Visualizzazione post con etichetta Daniel Ellsberg. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daniel Ellsberg. Mostra tutti i post

domenica 19 giugno 2022

Ucraina nella UE e Julian Assange parte verso un altro inferno

 articoli e video di Noam Chomsky, Alberto Barbieri, Giorgio Gallo, Antonio Mazzeo, Nunzio d’Erme, Antonia Sani, Rocco Artifoni, Guido Viale, Fabio Massimo Parenti, Mehmet Perinçek, Fabrizio Verde, Vijay Prashad, Piccole Note, Andrea Zhok, Vittorio Rangeloni, Vincenzo Costa, Enrico Galavotti, Gregorio Piccin, Storia Segreta, Paolo Ferrero, Francesco Masala, Alessandro Marescotti, Sandro Moiso, MIR Italia, Europa per la pace, Gerardo Femina, Fulvio Scaglione, Alberto Negri, papa Francesco, Enrico Campofreda, Mauro Biglino, Alice Walker, Daniel Ellsberg




“Una giornata buia per la libertà di stampa”

…A sua volta, WikiLeaks ha dichiarato sul suo account Twitter che questo è “un giorno oscuro per la libertà di stampa e per la democrazia britannica” e ha aggiunto che “chiunque in questo Paese tenga alla libertà di espressione dovrebbe vergognarsi profondamente che il ministro della L’interno ha approvato l’estradizione di Julian Assange negli Usa”.

L’organizzazione mediatica internazionale ha sottolineato che il suo fondatore “non ha commesso alcun crimine e non è un criminale”, sottolineando che Assange “è un giornalista e un editore ed è punito per aver svolto il suo lavoro”.

“La strada per la libertà di Julián è lunga e tortuosa. Oggi non è la fine della lotta . È solo l’inizio di una nuova battaglia legale”, ha affermato WikiLeaks, aggiungendo che il prossimo ricorso sarà dinanzi all’Alta Corte. “Combatteremo più forte e grideremo più forte per le strade, organizzeremo e faremo conoscere a tutti la storia di Julian”, ha concluso.

Nel frattempo, Edward Snowden, un ex agente della US National Security Agency e della CIA, che nel 2013 ha rivelato l’esistenza di massicci programmi di spionaggio elettronico nel paese nordamericano, ha twittato che l’estradizione di Assange “è un simbolo atroce fino a che punto gli inglesi e l’impegno dei governi americani per i diritti umani è svanito. “È difficile da credere, ma sembra reale . Ogni serio gruppo per la libertà di stampa nel mondo ha protestato”, ha scritto, chiedendosi: “Come possiamo condannare abusi autoritari all’estero in questo modo?”…

da qui

 

 

NOAM CHOMSKY, DANIEL ELLSBERG E ALICE WALKER SU ESTRADIZIONE DI ASSANGE
“È un giorno triste per la democrazia occidentale. La decisione del Regno Unito di estradare Julian Assange nella nazione che ha complottato per assassinarlo – la nazione che vuole imprigionarlo per 175 anni per aver pubblicato informazioni veritiere nell’interesse pubblico – è un abominio.
Ci aspettiamo che gli autocrati più disprezzati del mondo perseguitino giornalisti, editori e informatori. Ci aspettiamo che i regimi totalitari manipolino il loro popolo e reprimano coloro che sfidano il governo. Non dovremmo aspettarci che le democrazie occidentali si comportino meglio?
Il governo degli Stati Uniti sostiene che la sua venerata Costituzione non protegge il giornalismo che il governo non ama e che la pubblicazione di informazioni veritiere nell’interesse pubblico è un atto sovversivo e criminale. Questo argomento è una minaccia non solo per il giornalismo, ma anche per la democrazia stessa.
Il Regno Unito ha mostrato la sua complicità in questa farsa, accettando di estradare uno straniero sulla base di accuse motivate politicamente che crollano sotto il minimo controllo”.

 

 

Problemi di calendario ortodosso? – Francesco Masala

 

I russi hanno fatto un errore, nel fare un’invasione, una guerra o un’operazione speciale in un anno sbagliato.

