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martedì 21 gennaio 2025

La proprietà aperta e i suoi nemici: suicidi eccellenti nella Silicon Valley - Rattus Norvegicus (Pino Nicolosi)


Pino Nicolosi ha scritto un testo che illumina la questione. Ve lo propongo:

La proprietà aperta e i suoi nemici: suicidi eccellenti nella Silicon Valley

Di Rattus Norvegicus


Considero il recente (presunto) suicidio del programmatore indiano ventiseienne Suchir Balaji, un giovane che aveva alle spalle quattro anni di lavoro presso il centro di ricerca di OpenAI, un evento di una tale gravità da richiedere un ripensamento in merito al ruolo svolto dalla proprietà intellettuale negli ultimi quarant’anni, sia all’interno della produzione informatica e di rete sia, più in generale, nell’ambito dei complessi rapporti che questa peculiare forma di proprietà privata ha stabilito con la libertà di opinione, con il diritto di accesso all’educazione e alla formazione, con la cooperazione internazionale allo sviluppo e, per estensione, con tutti i principali pilastri del diritto nelle democrazie liberali, quelli che i paladini del libero mercato continuano a invocare nei loro discorsi pubblici sebbene nelle realtà non se ne veda più traccia da moltissimo tempo.

Partendo dalle prime proteste dei movimenti "no copyright" degli anni Novanta, fino ad arrivare alle attuali rimostranze contro la violazione, da parte dell'intelligenza artificiale generativa (LLM), delle leggi americane sul fair use, abbiamo assistito a un progressivo attenuarsi dei motivi polemici contro queste leggi. Da posizioni che si schieravano radicalmente contro la proprietà intellettuale, siamo passati a un atteggiamento sostanzialmente inverso: un pieno riconoscimento delle leggi di tutela del copyright, accompagnato dalla veemente denuncia delle loro violazioni effettuate dalle Big Tech. Come vedremo alla fine dell’articolo, è da quest’ultima posizione che Balaji aveva mosso la sua critica, rigorosa e puntuale, nei confronti di OpenAI.

Per una serie di strane e tristi coincidenze, ci è dato ripercorrere brevemente l'itinerario di queste oscillazioni in materia di proprietà intellettuale degli ultimi quarant'anni, a partire dalle morti di altri due autorevolissimi ricercatori informatici che, come nel caso Balaji, sono state archiviate come suicidi dall'autorità giudiziaria statunitense. Qui però non ci dedicheremo a dietrologie: il filo rosso che tiene insieme le vicende di questi tre programmatori non passa per gli eventuali (legittimi) dubbi sulle cause della loro morte, ma per il contributo che ciascuno di loro ha dato al dibattito in merito allo scopo e al senso della proprietà intellettuale nell'epoca del capitalismo delle piattaforme.

Ian Murdock (la cooperazione)

Iniziamo da Ian Murdock, 42 anni, trovato morto nel suo appartamento il 28 Dicembre del 2015 a San Francisco. Era stato arrestato due giorni prima del tragico ritrovamento, per aver dato violentemente in escandescenze contro la porta di un'abitazione privata. L'inchiesta e l’autopsia hanno accertato che, prima e dopo l’arresto, c’erano state colluttazioni tra Murdock e gli agenti di polizia che lo avevano arrestato. Dopo i due giorni di carcere è stato rilasciato su cauzione. Si è ucciso la notte successiva al suo rilascio.

Murdock viene ricordato soprattutto per essere stato l'ideatore e il fondatore, nei primi anni Novanta, di una delle più celebri distribuzioni del sistema operativo GNU/Linux. La distro, che si chiama Debian (da Ian, il suo nome, unito a quello di Debra, la sua compagna di allora), è ancora molto attiva ed è probabilmente l'unica rimasta fedele ai principi originali del software libero. Lo scopo di Murdock era quello di «creare una distribuzione non commerciale che sia in grado di competere effettivamente sul libero mercato.» Obiettivo raggiunto, anche grazie alla stretta collaborazione che Debian stabilì con la Free Software Foundation. (La citazione tra virgolette è tratta dal "manifesto Debian" scritto da Ian Murdock nel 1994).

A rileggere oggi il manifesto di Ian, torna alla mente uno degli interrogativi più stimolanti dell'informatica di quegli anni: è possibile almeno in linea di principio, raggiungere con il software libero una qualità paragonabile a quella dei software commerciali, come conseguenza di un modello di organizzazione del lavoro più aperto ? Il successo della distro di Ian Murdock suggerisce una risposta positiva. In realtà, l’intera vicenda del software libero, con i suoi complessi risvolti legali e di mercato, costituisce uno snodo importante e irrisolto rispetto al tema della proprietà intellettuale e dei suoi rapporti con il lavoro informatico. Sebbene, a partire dai primi anni del nuovo secolo, le libertà che il “Pinguino” garantiva a programmatori e utenti siano state progressivamente ristrette e asservite agli scopi del capitalismo globalizzato, queste domande restano centrali e dovrebbero costituire le fondamenta di un antagonismo digitale nell’epoca del dominio delle grandi piattaforme digitali.

Mi si conceda una nota occasionale a questo riguardo: sebbene nessuno tra i fondatori e i pionieri del software libero avrebbe accettato di buon grado di essere definito un "comunista", è altrettanto vero che nelle posizioni originarie di questo movimento si coglieva distintamente la eco di un celebre passo di un altro "manifesto", quello di Marx ed Engels:

«il comunismo non toglie a nessuno la facoltà di appropriarsi dei prodotti sociali; toglie soltanto la facoltà di valersi di tale appropriazione per asservire lavoro altrui.»

Nella filosofia originaria del software libero ad asservire lavoro altrui sono tutti coloro che congelano a scopo di lucro un software all’interno di una licenza chiusa, impedendo in questo modo che circoli liberamente e che altri programmatori possano migliorarlo e modificarlo per i loro scopi. Questo il senso generale del cosiddetto “copyleft”, la licenza ideata da Richard Stallman in cui, contrariamente a quanto avviene nel copyright, solo alcuni dei diritti degli autori restano riservati, mentre vengono garantiti nuovi diritti alla circolazione del software.

La nota marxiana che alcuni avvertivano nelle regole legali del software libero, non solo sfuggiva del tutto ai suoi fondatori, ma veniva spesso ignorata anche dai marxisti che, per lo più, se ne sono rimasti “in finestra” a guardare lo spettacolo. A cogliere immediatamente la sua eco furono invece i robber baron del digitale, che non tardarono ad accusare di comunismo l'intera comunità di Gnu/Linux. Basti ricordare le celebri parole pronunciate nel 2000 da Steve Ballmer, all'epoca braccio destro di Bill Gates:

«Linux è un competitor agguerrito. Non c’è alcuna azienda che si chiama Linux, e a malapena Linux ha una road map. Eppure Linux sembra sprigionarsi naturalmente dalla Terra. E ha le caratteristiche del comunismo che alla gente piacciono moltissimo, cioè è gratuito. Per noi è un fronte di competizione vero».

