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giovedì 16 aprile 2020

a Sarajevo



SARAJEVO, VENTICINQUE ANNI DOPO - Alessandro Leogrande
A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.
In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.
Oggi continua a definirsi uno spazio “alternativo, progressista, antifascista”. Sulla locandina dell’edizione 2016 la scritta MESS era sovrastata dai capelli rossi dell’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump, pettinati all’indietro.
Basta citare due degli spettacoli visti a inizio ottobre, per capire come il festival sia effettivamente uno dei pochi baluardi della terra di mezzo. Il primo è Patrioti del regista belgradese Andras Urban: un’autocritica feroce delle radici ottocentesche dal nazionalismo serbo che a Belgrado gli ultranazionalisti hanno più volte provato a bloccare. A Sarajevo è andato regolarmente in scena.
Il secondo è La nostra violenza e la vostra violenza del bosniaco Oliver Frljic, l’enfant terrible del teatro balcanico, che mette in relazione la violenza delle guerre e dei terrorismi dei giorni nostri con quella degli anni novanta. “Quando abbiamo cominciato a credere”, si chiede Frljic, “di essere i signori della verità e che il nostro Dio fosse più potente del Dio degli altri?”
La Chiesa cattolica bosniaca ha fatto pressioni sul governo perché lo spettacolo, ritenuto offensivo, non andasse in scena. Temendo disordini, la sera della prima un cordone di polizia cingeva le scale del Teatro nazionale. Alla fine lo spettacolo non è stato bloccato, ma l’indomani il governo cantonale ha annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul lavoro del MESS. Per il primo ministro del Cantone di Sarajevo Elmedin Konakovic “Sarajevo non si merita un simile circo”.
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Nel settembre scorso, Elmedin Konakovic ha annunciato che gli alunni di tutte le scuole avrebbero dovuto studiare “l’aggressione contro la Bosnia Herzegovina e i crimini commessi durante la guerra”. Ma, nella Bosnia del XXI secolo, sostanzialmente divisa tra le tre entità croata, musulmana e serba (le prime due raccolte nella Federazione croato-musulmana, la terza costituita dalla Republika Srpska), una frase del genere non è affatto innocua. Il punto su cui va a sbattere ogni tentativo di creare un programma scolastico minimamente condiviso tra le tre entità è proprio l’insegnamento della storia.
Quella che per Konakovic è stata un’aggressione costituita da una serie di crimini contro civili inermi culminata nel genocidio di Srebrenica, per i leader della Republika Srpska come Milorad Dodik è stata invece una “guerra civile”, combattuta da due parti contrapposte, che si sono macchiate delle medesime colpe.
Ogni tentativo di creare una commissione tripartita per varare dei testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente saltato nell’ultimo ventennio. Il risultato è che nei dodici distretti in cui è divisa oggi la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Ne parlo con il generale Jovan Divjak nel suo ufficio, una stanza tinta di arancione in una palazzina che sorge al di fuori del centro di Sarajevo. Divjak è un eroe di guerra. Di origini serbe, è stato lui a organizzare e guidare la difesa della città assediata. Nel suo studio conserva ancora le foto che lo ritraggono in divisa militare. Sebbene il ciuffo bianco che attraversa la sua fronte sia lo stesso di allora, Divjak oggi è un ottantenne atletico che ha dismesso la divisa e indossa jeans e camicie a quadretti. Guida una piccola associazione che si chiama Education Builds Bih: il suo obiettivo è favorire l’inserimento dei bambini disagiati (“Tutti i bambini. Anche i serbi, anche i rom…”, mi dice) nei percorsi scolastici. In vent’anni di vita l’associazione ha aiutato oltre duemila ragazzi. D’estate, poi, organizza campi estivi che sono tra i pochi reali momenti di condivisione per le nuove generazioni appartenenti ai tre diversi gruppi.
Divjac non nutre molta fiducia nelle dichiarazioni del primo ministro. Gli sembrano riproporre lo stesso modo di vedere le cose dei partiti di maggioranza delle tre rispettive entità: “Tutti e tre vedono solo i crimini degli altri, non i propri. Dichiarazioni come queste non tendono alla riconciliazione e alla tolleranza.” Divjak si dice pessimista perché questo reciproco arroccarsi nel proprio orto non si limita alla guerra degli anni novanta, ma si estende all’intero Novecento.
Lo stesso Gavrilo Princip (che nel 1914 sparò contro l’arciduca Francesco Ferdinando proprio sul lungofiume che taglia in due la città) è visto come un eroe dai serbi di Bosnia, e come un nazionalista esaltato dai croati e dai bosniaci musulmani. “Forse ci vorranno settant’anni per fare qualcosa di simile a quei manuali di storia condivisa che anno fatto in Alto Adige/Sudtirolo. Ma qui la situazione è ancora più complicata: trovare un terreno di incontro tra tre parti è molto più difficile che tra sole due parti.”
Anche Andrea Rizza Goldstein della Fondazione Langer di Bolzano, tra i maggiori conoscitori italiani della città, la pensa come il generale che si occupa di infanzia: “Recentemente con il gruppo Adopt Srebrenica abbiamo provato a documentare delle storie di ordinary heroes, di serbi che durante la guerra avevano aiutato i musulmani, ma pur avendole scovate non siamo riusciti a farcele raccontare dai protagonisti. Troppe pressioni, troppa paura… Non è concesso nessuno spazio alle narrative che escono dalla versione ufficiale.”
La pianta urbana di Sarajevo restituisce pienamente queste ferite. Capita, ad esempio, al termine di uno stradone che lambisce la periferia ancora segnata dalla guerra di ritrovarsi a Sarajevo Est. Non si è passati attraverso alcun check point, eppure tutte le insegne sono improvvisamente in cirillico, la polizia indossa divise diverse, alle finestre spuntano delle bandiere serbe e sulle pareti non c’è un solo graffio delle bombe di ieri. Si è già nella Republika Srpska, che non ha niente a che fare con il Cantone di Sarajevo. Il fossato tra le due entità inizia con la parete invisibile che separa le due Sarajevo, ognuna delle quali è segnata dai propri cippi.
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Alle spalle dell’aeroporto sorge il Museo del Tunnel. Progettato nell’estate del 1992 da un ingegnere allora trentacinquenne, Nedzad Brankovic, permise negli anni di assedio di rompere l’isolamento della città: migliaia di uomini e donne riuscirono a fuggire grazie a esso, mentre in senso inverso la città riuscì a rifornirsi di viveri. Alto un metro e sessanta e largo non più di uno, il tunnel correva per circa 800 metri sotto la pista dell’aeroporto, per poi sfociare sotto l’unico tratto di montagne intorno alla città non controllato dall’esercito serbo.
Nei pressi del punto d’uscita è sorto un Museo. Dapprima organizzato privatamente dalla famiglia Kolara, nella cui cantina il tunnel sbucava, è poi passato sotto il controllo del Cantone di Sarajevo. Oggi se ne possono percorrere una ventina di metri scarsamente illuminati. Accanto al percorso è possibile visitare tre stanze che ne ricostruiscono la storia e altre tre in cui vengono proiettati dei video dell’epoca. Il Museo ha molti visitatori ogni giorno. Molti sono arabi provenienti dai paesi del golfo, gruppi famigliari con bambini e donne velate, per i quali il Tunnel rappresenta una sorta di memoriale della “resistenza islamica”, come si può leggere dai commenti lasciati sul quaderno delle visite. Del resto, grazie anche agli investimenti sauditi, oggi a Sarajevo ci sono oltre 120 moschee. Prima della guerra erano 80.