Prendete il 2001 invasione della Nato in Afghanistan, ottima annata per un’invasione, i russi erano distratti?

Prendete il 1983, invasione degli Usa a Grenada, ottima annata per un’invasione, i russi erano distratti?

Prendete il 1991, invasione dell’Iraq e operazione speciale degli Usa ad Haiti, ottima annata per le invasioni, ma i russi erano distratti.

Prendete il 1989, invasione degli Usa a Panama, ottima annata per un’invasione, ma i russi erano distratti.

 

 

Missioni di pace: negli ultimi tre anni le forze statunitensi hanno partecipato ad azioni militari in circa 85 paesi.

 

 

Quando la Gran Bretagna credeva di essere il centro del mondo dicevano: “Nebbia sulla Manica. Il continente è isolato”, esattamente come adesso qualcuno dicono gli imperialisti occidentali: la comunità internazionale è contro la Russia.

 

 

Dopo le liste dei filoputiniani a quando le liste dei filozelenskiani?

I filozelenskiani sono quelli che vogliono la guerra con le armi occidentali (per interposto soldato) fino alla vittoria (ancora non sanno di chi), vogliono ammazzare tutti i soldati russi, e anche i civili che sono in mezzo non fanno una bella fine (capita anche questo), non si chiedono a cosa servono i biolaboratori che anche il Pentagono riconosce, e tante altre cose.

 

 

Dopo il massiccio invio di armi dalla Gran Bretagna, per ammazzare più russi possibili, qualche combattente inglese viene condannato a morte in Russia. La prima cosa è buona e giusta, la seconda un orrore, ci dicono. Gli amici di Boris Johnson sono intoccabili? I russi si fottano? Forse è solo la guerra, di merda come tutte.

 

 

E quando sarà la volta dei soldati usa (chiamati per comodità volontari) quale sarà l’iniquo rapporto di (s)cambio con prigionieri russi deciso dagli imperialisti lingua inglese?

 

 

Quattro ipotesi per un accordo di pace

Se la Russia sarà sconfitta ce la fottiamo noi

Se l’Ucraina sarà sconfitta allora si torna al 23 febbraio e si accolgono alcune richieste della Russia per evitare la guerra, la Russia dovrà mettere i soldi per ricostruire l’Ucraina, si fa finta che niente sia successo.

Si fanno piangere Zelensky e le mogliettine dei nazisti nei parlamenti europei e a Porta a porta, tentando la strategia del chiagne e fotte.

“Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, e non ci scordiamo il passato”, così dice la Russia, “Scordiamoci il passato”, dice l’Ucraina, le scommesse sono aperte.

 

 

Quando la magistratura europea, in qualche paese, giudicherà i governanti europei per strage, in Ucraina? O come negli stati uniti la colpa non è mai di chi produce, e offre le armi a chi le utilizza? Tanto i morti non possono protestare.

 

Pare che una parte importante dell’Ucraina sia stata distrutta (e non è finita) grazie alle armi occidentali, pagate dai contribuenti europei. Dicono adesso che l’Ucraina sarà ricostruita, più bella che pria.

Ma non con i soldi di Zelensky e dei suoi amici oligarchi nei paradisi fiscali, gli unici contro i quali una guerra senza prigionieri sarebbe santa, no, la ricostruzione dell’Ucraina la pagheranno i contribuenti europei (e italiani).

Spendiamo per distruggere, spendiamo per ricostruire, cose da premio Nobel per l’economia.

Dei geni dell’economia, della diplomazia, della politica, della transizione ecologica, dei virus, della sanità ci governano. Se qualcuno crepa perché le liste d’attesa per un esame medico o un’operazione sono di almeno due-tre anni (ma andrà peggio, ma siamo certi) non sarà un caso, sono cazzi suoi che non ha 300 o 500 euro cash, pezzente, per un ospedale privato, o per le corsie preferenziali non convenzionate.

È davvero difficile trovare tanti errori, incompetenze e corruzione morale di tanta intensità e concentrati nel tempo.

