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giovedì 7 settembre 2023

Eritrea: che fine ha fatto Dawit Isaak? - Antonella Sinopoli



 

È il giornalista detenuto da più tempo al mondo. Fu gettato in carcere in regime di segregazione 22 anni fa senza accuse, assistenza legale né processo

 

Da oltre due decenni di lui non si sa più nulla. Ma non è stato dimenticato. Un blocco di organizzazioni internazionali e il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria del Consiglio ONU per i diritti umani chiedono al regime eritreo di rivelare se sia vivo e, in questo caso, il suo rilascio immediato. Ma chiedono anche che contro Isaias Afwerki e il suo governo si alzi la voce unanime, forte e chiara della comunità internazionale

 

È il giornalista detenuto da più tempo al mondo. Si tratta di Dawit Isaak, eritreo con cittadinanza svedese che nel 2001 venne prelevato da casa davanti a tutta la famiglia. E in quella casa non ha fatto più ritorno. Aveva 36 anni.

In quei giorni vennero arrestati anche un’altra decina di giornalisti trattenuti in tutto questo tempo nelle carceri eritree senza una formale accusa e senza ricevere alcun processo.

Tutti in stato cosiddetto incommunicado, vale a dire segregati, senza accesso alla famiglia, all’assistenza consolare o al diritto all’assistenza legale.

Una detenzione assolutamente arbitraria e in violazione a qualunque norma sul diritto e alle carte internazionali sui diritti umani.

Alcuni di questi giornalisti sono morti durante la detenzione, ma di Dawit non si è saputo più nulla.

Il giornalista non è stato però dimenticato, né – ovviamente – dalla famiglia, né da chi negli anni ha continuato a tenere alta l’attenzione su questa vicenda.

Qualche giorno fa, è intervenuto anche il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

E questo in seguito di una vigorosa campagna da parte di una coalizione internazionale di ong e organizzazioni per i diritti umani, esperti, avvocati, giornalisti.

Tra questi Reporter Senza Frontiere (RSF), il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), l’International Bar Association’s Human Rights Institute (IBHARI), il Parliamentarians for Global Action (PGA), PEN International, Defend Defenders, Human Rights Foundation (HRF).

Tutti chiedono al governo eritreo di rivelare dove sia ora in custodia – ammesso che sia ancora vivo – il giornalista.

E, naturalmente, il rilascio immediato e incondizionato.

In questi anni, ormai 22, sono state molte le sollecitazioni e gli appelli ma con zero risultati.

Una dimostrazione, questa, della diffusa cultura dell’impunità in un paese dove nulla si muove (o sfugge) al dittatore Isaias Afwerki.

Un regime, il suo, improntato ad abusi e violenze, che va avanti dal 1993.

Contro di lui e contro il suo governo, le organizzazioni per i diritti umani chiedono che si alzi la voce unanime forte e chiara della comunità internazionale e che vengano emesse sanzioni – nell’ambito del Magnitsky Act – contro gli alti funzionari responsabili di questi crimini e fino a quando Dawit e i suoi colleghi non saranno rilasciati.

Quello del giornalista eritreo è un caso emblematico di un regime corrotto e criminale – dicono i firmatari del nuovo documento per la liberazione di Dawit – e del disprezzo della libertà di stampa.

All’epoca Dawit Isaak lavorava per il primo giornale indipendente dell’Eritrea, Setit, che oggi pubblica online dal Texas e nel 2001, l’anno degli arresti dei giornalisti e di una brutale repressione verso gli oppositori, aveva pubblicato molte lettere aperte di condanna del regime.

Gli articoli di Dawit disturbavano parecchio il governo e, con il senno di poi, avrebbe fatto meglio a non tornare in patria.

Il giornalista, infatti, si era rifugiato in Svezia nel 1987 mentre era in atto la guerra contro l’Etiopia, ma nel 2001 era ritornato in Eritrea.

Quando arrivarono in casa per arrestarlo la famiglia stava facendo colazione.

Lui e la moglie offrirono una sedia intorno al tavolo ad ognuno degli uomini che erano andati a prenderlo – probabilmente anche per non impaurire i figli allora piccoli – poi andò con loro.

L’ultima volta che hanno avuto contatti si è trattato di una breve telefonata. Era il 2005.

Il giornalista esortò la famiglia a lasciare il paese e tornare in Svezia. Troppo pericoloso per loro restare. E anche inutile, visti i divieti di farli visita.

Oggi la figlia Betlehem Dawit Isaak è una giornalista, come il padre. Di cui continua a ricordare la figura e il destino.

In un’intervista al giornale canadese The Globe and Mail ha ripercorso quei giorni terribili, ma ha anche espresso la sua rabbia verso chi non fa nulla.

I paesi occidentali, ha detto, potrebbero fare molto di più per fare pressioni sul regime e difendere i diritti umani in Eritrea.

L’Occidente ha in gran parte ignorato le sue atrocità, compresi i massacri ampiamente documentati di tigrini da parte delle truppe eritree nel nord dell’Etiopia nel 2020 e nel 2021, ha affermato.

«Sono arrabbiata con il mondo per non aver reagito con forza. Ho pensato: ‘Mio Dio, siamo soli in questo’».

Ma lei persevera nella sua battaglia: «Sento che sto facendo un lavoro importante. È un ruolo che mi è stato assegnato. Ne facciamo tutti parte. E tanti eritrei stanno portando avanti la stessa lotta».

da qui

lunedì 22 novembre 2021

Rifugiato eritreo scambiato per un trafficante di migranti: il giornalista italiano del Guardian scopre l’errore giudiziario, il pm gli fa causa - Angelo Romano

Della vicenda kafkiana in cui è rimasto coinvolto il giornalista del Guardian Lorenzo Tondo, intercettato dalla Procura di Palermo nel caso giudiziario che stava coprendo per la sua testata, avevamo parlato in questo articolo. La storia ora si arricchisce di nuovi capitoli. Peccato, però, non si tratti di un romanzo.

Per il Guardian Tondo stava seguendo il cosiddetto caso “Mered”, un caso giudiziario riguardante l’arresto di un pericoloso trafficante di migranti eritreo, Medhanie Yehdego Mered, meglio noto come “Il Generale”. 

Nel giugno 2016, la Procura di Palermo, in collaborazione con la National Crime Agency (NCA) britannica, aveva annunciato di aver arrestato proprio Medhanie Yehdego Mered, accusato di guidare un’organizzazione con base in Libia che gestiva il traffico di migranti eritrei verso l’Europa. Nei suoi articoli, però, Tondo aveva individuato degli elementi che mettevano in discussione le conclusioni cui era giunta la Procura di Palermo e aveva avanzato l’ipotesi che l’uomo finito in carcere non fosse il pericoloso trafficante di migranti, Medhanie Yehdego Mered, ma Medhanie Tesfamariam Behre, un richiedente asilo che mungeva vacche in Sudan prima di provare a raggiungere l’Europa. Insomma, c’era stato uno scambio di persona e quello che NCA e Procura di Palermo nel 2016 avevano definito “l’arresto dell’anno” sembrava configurarsi come un errore giudiziario.

Nei mesi successivi, Tondo continua a scrivere sul quotidiano britannico portando alla luce sempre più aspetti che facevano propendere per l’errore giudiziario: i racconti della famiglia dell’imputato, i dati provenienti dal controllo del suo profilo Facebook, persino la testimonianza della moglie del vero trafficante, Medhanie Yehdego Mered, supportavano l’ipotesi dello scambio di persona e che in carcere ci fosse il Medhanie sbagliato.

