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giovedì 13 luglio 2023

ricordo di Milan Kundera (anche con un film)

 

con un suo racconto (ripreso da sagarana.net), nelle parole di Francesco M. Cataluccio e Carlos Fuentes, in un documentario (sottotitolato in italiano), su Arte.tv, e in un gran film, in italiano (tratto da Lo scherzo di Milan Kundera, per la regia di Jaromil Jires)

lunedì 27 marzo 2023

SANT'AGOSTINO NERO - Dario Fo

 

 (Intervento alla presentazione della rivista El-Ghibli a Milano)

Io vorrei tanto che ci fossero qui stasera alcuni personaggi della sottocultura e della sottopolitica lombarda. Coloro che ci mettono a disagio che non hanno l'afflato, come si dice in poesia, ma si può dire un minimo di intelligenza e di atto culturale di comprendere l'importanza dell'accogliere e di abbracciare la presenza di stranieri, come si dice a Milano estranei, ma non in senso cattivo della parola, anzi affettuoso.

Ecco una delle cose che ho imparato e devo dire non lontano nel tempo, ma abbastanza recentemente è che tutto quello che noi abbiamo acquisito di arricchimento culturale lo dobbiamo proprio ai visitatori, a coloro che si sono trovati qui da noi nei secoli lontani, a partire dal II secolo dopo Cristo, III secolo e via dicendo. A centinaia, a migliaia sono venuti, hanno imparato la nostra lingua, hanno portato la loro conoscenza, hanno portato la loro cultura, hanno arricchito la nostra possibilità della vita, arricchito la vita e sono stati benemeriti della nostra cultura. A centinaia, a migliaia. E' impressionante quanti ne trovo. S. Agostino, per esempio. Pochissimi sanno di S. Agostino che era nero e arrivò qui in Italia, prima a Roma, si trovò molto male devo dire. Insegnava retorica. Non veniva neanche pagato. Gli hanno tirato un bidone, insegnava in una scuola della Moratti, voglio dire in una scuola privata e i suoi allievi dovevano pagare un tot, così ad un certo punto non si son fatti vedere e per sua fortuna c'è stato un grosso personaggio della Amministrazione che lo apprezzava soprattutto per il linguaggio, per lo spirito e per l'umorismo. Veniva dall'Africa, nato in Africa, era proprio scuro e teneva lezione e a un certo punto pensò di mandarlo a Milano. E a Milano venne, arrivò. C'era l'Impero allora a Milano, e anche questo pochi lo sanno, Milano era capitale dell'impero d'Occidente ed era la più importante fra le città che ci fossero in Europa allora. Aveva una vivacità culturale. Sto parlando del IV secolo dopo Cristo. Era il momento in cui giravano situazioni di tensione. C'erano nuove facce, nuove lingue che arrivavano dappertutto. Si sentiva proprio un pericolo e un'effervescenza, un fatto rivoluzionario nella coscienza della gente. E lui si presentò e quando tenne il suo discorso lo disse esplicitamente: "Io sono pagato per adoperare le parole, la vostra parola, il vostro linguaggio e molti mi applaudono sapendo benissimo che il mio mestiere è quello di insegnare e dir bene delle cose stupide. Sono un retore!"
Ma io cercherò di dir male semmai quello che ho imparato di autentico, di vivo nella vostra città e una delle più belle pagine sulla città, sulla generosità della città di Milano è stata proprio scritta da S. Agostino e con lui c'erano in quel tempo moltissimi autori stranieri che hanno dato per primi un ritratto della nostra città che è straordinario, sconosciuto. Non si insegna a scuola ed è molto bello questo fatto, non si sa se per distrazione verso quello che è la conoscenza della nostra origine, della nostra razza, di quello che eravamo o per ottusità. Credo che vi sia proprio ottusità più che altro perché non c'è altra ragione e quando vedo alcuni che si rifanno al Carroccio, le tradizioni lombarde antiche e in verità non sanno, non conoscono niente, proprio ignorano ogni cosa che è avvenuta nella nostra storia.
Capisco anche perché non accettano la presenza di alcuni che non parlano la nostra lingua, che hanno una cultura, che avrebbero cose da raccontarci, molto, molto da insegnarci, per apprendere, ed invece ecco che si cerca di tenerli lontani. Si pensa a priori che essi non abbiano niente da raccontarci di importante. Noi non abbiamo bisogno di loro e questa è veramente la forma più bassa di civiltà che si possa immaginare. Il nostro décalage sul piano culturale parte proprio dal fatto che i nostri politici, alcuni di loro insomma non hanno capito l'importanza di sostenere la presenza di persone che vengono da altri posti. Sono la nostra ricchezza, sono la nostra verifica, sono la possibilità di arricchire il nostro linguaggio, il nostro essere, la nostra gestualità, il nostro pensiero e io dico disgraziato è quel popolo che ha degli stranieri con sé e non li adopera per arricchire il proprio modo di vivere e di arricchire anche la coscienza e la conoscenza della cose. Noi dagli stranieri abbiamo saputo tantissimo nei tempi antichi, ma poi abbiamo avuto anche la possibilità e la fortuna di arricchire gli altri.
Nel 500 le persone che partivano dall'Italia e che andavano nel mondo vivo di allora a lavorare, a produrre, a dar cultura, erano un numero incredibile. Si pensi al numero di architetti, di geometri, di muratori che sono stati in Russia, per esempio, in Polonia, in Inghilterra, che sono andati in Francia, in Spagna, in Africa; dappertutto andavano ed erano degli scienziati, della gente con una ricchezza enorme e tutte le volte che tornavano di là, tornavano con la ricchezza della conoscenza di quello che avevano appreso.
Questo si potrebbe collegare a una notizia che ho avuto recentemente e che forse anche qualcuno di voi ha inteso e cioè che la nostra lingua è stata declassata in Europa, non è ritenuta degna di essere una delle lingue fondamentali del rapporto, diciamo del dialogo. Cioè di seconda serie rispetto ad altre che sono state ritenute di prima serie. Non è che ce l'abbiano con noi. Il fatto è che di colpo in noi mancano coloro che nella storia, nel tempo hanno fatto veramente il battage straordinario di quello che noi sapevamo. Io mi ricordo di un grande libro di un grande francese, scritto nei primi del '900, un testo fondamentale per me [la leçon des italiens]. Ebbene che cosa ci racconta . Ci racconta tutto quello che gli italiani hanno portato all'estero, in Francia in particolare, di conoscenza, di musica, di teatro, di letteratura, di danza, della pantomima, del teatro da quello di strada fino a quello aulico, la costruzione dei teatri l'architettura, pittura, gli strumenti musicali, incredibile e poi anche il vivere, il mangiare, la sapienza del godere la vita. Ebbene noi abbiamo perso verso gli stranieri il portare questa conoscenza del godere la vita.
Non credo che noi, noi abbiamo degli ambasciatori, ma non credo che uno come Bossi possa, adesso ha anche dei problemi, ma voglio dire, forse Berlusconi sì insegna che cosa è la vita degli italiani. E' uno che come lo vedono dicono: quest'estate non vado lassù". Sento che in voi... c'è in me una specie di reticenza a aprirmi così in battute, in satira politica. Questo perché lo ho detto? Per agganciarmi a un elemento: l'importante del nostro spirito è il sarcasmo, l'ironia, il grottesco, il saper capovolgere le situazioni, anche quelle dure anche nel momento della sofferenza, per cui altri popoli crollano, franano, non tengono. Noi anche nei momenti più duri abbiamo avuto la possibilità di colpi di reni straordinari dovuti alla nostra immaginazione, alla fantasia, al sarcasmo, al gioco, alla satira, al grottesco. Stiamo perdendo anche quello, stiamo perdendo proprio un timbro nostro personale di una razza che è costato secoli di storia e di coscienza civica.
Noi siamo gli inventori dei Comuni: anche un'altra cosa che non studiamo a scuola. I Comuni è un fenomeno unico e guarda caso soltanto singolarmente italiano. E' stato da noi che hanno capito l'importanza di convivere, di vivere e di sviluppare, di avere rapporti con gli altri, di aprire le nostre porte e andare a bussare anche alle porte degli altri. Ebbene questo fatto, questo fenomeno viene anche da questa straordinaria gioia, giocondità di dialogare con gli altri, di imparare la loro lingua, di aprire a conoscere le nostre lingue. E noi ne abbiamo avute molte. Una ricchezza di lingue che fa paura. Perché i nostri dialetti non sono l'argot, sono proprio lingue, con loro leggi, regole, con loro strutture.
Ed ecco quando penso ad alcuni che vorrebbero trasformare certe, non so, strade con nuovi nomi legati al lombardo, al napoletano ecc., la pochezza dello spinger verso una attenzione alla nostra cultura si ferma proprio lì a cambiare i termini, una parola, invece di arricchire la conoscenza con tutte le parole, di tutti i dialetti per arricchire la nostra lingua.
E la ricchezza della nostra lingua, ce lo insegnano proprio gli inglesi, i francesi (ho vissuto parecchio in Francia). Ecco la ricchezza per esempio che sono riusciti ad ottenere imparando anche i linguaggi dei popoli che vengono da noi. L'ospitalità serve a quello. E basta così.

