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martedì 3 maggio 2022

la solitudine dei saharawi

 

Sánchez volta le spalle al popolo saharawi - Marco Santopadre


La svolta di Sánchez sulla vicenda saharawi i cittadini spagnoli l’hanno incredibilmente appresa, venerdì scorso, grazie ai notiziari dei media marocchini; «senza alcun dibattito parlamentare né previa comunicazione ai media del paese» ha scritto il quotidiano progressista El Diario.
Finora tutti i governi spagnoli avevano difeso (almeno formalmente) una soluzione basata su quanto stabilito dalle risoluzioni dell’ONU e sul rispetto del diritto all’autodeterminazione della popolazione saharawi. Ma in una lettera inviata a Mohammed VI, il leader socialista ha comunicato di condividere il piano di Rabat che chiede un riconoscimento internazionale della sovranità marocchina sull’ex Sahara spagnolo in cambio della concessione di un certo grado di autonomia ai territori occupati dal 1975.
Nella missiva, Sánchez giudica «l’iniziativa di autonomia marocchina, presentata nel 2007, come la base più seria, realistica e credibile per risolvere la controversia».
Madrid si allinea così alla 
decisione di Donald Trump, che nel dicembre 2020 diede l’ok all’annessione marocchina dell’ex 53esima provincia spagnola in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv (che nel frattempo hanno fatto molti progressi, anche sul fronte militare).

 

La reazione del Fronte Polisario
Scontata e rabbiosa la reazione del “Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro” – l’organizzazione che storicamente rappresenta la popolazione saharawi e porta avanti la resistenza – e del governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui territorio è occupato, per l’80%, dal Marocco. In un comunicato l’esecutivo della RASD condanna la decisione di Madrid definendola in «totale contraddizione con la legalità internazionale e le risoluzioni dell’Onu». Da parte sua il Fronte Polisario ha deplorato la mossa di Sánchez definendola un «ulteriore ostacolo» agli sforzi diretti a una soluzione negoziale del conflitto e riaffermando «la propria volontà di continuare la lotta armata per la liberazione». Del resto, dopo circa 30 anni di congelamento delle ostilità – in attesa che l’Onu organizzasse il previsto referendum per l’autodeterminazione contemplato dalle sue risoluzioni, che però non si è mai visto – nel novembre del 2020 i combattimenti sono ripresi – per quanto a bassa intensità – dopo la violazione da parte del Marocco del cessate il fuoco siglato nel 1991

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Spagna. Contrari destra e sinistra
Tornando alle reazioni in casa, a destra il blitz di Sánchez non è piaciuto. Il leader in pectore del PP, il galiziano Alberto Núñez Feijóo, ha bollato la presa di posizione del premier come «drastica e sconsiderata». Temendo concessioni alle rivendicazioni marocchine sulle enclavi nordafricane di Ceuta e Melilla se non addirittura sulle Canarie, la stampa conservatrice, unanime, parla di «cedimento al Marocco». L’ex premier popolare José Maria Aznar ha invece definito la svolta della Moncloa sul Sahara Occidentale un «errore storico» che il paese «pagherà caro».

Sul fronte opposto, la mossa del PSOE ha prodotto l’ennesimo strappo con gli alleati di governo di Podemos, che hanno informato di non condividerla affatto, così come le formazioni nazionaliste e di sinistra basche, catalane e galiziane. Anche la Ministra del Lavoro e vicepremier Yolanda Díaz e il ministro Alberto Garzòn (di Izquierda Unida) si sono smarcati.
Per la leader dei morados, Ione Belarra, la Spagna deve rispettare il diritto internazionale e il conflitto nel Sahara richiede «una soluzione politica equa, duratura e accettabile per tutte le parti in conformità con le risoluzioni dell’ONU, a partire dall’autodeterminazione del popolo saharawi». Per quanto in disaccordo, però, i viola non sono certo intenzionati a mettere in discussione l’alleanza di governo con i socialisti.
L’avallo di Sánchez alle richieste marocchine mira al varo di relazioni preferenziali – sul piano geopolitico, commerciale e militare – con il paese nordafricano, dopo anni di relazioni burrascose.

