La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
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martedì 20 aprile 2021
giovedì 16 aprile 2020
a Sarajevo
SARAJEVO, VENTICINQUE ANNI DOPO - Alessandro
Leogrande
A
venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo,
creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa
più difficile che si possa immaginare.
In un tale
contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto
un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico
festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato
nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni
dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno
straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.
Oggi
continua a definirsi uno spazio “alternativo, progressista, antifascista”.
Sulla locandina dell’edizione 2016 la scritta MESS era sovrastata dai capelli
rossi dell’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump,
pettinati all’indietro.
Basta citare
due degli spettacoli visti a inizio ottobre, per capire come il festival sia
effettivamente uno dei pochi baluardi della terra di mezzo. Il primo è Patrioti del
regista belgradese Andras Urban: un’autocritica feroce delle radici
ottocentesche dal nazionalismo serbo che a Belgrado gli ultranazionalisti hanno
più volte provato a bloccare. A Sarajevo è andato regolarmente in scena.
Il secondo
è La nostra violenza e la vostra violenza del bosniaco Oliver
Frljic, l’enfant terrible del teatro balcanico, che mette in relazione
la violenza delle guerre e dei terrorismi dei giorni nostri con quella degli
anni novanta. “Quando abbiamo cominciato a credere”, si chiede Frljic, “di
essere i signori della verità e che il nostro Dio fosse più potente del Dio
degli altri?”
La Chiesa cattolica
bosniaca ha fatto pressioni sul governo perché lo spettacolo, ritenuto
offensivo, non andasse in scena. Temendo disordini, la sera della prima un
cordone di polizia cingeva le scale del Teatro nazionale. Alla fine lo
spettacolo non è stato bloccato, ma l’indomani il governo cantonale ha
annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul lavoro del MESS.
Per il primo ministro del Cantone di Sarajevo Elmedin Konakovic “Sarajevo non
si merita un simile circo”.
***
Nel
settembre scorso, Elmedin Konakovic ha annunciato che gli alunni di tutte le
scuole avrebbero dovuto studiare “l’aggressione contro la Bosnia Herzegovina e
i crimini commessi durante la guerra”. Ma, nella Bosnia del XXI secolo,
sostanzialmente divisa tra le tre entità croata, musulmana e serba (le prime
due raccolte nella Federazione croato-musulmana, la terza costituita dalla
Republika Srpska), una frase del genere non è affatto innocua. Il punto su cui
va a sbattere ogni tentativo di creare un programma scolastico minimamente condiviso
tra le tre entità è proprio l’insegnamento della storia.
Quella che
per Konakovic è stata un’aggressione costituita da una serie di crimini contro
civili inermi culminata nel genocidio di Srebrenica, per i leader della
Republika Srpska come Milorad Dodik è stata invece una “guerra civile”,
combattuta da due parti contrapposte, che si sono macchiate delle medesime
colpe.
Ogni tentativo di creare una commissione tripartita per varare dei testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente saltato nell’ultimo ventennio. Il risultato è che nei dodici distretti in cui è divisa oggi la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Ogni tentativo di creare una commissione tripartita per varare dei testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente saltato nell’ultimo ventennio. Il risultato è che nei dodici distretti in cui è divisa oggi la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Ne parlo con
il generale Jovan Divjak nel suo ufficio, una stanza tinta di arancione in una
palazzina che sorge al di fuori del centro di Sarajevo. Divjak è un eroe di
guerra. Di origini serbe, è stato lui a organizzare e guidare la difesa della
città assediata. Nel suo studio conserva ancora le foto che lo ritraggono in
divisa militare. Sebbene il ciuffo bianco che attraversa la sua fronte sia lo
stesso di allora, Divjak oggi è un ottantenne atletico che ha dismesso la
divisa e indossa jeans e camicie a quadretti. Guida una piccola associazione
che si chiama Education Builds Bih: il suo obiettivo è favorire
l’inserimento dei bambini disagiati (“Tutti i bambini. Anche i serbi, anche i
rom…”, mi dice) nei percorsi scolastici. In vent’anni di vita l’associazione ha
aiutato oltre duemila ragazzi. D’estate, poi, organizza campi estivi che sono
tra i pochi reali momenti di condivisione per le nuove generazioni appartenenti
ai tre diversi gruppi.
Divjac non
nutre molta fiducia nelle dichiarazioni del primo ministro. Gli sembrano
riproporre lo stesso modo di vedere le cose dei partiti di maggioranza delle tre
rispettive entità: “Tutti e tre vedono solo i crimini degli altri, non i
propri. Dichiarazioni come queste non tendono alla riconciliazione e alla
tolleranza.” Divjak si dice pessimista perché questo reciproco arroccarsi nel
proprio orto non si limita alla guerra degli anni novanta, ma si estende
all’intero Novecento.
Lo stesso
Gavrilo Princip (che nel 1914 sparò contro l’arciduca Francesco Ferdinando
proprio sul lungofiume che taglia in due la città) è visto come un eroe dai
serbi di Bosnia, e come un nazionalista esaltato dai croati e dai bosniaci
musulmani. “Forse ci vorranno settant’anni per fare qualcosa di simile a quei
manuali di storia condivisa che anno fatto in Alto Adige/Sudtirolo. Ma qui la
situazione è ancora più complicata: trovare un terreno di incontro tra tre
parti è molto più difficile che tra sole due parti.”
Anche Andrea
Rizza Goldstein della Fondazione Langer di Bolzano, tra i maggiori conoscitori
italiani della città, la pensa come il generale che si occupa di infanzia:
“Recentemente con il gruppo Adopt Srebrenica abbiamo provato a documentare
delle storie di ordinary heroes, di serbi che durante la guerra
avevano aiutato i musulmani, ma pur avendole scovate non siamo riusciti a
farcele raccontare dai protagonisti. Troppe pressioni, troppa paura… Non è
concesso nessuno spazio alle narrative che escono dalla versione ufficiale.”
La pianta
urbana di Sarajevo restituisce pienamente queste ferite. Capita, ad esempio, al
termine di uno stradone che lambisce la periferia ancora segnata dalla guerra
di ritrovarsi a Sarajevo Est. Non si è passati attraverso alcun check point,
eppure tutte le insegne sono improvvisamente in cirillico, la polizia indossa
divise diverse, alle finestre spuntano delle bandiere serbe e sulle pareti non
c’è un solo graffio delle bombe di ieri. Si è già nella Republika Srpska, che
non ha niente a che fare con il Cantone di Sarajevo. Il fossato tra le due
entità inizia con la parete invisibile che separa le due Sarajevo, ognuna delle
quali è segnata dai propri cippi.
***
Alle spalle
dell’aeroporto sorge il Museo del Tunnel. Progettato nell’estate del 1992 da un
ingegnere allora trentacinquenne, Nedzad Brankovic, permise negli anni di
assedio di rompere l’isolamento della città: migliaia di uomini e donne
riuscirono a fuggire grazie a esso, mentre in senso inverso la città riuscì a
rifornirsi di viveri. Alto un metro e sessanta e largo non più di uno, il
tunnel correva per circa 800 metri sotto la pista dell’aeroporto, per poi
sfociare sotto l’unico tratto di montagne intorno alla città non controllato
dall’esercito serbo.
