Visualizzazione post con etichetta Spagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spagna. Mostra tutti i post

venerdì 24 aprile 2026

La Spagna controcorrente va ad Oriente - Marcello Bellacicco

 

Mentre gran parte dei Leader europei hanno tutti i loro sensi orientati ad ovest, agognanti di carpire un minimo cenno di benevolenza nelle sparate del posseduto di Washington, il Premier spagnolo Sanchezha rivolto la prua del suo aereo di stato nella direzione esattamente opposta, per volare a Pechino e consultarsi con Xi Jinping.

Un atto che, molto probabilmente, costerà alla Spagna ulteriori strali e minacce da parte della coppia del momento Trump-Netanyahuche, peraltro, sembrano sortire solo l’indesiderato effetto di compattare ancor di più il tessuto socio-politico iberico, che ha portato Madrid a consolidare la propria posizione ben precisa nei confronti della politica estera di Washington, di quella di Tel Aviv e di quella devastante che, congiuntamente, l’asse israelo-americano sta implementando.

Tuttavia, è necessario rammentare che gli attuali contrasti tra questi Leader fanno parte di un’onda lunga che nasce già dal giugno dello scorso anno, allorché il Premier Sanchez, a premessa del Vertice NATO dell’Aia, quello annuale al massimo livello di Capi di Governo, aveva perentoriamente affermato che la Spagna non si sarebbe allineata all’imperio american-trumpiano, per i Paesi Europei dell’Alleanza di raggiungere lo spropositato 5% del PIL in spese militari. La risposta del Tycoon fu immediata e, come di consueto, brutale, proponendo di “buttare fuori” la Spagna dall’Alleanza Atlantica. Un intento che non ha avuto problema a ribadire durante il Vertice stesso, tra un insulto e l’altro a tutti i Membri del Vecchio Continente.

Peraltro, non è la prima volta che la Spagna assume “decisioni di personalità” non particolarmente gradite dagli USA. Un caso eclatante si verificò nel marzo 2004, allorché Madrid decise di ritirare il proprio contingente (1300 u.) dall’Operazione in Iraq. Il motivo ufficiale fu il mancato rispetto del termine previsto per l’assunzione, da parte dell’ONU, di un ruolo centrale nella Missione, che era a guida USA. In realtà incise anche molto la perdita di ben 7 agenti dei Servizi spagnoli, caduti in un agguato qualche mese prima. Fu un ritiro rapidissimo, deciso dal neo-eletto Zapatero, che creò anche degli scompensi operativi nell’assetto della Forza internazionale, tanto da costringere gli Americani, rischiando un ammutinamento, a prolungare la permanenza in Teatro Operativo di una propria Brigata, che si stava già imbarcando per tornare in Patria, dopo un anno di Iraq.

E anche nell’operazione ISAF in Afghanistan (pure questa a guida USA), il Contingente spagnolo sostanzialmente si ritirò già nel 2013, partecipando alla successiva fase della missione NATO (Resolute Support) solo con un nucleo logistico, che controllava l’aeroporto di Herat. Una funzione prestigiosa e di visibilità a bassissimo costo. In Afghanistan, la Spagna subì la perdita di un centinaio di militari, di cui però un’ottantina perirono in due gravissimi incidenti aerei, avvenuti per cause tecniche. A titolo di confronto, l’Italia è rimasta “fedele” alla missione in Afghanistan dal 2002 al 2021 e i suoi Caduti sono stati 53, praticamente tutti in attività operative.

Si può quindi affermare che, in politica Internazionale, la Spagna è sempre stata presente nell’ambito dei maggiori impegni dell’ONU e della NATO, ma è anche stata molto attenta a tutelare un adeguato equilibrio tra le finalità di tali missioni e gli interessi nazionali, assumendo anche decisioni autonome e nazionali, senza peraltro temerne le possibili conseguenze.

