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mercoledì 11 giugno 2025

Genocidio in Palestina: le tecniche con cui i media normalizzano l’orrore – Maylyn Lopez

Gaza, 2025. La Striscia è sprofondata in una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche. Secondo i dati più aggiornati delle Nazioni Unite, oltre 50.000 palestinesi hanno perso la vita e circa 115.000 sono rimasti feriti nel massacro che Israele ha messo in scena dal 7 ottobre 2023. 1,9 milioni di persone – praticamente l’intera popolazione di Gaza – risultano sfollate, mentre intere porzioni del territorio sono state rase al suolo. Città come Rafah semplicemente sono state cancellate dalla mappa. 

Mentre le bombe e le privazioni mietono vittime, l’indignazione internazionale resta attenuata, intermittente, quasi anestetizzata. Come è possibile? Quali meccanismi comunicativi e cognitivi permettono al mondo di assistere, perlopiù impassibile, a questa tragedia?

La dissonanza cognitiva è quel malessere psicologico che insorge quando credenze e realtà confliggono. Nel caso della Palestina, chi da un lato crede nei diritti umani universali ma dall’altro supporta o giustifica le azioni militari indiscriminate di Israele, si trova in una tensione interna. Per ridurla, inconsciamente può attuare strategie mentali: ad esempio convincersi che “in fondo Hamas usa i civili come scudi umani, quindi quelle morti non sono colpa nostra”, oppure che “è una guerra al terrorismo, i civili sono vittime inevitabili”. Si sposta l’attenzione dalla sofferenza umana al quadro narrativo che la giustifica. 

Un ruolo rilevante lo gioca anche il bias empatico di gruppo. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che gli esseri umani provano più empatia per chi percepiscono come simile o appartenente al proprio gruppo, mentre l’empatia cala verso l’“altro”, soprattutto se intervengono paure e pregiudizi. In situazioni di conflitto etnico-nazionale, i media e la propaganda enfatizzano le differenze, seminano paura dell’altro (dipinto magari come fanatico, barbaro o terrorista), con l’effetto di ridurre biologicamente la nostra capacità di provare compassione. 

Questo vale in maniera evidente nel caso dell’attacco da parte di Israele contro la Palestina. Nei media occidentali, la sofferenza di questo popolo è filtrata attraverso frame o cornici che riducono o omettono:  si parla di “conflitto”, “operazione militare”, “risposta difensiva”. Raramente si usano parole come “massacro”, “occupazione”, “pulizia etnica”. Il lessico anestetizza l’orrore. Le vittime israeliane vengono descritte come “brutalmente uccise”; i palestinesi, semplicemente, “muoiono”. Le responsabilità svaniscono dietro il passivo verbale: “sono stati trovati morti”.

Dietro l’indifferenza di parte della comunità internazionale verso la tragedia palestinese, agiscono potenti meccanismi psicologici. Judith Butler, filosofa, si chiede provocatoriamente: “Chi è considerato umano? Quali vite contano come vite? Che cosa rende una vita degna di lutto?” . Nel suo saggio Frames of War, Butler sostiene che nei nostri apparati cognitivi e culturali esiste una cornice che decide quali vite siano “piangibili” (grievable) e quali no. Se una vita non rientra nel quadro di ciò che la nostra società considera degno di cordoglio, la sua perdita non ci scuote né ci indigna allo stesso modo. Per risolvere l’incongruenza fra i nostri valori umani dichiarati e l’indifferenza di fatto verso certe vittime, tendiamo ad adattare la percezione – minimizzando la sofferenza altrui, giustificando l’ingiustificabile come “necessario”.

Come aveva brillantemente anticipato Carl von Clausewitz, il fenomeno comunicativo è diventato il vero centro di gravità della guerra: guida la percezione, la modifica e adatta alle necessità di chi ha il potere dell’informazione. Lo conferma anche Bernard Cohen, secondo cui “se un governo perde il controllo sulla narrazione mediatica, può perdere il potere di usare la forza militare”.

Framing mediatico: vittime “degne” o vittime invisibili

Nel suo saggio The Press and Foreign Policy (1963), il politologo Bernard Cohen formulò una massima tuttora illuminante: i media “possono non riuscire sempre a dire alla gente cosa pensare, ma sono sorprendentemente abili nel dire alla gente a cosa pensare”.

Questa funzione di agenda-setting diventa cruciale nei conflitti. Già Edward Said denunciava che ai palestinesi è stata a lungo negata perfino la “permission to narrate”, ovvero il permeso di raccontare la propria storia. La narrazione dominante del conflitto israelo-palestinese nei media occidentali tradizionali è spesso improntata a un frame squilibrato: gli attacchi che colpiscono civili israeliani ricevono una copertura mediatica immediata, dettagliata, personalizzata; al contrario, le sofferenze palestinesi – pur numerose e collettive – tendono a essere raccontate in modo vago, impersonale, talvolta giustificate con il lessico asettico delle “rappresaglie” o dei “danni collaterali”.

Con le più avanzate tecniche nel campo della persuasione di massa, la comunicazione sceglie cosa inquadrare e di mostrare. Come spiega il politologo Robert Entman, “inquadrare significa selezionare alcuni aspetti della realtà percepita e renderli più salienti nel testo comunicativo”. Così, i media possono decidere se mostrare le macerie di un ospedale bombardato a Gaza o piuttosto le immagini del terrore in un kibbutz israeliano; se usare parole come “massacro” oppure “operazione di sicurezza”, stabilendo implicitamente, per esempio, chi merita empatia e chi invece può essere ignorato.

Le neuroscienze e la psicologia cognitiva confermano che le persone sono più inclini ad agire quando vedono e comprendono la sofferenza di un individuo identificabile. È il cosiddetto identifiable victim effect. Le storie personali attivano il sistema limbico, sede delle emozioni. I gruppi anonimi, invece, generano distacco, specialmente quando le immagini vengono oscurate con l’etichetta “contenuto sensibile”.

In questo scenario, i media decidono cosa si può vedere, cosa no. Questa dicotomia alimenta un doppio standard empatico, che crea una gerarchia morale tra le vittime. È su questa base che si costruisce — e si legittima — l’accettazione silenziosa di un genocidio.

I teorici della comunicazione Edward Herman e Noam Chomsky già negli anni ’80 analizzarono questo fenomeno con il concetto di worthy and unworthy victims – vittime degne e indegne. Nel modello di Herman e Chomsky, i media nelle società occidentali tendono a dare ampia visibilità e umanità alle vittime di regimi nemici o di cause “utili” alla propria agenda, mentre minimizzano le vittime di regimi alleati o “amici” .  In questo modo, le vittime degne monopolizzano l’empatia pubblica, diventano “persone come noi”; le “vittime indegne”, al contrario, rimangono numeri senza nome.

