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giovedì 2 luglio 2026

Contro la scuola di classe (a margine della “riforma dei tecnici”) - Giovanna Lo Presti


Sfoglio il giornale: mi colpisce una fotografia. Sono ragazzi e ragazze che reggono uno striscione su cui c’è scritto: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Poi leggo un articolo: «Le punte più avanzate che oggi conducono le lotte nelle scuole sono senz’altro gli istituti professionali e tecnici e le scuole aziendali. Sono infatti i posti in cui si sente più vicino e incombente lo sfruttamento del lavoro in fabbrica. Chi fa le scuole professionali dopo tre anni si ritroverà in mano un diploma con cui potrà fare l’apprendista, l’operaio. E sarà soggetto al potere, all’arbitrio del padrone, che di solito se ne frega del diploma, è il primo a non riconoscerlo e a usare i giovani per i propri profitti, pagandoli di meno, ricattandoli, facendogli fare i lavori più snervanti. […] Si vede subito la funzione reale che ha la scuola: che non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta ai suoi ordini nella fabbrica”. Sto leggendo il secondo numero di Lotta continua – novembre del 1969 – e, se non fosse per alcuni termini (“fabbrica”, forza lavoro, snervante) avrei difficoltà a datarlo, se dovessi partire dai contenuti.

Andiamo in ordine: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Imperativo categorico, vero allora e vero adesso. Ma in realtà verso i professionali vengono dirottati dopo le scuole medie (secondarie di primo grado, oggi) due categorie di studenti, a volte sovrapponibili: quelli che otto anni di scuola hanno decretato essere poco portati per lo studio e quelli che provengono da famiglie non abbienti e con basso grado di istruzione. Non voglio essere impietosa con chi fa un mestiere davvero difficile: dico soltanto che, poiché la nostra scuola non è diventata quello che dovrebbe essere – un luogo aperto, democratico, critico – è bene anche tener conto, se vogliamo uscire dall’odierno pantano, che molti insegnanti sono stati complici del processo di stagnazione e che la loro unica scusante è che il loro datore di lavoro (lo Stato) non ha mai provveduto a metterli nelle condizioni materiali di lavorare con tranquillità.

Torno all’argomento centrale del mio discorso. Non mi affanno a dimostrare un’evidenza: la scelta della scuola superiore anche oggi è influenzata dalla famiglia di origine ed è dunque una scelta di classe. La piramide costituita dalle scuole superiori vede, ancor oggi, in cima il liceo (il classico, prima di tutti gli altri) e poi digrada giù giù, dai tecnici verso i professionali. Siccome l’espressione “scuola di classe”, nella sua brutalità, non piace né a sinistra né a destra, nell’ultimo trentennio (“il trentennio senza gloria”, per rovesciare una definizione famosa) in modo bipartisan i nostri governanti si sono affannati per ridare smalto all’istruzione tecnica e professionale. Da Berlinguer a Moratti, da Gelmini a Renzi-Giannini e poi sino a Bianchi e Valditara (i ministri dell’istruzione che non abbiamo nominato erano comunque fedeli alla linea) è stato un coro all’unisono per affermare che l’istruzione tecnica e professionale non è di serie B. Parallelamente, e in contraddizione con l’assunto, i ministri si sono mossi per farla passare dalla “serie B” alla “serie C”, negando a questo importante segmento dell’istruzione superiore italiana le risorse per colmare il gap che lo divideva dai licei. Poco è stato dato materialmente e molto è stato elargito in termini di riforme, riformine e riformette, tutte di segno regressivo. Se guardiamo ai risultati, i “non ammessi” (bocciati) nei licei sono il 3,1%, nei tecnici l”8,1% e nei professionali il 9,2% (i dati sono relativi al 2025). Se poi guardiamo alla competenza rispetto alla lingua italiana (una competenza che ha nettamente a che fare con l’esercizio dei diritti di cittadinanza) vediamo che l’ultimo rapporto Invalsi è impietoso: negli istituti professionali «il risultato generale non raggiunge mai la soglia dell’accettabilità, rispetto ai traguardi definiti dalle Indicazioni nazionali. Infatti, l’esito medio si attesta al livello 2 (su 5 livelli ndr) solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, provincia autonoma di Bolzano–lingua italiana, provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli-Venezia Giulia; mediamente tra livello 2 e livello 1 in Emilia-Romagna e in Umbria. In tutte le restanti regioni il risultato generale non va oltre il livello 1». In sintesi: tecnici e professionali possono vantare il massimo di selezione e il minimo di istruzione generale ricevuta. Inoltre, negli ultimi trent’anni, il processo noto come “aziendalizzazione delle scuole” ha avuto come primo corollario l’asservimento delle scuole al mercato del lavoro – quasi il senso dell’imparare fosse, in primo luogo, garantire l’accesso ad un futuro lavoro.

