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martedì 21 settembre 2021

Il capitalismo è insostenibile - considerazioni pessimistiche* sullo stato del mondo


1


L'IPCC avverte che il capitalismo è insostenibile (qui).

 

Intanto, ci hanno fatto una testa così con il PNRR.

 

Il nostro PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), la cui pronuncia appropriata potrebbe essere solo una pernacchia di Eduardo (qui), non prevede una misura che tutto il mondo dovrebbe adottare: mettere fuorilegge l’obsolescenza programmata, se solo si volesse dimezzare (almeno) il consumo delle materie prime.

 

Ci hanno sempre detto, col sorrisetto sotto i baffi, che a Cuba erano arretrati, con automobili di 50 anni, il frigorifero di 30 anni, ecc. ecc., ignoranti, comunisti, non sapevano cosa è il consumismo, è la sirena e il volano della Crescita .

Passata l'ubriacatura della Crescita (che molti, esseri finiti, hanno pensato fosse infinita) adesso noi sappiamo che i necessari interventi di manutenzione e riparazione degli oggetti sono utili anche per l’occupazione e per le relazioni sociali.

Ormai non si aggiusta quasi più niente, tutto nel mondo è diventato usa e getta.

Non ci sono più i mercatini con gli artigiani che aggiustano tutto, ci sono nei paesi più poveri, noi siamo moderni, le merci ci arriveranno col drone di Amazon.

Se ci fate caso spesso le leggi parlano di rottamazione di auto, elettrodomestici, tv, ecc., con l’idea che i nuovi prodotti che sostituiranno i vecchi saranno tecnologicamente più efficienti, consumeranno forse di meno, ma mai si considera il consumo di materie prime, energia, macchinari necessari per produrre i nuovi prodotti.

 

“…l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l'Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto…”, dice un alunno di Marco Lodoli (qui)

 

Bisogna consumare, consumare, consumare, chi ha i soldi, naturalmente, e alla fine crepare, il ciclo della vita, nel capitalismo, è questo.

 

Chi tiene un’auto per 20 anni, un telefono cellulare per 10 anni è un asociale (https://www.youtube.com/watch?v=ZWBb9FJDPJo ).

 

È necessario che impariamo a tenere Le Cose (che casualmente è il titolo di un grandissimo libro di Georges Perec, che tratta, nel 1965, tra le altre cose, il tema del consumismo) il doppio, il triplo del tempo rispetto a quanto le abbiamo tenute finora, dobbiamo pretendere la morte dell’obsolescenza programmata, ma dobbiamo lavorare sull’obsolescenza “psicologica”, chiamiamola così, quella indotta dalla pubblicità, che non a caso è l’anima del commercio.

 

I veri motori che ci porteranno all’estinzione della specie umana, prima della fine "naturale", saranno il consumismo, l’obsolescenza programmata, le guerre, la pubblicità, la velocità (a cosa serve la Tav? a portare un po’ di bagna cauda da Torino a Lione? O le mozzarelle a Grenoble? Con i treni normali ci vuole mezz’ora in più? Forse i sostenitori della tav non sanno che hanno inventato i frigoriferi, a loro interessano i profitti, senza se e senza ma, a qualsiasi costo), qualcuno dice anche il turismo (quello usa e getta, soprattutto, che muove miliardi di persone, con enormi consumi di materie prime non riciclabili).

 

"No es más rico el que más tiene, sino el que menos necesita" – (Dicho de los abuelos zapotecos)

"Il più ricco non è chi ha sempre più cose, ma di chi ha bisogno di meno cose" – (proverbio)

 

Cos’altro è la decrescita?

 

 

 

2

 

Intanto veniamo a conoscenza che l’assemblea degli animali ha redatto un documento con la richiesta di cambiare l’espressione Animal spirits in Human spirits.

Ecco una sintesi:

“Dopo un’approfondita discussione l’Assemblea degli animali chiede la cancellazione dell’espressione Animal spirits (sdoganata da Keynes), per una serie di motivi che esponiamo.

Noi tutti riteniamo che negli ultimi secoli, da quando il capitalismo è diventato il modello economico dominante, il comportamento dell’homo economicus capitalista è diventato innaturale.

Gli animali non accumulano, se non alcune specie per un tempo limitato, non sono avidi, cacciano e raccolgono solo quello che possono mangiare, gli umani uccidono 150 miliardi di animali ogni anno (https://www.linkiesta.it/2015/08/ogni-anno-oltre-al-leone-cecil-uccidiamo-50-miliardi-di-animali/), in mattatoi inumani e inanimali.

Può bastare per capire perché vogliamo che si cambi animal con human?”

 

 

 

3

 

C’è un valore fisico ed economico, l’Earth_Overshoot_Day (rapporto tra la biocapacità del pianeta, ossia l'ammontare di tutte le risorse che la Terra è in grado di generare annualmente, e l'impronta ecologica dell'umanità, ossia la richiesta totale di risorse per l'intero anno) che tutti possono capire, senza far finta di non avere capito.