Dissonanza cognitiva e bias empatici

La conseguenza è duplice. Da un lato, l’opinione pubblica occidentale è incoraggiata a immedesimarsi nelle paure e nel dolore di una parte (tipicamente, "gli israeliani colpiti da attacchi terroristici"), riconoscendo loro pienamente lo status di vittime umane innocenti. Le vittime dell’altra parte (i palestinesi sotto le bombe, le famiglie decimate a Gaza) vengono, al contrario, spersonalizzate. Questa sproporzione narrativa alimenta un bias empatico: l’empatia collettiva si attiva selettivamente, guidata non tanto dall’entità oggettiva della sofferenza, quanto dal frame mediatico e politico in cui quella sofferenza è presentata. Chi muore “dalla parte sbagliata” rischia di non entrare nemmeno nel cerchio della nostra compassione. 

Questo meccanismo rientra perfettamente nel modello di Manufacturing Consent elaborato da Noam Chomsky ed Edward Herman: l’informazione passa attraverso filtri che la rendono compatibile con gli interessi dominanti. La sofferenza palestinese è oscurata, la sua legittimità negata e per questo motivo le narrazioni alternative vengono screditate o tacciate di antisemitismo.

Un esperimento citato su Psychological Science ha rilevato che basta esporre le persone a immagini spaventose (collegate all’altro gruppo) per sopprimere la risposta empatica quando vedono membri di quel gruppo soffrire. La paura e la propaganda sono molto efficaci: attivano l’amigdala e altre strutture cerebrali legate all’allarme e all’aggressività, disattivando le connessioni empatiche. In altre parole, se siamo bombardati di notizie che dipingono un popolo intero come minaccioso, arretrato o diverso, finiamo col “sentire” meno il dolore di quel popolo. Si instaura quella che alcuni psicologi definiscono “morte dell’empatia” verso l’esterno.

Parallelamente, l’eccesso di immagini di violenza può avere un duplice effetto: mobilitare le coscienze oppure, al contrario, intorpidire i sentimenti. La scrittrice Susan Sontag, in Regarding the Pain of Others, rifletteva su come la visione continua di atrocità in fotografia e video possa servire a “rafforzarsi contro la debolezza, a rendersi più insensibili” . 

 Se ci limitiamo a consumare passivamente immagini rischiamo di costruirci una corazza emotiva per sopravvivere all’orrore, specialmente se percepiamo di non poter fare nulla per cambiarlo. Sontag però aggiungeva che non è la quantità di immagini in sé a desensibilizzarci, bensì la passività con cui le assorbiamo. 

La compassione è un’emozione instabile: senza un’azione, senza una risposta etica, finisce per appassire. Così, l’opinione pubblica– esposta a un flusso costante di violenza in Medio Oriente – rischia di cadere in una sorta di shock del reale: o volta lo sguardo per non soccombere alla sofferenza altrui, oppure la osserva come attraverso un vetro, senza più reagire. In entrambi i casi, la conseguenza è micidiale: l’agonia di un popolo perde la capacità di interpellare le coscienze, diventa rumore di fondo.

La comunicazione mediatica non è solo veicolo di notizie: è uno strumento di potere.  Gli errori cognitivi – come il bias di conferma, omissione e illusione della simmetria – agiscono a livello inconscio e determinano il modo in cui percepiamo la realtà. La dissonanza cognitiva nasce proprio dal conflitto tra i nostri valori dichiarati, per esempio: giustizia, diritti umani, e l’accettazione di pratiche disumane: fame, uccisioni di bambini e vittime inocenti, bombardamenti su scuole. Come scriveva Susan Sontag, nessun “noi” può essere dato per scontato di fronte al dolore degli altri. E come ci insegna l’eredità di Edward Said, ai popoli oppressi va restituito il diritto di raccontarsi: ascoltare le voci palestinesi, le loro storie quotidiane di resilienza oltre che di sofferenza, è il primo passo per restituire loro dignità e per ricalibrare il nostro stesso senso di giustizia. Di fronte alla tragedia palestinese, l’urgenza è duplice: agire per fermare l’ecatombe, e raccontare con verità ciò che sta accadendo. In gioco c’è la nostra stessa umanità.

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martedì 2 aprile 2024

Gott mit uns, per il genocidio


articoli e video di Jeff Halper, Davide Malacaria, Enzo Traverso, Edward Said, Ahmad Ibsais, Stefano Baudino

 

 



“Catastrofe”. Il 70% degli abitanti di Gaza nel nord nella Fase 5 dell’insicurezza alimentare – Davide Malacaria

Non c’è fame a Gaza è uno dei tanti temi base della propaganda israeliana, la Hasbara, come la chiamano, che a volte riecheggia nelle parole e nei comunicati di Washington. Dahlia Scheindlin pubblica su Haaretz: “Dentro l’inquietante negazione della fame a Gaza da parte di Israele”, articolo nel quale dettaglia la catastrofica emergenza alimentare dei palestinesi.

I dati dell’emergenza alimentare

Innanzitutto le valutazioni  dell’ICP (classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare), che “ha rilevato come il 70% degli abitanti di Gaza nel nord (circa 210.000 persone) si trovano ad affrontare la Fase 5 dell’insicurezza alimentare, cioè la catastrofe. Nelle regioni meridionali, dove le tante voci dell’hasbara sostengono con forza che i mercati sono aperti e il cibo è abbondante, il rapporto ha rilevato che i governatorati di Deir al-Balah, Khan Yunis e Rafah sono nella Fase 4 – stato di emergenza. Ma tutta Gaza si trova ad affrontare una grave insicurezza alimentare”.

“L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che il rapporto dell’IPC corrisponde alla sua esperienza diretta nel corso del servizio prestato alle popolazioni di Gaza dall’inizio della guerra. L’ OMS ha affermato che ‘il rapporto dell’IPC conferma ciò che noi, i nostri partner delle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative (ONG) stiamo osservando e denunciando da mesi. Quando le nostre missioni raggiungono gli ospedali, incontriamo operatori sanitari esausti e affamati che ci chiedono cibo e acqua”.

Impressionante anche il recente sondaggio del “Palestinian Center for policy and survey research” condotto da Khalil Shikaki all’inizio di marzo secondo il quale “solo un terzo, se non meno, dei palestinesi di Gaza aveva acqua e cibo disponibili” – la maggioranza ha affermato che potevano accedervi “con grandi difficoltà e rischi”, mentre il 13% ha affermato che non avevano affatto disponibilità di acqua e cibo. Il 27% degli interpellati ha aggiunto che l’assistenza medica non era disponibile. La stessa percentuale ha detto lo stesso riguardo ai servizi igienici; solo il 24% ha dichiarato che ne aveva. Questa è una formula per la morte”.