L’oblio, dopo un bel processo, li seppellirà.

sabato 2 aprile 2022

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks – Stefania Maurizi

 

Se prendi in mano questo libro sappi che è un libro pericoloso, leggerai cose che devono essere dimenticate, così vogliono in molti, ma non noi.

Il libro racconta la storia di Julian Assange nella testimonianza di prima mano di Stefania Maurizi, ed è un libro avvincente come un libro giallo.

Julian Assange è come il bambino della storia I vestiti nuovi dell’imperatore, di Hans Christian Andersen, ha mostrato e dimostrato che l’imperatore era (ed è) nudo.

E l’imperatore, quando viene scoperto, s’incazza, la vendetta è il suo credo.

Con Assange hanno usato e usano lo spionaggio, la calunnia, le false testimonianze, e residualmente la Legge, manovrata e interpretata secondo i loro bisogni, con un potere di persuasione e di ricatto senza limiti, quando c’è bisogno.

E da anni Julian Assange è in un girone infernale, e come Antonio Gramsci, deve essere messo in condizione di non nuocere mai più, come Alaa Abdel Fattah, in Egitto. Solo quello vogliono.

 

Scrive Frank Zappa: L'illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro.

 

 

Coincidenze

1 - C’è chi si chiede come mai Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (qui la recensione del film di Spielberg, The Post) non finì in galera, a differenza di Chelsea Manning. Probabilmente la risposta sta nel fatto che allora la stampa era il quarto potere, oggi è quasi sempre embedded, non usa il potere che potrebbe avere.

Ecco la coincidenza: quando Wikileaks aveva la vitale necessità di server per il suo sito, sotto attacco dai sicari del Potere, a negare i server fu Amazon, che, guarda caso, oggi è il padrone, con un gioco di società, scatole cinesi, o meglio Usa, del Washington Post, proprio il giornale che coraggiosamente pubblicò i Pentagon Papers. Amazon cane da guardia che controlla il Potere non se l’immagina nessuno, al massimo cane di compagnia o da riporto.

Nel 1789 Benjamin Franklin scriveva: “La libertà della stampa deve essere assoluta. I giornali devono essere lasciati liberi di esercitare la propria funzione investigativa e di controllo con forza, vigore e senza impedimenti”, oggi sarebbe in cella con Julian Assange.

 

2 - Crown Prosecution Service, l’accusa contro Assange era guidata da Keir Starmer, che riuscì a tenere Assange in galera, probabilmente era solo un sicario il cui mandante era la Cia.

Keir Starmer è stato così bravo che riuscì a diventare segretario del partito laburista, riuscendo anche a cacciare dal partito Jeremy Corbyn; per antisemitismo, un’accusa passepartout. Altra missione compiuta, dopo Assange via l’anomalia Corbyn, il Potere ringrazia ancora Keir Starmer.

 

 

 

QUI si può guardare la puntata di Presa Diretta dedicata ad Assange

 

 

Il libro inizia così:

 

Tutto era iniziato nel 2008, quando una mia fonte aveva smesso di parlare con me perché convinta di essere intercettata illegalmente.

Chi contatta noi giornalisti per raccontarci in modo confidenziale qualcosa di scottante – che qualcuno che conta vorrebbe tener nascosto – lo fa solo se ha fiducia nel fatto che non verrà scoperto e quindi non andrà incontro a gravi conseguenze, come il licenziamento dal posto di lavoro, cause legali devastanti o, in casi estremi, la prigione o la morte. La mia fonte aveva avuto il coraggio di cercarmi, ma dopo i primi incontri le sue preoccupazioni avevano prevalso.

L’avevo aspettata a lungo per quello che sarebbe stato il nostro ultimo appuntamento. Alla fine avevo capito che non si sarebbe presentata e non ce ne sarebbe stato un altro. Non avevo modo di verificare se fosse davvero intercettata illegalmente o se fosse soltanto una sua paranoia, ma per fortuna presi molto sul serio le sue preoccupazioni.