La Procura, però, andava avanti per la sua strada e Lorenzo Tondo continuava a seguire il caso. Finché, nel novembre 2017, durante un’udienza in tribunale, il giornalista del Guardian ha scoperto di essere stato intercettato e che alcune conversazioni registrate (con una sua fonte giornalistica) erano state ritenute rilevanti nel caso “Mered”, nonostante, leggendo gli scambi inseriti nel documento depositato dal pubblico ministero, quanto riportato sembrava del tutto irrilevante dal punto di vista investigativo. Un atto che Tondo all’epoca aveva definito lesivo del diritto di cronaca e del suo mestiere di giornalista.

Nel frattempo le prove che avvalorano la tesi dell’errore di persona diventano sempre più consistenti. Nel maggio 2018 arriva anche il test del DNA della moglie e del figlio di Mered e dell’uomo in carcere, Medhanie Tesfamariam Berhe, che sembra cancellare ogni dubbio. Fino all’estate del 2019 quando il giudice Alfredo Montalto della seconda sezione della Corte d’Assise emette la sentenza di scarcerazione. Behre viene condannato a 5 anni per aver contattato un trafficante per aiutare suo cugino Samson Gherie a raggiungere la Libia, ma non era Mered. Avendo già trascorso 3 anni in carcere, viene disposta la sua scarcerazione immediata. Ad agosto 2019 viene accolta la sua domanda di asilo politico e Behre può lasciare il Centro per i rimpatri di Pian del Lago a Caltanissetta. 

Nella sua relazione di oltre 400 pagine, la Corte di Assise ha parlato di “grave negligenza”. Secondo i giudici, in alcuni casi le accuse dei pubblici ministeri “sono apparse palesemente inconsistenti e inadeguate”. I dubbi sollevati da Lorenzo Tondo – che sul caso nel 2018 ha pubblicato il libro “Il generale” – erano, dunque, fondati.

Ma la parola fine di tutta questa vicenda non è stata ancora scritta

I pm hanno presentato un appello contro la sentenza della Corte di Assise. Le nuove udienze sono iniziate il 27 ottobre e la sentenza è attesa per febbraio 2022. 

Tra dicembre 2019 e gennaio 2020, l’allora pubblico ministero, Calogero Ferrara, diventato ora procuratore delegato nella nuova “procura europea”, ha intentato due querele per diffamazione nei confronti di Tondo per un post su Facebook e per una serie di articoli pubblicati sul Guardian che, secondo Ferrara, conterrebbero informazioni inesatte. La prima udienza per una delle due querele è stata fissata per il 2 febbraio 2022. Il procuratore ha citato in giudizio anche Repubblica e la giornalista Romina Marceca per la sua copertura del processo. 

La scorsa settimana le due querele per diffamazione del pm Ferrara sono state segnalate dalla Federazione europea dei giornalisti (EFJ) e e dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) sulla Piattaforma del Consiglio d’Europa per la sicurezza dei giornalisti (creata nel 2015 “per promuovere la tutela del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti”) come potenziali atti di “molestia e intimidazione”. La segnalazione del caso è stata inserita nella categoria "persecuzioni e intimidazioni nei confronti dei giornalisti" attribuibili allo Stato. Nell'ultimo anno, riporta la Piattaforma del Consiglio d'Europa, ci sono state 213 segnalazioni in 33 paesi diversi. In 79 casi c’è stata una risposta del governo coinvolto. Nessuna delle segnalazioni finora è stata “risolta”. L’Italia non ha ancora risposto alla segnalazione su Lorenzo Tondo.

“Sebbene il tentativo di mediazione obbligatoria si sia concluso il 5 novembre 2020, il pm Ferrara ha aspettato quasi un anno prima di confermare le azioni legali che sono state notificate poco prima dell'inizio del secondo processo ‘Mered’. Secondo i critici, questa potrebbe essere una mossa strategica per intimidire e impedire a Tondo di seguire le nuove udienze”, si legge nella segnalazione.

"Secondo il Consiglio d’Europa questa mossa denoterebbe un uso malevolo dello strumento giudiziario, non più volto ad ottenere giustizia ma a mettermi un bavaglio, perché da quando è iniziata tutta questa vicenda giudiziaria, per ragioni di “prudenza” non ho più potuto scrivere sul caso 'Mered' per il Guardian. Non solo, la citazione in giudizio arriva a pochi mesi dalla sentenza di appello del processo 'Mered'", ha scritto Lorenzo Tondo in un post su Facebook. "Quando lavori a un’inchiesta, quando ci metti il cuore, veramente, essa ti seguirà fino alla fine dei tuoi giorni. Nel bene e nel male. Perché se da un lato essa ha avuto un impatto positivo su una o più persone, dall’altro, irrimediabilmente, quell’inchiesta avrà dato certamente fastidio a qualcuno. Avrà scombussolato i suoi piani. Li avrà magari stravolti. Io sono di certo un privilegiato, perché posso contare sul supporto legale del Guardian. Ma penso a tutti quei cronisti, precari, sottopagati, costretti a fare i conti con le querele temerarie in giro per l’Italia, senza alcun appoggio. Questa battaglia che porteremo avanti è anche per loro. Perché siamo stanchi delle vostre intimidazioni".

La federazione nazionale della stampa italiana e altre organizzazioni internazionali hanno espresso solidarietà a Lorenzo Tondo.

“Criticare un pm in Italia è rischioso. Se un giornalista osa farlo, è probabile che il pubblico ministero lo querelerà per diffamazione e lo costringerà a difendersi in tribunale e a sostenere le relative spese”, ha detto al Guardian Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l'informazione, organizzazione nata per difendere i diritti dei giornalisti. “Eventi di questo tipo non sono rari e mettono in seria difficoltà i giornalisti. Ossigeno per l'informazione continuerà a sostenere Lorenzo Tondo in questa battaglia legale e continuerà a farlo, al fianco del Guardian e della community dei giornalisti europei».

Ossigeno per l’Informazione ha anche comunicato di aver assunto la difesa di Lorenzo Tondo e di averla affidata all’avvocato Andrea Di Pietro per i post pubblicati su Facebook. Anche il Guardian ha scelto l’avvocato Di Pietro per difendere Tondo per gli articoli pubblicati sulla testata giornalistica inglese.

«Il caso di Lorenzo Tondo è emblematico delle difficoltà che vive oggi il giornalismo indipendente in Italia», commenta a Domani Andrea Di Pietro. Per l’avvocato, Ferrara ha deciso di «trascinarlo in giudizio senza il suo giornale, per farlo sentire ancora più isolato e debole rispetto al potere dello Stato. Ma il Guardian non ha abbandonato il suo giornalista: gli resterà accanto, dando dimostrazione di cosa vuol dire difendere veramente, su tutti i campi, la libertà di stampa». 