Con questa chiave di lettura, probabilmente, è possibile comprendere meglio quanto sta succedendo in questo periodo tra la Spagna e gli USA, che non è di certo una novità, anche se il tutto viene esasperato dalla posta in gioco, probabilmente mai così alta e, ancor di più, dai modi prevaricatori, da bar di periferia, da parte americana.

Inoltre, la posizione spagnola assume ancor più risalto se contestualizzata nell’attuale panorama continentale, con gran parte dell’Europa che appare frastornata e in continua oscillazione tra una colpevole inerzia politica e una pericolosa subordinazione strategica verso gli USA. I Paesi Europei si sono sinora mossi in ordine sparso, in modo scoordinato, sulla base di evanescenti vertici assembleari della UE o sporadici incontri a partecipazione ristretta che, però, sono sempre in ritardo sull’evoluzione della situazione e senza forza e volontà po litica di riprendere l’iniziativa nella gestione degli eventi.

In un quadro del genere, il Premier Sanchez risulta quindi essere la classica “mosca bianca” che, se non altro, dimostra di aver individuato una direzione e di volerla seguire, anche a costo di inimicarsi due personaggi che, tra i tanti loro difetti, hanno anche il vizio del rancore, che non esitano a sfogare concretamente, senza particolari remore morali o di Diritto Internazionale.

Non si tratta di chissà quale genialata politica, quanto piuttosto di un atto di coerenza ad alcuni dei principi fondamentali che dovrebbero animare qualsiasi Nazione democraticamente evoluta e che, pur se inserita in Alleanze e Organizzazioni Internazionali, non rinnega la propria sovranità, sostanziale e valoriale, sulle decisioni che la riguardano, soprattutto se riguardano la guerra.

La Spagna non ha di certo abbracciato la causa iraniana, ma non ha  neanche condiviso la decisione unilaterale di USA e Israele di attaccare l’Iran, per cui ha deciso di non voler avere a che fare con questo conflitto, arrivando anche a negare l’uso delle basi sul proprio territorio. Lo ha fatto con una decisione puramente politica, assunta in relazione alla situazione contingente, che ha avuto il sopravvento su qualsiasi alchimistica e strumentale considerazione sui cavilli burocratici dei trattati. Secondo Sanchez, l’appartenenza alla NATO e l’alleanza con gli Stati Uniti non sono state condizioni sufficienti per costringere la Spagna ad assumere un ruolo, anche solo di supporto, nella guerra all’Iran.

Un ragionamento politico molto semplice e pragmatico, esplicitamente orientato alla tutela degli interessi nazionali, che tutti gli altri Paesi europei non hanno fatto, vuoi per timore riverenziale, vuoi per inconsistenza politica, vuoi per ignavia dei loro Governanti.

E in questo contesto, in cui la priorità governativa viene rivolta prioritariamente al benessere e alla sicurezza della Spagna, ecco che Sanchez dimostra fattivamente di non aver problemi ad orientare il proprio sguardo verso est, volando a Pechino ad incontrare Xi Jinpig e chiedendo a Mosca di incrementare del 124% (335 mln di Euro) il proprio rifornimento di gnl, diventando così il primo importatore europeo di gas russo.

L’incontro con il leader cinese, che è avvenuto nella Grande Sala del Popolo, l’ambiente dedicato ai massimi eventi del Governo di Pechino, è stato cordiale e ha avuto natura esclusivamente politica. L’affermazione di Xi Jinping “La Cina e la Spagna sono Paesi con dei principi, che agiscono con rettitudine morale. Entrambi sono disposti a stare dal lato giusto della storia” definisce completamente il trend concettuale dei colloqui, in cui il Premier spagnolo ha esplicitamente riconosciuto all’omologo cinese il ruolo del suo Paese come Potenza mondiale responsabile ed orientata a garantire la stabilità globale, attraverso la diplomazia e lo sviluppo dei rapporti commerciali. Una linea completamente opposta a quella israelo-americana, improntata sull’imposizione dei propri voleri, mediante la costrizione doganale e la prepotenza delle armi.