Nei pressi
del punto d’uscita è sorto un Museo. Dapprima organizzato privatamente dalla
famiglia Kolara, nella cui cantina il tunnel sbucava, è poi passato sotto il
controllo del Cantone di Sarajevo. Oggi se ne possono percorrere una ventina di
metri scarsamente illuminati. Accanto al percorso è possibile visitare tre
stanze che ne ricostruiscono la storia e altre tre in cui vengono proiettati
dei video dell’epoca. Il Museo ha molti visitatori ogni giorno. Molti sono
arabi provenienti dai paesi del golfo, gruppi famigliari con bambini e donne
velate, per i quali il Tunnel rappresenta una sorta di memoriale della
“resistenza islamica”, come si può leggere dai commenti lasciati sul quaderno
delle visite. Del resto, grazie anche agli investimenti sauditi, oggi a
Sarajevo ci sono oltre 120 moschee. Prima della guerra erano 80.
L'esperienza
del Teatro SARTR e del Kamerni 55: una tenace opposizione culturale alle
barbarie dell'assedio di Sarajevo.
All’alba del 1993 Sarajevo era simile ad una città stregata, sembrava che
fosse stata soggetta ad una maledizione, vittime e carnefici sembravano vivere
sotto una medesima barriera d’isolamento. L’ipocrisia della politica continuava
a recitare il proprio copione affannandosi a cercare una soluzione pacifica al
conflitto, mentre le truppe ricevevano ordini contrastanti, le organizzazioni
internazionali mostravano i propri limiti in una continua alternanza di
alleanze, e le verità si confondevano fino a sovrapporsi abbandonando la
popolazione alle più variegate interpretazioni. C’era la sensazione di esser
lasciati soli, che il mondo intero avesse posto lo sguardo in un’altra
direzione, che il tanto desiderato intervento NATO non sarebbe mai arrivato.
L’unica cosa che sembrava esser certa era la segregazione in cui viveva la
città bosniaca. Non sorprende dunque che nei vari esperimenti artistici
sarajevesi la descrizione – attraverso una multidisciplinarità artistica –
dell’immaginario popolare fosse centrale. La riproduzione della realtà della
guerra attraverso l’arte ebbe uno dei suoi massimi centri nevralgici nella
dimensione teatrale, a cui i cittadini si abbandonarono completamente essendo
privati di altre forme di intrattenimento che richiedevano la presenza di
elettricità.
Fu proprio sotto assedio che, su iniziativa dei due registi Dubravko
Bibanović e Gradimir Gojer, l’ingegnere Đorđe
Mačkić e l’autore Safet Plakalo, nacque il Teatro
SARTR. Dal 17 maggio 1992 fino al termine della guerra ciò che in
seguito ai bombardamenti era rimasto della sede ospitò 97 spettacoli,
riunendo attori e collaboratori degli altri teatri attivi in quel periodo a
Sarajevo e compagnie di numerosi paesi europei come Norvegia, Inghilterra,
Italia, Slovenia, Croazia, Svizzera e Macedonia. Tra le performance locali
ricordiamo la commedia Ay, Carmela (è, Carmela) diretta
da Robert Raponja, Sklonište (rifugio) di Dubravko
Bibanović e Zid (muro). Con la regia di Dino
Mustafić, in quest’ultimo spettacolo il pubblico viveva il dramma di
non poter uscire da uno spazio: la sala principale era chiusa ai lati da un
legno di dieci metri che veniva spostato durante la performance. Si trattava di
una chiara metafora dell’assedio, che costringeva quotidianamente i cittadini
alla prigionia e l’isolamento dal resto del mondo, quelle stesse condizioni
fisiche e mentali che spinsero intellettuali e artisti a combattere attraverso
la cultura.
Distruggere la violenza mediante la sua rappresentazione, ovvero, detto
altrimenti, esorcizzare la violenza reale per mezzo della violenza teatrale.
(Antonin Artaud, da Il teatro e il suo doppio, 1938)
(Antonin Artaud, da Il teatro e il suo doppio, 1938)
Nel frattempo anche il Kamerni 55, nato nel 1955 grazie
al regista, teorico e produttore croato Jurislav Korenić, non cessò
la sua attività teatrale, ospitando, come riporta FAMA, ben 431
eventi solo nel 1993 tra spettacoli, concerti rock e mostre di pittura.
Nonostante il coprifuoco e le numerose bombe che dall’inizio della guerra
avevano raggiunto l’edificio già sette volte, il teatro era ritenuto uno dei
luoghi più “sicuri” della città, dove i sarajevesi potevano prendere una
boccata d’aria artistica e collettiva.
Le performance si svolgevano in condizioni di decoro minimali, tra cui
oggetti sottratti nei magazzini abbandonati o materiali reperiti dalla strada,
ma soprattutto in totale assenza di elettricità, con l’ausilio di candele
spesso procurate dai cittadini stessi. A proposito del festival Estate
al teatro Kamerni (1993) Oslobođenje scrisse che i pochi
momenti in cui tornava l’elettricità infastidivano addirittura il pubblico, che
si era abituato ormai a vedere gli spettacoli in assenza di luci da scena.
Nell’anno 1993 due volte alla settimana veniva messo in scena, a volte anche
all’aperto, il musical Hair, mentre gli altri giorni si potevano
fruire anche performance pre-belliche jugoslave oppure opere classiche come
quelle di Shakespeare. Dibattiti politici si susseguivano a esposizioni d’arte
concettuale, mostre fotografiche, celebrazioni di feste locali e serate
alcoliche in cui si assaggiavano cocktail realizzati con ingredienti assurdi e
per lo più scaduti prelevati dagli aiuti umanitari.
Kamerni55 ospitò anche il concerto folk di Joan Baez (1993),
l’orchestra di Radio Sarajevo e offrì i suoi spazi al club
culturale Napredak (processo), il quale organizzava concerti
di musica classica, rock, e lezioni di danza. Insomma, questi centri nevralgici
della cultura, come il Teatro Sartr o il Kamerni 55,
essendo dei punti di riferimento stagni per i cittadini, davano spazio anche
alle attività dei circoli culturali dalla sede più contenuta o che i cecchini
avevano reso inagibili a suon di granate. La connessione tra artisti e
operatori della cultura andava addirittura oltre la dimensione cittadina per
dare forma a una fitta rete internazionale. Pen International, ad
esempio, era ed è tuttora un’associazione di scrittori e letterati di carattere
mondiale che, nonostante si predichi apolitica, ha svolto diverse lotte in
contesti di guerra per la libertà d’espressione. Proprio attraverso questa
organizzazione nell’aprile del 1993 la scrittrice e intellettuale statunitense
Susan Sontag riuscì a raggiungere Sarajevo per incontrare altri membri Pen.
Trascorse nella città solo alcune settimane, ma presto si decise a tornare,
questa volta non in veste di testimone passivo ma con l’obiettivo di dirigere
uno spettacolo che nascesse, si modellasse e si consumasse nella Sarajevo
assediata.
Per varie analogie con la situazione socio-politica della capitale bosniaca
la scrittrice pensò al dramma beckettiano Waiting for Godot, che
rispecchiava completamente l’attesa da parte dei cittadini di un intervento da
parte delle forze politiche occidentali. Come prima cosa contattò il regista
teatrale Haris Pašović, che a quel tempo insegnava Arti
Performative presso l’Accademia cittadina ancora funzionante e stava lavorando
per la creazione di Grad (città), un collage di musica,
declamazioni e testi di Constantine Cavafy, Zbigniew
Herbert e Sylvia Plath. Haris le propose di dirigere una
produzione nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro di Sarajevo
(MESS), che quell’anno vedeva anche la partecipazione di Peter Shumann.
Susan alloggiava all’Holiday Inn, una delle zone più pericolose
all’ingresso della città, e quotidianamente si spostava al teatro Kamerni 55
prima per svolgere i provini e poi per incontrare il cast di cinque attori. Le
prove avevano una durata variabile, che dipendeva innanzitutto dalla quantità di
candele che riuscivano a procurarsi, le quali a loro volta resistevano a
seconda del volume della cera. Inoltre la preparazione dello spettacolo si
protrasse di alcune settimane perché gli attori parlavano solo serbo-croato e
l’intervento dell’interprete richiedeva un passaggio in più.