L’ultimo tassello in ordine di tempo per consolidare la scuola di classe lo ha messo a punto il ministro Valditara, coerentemente con la visione di destra che gli è propria. La parte più vitale del mondo della scuola sta protestando da tempo contro la “riforma dei tecnici” e la cosiddetta “filiera del 4+2”, entrambe giustificate dalla volontà di colmare il mismatch (la mancata corrispondenza) tra offerta formativa e possibilità di occupazione nel mondo del lavoro. Non mi occuperò delle numerose incongruenze della “riforma dei tecnici” (si trovano in rete tanti articolati documenti; ne segnalo uno qui), prima tra tutte la balzana idea di diminuire le ore di materie generali e formative e di “coordinare” la scuola alle “esigenze produttive” del territorio; né starò a ribadire che il “4+2”, che sottrae alla formazione superiore addirittura un anno, pone ancor più problemi (dalla frequenza universitaria anticipata, visto che non si è pensato a un anno propedeutico, alla difficoltà di redistribuire il quadro orario previsto per il quinquennio in quattro anni: teniamo conto che tutto ciò coinvolgerà proprio gli studenti più deboli). Qui il mio discorso si chiude in modo circolare: in questo momento ci troviamo su posizioni più arretrate rispetto a ciò che nel 1969 rivendicavano gli studenti. Anche la più che doverosa protesta in atto si perde dietro lo stillicidio di imprecisioni, mancanze, stupidaggini di cui il superiore ministero ha disseminato i decreti legge che regolamentano la cosiddetta “riforma” (sempre decreti legge, come si fosse perseguitati da una maledetta fretta!) .

Credo che sarebbe ora di andare al sodo e di lasciar perdere i particolari: la scuola NON può essere allineata con il mercato del lavoro, soprattutto in un momento di accelerazione tecnologica. Se inizio oggi un corso di studi lo finirò tra cinque anni – e, a meno che non si preveda l’aggiornamento dei programmi just in time, quello che avrò imparato in ambito tecnologico sarà, inevitabilmente, superato nell’arco del corso di studio. Proprio da ciò deriva l’importanza di una salda formazione di base, che consentirà successivi aggiornamenti. Essi dovrebbero toccare alle imprese, proprio quelle stesse imprese che pretendono che la scuola fornisca loro manodopera pronta all’uso, facendo così evitare all’impresa stessa costi vivi per la formazione del personale. E mica sono scemi. Anzi, sono furbi: questa storia del mismatch ha preso piede a forza di ripeterla. Le aziende lamentano carenza di personale; ma in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile pericolosamente vicino al 20% forse la carenza di personale dipende da altro. Condizioni di lavoro inaccettabili e salari troppo bassi, per esempio. I nostri soloni dell’economia e dell’impresa spiegano che l’Italia presenta un «quadro preoccupante che evidenzia per giunta un paradosso: in un Paese con meno giovani [La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a ridursi ulteriormente fino al 18,6% nel 2070], i livelli di occupazione restano tra i più bassi d’Europa. Nella fascia 15-24 anni lavora solo il 19,7%, contro oltre il 50% in Germania. A questo si aggiunge la fuga di capitale umano. Tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato l’Italia, circa la metà dei quali laureati». La citazione è tratta dal Rapporto di previsione di primavera 2026 di Confindustria. Preoccupato, quindi anche il padronato? Sì, a modo suo: infatti, le cause dell’emorragia di giovani che lasciano l’Italia sono, secondo loro, da ricercarsi negli incentivi alle assunzioni come provvedimento centrale. Non si incide, dicono i padroni sulle «cause strutturali della bassa occupabilità giovanile, come il mismatch tra competenze e domanda di lavoro». Rieccola, la grande bugia!

