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giovedì 6 marzo 2025

Intelligenze artificiali e intelligenze sociali - Renato Curcio

La tecnica e il sociale non vanno confusi: la tecnica è lo strumentale e lo strumentale funziona in modo diverso dalla vita. Renato Curcio aggiunge un altro tassello al suo percorso di ricerca.

Questo libro è il seguito di un percorso di ricerca che faccio dal 2015, quindi da un po’ di anni, sul rapporto tra il vivente e lo strumentale, cioè tra le tecnologie nel senso generale del termine - le macchine - e l’umano, come momenti di un tipo di società, quella capitalistica, che sempre più li incrocia e li ibrida. Dopo il periodo della digitalizzazione, quindi di un capitalismo che era passato dal macchinismo industriale a una più complessa tecnologia digitale - che già aveva cambiato moltissi­me modalità di lavorare ma anche di entrare in relazione - con l’intelli­genza artificiale si è fatto un passo ulteriore. Un passo che è stato guar­dato, da una parte con la curiosità che spesso caratterizza la grande stampa, una curiosità legata alla pubblicità, per cui si parla molto di una certa tecnologia perché questo la promuove - ed è il caso di dispositivi come ChatGPT, che a un certo punto viene immesso nel mercato e nel consumo un po’ come era stato fatto, a suo tempo, coi social network, mitizzandone le potenzialità, le caratteristiche, le prospettive ecc. -; d’altro canto è tuttavia anche vero che, al di là delle mitizzazioni propa­gandistiche, queste tecnologie progressivamente non solo hanno cam­biato, e stanno cambiando, il nostro modo di vivere, ma lo stanno fa­cendo molto velocemente e profondamente, mentre non cambia la no­stra capacità di entrare in relazione consapevole con questi strumenti. Questo libro, quindi, parla e si interessa dell’intelligenza artificiale in re­lazione all’immaginario, ossia in relazione a uno dei problemi di fondo del cambiamento sociale, perché nessun cambiamento sociale si è mai prodotto senza che si generasse un immaginario istituente.

Gramsci è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per il suo grande contributo relativo al concetto di egemonia: sostanzialmente in che mo­do le classi sociali - e soprattutto quelle che hanno il potere, quindi che si collocano in una situazione di forza rispetto alle altre - costruiscono la cattura dell’immaginario dei cittadini, con quali stru­menti li portano a sé; in breve, come esercitano il loro dominio.

Noi viviamo in Occidente, dove il con­cetto di egemonia è fondamentale per aiutarci a comprendere cosa succede. Per rimanere nel dopo­guerra, il dominio è stato ed è costruito su una cattu­ra dell’immaginario strumentata con la scuola, con i quotidiani, con la radio, con la televisione, con tutta una serie di strumenti che costruiscono delle narra­zioni sugli eventi. Negli anni Sessanta, un grandissi­mo sociologo americano, Charles Wright Mills, e un grande giornalista americano che lavorava anche con Mills, Walter Lippmann, hanno scritto interessanti la­vori sulla costruzione degli pseudo-ambienti come narrazioni del potere: tutti i poteri creano delle real­tà sostitutive agli eventi, perché tanto i cittadini non li possono osservare direttamente. Noi vediamo l’U­craina o la Palestina attraverso gli occhi di Repubbli­ca, del Corriere della sera, della Stampa o di qualche blog, di qualche manifesto, di un canale radio o tele­visivo... li vediamo insomma sempre attraverso dei media, che ce li presentano in un certo modo; salvo forse alcuni di noi, non abbiamo alcuna contezza di questi mondi, non li abbiamo mai incontrati, non ab­biamo probabilmente mai nemmeno conosciuto qual­cuno che proviene da questi mondi, o li abbiamo co­nosciuti distrattamente perché abbiamo letto un li­bro o ci siamo un po’ informati. La costruzione di pseudo-ambienti è quindi la tecnica fondamentale con la quale viene creato progressivamente un im­maginario istituito, con la quale la società istituisce un modo di apprendere e di vedere le cose. È il moti­vo per cui oggi, in tutta l’Europa, l’immaginario istituito rispetto a quel che sta accaden­do nell’area palestinese è che biso­gna difendere Israele da un’aggres­sione: è indubbio che questo sia uno pseudo-ambiente informativo. Que­sti processi sono stati studiati da Gramsci, come citavo prima - ma possiamo ricordare anche molti altri, come la Scuola di Francoforte - tut­tavia con l’intelligenza artificiale è in­tervenuta una nuova tecnologia la cui caratteristica è molto diversa: og­gi non è più vero, e men che meno lo sarà in tendenza, che i media tradi­zionali svolgano una funzione signifi­cativa. McLuhan lo possiamo proprio mettere in biblioteca. Il suo “il media è il messaggio” è stato un grandissimo contributo ma oggi non è più vero, se non nella misura in cui il media è diventato un media personalizzato, non più un media per tutti ma un media per ciascuno.

Ma prima di parlare delle tecno­logie vediamo quali sono le aziende che producono l’intelligenza artificia­le, qual è la loro storia. OpenAI, il più grosso laboratorio statunitense di produzione di intelligenza artificiale, ha vissuto una specie di ‘colpo di Sta­to’ che l’ha portata a trovare una quadra su una tecnologia che doveva essere commercializzata: ChatGPT.