Contattato dal Guardian, il pm Ferrara ha dichiarato di aver chiesto al suo legale di commentare la vicenda.

da qui

lunedì 6 settembre 2021

E il fiume mormorava in tigrino e amarico - Claudio Canal

 

1985, la siccità strema il Corno d’Africa, il fotografo dipinge con quello che ha, i fasci di luce inquadrano un sottobosco di umanità disperata in fuga da fame e guerra. La regione era il Tigray, il fotografo Sebastião Salgado. Allora il celeberrimo scatto del fotografo brasiliano squarciò il velo che nascondeva il quadro dove all’aridità dei campi tigrini si sommava la guerra portata dagli eritrei filoamericani contro il regime filosovietico di Menghistu, impedendo il transito di aiuti. Si contò un milione di morti alla fine della carestia.

 

Sebastião Salgado, Kalema Camp – West Tigray, 1985. Un servizio della Bbc lo definì “la cosa più vicina all’inferno sulla terra”


2021, di nuovo guerra. Anzi, non è mai finita. Di nuovo truppe eritree protagoniste di atrocità in Tigray; ancora deportazioni e campi di concentramento per profughi eritrei fuggiti dal regime di Isaias Afewerki e per tigrini nel mirino della pulizia etnica oromo e ahmara, che vuole vendicare 30 anni di potere tigrino in Etiopia. La differenza sta nell’alleanza inaudita tra Addis Abeba e Asmara, che ha prodotto il consueto corollario di massacri, saccheggi, stupri, torture, esecuzioni e sparatorie; e nell’alleanza stipulata tra Fronti di liberazione tigrino e oromo, che promettono di allargare il conflitto, facendolo diventare Guerra civile di tutta la nazione.

E corpi portati dal Tekezé a valle, in Sudan, dove si chiama Setit.

 

In questo agosto distratto da conflitti in altre aree strategiche truppe eritree attraversano nuovamente il fiume Tekezé che fa da confine e che ha visto migliaia di morti e 2 milioni di sfollati dall’inizio dell’operazione militare scatenata a novembre da Abiy Ahmed, il presidente etiope. A giugno il Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf) aveva riconquistato l’intera regione, entrando a Mekallé e costringendo gli etiopi al cessate il fuoco.

Claudio Canal si sofferma brevemente ma efficacemente sugli aspetti che coinvolgono l’umanità oppressa dalla guerra e in particolare le violenze di genere correlate.

 

Il fiume scorre serafico come sempre.  Il Tekezé è un fiume geopolitico, segna il confine tra l’Etiopia e l’Eritrea e tra Etiopia e Sudan dove cambia nome e diventa Setit. Separa anche l’area delle lingue amarica e tigrina.  Come tutti i torrenti e i fiumi del pianeta trasporta ciò che cade in acqua o vi è gettato. In questi giorni scorrono corpi umani martoriati che dal Tigray [più noto come Tigré nella versione italiana], vasta regione settentrionale dell’Etiopia, galleggiano senza una meta verso il Sudan.

 

Una guerra la si può vincere o perdere, ma, essendo una macchina di produzione, lascia dietro di sé deiezioni in forma di corpi esanimi. Qualche volta raccolti e sepolti, altre volte lasciati lì a tornare polvere. Salvo che un fiume o un mare li accolga e li smuova secondo le proprie leggi. Fino a questo momento una cinquantina o più. Il fiume racconta che nel suo medio-alto corso è in atto una tragica inimicizia tra esseri umani.

 

Una geopolitica bizzarra ci dice che ex nemici accaniti, che si scontravano da decenni non badando ai morti, Etiopia ed Eritrea, adesso si sono scoperti alleati. Una, con un primo ministro, Abiy Ahmed Ali, laureato Nobel per la pace 2019 e dottorando in guerra; l’altra, con un presidente che si può classicamente definire tiranno. Un ossimoro istituzionale che la realtà però sopporta bene. Un pizzico di accortezza in più ai giurati del Nobel ne consoliderebbe la fama. Ci dice anche, questa geopolitica stravagante, che l’Etiopia è entrata in guerra con se stessa tramite una meno eccentrica e più consolidata forma di guerra civile, iniziata nel novembre scorso. L’obiettivo era ridurre a più miti consigli la leadership del Tigray, che nei decenni passati aveva governato l’Etiopia. Uno scontro di poteri abbastanza tradizionale in cui si è inserita bellicosamente l’Eritrea, in attesa che altri attori dell’area dicano la loro con i propri eserciti. Accendere i motori di una guerra è facilissimo. Difficilissimo anche solo metterla in folle.

Non riassumo i nove mesi di guerra ora in accelerata ripresa. Una aggiornata cronaca si può trovare nella sempre documentata “Nigrizia  e telegraficamente tramite la sintesi della penna di Dave Lawler.

 

Due temi vorrei sottolineare:

1.   se ti arriva la guerra sotto casa o direttamente dentro cosa fai? Cerchi di scappare. È quello che sta massivamente succedendo. Non bastasse, c’era chi già era fuggito dalla confinante Eritrea e stazionava in campi profughi abbastanza improvvisati. Fuggiva dalla, chiamiamola così, antidemocrazia dell’Eritrea, dai suoi soprusi e dalla povertà, e nella tappa in Tigray ritrovava anche una lingua comune, il tigrino [lingua del ceppo semitico come l’amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, preceduta in quanto a numero di parlanti dall’oromonico della nazionalità oromo]. La partecipazione diretta dell’Eritrea alla guerra a fianco dell’Etiopia ha significato per i rifugiati eritrei dover fare i conti, di nuovo, con l’esercito eritreo che non è noto per il rispetto di alcunché. Non è difficile immaginare il disastro della guerra sui loro volti. I superstiti stanno forse sognando un barcone che attraversi il Mediterraneo e li porti in salvo chissà dove.

È il cinismo della geopolitica, che descrive, ma non può render conto dei moti sotterranei delle vite singole e collettive.

        2. «Non so se si sono accorti che ero una persona»

È la dichiarazione di una donna stuprata dai soldati nel Tigray. È anche il titolo del rapporto di Amnesty International e il contenuto di numerose altre inchieste curate dalla Reuters e del Georgetown Institute for Women, Peace and Security e del Kujenga Amani e nuovamente “Nigrizia” e…

Siamo in tempi di turismo, d’arte e d’altro. Passeggiando per Firenze in piazza san Lorenzo è possibile ammirare il monumento che Baccio Bandinelli scolpì nel 1540 per celebrare il condottiero Giovanni della Bande Nere che oggi verrebbe definito contractor e in tempi meno eleganti mercenario.

  


Le guide descrivono il bassorilievo del basamento come scene di guerra.  Effettivamente. Si vede la cattura di una donna, preludio al suo uso sessuale, come da sempre le regole belliche hanno decretato e che il Novecento ha visto intensificarsi e proliferare fino a oggi. Una terribile ed efficace forma di deterrenza e di intimidazione che si rivolge alle altre donne e ai loro uomini.

Le donne del Tigray gridano che questa storia non è per niente finita, ma dicono anche che da certe orecchie non ci sentiamo. La loro solitudine continua.

Postilla: Eritrea ed Etiopia sono state due colonie italiane. Una, la primigenia, l’altra, l’ultima a essere aggredita dalle truppe del Regio Esercito. Silenzio desertico dalle nostre parti, orfane anche della memoria storica di Angelo Del Boca.

https://ogzero.org/tigray-2021-e-il-fiume-mormorava-in-tigrino-e-amarico/

lunedì 19 luglio 2021

The Last Twenty

 Mentre in Italia andavano avanti gli incontri dei G20, dei venti Grandi della terra, dal mese di febbraio si è costituito un comitato denominato “Last Twenty”, che ha tentato di riunire gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali. Sono i Paesi che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20.