Nel corso degli anni avevo parlato con decine di fonti giornalistiche: alcune mi avevano dato brandelli di informazioni utili, altre mi avevano solo fatto perdere tempo, altre ancora mi avevano permesso di arrivare a scoop notevoli. Ma nessuna aveva mai inciso tanto profondamente nella mia vita e nella mia professione come lei. Quella fonte, che non volle mai rivelarmi una sola parola di ciò che sapeva, cambiò per sempre il mio lavoro.

Fu in quel momento, infatti, che mi resi conto di dover trovare una soluzione per comunicare in modo molto più sicuro. Le vecchie tecniche, che purtroppo si usano ancora oggi in tutte le redazioni, erano e sono completamente superate: risultano del tutto inadeguate a un mondo in cui forze di polizia, spie assoldate da grandi aziende e servizi segreti possono ascoltare con facilità impressionante noi giornalisti e tutte le persone che parlano con noi per rivelarci qualcosa di importante.

Se avessi studiato diritto, avrei cercato protezione nelle leggi, ma ho studiato matematica e così per me fu naturale guardare a codici cifrati e password per una possibile soluzione. All’università avevo imparato un po’ di crittografia. Ne avevo una conoscenza solo teorica, ma quell’arte di proteggere le comunicazioni tra due persone, in modo che non siano accessibili a tutti indiscriminatamente, mi aveva intrigato.

Come aveva scritto Philip Zimmermann, l’inventore del programma PGP (Pretty Good Privacy) per criptare email e documenti, «che tu stia pianificando una campagna politica, discutendo delle tue tasse o intrattenendo una relazione sentimentale segreta, che tu stia comunicando con un dissidente politico in un paese autoritario o facendo altro, non vuoi che le tue email o i tuoi documenti privati siano letti da nessuno. Non c’è nulla di sbagliato nell’affermare il proprio diritto alla privacy».

Non solo non c’è nulla di sbagliato, ma per noi giornalisti e le nostre fonti è un diritto fondamentale: se non garantiamo protezione a chi parla con noi in modo confidenziale, nessuno ci fornirà più informazioni.

Nel vecchio mondo analogico, quello precedente l’era digitale, gli apparati dello Stato, dalle forze di polizia ai servizi segreti, potevano aprire le lettere con il vapore per leggere la corrispondenza dei cittadini o ascoltare e trascrivere le telefonate una per una, ma erano soluzioni che richiedevano tempo, non potevano essere usate in modo sistematico su intere popolazioni. Le comunicazioni digitali, invece, hanno cambiato tutto: ora sorvegliare segretamente la corrispondenza via email di milioni di persone è diventato un gioco da ragazzi.

Proprio questa trasformazione aveva spinto l’americano Philip Zimmermann, ingegnere informatico e pacifista, a creare il suo programma PGP. Aveva visto arrivare fin dall’inizio un rischio per la democrazia.

Le sue preoccupazioni possono essere riassunte in questa testimonianza davanti a una commissione del Senato statunitense nel 1996: «Alcuni nel governo sembrano intenzionati a adottare e consolidare un’infrastruttura per le comunicazioni che neghi ai cittadini la capacità di proteggere la loro privacy. Questo è inquietante, perché in democrazia può succedere che di tanto in tanto vengano elette delle brutte persone, a volte anche bruttissime. Normalmente una democrazia che funzioni ha il modo di rimuoverle dal potere, ma un’infrastruttura tecnologica sbagliata potrebbe in futuro permettere a un governo di sorvegliare ogni mossa di chi gli si oppone. E quello potrebbe benissimo essere l’ultimo governo che eleggiamo». Zimmermann non era un radicale, era un pacifista che credeva nel dissenso politico tanto da essere stato arrestato per le sue proteste pacifiche contro le armi nucleari. Una volta intravista questa minaccia per la democrazia, fece un atto di disobbedienza civile: proprio mentre il Senato americano cercava di far passare la Senate Bill 266 – una proposta di legge che permetteva al governo di accedere alle comunicazioni di chiunque – creò un software per cifrare le email, PGP, e lo distribuì in modo completamente gratuito affinché si diffondesse il più possibile, prima che il governo potesse rendere illegale la crittografia.