A quel punto tutte le aziende statunitensi - Microsoft, Amazon, Google... - che cooperavano in questa fondazione, appena ebbero chiaro che sta­va uscendo un prodotto che sarebbe stato il mercato del domani, co­minciarono a scannarsi. Il ‘colpo di Stato’ durò quattro giorni, durante i quali il CEO Sam Altman venne prima estromesso da un gruppo di inge­gneri e ricercatori che lo accusarono di fare carte false, affermando che OpenAI era una struttura di ricerca per il “bene dell’umanità” e non per un’industria; tutti i giornali del mondo, New York Times, Financial Times ecc. ne parlarono, e dopo quattro giorni Altman ritornò a essere il CEO dell’azienda insieme a 16 miliardi di dollari che Microsoft versò nelle ta­sche di OpenAI. Dopo di ciò ChatGPT iniziò dunque il suo percorso e venne immesso nel mercato gratuitamente, esattamente come era sta­to fatto con Facebook e con Twitter. Per quale ragione? Per attrarre i potenziali clienti, anzitutto. E poi perché il mondo è fatto di tanti conti­nenti, di tanti Paesi e soprattutto di tante lingue e sottoculture, e se si vuole conquistare il mercato si deve riuscire a mediare la propria ricerca per ciascun Paese, e anche solo da un punto di vista linguistico non è così semplice. Quando usiamo un traduttore automatico, anche i mi­gliori, i più comuni che lavorano di più, dobbiamo poi metterci a correg­gere il testo, perché le lingue creano un problema di mediazione che è diverso dalla mera traduzione che fanno gli algoritmi. Tant’è vero che anche in Italia ci sono oggi alcune migliaia di persone, generalmente, studenti universitari brillanti, di discipline soprattutto umanistiche - fi­losofi, storici, sociologi - che lavorano online con le grandi società come Google per raffinare le produzioni delle macchine in lingua italiana, in questo mercato internazionale dell’intelligenza artificiale. Vengono pa­gati all’ora - anche molto poco, in genere 3-4 dollari l’ora - per mettere a posto nella lingua italiana quello che la macchina ChatGPT risponde nella lingua inglese, per esempio, e questo richiede un lavoro sintattico, grammaticale, di adattamento alla cultura del luogo. Naturalmente dopo la prima correzione ce n’è una seconda, un grado superiore di raf­finazione per correggere le correzioni che sono state fatte - general­mente se ne occupano dei dottorandi - e poi ci sarà ancora un livello fi­nale di supervisori che cercheranno di stare ancora più attenti alle ri­sposte che potrebbero essere ‘pericolose’: per esempio alla richiesta di quale sia la soluzione migliore tra due medicinali, ChatGPT deve sceglie­re non solo sul piano sanitario e medico ma anche sul piano dei grandi complessi industriali. Quindi ci sono dei gradi di raffinazione che diven­tano sempre più dei gradi di adattamento del prodotto alle finalità del­l’impresa che gestisce questo tipo di intelligenza artificiale: da qui l’im­portanza di analizzare la storia delle aziende che producono questa tec­nologia.

Come alcuni di voi avranno visto, nei giorni scorsi è uscito un nuovo prodotto che non è più ChatGPT, ma è sempre Microsoft nella forma di OpenAI, che non riguarda più l’intelligenza artificiale ordinaria ma quel­la che, in termini più tecnici, viene chiamata ‘intelligenza artificiale ge­nerale’. Qualcosa che Altman, in un convegno internazionale tenutosi a Torino, ha promosso dicendo che siamo di fronte a macchine più com­plesse, con un livello di intelligenza, nella risposta, superiore all’intelli­genza umana. Viene chiamata ‘generale’, ma in realtà s’intende dire che questa intelligenza artificiale ha superato il limite QI delle intelli­genze umane - da qui il titolo di questo libro, Intelligenze artificiali e In­telligenze sociali. Ma perché utilizzare le stesse parole per raccontare due mondi che tra loro non c’entrano nulla?

Quando parliamo di società e quando parliamo di tecnologie, parlia­mo di due momenti della storia della nostra specie. Uno è il momento aggregativo, che è fondato sulla vita e quindi su organismi viventi nei corpi umani, e ognuno di noi è assolutamente diverso. Abbiamo certa­mente tratti comuni, siamo una specie, ma ogni elemento di questa specie articola e sviluppa se stesso in contesti sociali specifici, quindi dentro una storia, dentro una vicenda personale, una individualità ed elabora dunque una propria intelligenza. E questo, dal mio punto di vi­sta, è un aspetto fondante di straordinaria importanza, perché ci porta a dire che le intelligenze umane sono infinite, tante quante sono stati gli umani sulla Terra - l’intelligenza di Leonardo Da Vinci non è quella di Giuseppe Garibaldi. Ogni umano sviluppa questa facoltà, questo insie­me di capacità, a suo modo, ed è la ragione per cui una società è fatta di tante variabili che si incontrano, si innamorano, si odiano, si picchia­no, vanno a braccetto... fanno un’infinita serie di cose ognuno median­do la propria particolarità. Questo porta me, come altri ricercatori - cito Benasayag, per esempio, con cui condivido la definizione del con­cetto di intelligenza legato, per gli organismi viventi, alla vita, quindi c’è un’intelligenza dei gatti, dei cani, delle spighe di grano... ci sono molte forme di intelligenza legate alla vita - a un tipo di percorso che si schiu­de all’interno degli ecosistemi e dei sistemi sociali che li caratterizzano.

Poi c’è un altro tipo di produzione, che è quella di macchine che cer­cano di costruire, sulla base di algoritmi molto precisi e molto razional­mente definiti, delle soluzioni probabili a dei problemi; cioè delle solu­zioni probabili a delle complessità. È il territorio dell’intelligenza artifi­ciale, che utilizza una serie di strumenti statistici, probabilistici, seman­tici per individuare, all’interno di un bacino di dati, connessioni, corri­spondenze, relazioni. Sicuramente sono strumenti molto interessanti e molto utili, ma sono strumenti tecnici e io sono di formazione marxista, quindi non ho mai confuso la tecnica con il sociale: la tecnica è lo stru­mentale, e lo strumentale funziona in modo diverso dalla vita. Se pren­do un aggregato di strumenti, per quanto complesso - una macchina - ho un insieme di funzioni che posso staccare una dall’altra: mi si rompe un freno, lo sostituisco, c’è una variabile che non funziona, la cambio.