Guardare il mondo con gli occhi degli “Ultimi” ci permette di andare alla radice dei problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più sensibili.

L’evento “The Last 20” parte da Reggio Calabria il 22 luglio, con l’intitolazione di un ponte, che unisce la città al suo porto, all’Ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato in Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio 2021. Un ponte che ha un valore simbolico perché unisce l’ultimo lembo della penisola italiana con il mare che ci porta nel Continente africano. Un legame che vogliamo riprendere e rilanciare. Alla cerimonia sarà presente la vice-ministra del MAEC on. Marina Sereni, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo in Italia, i familiari dell’ambasciatore e del carabiniere Iacovacci, nonché le massime autorità locali.

Dal pomeriggio del 22 Luglio per tre giorni si terranno, presso il Parco Ecolandia, un grande balcone sullo Stretto sito nella parte Nord della città, incontri e dibattiti con i rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità degli L20 presenti in Italia e nella Ue, sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa rispetto agli L20.

“The Last 20” proseguirà dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del mutamento climatico, della resilienza.

“The Last 20” si concluderà a S.M. di Leuca il 2-3 ottobre con la stesura di un documento da presentare nelle sedi internazionali.

I Paesi L20

Non si tratta di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento coloniale, guerre e conflitti etnici, catastrofi climatiche. Sono Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

 

 

 

Dove e quando gli incontri degli L 20

·         22-25 luglio: inaugurazione a Reggio Calabria, quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e/o “governi in esilio”, delle culture di questi Paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su fussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.

·         10-12 settembre a Roma. Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto. Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue. Le nuove pratiche dell’agro-ecologia come risposta dei Paesi dell’Africa sub-sahariana alla siccità e come alternativa alla dipendenza dalle multinazionali del cibo.

·         17-21 settembre a L’Aquila, Sulmona (AQ), Agnone (IS), Castel del Giudice (IS), Piano dei Mulini, Colle d’Anchise (CB). I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il presente. I giovani come promotori del dialogo intergenerazionale: i giovani italiani, rappresentanti politici e religiosi e la società civile insieme a Capi di Stato, ambasciatori, Comunità delle Diaspore africane e associazioni internazionali rispondono al G20 nella tappa. Abruzzo e Molise saranno la cornice di questo incontro internazionale di dialogo, ascolto, confronto e proposte.

·         23-26 settembre a Milano. Incontro con rappresentanti di questi Paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute e altreconomia. Sarà afrontata la questione sanitaria, partendo dalle evidenze fatte emergere dalla pandemia, ma andando oltre vero una politica globale che metta la salute delle persone al primo posto. La resilienza al mutamento climatico e le nuove pratiche delfair trade, a livello nazionale e internazionale, saranno al centro dell’incontro.

·         2-3 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace. “Il cammino nella bellezza”. Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

 

Ufficio stampa:

Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio Facchini tel: +39 3291376380

 

https://thelast20.org/

mercoledì 17 febbraio 2021

Etiopia, massacri nel Tigrai: civili e preti orrendamente trucidati

 

 (ripreso da remocontro 

 

100 giorni di buio sulla guerra a nascondere cosa?

 

«I racconti dell’orrore della guerra-ombra del Tigrai squarciano il buio che li ha avvolti in questi 100 giorni esatti di blackout informativo e di isolamento», segnala Paolo Lambruschi su Avvenire. E molti testimoni confermano o crimini di guerra e le atrocità denunciate sui social o sussurrato al telefono da giornalisti, attivisti e operatori umanitari. «Confermati i massacri di civili – anziani, donne e bambini compresi – e di religiosi copti».

 

Complicità etiope ai massacri eritrei

 

Stupri di massa, uccisioni e deportazioni forzate in Eritrea dei rifugiati eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, distrutti e che il governo di Addis Abeba ha dichiarato di non voler più riaprire e vietati all’ Onu. «Inequivocabili le notizie forniteci da fonti cattoliche, che non citiamo per ragioni di sicurezza –scrive il quotidiano dei vescovi italiani- . Ad Irob, piana semidesertica confinante con la regione Afar e l’Eritrea, sono stati uccisi solo a gennaio 30 preti copti ortodossi che pregavano in chiesa. A Wukro, Adigrat e Kobo mancano cibo e medicinali».


La saga degli orrori

«Meglio uccidere le donne del Tigrai perché domani partoriranno i woyane» (la formazione separatista), avrebbero detto i militari eritrei a chi chiedeva il perché di tanto odio.

 

Le mogli dei Woyane

Alla fine di gennaio, sempre a Irob, etiopi ed eritrei hanno ucciso 50 «mogli dei Woyane». Uccisioni di giovanissimi sotto gli occhi dei genitori, cento solo a Irob, e le frequenti violenze sessuali su donne e ragazze anche davanti ai mariti, spesso seguite dalla spietata uccisione delle vittime.
Venerdì per la prima volta il governo etiope, con un tweet della ministra delle donne Filsan Abdullahi Ahmed, ha ammesso che una task force governativa «purtroppo ha stabilito che le violenze sessuali hanno avuto luogo con certezza e senza alcun dubbio».

 

Gli Shabia eritrei

 

Molte donne sostengono di essere state violentate dalle forze eritree, gli shabia, soldati in sandali di plastica che avrebbe ricevuto l’ordine di eliminare anche i maschi tigrini sopra i sei anni proibendone la sepoltura. Circostanziata l’accusa di ‘Human Rights Watch’ alle truppe federali e a quelle eritree: a novembre avrebbero bombardato scuole, ospedali, chiese e mercati di Humera, Macallè e Scire uccidendo 187 civili tra cui donne e bambini e ferendone oltre 300.

 

Contro i simboli religiosi

 

Non sono stati risparmiati i simboli religiosi. Testimoni parlano della chiesa ortodossa di Sant’Amanuel nel villaggio di Negash, in cima a una montagna, bombardata il 23 e 24 novembre da tank e artiglieria pesante di Isaias Afewerki.

 

Saccheggiate missioni e conventi cattolici, religiosi e religiose sono stati rapinati persino dei crocifissi portati al collo. Sul banco degli imputati l’esercito federale e soprattutto gli alleati eritrei. La loro presenza, negata dal regime di Asmara e dal governo etiope (ma ammessa da autorità locali e da comandanti federali, precisa Avvenire).
Nei giorni scorsi, Usa e Ue hanno chiesto all’Eritrea il ritiro immediato dei soldati, colpevoli di violenze indicibili, e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente che dovrà affrontare anche il dramma dei rifugiati eritrei deportati, probabilmente 10 mila.

 

Il presidente poco Nobel di Adis Abeba

 

Per la prima volta il governo di Addis Abeba riconosce le violenze sessuali avvenute nella zona dei combattimenti. L’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha denunciato la scomparsa di 20 mila rifugiati eritrei sui 96 mila sotto protezione etiope in quattro campi nel Tigrai. Shimelba, campo di 8.500 eritrei di etnia Cunama, è stato distrutto ai primi di gennaio. Fucilati i capi tigrini. Ma quando il 5 gennaio sono tornati gli eritrei, l’esercito di Isaias ha iniziato a incendiare tutto e a uccidere anche donne e bambini.