Così Philippe Lazzarini Commissario generale dell’UNWRA su X: “la settimana scorsa tutti i convogli alimentari dell’UNRWA diretti al nord di Gaza sono stati bloccati”. Negli stessi giorni, gli Stati Uniti bloccavano i finanziamenti all’Unwra fino al 2025. Riprenderanno, sempre se accadrà, quando la popolazione della Striscia sarà sfoltita…

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Edward Said, preludi alla trappola di Gaza – Enzo Traverso

Gli scritti di Edward Said di 20 anni fa sulla Palestina sono quanto mai attuali. Fin da allora Said denunciava l’impraticabilità, dopo il fallimento degli accordi di Oslo, del progetto di due Stati e l’impossibilità, prodotta dalla politica di Israele, di un solo Stato con parità di diritti per tutti. Le sue analisi non sono state ascoltate e l’acritica adesione dell’Occidente alla narrazione sionista ha portato all’attuale situazione senza sbocchi.

(di Enzo Traverso, da il manifesto)

«Gaza è circondata su tre lati da un recinto di filo metallico percorso dalla corrente elettrica; imprigionati come animali, gli abitanti si trovano nell’impossibilità di muoversi, di lavorare, di vendere la verdura e la frutta che coltivano, di andare a scuola. Sono esposti agli attacchi dal cielo degli aerei e degli elicotteri israeliani, e a terra vengono abbattuti come tacchini dai carri armati e dalle mitragliatrici. Affamata e misera, Gaza umanamente è un incubo, fatto […] di migliaia di soldati impegnati nell’umiliazione, nella punizione e nell’intollerabile indebolimento di ogni palestinese, a prescindere dall’età, dal sesso e dallo stato di salute. Le forniture mediche vengono trattenute al confine, sulle ambulanze si spara oppure si fa in modo che perdano tempo. Vengono demolite centinaia di case e terreni agricoli e centinaia di migliaia di alberi vengono distrutti in nome della punizione collettiva sistematica con cui si intendono colpire i civili, in gran parte profughi in seguito alla distruzione della loro società nel 1948».

Queste parole sembrano scritte ieri, ma portano la data dell’agosto 2002. Il loro autore, il teorico della letteratura e critico culturale Edward Said, è morto vent’anni fa. Sono moltissimi, in questi mesi in cui si sta consumando la tragedia di Gaza, a sentire la mancanza della sua voce autorevole, indomita e sempre scomoda alle orecchie del potere. Uscito da poco dal Saggiatore, La Pace possibile. Riflessioni critiche e prospettive sui rapporti israelo-palestinesi (traduzione di Antonietta Torchiana, prefazione di Tony Judt, pp. 348, € 24,00) raccoglie un insieme di testi scritti poco prima della sua scomparsa, ma non ha perduto nulla della sua attualità. A distanza di vent’anni, le sue parole premonitrici risuonano anzi con. più forza. Destinati ai quotidiani arabi Al-Ahram e Al-Hayat, pubblicati al Cairo e Londra, questi articoli analizzano il contesto della seconda Intifada in Palestina, dell’11 settembre e delle guerre che ne sono seguite in Afganistan e in Iraq. Lo sfondo è la crisi degli accordi di Oslo, che avrebbero dovuto portare alla pace ma hanno soltanto preparato il terreno per la distruzione della Palestina oggi sotto i nostri occhi. Said è stato uno dei primi (e dei pochi) a denunciarli come una trappola per i palestinesi e a indicare le conseguenze catastrofiche che ne sarebbero discese.

La diagnosi contenuta in questi testi è lucidissima. Said sottolinea innanzi tutto l’assenza, per non dire l’impossibilità di un dialogo: nel 1948 i palestinesi sono stati «depredati e sradicati», mentre Israele proclama di aver conquistato la sua indipendenza; i palestinesi sono stati privati della loro terra, mentre Israele afferma di essersi riappropriato di una terra che appartiene agli ebrei per decreto biblico; i palestinesi hanno subito decenni di occupazione, privazione di diritti, umiliazione e violenza sistematica, ma Israele ritiene di agire in nome di un popolo di vittime. Tutti i grandi media occidentali hanno aderito senza riserve alla narrazione sionista che sfrontatamente strumentalizza la storia degli uni e ignora o nega quella degli altri. In Europa e negli Stati Uniti, osserva Said, Israele non è mai trattato come uno Stato ma piuttosto come «un’idea, una sorta di talismano» interiorizzato al fine di legittimare i peggiori soprusi in nome di alti princìpi morali. Decenni di occupazione militare, vessazioni e violenza appaiono così come l’autodifesa di uno Stato minacciato e la resistenza palestinese una manifestazione di odio antisemita…

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Questa non è la “guerra di Netanyahu”, è il genocidio di Israele – Ahmad Ibsais (*

La catastrofe a cui stiamo assistendo in Palestina non può essere attribuita ad un solo cattivo leader.

(*) Ahmad Ibsais è uno studente di giurisprudenza palestinese-statunitense di prima generazione. Questo suo lucido intervento, giustamente polemico nei confronti della sinistra del partito democratico statunitense (Sanders, un nome per tutti) che, concentrando le proprie critiche su Netanyahu, di fatto assolve e difende lo stato colonialista, razzista, di apartheid di Israele, e tutte le potenze occidentali che da sempre lo sostengono, ci è stato segnalato dalla compagna Maria Grazia G., ed è comparso qui

Il razzismo, l’estremismo e l’intento genocida che sono in mostra oggi a Gaza e in tutto il territorio palestinese occupato non possono e non devono essere attribuiti solo a Netanyahu.

Non biasimo Benjamin Netanyahu. Non biasimo il primo ministro israeliano per ciò che sta accadendo al mio popolo. Non lo biasimo oggi, quando le bombe israeliane distruggono ogni angolo di Gaza e i bambini muoiono sotto le macerie. Non lo biasimavo nemmeno nel 2013, quando dovevo guardare il massacro del mio popolo a Gaza al telegiornale della sera.

Mia madre non lo ha incolpato quando i cecchini appollaiati sui tetti le hanno sparato mentre cercava di andare al lavoro in Cisgiordania. Neanche mio nonno, che Dio riposi l’anima sua, lo ha incolpato perché è morto senza mai tornare nella terra rubatagli dai coloni negli anni ’80.

Per me, per la mia famiglia, per la mia gente, ciò a cui stiamo assistendo oggi in Palestina non è la “guerra di Netanyahu”. Non è la sua occupazione. Non è che un altro ingranaggio dell’implacabile macchina da guerra che è Israele.

Eppure, se chiedeste ai senatori Bernie Sanders o Elizabeth Warren, i presunti paladini dei diritti dei palestinesi e dell’umanitarismo progressista negli Stati Uniti, tutto ciò che ci è successo negli ultimi 75 anni, e che ci sta accadendo oggi, sarebbe la colpa di un uomo soltanto: Netanyahu.

Sanders chiama con insistenza l’attuale attacco israeliano a Gaza “la guerra di Netanyahu” e chiede che gli Stati Uniti “non diano a Netanyahu un altro centesimo”. Nel frattempo, la Warren denuncia “il fallimento della leadership di Netanyahu” e chiede un cessate il fuoco.