Sta a noi dire che non è vero, dire che la scuola deve essere libera e formativa per tutti. E ribadirlo sino allo stremo, affinché un nuovo senso comune si affermi e sostituisca, alla penosa bugia del mismatch, la dura verità delle cose: non può esistere una scuola migliore se la nostra società diventa sempre più diseguale. E quindi, basta battersi – e lo dico a chi lavora a scuola – per le minuzie, per un’ora di geografia in meno o in più. Battiamoci per l’unica cosa che merita: una scuola che sia luogo in cui i bambini e i ragazzi crescano liberi, senza perdere la curiosità, desiderosi di imparare, sottratti all’egemonia dei nuovi media, sottratti alla inconcludente frenesia di ritmi sempre più accelerati. Miriamo in alto, insomma. È dal 1969, almeno, che qualcuno ricorda che la scuola non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta. Chi si sente educatore faccia risuonare dentro di sé quella voce inascoltata e si opponga: l’occasione di oggi è il contrasto alla riforma dei tecnici ma l’obiettivo, che è poi quello che conta, si colloca molto più in alto.

da qui

lunedì 27 aprile 2026

Apocalypse Now. Sulla nuova ‘riforma’ dei tecnici – Orsetta Innocenti

 


Con il DM 29/2026, reso pubblico il 9 marzo, la riforma dei tecnici è diventata legge, nel sostanziale disinteresse generale che ha accompagnato, dal 2021 a oggi, questa, purtroppo, annunciata, e molto sottovalutata, trasformazione.

Se c’è una cosa che si può, e si deve, dire subito della riforma è infatti che la abbiamo vista arrivare: tutta quanta. Semplicemente, il bombardamento di “novità” e “riforme” è stato, dal tempo del Covid, talmente elevato, che la classe docente non ce l’ha fatta, ad accorgersi di tutto, a reggere l’urto di tutto, a seguire tecnicismi spesso complicati e bizantini su tutto. Se scrivo questo, dolorosamente, non è per alzare il dito contro una categoria sempre più soggetta a una pressione di stato costante, ma perché certe storie dalle ombre lunghe è bene saperle ricostruire pezzo per pezzo, per comprendere dove si è perduta la via e riguadagnare una lucidità perduta per interrogarsi sul che fare.

Prima di passare all’analisi di come si trasforma la scuola tecnica (già malamente martoriata, intorno agli anni Dieci, dalla riforma Gelmini), penso che sia utile ripercorrere le tappe normative che hanno portato al 9 marzo 2026, data che segna la fine dell’istruzione tecnica italiana come l’abbiamo conosciuta.

1.1. Estate 2021. Il primo atto della riforma si rintraccia nel PNRR (estate 2021). Alla presidenza del consiglio c’è Mario Draghi, al ministero dell’istruzione Patrizio Bianchi (cioè: il presidente della commissione dei saggi voluti dalla precedente ministra Azzolina per la ripartenza post Covid; Azzolina, che a sua volta era sottosegretaria del ministro Fioramonti, governo giallo-rosso, a sua volta sottosegretario del ministro Bussetti, governo giallo-verde – a proposito di supposte discontinuità). Alle pagine 184-185 si legge:

“Riforma 1.1: Riforma degli istituti tecnici e professionali. La riforma […] mira ad allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese. In particolar modo, orienta il modello di istruzione tecnica e professionale verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandolo altresì nel rinnovato contesto dell’innovazione digitale. La riforma coinvolge 4.324 Istituti Tecnici e professionali, il sistema di istruzione formazione professionale e sarà implementata attraverso l’adozione di apposite norme”.

