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venerdì 11 agosto 2023

I can’t breathe. Storia di Bakul e Hossein, soffocati da sfratto e speculazione immobiliare - Stefano Portelli

Violenza della polizia non è solo quando un agente stringe il collo di un afroamericano fino a farlo morire soffocato. È violenza anche quando una pattuglia di celere si presenta in forze alle sei del mattino per sbattere fuori casa una donna lavoratrice migrante e suo fratello invalido. Begum Rabeya Bakul e Shahadad Hossein venerdi 14 luglio mattina sono stati sfrattati dalla loro casa nel quartiere romano del Quadraro.

Hossein è sordomuto, quasi cieco e ha un solo polmone: dorme attaccato a un respiratore e ha bisogno dell’aiuto della sorella per quasi tutto. Già nei giorni precedenti allo sfratto non aveva retto la tensione ed era scappato di casa. Rabeya lo aveva trovato perso in mezzo al parco degli Acquedotti, sotto il sole di luglio. Trasferito in un centro di emergenza a dieci chilometri da quello di Rabeya, anche lui rischia di non riuscire più a respirare, come conseguenza della violenza subita.

Rabeya e Hossein da diversi anni faticavano a tenere testa alle richieste ingiustificate e illegali del maxi proprietario immobiliare a cui la polizia ha restituito l’abitazione, e che ora la userà per sfruttare un’altra famiglia migrante. Rabeya è in Italia da trent’anni e per quattordici ha fatto le pulizie all’ospedale Vannini di Torpignattara; poi è stata licenziata con altri trenta lavoratori, e dopo diversi anni di difficoltà, aggravate dal Covid, stava risollevando la testa grazie a un corso da operatrice sociosanitaria e a due nuovi lavori. Con l’invalidità del fratello, il nucleo ha più di trenta punti per accedere a una casa popolare e avrebbe diritto anche agli alloggi di emergenza, ma il Comune preferisce tenerli vuoti, in attesa di chissà quale calamità naturale. Ma quale disastro è peggiore dell’avidità della grande proprietà immobiliare?

Racconto questo ulteriore episodio della guerra delle istituzioni contro la stessa popolazione che le mantiene non solo a onore della cronaca, ma per sottolineare la necessità di mobilitarci in modo più efficace perché queste cose smettano di succedere. I migliori alleati di sfruttatori e palazzinari sono lo scoraggiamento e l’annebbiamento che portano le persone a dividersi in gruppi rivali o in competizione tra loro, quindi a perdere di vista gli obiettivi comuni e la capacità collettiva di raggiungerli. È indispensabile sconfiggere questi fantasmi e riprendere in mano le redini della trasformazione sociale: sfratti e sgomberi possono essere bloccati, le leggi possono cambiare, se c’è una mobilitazione in grado di imporre queste trasformazioni.

Lo sfratto è avvenuto al Quadraro, storico quartiere dell’antifascismo romano, che oggi fatica a trovare le forze per impedire la violenza del nuovo fascismo ultraliberista. Nonostante si trovi in una delle zone di Roma politicamente più attive, tra Torpignattara, Centocelle e la via Tuscolana, circondato da centri sociali e da sedi di organizzazioni politiche, non piú di un pugno di abitanti solidali sono riusciti a organizzarsi per difendere i loro vicini. Questo non è solo un segno del fatto che le strutture militanti stanno dando poco peso alle continue violenze contro gli inquilini più impoveriti; è anche un sintomo dello sfilacciamento sociale del quartiere, a sua volta prodotto della gentrificazione e delle costanti espulsioni della popolazione locale. All’aumento dei locali, delle iniziative culturali e delle installazioni artistiche corrisponde un crollo della solidarietà tra abitanti, oltre che un aumento dello sfruttamento da parte dei proprietari immobiliari. La gentrificazione non porta “capitale sociale” né aumento della coscienza politica sui territori; al contrario, disperde le collettività e indebolisce l’organizzazione politica. Le attiviste e gli attivisti che hanno provato a opporsi allo sfratto sono state strattonate, spinte e minacciate dagli agenti. Un agente dopo aver eseguito lo sfratto ha schiaffeggiato un attivista che protestava.