C’è insomma tutta una serie di questioni che riguardano gli ingegneri, i matematici, i linguisti... un gruppo di figure professionali che mette in­sieme dei dispositivi che possono risolvere determinati problemi, ri­spondere a certe domande. Naturalmente, se a quel tipo di strumenti viene data una massa di dati, quegli strumenti lavoreranno su quella massa di dati; se ne viene data un’altra, produrranno risposte diverse. È ciò che fanno le aziende che producono l’intelligenza artificiale, ed è la ragione per cui dietro ci sono più tecniche, più tecnologie, più speri­mentazioni ma anche più orientamenti politici. Queste imprese sono imprese capitalistiche, e non sono interessate alle macchine in sé ma in quanto prodotti di mercato che possono essere utilizzati in molti campi. E allora cominciamo a vedere che quando parliamo di intelligenze artifi­ciali, abbiamo anche qui una varietà, ma non è di miliardi di esemplari come nel caso degli umani: nel mondo occidentale, ci sono appena una decina di esemplari aziendali significativi con altrettanti orientamenti. Sintetizzando, se vado dietro queste aziende trovo dei partiti politici e degli Stati, finanziamenti di un certo tipo: dietro Microsoft trovo Biden, Kamala Harris e Partito Democratico, dietro xAI di Elon Musk trovo Trump e Paypal, ecc. Ogni orientamento ha le sue regole e le sue cen­sure, da qui diverse risposte. È talmente evidente che, per esempio, a una certa serie di domande politiche, questi strumenti di intelligenza artificiale si astengono dal rispondere, perché la regola che è stata inse­rita prevede di non toccare quel tema: “Non sono stato ancora adde­strato a rispondere a questa domanda”, rispondono.

Dal punto di vista sociale, dunque, abbiamo due forme di intelligen­ze che si misurano nel mondo. Dobbiamo poi fare un passo ulteriore, per distinguere le due forme di immaginari. Perché l’immaginario è quello che ci consente di passare dall’istituito all’istituente. Molte intel­ligenze umane provano infatti un moto di insofferenza per l’istituito, che le porta a interrogarsi e a farsi la domanda: come posso cambiare questo di stato di cose? Una domanda che si pongono anche i lavorato­ri delle aziende che producono la IA, tant’è che ho dedicato un capitolo del libro ad approfondire cosa pensano dell’intelligenza artificiale i tec­nici delle imprese che producono l’intelligenza artificiale, perché è un punto estremamente interessante. Negli Stati Uniti ci sono grandi orga­nizzazioni molto coraggiose, come quella che organizza i tecnici dell’in­telligenza artificiale di OpenAI e di Google e di Amazon, che ha deciso di pubblicare un manifesto firmato da un migliaio ingegneri che ci hanno messo nome e cognome, ruolo e azienda in cui lavorano, e dichiarano di non volere adattare un particolare dispositivo di riconoscimento fac­ciale ai droni che vengono utilizzati in guerra. “Voglio fare il mio lavoro di ingegnere, matematico ecc. non per azioni di guerra”, dicono. Conte­stano le aziende e pagano dei prezzi che qui ce li sogniamo. Qui nessu­no è più disposto a rischiare. Io non ho visto coraggio nelle lotte nel mercato italiano o europeo di questi ultimi anni, lo vedo nella società americana, dove ci sono gruppi di ingegneri che vengano licenziati da Google, per esempio: 150 ingegneri licenziati, pochi mesi fa, perché hanno fatto un sit-in contro l’utilizzo di una tecnologia a cui lavoravano e venduta a Israele; sono qui per fare l’ingegnere, hanno detto, non per fare il macellaio.

Dobbiamo cominciare a mettere i puntini sulle i perché il problema non è essere contro la tecnologia. Il problema è quale tecnologia; non è essere contro l’intelligenza artificiale - sono strumenti che possono es­sere utilissimi - ma quale intelligenza artificiale. È la ragione per cui, nel libro, dedico tre capitoli distinti a tre tipi di intelligenza artificiale.

Uno è quello di cui normalmente parliamo, ossia l’intelligenza artifi­ciale generativa, ChatGPT per esempio. Queste strutture sono giocatto­li, la cui linea di definizione è Wikipedia: costruiamo una specie di enci­clopedia a cui si può attingere con risposte semplificate o graduate a vari livelli - un livello per studenti, uno per quadri intermedi, uno per professori... - e man mano che specializzo la risposta, rendendola più complessa, aumento il costo del servizio. ChatGPT è stato fatto entrare gratuitamente ma adesso OpenAI inizia a graduare il costo, dopodiché 20 euro l’anno, per esempio, diventeranno 40 e ChatGPT sarà un pro­dotto commerciale. Ci tengo a precisare che a Roma ho fatto un cantie­re con i tecnici informatici delle dieci più grosse aziende che lavorano in quella città, quindi ho confrontato la mia analisi non solo con la lettera­tura sull’argomento ma anche con chi lavora e con chi addestra le mac­chine dell’intelligenza artificiale.

C’è poi un settore un po’ più di nicchia, molto complesso ma molto pericoloso e interessante, che è quello che segue soprattutto Elon Musk ed è l’intelligenza artificiale intrusiva. Vale a dire quell’intelligen­za artificiale che non si propone di lavorare sull’immaginario ma sulle reti neurali, ossia direttamente sul cervello o sul corpo - perché il cer­vello non esiste senza il resto del corpo. È un territorio molto ambiguo perché presenta due aspetti. Da un punto di vista medico-sanitario è estremamente utile e interessante per la nostra specie, per esempio per le persone che hanno particolari malformazioni per cui le attività cerebrali non sono più in grado di comunicare con le attività muscolari. Tuttavia, ed è il secondo aspetto, questa intelligenza artificiale intrusiva che può collegare tramite un’interfaccia digitale le reti neurali e i siste­mi muscolari, può anche funzionare in senso opposto. Come dire che potrebbe essere utilizzata per indurre un’intenzione nel sistema cere­brale di una persona. Negli Stati Uniti è infatti nata un’organizzazione di ricercatori che lavorano sull’intelligenza artificiale intrusiva che richia­ma l’attenzione sul fatto che questa tecnologia può essere utilizzata an­che sul piano militare, per gestire umani bypassando le loro funzioni ce­rebrali. Questo problema non riguarda però solo gli Stati Uniti. In Italia, un gruppo di ricercatori di Trento che lavora su questi progetti, in una struttura molto elitaria, ha sottoscritto un manifesto e deciso di licen­ziarsi, perché nella loro battaglia culturale non sono riusciti a imporre un punto di vista cautelativo; chi gestiva i fondi della ricerca voleva an­dare in un’altra direzione. In tutta evidenza, qui come negli stati Uniti siamo dentro un quadro di lotte politiche che hanno una caratteristica nuova: non sono legate al reddito - queste persone guadagnano anche abbastanza bene - bensì ai contenuti di quel che sta succedendo nella ricerca su questi terreni.