 

Madrid in cerca della normalizzazione
Agli inizi degli anni Duemila, Madrid e Rabat si sono affrontati militarmente per il controllo dell’isolotto di Perejil, nello Stretto di Gibilterra. Nel 2021, poi, la crisi è di nuovo esplosa dopo l’accoglienza riservata da Sánchez a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario a lungo ricoverato sotto falso nome in un ospedale della Rioja a causa di alcune complicanze dovute al Covid 19. La vendetta marocchina è giunta il 18 maggio, quando 8000 migranti riuscirono a raggiungere Ceuta grazie alla “distrazione” delle guardie di frontiera di Rabat. Madrid accusò il Marocco di utilizzare i profughi come strumento di ricatto e Rabat imputò a Sánchez una connivenza con gli avversari della sua integrità territoriale.
Ora però Madrid vuole voltare pagina e cerca una base legale sulla quale basare il soddisfacimento dei suoi interessi nell’area, a partire dallo sfruttamento delle risorse ittiche dei pescosi mari al largo delle coste del Sahara Occidentale o dei giacimenti di fosfati. «Cominciamo una nuova tappa basata sul rispetto degli accordi, l’assenza di azioni unilaterali, la trasparenza e la comunicazione permanente» recita un comunicato diffuso dalla Moncloa, che mette l’accento sulla necessità di fare dei progressi nella comune gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Secondo indiscrezioni, il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovrebbe presto recarsi a Rabat per preparare la visita del premier spagnolo, che intanto il 23 marzo si è recato a Ceuta e Melilla.
Alle prese con una fronda nel suo stesso partito, Sánchez può comunque contare sul sostegno pubblico espresso dall’ex premier Zapatero e dell’ex ministro degli Esteri (anch’egli socialista) Moratinos, che durante il loro mandato provarono a convincere l’esecutivo – ma dovettero desistere – a sostenere il piano marocchino di annessione.

 

L’Algeria disapprova
Ora si attendono però le reazioni dell’inviato speciale dell’Onu per il Sahara, Staffan de Mistura (nominato da poco dopo due anni durante i quali la carica era rimasta vacante), e del governo algerino, da sempre principale sponsor della lotta dei saharawi per l’indipendenza, utilizzata spesso come arma contro i nemici di Rabat. Il governo di Algeri, al quale Madrid ha chiesto un aumento delle forniture di gas, ha richiamato “per consultazioni” il proprio ambasciatore a Madrid, Said Moussi, dicendosi stupito per il cambio di posizione della Spagna. Contemporaneamente, l’ambasciatrice marocchina in Spagna, Karima Benyaich, è tornata a Madrid dopo il suo ritorno in patria nel maggio del 2021.

Nei mesi scorsi il governo algerino ha già interrotto le relazioni con il Marocco bloccando il flusso del gas che prima arrivava in Spagna e Portogallo transitando sul territorio di Rabat attraverso il condotto Maghreb-Europa. Ora il gas algerino fluisce verso Madrid attraverso un altro condotto – il MedGaz – che bypassa il territorio marocchino ma che però ha una portata limitata, a cui Algeri sopperisce inviandolo in Spagna e in Portogallo attraverso delle navi cisterna.
Secondo alcuni media iberici, ora l’Algeria potrebbe provare a far pressione sul governo spagnolo, per convincerlo a tornare indietro sulla decisione di sostenere l’annessione marocchina del Sahara Occidentale, aumentando i prezzi del gas venduto a Madrid fino al 2024. L’Algeria fornisce il 43% del gas importato dalla Spagna, seguita a distanza dagli Stati Uniti (14%) e dalla Nigeria (11%).
Il governo algerino avrebbe recentemente rifiutato le richieste statunitensi di riapertura del gasdotto Maghreb-Europa (GME), ed anzi avrebbe chiesto al governo spagnolo di non rivendere al Marocco una parte del combustibile che Madrid importa dall’Algeria.
Il Marocco nel frattempo, avrebbe raggiunto un accordo con la società petrolifera Sound Energy per collegare i suoi giacimenti di gas di Tendrara al GME.
Dal canto suo l’Algeria starebbe lavorando ad un progetto volto a realizzare un lungo gasdotto che la collegherebbe alla Nigeria attraverso il Niger, e che potrebbe far arrivare fino all’Europa circa 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Le autorità algerine avrebbero già preso accordi in questo senso con il governo del Niger.


LINK E APPROFONDIMENTI

https://pagineesteri.it/2021/12/29/africa/il-sahara-occidentale-tra-occupazione-e-greenwashing/

https://www.publico.es/actualidad/carta-sanchez-rey-mohamed-vi-propuesta-marroqui-autonomia-base-seria-creible-realista.html

https://www.africarivista.it/algeria-continua-il-braccio-di-ferro-sul-gasdotto-maghreb-europa/199056/

https://www.publico.es/politica/decision-gobierno-espanol-sahara-no-cumple-derecho-internacional.html

https://www.aljazeera.com/news/2022/3/19/algeria-recalls-spain-envoy-over-western-sahara-policy-change

 

da qui

 

 

La pessima salute di ferro del governo Sánchez - Maurizio Matteuzzi

Qualcuno tracciando, nel gennaio scorso, un bilancio di metà mandato della coalizione fra i socialisti del PSOE e la “nuova sinistra” di Unidas Podemos, scrisse della “pessima salute di ferro del governo progressista spagnolo”. Un ossimoro azzeccato.

