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domenica 12 aprile 2026

Iran, cent’anni di aggressione – Alberto Capece

 

Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un’ origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni, il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair, che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo, e la stessa casa reale.

Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la guerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzò la produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense. E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Bagdad arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam a buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa, che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente,6 e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.

Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di tale scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l'Asia è un’ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.

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lunedì 22 dicembre 2025

a proposito di BlackRock e della democrazia

BlackRock vuol farci pagare la guerra e la pace - Alberto Capece

Ieri, nel post dedicato alla demenzialità bellica della Ue, avevo accennato proprio in coda, al ruolo degli ambienti global – finanziari nella inedita, scomposta e incoerente aggressività europea. Non sono andato avanti per evitare di rendere il post troppo lungo, ma occorre uscire dal vago: questa ingombrante presenza non è sempre nascosta dietro le quinte, alle volte le eminenze grigie si mostrano anche sul palcoscenico. Per esempio ci si potrebbe chiedere cosa c’entri Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, il gigante finanziario che gestisce più o meno 10 triliardi di dollari, con le trattative di pace e con Zelensky?  C’entra molto, visto che telefona spesso al duce di Kiev  e non è certo un caso che il cancelliere tedesco, Merz, un uomo che esce da BlackRock appunto, sia diventato il maggior fautore della guerra. Il fatto è che fin dall’autunno del 2022 Fink ha firmato con Zelensky un patto per la ricostruzione dell’Ucraina che di fatto sfrutta joint venture pubblico – privato per fare un mucchio di affari.

Ovviamente più viene distrutto nel corso del conflitto, più la torta aumenta: così possiamo presumere che Fink e i suoi compari stiano aspettando il momento in cui si potrà lucrare di più sul Paese che ha fornito ilo materiale umano, evitando però che l’avanzata russa dilaghi e rompa le uova nel paniere o susciti negli stessi ucraini un sentimento di ripulsa nei confronti di chi li ha usati come carne da cannone. È dunque probabile, per non dire certo, che egli sia parte di primo piano nelle trattative, così come è stato un attore importante nella guerra. Adesso c’è da ricostruire tutto ciò che rimarrà del Paese, dalla rete elettrica all’agricoltura, all’industria, allo stesso apparato dello stato che oggi è in mano a nazisti e oligarchi che rubano a più non posso. Ossia ci sono come minimo 600 miliardi di euro in gioco che stanno già stati dirottati su strumenti finanziari ad hoc: tutto questo è persino visibile nel cosiddetto piano di pace formulato da Trump e leggendo le clausole che riguardano il “dopoguerra”, pare di sentire i sussurri delle eminenze grigie nei recessi della Casa Bianca. Del resto, a quanto pare di capire, l’intero Paese non sarà che un bel parco giochi nelle mani della finanza. Va però specificato che gran parte dei soldi saranno di origine pubblica, cioè verranno prelevati dalle tasche dai cittadini,  soprattutto europei, in maniera che i ricchi divengano ancora più ricchi, grazie a un massacro che hanno propiziato con un cinismo estremo: quando si sono resi conto di non riuscire a sconfiggere la Russia con le loro sanzioni, si sono dedicati a mettere in piedi un gigantesco business. Che poi sia macchiato di sangue a loro importa ben poco. L’espressione il sonno del giusti è una clamoroso falso: i giusti si tormentano, sono gli ingiusti a non avere pensieri.

Per un momento è sembrato che parte di quei soldi avrebbero potuto derivare dalla rapina dei fondi russi, ma quando si è capito che ciò avrebbe spaccato la Ue, forse in maniera irrecuperabile e che comunque l’Fmi aveva forti dubbi sull’operazione, ecco che hanno messo le mani nelle tasche sempre più povere dei cittadini, per cavar fuori 90 miliardi di euro da regalare ai corrotti di Kiev: si tratta di denaro da rubare che non serve a nulla per la guerra. I problemi dell’Ucraina  consistono soprattutto nella carenza di uomini e di addestramento e in parte nella mediocrità e del costo stratosferico delle armi prodotte dall’Occidente. Cerco di spiegarmi con un esempio concreto: i russi lanciano ogni mese molte decine di missili ipersonici su obiettivi militari, energetici o industriali dell’Ucraina, ma per avere il 12 % di possibilità di intercettarli occorre far partire almeno 4 Patriot per ognuno dei vettori russi in avvicinamento, vale a dire  occorre un totale di 16 milioni di dollari per avere una minima possibilità di difesa. Per disporre poi di un’intera batteria di questi mediocri missili antiaerei  (in Arabia Saudita sono riusciti a beccare solo pochissimi droni degli Houti)  dotata di radar, centri di controllo, generatori e tutto ciò che occorre, la spesa è di un miliardo in relazione a una modestissima efficacia.

Così 90 miliardi sembrano tanti e sono in effetti tanti, anzi troppi, per Paesi in drammatica  crisi economica, ma in realtà sono pochi per organizzare una efficace difesa nelle condizioni in cui si trova ormai l’esercito ucraino: la sola difesa aerea per un anno li brucerebbe quasi tutti. Senza dire che Kiev è in totale bancarotta e che occorrerebbero 150 miliardi solo per tenere in piedi la baracca. Ma si sa, Fink e la sua compagnia cantante di speculatori, amano questi fiumi di denaro perché producono interessi che poi vanno in tasca a loro. La russofobia, instillata ogni giorno, su ogni canale o giornale mainstream, serve appunto a fa sì che il flusso di soldi non si fermi. E per questo che intervengono direttamente nelle trattative, non fidandosi abbastanza delle loro teste di legno di Bruxelles, scelte proprio in ragione della loro mediocrità e/o ricattabilità. In una lettera aperta al cancelliere Merz, l’economista Jeffrey Sachs gli lancia l’accusa di essere fuori dalla storia, dalla diplomazia, da ogni buon senso e credibilità. Però dovrebbe sapere che, nel modello economico in cui viviamo, il profitto non guarda in faccia a nessuno e tantomeno alla storia. Fino a quando la storia non ne decreterà la fine.

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Davos, BlackRock e il cerino della democrazia

Quando il potere non si presenta alle elezioni - Giuseppe Gagliano

C’è chi parla di “nomina tecnica”, chi di “fase di transizione”, chi si affanna a precisare che no, BlackRock non ha preso formalmente il controllo del World Economic Forum. Tutto vero. Ma irrilevante. Perché il punto non è il titolo sulla porta, bensì chi tiene le chiavi. E oggi una di quelle chiavi è finita nelle mani di Larry Fink, capo del più grande gestore di capitali del pianeta, chiamato a co-presiedere il tempio di Davos proprio mentre il sistema globale scricchiola.

Dicono che non sia una presa di potere. Sarà. Ma quando il signore di dieci e passa trilioni di dollari di asset diventa il garante della “governance globale”, forse una domanda bisognerebbe farsela. Anche solo per sport.

Il World Economic Forum è sempre stato questo: un luogo dove il potere si dà del tu, lontano da urne, parlamenti e fastidiose opinioni pubbliche. Ma finché restava un salotto, una fiera delle buone intenzioni, si poteva liquidarlo come folklore d’élite. Oggi no. Oggi Davos è il posto dove si prova a supplire al fallimento della politica. E chi meglio di BlackRock, che governa capitali più grandi di molti Stati, può farlo?

BlackRock non legifera, certo. Ma decide cosa è finanziabile e cosa no. E nel mondo reale, quello dove le fabbriche chiudono e le transizioni si pagano, questo equivale a decidere cosa esiste e cosa muore. Se non investi, non cresci. Se non cresci, scompari. Altro che sovranità.

La favola racconta che è tutto per il bene comune: sostenibilità, clima, responsabilità sociale. Peccato che a stabilire cosa è “responsabile” sia sempre lo stesso club. Un club che non risponde a elettori, ma ad azionisti. E che quando sbaglia non viene sfiduciato, ma al massimo cambia consulente.

Sul piano geopolitico il messaggio è chiarissimo. Mentre Cina e Russia rafforzano il controllo statale sull’economia, l’Occidente sceglie un’altra strada: privatizzare la stabilità. Delegare al capitale il compito di tenere insieme un sistema che la politica non sa più governare. Non è liberalismo, è resa. Una resa elegante, in giacca scura e cravatta ESG.

Il problema non è Larry Fink. È il vuoto che lo rende indispensabile. Stati indeboliti, istituzioni multilaterali paralizzate, democrazie che non decidono più ma ratificano. In questo spazio entra la finanza, che non fa prigionieri ma nemmeno promesse. E soprattutto non chiede permesso.

Poi ci stupiamo se fuori dall’Occidente Davos viene visto come il volto sorridente di un ordine economico imposto dall’alto. Ci stupiamo se cresce la diffidenza, se il Sud globale parla di ipocrisia, se la parola “governance” suona come un sinonimo elegante di comando.

La verità è che nessuno ha eletto BlackRock, ma tutti ne subiscono le scelte. Nessuno ha votato il World Economic Forum, ma molte politiche pubbliche sembrano scritte con il suo vocabolario. E quando il potere diventa così grande da non avere bisogno di legittimazione, allora sì che il problema non è più complottista. È democratico.

Davos non ha bisogno di prendere formalmente il potere. Gli basta che nessun altro lo eserciti davvero.

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martedì 19 agosto 2025

Ue, inettitudine ad oltranza – Alberto Capece

La compagnia teatrale Ue è impareggiabile: grazie anche a una claque mediatica orientata al più orrido e stupido servilismo ci ha fatto credere che i dazi messi da Trump al 15 per cento fossero una grande vittoria, semplicemente perché avrebbero potuto essere più alti. In realtà c’erano tutte le possibilità per poter respingere le pretese americane se solo la Ue non si fosse volutamente isolata dal resto del mondo per perseguire la sua folle idea di guerra alla Russia. Talmente folle che ieri abbiamo visto questi nanerottoli da giardino, guidati dalla von der Leyen, fare di tutto perché Trump chiedesse alla Russia un cessate il fuoco, cosa che il presidente americano aveva già escluso nell’incontro con Putin. E lo aveva pure scritto: “È stato deciso all’unanimità che il modo migliore per porre fine alla terribile guerra tra Russia e Ucraina è quello di arrivare direttamente a un accordo di pace, che metterebbe fine al conflitto, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non viene rispettato.” Tuttavia questa compagnia di servi sciocchi è talmente inetta che mentre si svolgeva l’incontro in Alaska aveva fatto sapere che i “volenterosi” avrebbero mandato truppe in Ucraina in caso di cessate il fuoco, rendendo così impossibile per Mosca aderire a questa idea, anche se vi fosse stata disposta, visto la chiara l’intenzione di chiedere una tregua per riarmare Kiev.

