La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 7 gennaio 2026
domenica 31 gennaio 2021
Quel sottile razzismo svedese - Joshua Evangelista
Un appello lanciato da 39 giornalisti del servizio radiofonico pubblico svedese punta il dito contro le discriminazioni, a volte velate a volte no, che i reporter (e più in generale i lavoratori) con un background straniero sono costretti a subire nell’insospettabile Svezia.
Se pensiamo
alla Svezia pensiamo a un paese aperto alle diversità, accogliente e
rispettoso delle minoranze. Lo pensiamo perché è vero.
Storicamente, la
Svezia è sempre stata uno dei rifugi più sicuri per chi migra. È il terzo
paese al mondo per accoglienza di rifugiati pro capite dietro Canada e
Australia e nel 2015 ha registrato un record di 162.877 richieste di asilo,
l’1,6% della popolazione svedese, composta da circa 10 milioni di persone.
Equiparando questo dato agli abitanti degli Stati Uniti, è come se Washington
nel 2015 avesse ricevuto cinque milioni di richieste (in realtà sono state solo
83 mila).
Il 25% degli svedesi ha un background straniero
Non ci sono
numeri esatti per stabilire quanti svedesi abbiano un background straniero
perché – fortunatamente – lo stato svedese non basa alcuna statistica
sull’etnia. Sappiamo però che nel 2016, 1.784.497 residenti erano nati all’estero, 535.805
erano nati in Svezia da due genitori nati all’estero, 739.813 avevano un
genitore nato all’estero e 6.935.038 non avevano genitori nati all’estero. Se
in maniera grezza considerassimo il background diverso come la possibilità che
qualcuno sia nato all’estero o abbia almeno un genitore nato all’estero,
potremmo dire che il 25% degli svedesi ha un background diverso. Uno svedese su
quattro.
Il
sito sweden.se, il portale governativo che
racconta il Paese ai turisti, descrive in maniera entusiastica questa varietà
culturale: “L’immigrazione ha portato con sé nuovi costumi e tradizioni
che nel tempo si sono intrecciati nel tessuto di quella che chiamiamo società
svedese. Allo stesso modo, i ‘nuovi svedesi’ riprendono le vecchie
tradizioni svedesi, e spesso sono i bambini a introdurle nella famiglia. Gli
asili nido e le scuole esercitano una notevole influenza nella sfera sociale.
Il risultato – nella migliore delle ipotesi – è un fertile incrocio culturale”.
Al di là dei
toni, questo approccio è generalmente condiviso dalla maggioranza della
popolazione.
Per aiutare
i nuovi arrivati a integrarsi nella società, la Svezia
offre programmi di integrazione finanziati con fondi pubblici. I
migranti prendono lezioni di lingua svedese e imparano a conoscere la cultura.
A Ronneby, una piccola città industriale nel sud della Svezia, c’è persino un
programma di fitness gratuito dedicato ai nuovi arrivati.
Tra i frutti
di una comunità interculturale dovrebbe esserci anche il sorgere di una classe
di professionisti dell’informazione figli di questa eterogeneità. Così dovrebbe
essere, così non è esattamente in Svezia.
“Conosci qualcuno che vende armi?”
Sull’onda
del Black Lives Matter statunitense, a settembre quattro
giornaliste del servizio radiofonico pubblico svedese – Palmira Koukkari
Mbenga, Maya Abdullah, Mona Ismail Jama e Freshta Dost – hanno scritto una lettera pubblica, lunga dodici pagine, nella quale affermano che la
radio svedese non riflette la realtà del Paese. L’appello è stato quindi
sottoscritto da 39 giornalisti (21 anonimi) dello stesso servizio e in seguito
portato avanti da più realtà dell’informazione pubblica e privata, in un
dibattito che non è ancora finito e che sta appassionando sempre di più
l’opinione pubblica.
“È chiaro
che il servizio pubblico svedese abbia investito nella diversità per diversi
decenni”, ha scritto su Expressen la giornalista Alexandra
Pascalidou, per anni voce e volto della radio e della tv pubblica. “Perché alla
fine qualcosa è andata storta? Perché le persone sono così arrabbiate?”
