Visualizzazione post con etichetta Marco Aime. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marco Aime. Mostra tutti i post

sabato 4 ottobre 2025

Pensavo che l’umanità fosse finita a Gaza, poi qualcosa è accaduto – Marco Aime

 

Lo ammetto, fino a qualche giorno fa mi ero convinto che dopo Gaza non avremmo più dovuto né potuto usare la parola “umanità”, in nessuna delle sue accezioni. Al di là del mero dato scientifico biologico, che ci assegna alla stessa specie, il genere umano (“il complesso di tutti gli uomini viventi sulla terra”, dice la Treccani); non avremmo più potuto affermare di appartenere a una stessa comunità “umana”. Non ne avremmo più avuto il diritto. Una comunità si fonda, innanzitutto dell’altro come nostro simile. Come qualcuno con cui si ha qualcosa da condividere e questo oggi non sta accadendo. Non siamo stati capaci di condividere questo senso di appartenenza e fino a poco fa non ne saremmo neppure più stati degni.

Lo stesso valeva per l’altra accezione: “Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini”. Umanità racchiude un insieme di valori che si contrappongono alla brutalità, all’egoismo, alla cattiveria, alla brutalità. Anche qui sembrava avessimo fallito. Fallito per menefreghismo, indifferenza, disattenzione, cose ancora peggiori della violenza esercitata dalle truppe israeliane.

Invece, qualcosa è accaduto. Mi sono tornati in mente i versi di Francesco De Gregori “E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia) / quando si tratta di scegliere e di andare / te la ritrovi tutta con gli occhi aperti / che sanno benissimo cosa fare”. Sì, nelle strade, nelle piazze abbiamo dimostrato che sappiamo cosa si deve fare e se chi governa finge che nulla sia accaduto, significa che la parola “democrazia” si sta svuotando dei suoi valori. Sì, perché non basta andare a votare ogni 4-5 anni per essere democratici, se non si ascoltano le istanze di decine di migliaia di donne e uomini che sono scesi a manifestare il loro sdegno non solo per il genocidio in corso, ma per l’indifferenza del governo, per non dire della sua complicità.

Democrazia non significa dittatura della maggioranza, perché un simile atteggiamento conduce a una forma di fondamentalismo democratico, che è tutt’altra cosa, vedi Trump e la sua accolita. Peraltro, di fronte a una così imponente mobilitazione spontanea, nata senza il supporto di partiti o sindacati, non può essere liquidata con la scusa di qualche episodio fuori dal coro. Lasciando perdere l’attribuzione della violenza alla sola sinistra, da parte di chi continua a negare le peggiori stragi che hanno colpito il nostro Paese, è meschino e dilettantesco tentare di sviare l’attenzione con trucchetti di bassa lega. Sì ci sono stati episodi deprecabili, ma non si ha il diritto di definire violenza qualche vetro rotto, dopo mesi di silenzio su migliaia di vite spezzate. No.

Un governo sanamente democratico dovrebbe prendere atto che una buona fetta della popolazione, generazioni diverse, appartenenze diverse, ha voluto esprimere solidarietà alle vittime del genocidio in corso per mano del governo israeliano, ma anche lo sdegno per l’indifferenza manifestata dai vertici dello Stato, asservito a interessi politici ed economici. Quelle piazze gremite hanno urlato che ci sono altri valori da difendere al di là delle alleanze di convenienza, che il dolore di quelle donne, uomini e bambini massacrati ogni giorno è e deve anche essere in nostro dolore.

Che la parola “umanità” ha ancora un senso. Forse non ce l’ha per chi commenta con toni sprezzanti certe dichiarazioni considerate “buoniste”, non ce l’ha chi irride chi vuole la pace.
Non ci aspettavamo di meglio da loro, anche se in fondo lo avremmo sperato. Quello che conta è che da quelle piazze è partito un grido forte, che risuona in tutto il Paese. Continuiamo a urlarlo, che risuoni per altre piazze, in altre strade. Servirà.

La storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

da qui

giovedì 14 agosto 2025

BDS contro gli USA


di Francesco Masala (disegno di MrFish)

Ho letto con attenzione e partecipazione la proposta di Marco Aime sul boicottaggio delle multinazionali USA (qui) e mi viene in mente qualche pensiero.

Visto che non possiamo aspettarci niente dai nostri governi, servi del padrone a stelle e strisce senza nessuna dignità, ho pensato a cosa poter fare, nel nostro piccolo (come colibrì, citando la storiella che racconta Marco Aime), per boicottare il Moloch USA (notoriamente il paese più terrorista del mondo) e anche decolonizzare le nostre menti.

Come spiega chiaramente Federico Greco (qui) il cinema che arriva dagli Usa, quando autorizzato dalla CIA, o da qualche loro agenzia, è uno strumento per colonizzare il nostro immaginario, penso per esempio ai film dei supereroi, declinati nei nostri cinema in mille salse (sono i film che attirano più spettatori, soprattutto fra i giovani).  Lasciamo perdere questi film tutti uguali, e in fondo noiosi, e ascoltiamo gli eroi di Caparezza (qui).

Già ci manca Goffredo Fofi, per orientarci nelle ideologie che stanno dietro alle produzioni cinematografiche (e magari nei film e nelle serie che inondano le nostre case).

 

Mi vengono un paio d’esempi terra terra.

Vi sarà capitato, al supermercato, di trovare confessioni di frutta secca e anche di prugne che arrivano dalla California (quello stato dove le città hanno nomi ispanici, i braccianti sono ispanici, ma non è uno stato del Messico), perché non lasciare quelle buste colorate al supermercato?

E Amazon, che arriva nelle case di tutti, perché non comprare le stesse cose in un negozio, o dal sito dell’impresa produttrice?

La retorica della consegna fino a casa è nei tanti posti di lavoro che si creano (Ken Loach insegna), la stessa che si usa per i centri commerciali, quanta occupazione nuova creano! Peccato che per ogni posto di lavoro, spesso precario, se ne cancellano cinque nella piccola distribuzione, desertificando città grandi e piccole.

Ma torniamo ad Amazon, smettiamo di comprare da Bezos, che con i nostri soldi si può comprare Venezia, deamazoniamoci.

So che sembra una lotta contro i titani, ma le vittorie dei lillipuziani contro il gigante Gulliver potrebbero ispirarci.

 

 

E poi, qualcuno si ricorda che la strategia della tensione è opera della CIA e della Nato (qui)?

Che gli Usa hanno basi militari in Italia e siamo un paese a sovranità molto limitata, come Panama, per esempio.

 

 

Che dietro tutte le stragi e gli omicidi eccellenti, da Mattei a Moro, da Falcone a Borsellino, c’è una manina o una manona a stelle e strisce?

 

Diceva Henry Kissinger: Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale.