Basterebbe questo passo falso che nemmeno un bambino avrebbe fatto per comprendere a quali livelli è precipitata l’Europa la quale non si rende nemmeno conto che con l’incontro fra i due presidenti Washington ha riconosciuto Mosca come un proprio pari, che l’Ucraina è solo un capitolo e non il più importante di un riassetto generale del potere planetario e che dietro Putin c’erano anche i Brics, che insomma tutto sta cambiando, mentre le oligarchie europee che hanno scelto ventriloqui di così scarsa capacità, sono rimaste ferme al palo, condannando se stesse e purtroppo anche gli europei che a quanto pare non stanno capendo nulla, all’irrilevanza economica e geopolitica. Lo si è visto ieri dove questa canea di nanerottoli da una parte è andata ad inchinarsi di fronte a buana Trump, dall’altra ha tentato di forzargli la mano non capendo che agli occhi della Casa Bianca, l’Europa sottomessa e disposta a pagare 750 miliardi di dollari in gas americano, a spenderne altri 600 in armi americane, a togliere le tasse alle grandi multinazionali made in Usa, non vale più nulla. È già stata spremuta come un limone.

Viene l’idea che questi idioti abbiano fatto tutte queste concessioni, abbiano aperto i nostri portafogli, per ottenere da Trump la continuazione della guerra e siano rimasti ovviamente fregati. Tanto più che l’ex presidente russo Medvedev ha rilasciato una dichiarazione in cui dice che al vetrice alascano le due parti hanno concordato sul fatto che tocca principalmente a Kiev e all’Europa il compito di trattare per porre fine alle ostilità. È davvero il peggio che ci si potesse aspettare perché ora tocca ai guerrafondai di Bruxellese dintorni o  fare marcia indietro rispetto alla follia russofoba , il che è politicamente impossibile, oppure rifornire di armi il regime di Kiev e sostenerlo anche finanziariamente, il che vuol dire almeno 60 miliardi l’anno se tutto va bene. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere perché tutto questo avrà una nefasta conseguenza sul tenore di vita dei cittadini che ne usciranno impoveriti, privi di quel poco di welfare che rimaneva, depredati delle loro proprietà che finiranno alla banche e ai circuiti finanziari. Ma chissà che lo scopo finale non fosse proprio questo.

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mercoledì 30 aprile 2025

Il giurassic park italiano - Alberto Capece


L’Italia sta diventando come una di quelle isole misteriose di Hollywood  dove si trovano animali ormai estinti altrove o in via di estinzione: il Quirinosauro per esempio o il Mammut crosettii o ancora il Tyrannosaurus melonii, forma nana del celebre carnivoro, per non dire di tutta la schiera di piccoli Rincosauri che popolano redazioni, televisioni e rete. Il mondo sta cambiando velocemente, ma loro non se ne sono ancora accorti e nemmeno l’impatto dell’asteroide Trump è bastato a svegliarli. La gaffe, certamente voluta, di Mattarella che ha paragonato la Russia al Terzo Reich è proprio perfetta, come forma di disperata resistenza, per introdurci in questo contesto archeologico e per comprendere come in definitiva esso sia eterodiretto da poteri grigi che non si arrendono alla fine del globalismo inteso come dittatura planetaria della finanza e dei suoi emissari, visibili, anzi ostentati, come il Wef, operativi come Soros e invisibili come i Rothschild che hanno inventatoe non certo da adesso il sistema di ricatto sugli Stati.  .

Ora  non voglio allungare il post di ieri per analizzare gli scomposti attacchi di qualche minus habens incistato nei giornaloni che ha attaccato sul piano personale la portavoce del ministro Lavrov, Maria Zakharova, in mancanza di qualsiasi argomento plausibile a difesa dei deliri marsigliesi della massima autorità della Repubblica. È necessario fare un passo in più  e capire come tutto questo sia il sintomo di uno scollamento dalla realtà della governance italiana ed europea la quale si intestardisce sull’Ucraina nonostante sia evidente che la guerra  è persa, che la Russia non ha subito il colpo mortale delle sanzioni e che anzi queste sono state un boomerang per l’Europa che oggi soffre di una disastrosa deindustrializzazione i cui effetti stanno ormai mordendo il tessuto sociale. Per qualche momento è parso che l’Italia potesse e forse volesse assumere un ruolo importante in un futuro processo di pace, ma questa ambizione non si è concretata in nulla visto la totale nullità del milieu politico e la sua dipendenza da poteri reali che prescindono da qualsiasi rappresentatività.  Anzi si è agito proprio come se questo obiettivo non fosse altro che un’espediente retorico del potere:

·         abbiamo mandato valanghe di soldi e di  armi a Zelensky e  alle sue truppe con simboli nazisti sottraendo cifre essenziali al Paese e alle sue politiche sociali

·         abbiamo negato il visto ai cittadini russi

·         abbiamo vietato qualsiasi manifestazione della cultura russa

·         abbiamo entusiasticamente aderito a forme di censura medioevali

·         abbiamo fatto credere che pagare l’energia a costi molto più elevati rispetto a quelli russi  fosse il prezzo da pagare per difendere l’Ucraina e che comunque le energie rinnovabili avrebbero risolto il problema

·         abbiamo, in combutta con la von der Leyen, alimentato la volgare farsa di farci assegnare Donetsk come area per una fantomatica ricostruzione dopo l’immancabile vittoria, quando quel territorio è stato il primo ad essere annesso, per referendum popolare, alla Russia,

·         infine abbiamo paragonato Mosca alla Berlino di Hitler

Insomma è stato fatto tutto il peggio che era possibile fare per diventare un Paese senza ruolo e senza senso persino dentro la catastrofica logica di Biden e soci.

Ora siamo in mutande e non solo metaforicamente perché Trump ha fatto capire di voler direttamente trattare con Putin scavalcando completamente l’Europa. E non saranno certo le micionerie della Meloni con Musk a darci un ruolo diverso da quella di colonia di secondo piano. Il fatto è che il tentativo globalista si è infranto proprio in Ucraina che doveva essere invece il tassello chiave della sua espansione oltre l’Occidente e che la nuova amministrazione americana sembra aver compreso che il mondo è ormai multipolare e lavora per dare più spazio all’America in questo contesto dove non può più far conto su una onnipotenza, ancora ostentata, ma ormai tramontata. Al contrario la Ue e il milieu italiano lavorano ancora nella vecchia logica, nonostante essa sia fallita, non riuscendo a comprendere di essere diventati in qualche modo sacrificabili, pedine su una scacchiera troppo grande per loro. Così si alienano i possibili amici per accucciarsi ai piedi dei veri nemici. Eh, gli animali estinti fanno così.

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domenica 26 gennaio 2025

Leggeri fascismi – Alberto Capece

In Italia si discute il “decreto sicurezza” che tuttavia riguarda solo marginalmente i cittadini e la loro incolumità, bensì il milieu politico visto che essenzialmente  si prevedono pene e sanzioni contro le proteste di piazza, scudi legali per la polizia e persino aggravanti per chi si oppone alle grandi opere. Più chiaro di così non potrebbe essere: con il pretesto della sicurezza si tenta di reprimere il diritto di dire no al circuito politica – affari a cui si è ridotta la vita pubblica italiana ormai da parecchi decenni. E non basta l’articolo 31 stabilisce che gli atei italiani dovranno collaborare con i servizi segreti per controllare le opinioni di docenti e studenti. Ma questi sintomi sono presenti dovunque in Europa dove l’informazione – tanto per fare un esempio – trascura di riferire le gigantesche manifestazioni in Romania contro il golpe voluto (e pagato) da Bruxelles per annullare elezioni sgradite. Senza che la cosiddetta sinistra che grida contro il decreto sicurezza, dicendo che che ci porta  a uno stato di polizia, abbia nulla da dire. Sono solo parti in commedia recitata da un’ unica compagnia.

Altrove questo processo è ancora più avanti, per esempio in quella Germania dove persino le elezioni sono a rischio di rinvio a tempo indeterminato o di operazioni rumene annunciate da Breton: basti pensare che il vicepresidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ha dichiarato che la critica ai media pubblici è un ” pericolo per la democrazia .” Mentre il Ministro degli Interni dal canto suo ha inviato un memorandum minaccioso a tutti gli ufficiali di polizia federale,  avvertendoli che l’appartenenza attiva a gruppi di “estrema destra” – ovvero l’Afd – potrebbe costituire una cattiva condotta professionale e giustificare il licenziamento. Entrambe le cose  sono totalmente illegali secondo la legge fondamentale, ancora in vigore in Germania e invece vengono dette da chi dovrebbe difenderla. In aggiunta a queste scandalose forme di repressione delle idee,  l’ufficio statale per la protezione della Costituzione di Hessen, ha formato una divisione organizzativa” per “analizzare le informazioni e coordinare le misure” in merito alle opinioni che si accumulano sulle piattaforme dei social media.” E in specifico si tentano di colpire le manifestazioni pro Palestina.

Si tratta  degli stessi argomenti  tossici e profondamente disonesti che sentiamo dal 2016, quando Trump fu accusato di essere un agente di Putin. Le opinioni politiche scomode  vengono ricostruite come “fake news mirate”, “manipolazione” e “disinformazione” provenienti da altri Paesi e attualmente dalla triade   Putin-Musk-Zuckerberg. In questo modo si cerca di privare i cittadini del diritto alla libera espressione sotto la copertura del mantenimento della “coesione sociale” e della difesa della “nostra democrazia”. Questi dementi che sentono avvicinarsi la fine non vorrebbero altro che chiudere l’intera Internet, che è un’enorme spina nel fianco, specie dopo che alcuni social si sono sottratti alla censura. Non è un caso se sia fascismo che nazismo iniziarono il loro percorso proprio dal controllo delle fonti informative: allora si trattava di reprimere le opinioni contro lo Stato che peraltro coincideva con il partito unico, oggi invece si parla di disinformazione che in realtà non significa un bel nulla, visto che nessuno ha in mano la verità. La stessa sovrapposizione tra governi e Stato sembra ora essere di nuovo all’ordine del giorno. E in questo senso significa essenzialmente proteggere le menzogne sistematiche del mainstream, in mano a pochissime mani fidate, dall’analisi dei fatti.

Per esempio quando Zelensky su ordine dell’amministrazione Biden ha chiuso il gasdotto dal quale arrivava l’ultimo rivolo di energia verso l’Europa, giornaloni e televisioni hanno detto che la Russia aveva chiuso i rubinetti. E quando è stato troppo difficile nascondere la realtà perché lo stesso Zelensky si è vantato di tale operazione, si è inneggiato a un atto che danneggiava la cattiva Russia anche se  naturalmente aumentava i prezzi per i cittadini. Peccato che per la Russia si tratta di una perdita perdite assolutamente marginale e trascurabile, mentre i raddoppio delle bollette in Austria colpisce in pieno i ceti popolari.

Adesso per lo  meno abbiamo una conoscenza di prima mano su come i fascismi europei si sono affermati.