Pascalidou ha intervistato numerosi giornalisti del passato e del presente con
background straniero cercando di capire cosa fosse andato storto. Tra questi, è
illuminante la risposta di Arash Mokhtari, 38 anni ed ex reporter e conduttore
della SVT: “Il servizio pubblico dice di essere interessato alla diversità
perché è come una spilla che vogliono indossare e per cui ricevono complimenti,
una gomma da masticare che masticano e sputano quando il gusto esotico si è
placato. Pensano che sia fantastico avere nel team qualcuno su una sedia a
rotelle o nato in un altro paese, ma quando si tratta di attività legate alle
notizie, diventa un po’ scomodo. Più prestigioso è il lavoro, minore è la
diversità”.
Nell’appello si legge, tra le altre cose, che nella lettura delle notizie le minoranze vengono ritratte quasi sempre solo come vittime o come parte dei problemi sociali; che le redazioni sono quasi solo bianche, che i capi sono bianchi e che a loro volta assumono quasi solo personale bianco, anche se a volte meno qualificato.
Freshta
Dost, che lavora al terzo canale P3 Nyheter da Göteborg, racconta di sentirsi
spesso esotizzata, esclusa e invisibile. “Quando ero stata appena
assunta, un collega di Stoccolma a me sconosciuto mi ha chiamato e mi ha
chiesto se avessi potuto leggere un discorso in cui dovevo fare la voce di un
mendicante bulgaro. Era importante che l’accento fosse marcato. Per me è stata
una domanda molto strana, non so come si doppia una persona bulgara”, ha spiegato
in un’intervista. Non solo: a Freshta è stato anche chiesto di interpretare
un simpatizzante dell’ISIS mentre ad altri colleghi uomini hanno
chiesto di doppiare criminali. Secondo Freshta Dost non sono scelte casuali, ma
testimoniano uno schema ben preciso e una cultura prevaricante dentro la radio.
“Per quale motivo siamo stati assunti, per doppiare mendicanti e criminali nei
servizi degli altri colleghi?”
A Mona
Ismail Jama hanno chiesto se conoscesse qualcuno che vende armi: “Ci si
aspetta che in quanto somala io conosca il mercato nero delle armi”. E
ancora, spiega Palmira Koukkari Mbenga che “durante un incontro con colleghi
che non vedevo da molto tempo, il mio nuovo taglio di capelli ha suscitato
molto scalpore. All’improvviso, sento una mano dietro la mia testa
accarezzarmi, più o meno allo stesso modo in cui immagino che si accarezzi
una pecora. Non era la prima volta che mi si toccavano i capelli al lavoro,
senza che prima mi si chiedesse il permesso”.
In Svezia,
il dibattito legato a Black Lives Matter è molto sentito. A giugno è arrivato
l’appello A Call for Change, in cui oltre un centinaio di
afro-svedesi impegnati nei settori di comunicazione, media, musica e moda
avevano chiesto ai leader del settore di impegnarsi maggiormente nel contrastare
il razzismo e la discriminazione. Tra i firmatari c’erano gli artisti Jason
Timbuktu Diakité e Sabina Ddumba, nonché l’autore e scrittore Amat Levin.
L’appello delle giornaliste della Radio svedese è ancora più preciso e fornisce
obiettivi concreti e quantificabili.
L’appello e le richieste
Nell’appello
ci sono richieste specifiche: entro il 2025 almeno il 25% dei 2.200
dipendenti dovrà avere un background straniero e di questi un 15% dovrà essere
non europeo. Ciò dovrebbe valere anche per le posizioni manageriali. Il
punto, spiegano le autrici, è che questo razzismo colpisce non solo i
dipendenti, ma anche gli ascoltatori, secondo lei. Non coprendo in maniera
puntuale e precisa le notizie di esteri e di interni legati alle minoranze
si fa un cattivo servizio pubblico, soprattutto a quel 25% della
popolazione.
Notizie che,
secondo Maya Abdullah, vengono prese meno in considerazione se la proposta
viene da un giornalista di altro background: “C’è resistenza quotidiana
quando proponiamo notizie. Dobbiamo farci sentire il triplo rispetto ad
altri colleghi affinché un argomento venga incluso nel telegiornale”.