Da almeno 50 anni consumiamo molto di più, e sempre di più, di quanto il pianeta può tollerare.

È come se uno corresse la maratona alla stessa velocità dei 200 metri, o si ferma, o crepa.

È come se uno ingerisse 6000 calorie al giorno, crepa in fretta e malato (se non lo avete visto provate a guardare Super Size me)

Consumiamo quasi due pianeti all’anno, gli effetti di questo consumo, del cambiamento climatico, delle guerre e delle altre piaghe che affliggono il pianeta la gran parte dei cittadini del mondo li vivono sulla propria pelle, noi della Fortezza Occidente non li viviamo sulla nostra pelle, non li capiamo davvero, tiriamo a indovinare, direbbe Bukowski.

Qualche decina di migliaia di persone cercano di entrare nella nostra Fortezza Occidente, la risposta è: muri, muri e muri.

 

4


 

 

 

 

Scriveva un paio d’anni fa Oxfam dell’indecente distribuzione della ricchezza, nel 2019, nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone.

Qui Riccardo Petrella parla dei capitalisti come predatori.

 

Walter Benjamin, nel 1921 aveva scritto “Il capitalismo come religione”, un’opera non conclusa, dove si legge “Nel capitalismo va scorta una religione; cioè il capitalismo serve essenzialmente a soddisfare le stesse ansie, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni” (qui e qui)

 

Non sarà facile liberarsi del Capitalismo, con tanti sacerdoti e fedeli, spesso inconsapevoli. occorre decolonizzare le nostre menti, occorre uno sforzo titanico, quello di pensare e mettere in pratica un altro mondo possibile, se ci riusciamo.

 

 

*Gli unici interessati a cambiare il mondo sono i pessimisti, perché gli ottimisti sono contenti di quello che hanno. (José Saramago)

sabato 28 novembre 2020

Il rinoceronte - Marco Lodoli

La rovina cominciò con un gioco.

  
Mancavano dieci minuti alla fine della lezione, gli alberi nel cortile erano fioriti e i ragazzi parevano distratti, allora la professoressa Roberta chiuse il libro di letteratura italiana e disse: - Facciamo un gioco.

Roberta sapeva bene quando allentare le briglie, vent' anni d'insegnamento le avevano formato nella mente un organo nuovo, capace di percepire il livello dell'attenzione.

Si rivolse a Caterina, la sua allieva preferita. La ragazza non era certo la prima della classe, navigava tra il cinque e il sei, ma aveva negli occhi una luce bella che le rischiarava il volto piccolo e rotondo, da gattina. E aveva le mani intelligenti, così pensava Roberta, che sapevano come muoversi, cosa    afferrare e cosa lasciare.

- Scegli un numero da uno a nove, -le disse. - Fatto.

- Bene. Adesso moltiplicalo per nove.

- Fatto.

Roberta dava le indicazioni come se le inventasse sul momento, con il tono casuale di chi avanza un passo alla volta.

- Allora adesso avrai un numero di due cifre. Sommale tra di loro e sottrai cinque.

- Sommo, sottraggo, ecco fatto.

Sorrideva, Caterina, e anche gli altri alunni sorridevano, seguendo nelle loro teste le operazioni.

- Adesso avrai un numero di una cifra sola. Dunque, se questo numero è uno corrisponderà alla lettera A, se è due alla lettera B, e così via, hai capito?

- Certo.

- Allora scegli uno stato europeo che inizi con la lettera corrispondente al numero che ti sei ritrovata.

- Scelto.

La professoressa Roberta sapeva che alla fine di quella strana operazione matematica il numero era sempre quattro quindi la lettera era la D, e lo stato non poteva essere che la Danimarca.

- Ora di questo stato europeo che hai scelto liberamente prendi la quarta lettera, anzi, facciamo la terza, e trova un colore che abbia quell'iniziale. La lettera era la enne e il colore era sicuramente il nero, non c'era scampo.

- Bene.

- Dunque, cara Caterina, stai attenta. Anche stavolta prendi la terza lettera di questo colore che tu, tra molti colori, hai scelto. Ora pensa a un animale grande e grosso, abbastanza feroce, brutto e solitario, che carica i nemici e che inizia per la lettera che hai in mente.

Il percorso del gioco era obbligato, si arrivava sempre sulla stessa casella. A questo punto Roberta, fingendo stupore, diceva la battuta che concludeva quel meccanismo, e la battuta era: «Ma come diavolo t'è venuto in mente un rinoceronte nero in Danimarca?» e tutti rimanevano a bocca aperta, come davanti a una magia.

E così, anche stavolta, la professoressa disse: - Ma come diavolo t'è venuto in mente...

- Una Roberta nera in Danimarca, -la interruppe Caterina, e la classe esplose in una risata.

– Questo gioco ce l'aveva già fatto due mesi fa, - disse un ragazzo dell'ultimo banco, e tutti iniziarono a mettere in fretta i libri negli zaini, perché la campanella suonava ed era tempo di tornare a casa.