Fu una rivoluzione: come ha raccontato Zimmermann stesso, prima di PGP non era possibile per il cittadino ordinario comunicare a lunga distanza con qualcuno in modo sicuro, senza andare incontro al rischio di essere intercettato. Questo potere era saldamente ed esclusivamente nelle mani dello Stato. Con PGP questo monopolio finì. Era il 1991.

Il governo degli Stati Uniti, però, non stette a guardare: mise sotto inchiesta Zimmermann, ma alla fine, nel 1996, chiuse le indagini senza alcuna incriminazione. Da Amnesty International fino agli attivisti politici in America Latina e nella ex Unione Sovietica, PGP iniziò a diffondersi in tutto il mondo, generando un cruciale dibattito sulle libertà civili e sulla sorveglianza, e ispirando la creazione di altri tipi di software per criptare le comunicazioni.

Quel giorno che il mio appuntamento saltò per me fu decisivo: se codici e password proteggevano gli attivisti, potevano proteggere anche noi giornalisti e chi parlava con noi. Fu una mia fonte nel mondo della crittografia a mettere per la prima volta sul mio schermo radar Julian Assange e WikiLeaks nel 2008, quando li conoscevano in pochissimi perché non avevano ancora pubblicato i grandi scoop giornalistici che li hanno poi resi famosi in tutto il mondo. «You should have a look on that bunch of lunatics», «Dovresti dare uno sguardo a quella banda di matti» mi disse l’esperto. I lunatics erano Assange e il suo team di WikiLeaks: il mio amico crittografo li chiamava così con tono scherzoso, ma dimostrava di averne considerazione. E se uno con le sue competenze e la sua dedizione ai diritti umani si interessava a loro, voleva dire che stavano facendo qualcosa meritevole di attenzione.

Cominciai a osservare con sistematicità il lavoro di WikiLeaks, che era proprio agli albori, perché era stata creata nel 2006. L’idea era rivoluzionaria: sfruttare la potenza della rete e della crittografia per ottenere e «far filtrare» – in inglese to leak, da cui il nome WikiLeaks – documenti riservati di grande interesse pubblico. Proprio come i media tradizionali ricevono informazioni da sconosciuti che mandano alle redazioni lettere o pacchi di documenti, così Assange e la sua organizzazione ricevevano file scottanti, inviati in forma elettronica alla loro piattaforma online da fonti anonime. La protezione di chi condivideva documentazione delicata era garantita da soluzioni tecnologiche avanzate, come la crittografia, e da altre tecniche ingegnose.

Nel 2006, quando WikiLeaks era stata fondata, non esisteva un solo grande giornale al mondo che offrisse alle sue fonti una protezione basata sistematicamente sulla crittografia: ci sono voluti anni prima che il più influente quotidiano del mondo, il «New York Times», e altri grandi media si decidessero a adottarla, rifacendosi all’intuizione di WikiLeaks.

Julian Assange e la sua organizzazione erano senza dubbio dei pionieri. Erano particolarmente interessati ai whistleblower, persone che, lavorando all’interno di un governo o di aziende private, e venendo a conoscenza di abusi, gravi atti di corruzione o addirittura crimini di guerra e torture commessi dai loro superiori e colleghi, decidono di denunciarli nel pubblico interesse, fornendo ai giornalisti informazioni fattuali. Il whistleblower è un individuo che agisce secondo coscienza. Non si volta dall’altra parte facendo finta di non vedere. Denuncia pur sapendo di andare incontro a ritorsioni anche gravi, in alcuni casi perfino letali, perché, per esempio, chi rivela i crimini dei servizi segreti rischia letteralmente la testa e, spesso, può contare su due uniche forme di protezione: nascondersi dietro l’anonimato oppure fare l’opposto, ovvero uscire allo scoperto e sperare nel sostegno dell’opinione pubblica.