C’è infine il territorio oggi dominante dell’intelligenza artificiale, che è quello che chiamo ‘intelligenza artificiale letale’, cioè l’intelligenza ar­tificiale utilizzata per uccidere centinaia di migliaia di persone. È quella attualmente usata da Israele, e che viene oltretutto sbandierata in modo propagandistico come la ‘nuova guerra’ che diventerebbe capace di selezionare gli obiettivi. Nel libro cito tre tecnologie utilizzate negli ultimi tempi da Israele. Lavender è sostanzialmente costruita intorno alla raccolta di informazioni sulla popolazione palestinese, dati che ven­gono poi aggregati per etichette e per gradi di pericolosità sociale, as­sociando un punteggio a secondo della ritenuta pericolosità di un sog­getto - un militante di Hamas, per esempio. Questa classificazione, af­fermano gli operatori militari dell’esercito israeliano, è ciò che regola in modo chirurgico i bombardamenti. È stata infatti approvata una legge, nello Stato di Israele, che ammette l’uccisione di civili nel momento in cui vengono applicati criteri proporzionali per l’uccisione di un ‘nemico dello Stato di Israele’; quei civili divengono ‘danni collaterali’. Le fonti di queste informazioni - per essere chiari - sono due strutture di cittadini israeliani, persone che hanno lavorato nell’esercito e ora sono contro la guerra, e corrono grandi rischi per il lavoro di informazione estrema­mente precisa che portano avanti. Questo aspetto della ‘proporzionali­tà’ - strettamente collegato all’intelligenza artificiale - è molto impor­tante, perché il governo di Israele vuole poter affermare di applicare le leggi dello Stato di Israele: non uccidiamo alcun cittadino in più di quelli strettamente necessari, dicono. È importante anche fare un’analisi se­mantica delle parole: ‘collaterale’ vuol dire che non ha alcun valore. Il governo di Israele afferma, sostanzialmente, che ci sono dei cittadini che sono non-persone, per usare una terminologia di Alessandro Dal Lago; i danni collaterali sono non-persone. Di conseguenza si possono anche uccidere 40.000 persone considerandole non-persone. Le parole lavorano sull’immaginario, e quelle che non vengono usate sono: il go­verno di Israele sta bombardando palazzi interi, sta uccidendo migliaia di persone, ma non è importante.

L’intelligenza artificiale letale lavora quindi su più piani: la raccolta delle informazioni, la loro sistematizzazione e l’organizzazione delle macchine per colpire i bersagli, autorizzando a distruggere sia umani, che ambienti, che territori. Un aspetto sul quale vi invito a riflettere, perché oltre alle case e agli umani ci sono anche gli animali e i territori, che restano inquinati per decenni o addirittura per secoli. C’è un pro­blema che riguarderà le generazioni future, non solo gli industriali che andranno lì a ricostruire se vince una parte piuttosto che l’altra - que­sta vergognosa corsa che vediamo da parte di Confindustria e delle as­sociazioni padronali, che andranno a fare soldi sulle guerre come altri li fanno producendo le armi. L’intelligenza artificiale letale mi sembra quindi qualcosa da distinguere nettamente e da porre al centro di un’attenzione pubblica che deve essere focalizzata anche sulle parole che vengono utilizzate.

Voglio fare ancora un esempio: l’attacco ai cerca-persone in Libano. I cerca-persone sono tecnologie che esistono da decenni, peraltro uti­lissime in ambito medico. Sono tecnologie semplicissime, di comunica­zione, che mettono in relazione una persona con un’altra. Chiaramente se intercetto quella rete, come ha fatto Israele probabilmente per mol­to tempo, posso costruire una mappa delle relazioni delle persone: quindi le tecnologie di pace possono essere utilizzate anche in chiave militare - è la ragione per cui, anche in Italia, in molte università ci sono ricercatori, docenti e studenti che si battono contro queste tecnologie definite ‘duali’. Voglio però portare la vostra attenzione sul fatto che questo non è un passaggio tecnico o tecnologico, ma un passaggio che chiama in causa le istituzioni. C’è una istituzionalizzazione di una tecno­logia che consente di fare quella modifica tecnica. È la ragione per cui un’azienda può produrre i cerca-persone nella più assoluta tranquillità, perché produce uno strumento utile, e un’altra istituzione può prende­re quella tecnologia, modificarla introducendo un granello di esplosivo ad alto potenziale e mantenere da remoto il collegamento con quello strumento. Ci sono state centinaia e centinaia di persone in Libano, non sappiamo ancora quante, che hanno perso gli occhi, i genitali, che han­no avuto complicazioni gravissime, e che non c’entrano assolutamente nulla con l’idea di guerra.

Per farla breve, siamo dunque di fronte a un’epoca nella quale l’in­telligenza artificiale si ramifica nelle nostre vite, vi entra profondamen­te, e nei prossimi tempi entrerà a un livello che non sarà più solamente quello pacifico delle intelligenze artificiali generative, ma sarà sempre più quello bellico. Perché l’Italia è un Paese sovraimplicato (1), fa parte della NATO ed è dentro l’Occidente, e ha la stessa responsabilità dello Stato di Israele perché non ha preso, di fatto, alcuna distanza da questa situazione.