- Arrivederci professoressa, - disse Caterina passandole davanti, leggera e aggraziata come una piuma.

Roberta rimase seduta dietro la cattedra, sola nella classe vuota.

Vent'anni nella scuola, mai un giorno d'assenza. Anzi, a dire il vero cinque anni prima era mancata per tre giorni, quando il medico le aveva consigliato una clinica per perdere peso. Era arrivata a cento chili, indossava solo caffettani e sandali e non riusciva a smettere di mangiare. La sera, nel suo bilocale al settimo piano di un palazzone della Prenestina dopo aver corretto i compiti e preparato coscienziosamente la lezione del giorno dopo, mangiava come un'ossessa. Pasta, scatole di fagioli, pizze ancora congelate, pane e maionese, pane e cioccolata, manciate di caramelle, tonno, alici, salsa rossa, non poteva fermarsi. Tre giorni era rimasta in clinica, e poi era scappata. Non riusciva a stare lontana dalla scuola e dal suo frigorifero. La sua vita batteva come un pendolo tra quelle due soddisfazioni. Il resto era malinconia, solitudine, amiche che non chiamavano più e uomini che non avevano mai chiamato. Ormai Roberta aveva cinquant' anni, sapeva che le cose non sarebbero cambiate. Per un lungo periodo aveva sognato quasi ogni notte un neonato biondo e con i denti aguzzi, lo stringeva al seno, lo carezzava, gli diceva figlio mio, hai fame? Non piangere, mordi, mangiami, la tua mamma è qui che ti vuole bene e ti nutre.

Poi il bambino era scomparso e Roberta s'era messa l'anima in pace. 1 miei figIi sono i miei alunni, pensava. Io li proteggo, li incoraggio, provo a spiegare loro cos'è la bellezza. ln vent'anni non aveva mai bocciato nessuno. Se li ricordava tutti, dal primo anno a oggi, classe per classe, nomi cognomi e volti. Alcuni erano anche diventati ricchi e importanti, ingegneri, sindacalisti, attori televisivi, une addirittura viceministro, e alcuni erano già morti in incidenti stradali o per malattie crudeli: ma nel cuore di Roberta, o Robertona, come la chiamavano i colleghi, i suoi alunni erano tutti uguali, erano i suoi ragazzi adorati.

Per questo c'era rimasta tante male quando Caterina aveva detto il suo nome invece di rinoceronte. Lo so di non essere bella, d'avere un corpo pesante, lo so che nella vita vado avanti da sola, a testa bassa, ma perché mi ha paragonato a un rinoceronte? E stata cattiva, Caterina, e gli altri hanno anche riso. Tutti sono stati cattivi, ma Caterina più di tutti.

Il bidello venne a informarla che la scuola chiudeva ed era ora di andare a casa, le chiese anche se c'era qualcosa che non andava. Roberta mise in silenzio i libri e il registro nella borsa di plastica trasparente e uscì. L'autobus le si fermò davanti, ma lei non salì. Fece la strada a piedi fino a casa, ruminando pensieri come erba amara.

Sono grossa e sola, sono brutta. Gli alunni ridono di me. Forse tra di loro mi chiamano il rinoceronte da tanto tempo, e io non lo s.apevo. Forse è un soprannome che mi porto dietro da anni, i ragazzi che finiscono la scuola lo consegnano a quelli che iniziano e cosÎ via, da tanto tempo. Però Caterina non doveva sbattermelo in faccia, non me lo meritavo. Io l'ho sempre aiutata, ricordo ancora quando in seconda la volevano respingere e io mi sono alzata in piedi e ho parlato di lei per dieci minuti, cercando di spiegare agli altri professori che Caterina era una creatura fragile, un fiore piccolo e tremolante, e che non dovevamo strapparla dalla scuola. I colleghi dicono che sono troppo sentimentale, una zia sempre pronta a perdonare, ma volere bene agli alunni è forse un difetto? Però adesso ho capito di colpo che gli alunni a me non vogliono bene. Approfittano della mia debolezza per essere promossi, fingono di ascoltarmi, ma poi ridono alle mie spalle, ridono dei miei cento chili, mi chiamano il rinoceronte.

Nell'anima di Roberta per la prima volta si posò il seme dell'odio, e nessun uccellino venne a beccarlo, il vento della primavera non lo portò via con sé, la pietra non lo respinse: quel seme trovò la terra giusta e attecchì in un istante.