 

La sorte dei deportati

 

Che sorte è toccata in Eritrea ai deportati? La sequenza degli orrori dalle testimonianza raccolte da Paolo Lambruschi continua.
I rifugiati Cunama sono prigionieri in campi di accoglienza in attesa che passi il Covid o passino loro, denutriti da settimane. Il regime vuole spedire i giovani nei campi di addestramento per il servizio di leva a vita dal quale erano fuggiti. Gli altri, finita la pandemia, torneranno nei villaggi. Sperando esistano ancora, denuncia la Caritas Italiana che, con quella eritrea, sta raccogliendo aiuti di sopravvivenza.

da qui 

mercoledì 18 novembre 2020

L'Africa nera vista da Nigrizia

 

Inossidabile resilienza - Raymon Dessi

 

Docente, giurista e avvocato. Ma prima di tutto rivale numero uno dell’ottantasettenne presidente Paul Biya, al potere da trentotto anni. Da settembre Maurice Kamto è di fatto recluso nella sua abitazione da un cordone di polizia che gli impedisce di uscire

 

«Maurice Kamto ha la schiena dritta. Ѐ uno che sa incassare i colpi. Fosse stato qualcun’altro al suo posto, già tempo fa avrebbe piantato baracca e burattini». Il commento sulla resilienza politica del sessantaseienne leader dell’opposizione camerunese è del suo collega Yondo Black, ex-presidente dell’ordine degli avocati del Camerun. La sua affermazione, pronunciata a metà ottobre, evidenzia, in un certo senso, la vocazione suicidaria che deve abitare chi s’impegna ad interpretare il ruolo dell’opposizione nella scacchiera politica camerunese.

Le parole di Yondo Black nei confronti di Maurice Kamto non sono solo un commento di un osservatore esterno. Lui stesso è stato incarcerato, agli inizi degli anni ‘90, per aver osato organizzare una manifestazione politica pacifica, ma contro la quale il governo di allora – e di adesso – aveva posto un veto. Nel 2018, trent’anni dopo, il leader dell’opposizione si è trovato incarcerato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro la rielezione dello stesso presidente di allora, Paul Biya.

Alle stesse elezioni aveva partecipato Kamto che si era auto-proclamato vincitore anche sulla base di dati numerici risultanti dallo spoglio. Anche se numerosi osservatori erano d’accordo sul fatto che avesse vinto il leader dell’opposizione, la Commissione elettorale e la Corte costituzionale avevano riconfermando l’inossidabile Paul Biya alla guida del paese.

La memoria collettiva del paese è tutt’oggi scossa dallo svolgimento caotico, in diretta televisiva, del contenzioso elettorale presso la Corte costituzionale, quando le discussioni fra fazioni opposte di giuristi avevano contribuito ad accentuare la gravità delle violazioni denunciate dai leader dell’opposizione, e in particolare da Kamto. Alla fine la Corte costituzionale aveva trovato cavilli giuridici, a volte palesemente pretestuosi, per dichiarare irricevibile ogni ricorso.

Gli altri leader delle opposizioni, impotenti di fronte al castello fortificato del partito governativo e degli organismi giudiziari infeudati, hanno deciso di “piantare baracca e burattini”. Non così Kamto che ha invece rilanciato con un “piano di resistenza nazionale”, sorta di programma di contestazione permanente dell’usurpazione del potere. Programma che richiede il sollevamento delle masse di cittadini camerunesi.

Il primo appuntamento era fissato per gennaio 2019 con una manifestazione pubblica contro il golpe elettorale. I leader dell’opposizione occupavano la testa dei cortei, ma la manifestazione fu subito repressa nel sangue dalle forze dell’ordine. Alcuni gruppi di attivisti camerunesi della diaspora, sparsi in Occidente, s’indignarono e lanciarono una serie di spedizioni punitive contro le ambasciate del paese.

L’operazione andò in porto con il saccheggio, in particolare, della rappresentanza diplomatica parigina. Dai muri dell’ambasciata camerunese gli assalitori staccarono le fotografie del presidente, che sostituirono con quelle di Kamto, cantando l’inno nazionale. Riprese con gli immancabili smartphone, le immagini della scena furono diffuse sul web, in segno di incitamento per i giovani rimasti nel paese, chiamati ad seguire l’esempio.

Non importa che Kamto avesse preventivamente chiesto manifestazioni pacifiche e che non si potesse dimostrare che fosse stato lui a dare indicazioni per l’occupazione delle sedi diplomatiche. Il governo lo arrestò insieme ad alcuni suoi collaboratori in un domicilio privato a Douala e lo trasferì nella temibile e sovraffollata “Rebibbia camerunese”, detta nkodengui, la prigione centrale della capitale Yaoundé, a oltre 200 km dal luogo dell’arresto. Fu liberato quasi nove mesi dopo, come atto di clemenza del presidente Biya.

Maurice Kamto non è un uomo che si lascia intimidire, anche perché conosce profondamente la mentalità del governo, avendone fatto parte per un breve periodo come ministro delegato alla giustizia dal 2004 al 2011, quando dovette dimettersi per motivi personali. La sua competenza in materia giuridica è riconosciuta alle istituzioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove ha presieduto un famoso directorium degli esperti giuristi, lavorando su questioni di diritti umani nel mondo.

Del resto, si era meritato il rispetto del paese già negli anni ‘90, quando guidò il collegio dei difensori del Camerun presso la corte internazionale di giustizia, dove il paese era in causa con la Nigeria su una disputa frontaliera. Al centro della contesa, la penisola di Bakassi, avamposto del territorio camerunese all’interno del golfo di Guinea, un fazzoletto di terra galleggiante su petrolio e gas naturale. Kamto vinse il processo, protrattosi dal 1994 al 2002, e la Nigeria dovette ritirarsi dall’isola, restituendola al Camerun.

In decenni di insegnamento nelle università del Camerun il professore ha formato intere generazioni di giuristi, molti dei quali oggi fanno parte degli organi dirigenziali del suo Movimento per la rinascita del Camerun. Le sue mosse da oppositore politico hanno spesso colto il governo di sorpresa, evidenziando i limiti dell’esecutivo nell’amministrare le questioni pubbliche nel paese.

Il suo ingresso nel mondo della politica, nel 2013, ha animato il fronte dell’opposizione e la democrazia camerunese ha dovuto esibire il proprio malconcio stato di salute. Il gioco politico nel Camerun francofono ha preso le sembianze di una battaglia al massacro, dove il governo cerca elementi giustificativi per neutralizzare un oppositore radicalizzato e tenace.

L’ultimo episodio è stato la marcia del 22 settembre, indetta da Kamto nell’ambito del suo piano di resistenza nazionale. Una marcia pacifica, organizzata in tutte le città del paese per chiedere le dimissioni del presidente, sempre più dipinto come un usurpatore.

L’annuncio della protesta, con circa un mese di preavviso, ha fatto scattare un’ampia strategia militare e mediatica, finalizzata a non fare uscire nessuno di casa. Centinaia di manifestanti sono stati arrestati e rinchiusi in luoghi non adibiti alla detenzione temporanea. Le immagini dei reclusi che circolavano su internet li mostravano accalcati in cortili, anche di ville private recintate, esposti alle intemperie e sofferenti.