Frontiere
News ha chiesto a Freshta Dost quali fossero state le conseguenze dell’appello
(che nel frattempo è stato sottoscritto anche da giornalisti della televisione)
all’interno delle redazioni. “Da fuori veniamo viste come eroine”, ci ha
spiegato Dost, “ma dentro stiamo avendo tanti problemi. Girano cattive
informazioni su di noi, la destra sta interpretando in chiave politica
il nostro appello e dice che siamo politicizzati”.
Freshta Dost
ci tiene a precisare che sono stati costretti a lanciare questo appello. “Non
avevamo scelta, in Svezia il razzismo viene accettato sempre più, a
tutti gli strati. Persino nelle aziende pubbliche come la Radio svedese”.
Spiega che si tratta di un “adeguamento”: “Questo clima pesante si avverte
ovunque. Il servizio pubblico svedese non fa altro che adeguarsi a quello che
succede nella società”.
Intervistata
dal quotidiano Aftonbladet, la CEO della Radio svedese Cilla
Benkö ha negato le accuse. Intanto sempre più media svedesi ammettono di avere un problema di rappresentanza
all’interno delle redazioni e anche nel mondo del cinema l’appello sta
facendo breccia. L’opinione pubblica osserva e si fa un’idea.
giovedì 21 maggio 2020
La Coalizione dei Ripugnanti all'attacco
Non ci sono troppe cose da dire, se non le parole che Thomas Bernhard ha rivolto agli austriaci.
pregiatissimi presenti,
Si procede lungo la vita, turbati, non turbati, attraverso la scena, tutto è permutabile, nello stato-palcoscenico meglio o peggio ammaestrati: un errore! Si comprende:
un popolo ignaro, un paese stupendo – padri morti o coscienziosamente senza coscienza, uomini con la semplicità e la viltà, con la povertà dei loro bisogni… È tutto un antefatto in sommo grado filosofico e insopportabile.
Le ere della storia sono frenasteniche, il demonico in noi un incessante carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano. Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità. La vita di-sperazione, a cui le filosofie si appoggiano, in cui tutto, in fondo, deve impazzire.
Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso della megalomania come futuro nel processo della natura.
Nulla abbiamo da narrare, se non la nostra miseria, travolti dall’immaginativa di una monotonia filosofico-economico-meccanica.
Strumenti al servizio della fine, creature dell’agonia, tutto a noi si rivela, nulla comprendiamo. Popoliamo un trauma, temiamo noi stessi, abbiamo il diritto di temerci, già contempliamo, sia pur distintamente, lo sfondo:
i giganti dell’angoscia.
Quel che pensiamo è già pensato, quel che sentiamo è caotico, quel che siamo non è chiaro.
Non dobbiamo vergognarci, ma non siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos.
Ringrazio a mio nome e a nome dei premiati questa giuria, ed espressamente tutti i presenti.
venerdì 22 novembre 2019
La morte di Olof Palme e le folli verità di Stieg Larsson - Olivier Favier
domenica 9 giugno 2019
scrive Stieg Larsson, sull'omicidio di Olof Palme
Stoccolma, 20 marzo 1986
Cari Gerry & amici,
l’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme è,
a essere del tutto sinceri, uno dei delitti più incredibili
e sconvolgenti di cui io abbia mai avuto l’ingrato compito
di occuparmi.
Sconvolgente per come la storia si avvita di continuo
su se stessa, cambia bruscamente direzione,
dando origine a nuove sconcertanti scoperte, per poi
mutare ancora, in vista del passo successivo. Incredibile
per la sua portata politica e per il fatto che – per
la prima volta nella storia, credo – un capo di governo
sia stato ucciso senza che si abbia la minima idea del
o dei colpevoli. Inquietante – i delitti lo sono sempre
– poiché la vittima era il primo ministro, un uomo apprezzato
e rispettato in Svezia, non solo dai socialdemocratici
ma anche da chi (come me) non lo è.
prime ore del mattino di sabato 1º marzo, e il mio
caporedattore mi ha informato del delitto ordinandomi
di farmi trovare alla scrivania, il mio mondo
è costantemente nel caos. Provate a immaginare se
doveste occuparvi dell’omicidio della signora Thatcher
e l’assassino fosse scomparso senza lasciare
traccia.