Chissà se riusciremo mai a essere meno amici degli Usa, a ideare e far funzionare un BDS contro gli Usa, sul modello del BDS contro lo stato genocida d’Israele.

venerdì 13 giugno 2025

Ma il 2 giugno non dovrebbe essere una festa di popolo? - Marco Aime

 

Siamo al 2 giugno. Settantanove anni fa nasceva la Repubblica italiana, «fondata sul lavoro» e «che ripudia la guerra». La ricorrenza quest’anno cade in un momento cupo, spazzato da venti di guerra, ma proprio per questo sarebbe un’ottima occasione per dare un segnale forte, a tutti, di cosa dovrebbe essere questo paese.

Il 2 giugno è il rituale più importante, quello dove la Repubblica celebra sé stessa. I rituali di rappresentazione sono uno degli elementi fondanti di qualsiasi società, delle piccole comunità di villaggio come dei moderni stati nazione, in questo caso con i loro inni nazionali, le bandiere, le parate militari, che mettono in scena, visivamente, l’apparato governativo. Infatti, è questo lo scopo del rituale: “mettere in scena”, nel senso teatrale del termine, rappresentare la struttura ufficiale di una società. Come ci ha brillantemente spiegato Benedict Anderson, le comunità sono in gran parte immaginate, e la nazione più di altre, ma tutte hanno bisogno, in qualche momento, di essere reificate per essere visualizzate e percepite nella loro esistenza reale. Il rituale mette in scena un apparato simbolico, che agisce sulla base di astrazioni, che vanno, appunto, intuite, più che ricercate razionalmente.

Da sempre in questa occasione a sfilare sono i militariCome a dire che uno Stato serve essenzialmente a fare la guerra. Ripudiare la guerra non significa rinunciare ad avere un esercito, però un conto è prevedere un corpo di difesa, un altro è celebrarne la centralità repubblicana, come si può evincere dalla manifestazione del 2 giugno. Una centralità e una dichiarazione di superiorità rispetto alle altre categorie: la morte di un militare viene celebrata con inni, bandiere e tutti gli onori, alla presenza di qualche carica dello Stato, Se muore un operaio, no. Eppure, è anche fondata sul lavoro la nostra Repubblica.

I rituali, per entrare a far parte della percezione collettiva, necessitano di canoni regolari, devono essere codificati, presentare una certa ripetitività che ne affermi la permanenza ela costanza nel tempo. Per dirla con Claude Lévi-Strauss, il rituale ha sempre in sé «un aspetto maniacale e disperato» proprio a causa di questa ripetitività che ne caratterizza le procedure, il rituale, nutre illusione che sia possibile ripercorrere a ritroso un mito, ristabilire il continuum, a partire dalle discontinuità. Un’illusione dunque, ma allora perché non provare a illuderci in modo diverso?

Perché per mettere in scena chi siamo davvero non facciamo sfilare quei medici e infermieri che solo qualche hanno fa hanno salvato molti di noi, che chiamavamo “angeli”, “eroi”, senza poi nemmeno riconoscere loro un salario dignitoso; perché non facciamo sfilare gli insegnanti, che ogni giorno si battono per tenere in piedi una scuola che tutti cercano di demolire e che, nonostante tutto, riescono a dare una buona educazione ai nostri figli; perché non gli operai e le operaie che lottano per il posto di lavoro; i giovani che cercano un futuro, trovando sempre meno appigli a cui aggrapparsi, i contadini, gli artigiani. L’Italia è fatta dalla gente che la tiene in vita, non solo dai militari e proprio perché vorremmo distinguerci dai tanti, troppi, che invocano un riarmo globale, facciamo sfilare i militari, si, anche loro, ma disarmati. Con la bandiera della pace.

La troppa ufficialità relega la commemorazione a un affare di Stato e la presenza di soli corpi militari non avvicina certo quello Stato alla gente. Non dimentico che questa Repubblica è nata da una guerra e da una coraggiosa resistenza, ma il paese è cresciuto con la pace e il lavoro di molti. Facciamoli partecipare a questa festa e forse, in molti, saremmo meno diffidenti nei confronti dello stato.

da qui

martedì 18 marzo 2025

Due o tre cose sull’Europa – Marco Aime

 

Dicono: difendiamo i valori dell’Europa e tutti ad applaudire. Ma quali? Silenzio. Questo appello generico mette in evidenza nient’altro che un mai sopito eurocentrismo, un malcelato senso di superiorità spesso sbandierato, senza dubbio alcuno, da quei giornalisti televisivi glamour, che iniziano un articolo, dicendoci che mentre accompagnavano il cane a Central Park…

Sacrosanto difendere dei valori, ma prima di scendere in piazza, decidiamo per quali di essi vale la pena per lottare e per quali, forse, dovremmo addirittura chiedere scusa. Ha scritto il grande storico inglese Arnold Toynbee:

«Non è stato l’Occidente a essere colpito dal Mondo, è il mondo che è stato colpito – e duramente colpito – dall’Occidente».

La tratta degli schiavi fu condivisa da molti Paesi europei, così come il colonialismo e le violenze a esso connesse. Il razzismo istituzionalizzato e non fa anche parte della nostra storia, come i gulag sovietici, come il massacro di Srebreniça, il terrorismo basco, irlandese, italiano. In uno struggente passaggio de Gli aquiloni, Romain Gary scrive: «Si dice che la cosa più tremenda del nazismo sia il suo lato disumano. Sì. Ma ci si deve arrendere all’evidenza: questo lato disumano fa parte dell’umano. Fintantoché non si riconoscerà che la disumanità è cosa umana, si resterà in una pietosa bugia». Non solo il nazismo è stato disumano, è stato anche un valore espresso dall’Europa, come il fascismo.

Che dire poi di un’Europa come quella attuale, che studia ed elabora sempre nuovi metodi per respingere persone che sfuggono a vite dolorose e spezzate, spesso anche a causa dello sfruttamento di imprese europee, dimenticandosi il valore della solidarietà umana? Questo sì un valore che si dovrebbe difendere. E che dire di un’Europa rimasta assolutamente indifferente di fronte al massacro di Gaza?

La democrazia, certo, è un valore da difendere, ma attenzione, perché considerarlo solo ed esclusivamente una nostra creazione? Ne La democrazia degli altri il premio Nobel Amartya Sen ci spiega come presso altre culture, esistevano ed esistono forme di gestione, basate su principi diversi da quello elettivo, che possono però essere definite a tutti gli effetti “democratiche”, se non si riduce il concetto di democrazia alla semplice pratica del voto. Sen riporta esempi riguardanti l’India del III secolo a.C., sotto l’imperatore Ashoka, il Giappone del VII secolo e la Cina antica, dove la discussione pubblica era frequente e la partecipazione aperta a tutti i cittadini. La democrazia, secondo Sen, è innanzitutto discussione pubblica. In molti villaggi africani, le assemblee collettive vedono la partecipazione di tutti gli uomini e anche nelle situazioni più moderne, in cui le comunità si trovano a votare i loro rappresentanti in parlamento, spesso le decisioni vengono prese in modo collettivo, a dispetto della segretezza del voto, importata dal modello occidentale.

«La storia del mondo va da Oriente a Occidente – ha scritto Hegel -, L’Europa è assolutamente la fine della storia del mondo, così come l’Asia ne è il principio». Ogni angolo di mondo, in realtà, ha espresso valori condivisibili da tutti e altri che trovano un senso solo nella dimensione culturale che li esprime. «Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo» ha detto Nelson Mandela, uno che ha saputo superare i ristretti confini del nazionalismo, dell’etnicità, dell’identitarismo.