La via dove abitavano Rabeya e Hossein è una piccola traversa senza nome su via dei Ciceri, quasi tutta proprietà dei discendenti di una storica famiglia di costruttori romani, i Federici. Qualcuno avrà presente palazzo Federici, dove si ambienta il film Una giornata particolare; l’intero quartiere intorno a piazza Bologna è stato costruito da questa stirpe di costruttori. I due fratelli Roberto e Giovanni Federici, che hanno poco più di quarant’anni, hanno ereditato trentacinque case su via dei Ciceri. Sono tutte poco più che baracche di pessima qualità, piene di umidità e di muffa, affittate a migranti (per lo più filippini) a cui i due palazzinari chiedono cifre fuori misura. Già nel 2020 la Asl aveva certificato a Rabeya che la sua casa era di qualità mediocre; poco prima dello sfratto Rabeya stessa aveva commissionato una perizia a un ingegnere, che aveva calcolato che per una casa di quelle dimensioni e in quello stato non avrebbe dovuto pagare più di seicentocinquanta euro. Per cinque anni Rabeya ne aveva pagati ottocento al mese: migliaia di euro di profitto illecito per la proprietà, responsabile anche dei danni alla salute provocati dall’umidità, sia a lei che al fratello invalido.

Com’è ormai abituale, tuttavia, il tribunale di Roma ha ubbidito servilmente ai due proprietari, ordinando lo sfratto per morosità anziché richiedere ai Federici di rispettare le leggi sugli affitti. Dovrebbero essere i proprietari a rimborsare Rabeya e Hossein per i canoni riscossi illegalmente e per i danni causati alla salute di una persona invalida; ma il razzismo e il classismo delle istituzioni fanno sì che siano invece le vittime dello sfruttamento a essere considerate colpevoli, cioè “morose”. L’indifferenza dei media abitua la popolazione a considerare normali queste situazioni, e a naturalizzare l’idea che ogni tanto delle persone che lavorano come muli siano cacciate di casa.

Dopo i primi due accessi dell’ufficiale giudiziario, Rabeya ha chiesto all’Onu di essere considerata persona vulnerabile, pertanto di intervenire per fermare lo sfratto. Come era già avvenuto in altre occasioni, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha scritto allo stato italiano chiedendo di sospendere lo sfratto o di fornire un’abitazione adeguata alla famiglia. Un trattato firmato dall’Italia nel 2015, infatti, prevede che le commissioni Onu possano intervenire nei procedimenti giudiziari e amministrativi se sospettano il rischio di danni irreparabili. Ma nessuna delle due richieste è stata rispettata dallo stato italiano: il tribunale ha negato la sospensione dello sfratto e il Comune ha negato una casa popolare al nucleo familiare. Un dipendente del commissariato di polizia a cui era stata fatta notare la violazione ha detto espressamente che “lo stato preferisce pagare la multa all’Onu”. I servizi sociali hanno proposto a Rabeya un centro di emergenza per passare le notti (di giorno deve stare per strada), sostenendo che il fratello sarebbe dovuto rimanere fuori. Solo dopo varie proteste davanti ai vari assessorati, il Comune ha riconosciuto di dover dare un riparo di emergenza anche a Hossein. La Asl aveva chiesto che il nucleo non fosse diviso perché Hossein dipende dalla sorella: neanche questa misura è stata rispettata. Il medico legale, su pressione del proprietario, ha certificato invece che Hossein poteva essere portato via. Con un’ironia crudele, l’ufficiale giudiziario ha messo a verbale il cattivo stato dell’immobile per giustificare la necessità dello sfratto. Ma nessuno ha chiesto il sequestro della casa per violazione delle norme sugli affitti.

Le uniche richieste soddisfatte integralmente dalle istituzioni sono quelle dei Federici, a cui la polizia ha fieramente restituito l’immobile. L’avvocato di Rabeya aveva diffidato il commissariato di Torpignattara dall’eseguire lo sfratto; anche il presidente del V MunicipioMauro Caliste, aveva chiesto al commissario di rinviare l’esecuzione, e al Dipartimento patrimonio di dare una casa di emergenza a Rabeya e Hossein. Nessuna risposta, né dalla prefettura né dall’assessore Tobia Zevi, perché l’unica legge che conta davvero è quella della proprietà. Tutti i funzionari e i politici responsabili di questa violenza, dall’ufficiale giudiziario agli assessori agli assistenti sociali, ripetono il mantra della banalità del male: non posso fare niente, eseguo gli ordini.