E poi lo shock. Quel sabato mattina, mentre la notizia
si spargeva per la Svezia ancora addormentata,
ho incontrato persone che d’impulso uscivano in strada,
con volti pallidi e cupi. In redazione ho visto navigatissimi
cronisti di nera – uomini e donne che hanno
visto di tutto, più e più volte – interrompersi all’improvviso
a metà della scrittura di una frase, chinare
il capo e scoppiare a piangere.
Io stesso mi sono ritrovato di colpo in lacrime, quella
mattina. È successo quando mi è piovuta addosso
una disperata sensazione di déjà-vu, nel momento in
cui mi sono reso conto che in meno di tre anni era la
seconda volta che perdevo un primo ministro: il primo
era stato Maurice Bishop, a Grenada – un uomo
per il quale nutrivo affetto, rispetto e fiducia più che
per molti altri. E adesso succedeva ancora.
Dopo, messo da parte lo sconforto e sepolto il signor
Palme, ecco il momento in cui i reporter tutt’a
un tratto si accorgono di quanto questo caso sia un
esempio da manuale.
A volte si sviluppa al ritmo concitato di un romanzo
di Robert Ludlum. Certi giorni, invece, assomiglia
a un mistero alla Agatha Christie per poi
evolvere in un poliziesco in stile Ed McBain, con
una spolverata di spacconeria alla Donald Westlake.
La posizione della vittima, l’incidenza politica,
l’assassino senza volto, le congetture, le piste che
non portano a nulla, arrivi e partenze di presidenti
e monarchi, i percorsi delle automobili, le dicerie, i
pazzoidi, quelli che «io l’ho sempre saputo», le telefonate,
le soffiate anonime, gli arresti e la sensazione
che si ha quando si crede che i conti stiano per
quadrare… e invece si approda solo al nulla e alla
confusione.
Su questa storia si scriveranno libri.
Di norma, chi uccide un capo di governo viene catturato
o ucciso nei secondi o minuti immediatamente
successivi al fatto. E l’indagine di solito si riduce a un
caso aperto e subito chiuso. Stavolta no.
Qui abbiamo un primo ministro che fa una passeggiata
serale insieme alla moglie, senza guardie del
corpo nel raggio di chilometri. E abbiamo un assassino
che svanisce nel nulla.
Insomma, siamo seri: da dove si comincia un’indagine
che ha letteralmente migliaia di sospettati e
neppure una pista?
Perdonatemi questo esordio farfugliante. Non
avevo neppure messo in conto di scrivere tutte queste
cose.
Palme fin da subito. Ho abbozzato otto o nove lettere
senza concluderne neppure una. Perché? È presto
detto: perché prima che io avessi il tempo di concludere,
emergeva qualche nuovo e sorprendente elemento
che impartiva alla vicenda una nuova direzione. Così,
ogni volta dovevo strappare quel che avevo scritto e
ricominciare daccapo.
Perciò questa lettera è solo un tentativo di darvi
un ragguaglio su cosa, in relazione all’omicidio, è
un dato di fatto e cosa no. Dopo aver passato le ultime
tre settimane a convivere con questo delitto
ventiquattr’ore su ventiquattro, ho grosse difficoltà
a mantenere il giusto distacco, e dato che questa
sera l’intera indagine sembra essere finita in un
vicolo cieco, questo ragguaglio sarà anche un modo
per mettere ordine nei miei pensieri e fare il punto.
Cosa che potrebbe tornarvi utile, qualora decideste
di scrivere un articolo nel prossimo numero. Cercherò
di citare solo le informazioni pertinenti.
Tanto per cominciare, cos’è accaduto e cosa sappiamo
sul delitto?
Un paio di minuti dopo le undici di sera del 28 febbraio
Palme esce dal cinema Grand in compagnia della
moglie e del figlio maggiore. L’uscita al cinema è stata
decisa in un momento imprecisato della giornata di
venerdì; Palme ne ha fatto cenno davanti a un giornalista
alle due del pomeriggio, ma i loro programmi
non erano noti al pubblico.
Il primo ministro, come spesso accadeva, ha congedato
le guardie del corpo dicendo che non avrebbe
avuto bisogno di loro per tutta la sera. Niente d’insolito
in quella richiesta, poiché tutti sanno che Palme
amava passeggiare di notte da solo, quando non era
in servizio e non c’era nulla che rendesse necessarie
misure di sicurezza supplementari. In ogni caso, non
è chiaro se la polizia di sicurezza fosse al corrente dei
suoi programmi per la serata.