A casa la professoressa si sdraiò subito sul letto, senza togliersi nemmeno le scarpe, e provò a dormire, a dimenticare, ma era come se una lancia le affondasse nella nuca e rispuntasse come corno aguzzo sulla fronte. Allora si alzò, si preparò un caffè e prese i compiti che doveva correggere, la matita rossa e blu. Dal mucchio estrasse il tema di Caterina e iniziò a leggerlo. Era scritto secondo le sue raccomandazioni: siate spigliati, concreti, personali, non vi consumate in ragionamenti astratti - così diceva sempre Roberta ai suoi alunni. La traccia del tema era: «Le palestre aumentano e le librerie chiudono, come mai?» Caterina raccontava una serata nella piscina che frequentava abitualmente, descriveva i muscoli dell'istruttore biondo, le cento vasche a stile libero, l'ignoranza felice degli spogliatoi dove tutte parlavano di balsami per i capelli e di glutei rassodati. Nella terza colonna descriveva il silenzio un po' triste di una libreria, gli occhiali e le spallucce di chi sbirciava negli scaffali. Roberta lesse due volte il tema per scovare un apostrofo assente e un congiuntivo sbagliato. Cerchiò gli errori con un vortice blu, poi scrisse il giudizio: componimento superficiale - e mise il voto: tre e mezzo. La mano le tremava così tanto che rovescio il caffè sul foglio.

Dal cassettone del corridoio prese un album di fotografie. Ordinate anno dopo anno c'erano le foto di tutte le classi in cui aveva insegnato. Gruppi di venti, trenta ragazzi sorridenti, e lei sempre in mezzo a loro, sempre più grossa. La moda cambiava, i ragazzi avevano jeans larghi e corti, e poi lunghi e stretti, magliette con il collo decorato da caratteri cirillici, bandane e felpe colorate, scarpe paramilitari e da ginnastica, zazzere e rasature secondo quello che dettava il tempo: solo Roberta era vestita sempre nello stesso modo, con le palandrane arabeggianti che nascondevano il corpaccione. Nelle foto dei primi anni lei sembrava la chioccia che proteggeva i pulcini. Nelle ultime sembrava un animale strano catturato dai selvaggi. Così ora le pareva, e dentro le montava una rabbia nuova, e anche la voglia di lanciare un barrito di rivolta.

A quasi tutti i temi mise l'insufficienza, anche se il voto più basso rimaneva quello di Caterina.

Roberta passo la notte guardando la televisione. Si era fatta montare la parabola per seguire i documentari d'arte: vide una biografia di Van Gogh, poi girò sui canali che trasmettevano film pornografici. Non stacco gli occhi neppure per un attimo dai corpi che si ammucchiavano nell'amore, da quei seni tondi che venivano stretti da giovani infoiati, da quelle smorfie conturbanti. Da sola bevve mezza bottiglia dell'amaro che da due anni teneva per gli ospiti e di cui nessuno aveva mai approfittato.

La mattina arrivò a scuola con mezz' ora di ritardo, senza essersi fatta la doccia e senza spazzolarsi i capelli. Il preside la guardo male, o almeno così parve a Roberta. In vent' anni, i giorni in cui non era stata puntuale si potevano contare sulle dita di una mano, e Roberta se li ricordava tutti, perché ogni volta si era sentita male ed era rimasta a scuola un po' di più, a rimettere a posto i libri in biblioteca o a sistemare i registri.

Stavolta si fermò davanti al preside e disse: - Che c'è?

- Niente. È un po' tardi.

- E allora?

- Vada in classe, professoressa.

ln classe non voIle fare la lezione prevista, volle subito interrogare.

- Vieni, Caterina, - ordinò.

- Ma abbiamo le interrogazioni programmate la prossima settimana.

- Non importa, qui decido io.

Le chiese tutto su Vincenzo Monti, le fece leggere e commentare dieci versi dell'Ode al signor di Montgolfier. Caterina si arrampicò sugli specchi del cielo, provò qualche risposta e poi tacque.

Roberta non la mollò per tutta l'ora. - «Il gran prodigio immobili / i riguardanti lassa / e di terrore un palpito / in ogni cor trapassa... » Avanti bellina, spiega, commenta, inquadra.

- Non sono preparata.

- Male, malissimo. «Sorge il diletto e l'estasi / in mezzo allo spavento / e i piè malfermi agognano / ir dietro al guardo attento». Che significa, chi è che si sta spaventando?

- Non lo so. Io no, comunque.

- Devo metterti un bruttissimo voto, vai pure Caterina, mi hai deluso.

A ricreazione Roberta comprò tre pizzette, si chiuse a chiave nel bagno, si sedette sulla tazza e le divorò in un minuto. Quando tornò in classe, vide che sulla lavagna era disegnata a gessetto una mongolfiera con i riccioli, la faccia e gli occhiali: si sosteneva nel cielo a forza di puzze. Era lei, Roberta, e sollevava una cesta su cui stava Caterina.

Roberta andò nella stanza del preside e chiese un permesso per and are a casa.

- Ho un dolore qui, - disse puntandosi l'indice sulla fronte, dove sentiva crescere il corno furibondo.

- Si riposi un paio di giorni, - la consigliò il preside.

Ma Roberta non tornò subito a casa. Prima andò in centro e in una profumeria compra il profumo piu caro, e comprò anche un rossetto e delle calze velate, una blusa a fiori azzurri e rossi, una gonna nera, scarpe con il tacco alto, mutande di pizzo, un chilo di gelato.