E non è vero! È solo per vigliaccheria, se non per compiacenza con gli interessi dei grandi proprietari, che nessuna delle cariche dello stato solleva la questione centrale, cioè l’incostituzionalità di questi sfratti. Se l’Italia non voleva rispettare i trattati sui diritti umani, non c’era bisogno di firmarli. Una volta firmati, però, essi rientrano tra gli obblighi internazionali garantiti dalla Costituzione. Dovrebbe essere semmai la Corte Costituzionale, e non un giudice qualunque del tribunale di Roma, a decidere se prevale il rispetto dei trattati o quello della proprietà. Ma alla Corte Costituzionale possono ricorrere solo altri giudici o cariche dello stato. Nessuno di questi assessori e presidenti lo farà, finché non ci sarà una pressione collettiva perché le istituzioni rispettino almeno le loro stesse leggi, come presupposto per cambiarle. Bloccare gli sfratti a oltranza, come sta succedendo da anni con altre famiglie a Roma (per esempio in via Silvio Latino, dove l’Onu ha chiesto la sospensione ma l’esecuzione viene rimandata ogni mese grazie alla presenza di centinaia di persone ai picchetti, o a via Casale de Merode, i cui abitanti proprio oggi hanno occupato la regione Lazio), significa costringere gli stessi proprietari a fare pressioni sulle istituzioni perché riattivino la concessione delle case popolari. Ma finché a difendere gente come Rabeya e Hossein non ci saranno cento o duecento persone, e non dieci o venti, continueremo ad avere sfratti, violazioni dei diritti umani, soprusi e impunità. Al massimo poi pagheranno le multe, con i soldi degli stessi lavoratori sfrattati. Chissà quanti di loro, già adesso, non riescono più a respirare. 

da qui

venerdì 5 febbraio 2021

“Toccare il fondo”. Le mani della finanza internazionale sulle nostre città - Stefano Portelli

Con l’estensione del blocco degli sfratti fino a giugno, migliaia di inquilini e inquiline che rischiavano di finire in strada hanno ottenuto qualche mese di respiro in più. Mentre esplode l’ira dei proprietari immobiliari associati a Confedilizia, convinti che si stia violando un qualche loro diritto – al profitto? nessuno ha parlato di requisire le loro proprietà! –, le persone più colpite dalla crisi del Covid-19 vedono aumentare il loro debito, iniziano a finire i risparmi se ne avevano o a non sapere più a chi chiedere prestiti. Si avvicina il momento in cui un ufficiale giudiziario busserà alla loro porta per eseguire lo sfratto.

Intanto sulle loro case si allunga l’ombra del grande capitale internazionale. Il tracollo del mercato immobiliare italiano durante e dopo il 2020 potrebbe essere la porta attraverso cui entreranno i grandi operatori finanziari globali: gli hedge fund statunitensi come Cerberus Blackstone, i “fondi avvoltoio” che si nutrono dei cadaveri lasciati sul terreno dalle crisi economiche. Questi mostri non entrano mai da soli: sono sempre i governi a invitarli. Nel 2018 Confedilizia ha dichiarato di volersi aprire ai grandi fondi immobiliari per “raggiungere la massa critica di rappresentanza” per fare pressioni sui governi. Più di recente, il suo presidente Spaziani Testa ha chiesto al governo Conte di eliminare l’IMU sugli immobili sfitti, per far aumentare i profitti a chi ha investito sull’immobiliare nonostante il crollo del mercato. Mettiamoci forse anche l’accordo tra Confedilizia e le banche popolari per coprire le ristrutturazioni finanziate al centodieci per cento dallo stato: sembrerebbe insomma che il progetto sia proprio quello di attirare i grandi investitori esteri creando una nuova bolla immobiliare, in assenza di un vero mercato. Un rapido sguardo a un paese vicino può aiutarci a capire l’entità del pericolo.

È SUCCESSO IN SPAGNA

In Spagna i fondi immobiliari internazionali sono entrati grazie a una serie di manovre governative architettate dopo la crisi del 2008, che hanno comportato, nel corso di un decennio, l’aumento degli affitti del cinquanta per cento e l’attuale moltiplicarsi degli sfratti. È un’operazione che solo di recente sta emergendo chiaramente. Uno dei pochi che hanno messo insieme i pezzi è Javier Gil, ricercatore e membro del Sindacato Inquilini di Madrid, che ha ricostruito “una delle principali operazioni politiche avvenute in Spagna negli ultimi anni”, come la definisce Manuel Gabarre, autore del libro Toccare il fondo: la mano invisibile dietro l’aumento degli affitti (Traficantes de Sueños, 2019). Sapevamo già che le banche spagnole sono state salvate con enormi quantità di soldi pubblici, ma non avevamo ancora chiaro come un’altra parte di soldi, sempre pubblici, fossero stati usati per far passare le case possedute dalle banche nelle mani dei mostri immobiliari internazionali.