In realtà il software libero, pur ammettendo pienamente il diritto dei programmatori a ricavare denaro dalle loro attività, riusciva a contenere notevolmente i profitti parossistici che le grandi holding avevano iniziato ad accumulare a danno del loro lavoro. Svolgeva, insomma, sia pure indirettamente e in modo molto originale, una funzione di carattere “sindacale”. L’esistenza di organizzazioni informatiche non ossessionate, nel loro lavoro, dai diritti di proprietà sui propri prodotti, scatenava in Ballmer e negli altri gigacapitalisti, il terrore di una continua critica politica al loro operato, oltre a quello di una caduta dei profitti provocata dalla circolazione di prodotti in larga parte gratuiti e di libero accesso. Soprattutto, nel caso delle prime licenze copyleft, creava una serie di delicati problemi al "controllo" dell'innovazione informatica esercitato dai potentati dell’informatica proprietaria. Problemi “salutari” perché aprivano spazi di innovazione fino a quel momento impensabili per le società a capitalismo avanzato. Concepire un'informatica sociale, finalizzata a scopi alternativi rispetto a quelli del profitto, è stato possibile soltanto nel periodo "aureo" del software libero, nella seconda metà degli anni Novanta, quando le licenze di Richard Stallman lasciavano ampi margini di possibilità all’ipotesi che programmi informatici finalizzati a scopi alternativi a quelli della filosofia neo-liberale, fossero non solo perfettamente concepibili, ma del tutto alla portata dell'intelligenza collettiva. Oggi, la Microsoft è diventata proprietaria dei principali siti di scambio di software open source e ogni velleità in direzione di un’informatica alternativa nei contenuti e negli obiettivi, sembra essersi infranta davanti al muro dell’interesse privato. I marxisti alla finestra ne sono quasi compiaciuti: “Avete visto?” ci gridano sventolando in aria Miseria della filosofia, “il vostro cooperativismo proudhoniano ha fatto la fine che meritava”.

Il fatto che nel suo "manifesto Debian" Ian Murdock avesse sottolineato i vantaggi del metodo cooperativo nello sviluppo del sistema, denunciando come le avventure commerciali in solitaria di alcune delle prime distribuzioni rischiassero di danneggiare l'immagine e la qualità di GNU/Linux, aiuta a comprendere quanto delicato fosse quel passaggio. Nell'approccio di Murdock l'indipendenza e l'autonomia economica dei programmatori era un pre-requisito essenziale per ottenere prodotti di livello tale a da poter competere con quelli di carattere commerciale. Era una scommessa difficile e non sorprende che, sul piano politico, sia stata persa, probabilmente in modo definitivo. Né stupisce che l’unica area di ispirazione marxiana che seppe cogliere alcuni elementi delle potenzialità di conflitto inscritte nel software libero sia stata quella operaista. Non solo perché attenta al lavoro cognitivo e ai processi di estrazione del suo valore, ma anche perché memore delle sette tesi sul controllo operaio di Panzieri e Libertini e, più in generale, del ruolo dei consigli operai nelle esperienze di autogestione del lavoro di fabbrica degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento italiano. Quell’antica ricerca di autonomia dei lavoratori oggi traspare, nell’ambito del cosiddetto neo-operaismo italiano, nella richiesta politica di un reddito di base universale e incondizionato, pensato anche come una forma di “liberazione” del lavoro cognitivo, inteso come intelligenza “libera” non asservita ai diktat delle necessità di sopravvivenza.

Intermezzo

Sarà senz’altro utile, a questo punto, avventurarsi in una breve digressione filosofica. Nel suo celebre libello Miseria dello storicismo il filosofo della scienza Karl Popper rimproverò esplicitamente ai marxisti di essersi illusi che la storia fosse scientificamente prevedibile. Una critica che, personalmente, ho sempre condiviso, almeno nelle sue linee generali, senza per questo diminuire di un solo punto la mia devozione nei confronti dell’opera di Marx. Ma quando entriamo nella più importante argomentazione di Popper a sostegno di questa tesi, ci rendiamo immediatamente conto di come egli considerasse la crescita della conoscenza scientifica come la più importante delle variabili in gioco, l’unica che rende veramente imprevedibile il processo storico: non potendo in alcun modo essere informati sullo stato della conoscenza scientifica tra dieci o vent’anni, noi non possiamo avere un'idea, neanche approssimativa, di quella che sarà la società del futuro. Deriva principalmente da questa osservazione la convinzione di Popper secondo la quale lo storicismo è destinato a fallire regolarmente nelle sue previsioni. Il mio parere, per quel che vale, è che su questo aveva perfettamente ragione: non esistono leggi generali della storia. L'imbarazzante corollario politico di un siffatto argomento, tuttavia, è quello che la modalità più importante di esercizio del potere, nella nostra epoca, consiste nel controllo assoluto della produzione scientifica, tecnica e culturale. Solo gestendo dall’alto e con polso fermo la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e la circolazione dei saperi, il capitalismo può garantire i suoi sviluppi sociali ed economici senza andare incontro a conseguenze storico-politiche indesiderate. Quello della previsione scientifica non è, dunque, soltanto un limite dell’utopismo politico, ma anche la principale ossessione del realismo capitalista. Questo imbarazzante corollario sir Karl non l’ha discusso nel suo librettino anticomunista, ma probabilmente lo avrà rivelato in privato al suo amico Von Hayek, grande teorico e stratega dell’economia neoliberista.

Il controllo dell’accesso alla conoscenza, in questa cornice teorica, è divenuto immediatamente una faccenda politica e la ricerca di una strategia adeguata per raggiungerlo si è risolta in una regolamentazione molto rigida della proprietà intellettuale e in una sua gestione esclusiva da parte delle principali organizzazioni capitalistiche. La recente notizia che ben due premi Nobel, nel 2024, sono stati assegnati a studiosi che lavorano (o lavoravano) presso Google, la dice lunga sul punto a cui è giunta la privatizzazione della ricerca e il tentativo di ostacolare sistematicamente ogni forma di circolazione libera del sapere e della conoscenza. La “società aperta” di Popper ha soffocato sistematicamente qualsiasi forma di proprietà aperta nell’ambito del lavoro intellettuale. Non posso fare a meno di chiedermi cosa penserebbe oggi il grande filosofo della scienza, se fosse vivo, delle illuminanti osservazioni che ho estratto da un’intervista di un paio di anni fa ad un giovane studioso ungherese esperto di leggi sulla circolazione dell'informazione libraria che si chiama Bodo Belasz. Bodo lavora attualmente all'università di Amsterdam. Le prime domande dell'intervista vertono sull'arresto in Argentina di due giovani russi, creatori di un importante sito di copie pirata di libri che si chiamava Z-Library. Bodo, che sulla Russia la sa lunga, faceva una nel merito una serie di considerazioni che meritano di essere riportate per intero:

«Quando ho letto la notizia che questi due individui russi sono stati arrestati, ho pensato, beh, la storia ha chiuso il cerchio. Non conosco queste persone, quanti anni hanno, presumo siano sulla trentina. Ma certamente, i loro genitori o i loro nonni potrebbero essere stati o avrebbero potuto facilmente essere arrestati dalle autorità sovietiche per aver condiviso libri che non avrebbero dovuto condividere. E ora, 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino, le persone vengono nuovamente detenute per aver condiviso libri. Per un motivo diverso, ma è la stessa minaccia: 'Perderai la tua libertà se condividi la conoscenza'.