In quell’estate, quando la bozza del PNRR gira a luglio per le vie virtuali e per alcuni luoghi di discussione reali, pochissimi ci fanno caso: agli incontri con deputati e senatori locali tendenzialmente siamo in 20. La discussione pubblica e le proteste sono, tutte, prese dal Green Pass.

Invece, purtroppo, è già tutto lì. Parlare infatti di “riforma dei tecnici e dei professionali” in uno stesso giro di frase, quando in un caso si parla dell’a.s. 2010/2011 (le prime del tecnico Gelmini) e nel secondo di un indirizzo professionale, già nuovamente riformato sotto Renzi, il cui ultimo decreto (sulla II prova dell’esame di maturità) è del 2022, può significare solo una cosa: che l’intenzione è quella di uniformare l’uno all’altro, reintroducendo, nella sostanza, in contrapposizione a quello liceale, un sistema di scuole differenziali.

1.2. Settembre 2022. Il 23 settembre 2022 viene pubblicato il DL 144, ultimo atto del governo Draghi; due giorni dopo si terranno le elezioni politiche. Io, e come me molti altri, sono in piazza per gli eventi conclusivi della campagna elettorale: purtroppo, e come me molti altri, non faccio caso all’art. 26. Che al comma 1 recita: “Al fine di poter adeguare costantemente i curricoli degli istituti tecnici alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale, secondo gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa  e  resilienza, orientandoli anche verso le innovazioni introdotte dal Piano nazionale «Industria 4.0» in un’ottica di  piena sostenibilità ambientale, […] si provvede alla revisione dell’assetto ordinamentale dei percorsi dei suddetti istituti, in modo da sostenere il rilancio  del Paese consolidando il legame tra crescita economica e giustizia sociale”.

Tralasciando la “lingua disonesta”[1] di cui si ammanta l’ultimo gerundio, è però il comma 2, in particolare alla lettera a), punto 2), a codificare l’informazione-bersaglio, quando sottolinea che il riordinamento mira a “valorizzare la metodologia didattica per competenze, caratterizzata dalla progettazione interdisciplinare e dalle unità di apprendimento”. Viene dichiarato lo stesso annullamento della specificità disciplinare che, pochi anni prima, è stato messo nero su bianco per i professionali. In questo contesto, poco importa che quella stessa lettera a), al punto 1), sottolinei che, insieme alla “connessione al  tessuto socioeconomico del territorio di riferimento”, sia necessario “rafforzare le competenze linguistiche, storiche, matematiche e  scientifiche”, ma è un’affermazione che vale comunque la pena di mettere da parte, per andare a vedere, all’atto pratico, se, e quanto, sia stata attuata.

1.3. Novembre 2022 – giugno 2025: A novembre 2022, il DL 144 viene, come da iter, convertito nella Legge 175 dal neo-insediato governo Meloni (ministro dell’Istruzione e del merito: Giuseppe Valditara, già relatore al Senato della riforma Gelmini per l’Università e capo dipartimento Formazione superiore e ricerca del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sotto il ministero Bussetti). Contemporaneamente, vengono proposti il nuovo sistema di orientamento (origine: il PNRR); si introduce la “sperimentazione” del 4+2 (origine, ebbene sì: il DM 567/2017, uno dei decreti connessi alla 107/2015: essersi ascritti la cosiddetta “riforma dei quadriennali”, già disciplinata da un decreto vecchio, figlio della riforma Renzi, è uno dei più grandi successi di Valditara poi e prima ancora del PNRR di Bianchi in termini di marketing). Poi seguono, in ordine sparso: la guerra, le misure repressive della libertà di espressione, i decreti sicurezza, le elezioni americane, e molto altro, ma intanto la riforma cammina, e fa il suo corso. Ad aprile 2025 viene approvato – sempre con decretazione d’urgenza – il DL 45: “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di attuazione delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza e per l’avvio dell’anno scolastico 2025/2026”, che aggiunge al DL 144/2022 l’articolo 26 bis e un nuovo allegato (l’All. 2 bis). Questi ultimi dispongono, rispettivamente, l’avvio delle nuove prime dei tecnici per l’a.s. 2026/27 e il Profilo culturale definito e circoscritto, comprensivo di quadri orari, che risultano complessivamente ridotti di 3 ore in 5 anni. Nel mezzo, di nuovo, Gaza, la normativa sulla conferma dei supplenti di sostegno, l’esame di maturità, il blocco della carta del docente: quando si arriva a settembre, a meno di un anno dall’avvio di una riforma che è scritta, l’attenzione di tutti – presidi, docenti, studenti, opinione pubblica – è stata variamente dirottata dall’abile uso di un amplissimo ventaglio di distrattori politici e sociali.

