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domenica 18 gennaio 2026

Il futuro della Palestina oltre la demagogia - Guido Viale

Demonizzare, prendere le distanze, o anche solo disertare le manifestazioni e le iniziative per la Palestina che si svolgono da mesi (e anni) in tutto il mondo, pur non avendo nessuna intenzione di sostenere il genocidio messo in atto da Israele perché, tra decine, centinaia e migliaia di striscioni e cartelli ce n’è uno che inneggia al 7 ottobre è come guardare il dito (orribile) e non vedere la luna (bellissima).

È noto che, quali ne siano i promotori, l’adesione di massa a queste manifestazioni è il frutto di molteplici reti informali che non sono organizzazioni, non hanno “servizi d’ordine”, ma soprattutto non hanno “autorità” in grado di decidere chi ha diritto di sfilare e chi no. Il senso vero di queste mobilitazioni sta tutto nel numero e nella giovanissima età dei partecipanti, e nel loro spirito al tempo stesso disperato, per quel che succede, e gioioso, per il fatto di esserci: nel rovesciamento di quella cappa di conformismo complice che caratterizza il “mondo politico” nei cinque continenti.

Ma che ne è di quel “Dal fiume al mare. Palestina libera!” gridato (in inglese) da tutti, che è lo slogan di Hamas? Non è solo “lo slogan di Hamas”; è lo slogan di tutte e di tutti i partecipanti a quelle mobilitazioni, a cui ciascuno dà un senso differente. Ma forse che tra quel fiume e quel mare c’è qualche parte del territorio in cui la Palestina, cioè i palestinesi, non debbano o non possano voler essere liberi? Certo c’è chi interpreta quello slogan come la soppressione di Israele, anche se ben pochi pensano che se in un domani, per non si sa quali circostanze, le sorti del conflitto si invertissero, ciò debba comportare la cacciata o l’eliminazione di tutti gli ebrei insediati in Israele, come oggi le destre sioniste messianiche invocano apertamente discriminazione, sottomissione, cacciata e sterminio di tutti i palestinesi che si trovano tra il fiume e il mare. Ma per i più, per coloro che riempiono le mobilitazioni e le altre iniziative per la Palestina che si moltiplicano in tutto il mondo, dal fiume al mare dovrà essere un territorio in cui ci sia posto per tutte e per tutti: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, laici; autoctoni e immigratiTutti e tutte messe in grado di godere degli stessi diritti. Perché nelle mobilitazioni per la Palestina, ma anche in molte di quelle che vedono come protagoniste le nuove generazioni in tante parti del mondo, c’è molto di più della sola solidarietà e di una prospettiva di pace che riscatti la condizione di chi oggi è oppresso nel più crudele, cinico e ipocrita dei modi. C’è una aspettativa e un’aspirazione a rovesciare lo stato di cose presente.

Ma, tornando al fiume e al mare, il problema è “come?”. Si aprono divergenze che non riguardano solo la Palestina di domani, ma in qualche modo il futuro di tutto il mondo di oggi. Perciò questa vicenda attrae l’attenzione generale, anche se in altre regioni massacri, esecuzioni, distruzioni, fame e sterminî sono, se possibile, persino più estesi o spietati di quelli messi in atto da Israele. Allora? “Due popoli e due Stati”? Non ci crede più nessuno: quello che dovrebbe esse lo Stato di Palestina è completamente devastato nella striscia di Gaza e divorato da insediamenti e “avamposti” di coloni israeliani in Cisgiordania. Diviso in zone non contigue, privo di una propria economia, messo continuamente in forse dalla prepotenza di Israele, non ha alcuna chance di esistere se non come appendice del suo potente antagonista. D’altronde, nei piani di pace, la “striscia” è destinata a diventare una proprietà privata altrui, riaprendo le porte alla colonizzazione israeliana sotto forma di investimenti immobiliari, mentre la Cisgiordania resterà comunque un’area di occupazione dove i palestinesi avranno sempre meno possibilità di vivere in pace.

Un unico Stato, allora? Ormai lo prospettano tutti coloro che si rifiutano di usare “due popoli, due Stati” come specchietto per le allodole e alibi per evitare di confrontarsi con la realtà. Ma quale Stato? Per alcuni non c’è alterativa all’annessione a Israele di tutta la Palestina. Non lo dicono apertamente, ma non prospettano alcun possibile esito diverso. Per altri, invece – e lo dicono apertamente già nei titoli dei loro libri, come Il suicidio di Israele, o La fine di Israele – sarà il genocidio in corso e il modo in cui si è innestato nella guerra che Israele conduce contro la Palestina dalla sua nascita, o dal 1967, a decretarne la fine: non quella della comunità ebraica ormai insediata da tre o più generazioni su quella terra, ma quella del suo Stato, insidiato dal contrasto incontenibile tra messianici e laici; per aprire la strada a una nuova entità statale di cui non si sa, o non si sa ancora, enunciare né nome né connotati. Anche lo storico Ilan Pappé (in La fine di Israele citato), tra quelli che si spingono di più in questa direzione, non arriva a confrontarsi con i due problemi principali – non che siano gli unici! – di questa prospettiva; che non è solo la convivenza e la tolleranza tra due comunità nemiche.

Il primo è il “diritto al ritorno”: non quello che apre le porte di Israele a chiunque dimostri o dichiari di essere ebreo, e con cui i governi di quello Stato hanno popolato il suo territorio per decenni, bensì quello che la risoluzione 194 dell’Onu riconosce ai profughi palestinesi della Nakba del ’47, ‘48 e ’49 e anni seguenti che si trovano nei campi, sia in Palestina che all’estero, soprattutto in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Allora erano quasi un milione; oggi sono cinque volte tanto. Pappé ritiene che “tra il fiume e il mare” ci sia posto per tutti, tanto più che molti ebrei se ne stanno andando o lasceranno Israele nei prossimi anni. Ma come risolvere il problema della restituzione di beni, case, terreni e interi villaggi nel frattempo occupati da generazioni di cittadini ebrei di Israele? E quello delle relative compensazioni? È evidente che non potrà esserci una soluzione univoca, centralizzata e meno che mai immediata. Dovrà essere un processo graduale, decentrato e negoziato caso per caso – cosa che non può essere fatta se non da comunità il più possibile autonome – sotto una sorveglianza ferrea di qualche entità “terza”. Un’entità che abbia il controllo della forza. Questo richiede non solo il disarmo di Hamas, ma anche lo smantellamento dell’esercito israeliano (uno dei più potenti del mondo!) e del suo arsenale, compreso quello nucleare; un potere che nessun israeliano e nessun palestinese potrà mai accettare che venga messo in mano a un governo e a uno Stato maggiore di ufficiali civili e militari “misti”.

Pappé adombra, senza misurarsi fino in fondo con le sue implicazioni, l’ipotesi che la soluzione possibile di questo garbuglio stia nel superamento o nella dissoluzione, innanzitutto in terra di Palestina, ma non solo, dello “Stato vestfaliano” (un territorio, un popolo, un potere statuale, e anche una religione o una cultura, che coincidono), sostituito da una libera associazione e convivenza di comunità autonome in grado di negoziare i reciproci rapporti: come era, almeno in parte, la coesistenza di comunità etniche e religiose differenti sotto l’impero ottomano, sottoposte al suo dominio e controllo ma capaci di convivere e di contaminarsi reciprocamente, prima che le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale le smembrassero per costituirle in Stati (coloniali) separati e divisi da confini disegnati a tavolino: la vera origine del caos che da allora caratterizza il Medio Oriente. Una prospettiva già in parte delineata e realizzata dalla Confederazione democratica del Rojava, ma che, proprio per le difficoltà e le problematiche della sua realizzazione esplora la strada che dovrà essere percorsa per superare gli attuali assetti politici, ma soprattutto quelli sociali, economici e culturali, anche in tutto il resto del mondo.

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venerdì 4 luglio 2025

Il futuro che ci aspetta: mezzo mondo come Gaza - Guido Viale

 

Come sarà il mondo di domani? Gran parte di esso, oltre la metà, sarà come è adesso Gaza e come era stata, ormai quasi un secolo fa e oltre, gran parte della comunità ebraica europea. Si sta avverando la tremenda profezia di Primo Levi: è successo, può succedere ancora.