La libertà di accedere e condividere la conoscenza è stata una delle ragioni per cui le persone erano disposte a rischiare la vita prima degli anni '90 nell'Europa centrale e orientale. Le persone rischiavano di andare in prigione, perdere il lavoro, i mezzi di sussistenza e talvolta la vita perché volevano sapere e condividere la conoscenza scrivendo samizdat, stampando e distribuendo edizioni samizdat tra cui quelle di libri occidentali vietati. E ora il sistema politico occidentale o liberale o democratico sta incarcerando persone per - in superficie - atti molto simili. La storia del diritto d'autore (il controllo del flusso della conoscenza attraverso i diritti economici esclusivi degli autori) e la storia della censura (il controllo dello stesso flusso dovuto a considerazioni politiche) sono state strettamente intrecciate fin dall'inizio e, a quanto pare, a volte è difficile districarli ancora oggi».

Come profetizzò Franco Berardi in un librettino del 1991 intitolato Politiche della mutazione, al crollo politico dell’impero del male ha fatto seguito il trionfo dell’impero del peggio.

“La proprietà aperta e i suoi nemici” potrebbe essere il titolo di un lavoro filosofico, dedicato al ricordo di Karl Popper, che si proponga di approfondire, in un quadro generale, aperto anche ai problemi dell’innovazione del software, la situazione denunciata da Bodo in quell’intervista.

Aaron Swartz (la condivisione)

Situazione che ci porta ad un secondo drammatico suicidio avvenuto nel pantheon dell' informatica d'eccellenza: quello del giovane e celebre programmatore Aron Swartz, avvenuto a New York l'undici Gennaio del 2013. Un episodio che, per una serie di ragioni, ha avuto una risonanza maggiore di quello di Murdock. Al di là della notorietà di Aaron, il nesso tra le posizioni politiche di Swartz e la sua decisione di farla finita è, in questo caso, di evidenza palmare. Il ragazzo era stato condannato definitivamente a una multa di un milione di dollari e a trent’anni di carcere, per aver scaricato illegalmente, presso un server del MIT, un cospicuo quantitativo di documentazione scientifica sotto tutela che, presumibilmente, intendeva distribuire gratuitamente in rete.

La sua decisione di promuovere la diffusione libera della conoscenza, anche in modo illegale, l'aveva annunciata apertamente in un documento scritto in Italia, ad Eramo, il "Guerrilla Open Access Manifesto". Terzo e ultimo manifesto della nostra serie. Mentre sto scrivendo il calendario segna il dodicesimo anniversario della morte di Swartz. Approfitto dell'occasione per riportare qualche brano di quel suo illuminante scritto:

«L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private.(…)

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.»

E' stato sostenuto, non senza buone ragioni, che il manifesto di Eramo è la vera ragione della pena "esemplare" che i giudici americani hanno deciso di infliggere ad Araoon. Quella che lo ha spinto al suicidio. Una pena feroce, che non ha tenuto in minimo conto le ragioni etiche che lo avevano motivato nel compiere quella operazione di "bracconaggio". Una condanna politica, che ci sollecita a interrogarci ancora una volta su cosa vi sia di così inevitabile e necessario nella gestione proibitiva ed esclusiva delle conoscenze scientifiche e culturali. Si noti: mentre Mark Zucherberg, qualche giorno fa, ha fatto pubblica ammenda in un video, dichiarandosi pentito di aver limitato la possibilità di insultare pubblicamente le donne e la gente di colore su Facebook e sostenendo, col capo cosparso di cenere, di avere in tal modo ingiustamente ostacolato la libertà di parola, nessuno degli attuali gigacapitalisti si sogna di fare pubblica ammenda per aver impedito la libertà d'accesso al patrimonio scientifico e librario ai paesi in via di sviluppo. Anzi, le associazioni degli editori stanno intentando odiose cause legali contro fondazioni benemerite della cultura aperta come l'Internet Archive, una delle più prestigiose e storiche istituzione della rete, per aver concesso ai cittadini segregati durante l'emergenza pandemica lo scaricamento di qualche centinaio di libri sotto copyright.

Diciamocelo francamente, il liberalismo neoconservatore della libertà di parola ha due tipi di cultori: gli imbecilli e quelli in perfetta malafede. I primi semplicemente non capiscono che questa presunta libertà di parola nei social li sta sprofondando nella più perfetta ignoranza, i secondi lo sanno benissimo, e incassano cinicamente i vantaggi politici che ne derivano.

Suchir Balaji (la contraddizione)

Queste considerazioni ci portano all'ultimo dei tre suicidi che ho deciso di portare all'attenzione dei lettori. Quello di Suchir Balalji, avvenuto il 26 Novembre 2024 a San Francisco. Sono stati espressi molti fondati dubbi sul fatto che si sia realmente trattato di un suicidio. Tuttavia, qui ci occuperemo soltanto delle forme di protesta che Suchir stava promuovendo nel periodo precedente la sua morte. Quando, dopo che si era licenziato da OpenAI, aveva rilasciato un'intervista al New York Times in cui denunciava la violazione da parte di chatGPT dei diritti degli autori degli innumerevoli testi che quell’orribile software, autentica scimmia del general intellect marxiano, ingurgita nel corso delle fasi del suo addestramento. Dunque, nel caso di Suchir, non vi è traccia di obiezioni alle leggi sul copyright. Suchir, al contrario, ha sviluppato il suo ragionamento a partire da quelle leggi, particolarmente quella sul fair use, per sostenere la tesi che ChatGPT è concepito per violarle in modo regolare e sistematico. Secondo Suchir Balaji la violazione della legge sul fair use da parte di ChatGPT è, per così dire, un suo tratto strutturale, intrinseco al suo funzionamento ordinario. Sul suo sito personale Suchir ci ha lasciato alcune pagine illuminanti in cui mostra con chiarezza come il funzionamento di questo LLM sia fondato sulla copia del contenuto di testi sotto tutela (prelevati dentro e fuori della rete). Provo di seguito a fornirne un breve e pedestre riassunto del suo pregevolissimo lavoro. Spero, almeno, di facile comprensione: questi testi copiati vengono inizialmente “mescolati” a quelli sul medesimo argomento. Progressivamente, tuttavia, soprattutto grazie all’addestramento finale basato su rinforzo, effettuato da operatori umani, ChatGPT riesce a contenere il “rumore”, fornendo all’utente risposte approssimative ma, per l’essenziale, fondate sul contenuto originario dei testi che ha copiato. A pensarci bene, le cose non potrebbero andare diversamente,visto che si tratta di un dispositivo che tenta di contenere, attraverso approssimazioni statistiche, l’entropia intrinseca che caratterizza i sistemi di calcolo automatico.

Di qui la principale accusa mossa da Suchir ad OpenAI, quella di fare una concorrenza illegale e sleale ad altre attività intellettuali retribuite che si svolgono regolarmente su web o in altri contesti. La sua argomentazione è quindi centrata sulla difesa di un'idea di libero mercato "sano", contro la progressiva concentrazione di potere e conoscenza orchestrata dalle grandi holding dell’AI.

Una prima considerazione da fare va nella direzione del classico "due pesi due misure":

in nome delle tutela del copyright, la giustizia non si è fatta scrupoli quando si è trattato di spingere al suicidio un giovane talento come Aaron Swartz, condannandolo a una pena draconiana, oppure quando ha deciso di portare in tribunale Internet Archive. Ma quella stessa giustizia dimentica di fare qualsiasi tipo di obiezione legale all’uso di testi protetti dalla legge, quando ad effettuare quelle violazioni sono le grandi e potentissime holding dell’intelligenza artificiale. E questo è un argomento sacrosanto, che trova ampio riscontro nel lavoro di ricerca pubblicato da Suchir sul suo sito.