Quando la performance fu pronta, la notizia della prima di Waiting
for Godot fu fatta circolare rigorosamente con il passaparola, poiché,
come testimonia anche la giornalista Gordana Knezevic se i
dettagli fossero stati pubblicati la sulla testata attiva durante
l’assedio Oslobođenje, la notizia avrebbe presto raggiunto
l’artiglieria serba. Il luogo ideale a contenere il maggior numero di
spettatori sarebbe stato il National Theater, tuttavia si preferì
optare per lo Youth Theater a causa della sua posizione
strategica. La sede era infatti nidificata e protetta dagli altri edifici, che
in caso di bombardamento avrebbero attutito gli spari provenienti dalle
colline.
La fascia oraria meno pericolosa per raggiungere il teatro era quella
pomeridiana: l’oscurità avrebbe trasformato i cittadini in bestie da macello.
Così il 17 agosto del 1993 i cinque attori selezionati da Susan recitarono in
un silenzio tombale quasi idillico che fu rotto solo dai saltuari rumori delle
granate e dai vivaci applausi al termine dello spettacolo. Le candele non
sopperivano completamente l’assenza delle luci da scena, perciò il pubblico fu
invitato a fruire la performance tanto vicino agli attori che la prima fila
veniva fatta accomodare direttamente sul palco, divenendo un tutt’uno con la
rappresentazione. Così come Vladimir e Estragon nel dramma beckettiano
attendevano l’arrivo del famigerato Godot, i cittadini di Sarajevo speravano
ormai quasi inutilmente che la NATO ponesse fine al conflitto.
Il discorso sull’intervento NATO nella guerra jugoslava restava molto
complicato e d’ardua soluzione. Il fronte internazionale era spaccato tra chi
predicava un maggiore intervento punitivo e chi invece preferiva delegare la
spinosa questione nelle mani dei caschi blu. In entrambi i casi i comportamenti
dei protagonisti della politica mondiale rispecchiavano gli interessi
particolari delle rispettive nazioni sul futuro dei paesi balcanici. Il
riconoscimento internazionale della Bosnia, avvenuto il 6 aprile del 1992,
poneva inesorabilmente delle questioni giurisprudenziali da risolvere.
L’intervento di Belgrado, ad esempio, era da considerare aggressione straniera
su un territorio sovrano o guerra civile? La diversa risposta al quesito
avrebbe consentito proiezioni ben differenti per la risoluzione del conflitto.
Il 1993 con i suoi 76 colloqui di pace si era rivelato inconcludente, i
caschi blu dislocati sul territorio assolvevano un ruolo più d’apparenza che di
sostanza, valicando spesso il limite da vittime a carnefici. Il mondo
intero sembrava esser impotente davanti alle atrocità serbe.
Dopo aver sostenuto a lungo che la crisi bosniaca non toccava gli interessi
strategici degli stati uniti, i politici american scoprirono tra il ’93 e il
’94 che la credibilità stessa del loro paese nel mondo vacillava proprio per la
sua impotenza nella crisi dell’ex Jugoslavia.
La sensazione che circolava negli ambienti diplomatici internazionali
sembrava fosse quella di una totale estraniazione dal conflitto bosniaco, come
se il mondo occidentale non avesse i mezzi per intervenire. Nel 1994 Clinton affermò
in merito alla guerra e alla sua possibile risoluzione:
Sono loro che devono decidere di finirla d’uccidersi l’un l’altro.
Il summit delle NATO che si svolse tra il 10 e l’11 gennaio 1994 a
Bruxelles ebbe come comunicato finale una nuova sentenza di condanna verso
Belgrado e la relativa minaccia di un attacco aereo alleato se le truppe
dell’ex Armata Popolare non avessero ritirato l’assedio su Srebrenica e
Sarajevo. Il presidente dello Stato maggiore dei serbi bosniaci Manilo
Milovanovic non mostrava però una considerevole preoccupazione:
l’eventuale bombardamento Nato avrebbe messo in pericolo anche le unità UNPROFOR
dislocate in Bosnia, così come nello spettacolo di Susan Sontag l’intervento
NATO si rivelò un Godot ritardatario. La strage del mercato di Markele fu un
nuovo apice dell’imbarbarimento del conflitto. Il 5 febbraio del 1994 una
granata appartenente all’artiglieria dell’ex esercito titino esplose su una
folla di gente occupata a compiere la “normale” spesa settimanale, causando la
morte di 68 persone e ferendone 197. Come da copione i serbi rigettarono le
colpe al mittente, accusando i musulmani di aver inscenato l’attacco per
guadagnare le simpatie e l’appoggio internazionale. Il legittimo presidente
bosniaco Izetbegovic replicò:
Se un giorno i serbi mi ammazzeranno, diranno che mi sono ucciso.
L’ennesimo affronto di Belgrado alle sanzioni internazionali condusse ad
intraprendere una strada senza ritorno: il 28 febbraio 1994 Washington permise
a due caccia F-16 della NATO di abbattere nei cieli di Bania Luka quattro
Galeb, appartenenti alle forze armate jugoslave. Si trattò del primo reale
attacco NATO ai danni dei serbi. Godot era arrivato, e la via per
Dalton sembrava più vicina. Godot era giunto e tutti l’aspettavano, vittime e
carnefici: chi voleva testarlo e sfidarlo, chi implorava il suo aiuto, ma nella
realtà nessuno conosceva la sua vera natura. Godot dunque era giunto, e nessuno
sembra si fosse soffermato a chiedersi se potesse essere un mostro.
lunedì 9 dicembre 2019
ricordando ancora Alessandro Leogrande, due anni dopo
Alessandro Leogrande, la
sua scrittura come un dipinto di Caravaggio - Tomaso Montanari
I fratelli Rosselli
erano profondamente convinti che per reagire al «crollo di un’intera struttura
nazionale» bisognasse agire: ma «prima di agire bisognava capire».
Ecco, anche la Fondazione Premio Sila è profondamente convinta che la nostra
opposizione allo stato delle cose debba nutrirsi di esempi «di carattere e di
forza morale» (come i Rosselli, appunto): è esattamente per questo che oggi –
in questo drammatico momento storico, culturale, politico – abbiamo deciso di
attribuire questo premio alla figura e all’opera di Alessandro Leogrande. Perché ci manca la sua voce. E
perché, al tempo stesso, la sua voce continua a parlarci – dai suoi libri, dai
suoi articoli – con una forza straordinaria.
Alessandro, ha scritto
il suo maestro e compagno di strada Goffredo Fofi, «è
stato una delle presenze più acute e morali non solo della sua generazione, in
anni della nostra storia che dire pessimi, o meglio squallidi, è dire
poco. […] I libri di Alessandro sono qualcosa di più dell’inchiesta, sono buona
letteratura, che sarebbe probabilmente diventata col tempo ottima. […] Gaetano
Salvemini accusava gli intellettuali meridionali di essere ‘sconcreti’, lui non
lo era, e non lo è stato Alessandro, […] il migliore tra gli italiani della sua
generazione».
Ebbene, per me e per
molti, La Frontiera (il libro di Alessandro uscito
nemmeno quattro anni fa, nel novembre del 2015) ha già il
sapore di un classico. Di un libro, cioè, che
è necessario leggere per capire il tempo e lo spazio in cui viviamo: e anche
per decidere da che parte stare. Già, perché è un libro che, a leggerlo, rende
semplicemente impossibile l’indifferenza: quell’ «indifferentismo» che,
diceva Piero Calamandrei, è l’esatto contrario di
«resistenza». Perché la Frontiera non è un
libro sulla migrazione, e non è nemmeno un libro sui migranti: ma è un libro
dei migranti, e coi migranti. Cioè tessuto
delle loro voci, costruito con loro: facendo costantemente reagire due umanità
messe a nudo.