Ovviamente, i discorsi non sono stati solo di geopolitica, ma hanno riguardato anche le relazioni economico-commerciali, rinforzando un rapporto già già molto solido tra i due Paesi, visto che la Cina è il principale partner di Madrid, al di fuori dell’Unione Europea, con un interscambio che, nel 2025, ha superato i 55 miliardi di dollari, con un incremento annuo del 10%. Pertanto, non si è trattato solo di un viaggio diplomatico o solo simbolico, ma di una visita che avrà ricadute positive a breve termine, in termini sia politici che commerciali.

Essendo il quarto incontro in tre anni, non si può di certo parlare di improvvisazione, quanto piuttosto di una visione strategica ben definita, che propone un modello “made in Spain”, basato sulla convivenza costruttiva e fiduciaria di due anime, quella euro-atlantica e quella globale, in grado di interfacciarsi, alla pari e su diversi piani, con un interlocutore importante come la Cina, senza rinunciare alle proprie origini e identità.

E allora c’è chiedersi se tutto questo non debba far riflettere tutta l’Europa, sulla possibilità, che gli eventi stanno trasformando in esigenza, di rimodulare il proprio approccio alle attuali sfide internazionali, abbandonando quelle timorose prudenze e paure che, sinora, l’hanno sempre costretta ad inseguire. La Spagna è un esempio, perfettibile ma sostanziale, che il gigante americano lo si può sfidare, senza patire eccessive conseguenze, anzi.

Dopo il no spagnolo, gli USA hanno spostato i propri assetti aerei dalle basi iberiche a quelle tedesche, proprio sfruttando un’Europa disunita. Ma proviamo ad immaginare uno scenario in cui tutte le basi europee, all’unisono, fossero state negate. Si sarebbe probabilmente suonata tutta un’altra musica che, forse, non sarebbe stata un rock and roll.

PS Il Segretato di Stato Rubio ha recentemente minacciato di chiudere le basi USA in Europa. Ci sarebbe da rispondergli di farlo pure senza problemi, mandando poi una cartolina dai posti in cui riposizionerà, ad esempio, la VI Flotta ora a Napoli, oppure la 173^ Brigata parà ora a Vicenza, oppure il 31° Fighter Wing ora ad Aviano, oppure gli assetti della US Navy ora a Sigonella, ecc ecc. Sempre che gli rimangano i soldi per i francobolli.

da qui

sabato 2 agosto 2025

Integrazione, valori europei e altre battute razziste - Sarah Babiker

 

Dall’11 al 14 luglio 2025 a Torre Pacheco, un comune di quarantamila abitanti (un terzo dei quali migranti) di una regione rurale nel sudest della Spagna, centinaia di militanti di estrema destra hanno organizzato decine di azioni violente contro i migranti maghrebini. Il pretesto è stata l’aggressione a un pensionato attribuita a dei giovani di origine straniera. In questo articolo Sarah Babiker racconta come il potere sia riuscito a capitalizzare ovunque con successo le migrazioni affinché le persone non pensino all’espropriazione che subiscono a causa del capitalismo ma pensino invece alla minaccia astratta alla loro sicurezza rappresentata da chi cerca un sostentamento. Ricorda, inoltre, l’ipocrisia di chi parla di valori europei dimenticando il colonialismo, e spiega perché è sbagliato insistere, quando si parla di criminalità, sul fatto che ci sia una maggioranza di migranti “integrati”. “Predicatori d’odio, delinquenti e rappresentanti della civiltà occidentale sono tutti concordi – scrive Sarah Babiker – nella loro profonda preoccupazione per l’eredità. L’eredità cristiana, l’eredità liberale, l’eredità illuminista: ognuna può chiamarla con il suo nome, ma nessuno le dà direttamente il suo vero nome: il privilegio ereditato di basare la prosperità di pochi sullo sfruttamento di milioni di persone fuori e dentro l’Europa, senza che nessuno ne sottolinei l’ingiustizia e la natura coloniale. L’eredità dell’espropriazione delle classi lavoratrici, dell’estrattivismo dei popoli del Sud, dell’appropriazione del lavoro non retribuito delle donne…”