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martedì 14 gennaio 2025

Capolavoro di servilismo – Alberto Capece

 

La cosa che mi colpisce è la “resilienza” degli italiani. Uso lo stesso termine improprio tirato fuori dai media al tempo del covid per evitare di dire resistenza che ha comunque un significato positivo, perché la vicenda Abedini non merita altro. Resilienza a ciò che era evidente fin da subito e che adesso il ministero della Giustizia (chiamiamolo così per carità di patria) ha chiarito definitivamente: prendiamo ordini da Washington e tutta la vicenda non è stata altro che una chiara dimostrazione del nostro status meno che coloniale.  Non è solo che il ministro Nordio e insieme a lui tutta la giurisdizione dapprima hanno avallato l’arresto di Abedini e la sua permanenza in carcere senza alcuna base giuridica, ma poi lo hanno miracolosamente scarcerato  dopo la deplorevole contrattazione fatta dalla Meloni in Usa.

Il fatto è che il ministero non fa mistero (perdonate il gioco di parole) di tale patteggiamento sottobanco quando in una nota afferma che il trattato di estradizione tra Italia e Stati Uniti prevede che questa misura venga adottata solo nel caso in cui i reati siano punibili in entrambi i Paesi. Ma questo si sapeva fin dall’inizio della vicenda e dunque non si capisce in base a cosa si debba l’arresto e la detenzione di Abedini, tanto più che la richiesta degli Stati Uniti non era accompagnata da un mandato internazionale, ma era una richiesta unilaterale. Ci hanno insomma detto chiaramente che per compiacere quello che passa per un alleato, si è proceduto a un arresto illegale e privo di qualsiasi base giuridica, visto che Abedini in Italia non ha commesso alcun reato, se non quello di atterrare in un territorio sottoposto di fatto alla giurisdizione americana.

Ora bisogna vedere che cosa la Meloni ha concesso agli Usa per evitare una cosiddetta figura di merda di fronte a una richiesta di estradizione che violava la lettera e lo spirito dei trattati. O forse tutta questa farsa è servita per copiare i dati contenuti nel computer dell’ingegnere. In ogni caso adesso è in debito con Trump e la brutta figura c’è stata lo stesso, nonostante qualcuno privo di testa pensante, parli di capolavoro diplomatico. No, si è trattato solo di un capolavoro di servilismo. Certo i giornaloni hanno tentato di distrarre l’attenzione buttandola sul patetico, facendo parlare gli avvocati tutti presi dal loro ruolo salvifico, descrivendo le lacrime dell’ingegnere finalmente liberato, facendo insomma cronaca spicciola e distrattiva. La realtà rimane però intatta: Cecilia Sala avrebbe potuto evitare tre settimane in balia del patriarcato durante le quali non solo è stata privata degli occhiali, a dimostrazione della ferocia degli iraniani. ma ha dovuto mangiare solo riso e carne, invece dei manicaretti di qualche chef stellato.

Certo non so cosa sia meglio, ma a parte gli scherzi ci troviamo di fatto di fronte a un’aberrazione giuridica di cui nessuno sembra voler prendere atto, per non dover ammettere che le nostre leggi non soltanto sono di fatto sottoposte alla volontà di Bruxelles, ma anche direttamente a quella di Washington. Del resto cosa aspettarsi da un  Paese che svende le proprie telecomunicazioni vitali a Musk che anche senza cariche specifiche è comunque un personaggio eminente della nuova amministrazione Usa? Così la destra fa la medesima figura che fece la sinistra con la strage del Cermis quando si consentì ai piloti dei marines che avevano provocato 20 morti, tranciando i cavi di una funivia, giusto per divertirsi, di essere processati in America e non in Italia.

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lunedì 16 dicembre 2024

Il lapsus freudiano di Repubblica – Alberto Capece

Pochi avvertono che il tempo della menzogna è insieme quello dell’incompetenza e dell’atarassia cognitiva, anche se le due cose vanno necessariamente assieme: se occorre mentire non ha importanza che si sappia o meno qualcosa di quello che si va dicendo. Anzi in queste condizioni il non sapere è un sollievo morale per così dire e si fa di tutto per tenersi aggrappati alle parole d’ordine, senza mai alzare il tappeto per scoprire l’ordito. E allora non sembrerà poi tanto strano che due inutili inviati in Siria, i quali devono comunque dare un’idea edenica del nuovo regime – cosa che si può fare tranquillamente da casa leggendo le agenzie di stampa e guardando le televisioni che appartengono, in un certo senso a un unico editore globale – producano un articolo che ha poi come risultato quello che vedete nell’immagine a fianco.

Certo so bene che i titoli non li fa chi scrive i pezzi, ma è mai possibile che un’intera redazione non si accorga del clamoroso errore di creare un valico inesistente tra Libia e Siria che fanno parte di due continenti diversi? Questa informazione che asserisce falsamente di controllare i contenuti, in realtà sembra non sapere nulla nemmeno della geografia elementare e dimostra un’ incredibile sciatteria. In un quotidiano gli errori sono all’ordine del giorno e anche io ne ho fatti alcuni, per non dire dei refusi che accompagnano i mei post, ma qui si tratta proprio delle conoscenze di base: eppure questo titolo è passato al vaglio di parecchi occhi senza obiezioni, visto si stampi o si mandi in rete. Non posso che provare pena per chi si fa menare il naso da questi organi di cosiddetta informazione.

Si tratta di un errore da ciuchi irrecuperabili che personalmente non avrei fatto nemmeno in terza media, però quelli erano altri tempi, in cui si studiava anche sugli atlanti muti. Tuttavia non è solo un’evidente carenza di cultura di base ad aver originato il risibile incidente di Repubblica, perché dietro questo titolo sospetto che ci sia una sorta di lapsus freudiano: Libia e Siria sono state investite da analoghe operazioni, condotte con gli stessi pretesti. con le medesime modalità terroristiche e stanno producendo gli stessi effetti di disgregazione, creando una vicinanza storica che è stata tradotta in vicinanza geografica. Alcuni anni fa nei test di ammissione alla facoltà (uso ancora i vecchi termini) di Medicina, quasi nessuno rispose correttamente alla domanda se il Cairo fosse più vicino a Oslo o a Rabat che è la capitale del Marocco. La differenza culturale fece sì che tutti considerassero Oslo molto più lontana, mentre in effetti  è più vicina della città marocchina. La domanda era insidiosa, molto più complessa e rivolta a un insieme eterogeneo di persone, mentre qui siamo di fronte a gente che pretende di spiegare le cose al pubblico e non ha chiaramente in testa  che tra Libia e Siria ci sono di mezzo l’Egitto, Israele e il Libano. Il fatto è che a volte ignorare è meglio che prendersi delle responsabilità e l’incidente potrebbe a giusto titolo far parte di quella raccolta di deliziosi saggetti di William Hazlitt, L’ignoranza delle persone colte, solo che in questo caso bisognerebbe ribaltarlo nella cultura delle persone ignoranti.

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mercoledì 21 agosto 2024

Due uomini in barca - Alberto Capece

 

Una cosa è certa: la storia che il mainstream racconta sul mega yacht Bayesian affondato improvvisamente a ridosso di Porticello, è una colossale balla. Come ci dicono i dati meteo non c’è stato alcun tornado nella zona, solo pioggia e vento forte a 40 nodi, che sono condizioni quasi normali per una barca di 56 metri studiata per affrontare gli oceani, ancorché dotata di uno degli alberi più alti al mondo. Inoltre nessun’altra imbarcazione è stata coinvolta dalla presunta tromba d’aria, nemmeno quella che era vicina al Bayesian e che ha fornito i primi soccorsi o quella olandese alla fonda ancor più accostata, dove non si sono accorti di nulla, il che è totalmente impossibile. Tuttavia qualcosa di eccezionale si scorge in questo evento: la presenza sullo yacht di una serie di personaggi dell’anglosfera tra cui due di grande peso e legati alle guerre occidentali e ai loro servizi segreti.

Il primo Mike Lynch, proprietario dell’imbarcazione e presidente della Darktrace, azienda, anzi gruppo, attivo nel settore della sicurezza informatica britannica, oltreché rifugio di spioni ufficialmente in pensione, come l’ex direttore dell’ MI5 Lord Evans of Weardale e l’agente della Cia Alan Wade. Ma anche di “amici” come Ehud Barak – già primo ministro israeliano – e Nicole Junkermann, stretta amica di  Epstein. Era stato assolto da molteplici accuse di frode e uno dei suoi coimputati nei processi, Stephen Chamberlain è morto in un incidente stradale il giorno stesso dell’affondamento del lussuoso yacht. Curioso inoltre che la barca si chiamasse Bayesian dal nome del reverendo Thomas Bayes che negli anni ’30 del Settecento, si propose di dimostrare statisticamente  l’esistenza di Dio. Il fatto che nulla sia vero, ma solo dotato di una certa probabilità, era una fissazione di Lynch, una specie di difesa ideologica del suo ruolo.

L’altro personaggio di spicco che si trovava sull’imbarcazione era Jonathan Bloomer, presidente di Morgan Stanley International, banca partecipata dai soliti noti  come BlackRock e Vanguard, gli utilizzatori finali dei soldi che arrivano dalle guerre, dalle stragi, oltreché dalle fantasie climatiche. Ora sono entrambi dispersi e la loro incongrua presenza nelle acque vicino a Palermo non era certo casuale. Del resto l’Italia a cominciare dal Britannia è spesso teatro di incontri pseudo vacanzieri, come anche la vicenda dell’affondamento della barca di spioni sul lago Maggiore lo scorso anno, ribadisce. Così i problemi si moltiplicano: cosa ci facevano lì, come mai la barca è affondata in un minuto e chi l’ha affondata. Non ho i mezzi per dipanare la questione, se li avessi sarei su uno yacht anche io e non voglio fare il bene informato a tutti i costi come chi si spinge a dire che l’incontro sul Bayesian era stato organizzato  per mettere a punto una strategia contro Erdogan, colpevole di essere troppo vicino alla Russia. Certo la compresenza di un grande finanziere e di un grande spione miliardario, due elementi essenziali di una possibile strategia punitiva contro il sultano di Ankara, potrebbero rendere quanto meno plausibile questa pista, ma se fosse così facile penetrare negli arcana imperii, tanto varrebbe che questi personaggi si scrivessero su Whatsapp.

Qualcosa però stavano architettando e allora sorge il problema di come e da chi sia stato affondato il Bayesian, una volta fatta giustizia delle miserrime fantasie meteo atte a coprire questo naufragio in un bicchier d’acqua. Anche qui si affollano le fantasie sulla capacità di cambiare il clima in una zona estremamente ristretta (ma tali variazioni sarebbero state comunque  rilevate dai radar e dai testimoni presenti all’evento) o sull’uso di armi a energia diretta, in pratica laser, onde sonore  e microonde. Queste ultime servono soprattutto a danneggiare le componenti elettroniche e i vettori d’attacco, quindi non possono affondare una barca a meno di evoluzioni tecnologiche sconosciute; le prime, che già i russi usano in abbondanza contro i droni ucraini, devono essere utilizzate a distanze relativamente brevi e  perdono di efficacia in situazioni avverse  (la pioggia fitta per esempio) che disperdono l’energia. In ogni caso tali armi  avrebbero dovuto essere abbastanza vicine all’obiettivo, lasciando così una traccia inequivocabile. C’erano imbarcazioni russe o di altri Paesi “sospetti” nei dintorni di Porticello o un commando nei pressi del molo? Non credo e comunque ho l’impressione che non lo sapremo mai: stanno già blindando le testimonianze.