1.4. Settembre 2025 – marzo 2026. Nel novembre 2025 (D.D. 3368) viene costituito un Gruppo di lavoro con il compito di formulare le proposte concrete di revisione di indirizzi, articolazioni e quadri orari. La notizia circola poco, viene pubblicata sostanzialmente solo sul sito dell’Associazione Nazionale Presidi (che la guarda con favore, ovviamente). Segue il gran carnevale dell’esame di maturità. E così, il 9 marzo, mentre l’attenzione dell’opinione docente è concentrata sull’attivazione della carta del docente (e invia soavi insulti al sito che non funziona), su quell’altra pagina del ministero, che invece funziona benissimo, arriva il DM 29/2026: la riforma dei tecnici è approvata.

2. Dove siamo.

È tempo di analizzare i quadri orari allegati al DM 29/2026, per comprendere quale sia la scuola tecnica che gli studenti di prima si troveranno davanti, l’anno prossimo.

2.1. Orientamento? Il clima di silenzio generale, ma soprattutto il ritardo organizzativo che ha accompagnato la riforma, ha determinato una evidente opacità nei confronti della futura popolazione studentesca dei tecnici e delle loro famiglie. È paradossale che un ministero che ha sbandierato l’orientamento come una priorità assoluta di “inclusione” presunta, abbia nei fatti reso gli studenti oggetto di una tale negligenza istituzionale. Perché famiglie e potenziali alunni che sono andati in autunno a visitare la futura possibile scuola, nel caso dei tecnici, si sono visti presentare un indirizzo che sarà invece, a settembre 2026, molto diverso da quello illustrato. E che, a novembre e dicembre, non era semplicemente possibile presentare nelle sue novità concrete, perché nessuna informazione sulle variazioni disciplinari e orarie specifiche era ancora uscita.

Un ritardo che è proseguito oltre la chiusura delle iscrizioni (procrastinata al 24/2 con la Nota 33781/2026 che però dei futuri quadri dei tecnici non dice nulla), tanto è vero che il 25/02 il Ministero emana una seconda Nota (253/2026) nella quale “si consiglia […] ai dirigenti scolastici [delle scuole tecniche] e agli Uffici di attendere qualche giorno, fino alla pubblicazione delle nuove indicazioni sopra riportate per dare inizio alle operazioni specifiche concernenti la definizione degli organici degli indirizzi della nuova istruzione tecnica”.

In altre parole, a fine febbraio, a iscrizioni concluse, il Ministero dichiara, serenamente, che informare i suoi studenti rispetto agli studi concreti che andranno a fare di lì a 7 mesi non ha alcun valore.

2.2. Quali materie per quali docenti? Lo stesso vale, peraltro, per i docenti: a fronte di annunciati cambiamenti strutturali, a poco dall’apertura delle operazioni di mobilità annuale, decine di insegnanti non hanno alcuna idea se, nella scuola di titolarità, troveranno ancora un numero sufficiente di ore da insegnare.