 

Negli ultimi giorni, orde di uomini violenti si sono recate a Torre Pacheco per ricordare a migliaia di persone – che vivono, lavorano, crescono i propri figli e, quando possono, festeggiano lì – che le loro vite sono in realtà una farsa, che non appartengono a quel posto. Questi crociati a buon mercato terrorizzano i vicini, ottenendo finalmente ciò che desideravano: dimostrare il loro potere seminando paura, perseguitando finalmente coloro che hanno preso di mira come nemici per anni. Sono riusciti a passare dall’aggressione verbale, dalla solitudine di internet, ad attacchi veri e propri, accompagnati da persone che li odiano proprio come loro. Sentono che il loro momento è adesso.

Non è una distopia; è la stessa marea che trabocca di tanto in tanto, non appena si presenta una scusa: i predicatori d’odio (molti dei quali con stipendi pubblici) normalizzano il quadro, collegando migrazione e criminalità e alzando il livello di fascismo del discorso. Non mancano microfoni davanti ai quali parlare di deportare milioni di persone come “soluzione” per salvare la società spagnola, dove cementano i confini simbolici tra “loro” e “noi”. Abbondano le tribune da cui riferirsi ad altri esseri umani come “peste”. Mentre il linguaggio della pulizia etnica è coniugato nell’agenda pubblica, i nazisti alimentano la loro rabbia sui social media, scatenano il loro desiderio di fare del male e conferiscono al loro patetico razzismo da troll di internet una patina epica: “Li riuniremo ad Allah”, dicono, permeati da una missione.

Mentre la giustizia sociale e i diritti umani vengono messi in discussione come aspirazioni legittime attorno alle quali organizzarsi, discorsi che giustificano lo sfruttamento e la disuguaglianza emergono sulla scena in modo complementare. È così che prende forma il consenso sul fatto che alcune vite valgano meno di altre. Il capitalismo razziale si basa su questo, ma sempre meno persone lo nascondono. Mentre le élite accumulano più che mai, ignorando ampi settori della popolazione che affermano di difendere, finanziano portavoce che convincono gli indigeni perdenti di essere superiori, di meritare di più, perché discendenti da una stirpe occidentale minacciata non dall’avidità insaziabile di pochi, ma da coloro che sono stati vittime di espropriazione prima di loro. Il potere ha capitalizzato con successo sulla migrazione: la sua forza lavoro viene sfruttata al massimo per rimpinguare le tasche del capitale, la sua alterità viene sfruttata affinché le persone non pensino all’espropriazione che subiscono a causa di questo regime di avidità, ma piuttosto alla minaccia astratta che le persone in cerca di un sostentamento rappresentano per la loro sicurezza.

Disumanizzati, i migranti fungono anche da ariete politico da scagliare contro l’opposizione: il sistema bipartitico viene accusato di “averli portati qui”, come se non avessero le proprie ragioni per decidere di venire, la propria capacità di agire per prendere la decisione di migrare nonostante tutti gli ostacoli che negano loro il diritto di movimento. Vox e l’estrema destra vengono accusati di alimentare l’odio, come se il sistema bipartitico non avesse aperto la strada alla disumanizzazione affrontando la migrazione da una prospettiva utilitaristica e permettendo al linguaggio della gestione dei flussi di prevalere su quello dei diritti delle persone.