Scendiamo in piazza per difendere i valori di un’umanità condivisa, anche dell’Europa, ma non solo dell’Europa.

da qui


domenica 25 febbraio 2024

Le nuove forme del fascismo - Marco Aime

 

Continuiamo pure a dire che non è vero che ci sono fascisti, che il fascismo è una cosa del passato, che figuriamoci se oggi… La sostituzione etnica? Ma sono modi di dire, non pensava davvero a quello; la limitazione alla libertà di stampa? In fondo a chi interessa, i giornalisti poi si sa, sono antipatici ai più. Bocciare gli studenti che protestano? Censurare ogni voce che non corrisponda al dettato del governo? Infischiarsene delle regole (me ne frego!); ostentare frasi razziste (“È ora che gli italiani si proclamino francamente razzisti” recitava il punto 7 del Manifesto della razza).

No, si fa finta di niente, si sminuisce, si ha quasi paura di dire che il dettato democratico si sta incrinando e dalla crepa che si apre inizia fuoriuscire un alito pericoloso, infetto. Non solo in Italia, in tutta Europa. In una bellissima lezione sugli ultimi mesi prima della Seconda Guerra Mondiale, Alessandro Barbero metteva in rilievo come i primi atti di Hitler fossero stati sottovalutati, sminuiti, fino a trovarsi poi travolti da un conflitto planetario. Anche in Italia si sottovalutò l’ascesa di Mussolini o peggio la si agevolò, purché non vincesse la sinistra, per poi trovarsi per vent’anni sotto una dittatura. Oggi purtroppo non è certamente la paura della sinistra a favorire l’ascesa delle destre, è la perdita della memoria, la stanchezza del pensiero, l’ignavia collettiva, la privatizzazione delle nostre vite. “C’è solo la strada…” cantava il compianto Giorgio Gaber, ma le strade sono percorse da auto frettolose di tornare nelle case. Gli sguardi sono fissi sullo smartphone, non sulle piazze.

È in questo disinteresse, in questa tendenza a non dare importanza, che rinasce il pericolo di un tempo. Quello che Umberto Eco ha chiamato l’UR-Fascismo, quello per cui il disaccordo è tradimento, che guarda con sospetto la cultura – abbiamo un ministro delle Infrastrutture che si vanta di non avere letto libri -, che privilegia il binomio “terra e sangue”, che parla una lingua povera o peggio la neolingua di orwelliana memoria: dire una cosa pensandone un’altra, camuffare la realtà con parole false.

“L’UR-Fascismo può ancora ritornare sotto le spoglie più innocenti” scrive Umberto Eco, parafrasando Primo Levi (“È accaduto, può accadere ancora”), ma conclude: “Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme ogni giorno, in ogni parte del mondo…”.

da qui

giovedì 1 giugno 2023

Il confine del colore - Marco Aime, Davide Papotti

 

Una sera ho deciso di telefonare a Pierre, un mio amico d’infanzia.
«Ciao Pierre, come stai?»
«Ciao Lilian, bene e tu?»
«Senti, posso farti una domanda?»
«Dimmi.»
«Pierre, tu sai di essere bianco?»
Percepisco un’esitazione dall’altra parte del filo.
«In che senso? Non capisco…»
«Pierre, sei d’accordo che io sono nero?»
«Beh, sì.»
«Se io sono nero, tu cosa sei?»
«Beh… io sono normale.»
Sono scoppiato a ridere.
«Tu sei normale? Quindi io non sono normale?»
«No, non volevo dire questo…».

Questa bizzarra, ma significativa, conversazione è riportata da Lilian Thuram nel suo libro Il pensiero bianco, in cui riflette sulla percezione del colore della pelle e sulle sue storiche conseguenze.

La pelle è l’ultimo confine tra noi e il mondo, ciò che separa il nostro essere dall’ambiente, ed è la prima cosa che vediamo di un essere umano al primo incontro, ciò che lo individua. Per questo ha finito per assumere una così grande importanza nella nostra percezione dell’altro. Non stupisce, quindi, che i primi esploratori, incontrando genti diverse, rimanessero colpiti dal colore della loro pelle. Il colore conta, conta molto, perché spesso associamo alle diversità cromatiche significati profondamente culturali.

In una scena del celebre film di Richard Attenborough Grido di libertà, durante il processo al leader antiapartheid Steven Biko, il giudice accusatore si rivolge al fondatore di Black Consciousness in tono provocatorio, dicendo: «Perché vi definite neri? Siete più marroni che neri». «E voi perché vi definite bianchi? Siete più rosa che bianchi» è la risposta di Biko. Come si vede, però, non si tratta solo di una questione cromatica pura e semplice, perché i colori non esistono di per sé. «Il colore deve essere visto» ha scritto Walter Benjamin, esiste nel momento in cui il nostro cervello elabora le informazioni che provengono dall’osservazione di un oggetto. In effetti, i colori non sono come sono, ma come noi li percepiamo. «La sensazione del colore è fisica; la percezione del colore è culturale», perciò, come ha detto Vasilij Kandinsky, «il colore è un potere che influenza direttamente l’anima».

Peraltro, se prendiamo in esame le prime forme di classificazione razziale attuate dagli scienziati del diciottesimo secolo (ma ancora nel diciannovesimo), scopriamo che si basavano fondamentalmente sulla collocazione geografica e sul colore a partire da Linneo, che stabilì l’esistenza di quattro razze umane: Europeus albusAmericanus rubescensAsiaticus fuscus (luridus); Africanus niger. Così, a partire dalle prime teorie razziali, il colore è diventato un forte indicatore di differenza, che dal piano visivo si sposta a quello culturale e politico. Inutile dire che a soffrire più di tutti di questa discriminazione è stata la gente dalla pelle scura. La sua visibilità, nel mondo dei bianchi, è già indice di condanna e inferiorizzazione a seguito di secoli di persecuzioni subite, proprio da parte di chi ha la pelle chiara.

Possiamo tranquillamente affermare che le espressioni razziste sono intrise, in modo conscio o inconscio, del rapporto di forza tra Occidente e Africa. Così, in Occidente il nero è il colore del lutto, da bambini ci spaventano con l’uomo nero; inoltre, aggiunto come aggettivo, nero rende il concetto negativo, illegale: lavoro nero, mercato nero, cambio nero, pagamento in nero… Le cose non migliorano con l’utilizzo di un linguaggio politically correct: infatti si usa l’espressione «afro-americano», ma nessuno si sognerebbe di definire Robert De Niro «euro-americano» o Bruce Lee «asio-americano». Come scrive Amin Maalouf: «Negli Usa avere antenati yoruba o hausa è indifferente: sei nero. Per i bianchi avere origini italiane, irlandesi o inglesi è diverso». I neri-africani sono tutti uguali, appiattiti e sovrastati nelle loro specificità dal colore della pelle.

