecnico” e, di conseguenza, fedele guardiano della stabilità dei conti sulla quale sta particolarmente premendo la Commissione Europea, ed essendo i secondi necessitati a trovare in qualunque modo risorse per poter almeno avviare qualcuna delle innumerevoli promesse agitate in campagna elettorale e scritte nel contratto di governo, lo scontro si è palesato sulla qualifica “tecnica” o “politica” della nomina. Ovvero se la scelta spettasse al Ministero dell'Economia o ai partiti della coalizione di governo. La nomina di Fabrizio Palermo -particolarmente caldeggiata da Di Maio- chiude questa prima tappa di questo conflitto, al termine del quale il Ministro Tria -dopo aver raggiunto il punto di rottura- ha portato a casa la nomina di Alessandro Rivera alla Direzione Generale del Tesoro. Le rassicurazioni sulla pace e la concordia che regnano nel Governo, rimbalzate ad uso stampa da tutti i contendenti, sono il segnale di una dicotomia che potrebbe trasformarsi in conflitto permanente.
C'è tuttavia un secondo conflitto legato alle nomine Cdp, poco emerso in questi giorni ma quasi sicuramente destinato ad esplodere in autunno. Questa volta la contrapposizione sarà direttamente fra Lega e 5Stelle. Passata l'ubriacatura elettorale, diventa infatti sempre più evidente come, date le compatibilità promesse e le conseguenti risorse disponibili, il nuovo governo si appresti a varare nel prossimo autunno una Legge di Bilancio in cui tutte le promesse elettorali di cui sopra non solo non potranno essere realizzate, ma neppure accennate.
C'è poco da girarci intorno. Se, aldilà di roboanti dichiarazioni stampa contro le politiche  di austerità, si decide di stare dentro la trappola del debito e dentro i vincoli di bilancio prefissati dall'Unione Europea, il quadro è tanto chiaro quanto desolante: data la frenata della 'crescita' prevista da Banca d'Italia e Fmi, e data la prossima fine -o comunque trasformazione al ribasso- del Quantitative Easing della Bce di Mario Draghi, vanno da subito trovati 8 miliardi anche solo per mantenere la situazione di deficit attuale.
Figuriamoci se, in questo contesto, qualcuno possa anche solo accennare al “reddito di cittadinanza”  grillino o alla Flat Tax leghista.
Lo scontro su Cassa Depositi e Prestiti assumerà i contorni di una guerra fra i due maggiori partiti per vedere chi, riuscendo a mettere le mani sul tesoretto di Cdp, possa almeno provare a scontentare di meno il proprio elettorato rispetto a quello dell'altro.
Perchè una cosa sembra chiara a tutti gli attori in campo: dopo aver sbandierato a destra e a manca l'arrivo della nuova era, sarà difficile continuare ancora a lungo a canalizzare la collera sociale- inventandosi un'emergenza migranti che non esiste- al grido razzista di “prima gli italiani”, se poi quegli stessi italiani chiamati a raccolta non vedono alcun cambiamento concreto delle loro condizioni di vita.
Resta un assordante silenzio che circonda i duelli in corso: quello dei movimenti sociali, delle comunità territoriali e dei Comuni consapevoli, che sull'utilizzo -decentrato, diffuso, partecipativo, finalizzato all'interesse generale- dei 300 miliardi di risparmio postale in pancia a Cassa Depositi e Prestiti saprebbero da subito cosa fare: avviare l'inversione di rotta verso un modello sociale in cui le vite (di chi c'è e di chi arriva) vengano prima del debito, i diritti prima dei profitti, il “comune” prima della proprietà.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 35 di Luglio - Agosto 2018: "Fuori dalla crisi, riprendiamoci la Cassa!  -  Cassa Depositi e Prestiti, una ricchezza collettiva"