Ma in pochi mesi lo scenario anche in Spagna è drammaticamente cambiato e l’attacco in febbraio della Russia di Putin all’Ucraina con la relativa risposta NATO-UE – e anche molto altro – ha mandato giudizi e previsioni a carte quarantotto. E se oggi lo stato di salute del governo guidato da Pedro Sánchez resta pessimo, non appare più nemmeno così di ferro. Molti in Spagna considerano questo il passaggio più critico da quando nel gennaio 2020 il governo ottenne l’investitura delle Cortes. C’è anche chi, non solo in una destra colpita anch’essa dalla crisi, vede non più così sicuro l’approdo della legislatura alla sua naturale scadenza elettorale nel 2023.

Fino a fine 2021, nell’imperversare della pandemia, il governo di coalizione fra due soci che non si amano ha in buona sostanza tenuto fede agli impegni presi e implementato la “agenda progressista” faticosamente pattuita. Livelli record di spesa in sede di bilancio, misure sociali, riforme delle pensioni e del lavoro, leggi a forte impatto simbolico e politico quali eutanasia, riders, reddito minimo vitale, affitti, trans e LGBT, violenze di genere e femminicidio, memoria democratica, clima e transizione energetica verde, campagna di vaccinazione che ha toccato l’80% della popolazione, sblocco dell’impasse catalana con tanto di indulto per i leader indipendentisti…

La ripresa economica, dopo il disastro provocato nel 2020 dal covid, non ha però assecondato, finora, le speranze di Sánchez.  Nel ’21 l’occupazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007, ma la crescita del 7.2% annunciata dal governo per quell’anno è andata via via riducendosi: prima al 6.5% per poi scendere al 5%. Il maggior tasso di crescita dell’ultimo ventennio ma pur sempre troppo basso. Soprattutto considerando che nel dicembre scorso il tasso d’inflazione era già schizzato oltre il 6% per poi lambire, con gli effetti collaterali della guerra in Ucraina – bollette di luce e gas, prezzo di gasolio e benzina, annunciato aumento delle spese militari dei paesi NATO, etc. etc. – la soglia insostenibile del 10% a fine marzo.

Pedro Sánchez e il suo governo, sotto assedio di una rabbiosa destra storica – il Partido Popular – che non si rassegna a non essere più al potere e di una nuova destra cavernicola – i fascio-franchisti di VOX – che è ormai il terzo partito spagnolo, non possono fare a meno di una economia che corra veloce, pena il rischio di regalare le bandiere della protesta alla piazza e ai gilet gialli di cui si vedono già i sintomi nelle massicce manifestazioni e scioperi di trasportatori, agricoltori, pescatori, autonomi, etc.; nonché il rischio che, come accaduto in altri paesi (la Francia, l’Italia), i ceti popolari delusi dalla sinistra riversino i loro voti sulla destra.

Sánchez lo sa bene. Per questo a fine di marzo ha annunciato un “Plan de Choque de Respuesta a la Guerra”, un “piano d’urto” anticrisi da 16 miliardi di euro che prevede uno “escudo social” con tagli fiscali e aumento del reddito minimo vitale.

Se basterà e funzionerà è da vedere. Decisivo sarà il fattore tempo. Perché il 2023, anno di elezioni regionali e politiche, è vicino mentre il rimescolamento fra e nelle forze politiche è al massimo.

Il PSOE, dopo la svolta centrista nel congresso di ottobre, è forse tentato di rompere con Podemos (almeno questo è il timore di Podemos che non si fida di Sánchez) per giocare la carta della grande coalizione con il PP che ha appena cambiato la leadership.

Il Partido Popular, che si è liberato del fallimentare Pablo Casado e  ha appena eletto col 98% dei voti il suo nuovo leader,  Alberto Núñez Feijóo, presidente della Galizia, “moderato e centrista”, è chiamato a decidere se continuare e formalizzare  l’alleanza con l’ultra-destra di VOX come già accade in molte città e regioni (la linea della presidente della Comunidad di Madrid, la sfegatata trumpista Isabel Díaz Ayuso) o  rilanciare una linea di centro-destra e/o avventurarsi in una qualche forma di appeasement con il PSOE .

Podemos che perde peso elettorale e ingoia rospi (l’ultimo la clamorosa giravolta con cui Sánchez riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, a danno del Fronte Polisario) ma non rompe perché “siamo l’unica garanzia che il governo faccia politiche progressiste”. E aspetta con crescente nervosismo che la comunista Yolanda Díaz, popolarissima ministra del lavoro, avvii il suo progetto di “Frente Amplio” nell’arduo tentativo di riunire gruppi e gruppuscoli della nuova sinistra che si sono andati frantumando.

Poi c’è VOX, che incalza il PP di Núñez Fejóo intimandogli di “decidere con chi vuole negoziare”, se con Pedro Sánchez e il suo governo chavista in salsa iberica o con i patrioti anticomunisti di VOX.