Vediamo come. Dopo la crisi, le banche e le casse di risparmio spagnole che avevano gonfiato artificialmente il mercato dei mutui si sono ritrovate con un enorme numero di case vuote, pignorate agli abitanti, così come di cantieri lasciati a metà, e di crediti che non avrebbero mai potuto riscuotere. Tutti questi beni erano “crediti deteriorati”: rappresentavano un pericolo non solo per le banche spagnole, ma anche per quelle europee con cui queste erano indebitate. “Il mercato finanziario è un castello di carte, basta che ne cada una perché cadano tutte le altre”, spiega Gabarre. Per evitare che il debito si estendesse al resto dell’Ue, il Consiglio europeo ha stanziato – oltre al più grande salvataggio dell’Eurozona – un prestito speciale di cinquanta miliardi al governo spagnolo, con cui questo avrebbe dovuto ricomprare i circa duecentocinquantamila alloggi ormai svalutati di proprietà delle banche. Inutile dire che la garanzia del prestito erano soldi pubblici.

Questo prestito allo stato si sarebbe potuto usare per trasformare questi immobili in case popolari, o per facilitarne l’acquisto ai loro stessi inquilini sotto sfratto a un prezzo accessibile. Ma queste misure avrebbero calmierato il mercato, che è precisamente ciò che chi vuole fare profitti deve evitare. Il governo spagnolo ha preparato il terreno per gli avvoltoi: tra il 2012 e il 2013 il presidente conservatore Mariano Rajoy ha detassato le società che comprano alloggi da mettere in affitto (le cosiddette Socimi, in inglese REIT) e ha modificato la legge sugli affitti che impediva ai proprietari di alzare i canoni a piacimento. Comprare case e metterle in affitto è diventato improvvisamente molto redditizio: ma non perché si facessero più profitti, bensì perché il governo aveva trasformato questo settore in un paradiso fiscale. A quel punto il governo spagnolo e il Consiglio europeo hanno creato la Sareb, una bad bank: società semi-pubblica il cui obiettivo era comprare tutti i beni svalutati dalle banche e venderli agli hedge fund statunitensi a un prezzo molto minore, coprendo la differenza con gli aiuti europei.

I fondi iniziarono ad accaparrarsi decine di migliaia di immobili, mentre si costruivano una rete di influenze politiche locali analoga a quella che avevano negli USA. Il più grande di loro, Cerberus Capital Management S.L., diretto da ex alti papaveri del Partito Repubblicano, ha nominato come consigliere in Spagna nientemeno che l’ex primo ministro José María Aznar. Difficile immaginare una commistione così diabolica tra pubblico e privato: il vecchio “modello Barcellona” di fine anni Novanta, che aveva prodotto giganti della speculazione locale come Focivesa, si è esteso su scala planetaria (una spiegazione molto completa di questa storia la fa Melissa Garcia-Lamarca). In pochi anni i fondi avvoltoio hanno triplicato i loro investimenti grazie ai prezzi stracciati a cui hanno acquistato gli immobili, alla possibilità di alzare gli affitti e alla capacità di fare pressioni perché gli sfratti riprendessero nonostante la crisi del Covid-19. In un precedente articolo avevo parlato della ASVAL, falsa associazione di proprietari di immobili in affitto, creata in pieno lockdown e presieduta dall’ex sindaco socialista di Barcellona Joan Clos, in realtà uno strumento delle Socimi controllate dai fondi avvoltoio. La sua capacità di lobbying per la ripresa degli sfratti fa impallidire Confedilizia.

Così, pochi anni dopo una crisi che aveva mandato sul lastrico migliaia di famiglie, la Spagna ha visto un nuovo boom della costruzione, una nuova bolla creata sui resti della prima grazie ai fondi europei e alla bad bank. Ma non è un caso isolato, bad bank come la Sareb sono state create in SveziaIrlandaSlovenia, sempre con enormi perdite per gli stati ed enormi guadagni per gli investitori. È la finanziarizzazione del mercato immobiliare: contesti locali sofferenti vengono messi in mano a mostri potentissimi, disposti a qualunque cosa per moltiplicare i loro profitti. La finanziarizzazione ha fatto esplodere la costruzione in tutto il mondo, in particolare nei paesi dalle economie più deboli come il Maghreb: demolizioni, ricostruzioni selvagge e trasferimenti forzati stanno devastando città come il Cairo e Casablanca. Un reportage del Guardian nel 2019 ha mostrato come la produzione di cemento cresca dopo le crisi. Visto com’è andato quest’ultimo mezzo secolo, non può stupirci che a dicembre 2020 la massa di cemento, asfalto e altri materiali prodotti dall’umanità abbia superato l’intera biomassa del pianeta Terra.