Per questi senatori progressisti, la causa di tutto il dolore e la sofferenza in Palestina è chiara: un primo ministro di estrema destra e aggressivo, determinato a portare avanti un conflitto che lo mantiene al potere.

Certo, Netanyahu è il male. Certo, ha commesso innumerevoli crimini contro i palestinesi e contro l’umanità, nel corso della sua lunga carriera. Certo, continua ad alimentare la carneficina di Gaza oggi, in parte per la sua stessa sopravvivenza politica. E dovrebbe essere ritenuto responsabile di tutto ciò che ha detto e fatto e che ha causato danno e dolore alla mia gente. Ma il razzismo, l’estremismo e l’intento genocida che si manifesta oggi a Gaza e in tutto il territorio palestinese occupato non possono e non devono essere attribuiti solo a Netanyahu.

Far cadere la colpa di palesi violazioni dei diritti umani da parte di Israele, del disprezzo del diritto internazionale e della aperta celebrazione dei crimini di guerra solo su Netanyahu non è altro che un meccanismo di reazione per liberali come Sanders e Warren.

Incolpando Netanyahu per la sofferenza e l’oppressione del popolo palestinese, passato e presente, mantengono viva la menzogna secondo cui Israele è stato costruito su ideali progressisti, piuttosto che sulla pulizia etnica.

Incolpando Netanyahu, nascondono il loro sostegno apparentemente incondizionato a uno Stato che commette palesemente crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Incolpando Netanyahu e descrivendo Israele come uno stato progressista e ben intenzionato che rispetta il diritto umanitario internazionale ma attualmente governato da un cattivo leader, stanno assolvendo se stessi – e gli Stati Uniti in generale – dalla complicità nei numerosi crimini di guerra di Israele.

Naturalmente, Sanders, Warren e tutti gli altri che sostengono questa linea sanno bene che il “conflitto” israelo-palestinese non scomparirebbe magicamente e i palestinesi non otterrebbero immediatamente la liberazione e la giustizia se Netanyahu se ne andasse.

Dopotutto, hanno visto uno scenario simile verificarsi negli Stati Uniti solo pochi anni fa. La gente diceva che se solo Trump fosse stato rimosso dalla Casa Bianca, i problemi che aveva alimentato e provocato sarebbero scomparsi. La democrazia americana sarebbe salva e tutto andrebbe bene.

Ma è successo? Sono passati quasi quattro anni dalla fine movimentata della presidenza Trump, ma possiamo ancora vedere il razzismo dilagante, la disuguaglianza, la violenza armata e la povertà in tutto il Paese.

Questi problemi non sono stati risolti magicamente dopo la presidenza Trump, perché non sono stati creati da Trump. Questi non sono mai stati problemi “di Trump”, ma americani. Inoltre, esiste una possibilità molto concreta che Trump ritorni alla Casa Bianca l’anno prossimo perché milioni di americani sostengono lui e la sua agenda.

Lo stesso vale per Netanyahu e Israele.

L’ipotesi che Netanyahu abbia tradito i fondamenti progressisti e democratici di Israele e abbia causato la “catastrofe umanitaria” a cui stiamo assistendo oggi a Gaza, ignora l’oppressione sistemica che è intrinseca ad Israele come insediamento di coloni.

Sanders e altri possono voler credere al mito sionista secondo cui Israele è un paese essenzialmente progressista con fondamenta socialiste, costruito su una “terra senza popolo” da un popolo senza terra. Ma non possono sfuggire al fatto che la Palestina non è mai stata una “terra senza popolo”. In effetti, la fondazione di Israele ha richiesto l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi indigeni da quella terra, e la sopravvivenza di Israele come “nazione ebraica”, come affermato nella sua Legge sullo Stato nazione, richiede la continua oppressione, privazione dei diritti civili e abusi sui palestinesi.

Oggi milioni di palestinesi continuano a vivere e morire sotto l’occupazione israeliana e, insieme ai cittadini palestinesi di Israele, sono soggetti a quello che viene ampiamente descritto come un sistema di apartheid.

Questa dinamica insostenibile e ingiusta non è una creazione di Netanyahu e del suo governo.

Fin dall’inizio, lo Stato di Israele ha legato la propria sopravvivenza a lungo termine alla pulizia etnica della Palestina, alla completa cancellazione dell’identità palestinese e all’oppressione dei palestinesi rimasti nelle loro terre. L’ex primo ministro israeliano Golda Meir scrisse in un editoriale del Washington Post che “Non esistono i palestinesi” nel 1969, decenni prima dell’inizio del regno di Netanyahu.

Certo, la sinistra israeliana promuove la propria situazione di vita comunitaria basata sull’agricoltura nei “kibbutzim” come un sogno socialista, e molti israeliani sono orgogliosi della “democrazia” del loro paese. Ma tutto questo è vero solo se si ignora l’umanità dei palestinesi che sono stati sottoposti a pulizia etnica dalle loro terre per far posto ai kibbutz socialisti, e che non possono partecipare alla democrazia israeliana nonostante vivano sotto il pieno controllo israeliano in territori illegalmente occupati.

Prima dell’inizio del genocidio a Gaza, gli israeliani hanno protestato in massa per mesi contro quello che consideravano un attacco al sistema legale e alla democrazia del paese da parte di Netanyahu. Eppure non hanno mai protestato in tale numero e con tale forza contro l’occupazione, l’omicidio e la brutalizzazione dei palestinesi da parte del loro stesso Stato e delle forze armate.

A novembre, un mese intero dall’inizio del genocidio, solo l’1,8% degli israeliani ha affermato di ritenere che l’esercito israeliano stesse usando troppa potenza di fuoco a Gaza, e ora, a cinque mesi dall’inizio del genocidio, circa il 40 % degli israeliani afferma di voler vedere una rinascita degli insediamenti ebraici a Gaza.

Sembra che le immagini di migliaia di palestinesi morti e mutilati non significhino molto per gli israeliani. Non si commuovono davanti ai video dei padri che trasportano i resti dei loro figli in sacchetti di plastica, o delle madri che piangono sui corpi insanguinati dei loro bambini assassinati. A loro non importa dei bambini affamati bloccati sotto le macerie, o dei bambini piccoli che vengono avvelenati dal mangime per uccelli che sono costretti a mangiare in una carestia provocata dall’uomo. Non sono semplicemente indifferenti alle sofferenze che i loro militari infliggono agli innocenti: migliaia di loro protestano addirittura ai cancelli di confine per garantire che nessun aiuto raggiunga i palestinesi sull’orlo della fame.

Molti di questi sono gli stessi israeliani che sono scesi in piazza meno di un anno fa per protestare contro il cosiddetto attacco di Netanyahu alla loro democrazia.

Quindi no: ciò a cui stiamo assistendo oggi in Palestina non è la “guerra di Netanyahu” come sostengono con insistenza Sanders e Warren. Questo conflitto, questo genocidio, non è iniziato con l’ascesa al potere di Netanyahu e non finirà con la sua inevitabile caduta in disgrazia.