In questo sviluppo di dinamiche, il passaggio che vi invito a guardare con estrema attenzione è quello che avverrà con questi nuovi dispositi­vi di intelligenza artificiale generativa che OpenAI sta lanciando, in par­te attraverso anche una connessione con Apple e quindi potranno fun­zionare sia sui dispositivi Microsoft che sugli iPhone. È un’intelligenza artificiale che passerà dalla dimensione generale - quella di ChatGPT - alla dimensione personale, attraverso quella tecnologia che viene chia­mata ‘assistente personale’. Ogni dispositivo disporrà quindi di un pro­prio spazio che aggrega tutte le informazioni esistenti su internet relati­ve a quella persona, dalle informazioni pubbliche più generali alle infor­mazioni più private, poi le chat e tutte le informazioni che passano da quel dispositivo; quell’assistente sarà la tecnologia a cui ti potrai rivol­gere per avere risposte personalizzate ai problemi che poni, e questo si­gnifica che la nostra compagine sociale verrà ulteriormente disgregata: non più in gruppi che si scannano virtualmente su Facebook, ma una manipolazione dell’immaginario che agirà sulle singole persone. Diven­teremo dunque molto più soggetti alle influenze da remoto e credo che ormai, dopo diversi anni di riflessione su questi aspetti, nessuno ritenga più che esse siano veramente democratiche.

Personalmente, per quanto mi sforzi di comprendere il significato della parola ‘democrazia’, credo che di democrazia in questo Paese non ce ne sia, men che meno nell’Occidente che considera Israele un Paese democratico e lo difende; per quanto veramente mi sforzi, non riesco a pensare che il concetto di democrazia sociale corrisponda a questo con­cetto politico di democrazia. È anche questo il senso del mio lavoro, che è un lavoro di ricerca su dinamiche che possono apparire tecniche, o molto legate allo sviluppo della tecnica, ma che invece considero politi­che; perché sono legate alle dinamiche con le quali oggi ci dobbiamo realmente confrontare, e per le quali non disponiamo di un immagina­rio istituente, di una cultura adeguata, che consenta di difenderci e di capire quali siano i percorsi di cambiamento più ragionevoli se vogliamo sopravvivere come specie.

Note:

1 Cfr. Renato Curcio, Sovraimplicazioni: capitalismo cibernetico, intelligenza artificiale, Gaza, resistenza, Paginauno n. 88, luglio 2024


da qui

martedì 4 giugno 2024

Repressione instancabile

aggiornamenti da www.osservatoriorepressione.info

Nicoletta ai domiciliari – Lunedì 3 giugno, ore 18:30, presidio davanti a casa

Nicoletta da oggi è nuovamente agli arresti domiciliari. Il provvedimento è stato emesso dalla giudice Elena Massucco in seguito alla condanna definitiva per evasione di 1 anno e 9 mesi.

Nel 2016 Nicoletta era stata prima costretta all’obbligo di dimora e poi con un aggravamento della misura alla detenzione domiciliare per i fatti del 28 giugno 2015 quando la marcia notav ruppe i divieti e fece cadere reti e barriere con l’orgoglio!

Nicoletta, ritenendo la misura ingiusta, aveva deciso di violarla ripetutamente, facendo apparizioni pubbliche e sortite in giro per la valle ed in tutta Italia ritornando poi a casa a Bussoleno. Un atto di potresta dimostrativo che aveva assunto toni faceti con le sagome ad altezza naturale di Nicoletta che apparivano in giro per le piazze d’Italia dando seguito alla campagna “Io sto con chi resiste”.

L’iniziativa di Nicoletta aveva creato un cortocircuito nelle aule del tribunale di Torino: il giudice sconfessando la linea della magistratura (che richiese un aggravamento della misura) aveva affermato che il comportamento di Nicoletta era “innocuo” perché messo in atto non per sottrarsi alla giustizia, ma per “sfidarla” parlando di “non tipicità delle descritte condotte della DOSIO”. Il giudice aveva dunque deciso allora oltretutto per la revoca degli arresti domiciliari. In sostanza non si trattava di evasione, ma di una forma di protesta.

 

Mentre alcuni politicanti ritengono che le misure cautelari ai loro colleghi accusati di corruzione siano un’onta, i No Tav subiscono da decenni un utilizzo delle misure cautelari sproporzionato rispetto ai reati contestati, con processi in cui a volte le pene comminate sono inferiori al tempo trascorso sotto misura, se non in complete assoluzioni. La posizione di Nicoletta nel processo rispetto ai fatti di quel 28 giugno 2015, ormai già passato dalla Cassazione, fu ritenuta lievissima. Una posizione che non avrebbe mai giustificato quel tipo di misure e che a posteriori dimostra ancora una volta come la protesta di Nicoletta fosse pienamente legittima.

Oggi a 8 anni dai fatti Nicoletta all’età di 78 anni si trova costretta nuovamente ai domiciliari in quello che è un continuo accanimento atto ad intimidire chi lotta e si oppone alla devastazione della propria terra.

Facciamo sentire la nostra vicinanza a Nicoletta con un presidio davanti a casa sua e di Silvano per Lunedì 3 giugno alle 18:30. Si parte e si torna insieme

da qui

 

Bologna: contro galere e cpr, Jonathan libero, tuttx liberx

Negli scorsi giorni, in San Donato, è avvenuto un fatto gravissimo, l’ennesimo atto di repressione e abuso da parte della polizia e degli apparati di potere: forme di violenza in divisa che negli ultimi mesi si stanno moltiplicando nel quartiere.