Anzi proprio questo deve essere stato il messaggio principale dell’azione: possiamo colpire dovunque con nuove tecnologie d’arma. Un messaggio a cui i tycoon, certi di poter scampare all’armageddon che essi stessi stanno provocando, sono particolarmente sensibili.

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venerdì 12 luglio 2024

Mentre la Nato decide per la guerra in Europa, il genocidio d’Israele non ha limiti


articoli di Yaniv Kubovich, Oren Ziv, Yaniv Kubovich, Dave DeCamp, Alberto Capece, con un report dell’Onu, e un disegno di Mr Fish



La rivista medica The Lancet identifica il numero di palestinesi morti dal 7 ottobre

Uno studio condotto dai ricercatori della storica e prestigiosa rivista medica britannica The Lancet, stima che il bilancio delle vittime della guerra israeliana contro la Striscia di Gaza potrebbe essere superiore a quanto comunicato dalle autorità di Gaza e raggiungere le 186.000 persone.

Secondo l’ultimo bilancio fornito dal Ministero della Sanità palestinese, l’aggressione israeliana ha provocato 38.153 morti e 87.828 feriti dal 7 ottobre.

I tre ricercatori dello studio, guidati da Martin McKee (membro del comitato editoriale dell’Israel Journal of Health Policy Research), hanno ammesso di essere arrivati ??a questa stima dopo aver esaminati il bilancio delle vittime annunciato dal Ministero della Sanità di Gaza lo scorso giugno, che ammontava a 37.396 persone.

“I conflitti armati hanno implicazioni indirette sulla salute che vanno oltre il danno diretto della violenza”, hanno osservato i ricercatori nello studio.

Allo stesso modo, hanno sottolineato che il numero totale dei morti dovrebbe essere elevato “vista l’intensità di questo conflitto; infrastrutture sanitarie distrutte; grave carenza di cibo, acqua e rifugi; l’incapacità della popolazione di fuggire verso luoghi sicuri; e la perdita di finanziamenti per l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per gli affari dei rifugiati).”

Hanno inoltre indicato che, nei recenti conflitti, il numero di morti indirette varia da 3 a 15 volte il numero di decessi diretti. “Applicando una stima prudente di quattro morti indirette per ogni morte diretta ai 37.396 decessi segnalati, non è inverosimile stimare che fino a 186.000 o anche più morti potrebbero essere attribuibili all’attuale conflitto a Gaza”, si precisa nello studio.

Lo scorso maggio, la Direzione Generale della Protezione Civile di Gaza ha precisato che circa 10.000 persone sono rimaste sotto le macerie dall’inizio dell’aggressione israeliana.

Inoltre, l’entità di Gaza ha avvertito che i lavori per rimuovere i morti dalle macerie richiederanno due o tre anni, a causa della presenza di almeno 37.000 tonnellate di macerie.

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L’IDF ha ordinato la Direttiva Annibale il 7 ottobre per impedire ad Hamas di prendere prigionieri i soldati – Yaniv Kubovich

“C’era un’isteria pazzesca e si cominciarono a prendere decisioni senza informazioni verificate”: documenti e testimonianze ottenute da Haaretz rivelano che l’ordine operativo noto come Direttiva Annibale, che prevede l’uso della forza per impedire che i soldati vengano fatti prigionieri, fu impiegato in tre strutture dell’esercito infiltrate dai combattenti di Hamas, mettendo potenzialmente in pericolo anche i civili.

Le operazioni e gli attacchi aerei della Divisione di Gaza nelle prime ore del 7 ottobre si basavano su informazioni limitate. I primi lunghi istanti successivi all’attacco di Hamas sono stati caotici. Arrivavano rapporti il ​​cui significato non era sempre chiaro. Quando se ne comprese la rilevanza, si capì che era accaduto qualcosa di orribile.

Le reti di comunicazione non riuscivano a tenere il passo con il flusso di informazioni, come nel caso dei soldati che inviavano questi rapporti. Tuttavia, il messaggio trasmesso alle 11:22 attraverso la rete della Divisione di Gaza è stato compreso da tutti. “Nessun veicolo può tornare a Gaza” era l’ordine.

A quel punto, l’IDF non era a conoscenza dell’entità dei rapimenti lungo il confine di Gaza, ma sapeva che molte persone erano coinvolte. Pertanto era del tutto chiaro cosa significasse quel messaggio e quale sarebbe stato il destino di alcune delle persone rapite.

Questo non è stato il primo ordine impartito dalla Divisione con l’intento di sventare un rapimento anche a scapito della vita dei rapiti, una procedura conosciuta nell’esercito come “Direttiva Annibale”.

I documenti ottenuti da Haaretz, così come le testimonianze di soldati, ufficiali di medio e alto livello dell’IDF, rivelano una serie di ordini e procedure stabilite dalla Divisione di Gaza, dal Comando Meridionale e dallo Stato Maggiore dell’IDF fino alle ore pomeridiane di quel giorno, dimostrando quanto questa procedura fosse diffusa, fin dalle prime ore successive all’attacco e in vari punti lungo il confine.

Haaretz non sa se e quanti civili e soldati siano stati colpiti a causa di queste procedure, ma i dati complessivi indicano che molte delle persone rapite erano a rischio, esposte al fuoco israeliano, anche se non erano il bersaglio.

Alle 6:43, momento in cui furono lanciati una serie di razzi contro Israele e migliaia di combattenti di Hamas stavano attaccando le roccaforti dell’esercito e le capacità di osservazione e comunicazione della Divisione, il Comandante della Divisione il Generale di Brigata Avi Rosenfeld ha dichiarato: “i Filistei hanno invaso”.

Questa è la procedura quando un nemico invade il territorio israeliano, sulla quale un Comandante di Divisione può assumere autorità straordinarie, compreso l’impiego di fuoco pesante all’interno del territorio israeliano, al fine di bloccare un’incursione nemica.

Una fonte molto importante dell’IDF ha confermato ad Haaretz che la Direttiva Annibale è stata utilizzata il 7 ottobre, aggiungendo che questa non è stata ordinata dal Comandante della Divisione. Chi ha dato l’ordine? Questo, dice la fonte, sarà forse stabilito dalle indagini del dopoguerra.

In ogni caso, dice un funzionario della difesa che ha familiarità con le operazioni del 7 ottobre presso la Divisione di Gaza, nelle prime ore del mattino “nessuno sapeva cosa stava succedendo fuori”. Dice che Rosenfeld era al centro di comando, senza fare nulla, “mentre fuori infuriava il caos”.

“Tutti erano scioccati dal numero di combattenti di Hamas che erano penetrati nella base. Anche nei nostri incubi, non avevamo piani per un simile attacco. Nessuno aveva la minima idea del numero di persone rapite o di dove fossero le forze dell’esercito. C’era un’isteria pazzesca, con decisioni prese senza alcuna informazione verificata”, ha continuato.

Una di queste decisioni è stata presa alle 7:18 del mattino, quando un posto di osservazione presso l’avamposto di Yiftah ha riferito che qualcuno era stato rapito al valico di frontiera di Erez, adiacente all’Ufficio di Collegamento dell’IDF. “Annibale a Erez” arrivò l’ordine dal quartier generale della divisione, “inviare uno Zik”. Lo Zik è un drone d’assalto senza pilota e il significato di questo comando era chiaro.

Questa non è stata l’ultima volta che un simile ordine è stato sentito attraverso la rete di comunicazione. Nella mezz’ora successiva, la divisione si rese conto che i combattenti di Hamas erano riusciti a uccidere e rapire i soldati in servizio al valico di frontiera e nella base adiacente. Poi, alle 7,41, accadde di nuovo: Annibale a Erez, assalto al valico e alla base, proprio per non perdere più soldati. Tali comandi furono impartiti anche più tardi.

Il valico di frontiera di Erez non è stato l’unico luogo in cui ciò è accaduto. Le informazioni ottenute da Haaretz e confermate dall’esercito mostrano che durante tutta la mattinata la Direttiva Annibale è stata applicata in altri due luoghi penetrati dai combattenti di Hamas: la base militare di Re’im, dove si trovava il Centro di Comando della Divisione, e l’avamposto di osservazione di Nahal Oz in cui si trovavano le soldatesse. Ciò non ha impedito il rapimento di sette di loro o l’uccisione di altri 15 osservatori, nonché di altri 38 soldati.

Nelle ore successive, il Centro di Comando della Divisione ha iniziato a rendersi conto della portata dell’attacco di Hamas, i cui combattenti riuscirono a fuggire dopo l’invasione del Kibbutz Nir Oz, che le prime forze dell’esercito sono riuscite a raggiungere solo dopo che i miliziani se ne erano andati. Per quanto riguarda la frequenza con cui viene utilizzata la Direttiva Annibale, sembra che non sia cambiato nulla. Così, ad esempio, alle 10:19 un rapporto ha raggiunto il Centro di Comando della Divisione Gaza indicando che uno Zik aveva attaccato la base di Re’im.

Tre minuti dopo arrivò un altro rapporto simile. A quel tempo, le forze speciali dello Shaldag erano già nella base per combattere i miliziani di Hamas. Ad oggi non è chiaro se uno di loro sia rimasto ferito nell’attacco dei droni. Ciò che si sa è che sulla rete di comunicazione c’era un messaggio che chiedeva a tutti di assicurarsi che nessun soldato fosse all’aperto nella base, poiché le forze dell’IDF stavano per entrare e scacciare o uccidere i miliziani rimasti.

La decisione di condurre attacchi all’interno degli avamposti, dice un alto ufficiale della difesa, perseguiterà i comandanti in capo per tutta la vita. “Chiunque abbia preso una tale decisione sapeva che anche i soldati israeliani nella zona potevano essere colpiti”.

Ma tali attacchi hanno avuto luogo, a quanto pare, non solo all’interno di avamposti o basi. Alle 10:32 è stato emesso un nuovo ordine secondo il quale a tutti i battaglioni della zona veniva ordinato di sparare con mortai in direzione della Striscia di Gaza. Discussioni interne all’esercito hanno rilevato che questo ordine, attribuito al Generale di Brigata Rosenfeld, è stato pesantemente criticato, poiché in quel momento l’IDF non aveva un quadro completo di tutte le forze nell’area, compresi soldati e civili. Alcuni di questi si trovavano in aree aperte o nei boschi lungo il confine, cercando di nascondersi dagli attaccanti.