L’ultimo capitolo si
intitola Tutta la violenza del mondo. E parla di Caravaggio. Parla del Martirio di San Matteo,
il grande quadro che Caravaggio dispone sulla parete destra, per chi guarda,
della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a
Roma. Un quadro di oltre quattrocento anni fa: che parla di noi.
In primo piano c’è un
delitto, un fattaccio di cronaca nera in una chiesa di Roma. Un sicario, nudo,
sta per sgozzare un vecchio prete, proprio sull’altare. Una folla assiste
all’evento. Sono i benpensanti riuniti per la messa: ben vestiti eleganti,
sicuri. Si ritraggono orripilati, ma non fanno nulla: non
intervengono. Sono la zona grigia. La «gran massa inerte che lascia
fare», nelle parole di Calamandrei e di Rosselli. In quella folla, nota
Alessandro, tutti sappiamo che Caravaggio ha rappresentato se stesso.
«Caravaggio non fugge –
scrive – guarda la vittima perché non può fare altro che stare dalla sua parte
e vedere come va a finire ciò che si sta per compiere. Ha già intuito tutto, ma
non interviene. Sa di non poter intervenire, di non poter fermare quella spada.
La sua commiserazione è ancora più dolorosa,
perché totalmente impotente. La lucida interpretazione dei fatti, e ancor più
il genio dell’arte, non arrestano il massacro. Si può solo provare
pietà. Dipingendo il proprio sguardo, Caravaggio definisce l’unico modo di
poter guardare all’orrore del mondo. Stabilisce geometricamente la giusta
distanza a cui collocarsi per fissare la bestia. Dentro la tela, manifestamente
accanto alle cose, non fuori col pennello in mano. Eppure sa anche che tale
sguardo è inefficace, non cambierà il corso
delle cose». Ebbene, concludeva Alessandro: «Ora mi chiedo se lo sguardo di
Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei
viaggi dei migranti e soprattutto dalla violenza politica e economica che li
genera. Nella migliore delle ipotesi, ovviamente. Quando cioè quello sguardo
non è inquinato dall’apatia, dall’indifferenza, dallo stesso fastidio per
l’oscenità della morte. Quando quello sguardo non è già, fin dal principio,
connivente con la lama dell’aguzzino».
Alessandro Leogrande
guarda tutta la violenza del mondo attraverso gli
occhi di Caravaggio: perché è Caravaggio – coi suoi corpi vessati, torturati,
mutilati, decapitati: violati senza speranza di resurrezione né di umana
giustizia – a dire la verità sul rapporto tra i corpi e il potere. «L’arte –
scriverà Michel Foucault – deve stabilire con la
realtà un rapporto che non è più di ornamento, di imitazione, ma di messa a
nudo, di smascheramento, di ripulitura, di scavo, di riduzione violenta alla
dimensione elementare dell’esistenza». L’arte di Caravaggio, la scrittura di
Alessandro Leogrande.
da qui
Alessandro Leogrande. Nel quadro, un passo indietro - Salvatore Romeo
Due anni fa ci lasciava, a soli 40 anni,
lo scrittore tarantino. La sua idea di cultura come terreno centrale dello scontro
politico è un punto di riferimento
«Cosa avrebbe scritto Alessandro di quello che sta succedendo all’ex
Ilva?». Questa domanda mi ossessiona da qualche settimana. E prima ancora il
bisogno di chiamarlo, di parlare con lui del gran caos che abbiamo sotto gli
occhi. Ma è come quando qualcosa ti tiene immobilizzato, e devi rassegnarti a
una forza sovrastante. Ti resta un senso opaco di impotenza: è la perdita, che
ti trascini addosso ogni giorno come un peso invisibile.
Quando Alessandro Leogrande ci ha lasciati, due anni fa, era ancora troppo
giovane, ma aveva già maturato un curriculum di tutto rispetto. Una decina di
libri, una quantità innumerevole di articoli, saggi, interventi sugli argomenti
più disparati; l’esperienza come vice-direttore (in realtà co-direttore, come
ha riconosciuto lo stesso Goffredo Fofi) de Lo Straniero,
attraverso la quale ha lasciato un’impronta rilevante sulla formazione delle
nuove leve della letteratura italiana. Un’opera che dev’essere ancora
metabolizzata, all’interno della quale spicca una straordinaria vastità di
interessi: dalla narrativa alla storia, dalla politica alla sociologia. La
cassetta degli attrezzi di cui disponeva lo scrittore tarantino per leggere la
realtà era straripante di suggestioni, e in continuo aggiornamento.
Con questi strumenti Leogrande ha indagato alcuni dei fenomeni che
innervano in profondità il nostro tempo, con un punto di vista peculiare: non
quello dell’osservatore distaccato, ma neanche quello di chi riporta senza
filtri le impressioni raccolte sulla scena del mondo. Il suo metodo è
illustrato nelle ultimissime pagine de La frontiera,
dedicate al Martirio di San Matteo di Caravaggio. Egli si identifica con lo
sguardo del pittore, che a sua volta entra nel dipinto ritraendosi nei panni di
un personaggio che, a distanza, assiste al massacro. È la stessa posizione che
Leogrande assume di fronte alle cose che sceglie di indagare: dentro il quadro,
ma un passo indietro. È una posizione che gli permette di mediare
l’osservazione con la riflessione, puntando a una ricostruzione razionale degli
eventi attraverso le leve culturali di cui si è detto. Anche quando il racconto
affronta aspetti scabrosi, il narratore non si ferma alla rappresentazione del
particolare dal forte impatto emotivo, ma da quel punto fa irradiare una
prospettiva che offre una lettura del fatto bruto alla luce dei processi che lo
hanno prodotto. Tutte le grandi inchieste di Leogrande partono da un nucleo
drammatico – un groviglio di sfruttamento, sopraffazione, negazione
dell’umanità –; ne dipanano i fili, facendo emergere i contorni della vicenda e
i suoi protagonisti; infine lo trasportano in una dimensione storico-politica
in cui «l’orrore» assume connotati intellegibili. In questo modo «la violenza
del mondo», pur mantenendo la sua insopprimibile assurdità, diventa
comprensibile. Su queste basi si può costruire un’ipotesi di azione sulla
realtà – che sarebbe invece ostacolata da una rappresentazione immediata, che
lascerebbe lo spettatore solo con il suo turbamento. O meglio, un’ipotesi progettuale di
trasformazione della realtà.
In Leogrande metodo narrativo e prospettiva politica si intrecciano nel
segno di un «illuminismo» che ha riferimenti politico-culturali molto
variegati. Nei suoi lavori lo cerca continuamente il contatto con alcuni
maestri del passato: da Gaetano Salvemini a Raniero Panzieri, da Carlo Pisacane
a Pierpaolo Pasolini, da Rocco Scotellaro ad Alex Langer, solo per citarne
alcuni. Figure in alcuni casi sideralmente distanti, che lo scrittore tarantino
raccoglie in una galassia ideale a cui attribuisce come tratti distintivi la
prassi della critica e la ricerca di un nuovo orizzonte di possibilità. In lui
questi momenti sono strettamente correlati: la politica è un’azione
intelligente, che parte dalla comprensione delle cose e si traduce nello sforzo
di modificarle sulla base di un’idea.