L'esperienza del Teatro SARTR e del Kamerni 55: una tenace opposizione culturale alle barbarie dell'assedio di Sarajevo.
di Autonomia Artistica - 17 Febbraio 2019   

All’alba del 1993 Sarajevo era simile ad una città stregata, sembrava che fosse stata soggetta ad una maledizione, vittime e carnefici sembravano vivere sotto una medesima barriera d’isolamento. L’ipocrisia della politica continuava a recitare il proprio copione affannandosi a cercare una soluzione pacifica al conflitto, mentre le truppe ricevevano ordini contrastanti, le organizzazioni internazionali mostravano i propri limiti in una continua alternanza di alleanze, e le verità si confondevano fino a sovrapporsi abbandonando la popolazione alle più variegate interpretazioni. C’era la sensazione di esser lasciati soli, che il mondo intero avesse posto lo sguardo in un’altra direzione, che il tanto desiderato intervento NATO non sarebbe mai arrivato. L’unica cosa che sembrava esser certa era la segregazione in cui viveva la città bosniaca. Non sorprende dunque che nei vari esperimenti artistici sarajevesi la descrizione – attraverso una multidisciplinarità artistica – dell’immaginario popolare fosse centrale. La riproduzione della realtà della guerra attraverso l’arte ebbe uno dei suoi massimi centri nevralgici nella dimensione teatrale, a cui i cittadini si abbandonarono completamente essendo privati di altre forme di intrattenimento che richiedevano la presenza di elettricità.

Fu proprio sotto assedio che, su iniziativa dei due registi Dubravko Bibanović e Gradimir Gojer, l’ingegnere Đorđe Mačkić e l’autore Safet Plakalo, nacque il Teatro SARTR. Dal 17 maggio 1992 fino al termine della guerra ciò che in seguito ai bombardamenti era rimasto della sede ospitò 97 spettacoli, riunendo attori e collaboratori degli altri teatri attivi in quel periodo a Sarajevo e compagnie di numerosi paesi europei come Norvegia, Inghilterra, Italia, Slovenia, Croazia, Svizzera e Macedonia. Tra le performance locali ricordiamo la commedia Ay, Carmela (è, Carmela) diretta da Robert RaponjaSklonište (rifugio) di Dubravko Bibanović e Zid (muro). Con la regia di Dino Mustafić, in quest’ultimo spettacolo il pubblico viveva il dramma di non poter uscire da uno spazio: la sala principale era chiusa ai lati da un legno di dieci metri che veniva spostato durante la performance. Si trattava di una chiara metafora dell’assedio, che costringeva quotidianamente i cittadini alla prigionia e l’isolamento dal resto del mondo, quelle stesse condizioni fisiche e mentali che spinsero intellettuali e artisti a combattere attraverso la cultura.
Distruggere la violenza mediante la sua rappresentazione, ovvero, detto altrimenti, esorcizzare la violenza reale per mezzo della violenza teatrale.
(Antonin Artaud, da Il teatro e il suo doppio, 1938)
Nel frattempo anche il Kamerni 55, nato nel 1955 grazie al regista, teorico e produttore croato Jurislav Korenić, non cessò la sua attività teatrale, ospitando, come riporta FAMA, ben 431 eventi solo nel 1993 tra spettacoli, concerti rock e mostre di pittura. Nonostante il coprifuoco e le numerose bombe che dall’inizio della guerra avevano raggiunto l’edificio già sette volte, il teatro era ritenuto uno dei luoghi più “sicuri” della città, dove i sarajevesi potevano prendere una boccata d’aria artistica e collettiva.

Le performance si svolgevano in condizioni di decoro minimali, tra cui oggetti sottratti nei magazzini abbandonati o materiali reperiti dalla strada, ma soprattutto in totale assenza di elettricità, con l’ausilio di candele spesso procurate dai cittadini stessi. A proposito del festival Estate al teatro Kamerni (1993) Oslobođenje scrisse che i pochi momenti in cui tornava l’elettricità infastidivano addirittura il pubblico, che si era abituato ormai a vedere gli spettacoli in assenza di luci da scena. Nell’anno 1993 due volte alla settimana veniva messo in scena, a volte anche all’aperto, il musical Hair, mentre gli altri giorni si potevano fruire anche performance pre-belliche jugoslave oppure opere classiche come quelle di Shakespeare. Dibattiti politici si susseguivano a esposizioni d’arte concettuale, mostre fotografiche, celebrazioni di feste locali e serate alcoliche in cui si assaggiavano cocktail realizzati con ingredienti assurdi e per lo più scaduti prelevati dagli aiuti umanitari.
Kamerni55 ospitò anche il concerto folk di Joan Baez (1993), l’orchestra di Radio Sarajevo e offrì i suoi spazi al club culturale Napredak (processo), il quale organizzava concerti di musica classica, rock, e lezioni di danza. Insomma, questi centri nevralgici della cultura, come il Teatro Sartr o il Kamerni 55, essendo dei punti di riferimento stagni per i cittadini, davano spazio anche alle attività dei circoli culturali dalla sede più contenuta o che i cecchini avevano reso inagibili a suon di granate. La connessione tra artisti e operatori della cultura andava addirittura oltre la dimensione cittadina per dare forma a una fitta rete internazionale. Pen International, ad esempio, era ed è tuttora un’associazione di scrittori e letterati di carattere mondiale che, nonostante si predichi apolitica, ha svolto diverse lotte in contesti di guerra per la libertà d’espressione. Proprio attraverso questa organizzazione nell’aprile del 1993 la scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag riuscì a raggiungere Sarajevo per incontrare altri membri Pen. Trascorse nella città solo alcune settimane, ma presto si decise a tornare, questa volta non in veste di testimone passivo ma con l’obiettivo di dirigere uno spettacolo che nascesse, si modellasse e si consumasse nella Sarajevo assediata.
Per varie analogie con la situazione socio-politica della capitale bosniaca la scrittrice pensò al dramma beckettiano Waiting for Godot, che rispecchiava completamente l’attesa da parte dei cittadini di un intervento da parte delle forze politiche occidentali. Come prima cosa contattò il regista teatrale Haris Pašović, che a quel tempo insegnava Arti Performative presso l’Accademia cittadina ancora funzionante e stava lavorando per la creazione di Grad (città), un collage di musica, declamazioni e testi di Constantine CavafyZbigniew Herbert e Sylvia Plath. Haris le propose di dirigere una produzione nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro di Sarajevo (MESS), che quell’anno vedeva anche la partecipazione di Peter Shumann. Susan alloggiava all’Holiday Inn, una delle zone più pericolose all’ingresso della città, e quotidianamente si spostava al teatro Kamerni 55 prima per svolgere i provini e poi per incontrare il cast di cinque attori. Le prove avevano una durata variabile, che dipendeva innanzitutto dalla quantità di candele che riuscivano a procurarsi, le quali a loro volta resistevano a seconda del volume della cera. Inoltre la preparazione dello spettacolo si protrasse di alcune settimane perché gli attori parlavano solo serbo-croato e l’intervento dell’interprete richiedeva un passaggio in più.
Quando la performance fu pronta, la notizia della prima di Waiting for Godot fu fatta circolare rigorosamente con il passaparola, poiché, come testimonia anche la giornalista Gordana Knezevic se i dettagli fossero stati pubblicati la sulla testata attiva durante l’assedio Oslobođenje, la notizia avrebbe presto raggiunto l’artiglieria serba. Il luogo ideale a contenere il maggior numero di spettatori sarebbe stato il National Theater, tuttavia si preferì optare per lo Youth Theater a causa della sua posizione strategica. La sede era infatti nidificata e protetta dagli altri edifici, che in caso di bombardamento avrebbero attutito gli spari provenienti dalle colline.
La fascia oraria meno pericolosa per raggiungere il teatro era quella pomeridiana: l’oscurità avrebbe trasformato i cittadini in bestie da macello. Così il 17 agosto del 1993 i cinque attori selezionati da Susan recitarono in un silenzio tombale quasi idillico che fu rotto solo dai saltuari rumori delle granate e dai vivaci applausi al termine dello spettacolo. Le candele non sopperivano completamente l’assenza delle luci da scena, perciò il pubblico fu invitato a fruire la performance tanto vicino agli attori che la prima fila veniva fatta accomodare direttamente sul palco, divenendo un tutt’uno con la rappresentazione. Così come Vladimir e Estragon nel dramma beckettiano attendevano l’arrivo del famigerato Godot, i cittadini di Sarajevo speravano ormai quasi inutilmente che la NATO ponesse fine al conflitto.