da qui

giovedì 6 agosto 2020

Nicanor Parra





QUI si può vedere Retrato de un Antipoeta”, regia di Víctor Jiménez Atkin




 

LETTERA A UNA SCONOSCIUTA - Nicanor Parra

Quando passeranno gli anni, quando

Passeranno gli anni e l’aria avrà scavato un fosso

Tra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni

E io sarò soltanto un uomo che ha amato, un essere che si fermò

Per un attimo al cospetto delle tue labbra,

un pover uomo stanco di gironzolare nei parchi,

dove sarai? Dove sarai, oh figlia dei miei baci!

 

 In lingua originale:

CARTAS A UNA DESCONOCIDA - Nicanor Parra

 

Cuando pasen los años, cuando pasen

los años y el aire haya cavado un foso

entre tu alma y la mía; cuando pasen los años

y yo solo sea un hombre que amó, un ser que se detuvo

un instante frente a tus labios,

un pobre hombre cansado de andar por los jardines,

¿dónde estarás tú? ¡Dónde

estarás, oh hija de mis besos!


(Traduzione dallo Spagnolo di Julio Monteiro Martins)

da qui


PADRE NOSTRO - Nicanor Parra

Padre nostro che sei nei cieli
Gravato da ogni tipo di problema
Con la fronte aggrottata
Come se fossi un uomo qualunque
Non pensare più a noi.

Comprendiamo che soffri
Perché non riesci a risolvere le cose
Sappiamo che il demonio non ti lascia tranquillo
Disfacendo quello che tu hai fatto.

Lui ride di te
Eppure noi piangiamo assieme a te:
Non preoccuparti delle sue diaboliche risate.

Padre Nostro che sei dove sei
Circondato da angeli sleali
Sinceramente: non soffrire più per noi
Devi rendertene conto
Che non sono infallibili gli dei
E che noi altri perdoniamo tutto.

(Traduzione di Marco Ottaiano)

 


In lingua originale:


PADRE NUESTRO




Padre nuestro que estás en el cielo
Lleno de todas clases de problemas
Con el ceño fruncido
Como si fueras un hombre vulgar y corriente
No pienses más en nosotros.

Comprendemos que sufres
Porque no puedes arreglar las cosas.
Sabemos que el demonio no te deja tranquilo
Desconstruyendo lo que tu construyes

El se ríe de ti
Pero nosotros lloramos contigo:
No te preocupes de sus risas diabólicas.

Padre nuestro que estás donde estás
Rodeado de ángeles desleales
Sinceramente: no sufras más por nosotros
Tienes que darte cuenta
De que los dioses no son infalibles
Y que nosotros perdonamos todo

da qui

 

Il mio poeta preferito è Nicanor Parra. Già lo dice Nicanor Parra che lui non parla di crepuscoli, nè di dame stagliate sull’orizzonte, bensì di cibi e poi di bare, bare e bare, ripete…
L’antipoesia è poesia. Di questo non c’e’ dubbio. Il Manifesto antipoetico di Nicanor Parra è poesia, della più pura
[Roberto Bolano: Intervista Cristián Warnken “La bellezza di pensare” ]

Nel 1964 padre Salvatierra disse che la poesia di Nicanor Parra era
“troppo lurida per essere immorale”
citazione di Manuela Vittorelli

TEST

Qué es un antipoeta:
Un comerciante en urnas y atáudes?
Un sacerdote que no cree en nada?
Un general que duda de sí mismo?
Un vagabundo que se ríe de todo
Hasta de la vejez y de la muerte?
Un interlocutor de mal carácter?
Un bailarín al borde del abismo?
Un narciso que ama a todo el mundo?
Un bromista sangriento
Deliberadamente miserable?
Un poeta que duerme en una silla?
Un alquimista de los tiempos modernos?
Un revolucionario de bolsillo?
Un pequeño burgués?
Un charlatán?
un dios?
un inocente?
Un aldeano de Santiago de Chile?
Subraye la frase que considere correcta.

Qué es la antipoesía:
Un temporal en una taza de té?
Una mancha de nieve en una roca?
Un azafate lleno de excrementos humanos
Como lo cree el padre Salvatierra?
Un espejo que dice la verdad?
Un bofetón al rostro
Del Presidente de la Sociedad de Escritores?
(Dios lo tenga en su santo reino)
Una advertencia a los poetas jóvenes?
Un ataúd a chorro?
Un ataúd a fuerza centrífuga?
Un ataúd a gas de parafina?
Una capilla ardiente sin difunto?