Fuori dal cinema, Palme e la moglie hanno dato la
buonanotte al figlio e – dato che il cielo era limpido e
il gelo svedese ordinario – si sono incamminati verso
casa. Qualche minuto dopo che si sono separati, per
puro caso il figlio si è voltato e ha notato un uomo alle
spalle dei genitori; non è riuscito a vederlo in faccia
ma la descrizione dell’abbigliamento dell’uomo, che
il figlio ha rilasciato in seguito, è coerente con quella
dell’assassino fornita da altri testimoni.
Due minuti dopo, il primo ministro e la moglie hanno
incrociato un testimone, il quale si è fermato al loro
passaggio. Questi ha raccontato che i coniugi erano
tallonati da un individuo, e che altri due uomini precedevano
la coppia. Ha avuto l’impressione che fossero
tutti insieme, e ne ha concluso che i tre sconosciuti
fossero la scorta del politico.
Il primo ministro e la moglie hanno imboccato
Sveavägen, hanno attraversato la strada per guardare
una vetrina, poi hanno ripreso a camminare.
All’angolo tra Sveavägen e Tunnelgatan l’assassino si
è avvicinato al primo ministro e gli ha esploso un proiettile
calibro .357 Magnum nella schiena.
Per la polizia tutto fa pensare che l’omicidio sia
stato commesso da un professionista, e la stampa
sembra concordare, pur con un margine di dubbio.
L’assassino ha sparato un solo colpo, ma la pistola è
una delle armi leggere più potenti al mondo. Chiunque
abbia conoscenze in materia sa quanto possa essere
devastante l’effetto di un unico colpo. Risulta
che il proiettile è penetrato al centro della schiena
– tranciando la spina dorsale, devastando i polmoni,
lacerando la trachea e l’esofago – e ha lasciato un
foro di uscita abbastanza ampio da contenere un cappello.
La morte è stata istantanea, o è sopraggiunta
entro pochi secondi. La pallottola non era progettata
per frammentarsi, ma era rotante e incamiciata, in
modo da poter perforare anche un eventuale giubbotto
antiproiettile.
L’assassino ha poi esploso un secondo colpo su
Lisbeth Palme, moglie del primo ministro, ma evidentemente
non aveva lo scopo di ucciderla: l’avrebbe
colpita alla spalla, se lei non si fosse voltata
di scatto. Di conseguenza, la pallottola ha trapassato
una spallina del cappotto, provocando soltanto
qualche ustione superficiale. Partendo da questi fatti
si possono avanzare congetture sulla professionalità
dell’assassino: certi ritengono che mirasse a
uccidere, ma che essendo un dilettante abbia commesso
un errore dovuto all’agitazione; altri affermano
che semmai questo dimostra che si tratta di
un professionista e che il secondo colpo aveva l’unico
scopo di spaventare Lisbeth Palme affinché non
lo inseguisse.
Dopo l’omicidio, l’assassino si è allontanato lungo
quello che sembrerebbe un «percorso di fuga ben pianificato»,
prendendo la scalinata in fondo a Tunnelgatan
e rendendo così impossibile l’inseguimento in
auto.
Quelli che ho riportato finora sono fatti concreti,
in linea con la versione ufficiale della polizia.
È da qui che cominciano i problemi.
Diversi testimoni hanno fornito descrizioni vaghe,
spesso contraddittorie, dell’assassino. La più
ricorrente, e dunque probabilmente la più corretta,
è questa: uomo bianco, fra i trenta e i quarant’anni,
statura media e spalle larghe, con un berretto grigio
più o meno della foggia di quello di Andy Capp ma con
lembi che si possono calare sulle orecchie, un giaccone
scuro lungo fino ai fianchi e pantaloni scuri. Più di
un testimone dice che portava un piccolo borsello con
cinghia, di quelli nei quali si tengono, per esempio,
soldi e passaporto.