C’è tuttavia, una seconda osservazione da fare: quella che rimane interamente da chiarire perché i testi protetti da copyright dovrebbero detenere tutele maggiori rispetto a quelle di cui dispone, per esempio, il testo che sto scrivendo in questo momento, o rispetto a quelle degli altri milioni di scritti che ogni giorno gli utenti riversano nella rete.

Per quale motivo, di grazia, gli spider di Chat-GPT dovrebbero essere autorizzati a prelevare senza problemi la sterminata massa di materiale testuale prodotta dagli utenti, ma dovrebbero invece fermarsi di fronte a lavori protetti legalmente da regole di libero mercato ?

Chi garantisce, se non dei tecnicismi economici di dubbia verificabilità empirica che, poniamo, gli autori degli articoli di Neurogreen generano valore di mero uso, mentre quelli di Vogueautentico e purissimo valore di scambio ? Non c’è nessuno che possa dimostrare, in linea di principio, che il testo che state leggendo non abbia altrettanto diritto di essere tutelato dagli abusi di ChatGPT, né che esso contribuisca “meno” alle risposte che l’oracolo di OpenAI un giorno scodellerà a qualche ignaro utente, di quanto possa contribuirvi un elzeviro di Vittorio Feltri dedicato all’ultimo atroce discorso di Valditara. Dal fatto che un lavoro sia pagato non deriva automaticamente che sia anche più produttivo ai fini di ChatGPT.

In realtà, l’illusione di un mercato in perenne equilibro sta crollando sotto il peso dei fenomeni paradossali che la gestione della proprietà intellettuale ha sempre generato ma che, con l’avvento degli LLM, è diventato un peso insostenibile. Naturalmente Suchir aveva ottime ragioni per pensare che, in questo modo, l’intero www è esposto a rischio di estinzione.

Il problema rimane tuttavia quello del “valore” della produzione spontanea di intelligenza generata dagli utenti della rete e sistematicamente sussunta dall’azione degli LLM. L’idea che solo i produttori di testi che hanno valore legale possano rivendicare “diritti” sui loro contenuti è una contraddizione troppo grande per non essere discussa. Sostenere che il principale problema sia la violazione di diritti e valori garantiti dal libero mercato, significa trascurare l’evidenza che l’estrazione e lo sfruttamento sistematico di ogni forma di intelligenza collettiva costituisce un furto decisamente più grande e, in ultima analisi, la principale ragione dei profitti immensi delle Big Tech.

da qui

lunedì 16 maggio 2022

La lotta pirata di Sci-Hub per una scienza libera e aperta - Stefano Dalla Casa

 

Ogni giorno gli accademici di tutto il mondo si collegano a uno strano sito chiamato Sci-Hub. Salutati dall’immagine di un corvo con una chiave nel becco, professori, ricercatori e studenti in pochi secondi scaricano lì i pdf delle pubblicazioni scientifiche che vogliono leggere. Basta inserire nella barra di ricerca i link agli articoli o il codice doi che li identifica. Il sistema funziona qualunque sia l’editore, la rivista, la disciplina, o l’anno di pubblicazione, e difficilmente fa cilecca. C’è solo un problema: gli articoli scaricati sono solitamente a pagamento, sotto copyright, e Sci-Hub è un sito pirata.

La sua creatrice, Alexandra Elbakyan, è ora braccata dai più potenti editori scientifici del mondo, e questo è il motivo per cui, per esempio, da luglio 2018 l’Agcom ha imposto agli operatori italiani di disabilitare l’accesso al sito. Questo è anche il motivo per cui Sci-Hub cambia spesso dominio, ma esistono un certo numero di siti, tra cui Wikipedia, dove vengono continuamente aggiornati i domini funzionanti. Come se non bastasse ora anche il Dipartimento di giustizia americano, secondo il Washington Post, sta indagando su Elbakyan col sospetto che sia addirittura una spia russa.

Non serve quindi essere degli hacker per utilizzare Sci-Hub: anche quando viene nascosto dagli operatori di un paese le vie che portano al Corvo sono infinite, e richiedono ben poco sforzo. Piratare uno studio scientifico, insomma, è ora facile quanto piratare qualsiasi altra opera sotto diritto d’autore, film, musica, libri. In entrambi i casi è illegale, ma le similitudini finiscono qui, perché nel caso degli articoli scientifici è la stessa comunità scientifica a voler accedere alle pubblicazioni che la comunità produce. Per capire perché gli accademici si sono dati al crimine, è utile però fare un passo indietro.

Alla pari
Le riviste scientifiche ricevono ogni giorno molti lavori, la maggior parte dei quali sono scartati direttamente dagli editor, per una varietà di ragioni. I lavori giudicati abbastanza interessanti editorialmente, ma anche commercialmente (anche nel mondo dell’accademia esistono temi ‘di moda’, e di conseguenza il marketing) sono inviati a un gruppo di revisori anonimi. I revisori sono accademici esperti in quel settore: leggono il manoscritto e ne giudicano la qualità complessiva attraverso diversi parametri, senza ricevere alcun compenso. Il loro responso può aprire la strada alla pubblicazione, non prima che gli autori abbiano fatto le correzioni del caso. Se tutto va bene, la ricerca sarà pubblicata ed entrerà nel mare magnum della letteratura scientifica, dove si spera altri scienziati la leggano e la utilizzino.

Sci-Hub è un sito pirata che è diventato uno strumento di lavoro quotidiano per i ricercatori di tutto il mondo, mostrando le contraddizioni del sistema di produzione scientifica.

Il lavoro gratuito di questi esperti anonimi, accademicamente alla pari con gli autori, si chiama appunto revisione paritaria o peer-review. Solo dagli anni Settanta la peer review è diventata uno standard condiviso dell’editoria accademica, specialmente scientifica, e dovrebbe in teoria limitare la pubblicazione di studi non adeguati. Nella pratica invece la peer-review non è affatto quella garanzia di qualità e rigore che potrebbe sembrare. Per rendersene conto basta fare un giro su pubpeer, un sito dove gli esperti fanno le pulci a studi già pubblicati (l’acronimo sta per post-publication peer-review) scoprendo magagne più o meno serie: dalle figure duplicate, ai plagi, ai conflitti di interesse. Oppure si possono seguire le inchieste del giornalista Leonid Schneider che, senza una redazione alle spalle, da anni denuncia la scarsa propensione di autori, istituzioni ed editori a intervenire riguardo a pubblicazioni problematiche. Un esempio ci riguarda da vicino: a maggio 2018 Schneider aveva parlato dei problemi, segnalati su pubpeer, in decine di pubblicazioni del rettore dell’Università di Ferrara, Giorgio Zauli. Aveva anche personalmente riportato quanto emerso alla Commissione etica dell’ateneo. Non solo il giornalista è stato subito minacciato di querela, ma a oggi non si conoscono le motivazioni dettagliate per le quali il rettore è stato “assolto” dall’indagine della Commissione, ormai un anno fa. Le richieste di accesso agli atti (foia), tra cui quella del giornalista Daniele Oppo per Estense, sono state rifiutate per motivi di privacy. In compenso era apparsa sul sito dell’università di Ferrara una lista di firme di professori solidali, poi misteriosamente scomparsa.