Marque con una cruz
La definición que considere correcta.

La camisa de fuerza, 1968

Test

Cos’è un antipoeta:
Un commerciante di urne e bare?
Un sacerdote che non crede in niente?
Un generale insicuro?
Un vagabondo che ride di tutto
Anche della vecchiaia e della morte?
Un interlocutore irascibile?
Un ballerino sull’orlo dell’abisso?
Un narcisista che ama tutti?
Un burlone sanguinario
Deliberatamente miserabile
Un poeta che dorme su una sedia?
Un alchimista dei tempi moderni?
Un rivoluzionario tascabile?
Un piccolo borghese?
Un ciarlatano?
Un dio?
Un innocente?
Un paesano di Santiago del Cile?
Sottolinei la frase che considera corretta.

Cos’è l’antipoesia:
Una tempesta in un bicchier d’acqua?
Una macchia di neve su una roccia?
Un vassoio pieno di escrementi umani
come crede padre Salvatierra?
Uno specchio che dice la verità?
Uno schiaffo al Presidente
della Società degli Scrittori?
(che Dio l’abbia in gloria)
Un avvertimento ai giovani poeti?
Una bara a reazione?
Una bara a forza centrifuga?
Una bara a gas di paraffina?
Una camera ardente senza defunto?

Barri con una croce
La definizione che considera corretta.

traduzione di Manuela Vittorelli , pubblicata su Mirumir

LA POESÍA TERMINÓ CONMIGO

Yo no digo que pongo fin a nada
No me hago ilusiones al respecto
Yo quería seguir poetizando
Pero se terminó la inspiración.
La poesía se ha portado bien
Yo me he portado horriblemente mal.

Qué gano con decir
Yo me he portado bien
La poesía se ha portado mal
Cuando saben que yo soy el culpable.
Está bien que me pase por imbécil!

La poesía se ha portado bien
Yo me he portado horriblemente mal
La poesía terminó conmigo.

Versos de salón (1962)

LA POESIA CON ME HA CHIUSO

Io non dico che metto fine a nulla
Al riguardo non mi faccio illusioni
Io vorrei fare ancora poesia
Ma l’ispirazione si è esaurita.
La poesia si è comportata bene
Io invece orribilmente male.

Che ci guadagno nel dire
Io mi sono comportato bene
La poesia si è comportata male
Quando sanno che la colpa è mia.
E’ giusto: sono proprio un imbecille!

La poesia si è comportata bene
Io invece orribilmente male
La poesia con me ha chiuso.

(Traduzione di Marco Ottaiano)

Cartas a una desconocida

Cuando pasen los años, cuando pasen
los años y el aire haya cavado un foso
entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
y yo sólo sea un hombre que amó,
un ser que se detuvo un instante frente a tus labios,
un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿dónde estarás tú? ¡Dónde
estarás, oh hija de mis besos!

Lettere ad una sconosciuta

Quando passeranno gli anni, quando passeranno
gli anni e l´aria avrà scavato un fosso
fra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni
e sarò soltanto un uomo che amasti
un essere che restò un istante di fronte alle tue labbra,
un pover´uomo stanco di camminare per i giardini,
dove sarai tu ? Dove
sarai, oh figlia dei miei baci !

(fonte: supereva)

Vida de perros

El profesor y su vida de perros.
La frustraci6n en diferentes planos.
La sensación de molestia a los dientes
gue produce el sonido de la tiza.

El profesor y la mujer exacta.
El profesor y la mujer precisa.
Dónde encontrar a la mujer precisa!
Una mujer que sea lo que es,
una mujer que no parezca hombre.

El dolor oscurece -la visual,
las arrugas que van apareciendo.
La vejez de los propios estudiantes,
las repetidas faltas de respecto.
La manera de andar por los pasillos.

El insulto se puede resistir
pero no la sonrisa artificial,
el comentario que produce máuseas.

El liceo es el templo del saber.
El director del establecimiento
con su bigote de galán de cine.

La desnudez de la señora esposa
(la mirada tropieza con un buho,
con un cabello demasiado liso).
La supresión del beso en la mejilla
(más dificil parar que comenzar)
el hogar es un campo de batalla.

La mujer se defiende con las piernas.

Los problemas sexuales de los viejos
aparecer en una antologia,
provocar el espasmo artificial.

El profesor ya no tiene remedio:
el profesor observa las hormigas.

Versos de salón (1962)

Vita da cani

Il professore: una vita da cani.
La frustrazione su diversi piani.
La sensazione di fastidio ai denti
che si prova allo stridere del gesso.

Il professore e la donna precisa.
Il professore e la donna perspicua.
Dove trovare la donna perspicua!
Una donna che sia quello che è,
una donna che non somigli a un uomo.

La sofferenza ottenebra la vista,
cominciano ad apparire le rughe.
La vecchiaia degli stessi studenti,
le frequenti mancanze di rispetto.
Come camminano nei corridoi.

L’insulto si può ancora sopportare
ma non così il sorriso artificiale,
i commenti che fan venir la nausea.

Il liceo è il tempio del sapere.
Il direttore del suddetto tempio
con i suoi baffi da attore di cinema.

La nudità della signora sposa
(lo sguardo va ad urtare contro un gufo,
una capigliatura troppo liscia).
Da sopprimere il bacio sulla guancia
(più difficile che ad incominciare)
il focolare è un campo di battaglia.

La donna se la cava con le gambe.

I problemi sessuali dei vecchi
essere inclusi in un’antologia
provocare lo spasmo artificiale.

Nulla da fare per il professore:
il professore osserva le formiche.

( Traduzione di Francesco Tentori Montalto)


TRES POESÍAS

1

Ya no me queda nada por decir
Todo lo que tenía que decir
Ha sido dicho no sé cuántas veces.

2

He preguntado no sé cuántas veces
pero nadie contesta mis preguntas.
Es absolutamente necesario
Que el abismo responda de una vez
Porque ya va quedando poco tiempo.

3

Sólo una cosa es clara:
Que la carne se llena de gusanos.

Versos de salón (1962)

TRE POESIE

1

Ormai non mi rimane niente da dire
Tutto quello che dovevo dire
E’ stato detto non so quante volte

2

Ho domandato non so quante volte
ma nessuno risponde alle mie domande
E’ assolutamente necessario
Che l’abisso risponda subito
Perchè ormai sta restando poco tempo

3

Solo una cosa è chiara:
Che la carne si riempie di vermi

(trad. carmelo pinto)


CAMBIOS DE NOMBRE

A los amantes de las bellas letras
Hago llegar mis mejores deseos
Voy a cambiar de nombre a algunas cosas.

Mi posición es ésta:
El poeta no cumple su palabra
Si no cambia los nombres de las cosas.