A casa indossò i vestiti nuovi e si guardò allo specchio: era peggio di prima, un animale del circo abbigliato per far ridere la gente, un animale che mangiava il gelato con il cucchiaio. Cominciò a battere la testa contro l'armadio, fino a crepare il legno. Pensò che aveva letto tanti libri perché non aveva avuto niente di meglio da fare. Ho amato tanto i miei alunni perché mi sentivo sola. Perché loro mi odiano? Dio mio, se non ci fosse la scuola, io non saprei dove andare.

Così la mattina dopo ritornò a scuola, con venti minuti di anticipo sull'inizio delle lezioni. Fuori dall'ingresso i maschi fumavano seduti sui motorini, e accanto a loro le femmine ridevano, si toccavano i capelli, piegavano il collo dolcemente. Caterina teneva per mano il suo fidanzatino, un ragazzo magro e spettinato, con la faccia da cantante. Si davano un bacio sulla bocca, e poi parlavano piano, con le teste vicine, come se avessero segreti bellissimi.

Roberta provò ancora verso Caterina un'avversione dura. - Ciao Caterina, - le disse.

- Buongiorno professoressa.

Negli occhi di Caterina e in quelli del fidanzato Roberta vide una luce sghignazzante. Le sembrò anche che si toccassero con il gomito, e immaginò che lui avesse sentito cento volte parlare del rinoceronte. È un mostro, un pachiderma, una donna senza amore. Va avanti e non si sa perché, chiusa in una corazza di carne. Sbatte ovunque, ha le zampe grosse piene di lividi. Si estinguerà presto.

Mi devo difendere, pensò Roberta chinando il capo.

In classe di nuovo chiamò Caterina, stavolta insieme ad altri due allievi, per confondere, come nel gioco delle tre carte. Fece girare velocemente le domande, non si capiva neanche chi doveva rispondere e a che cosa, ma alla fine la carta perdente era Caterina.

Continuò così per tutto l'anno. Qualche ragazzo cominciò a lamentarsi nei corridoi: - La professoressa ce l'ha con Caterina, l'ha presa di punta, la vuole bocciare.

Caterina invece diceva: - Devo studiare di più, ma non ci riesco, - e diventava triste. Non aveva piu quella luce bella negli occhi, teneva le mani intelligenti sempre nelle tasche di una vecchia giacca da uomo. Fuori dalla scuola non c'era più il fidanzato ad aspettarla sul motorino.

Roberta venne convocata dal preside. - Corre voce che ci sia qualche problema in quarta con un'alunna.

- Non mi pare, - rispose Roberta stringendo al petto una scatola di biscotti al cioccolato. - Può controllare i registri i compiti, il programma, può fare tutti i controlli che vuole; è tutto in regola come sempre. Insegno da vent' anni, so come si fa.

Si sentiva accerchiata, Roberta, e tirava cornate nell'aria che annunciava tempesta. A casa ogni tanto tirava giù un po' di libri dagli scaffali della sua biblioteca e andava a venderli per due soldi a un rigattiere. Si sentiva enormemente infelice e aveva bisogno di molto spazio intorno a sé. Dormiva poco, vestita, inquieta, con la televisione sempre accesa e le bottiglie vuote sul pavimento. Sognava che Caterina la picchiava con un bastone sulla groppa.

Il giorno degli scrutini finali fu una battaglia.

Roberta lasciò che tutti gli alunni venissero aiutati, lei pure alzò dei cinque a sei, e anche dei quattro a cinque e poi a sei, in ascensioni miracolose. Il preside voleva sbrigarsi e passare alla classe successiva, gli insegnanti volevano chiudere in fretta, mettere le firme e andare in vacanza.

- Mi dispiace, ma Caterina non può essere promossa, vedo che ha parecchi cinque ed è gravemente insufficiente nelle mie materie, non merita di proseguire, - disse Roberta.

Cominciò una discussione estenuante. L'inferno chiedeva con decisione quell'anima e il paradiso non sapeva come salvarla. Ci furono accuse e minacce, grida e suppliche, conteggi e insulti e mille discorsi, ma Roberta tenne duro. Il preside, fulminandola con gli occhi, le disse che rischiava un'inchiesta, forse addirittura una sospensione dall'insegnamento, ma quelle parole le rimbalzarono contro come frecce su una corazza.

- I voti dicono che non pua proseguire, è così, - diceva Roberta, e batteva con forza gli zoccoli sul pavimento.

Si fece scuro, dalla finestra aperta entrava un'aria fredda, per stanchezza a uno a uno gli argomenti si affievolirono e poi si spensero.

Alle dieci di sera Caterina venne bocciata.

Sono passati gli anni. Roberta ha continuato svogliatamente a insegnare, ripetendo le lezioni come un disco impalverato. Non voleva imparare neanche più i nomi degli alunni, li chiamava coso o bellina, metteva sei a tutti senza ascoltarli. L'amarezza le era entrata dentro come un veleno che non poteva sputare. Durante i compiti in classe, in quelle ore di noia e di attesa, riempiva un foglio protocollo di bestemmie, fino a farlo tutto nero, illeggibile.