I coloni iniziarono a rubare le terre, le case e le vite dei palestinesi molto prima che Netanyahu diventasse rilevante nella politica israeliana. I palestinesi sono rinchiusi in prigioni a cielo aperto da molto prima che lui diventasse primo ministro. L’esercito israeliano non ha iniziato ad abusare, molestare, mutilare e uccidere i palestinesi quando Netanyahu è diventato il loro comandante.

Il problema non è Netanyahu o qualsiasi altro politico o generale israeliano.

Il problema è l’occupazione da parte di Israele. Il problema è la colonizzazione di insediamento, la cui stessa sicurezza e vitalità a lungo termine dipendono da un sistema di apartheid e dall’occupazione senza fine, dall’oppressione e dall’uccisione di massa di una popolazione indigena.

Questa non è la guerra di Netanyahu, è il genocidio di Israele.

Analisi lucidissima che si cerca di “contrastare” non con argomentazioni, ma con il Vade Retro dell’ Antisemitismo.

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lunedì 11 marzo 2024

Dal colonialismo sanitario ai barbari epistemici. La nuova Africa è l’Europa? - Domenico Fiormonte

 

Perché scrivo questo libro? Perché condivido l’angoscia di Gramsci: “Il vecchio mondo è morto. Il nuovo è di là da venire ed è in questo chiaro-scuro che sorgono i mostri”. Il mostro fascista, nato dalle viscere della modernità occidentale. Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario.

Houria Bouteldja

1. Colonialismo sanitario. L’Africa e il caso di Ebola

Tra il 2017 e il 2018 Helen Lauer, filosofa della scienza che lavora da trent’anni in Africa e docente all’Università di Dar es Salaam (Tanzania), ha pubblicato una serie di fondamentali ricerche che denunciano gli effetti dell’agenda sanitaria globalista sulla salute pubblica in Africa. In realtà nel cosiddetto Sud Globale si discute da anni di questi problemi, ma poco o nulla trapela all’interno dello sfinito mondo universitario europeo, per non parlare dei media mainstream. Dico subito che si tratta di studi che oggi, a due anni di distanza dalla pandemia COVID, probabilmente nessuna rivista accademica pubblicherebbe. E le ragioni appariranno chiare a breve. Le ricerche condotte da Lauer ci offrono un’efficace rappresentazione del cosiddetto colonialismo sanitario, fenomeno assai diffuso e che, come vedremo nella seconda parte, ha investito in pieno anche l’occidente. Fa da sfondo alla sua analisi il concetto di ingiustizia epistemica, cioè (molto in sintesi) quelle ingiustizie generate da un accesso diseguale ai mezzi di produzione, rappresentazione e diffusione della conoscenza. Cercherò qui di riassumere il contributo che si intitola The Importance of an African Social Epistemology to Improve Public Health and Increase Life Expectancy in Africa.

Sebbene il lavoro sia stato pubblicato nel 2017, i temi che affronta sono attualissimi: modello emergenziale della salute pubblica, globalizzazione e privatizzazione della sanità (“un pianeta, una malattia, una cura”), effetti della ristrutturazione del debito sui servizi pubblici, ruolo ambiguo di ONG, fondazioni e donors vari, neocolonizzazione culturale (la scienza è solo quella fatta e gestita da occidentali), soluzionismo tecnologico (test PCR, vaccini, ecc.), manipolazione dei dati, negazione, svilimento e invisibilizzazione delle scelte sanitarie e delle soluzioni terapeutiche “locali”, ecc.

Obiettivo dichiarato dell’autrice è quello di interrogarsi sulla «legittimità della scienza sottesa alle strategie sanitarie globali» quando queste si applicano alle popolazioni africane. La filosofa afferma che lo stesso approccio estrattivista e neocoloniale può essere osservato in altri campi, come ad esempio nella promozione delle monocolture da parte delle multinazionali dell’agrobusiness sotto etichette come “rivoluzione verde africana” oppure nello sfruttamento delle risorse minerarie ed energetiche da parte delle industrie occidentali (e aggiungiamo noi, oggi anche cinesi e indiane). Tuttavia, nessuna critica, per quanto basata su fatti e informazioni solide e attendibili, è riuscita a scalfire la convinzione occidentale che l’Africa abbia bisogno di «più importazione di farmaci sperimentali a prezzi accessibili e più importazione di vaccini». Com’è noto la creazione di un mercato farmaceutico sostenibile nelle economie più fragili è sin dal 2015 una delle priorità in cima alla lista dei sustainable millennium development goals [obiettivi del millennio per lo sviluppo sostenibile n. d. r.] delle Nazioni Unite.

Il caso di studio affrontato da Lauer è la crisi in Africa del virus Ebola. Descritto sul sito dell’ISS come uno dei virus più aggressivi noti alla scienza, nell’immaginario occidentale un tale flagello non poteva che originare dal continente nero (come altre malattie oggi ovviamente veicolate dagli immigrati, virulenti ricettacoli di patogeni). Dunque, da sempre, per ridurre i rischi (nostri) è sembrato giusto, a OMS e Big Pharma (ma mi sto ripetendo), esercitarsi in questi territori così ricchi di morbi e così poveri di tutto il resto.

Lauer si domanda: come mai a livello globale non viene mai sollevata l’attendibilità e verificabilità dei dati epidemiologici raccolti nei paesi africani? Analizzando i dati sul numero dei casi settimanali di Ebola in Liberia forniti dall’OMS e dal Center for Diseases Control and Immunization degli Stati Uniti nell’ultimo quarto del 2014, la studiosa osserva:

“Ma nemmeno a distanza di tempo il CDC e l’OMS sono disposti a fornire dati su quanti di questi decessi fossero maschi, o di quanti fossero bambini sotto i dodici anni, o di quanti pazienti nelle stesse località e nello stesso periodo fossero morti di malaria o di tubercolosi o di shock diabetico, di polmonite, di gastroenterite o di malattie legate alla malnutrizione”.

Se aggiungiamo che i test sierologici non sono affidabili e che le diagnosi vengono collegate all’eventualità che il paziente sia venuto o meno in contatto con persone provenienti da Liberia, Sierra Leone o Guinea, si può concludere, afferma la ricercatrice, che “il numero di casi di Ebola in Africa Occidentale nel periodo 2014-2015 dipende principalmente da come e dove si inizia a contare.”

Lo scenario non migliora se consideriamo le metodologie diagnostiche (a iniziare da un vecchio conoscente, il test PCR): «potevano passare molti giorni prima che i risultati dei test venissero trasmessi dal laboratorio alle cliniche – ammesso che lo fossero. Ogni volta che un paziente è morto prima che venissero trasmessi i risultati dei test, il decesso è stato registrato come legato all’Ebola». L’autrice enumera una serie di casi di “incertezza diagnostica” (la normalità nelle regioni tropicali), fra cui quelli della Liberia, del Ghana e della Guinea:

“Un’ulteriore fonte di caos e sfiducia in Guinea è stata causata nell’ottobre 2014 da un’epidemia di setticemia acuta fulminante da meningococco, dovuta all’uso errato di fiale surriscaldate in una campagna di vaccinazione per la meningite organizzata dallo statunitense Centre for Diseases Control. Poiché il CDC non ha reso noto l’errore, i violenti sintomi sono stati ricondotti all’Ebola”.