SUCCEDE IN ITALIA

In Italia, intanto, abbiamo sempre l’impressione di essere al sicuro e che la nostra controparte, al massimo, siano i palazzinari locali. Sicuramente il cemento non manca, ma c’è una ricchezza delle famiglie maggiore, il sistema di welfare abitativo fino agli anni Settanta era più efficace, la percentuale di case popolari è più alta che nel resto del Sud Europa, gli sfratti sono più lenti e le banche sono state meno propense a concedere mutui a rischio. Ma dopo quindici anni di recessione, queste protezioni si stanno sciogliendo. Il mercato attraverso cui i mostri immobiliari sono entrati in Spagna è quello dei non performing loans (NPL), “crediti non performanti” o “deteriorati”. Ebbene, il mercato dei crediti deteriorati italiani oggi è ancora più appetitoso di quello spagnolo negli anni della crisi. I crediti deteriorati in possesso delle banche italiane in questo momento sono di più che in ogni altro paese dell’Unione europea. Centinaia di pagine web, siti di notizie, agenzie di intermediazione, ci fanno capire come le mani dei grandi fondi si stiano allungando sulle nostre città attraverso l’acquisto degli NPL. E lo stato sta giocando un ruolo chiave.

Secondo un rapporto dell’ottobre scorso, i crediti deteriorati italiani nel 2021 saranno trecento ottantacinque miliardi; la Sareb ne aveva gestiti appena cinquanta. Lo stesso vale per il numero di immobili: la Sareb ne aveva acquisiti in tutto duecentocinquantamila, in Italia ne sono andati all’asta duecentomila solo nel 2019 e Assoimmobiliare ne prevede altri quattrocentomila, forse cinquecentomila, nei prossimi cinque anni.

Nel 2020 ci sono stati colloqui presso la Banca Centrale Europea, audizioni parlamentari, un congresso a ottobre, nuove pressioni sull’Ue. Si è discusso ancora del progetto di una bad bank europea, cioè una Sareb per tutta l’Europa. I paesi del Nord non sono d’accordo, l’Unione rimanda ai singoli stati, intanto il governo italiano ha semplificato le procedure per la compravendita di NPL. Il nuovo mercato sarà cruciale anche per determinare l’esito del recovery fund. La banca più attiva negli NPL sul mercato italiano è Banca Ifis, legata alla famiglia Agnelli, ma una bad bank italiana semi-pubblica già esiste, è finanziata interamente da Bankitalia e garantita da Cassa Depositi e Prestiti, anche se per ora ha gestito poco più di un miliardo di euro in NPL. Li ha comprati Cerberus, che ha come senior advisor per l’Europa l’ex direttore di Unicredit.

Questi crediti deteriorati, nel linguaggio degli operatori finanziari, sono solo numeri e percentuali, che possono essere gestiti senza pensare alle conseguenze. Ma nel mondo reale gli NPL sono le case delle famiglie pignorate, gli appartamenti di chi non riuscirà a pagare i debiti di questi mesi, i cantieri rimasti bloccati, i terreni dei progetti falliti, i centri commerciali vuoti, le stesse imprese andate in bancarotta. Ma anche le case occupate, gli spazi sociali, i locali autogestiti, i cinema e teatri chiusi; e ancora, i terreni dove gli abitanti hanno creato un parco autogestito o un orto urbano, le grandi aree che i comuni non sanno come “rigenerare”, i porti o le infrastrutture sequestrate agli speculatori, gli immobili e le terre del demanio, le aree contese tra varie amministrazioni e dove magari vivono, fanno attività o si organizzano migliaia di persone. La città popolare, insomma; quello che rende vivibile la metropoli, tutti gli spazi dove si è affermato un valore d’uso, tutto quello che è stato sottratto all’imperativo di produrre profitto a tutti i costi. Su questa città, la nostra, si stanno allungando le mani dei fondi immobiliari.

La Sareb in questo momento sta fallendo. Ha svenduto la maggior parte del patrimonio e deve restituire all’Ue ancora quaranta miliardi. Il deficit naturalmente sarà coperto con soldi pubblici. Ma l’obiettivo è stato raggiunto: oggi a Barcellona un appartamento in affitto su tre è passato nelle mani di un grande proprietario. CerberusBlackstone e gli altri avvoltoi si sono appropriati di tutto, e lo stanno mettendo a profitto, sfrattando e demolendo senza riguardi. Con un po’ di ritardo, gli abitanti e i movimenti catalani e spagnoli hanno capito il meccanismo e stanno rivendicando che ciò che è stato garantito con fondi pubblici dev’essere pubblico. Una nuova campagna dei sindacati inquilini di Valencia dice chiaramente: la Sareb es nuestra. Teniamolo a mente, perché sta succedendo anche qui. Appena lo vedremo, non dobbiamo aver timore di dirlo: tutte queste cose sono nostre.

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