Nella vita io non ho avuto niente, pensava, neanche un attimo d'amore. Sono una bestia feroce e devo solo nascondermi per non essere uccisa. Sono un peso di cento chili scaraventato sul mondo. Mi piaceva insegnare, ma cosa può insegnare una come me?

A volte, il pomeriggio, Roberta cammina per le vie commerciali, dove la gente scorre come un fiume e nessuno bada a chi ha accanto. Guarda gli abiti eleganti nelle vetrine, immagina feste e balli, e anche laghetti con cigni, giardini con levrieri, luoghi dove nessuno la inviterà mai. I rinoceronti vivono da soli sulla Prenestina, pensa.

E un giorno Roberta entra in un negozio dove si vendono a metà prezzo bei vestiti che hanno qualche piccolo errore di fattura. Tocca con la punta delle dita giacche e gonne appese fitte fitte aile stampelle, e le sembra di toccare un sipario di stoffa oltre il quale forse c'è una felicità, ma che per lei non si pua alzare.

E poi vede Caterina. È cambiata, è vestita da donna e pare più alta, ma è sempre Caterina, muove le mani con cura e precisione sistemando dei maglioni su uno scaffale. Roberta vorrebbe uscire di corsa, e invece le gambe grosse sono fer    me, bloccate come nei sogni.

Caterina le va incontro con la faccia seria.

- Buongiorno professoressa, - e sorride.

- Ciao Caterina.

Da dietra un tavolo esce un bambino piccolo e riccio, e viene ad abbracciare le ginocchia di Caterina. Dice parole che Roberta non capisce: ma in quel momento Roberta non capisce niente, il cuore le batte forte e la paura e la vergogna la fanno sentire come un topo nell'angolo, pronto ad aggredire.

- Buono Manuel, non è ancora l'ora della merenda. Le serve qualcosa, professoressa?

- No, niente, guardavo.

- Abbiamo vestiti molto belli, e costano poco.

- Lavori qui da tanto?

- Si, quasi subito dopo che ho lasciato la scuola ho iniziato a lavorare.

- Ti trattano bene?

- Il negozio è mio. Di mio marito e mio. Se lo ricorda quel ragazzo che mi veniva a prendere, vero? Ci siamo sposati presto, stava arrivando Manuel.

Roberta sente il sudore che le cola lungo le cosce. Sente che deve parlare, giustificarsi, ma rimane zitta.

E allora Caterina dice: - Ha fatto bene a bocciarmi, professoressa, studiare non mi piaeeva, non era la mia strada. Ha fatto bene, davvero. Ora sono feliee, per quanto si può essere felici in questo mondo.

- Studiare è importante, però.

- Leggo qualche libro, ho ancora un elenco di romanzi che lei ci consigliò. Li ho comprati tutti e poco alla volta li leggo. Va bene così.

Roberta tiene gli occhi bassi: accanto alle gambe lunghe di Caterina, alla testa riccia del figlio, ora ci sono dei pantaloni scuri.
- Buongiorno professoressa, - dice una voce calma. Roberta stringe la mano a quel ragazzo che non è piu solo un ragazzo, ma anche un uomo.

- Caterina mi parla ancora di lei.

- Ho fatto tanti errori, - mormora Roberta, quasi tra sé e sé.

- Venga a trovarci quando vuole, le faremo buoni sconti. - Arrivederci professoressa, noi siamo sempre qui, la aspettiamo.

- Arrivederci Caterina.

La strada è un fiume in piena. Roberta cammina piano, e la gente la urta. Non sa più qual è la direzione per tornare a casa, dove deve andare, cosa deve pensare. Sente che tutto nel mondo accade senza un motivo, eppure precisamente, seguendo un ordine che muove le cose e le persone e le ignora. Vogliamo solo essere felici, non ci importa di capire, pensa Roberta, e avanza a casa lungo il marciapiede, tra le luci dei negozi.

E poi sente una mano leggera sulla spalla.

È Caterina, le è corsa dietro.

- Ha dimenticato la borsa, professoressa.

- Grazie, non me n'ero accorta.

Finalmente si guardano negli occhi, tenendosi le mani.

- Sa che è dimagrita, professoressa. Ma proprio tanto. - Davvero?

- Davvero.

E poi Caterina è andata via, è scomparsa tra la folla. Roberta è rimasta ferma in mezzo alla strada. Le viene da ridere, da ballare. Ha una gran voglia che sia subito mattino, per tornare a scuola, se la scuola esiste ancora.