Saranno due anni di fuoco.

da qui



domenica 7 aprile 2019

Chi ha ucciso l’adolescente palestinese Ahed Tamimi? - Javier Cortines



L’ultima cosa che ho letto su Ahed Tamimi è stato un articolo pubblicato a Madrid nel settembre 2018 su “El Confidencial Sahrawi”, in cui l’eroina palestinese appare in una foto scattata a Parigi accanto all’atleta Saharawi Salah Eddin Medan. La ragazza, che aveva appena trascorso otto mesi in una prigione israeliana, stava facendo un tour in Europa in cerca di sostegno per la causa palestinese, come “alter ego” di Nelson Mandela, da lei molto ammirato.
A quanto pare, la giovane guerrigliera aveva provocato l’ira del re del Marocco, Mohamed VI, (autoproclamatosi discendente del profeta Maometto), per essersi fatta  fotografare con Salah Eddin Medan , membro del Fronte Polisario (FP), movimento che aspira, come la Palestina, a liberare le proprie terre e a vivere in uno Stato libero e indipendente, così che il monarca, i suoi scagnozzi e la stampa alawita lanciarono una campagna per demonizzarla.
 (So che la storia della Palestina e del Sahara Occidentale (1) sono molto diverse, ma hanno alcuni punti in comune: l’occupazione illegale della terra, le ondate di profughi diventati apolidi e l’elusione delle risoluzioni ONU, che chiedono riparazione per le ingiustizie subite dai Palestinesi e dai Saharawi, perché invise agli Stati Uniti) .
I Marocchini hanno fabbricato  moltissime calunnie per denigrare questa grande combattente, la cui leadership deve essere apparsa come una bomba nelle società maschiliste,  e hanno riempito la rete di falsità sostenendo che Ahed Tamimi, 17 anni, era “un agente, una spia d’ Israele “che aveva  ingannato il suo popolo con la stessa furbizia dell” l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nell’era di Yasser Arafat “.
 (Sappiamo tutti che il Marocco è come un segugio che punta alle “uova” del governo spagnolo, e che la questione Saharawi è tabù in Spagna (e in Palestina). Qualsiasi tentativo di Madrid di chiedere giustizia per i Sahrawi, arriva subito alle orecchie del segugio e i leader spagnoli  si coprono rapidamente il sacco scrotale con cinture di castità. Mohamed VI sa come  tenere in pugno i suoi vicini del nord: aprire le porte per inviare valanghe di migranti e vietare ai nostri pescatori le “sue coste” (saharawi).
A quanto pare, la mano di Mohamed V è molto lunga (a volte indossa un orologio con 1075 diamanti dal valore di un milione di dollari), e così dà un avvertimento sia al Palazzo della Moncloa come a quello della Muqatta, la sede del presidente palestinese, Mahmud Abbas. Con persone simili, tutte le idee che abbiamo di libertà sono destinate ad andare in pezzi, in quanto esse poco  importano ad alcuni ex governanti, amici del discendente del Profeta, come l’ex socialista Felipe Gonzalez, che possiede un magnifico palazzo a Tangeri, (situato sulla prima linea di spiaggia) del valore di circa 2,5 milioni di euro.
Ahed Tamimi, la ragazza del villaggio di Nabi Saleh, nella West Bank occupata, ha trascorso otto mesi in prigione (dicembre 2017-luglio 2018) per aver schiaffeggiato un soldato israeliano nel cortile di casa sua. In prigione ha subito torture psicologiche (continue minacce contro la sua famiglia e gli amici), molestie sessuali e interrogatori interminabili e violenti per rompere la sua volontà ed esporla al mondo come un angelo nero “con le ali spezzate”.
La sua scomparsa è dovuta solo al caso Saharawi o ci sono altre cause? Dà fastidio che una ragazza adolescente, voce carismatica in sedi internazionali,faccia  tremare Israele con la sua parola e “alzi la bandiera palestinese sulle cime più alte”  lasciando in sottofondo politici mediocri con le loro idee obsolete che rifiutano di lasciare il passo alle nuove generazioni, nonostante il misero fallimento delle loro politiche?
Ahed Tamimi è un adolescente che traspira coraggio, intelligenza, nobiltà, onestà e integrità. Cattive qualità in Palestina, in cui da un lato v’è evidenza di gravi casi di corruzione all’interno dell’Autorità Palestinese e dall’altro, nella Striscia di Gaza (feudo di Hamas), c’è una tale disperazione che “i suoi guerriglieri e guerrigliere” vanno a morire  sotto un’accecante pioggia di proiettili con l’”illusione” di poter saltare le recinzioni e ritornare nella loro patria storica, quella che risale ai primi Filistei, popolo elegante, colto e raffinato che probabilmente aveva assorbito l’humus della civiltà minoica.
Israele, che occupa  la Cisgiordania e Gerusalemme Est (Giudea e Samaria per i Sionisti) dalla guerra dei Sei Giorni (1967), è una specie di bunker americano con un impressionante arsenale di bombe atomiche che minaccia, se i suoi piani vengono contrastati, di provocare una terza guerra mondiale. Di questo ci ha già avvertito, e venendo attaccato moltissimo per questo, Günter Grass, negli ultimi decenni coscienza fastidiosa dell’Europa e fratello di sangue di Eduardo Galeano, dall’altra parte dell’Oceano.
L’assenza di Ahed Tamimi, che è determinata a studiare legge e a guadagnare il sostegno internazionale per creare uno Stato palestinese, coincide con la notizia inquietante che Israele sta acquistando , tramite intermediari, numerose case di Palestinesi che vivono a Gerusalemme Est.
In questo modo i Sionisti, senza fare troppo rumore, si stanno impossessando della città che dovrebbe essere la capitale dello Stato palestinese (Ramallah, situato a 15 km a nord ovest di Gerusalemme, è solo capitale provvisoria). Alcune fonti dicono che “alcuni agenti immobiliari”, che obbligano  o spingono i Palestinesi a vendere le loro case, sono Arabi e li definiscono ” traditori” della loro gente e senza alcun scrupolo morale.
Già alla fine degli anni ‘40 Israele acquistò terreni da contadini poveri o da proprietari terrieri palestinesi per “allargare i propri confini”. Qualcuno riesce ad immaginare , per esempio, cittadini britannici che acquistano fattorie in Spagna  facendole diventare automaticamente parte del Regno Unito? Come dice il proverbio, tutti tagliano  legna da ardere dall’albero caduto.
Dal 1947 ad oggi, la Palestina ha perso l’85% del suo territorio. La metà dei quattordici milioni di Palestinesi nel mondo, sette milioni, sono rifugiati o discendenti di rifugiati. Molti dei  Palestinesi più preparati, come ingegneri, architetti, intellettuali, medici, fisici, ecc, hanno abbandonato quel “deserto” dove ci sono ancora ragazze come Ahed Tamimi, che cercano di dimostrare che lei e le giovani generazioni che la sostengono, di mentalità aperta e progressista, possono raggiungere l’impossibile e insegnare al mondo una lezione.