Nell’ottobre 2014, subito prima dell’invio di truppe statunitensi in Liberia, l’OMS stimò che entro la fine del 2014 il numero dei nuovi casi di Ebola avrebbe raggiunto la quota di cinque o diecimila a settimana. Il CDC fece trapelare le sue stime attraverso Associated Press e Reuters indicando che per la metà di gennaio 2015 ci sarebbero stati quasi 1.4 milioni di casi in tutta l’Africa occidentale. Quando l’arbitrarietà e “assurdità” di queste stime divenne evidente, non ci fu nessuna ammissione da parte di queste organizzazioni, con conseguenze potenzialmente devastanti sulla popolazione.

In conclusione, afferma Lauer, «si può presumere che la risposta internazionale a Ebola potrebbe aver causato molte più vittime di quelle che il virus stesso era in grado di infettare». Questo anche perché durante la crisi dichiarata di Ebola centinaia di migliaia di persone furono dissuase dal recarsi negli ospedali o nei centri sanitari: nel 2014, dopo che la Guinea fu dichiarata ad alto rischio Ebola, si stima che non poterono essere curati circa 74.000 casi di malaria.

La ricercatrice americana non esita a denunciare i meccanismi di funzionamento della filiera economica, politica, industriale, mediatica e scientifica che espropriano la salute degli africani. Una volta avviata la narrazione emergenziale nei media (questo è un punto chiave che verrà approfondito dall’autrice in un altro contributo) «i mega trasferimenti di capitale affluiscono rapidamente dalle casse pubbliche dei paesi ricchi ai consorzi delle multinazionali del farmaco; questi conglomerati commerciali miliardari sono quindi in grado di decidere quali prodotti utilizzare per inondare i mercati africani, dimostrandone l’efficacia nel mitigare la malattia e raccogliendo ingenti dividendi annuali nel lungo periodo». Da un lato, dunque, si tratta del classico schema della cosiddetta cooperazione internazionale, una partita di giro dove i finanziamenti ritornano nelle mani dei finanziatori attraverso l’imposizione di proprie tecnologie, risorse, prodotti e costi del personale occidentale; ma dall’altro tale processo consegna a Big Pharma non solo un mercato, ma un immenso (e gratuito) bacino umano di ricerca e sperimentazione.

La penultima sezione dello studio illustra le strategie attraverso cui la macchina sanitaria globale (composta da soggetti oramai in gran parte noti, fra cui un nutrito gruppo di rappresentanze militari di Stati Uniti, Regno Unito e Cina) delegittimi portatori di interessi e conoscenze locali, instaurando quella che l’autrice definisce un’egemonia ermeneutica. I soggetti locali, anche quando si tratta di medici e ricercatori esperti che operano sul proprio territorio, vengono sistematicamente ignorati o estromessi: d’altro canto sono gli stranieri e non gli africani ad avere il ruolo di interpretare i bisogni e le esigenze degli africani – ovviamente non solo nel settore della sanità – giacché sono loro a gestire i programmi di sviluppo. Infine, l’ultima sezione è dedicata a sottolineare l’importanza delle tradizioni scientifico-epistemologie africane e agli ovvi vantaggi di impiegare conoscenze e risorse locali nella comprensione, gestione e soluzione di problemi locali. A questo riguardo sarebbe interessante approfondire alcuni dei nodi teorici lasciati impliciti o solo accennati da Lauer, come per esempio il fatto che una convivenza fra epistemologie (o come molti amano dire oggi cosmovisioni) appare impossibile nel contesto attuale, poiché gran parte dell’epistemologia occidentale moderna è inscindibile dal colonialismo: quindi non si dà episteme senza violenza epistemica. Com’è noto alcune discipline scientifiche chiave, per esempio medicina e antropologia, come notava Foucault, hanno come atto fondativo un certificato di morte: l’una inizia con un cadavere, l’altra con la distruzione delle forme di vita che analizza. Ma questa intrinseca violenza inter-epistemologica, va sottolineato, storicamente non è una caratteristica soltanto dell’occidente bianco e cristiano.

Interrompo qui questa mia sommaria recensione dell’articolo di Helen Lauer: già da questo florilegio, tuttavia, è impossibile evitare la fortissima sensazione di dejà vu. Ciò che racconta la filosofa americana sembra il trailer, anzi il teaser di un film che nel 2017 era ancora in preparazione: come è noto abbiamo dovuto attendere il 2020 per vedere sugli schermi il kolossal completo.

 

2. La violenza coloniale ingloba i propri confini. Unione dei barbari epistemici?

Mentre scrivo stiamo assistendo alla disintegrazione di ciò che rimaneva dell’impero coloniale francese nell’Africa occidentale. Il Sud Africa denuncia Israele per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, guidando la protesta di molti paesi del Sud Globale contro la politica occidentale in Medio Oriente, mentre la Nigeria, una delle economie più importanti del continente, chiede di entrare nei BRICS e di vendere il proprio petrolio nella valuta nazionale. Sono eventi impensabili solo pochissimi anni fa: è evidente che l’apparato egemonico occidentale è in una crisi profonda che esplode nel continente martoriato da cinque secoli di violenze. Indubbiamente il processo di decolonizzazione dell’Africa è ancora lento e irto di ostacoli, ma non potrà essere arrestato. E qui arriviamo al punto che mi interessa di più. Alcuni giustamente hanno osservato che non potendo più colonizzare gli altri, l’impero occidentale sta colonizzando sé stesso. La terzomondializzazione, iniziata già molti anni fa, appare per il capitalismo occidentale, una scelta tanto disperata quanto obbligata. In questa seconda parte cercherò di argomentare come in occidente la violenza di tutti gli apparati di potere (governi, scienza, media, sanità, giustizia, ecc.) a partire dalla pandemia si presenti come una variante ferocemente aggiornata della violenza coloniale.

Per usare le parole di Frantz Fanon, il colonialismo non sarebbe stato sostenibile nel tempo attraverso la sola violenza militare: è solo quando i colonizzati accettano e interiorizzano la superiorità del colonizzatore, indossandone la maschera e provando vergogna per sé stessi e la propria cultura, che il processo si può dire effettivamente concluso. L’auto-svuotamento identitario e le riscritture della storia in favore dei vincitori (e culturalmente egemoni) tuttavia non hanno caratterizzato solo le colonie al di là del mare, ma anche i margini interni dei paesi cosiddetti egemoni. È il caso di tutti gli stati europei moderni sorti dopo la fluidità statuale medievale, Italia inclusa, dove il Risorgimento, ultimo fra i movimenti di uniformazione, come annotava Gramsci fu anche un processo di colonizzazione del Nord nei confronti del Sud.