Alla marcia del 22 settembre Maurice Kamto non ha potuto partecipare. Dal giorno prima la polizia lo ha bloccato nel suo domicilio, impedendogli di uscire. Un vero e proprio sequestro di persona. Da uomo di diritto, Kamto ha sporto denuncia. Una denuncia presentata agli stessi tribunali che nel frattempo avevano disposto l’arresto e la carcerazione dei suoi stretti collaboratori, accusati come lui di essere portatori di un progetto eversivo.

Maurice Kamto “sa incassare i colpi”, dice Yondo Black che riconosce però che, allo stesso tempo, il popolo camerunese guarda questa via crucis personale del professore come uno spettatore passivo, vedendo spegnersi le proprie già tenue aspirazioni di emancipazione.

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A Kinshasa si discute, nel Kivu si muore - Raffaello Zordan

 

Mentre il presidente Tshisekedi ha avviato una serie di consultazioni a largo raggio per tentare di scrollarsi di dosso la tutela di Kabila, nel nordest si susseguono i raid di gruppi armati. La testimonianza del comboniano Gaspare Di Vincenzo

 

Uno dei punti qualificanti del programma di Félix Tshisekedi, eletto due anni fa presidente della Repubblica democratica del Congo, era di portare la stabilità del nordest del paese, in particolare nelle province del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Province ricche di risorse minerarie e terreno di disputa di numerose milizia armate, alcune delle quali al soldo di Rwanda e Uganda.

Padre Gaspare Di Vincenzo, comboniano che lavora a Butembo (Nord Kivu), dice a Nigrizia: «Qui la situazione continua a essere disastrata. Ci sono attacchi continui e massacri che colpiscono la popolazione. L’ultimo è stato venerdì 30 ottobre: ci sono stati 19 morti alla porte della cittadina di Butembo. Il gruppo armato che ha colpito proveniva dalla valle del Graben, al confine con l’Uganda».

Questo sta accadendo perché il mandato di Tshisekedi è fortemente condizionato dalla coalizione dell’ex presidente Joseph Kabila, che ha la maggioranza sia alla camera sia al senato e che non ha certo tra le priorità quella di stabilizzare l’area del nordest.

Kabila infatti si è sempre guardato dall’interferire con le mire del regime rwandese di Kagame sulla Rd Congo. Ma è stato Tshisekedi a sceglierselo come alleato alla vigilia delle elezioni del 2018, che poi si sono svolte all’insegna del disprezzo degli elettori e della falsificazione dei risultati delle urne.

Continua padre Di Vincenzo: «Oltre a uccidere, il gruppo armato ha incendiato il villaggio, saccheggiato tutto il possibile e rapito una parte degli abitanti, tra questi gli infermieri di un piccolo dispensario. Anche la chiesa è stata profanata».

Dovrebbero fischiare gli orecchi a Tshisekedi che, dopo essersi accorto di essere prigioniero di Kabila, sta dedicando questa settimana a un ciclo di consultazioni a tutto campo: lo scopo è di capire se fuori dall’area governativa può trovare interlocutori ed escogitare una via d’uscita politica. Un assetto che gli consenta di avviare le riforme. La strada maestra sarebbe quella di indire nuove elezioni legislative, sciogliendo le camere. Ma non sembra praticabile.

In ogni caso, il presidente ha incontrato i responsabili uscenti della Commissione elettorale indipendente, che porta la responsabilità maggiore delle elezioni-truffa del 2018 e che deve essere rinnovata per intero. Poi ha visto i rappresentanti delle confessioni religiose, le organizzazioni sindacali e vari esponenti della società civile.

Ha in programma anche un confronto con il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovi di Kinshasa, e con la Conferenza episcopale congolese, che ha criticato aspramente il processo elettorale e il voto del 2018.

«Tra gli uccisi nel raid di venerdì scorso – sottolinea padre Gaspare – c’è anche il catechista Richard Kisusi della parrocchia di Maboya sulla strada che va verso l’Uganda. È stato legato, insieme ad altre persone, davanti alla chiesa e poi ucciso. Aveva finito, giusto il 24 ottobre, il corso di formazione annuale al centro catechistico di Butembo. E aveva ricevuto insieme a 65 catechisti l’attestato di partecipazione e l’accreditamento a poter esercitare la funzione di animatore catechista nella parrocchia di Maboya. Era un ragazzo molto intelligente, gioioso, amava la musica. Io stesso gli ho insegnato liturgia e missiologia: spiccava tra i suoi compagni. Lo affidiamo alla misericordia del Signore insieme con tutte le persone uccise. E ci auguriamo che la comunità internazionale e lo stato congolese possano intervenire e mettere fine a questi massacri attuati per occupare terre e sfruttare le risorse minerarie della regione».

Vista dalla capitale Kinshasa e vista dal Nord Kivu, la Repubblica democratica del Congo non sembra le stessa nazione.

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Prigioni segrete e torture (in Ciad) - Pyrrhus Banadji Boguel (Commissione nazionale dei diritti dell’uomo)

 

 

L’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans), che risponde direttamente al presidente, gestisce prigioni parallele dove infligge sevizie ai detenuti. Lo afferma un rapporto della Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo. Due ex prigionieri raccontano che cosa succede in quelle celle.

 

La Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo (Ctddh) ha di recente reso pubblico un rapporto in cui afferma che ci sono prigioni segrete, gestite dall’Agenzia nazionale di sicurezza, (Ans) che sono vere e proprie anticamere della morte.

Il ministro della giustizia non ha negato l’esistenza di queste prigioni, ma ha detto che i detenuti sono «trattati bene». Affermazione che ha provocato la reazione di persone che sono stati ospiti delle prigioni dei servizi di sicurezza. Due di loro hanno accetto testimoniare apertamente.

Una delle prigioni segrete è sulla via Farcha, nella capitale N’Djamena, di fronte al ministero dei lavori pubblici. Nelly Versinis Dingamnayal, presidente del Collettivo contro il carovita, vi è stato rinchiuso la prima volta nell’aprile 2017 per aver organizzato uno sciopero dei commercianti. Daniel Ngadjadoum, esponente del partito Federazione per la repubblica, era finito il quella prigione nel febbraio 2017 per aver tenuto un convegno sul governo del presidente Idriss Déby, al potere da trent’anni.

Le loro versioni concordano. Entrambi assicurano che sono stati condotti in questo centro di detenzione con gli occhi bendati. Una volta sul posto sono stati «gettati» in una piccola cella sovraffollata. Dingamnayal ha detto ai microfoni di Radio France Internationale: «Ero ammanettato e la prigione era lugubre, scura».

Le sevizie, programmate tra le 23 e le 4 del mattino, sono iniziate fin dal primo giorno. Racconta Ngadjadoum: «Peperoncino negli occhi, bastonate, cavi elettrici… mi hanno infilato un tubo nel ventre e versato acqua del rubinetto a forte pressione, poi mi hanno tolto il tubo e incominciato a calpestare il mio ventre…».

Una variante dei supplizi era cospargere un sacchetto di plastica di peperoncino in polvere e infilare il sacchetto sulla testa della vittima, testimonia Dingamnayal. E durante la detenzione veniva dato un solo pasto al giorno.

Sia Dingamnayal che Ngadjadoum sono figure pubbliche e quindi i media locali, seguiti da quelli internazionali, si sono interessati al loro caso e lo hanno rilanciato. All’epoca, dei medici hanno potuto verificare la gravità delle torture subite dai due, che hanno sporto denuncia. Ma finora, assicurano, non si è mosso nulla.