A quel punto l’esercito non conosceva il numero delle persone rapite. “Pensavamo che a quel punto fossero dozzine”, ha detto ad Haaretz una fonte militare. Sparare colpi di mortaio sulla Striscia di Gaza metterebbe in pericolo anche loro. Inoltre, un altro ordine emesso alle 11:22, secondo il quale nessun veicolo sarebbe stato autorizzato a tornare a Gaza, è stato un ulteriore azzardo.

“Tutti sapevano ormai che tali veicoli potevano trasportare civili o soldati rapiti”, ha detto ad Haaretz una fonte del Comando Meridionale. “Non c’è stato nessun caso in cui un veicolo che trasportava persone rapite sia stato attaccato consapevolmente, ma non si poteva sapere con certezza se ci fossero ostaggi a bordo del veicolo. Non posso dire che ci fossero istruzioni chiare, ma tutti sapevano cosa significasse impedire che nessun veicolo tornasse a Gaza”.

Un nuovo sviluppo si è verificato alle 14:00. A tutte le forze è stato dato ordine di non uscire dalle comunità di frontiera verso ovest, in direzione del confine, precisando di non inseguire gli attaccanti. A quel punto, la zona di confine era sotto un intenso fuoco, diretto contro chiunque si trovasse in quella zona, rendendola una zona pericolosa.

“L’ordine”, dice la fonte del Comando Meridionale, “era inteso a trasformare l’area attorno alla recinzione di confine in una zona di morte, chiudendola verso ovest”.

Alle 18:40, il servizio informazioni dell’esercito riteneva che molti dei combattenti di Hamas intendessero fuggire insieme nella Striscia di Gaza, in modo organizzato. Questo succedeva vicino al Kibbutz Be’eri, Kfar Azza e Kissufim. Successivamente, l’esercito ha lanciato attacchi di artiglieria nella zona della recinzione di confine, molto vicina ad alcune di queste comunità. Poco dopo, sono stati sparati proiettili al valico di frontiera di Erez. L’IDF afferma di non essere a conoscenza di civili feriti in questi bombardamenti.

Fuoco illimitato

Un episodio in cui è noto che dei civili sono stati colpiti, un caso che ha ricevuto ampia copertura, ha avuto luogo nella casa di Pessi Cohen nel Kibbutz Be’eri. 14 ostaggi sono stati tenuti nella casa mentre l’IDF l’ha attaccata, 13 di loro sono stati uccisi. Nelle prossime settimane, l’IDF dovrebbe pubblicare i risultati della sua indagine sull’incidente, che risponderanno alla domanda se il Generale di Brigata Barak Hiram, Comandante della 99a Divisione responsabile delle operazioni a Be’eri il 7 ottobre, stava impiegando la Direttiva Annibale. Ha ordinato al carro armato di avanzare anche a costo di perdite civili, come ha dichiarato in un’intervista rilasciata successivamente al New York Times?

Nel corso dei mesi trascorsi, l’IDF si è rifiutato di dire se questa procedura fosse stata impiegata contro i civili che erano stati presi in ostaggio. Sembra ora che, anche se la risposta fosse positiva, la domanda potrebbe essere stata solo parziale. Le azioni di Hiram potrebbero essere state semplicemente congruenti con il modo in cui operò l’IDF quel giorno.

Per quanto è noto ad Haaretz, anche alle 21:33 questa era ancora la situazione sul campo. In quel momento arrivò un ulteriore ordine da parte del Comando Meridionale: chiudere tutta la zona di confine con i carri armati. Tutte le forze presenti nella zona, infatti, hanno ricevuto il permesso di aprire il fuoco contro chiunque si avvicinasse alla zona di confine, senza alcuna restrizione.

Il Portavoce dell’IDF ha risposto dicendo che “l’esercito sta combattendo intensamente da sei mesi su diversi fronti, concentrato sul raggiungimento degli obiettivi della guerra. Parallelamente, l’IDF ha iniziato a condurre indagini interne su ciò che è accaduto il 7 ottobre e nel periodo precedente. Lo scopo di queste indagini è quello di apprendere e trarre lezioni che potrebbero essere utilizzate per continuare la battaglia. Quando queste indagini saranno concluse, i risultati saranno presentati al pubblico con chiarezza”.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Mi annoio, quindi sparo”: L’approvazione da parte dell’esercito israeliano dell’uccisione libera per tutta Gaza – Oren Ziv

I soldati israeliani descrivono la quasi totale assenza di regolamenti sul fuoco libero nella guerra di Gaza, con le truppe che sparano a loro piacimento, danno alle fiamme le case e lasciano cadaveri per le strade, tutto con il permesso dei loro comandanti.

 

All’inizio di giugno, Al Jazeera ha mandato in onda una serie di video inquietanti che rivelano quello che ha descritto come “esecuzioni sommarie”: soldati israeliani hanno ucciso diversi palestinesi che camminavano vicino alla strada costiera nella Striscia di Gaza, in tre diverse occasioni. In ogni caso, i palestinesi apparivano disarmati e non rappresentavano alcuna minaccia imminente per i soldati.

Tali filmati sono rari, a causa delle severe limitazioni affrontate dai giornalisti nell’enclave assediata e del costante pericolo per la loro vita. Ma queste esecuzioni, che non sembrano avere alcuna motivazione di sicurezza, sono coerenti con le testimonianze di sei soldati israeliani dopo il loro congedo dal servizio attivo a Gaza negli ultimi mesi. Confermando i racconti di testimoni oculari e medici palestinesi durante tutta la guerra, i soldati hanno descritto di come fossero autorizzati ad aprire il fuoco sui palestinesi praticamente a loro piacimento, anche sui civili.

Le sei fonti, che tutte tranne una hanno parlato a condizione di anonimato, hanno raccontato come i soldati israeliani giustiziassero regolarmente civili palestinesi semplicemente perché entravano in un’area che i militari definivano “zona interdetta”. Le testimonianze dipingono il quadro di un paesaggio disseminato di corpi di civili, lasciati a marcire o mangiati da animali randagi; l’esercito si limita a nasconderli alla vista in procinto dell’arrivo dei convogli di aiuti internazionali, affinché “non trapelino immagini di cadaveri in avanzato stadio di decomposizione”. Due soldati hanno anche testimoniato di una politica sistematica di dare fuoco alle case palestinesi dopo averle occupate.

Diverse fonti hanno descritto come la possibiità di sparare senza restrizioni abbia dato ai soldati un modo per sfogarsi o alleviare la noia della ripetitività quotidiana. “I soldati vogliono vivere l’attimo pienamente”, ha ricordato S., un riservista che ha prestato servizio nel Nord di Gaza. “Personalmente ho sparato alcuni proiettili senza motivo, in mare o sul marciapiede o su un edificio abbandonato. Lo segnalano come ‘fuoco normale’, che è un nome in codice per: ‘Sono annoiato, quindi sparo’”.

Dagli anni ’80, l’esercito israeliano ha rifiutato di rivelare le sue regole sul fuoco libero, nonostante varie petizioni all’Alta Corte di Giustizia. Secondo il sociologo politico Yagil Levy, a partire dalla Seconda Intifada, “l’esercito non ha dato ai soldati regole scritte di ingaggio”, lasciando molto spazio all’interpretazione dei soldati sul campo e dei loro comandanti. Fonti hanno testimoniato che queste direttive permissive, oltre ad aver contribuito all’uccisione di oltre 38.000 palestinesi, sono anche in parte responsabili dell’elevato numero di soldati uccisi dal fuoco amico negli ultimi mesi.

Foto: Soldati israeliani del Battaglione 8717 della Brigata Givati ​​operanti a Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, durante un’operazione militare, 28 dicembre 2023. (Yonatan Sindel/Flash90)

“C’era totale libertà di azione”, ha detto B., un altro soldato che ha prestato servizio nelle forze regolari a Gaza per mesi, anche nel centro di comando del suo battaglione. “Se c’è anche una minima sensazione di minaccia, non c’è bisogno di spiegare: basta sparare”. Quando i soldati vedono qualcuno avvicinarsi, “è consentito sparare al centro di massa (il corpo), non in aria”, ha continuato B.. “È permesso sparare a tutti, a una ragazza, a una vecchia”.

  1. ha continuato descrivendo un episodio avvenuto a novembre, quando i soldati avevano ucciso diversi civili durante l’evacuazione di una scuola vicino al quartiere Zeitoun di Gaza Città, che era servito da rifugio per i palestinesi sfollati. L’esercito ha ordinato agli sfollati di uscire a sinistra, verso il mare, anziché a destra, dove erano di stanza i soldati. Quando scoppiò uno scontro a fuoco all’interno della scuola, coloro che uscirono nella direzione sbagliata nel caos che ne seguì furono immediatamente colpiti.

“C’erano informazioni secondo le quali Hamas voleva creare il panico”, ha detto B.. “Una battaglia è iniziata all’interno della scuola; la gente è scappata. Alcuni fuggirono a sinistra verso il mare, ma altri corsero a destra, compresi i bambini. Tutti quelli che andavano a destra furono uccisi: dalle 15 alle 20 persone. C’era una pila di corpi”.

“Sparavamo a tutti, a più non posso”

  1. ha detto che era difficile distinguere i civili dai combattenti a Gaza, sostenendo che i membri di Hamas spesso “vanno in giro senza armi” Ma di conseguenza, “ogni uomo di età compresa tra i 16 e i 50 anni è sospettato di essere un terrorista”.

“È vietato passeggiare e tutti quelli che sono in giro sono sospetti”, ha continuato B.. “Se vediamo qualcuno che ci guarda da una finestra, è un sospetto. Si spara. La percezione dell’esercito è che qualsiasi contatto con la popolazione metta in pericolo le forze armate e che sia necessario creare una situazione in cui sia vietato avvicinarsi ai soldati in qualsiasi circostanza. I palestinesi hanno imparato che quando arriviamo, scappano”.

Anche in aree apparentemente disabitate o abbandonate di Gaza, i soldati sono stati impegnati in lunghe sparatorie in una procedura nota come “dimostrazione di presenza”. S. ha testimoniato che i suoi commilitoni “sparavano molto, anche senza motivo, chiunque voglia sparare, qualunque sia il motivo, spara”. In alcuni casi, ha osservato, questo era “inteso a stanare le persone dai loro nascondigli o a imporre la presenza”.

M., un altro riservista che ha prestato servizio nella Striscia di Gaza, ha spiegato che tali ordini sarebbero arrivati ​​direttamente dai comandanti della Compagnia o del Battaglione sul campo. “Quando non ci sono altre forze dell’IDF nell’area le sparatorie sono senza restrizioni, senza freni. E non solo armi leggere: mitragliatrici, carri armati e mortai”.

Anche in assenza di ordini dall’alto, M. ha testimoniato che i soldati sul campo si fanno regolarmente giustizia da soli. “Soldati regolari, sottufficiali, comandanti di battaglione, i ranghi minori che vogliono sparare, ottengono il permesso”.