A dicembre ci manganellavano davanti alla sede della RAI, proprio sotto i palazzi della Regione Emilia-Romagna, mentre si protestava contro la complicità dello stato e dei mezzi di comunicazione governativi con il genocidio in corso a Gaza. Ad aprile invece provavano a sgomberare il presidio resistente del parco Don Bosco: quel giorno siamo riusciti ad allontanare le divise, ma al prezzo di decine e decine di feritx, 7 alberi del parco e un arresto violentissimo due giorni più tardi, proprio dentro al parco, che oltretutto ha visto l’utilizzo di taser, per la prima volta usato in Italia contro qualcunx del movimento.

Oggi invece hanno deciso di colpire Jonny, un ragazzo che è cresciuto in San Donato, dove vive, e che ha attraversato il quartiere fin da bambino. Lì si trova la sua famiglia, lx amicx, la casa.

Dopo essere stato fermato in via Andreini per un controllo di routine, Jonny è stato portato con l’inganno in questura per “accertamenti”. Qui è stato trattenuto due giorni in una cella senza cibo e acqua, fino a sabato, giorno in cui è stato trasferito in fretta e furia nel CPR di Via Corelli a Milano in attesa della decisione sul suo espatrio, udienza prevista per martedì 28. Un ragazzo che ha costruito a Bologna tutta la sua vita, i suoi affetti e i suoi ricordi, è stato preso a forza dai Carabinieri e dal mattino alla sera rischia di essere espatriato a Cuba,senza possibilità di vedere la sua famiglia, lx sux amicx, anche solo prendere i suoi oggetti personali.

Tutto questo in vista delle elezioni europee dove il governo Meloni vuole portare la sua politica razzista, omofoba e militarista in un’Europa che sembra sentirsi sempre più vicina a questi ideali.

Ribadiamo che un pezzo di carta non può determinare le nostre vite, che è inaccettabile che per mancanza di quest’ultimo la vita di un ragazzo possa essere stravolta per la decisione arbitraria di uno stato che determina come e dove dobbiamo esistere. Se questo è quanto, allora Noi non riconosciamo questo stato.

Al fianco di un amico che ha attraversato e che vuole continuare ad attraversare le strade del suo quartiere.

Fuoco a Frontiere e CPR.

Tuttx Liberx.⁩

da qui

 

L’assordante silenzio sulla vicenda repressiva contro Luigi Spera

Luigi Spera, vigile del fuoco, istruttore sportivo, in prima fila nelle esperienze di solidarietà dal basso nei quartieri popolari del centro storico di Palermo, arrestato insieme ad altr* due compagn* con l’accusa di atto terroristico per un lancio di fumogeni alla sede di Leonardo SPA a Palermo. In queste settimane il Tribunale di Palermo ha respinto il riesame delle misure disposte per i tre attivisti confermando, quindi, i caratteri della persecuzione e della esplicita punizione preventiva contro chiunque osi criticare l’operato del complesso militare/industriale italiano e l’insieme delle produzioni di morte

di Michele Franco da Contropiano

Stiamo registrando in queste ultime settimane – attraverso il configurarsi di vari episodi e il palesarsi di dispositivi normativi sempre più autoritari – un accentuazione dei caratteri repressivi dell’azione del governo, delle Procure, degli uffici investigativi contro qualsiasi forma di mobilitazione e di dissenso politico e sociale.

Studenti in lotta, solidali con la Resistenza Palestinese e attivisti dei sindacati conflittuali sono tra i target preferiti contro cui si scagliano denunce penali, sanzioni amministrative e condanne “esemplari” se rapportate ai fatti in oggetto. Lo stesso “esercizio democratico” (dai cortei nel centro delle città all’agibilità culturale e sociale delle Università) è sottoposto ad uno stringente controllo tendente a circoscrivere i “luoghi della protesta” in una sorta di “recinti predeterminati e spasmodicamente iper/controllati”.

Siamo arrivati al punto che – persino – “autorevoli esponenti di testate giornalistiche prestigiose” (dalla Stampa a Repubblica) si lamentano del “clima d’ordine” esistente anche se poi si dimenticano volutamente che – parimenti – lo stesso comportamento dispotico era interpretato dai loro sponsor politici oggi, temporaneamente, “all’opposizione”.

Insomma non è un clima facile per quanti – quotidianamente – nei posti di lavoro, nei territori e nell’intera società resistono alle politiche governative e padronali, per quanti si battono per il diritto allo studio, per la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, per quanti si oppongono allo stupro ambientale dei territori e per gli attivisti del movimento contro la guerra e per la solidarietà con i popoli aggrediti dall’imperialismo e dalle nuove forme del colonialismo euro/atlantico.

C’è l’esigenza – forte – di una mobilitazione contro l’insieme dei tentativi di criminalizzazione delle lotte sociali e c’è la necessità di rilanciare le “ragioni sociali” che alimentano queste proteste contrastando ogni mistificante azione di opacizzazione e distorsione dei loro contenuti programmatici.

E’ tempo – quindi – di una azione di controinformazione culturale e politica a tutto campo e di uno schieramento articolato che sia in grado, non solo di porre un deciso Stop a tale campagna di intimidazione e di palese restringimento della libertà di lotta e di organizzazione ma – soprattutto – di impedire che in un artificioso contesto di silenzio e di disorientamento siano colpiti materialmente molti soggetti di queste mobilitazioni e vertenze verso i quali – invece – andrebbe assicurato un sostegno deciso ed un necessario quanto esponenziale allargamento delle simpatie e del consenso sociale.

In tale contesto di Repressione voglio richiamare l’attenzione su una vicenda umana e politica, quella del compagno di Palermo, Luigi Spera la quale, fuori dalla Sicilia, è sostanzialmente sconosciuta

Luigi, quarantadue anni, Vigile del Fuoco, iscritto all’Unione Sindacale di Base è detenuto, da molti mesi, prima in regime di isolamento carcerario a Palermo e poi nel Carcere Speciale di Alessandria (ossia dall’altra parte del paese rispetto al suo luogo di residenza) con la pesante accusa di “terrorismo”.