Il discorso sull’intervento NATO nella guerra jugoslava restava molto complicato e d’ardua soluzione. Il fronte internazionale era spaccato tra chi predicava un maggiore intervento punitivo e chi invece preferiva delegare la spinosa questione nelle mani dei caschi blu. In entrambi i casi i comportamenti dei protagonisti della politica mondiale rispecchiavano gli interessi particolari delle rispettive nazioni sul futuro dei paesi balcanici. Il riconoscimento internazionale della Bosnia, avvenuto il 6 aprile del 1992, poneva inesorabilmente delle questioni giurisprudenziali da risolvere. L’intervento di Belgrado, ad esempio, era da considerare aggressione straniera su un territorio sovrano o guerra civile? La diversa risposta al quesito avrebbe consentito proiezioni ben differenti per la risoluzione del conflitto. Il 1993 con i suoi 76 colloqui di pace si era rivelato inconcludente, i caschi blu dislocati sul territorio assolvevano un ruolo più d’apparenza che di sostanza, valicando spesso il limite da vittime a carnefici. Il mondo intero sembrava esser impotente davanti alle atrocità serbe.
Dopo aver sostenuto a lungo che la crisi bosniaca non toccava gli interessi strategici degli stati uniti, i politici american scoprirono tra il ’93 e il ’94 che la credibilità stessa del loro paese nel mondo vacillava proprio per la sua impotenza nella crisi dell’ex Jugoslavia.
La sensazione che circolava negli ambienti diplomatici internazionali sembrava fosse quella di una totale estraniazione dal conflitto bosniaco, come se il mondo occidentale non avesse i mezzi per intervenire. Nel 1994 Clinton affermò in merito alla guerra e alla sua possibile risoluzione:
Sono loro che devono decidere di finirla d’uccidersi l’un l’altro.
Il summit delle NATO che si svolse tra il 10 e l’11 gennaio 1994 a Bruxelles ebbe come comunicato finale una nuova sentenza di condanna verso Belgrado e la relativa minaccia di un attacco aereo alleato se le truppe dell’ex Armata Popolare non avessero ritirato l’assedio su Srebrenica e Sarajevo. Il presidente dello Stato maggiore dei serbi bosniaci Manilo Milovanovic non mostrava però una considerevole preoccupazione: l’eventuale bombardamento Nato avrebbe messo in pericolo anche le unità UNPROFOR dislocate in Bosnia, così come nello spettacolo di Susan Sontag l’intervento NATO si rivelò un Godot ritardatario. La strage del mercato di Markele fu un nuovo apice dell’imbarbarimento del conflitto. Il 5 febbraio del 1994 una granata appartenente all’artiglieria dell’ex esercito titino esplose su una folla di gente occupata a compiere la “normale” spesa settimanale, causando la morte di 68 persone e ferendone 197. Come da copione i serbi rigettarono le colpe al mittente, accusando i musulmani di aver inscenato l’attacco per guadagnare le simpatie e l’appoggio internazionale. Il legittimo presidente bosniaco Izetbegovic replicò:
Se un giorno i serbi mi ammazzeranno, diranno che mi sono ucciso.
L’ennesimo affronto di Belgrado alle sanzioni internazionali condusse ad intraprendere una strada senza ritorno: il 28 febbraio 1994 Washington permise a due caccia F-16 della NATO di abbattere nei cieli di Bania Luka quattro Galeb, appartenenti alle forze armate jugoslave. Si trattò del primo reale attacco NATO ai danni dei serbi. Godot era arrivato, e la via per Dalton sembrava più vicina. Godot era giunto e tutti l’aspettavano, vittime e carnefici: chi voleva testarlo e sfidarlo, chi implorava il suo aiuto, ma nella realtà nessuno conosceva la sua vera natura. Godot dunque era giunto, e nessuno sembra si fosse soffermato a chiedersi se potesse essere un mostro.


lunedì 9 dicembre 2019

ricordando ancora Alessandro Leogrande, due anni dopo





Alessandro Leogrande, la sua scrittura come un dipinto di Caravaggio - Tomaso Montanari