Sfruttando la potenza della rete e della crittografia, WikiLeaks offriva soluzioni tecniche avanzate per proteggere i whistleblower. Queste non solo fornivano uno scudo a chi denunciava nel pubblico interesse, ma attiravano anche fonti con talenti ed esperienze professionali particolari, che avevano potenzialmente accesso a informazioni importanti. Perché, alla fine, chi apprezzava uno strumento così complesso e poco diffuso com’era la crittografia in quegli anni? Chi l’aveva studiata, o chi lavorava nel mondo del software o dell’intelligence. L’impostazione tecnologicamente avanzata di WikiLeaks la rendeva appetibile a tutta una comunità che parlava il linguaggio della scienza e della tecnologia.

I risultati arrivarono presto e, quando iniziai a osservarli assiduamente dall’esterno, in quel lontano 2008, ne rimasi profondamente colpita.

da qui

 

 

la prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia.

Julian Assange è noto a tutti. WikiLeaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora. Grazie ad Assange e alla sua organizzazione, abbiamo conosciuto l’orrore di crimini di guerra come quelli documentati nel video Collateral Murder o quelli commessi dai contractor americani, per esempio a Nisour Square, a Baghdad, dove nel 2007 furono sterminati quattordici civili, tra cui due bambini, e altre diciassette persone furono ferite. Negli ultimi giorni del suo mandato presidenziale Trump ha graziato gli assassini di quel massacro, ma si è assicurato che Assange rimanesse in prigione.

Stefania Maurizi ha seguito il caso fin dall’inizio. Usando le leggi di accesso agli atti, che vanno sotto il nome di Freedom of Information, ha scoperto documenti che rivelano gli attacchi a Julian Assange. Ha seguito nel dettaglio questi straordinari eventi per oltre un decennio.

Al cuore di questa storia c’è il prezzo terribile pagato da un uomo, trattato con estrema crudeltà per aver messo a nudo un potere che non risponde a nessuno, nascosto da un’apparenza di democrazia.

Mentre scrivo, il caso è nelle mani del sistema giudiziario del Regno Unito. La Gran Bretagna si vanta del fatto che le sue corti sono indipendenti, che rispetta lo stato di diritto e che i suoi giudici sono incorruttibili. Be’, vedremo. Julian Assange è un giornalista il cui unico crimine è stato quello di rivelare la verità. È per questo che ha perso la libertà e ha passato gli ultimi due anni isolato in una prigione di massima sicurezza, con effetti devastanti, del tutto prevedibili, sulla sua salute mentale.

Se sarà estradato negli Stati Uniti rimarrà in carcere per il resto dei suoi giorni. Le corti inglesi consentiranno un’ingiustizia così mostruosa?

In Gran Bretagna ci sono anche altri aspetti di questa vicenda che ci riguardano da vicino: il grande esborso di denaro e risorse pubbliche per tenere Assange confinato nell’ambasciata dell’Ecuador; l’abietta vigliaccheria della stampa e dei media, che si sono rivelati incapaci di difendere la libertà del giornalismo; nonché l’accusa che il Crown Prosecution Service, in quel periodo guidato da Keir Starmer, abbia tenuto Assange intrappolato in un incubo legale e diplomatico.

Se riteniamo di vivere in una democrazia dovremmo leggere questo libro. Se ci sta a cuore la verità e una politica onesta dovremmo leggere questo libro. Se crediamo che la legge debba proteggere gli innocenti, infine, dovremmo non solo leggere questo libro, ma anche pretendere che Julian Assange sia un uomo libero.

Per quanto ancora possiamo accettare che il meccanismo del potere segreto, responsabile dei crimini più vergognosi, continui a farsi beffe dei nostri tentativi di vivere in una democrazia?

domenica 17 novembre 2019

Seminare il dubbio fidandosi degli “spifferatori” più che delle istituzioni internazionali - Richard Falk