¿Con qué razón el sol
Ha de seguir llamándose sol?
¡Pido que se llame Micifuz
El de las botas de cuarenta leguas!

¿Mis zapatos parecen ataúdes?
Sepan que desde hoy en adelante
Los zapatos se llaman ataúdes.
Comuníquese, anótese y publíquese
Que los zapatos han cambiado de nombre:
Desde ahora se llaman ataúdes.

Bueno, la noche es larga
Todo poeta que se estime a sí mismo
Debe tener su propio diccionario
Y antes que se me olvide
Al propio dios hay que cambiarle nombre
Que cada cual lo llame como quiera:
Ese es un problema personal.

La cueca larga (1958)


CAMBI DI NOME

Agli amanti delle belle lettere
Faccio arrivare i miei migliori desideri
Cambierò il nome ad alcune cose.

la mia posizione è questa:
Il poeta non rispetta la sua parola
Se non cambia i nomi alle cose.

Per quale ragione il sole
deve continuare a chiamarsi sole?
Chiedo che si chiami Micifuz
Quello degli stivali delle sette leghe !

Le mie scarpe sembrano bare?
Sappiano che d’ora in avanti
Le scarpe si chiamano bare.
Si comunichi, si annoti, e si pubblichi
Che le scarpe hanno cambiato nome:
Da questo momento si chiamano bare

Bene, la notte è lunga
Ogni poeta che ha stima di se stesso
deve avere il suo proprio dizionario
E prima che mi dimentico
Allo stesso dio bisogna cambiargli nome
Che ognuno lo chiami come voglia:
Questo è un problema personale

(trad. Carmelo Pinto)


LVII

Imposible entender a los chilenos
los que se quedaron aquí
no piensan en otra cosa que en irse
«este país no sirve para nada»
los que se fueron sueñan con volver
inútilmente porque no se puede
madre mía que estás en el cielo
santificado sea tu nombre
déjalos regresar a la patria
no permitas que mueran en el destierro.

Nuevos sermones y prédicas del Cristo de Elqui (1979)

LVII

Impossibile capire i cileni
quelli che sono rimasti qui
non pensano ad altro che andarsene
“questo paese non vale niente”
quelli che se ne sono andati sognano di tornare
inutilmente perchè non si può
madre mia che stai nel cielo
santificato sia il tuo nome
lasciali tornare in patria
non permettere che muoiano nell’esilio

(trad Carmelo Pinto)