Intere popolazioni, giudicate superflue o dannose, si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, senza poter andare altrove perché nessuno le vuole, condannate allo sterminio con bombardamenti, cacce all’uomo, o per fame, sete, malattie non curate, accampate in territori lunari perché tutto quello che avevano deve essere distrutto per comprometterne la sopravvivenza. Gaza – come ha rilevato Ida Dominijanni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/06/04/gaza-laboratorio-del-nostro-futuro/) – è un esperimento per abituare i popoli a convivere con lo sterminio altrui e ad accettarlo come inevitabile; proprio come i governi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti stanno abituando anno dopo anno i loro cittadini – noi – a convivere e ad abituarsi allo stillicidio di rastrellamenti, deportazioni, annegamenti, morti, torture, violenze di ogni genere inflitte alle “genti in cammino” (people on the move) che cercano di abbandonare le loro terre di origine perché lì la vita è diventata impossibile, ma che nessun altro Paese accetta, se non per il tempo necessario a spremere dai loro corpi, dalle loro famiglie, dalle loro vite, tutto quello di cui è ancora possibile appropriarsi.

Fantapolitica? No, semplice previsione di quello che non vogliono farci vedere i nostri governanti, i media che li assecondano, gli accademici e gli intellettuali che chiudono gli occhi. Entro la fine del secolo – ne abbiamo già consumato un quarto – più di metà della Terra sarà inabitabile: qualunque provvedimento venga preso oggi, i ghiacci delle calotte polari e dei ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare a crescere e gran parte delle terre costiere, con il loro entroterra, verranno sommerse. I fiumi cesseranno di scorrere regolarmente, alternando piene devastanti a periodi di siccità, i raccolti continueranno a soffrirne, le foreste a bruciare senza acqua per spegnerle, le epidemie a imperversare. Crisi climatica e ambientale e migrazioni sono strettamente connesse: più si faranno sentire gli effetti della prima, destinati a crescere, più il numero dei profughi ambientali aumenterà in modo esponenziale. Ad accrescerne gli effetti concorrono poi le guerre a cui i governi di tutto il mondo stanno destinando i fondi che hanno negato e continuano a negare alla “transizione” (in realtà, alla conversione ecologica, che non è solo un processo tecnico ed economico, ma anche e soprattutto culturale, sociale, morale e democratico e che per questo viene osteggiata con sempre maggior ipocrisia).

Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) e Parag Khanna (Il movimento del mondo, Fazi, 2023), due studiosi che hanno cercato di guardare il futuro, concordano nel delineare un panorama come questo, ma loro sono ottimisti. Vince immagina che metà della popolazione mondiale, in fuga dalle terre di origine, troverà ospitalità nelle aree subartiche del pianeta, rese fertili e praticabili dal riscaldamento globale; le migrazioni giovano sia a chi le fa che a chi le accoglie, sostiene. Inoltre, tra un secolo la geo-ingegneria potrà restituire poco per volta vivibilità al pianeta devastato. Khanna, altrettanto fiducioso nei benefici della tecnologia, sostiene che essa – grazie soprattutto ad aria condizionata, colture idroponiche, desalinatori, energie rinnovabili e molto denaro – creerà isole vivibili anche in aree desertiche, enclave aperte alle persone dotate di professionalità e spirito di iniziativa, provenienti da tutte le parti del mondo. Per tutti gli altri, quelli non qualificati, la recuperata vivibilità delle aree subartiche offrirà comunque l’opportunità di una vita da schiavi. Nessuno dei due prende però in considerazione che l’alternativa possa essere invece uno scenario “alla Gaza”.

Ma questo è. Come pensiamo che possano sopravvivere in territori devastati dalla catastrofe climatica e ambientale le popolazioni che li abitano oggi? Dove pensiamo che possano trasferirsi, senza essere respinti, tutti coloro che “a casa loro” non potranno più vivere? O addirittura che una casa loro non l’avranno più, perché sommersa dalle acque, o bruciata dalla siccità o dagli incendi? E come pensiamo che reagiranno i governi dei Paesi – “sviluppati” o no che siano – nei quali cercheranno rifugio quelle popolazioni tutte intere, se già ora, di fronte all’arrivo alla spicciolata delle avanguardie di quelle genti in cammino, i governi degli Stati forti mettono in atto politiche di respingimento basate sempre più sugli strumenti e le modalità della guerra? La vera guerra a cui ci stanno preparando. Se proiettate su uno scenario di lungo periodo – quello in cui, diceva Keynes, siamo tutti morti – le misure per respingere i migranti adottate oggi dai governi appaiono sì ciniche e spietate, ma anche risibili e inadeguate. Ma in realtà fungono da scuola per addestrare tutti noi ad accettare come normali quelle politiche di sterminio: esattamente come ci succede per Gaza.

Ovviamente tutto questo ha delle ripercussioni anche sugli Stati che “si difendono dall’invasione” dei profughi: militarizzazione, sospensione o abolizione di diritti e welfare, violazione delle convenzioni, razzismo di Stato e fascismo. Gli Stati Uniti di Trump stanno aprendo la strada a tutti gli altri Stati, retti da tempo da governanti che aspettavano solo di dovergli “baciare il culo”. D’altronde la strada è quella anche senza Trump.

Di fronte a prospettive del genere, purtroppo evidenti, l’inerzia nei confronti della crisi climatica e ambientale mostrata dai nostri governanti – tutti proiettati a combatterne le conseguenze e non le cause – ma anche quella dei popoli, cioè di noi tutti, sembra paradossale. Ma si spiega con il senso di impotenza che tutti – governi e forze politiche comprese – avvertono anche se cercano in tutti i modi di non prenderne atto. È la dismisura tra le dimensioni di questi processi e la capacità di agire di una popolazione atomizzata, senza riferimenti culturali, sociali e politici condivisi, se non quelli “di piccola e piccolissima taglia”: le mille associazioni e comitati a cui molti di noi partecipano senza trovare alcun riscontro nel mondo della politica.

Potremmo però indirizzarle meglio, quelle pratiche, per costruire le ridotte da cui affrontare il futuro feroce che incombe: rendere il più possibile resilienti e vivibili i territori che abitiamo, mostrare che l’accoglienza – anche su scala ridotta – può tradursi in benefici per tutti, far conoscere e valorizzare le esperienze positive, battersi in tutti i modi per il disarmo. Troppo poco? E che altro, per ora?

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domenica 11 maggio 2025

Il medioevo prossimo venturo - Giorgio Agamben

 