(Da: I professori e altri professori (Einaudi, Torino, 2003))

da qui

domenica 24 maggio 2015

scrive Marco Lodoli, e risponde Elisabetta

scrive Marco Lodoli:

È la mattina del 5 maggio e nella mia scuola a Torre Maura, a Roma, succursale dell’Istituto professionale Falcone-Pertini, ci siamo solo io e la preside, arrivata dalla centrale per aprire il portone e garantire agli studenti le ore di lezione. Ma di studenti nemmeno l’ombra.
Sono tutti in sciopero insieme agli insegnanti. La preside ci tiene a mostrare una certa serenità, da ammiraglio che non perde la calma, anche quando la nave sembra paurosamente inclinata. Vago per i corridoi deserti con le mani dietro la schiena e penso che qualcosa in questa riforma non è andato come doveva, visto che i miei colleghi sono compattamente, convintamente ostili. Mi sento ancora più dispiaciuto perché ho partecipato a tante riunioni al ministero della Pubblica Istruzione, ormai un anno fa, per progettare la Buona Scuola.



risponde Elisabetta:

Caro Marco,
Ebbene sì, anch’io quel 5 maggio ero a scioperare e ho contribuito a costruire quel profondo senso di solitudine di cui parli sulle pagine di Repubblica.
Nel leggerti mi è venuto in mente l’immagine di un giocatore che si lamenta di non trovare i propri compagni negli spogliatoi, mentre loro sono già sul campo a giocare la finale…
Caro Marco il tempo stringe… e non si può stare mani in mano a vagare per i corridoi. Ne va della nostra professione, ne va dei nostri ragazzi, ne va del nostro sistema scolastico.Stanno attaccando la scuola pubblica!
Tu, che ti sei sforzato così tanto di fare bella figura e noi, stupidi e arrabbiati, non abbiamo compreso le vostre intenzioni, le vostre serie e buone intenzioni. Lo sai qual è il problema? È proprio quest’aria buonista che nasconde invece l’arroganza di chi erge un muro e una distanza siderale fra voi della scuola “buona” e noi, della scuola “normale”.
Voi della scuola buona avete capito tutto e tutti, sapete come fare, animati dal sano ottimismo e dall’energia del fare. Noi della scuola normale invece siamo duri a capire, disfattisti e pessimisti sappiamo solo lamentarci e non vediamo la grandezza di una riforma epocale come la vostra. Siamo troppo arrabbiati e delusi, abbiamo le menti offuscate da anni di malaffare e di mal governo e prendiamo lucciole per lanterne additando voi, proprio voi, che vi siete rimboccati le maniche per risolvere gli annosi problemi della scuola italiana!
Non voglio e non posso credere che uno come te, che insegna da anni, che scrive libri, che ha partecipato alla ideazione di questa riforma, possa davvero credere che i veri e i grandi punti di forza del Ddl siano i 500 euro annui da spendere per la propria formazione culturale e l’assunzione dei precari. Nessuna parola che entri nel merito della riforma: e i soldi dati alle scuole private? E le modalità  di assunzione dei precari storici? E le modalità dell’alternanza scuola-lavoro? E l’autonomia delle scuole gestita dal preside, “primus inter pares”? Nessuna parola inoltre sulle materie da insegnare, sul monte ore da distribuire, sulla relazione insegnante – allievo.
È inutile nascondersi dietro le semplificazioni e gli stereotipi della “professoressa tacco 12″ o del “professore marxista leninista”. Queste possono andare bene per una sceneggiatura dell’ennesimo film scadente sulla scuola, ma non per convincerci che vi siete spiegati male. Non è un problema di come dite le cose, ma delle cose che dite.
Chi ti scrive “festeggia” quest’anno il suo undicesimo anno di precariato: ho attraversato tutti i ministri, tutte le riforme che si sono susseguite nel nostro paese in quest’ultimo decennio, ho visto ogni anno una scuola diversa, conosciuto centinaia di studenti e decine e decine di insegnanti, ma raramente ho incontrato questa semplificazione, questa fatuità disarmante con cui presentate il vostro progetto. Dietro un’idea di scuola, c’è un’idea di essere umano, di società, di politica. E la vostra idea di essere umano, di società, di politica non ci piace per niente. Voi dividete gli esseri umani in “chi è fatto per studiare” e “chi per lavorare”, la vostra è la società del merito di avere i soldi. Acuite le disuguaglianze, elargite fior di euro alle scuole cattoliche.
Eppure basterebbe fare classi di venti alunni al massimo, rendere le scuole private senza oneri per lo stato e investire in quelle pubbliche. Tu che insegni non puoi negare di quanto possa migliorare una lezione in un’aula ben attrezzata con un massimo di 20 alunni.
Caro Marco,
dal tuo pezzo, così come dalla lettera che Matteo Renzi ha inviato a tutti noi docenti,emerge una freddezza e una presunzione che nascondono soltanto il disprezzo per coloro che quella scuola la vivono davvero.  Senza i 500 euro i professori non si formerebbero! Ahimè caro Marco io quest’anno ne spendo “solo” 2500 ( pari a poco meno di due mensilità) per prendere un’altra abilitazione e non ti aggiungo quelli che spendo per i libri, per il cinema, il teatro, i convegni e le mostre che vado a vedere nella mia e in altre città italiane. I 500 euro sono la solita ovvietà elargita come se fosse una grazia scesa dal cielo. Ma come?!? Mi lamento proprio io che forse il prossimo anno verrò assunta? Vogliamo innanzitutto sapere i numeri precisi di queste assunzioni, ma soprattutto come e dove saremo assunti. Nessuno, ad oggi, è ancora in grado di spiegarcelo!
Inoltre quella cosa che si chiama Contratto nazionale avrà ancora una sua validità o sarà scavalcato dalle decisioni del governo?
Qui si tratta di difendere un’idea di scuola pubblica, di stato sociale, di laicità e di uguaglianza!
Qui si tratta di interesse vero per gli altri esseri umani, in particolare per quelle nuove generazioni che saranno i cittadini di domani.
Qui si tratta di difendere una professione dalle basse logiche del mercato e della competizione.
Qui si tratta di formare i giovani nel pensiero critico, nella propria autonomia.
Qui si tratta di fare bene e amare la propria professione.
Qui si tratta di difendere uno dei pochi luoghi di lavoro e di formazione in cui vigono l’onesta e la trasparenza.
Non potete farlo voi che girate da soli per i corridoi e guardate dall’alto in basso.
Tu e Matteo Renzi vi lamentate di non essere stati capiti. Come farebbe un bravo insegnante quando la maggior parte dei suoi alunni non arriva alla sufficienza. Il buon insegnante è quello che ammette di non essersi spiegato bene.
C’è una piccola differenza: che voi non siete i “maestri della nazione” e noi non siamo i vostri alunni.