I fratelli Rosselli erano profondamente convinti che per reagire al «crollo di un’intera struttura nazionale» bisognasse agire: ma «prima di agire bisognava capire». Ecco, anche la Fondazione Premio Sila è profondamente convinta che la nostra opposizione allo stato delle cose debba nutrirsi di esempi «di carattere e di forza morale» (come i Rosselli, appunto): è esattamente per questo che oggi – in questo drammatico momento storico, culturale, politico – abbiamo deciso di attribuire questo premio alla figura e all’opera di Alessandro Leogrande. Perché ci manca la sua voce. E perché, al tempo stesso, la sua voce continua a parlarci – dai suoi libri, dai suoi articoli – con una forza straordinaria.
Alessandro, ha scritto il suo maestro e compagno di strada Goffredo Fofi, «è stato una delle presenze più acute e morali non solo della sua generazione, in anni della nostra storia  che dire pessimi, o meglio squallidi, è dire poco. […] I libri di Alessandro sono qualcosa di più dell’inchiesta, sono buona letteratura, che sarebbe probabilmente diventata col tempo ottima. […] Gaetano Salvemini accusava gli intellettuali meridionali di essere ‘sconcreti’, lui non lo era, e non lo è stato Alessandro, […] il migliore tra gli italiani della sua generazione».
Ebbene, per me e per molti, La Frontiera (il libro di Alessandro uscito nemmeno quattro anni fa, nel novembre del 2015) ha già il sapore di un classico. Di un libro, cioè, che è necessario leggere per capire il tempo e lo spazio in cui viviamo: e anche per decidere da che parte stare. Già, perché è un libro che, a leggerlo, rende semplicemente impossibile l’indifferenza: quell’ «indifferentismo» che, diceva Piero Calamandrei, è l’esatto contrario di «resistenza». Perché la Frontiera non è un libro sulla migrazione, e non è nemmeno un libro sui migranti: ma è un libro dei migranti, e coi migranti. Cioè tessuto delle loro voci, costruito con loro: facendo costantemente reagire due umanità messe a nudo.
L’ultimo capitolo si intitola Tutta la violenza del mondo. E parla di Caravaggio. Parla del Martirio di San Matteo, il grande quadro che Caravaggio dispone sulla parete destra, per chi guarda, della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma. Un quadro di oltre quattrocento anni fa: che parla di noi.
In primo piano c’è un delitto, un fattaccio di cronaca nera in una chiesa di Roma. Un sicario, nudo, sta per sgozzare un vecchio prete, proprio sull’altare. Una folla assiste all’evento. Sono i benpensanti riuniti per la messa: ben vestiti eleganti, sicuri. Si ritraggono orripilati, ma non fanno nulla: non intervengono. Sono la zona grigia. La «gran massa inerte che lascia fare», nelle parole di Calamandrei e di Rosselli. In quella folla, nota Alessandro, tutti sappiamo che Caravaggio ha rappresentato se stesso.
«Caravaggio non fugge – scrive – guarda la vittima perché non può fare altro che stare dalla sua parte e vedere come va a finire ciò che si sta per compiere. Ha già intuito tutto, ma non interviene. Sa di non poter intervenire, di non poter fermare quella spada. La sua commiserazione è ancora più dolorosa, perché totalmente impotente. La lucida interpretazione dei fatti, e ancor più il genio dell’arte, non arrestano il massacro. Si può solo provare pietà. Dipingendo il proprio sguardo, Caravaggio definisce l’unico modo di poter guardare all’orrore del mondo. Stabilisce geometricamente la giusta distanza a cui collocarsi per fissare la bestia. Dentro la tela, manifestamente accanto alle cose, non fuori col pennello in mano. Eppure sa anche che tale sguardo è inefficace, non cambierà il corso delle cose». Ebbene, concludeva Alessandro: «Ora mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufragi, dei viaggi dei migranti e soprattutto dalla violenza politica e economica che li genera. Nella migliore delle ipotesi, ovviamente. Quando cioè quello sguardo non è inquinato dall’apatia, dall’indifferenza, dallo stesso fastidio per l’oscenità della morte. Quando quello sguardo non è già, fin dal principio, connivente con la lama dell’aguzzino».
Alessandro Leogrande guarda tutta la violenza del mondo attraverso gli occhi di Caravaggio: perché è Caravaggio – coi suoi corpi vessati, torturati, mutilati, decapitati: violati senza speranza di resurrezione né di umana giustizia – a dire la verità sul rapporto tra i corpi e il potere. «L’arte – scriverà Michel Foucault – deve stabilire con la realtà un rapporto che non è più di ornamento, di imitazione, ma di messa a nudo, di smascheramento, di ripulitura, di scavo, di riduzione violenta alla dimensione elementare dell’esistenza». L’arte di Caravaggio, la scrittura di Alessandro Leogrande.
da qui





Alessandro Leogrande. Nel quadro, un passo indietro - Salvatore Romeo

Due anni fa ci lasciava, a soli 40 anni, lo scrittore tarantino. La sua idea di cultura come terreno centrale dello scontro politico è un punto di riferimento