 

I limiti del mandato

L’Agenzia nazionale di sicurezza è stata creata nel 1993 con il decreto 302 e in seguito ristrutturata con un altro decreto nel gennaio del 2017. Secondo l’articolo 2 di quest’ultimo decreto, l’Ans è un servizio speciale che ha la missione di contribuire alla protezione delle persone e dei beni oltre che alla sicurezza delle istituzioni della repubblica.

L’Ans esercita le sua funzione nel quadro della legge e degli impegni internazionali che il Ciad ha sottoscritto. Contribuisce inoltre, in collaborazione con altri servizi dello stato, al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della tranquillità pubblica. L’Agenzia risponde direttamente alla presidenza della repubblica.

Tra le sue attribuzioni quelle di ricercare, raccogliere e utilizzare le informazioni che hanno a che vedere con la sicurezza dello stato; di rilevare, prevenire e anticipare ogni azione sovversiva e destabilizzante, diretta contro gli interessi vitali dello stato.

L’articolo 7 del decreto specifica che la missione dell’Ans deve attuarsi nel rispetto dei diritti dell’uomo. E l’articolo 8 dice che l’Ans ha il potere di procedere all’arresto e alla detenzione di persone sospettate di rappresentare una minaccia, reale e potenziale: il tutto nel rispetto delle leggi della repubblica.

Quando l’Ans detiene persone in maniera arbitraria e illegale, e infligge trattamenti inumani e degradanti, oltrepassa i limiti del suo mandato. Per questo la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha chiesto ufficialmente di poter visitare le prigioni dell’Ans. Finora non ha ricevuto risposta.

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Etiopia, la crisi si aggrava - Bruna Sironi

 

Il conflitto interno, allargatosi nei giorni scorsi all’Eritrea, rischia di fare da detonatore per l’intera regione, dal Sudan alla Somalia

 

In meno di due settimane la crisi etiopica è diventata una crisi regionale che coinvolge l’Eritrea e il Sudan, mette in gioco la sicurezza della Somalia e, in modo indiretto, anche quella del Kenya e forse di Gibuti.

Un’escalation che con ogni probabilità non era nelle intenzioni del primo ministro Abiy Ahmed, quando, lo scorso 4 novembre, ha ordinato all’esercito federale di riportare l’ordine nel Tigray, ma che molti osservatori paventavano.

Il braccio di ferro tra Addis Abeba e Macallé (capitale del Tigray) era diventato così grave che non si poteva pensare che si sarebbe risolto con un’operazione chirurgica, alla fine della quale la regione “ribelle” si sarebbe adeguata alle disposizioni del governo federale.  Infatti, in pochi giorni si è superato di molto il punto in cui la controversia poteva essere rapidamente composta grazie a pressioni internazionali e mediazioni regionali.

E’ impossibile, ad esempio, prescindere dalle atrocità commesse in questi pochissimi giorni di conflitto, che hanno già spinto più di 20mila persone a cercare rifugio oltre confine, in Sudan, dove, secondo agenzie dell’Onu competenti, si prospetta l’ennesima crisi umanitaria della regione.

Alcuni episodi sono diventati di dominio pubblico nonostante l’isolamento del Tigray – causato dalla chiusura dello spazio aereo, delle linee telefoniche e della rete internet – come i bombardamenti di basi militari che avrebbero fatto invece molte vittime civili, o il massacro di decine, forse centinaia, di persone nella cittadina di Mai-Kadra, al confine con la regione Amhara.

Crimine denunciato da Amnesty International, che ne attribuisce la responsabilità a milizie fedeli al Tplf, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, pur sottolineando che è stato impossibile finora confermarne i dettagli in modo indipendente.

I profughi nei campi sudanesi ne danno una versione differente. Secondo interviste a testimoni oculari raccolte dalla Reuters, l’attacco ai civili, comprese donne e bambini, sarebbe stato fatto da milizie amhara allineate con l’esercito di Addis Abeba.

Nella crisi etiopica si combatte infatti anche una guerra a colpi di notizie false e di mistificazioni, in cui è quasi impossibile districarsi. Il ginepraio più fitto riguarda probabilmente il coinvolgimento dell’Eritrea, dato per scontato dal governo del Tigray fin dal primo giorno della crisi, ma sempre negato dagli accusati.

La scorsa settimana un sedicente giornalista del canale arabo della televisione governativa eritrea aveva fatto circolare sui social media la notizia che l’esercito di Asmara si era ormai attestato a Badme, la cittadina simbolo della guerra di confine del 1998/2000, assegnata all’Eritrea dal tribunale dell’Aja, ma che i tigrini non avevano mai voluto restituire, neppure dopo la pace siglata tra i due paesi nel 2018.

Il post, che aveva scatenato l’entusiasmo social dei nazionalisti eritrei, non è mai stato né confermato né smentito dagli interessati e, in mancanza di  fonti attendibili, non è stato ripreso da nessun mezzo di informazione indipendente. Una provocazione? L’indizio dell’obiettivo di un eventuale intervento eritreo? Tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella che in realtà si trattasse di uno specchietto per le allodole a copertura di sviluppi futuri.

Sta di fatto che la narrazione del coinvolgimento eritreo ha determinato la regionalizzazione conclamata del conflitto. Sabato 14 novembre, verso sera, Asmara è stata colpita da almeno tre missili partiti dal Tigray. Obiettivi: l’aeroporto internazionale e il ministero dell’Informazione, che, particolare non irrilevante, si trova in città.

Nulla si sa ufficialmente di danni e vittime. Le autorità eritree minimizzano, ma testimoni in loco parlano di diversi feriti. L’attacco è stato rivendicato dal presidente tigrino Debretsion Gebremicael – destituito con l’intera giunta regionale e colpito da un mandato di cattura – con un discorso ufficiale alla televisione della regione. Se davvero l’Eritrea si era finora tenuta al di fuori dalla crisi etiopica, ora avrà un ottimo argomento per intervenire con tutto il suo apparato militare.

Più tardi la stessa tivù ha presentato un gruppo di presunti prigionieri di guerra eritrei. Ma è impossibile distinguere un giovane eritreo da un giovane tigrino, che non differiscono in nulla fisicamente e parlano la stessa lingua. Nel comunicato con cui il primo ministro Abiy Ahmed ufficializzava l’intervento dell’esercito federale nella regione si accusava il Tplf di aver fatto confezionare divise eritree proprio allo scopo di mistificare la realtà.

Probabilmente l’unica cosa certa tra tante notizie controverese e impossibili da verificare è che ormai neppure Abyi Ahmed crede che la crisi nel Tigray possa essere risolta velocemente, sostituendo il governo regionale e portando in tribunale i responsabili della “ribellione”, come, con ogni probabilità, si proponeva di fare.

Ed è anche possibile che si trovi in difficoltà sul piano militare perché potrebbe aver perso il pieno controllo degli uomini del contingente del nord, di stanza a Macallé, il nerbo del suo esercito. Le autorità tigrine, infatti, hanno dichiarato che molti militari del contingente hanno disertato unendosi alle loro milizie – Addis Abeba ha fermamente smentito -, mentre quelle sudanesi hanno fatto sapere che tra i profughi civili che hanno passato il confine ci sono anche un certo numero di militari, a cui è stato chiesto di consegnare le armi.