Nello scambio di accuse tra i ranghi più fascisti e quelli più moderati del potere, emergono contraddizioni: la soluzione magica (o definitiva?) di espellere le persone si scontra con l’esigenza capitalista di sfruttarle. Trump si è trovato di fronte a questo paradosso quando i suoi ampi piani di deportazione si sono scontrati con gli interessi degli imprenditori che non vogliono perdere i lavoratori di cui hanno bisogno per continuare ad accumulare ricchezza. Da grande soluzionista qual è, Trump ha difeso la seguente formula: lavoratori migranti dipendenti dai loro datori di lavoro, senza accesso alla cittadinanza. Lavoratori senza diritti, dipendenti da chi li sfrutta e perseguitati con retate casuali non appena lasciano il lavoro. Suona familiare.

Abbiamo un termine che non passa mai di moda per riferirci a questo: “schiavitù”. E Trump è un classico. È forse a questo che si riferiscono i suoi alleati in Europa quando rivendicano con tanta enfasi l’eredità greca? Una società di uomini liberi e schiavi? È possibile che stiano difendendo quell’istituzione così funzionale all’ordine e all’accumulazione: far lavorare masse di persone in cambio del minimo indispensabile per vivere, senza diritti? Questa violenza, a volte sponsorizzata dallo Stato – per mano dell’ICE o di Frontex – a volte da questo tipo di milizia fascista, non è forse una forma di disciplina affinché “gli altri” capiscano che non vi apparterranno mai? Perché “noi” crediamo alla finzione che vengano difesi, mentre l’espropriazione continua?

I noiosi campioni dell’Occidente

Funzionali ai fascisti urlanti sono i discorsi di quegli “intellettuali” tranquilli che insistono sulla necessità di preservare la “civiltà occidentale” o i “valori europei”, come se potessero essere igienicamente separati dalla materialità della storia occidentale o europea, segnata dal colonialismo basato sullo sterminio e l’espropriazione. Come se non vedessimo il presente occidentale ed europeo sui nostri televisori sponsorizzare il genocidio a Gaza e giustificare la morte di migliaia di persone mentre si dirigono verso i confini… È orribile sentire persone note per la loro cultura e rispettabilità sottolineare le grandi pietre miliari della tradizione europea ignorando tutte le altre tradizioni culturali del mondo.

In ogni società, è esistito e continua a esistere un conflitto tra chi difende la dignità di tutti e chi cerca di accumulare ricchezza e potere. Proprio come la schiavitù, la crudeltà o le ambizioni imperialistiche non sono un monopolio dell’Europa, non lo sono nemmeno le aspirazioni alla libertà e all’uguaglianza. La superiorità di una cultura può essere rivendicata solo – ed è ciò che fanno i noiosi della civiltà occidentale o dei valori europei – a partire da una fiera ignoranza delle culture altrui, ostentando un’intrinseca appartenenza coloniale che sa rapportarsi all’alterità solo attraverso la violenza, il paternalismo e l’estrattivismo.

Quando ci sarà un Trattato di Non Proliferazione dell’ipocrisia? I portavoce del mondo libero (sic) limitano la libertà di espressione dei propri cittadini, imprigionano i dissidenti e violano le proprie leggi. Chi elogia le virtù dei valori occidentali viola apertamente gli stessi diritti umani che orgogliosamente rivendica. È naturale che chi è disposto a difendere l’Occidente, a rischiare la vita per l’Europa, lo faccia sotto forma di un’incursione fascista, attaccando dalla sicurezza di essere più numeroso e più brutale. Chi si atteggia a persecutore del crimine lo fa attraverso il vandalismo. Afferma di voler creare spazi sicuri mentre instilla il terrore nelle strade. E così rappresenta fedelmente ciò che cerca di difendere: un sistema di espropriazione e accumulazione che, per perpetuarsi, richiede sempre maggiori disuguaglianze e violenza.