Anche quando cerchiamo di addolcire il colpo, usando, eufemisticamente, ma sarebbe meglio dire ipocritamente, l’espressione «uomo (o donna) di colore», di fatto pensiamo solo ed esclusivamente a qualcuno che ha la pelle nera. Contemporaneamente il pensarci bianchi ci esime dal fardello di essere di qualunque colore, paradossalmente ci fa essere come privi di colore. Prendendo il colore della pelle come metro di distinzione, da un lato si finisce per accomunare tutti gli individui dalla pelle scura in un unico insieme, annullando le differenze (a volte anche marcate) che intercorrono tra di loro; dall’altro si riducono tutte queste persone a semplici corpi. La loro storia viene cancellata, le loro aspirazioni, i loro pensieri anche. Sono solo ed esclusivamente dei corpi, perlopiù estranei. È quello che Ta-Nehisi Coates, nel suo bellissimo e accorato Tra me e il mondo, vuole dire rivolgendosi a suo figlio: quel confine che separa i neri dal mondo dei bianchi passa proprio sulla linea della pelle. Una linea che, nella realtà quotidiana, si traduceva nella separazione sugli autobus, nei quartieri, per cui in seguito a una politica immobiliare mirata, i neri erano costretti ad abitare nei ghetti, per non parlare dell’apartheid sudafricano, dove ogni spazio era rigorosamente diviso.

Negli Stati Uniti, dove la discriminazione razziale era legalizzata fino alla metà del secolo scorso, è ancora diffusissima l’idea che sia scontata una dominazione anglo-protestante sugli americani con il trattino. L’immaginario razzista crea negli Stati Uniti una macchia indelebile: la linea del colore che trasforma il nero in negro. Come afferma lo scrittore e saggista James Baldwin: «Non ci sono negri al di fuori dell’America». Il negro, termine che assunse nel tempo una valenza profondamente spregiativa, è uno dei frutti amari del razzismo, che trasforma un dato di fatto epidermico, un colore, in una macchia di inferiorità, che legittima ogni forma di sfruttamento e di esclusione. Al contrario, essere bianco non si limita al colore della pelle, ma in molti casi indica un modo di pensare a sé stesso come dominante. Essere dalla parte giusta del confine, quindi essere normale, ecco cosa intendeva Pierre. Siamo ancora lontani dalle speranze di Martin Luther King: «Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità».

Anche i nativi americani hanno sofferto la linea del colore (oltre al fatto di essere chiamati «indiani»), in questo caso ancora più fasulla. Infatti, tale definizione (redskin) venne loro attribuita dai primi europei arrivati nelle terre che abitavano, per il fatto che alcuni di loro usavano talvolta dipingersi o decorarsi il volto con pigmenti rossi ricavati da terre o bacche colorate. A partire dalle guerre dei coloni con le tribù native (fine diciannovesimo – inizio ventesimo secolo) il termine «pellerossa» iniziò ad avere un significato sempre più negativo. Successivamente molti western hollywoodiani contribuirono non poco a diffondere l’immagine del pellerossa cattivo e pericoloso, mentre al contrario celebravano le gesta di un criminale come il bianco e biondo George Custer. Così come «negro» ha finito per indicare nient’altro che pelle nera, anche «pellerossa» ha assunto con il tempo un significato sempre più negativo.

Una cosa simile è accaduta agli asiatici. Tanto ne Il Milione che nei resoconti di Matteo Ricci, il gesuita del sedicesimo secolo che trascorse lunghi anni in Cina, leggiamo che gli asiatici sono «bianchi». A cambiare colore ai cinesi contribuirono alcuni resoconti di viaggio e in particolare l’Historia del granreyno de la China scritto nel 1582 dal monaco agostiniano Juan Gonzales de Mendoza, in cui si legge che la vastità della Cina fa sì che i suoi abitanti coprano un ampio spettro di colori e che alcuni di loro siano addirittura simili ai tedeschi chiari (rubios) e rossi (colorados). Il termine rubio in realtà può essere tradotto con «chiaro», ma anche con «biondo» e nella traduzione inglese quel rubio divenne yellow. Da allora l’aggettivo si diffuse e gli orientali non furono più pensati come bianchi, e tale pregiudizio venne ripreso nel diciottesimo secolo dai primi scienziati, animati dallo spirito classificatorio del discorso scientifico.

Seppure con conseguenze diverse e con altrettanto diverse modalità, il colore della pelle finisce spesso per tracciare un confine, che trasforma un semplice dato cromatico, dovuto a ragioni climatiche e di adattamento, pertanto non dipendente dalla volontà umana, in un marchio da cui dipenderebbero le caratteristiche culturali di un determinato gruppo. Si viene così a creare uno dei pilastri su cui poggiano le principali manifestazioni razziste, per cui l’altro è, innanzitutto, un individuo di colore diverso.

L’articolo riproduce un capitolo del libro Confini, Edizioni Gruppo Abele, 2023
Si ringraziano gli autori e la casa editrice per l’autorizzazione a riprodurlo

da qui

lunedì 15 maggio 2023

la razza italiana?

 

L’irrefrenabile Lollobrigida - Marco Aime

Ci risiamo con una pezza che è peggiore del buco. Agli Stati generali della natalità (già il titolo meriterebbe un trattato filologico) l’irrefrenabile Lollobrigida, dopo avere detto, bontà sua, che è evidente che non esiste una razza italiana, ha dovuto colmare questa insopportabile lacuna, affermando che: “Esiste però una cultura, una etnia italiana che in questo convegno immagino si tenda a tutelare”. Esisterà dunque anche un’etnia francese (lo dica a bretoni e corsi), una spagnola (lo spieghi a baschi e catalani), una belga (l’importante che lo sappiano fiamminghi e valloni) o una inglese (basta non dirlo a scozzesi, gallesi e irlandesi). Ma forse no, lo strabordante ministro dell’Agricoltura sostiene il principio della purezza indicato peraltro nel punto 5 del Manifesto della razza: “È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici”.

La cultura italiana sarebbe dunque completamente autoctona. In un libretto scritto nel ventennio dal fondatore del Museo di Storia Naturale di Torino, c’era un capitolo (credo fosse d’obbligo) sull’elogio della razza italiana, che si era conservata pura “nonostante qualche invasione”. Quasi commovente quel “qualche”, i nostri libri di storia sono pressoché un elenco di invasioni, ma forse, proprio per questo la cultura italiana ha toccato punte di eccellenza (non adesso) come nel Rinascimento. Proprio grazie alla sintesi di culture diverse, che si sono fuse in una proposta originale fondata sull’incontro con la diversità.

 

Siamo tutti d’accordo che il pensiero occidentale deve molto (non tutto, ma molto) a quello dell’antica Grecia, ma nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia, Hegel sostiene, giustamente, che “gli inizi della cultura greca coincisero con l’arrivo degli stranieri”. Il tratto costitutivo per la nascita della cultura greca è quindi l’arrivo degli stranieri, di cui i greci avrebbero mantenuto “memoria grata” nella propria mitologia: Prometeo, per esempio, viene dal Caucaso, e lo stesso popolo greco si sarebbe sviluppato a partire da una “colluvies”, termine che originariamente significava fango, immondizia, accozzaglia, scompiglio, caos.