Questa impostazione si fa strada gradualmente in Leogrande, attraverso
l’esperienza storica all’interno della quale matura. Negli anni della sua
(precocissima) formazione Alessandro vive a Taranto l’ascesa e il declino del
«fenomeno Cito». È un trauma collettivo che lo tocca particolarmente: la città
che fino a pochi anni prima aveva conosciuto il protagonismo di un robusto
movimento operaio e delle sue articolazioni politiche e sociali, finisce nelle
mani di un sindaco ex picchiatore fascista con rapporti ambigui con la
criminalità organizzata. Un «telepredicatore» che usa il suo canale televisivo
(Antenna Taranto 6) come clava contro gli avversari e come collante nei
confronti degli spettatori-elettori – protagonisti attivi delle ordalie
mediatiche attraverso il filo diretto con Giancarlo Cito. Tutto questo mentre
nel resto del Mezzogiorno sembra diffondersi la «primavera» dei sindaci, con
Antonio Bassolino a Napoli, Leoluca Orlando a Palermo, Enzo Bianco a Catania.
Leogrande analizza questo passaggio in medias res, offrendo una
chiave interpretativa originale. Agli occhi del giovane Alessandro – che a
questo tema dedica il suo primo libro (Un mare nascosto, L’ancora del
Mediterraneo, 2000) – Cito è il prodotto di una crisi più ampia che aveva
investito il capoluogo ionico dagli anni Ottanta. La grande fabbrica aveva
espulso migliaia di lavoratori, e i suoi nuovi proprietari – la famiglia Riva –
si erano presentati con il volto truce dei «padroni delle ferriere». La crisi
del siderurgico a sua volta aveva fatto esplodere le contraddizioni di una
città cresciuta impetuosamente sull’onda delle aspettative di benessere
suscitate dallo sviluppo degli anni Sessanta e Settanta: persa quella spinta,
erano rimaste vaste voragini sociali e un diffuso senso di disagio. D’altra
parte, le organizzazioni di massa che nella fase precedente avevano provato a
mediare fra le grandi imprese e la società locale erano state marginalizzate
dalla restaurazione padronale culminata con la privatizzazione. È in queste
trasformazioni che Leogrande individua le radici di una delle prime esperienze
populiste in Italia.
La vicenda di Giancarlo Cito si colloca nel pieno del terremoto sistemico
che squassa il paese dopo la caduta del Muro. Essa mostra la reazione di una
comunità che era stata fra le più beneficiate dall’espansione dei cosiddetti
«trenta gloriosi» – al punto da diventare quasi un simbolo dell’efficacia
dell’intervento pubblico – di fronte agli stravolgimenti che segnano quel
passaggio d’epoca. Gli elementi che Leogrande mette in evidenza in quel
frangente per spiegare un fatto politico apparentemente anomalo colgono aspetti
di fondo di un fenomeno – il populismo – destinato a diventare pienamente
organico.
Di fronte al citismo – e, su scala più ampia, al berlusconismo – Leogrande
sceglie la strada della militanza sul fronte della cultura. È in questo contesto
che matura l’esperienza de Lo Straniero: non semplicemente una
rivista letteraria, ma un laboratorio politico-culturale in cui si prova a
raccontare l’Italia e il mondo ai tempi del liberismo realizzato.
Leogrande si dedica in particolare al racconto dei margini, attraverso il
quale mette in luce le contraddizioni radicali del suo tempo. La modernità che
sembrava destinata a trionfare con la fine della divisione del mondo in blocchi
e con la globalizzazione dell’economia presenta zone d’ombra inquietanti. In un
mondo di merci che solcano i continenti e di denaro che si sposta alla velocità
di un click, gli esseri umani vedono approfondirsi i solchi che li dividono.
Un’umanità di «sommersi» preme alle porte dell’Occidente, e pur di accedervi è
disposta a sottomettersi a una degradazione totale. Sono i braccianti polacchi
ridotti in schiavitù nel Tavoliere, di cui Leogrande scrive in Uomini e
Caporali (Feltrinelli 2008), o gli albanesi annegati
nell’affondamento della Kater i Rades a poche miglia dalle coste pugliesi (Il naufragio,
Feltrinelli 2011), e ancora gli eritrei, i curdi e tutti coloro che provano a
varcare i confini della fortezza Europa (La frontiera, Feltrinelli
2013). Queste masse di uomini e donne non sono per Leogrande semplicemente
vittime o dati statistici. Dal suo racconto emerge sempre la resistenza, la
rivendicazione (talvolta disperata) di un’umanità irriducibile. In Leogrande,
intellettuale laico, è ben presente il senso cristiano della persona umana,
eredità profonda del suo ambiente familiare (col papà Stefano, direttore della
Caritas, il giovanissimo Alessandro ha partecipato ai campi di lavoro nella
devastata Albania post-comunista). Esso è la leva da cui scaturisce la rivolta
contro la minaccia di annichilimento che perseguita una vasta parte del genere
umano.
La straordinaria capacità dello scrittore tarantino di confrontarsi con
fenomeni di portata globale non fa mai venir meno in lui l’attenzione per il
microcosmo in cui è cresciuto e a cui si sente ancora legato nonostante la
lontananza fisica – in ciò Leogrande si dimostra un fautore coerente di quel
«think global, act local» che ha ispirato una parte significativa della sua
generazione. Con l’esplosione della crisi Ilva, nella lunga estate calda del
2012, Taranto assume un posto centrale nella sua riflessione. Per Leogrande in
quel frangente si apre un nuovo fronte di lotta politico-culturale. I semi del
populismo gettati nei primi anni Novanta trovano nuova linfa nella grande crisi
economica e politica che si apre sul finire del primo decennio dei 2000. Essi
finiscono per diffondersi e germogliare anche in settori molto distanti dall’ambiente
che li aveva generati. Dichiarando superata la contrapposizione fra destra e
sinistra, e prospettando un assalto dei cittadini alle istituzioni e alla
classe politica, anche l’ambientalismo sorto in riva allo Jonio assume
connotati di quel tipo. La sua spinta dirompente si scatena anche contro i
sindacati nella drammatica manifestazione del 2 agosto e, più in generale,
finisce col travolgere ogni posizione intermedia. In queste circostanze, che
Leogrande legge come il frutto di una «comunità spappolata», i margini per i
riformisti si fanno strettissimi. In quella stagione Leogrande vive un secondo
trauma nel rapporto con la sua città, dopo quello del citismo: una frattura
ancora più dolorosa in quanto investe quello che era stato il suo mondo. Ma di
fronte a tutto questo egli reagisce intensificando l’impegno: i suoi interventi
sull’Ilva e su Taranto assumono toni quasi programmatici. Contro le
semplificazioni che puntano a fare tabula rasa dell’esperienza industriale in
riva allo Jonio (e nel Mezzogiorno), Leogrande rivendica la prospettiva
meridionalista che l’ha ispirata; traendo ispirazione da quella tradizione,
egli propugna la riforma della fabbrica non solo come inevitabile aggiornamento
tecnico, ma soprattutto come ridefinizione dei rapporti di potere. Il modello
padronale dei Riva, ormai irrimediabilmente in crisi, va superato: è necessaria
una nuova «democrazia industriale», che può emergere solo sulla spinta di un
rinnovato protagonismo operaio. Ma la prospettiva di Leogrande si scontra con
le inerzie della gestione politica della crisi – e con i rapporti di forza
decisamente sfavorevoli ai lavoratori e alle loro rappresentanze. Dopo un lungo
commissariamento che lascia la situazione in una sorta di limbo, il governo
decide di affidare la ristrutturazione dell’azienda – e il nodo del suo
rapporto con la società locale – alle forze di mercato. Il senso della
sconfitta emerge nei suoi ultimissimi scritti, in cui Leogrande anticipa alcune
delle questioni che stanno esplodendo sotto i nostri occhi proprio in queste
settimane.