da qui









martedì 4 agosto 2020

MANIFESTO ANTROPOFAGO - Oswald de Andrade


  
Solo l'Antropofagia ci unisce. Socialmente. Economicamente. Filosoficamente.
Sola legge del mondo. Espressione mascherata di tutti gli individualismi, di tutti i collettivismi. Di tutte le religioni. Di tutti i trattati di pace.
Tupy or not tupy, that is the question.
Contro tutte le catechesi. E contro la madre dei Gracchi.
Mi interessa solo ciò che non è mio. Legge dell'uomo. Legge dell'antropofago.
Siamo stanchi di tutti i mariti cattolici sospettosi messi in scena. Freud l'ha fatta finita con l'enigma donna e con altre paure della psicologia stampata.
Quello che ostacolava la verità era l'abbigliamento, l'impermeabile tra il mondo interiore e il mondo esterno. La reazione contro l'uomo vestito. Il cinema americano informerà.
Figli del sole, madre dei viventi. Trovati e amati ferocemente, con tutta l'ipocrisia della nostalgia, dagli immigrati, dai trafficati e dai touristes. Nel paese del cobra grande1.
È perché non abbiamo mai avuto grammatiche né collezioni di vecchi vegetali. E non abbiamo mai saputo cosa fosse urbano, suburbano, di frontiera e continentale. Pigri nel mappamondo del Brasile.
Una coscienza partecipante, una ritmicità religiosa.
Contro tutti gli importatori di coscienza in scatola. L'esistenza palpabile della vita. E la mentalità pre-logica che il Sig. Lévy-Bruhl studierà.
Vogliamo la Rivoluzione Caraibica2. Più grande della Rivoluzione Francese. L’unione di tutte le ribellioni vittoriose rivolte all’uomo. Senza di noi l’Europa non avrebbe neanche la sia misera dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Letà dell’oro annunciata dall’America. L’età dell’oro. E tutte le girls.
Filiazione. Il contatto col Brasile Caraibico. Où Villegagnon print terre. Montaige. L’uomo naturale. Rousseau. Dalla Rivoluzioen Francese al Romanticismo, alla Rivoluzione Bolcevica, alla Rivoluzione Surrealista e al barbaro tecnicizzato di Keyserling. Avanti.
Non siamo mai stati catechizzati. Abbiamo vissuto in un diritto sonnambulo. Abbiamo fatto nascere Cristo a Bahia. O a Belém do Pará.
Ma non abbiamo mai ammesso la nascita della logica tra noi. Contro Padre Vieira4. Autore del nostro primo prestito, per guadagnarsi gli interessi. Il re-analfabeta gli aveva detto: metti questo per scritto ma senza molte chiacchiere. Venne fatto il prestito. Venne tassato lo zucchero brasiliano. Vieira lasciò il denaro in Portogallo e ci portò le chiacchiere.
Lo spirito si rifiuta di concepire lo spirito senza il corpo. L’antropomorfismo. Necessità del vaccino antropofagico. Per l’equilibrio contro le religioni di meridiano. E le inquisizioni esterne.
Possiamo solo badare al mondo orecolare.
Avevamo la giustizia, codificazione della vendetta. La scienza, codificazione della Magia. Antropofagia. La trasformazione permanente del Tabù in totem.
Contro il mondo reversibile e le idee oggettivate. Cadaverizzate. Lo stop del pensiero che è dinamico. L’individuo vittima del sistema. Fonte delle ingiustizie classiche. Delle ingiustizie romantiche. E l’oblio delle conquiste interiori.
Mappe. Mappe. Mappe. Mappe. Mappe. Mappe. Mappe.
L’istinto Caraibico.
Morte e vita delle ipotesi. Dell’equazione io parte del Cosmo all’assioma Cosmo parte dell’io. Sussistenza. Comoscenza. Antropofagia.
Contro le élites vegetali. In comunicazione col suolo.
Non siamo mai stati catechizzati. Quel che abbiamo fatto è il Carnevale. L'indio vestito da Senatore dell'Impero. Fingendosi Pitt. O figurando nelle opere di Alencar pieno di buoni sentimenti portoghesi5.
Avevamo già il comunismo. Avevamo già la lingua surrealista. L'età dell'oro.
Catiti Catiti Imara Notiá Notiá Imara Ipeju6 .
La magia e la vita. Avevamo la descrizione e la distribuzione dei beni fisici, dei beni morali, dei beni di Corte. E sapevamo traslare il mistero e la morte con l'aiuto di alcune formule grammaticali.
Ho chiesto a un uomo cos'era il Diritto. Mi ha risposto che era la garanzia dell'esercizio della possibilità. Quest'uomo si chiamava Galli Matias. Me lo sono mangiato.
Non c'è determinismo solo dove c'è mistero. Ma che c'entriamo noi con questo?
Contro le storie dell'uomo che cominciano a Capo Finisterra. Il mondo non datato. Non schedato. Senza Napoleone. Senza Cesare.
La stabilizzazione del progresso per mezzo di cataloghi e televisori. Solo la macchina. E gli apparecchi per le trasfusioni.
Contro le sublimazioni antagoniche. Portate nelle caravelle.
Contro la verità dei popoli missionari, definita con la sagacità di un antropofago, il Visconte di Cairu: – È la menzogna molte volte ripetuta.
Ma non erano crociati quelli che vennero. Erano fuggiaschi di una civiltà che stiamo mangiando, perché siamo forti e vendicativi come il Jabuti7.
Se Dio è la coscienza dell'Universo Non Creato, Guaraci è la madre dei viventi. Jaci è la madre dei vegetali8.
Non abbiamo avuto la speculazione. Ma avevamo la divinazione. Avevamo Politica che è la scienza della distribuzione. E un sistema social-planetario.
Le migrazioni. La fuga dagli stati noiosi. Contro le sclerosi urbane. Contro i Conservatòri e il tedio speculativo.
Da William James a Voronoff 9. La trasfigurazione del Tabù in totem. Antropofagia.
Il pater familias e la creazione della Morale della Cicogna: Ignoranza reale delle cose + mancanza di immaginazione + sentimento di autorità di fronte alla prole curiosa.
Bisogna partire da un profondo ateismo per giungere all'idea di Dio. Ma il caraibico non ne aveva bisogno. Perché aveva Guaraci.
La finalità creata reagisce come gli Angeli della Caduta. Poi Mosé divaga. Che c'entriamo noi con questo?
Prima che i Portoghesi scoprissero il Brasile, il Brasile aveva scoperto la felicità.
Contro l'indio con la fiaccola. L'indio figlio di Maria, figlioccio di Caterina de' Medici e genero di D. Antônio de Mariz10.
L'allegria è la prova del nove. Nel matriarcato di Pindorama11.
Contro la Memoria fonte del costume. L'esperienza personale rinnovata.
Siamo concretisti. Le idee si danno da fare, reagiscono, bruciano persone nelle piazze pubbliche. Eliminiamo le idee e le altre paralisi. Attraverso le mappe. Credere nei segni, credere negli strumenti e nelle stelle.
Contro Goethe, la madre dei Gracchi, e la Corte di D. João VI12
L'allegria è la prova del nove.
La lotta tra quello che si chiamerebbe Non-Creato e la Creatura – illustrata dalla contraddizione permanente tra l'uomo e il suo Tabù. L'amore quotidiano e il modus vivendi capitalista. Antropofagia. Assorbimento del nemico sacro. Per trasformarlo in totem. L'umana avventura. La terrena finalità. Tuttavia, soltanto le pure élites sono riuscite a realizzare l'antropofagia carnale, che reca in sé il più alto senso della vita e evita tutti i mali individuati da Freud, mali catechisti. Ciò che c'è non è una sublimazione dell'istinto sessuale. È la scala termometrica dell'istinto antropofagico. Da carnale, esso diventa elettivo e crea l'amicizia. Affettivo, l'amore. Speculativo, la scienza. Si sposta e si trasferisce. Siamo arrivati allo svilimento. La bassa antropofagia agglomerata nei peccati del catechismo – l'invidia, l'usura, la calunnia, l'omicidio. Peste di cosiddetti popoli colti e cristianizzati, è contro di essa che stiamo agendo. Antropofagi.
Contro Anchieta che canta le undicimila vergini del cielo, nella terra di Iracema – il patriarca João Ramalho fondatore di San Paolo13.
La nostra indipendenza non è ancora stata proclamata. Frase tipica di D. João VI: "Figlio mio, mettiti questa corona sul capo, prima che lo faccia qualche avventuriero! ". Abbiamo scacciato la dinastia. Bisogna scacciare lo spirito bragantino, gli ordinamenti e il tabacco di Maria da Fonte14.
Contro la realtà sociale, vestita e opprimente, schedata da Freud – la realtà senza complessi, senza follia, senza prostituzioni e senza penitenziari del matriarcato di Pindorama.
A Piratininga
Anno 374 dalla deglutizione del Vescovo Sardinha.
(Revista de Antropofagia, Anno, I, n° 1, maggio 1928)