  1. ricordava di aver sentito alla radio di un soldato di stanza in un complesso fortificato che aveva sparato a una famiglia palestinese che passeggiava nelle vicinanze. “All’inizio, dicono ‘quattro persone’. Si trasformano in due bambini più due adulti, e alla fine sono un uomo, una donna e due bambini. Si può immaginare il quadro da soli”.

Solo uno dei soldati intervistati per questa indagine ha voluto essere identificato per nome: Yuval Green, un riservista di 26 anni di Gerusalemme che ha prestato servizio nella 55a Brigata Paracadutisti a novembre e dicembre dello scorso anno (Green ha recentemente firmato una lettera di 41 riservisti che dichiarano il loro rifiuto di continuare a prestare servizio a Gaza, in seguito all’invasione di Rafah da parte dell’esercito). “Non c’erano restrizioni sulle munizioni”, ha detto Green. “Si sparava solo per alleviare la noia”.

Green descrisse un episodio avvenuto una notte durante la festa ebraica di Hanukkah a dicembre, quando “l’intero Battaglione aprì il fuoco insieme come fuochi d’artificio, comprese munizioni traccianti che generano una luce brillante. Creavano un colore pazzesco, illuminando il cielo, e poiché Hannukah è la ‘festa delle luci’, divenne simbolico”.

Foto: Soldati israeliani del Battaglione 8717 della Brigata Givati ​​operanti a Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, il 28 dicembre 2023. (Yonatan Sindel/Flash90)

C., un altro soldato che ha prestato servizio a Gaza, ha spiegato che quando i soldati hanno sentito degli spari, si sono collegati via radio per chiarire se c’era un’altra unità militare israeliana nella zona e, in caso contrario, hanno aperto il fuoco. “Si sparava a proprio piacimento, senza limitazioni” Ma come ha notato C., sparare senza restrizioni significa che i soldati sono spesso esposti all’enorme rischio del fuoco amico, che ha descritto come “più pericoloso di Hamas”. “In diverse occasioni, le forze dell’IDF hanno sparato nella nostra direzione. Non abbiamo risposto, abbiamo controllato via radio e nessuno è rimasto ferito”.

Al momento in cui scrivo, 324 soldati israeliani sono stati uccisi a Gaza dall’inizio dell’invasione di terra, almeno 28 dei quali, secondo l’esercito, dal fuoco amico. Secondo l’esperienza di Green, tali incidenti rappresentavano il “problema principale” che metteva in pericolo la vita dei soldati. “C’era un bel po’ di fuoco amico; mi ha fatto impazzire”, ha detto.

Per Green, le regole d’ingaggio dimostravano anche una profonda indifferenza verso la sorte degli ostaggi. “Mi hanno parlato della pratica di far saltare in aria i tunnel, e ho pensato tra me e me che se ci fossero stati degli ostaggi al loro interno, li avrebbero uccisi”. Dopo che i soldati israeliani a Shuja’iyya hanno ucciso tre ostaggi che sventolavano bandiere bianche a dicembre, pensando che fossero palestinesi, Green ha detto che era arrabbiato, ma gli è stato detto “non c’è niente che possiamo fare”. “I comandanti hanno reso più severe le procedure, dicendo: ‘Bisogna prestare attenzione ed essere sensibili, ma siamo in una zona di combattimento e dobbiamo stare attenti’”.

  1. ha confermato che anche dopo l’incidente di Shuja’iyya, ritenuto “in violazione delle regole” militari, le regole sul fuoco libero non sono cambiate. “Per quanto riguarda gli ostaggi, non avevamo una direttiva specifica”, ha ricordato. “I vertici dell’esercito hanno detto che dopo l’uccisione degli ostaggi, hanno informato i soldati sul campo. Ma non ci hanno informato”. Lui e i soldati che erano con lui hanno saputo dell’uccisione degli ostaggi solo due settimane e mezzo dopo l’incidente, dopo che avevano lasciato Gaza.

“Ho sentito dichiarazioni di altri soldati secondo cui gli ostaggi sono morti, non hanno alcuna possibilità, devono essere abbandonati”, ha osservato Green. “Questo mi ha infastidito di più che continuassero a dire: ‘Siamo qui per gli ostaggi’, ma è chiaro che la guerra danneggia gli ostaggi. Questo era il mio pensiero allora; oggi si è rivelato vero”

Foto: Soldati israeliani del Battaglione 8717 della Brigata Givati ​​operanti a Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, il 28 dicembre 2023. (Yonatan Sindel/Flash90)

‘Un edificio crolla, e la sensazione è, “Wow, che divertimento”‘

A., un ufficiale che ha prestato servizio nel Direttivo delle Operazioni dell’esercito, ha testimoniato che la sala operativa della sua brigata, che coordina i combattimenti dall’esterno di Gaza, approvando gli obiettivi e prevenendo il fuoco amico, non ha ricevuto chiari ordini di fuoco libero da trasmettere ai soldati sul campo. “Dal momento in cui si entra, non c’è mai una riunione di aggiornamento”, ha detto. “Non abbiamo ricevuto istruzioni dai livelli più alti da trasmetterle ai soldati e ai comandanti di battaglione”.

Ha osservato che c’erano istruzioni di non sparare lungo le rotte umanitarie, ma altrove, “si riempiono gli spazi vuoti, in assenza di qualsiasi altra direttiva. Questo è l’approccio: ‘Se è proibito lì, allora è permesso qui’”.

  1. ha spiegato che sparare conto “ospedali, cliniche, scuole, istituzioni religiose, e edifici di organizzazioni internazionali” richiedeva un’autorizzazione più elevata. Ma in pratica, “si possono contare sulle dita di una mano i casi in cui ci è stato detto di non sparare. Anche con obiettivi sensibili come le scuole, l’approvazione sembra solo una formalità”.

“In generale”, ha continuato A., “lo spirito nella sala operativa era ‘prima spara, poi fai domande’. Questo era il consenso. Nessuno verserà una lacrima se radiamo al suolo una casa quando non ce n’era bisogno, o se spariamo a qualcuno a cui non dovevamo”.

  1. ha detto di essere a conoscenza di casi in cui soldati israeliani hanno sparato a civili palestinesi che erano entrati nella loro area di ingaggio, in linea con un’indagine Haaretz sulle “zone di uccisione” nelle aree di Gaza sotto l’Occupazione dell’esercito. “Questa è l’impostazione predefinita. Non dovrebbero esserci civili nella zona, questa è la prospettiva. Abbiamo visto qualcuno alla finestra, quindi gli abbiamo sparato uccidendolo”. A. ha aggiunto che spesso dai rapporti non era chiaro se i soldati avessero sparato a militanti o a civili disarmati, e “molte volte sembrava che qualcuno avesse un atteggiamento sospetto e abbiamo aperto il fuoco”.

Ma questa ambiguità sull’identità delle vittime significava che, per A., ​​non ci si poteva fidare dei rapporti militari sul numero dei membri di Hamas uccisi. “La sensazione nella sala operativa, e questa è una versione ammorbidita, era che ogni persona che uccidevamo, veniva considerata un terrorista”, ha testimoniato.

“L’obiettivo era quello di contare quanti terroristi avevamo ucciso”, ha continuato A.. “Ogni soldato vuole dimostrare di essere un grande uomo. La percezione era che tutti gli uomini fossero terroristi. A volte un comandante chiedeva improvvisamente i numeri, e poi l’ufficiale della Divisione correva di Brigata in Brigata inserendo l’elenco nel sistema informatico militare e aggiornava il numero”.

La testimonianza di A. è coerente con un recente rapporto del quotidiano israeliano Mako, su un attacco di droni da parte di una brigata che ha ucciso palestinesi nell’area operativa di un’altra brigata. Gli ufficiali di entrambe le brigate si consultarono su quale brigata si doveva registrare gli omicidi. “Che differenza fa? Addebitateli a entrambe”, ha detto uno di loro all’altro, secondo il quotidiano.

“Durante le prime settimane dopo l’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas”, ricorda A., “i soldati si sentivano molto in colpa per il fatto che ciò fosse accaduto sotto i nostri occhi”, un sentimento ampiamente condiviso dall’opinione pubblica israeliana, e rapidamente trasformato in un desiderio di rivalsa. “Non c’era un ordine diretto di vendetta”, ha detto A., “ma quando si deve decidere, le istruzioni, gli ordini e i protocolli relativi ai casi ‘sensibili’ hanno poca importanza”.

Quando i droni trasmettevano in diretta le immagini degli attacchi a Gaza, “ci sono stati applausi di gioia nella sala di comando”, ha detto A.. “Ogni tanto, un edificio crollava e la reazione era: ‘Wow, è pazzesco, che divertimento’”…

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La situazione umanitaria a Gaza. Report ONU 188

188esimo report dell’ONU sulla situazione umanitaria a Gaza. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite.

  • L’esercito israeliano ordina a decine di migliaia di persone nella città di Gaza centrale e occidentale di evacuare immediatamente
  • Solo sette dei 18 panifici sostenuti dai partner umanitari rimangono operativi in tutta Gaza a causa della mancanza di carburante e delle ostilità in corso, riferisce il Settore Sicurezza Alimentare.
  • Pazienti e personale medico hanno evacuato tre ospedali in una settimana nel timore di un’intensificazione delle attività militari che potrebbero rendere le strutture sanitarie non funzionanti o inaccessibili; solo 13 dei 36 ospedali di Gaza sono ora parzialmente funzionanti.

Aggiornamenti umanitari

  • I bombardamenti israeliani dall’aria, dalla terra e dal mare continuano a essere segnalati in gran parte della Striscia di Gaza, causando ulteriori vittime civili, sfollamenti e distruzione di case e altre infrastrutture civili. Continuano anche le incursioni di terra e i pesanti combattimenti.
  • Tra i pomeriggi del 4 e dell’8 luglio, secondo il Ministero della Sanità (MoH) di Gaza, 182 palestinesi sono stati uccisi e 458 sono stati feriti.
  • Tra il 7 ottobre 2023 e l’8 luglio 2024, almeno 38.193 palestinesi sono stati uccisi e 87.903 feriti a Gaza, secondo il MoH di Gaza.