Da questo punto di vista, la pubblicazione del DM 29/2026 risponde ai dubbi solo parzialmente. All’interno di un quadro di riduzione di ore, quello che balza agli occhi, come ha ben detto il preside del Marco Polo di Firenze, Ludovico Arte, è un primo paradosso: “È una riforma contraddittoria, che rafforza l’orientamento al lavoro dei tecnici, riducendone fortemente la base culturale, ma che, nello stesso tempo, paradossalmente, indebolisce in modo anche grave le materie di indirizzo”.

Come abbiamo visto, le ore complessive innanzi tutto diminuiscono (1 ora in meno al biennio e 2 ore in meno in quinta). A farne le spese sono, nell’area generale, Italiano (1 ora in meno in quinta), Scienze della terra e biologia (sbalzata integralmente nel monte dell’area di indirizzo insieme alle altre Scienze integrate) e Matematica ai tecnologici (che perde i “complementi” al secondo biennio). Ma anche le materie specifiche, anticipate già dalla prima in maniera consistente, ma complessivamente diminuite al triennio, non stanno messe meglio, basta andare a osservare gli “Elementi di base” e gli “Elementi caratterizzanti” dell’indirizzo sia per il tecnologico, sia per l’economico, dei diversi quadri orari.

Credo sia molto importante evitare di ragionare per “categoria” e viceversa dire che il taglio riguarda tutto e tutti, indistintamente, sia da un punto di vista meramente quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo. A questo proposito, vorrei fare due esempi. Le scienze integrate, da discipline con una epistemologia definita, ciascuna divisa nelle sue caratteristiche specifiche (fisica, chimica, scienze naturali) vengono conglobate sotto la generica etichetta di “Scienze sperimentali” che “comprende più insegnamenti (Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica) ed è da considerarsi disciplina unica”. Intere classi di concorso saranno notevolmente ridotte o sostanzialmente spazzate via in pochi anni, in omaggio a una presunta “interdisciplinarità” generica che spaccia per “innovazione” una semplice riduzione di cultura scientifica fine. “Lingua e letteratura italiana”, oltre a perdere un’ora in quinta (ricalibrando il monte ore complessivo alle 29 del quinquennio del tecnico pre-riforma Gelmini), cambia la propria definizione in “Lingua italiana”, allineandosi così alla dicitura introdotta per il triennio degli indirizzi professionali dal DM 33/2020. In questo modo, “Italiano” come disciplina unica, lingua e letteratura, scompare integralmente dall’orizzonte culturale dei tecnici (ai professionali, se non altro, al biennio l’etichetta riporta un più globale “Italiano”). Evidentemente, si ritiene che sia questo il modo migliore per rafforzare, come evocato dal DL 144/2022, le “competenze linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”…

Ma non è finita. Il DM 29 esce anche senza rendere pubbliche le classi di concorso che potranno insegnare, nei vari tecnici, le “scienze sperimentali”, così come molte altre materie generali e di indirizzo, bloccando per tutti, a livello nazionale, la costituzione degli organici e dunque l’eventuale individuazione dei docenti perdenti posto, mentre le scuole iniziano a predisporre le graduatorie interne.

2.3. L’area di indirizzo flessibile. La riforma stabilisce, in parziale analogia con quanto previsto anche dal DM 33/2020 per gli istituti professionali, un quota di flessibilità che ogni istituto potrà declinare in autonomia, elemento per me già discutibile in una scuola che si dice “pubblica”. Solo che, mentre nel caso dei professionali la quota era indicata per le singole aree di indirizzo specifico e individuava dei massimi e minimi (ad esempio, “Cucina” al primo biennio dell’Alberghiero può avere complessivamente 4 o 5 ore in due anni), nella riforma dei tecnici la parte flessibile individua delle generiche ore da “aggregare” a questa o quella materia, a scelta, in generale. La “Quota del curricolo a disposizione della scuola” prevede così rispettivamente: 2 ore jolly per ciascun anno del primo biennio, 3 per ciascun anno del secondo biennio e ben 7 in quinta, senza alcuna indicazione di area, di massimi o di minimi.