Note:
1 Figli del sole: nella mitologia tupi-guarani, il Sole è madre di tutti gli esseri del regno animale. Il cobra-grande, o boiúna, è una figura della mitologia indigena, che terrorizza la popolazione per la sua voracità. Unendosi con una donna che faceva il bagno in un fiume, generò due esseri, il Cobra Norato, buono, che la notte si trasforma in un giovane alto e bello che balla nelle feste lungo il fiume, e Maria Canina, malvagia, che sotto le sembianze di serpente rovescia le imbarcazioni o, tramutatasi essa stessa in imbarcazione, trascina gli equipaggi verso il fondo del fiume.
2 Le popolazioni caraibiche, che abitavano originariamente le Piccole Antille, le Guiane e le coste centroamericane, praticavano l'antropofagia.
3 Villegaignon fonda nel 1555 la Colonia France Antarctique nella baia di Guanabara, porto naturale di Rio de Janeiro, che verrà rioccupata dai Portoghesi nel 1560. La citazione è tratta dal capitolo XXXI degli Essais di Montaigne, intitolato "Des cannibales".
4 Padre Vieira (1608-1697), missionario gesuita, visse in Brasile per la maggior parte della sua vita, impegnandosi contro la schiavizzazione degli indigeni e nell'incitamento all'unità nazionale contro le invasioni olandesi. Fu sostenitore di un'impresa commerciale atta a risollevare le finanze portoghesi. Scrisse numerosissimi Sermoni, perfetto esempio di prosa barocca.
5 José de Alencar (1829-1877) è il maggior narratore brasiliano del Romanticismo, autore di romanzi in cui la figura dell'indio incarna gli ideali che il Romanticismo europeo ricercava nel medioevo cavalleresco.
6 "Luna nuova, luna nuova, soffia in Tizio il ricordo di me", in O selvagem, di Couto Magalhães (n.d.A.).
7 Jabuti [dal tupi yabuti]: testuggine. È l'eroe delle favole indigene del nord del Paese, che ha caratteristiche simili a quelle della volpe nelle favole europee: non particolarmente violento, riesce a sconfiggere animali più forti di lui per la sua forza vendicativa, l'astuzia e l'abilità nel parlare.
8 Guaraci, o coaraci è il nome del sole nella lingua tupi. Il significato della parola è quello di ‘madre di questo giorno’ (da cori, `questo', ara, `giorno', e ci, `madre'). È il creatore di tutti gli esseri viventi, e ha il compito di governare il regno animale attraverso divinità protettrici di ogni singola specie. Jaci, dal composto tupi ia-cí,, è la ‘madre dei frutti’, la Luna. Sorella e sposa di Guaraci, presiede il regno vegetale, valendosi anch'essa di divinità a lei sottoposte.
9 Il nome di (Sérgio) Voronoff, ideatore di una cura di ringiovanimento e autore di un saggio intitolato La conquête de la vie (1928), viene accostato a quello del filosofo americano William James come a tracciare una linea esemplare del pensiero pragmatico che attraversi le varie discipline, dalla filosofia alla biologia.
10 Il riferimento è al romanzo storico di Alencar, O guarani (1857), il cui protagonista, l'indio Peri, riassume in sé tutte le qualità del "buon selvaggio", compiendo imprese eroiche per amore della figlia del nobile portoghese dom Antônio.
11 Pindorama (dal tupi, `paese delle palme') è il nome con cui le popolazioni andine e delle pampas chiamano il Brasile.
12 Dom João VI di Braganza regnò sul Portogallo dal 1816 al 1826, durante il periodo in cui la Corte si era trasferita a Rio de Janeiro per sfuggire alle invasioni napoleoniche.
13 Padre Anchieta (1534-1597), missionario gesuita, autore di testi plurilingue (in spagnolo, portoghese, latino e tupi-guarani) teatrali e poetici oltre che religiosi e didattici, è una figura fondamentale della prima azione catechizzatrice in Brasile. Iracema ("la vergine dalle labbra di miele") è la protagonista del romanzo omonimo di Alencar (1865). capolavoro dell'indianismo romantico. João Ramalho viene eletto nel 1562 capitão-mor (amministratore generale, carica ereditaria) di Sao Paulo de Piratininga, il capitanato o divisione amministrativa che sta all'origine dello stato di San Paolo.
14 Ilaria da Fonte guidò una rivolta in Portogallo (1846-1847) che sfociò in guerra civile e venne repressa con l'intervento degli spagnoli e degli inglesi. (Tra le richieste dei ribelli, molte delle quali vennero accolte, c'era l'abdicazione della regina Maria II).

(Tratto da La cultura cannibale – Oswald de Andrade: da Pao-Brasil al manifesto antropofago, a cura di Ettore Finazzi-Agrò e Maria Caterina Pincherle, Meltemi editrice, Roma, 1999, traduzione di Maria Caterina Pincherle)


mercoledì 1 novembre 2017

Padre nostro - Nicanor Parra

Padre nostro che sei nei cieli 
Gravato da ogni tipo di problema
Con la fronte aggrottata
Come se fossi un uomo qualunque
Non pensare più a noi.
Comprendiamo che soffri
Perché non riesci a risolvere le cose
Sappiamo che il demonio non ti lascia tranquillo
Disfacendo quello che tu hai fatto.
Lui ride di te
Eppure noi piangiamo assieme a te:
Non preoccuparti delle sue diaboliche risate.
Padre Nostro che sei dove sei
Circondato da angeli sleali
Sinceramente: non soffrire più per noi
Devi rendertene conto
Che non sono infallibili gli dei
E che noi altri perdoniamo tutto. 
(Traduzione di Marco Ottaiano)


In lingua originale: 


PADRE NUESTRO
Padre nuestro que estás en el cielo 
Lleno de todas clases de problemas
Con el ceño fruncido
Como si fueras un hombre vulgar y corriente
No pienses más en nosotros.

Comprendemos que sufres
Porque no puedes arreglar las cosas.
Sabemos que el demonio no te deja tranquilo
Desconstruyendo lo que tu construyes

El se ríe de ti
Pero nosotros lloramos contigo:
No te preocupes de sus risas diabólicas.

Padre nuestro que estás donde estás
Rodeado de ángeles desleales
Sinceramente: no sufras más por nosotros
Tienes que darte cuenta
De que los dioses no son infalibles
Y que nosotros perdonamos todo

domenica 25 giugno 2017

L’infinito nella valigia - Alberto Chicayban

La casa affaticata si era addormentata e respirava rumorosamente nei pressi della stanza di mia madre. Nell’ombra del corridoio mi muovevo con attenzione per non svegliarla mentre lottavo contro la complessa sistemazione della valigia dell’esilio. È vana la pretesa di sbrogliare in maniera razionale l’archetipica e irriducibile questione dell’essenzialità del carico da trasportare quando si tratta del viaggio di sola andata. Non sappiamo chi siamo alla partenza di un viaggio di questo tipo e nemmeno quello che saremo all’arrivo. Meglio lasciare all’inconscio la cernita degli oggetti da asportare dal mondo dell’origine per il trapianto verso l’ignoto. Dieci minuti per ordinare i vestiti potevano bastare. Nudi arriviamo, nudi partiamo.

Mi fermai davanti alla libreria. Anche lì la scelta era stata automatica e arrogante in un atteggiamento da sacerdote unto da gesti rituali segreti. Vocatus atque non vocatus deus aderit. Presi in primo luogo il Grande Sertão:Veredas[1] di Guimarães Rosa in un’edizione economica della Nova Fronteira ancora vergine di appunti. Poi allungai la mano per prendere Ficciones El Aleph, di Jorge Luis Borges, che erano vicino all’altro nello scaffale della prosa. Dalla sezione di poesia scelsi Rubayyat, di Omar Khayyam, in una bella traduzione di Octavio Tarquinio de Souza, piena di rose, vino e amori incantati in bilico fra la vita e la morte. Per ultimo, mi avvicinai allo scompartimento dedicato agli argomenti tecnici e presi La Tecnica de la Orquesta Contemporánea di Alfredo Casella e V. Mortari tradotta dall’italiano allo spagnolo e pubblicata dalla cara Ricordi Americana di Buenos Aires.

Strana scelta. Portare in esilio un solo libro brasiliano in mezzo ad altri quattro libri stranieri, due dei quali scritti da un argentino! Suprema ingiuria! Roba da fare rivoltare nella tomba il patriota Nelson Rodrigues ed evocare il suo personaggio Sobrenatural de Almeida per spiegare una così stramba contraddizione. Ma le stranezze non si fermano qui: perché avevo preso solamente libri che avevo maltrattato a lungo a furore invadente di penna e matita sugli spazi bianchi di ogni foglio? C’erano altri nuovi volumi da leggere che da mesi aspettavano sulla parte alta degli scaffali. L’ultima visita alla Livraria Brasileira al centro di Rio, quasi imbattibile per i libri usati e antichi, era stata una follia. Per quello il compagno commesso Marcos all’insaputa dell’avido proprietario aveva fatto un grande sconto al cliente che se ne andava dal Brasile traditore e vile dei tempi di Fernando Collor de Mello. Come mai paradossalmente dimenticavo gli ultimi acquisti?