-1-La scrittrice cinese San Mao (1943-1991) ritrasse la turbolenza del Sahara, poco prima che il Marocco  invadesse il territorio con la famosa Marcia Verde, in un’opera di grande valore storico e letterario, “Memorie del Sahara”. Mi sono sempre rammaricato del fatto che nessun regista spagnolo abbia portato sullo schermo “una cronaca così eccezionale” che, senza dubbio, otterrebbe un grande successo internazionale. Per saperne di più su San Mao, che ha vissuto nel Sahara con il marito spagnolo José María, clicca su questo link: San Mao ha salvato dall’oblio il nobile popolo Saharawi.

Trad: Grazia Parolari  “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

giovedì 17 maggio 2018

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e ha scelto sempre soluzioni nonviolente


intervista di Olivier Turquet a Mohamed Dihani

Mohamed Dihani è un attivista saharawi fin da quando era bambino. È stato protagonista di una complessa vicenda giudiziaria dove le accuse nei suoi confronti sono progressivamente svanite nel nulla ma il carcere ingiustamente subiti ha lasciato tracce indelebili nel suo corpo. Mohamed ha fondato l’agenzia stampa Wesatimes che è il più importante mezzo di diffusione in italiano del punto di vista del popolo saharawi in lotta per l’autodeterminazione.

Wesatimes è una bella realtà di informazione quotidiana in tante lingue: ci racconti come è nata e come funziona?
Ho passato 6 anni in prigione, sia nel carcere segreto di Tmara (base centrale dell’intelligence marocchina DST, lontana due chilometri dalla residenza principale del re marocchino Mohamed VI) che nelle prigioni di Sale2, Knnaitra e Ait Maloul.
In quegli anni, ascoltando le voci delle persone torturate o violentate, tra cui donne e adolescenti (e durante i quali anche io ho subìto ogni tipo di torture e gravi violenze), pensavo che se fossi riuscito ad uscire da lì avrei dovuto trovare il modo di raccontare quello che succedeva a quelle persone.
Da qui è nata l’idea di fondare un’agenzia di stampa che raccontasse tutto ciò che accade nel Sahara Occidentale senza aver paura delle conseguenze.
Nel giorno del settimo anniversario del mio rapimento, ho fondato Wesatimes insieme ad altre 5 persone, per cercare di migliorare la realtà mediatica saharawi e per combattere le ingiustizie commesse dallo stato marocchino contro il nostro popolo. Dopo un anno dalla sua fondazione (avvenuta nell’aprile 2017) abbiamo raggiunto risultati che non avevamo previsto.
Siamo un’agenzia che non ha una sede né nessun tipo di finanziamento esterno, siamo persone che lavorano da un gruppo di Whatsapp e pubblichiamo notizie esclusivamente dai cellulari. Non possiamo avere una sede per due ragioni: la prima è che siamo in un territorio occupato e lo stato occupante ce lo impedisce, la seconda è che non abbiamo mezzi e disponibilità economiche per permetterci una sede, dei computer ecc…