Ma andiamo avanti, perché quello che conta davvero, in questo sistema, non è la peer review di per sé più o meno efficace, ma il modo in cui le riviste sono classificate. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta Eugene Garfield, di formazione linguista e chimico, getta le basi per la moderna bibliometria, cioè l’analisi scientifica delle pubblicazioni. Assieme ad altri studiosi sviluppa dei metodi che permettono di misurare alcuni parametri della letteratura scientifica (scientometria) contando le citazioni ricevute dai lavori. La metrica più famosa emersa dal lavoro di Garfield è un semplice rapporto chiamato l’impact factor, o fattore di impatto. Per esempio, per calcolare l’impact factor di una rivista nel 2018, bisogna contare quanti lavori usciti nel mondo nel 2018 hanno citato le pubblicazioni di quella rivista usciti nei due anni precedenti, e questo numero va poi diviso per il numero totale di pubblicazioni della rivista nello stesso periodo. Un calcolo che ci dice, per via indiretta, quanto una rivista è influente (mentre non ci dice nulla sulla sua qualità): l’algoritmo che ordina i risultati in Google funziona in modo simile. Originariamente gli strumenti della bibliometria dovevano servire ai bibliotecari per prendere decisioni, per esempio per decidere quali riviste acquistare. Si sono invece affermati come unico metro con cui valutare non solo la scienza stessa, ma anche i singoli scienziati. Da molti anni la dipendenza dall’Impact factor e da indici analoghi come metro di giudizio viene criticato dalla stessa comunità scientifica, come si può leggere nella San Francisco Declaration on Research Assesment (DORA), ma le citazioni rimangono oggi la moneta di scambio su cui, piaccia o no, si regge ancora “l’economia della reputazione” della scienza, che condiziona carriere, finanziamenti, prestigio.

I bancari del sapere
Se le citazioni sono moneta, Sci-Hub entra in campo quando ci chiediamo chi sono i bancari. Non è la comunità scientifica, che oltre a produrre scienza la vaglia anche, gratuitamente, col meccanismo della peer-review. E non sono nemmeno i governi che finanziano gran parte di quelle ricerche con le tasse. Sono gli editori.

Sempre nel secondo dopoguerra, i giornali commerciali hanno preso il sopravvento sulle società scientifiche, che fino ad allora avevano fatto la parte del leone nella stampa delle pubblicazioni. Oggi la maggior parte delle riviste (e quindi delle citazioni), che grazie a internet sono in continuo aumento), è controllata da una manciata di gruppi editoriali privati: Reed-Elsevier, Springer Nature, Wiley-Blackwell, Taylor & Francis e Sage. Big dell’editoria scientifica, che ampliano il loro impero e il loro desiderio di monopolio attraverso acquisizioni e fusioni, riuscendo ulteriormente ad aumentare e a concentrare il loro patrimonio di reputazione.

La peer-review non è affatto quella garanzia di qualità e rigore che potrebbe sembrare.

Il sito che oggi ospita i database su cui si basa l’impact factor – Web of Science, costruito sul lavoro di Garfield – è anch’esso gestito da una società privata, Clarivate Analytics: è consultabile su licenza, ma non è pubblico. A volte un editore negozia con questa società l’impact factor, cioè può richiedere di aggiustarlo riducendo il denominatore attraverso l’esclusione di alcuni contenuti non significativi. Anche queste negoziazioni non sono pubbliche. Quando Current Biology è stata acquisita da Elsevier, l’impact factor è schizzato su del 40% a sostanziale parità di citazioni. Nel frattempo proprio Elsevier ha sviluppato un proprio database, Scopus, su cui basa un proprio indice analogo all’impact factor, Citescore. All’apparenza è più trasparente, nel senso che i dati sono accessibili liberamente, ma il conflitto di interessi è evidente: ora un grande editore è anche un classificatore della letteratura scientifica mondiale.

Proseguiamo. Dove si leggono gli articoli scientifici oggi? Volendo si può ancora sfogliare una copia cartacea di Nature o di altre riviste, ma se gli studiosi tenessero in ufficio una copia di ogni rivista che devono consultare non ci sarebbe più spazio per loro. Molto più comodo accedere alla versione elettronica dei singoli articoli. Ma se togliamo la minoranza di articoli in open access, dove la pubblicazione spesso è pagata dagli autori e sono accessibili da chiunque abbia una connessione internet (senza dimenticare che anche i grandi editori hanno lanciato un po’ di riviste open), il grosso della scienza del pianeta è dietro un paywall, sotto accesso a pagamento. A questo punto, se la scienziata o lo scienziato sono fortunati (o privilegiati) il loro istituto avrà sottoscritto, a caro prezzo, un abbonamento con l’editore che possiede il copyright della rivista di interesse. Altrimenti, la ricerca rimarrà inaccessibile, a meno di non voler pagare di tasca propria, di nuovo a caro prezzo. Oppure c’è Sci-Hub.

Gli accademici, vessati dalla dittatura dell’impact factor, devono anche continuare a pubblicare quanti più lavori possibile su queste riviste a pagamento. Vale l’aforisma publish or perish: pubblicare o perire

Gli accademici, vessati dalla dittatura della bibliometria, non possono insomma fare a meno di leggere le riviste dove scrivono i colleghi, e dove altri colleghi lavorano gratuitamente in qualità di revisori, e per questo si rivolgono al sito pirata ideato da Alexandra Elbakyan. Allo stesso tempo devono anche continuare a pubblicare quanti più lavori possibile su queste riviste a pagamento, che non tutte le facoltà si possono permettere, sapendo che più è alto l’impact factor meglio è. Vale l’aforisma publish or perish: pubblicare o perire.

Come riassume bene Andrea Zanni, autore del Tascabile, ma anche matematico e bibliotecario digitale, già presidente di Wikimedia Italia:

Ogni ricercatore vuole pubblicare su riviste ad alto impact factor; questo significa, per loro e per tutti, che sono buoni ricercatori, che il loro lavoro è meritevole. Pubblicheranno gratis, perché è la reputazione che cercano, non i soldi. E faranno da revisori gratis, perché questa è la prassi, e per il bene della scienza non possono essere pagati. Poi avranno bisogno di leggere quelle riviste, perché la scienza va avanti e bisogna rimanere aggiornati, per seguire quello che gli altri stanno facendo. Ma non li leggeranno gratis: l’editore ti farà pagare milioni (cioè, li farà pagare alla tua università) per fornirti l’accesso.

Così Elsevier, uno dei colossi editoriali più criticati per il costo di accesso, ha raggiunto nel 2018 margini di guadagno del 37%, nonostante dal 2012 un gruppo di matematici avesse lanciato una campagna per rendere più equo l’accesso.

La storia di Aaron Swartz
Per capire ancora meglio la storia di Alexandra Elbakyan e del dibattito attorno al libero accesso agli articoli scientificibisogna partire forse da Aaron Swartz.

Come racconta lo stesso Andrea Zanni (che è stato curatore, assieme a Bernardo Parrella, dell’ebook Aaron Swartz (1986-2013) una vita per la cultura libera e la giustizia sociale), nel luglio del 2008 Swartz, informatico e attivista, all’epoca ventiduenne, partecipa a un incontro mondiale di bibliotecari organizzato dalla Electronic Information for Libraries, una no-profit che lavora con le biblioteche di tutto il mondo per fornire l’accesso alla conoscenza ai paesi in via di sviluppo. Durante il meeting, svoltosi all’eremo dei frati di Cupramontana, nelle Marche, Swartz prende coscienza di un problema che non aveva ancora affrontato: il controllo delle informazioni da parte dell’editoria accademica. In quell’occasione conosce anche lo storico della scienza Jean-Claude Guédon che, un anno dopo scriverà OPEN ACCESS – Contro gli oligopoli nel sapere (edizioni Ets, a cura di Francesca di Donato, disponibile gratuitamente on-line) e si convince che lo status quo è da abbattere: il potere esercitato dai grandi editori accademici è enorme, e condiziona negativamente la ricerca scientifica.