Nel mio intimo è rimasta la certezza di aver scelto libri infiniti da mettere in valigia. Melita Richter mi ha chiesto perché sarebbero infiniti questi libri. Non so se riuscirò a spiegarmi o solamente a dimostrare caparbietà. Adesso me ne rendo conto che sono già passati diciassette anni.

Magris disse una volta che il Grande Sertão: Veredas di Guimarães Rosa colpisce come un pugno allo stomaco ed è forse la sintesi migliore che si può fare riguardo alla sua opera. Il grande triestino dal suo osservatorio al Caffè San Marco inquadrò perfettamente la trappola del romanzo che parla di battaglie mentre si scaglia sul lettore ignaro di essere capitato in un combattimento e lo stende. A mio avviso la lettura del Grande Sertão è una sorta di partita a scacchi. Guimarães Rosa era un appassionato di questo antico e misterioso gioco. Probabilmente ha trasportato nel suo romanzo quella  stessa matrice strategica e matematica, infinita anche se rigorosamente limitata allo spazio fisico della scacchiera. Da una parte ci sono le pedine bianche del Bene e dall’altra le pedine nere del Male. È inevitabile la tentazione di stare dalla parte delle pedine bianche, questo perché ci identifichiamo con il Narratore e le sue lotte in favore di quello che ci viene presentato come il Bene. L’Autore invece si mette nella posizione di Dio o di gran maestro: gioca con ambedue i colori delle pedine facendoci credere di essere liberi, perfino di poter avere opinioni personali riguardo l’infinita questione Bene versus Male. Ci sconfigge e ci arricchisce in maniera diversa ad ogni lettura.   

Ficciones è un libricino composto da diciassette racconti corti divisi in due parti precedute da prologhi (il titolo della prima parte detta Giardino Dei Sentieri Che Si Biforcano è probabilmente un’avvertenza perché al centro del racconto dallo stesso nome palpita un labirinto). L’opera dell’argentino Jorge Luis Borges inizia con la scoperta di una cospirazione per creare dal nulla una geografia, natura e civiltà ad opera di scienziati, uomini di lettere e artisti sostenuti da un folle miliardario nordamericano (per forza!) con la finalità di inglobarle in maniera subdola nella realtà (sempre provvisoria) da noi conosciuta. Lungo i racconti scritti da Borges una biblioteca infinita e caotica scrutata dagli abitanti, disperati bibliotecari che si improvvisano cosmologi e teologi (la Biblioteca de Babel) , convive accanto alla storia di Pierre Menard, il francese che provò a diventare uno scrittore del secolo XVII sotto il sole del secolo XX ricostruendosi come Cervantes. No quería componer otro Quijote - lo cual es facil - sino “el” Quijote. Inútil agregar que no encaró nunca una transcripcion mecanica del original; no se proponía copiarlo. Su admirable ambición era producir unas páginas que coincidieram - palabra por palabra y linea por linea - con las de Miguel de Cervantes.  

Sono piccoli e sempre in numero di diciassette[2] i racconti dell’altro libro di Borges messo quella notte in valigia, El Aleph. Il racconto iniziale intitolato El inmortal parla della ricerca di un fiume le cui acque sarebbero in grado di rendere immortale il felice bevitore - el río secreto que purifica de la muerte a los hombres. Il protagonista, il tribuno romano Marco Flaminio Rufo, dopo aver superato molti ostacoli riesce ad arrivare alla splendente, deserta e mostruosa Città degli Immortali senza però trovare un fiume dove abbeverarsi per guadagnarsi l’immortalità. Nell’area scorre solamente un rigagnolo sporco. Al di fuori della Città degli Immortali abitano uomini primitivi - los trogloditas - che non dormono mai, mangiano carne di serpente e girano nudi come bestie, incapaci della parola. Con il tempo Flaminio si affeziona ad uno di loro che lo segue ovunque, lo chiama Argo come il cane di Ulisse. Inutilmente cerca di insegnargli il nome appena ricevuto. Rimanendo con i trogloditi fino a diventare membro del gruppo il tribuno si abitua ai piaceri semplici della natura e sembra dimenticare tutto il resto. Un giorno, sotto la pioggia, chiama Argo con insistenza e lui risponde inaspettatamente con un verso dell’Odissea: - Ya habrán pasado mil cien años desde que la inventé. Tutto viene chiarito. Argo era Omero e i trogloditi gli Immortali che, stanchi della civiltà soffocante, avevano distrutto nove secoli prima la loro maestosa città per poi ricostruirla in maniera assurda, come fosse una parodia o un tempio dedicato agli dei dell’irrazionalità che controllano il mondo e dei quali non sappiamo niente tranne che non sono simili all’Uomo. Il fiumiciattolo sporco costituiva l’ambita fonte dell’immortalità. Marco Flaminio a quel punto comincia a vivere sulla propria pelle il paradosso dell’essere immortale: Nadie es alguien, un solo hombre inmortal es todos los hombres. Como Cornelio Agrippa , soy dios, soy héroe, soy filósofo, soy demonio y soy mundo, lo cual es una fatigosa manera de decir que no soy. Dunque il tribuno decide di partire alla ricerca di acque contrarie alle precedenti. Passano i secoli prima che riesca ad abbeverarsi al fiume della Morte e dormire un’altra volta. In un altro racconto, El Aleph, il Narratore guidato dall’amore per una certa Beatrice e dall’esaltato amico poeta Carlos Argentino Daneri[3] finisce per entrare in un sotterraneo dentro il quale esiste la possibilità di contemplare il Tutto. È quello El Aleph, la percezione dell’Infinito ridotto ad un punto nello spazio. Dice il Narratore dopo l’utilizzo di una vertiginosa enumerazione poetica di elementi sconnessi come metafora dell’intuizione della Totalità:..vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi oscura sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, y en la tierra otra vez el Aleph y en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo. Contemplare il Tutto non è possibile senza una discesa agli Inferi interiori perché in quella situazione ci troveremo dispersi ovunque sotto le sembianze di ogni essere o cosa. Labirinti e specchi, possibili metafore dell’infinito, sono presenti in molti punti dei due libri come in diversi altri scritti di Jorge Luis Borges. Anche l’ombra di William Shakesperare e di altri uomini labirintici si insinua ovunque all’interno di Ficciones El Aleph insieme alla costante rivisitazione di miti e archetipi. Gli archetipi sono stati segnalati all’interno della teoria di Carl Gustav Jung come il contenuto della memoria della specie o inconscio collettivo. Sono indefinibili forse perché infiniti.  