Queste sono solo alcune delle suggestioni che emergono dall’opera di
Alessandro Leogrande. Esse delineano il profilo di un intellettuale militante
nel senso pieno del termine: un uomo per il quale la politica è stata anzitutto
battaglia culturale, e la cultura un terreno importante dello scontro politico.
La sua critica del populismo – a partire dall’analisi delle condizioni
strutturali che ne hanno favorito l’affermazione – e la combinazione originale
di illuminismo, riformismo e cristianesimo rappresentano nell’insieme una
proposta interessante per fronteggiare le sfide del presente. Leogrande non può
che essere un punto di riferimento per chi voglia perseguire una prospettiva di
progresso nei tempi di ferro in cui ci troviamo.
da quilunedì 1 luglio 2019
“Umanità in rivolta”, la perdita di diritti deve fermarsi e la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare. il manifesto di Aboubakar Soumahoro - Alessandro Corroppoli
C’è una
sottile linea rossa che unisce Alessandro Leogrande e Aboubakar Soumahoro. Un linea
che ha inizio nell’ottobre del 2008, quando il compianto scrittore e
giornalista tarantino, mette nero su bianco il suo viaggio tra i nuovi schiavi
nelle campagne del sud, dando vita al suo “Uomini e Caporali” (Mondadori).
Pietra miliare del giornalismo d’inchiesta nell’ambito dello sfruttamento
lavorativo. E, prosegue undici anni dopo con il sindacalista italiano nato in
Costa D’Avorio, che mette insieme la sua esperienza di vita, le sue battaglie
giornaliere nel volume “Umanità in Rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il
diritto alla felicità” (Feltrinelli).
Sfruttati,
dimenticati e abbandonati al loro destino. Al massimo vengono utilizzati e
strumentalizzati a fini di propaganda politica o trovano spazio sulle prime
pagine dei giornali quando vengono uccisi o trovano il coraggio di denunciare
la loro situazione lavorativa e sociale. Gli sfruttati, specie se stranieri di
colore altro non sono che un pericolo alla sera e una risorsa, braccia forti da
sfruttare al mattino per pochi soldi. Alessandro Leogrande e Aboubakar
Soumahoro, con i loro due lavori letterari, sono riusciti a chiudere un
primo cerchio iniziato 11 anni fa con il libro denuncia del giornalista
pugliese e chiusosi con il manifesto alla felicità del sindacalista di origini
africane: “La perdita di diritti deve fermarsi.
E la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare”.
E la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare”.
“Gli schiavi
di Puglia parlano di una degradazione dell’uomo, dei corpi e delle speranze” scriveva Leogrande descrivendo
la Capitanata: “Raccogliere l’oro rosso è un lavoro durissimo che
spezza la schiena e le braccia, ma viene pagato pochissimo. Sono lavoratori
inquadrati in situazioni di vita e di lavoro addirittura precapitalistiche:
alloggiati in ruderi fatiscenti, sono anche sottoposti alle vessazioni, spesso
sadiche, dei caporali, che offrono il loro lavoro a un mondo delle imprese che
se ne serve per comprimere i costi. Talvolta, questi nuovi cafoni, così diversi
dai cafoni di ieri, hanno anche difficoltà ad avere pagato quel poco che era
stato pattuito. E alle proteste non di rado ci scappa il morto. Una situazione
barbarica che flagella come un tumore sociale vaste aree dell’Italia, dove
sembra essere del tutto assente lo stato di diritto, e dove vale la sola legge
dell’esercizio della violenza bruta”.
Il giornalista
pugliese prendeva spunto dalle prime denunce dei braccianti sfruttati, per lo
più uomini dell’est Europa arrivati, e ingannati in Italia, con la prospettiva
di un lavoro dignitoso per scrivere il suo saggio inchiesta. Aboubakar
Soumahoro, invece, parte da una posizione di privilegio (se così si può dire)
essendo un sindacalista di base (Usb) e, dunque, affrontando giornalmente le
vicissitudini dei braccianti agricoli stranieri, nordafricani e non.
Laureato in
sociologia, Abu ha fatto il bracciante e il muratore, quando viveva dalle
parti di Napoli. L’episodio scatenante, che lo ha fatto salire alla ribalta
delle cronache nazionali, avviene il 2 giugno 2018, proprio nel giorno della
Festa della Repubblica, quando Soumayla Sacko viene ucciso durante una
sparatoria nella zona di Vibo Valentia, in Calabria, riaccendendo i riflettori
e l’attenzione sulle condizioni dei migranti (anche quelli regolari) costretti
a vivere in condizioni disumane e sottostare a trattamenti lavorativi più
vicini all’idea di schiavitù (12 ore per meno di 25 euro senza nessuna tutela e
diritto lavorativo per mandare avanti la filiera dell’agricoltura che permette
di avere prodotti tutto l’anno a prezzi bassissimi.
Aboubakar
Soumahoro difende i diritti dei lavoratori. Conosce da vicino le insidie di un
tessuto civile sempre più logoro e incapace di garantire i diritti minimi di
ogni essere umano. Probabilmente dietro “i mestieri che gli italiani non
vogliono più fare” si nasconde il degrado delle condizioni generali di lavoro,
che chi arriva in Italia sprovvisto di tutele e di diritti è costretto ad
accettare per sopravvivere. È così che si spiega il gran ritorno della retorica
del “prima gli italiani” e della “razza: uno stratagemma per abbassare il costo
del lavoro e per ridurre drasticamente la distanza tra dignità e sfruttamento”.
“Umanità in
rivolta” è un manifesto, che si aggiunge alla denuncia fatta oltre un decennio
addietro da Leogrande, e va a riempire il dibattito politico italiano in tema
di lavoro, diritti e sfruttamento. Nelle pagine del libro viene detto chiaro e
forte che per non rinunciare al diritto alla felicità “il nostro
paradigma economico deve cambiare”. Una nuova solidarietà deve nascere, così ha
scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di
schiavitù. Aboubakar Soumahoro sa cosa significa essere privati di un diritto e
per questo sa anche cosa significa lottare per conquistarlo. “Possiamo essere
poveri, sfruttati e precari, ma non importa: usciremo dall’angolo.”
venerdì 12 ottobre 2018
Il Naufragio – Alessandro Leogrande
quando a Venezia una nave da crociera colpisce o rovescia una piccola barca nessuno direbbe che la barchetta se l'è cercata.
quando il 28 marzo del 1997 la Katër i Radës era affondata, col suo carico di morti, la versione ufficiale della Marina Militare fu che se l'erano cercata, avevano voluto speronare le navi italiane che facevano il blocco navale.
c'è voluto poco a capire come erano andate le cose, la nave da crociera (scusate, la nave militare italiana), un muro alto d'acciaio, vista dalla Katër i Radës, aveva speronato la barca dei poveracci, mandandola a picco.
qualcuno dei militari italiani, tecnicamente degli assassini, non ci dormiva la notte, e ha cominciato a raccontare le cose com'erano state.
a quel comportamento d'assassini si arriva dopo il messaggio politico di essere fermi, di non far passare gli albanesi, (quasi) a qualunque costo, questo era il messaggio dei mandanti.
Alessandro Leogrande chiama per nome i sommersi e i salvati della barca albanese, parla con le famiglie, i superstiti, segue le udienze del processo, dà voce agli annegati.
e racconta dei nostri militari, dei comandanti assetati di sangue.
un libro da leggere, per non dimenticare i fatti recenti che diventano storia ignobile.
quando il 28 marzo del 1997 la Katër i Radës era affondata, col suo carico di morti, la versione ufficiale della Marina Militare fu che se l'erano cercata, avevano voluto speronare le navi italiane che facevano il blocco navale.
c'è voluto poco a capire come erano andate le cose, la nave da crociera (scusate, la nave militare italiana), un muro alto d'acciaio, vista dalla Katër i Radës, aveva speronato la barca dei poveracci, mandandola a picco.
qualcuno dei militari italiani, tecnicamente degli assassini, non ci dormiva la notte, e ha cominciato a raccontare le cose com'erano state.
a quel comportamento d'assassini si arriva dopo il messaggio politico di essere fermi, di non far passare gli albanesi, (quasi) a qualunque costo, questo era il messaggio dei mandanti.