«Cosa avrebbe scritto Alessandro di quello che sta succedendo all’ex Ilva?». Questa domanda mi ossessiona da qualche settimana. E prima ancora il bisogno di chiamarlo, di parlare con lui del gran caos che abbiamo sotto gli occhi. Ma è come quando qualcosa ti tiene immobilizzato, e devi rassegnarti a una forza sovrastante. Ti resta un senso opaco di impotenza: è la perdita, che ti trascini addosso ogni giorno come un peso invisibile.
Quando Alessandro Leogrande ci ha lasciati, due anni fa, era ancora troppo giovane, ma aveva già maturato un curriculum di tutto rispetto. Una decina di libri, una quantità innumerevole di articoli, saggi, interventi sugli argomenti più disparati; l’esperienza come vice-direttore (in realtà co-direttore, come ha riconosciuto lo stesso Goffredo Fofi) de Lo Straniero, attraverso la quale ha lasciato un’impronta rilevante sulla formazione delle nuove leve della letteratura italiana. Un’opera che dev’essere ancora metabolizzata, all’interno della quale spicca una straordinaria vastità di interessi: dalla narrativa alla storia, dalla politica alla sociologia. La cassetta degli attrezzi di cui disponeva lo scrittore tarantino per leggere la realtà era straripante di suggestioni, e in continuo aggiornamento.
Con questi strumenti Leogrande ha indagato alcuni dei fenomeni che innervano in profondità il nostro tempo, con un punto di vista peculiare: non quello dell’osservatore distaccato, ma neanche quello di chi riporta senza filtri le impressioni raccolte sulla scena del mondo. Il suo metodo è illustrato nelle ultimissime pagine de La frontiera, dedicate al Martirio di San Matteo di Caravaggio. Egli si identifica con lo sguardo del pittore, che a sua volta entra nel dipinto ritraendosi nei panni di un personaggio che, a distanza, assiste al massacro. È la stessa posizione che Leogrande assume di fronte alle cose che sceglie di indagare: dentro il quadro, ma un passo indietro. È una posizione che gli permette di mediare l’osservazione con la riflessione, puntando a una ricostruzione razionale degli eventi attraverso le leve culturali di cui si è detto. Anche quando il racconto affronta aspetti scabrosi, il narratore non si ferma alla rappresentazione del particolare dal forte impatto emotivo, ma da quel punto fa irradiare una prospettiva che offre una lettura del fatto bruto alla luce dei processi che lo hanno prodotto. Tutte le grandi inchieste di Leogrande partono da un nucleo drammatico – un groviglio di sfruttamento, sopraffazione, negazione dell’umanità –; ne dipanano i fili, facendo emergere i contorni della vicenda e i suoi protagonisti; infine lo trasportano in una dimensione storico-politica in cui «l’orrore» assume connotati intellegibili. In questo modo «la violenza del mondo», pur mantenendo la sua insopprimibile assurdità, diventa comprensibile. Su queste basi si può costruire un’ipotesi di azione sulla realtà – che sarebbe invece ostacolata da una rappresentazione immediata, che lascerebbe lo spettatore solo con il suo turbamento. O meglio, un’ipotesi progettuale di trasformazione della realtà.
In Leogrande metodo narrativo e prospettiva politica si intrecciano nel segno di un «illuminismo» che ha riferimenti politico-culturali molto variegati. Nei suoi lavori lo cerca continuamente il contatto con alcuni maestri del passato: da Gaetano Salvemini a Raniero Panzieri, da Carlo Pisacane a Pierpaolo Pasolini, da Rocco Scotellaro ad Alex Langer, solo per citarne alcuni. Figure in alcuni casi sideralmente distanti, che lo scrittore tarantino raccoglie in una galassia ideale a cui attribuisce come tratti distintivi la prassi della critica e la ricerca di un nuovo orizzonte di possibilità. In lui questi momenti sono strettamente correlati: la politica è un’azione intelligente, che parte dalla comprensione delle cose e si traduce nello sforzo di modificarle sulla base di un’idea. 
Questa impostazione si fa strada gradualmente in Leogrande, attraverso l’esperienza storica all’interno della quale matura. Negli anni della sua (precocissima) formazione Alessandro vive a Taranto l’ascesa e il declino del «fenomeno Cito». È un trauma collettivo che lo tocca particolarmente: la città che fino a pochi anni prima aveva conosciuto il protagonismo di un robusto movimento operaio e delle sue articolazioni politiche e sociali, finisce nelle mani di un sindaco ex picchiatore fascista con rapporti ambigui con la criminalità organizzata. Un «telepredicatore» che usa il suo canale televisivo (Antenna Taranto 6) come clava contro gli avversari e come collante nei confronti degli spettatori-elettori – protagonisti attivi delle ordalie mediatiche attraverso il filo diretto con Giancarlo Cito. Tutto questo mentre nel resto del Mezzogiorno sembra diffondersi la «primavera» dei sindaci, con Antonio Bassolino a Napoli, Leoluca Orlando a Palermo, Enzo Bianco a Catania. Leogrande analizza questo passaggio in medias res, offrendo una chiave interpretativa originale. Agli occhi del giovane Alessandro – che a questo tema dedica il suo primo libro (Un mare nascosto, L’ancora del Mediterraneo, 2000) – Cito è il prodotto di una crisi più ampia che aveva investito il capoluogo ionico dagli anni Ottanta. La grande fabbrica aveva espulso migliaia di lavoratori, e i suoi nuovi proprietari – la famiglia Riva – si erano presentati con il volto truce dei «padroni delle ferriere». La crisi del siderurgico a sua volta aveva fatto esplodere le contraddizioni di una città cresciuta impetuosamente sull’onda delle aspettative di benessere suscitate dallo sviluppo degli anni Sessanta e Settanta: persa quella spinta, erano rimaste vaste voragini sociali e un diffuso senso di disagio. D’altra parte, le organizzazioni di massa che nella fase precedente avevano provato a mediare fra le grandi imprese e la società locale erano state marginalizzate dalla restaurazione padronale culminata con la privatizzazione. È in queste trasformazioni che Leogrande individua le radici di una delle prime esperienze populiste in Italia.
La vicenda di Giancarlo Cito si colloca nel pieno del terremoto sistemico che squassa il paese dopo la caduta del Muro. Essa mostra la reazione di una comunità che era stata fra le più beneficiate dall’espansione dei cosiddetti «trenta gloriosi» – al punto da diventare quasi un simbolo dell’efficacia dell’intervento pubblico – di fronte agli stravolgimenti che segnano quel passaggio d’epoca. Gli elementi che Leogrande mette in evidenza in quel frangente per spiegare un fatto politico apparentemente anomalo colgono aspetti di fondo di un fenomeno – il populismo – destinato a diventare pienamente organico.  
Di fronte al citismo – e, su scala più ampia, al berlusconismo – Leogrande sceglie la strada della militanza sul fronte della cultura. È in questo contesto che matura l’esperienza de Lo Straniero: non semplicemente una rivista letteraria, ma un laboratorio politico-culturale in cui si prova a raccontare l’Italia e il mondo ai tempi del liberismo realizzato.
Leogrande si dedica in particolare al racconto dei margini, attraverso il quale mette in luce le contraddizioni radicali del suo tempo. La modernità che sembrava destinata a trionfare con la fine della divisione del mondo in blocchi e con la globalizzazione dell’economia presenta zone d’ombra inquietanti. In un mondo di merci che solcano i continenti e di denaro che si sposta alla velocità di un click, gli esseri umani vedono approfondirsi i solchi che li dividono. Un’umanità di «sommersi» preme alle porte dell’Occidente, e pur di accedervi è disposta a sottomettersi a una degradazione totale. Sono i braccianti polacchi ridotti in schiavitù nel Tavoliere, di cui Leogrande scrive in Uomini e Caporali (Feltrinelli 2008), o gli albanesi annegati nell’affondamento della Kater i Rades a poche miglia dalle coste pugliesi (Il naufragio, Feltrinelli 2011), e ancora gli eritrei, i curdi e tutti coloro che provano a varcare i confini della fortezza Europa (La frontiera, Feltrinelli 2013). Queste masse di uomini e donne non sono per Leogrande semplicemente vittime o dati statistici. Dal suo racconto emerge sempre la resistenza, la rivendicazione (talvolta disperata) di un’umanità irriducibile. In Leogrande, intellettuale laico, è ben presente il senso cristiano della persona umana, eredità profonda del suo ambiente familiare (col papà Stefano, direttore della Caritas, il giovanissimo Alessandro ha partecipato ai campi di lavoro nella devastata Albania post-comunista). Esso è la leva da cui scaturisce la rivolta contro la minaccia di annichilimento che perseguita una vasta parte del genere umano.     
La straordinaria capacità dello scrittore tarantino di confrontarsi con fenomeni di portata globale non fa mai venir meno in lui l’attenzione per il microcosmo in cui è cresciuto e a cui si sente ancora legato nonostante la lontananza fisica – in ciò Leogrande si dimostra un fautore coerente di quel «think global, act local» che ha ispirato una parte significativa della sua generazione. Con l’esplosione della crisi Ilva, nella lunga estate calda del 2012, Taranto assume un posto centrale nella sua riflessione. Per Leogrande in quel frangente si apre un nuovo fronte di lotta politico-culturale. I semi del populismo gettati nei primi anni Novanta trovano nuova linfa nella grande crisi economica e politica che si apre sul finire del primo decennio dei 2000. Essi finiscono per diffondersi e germogliare anche in settori molto distanti dall’ambiente che li aveva generati. Dichiarando superata la contrapposizione fra destra e sinistra, e prospettando un assalto dei cittadini alle istituzioni e alla classe politica, anche l’ambientalismo sorto in riva allo Jonio assume connotati di quel tipo. La sua spinta dirompente si scatena anche contro i sindacati nella drammatica manifestazione del 2 agosto e, più in generale, finisce col travolgere ogni posizione intermedia. In queste circostanze, che Leogrande legge come il frutto di una «comunità spappolata», i margini per i riformisti si fanno strettissimi. In quella stagione Leogrande vive un secondo trauma nel rapporto con la sua città, dopo quello del citismo: una frattura ancora più dolorosa in quanto investe quello che era stato il suo mondo. Ma di fronte a tutto questo egli reagisce intensificando l’impegno: i suoi interventi sull’Ilva e su Taranto assumono toni quasi programmatici. Contro le semplificazioni che puntano a fare tabula rasa dell’esperienza industriale in riva allo Jonio (e nel Mezzogiorno), Leogrande rivendica la prospettiva meridionalista che l’ha ispirata; traendo ispirazione da quella tradizione, egli propugna la riforma della fabbrica non solo come inevitabile aggiornamento tecnico, ma soprattutto come ridefinizione dei rapporti di potere. Il modello padronale dei Riva, ormai irrimediabilmente in crisi, va superato: è necessaria una nuova «democrazia industriale», che può emergere solo sulla spinta di un rinnovato protagonismo operaio. Ma la prospettiva di Leogrande si scontra con le inerzie della gestione politica della crisi – e con i rapporti di forza decisamente sfavorevoli ai lavoratori e alle loro rappresentanze. Dopo un lungo commissariamento che lascia la situazione in una sorta di limbo, il governo decide di affidare la ristrutturazione dell’azienda – e il nodo del suo rapporto con la società locale – alle forze di mercato. Il senso della sconfitta emerge nei suoi ultimissimi scritti, in cui Leogrande anticipa alcune delle questioni che stanno esplodendo sotto i nostri occhi proprio in queste settimane.
Queste sono solo alcune delle suggestioni che emergono dall’opera di Alessandro Leogrande. Esse delineano il profilo di un intellettuale militante nel senso pieno del termine: un uomo per il quale la politica è stata anzitutto battaglia culturale, e la cultura un terreno importante dello scontro politico. La sua critica del populismo – a partire dall’analisi delle condizioni strutturali che ne hanno favorito l’affermazione – e la combinazione originale di illuminismo, riformismo e cristianesimo rappresentano nell’insieme una proposta interessante per fronteggiare le sfide del presente. Leogrande non può che essere un punto di riferimento per chi voglia perseguire una prospettiva di progresso nei tempi di ferro in cui ci troviamo. 
da qui