Un passo del libro di Sergio Bettini su L’arte alla fine del mondo antico descrive un mondo che è difficile non riconoscere come simile a quello che stiamo vivendo. «Le funzioni politiche sono assunte da una burocrazia di stato; questo si accentua e si isola (precorrendo le corti bizantine e medievali), mentre le masse si fanno astensioniste (germe dell’anonimato popolare del Medioevo); tuttavia entro lo stato si formano nuovi nuclei sociali intorno alle diverse forme di attività (germe delle corporazioni medievali) e i latifondi, divenuti autarchici, preludono all’organizzazione di taluni grandi monasteri e dello stesso stato feudale».
Se la concentrazione delle funzioni politiche nelle mani di una burocrazia statale, l’isolamento di questa dalla base popolare e l’astensionismo crescente delle masse si attagliano perfettamente alla nostra situazione storica, è sufficiente aggiornare i termini delle righe successive per riconoscere anche qui qualcosa di familiare. Ai grandi latifondi evocati da Bettini corrispondono oggi gruppi economici e sociali che agiscono in modo sempre più autarchico, perseguendo una logica del tutto svincolata dagli interessi della collettività e ai nuclei sociali che si formano dentro lo stato corrispondono non solo le lobbies che operano all’interno delle burocrazie statali, ma anche l’incorporazione nelle funzioni governamentali di intere categorie professionali, come in anni recenti è avvenuto per i medici .
Il libro di Bettini è del 1948. Nel 1971 usciva il libro di Roberto Vacca Il medioevo prossimo venturo, in cui l’autore prevedeva un’evoluzione catastrofica dei paesi più avanzati, che non sarebbero stati più in grado di risolvere i problemi legati alla produzione e distribuzione dell’energia, ai trasporti, all’approvvigionamento di acqua, allo smaltimento dei rifiuti e al trattamento dell’informazione. Se Vacca poteva scrivere che gli annunci di catastrofe imminenti erano in quegli anni così numerosi da aver prodotto a una vera e propria letteratura «rovinografica», oggi le previsioni apocalittiche, in particolare quelle legate al clima, si sono almeno raddoppiate.
Anche se i disastri – come quelli prodotti all’energia nucleare – sono, se non probabili, certamente possibili – la degradazione dei sistemi in cui viviamo è pensabile senza che questa assuma necessariamente la forma di una catastrofe. Lo sfacelo politico, economico e spirituale dei paesi europei è, ad esempio, oggi evidente anche se essi continueranno per qualche tempo a sopravvivere. Come pensare allora l’avvento di un nuovo medioevo? In che modo l’astensionismo politico che vediamo intorno a noi potrà trasformarsi in un «anonimato popolare» capace di inventare nuove e anonime forme di espressione e di vita? E in che modo l’isolamento delle burocrazie statali e il diffondersi di potentati autarchici potrà preludere all’apparizione di fenomeni simili ai grandi monasteri, in cui l’esodo dalla società esistente produce nuove forme di comunità? È certo che questo potrà avvenire solo se un numero inizialmente esiguo, ma crescente di individui saprà leggere nelle forme politiche che si dissolvono il presagio di nuove o più antiche forme di vita.

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mercoledì 31 gennaio 2024

Pepe Escobar - Le 5 variabili che definiranno il nostro futuro

Alla fine degli anni Trenta, con la seconda guerra mondiale in corso e pochi mesi prima del suo assassinio, Leon Trotsky aveva già una visione di ciò che avrebbe fatto il futuro Impero del Caos…

 [Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

"Per la Germania si trattava di 'organizzare l'Europa'. Gli Stati Uniti devono 'organizzare' il mondo. La storia sta mettendo l'umanità di fronte all'eruzione vulcanica dell'imperialismo americano... Con un pretesto o un altro, gli Stati Uniti interverranno nel tremendo scontro per mantenere il loro dominio mondiale."

Sappiamo tutti cosa è successo dopo. Ora ci troviamo sotto un nuovo vulcano che nemmeno Trotsky avrebbe potuto identificare: un declino degli Stati Uniti di fronte alla "minaccia" Russia-Cina. E ancora una volta l'intero pianeta è interessato da importanti mosse nello scacchiere geopolitico.

I neocons straussiani a capo della politica estera degli Stati Uniti non potrebbero mai accettare che la Russia e la Cina aprano la strada a un mondo multipolare. Per ora abbiamo l'espansionismo perpetuo della NATO come strategia per debilitare la Russia… e Taiwan come strategia per debilitare la Cina.

Eppure, negli ultimi due anni, la feroce guerra per procura in Ucraina ha solo accelerato la transizione verso un ordine mondiale multipolare, guidato dall'Eurasia.

Con l'aiuto indispensabile del Prof. Michael Hudson, riassumiamo brevemente le 5 variabili chiave che stanno condizionando l'attuale transizione.

 

I perdenti non dettano le condizioni

 

  1. Lo stallo: Questa è la nuova, ossessiva narrazione statunitense sull'Ucraina – sotto steroidi. Di fronte all'imminente, cosmica umiliazione della NATO sul campo di battaglia, la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno dovuto – letteralmente –  improvvisare.

 

Mosca, però, on si scompone. Il Cremlino ha fissato le condizioni molto tempo fa: resa totale e niente Ucraina come parte della NATO. "Negoziare", dal punto di vista della Russia, significa accettare queste condizioni.

E se le potenze decise a Washington optano per mettere il turbo all'armamento di Kiev, o per scatenare "le più atroci provocazioni per cambiare il corso degli eventi", come ha affermato questa settimana il capo dell'SVR, Sergey Naryshkin, bene.

La strada da percorrere sarà sanguinosa. Nel caso in cui i soliti sospetti mettano da parte il popolare Zaluzhny e installino Budanov a capo delle Forze Armate dell'Ucraina, l'AFU sarà sotto il totale controllo della CIA – e non dei generali della NATO, come avviene tuttora.

Questo potrebbe impedire un colpo di stato militare contro il fantoccio in felpa sudata di Kiev. Ma le cose si faranno molto più brutte. L'Ucraina passerà alla Guerriglia Totale, con due soli obiettivi: attaccare i civili russi e le infrastrutture civili. Mosca, ovviamente, è pienamente consapevole dei pericoli.

Nel frattempo, i ciancioni iperattivi a diverse latitudini suggeriscono che la NATO potrebbe addirittura prepararsi a una spartizione dell'Ucraina. Qualunque sia la forma che potrebbe assumere, non sono i perdenti a dettare le condizioni: È la Russia che lo fa.

 

Per quanto riguarda i politici dell'UE, è prevedibile che siano in preda al panico più totale, convinti che, dopo aver fatto piazza pulita dell'Ucraina, la Russia diventerà ancora di più una "minaccia" per l'Europa. Fesserie. Non solo Mosca se ne frega di quello che "pensa" l'Europa; l'ultima cosa che la Russia vuole o di cui ha bisogno è annettere isterismi baltici o dell'Europa orientale. Inoltre, persino Jens Stoltenberg ha ammesso che "la NATO non vede alcuna minaccia da parte della Russia verso nessuno dei suoi territori".

  1. BRICS: Dall'inizio del 2024, questo è il Quadro Generale: la presidenza russa dei BRICS+, che si traduce in un acceleratore di particelle verso il multipolarismo. Il partenariato strategico Russia-Cina aumenterà la produzione effettiva, in diversi settori, mentre l'Europa sprofonderà nella depressione, scatenata dalla Tempesta Perfetta delle sanzioni contro la Russia e della deindustrializzazione tedesca. E non è mica finita qui, perché Washington sta ordinando anche a Bruxelles di sanzionare la Cina su tutti i fronti.


Come afferma il Prof. Michael Hudson, siamo nel bel mezzo della "spaccatura del mondo e della svolta verso la Cina, la Russia, l'Iran, i BRICS", uniti nel "tentativo di invertire, annullare e far retrocedere l'intera espansione coloniale che si è verificata negli ultimi cinque secoli."

Oppure, come ha definito il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, questo processo dei BRICS che si lasciano alle spalle i prepotenti occidentali, il cambiamento dell'ordine mondiale è come "una rissa in un parco giochi – che l'Occidente sta perdendo".

 

Bye-Bye, Soft Power

 

  1. L'Imperatore Solitario: Lo "stallo" – cioè la perdita di una guerra – è direttamente collegato al suo compenso: l'Impero che schiaccia e rimpicciolisce un'Europa vassalla. Ma anche se si esercita un controllo quasi totale su tutti questi vassalli relativamente ricchi, si perde definitivamente il Sud Globale: se non tutti i loro leader, certamente la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica. La ciliegina sulla torta tossica consiste nel sostenere un genocidio seguito dall'intero pianeta in tempo reale. Bye-bye, soft power.

 

  1. De-dollarizzazione: In tutto il Sud Globale hanno fatto i conti: se l'Impero e i suoi vassalli dell'UE possono rubare oltre 300 miliardi di dollari di riserve estere russe – a una potenza nucleare/militare di prim'ordine – possono farlo a chiunque, e lo faranno.

 

Il motivo principale per cui l'Arabia Saudita, ora membro dei BRICS 10, è così mite sul genocidio a Gaza è che le sue ingenti riserve di dollari sono ostaggio dell'Egemone.

 

Eppure la carovana che si allontana dal dollaro USA continuerà a crescere nel 2024: ciò dipenderà dalle cruciali deliberazioni incrociate all'interno dell'Unione Economica Eurasiatica (UEEA) e dei BRICS 10.