Rubayyat è il nome di un’antica forma di composizione poetica persiana di quattro versi associata in maniera indissolubile al libro che raccoglie tutto quello che di poesia ha lasciato il sublime Ghiyath ad-Din Abul-Fath Omar Bin Ibrahim Khayyam, conosciuto come Omar Khayyam. Omar visse quasi tutta la vita a Nishapur ed è (forse) nato nella stessa città (forse) nel 1048. Viene riconosciuto come il più importante matematico dell’Islam, era anche astronomo e filosofo. I versi di Omar Khayyam invitano al vino e agli amori disperati sotto l’ombra dell’Incertezza: Non ricordo quando sono nato E non so quando morirò Vieni, dolce amica, beviamo questa coppa Dimentichiamoci l’ inguaribile ignoranza. Un altro rubbayat dice: Sonno sopra la terra, sonno sotto la terra Sopra la terra e sotto la terra solo uomini sdraiati / Il Nulla dappertutto. Deserto. Uomini arrivano, uomini partono. Avevo quindici o sedici anni quando trovai il libro di Omar all’interno di una vecchia libreria a casa dei miei zii. Me lo sono tenuto dagli anni ’60 vicino al letto per popolare i miei sogni con le nude ed insaziabili huriNon hai imparato niente dagli uomini saviMa lo strusciarsi dalle labbra di una donna sul tuo petto Potrà rivelarti la felicità Hai i giorni contati. Bevi vino. A quei tempi, però, i vini brasiliani erano velenosi e l’imitatore imberbe di Khayyam non trovò nulla di meglio al lurido bar dell’angolo (gli avventori più sobri lo chiamavano affettuosamente Mosqueiro ossia Angolo delle Mosche). Alle tre di notte, di ritorno a casa, puzzavo di aceto mentre cercavo di fare un discorso contro le religioni usando la voce del Poeta del Vino e delle Anfore: Gente presuntuosa e ottusa inventò / La differenza fra anima e corpoSo solo che il vino spegne l’angoscia E ci devolve la calma. Mi hanno messo sotto la doccia e confiscato il sovversivo Omar. Lo ritrovai solamente alcuni anni più tardi per caso quando cercavo di trasformare il vecchio giradischi Paillard di casa in amplificatore per una chitarra di fortuna: Dal mio tumulo uscirà un odore forte di vino / Che renderà ebbri i passanti. E la serenità dei dintorni Conquisterà per me gli amanti. Gli anni sono passati e la lettura dell’opera I Sufi di Idriss Shah mi hanno rivelato un Khayyam mistico nascosto sotto le anfore di liquido rubino[4]. Attorno ai miei cinquant’anni un successivo Khayyam è sbocciato dalla traduzione del maestro Yogananda. Sono sicuro che ne troverò ancora molti altri di Khayyam coperti dal velo del Mistero. Infatti il nome Khayyam in persiano significa precisamente tendaO ingenuo! Pensi di essere saggio Sei soffocato fra due infiniti / Dal passato e dal futuro intrappolato Bevi e dimentica: non puoi.

L’ultimo libro ad essere sistemato in fondo alla valigia era stato La Tecnica de la Orquesta Contemporánea. Ammetto che la scelta era un pò interessata perché pensavo di riuscire ad occuparmi seriamente di composizione in Europa. Deliri da extracomunitario: il senso comune italiano concede agli immigrati la raccolta di pomodori oppure la microcriminalità (la criminalità che conta è prerogativa degli autoctoni).

Il manuale di Casella e Mortari parte dall’ottavino e dal contrabbasso passando per la chitarra, gli strumenti a plettro, la percussione e la fisarmonica. Esiste anche un paragrafo dedicato agli strumenti a quarti di tono e una sezione per descrivere le allora modernissime Onde Martenot (la prima edizione era del 1948), uno strumento elettrico con voz sobrenatural y fantastica antenato dei pastosi e pastorizzati sintetizzatori dei nostri tempi. Ogni strumento, dalle castagnole al bass tuba, possiede una storia di timbro e linguaggio applicata alle composizioni, trascina dietro di sé etica, sentimenti, emozioni e limiti fisici. Per esempio, l’arpa nell’ultima ottava ha una sonorità rarefatta e stridula, perde le possibilità di cantare. Nel registro grave viene soggiogata dall’indefinito delle note e fatica a sbrigarsi con velocità nelle scale o sequenze di suoni separati da intervalli piccoli. Al fagotto piace tanto lo staccato, ma si quiere hacer el enamorado debe a lo sumo resignarsi a representar la parte del viejito concupiscente “que paga”. Non potrà mai fare i voli appassionati del violoncello nonostante la voce di signore borghese attempato e malizioso.

Un trattato di orchestrazione porta sotto il microscopio la vita degli strumenti nelle composizioni, ritaglia brandelli di Bach, Beethoven, Stravinsky, Ravel o Respighi come esempi anatomici del comportamento strumentale virtuoso o moderato, consiglia atteggiamenti e segnala i confini della fattibilità espressiva. Allo stesso modo della scacchiera indica lo spazio delimitato dentro il quale è paradossalmente possibile raggiungere innumerevoli dimensioni creative in universi musicali paralleli o in fuga. Posso sognare di essere un Claude Debussy o giocare a fare il nostromo dell’astronave di Johann Sebastian Bach che arriverà alla prossima galassia. I libri sono solo specchi e labirinti, all’Infinito ci pensiamo noi.



[1] Grande Sertão: Veredas è Il titolo originale del romanzo brasiliano diversamente da quello scelto per la traduzione italiana (Grande Sertão). La parola sertão significa in portoghese landa desolata e corrisponde ad una vasto territorio che copre parte del Nord Est del Brasile, mentre il termine veredas sta per sentieri.
[2]Il numero 17 ridotto in maniera cabalistica ( 1+7) corrisponde al numero 8 che sdraiato diventa il conosciuto simbolo di infinito. L’opera monumentale di Jodorowski e Costa riguardo i tarocchi (La Via dei Tarocchi) finisce la parte dedicata all’Arcano XVII (La Stella) con queste parole: E al centro del mio ventre, divenuto infinito, ricevo e lascio nascere la luce nella sua interezza (p.243). A mio avviso la percezione delle coincidenze seriali o sincroniche rappresenterebbe l’intuizione dell’infinita trama di coincidenze che possiamo chiamare Realtà.
[3] Il nome Daneri a mio avviso potrebbe essere stato costruito da Borges tramite l’utilizzo della prima sillaba del nome associata all’ultima sillaba del cognome del Sommo Poeta. La presenza nel racconto dell’amata Beatrice defunta e la discesa ad un sotterraneo alla ricerca della Rivelazione possono forse incoraggiare questa intuizione.
[4]Hanno dato il nome di Omar Khayyam ad un cratere della Luna. Mi pare giusto: era un grande astronomo. Gli antichi greci chiamavano cratere la coppa, sarebbe impossibile un omaggio più bello al filosofo e poeta.