Mi pare abbastanza evidente che la totale mancanza di indicazioni, con la ‘scusa’ di “potenziare gli insegnamenti obbligatori di entrambe le aree e per attivare ulteriori insegnamenti”, risponda in realtà a una esigenza ben più basilare e urgente: fare fronte alla ingente perdita di posti che il taglio complessivo del quadro orario causerà a pettine. Come ha ricordato sempre Ludovico Arte, le tensioni in collegio tra dipartimenti, ma anche tra colleghi, potrebbero essere all’ordine del giorno, ed è facile, ma inevitabile, evocare i quattro capponi di Renzo: perché distogliere l’attenzione da una visione sistemica, con un obiettivo comune, attraverso l’offerta continua di distrattori, più o meno affabulatori o vessatori, è esattamente ciò che ci ha portato a questo punto.

3. Dove andiamo.

Mentre ancora siamo in attesa di conoscere le classi di concorso abbinate alle materie da insegnare, in assenza di Linee Guida, con tempi del tutto incongrui per un inizio a settembre 2026, è indispensabile chiedersi che cosa fare per recuperare il tempo perso.

Mi sono laureata su un badogliano (Beppe Fenoglio), forse il più grande esempio di partigiano e scrittore, che ancora ha votato monarchia al 2 giugno del 1946: proprio per questo credo che per provare a opporsi, salvando il salvabile, sia necessario riconquistare uno sguardo che privilegi ciò che unisce, tenendo in considerazione quanto “cambiare le cose” sia un obiettivo molto più desiderabile di “avere ragione”[2]. Propongo per questo un pentalogo di azioni comuni, su varia scala:

1. Fare massa: informare famiglie e studenti del tecnico di quanto la presentazione della futura prima durante l’orientamento sia stata ingannevole, prendendosi anche, nel caso, le proprie responsabilità, e cercando di organizzare una protesta trasversale e condivisa.

2. Fare rete: unirsi, tra scuole diverse, pensando all’obiettivo comune e senza concorrenze.

3. Fare rete: unirsi, tra sindacati, confederali, di base, piccoli e grandi; non è il momento del “mi si nota di più”, ma quello di pretendere compattamente almeno lo slittamento di un anno dell’entrata in vigore, attraverso ogni forma possibile di protesta e di azione.

4. Fare rete: tra docenti delle scuole, cercando di comprendere le legittime paure del collega che sta a fianco (è del tutto ovvio che un docente che insegna “Produzioni animali” all’Agrario, materia che con la riforma ha bisogno di cinque sezioni per avere una cattedra, in un indirizzo non diffusissimo, abbia paura di perdere posto; e io che insegno italiano, una materia generalista, lo devo capire; ma è del tutto ovvio che nonostante questo non si possa costruire un eventuale curricolo scolastico solo sulla base del perdente posto).

5. Analizzare in maniera puntuale e precisa la riforma, per individuare i possibili vulnera su cui agire per procedere con richieste di annullamento formali. La mancanza di trasparenza nei confronti di studenti e famiglie (violazione del DPR 249/1998) in sede di orientamento, la mancanza attuale di Linee Guida, per le quali non ci sono tempi tecnici di discussione pubblica pari a quelli che hanno accompagnato, sia pure malamente, le Nuove Linee Guida del I ciclo, il già citato mancato rispetto del DL 144/2022 per quanto riguarda il rafforzamento delle competenze linguistiche e scientifiche (visto che le ore vengono tagliate) potrebbero essere un primo punto di partenza su cui ragionare.

“Ma il rinnovamento della storia procede da uomini che con la propria natura ed educazione non hanno conti in sospeso, che sanno far parte d’un tutto, sanno che anche i limiti e i difetti, se accettati come tali, si possono far tornare all’attivo, in un’economia di valori più complessa e movimentata”. (I. Calvino, Il midollo del leone, 1955).


[1] Cfr. E. Lombardi Vallauri, La lingua disonesta, Bologna, Il Mulino, 2019.

[2] Devo questa serissima battuta a Mariangela Priarolo, attualmente docente comandata presso la Biblioteca Franco Serantini – Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pisa.

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