Un’organizzazione indipendente della società civile britannica, la Fondazione Courage, ha composto un comitato di persone con varie competenze professionali riguardo la valutazione di un’impugnazione diretta all’affidabilità di una rispettata istituzione internazionale —l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW). La dichiarazione seguente, accuratamente redatta con gli sforzi collettivi del comitato, riflette un’accettazione della ponderosa presentazione del caso contro l’affidabilità delle asserzioni che il governo siriano fosse colpevole di un letale attacco con armi chimiche al sobborgo di Damasco Douma (Est-Ghouta) il 7 aprile 2018, ritenuto affidabile dal governo USA per giustificare un attacco di rappresaglia contro bersagli siriani.
Il comitato, di cui ero membro, si è riunito a Bruxelles il 14 ottobre 2019, ha esaminato documenti, rapporti, e ascoltato testimonianze, dopodiché ha redatto la dichiarazione stampata qui sotto, successivamente modificata e ripulita mediante scambi di e-mail fra i membri del comitato. La Fondazione Courage ha i propri uffici in Gran Bretagna ed è un’organizzazione dedita al sostegno delle attività degli spifferatori. Non ha interferito né esercitato influenza sulle deliberazioni del comitato, avvenute in sessioni esecutive chiuse senza personale della Fondazione presente. La dichiarazione del comitato qui di seguito è reperibile anche al link fornito dalla Fondazione Couragehttps://www.couragefound.org/2019/10/opcw-panel-statement
Secondo me quest’inchiesta sull’autenticità delle asserzioni contro il governo siriano è importante in sé e inoltre per le gravi implicazioni della conclusione che nonostante la sua reputazione, l’OPCW non sia affidabile nell’esecuzione del ruolo assegnatole d’indagine imparziale e convalida o meno delle accuse di violazioni della Convenzione Internazionale sulle Armi Chimiche (CWC). Il comitato non solo ha trovato che l’OPCW manomise la prova per produrre un risultato desiderato dagli attori geopolitici coinvolti in quest’istanza, bensì tentò di far tacere gli stessi propri funzionari al punto d’indurne uno, ispettore anziano con 17 anni d’esperienza presso l’OPCW e membro della squadra che eseguì le indagini in loco sulle presunte attribuzioni di responsabilità per Douma, a spifferare. La credibilità di questa dichiarazione emessa dal comitato è rafforzata, secondo me, dall’avere fra i propri partecipanti un ex-direttore generale dell’OPCW.
Ancora una volta, come con Daniel Ellsberg, Edward Snowden, Julian Assange, e Chelsea Manning, nonché gli espositori ancora anonimi delle malefatte della presidenza Trump, lo spifferare e la sua protezione e isolamento da azioni punitive è diventato una dimensione indispensabile delle democrazie sostenibili. Non solo c’è mancanza di trasparenza e senso di responsabilità riguardo alle azioni intraprese da importanti governi nazionali, ma c’è una deliberata manipolazione delle prove e ostruzione delle procedure designate a proteggere la cittadinanza dagli abusi dello stato, e nel caso degli stati più importanti, specialmente gli Stati Uniti, a proteggere l’interesse pubblico. Se credete a una democrazia sostanziale, saluterete gli spifferatori come eroi del nostro tempo, e darete il Massimo sforzo per contrastare i tentativi governativi di punire, proibire, e demonizzare questo mezzo cruciale di testimonianza e veridicità.
Infine si deve osservare che l’attacco di rappresaglia susseguente alle accuse bacate ha preceduto l’indagine OPCW, e comportato un utilizzo legalmente quanto mai dubbio di forza internazionale in ogni caso. Ovviamente, temi del genere sono al di fuori del mandato dell’OPCW, le cui funzioni sono limitate a monitorare la conformità alle stipulazioni del trattato internazionale. Secondo lo Statuto ONU, un tale uso della forza internazionale è legalmente giustificato solo come atto di auto-difesa da un precedente attacco armato o come risultanza di un’autorizzazione formale del Consiglio di Sicurezza. Non c’è nulla nel CWC stesso che permetta alle parti di agire da vigilantes internazionali autorizzati ad intraprendere misure punitive unilaterali contro i violatori. Nel suo corso la guerra civile siriana dal 2011, è stata trattata come problema da vigilantismo internazionale per riguardare l’attraversamento della ‘linea rossa’ relativa all’utilizzo di armi chimiche, identificarne l’autore e giustificare un uso ritorsivo della forza. Gli Stati Uniti hanno preteso per sé l’autorità di agire in tal modo, ivi compresa la determinazione in proprio della portata, dei bersagli e della scala di qualunque iniziativa di rappresaglia.