Per esempio: la scienza dovrebbe essere senza confini, cioè ognuno o ognuna dovrebbe poter contribuire al suo avanzamento senza distinzioni di nazionalità. Ma Swartz impara che gli scienziati in un paese in via di sviluppo non hanno certo le stesse probabilità di pubblicare sulle riviste più prestigiose, che sono cucite per le esigenze dei paesi ricchi (Europa e Usa in primis), né hanno le stesse possibilità di accedere alla letteratura: una forma di colonialismo scientifico.

È in quei giorni in Italia che scrive il suo Guerrilla Open Access Manifesto, che comincia così:

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento open access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e pubblichino invece su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Nel manifesto Swartz chiarisce che liberare e diffondere questo materiale è un imperativo morale, e invita gli attivisti digitali di tutto il mondo a unirsi alla battaglia, con ogni mezzo necessario. Tre anni dopo Swartz sarà arrestato per aver scaricato con un bot milioni di articoli scientifici dalla biblioteca digitale Jstor. Nell’autunno del 2010 aveva nascosto un laptop dentro un armadio di cablaggio nel campus del MIT: da qui, sfruttando la connessione dell’istituto e un account falso (Gary Host->ghost) il bot aveva scaricato ricerche scientifiche a ripetizione. Dopo aver cercato di fermare il download, senza successo, Jstor coinvolse il MIT, che a sua volta avvisò le autorità.

Per capire ancora meglio la storia di Sci-Hub e del dibattito attorno al libero accesso agli articoli scientifici, bisogna partire forse da Aaron Swartz.

L’attivista fu inchiodato da una telecamera nascosta che lo aveva ripreso mentre andava a sostituire l’hard disk esterno su cui archiviava le ricerche. Ancora oggi, come spiega Zanni, non sappiamo cosa volesse farne: un’opinione comune è che volesse renderli pubblici, ma è anche possibile gli servisse un database da studiare (per esempio per analizzare i finanziamenti delle ricerche – e quindi l’ingerenza di aziende con interessi economici – un tipo di studio che aveva già fatto in passato). Perché Jstor, anche se non è gratuito, è comunque no-profit, e dopo l’exploit di Swartz ha deciso a rendere accessibili gli articoli con copyright scaduto. L’ipotesi più probabile è che se Swartz avesse voluto attaccare il sistema, avrebbe potuto scegliere ben altri e più colpevoli bersagli, ma il dubbio rimane. Quella che sembrava solo una violazione (eclatante) dei termini di servizio ha però portato a 13 capi di accusa per frode informatica, punibili con una pena fino 35 anni di prigione. Nel 2013 il ventiseienne Swartz, “il ragazzo di internet”, si impicca nel suo appartamento a Brooklyn. Il processo è annullato.

La nascita di Sci-Hub
Alexandra Elbakyan, informatica kazaka di due anni più giovane di Swartz, nel 2009 stava studiando alla Kazakh National Tech University; per la sua tesi lavorava a un sistema di autenticazione che usava gli impulsi cerebrali, invece di una password o un altro sistema tradizionale. All’epoca non esistevano molti studi su questi argomenti, e per lei (e la sua Università) quasi tutti erano dietro paywall. Abituata a procurarsi da internet gratuitamente tutto quello che le serviva, si stupì che non esistesse un sito pirata che offrisse questo servizio. O almeno, non ancora.

Dopo la laurea Elbakyan lavorò a progetti di neuroscienze in alcuni laboratori in Europa, Russia e Stati Uniti, ma trovò il lavoro noioso: i suoi interessi erano più ambiziosi e sconfinavano nel transumanesimo. Infatti nel 2010, allo H+ summit di Harvard, presentò un intervento intitolato Brain-Computer Interfacing, Consciousness, and the Global Brain: Towards the Technological Enlightenment.

Tornata in Kazakistan lavorò come programmatrice freelance, e approdò a un forum di biologia molecolare (mlol.ru) che i ricercatori usavano per condividere i paper delle ricerche con chi ne aveva bisogno. Elbakyan dal 2009 sapeva come aggirare i paywall e si mise a disposizione della comunità. Tutto questo lavoro, però, era manuale, articolo per articolo. Elbakyan aveva un altro problema: come racconta lei stessa, voleva leggere gli articoli ospitati su LiveJournal, una piattaforma di blogging russa resa inaccessibile dal governo kazako. Per accedervi comunque, era necessario usare degli anonimizzatori, incollando l’indirizzo della pagina da visitare. Pensò che avrebbe potuto creare qualcosa di simile anche per i paper scientifici, e ora aveva tutte le competenze tecniche per realizzarla. Col supporto degli utenti del forum, che furono i primi utilizzatori, lanciò Sci-Hub nel 2011.

Alexandra Elbakyan, fondatrice di Sci-Hub, ha permesso a chiunque di accedere, illegalmente, alla quasi totalità delle ricerche pubblicate nel mondo con la stessa facilità con cui scarichiamo una app.

Sci-Hub è stato spesso caratterizzato come un progetto in qualche modo figlio dell’attivismo di Aaron Swartz. Qualcuno scrive addirittura che il sito sarebbe dedicato alla sua memoria, ma la stessa Elbakyan è stata molto chiara su questo punto. Si può senz’altro dire che entrambi gli attivisti avessero alcune idee e ideali in comune nell’ambito dell’open science, ma hanno proseguito in maniera del tutto indipendente. Se anche l’intenzione di Swartz fosse stata liberare quei paper da qualche parte, per esempio via torrent, questo è quello che già facevano in molti. Nel 2004 Elbakyan aveva creato addirittura uno script per scaricare libri di neuroscienze dal sito del MitCognet sfruttando un bug.

Sci-Hub è radicalmente diverso da tutto ciò: permette a chiunque di accedere, illegalmente, alla quasi totalità delle ricerche pubblicate nel mondo con la stessa facilità con cui scarichiamo una app. Oggi Sci-Hub continua a essere usato in tutto il mondo, nonostante le inevitabili e milionarie cause legali vinte da Elsevier: in questo senso è certo un vantaggio che l’informatica non stazioni negli Stati Uniti.

Piena illegalità contro il sistema
Esistono alternative legali, o “meno illegali”, a Sci-Hub? C’è per esempio l’hashtag #icanhazpdf, su twitter, tramite il quale i ricercatori richiedono l’accesso a un determinato articolo e attendono che un buon samaritano con l’accesso incappi nel loro tweet e provveda a inviargli il pdf. L’etichetta impone di cancellare il tutto a richiesta esaudita. Oppure ci sono servizi come Open Access Button, che prova a rintracciare la ricerca desiderata dietro paywall in archivi legali e gratuiti, come quelli delle Università o degli autori. Se non la trova, può creare una richiesta per l’autore.

Ma l’unica vera alternativa legale a Sci-Hub è essere privilegiati, come spiega Zanni, e questo perché nessuno di questi sistemi è in grado di offrire un servizio paragonabile. Quindi l’unica alternativa è avere la fortuna di lavorare in un’istituzione con le tasche abbastanza profonde da garantire l’accesso a tutta, o quasi, la letteratura scientifica necessaria.