  1. Giardino e giungla: Ciò che Putin e Xi hanno essenzialmente detto al Sud Globale – compreso il mondo arabo ricco di energia – è abbastanza semplice. Se volete migliorare il commercio e la crescita economica, a chi vi rivolgete?

 

Torniamo così alla sindrome "del giardino e della giungla", coniata per la prima volta dall'orientalista della Gran Bretagna imperiale Rudyard Kipling. Sia il concetto britannico di "fardello dell'uomo bianco" che quello americano di "Destino manifesto" derivano dalla metafora "del giardino e della giungla".

Il NATOstan, e mica tutto, dovrebbe essere il giardino. Il Sud Globale è la giungla. Ancora Michael Hudson: allo stato attuale, la giungla sta crescendo, ma il giardino non sta crescendo "perché la sua filosofia non è l'industrializzazione. La sua filosofia è quella di fare rendite di monopolio, cioè rendite che si fanno nel sonno senza produrre valore. Si ha solo il privilegio di avere il diritto di incassare denaro su una tecnologia di monopolio che si possiede".

La differenza oggi, rispetto ai decenni passati del "pranzo gratis" imperiale, è "un immenso spostamento del progresso tecnologico", dal Nord America e dagli Stati Uniti verso la Cina, la Russia e alcuni nodi selezionati dell'Asia.

 

Guerre Eterne. E Nessun Piano B..

Se combiniamo tutte queste varianti – lo stallo, i BRICS, l'Imperatore Solitario, de-dollarizzazione, giardino e giungla – alla ricerca dello scenario più probabile, è facile vedere che l'unica "via d'uscita" per un Impero messo all'angolo è, che altro, il modus operandi predefinito: Guerre Eterne.

E questo ci porta all'attuale portaerei americana in Asia occidentale, totalmente fuori controllo ma sempre sostenuta dall'Egemone, che punta a una guerra su più fronti contro l'intero Asse della Resistenza: Palestina, Hezbollah, Siria, milizie irachene, Ansarullah nello Yemen e Iran.

In un certo senso siamo tornati all'immediato post-11 settembre, quando ciò che i neocon volevano veramente non era l'Afghanistan, ma l'invasione dell'Iraq: non solo per controllare il petrolio (cosa che alla fine non è avvenuta) ma, secondo l'analisi di Michael Hudson, "per creare essenzialmente la legione straniera dell'America sotto forma di ISIS e al– Qaeda in Iraq". Ora, "l'America ha due eserciti che usa per combattere nel Vicino Oriente, la legione straniera ISIS/al-Qaeda (legione straniera di lingua araba) e gli israeliani."

L'intuizione di Hudson sull'ISIS e Israele come eserciti paralleli è impagabile: entrambi combattono l'Asse della Resistenza, e mai (corsivo mio) si combattono tra loro. Il piano neocon straussiano, per quanto squallido, è essenzialmente una variante della "lotta all'ultimo ucraino": "combattere fino all'ultimo israeliano" sulla via del Santo Graal, che è: bombardare, bombardare, bombardare l'Iran (copyright John McCain) e provocare un cambio di regime.

Così come il "piano" non ha funzionato in Iraq o in Ucraina, non funzionerà contro l'Asse della Resistenza.

Ciò che Putin, Xi e Raisi hanno spiegato al Sud Globale – in modo sia esplicito sia piuttosto sottile – è che ci troviamo proprio nel punto cruciale di una guerra di civiltà.

Michael Hudson ha fatto molto per ridurre in termini pratici questa lotta epica. Ci stiamo dirigendo verso quello che ho descritto io come techno-feudalesimo – che è il formato AI del turbo-neoliberismo a caccia di rendite? O ci stiamo dirigendo verso qualcosa di simile alle origini del capitalismo industriale?

Michael Hudson definisce un orizzonte di buon auspicio come "aumentare gli standard di vita invece di imporre l'austerità finanziaria del FMI sul blocco del dollaro": ideare un sistema che Big Finance, Big Bank, Big Pharma e quello che Ray McGovern ha memorabilmente coniato come il MICIMATT (complesso militare-industriale-congressuale-intelligence-mediatico-universitario-tank tank) non possano controllare. Alea Jacta Est.

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sabato 9 dicembre 2023

La fonte occulta del potere - Alberto Bradanini

 

Più si getta uno sguardo critico nelle intercapedini del potere, più si diviene consapevoli del dominio di una narrazione esterna sia alla logica che all’esperienza dell’essere umano. Più si penetra nella cupezza di tali labirinti, più si comprende che l’obiettivo di tale narrazione è la (de-)formazione della coscienza umana. Sono pochi a vantare un’esperienza personale degli eventi riverberati dalla Macchina della Propaganda. La rappresentazione del mondo e la coscienza dell’io sono percorsi fabbricati al di fuori di noi. Essi invadono la nostra mente dopo aver valicato filtri, pregiudizi, cliché cognitivi e distorsioni, lasciando sul cammino l’essenziale.

Solo la consapevolezza di tale tragedia gnoseologica consente di dischiudere qualche varco alla comprensione delle torsioni che il potere esercita su una popolazione devastata dall’alienazione.

Gli esseri umani si dimenano in una prateria di conoscenze approssimate e fantasie metafisiche su riflessi di realtà, polvere di stelle vaganti nello spazio, di cui non conosciamo che qualche bagliore. Persino chi siede in sala comando agisce sulla scorta di scarsa intelligenza del mondo, sebbene ciò non gli impedisca di applicarsi con spietata coerenza nel perseguimento di potere e ricchezze.

Per chi dirige l’orchestra è sufficiente scegliere di volta in volta l’ermeneutica megafonica più consona alla tutela dei propri privilegi, il resto è un gioco da ragazzi. Attraverso la presa sui meccanismi di persuasione, occulta o palese a seconda dei casi, la coscienza di un popolo viene modellata e posta al servizio altrui. Cosicché individui potenti, cinici e privi di umana empatia si servono di tale corredo per acquisire onori, denaro, sesso, obbedienza.

Il potere non risiede in chi dispone di denaro, soldati o armamenti (tutto ciò è di risulta), ma nel controllo della narrazione. Questa modella coscienza e azione della popolazione, rendendo cruciale la presa sui nastri cursori attraverso cui l’oligarchia fabbrica la classe di servizio: quella politica, mediatica e accademica. La finta dialettica tra correnti del Partito Unificato – prodotto di una medesima selezione – è una costruzione cosmetica. La principale attività di tali correnti è l’organizzazione dello svago televisivo o cartaceo, mentre le decisioni sono nelle mani di un inaccessibile Pilota Automatico, attraverso algoritmi che finanziano l’oggettività degli accademici, deformano o fabbricano informazioni, imprigionano giornalisti insubordinati.

Sotto la superficie, tuttavia, anche i manipolatori restano confusi, assediati da instabilità mentale e fantasmi distruttivi. Sebbene vivano una vita privilegiata rispetto al popolo dominato, combattono anch’essi contro l’ineluttabilità della loro infelice esistenza. La fonte della sofferenza, infatti, si colloca nella struttura di una società distopica, prigioniera del cupo binomio assolutismo della mercificazione e ontologia dell’immutabilità. Il primo postulato mira a rendere la persona umana una mera commodity negoziabile sul mercato, il secondo a sopprimere la tensione verso l’etica della natura e del soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’uomo. Anche la classe dominante, dunque, resta schiava di cupe patologie, immersa in un’allucinazione di realtà, nella presunzione di conoscere gli interstizi profondi della specie umana. L’ossessione di sopprimere la libertà di prendere coscienza – con qualche eccezione che non fa differenza – mira a impedire che la resistenza giunga a massa critica, a costo della sopravvivenza del pianeta, distruzione dell’ambiente di vita o annientamento nucleare.

L’essere umano resta comunque padrone del proprio destino, può scavare dentro di sé, prendere coscienza e giungere alla radice dell’abisso devalorizzato nel quale la società viene relegata. Percorrere il sentiero della consapevolezza consente di cogliere l’insostenibilità ontologica di tale scenario, di coltivare la speranza di una graduale riemersione, di tornare liberi dal dominio della voce narrante, avviandosi verso la guarigione e la libertà.