Gli incidenti mortali riportati tra il 4 e il 6 luglio sono i seguenti:

  • Il 4 luglio, alle 19:20 circa, quattro palestinesi, tra cui almeno un bambino, sarebbero stati uccisi e altri feriti quando un edificio residenziale è stato colpito nel nord del campo profughi di An Nuseirat, a Deir al Balah.
  • Il 5 luglio, intorno all’1:00, sei palestinesi, tra cui tre bambini e una donna, sono stati uccisi quando un edificio residenziale è stato colpito in Old Gaza Street, nella città di Jabalya, a nord di Gaza.
  • Il 5 luglio, intorno alle 10:00, almeno quattro agenti di polizia palestinesi sarebbero stati uccisi e otto feriti quando un veicolo della polizia è stato colpito nel quartiere di Saudi, a ovest di Rafah.
  • Il 5 luglio, intorno alle 20:00, sei palestinesi, tra cui tre bambini, sono stati uccisi quando è stato colpito un negozio di alimentari in un edificio residenziale nell’area di Ma’an, a est di Khan Younis.
  • Il 5 luglio, alle 21:20 circa, sei palestinesi sono stati uccisi e diversi altri, tra cui bambini, sono rimasti feriti quando è stato colpito un edificio residenziale vicino alla farmacia Al Zuhour nel campo profughi di An Nuseirat, a Deir al Balah.
  • Il 6 luglio, alle 17:55 circa, è stata colpita una scuola dell’UNRWA nel campo profughi di An Nuseirat. Secondo il Ministero della Salute, 16 persone sarebbero state uccise e altre 50 ferite in questo incidente. Secondo l’UNRWA, la scuola ospitava 2.000 sfollati interni e, dall’inizio della guerra, più della metà delle strutture UNRWA (circa 190) sono state colpite.
  • Tra il 4 e il 6 luglio, sei giornalisti, tra cui una giornalista donna, sarebbero stati uccisi in tre incidenti nella città di Gaza e a Deir al Balah, alcuni insieme ai loro familiari. Al 6 luglio, il Government Media Office (GMO) ha riferito che il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra è salito a 158 giornalisti.

Tra i pomeriggi del 5 e dell’8 luglio, un soldato israeliano è stato ucciso a Gaza, secondo l’esercito israeliano. Tra il 7 ottobre 2023 e l’8 luglio 2024, secondo l’esercito israeliano e le fonti ufficiali israeliane citate dai media, sono stati uccisi oltre 1.524 israeliani, tra cui 324 soldati uccisi a Gaza o lungo il confine con Israele dall’inizio dell’operazione di terra. Inoltre, sono stati segnalati 2.097 soldati feriti dall’inizio dell’operazione di terra. All’8 luglio, si stima che 120 israeliani e cittadini stranieri rimangano prigionieri a Gaza, compresi i morti i cui corpi sono stati trattenuti.

Il 7 e l’8 luglio, l’esercito israeliano ha ordinato a decine di migliaia di persone residenti in 19 blocchi della città di Gaza di evacuare immediatamente. L’ordine del 7 luglio riguardava cinque blocchi e ordinava ai residenti di evacuare verso la parte occidentale della città di Gaza, mentre l’ordine dell’8 luglio riguardava 14 blocchi, comprese le aree in cui le persone erano fuggite il giorno prima, e ordinava alle persone di evacuare verso sud nei rifugi della cosiddetta “zona umanitaria” a Deir al Balah. Le due aree direttamente colpite comprendono 13 strutture sanitarie recentemente funzionanti, tra cui due ospedali, due centri di assistenza sanitaria primaria e nove punti medici. Inoltre, quattro ospedali si trovano nelle immediate vicinanze delle zone di evacuazione. Dall’8 luglio, due dei sei ospedali sono stati evacuati, ovvero l’ospedale Al Ahli Baptist e l’ospedale dell’Associazione Amici dei Pazienti, nel timore di un’intensificazione delle attività militari che li avrebbe resi inaccessibili o non funzionanti, e i pazienti critici sono stati trasferiti negli ospedali Indonesian e Kamal Adwan nel governatorato di Gaza Nord. Considerando che l’European Gaza Hospital di Khan Younis è stato frettolosamente evacuato il 2 luglio a seguito dell’emissione di un ordine di evacuazione per le aree nella parte orientale di Khan Younis, tre ospedali sono diventati non funzionali dall’inizio di luglio, lasciando solo 13 dei 36 ospedali della Striscia di Gaza parzialmente funzionali al momento; questi includono quattro nel governatorato di Gaza, tre a Gaza Nord, tre a Khan Younis e tre a Deir al Balah.

Le valutazioni effettuate dall’OCHA e dai partner negli ultimi dieci giorni nei siti che ospitano nuove ondate di sfollati interni mostrano livelli critici di necessità in tutti i settori. Con nove persone su 10 che si stima siano sfollate a Gaza, le nuove ondate di sfollamento riguardano soprattutto persone che sono già state sfollate più volte, per poi trovarsi costrette a fuggire di nuovo sotto i bombardamenti. Sono costretti a rifare la loro vita ripetutamente, senza alcun bene e senza alcuna prospettiva di trovare sicurezza o un accesso affidabile ai servizi di base. Ad esempio, il 4 luglio, gli operatori umanitari hanno visitato gli sfollati che si sono recentemente trasferiti a Deir al Balah e Khan Younis dalle aree della parte orientale di Khan Younis sottoposte a un ordine di evacuazione tre giorni prima; in due siti che ospitano più di 10.000 sfollati, le agenzie umanitarie hanno evidenziato il continuo e grave bisogno di acqua potabile, notando che le persone, soprattutto i bambini, passano lunghe ore in coda per raccogliere l’acqua ogni giorno. Anche l’accesso all’assistenza sanitaria d’emergenza rappresenta una sfida, soprattutto a causa della limitata copertura delle comunicazioni per contattare i servizi di emergenza, degli alti costi di trasporto per raggiungere gli ospedali (26 dollari per un viaggio di andata e ritorno) e della lunga distanza a piedi di almeno tre chilometri per raggiungere il punto medico più vicino. Nel nord di Gaza, l’OCHA e i partner hanno sottolineato in particolare la mancanza di rifugi sicuri per gli 80.000 sfollati interni che sono stati costretti a fuggire precipitosamente da Shuja’iyeh e da altre parti della città orientale di Gaza dopo l’emissione dell’ordine di evacuazione alla fine di giugno; molti sono stati trovati a dormire in mezzo a rifiuti solidi e macerie, senza materassi o vestiti a sufficienza, e alcuni hanno cercato riparo in strutture delle Nazioni Unite ed edifici residenziali parzialmente distrutti. Poiché l’esercito israeliano ha designato queste stesse aree come zone di evacuazione il 7 e l’8 luglio (vedi sopra), molte delle stesse famiglie, tra cui bambini piccoli e anziani, hanno subito ondate successive di sfollamento nelle ultime due settimane.

L’insicurezza, le strade danneggiate, l’interruzione dell’ordine pubblico e le limitazioni di accesso continuano a ostacolare gli spostamenti lungo la principale rotta dei carichi umanitari tra il valico di Kerem Shalom e Khan Younis e Deir al Balah. Ciò ha provocato una carenza critica di carburante e di beni di prima necessità per sostenere le operazioni umanitarie, oltre ad aumentare il rischio di deterioramento e di infestazione delle forniture bloccate (soprattutto di cibo) a causa delle temperature estremamente elevate. Il Settore Sicurezza Alimentare (FSS) riferisce che queste carenze hanno costretto i partner a fornire razioni alimentari ridotte nella zona centrale e meridionale di Gaza a giugno e hanno compromesso la loro capacità di mantenere in funzione i panifici e le cucine comunitarie. Al momento della stesura del rapporto, solo sette dei 18 panifici sostenuti dai partner umanitari rimangono operativi a Gaza, tutti a Deir al Balah. Un totale di sei panetterie – quattro nella città di Gaza e due nel nord di Gaza – che già lavoravano a capacità parziale, sono state costrette a cessare completamente le operazioni a causa della mancanza di carburante. Le quattro panetterie che hanno cessato l’attività nella città di Gaza includono la più grande panetteria della Striscia e tutte e quattro si trovano in aree destinate all’evacuazione il 7 e l’8 luglio, portando a nove il numero totale di panetterie che hanno chiuso a causa delle ostilità in corso, con le altre cinque situate a Rafah. In assenza di gas per cucinare e di un flusso stabile di forniture alimentari, anche le cucine comunitarie faticano a funzionare, con conseguente riduzione del numero di pasti cucinati in tutta la Striscia.

In assenza di gas per cucinare e di un flusso stabile di forniture alimentari, anche le cucine comunitarie faticano a funzionare, con conseguente riduzione del numero di pasti cucinati in tutta Gaza; alla fine di giugno, circa 600.000 pasti cucinati preparati in 190 cucine sono stati distribuiti quotidianamente alle famiglie della Striscia, rispetto agli oltre 700.000 della prima metà di giugno. Nel frattempo, le famiglie sfollate continuano ad affidarsi alla combustione di legna e plastica da mobili e rifiuti per cucinare, aggravando i rischi per la salute e l’ambiente.

Nel nord di Gaza, mentre i partner umanitari continuano a distribuire farina di grano e cibo in scatola che entrano a Gaza attraverso il valico occidentale di Erez, da mesi nessun camion commerciale entra nell’area. Questo ha portato a una mancanza quasi totale di fonti proteiche (ad esempio carne e pollame) sul mercato locale e solo pochi tipi di verdure di produzione locale disponibili a prezzi inaccessibili, secondo l’FSS. Secondo una valutazione congiunta della FAO e del Centro satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT), già a maggio 2024 circa il 57% dei terreni coltivati di Gaza e un terzo delle serre erano stati danneggiati. Le continue operazioni militari a Rafah e il recente sfollamento dalla zona orientale di Khan Younis, dove prima della guerra si concentrava un’importante produzione agricola, hanno provocato ulteriori danni alle serre e costretto un maggior numero di persone a lasciare incustodite le proprie aziende agricole, destabilizzando ulteriormente i sistemi alimentari. L’FSS ha sottolineato che la ripresa delle attività agricole, anche su scala limitata a livello familiare o comunitario, contribuirebbe a migliorare la diversità della dieta e a ridurre le carenze alimentari nella Striscia di Gaza. Tuttavia, un ostacolo fondamentale alla riabilitazione dei sistemi alimentari è garantire un flusso costante di sementi, fertilizzanti e altri fattori produttivi agricoli attraverso tutti i valichi.

Gli ospedali che rimangono parzialmente funzionanti in tutta la Striscia stanno lottando per mantenere le operazioni vitali a causa della cronica carenza di carburante. Il 7 luglio, il capo dell’ospedale Kamal Adwan, dott. Hosam Abu Safia, ha riferito che la mancanza di carburante ha costretto l’ospedale a sospendere i servizi di dialisi, privando 21 pazienti renali del trattamento salvavita e mettendo a rischio la vita dei neonati nel reparto neonatale e dei pazienti critici nel reparto di terapia intensiva. Il 5 luglio, l’ospedale da campo specializzato del Kuwait ha ricevuto una piccola quantità di carburante dall’OMS e dall’UNRWA, che può aiutare a mantenere le operazioni per alcuni giorni. Nel frattempo, il Cluster Salute sta cercando di affrontare con urgenza le crescenti necessità del Nasser Medical Complex, che attualmente è l’ultimo ospedale terziario disponibile nel sud di Gaza.