lunedì 1 luglio 2019

“Umanità in rivolta”, la perdita di diritti deve fermarsi e la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare. il manifesto di Aboubakar Soumahoro - Alessandro Corroppoli



C’è una sottile linea rossa che unisce Alessandro Leogrande e Aboubakar Soumahoro. Un linea che ha inizio nell’ottobre del 2008, quando il compianto scrittore e giornalista tarantino, mette nero su bianco il suo viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del sud, dando vita al suo “Uomini e Caporali” (Mondadori). Pietra miliare del giornalismo d’inchiesta nell’ambito dello sfruttamento lavorativo. E, prosegue undici anni dopo con il sindacalista italiano nato in Costa D’Avorio, che mette insieme la sua esperienza di vita, le sue battaglie giornaliere nel volume “Umanità in Rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità” (Feltrinelli).

Sfruttati, dimenticati e abbandonati al loro destino. Al massimo vengono utilizzati e strumentalizzati a fini di propaganda politica o trovano spazio sulle prime pagine dei giornali quando vengono uccisi o trovano il coraggio di denunciare la loro situazione lavorativa e sociale. Gli sfruttati, specie se stranieri di colore altro non sono che un pericolo alla sera e una risorsa, braccia forti da sfruttare al mattino per pochi soldi. Alessandro Leogrande e  Aboubakar Soumahoro, con i loro due lavori letterari,  sono riusciti a chiudere un primo cerchio iniziato 11 anni fa con il libro denuncia del giornalista pugliese e chiusosi con il manifesto alla felicità del sindacalista di origini africane: “La perdita di diritti deve fermarsi.
E la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare”.
“Gli schiavi di Puglia parlano di una degradazione dell’uomo, dei corpi e delle speranze” scriveva Leogrande descrivendo la Capitanata: “Raccogliere l’oro rosso è un lavoro durissimo che spezza la schiena e le braccia, ma viene pagato pochissimo. Sono lavoratori inquadrati in situazioni di vita e di lavoro addirittura precapitalistiche: alloggiati in ruderi fatiscenti, sono anche sottoposti alle vessazioni, spesso sadiche, dei caporali, che offrono il loro lavoro a un mondo delle imprese che se ne serve per comprimere i costi. Talvolta, questi nuovi cafoni, così diversi dai cafoni di ieri, hanno anche difficoltà ad avere pagato quel poco che era stato pattuito. E alle proteste non di rado ci scappa il morto. Una situazione barbarica che flagella come un tumore sociale vaste aree dell’Italia, dove sembra essere del tutto assente lo stato di diritto, e dove vale la sola legge dell’esercizio della violenza bruta”.
Il giornalista pugliese prendeva spunto dalle prime denunce dei braccianti sfruttati, per lo più uomini dell’est Europa arrivati, e ingannati in Italia, con la prospettiva di un lavoro dignitoso per scrivere il suo saggio inchiesta.  Aboubakar Soumahoro, invece, parte da una posizione di privilegio (se così si può dire) essendo un sindacalista di base (Usb) e, dunque, affrontando giornalmente le vicissitudini dei braccianti agricoli stranieri, nordafricani e non.
Laureato in sociologia, Abu  ha fatto il bracciante e il muratore, quando viveva dalle parti di Napoli. L’episodio scatenante, che lo ha fatto salire alla ribalta delle cronache nazionali, avviene il 2 giugno 2018, proprio nel giorno della Festa della Repubblica,  quando Soumayla Sacko viene ucciso durante una sparatoria nella zona di Vibo Valentia, in Calabria, riaccendendo i riflettori e l’attenzione sulle condizioni dei migranti (anche quelli regolari) costretti a vivere in condizioni disumane e  sottostare a trattamenti lavorativi più vicini all’idea di schiavitù (12 ore per meno di 25 euro senza nessuna tutela e diritto lavorativo per mandare avanti la filiera dell’agricoltura che permette di avere prodotti tutto l’anno a prezzi bassissimi.
Aboubakar Soumahoro difende i diritti dei lavoratori. Conosce da vicino le insidie di un tessuto civile sempre più logoro e incapace di garantire i diritti minimi di ogni essere umano. Probabilmente dietro “i mestieri che gli italiani non vogliono più fare” si nasconde il degrado delle condizioni generali di lavoro, che chi arriva in Italia sprovvisto di tutele e di diritti è costretto ad accettare per sopravvivere. È così che si spiega il gran ritorno della retorica del “prima gli italiani” e della “razza: uno stratagemma per abbassare il costo del lavoro e per ridurre drasticamente la distanza tra dignità e sfruttamento”.
“Umanità in rivolta” è un manifesto, che si aggiunge alla denuncia fatta oltre un decennio addietro da Leogrande, e va a riempire il dibattito politico italiano in tema di lavoro, diritti e sfruttamento. Nelle pagine del libro viene detto chiaro e forte  che per non rinunciare al diritto alla felicità “il nostro paradigma economico deve cambiare”. Una nuova solidarietà deve nascere, così ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù. Aboubakar Soumahoro sa cosa significa essere privati di un diritto e per questo sa anche cosa significa lottare per conquistarlo. “Possiamo essere poveri, sfruttati e precari, ma non importa: usciremo dall’angolo.”