Gli Stati si differenzierebbero da quelle che chiamiamo “tribù” o etnia, perché contengono diversità, non omogeneità. Per quanto riguarda l’etnia, vale una celebre affermazione dell’antropologo britannico Siegfried Nadel: “L’etnia è un’unità sociale i cui membri affermano di formare un’unità sociale”. I Greci, peraltro, non associavano il concetto di ethnos a un territorio, si poteva infatti essere greco anche in terre lontane, come volle esserlo Alessandro. L’etnicità di un popolo sta nel progetto.

La storia viene spesso manipolata dalle élite, e l’identità evocata da chi sta al potere si fonda spesso sulla storia, o meglio su una storia, quella storia. Perché, come affermava Ernest Renan, per costruire una nazione ci vuole una forte dose di memoria, ma anche un altrettanto forte dose di oblio: “L’oblio, e dirò persino l’errore storico costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione (…) Ora l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose. Nessun cittadino francese sa se è Burgundo, Alano, Visigoto; ogni cittadino francese deve aver dimenticato la notte di San Bartolomeo, i massacri del XIII secolo nel Sud…”.

Dobbiamo fingere di ricordare ciò che ci unisce e dimenticare quanto invece, del nostro passato, ci divide. Oppure accettare, come sostengono Julian S. Huxley e Alfred C. Haddon che:

“Una nazione è una società unita da un errore comune riguardo alle proprie origini e da una comune avversione nei confronti dei vicini”.

da qui

  

 

l’agricoltura c’entra con la natalità, #Lollobrigida? – bortocal

il ministro Lollobrigida è il ministro dell’Agricoltura, oltre che che il cognato del capo del governo Meloni; si dovrebbe supporre che sappia qualcosa dell’arte di coltivare i campi, ma è lecito dubitarne.

certo, sentirlo parlare ripetutamente di etnia e di natalità è una cosa penosa, che esula anche dal suo ministero, sempre che non penesi che i bambini nascono sotto i cavoli.

oggi ha fatto altre dichiarazioni, sempre scombinate, ma meno gravi di altre recenti, come per metterci una pezza, ma siamo ben al di sotto del livello minimo di competenza che dovrebbe avere un ministro quando parla di qualcosa.

capisco che parlando a braccio, capita a tutti di sbagliare, ma qui non si tratta di lapsus, ma proprio di mancanze concettuali profonde.

per non essere fazioso, riporterò le sue parole con cura, ma evidenzierò le incoerenze clamorose: in corsivo le sue,+ parole, in caratteri normali il mio commento.

https://www.open.online/2023/05/11/governo-meloni-francesco-lollobrigida-etnia-italiana-da-tutelare-video/

 

. . .

Credo che sia evidente a tutti che non esiste una razza italiana, per cui è un falso problema immaginare un concetto di questa natura.

ottimo l’esordio, pasticciato il resto; ma teniamo ferma l’idea che non esiste una razza italiana, ok?

Esiste però una cultura, un’etnia italiana, quella che definisce la Treeccani: raggruppamento linguistico culturale, che oggi immagino in questo convegno si tenda a tutelare.

ottima anche la definizione di etnia della Treccani, che corrisponde a quella che nei giorni in qualche post ho cercato di chiarire anche io: l’etnia non è un raggruppamento basato su affinità genetiche (oltretutto presunte, e soprattutto nel caso italiano), ma è dato dalla condivisione di una lingua e di una cultura.

ma di nuovo, nella frase qui sopra è disastroso il collegamento finale: in che senso dunque si difende un’etnia in un convegno che parla di crisi della natalità?

. . .

la domanda è proprio centrale.

se l’etnia è un fatto culturale e linguistico, come dice anche la Treccani citata dal Lollobrigida, il suo rapporto con la natalità è molto indiretto e aleatorio:

la cultura e la lingua non si trasmettono con i cromosomi, ma con l’educazione, che avviene nella famiglia, nella scuola e oggi anche attraverso i media, che forse hanno addirittura acquisito una parte preponderante.

il calo della natalità è un fenomeno mondiale, che si manifesta comunque anche dove questa resta alta, più accentuato in alcune società più benestanti, tra cui la nostra.

ma lo si affronta cercando di rimuovere le cause che impediscono di avere figli a chi vorrebbe averne, dove ce ne sono, non certo cercando di obbligare qualcuno a farne, se non vuole.

la lotta alla denatalità ha dunque un ambito specifico tutto suo, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione individuale e di coppia, e come problema sociale, mentre l’azione per la difesa della nostra cultura e della nostra lingua si svolge sul piano delle diverse agenzie educative.

è ovvio che la prima e fondamentale di queste è la famiglia, per cui siamo portati a pensare che famiglie già integrate nella cultura e nella lingua italiana possano trasmetterle più facilmente ai figli.

ma questo è solo un aspetto del problema: accanto alla famiglia ci sta la scuola; e accanto all’una e all’altra ci stanno i media: e siamo sicuri che i media trasmettano oggi i valori fondanti della nostra cultura? viene da dubitarne.

del resto, occorre anche sottolineare che la cultura non è un corpo rigido di nozioni e valori, ma per sua natura è in continua evoluzione, per cui occorre difenderne più la struttura profonda che le manifestazioni esteriori.

e infine ricordiamo che esistono nel nostro paese anche le minoranze linguistiche, che forse dovremmo definire etniche, perché si tratta sicuramente di etnie diverse, a volte piccole e quasi residuali, confinate in ambiti localistici ristretti, a volte consistenti e significative, come nel caso dei sudtirolesi.

anche queste etnie e micro-etnie diverse hanno pieno diritto di cittadinanza in uno stato democratico, e vanno tutelate a norma di Costituzione art. 6 La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

e le minoranze possono anche cambiare nel tempo, se ne possono formare di nuove; l’unica discriminante è l’accettazione dei fondamentali principi della Costituzione.

. . .

ma torniamo a Lollobrigida e al suo collegamento improprio fra contrasto alla denatalità e tutela dell’etnia; infatti continua dicendo: Perché se no, non avrebbe senso.

che cosa non avrebbe senso? a parte il suo discorso…

Noi abbiamo un incremento demografico mondiale di 75 milioni l’anno, quindi la popolazione del mondo cresce (purtroppo, aggiungo io) e tanti di quelli che nascono nel mondo vorrebbero venire a vivere in Italia.

ma allora, per chi difende l’etnia come fatto linguistico e culturale, questa dovrebbe essere un’ottima notizia, no? e a maggior ragione se la popolazione nata nel paese diminuisce.

E allora, perché preoccuparsi delle nascite in Italia?

giustissima domanda: ce ne dobbiamo preoccupare solo se la mancanza di nascite è dovuta ad ostacoli di ordine economico e sociale, quelli che lo stato dovrebbe rimuovere per assicurare il pieno sviluppo sociale e umano dei suoi cittadini, come dice l’art. 3 della Costituzione.

però pare che anche gli immigrati, via via che si integrano da noi, tendano a diminuire la procreazione di figli: forse la riduzione delle nascite è proprio un aspetto della nostra cultura cultura?

ma non aspettatevi riflessioni di questo tipo da Lollobrigida, che prosegue parlando dei cavoli a merenda, sì, proprio quei cavoli sotto cui la tradizione vuole fare nascere i bambini.