Alessandro Leogrande chiama per nome i sommersi e i salvati della barca albanese, parla con le famiglie, i superstiti, segue le udienze del processo, dà voce agli annegati.
e racconta dei nostri militari, dei comandanti assetati di sangue.
un libro da leggere, per non dimenticare i fatti recenti che diventano storia ignobile.
…Per lui l’Albania e gli albanesi non erano solo temi che
soddisfacevano la sua curiosità intellettuale. Alessandro si sentiva legato
spiritualmente con questo luogo in un modo del tutto naturale. In poche parole,
era uno di noi.
Ecco,
scrivere con grande lucidità mentale ed un profondo calore del cuore, questa
era un’altra sua caratteristica speciale.
Ne
ebbi la conferma nel novembre del 2012. Insieme con il personale della Casa
Editrice “Dudaj” andammo con Alessandro a Valona, all’università della città,
per presentare il suo libro Il
Naufragio, uscito in albanese. La scelta di Valona non fu casuale, perché
il libro di Alessandro si occupava della vicenda della piccola nave albanese
“Katër i Radës”, che stipata di gente fu speronata da una nave militare
italiana e naufragò nel canale di Otranto nell’aprile del 1997. Vi furono
decine di morti e di dispersi, uomini, donne e bambini. L’Albania era caduta in
quel periodo in un tumultuoso caos, dopo il fallimento degli schemi piramidali.
Quella gente cercava di scappare sperando di arrivare sulle coste pugliesi.
Alessandro
ha condotto per anni un’indagine eccelsa su questa vicenda, e posso dire senza
esitazione che quel suo libro è un modello di giornalismo investigativo, e
dovrebbe servire come esempio specialmente per i media albanesi che da tempo sono
sprofondati nel più misero degrado morale.
Oltre
ai tanti studenti presenti a seguire la presentazione del libro e l’intervento
di Alessandro, nell’auditorium dell’università c’era anche un gruppo di persone
che, in qualche modo, contrastava con gli universitari. Era gente semplice,
erano venuti dalle periferie e anche dalla provincia, erano i familiari delle
vittime coi quali Alessandro aveva stretto amicizia durante il suo lavoro. Il
modo in cui lo hanno aspettato, lo hanno incontrato dopo la lezione, hanno
parlato con lui, mostrava che Alessandro era come uno di famiglia. Alessandro
si immedesimava coi suoi “personaggi” e con il loro dolore. Era una mente
brillante ed un’anima nobile…
…Il reportage di Leogrande alterna le storie delle vittime e
dei loro familiari, dei sopravvissuti e dei comitati in cui si sono riuniti,
all’approfondimento del contesto politico e sociale di riferimento e alla
ricostruzione delle difficili indagini giudiziarie e dei processi riguardanti
la tragedia del Venerdì Santo. Il modello letterario è quello di A
sangue freddo (In Cold Blood, 1965) di Truman Capote, ma tanto
l’inchiesta quanto il saggio, per Leogrande, vanno «sventrati», come l’autore
spiegò in un intervento a
Gioia del Colle : alternare la prima persona alla terza, l’oggettività alla
soggettività, l’approfondimento alla narrazione, si rende necessario per
restituire non soltanto la complessa dimensione storico-politica della vicenda,
ma anche e soprattutto quella umana, individuale, che altrimenti rischierebbe
di sfuggire. L’esempio di Anatomia di un istante (Anatomía
de un instante, 2009) dello scrittore spagnolo Javier Cercas, autore di
un’inchiesta sul colpo di stato del 23 febbraio 1981 in Spagna, influenza poi
la struttura del testo di Leogrande: la penna di Cercas si sofferma, infatti,
sulle biografie dei soli tre parlamentari che, di fronte alle minacce del
colonnello Tejero, restarono seduti ai loro posti sfidando i golpisti e finisce
per tornare, pressoché in ogni capitolo, su quei secondi decisivi che restano
impressi nella mente di tutti gli spagnoli e che furono trasmessi in
televisione in lieve differita. Analogamente, il racconto di Leogrande torna
più volte al momento del naufragio, alle concitate manovre che si svolsero
sulla nave albanese e su quelle militari italiane che si trovavano, nel tragico
Venerdì Santo del 1997, nel Canale d’Otranto. Un po’ alla volta, però, si
allarga lo sguardo al contesto di riferimento e i dati che l’autore cita nel
libro concorrono a motivare un giudizio critico sugli eventi narrati…
lunedì 4 dicembre 2017
Alessandro Leogrande nelle parole di Christian Raimo
Un intellettuale
che sapeva raccontare il mondo
Chiunque l’ha conosciuto personalmente o chi ha soltanto letto i suoi
articoli o i suoi libri, sa che Alessandro Leogrande era una persona generosa.
Il che lo faceva essere un giornalista infaticabile e rigoroso, un redattore
scrupoloso e intelligente, un intellettuale curioso che con i suoi articoli
riusciva a contrastare le narrazioni superficiali del mondo.
Ci ha lasciato un’enorme quantità di articoli, inchieste, analisi, commenti
e interventi. Tra gli ultimi, l’appello alle
ong perché non partecipino alla spartizione dei fondi per i
campi profughi in Libia; l’editoriale sul
ritorno di Berlusconi scritto per la rivista Gli asini; il
suo ultimo reportage
per Internazionale. Ma la sua energia era tale che soltanto una
parte della sua fame di realtà si può trovare nella sua scrittura.
Negli ultimi vent’anni ha partecipato a centinaia di incontri pubblici:
presentazioni, seminari, incontri, ma anche riunioni di redazione, assemblee, e
anche chiacchierate nei corridoi di un piccolo giornale di provincia,
lunghissime telefonate e email in cui non si risparmiava di essere maieutico e
dialettico, di cercare sempre un livello di indagine in più, una torsione del
pensiero, qualunque fosse il tema proposto, o di consigliare libri, di citare
autori non scontati. Non c’era occasione per cui non utilizzasse il suo tempo
per farsi un’idea, per cambiarla, per farla cambiare agli altri. Luca
Mastrantonio sul Corriere della Sera l’ha definito una mente
alveare: “Davvero era una delle migliori menti della nostra generazione di
trenta-quarantenni, perché era una mente alveare, incline alla collaborazione,
fiducioso nello scambio di idee”.
Alessandro Leogrande ha interpretato l’essere di sinistra come un esercizio
continuo di militanza dalla parte degli ultimi e di studio alla ricerca della
verità meno facile. Per farlo, si era scelto come maestri Gaetano Salvemini e
Antonio Gramsci, Giuseppe Di Vittorio e Carlo Levi, Danilo Dolci e Luca
Rastello. I suoi riferimenti, a cominciare dal meridionalismo migliore – usato
per decostruire il
reflusso neoborbonico – sono diventati nel corso della sua vita
i suoi fratelli maggiori.
Era un garantista radicale nell’epoca del risentimento forcaiolo, sapeva
leggere il mondo contemporaneo con la lente dei lunghi processi storici,
ricordava sempre il potere della letteratura di cogliere lo spirito del tempo,
ma anche di saper soffiare in direzioni inaspettate.