I fatti di cui è accusato Luigi sono risibili.

Lo scorso 26 novembre 2022 la sede della multinazionale LEONARDO Spa (azienda a “partecipazione statale” italiana che produce vari sistemi d’armi in uso nei principali scenari bellici, tra cui il Medio Oriente) fu oggetto di una contestazione pubblica, a seguito di una ennesima strage in Kurdistan, durante la quale alcune fumogeni/fiacccole incendiarie – quelle che di solito vengono usate per colorare i cortei oppure allo stadio ed in altri momenti ludici – furono lanciati oltre il cancello che delimita la sede di Palermo di questa società.

Per la stampa locale, per l’Azienda e per la Procura della Repubblica quei gesti simbolici (i quali non procurarono nessun danno materiale a persone o a cose) furono trasformati in “atti di terrorismo” e di “allarme democratico”.

Luigi ed altri due compagni furono arrestati nonostante l’assenza di prove concrete o di qualsivoglia flagranza del reato. Da allora è iniziata una lunga e pesante persecuzione fisica e materiale attraverso la carcerazione, il prolungato regime di isolamento a Palermo, il trasferimento punitivo ad Alessandria e il “marchio”di “pericolosità sociale” impresso sulla vita di Luigi e degli altri compagni.

In queste settimane il Tribunale di Palermo ha respinto il riesame delle misure disposte per i tre attivisti confermando, quindi, i caratteri della persecuzione e della esplicita punizione preventiva contro chiunque osi criticare l’operato del complesso militare/industriale italiano e l’insieme delle produzioni di morte.

Attorno alla vicenda del compagno Luigi Spera e delle attiviste e degli attivisti del Collettivo ANTUDO occorre riaccendere l’attenzione per strappare dalle mani di una assurda quanto feroce repressione i compagni palermitani.

Luigi non è un “oscuro quanto maldestro terrorista” ma è un vigile del fuoco, istruttore sportivo, in prima fila nelle esperienze di solidarietà dal basso nei quartieri popolari del centro storico di Palermo. Esperienze sociali ed aggregative come la Palestra Popolare Palermo a cui fanno riferimento atleti pluripremiati, o l’Ambulatorio Popolare Centro Storico, che da anni è un presidio sanitario autorganizzato che permette a tutte e tutti di accedere a cure gratuite, oltre alla militanza sindacale nell’USB, sono i luoghi dove ha sviluppato la propria azione politica nella città siciliana.

Riportiamo Luigi nei suoi e nei nostri luoghi!

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Emergenza infinita processo a Curcio Moretti 50 anni dopo

La procura della Repubblica di Torino chiede di processare Renato Curcio, Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso in relazione alla sparatoria alla Cascina Spiotta nell’Alessandrino dove il 5 giugno del 1975 fu uccisa anche Margherita Cagol. Udienza preliminare il 26 settembre

di Frank Cimini da giustiziami

L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 24 settembre.La procura della Repubblica di Torino chiede di processare Renato Curcio, Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso in relazione alla sparatoria alla Cascina Spiotta nell’Alessandrino dove il 5 giugno del 1975 fu uccisa anche Margherita Cagol. La procura utilizza intercettazioni eseguite prima che l’indagine venisse formalmente riaperta dopo il proscioglimento di Azzolini senza che si potesse leggere e riesaminare il vecchio fascicolo perché scomparso causa alluvione.

È la classica storia da emergenza infinita, una “malattia” dei magistrati che ne hanno fatto una ragione di vita e di conseguenza di morte per gli altri.

Margherita Cagol venne colpita dal fuoco degli operanti nel corso del blitz che portò alla liberazione dell’imprenditore Vallarino Gancia. La donna sul prato antistante la cascina era ormai disarmata. Ma nocn è dato satpere negli atti depositati e relativi alle indagini condotte dalla procura di Alessandria se vi fu o meno una formale imputazione a carico dei militari per la morte di Margherita che fin da subito venne fatta sbrigativamente passare come giustificata dal conflitto a fuoco. L’ex carabiniere Giovanni Villani arrivato sul luogo a sparatoria avvenuta sentito l’anno scorso nell’ambito della nuova inchiesta disse che la versione ufficiale non lo aveva mai del tutto convinto.

Anche Renato Curcio interrogato come indagato si rivolse ai pm affermando di aspettarsi indagini sulla morte della moglie. I magistrati risposero che si stavano attivando in quella direzione. Parole al vento evidentemente.

L’avvocato Davide Steccanella difensore di Azzolini nelle sue contro deduzioni inviate al gup che dovrà decidere sul rinvio a giudizio afferma che la lettura delle carte dell’accusa “lascia piuttosto perplessi”.

Curcio e Moretti fa notare la difesa sono chiamati in causa per il ruolo di dirigenti delle Brigate Rosse ricoperto all’epoca, un fatto storico è noto da almeno 40 anni e sulla base di un documento reperito ancora nel 1975 e pacificamente realizzato dopo il fatto di Cascina Spiotta. Zuffada è accusato per un concorso che dovrebbe essere ritenuto anomalo e pertanto prescritto. Azzolini è imputato di aver partecipato alla sparatoria ma dagli atti non emerge prova. Fu già processato e prosciolto per il medesimo fatto nel 1987. Poi c’è stata per due anni e mezzo una indagine segreta nei suoi confronti che ha rivelato, scrive Steccanella, una serie di iniziative assunte dagli inquirenti in aperto contrasto con quanto previsto dal codice di rito.

Con una serie di eccezioni procedurali il difensore chiede la nullità dell’ordinanza di revoca del proscioglimento, la nullità del primo decreto autorizzativo delle indagini per insussistenza dei presupposti di legge e di conseguenza di tutte le proroghe successive. La richiesta di nullità riguarda anche gli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla procura nel settembre 2022 per mancato avviso alla parte interessata dell’inizio lavori. Oltre all’inutilizzabilita’ degli esiti del Ris. Sono inutilizzabili per la difesa tutte le intercettazioni ambientali perché mezzo di ricerca della priva introdotto con il codice del 1989 e non applicabile in un procedimento iniziato con il codice del 1930.