Ma c’è un altro dato che fa riflettere: se si analizzano i download di Sci-Hub, si scopre che è usato anche dentro le più ricche università europee e statunitensi, le cui biblioteche sono senz’altro in grado di soddisfare la maggior parte delle esigenze. In altre parole si usa Sci-Hub sia per necessità, sia perché semplicemente è molto più comodo dell’accesso legale: non ci sono credenziali da inserire, né è necessario impostare i propri dispositivi per scaricare. Dall’ufficio o da casa non ci sono limiti. O meglio, il limite, non da poco, è appunto l’illegalità.

Da qualunque parte la si guardi Sci-Hub è un sito pirata, e la stessa Elbakyan lo rivendica. E non si tratta solo di prelevare e diffondere materiale con copyright. Per funzionare Sci-Hub ha bisogno di affidarsi a credenziali funzionanti che sblocchino i paywall. Anche qui la 
posizione della creatrice è chiara: non può rivelare la fonte delle credenziali, vengono da diversi canali, anche illeciti.

L’unica vera alternativa legale a Sci-Hub è essere privilegiati, avere la fortuna di lavorare in un’istituzione con le tasche abbastanza profonde da garantire l’accesso a tutta, o quasi, la letteratura scientifica che serve.

Un articolo pubblicato nel 2018 su Scholarly kitchen, che definisce  Elbakyan una “cybercriminale”, scrive che la maggior parte delle password sarebbero frutto di attacchi informatici. Sci-hub si servirebbe infatti di alcuni siti dove, tra le varie credenziali rubate, si trovano anche quelle sottratte agli accademici, con le quali può accedere ai paper. Il problema non è solo che sono state rubate da qualcuno, ma il fatto che le password usate da Sci-hub sono poi là fuori a disposizione anche per altri scopi (furto di identità, truffa, ricatto…). Come minimo il sito, avendo bisogno di migliaia di password per funzionare, alimenta attività illecite che vanno oltre la pirateria.

L’autore dell’articolo, Andrew Pitts, ha ripetuto accuse simili il mese scorso dalle colonne del Sunday Times. Il problema di questo tipo di ragionamenti è che sembrano scoprire l’acqua calda. I contorni legali sono già cristallini, riconosciuti senza troppe giustificazioni anche dalla “cybercriminale” in questione. Nessuno si serve di questo strano sito nell’illusione che sia lecito, ma basta il chiacchiericcio che si leva dai social a ogni cambio di dominio per capire quanto grande sia la paura che scompaia.

Il punto fondamentale è che “Sci-Hub è un obiettivo” come scriveva in un post Elbakyan. Il mondo della ricerca – ma anche il resto della cittadinanza – ha bisogno di siti come Sci-Hub perché queste conoscenze, bene comune, possano essere ridistribuite senza restrizioni. Sci-Hub è stato dirompente (disruptive), e adesso non solo è una spina nel fianco degli oligopoli del sapere, ma è diventato per molti indispensabile. Intanto le biblioteche universitarie continuano a lottare contro editori sempre più esosi, e in Europa qualcuno vorrebbe risolvere il problema obbligando a pubblicare solo su riviste open access.

Ma lo status quo sembra molto resistente: solo nell’editoria accademica è possibile, attraverso il copyright, produrre profitto con un bene comune realizzato gratuitamente dai ricercatori, come autori e revisori, rivendendolo alla stessa comunità scientifica (in buona parte sostenuta da fondi pubblici).

Il logo di Sci-Hub è un corvo con una chiave nel becco, è possibile che sia un rimando ai corvi di Odino, in ogni caso il senso è chiaro. Per citare ancora Zanni, la metafora migliore sembra l’anello del potere di Tolkien:

Spendiamo molti soldi per accedere a beni comuni che sono rinchiusi, eppure molte persone sono ancora escluse. Se Sci-Hub sta aiutando ricercatori del terzo mondo o ex studenti ad accedere alle ricerche, questo è bene, perché abbassare le barriere di accesso alla scienza è una buona cosa. Ma forse non è ancora abbastanza per distruggere l’anello. Dobbiamo ancora capire come.

https://www.iltascabile.com/scienze/sci-hub/

 

giovedì 12 gennaio 2017

Little brother – Cory Doctorow


Ritratto dell’hacker da giovane

già db qui ne aveva parlato con un entusiasmo totalmente giustificato e condiviso.
anch’io ho letto prima Homeland, che è posteriore, ma va benissimo lo stesso.
Little brother dovrebbe essere un libro di testo nelle superiori, o forse no, è meglio dire che è un libro pericoloso, da non leggere, così avremo la sicurezza che qualcuno comincerà a leggerlo.
qualsiasi ragazza o ragazzo non potrà non essere coinvolto nella storia di Marcus e dei suoi amici, sarà anche un libro di storia, d’amore ,di educazione civica, di tecnologia, di politica, d’amicizia, di spionaggio, e molto altro ancora.
e chiunque saprà da che parte stare (come canta Pete Seeger).
se mai il mondo sarà salvato il merito andrà anche a ragazzini come Marcus e tanti altri come lui che esistono nel mondo, alcuni conosciuti, altri che non lo saranno mai.
cercate Little brother, e buona lettura.




…Marcus vive a San Francisco. Va in una scuola dove viene costantemente controllato: il preside sa quello che cerca su internet, grazie ai computer che il liceo gli ha regalato, e dove va, grazie al software per il riconoscimento della camminata. Almeno in teoria, perché Marcus è un hacker molto dotato, che sa bene come eludere questa inutile sorveglianza. E', anche, un appassionato giocatore di ARG ( realtà alternativa) e, proprio, mentre sta cercando un indizio per un gioco, con la sua squadra di amici, la città viene colpita da un attacco terroristico. Sospettato d’essere coinvolto (ma senza delle vere prove), Marcus viene arrestato dal DHS (Department for Homeland Security), portato in una prigione segreta, interrogato e sottoposto a violenze psicologiche.
Questo cambia completamente la vita e il modo di pensare del protagonista, che decide di farsi valere e di trovare un modo per arginare il potere del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Il romanzo tratta temi molto interessanti e importanti, che troppo spesso diamo per scontati come l'importanza della privacy, la sicurezza dei dati, e i diritti che non possono/devono esserci tolti. Si parla, anche di terrorismo, soprattutto della paura che genera e di quanto è in grado di cambiare il pensiero delle persone (tema attualissimo). Doctorow vi farà entusiasmare e incuriosire verso molte tematiche "nerd", spiegando i concetti informatici in modo chiaro e intuitivo…