Da una serie di testimonianze si evince quanto
segue:
1. Lars, un uomo sui venticinque anni, ha incrociato
l’assassino in fondo a Tunnelgatan, ma senza essere
visto, perché i due sono passati ai lati opposti
del gabbiotto di un cantiere. Lars ha esitato per pochi
preziosi secondi – meno di un minuto – dopodiché
ha deciso di corrergli dietro. In quel momento
non sapeva che la vittima era il primo ministro. Si
è lanciato su per gli ottantasei gradini, ma quando
è arrivato in cima alla scalinata dell’assassino non
c’era traccia. D’istinto, Lars ha proseguito lungo
David Bagares gata, dove dopo un quarto d’ora si è
imbattuto in…
2. … una coppia che veniva a piedi verso di lui. Ha
chiesto ai due se avessero visto un uomo che correva
via, e loro hanno confermato che sì, lo avevano
visto mezzo minuto prima. Lars era stupito
– ha poi raccontato – di non essere più riuscito a
scorgerlo, dato che l’uomo non aveva poi così tanto
vantaggio.
3. Una quarta testimone, di cui non compare il
nome, ma che è nota come «Sara», ha segnalato
un nuovo avvistamento l’indomani mattina.
Sara, che ha ventidue anni ed è un’artista specializzata
in ritratti, intorno all’ora del delitto
stava camminando lungo Smala gränd, a pochi
passi da David Bagares gata. A metà del vicolo
ha incrociato un uomo che corrisponde alla descrizione
dell’assassino. Sembrava di fretta, ma
quando si è trovato alla sua altezza ha esitato
per qualche secondo. Tornata a casa, Sara ha acceso
la radio, ha sentito la notizia dell’omicidio
e l’ha subito collegata all’uomo che aveva visto,
e ha buttato giù un ritratto. Il suo disegno è stato
usato come base per l’identikit tracciato dalla
polizia.
Questi quattro, scelti fra più di diecimila, vengono
ritenuti testimoni attendibili che hanno riportato fatti
incontrovertibili.
4. Un quinto testimone – reputato non altrettanto affidabile
– è un tassista che, mentre era fermo nella
sua auto in Snickarbacken, ha visto una persona
passare di corsa e saltare a bordo di una Passat
verde, o blu, che a quanto pare lo aspettava. La vettura
è partita in fretta.
Snickarbacken è una traversa di Smala gränd, ed è
possibile che quanto riportato dal tassista abbia qualche
attinenza con il percorso dell’assassino. Tuttavia,
ci sono parecchi punti di domanda. L’uomo afferma
che l’evento si è verificato circa dieci-quindici minuti
dopo l’ora del delitto, ma per coprire quel tragitto ne
bastano tre o quattro.
Inoltre, sbaglia il nome della traversa di Snickarbacken:
non cita Smala gränd, ma un’altra via.
Ciononostante, la catena di prove fa pensare che
l’assassino gli sia davvero passato accanto, e la polizia
è dell’opinione che il tassista si fosse assopito, e
che per questo abbia commesso un errore nel dare indicazioni
sull’orario. (Comunque sia, la sua testimonianza
ha avuto come effetto la ricerca di una Passat
verde o blu, soprattutto perché l’uomo ha fornito un
numero di targa parziale.)
I fatti appurati finora hanno indotto la polizia a
ipotizzare che ci troviamo di fronte a un’esecuzione
pianificata con meticolosità da più individui. Salvo il
fatto che gli inquirenti non hanno indicato, a livello
ufficiale, di quale tipo di gruppo o di persone possa
trattarsi.
Prima domanda insidiosa:
Cosa sarebbe successo se il primo ministro non
fosse tornato a casa a piedi, ma avesse preso la metropolitana
insieme al figlio, e dunque non fosse mai
arrivato nel punto ideale per il delitto?
Se ci fosse stata un’accurata pianificazione, l’assassino
si sarebbe visto costretto a rimandare l’omicidio,
a meno che altre auto per la fuga e/o diversi complici
non fossero stati previsti sin dall’inizio.
Come dicevo, le dichiarazioni di alcuni testimoni
avvalorano quest’ultima tesi. (Da notare che sono
state messe in dubbio da inquirenti e giornalisti, e che
ben poche sembrano credibili.)
1. Un uomo che ha attraversato Tunnelgatan all’ora
dell’omicidio, ma nel senso opposto, dall’altro lato
di Sveavägen, ha incrociato due uomini di mezz’età
che si allontanavano di corsa dal luogo del delitto.