. . .

E se la risposta è, come tutte le forze politiche presenti, quella di incrementare la natalità, probabilmente è per ragioni legate alla difesa di quella appartenenza a cui molti di noi sono legati, io in particolare con orgoglio, che è quella alla cultura italiana, al nostro ceppo linguistico, al nostro modo di vivere, così come e allo stesso modo possano esserne orgogliosi tutti i popoli con eguale tutela e uguale diritto.

ma la cultura non si trasmette e comunica? la lingua non si insegna?

e poi, come intende il Lollobrigida incrementare la natalità? con provvedimenti simili a quelli che usava il Mussolini, da loro così ammirato, per procurarsi futura carne da cannone?

. . .

E quindi ci siamo confrontati su quelli che devono essere gli interventi che siano utili e non possono essere che quelli di liberare uomini e donne, in particolare, dalla paura, la paura di non avere un futuro, di non avere una possibilità solida, mettendo al mondo dei figli, di poterselo permettere, di non avere una casa anche in giovane età, quando si è più fertili e magari, se si ha voglia, si possono mettere al mondo dei figli.

va be’?’, teniamo per buone almeno queste conclusioni, anche se scollegate da tutto il resto, e speriamo che siano sincere.

perché per i benestanti la rinuncia ai figli è frutto dell’egoismo consumistico, ma per chi non lo è, è il precariato la causa principale del calo delle nascite.

poi non sarebbe male se si desse anche qualche risposta alle paure create dalla catastrofe climatica in corso, nelle nuove generazioni, più consapevoli.

ma l’etnia non c’entra proprio nulla.

da qui

mercoledì 26 ottobre 2022

Il potere e il culto degli antenati - Marco Aime

 

È curioso vedere come in questi giorni, molti personaggi pubblico- mediatici, politici, ma non solo, donne, ma non solo, di destra, ma non solo, sottolineino positivamente e si felicitino del fatto che, per la prima volta in Italia sia stata nominata una “premier” donna. A ribadirlo sono spesso esponenti della sinistra.

Che questo evento rappresenti una novità assoluta per la politica italiana è fuor di dubbio e semmai mette in luce la nostra arretratezza sul piano della parità dei diritti e non può che essere colto come segno di cambiamento. Ciò che colpisce, però, è che il fatto che Giorgia Meloni sia donna sembra prevalere sulla sua ideologia politica.

Da un lato questo atteggiamento sottende una sorta di discriminazione positiva basata sul genere, come se esistesse un “pensiero femminile” condiviso da tutte le donne. Difficile pensare che Giorgia Meloni, Nilde Iotti, Tina Anselmi, Liliana Segre e molte altre possano essere accomunate da un idem sentire per il fatto di essere donne. Supporre che esista un pensiero di genere, si configura in modo simile alle concezioni razziali.

Da un altro lato, allargando lo sguardo, questo atteggiamento rivela un progressivo prevalere del presunto “naturale” sul culturale. Essere donna o uomo non è una scelta. Pur aderendo all’idea, sempre più diffusa, della fluidità di genere, rimane il fatto che qualunque genere si voglia adottare – compreso il non-genere – questo non presuppone un pensiero comune e condiviso. Semmai i riferimenti attengono più alla sfera individuale, che a quella collettiva e pertanto non necessariamente incidono in modo univoco sulle scelte espresse.

Ipotizzare che esista un pensiero, per quanto fluido, legato a un genere, anche temporaneo, significa “naturalizzare” quel genere, attribuendogli la capacità di condizionare il pensiero, nello stesso modo in cui si pensa che una presunta “razza” possa determinare una cultura. Questo ritorno al “naturale” – le virgolette sono quanto mai d’obbligo in questo caso – è peraltro già apparso evidente in molte istanze localistiche, oggi sovraniste, in cui si fa appello alle “radici”, riducendo l’individuo a metafora arborea, condannata dalla natura del terreno in cui è nato a essere quello che è. I ripetuti richiami alla patria, ai patrioti e al patriottismo cosa sono, se non un’ulteriore espressione del pensiero che lega l’individuo, nei suoi affetti e nei suoi doveri, a un suolo: quello in cui è nato, non quello che ha scelto. Il luogo, la patria definiscono quindi l’individuo, ne connotano i sentimenti, le aspirazioni, ne condizionano i diritti. In una tale concezione, basata sull’autoctonia (un dato non certo legato alla cultura, ma alla casualità) i diritti vengono concessi o meno in base al grado di “indigenità”. Lo slogan “prima gli italiani” ne è una conferma.

Questo legame tra gli individui e la loro terra, che diventa patria con la nascita dello Stato – nazione e della sua natura militare, ricorda molto, anche se in modo molto più annacquato, il triste “blunt und boden” (Terra e sangue) tanto caro ai nazisti. Il luogo di nascita non è però sufficiente, ci vuole altro per ottenere quei diritti. Come nella Spagna del XVI secolo, dove vigeva la regola della “limpieza de sangre”, in Italia ci si richiama alla stirpe. Infatti, non basta nascere in Italia, per essere considerati italiani (Paola Egonu, nata a Cittadella, docet) occorre anche avere antenati italiani. Se così non fosse, lo ius soli sarebbe stato approvato da un pezzo, invece occorre un altro dato “naturale”: il sangue. Chissà se gli antropologi di un prossimo futuro dedicheranno qualche capitolo dei loro libri al culto degli antenati, celebrato dai nuovi patrioti e sovranisti nostrani?

da qui

lunedì 18 luglio 2022

Il tramonto dell’Occidente


articoli e video di Jan Oberg, Piergiorgio Odifreddi, Manlio Dinucci, Enrico Vigna, Enrico Peyretti, Lucio Caracciolo, Fabrizio Verde, Maurizio Crozza, Maksim Karev, Marco d’Eramo, Antonino Drago, John Pilger, Jake Lynch, Marco Aime, Stefano Orsi, Vincenzo Costa, Davide Rossi, Per Un’Altra Città, Fabio Mini, Rafael Poch, Vittorio Rangeloni, Bansky, Alessandro Ghebreigziabiher, Marinella Correggia, Ulf Sparrbåge, Andrea Zhok




L’Europa sull’orlo del disastro… Germania e Francia devono difendere la pace in Ucraina – 12 novembre 2021

 

E’ terribile la noncuranza dell’Europa su una questione fondamentale per la propria sicurezza. La situazione in Ucraina sta diventando sempre più esplosiva, eppure l’Unione Europea non sta facendo nulla per scongiurare il pericolo. Di fatto, possiamo dire che il blocco sta aumentando il pericolo di uno scontro e di una guerra.

Le tensioni geopolitiche nel continente sono intensificate da una crisi al confine tra Bielorussia e Polonia, crisi che l’Unione Europea ha esacerbato [in inglese] per ciniche ragioni politiche. Tali tensioni si aggiungono all’instabilità in Ucraina e nella regione del Mar Nero.