martedì 29 novembre 2011

In periferia c'è un mondo che ignora le manifestazioni studentesche e dove i ragazzi "spacciano e si fanno" - Marco Lodoli

Ogni mattina arrivo alle otto nella scuola dove insegno e al cancello mi lascio alle spalle la mia vita `borghese`: qui devo essere pronto ad ascoltare altre storie, devo abbandonare ogni pregiudizio e cercare di trasformare tutto quello che so e che sono in un aiuto reale per tanti ragazzi difficili. Se è vero che esiste una nuova generazione stanca di stare a guardare, di subire le ingiustizie e i ceffoni della società adulta, di trascinare una vita alle quale hanno ostruito tutti gli sbocchi, è altrettanto vero che c'è un mondo giovanile rinchiuso nelle periferie italiane che ignora le manifestazioni studentesche contro la Gemini o contro la precarietà perenne, un mondo che rotola sopra altri terreni, sassosi, bruciati, dimenticati da Dio e dai mezzi di informazione.

Bisogna gioire per la nuova consapevolezza degli studenti dei licei e delle università, ma bisogna anche preoccuparsi seriamente per il degrado esistenziale dei ragazzi che ruotano lontani dal centro del discorso, fuori dal cerchio dei riflettori. Insomma, pochi giorni fa parlavo con una mia allieva della seconda, sedici anni ad aprile. E' una ragazza sicuramente sveglia, il padre è un musicista, in casa ha respirato cultura. Da un paesetto della provincia, dove tutto è più tranquillo, la famiglia si è trasferita a Roma, in uno dei quartieroni cementati nel nulla, a ridosso del Raccordo Anulare. Così Serena, la mia allieva, ha trovato nuovi amici e un fidanzatino, un diciottenne `tanto buono e bravo`. In comitiva, mi racconta Serena, sono venticinque, maschi per la stragrande maggioranza. Si vedono ogni sera in una piazzetta qualsiasi, si sistemano su quattro panchine, consumano il tempo scherzando e ridendo. Fin qui tutto bene, o almeno niente di male.

`Ma che fanno questi ragazzi – domando ingenuamente. – Studiano?`. Serena sorride: `No, per carità, hanno tutti mollato la scuola da parecchio.` E allora io: `Dunque lavorano, giusto?`. Serena scuote la testa tinta di biondo: `No, non lavora quasi nessuno. Chi prende a lavorare un sedicenne o un diciassettenne che non sa fare niente?` Morale: `Su venticinque ragazzi, venti spacciano`. Può sembrare una percentuale esagerata, un numero buttato lì per far paura, e invece è proprio così. E io insisto: `Ma se tutti spacciano, chi compra?` e scopro che il mercato è complesso, che non tutti vendono la stessa merce.

C'è chi `spinge er fumo` e chi piazza la coca, chi ha l'erba e chi le pasticche, come in un centro commerciale della droga. L'offerta è diversificata e ognuno fa i suoi sporchi soldini. `Ma è pazzesco – m'indigno. – Mica sarà così ovunque, sarà che sei capitata nel giro peggiore, Serena, e devi tirartene fuori in fretta, prima che sia troppo tardi.` Serena non è una sciagurata, anzi ha una lucidità e una vivacità notevoli, però è figlia del nostro tempo ammaccato. `E' così ovunque, professò. In periferia tutti i ragazzi spacciano e si fanno. Nessuno s'aspetta niente di meglio.`