Sta di fatto che Abiy ha deciso di richiamare il contingente etiopico che dal 2006 era di stanza in Somalia, dove contribuiva alla stabilizzazione del paese e alla lotta al terrorismo. Il governo di Mogadiscio si trova perciò ora più esposto in un momento critico, il periodo pre elettorale – le elezioni sono previste a febbraio – mentre assiste ad un intensificarsi degli attacchi del gruppo al-Shabaab. Se in Somalia diventa impossibile controllare il territorio, anche per il Kenya diventa più difficile evitare gli sconfinamenti dei terroristi nel paese.

La crisi etiopica rischia, insomma, di innescare una vera e propria cascata di cause concatenate di destabilizzazione in tutta la regione, che è già tra le più problematiche del continente.

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I redditizi affari di al-Shabaab - Bruna Sironi

 

Tasse, estorsioni, traffici illeciti. Il movimento terrorista somalo si è trasformato negli anni in una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, in grado di guadagnare cifre astronomiche che reinveste in immobili e altre attività regolari. Soldi che vengono movimentati anche tramite il sistema bancario nazionale

 

Da anni il Consiglio di sicurezza dell’Onu segue con particolare attenzione la Somalia, avvalendosi di gruppi di esperti in grado di analizzare l’evolversi della situazione in relazione alle risoluzioni dell’Onu che riguardano il paese in settori chiave quali la sicurezza, il commercio delle armi, il controllo del territorio, la minaccia terroristica. Grande attenzione è riservata all’evoluzione del gruppo al-Shabaab, il primo e più importante alleato di al-Qaeda nell’Africa Orientale.

Negli ultimi rapporti presentati dagli esperti al Consiglio di sicurezza è emerso un crescente rafforzamento economico del gruppo. In pochi anni – dal 2006, quando è nato dalle milizie giovanili dell’Unione delle corti islamiche sconfitte dal governo federale di transizione, e per suo conto dall’esercito etiopico sostenuto dalla comunità internazionale – al-Shabaab ha organizzato una specie di “stato parallelo” capace di imporre tasse e balzelli non solo nel vasto territorio controllato, ma fin nei gangli economici del paese, quali il porto e i mercati di Mogadiscio, di Kisimayo e di Baidoa.

Il gruppo è stato anche in grado di differenziare le sue fonti di finanziamento. Fino ad un paio d’anni fa, la maggiore, o la più conosciuta, era costituita dai balzelli sul commercio del carbone di legna, raccolti durante il trasporto al porto di Kisimayo, da dove la merce partiva soprattutto verso la Penisola Arabica e gli Emirati del Golfo.

Fonti credibili stimano che il traffico del carbone abbia fruttato almeno 7 milioni di dollari all’anno al gruppo terroristico. La fonte di finanziamento era così importante che nel 2012 l’Onu bandì il suo commercio, che però continuò illegalmente, e continua anche adesso, seppur con maggiori difficoltà, grazie alla connivenza di molti nel paese e tra il personale del contingente della missione di pace Amisom che pure ne traevano, e ne traggono, un notevole vantaggio economico.

Secondo rapporti diffusi recentemente dalla commissione di esperti Onu e dall’istituto Hiraal, un centro di ricerca specializzato in analisi sulla sicurezza in Somalia e nei paesi del Corno d’Africa in generale, ora al-Shabaab è in grado di raccogliere almeno 15 milioni di dollari al mese, una cifra pari al gettito fiscale del governo ufficiale. Almeno la metà dei fondi provengono dalla capitale, Mogadiscio.

I proventi sono raccolti con la minaccia, e se necessario con la violenza, imponendo quello che noi in Italia chiameremmo “il pizzo” a tutti coloro che hanno attività economiche, non solo nelle zone rurali controllate ma anche nelle zone urbane e nella stessa capitale.

Il gruppo è stato in grado di infiltrarsi nelle istituzioni del paese, come ad esempio gli uffici doganali del porto di Mogadiscio, da cui passa la maggior parte dei beni importati ed esportati dal paese, in modo da avere le informazioni necessarie per imporre i propri balzelli in modo proporzionale al giro d’affari.

Per i riscossori del gruppo, un container da 40 piedi “varrebbe” 160 dollari, uno da 20, 100 dollari. Lo affermano diversi commercianti, testimoni in inchieste giornalistiche credibili, i quali aggiungono che al-Shabaab avrebbe accesso alle informazioni ufficiali degli agenti portuali e saprebbe sempre con precisione a chi rivolgersi per la riscossione. Lo stesso avviene praticamente in tutti i settori economici.

Secondo gli ultimi rapporti, tutte o quasi le maggiori compagnie del paese pagano mensilmente una tangente ad al-Shabaab e annualmente versano una sorta di zaqat, il contributo dovuto da ogni buon musulmano per il sostegno degli indigenti, pari al 2,5% del proprio giro di affari. Nelle zone controllate dal gruppo, perfino i comandanti di contingenti militari pagherebbero, pur di salvaguardare la sicurezza propria e quella dei propri uomini.

Ma questa dinamica, da molti osservatori definita come mafiosa, era già conosciuta. Nell’ultimo periodo è stata probabilmente resa più efficace e capillare, grazie alla crescente influenza del gruppo anche nelle zone controllate dal governo

La novità degli ultimi rapporti riguarda piuttosto l’investimento delle risorse nel settore edilizio ed immobiliare e nel commercio, compreso quello che alimenta i maggiori mercati della capitale e del paese, facendo transitare ingenti somme, si direbbe in modo regolare, attraverso il sistema bancario ufficiale somalo, nonostante una legge varata nel 2016 abbia l’obiettivo proprio di impedire le operazioni finanziarie di gruppi terroristici.

I ricercatori hanno seguito in particolare le operazioni di due conti correnti aperti presso la Salaam Somali Bank. Su uno, quest’anno, in un periodo di due mesi e mezzo, sono transitati 1,7 milioni di dollari che potrebbero essere frutto della raccolta della zakat. Sull’altro, che potrebbe essere stato aperto per le tangenti raccolte al porto di Mogadiscio, sono stati depositati 1,1 milioni di dollari da metà febbraio alla fine di giugno di quest’anno.

Complessivamente sono state effettuate 128 operazioni nelle quali sono stati mossi più di 10mila dollari, l’ammontare massimo, oltre il quale avrebbero dovuto scattare i controlli dell’autorità competente, il Financial reporting centre. La responsabile del centro, Amina Ali, cui l’agenzia Reuters ha chiesto se i conti erano stati chiusi, si è limitata a dire, in modo evasivo, che “tutti i passi necessari sono stati fatti”.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere dei servizi di intelligence somali e fondatore dell’istituto Hiraal, al-Shabaab si è dimostrata molto efficiente nel raccogliere soldi. Ed è ormai risaputo che ne raccoglie molti più di quanti gliene servano per gestire la propria organizzazione.

Secondo i rapporti citati, l’anno scorso avrebbe speso circa 21 milioni di dollari per sostenere circa 5mila miliziani e per l’organizzazione di operazioni terroristiche nel paese e nella regione. Circa un quarto della somma sarebbe andata ai suoi propri servizi di spionaggio, l’Amniyat intelligence.

Dell’ingente surplus, una parte sarebbe ben investita, e un’altra, afferma Hussein Sheikh Ali «… crediamo che potrebbero mandarla ad al-Qaeda».

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