Come stai e se puoi raccontare brevemente la tua storia?
Quando ero in prigione e anche dopo il mio rilascio ho avuto molte crisi, tra cui attacchi di panico notturni a seguito di terribili incubi. A causa dei problemi fisici dovuti alle torture, ho subito un intervento chirurgico che non è andato a buon fine, e da allora la mia salute sta peggiorando giorno dopo giorno. Tutto questo mi ha impedito, negli ultimi due mesi, di lavorare come prima. Ma fortunatamente ho amici e compagni combattenti, come Omar Zein Bachir, Yihdih Essabi, El-Bachir Dihani e Haha Zein Sidi, che hanno continuato la lotta anche nei momenti più difficili.
Sono stato rapito il 28 aprile 2010 dalla polizia marocchina, a causa di una traduzione che avevo fatto per un gruppo di giornalisti europei, riguardo le vicende di alcuni saharawi vittime dello stato marocchino. Ho passato quasi sei anni in prigione, subendo l’isolamento e torture fisiche e mentali. Il Marocco ha mosso contro di me accuse infondate, tentando di collegarmi con il terrorismo, ma la mia innocenza era proprio nell’assurdità di tali accuse, perché per realizzare ciò di cui volevano accusarmi ci sarebbe voluto un esercito e non solo una persona. Se volessi raccontarvi la mia storia ci vorrebbero interi libri, perché ho vissuto e visto tantissimo in quegli anni, ma ci sono molti rapporti di Amnesty e Human Right Watch e di altre associazioni che combattono per i diritti umani che smentiscono assolutamente tutte le accuse, e un rapporto delibera del gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite, di sei pagine, che chiede allo stato marocchino che mi vengano garantite delle scuse ufficiali ed un risarcimento economico per tutto quello che ho subito, e che vengano puniti i responsabili delle torture (ma nulla di tutto questo è ancora avvenuto).

La storia del Sahara occidentale è poco conosciuta anche dagli attivisti di altre cause: potresti sintetizzarla nei punti più importanti?
Il Sahara Occidentale, un territorio ricco di risorse naturali e uno dei più pescosi dell’Africa, è stato una colonia spagnola fino alla fine del 1975. Quando la Spagna si ritira dal paese, dopo l’accordo di Madrid, sia il Marocco che la Mauritania, paesi confinanti, tentano di prendere il suo posto invadendone i territori. Il 6 novembre 1975 il re marocchino invia oltre 300.000 persone, comprese migliaia di soldati, ad occupare i territori del Sahara Occidentale (la Mauritania abbandonerà nel 1979 i territori occupati, mentre il Marocco ha intensificato negli anni la sua presenza).
Migliaia di saharawi fuggono dalle loro case e abbandonano il paese sotto i bombardamenti al napalm del Marocco e trovano rifugio in Algeria, paese che offre loro asilo e campi profughi con il minimo indispensabile per sopravvivere.
Il Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione di Saguia el-Hamra e Río de Oro), fondato nel 1973 per liberare il paese dagli spagnoli, proclama nel 1976 la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD).
Il Polisario riconquista e libera alcuni territori ad est del paese e il Marocco, per bloccarne l’avanzata, costruisce a partire dagli anni ottanta, con esperti israeliani e con l’aiuto logistico dei francesi e quello economico dell’Arabia Saudita, il muro della vergogna: un muro di 2700 km, il più lungo al mondo, disseminato di più di nove milioni di mine.
Dopo sedici anni di scontri tra il Fronte Polisario e il Marocco, nel 1991 le parti giungono ad un accordo, sotto l’egida dell’ONU, che prevede, oltre al cessate il fuoco, che venga indetto un referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi. L’ONU istituisce a questo scopo la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale).
Ad oggi, tuttavia, il referendum non ha ancora avuto luogo, perché il Marocco si è di fatto sempre opposto.
Oggi il popolo saharawi vive diviso: una parte nei campi profughi, luoghi inospitali nel mezzo del deserto, dove manca tutto e si può fare affidamento solo sugli aiuti internazionali, una parte nei territori liberati, che sarebbero i primi ad essere attaccati nell’eventualità di una guerra con il Marocco, e una parte nei territori occupati, dove anche i diritti umani basilari vengono calpestati quotidianamente dallo stato occupante e le persone, quando non finiscono in prigione o uccise, non hanno comunque la possibilità di condurre una vita normale, perché private della libertà, del lavoro e dei mezzi di sostentamento.