***************************
Il Comitato critica ‘pratiche inaccettabili’ nell’indagine OPCW sul Presunto Attacco Chimico a Douma, Siria, del 7 aprile 2018
La Fondazione Courage ha riunito un comitato di persone preoccupate [da tale evento] attive in campi disparati – disarmo, diritto internazionale, giornalismo, operazioni militari, medicina e intelligence, a Bruxelles il 15 ottobre u.s.. Il comitato si è incontrato con un membro della squadra investigativa dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi chimiche (OPCW), il cane da guardia internazionale per la chimica. Su tale base il comitato ha emesso la seguente dichiarazione:
Sulla base dell’ampia presentazione dello spifferatore, comprensiva di e.mail interne, corrispondenza di testi e bozze di rapporti soppresse, siamo unanimi nell’esprimere il nostro allarme per pratiche inaccettabili nell’indagine sul presunto attacco chimico a Douma, presso la capitale siriana Damasco il 7 aprile 2018. Ci siamo convinti per la testimonianza che sia stata soppressa informazione chiave su analisi chimiche, consultazioni tossicologiche, studi balistici e testimonianze oculari, apparentemente per favorire una conclusione preordinata.
Abbiamo appreso di tentativi inquietanti di escludere alcuni ispettori dall’indagine frustrando nel contempo i loro tentativi di sollevare legittime preoccupazioni, di evidenziare pratiche irregolari o addirittura di esprimere le proprie osservazioni e valutazioni difformi — diritto esplicitamente conferito agli ispettori nella Convenzione sulle Armi Chimiche, evidentemente con l’intenzione di assicurarne l’indipendenza e autorevolezza nei rapporti ispettivi.
Per quanto tardivamente, ci appelliamo perciò all’OPCW affinché permetta a tutti gli ispettori che hanno preso parte all’indagine di Douma di farsi avanti e riferire le loro osservazioni differenti in un forum appropriato degli Stati Partecipi alla Convenzione sulle Armi Chimiche, in adempimento dello spirito della Convenzione. Si deve permettere loro di farlo senza tema di rappresaglia o perfino censura.
Il comitato avanza queste critiche nell’aspettativa che l’OPCW voglia rivedere la propria indagine dell’incidente di Douma, con lo scopo di chiarificare quanto effettivamente avvenne. Ciò contribuirebbe a ristabilire la credibilità dell’OPCW e operare verso la dimostrazione del proprio impegno legalmente affidato di trasparenza, imparzialità e indipendenza. E’ di estrema importanza restituire fiducia alle procedure di verifica sulle quali ci si basa per attuare le proibizioni del CWC.
Membri del Comitato:
José Bustani, Ambasciatore del Brasile, primo Direttore Generale dell’OPCW ed ex-Ambasciatore in Regno unito e Francia;
Richard Falk, Professore di Diritto Internazionale, Emerito, alla Princeton University; Professore ospite all’Istinye University, Istanbul;
Kristinn Hrafnsson, capo-redattore, Wikileaks;
John Holmes, Maggiore Gen (in quiesc.), DSO OBE MC (Maestro Cerimoniere Cavaliere dell’Impero Brit. nell’Ufficio Scienze per la Difesa);
Dr. Helmut Lohrer, medico, consigliere d’amministraz. di International Physicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW) e consigliere internazionale dell’affiliata tedesca;
Prof. Dr. Günter Meyer, Centro Ricerca sul Mondo Arabo (CERAW) all’Università di Magonza;
Elizabeth Murray, ex-ViceFunzionaria d’Intelligence Nazionale per il Vicino Oriente (in quiesc.), membro di Veteran Intelligence Professionals for Sanity e Sam Adams Associates for Integrity in Intelligence (www.samadamsaward.ch)