Non sappiamo se la nostra specie riuscirà a svegliarsi dal sonno della ragione, liberandosi dalle logiche manipolatorie che ne sono la fonte. Tale obiettivo resta però alla sua portata e chiunque può contribuirvi.

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lunedì 6 novembre 2023

Cosa ha visto John Maynard Keynes? - Paolo Giuliodori

“Se fossi oggi al potere cercherei subito di dotare le nostre principali città di tutto ciò che è connesso all’arte e alla civiltà al più alto livello raggiungibile da ciascun cittadino.”1

Qualcuno potrebbe ipotizzare che queste parole furono pronunciate da un grande critico d’arte o da un filosofo o magari da un poeta, invece queste parole uscirono dalla bocca di John Maynard Keynes nel 1933 , uno dei più grandi economisti della storia. Keynes probabilmente le pronunciò intendendo smentire, da un punto di vista molto economico, la vulgata popolare del “con la cultura non si mangia”. Le sue parole hanno certamente una sfumatura di “scava la buca e riempi la buca, l’importante è che si crei occupazione”. Keynes era infatti un fervido sostenitore delle politiche di pieno impiego di uomini, risorse e mezzi. Quindi la frase citata sopra rientra benissimo in questa ottica, ma non solo questo. Dal mio punto di vista sento che queste parole racchiudano anche una aspirazione umana alla bellezza ed alla verità. Anche in un grande economista, tutto grafici e modelli predittivi, si apre uno squarcio di poesia, forse uno dei primi squarci di un nuovo tipo di economia.

Qual è l’obiettivo dell’economia? Produrre beni in modo efficiente? Far girare soldi (ormai questa sembra essere prerogativa della finanza predatoria)? Azzerare la disoccupazione? Redistribuire la ricchezza? Qual è il fine dell’economia? E direi anche: qual è il fine dell’uomo?

La storia continua. Keynes in un’altra conferenza del 1931 affermò:

“Mano a mano che i mutamenti tecnologici rendono possibile una data produzione di beni di ogni sorta con una quantità decrescente di sforzi umani, ancora, noi dovremmo aumentare per sempre il livello di benessere economico. […] se ogni cosa procedesse liscia in una società ben governata, ci condurrebbe, nello spazio di alcune generazioni, all’abolizione completa della necessità economica.”2

Keynes sembra vedere un “mondo migliore”, sembra credere realmente che lo sviluppo tecnologico possa portare ad un miglioramento reale delle condizioni di vita di tutti. Con il senno del poi, questa ultima citazione appare molto ingenua, abbiamo visto come i giganteschi passi avanti della tecnica abbiano portato per lo più ad uno sfruttamento ancora più intensivo di risorse e manodopera, ad un controllo sociale ancora più capillare e pervasivo ed ad un allargamento impressionante della forbice sociale. Le 8 persone più ricche del mondo possiedono tanto quanto 3,6 miliardi di poveri, ossia 8 persone possiedono tanto quanto la metà della popolazione mondiale.

Cosa è andato storto? La risposta che mi sono dato (probabilmente non esaustiva) è contenuta nel modello occidentale del turbocapitalismo dove l’importante è “fare soldi”. Che tu sia un semplice operaio o un dirigente di un qualsiasi fondo di investimento, devi fare soldi, con i soldi sarai felice. Da ciò ne consegue la schizofrenica necessità di produrre ad ogni costo (umano, sociale ed ambientale), con buona pace del benessere collettivo. E quindi come raddrizzare la via? La soluzione non è certamente il consumismo sfrenato, che poggia le sue basi su una insoddisfazione abissale dell’uomo comune. Per questo, parafrasando Gandhi, una rivoluzione può avvenire solo osservando e cambiando noi stessi perché la vera felicità non è nell’oggetto ma nel soggetto. Keynes più o meno consapevolmente lo aveva intuito. Tra le righe dei suoi interventi tecnici traspare umanità, una umanità fatta di solidarietà, di comprensione e di compassione verso gli altri uomini.

Mai come oggi mi appare chiaro che il sistema economico mondiale non sia “umano” e vada completamente ripensato, ma per farlo dobbiamo prima ripensare a come e cosa pensiamo. Cosa vogliamo veramente nel profondo di noi stessi?

1. “Autosufficienza nazionale”, University College (Dublino), luglio 1933;

2. “Una analisi economica della disoccupazione”, Harris Foundation (Chicago), giugno 1931.


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sabato 13 maggio 2023

Verso la sesta estinzione (suicidio) di massa? - Fabio Ercolani

È inutile e dannoso girarci intorno. Mentre il governo italiano si impegna su questioni al limite del demenziale (sostituzioni etniche, proibizione delle parole straniere, difesa dell’identità nazionale, cavilli rispetto all’antifascismo etc.), la nostra umanità si trova di fronte al più grande rischio per la sua incolumità da quando essa esiste. La quinta estinzione di massa, cioè l’ultima fino ad oggi, risale a oltre cinquanta milioni di anni fa, quando, sembra a causa della collisione con un asteroide, il nostro pianeta visse un’era glaciale che condusse alla sparizione dei dinosauri, in quel momento la specie dominante.

Il nostro presente è quello in cui siamo di fronte a una possibile sesta estinzione di massa, come la chiamava un paio di decenni fa il biologo statunitense Edward Wilson. Sì, l’homo sapiens – la specie più evoluta comparsa su questo pianeta – rischia di estinguersi. Ma non per una disgrazia esterna, bensì per suicidio. La specie più evoluta e ottusa al tempo stesso.

Non è solo una questione ambientale – un’umanità la cui produzione massiva e sfrenata sta creando le condizioni per la distruzione dell’ecosistema in cui è possibile la vita umana – su cui gli scienziati ci dicono esserci tutti i segnali per temere il disastro. Ma è anche, e forse soprattutto, una questione di intelligenza. Quella facoltà che distingue l’uomo da tutte le altre specie e che, già dai tempi di Platone, era considerato lo strumento principale con cui l’uomo stesso poteva costruire un futuro di sviluppo e benessere. Tutto questo a patto che l’essere umano seguisse una sola regola fondamentale: la misura. Andare oltre questa misura significava abbandonarsi alla tracotanza, delitto capace di aprire le porte al peggio.

Oggi siamo a quella tracotanza, a quell’eccesso di superbia che può condurre l’umanità all’autodistruzione. Essa ha un nome specifico: intelligenza artificiale. Si badi bene: non una specie di mostro comparso da una scena fantascientifica o comunque extra-umana, come a volte sembrano descriverla alcuni intellettuali (per esempio Harari), o anche i nostri media quando – è il caso di questi giorni – danno la notizia che Geoffrey Hinton (padre della tecnologia da cui è nata l’IA autogenerativa) si è dimesso da Google per denunciare i pericoli insiti in un’intelligenza in grado di soppiantare quella umana.

Occorre essere molto chiari su tre questioni nodali, infatti. La prima: questa tecnologia è un prodotto dell’uomo, che però sta sviluppando in maniera direttamente proporzionale alla diminuzione e all’impoverimento dell’intelligenza umana (si vedano i dati sconfortanti sull’aumento dell’analfabetismo funzionale e sulla degradazione del quoziente intellettivo medio della popolazione). La seconda: se è vero che questa tecnologia può distruggere l’umano, asservendo e poi incorporando l’intelletto dell’uomo, sostituendosi agli umani in moltissime attività lavorative e, perfino, superando le capacità umane nella produzione di contenuti creativi, culturali e artistici, è anche vero che dobbiamo all’Intelligenza artificiale per esempio la velocità con cui si sono elaborati dei vaccini di nuova generazione contro il Covid, così come grazie alla stessa stanno per essere prodotti dei vaccini contro alcune delle forme tumorali più gravi.

Terza questione: ad oggi questa tecnologia è in mano o a soggetti esclusivamente privati (e quindi votati esclusivamente al profitto) nel mondo occidentale, oppure a stati autoritari come nel caso della Cina. Le prime tre società al mondo che lavorano sull’Intelligenza artificiale sono cinesi, si occupano di riconoscimento facciale e in genere di monitorazione dell’umano e vendono i loro prodotti a governi autoritari (compreso quello cinese), che li usano per tenere sotto controllo le rispettive popolazioni e limitare al massimo le libertà individuali.