2. Altre due persone confermano: parlano di due uomini
che svoltano in Drottninggatan e si separano.
3. Una quarta testimone racconta di un uomo che,
uno o due minuti dopo, è arrivato di corsa in Drottninggatan,
sì è fermato di colpo e ha fatto un cenno
a un’auto, che lo ha caricato ed è «partita a tutta
velocità».
È più o meno qui che l’indagine si arena. Certo, si
possono fare innumerevoli congetture, ma non c’è
nulla di direttamente collegabile al crimine.
Vicolo cieco. Punto.
La maggior parte dei summenzionati fatti è stata
appurata nei primi 1-2 giorni (o minuti, addirittura)
successivi al delitto. Dopodiché sono arrivati i
mitomani con il classico «sono stato io», più un certo
numero di testimonianze di scarsa o nessuna attendibilità
e – ovviamente – le telefonate anonime.
In genere dopo un attentato terroristico, perlomeno
da parte della «sinistra», la rivendicazione
dei mandanti arriva entro poche ore. Non in questo
caso.
Fra le organizzazioni che hanno tentato di prendersi
il merito del misfatto c’è di tutto, dal commando
Christian Klar al gruppo Holger Meins, dagli ustascia
a diverse formazioni destrorse e neonaziste. Nessuna
di queste rivendicazioni è da prendere seriamente in
considerazione.
Dalla notte del delitto, per vari giorni la Svezia è
stata una nazione sotto assedio: aeroporti bloccati,
rigorosissimi controlli alla frontiera, traghetti e porti
passati al setaccio. (Naturalmente questo genere
di misure non serve a niente, dato che a un omicidio
ben pianificato segue una fuga altrettanto ben pianificata.)
Tre giorni dopo l’attentato, un poliziotto viene fermato
e sottoposto a interrogatorio, perché sospettato
di essere implicato: un estremista di destra, noto per
andare in giro armato, e con un alibi traballante. Ma
lo rilasciano nel giro di due giorni, e la polizia dichiara
che non ha nulla a che vedere con il crimine.
Poi, dopo una decina di giorni dalla notte dell’omicidio,
un altro uomo viene posto in stato di fermo per
presunta complicità. Si chiama Victor Gunnarsson,
trentadue anni, e risulta membro del Partito Operaio
Europeo (Europeiska Arbetarpartiet). Per quasi ventiquattr’ore
è sembrato profilarsi un ottimo scoop,
soprattutto quando la polizia ha dichiarato pubblicamente
di aver trovato il colpevole. (Cambiando anche
la formulazione delle accuse). Parecchi elementi
puntavano contro di lui.
È uno squinternato estremista di destra, documentatamente
ossessionato dal primo ministro – in
riferimento al quale ha più volte dichiarato che «bisognerebbe
sparargli» –, nonché noto per aver seguito
Palme durante comizi e manifestazioni pubbliche.
Si trovava nei dintorni, al momento dei fatti. Secondo
alcune fonti, era nello stesso cinema dov’era entrato
il primo ministro.
Lui non è in grado di fornire indicazioni precise su
dove si trovava, e ha mentito spudoratamente alla polizia
su diversi punti cruciali.
Possiede un berretto grigio e un giaccone simili a
quelli dell’assassino.
In quanto addetto alla sicurezza per diverse agenzie
private, è addestrato all’uso delle armi e sa maneggiare
un revolver.
Un testimone lo ha identificato come l’uomo che
ha cercato di fermare un’auto per allontanarsi dalla
zona immediatamente dopo i colpi d’arma da fuoco, in
una traversa di Tunnelgatan.
È stato visto entrare in un cinema, circa dieci o dodici
minuti dopo lo sparo, quando il film era cominciato
già da mezz’ora.
È noto per avere legami con un gruppo non ancora
identificato di estrema destra, religioso e antisemita,
con sede in California, dove ha anche trascorso vari
periodi.
Nel giro di ventiquattr’ore tutto l’interesse della
nazione si concentra sul Partito Operaio Europeo, su
cui io stesso ho scritto diversi articoli, e pare finalmente
che il caso si stia risolvendo.
Ma poi, poche ore prima dell’udienza per la carcerazione,
Gunnarsson viene rimesso in libertà. Perché?