I saharawi sono un popolo pacifico. Dopo la lotta armata di liberazione del fronte Polisario degli inizi sono passati a lotte pacifiche e nonviolente. Ciononostante il Marocco continua a definirvi terroristi. Come vedi tu questa questione?
Io sono la prova vivente delle bugie marocchine nel definirci terroristi, come dichiarato dal rapporto delle Nazioni Unite. Il Marocco vuole farci passare per terroristi, ma allora perché abbiamo un rappresentante nelle Nazioni Unite e ambasciatori e rappresentanti in 82 paesi in tutto il mondo? Tra questi ci sono anche paesi europei che sostengono il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e che definiscono il Fronte Polisario un movimento che ha tutto il diritto di combattere per la liberazione della sua terra e del suo popolo. Se fossimo terroristi, perché saremmo riconosciuti come uno dei membri fondatori dell’Unione Africana, con il Marocco che ci siede accanto? Se fossimo terroristi non avremmo sopportato tutti i soprusi, arresti e torture a cui ci ha sottoposto il Marocco, senza contrapporre alcuna violenza ma scegliendo la strada pacifica di coinvolgere ed informare il resto del mondo, con lo scopo di costringere il Marocco a fermare queste violazioni e sedersi al tavolo dei negoziati senza condizioni e in buona fede.

Recentemente c’è stata una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, potresti dare la tua opinione?
Sono soddisfatto perché sembra che il Consiglio di Sicurezza stia capendo che la questione del Sahara Occidentale deve essere risolta al più presto. Si nota la buona volontà del Consiglio di Sicurezza, del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e del suo inviato personale per il Sahara Occidentale Horst Köhler che stanno facendo un ottimo lavoro e stanno scegliendo i metodi giusti per risolvere questa situazione.

C’è un rischio che i jihadisti possano intromettersi nella questione del Sahara Occidentale?
Il popolo saharawi è un popolo pacifico e per 27 anni ha scelto sempre soluzioni nonviolente.
Per quanto riguarda i jihadisti, dobbiamo sottolineare 2 cose: i jihadisti credono in valori e metodi che non sono condivisi dal popolo saharawi, che invece crede nella moderazione e non vede la violenza come una soluzione. La seconda cosa, se parliamo di jihadisti stranieri,  questi non possono accedere al nostro territorio, perché il Sahara Occidentale è circondato dai territori liberati dal Fronte Polisario, una zona sorvegliata 24 ore su 24 da valorosi soldati combattenti dell’esercito saharawi, così come accade anche nei campi profughi. Potrebbero accedere solo dalla parte nord del Sahara Occidentale, cioè quella confinante con il Marocco.
Dall’11 settembre 2001, negli attentati terroristici jihadisti avvenuti nel mondo erano sempre coinvolti cittadini marocchini: come confermato da moltissimi giornali internazionali, il Marocco è uno dei principali paesi da cui il terrorismo nasce e si diffonde. Basti pensare a quanto è avvenuto a Madrid, Parigi, Bruxelles e anche nel Medio Oriente.

Possiamo lanciare un messaggio di speranza per la causa saharawi che è anche la causa dell’autodeterminazione dei popoli?
La forza del popolo saharawi sta nel forte senso di appartenenza alla propria cultura e alla propria Nazione, sentimenti che non sono stati scalfiti da 42 anni di occupazione illegale, violenze e soprusi, ma anzi si sono rafforzati e hanno unito ancora di più le persone nella lotta per l’obiettivo comune della libertà e dell’autodeterminazione. Uomini e donne saharawi combattono fianco a fianco in questa battaglia: nella cultura saharawi si riscontra la più bassa disparità di genere di tutto il nord Africa e di tutto il mondo arabo, le donne sono coinvolte e ricoprono ruoli importanti sia nella lotta politica che nell’amministrazione (l’80% delle istituzioni saharawi sono guidate da donne).
Questa unità e questa determinazione sono la nostra grande forza, ed è certo che non smetteremo di lottare finché non riconquisteremo la libertà per il nostro popolo e per il nostro amato Paese.

domenica 29 maggio 2016

Due coraggiosi registi e attivisti sahrawi che documentano le violazioni dei diritti umani - Habibulah Mohamed Lamin



Nota dell'editor di Witness: durante un recente viaggio nei campi-profughi sahrawi [en, come tutti i link seguenti salvo diversa indicazione] a Tindouf in Algeria, WITNESS ha incontrato il giornalista locale Habibulah Mohamed Lamin. Questo messaggio di Lamin fa parte di Watching Western Sahara, un'iniziativa di WITNESS Media Lab che si occupa e contestualizza video sui diritti umani girati dagli attivisti digitali sahrawi. Questo post è stato originariamente pubblicato sul blog di WITNESS.