Venerdì i ministri degli Esteri e della Difesa russi incontreranno a Parigi le loro controparti francesi, per dei colloqui formato “2 più 2” sotto l’egida del Consiglio per la Cooperazione Russo-Francese. In cima all’agenda ci saranno le sfide alla sicurezza regionale derivanti dal conflitto ucraino.

In vista dell’incontro, il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha strigliato [in inglese] Francia e Germania perché “indeboliscono” le prospettive di pace in Ucraina.

Russia, Francia e Germania sono i garanti degli Accordi di Minsk del 2015, che stabiliscono un piano d’azione per la soluzione pacifica della guerra civile in Ucraina. Quella guerra è scoppiata nel 2014, lo stesso anno in cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno appoggiato il colpo di Stato a Kiev. L’allora neo-insediato regime iniziò la guerra nella regione del Donbass, nel sud est dell’Ucraina, perché la popolazione di etnia russa non riconosceva il nuovo governo.

In base agli Accordi di Minsk, il regime di Kiev è obbligato ad osservare il cessate il fuoco e ad accettare l’autonomia politica delle province del Donbass, Donetsk e Lugansk. Gli accordi non sono stati attuati, nonostante l’elezione a Presidente di Vladimir Zelensky nel 2019 e la sua promessa di dare priorità alla ricerca di una pacifica soluzione politica. Le promesse elettorali dell’ex comico televisivo si sono rivelate uno scherzo crudele.

Non solo è stato ignorato l’obbligo degli Accordi di Minsk, ma il regime di Zelensky ha anche fatto di tutto per sminuire gli accordi stessi. Sotto il suo comando, le forze armate ucraine hanno continuato a violare i presunti obblighi al cessate il fuoco sulla linea di contatto con la regione del Donbass. Secondo gli osservatori dell’OSCE, l’esercito del regime di Kiev ha violato ogni giorno il presunto cessate il fuoco, con migliaia di episodi nelle ultime settimane. Inoltre, secondo quanto riferito [in inglese], l’esercito di Kiev ha reintrodotto le armi di grosso calibro nelle vicinanze della linea di contatto, in eclatante rifiuto dei termini del cessate il fuoco.

La cruda verità è che Francia e Germania hanno chiuso un occhio su queste molteplici e sistematiche violazioni degli Accordi di Minsk da parte del regime di Kiev. Inoltre, la noncuranza e la rinuncia agli obblighi in quanto garanti dell’accordo di pace sono servite ad incoraggiare il regime di Kiev ad alimentare l’ambizione di trovare una soluzione militare alla guerra civile, in corso da otto anni. In breve, le potenze europee stanno alimentando un conflitto più grande nel loro stesso continente.

Parliamoci chiaro, la prospettiva di una guerra più ampia è spaventosa. Il regime di Kiev viene pesantemente fornito di armi pesanti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti e i loro alleati NATO stanno mobilitando forze militari nel Mar Nero, con navi da guerra e aerei da combattimento e da ricognizione. Questa settimana, degli aerei da ricognizione americani e inglesi, del tipo utilizzato per coordinare le operazioni d’attacco, hanno sorvolato i confini russi ad un livello mai visto. Mosca avverte che la sua sicurezza nazionale è sempre più minacciata, e che ogni errore di valutazione è soltanto un modo per defilarsi.

Anche l’assurdità del governo americano è parte dell’offensiva. Questa settimana, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha diffuso un avviso [in inglese] in cui dichiarava che le forze militari russe si stanno radunando (attenzione, sul loro stesso territorio!) e stanno pianificando di “invadere l’Ucraina”. Blinken ha dichiarato: “Non ci sono chiare le intenzioni di Mosca, ma noi conosciamo la sua strategia”. La confusa contraddizione è una provocazione ridicola, se non fosse sconsiderata.

In una telefonata di questa settimana, il Presidente Vladimir Putin ha detto [in inglese] alla Cancelliera tedesca Angela Merkel che gli Stati Uniti e la NATO stanno alimentando l’instabilità e le pericolose tensioni in Ucraina e nel vicino Mar Nero. E’ lampante che sta aumentando il rischio di una guerra. Dove sono, però, le voci europee che chiedono buon senso e una urgente de-escalation?

La prevalente dinamica incendiaria che deriva dall’eccessivo accumulo di forze americane e NATO alle porte della Russia sta solo incentivando [in inglese] il regime di Kiev ad ignorare ulteriormente il percorso della pace in Ucraina. Esiste un pericolo davvero reale che il conflitto esploda nel paese, e diventi una guerra totale. In quel caso, gli Stati Uniti e la Russia saranno trascinati in questa palude. E, ancora una volta, l’Europa sarà un campo di battaglia con conseguenze disastrose.

Il secolo scorso ha visto scoppiare due guerre mondiali in Europa. Un fattore fondamentale in quelle conflagrazioni è stata la criminale noncuranza dei leader europei nell’evitare la catastrofe.

Oggi, c’è l’allarmante eco di una simile noncuranza tra le autorità tedesche e francesi, con riferimento ai loro obblighi nel sostenere la pace in Ucraina. Loro, invece, stanno accondiscendendo al regime reazionario di Kiev e alle assurde provocazioni degli Stati Uniti.

I leader europei non sono semplicemente dei sonnambuli che camminano verso l’abisso. Hanno gli occhi ben aperti, ma semplicemente sono troppo vigliacchi per vedere e agire. Si vergognino!

*****

Editoriale pubblicato su Strategic Culture il 12 novembre 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per 
Saker Italia.

da qui

 

Perché la NATO è antiquata, pericolosa e merita di essere abolita -Jan Oberg

 

Valutiamo la reazione NATO all’azione militare russa in Ucraina, sconsiderata e in violazione del diritto internazionale. Da un punto di vista analitico del conflitto è ragionevole dire che la Russia è responsabile della guerra ma che la NATO con la sua espansione noncurante, contro tutte le promesse fatte alla Russia e una serie di ammonimenti d’esperti è responsabile del conflitto soggiacente.

Si può tranquillamente concludere che la reazione occidentale/NATO è andata aldilà del principio di proporzionalità, della razionalità e di un’immagine realistica del mondo e del proprio ruolo in esso.

I leader NATO esprimono odio illimitato per qualunque cosa di russo; sono state imposte sanzioni economiche storicamente dure e illimitate nel tempo – usando il metodo illegale del castigo collettivo; s’immettono in Ucraina armi per 60-100 miliardi di dollari per sconfiggere lì la Russia. La NATO ci ha aggiunto 350 miliardi di dollari in spese militari dal cambiamento di regime istigato dagli USA a Kiev nel 2014 e da allora ha preparato l’Ucraina per un ruolo nella NATO. L’obiettivo del 2% [del PIL in spese militari richiesto da Trump nel 2018 ai membri NATO – ndt] è ormai una base acquisita, non un punto tendenziale. Le forze di reazione avanzata aumenteranno da 40mila a 300mila; le truppe USA in Europa passeranno a 100mila. Le riserve russe in Occidente  – circa 300 miliardi di dollari – sono congelate e saranno probabilmente appropriate per la ricostruzione dell’Ucraina. La Russia è ad ogni scopo pratico cancellata dall’Europa.