Non c’è dubbio che siamo di fronte a un cambiamento epocale. Non è più soltanto dal sistema di produzione economico che possiamo comprendere il nostro tempo, ma oggi è la tecnologia a dirci che direzioni stiamo prendendo. A noi uomini, se vogliamo sopravvivere, spetta il compito di governare e limitare gli sviluppi tecnologici affinché siano funzionali all’umano e non distruttivi. L’alternativa è che a governarli e orientarli siano soggetti votati esclusivamente al profitto o al potere politico, quindi incuranti del bene generale.

Il grande dubbio, semmai, è come pensare di fare tutto ciò, per esempio in un paese come l’Italia, in cui il 15% della popolazione pensa che la Terra sia piatta, il 17% che l’Olocausto non ci sia stato, il 18% che i rettiliani siano tra noi, il 29% che lo sbarco sulla Luna non sia avvenuto stato e il 32% che l’attentato contro le Torri gemelle sia stato organizzato dagli Usa (fonte: SWG).

I più intelligenti e competenti dovrebbero essere coloro che ci governano, ma considerando i notevoli problemi che manifestano anche loro con l’intelligenza biologica non c’è molto di che sperare rispetto alla loro capacità di governare quella artificiale.

 

* Filosofo, Università di Urbino "Carlo Bo"

 

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sabato 8 aprile 2023

Italia, il Paese della gente triste - Mariano Rampini

Malinconia accompagnata dalla mancanza di stimoli e dal desiderio di migliorare. Quasi che il destino dell’Italia sia di «finire con un lamento». Un quadro niente affatto confortante quello che il Censis dipinge nel suo Rapporto 2022 sulla situazione sociale del Paese.

Il Bel Paese: una favola? Italiani brava gente: un’altra fiaba? Le favole, si sa, hanno quasi sempre un lieto fine. Ma quella che ha come protagonista il nostro Paese è una di quelle che – per usare le parole del Vate (Nota mia: Giacomo Leopardi nella sua poesia A Silvia) – «…ieri ci illuse…» e oggi continua a farlo. Perché le fiabe a un certo punto si scontrano inevitabilmente con la realtà. E se la realtà è quella dei numeri della statistica, la disillusione è ancora più cocente.

A estrarli dal cilindro magico è stato ancora una volta il Censis. Che si è assunto questo doloroso compito da più di cinquant’anni presentando sempre nel mese di dicembre il proprio Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. (https://www.censis.it/)

Una fotografia da molti anni in bianco e nero, con poche, pochissime sfumature di grigio. Basta scorrere i titoli dei Rapporti degli ultimi anni che ci presentano un’Italia «Irrazionale», «Una ruota quadrata che non gira», in preda a un inconsulto «Furore di vivere». Oppure a un «sovranismo psichico» tinto di cattiveria. Sembra quasi che questi numeri siano la rappresentazione di un un’ombra cupa che si stende in ogni angolo di quello che fu, e avrebbe potuto continuare a essere, il Paese del sole.

Quest’anno la musica non cambia, anzi peggiora. L’esterno – quel mare sconosciuto e infido che tanti temono – è entrato di prepotenza nelle nostre case. Prima la pandemia con il suo corollario di incertezze, dubbi, paure, insicurezze. Poi è giunta anche la guerra e non sono pochi coloro che credono di ascoltare da lontano il galoppo furibondo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Un numero per tutti: 61%. Questa l’altissima percentuale, secondo le rilevazioni del Censis (in verità mai smentite nel lungo arco di tempo in cui i suoi ricercatori hanno lavorato) degli italiani che temono il deflagrare di un nuovo conflitto mondiale. E ancora: si ha paura (59%, ben più della metà dei nostri concittadini) del ricorso alle armi nucleari. Pochissimi di meno (il 58%) coloro che pensano a un’entrata in guerra dell’Italia.

La storia ‒ pardon, la Storia ‒ è entrata nelle nostre case, ci ha messi dinanzi a una realtà che solo pochi (ahimè) ricordano. Cosa succede allora? Che le richieste degli italiani non cambiano: sicurezza (nel lavoro, nella cura della propria salute), maggiore equità sociale. Come se bastasse la bacchetta magica sventolata come propaganda elettorale, per assicurare a tutte e tutti un futuro migliore. Ma sembra scomparsa ogni tensione ideale. Anche quella ‒ di per se stessa negativa ‒ del populismo. Non ci sono reazioni forti, voglia di ribellione, desiderio di agire per cambiare. Su tutti si è stesa una coperta livida di disillusione che conduce – il Rapporto Censis è chiaro su questo punto ‒ alla malinconia.

Il post-populismo

Non che manchino le richieste di un miglioramento delle condizioni di vita (reali, non come quelle che, ricorda il Censis, sono evocate da qualche “leader politico demagogico”). Ma sono voci sommesse. Con una punta di disperazione: i ricercatori presentano un dato che fa tremare le vene ai polsi. Il 92% degli italiani pensa a un’inflazione capace di durare a lungo. Una larghissima fetta di popolazione (siamo ben oltre il 70%) teme che non potrà contare su significativi aumenti delle proprie entrate. Ne deriva la paura di un’ulteriore diminuzione del tenore di vita: lo temono quasi il 70% degli intervistati e la percentuale sale a sfiorare l’80% in chi ha già un reddito basso. La propensione al risparmio (una delle voci in genere considerate positive da più di un’indagine statistica) sembra essere scomparsa: il 64,4% ha già cominciato a intaccare le proprie riserve economiche (Nota mia: non è che manca la propensione al risparmio, è che le difficoltà costringono ad intaccare i propri risparmi!).

Da qui il nodo gordiano che stringe alla gola il nostro Paese. Le diseguaglianze, qualcosa che gli italiani dichiarano di odiare. Differenze eccessive tra retribuzioni dei dipendenti rispetto a quelle dei dirigenti (87,8%), buonuscite milionarie dei manager (86,6%), tasse poche e mal pagate dai giganti del web (84,1%), facili guadagni degli influencer (81,5%), sprechi per feste e mondanità delle “celebrità” (78,7%), uso dei jet privati (73,5%). Insomma un insieme di elementi che sembrano tutti contrapporre un esercito di meno abbienti a una minoranza di “ricchi” – senza virgolette è più vero – sciuponi.

Il fattore che però deve indurre a una profonda riflessione chiunque intenda farsi portavoce di queste rivalse è che vengono pronunciate con acrimonia ma senza mostrare alcuna vera volontà di riscatto.

Non c’è desiderio di conflitto, di mobilitazioni collettive (di ogni tipologia dagli scioperi alle manifestazioni di piazza). Gli italiani appaiono spenti, incapaci di reagire. Malinconici. Appunto: veri e propri «cittadini perduti della Repubblica».

Una prova? Quella delle ultime elezioni dove 18 milioni di italiani (all’incirca il 39% degli aventi diritto al voto) hanno scelto di non votare (astensioni, schede bianche o annullate, rileva il Censis), di non esprimere il proprio scontento attraverso l’unico vero strumento che la democrazia mette nelle loro mani. Fra il 2018 e il 2022, questo esercito silenzioso e malinconico è cresciuto di oltre quattro milioni di unità.

Una malinconia profonda, figlia dell’incertezza, facile a diffondersi in un Paese dove punti di riferimento reali mancano. Quelle che non mancano sono le promesse elettorali mai mantenute. E, soprattutto una sorta di stanchezza mentale che non induce più nessuno a pensare di cambiare le proprie sorti attraverso forme di sacrificio. In sostanza gli influencer possono dire ciò che vogliono ma una fetta larghissima del campione (oltre l’83%) non ha intenzione di seguirne le indicazioni. I prodotti di prestigio non attirano più di tanto (lo dichiara il 70 e passa per cento). Né tantomeno lo fa la moda (torniamo ben sopra l’80%). Soprattutto, poi, da segnalare come il 36% sia disposto a dedicarsi al lavoro per “far carriera” e magari guadagnare di più.