Little Brother è un lavoro di denuncia, animato dalla convinzione che – in tempi di ingiustizia e soprusi d’ogni genere – non esista niente di più rivoluzionario della giustizia. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che cominciò a scuotere la società negli anni Sessanta proprio dall’ideale epicentro di San Francisco.
Il cuore di Little Brother è occupato da una discussione sui principi costituzionali e in particolare sul Primo Emendamento, e insiste su un particolare passaggio della Dichiarazione di Indipendenza:
Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.
Il dilemma tra libertà personali e sicurezza collettiva racchiude l’essenza politica del romanzo. Un finto dilemma, continua a credere Marcus: non è negando l’una che si riesca a garantire l’altra. Maggiori sono i vincoli e le restrizioni imposte alle libertà individuali, maggiori sono i pericoli che ne derivano per la nazione. La sfida sta nel dimostrarne l’assenza di fondamento, contro il senso comune invalso in un’opinione pubblica eterodiretta dal governo con il sostegno dei media…

da un’intervista a Cory Doctorow:
Little Brother parla ad esempio di diritti civili, di conflitto con la sicurezza nazionale.
Ci sono molti elementi che echeggiano nel mio romanzo: l’11 settembre, il Patriot Act, Guantanamo, la questione Wikileaks… I lettori “young adult”, espressione che peraltro considero un’etichetta per far trovare i libri nei negozi, per la maggior parte sono troppo giovani per ricordare quegli eventi o per averli compresi nella loro complessità, ma vorrei che Little Brother li facesse riflettere sull’ossigeno politico nel quale sono cresciuti e che stanno ancora respirando. Vorrei insomma che si chiedessero se le cose possono cambiare, e come.
È quello che si è augurato Neil Gaiman recensendo questo romanzo. Però Marcus non mi sembra un diciassettenne comune.
Certo, Marcus è un cittadino consapevole dei suoi diritti, conosce le leggi, sa come aggirare i controlli, ha obiettivi e contrasta le ingiustizie , è bravo col computer, sa come risolvere i propri problemi attraverso l’informatica, ma solo connettendosi con altre persone può risolvere problemi più grandi, comuni. Diciamo che mi auguro che sempre più ragazzi diventino come lui, e che riescano ad aggregare persone. In fondo, i personaggi letterari possono essere anche dei modelli da imitare.



martedì 15 marzo 2016

Homeland - Cory Doctorow

se la realtà non fosse quella che è Homeland sarebbe un libro d'anticipazione.
intanto sai che sono esistiti ed esistono Aaron Swartz, Edward Snowden, Wikileaks e Julian Assange, e allora il libro è quasi solo una cronaca in forma di romanzo, un gran bel romanzo che non ti fa annoiare.
il mondo è difficile, resistere è difficilissimo, e però necessario, per evitare o ridurre l'immensità del Grande Fratello immaginato da Orwell.
ci sono dei compromessi, delle minacce, delle paure, e però Marcus e i suoi amici resistono.
e poi l'altro giorno leggo questa notizia (ma tu leggila dopo aver letto il libro) e la realtà e il romanzo non li distingui più.
un libro da non perdere, per capire meglio i nostri tempi.
intanto ho capito una cosa, se torno a nascere voglio essere un hacker, è sicuro.

buona lettura - franz

ps: come si fa a non voler bene a uno che ha chiamato la figlia Poesy Emmeline Fibonacci Nautilus Taylor?




…In Homeland sono passati alcuni anni e le cose non sono migliorate: l'economia della California è vicina al collasso e Marcus è diventato un webmaster, finché non riappare dal nulla Masha, una sua vecchia fidanzata, che gli consegna un pendrive pieno di documenti che dimostrano le brutalità del governo (di cui lo stesso Marcus è stato vittima). Masha viene a sua volta rapita e la situazione precipita, costringendo Marcus a difficili scelte mentre altri agenti governativi si mettono sulle sue tracce.
tta come terrore significa che saremo sempre sul piede di guerra, una situazione in cui ogni dissenso diventa tradimento, in cui la giustizia diventa caotica e inspiegabile, e il rapporto tra uno Stato e i suoi cittadini diventa sempre più militarizzato. Questa situazione è frutto di una serie di crisi in gran parte invisibili... Volevo scrivere una storia che aiutasse i giovani a vedere questo invisibile, onnipotente stato di crisi"…
Doctorow non ha mai negato di essersi ispirato, per il suo romanzo, alla figura di Aaron Swartz, giovane programmatore e attivista morto suicida lo scorso gennaio, e di cui era molto amico: "L'ho conosciuto quando aveva quattordici anni e stava contribuendo a codificare RSS, uno degli standard cruciali della rete. Dopo ha personalmente contribuito a rendere free gran parte del compendio legislativo americano, che era disponibile per i cittadini solo a pagamento. [...] Quando ho iniziato Homeland sapevo che sarebbe ruotato sulle nuove strategie politiche basate sull'alta tecnologia. Aaron era l'unico che ne sapeva abbastanza di entrambe, e il suo contributo è stato grande. Dopo lui e Jacob Appelbaum (il fondatore di Wikipedia) hanno scritto le postfazioni al libro; una specie di lettera a versioni più giovani di sé stessi".

In effetti ciò che ha spinto Doctorow a scrivere un nuovo romanzo è la percezione che la sua descrizione della "realtà" di X sia sempre più prossima: "Dichiarare guerra a una parola astratta come terrore significa che saremo sempre sul piede di guerra, una situazione in cui ogni dissenso diventa tradimento, in cui la giustizia diventa caotica e inspiegabile, e il rapporto tra uno Stato e i suoi cittadini diventa sempre più militarizzato. Questa situazione è frutto di una serie di crisi in gran parte invisibili... Volevo scrivere una storia che aiutasse i giovani a vedere questo invisibile, onnipotente stato di crisi"…

Sono un “vecchietto” (67 anni) che ama molto la scienza ma poco la sua cuginetta tecnologia: dunque non sono la persona più indicata per ragionare con Doctorow e con Jacob Appelbaum di Wikileaks e con Aaron Swartz (di Demand Progress e co-fondatore di Reddit.Com) – i quali scrivono in coda al libro – e in caso contraddirli sulle potenzialità di Internet, sul software libero, sul Coica per censurare i siti Web, su «una marmaglia di ragazzini che ferma una delle forze più potenti di Washington solo scrivendo sui propri laptop» (io a malapena so cos’è un laptop), su Gnu-Linux, su Creative Commons, su The Pirate Party, su Rootstrikers eccetera. Su tutto ciò chiederò a miei giovani amici antisistema e intelligentemente tecnofili – per esempio un paio di Andrea, Barbara R., un Davide, Francesco Dec., un paio di Marco, Roberto e Valentina se siete in ascolto fate un fiiiischio – di ragguagliarmi e magari di intervenire qui in “bottega”. E siccome poco so di movimenti come Occupy negli Usa o delle tecniche per reprimerli ma anche di altre “americanate” chiedo (a chi ne sa) di spiegarmi – e magari di raccontare in bottega – informazioni intorno a «grassroats» e «astroturf», tanto per dire due, che ho intravisto nel romanzo. E poi vi prego-vi prego: giuratemi che esiste il «Burning Man», voglio andarci,
Intanto, giovani e vecch* che passate di qui datemi retta: leggete al più presto «Homeland», è un bel romanzo ma anche «un inno all’attivismo, al coraggio, al desiderio di rendere il mondo un posto migliore»...

dice Cory Doctorow:
Proprio come, una volta che Google ha tutta la nostra posta, è inevitabile che il governo voglia leggerla, allo stesso modo, quando ci sarà una videocamera in ogni stanza, la tentazione dei governi di trovare il modo di accenderle ogni volta che vogliono sarà sfrenata. E lo stesso farà la mafia. Anche se pensate che il vostro governo non sia corrotto, sappiate che proverà comunque la stessa tentazione. Finché questi dispositivi saranno interamente costruiti in modo da impedire alle persone normali l’accesso, la spinta a farne cattivo uso sarà enorme. Questo però significa anche che la spinta verso un cambiamento delle politiche diventerà più forte che mai. Ci aspetta un futuro in cui ci saranno due forze opposte in contrasto, e noi dobbiamo combattere per far sì che il risultato finale sia più vicino ai nostri desideri…