Edward Said nel suo testo chiave, Orientalismo (1978) osservava che lo sguardo che l’occidente posa sull’oriente e il “sistema di rappresentazioni” che ne deriva è sempre un progetto politico. Per le stesse ragioni, ogni forma di rappresentazione creata, gestita e diffusa dai poteri egemoni è un atto politico di natura intrinsecamente coloniale e dunque violenta.

Dunque per comprendere l’attuale progetto politico delle élites globaliste (che include i conflitti in corso, dall’Ucraina alla Palestina) a mio parere è necessario tornare ai classici del pensiero post-coloniale e decoloniale. Prendiamo il celebre passaggio del Discorso sul colonialismo (1955) dove Aimé Césaire, scrittore, poeta e politico martinicano, propone il più scandaloso e inaccettabile dei paragoni: ciò che Hitler fece all’Europa non è diverso da ciò che l’Europa fece all’Africa. Per Césaire non si tratta di un semplice parallelismo. Hitler non è un caso isolato, un mostro, un unicum fuori dalla storia, ma è la conseguenza, e forse nemmeno la più grave, della decivilizzazione e dell’imbarbarimento del continente europeo:

“Bisognerebbe innanzitutto studiare in che modo la colonizzazione contribuisce a decivilizzare il colonizzatore, ad abbrutirlo nel vero senso della parola, a degradarlo, risvegliare in lui quegli istinti reconditi di cupidigia, di violenza, di odio razziale, di relativismo morale… (…). Sì, varrebbe proprio la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista, cristiano del XX secolo, che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso; ovvero, che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, l’umiliazione dell’uomo bianco, il fatto di aver applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che sino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri dell’Africa”.

Il capitalismo occidentale, vieppiù nella sua attuale versione digitale e autoritaria, sembra condannato a ripetere, su una scala sempre più granulare, la violenza coloniale. Colonizzare, come abbiamo visto, non vuol dire solo schiavizzare e sterminare l’indigeno, ma in generale violentare la diversità, trasformandola in un elemento trascurabile prima, indesiderabile poi. Poiché l’obiettivo di tutti i colonialismi, intrinseci ed estrinseci, è sempre lo stesso: la distruzione delle diversità culturali e biologiche e l’introduzione di standard e modelli universalizzanti in campo politico, economico, alimentare, sanitario, mediatico, sessuale, educativo, mediatico, ecc. Non importa quale forma assuma la diversità, perché ogni alternativa epistemica per il potere (lo abbiamo visto con Said) è potenzialmente eversiva. Per evitare che la conoscenza evolva in pericolosa coscienza politica il sistema mette in campo i propri enti certificatori delle verità accettabili. Foucault usava il termine “regimi di verità” (régimes de véridiction), perché secondo il filosofo francese non è tanto importante stabilire cosa sia vero e cosa sia falso (scienza, anti-scienza, ecc.), ma possedere il tavolo su cui vero e falso fingono di giocare la loro partita (il croupier vince sempre). L’importante è avere il saldo controllo della filiera della veridizione che è composta principalmente da tre livelli: accademie e centri di ricerca, apparati educativi di ogni ordine e grado e organi dell’informazione. Oggi questi tre livelli sono tenuti insieme dal processo di piattaformizzazione, cioè dalla progressiva trasformazione degli ex capisaldi della società moderna in servizi online. Si tratta di uno slittamento complesso che implica anche un rimescolamento dei poteri, ma non dobbiamo farci illusioni sull’esito di questi scontri. Come dimostra l’evoluzione delle tecnologie di comunicazione, dal telegrafo alla rete, è attraverso la creazione e imposizione di standard che gli imperi costruiscono e consolidano i loro poteri. La piattaformizzazione (e le cosiddette intelligenze artificiali che animeranno i loro servizi) è l’ennesima e forse la più pericolosa incarnazione dell’idea d’impero coloniale, universale e monoculturale.

Gli ultimi vent’anni di autocolonialismo e militarizzazione di ogni interstizio, insieme al rafforzamento di standard anglofoni globali, che vanno dalla NATO all’OMS, dal Fondo Monetario al WTO, da GAFAM agli oligopoli dell’editoria scientifica, hanno visto la parallela creazione di due categorie di umani residuali o indesiderabili (a volte sovrapponibili): gli schiavi digitali e i dissonanti. In coerenza con il processo di auto-colonizzazione vengono introdotte e legittimate nuove forme di asservimento e autoasservimento, che vanno dal “lavoro” inconsapevole che svolgiamo ogni secondo con il nostro smartphone (che viene monetizzato dalle applicazioni), a forme esplicite di sfruttamento della forza lavoro, come le click farm e la vasta galassia dei gig worker. Ma la caratteristica forse più evidente della schiavizzazione sono gli ossessivi e capillari meccanismi di controllo dei lavoratori oggi resi ancora più distopici dall’uso dell’intelligenza artificiale. Non si tratta solo di gestione algoritmica dei rapporti di lavoro, con tutti i rischi che comporta, ma della raccolta e analisi sistematica, totale e h24, di tutte le interazioni dei lavoratori sulle piattaforme delle aziende. Alla ricerca forse dello psicoreato, le aziende americane che usano tali software di IA (fra cui Walmart, Chevron, Starbucks e AstraZeneca: si parla dei dati di tre milioni di lavoratori) sprofondano in una dimensione sconosciuta dello sfruttamento, dove i legislatori sono impotenti, giacché tali attività avvengono nella completa oscurità.

La seconda categoria rappresenta il riflesso condizionato generato dalle imposizioni del potere, quindi il rifiuto, l’opposizione, la dissidenza; sono i “no-qualcosa”: no Nato, no global, no euro, no tav, no sbarchi, no ponte, no 5G e naturalmente no vax e no pass. Nella vasta galassia del “no”, vagano complottisti, negazionisti, ecc., ma spesso anche movimenti trasversali antisistema come i gilet gialli e recentemente gli agricoltori di tutta Europa. L’abbrutimento, la regressione democratica e la decivilizzazione di cui parlava Césaire hanno raggiunto il culmine durante la pandemia, dove qualsiasi barriera, qualsiasi filtro fra gli obiettivi del potere e le pulsioni delle masse è crollato. In particolare, nei ceti medio-alti d’Europa e dei paesi CANZUS (Canada, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti) si è arrivati a una pressocché totale identificazione fra governi e governati (con tratti di schizofrenia nelle fasce ex “antisistema” e progressiste). I meccanismi che hanno prodotto questa saldatura fra l’opinione pubblica mainstream e la violenza governativa sono stati analizzati in molteplici studi che non è possibile qui riassumere, ma a ogni modo il passaggio dalla pseudo-tolleranza alla criminalizzazione è stato frettoloso e inesorabile. (Mi sia permesso un inciso: il vero antenato del green pass non furono le tessere nazi-fasciste o i vari marchi impressi sui corpi dei reietti di ogni epoca, ma le impronte digitali. Come ricorda lo storico Carlo Ginzburg, l’impronta digitale fu la perversa appropriazione indebita da parte dei colonizzatori britannici di pratiche indigene di origine probabilmente rituale. Lì dove l’indigeno percepisce il sacro, l’uomo bianco vede il dominio.)