L’OMS ha predisposto quattro camion di medicinali e forniture mediche presso l’ospedale la scorsa settimana e si appresta a consegnare 11.000 litri di carburante alla struttura l’8 luglio e ad ampliare la capacità dei letti di 100 posti in coordinamento con il Ministero della Salute. Tutti i letti dell’ospedale sono attualmente completamente occupati e l’ospedale sta affrontando una carenza critica di forniture, in particolare garze addominali, materiali per la medicazione delle ferite e camici chirurgici per le operazioni, a causa dell’elevato numero di casi di trauma che richiedono interventi urgenti.

Il 5 luglio, Medici Senza Frontiere (MSF) ha riferito che le sue équipe al Nasser Medical Complex stavano “facendo ricorso alle scorte mediche di emergenza” e che tutti i reparti erano sovraccarichi di pazienti, superando di gran lunga la capacità dei letti disponibili. Ad esempio, mentre il reparto pediatrico dispone di 56 letti, solo il 3 luglio sono stati accolti 100 pazienti, costringendo i bambini a sdraiarsi sul pavimento in mancanza di materassi. La responsabile delle attività infermieristiche di MSF ha descritto la situazione come prossima al punto di rottura, con i pazienti nei corridoi, sdraiati su coperte e seduti sulle scale, e con gli operatori sanitari costretti a mettere dei chiodi alle pareti per appendere le sacche di liquido endovenoso e di medicinali di cui i pazienti hanno bisogno. MSF ha anche avvertito che il Nasser Medical Complex è il principale sito su cui gli ospedali da campo fanno affidamento per sterilizzare le loro attrezzature e, se la struttura dovesse rimanere senza elettricità, anche diversi ospedali da campo smetterebbero di funzionare. Secondo l’ONG, non è stata in grado di portare a Gaza alcun rifornimento medico dalla fine della guerra.

Secondo l’ONG, dalla fine di aprile non è stata in grado di portare a Gaza alcuna fornitura medica, e più recentemente il 3 luglio, quando le autorità israeliane hanno negato l’ingresso nella Striscia ai camion che trasportavano aiuti medici di MSF a causa delle ostilità in corso.
Finanziamenti

All’8 luglio, gli Stati membri hanno erogato circa 1,28 miliardi di dollari su 3,42 miliardi di dollari (37%) richiesti per soddisfare i bisogni più critici di 2,3 milioni* di persone a Gaza e 800.000 persone in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio e dicembre 2024. Per l’analisi dei finanziamenti, consultare il cruscotto di monitoraggio finanziario dell’Appello Flash. (*2,3 milioni riflette la popolazione prevista della Striscia di Gaza al momento della pubblicazione dell’Appello Flash nell’aprile 2024. A luglio 2024, le Nazioni Unite stimano che nella Striscia di Gaza rimangano circa 2,1 milioni di persone e utilizzeranno questo numero aggiornato per scopi programmatici).

Il Fondo umanitario dei Territori palestinesi occupati (FTP) ha 109 progetti in corso, per un totale di 78,9 milioni di dollari, che rispondono a bisogni urgenti nella Striscia di Gaza (86%) e in Cisgiordania (14%). Di questi progetti, 69 sono realizzati da organizzazioni non governative internazionali (INGO), 26 da ONG nazionali e 14 da agenzie ONU. Un riepilogo delle attività e delle sfide dell’HF degli oPt a maggio 2024 è disponibile a questo link, mentre il Rapporto annuale 2023 dell’HF degli oPt è accessibile qui. Le donazioni private vengono raccolte direttamente attraverso l’HF oPt.

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Israele controlla il 26% di Gaza e costruisce basi – Dave DeCamp

L’esercito israeliano ha preso il controllo del 26% della Striscia di Gaza e sta costruendo basi e pavimentando strade nelle aree per garantire un’occupazione a lungo termine, che potrebbe portare a insediamenti ebraici, ha riferito il quotidiano Haaretz.

Israele ha creato una “zona cuscinetto” lungo il confine tra Israele e Gaza demolendo edifici e terreni agricoli. La zona taglia circa 1 chilometro lungo l’intero confine di Gaza con Israele e rappresenta circa il 16% del territorio della Striscia.

Israele ha anche preso il controllo del Corridoio di Filadelfia, che corre lungo il confine tra Egitto e Gaza, e ha demolito edifici nel Corridoio di Netzarim, un’area di 38 chilometri quadrati che separa il nord di Gaza dal resto della Striscia.

L’esercito israeliano ha costruito basi nel corridoio e sta usando l’ospedale turco, che era l’unico ospedale di Gaza per il trattamento del cancro, come un’altra base. Anche il molo costruito dagli Stati Uniti si trova nel corridoio di Netzarim. Haaretz ha riferito che i graffiti scritti in ebraico vicino al molo recitano: “Senza insediamento, non c’è vittoria”.

Un insediamento israeliano chiamato Netzarim si trovava dove è stato costruito l’ospedale turco. Tutti gli insediamenti israeliani a Gaza sono stati evacuati nel 2005 nell’ambito di una politica nota come “disimpegno”.

Secondo Haaretz, l’insediamento di Netzarim faceva parte di un piano del governo israeliano per dividere in due Gaza e rafforzare il controllo israeliano attraverso insediamenti civili. Oggi, i soldati israeliani a Gaza stanno compiendo passi simbolici per mostrare il loro sostegno alla ricostituzione degli insediamenti ebraici nel territorio.

Un video contenuto nel rapporto di Haaretz mostra un soldato israeliano in uniforme che colloca una menora in un edificio vicino all’ospedale turco. La menora sarebbe la stessa che è stata rimossa da una sinagoga nell’insediamento di Netzarim prima che venisse evacuata.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha negato che la creazione di insediamenti ebraici a Gaza fosse uno dei suoi obiettivi, ma i membri della sua coalizione di governo e del partito Likud sostengono apertamente l’idea, così come l’espulsione dei palestinesi.

“Per preservare le conquiste di sicurezza per le quali i nostri soldati hanno perso la vita, dobbiamo reinsediare Gaza con forze di sicurezza e coloni che abbracceranno la terra con amore”, ha dichiarato il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, membro del partito Likud, durante una marcia a favore degli insediamenti a maggio.

Alla stessa marcia, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, leader del partito Potere ebraico, aveva chiesto l’espulsione dei palestinesi da Gaza. “Dobbiamo tornare a Gaza adesso! Stiamo tornando a casa in Terra Santa! E secondo, dobbiamo incoraggiare l’emigrazione. Incoraggiare l’emigrazione volontaria dei residenti di Gaza. È morale!”.

Nell’ottobre del 2023, un documento preparato dal Ministero dell’Intelligence israeliano e diffuso dai media indicava che il miglior scenario postbellico per Israele sarebbe stato l’espulsione di tutti i 2,3 milioni di palestinesi che vivono a Gaza.

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Palestina: altro che 30mila, i morti sono 200 mila – Alberto Capece

Quel miserabile dittatore in conto terzi di Zelensky ha avuto la faccia tosta di dire che gli ucraini hanno perso solo 30 mila uomini in tutta la guerra, ma tanto le bugie, anche le più clamorose, non gli costano nulla, sono un regalo omaggio dell’Occidente che si specchia in questo ex comico divenuto boia della sua gente. Evidentemente 30 mila deve essere un numero magico dell’informazione mainstream, dettata parola per parola dai servizi  americani e inglesi: è un numero abbastanza alto da non suonare ridicolo all’uomo della strada e abbastanza basso per non allarmare più di tanto la smarrita coscienza occidentale. Sì perché nonostante continui la strage nella striscia di Gaza, nonostante ogni giorno ci siano implacabili bombardamenti su condomini, mercati, campi profughi, ospedali, ambulanze, scuole, moschee, chiese, strade, reti elettriche, condutture idriche, nonostante che il regime di estrema destra di Netanyahu ribadisca le sue intenzioni genocide con la parola d’ordine “niente cibo, niente acqua, niente elettricità, niente carburante, niente medicine”, la cifra delle vittime continua ad oscillare ormai da due mesi su 30 mila.

Ma seriamente chi può credere che senza assistenza sanitaria, senza farmaci e con malattie infettive che si diffondono soprattutto tra neonati, bambini, infermi e anziani, le vittime siano solo 30 mila? Magari degli imbecilli o magari dei venduti come quegli scrittori e gruppi progressisti che alla fine non osano davvero parlare di genocidio e andare contro il potere globalista che attraverso gli Usa appoggia totalmente lo sterminio. Eppure che la situazione sia assai più grave di quanto non venga riferito in via ufficiale è in qualche modo riconosciuto anche da organi di stampa del sistema: sul Washington Post per esempio il giornalista Ishaan Tharoor ha dato una dimensione realistica di quella che viene chiamata catastrofe umanitaria, come si trattasse di un terremo o di uno tsunami, non di un fatto intenzionale. Tharoor cita Jan Egeland, capo del Consiglio norvegese per i rifugiati: “Dobbiamo essere chiari: i civili a Gaza si ammalano di fame e di sete a causa delle restrizioni all’ingresso imposte da Israele”, e “Le forniture salvavita vengono intenzionalmente bloccate,  donne e bambini stanno pagando il prezzo.” Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, ha detto  che  un “numero imprecisato di persone – si ritiene siano decine di migliaia –  giacciono sotto le macerie degli edifici abbattuti dagli attacchi israeliani”. Il che già di per sé porta a raddoppiare il numero delle vittime.

Volker Turk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha dichiarato: “Tutte le persone a Gaza sono a rischio imminente di carestia. Quasi tutti bevono acqua salata e contaminata. L’assistenza sanitaria in tutto il territorio funziona a malapena” e “Immaginate cosa questo significhi per i feriti e per le persone che soffrono di epidemie di malattie infettive… si ritiene che molti stiano già morendo di fame”.

Nonostante tutto questo il Washington Post nello stesso articolo continua assurdamente a sostenere che i morti siano solo  30 mila: i mass media e i governi occidentali che sono tutti complici di questo massacro, ma anche e sorprendentemente  l’informazione che si definisce critica, vorrebbero farci credere che solo una parte minima della popolazione palestinese sia rimasta vittima di queste atrocità. Secondo Ralph Nader che ha scritto un articolo da levare la pelle agli ipocriti di qualsiasi latitudine, il numero presumibile di vittime di Netayahu, quello che si può stimare dai resoconti delle persone sul posto, dai video e dall’entità stessa della distruzione e dall’assenza di acqua e cibo, porta a ritenere che 200.000 palestinesi siano morti e il bilancio si aggrava di ora in ora. L’Occidente marcio non ha il coraggio di affrontare le conseguenze delle sue azioni e si fida dell’idiozia generale per sparare cifre che non hanno senso. Ma pagherà un prezzo carissimo per questo nuovo olocausto.

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https://www.labottegadelbarbieri.org/mentre-la-nato-decide-per-la-guerra-in-europa-il-genocidio-israeliano-non-ha-limiti/