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Maysoon: in carcere da innocente, in sciopero della fame

Non aveva altra scelta. Per bucare il muro del silenzio sul suo grottesco caso giudiziario Maysoon Majidi ha iniziato ieri uno sciopero della fame. È rinchiusa nel carcere Rosetta Sisca di Castrovillari da sei mesi. Una protesta eclatante quanto disperata. Sia per professare la propria innocenza rispetto alle tesi accusatorie dei pm di Crotone, sia per chiedere che venga fissata con urgenza l’udienza al tribunale del Riesame di Catanzaro per l’appello contro il rigetto della richiesta dei domiciliari. Attrice e regista curdo-iraniana di 28 anni, attivista per i diritti delle donne in Iran, Majidi è fuggita dal suo paese perché perseguitata dagli ayatollah.

Da lunedì 27 maggio Maysoon Majidi, l’attivista curda arrestata a Crotone perché considerata una scafista, inizierà lo sciopero della fame nel carcere di Castrovillari dove è detenuta dal 31 dicembre 2023. Si tratta di una estrema protesta nei confronti della magistratura crotonese che continua a non credere alla sua storia in una vicenda giudiziaria piena di ombre.

Maysoon,  attrice e regista curda iraniana di 27 anni, attivista per i diritti delle donne in Iran, è fuggita dal suo Paese perché perseguitata dal regime ultraconservatore degli ayatollah. Più volte, è scesa in piazza anche dopo il brutale omicidio di Mahsa Amini e temeva di finire in carcere.
In Iran le donne curde subiscono una doppia oppressione, in quanto curde e in quanto donne. Sono perseguitate dall’autorità morale iraniana e non di rado vengono uccise. Per questo, dopo essere passata da un campo profughi in Iraq era scappata in Turchia temendo di essere estradata in Iran. A dicembre è partita imbarcandosi da Izmir ed arrivando in Calabria alla vigilia di Capodanno dove è stata arrestata per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

La giovane regista ed attrice curda ha sempre rigettato le accuse mosse sulla base di solo due testimonianze dei 77 migranti che erano a bordo dell’imbarcazione approdata a Gabella il 31 dicembre 2023. Maysoon, secondo quello che si legge nelle sit dei due testimoni sarebbe stata definita aiutante del capitano perché portava l’acqua agli altri migranti. Testimonianze sulle quali ci sono molti punti da chiarire perché successivamente i testimoni avrebbero sostenuto di non aver mai accusato Maysoon. Esistono dubbi sulla traduzione dell’interrogatorio che è stata eseguita da un afgano, mentre i testimoni sono un iraniano ed un iracheno e parlano una lingua diversa. Naturalmente non ci sono registrazioni audio o video delle testimonianze raccolte dalla Guardia di finanza.

La vicenda poteva essere chiarita attraverso l’incidente probatorio che, però, è stato fatto quasi cinque mesi dopo i fatti. Nel frattempo i testimoni sono andati via dall’Italia e si trovano in Inghilterra e Germania dove, però, le autorità italiane – nonostante i mezzi a loro disposizione – non li hanno inspiegabilmente trovati. Per questo l’incidente probatorio è stato chiuso con un nulla di fatto e Maysoon è rimasta in carcere. Curiosamente, i testimoni li hanno trovati sia l’avvocato Giancarlo Liberati, difensore di Maysoon che i giornalisti delle Iene che hanno raccolto e registrato le loro dichiarazioni nelle quali smentiscono chiaramente che Maysoon fosse una scafista e lanciano anche accuse su chi li ha interrogati.

Alla donna curda, nonostante l’intervento di diverse associazioni umanitarie come Amnesty, le iniziative di parlamentari italiani ed europei, sono stati negati anche i domiciliari. Maysoon Majidi in questi mesi in carcere ha perso 14 kg. Il 17 maggio Maysoon è stata interrogata dal sostituto procuratore della Repubblica di Crotone, Rosaria Multari, che aveva espresso parere contrario ai domiciliari. In particolare, fa sapere il difensore di Maysoon, l’avvocato Giancarlo Liberati, con lo sciopero della fame Maysoon chiede anche che venga fissata con urgenza l’udienza al Tribunale del Riesame di Catanzaro per l’appello cautelare contro il rigetto dell’istanza con la quale si chiedevano i domiciliari. (da il crotonese)

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Francia: parlamentare sospeso per aver esposto la bandiera della palestina

Il deputato Sébastien Delogu di France insoumise (Lfi),  sventola la bandiera della Palestina nell’Assemblea nazionale. Sospeso per due settimane

Mentre in tutta la Francia imponenti manifestazioni per la Palestina irrompono in ogni citta, in parlamento si surriscaldava l’aria tra gli scranni dei deputati. «Da ormai otto mesi il mondo guarda due milioni di persone vivere nell’Inferno», ha detto Alma Dufour, deputata della France Insoumise, in un appassionato discorso durante una sessione di domande al governo. «Otto mesi, e non avete preso alcuna sanzione contro questi assassini» ha detto chiedendo che la Francia annunci «la sospensione dei legami economici con Israele».

AL TERMINE, un parlamentare insoumis, Sébastien Delogu, si è alzato di scatto brandendo una bandiera palestinese, mentre dai banchi di Lfi i deputati gridavano «genocidio». «È inammissibile!», ha urlato la presidentes macronista della Camera Yaël Braun-Pivet, la stessa che a qualche giorno dagli attacchi del 7 ottobre e dell’inizio dell’offensiva a Gaza aveva affermato che il sostegno della Francia a Israele era «incondizionato». Sospeso per quindici giorni di seduta, sarà privato anche della metà dell’indennità parlamentare per due mesi.

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