Grazie a strumenti legalizzati di sorveglianza di massa come Chat control e Digital Service Act oggi chi dissente nel migliore dei casi può essere silenziato o censurato, nel peggiore può essere accusato di una serie di reati: questi sono gli esiti politici della violenza epistemica. Come ricordavamo, il meccanismo coloniale non si può fermare finché non ha distrutto o assorbito completamente il rappresentante di una conoscenza illegittima e pericolosa: potremmo definire questo individuo un barbaro epistemico, il quale viene assunto a simbolo di una alterità incomprensibile e ripugnante. In questo furore fagocitante persino il “vecchio” capitalismo, ancora basato sulla lotta fra classi di esseri umani, può divenire un ostacolo al processo di de-civilizzazione autocoloniale (e digitale).

Ma, arrivati sin qui, per coerenza rispetto al ragionamento fatto, occorre anche affermare che così come il colonialismo storico provocò movimenti di liberazione epocali, la colonizzazione o auto-colonizzazione dell’occidente può rivelarsi, specialmente per l’Europa, una formidabile occasione per fare i conti una volta per tutte con la propria storia. Arrivo così al bellissimo testo citato in esergo: I bianchi, gli ebrei e noi. Verso una politica dell’amore rivoluzionario di Houria Bouteldja, francese di origine algerina (dunque donna e musulmana, due categorie che in occidente siamo abituati a scindere). Un libro brillante, controverso e indigesto sia ai monopoli del consenso sia a quelli del dissenso. Fondatrice in Francia del Parti des Indigènes de la Republique (sciolto nel 2020) e leader del movimento decoloniale, negli ultimi anni Bouteldja ha sviluppato una riflessione politica basata sul concetto di “stato razziale” e sulla ricerca di alternative pacifiche «a una società occidentale in declino». Oggi Bouteldja legge la crisi delle classi popolari bianche francesi come una opportunità per saldare la protesta antirazzista dei “barbari” delle banlieue con quella dei “bifolchi” (beaufs), i petit blancs schiacciati dalle feroci politiche neoliberiste dell’Unione Europea. «La barbarie che arriva», scrive, «non ci risparmierà, ma non risparmierà nemmeno voi». È necessario allora un luogo d’incontro «all’incrocio dei nostri interessi comuni – la paura della guerra civile e del caos – là dove si possano annullare le razze e dove sia prevista la nostra uguale dignità».

La scrittrice franco-algerina si scaglia poi contro alcuni dei totem progressisti delle moderne società occidentali che considera tuttavia inscindibili dal “crimine coloniale”: diritti dell’uomo, universalismo, umanesimo, femminismo, terzomondismo, marxismo. A proposito del rapporto fra colonialismo e Rivoluzione francese, scrive: «ciò che voglio dire, sorelle, è che le società europee erano orrendamente ingiuste verso le donne (…) ma che queste, grazie all’espansione capitalista e coloniale, hanno ampiamente migliorato la propria condizione a detrimento dei popoli colonizzati». È nella pagina successiva, citando lo scrittore e poeta afroamericano James Baldwin, figura di spicco del movimento per i diritti civili, che si arriva al cuore politico della questione:

“A Baldwin che le rimproverava [ad Audre Lord] di imputare troppo agli uomini neri, la femminista afroamericana risponde: «Io non biasimo gli uomini neri. Ciò che dico è che bisogna che noi rivediamo il nostro modo di combattere la nostra oppressione comune, perché se non lo facciamo ci autodistruggeremo [we’re gonna be blowing each other up].» (…) Baldwin replica: «Ma questo significa che dobbiamo ridefinire i termini dell’Occidente»”.

L’affermazione di Lord sulla possibilità di un conflitto “mortale” fra oppressi, senza negarne la problematicità e specificità, suona come una profezia in linea con un’altra profezia, fatta da un personaggio che certo poco aveva a che vedere con le Pantere Nere, ma molto con la disobbedienza civile e la lotta al colonialismo: Gandhi. Non mi sembra un caso che nelle utopiche conclusioni di I bianchi, gli ebrei e noi, appaia una lunga citazione di Ashis Nandy, un importante studioso del pensiero gandhiano. In Hind Swaraj, l’incendiario atto di accusa nei confronti della modernità occidentale, Gandhi scrisse che un incontro fra Occidente e Oriente sarebbe stato possibile solo se l’Occidente avesse rinunciato alla civiltà moderna basata sulla violenza. Se questo non fosse accaduto, non solo non si sarebbe avuto un incontro, ma l’Oriente avrebbe fatalmente seguito l’Occidente, divenendo un suo doppio, fino alla collisione finale fra i due mondi. Esattamente ciò che sta avvenendo.

Osservare la violenza di cui siamo soggetto-oggetto, allora, è forse l’unico modo per uscire dal secolare inganno che contrappone i “sacrificati” d’Europa a quelli dell’ex terzo mondo. Il movimento più radicalmente e genuinamente rivoluzionario che ci attende è quello di iniziare a consideraci non come popoli perdenti o vincitori su una scacchiera geopolitica manipolata da vecchi e nuovi imperi, ma come popoli diversamente oppressi. Non sono così ingenuo o idealista da non vedere che esistono vari gradi di oppressione, diseguaglianze e discriminazione. Il capitalismo ha trionfato creando l’illusione dei privilegi di casta: all’esterno la favola “qui è la democrazia e il benessere, di là sanguinose dittature e miseria”; all’interno la contrapposizione fra diseredati, nelle combinazioni più varie a seconda di convenienze e stagioni. Ma oltre al fatto che queste illusioni stanno svanendo velocemente, come suggerisce Bouteldja, forse noi stessi, in quanto bianchi ed europei (certamente lo è chi scrive), siamo un’“invenzione”, una delle tante categorie di comodo – stili di vita, strutture di pensiero, codici, epistemologie – create dalle élite per perpetuare il loro dominio. Non diversamente da chi è stato storicamente oppresso in nome di un benessere che non c’è più, siamo personaggi subalterni; oggi confinati nella bolla afona dei social, domani tutti, bianchi e neri, neo o auto-colonizzati, dispositivi gestiti da remoto. Da questo punto di vista, l’esperimento coloniale definitivo, quello dove è più evidente la trasformazione violenta della società, abita nel cuore dell’Europa. E il vero processo di decolonizzazione non può che iniziare all’interno dei nostri confini e delle nostre coscienze. Prendendo atto che l’Africa e tutto il Sud del mondo hanno molto da insegnarci.

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