Insomma tirando le somme il Censis rivela come un’alta percentuale ‒ ci si avvicina al 90%, quindi davvero alta ‒ di italiani, dinanzi al susseguirsi di eventi non controllabili (pandemia, guerra, crisi ambientale) provi tristezza, malinconia, incapacità di affrontare questioni di molto superiori a quell’«io» che aveva dominato l’ultimo decennio. Quasi che ci si sia andati a schiantare contro un muro insuperabile. Quello della realtà. Il muro dell’essere cittadini di un mondo dove quei cavalieri a cui si accennava in precedenza galoppano indisturbati da sempre.

Molti, moltissimi i dati che fornisce il Rapporto. Un volume che ogni politico del nostro Paese dovrebbe portare con sé nella propria borsa (firmata?). E consultare prima di assumere qualsiasi decisione che possa influenzare i comuni destini.

La sicurezza sanitaria, ad esempio. Un 53% del campione teme la non autosufficienza e l’invalidità. Con loro ci sono gli italiani che hanno paura di perdere il lavoro (47,6%) o di subire incidenti o infortuni (43,3%) sempre sul lavoro. O di non poter disporre di redditi sufficienti in vecchiaia (ben più del 47%). E non manca la paura diffusa verso l’assistenza sanitaria: il 42% esprime i propri timori per la necessità di pagare di tasca propria eventuali, «impreviste» emergenze di salute.

Qui si innestano altri numeri. E danno poco conforto ma, al tempo stesso indicano con precisione dove dovrebbe agire la mano del governo o dei governi che seguiranno all’attuale.

La povertà invisibile?

A cominciare dalla povertà. Già, perché in Italia esistono famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta (un valore che oscilla e che è comunque legato al rapporto fra la composizione familiare e la possibilità di acquisto dei prodotti di un “paniere” di beni essenziali: cibo, medicine ecc. – NDR). E non è un fenomeno marginale. Il Rapporto Censis (supportato in questo anche dai dati dell’Istat e della Caritas) cita un numero che fa rabbrividire: 1,9 milioni di famiglie cioè 5,6 milioni di persone, dunque 1 milione in più rispetto al 2019. Buona parte di esse (il 44,1%) risiede nelle Regioni del sud.

Cosa si fa per loro? Si parla di lavoro, di assistenza? Si possiede una percezione esatta delle loro necessità? E, soprattutto quali possibilità vengono offerte per uscire da questa tragica posizione? Come potranno inserirsi nel mondo del lavoro i tanti giovani tra i 18 e il 24 anni che sono usciti dal sistema di «istruzione e formazione»? Già, perché il problema della povertà è anche questo e i numeri sono impietosi soprattutto nel confronto europeo. In Italia la dispersione scolastica interessa, a livello nazionale il 12,7% di questi giovani nelle regioni del Sud, contro una media europea che si arresta al 9,7%.

Nella Ue c’è una quota di 25-34enni diplomati pari all’85,2%. In Italia si scende al 76,8% (71,2% nel sud). Non basta: anche i laureati, cioè quella parte di giovani che potrebbero inserirsi più facilmente nel mondo del lavoro sono pochi rispetto al resto d’Europa. La percentuale di 30-34enni laureati o in possesso di un titolo di studio terziario raggiunge quota 26,8% in Italia (20,7% al sud) rispetto a una media europea ben più alta pari al 41,6%.

La sanità è davvero per tutti?

Abbandoniamo in chiusura il Rapporto Censis restando nel campo dei numeri. Questa volta a gettare luce sulle ombre dell’assistenza sanitaria (troppe, davvero troppe) è un altro Rapporto, quello curato dall’Opsan, l’osservatorio sulla povertà sanitaria (https://www.opsan.it/) che è l’organo di ricerca della Fondazione Banco Farmaceutico, onlus creata nel 2008 ma già operante fin dai primissimi anni del secolo.

Cosa ci mostra quest’altra indagine? Che nel 2022 sono state 390 mila le persone costrette a ricorrere a svariate realtà assistenziali per potersi curare. Si torna a parlare di povertà assoluta confermando i dati Censis e aggiungendovi quello relativo alla “povertà sanitaria”.

Il Servizio Sanitario Nazionale, in sostanza, lascia fuori della porta ‒ nonostante la sua impronta universalistica ‒ moltissimi cittadini. Nel Rapporto Opsan si legge che: «nel 2021 (ultimi dati disponibili) il 43,5% (cioè 3,87 miliardi di euro) della spesa farmaceutica è stata pagata dalle famiglie (+6,3% rispetto al 2020), con profonde differenze tra le possibilità di quelle povere e quelle non povere».

In sostanza gli indigenti hanno a disposizione pro capite 9,9 euro mensili contro i 66,83 euro di chi indigente non è. Restando nel solo campo dei farmaci la quota a disposizione dei meno abbienti è pari a 5,85 euro mensili contro i 26 euro di chi dispone di maggiori entrate.

In sostanza, il 60% della spesa sanitaria di chi vive in povertà finisce in “emergenze” mentre le famiglie con maggiori risorse destinano il 38%.

Perché avviene questo? Per un meccanismo perverso ‒ figlio dei tanti tagli subiti nel tempo dall’assistenza farmaceutica del Ssn ‒ non esiste copertura per i cosiddetti farmaci Otc, quelli «da banco»: si è creata così una vera e propria frattura tra coloro che sono sotto la soglia di povertà e coloro che, invece, ne sono al di sopra.

Aumentano anche le diseguaglianze tra le fasce più ricche della popolazione e quelle medio-basse: nel 2021 a ridurre le spese sanitarie a loro carico (la rinuncia riguarda in generale le visite mediche e gli accertamenti diagnostici periodici) sono stati oltre 4 milioni e 768 mila famiglie (pari a quasi 11 milioni di persone). Di queste, neanche a dirlo, 1 milione e 884 mila persone vivono sotto la soglia della povertà assoluta.

L’elenco dei numeri presentati è certamente lungo. E i numeri, si sa, non destano simpatie perché spesso impediscono repliche demagogiche. Però pensare di ignorarli o, quantomeno, di nasconderli sotto un tappeto, per spostare l’attenzione degli italiani verso problematiche ‒ l’immigrazione in particolare, quella che molti definiscono invasione ma che tale non è e che a conti fatti contribuisce in maniera fattiva al benessere nazionale (articolo) ‒ destinate ad usum delphini (Nota mia: il link alla voce in Wikipedia che spiega l’uso di questa espressione in latino) e solo a quello, è un peccato mortale. Soprattutto perché fomentando paura e insicurezza, si colpiscono al cuore la speranza, il desiderio di riscatto, la dignità e il desiderio di vivere delle persone. Si lascia loro, insomma, solo un’esistenza malinconica. E non dovrebbe essere questo il destino di un Paese.

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giovedì 13 ottobre 2022

Preparare l'ordine nuovo - Andrea Zhok

 


Per definire il nostro spazio di possibilità storico bisogna comprendere la collocazione che abbiamo all’interno della traiettoria della nostra civiltà.

Noi tutti, italiani, europei, occidentali ci troviamo all’interno di una fase di crisi epocale, potenzialmente terminale, del mondo liberale che ha preso forma poco più di due secoli fa.

Che questa forma di civiltà, diversamente da tutte quelle che l’avevano preceduta, fosse affetta da contraddizioni interne autodistruttive era stato chiarito già dall’analisi marxiana a metà Ottocento. Gli elementi principali internamente contraddittori erano chiari sin da allora, per quanto Marx concentrasse lo sguardo sulla linea di frattura sociale (tendenza alla concentrazione oligopolistica e alla pauperizzazione di massa), mentre gli mancava per ovvie ragioni storiche la percezione di altri sbocchi critici inerenti alle medesime contraddizioni (non c’era né la consapevolezza della possibilità di un’estinzione della specie per via bellica, divenuta una possibilità dopo il 1945, né l’idea della rilevanza dell’impatto degenerativo del progressismo capitalista sul sistema ecologico). Un sistema che vive solo se cresce e che nel crescere consuma individui e popoli come mezzi indifferenti per il proprio accrescimento produce sempre, necessariamente e sistematicamente tendenze al collasso. La lettura marxiana, forse troppo condizionata dai propri desideri, previde come forma del crollo a venire un crollo rivoluzionario, in cui maggioranze impoverite si sarebbero rivoltate contro oligopoli plutocratici. Il crollo che invece si presentò agli occhi della generazione successiva fu la guerra, una guerra mondiale come conflitto finale nella competizione imperialistica tra stati che erano realmente diventati “comitati d’affari della borghesia”.