Secondo l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, i morti in Siria sono 310mila ma meno di 5mila in Ucraina. La Guerra al Terrore USA è costata un milione di vite e ha costretto 35-50 milioni di persone a diventare profughi o internamente sfollati.

 

Pare che abbiamo a che fare con un’istituzione militarista antiquata dimostratasi incapace di creare pace – avendoci provato dal 1949 – e che viola quotidianamente il suo stesso Trattato costitutivo..

I membri TFF e io stiamo lavorando a un resoconto più ampio – ”Il Catalogo per l’Abolizione NATO” – con articoli, video e argomentazioni sul perché sia tempo di abolirla e creare qualcosa del tutto nuovo. Sosteniamo inoltre che la NATO odierna post-Ucraina è la singola istituzione più pericolosa sulla Terra.

I decisori e media mainstream occidentali sembrano considerare proprio ruolo semplicemente vendere la NATO. Di rado, se mai, trattano la NATO come tale, i suoi lati forti e deboli. Sarebbe naturale un esame di un’istituzione 73enne, come ci sono da decenni dibattiti su come riformare l’ONU. Ma è difficile trovare una critica alla NATO in quanto tale. Coerentemente, la NATO viene chiamata alleanza “difensiva”. Ci si deve davvero chiedere come si sia instaurato l’uso sistematico di tale aggettivo presso tutti i media mainstream, visto che non esiste alcuna valida definizione di difensività che possa in alcun modo comprendere la NATO.  Analogamente, si dà per scontato che la NATO abbia contribuito alla pace. Ma che tipo di pace? Quali altri fattori ci hanno contribuito – ed è per giunta sensato usare la parola ’pace’ per l’odierno spazio euro-atlantico?

La NATO semplicemente esiste. È una Salvatrice. Come Dio esiste nella vita dei credenti che possono quindi aspettarsi la salvezza. I suoi valori fondamentalmente militaristi per i contribuenti (che la finanziano) sono convincenti del suo ruolo benevolo e innocente come Creatrice di stabilità, sicurezza e pace – per ripetere il mantra gratuito del proprio Segretario Generale a virtualmente ogni conferenza stampa.

Mentre ci possono essere – e ci sono stati – dibattiti filosofici intelligenti su come sia un mondo senza Dio, non c’è ancora stata un’ampia discussione su come possa essere un mondo senza NATO.  Ossia, per metterla in altro modo, la NATO è diventata una specie di Dio per coloro che ci credono e c’è un sacerdozio accademico, mediatico e politico che la propaga a tal punto che non esiste quasi un’analisi razionale, significativa di quel che ha di buono e di mica tanto tale. Il membro TFF David R. Loy ha un approccio più filosofico – buddhista – al militarismo e scrive in “Perché amiamo la guerra”:

“Se il nostro mondo moderno, secolarizzato è afflitto da un senso di carenza non riconosciuto e perciò frainteso, non sorprende che anche la guerra continui ad essere così attraente, perfino assuefacente. La guerra può darci il senso che bramiamo, perché fornisce un modo rassicurante di capire quel che non va nella nostra vita. La guerra offre un modo semplice di legare assieme le nostre carenze individuali e proiettarle al di fuori, sul nemico. Cattivo perché vuol farci male. Dato che stiamo solo difendendoci, possiamo sentirci a nostro agio a proposito di quel che gli facciamo. Il karma che ne risulta non è difficile da capire: la causa di ciascuna guerra è la di solito la guerra precedente, almeno in parte.   Se la guerra è una risposta collettiva al nostro problema collettivo con le carenze, non ci possiamo aspettare che la guerra cessi finché troviamo modi migliori di trattare quel problema spirituale basilare.”

L’irriflessiva credenza contemporanea dell’Occidente nella violenza come soluzione – o il militarismo come nuova religione secolare che promette la salvezza – e il bisogno psico-politico della nostra cultura di costante immaginazione di un nemico sovente per pura proiezione dei propri lati bui – deve pur provenire da qualche parte: forse la carenza di senso e il bisogno di assieparsi attorno a qualche valore e qualche politica. Pensiamo solo all’ “Ucraina”, diventata il singolo avvenimento che ha radunato, almeno per un po’, l’Occidente, altrimenti piuttosto in declino e frammentato.

Ciò è di particolare rilevanza anche perché la NATO è un’alleanza basata sulle armi nucleari, un’alleanza in grado di spazzar via ripetutamente l’umanità – cioè far danno ben fuori dal proprio circolo di stati membri. E inoltre un’alleanza che si riserva il diritto di usare per prima le armi nucleari addirittura contro un attacco convenzionale.  Ed è un’alleanza guidata dagli Stati Uniti con tanto d’impero globale, con le spese militari maggiori della storia umana – circa il 40% delle spese militari mondiali – che insiste nell’essere la potenza globale incontestata con oltre 600 basi militari in oltre 130 paesi e forze speciali in ancor di più.

In altre parole, pur essendoci una tendenza a considerare la NATO come un’alleanza a predominanza euro-atlantica essendo tutti i suoi membri eccetto uno europei, è di fatto una istituzione militare di proiezione globale di potere a causa della portate globale e delle ambizioni imperiali dei suoi leader. Vediamo bene come l’articolo 5 sia di fatto valso per l’Ucraina, benché non membro NATO. E al vertice NATO di Madrid e altrove in ambito NATO, la Cina sia nominata il Nemico # 1 in futuro.

Per surreale o bizzarra che possa sembrare, l’idea che la NATO potesse essere contendente in un conflitto con la Russia è anche piuttosto estranea a sé stessa e a gran parte dei suoi patrocinanti. La coreografia mediatica è semplice: per principio, la NATO non ha mai fatto alcunché di sbagliato e non fa che continuare a promuovere “sicurezza, stabilità e pace” mentre la Russia e il suo presidente agiscono da costanti rompiscatole. È quasi come un proprietario di abitazione che non è in conflitto con un ladro – un criminale – ma deve proteggere sé e la famiglia dai piani criminosi del ladro. In confronto all’essere in un conflitto, quest’autocomprensione solleva il presunto innocente da qualunque senso di responsabilità.

Da ciò nasce l’idea simbolica che la NATO sia una specie di assicurazione sulla casa. Sebbene un indennizzo assicurativo venga pagato solo dopo l’evento indesiderato e a distruzione avvenuta. Le assicurazioni comunque non evitano l’incidente, sicché anche questo è pura assurdità, eppure anch’essa mai trattata.

Contrariamente ai concetti e immagini positivi mainstream, pervasivi ma infondati sulla NATO, disseminati a milioni virtualmente su base quotidiana, c’è assolutamente nulla di sacrosanto in quella vecchia istituzione. E in contrasto all’atteggiamento dei pii credenti in quel loro Dio, la NATO può e deve essere criticata. E sostituita. Discutiamo del mondo post-NATO.

da qui


continua qui