Be’, perché il testimone che l’aveva visto cercare
di farsi dare un passaggio dopo il delitto tutt’a un
tratto non è più in grado di puntare il dito contro di lui
con una sicurezza del 100%.
La qual cosa ci porta alla data odierna: oggi la polizia
ha cancellato la quotidiana conferenza stampa, non
avendo nulla di nuovo da dichiarare. Vicolo cieco.
Riflessione: è possibilissimo che Gunnarsson venga
arrestato di nuovo; il giudice per le indagini preliminari
dice che non ci sono elementi contro di lui, ma
che merita attenzione.
E questo è tutto, per ora. Certo, potrei continuare
con le congetture per altre duecento pagine – come dicevo,
su questa storia si scriveranno libri (forse dovrei
scriverne uno io) – ma non c’è poi molta sostanza.
Abbiamo un primo ministro morto e un assassino
scomparso senza lasciare traccia.
Tra le varie ipotesi c’è quella di un nesso con certi
interessi sudafricani. La Commissione Palme, di cui
il primo ministro era un membro importante, aveva
avviato una campagna contro i trafficanti d’armi che
facevano affari con il regime dell’apartheid.
C’è anche la teoria del Pkk, il partito curdo che negli
ultimi due anni ha commesso almeno tre omicidi politici
in Svezia. Finora i bersagli erano «traditori» all’interno
dell’organizzazione stessa, ma un’idea diffusa (e
piuttosto razzista) vuole che il colpevole vada cercato
lì. Perché? Perché la sede del partito a Stoccolma è in
David Bagares gata, proprio dove l’assassino si è volatilizzato.
(Sorvoliamo sul fatto che questa teoria non
tiene conto che bisognerebbe essere molto stupidi per
correre a nascondersi nel quartier generale dei propri
mandanti, a due minuti dal luogo del delitto).
Insomma, lo scenario è questo. Se accade qualcosa
di nuovo, posso telefonarvi, se volete un resoconto, e
potete sempre usare queste informazioni come materiale
di base.
Accludo una foto di Gunnarsson, ma ricordate: il
suo avvocato intende fare causa ai giornali stranieri
che dovessero pubblicarla (io sono tra quelli che erano
riusciti ad accaparrarsela in previsione dello scoop
– prima che lo rilasciassero).
Ok, tanti saluti,
Stieg
sabato 1 giugno 2019
Il Tg2 parla di una Svezia dove vige la sharia e piena di stupri: l'ambasciata replica
A seguito del servizio del Tg2 andato in onda il 19 maggio 2019, l'Ambasciata di Svezia comunica di aver informato la direzione del TG2 - tramite una nota scritta inviata il 22 maggio - che nel servizio girato in Svezia ci sono diverse affermazioni errate.
Per esempio nel servizio si parla di oltre 60 quartieri “totalmente fuori controllo”, dove la polizia non entra e dove vige la sharia, la legge islamica. Questa descrizione corrisponde a quelle che vengono comunemente definite “no go zones”
Nel servizio si parla anche del “più alto numero europeo di stupri”.
Inoltre la definizione giuridica svedese di cosa è considerato stupro è più ampia che nella maggior parte degli altri paesi e le persone vengono incoraggiate a denunciare le violenze. Per questi motivi la frequenza delle denunce è molto alta e tante persone hanno il coraggio di denunciare le violenze, ritenendo lo stato intenzionato ad aiutarle e in grado di farlo.
L'Ambasciata è sempre disponibile a fornire informazioni sulla Svezia e a facilitare il contatto con esperti e istituzioni per avere un quadro completo del nostro paese.
lunedì 10 aprile 2017
dice Predu Frantziscu Devias
Faceva riferimento a un attentato terroristico avvenuto il venerdi precedente.
Questo attentato di venerdi però non c'era stato, nessuno ne sapeva niente, e tra ironie social e preoccupazioni diplomatiche Trump si scuso dicendo che si riferiva a un documentario televisivo che aveva visto.
Adesso l'attacco terroristico nella "tranquilla, pacifica Svezia" è avvenuto. Di venerdi.
Allora signori, a questo punto due sono le cose:
o questo signore prevede il futuro, oppure a chi non ha ancora capito bisogna fargli il disegnino.