La fase attuale presenta tendenze molto simili a quelle dei primi del ‘900: una società apparentemente progressiva e opulenta, secolarizzata e scientista, in cui i margini di crescita (“plusvalore”) si erano però ristretti e avevano indotto a cercare fonti di risorse alimentari e materie prime sempre più lontano, in paesi colonizzati. Questo fino a quando le singole ambizioni di crescita avevano iniziato - sempre più spesso - a collidere sul piano internazionale, spingendo a preparare ad un possibile conflitto attraverso trattati segreti di alleanza militare che dovevano scattare in presenza di un casus belli.


Che l’esito della crisi attuale sia una guerra mondiale totale sul modello della Seconda Guerra mondiale è solo una possibilità.


Potrebbero prevalere le spinte a farne una guerra più simile alla Prima, dove il fronte è l’Ucraina e le retrovie che si fanno carico di fornire mezzi alla guerra sono rispettivamente l’Europa e la Russia. Nella Prima Guerra Mondiale i civili non erano direttamente coinvolti dagli eventi bellici salvo che nelle zone di contatto, ma il coinvolgimento complessivo in termini di impoverimento e carestia fu enorme. Tra il 1914 e il 1921 l’Europa perse tra 50 e 60 milioni di abitanti, di cui morti direttamente durante il conflitto erano “solo” tra 11 e 16 milioni (a seconda delle modalità di conteggio).


Dalla Guerra emerse uno specifico ceto industriale più ricco e potente di prima, ed era quello coinvolto direttamente o indirettamente negli approvvigionamenti del fronte. I paesi più lontani dal fronte e non coinvolti direttamente uscirono dalla guerra persino più ricchi e comparativamente più potenti.


Questa è naturalmente anche la prospettiva e l’auspicio di chi oggi alimenta il conflitto da remoto.


L’esperienza dell’ingresso in guerra, con la complicità di fatto di quasi tutti i partiti socialisti e socialdemocratici, rappresentava un trauma da cui trarre un insegnamento fondamentale, insegnamento che attualizzato potremmo tradurre con: la sinistra di sistema non ha alcuna capacità né volontà reale di opporsi al degrado del sistema. In risposta a questo trauma Gramsci nel 1919 fondava una rivista dal nome altamente simbolico l’Ordine Nuovo; e due anni dopo, sulla scorta dell’apparente successo della Rivoluzione Russa, nasceva il PCI, con l’intenzione di essere precisamente un antidoto a quanto avvenuto: una forza “antisistema” capace di rovesciare i paradigmi sociali e produttivi che avevano condotto alla guerra (e che rimanevano intatti).


Nello stesso torno d’anni prendeva forma il movimento dei Fasci di Combattimento, il cui Manifesto “sansepolcrista”(giugno 1919) può stupire chi conosca la successiva evoluzione del regime fascista.


Anche qui l’onda dell’esperienza dell’anteguerra e della guerra spingeva in una direzione di rinnovamento radicale “antisistema”. Vi troviamo la richiesta di suffragio universale (anche femminile), la giornata lavorativa di 8 ore, il salario minimo, la partecipazione dei lavoratori al governo dell’industria, un’imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo con espropriazione parziale di tutte le ricchezze, il sequestro dell’85% dei profitti di guerra, ecc.


Di lì a pochi anni, tuttavia, il movimento dei Fasci di Combattimento perderà tutte le istanze socialmente più radicali e verrà riassorbito nel sistema, ottenendo in cambio il sostegno economico degli agrari e della grande industria, che lo utilizzeranno in funzione anticomunista e antisindacale. Con una lettura attualizzata (e naturalmente forzata, vista la vastità di differenze storiche) si potrebbe dire che la spaccatura della protesta antisistema (fomentata dal capitale) riuscì a neutralizzarne il carattere di minaccia al capitale stesso, mantenendone soltanto un carattere di rivoluzionarietà esteriore.


In quasi perfetto parallelismo con la pubblicazione del Manifesto “sansepolcrista”, Antonio Gramsci apriva le pagine de L’Ordine Nuovo (maggio 1919) con un celebre appello:

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».


Gramsci aveva perfettamente chiaro che le possibilità di successo di una forza che desiderasse l’abbattimento di un sistema capitalistico, uscito quasi indenne dal più grande conflitto di tutti i tempi, richiedeva certo l’agitazione e la protesta (non difficile da ottenere in un’Italia dove il malcontento postbellico era enorme), ma soprattutto richiedeva “studio” (formazione) e “organizzazione”.

È passato un secolo. Moltissime cose sono cambiate, ma il sistema socioeconomico è il medesimo e la fase è simile: passato attraverso una profonda revisione all’indomani del 1945, esso si è rimesso sui vecchi binari in forma accelerata a partire dagli anni ‘80.


Oggi siamo in una situazione che ricorda per molti versi il 1914: l’inizio, perfettamente inconsapevole, di una lunga e distruttiva crisi.


Uscirne più o meno come nel 1918, con una condizione di impoverimento generalizzato e una società più violenta, ma senza la distruzione bellica direttamente in casa è lo scenario che ritengo più ottimistico.


Con qualche anno di crisi energetica, alimentare ed industriale e l’Europa sarà ridotta a fornitore di manodopera specializzata a basso costo per le industrie americane. Questo è lo scenario migliore.


Le possibilità di frenare il treno in corsa sono minime.


Quello che si può fare è prepararsi per essere all’altezza degli eventi, per guidare i pezzi in caduta libera in modo che si dispongano come fondamenta per un edificio futuro.


E questo richiede, come diceva Gramsci, innanzitutto una FORMAZIONE adeguata ad interpretare gli eventi, ad uscire da dogmatismi e rigidità che impediscono di comprendere la forza e il carattere del “sistema”. In questa fase chi rimane ancorato ai riflessi condizionati di destra e sinistra, con i relativi dogmi, santini e demonizzazioni a molla, è parte del problema. Il sistema di dominio del capitalismo finanziario mondiale su base angloamericana è un potere in crisi sì, ma è ancora il più grande potere sul pianeta ed è sopravvissuto ad altre grandi crisi.


Esso è in grado di persuadere quasi chiunque, di quasi qualunque cosa, attraverso un capillare controllo dei principali snodi mediatici.


Esso è in grado di corrompere chiunque abbia un prezzo e di minacciare chiunque non lo abbia.


Esso può anche cambiare rapidamente pelle su questioni “decorative” e “sovrastrutturali” come tutti i vari dirittocivilismi e dirittoumanismi, che ora brandisce come clave quando servono, ma che può far scomparire in un istante con una fiaba ad hoc, se una strategia diversa dovesse risultare utile.


Avere una consapevolezza culturale di ciò che è essenziale e di ciò che è contingente qui è cruciale.


E in seconda istanza, sempre con Gramsci, è necessaria ORGANIZZAZIONE. Chi ambisca non ad “abbattere il sistema” (nessuno ha oggi il physique du rôle per farlo in modo diretto, “rivoluzionario”), ma ad accompagnarne il parziale collasso endogeno, in modo da portare alla luce una nuova forma di vita, ha qualche possibilità di farlo solo se prende maledettamente sul serio gli obblighi di un’organizzazione collettiva.


Ciò che il “sistema” alimenta scientemente è l’INCONSAPEVOLEZZA (ignoranza, disorientamento) e la FRAMMENTAZIONE (caduta nel privato, mutua diffidenza). Ciò che deve fare chi prova a sfidarlo è remare con tutte le forze in direzione opposta.

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