I campi profughi dei sahrawi sono composti perlopiù da tende e case di fango sparse che si estendono nell'immenso deserto del Sahara dell'Algeria occidentale. Vennero creati quando il Marocco annesse il Sahara Occidentale nel 1975 e le 100 mila persone che li popolano dipendono dagli aiuti umanitari per far fronte ai bisogni di cibo, acqua e vestiti.
Nel 1976, il popolo Sahrawi fondò uno stato chiamato Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi, o RASD. La RASD opera in esilio nei campi e nelle zone del Sahara Occidentale controllate dal Fronte Polisario [it]. Dopo aver accettato il cessate il fuoco negoziato dall'Onu nel 1991, i sahrawi si sono serviti di mezzi pacifici per richiedere il loro diritto all'autodeterminazione. L'accordo di pace prometteva un referendum che avrebbe permesso ai Sahrawi di votare per l'indipendenza, ma ciò non si è ancora concretizzato.


Brahim Dahani

Dihani è venuto ai campi per partecipare ad un laboratorio organizzato dall'Unione degli Studenti Sahrawi (o UESARIO). Tutti i 16 studenti riuniti nella stanza erano desiderosi di imparare. Non appena il loro insegnante gli ha chiesto di riconoscere delle inquadrature cinematografiche, hanno iniziato: “grandangolo”, “no, campo lungo”, in un'atmosfera piena di entusiasmo.
“Sono venuto per imparare le tecniche di ripresa così da poterle utilizzare quando torno a casa”, ha detto Dihani. Secono lui, protestare nel Sahara Occidentale è difficile a causa del divieto imposto dal Marocco, che impedisce qualsiasi genere di raduno di manifestanti.
La repressione delle proteste da parte del Marocco è una questione che i gruppi internazionali di supporto e i funzionari dell'Onu documentano da molto tempo. Ad una seduta del Congresso sul Sahara Occidentale, indetta il mese scorso dalla Commissione Tom Lantos per i Diritti Umani, Eric Goldstein di Human Rights Watch ha espresso le preoccupazioni dell'organizzazione, che includono “le violazioni del diritto alla libertà di espressione, di associazione, di riunione e il diritto ad un equo processo, le torture nel corso degli interrogatori e la violenza della polizia verso i manifestanti”.
“La tua vita è in pericolo”, mi ha detto Dihani, “non appena metti piede fuori dall'aeroporto di El Aaiun”. Come ha spiegato, la repressione contro i media a cui lo sottopongono le autorità marocchine è un processo che prevede controlli severi. “Mentre torno a casa”, ha aggiunto, “mi aspetto ogni tipo di ispezione come la perquisizione senza vestiti e così via”.

Mariem Zafri

Mariem Zafri ha 33 anni e vive nella città di Smara, nei territori occupati dal Marocco. Ha da poco completato uncorso di attivismo video per i diritti umani organizzato da FiSahara e WITNESS.
Al ritorno dai campi verso casa sua nel Sahara Occidentale, le è stato sequestrato il volantino dei difensori dei diritti umani. “Sono stata oggetto di discriminazioni razziali, in quanto mi hanno messo in una stanza per gli interrogatori separata.” Ha descritto l'attivismo digitale nel territorio come uno specchio per riflettere su “la grave situazione dei diritti umani nella regione”. Per esempio, Zafri ha segnalato il processo militare del 2013 dei detenuti di Gdeim Izik, che ha portato alla condanna a morte per 9 civili sahrawi. I prigionieri politici avevano indetto lo sciopero della fame per 36 giorni. Quando alle famiglie fu impedito di far loro visita, hanno protestato a Rabat, cantando: “Nessuna legittimità per il tribunale militare”.
Zafri è d'accordo con le numerose organizzazioni sahrawi e internazionali che vorrebbero il mandato della MINURSO, la missione di pace dell'Onu nel Sahara Occidentale, esteso anche al monitoraggio dei diritti umani. Tale monitoraggio, dice Zafri, “permetterà ai Sahrawi di scendere in piazza ed esigere i loro diritti”. Attualmente, i diritti umani sono trattati di rado da giornalisti e sostenitori internazionali. All'inizio di questo mese, un gruppo di cittadini europei in visita a Gdeim Izik è stato espluso da Rabat dalle autorità marocchine. A Human Rights Watch è stato proibito di far visita al territorio.

 
 Video dei familiari dei prigionieri politici sahrawi in protesta a Rabat, Marocco

Gli attivisti digitali del posto, come Zafri e Dihani, sono gli unici rimasti a documentare gli abusi nel Sahara Occidentale. Come mi ha detto Zafri, le sue possibilità di portare avanti questo servizio sono a rischio. “Sono sempre in pericolo, anche quando non sto riprendendo”.
Habibulah Mohamed Lamin è un giornalista che vive nei campi-profughi del Sahara Occidentale. Ha lavorato come interprete e traduttore per i visitatori dei campi, tra cui WITNESS, ed è direttore del Equipe Media Branch di Tindouf, un gruppo di attivisti digitali che opera nel Sahara Occidentale.