venerdì 12 ottobre 2018

Il Naufragio – Alessandro Leogrande

quando a Venezia una nave da crociera colpisce o rovescia una  piccola barca nessuno direbbe che la barchetta se l'è cercata.
quando il 28 marzo del 1997 la Katër i Radës era affondata, col suo carico di morti, la versione ufficiale della Marina Militare fu che se l'erano cercata, avevano voluto speronare le navi italiane che facevano il blocco navale.
c'è voluto poco a capire come erano andate le cose, la nave da crociera (scusate, la nave militare italiana), un muro alto d'acciaio, vista dalla Katër i Radës, aveva speronato la barca dei poveracci, mandandola a picco.
qualcuno dei militari italiani, tecnicamente degli assassini, non ci dormiva la notte, e ha cominciato a raccontare le cose com'erano state.
a quel comportamento d'assassini si arriva dopo il messaggio politico di essere fermi, di non far passare gli albanesi, (quasi) a qualunque costo, questo era il messaggio dei mandanti.
Alessandro Leogrande chiama per nome i sommersi e i salvati della barca albanese, parla con le famiglie, i superstiti, segue le udienze del processo, dà voce agli annegati.
e racconta dei nostri militari, dei comandanti assetati di sangue.
un libro da leggere, per non dimenticare i fatti recenti che diventano storia ignobile.










Per lui l’Albania e gli albanesi non erano solo temi che soddisfacevano la sua curiosità intellettuale. Alessandro si sentiva legato spiritualmente con questo luogo in un modo del tutto naturale. In poche parole, era uno di noi.
Ecco, scrivere con grande lucidità mentale ed un profondo calore del cuore, questa era un’altra sua caratteristica speciale.
Ne ebbi la conferma nel novembre del 2012. Insieme con il personale della Casa Editrice “Dudaj” andammo con Alessandro a Valona, all’università della città, per presentare il suo libro Il Naufragio, uscito in albanese. La scelta di Valona non fu casuale, perché il libro di Alessandro si occupava della vicenda della piccola nave albanese “Katër i Radës”, che stipata di gente fu speronata da una nave militare italiana e naufragò nel canale di Otranto nell’aprile del 1997. Vi furono decine di morti e di dispersi, uomini, donne e bambini. L’Albania era caduta in quel periodo in un tumultuoso caos, dopo il fallimento degli schemi piramidali. Quella gente cercava di scappare sperando di arrivare sulle coste pugliesi.
Alessandro ha condotto per anni un’indagine eccelsa su questa vicenda, e posso dire senza esitazione che quel suo libro è un modello di giornalismo investigativo, e dovrebbe servire come esempio specialmente per i media albanesi che da tempo sono sprofondati nel più misero degrado morale.
Oltre ai tanti studenti presenti a seguire la presentazione del libro e l’intervento di Alessandro, nell’auditorium dell’università c’era anche un gruppo di persone che, in qualche modo, contrastava con gli universitari. Era gente semplice, erano venuti dalle periferie e anche dalla provincia, erano i familiari delle vittime coi quali Alessandro aveva stretto amicizia durante il suo lavoro. Il modo in cui lo hanno aspettato, lo hanno incontrato dopo la lezione, hanno parlato con lui, mostrava che Alessandro era come uno di famiglia. Alessandro si immedesimava coi suoi “personaggi” e con il loro dolore. Era una mente brillante ed un’anima nobile…

Il reportage di Leogrande alterna le storie delle vittime e dei loro familiari, dei sopravvissuti e dei comitati in cui si sono riuniti, all’approfondimento del contesto politico e sociale di riferimento e alla ricostruzione delle difficili indagini giudiziarie e dei processi riguardanti la tragedia del Venerdì Santo. Il modello letterario è quello di A sangue freddo (In Cold Blood, 1965) di Truman Capote, ma tanto l’inchiesta quanto il saggio, per Leogrande, vanno «sventrati», come l’autore spiegò in un intervento a Gioia del Colle : alternare la prima persona alla terza, l’oggettività alla soggettività, l’approfondimento alla narrazione, si rende necessario per restituire non soltanto la complessa dimensione storico-politica della vicenda, ma anche e soprattutto quella umana, individuale, che altrimenti rischierebbe di sfuggire. L’esempio di Anatomia di un istante (Anatomía de un instante, 2009) dello scrittore spagnolo Javier Cercas, autore di un’inchiesta sul colpo di stato del 23 febbraio 1981 in Spagna, influenza poi la struttura del testo di Leogrande: la penna di Cercas si sofferma, infatti, sulle biografie dei soli tre parlamentari che, di fronte alle minacce del colonnello Tejero, restarono seduti ai loro posti sfidando i golpisti e finisce per tornare, pressoché in ogni capitolo, su quei secondi decisivi che restano impressi nella mente di tutti gli spagnoli e che furono trasmessi in televisione in lieve differita. Analogamente, il racconto di Leogrande torna più volte al momento del naufragio, alle concitate manovre che si svolsero sulla nave albanese e su quelle militari italiane che si trovavano, nel tragico Venerdì Santo del 1997, nel Canale d’Otranto. Un po’ alla volta, però, si allarga lo sguardo al contesto di riferimento e i dati che l’autore cita nel libro concorrono a motivare un giudizio critico sugli eventi narrati…