Politica, impegno, lavoro
Sui siti del Corriere della Sera, di Nuovi Argomenti, del Riformista, di Pagina 99 (per cui ha curato la sezione di reportage chiamata Fuoribordo), negli archivi di Internazionale, dello Straniero, di Radio3 e di minima&moralia (dove ripubblicava spesso gli articoli usciti altrove) è possibile trovare una traccia delle tante cose preziose che ha scritto e detto.
Sui siti del Corriere della Sera, di Nuovi Argomenti, del Riformista, di Pagina 99 (per cui ha curato la sezione di reportage chiamata Fuoribordo), negli archivi di Internazionale, dello Straniero, di Radio3 e di minima&moralia (dove ripubblicava spesso gli articoli usciti altrove) è possibile trovare una traccia delle tante cose preziose che ha scritto e detto.
Era stato uno dei primi a rintracciare nel Movimento 5 stelle il rischio di
un ripiegamento populista ed eversivo, a ragionare sulla crisi della democrazia
rappresentativa in Italia a partire dalle debolezze strutturali del Partito
democratico. Non si risparmiava nello stigmatizzare gli abusi della polizia
italiana (i casi Cucchi e Aldrovandi) e nel seguirne i processi, a denunciare
lo sfruttamento del lavoro dei migranti ma anche a raccontarne le forme di
protesta e di sindacalizzazione, a emendare la retorica nazionalista del
risorgimento italiano e a ripensare la
questione meridionale in modo da non lasciarla a i
professionisti del meridionalismo.
Era in grado di riconoscere la matrice
sempre viva del fascismo e ne ha aggiornato le interpretazioni. Ha
seguito l’evoluzione del leghismo e delle sue grottesche varianti meridionali
(il suo saggio-memoir su Giancarlo Cito resta
un modello di narrativa non-fiction). Ha raccontato chi
in Campania, in Sicilia, in Puglia, continua a opporsi alle mafie vecchie e nuove. Nel calcio giocato e tifato ha individuato
i sentimenti di massa di un paese e le sue tensioni sociali più carsiche. E ha
analizzato l’arrembante retorica dei Marchionne o dei Riva, difendendo i
diritti della nuova classe operaia, che fosse alla Fiat di Melfi o
all’Ilva di Taranto.
Sull’Ilva di Taranto poi ha scritto una tale
quantità di articoli che ricomposti potrebbero formare quasi un
suo Moby Dick, dove la fabbrica è la Balena bianca,
l’ossessione di un mostro forse necessario per lo sviluppo della città e al
tempo stesso la causa della sua devastazione. Va dato merito a Mario Desiati e
a Fandango di aver cucito insieme i saggi più lunghi su questo tema e averne
fatto un libro, Fumo sulla città,
che è esemplare per il metodo di lavoro e per lo spirito di denuncia. Ma anche
qui, quello che ha scritto Leogrande era solo una parte della sua ricerca; ed
era un singolare piacere per l’intelligenza starlo a sentire quando, magari per
due o tre ore, in occasioni pubbliche, provava a sciogliere l’intrico di
questioni legate all’Ilva, scardinando magistralmente ogni tipo di
semplificazione o di strumentalizzazione politica.
Una trilogia
C’è da imparare – e molto – dai suoi testi giovanili, e incredibilmente maturi per il rigore della ricerca, editi dall’Ancora del Mediterraneo (Un mare nascosto, Nel paese dei viceré e Le malevite). E anche in quelli degli ultimi dieci anni, Uomini e caporali del 2008, Il naufragio del 2010 e La frontiera del 2015, che compongono una specie di trilogia sull’Italia al tempo della grande immigrazione: Leogrande aveva imparato che per raccontare i processi globali bisognava partire dal lavoro d’inchiesta sulle storie delle persone.
C’è da imparare – e molto – dai suoi testi giovanili, e incredibilmente maturi per il rigore della ricerca, editi dall’Ancora del Mediterraneo (Un mare nascosto, Nel paese dei viceré e Le malevite). E anche in quelli degli ultimi dieci anni, Uomini e caporali del 2008, Il naufragio del 2010 e La frontiera del 2015, che compongono una specie di trilogia sull’Italia al tempo della grande immigrazione: Leogrande aveva imparato che per raccontare i processi globali bisognava partire dal lavoro d’inchiesta sulle storie delle persone.
In Uomini e caporali si era concentrato sulle morti
dimenticate di un gruppo di lavoratori di origine polacca ridotti in schiavitù
nelle campagne pugliesi tra il 2004 e il 2007, e da lì era partito per
smascherare il caporalato in Italia, il suo essere funzionale non a un’economia
arcaica, ma a quella di un capitalismo che si fingeva moderno.
Le illusioni della modernità, eccole: non ha mai creduto a nessuna di
queste. E non perché fosse attratto da qualche tentazione nostalgica, fosse
pure sublimata da una fascinazione pasoliniana, ma perché sapeva che per essere
seriamente progressisti non si potevano fare sconti agli spacciatori della
falsa valuta del nuovismo. Amava la pedagogia, riconosceva il “principio
speranza” nella storia, e al tempo stesso non ha mai manifestato nessun incanto
per le anime belle.
Maestri
Nel suo metodo di lavoro c’è da riconoscere anche la gratitudine che aveva nei confronti dei suoi maestri: primo fra tutti sicuramente Goffredo Fofi, con cui ha lavorato fianco a fianco per vent’anni nella redazione dello Straniero come vicedirettore, e in centinaia di altre imprese. E poi i nomi che abbiamo ogni volta reimparato a conoscere, a rileggere e ad amare attraverso Leogrande, in modo mai fanatico, ma sempre laico. Riattualizzare la loro eredità per lui voleva dire contestualizzarli, servirsi dei loro strumenti e farli dialogare con i nostri tempi.
Nel suo metodo di lavoro c’è da riconoscere anche la gratitudine che aveva nei confronti dei suoi maestri: primo fra tutti sicuramente Goffredo Fofi, con cui ha lavorato fianco a fianco per vent’anni nella redazione dello Straniero come vicedirettore, e in centinaia di altre imprese. E poi i nomi che abbiamo ogni volta reimparato a conoscere, a rileggere e ad amare attraverso Leogrande, in modo mai fanatico, ma sempre laico. Riattualizzare la loro eredità per lui voleva dire contestualizzarli, servirsi dei loro strumenti e farli dialogare con i nostri tempi.
Ha letto e amato Albert Camus e George Orwell, Isaiah Berlin e Walter
Benjamin, intellettuali che potremmo definire mediterranei come Franco Cassano,
Predrag Matijevic o Fernand Braudel. E nella sua biblioteca ideale aveva messo
insieme una specie di controcanone italiano, che comprendeva Alexander Langer, Ermanno Rea, Rocco Scotellaro, Marco Pannella, Fabrizia
Ramondino, fino a nomi meno noti come Tommaso Besozzi, Vittorio
Bodini o Rina Durante. Il nostro paese visto dai suoi occhi sembrava meno
arido, meno irredimibile, sempre un po’ meno una terra guasta.
L’ambizione di ritrovare la dignità degli uomini di fronte alle
devastazioni del potere era quella che l’aveva animato negli ultimi anni,
nell’andare a raccontare l’Albania
sopravvissuta al regime di Enver Hoxha o l’Argentina che
faceva i conti con le torture del Plan Condor.
Era implacabile nella ricerca della verità, era amabile per come riusciva a
mettersi in contatto con le persone. Non era solo una mente alveare, era un
compagno. Per questo sarà un casino ricordarlo: ogni volta non basterà
ripensare a tutta la sua rara capacità di raccontare il mondo, ma ci verrà in
mente il modo in cui questo mondo lo abitava, e quello ci mancherà ancora di
più.
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