lunedì 4 dicembre 2017

Alessandro Leogrande nelle parole di Christian Raimo

Un intellettuale che sapeva raccontare il mondo

Chiunque l’ha conosciuto personalmente o chi ha soltanto letto i suoi articoli o i suoi libri, sa che Alessandro Leogrande era una persona generosa. Il che lo faceva essere un giornalista infaticabile e rigoroso, un redattore scrupoloso e intelligente, un intellettuale curioso che con i suoi articoli riusciva a contrastare le narrazioni superficiali del mondo.
Ci ha lasciato un’enorme quantità di articoli, inchieste, analisi, commenti e interventi. Tra gli ultimi, l’appello alle ong perché non partecipino alla spartizione dei fondi per i campi profughi in Libia; l’editoriale sul ritorno di Berlusconi scritto per la rivista Gli asini; il suo ultimo reportage per Internazionale. Ma la sua energia era tale che soltanto una parte della sua fame di realtà si può trovare nella sua scrittura.
Negli ultimi vent’anni ha partecipato a centinaia di incontri pubblici: presentazioni, seminari, incontri, ma anche riunioni di redazione, assemblee, e anche chiacchierate nei corridoi di un piccolo giornale di provincia, lunghissime telefonate e email in cui non si risparmiava di essere maieutico e dialettico, di cercare sempre un livello di indagine in più, una torsione del pensiero, qualunque fosse il tema proposto, o di consigliare libri, di citare autori non scontati. Non c’era occasione per cui non utilizzasse il suo tempo per farsi un’idea, per cambiarla, per farla cambiare agli altri. Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera l’ha definito una mente alveare: “Davvero era una delle migliori menti della nostra generazione di trenta-quarantenni, perché era una mente alveare, incline alla collaborazione, fiducioso nello scambio di idee”.
Alessandro Leogrande ha interpretato l’essere di sinistra come un esercizio continuo di militanza dalla parte degli ultimi e di studio alla ricerca della verità meno facile. Per farlo, si era scelto come maestri Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, Giuseppe Di Vittorio e Carlo Levi, Danilo Dolci e Luca Rastello. I suoi riferimenti, a cominciare dal meridionalismo migliore – usato per decostruire il reflusso neoborbonico – sono diventati nel corso della sua vita i suoi fratelli maggiori.
Era un garantista radicale nell’epoca del risentimento forcaiolo, sapeva leggere il mondo contemporaneo con la lente dei lunghi processi storici, ricordava sempre il potere della letteratura di cogliere lo spirito del tempo, ma anche di saper soffiare in direzioni inaspettate.
Politica, impegno, lavoro
Sui siti del Corriere della Sera, di Nuovi Argomenti, del Riformista, di Pagina 99 (per cui ha curato la sezione di reportage chiamata Fuoribordo), negli archivi di Internazionale, dello Straniero, di Radio3 e di minima&moralia (dove ripubblicava spesso gli articoli usciti altrove) è possibile trovare una traccia delle tante cose preziose che ha scritto e detto.
Era stato uno dei primi a rintracciare nel Movimento 5 stelle il rischio di un ripiegamento populista ed eversivo, a ragionare sulla crisi della democrazia rappresentativa in Italia a partire dalle debolezze strutturali del Partito democratico. Non si risparmiava nello stigmatizzare gli abusi della polizia italiana (i casi Cucchi e Aldrovandi) e nel seguirne i processi, a denunciare lo sfruttamento del lavoro dei migranti ma anche a raccontarne le forme di protesta e di sindacalizzazione, a emendare la retorica nazionalista del risorgimento italiano e a ripensare la questione meridionale in modo da non lasciarla a i professionisti del meridionalismo.
Era in grado di riconoscere la matrice sempre viva del fascismo e ne ha aggiornato le interpretazioni. Ha seguito l’evoluzione del leghismo e delle sue grottesche varianti meridionali (il suo saggio-memoir su Giancarlo Cito resta un modello di narrativa non-fiction). Ha raccontato chi in Campania, in Sicilia, in Puglia, continua a opporsi alle mafie vecchie e nuove. Nel calcio giocato e tifato ha individuato i sentimenti di massa di un paese e le sue tensioni sociali più carsiche. E ha analizzato l’arrembante retorica dei Marchionne o dei Riva, difendendo i diritti della nuova classe operaia, che fosse alla Fiat di Melfi o all’Ilva di Taranto.
Sull’Ilva di Taranto poi ha scritto una tale quantità di articoli che ricomposti potrebbero formare quasi un suo Moby Dick, dove la fabbrica è la Balena bianca, l’ossessione di un mostro forse necessario per lo sviluppo della città e al tempo stesso la causa della sua devastazione. Va dato merito a Mario Desiati e a Fandango di aver cucito insieme i saggi più lunghi su questo tema e averne fatto un libro, Fumo sulla città, che è esemplare per il metodo di lavoro e per lo spirito di denuncia. Ma anche qui, quello che ha scritto Leogrande era solo una parte della sua ricerca; ed era un singolare piacere per l’intelligenza starlo a sentire quando, magari per due o tre ore, in occasioni pubbliche, provava a sciogliere l’intrico di questioni legate all’Ilva, scardinando magistralmente ogni tipo di semplificazione o di strumentalizzazione politica.
Una trilogia
C’è da imparare – e molto – dai suoi testi giovanili, e incredibilmente maturi per il rigore della ricerca, editi dall’Ancora del Mediterraneo (Un mare nascostoNel paese dei viceré e Le malevite). E anche in quelli degli ultimi dieci anni, Uomini e caporali del 2008, Il naufragio del 2010 e La frontiera del 2015, che compongono una specie di trilogia sull’Italia al tempo della grande immigrazione: Leogrande aveva imparato che per raccontare i processi globali bisognava partire dal lavoro d’inchiesta sulle storie delle persone.
In Uomini e caporali si era concentrato sulle morti dimenticate di un gruppo di lavoratori di origine polacca ridotti in schiavitù nelle campagne pugliesi tra il 2004 e il 2007, e da lì era partito per smascherare il caporalato in Italia, il suo essere funzionale non a un’economia arcaica, ma a quella di un capitalismo che si fingeva moderno.
Le illusioni della modernità, eccole: non ha mai creduto a nessuna di queste. E non perché fosse attratto da qualche tentazione nostalgica, fosse pure sublimata da una fascinazione pasoliniana, ma perché sapeva che per essere seriamente progressisti non si potevano fare sconti agli spacciatori della falsa valuta del nuovismo. Amava la pedagogia, riconosceva il “principio speranza” nella storia, e al tempo stesso non ha mai manifestato nessun incanto per le anime belle.
Maestri
Nel suo metodo di lavoro c’è da riconoscere anche la gratitudine che aveva nei confronti dei suoi maestri: primo fra tutti sicuramente Goffredo Fofi, con cui ha lavorato fianco a fianco per vent’anni nella redazione dello Straniero come vicedirettore, e in centinaia di altre imprese. E poi i nomi che abbiamo ogni volta reimparato a conoscere, a rileggere e ad amare attraverso Leogrande, in modo mai fanatico, ma sempre laico. Riattualizzare la loro eredità per lui voleva dire contestualizzarli, servirsi dei loro strumenti e farli dialogare con i nostri tempi.
Ha letto e amato Albert Camus e George Orwell, Isaiah Berlin e Walter Benjamin, intellettuali che potremmo definire mediterranei come Franco Cassano, Predrag Matijevic o Fernand Braudel. E nella sua biblioteca ideale aveva messo insieme una specie di controcanone italiano, che comprendeva Alexander LangerErmanno ReaRocco ScotellaroMarco PannellaFabrizia Ramondino, fino a nomi meno noti come Tommaso Besozzi, Vittorio Bodini o Rina Durante. Il nostro paese visto dai suoi occhi sembrava meno arido, meno irredimibile, sempre un po’ meno una terra guasta.
L’ambizione di ritrovare la dignità degli uomini di fronte alle devastazioni del potere era quella che l’aveva animato negli ultimi anni, nell’andare a raccontare l’Albania sopravvissuta al regime di Enver Hoxha o l’Argentina che faceva i conti con le torture del Plan Condor.
Era implacabile nella ricerca della verità, era amabile per come riusciva a mettersi in contatto con le persone. Non era solo una mente alveare, era un compagno. Per questo sarà un casino ricordarlo: ogni volta non basterà ripensare a tutta la sua rara capacità di raccontare il mondo, ma ci verrà in mente il modo in cui questo mondo lo abitava, e quello ci mancherà ancora di più.