Integrarsi nella disuguaglianza è remissività

Mentre la destra lega migrazione e criminalità, voci benintenzionate a sinistra si preparano a contrastare questa narrazione. Le bufale vengono poste al centro della discussione, si cercano statistiche per ripulire la reputazione dei nostri “buoni” migranti e si tira un sospiro di sollievo collettivo quando si dimostra che un ladro, un aggressore o uno stupratore non ha cognomi stranieri. Entrare ripetutamente in questo gioco rende un pessimo servizio alla lotta al razzismo: ci saranno sempre migranti che commettono reati, poiché la criminalità si verifica in tutte le società e in tutti i gruppi. Dimostrare se chi proviene da fuori commette più o meno reati significa sottomettersi ai quadri imposti dalla destra e farlo alle condizioni da essa stabilite. Questo oscura la visione di altri fattori che possono influenzare queste statistiche: età, genere, status socioeconomico, stress o emarginazione, il razzismo istituzionale che invisibilmente sostiene l’azione della polizia o le decisioni giudiziarie. Se c’è una cosa a cui la criminalità è legata, è la disuguaglianza. Parlare della violenza che i migranti possono infliggere senza affrontare la violenza che subiscono quotidianamente è uno dei principali trucchi del discorso di destra.

D’altra parte, insistere, quando si parla di criminalità, sul fatto che ci sia una maggioranza di migranti integrati rafforza, anche se involontariamente, la logica del migrante buono contro il migrante cattivo, così funzionale al sistema. Lasciare aperte solo le vie della criminalità e dell’integrazione in un sistema di sfruttamento lascia poco spazio alla risposta e alla ribellione, in primo luogo di fronte alla violenza subita, e in secondo luogo di fronte alla mancanza di diritti. La semplice integrazione in un sistema che discrimina e sfrutta è mitezza. È la stessa pace e rispetto della legge che viene richiesta a chi sta in fondo, mentre ci viene rubato il diritto di abitare nelle nostre città, o diventiamo più poveri anno dopo anno mentre i ricchi si arricchiscono, spesso violando la legge e traendo profitto dalla violenza.

Lotta contro l’eredità

Predicatori d’odio, delinquenti e rappresentanti della civiltà occidentale sono tutti concordi nella loro profonda preoccupazione per l’eredità. L’eredità cristiana, l’eredità liberale, l’eredità illuminista: ognuna può chiamarla con il suo nome, ma nessuno le dà direttamente il suo vero nome: il privilegio ereditato di basare la prosperità di pochi sullo sfruttamento di milioni di persone fuori e dentro l’Europa, senza che nessuno ne sottolinei l’ingiustizia e la natura coloniale. L’eredità dell’espropriazione delle classi lavoratrici, dell’estrattivismo dei popoli del Sud, dell’appropriazione del lavoro non retribuito delle donne. Di fronte a questa eredità astratta che serve a giustificare la supremazia e la morte altrui, dobbiamo indicare ciò che in realtà cercano di proteggere sotto tanta retorica: la concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno eredi, il mondo diviso tra sempre meno proprietari, l’avidità che penalizza anche quegli scagnozzi che, invece di ribellarsi a chi amareggia il loro presente e ne ipoteca il futuro, dispiegano tutta la loro forza ed energia politica per difendere gli interessi altrui. Ogni impero ha bisogno dei suoi battaglioni di imbecilli e mercenari.

La strategia dell’altra parte è ben congegnata e ha funzionato per secoli, ma è solo una parte della storia. L’altra parte, quella che risponde e la contesta senza mezzi termini, si sta facendo sentire sempre di più. È quell’eco internazionalista che si agita di fronte al genocidio in Palestina, è quella vertigine storica che riconosciamo nelle cacce all’uomo a Torre Pacheco o a Los Angeles. Che si sono verificate negli ultimi mesi e anni in Irlanda o nel Regno Unito, nelle isole greche o a El Ejido. È orribile, ma non è solo orribile; è anche il fondamento che attiva il diritto a resistere, a sfidare un’eredità razzista e coloniale che non vogliamo, a unirci attorno a qualcosa di molto più concreto del nostro amore per la frittata di patate o la siesta – se di questo si occupano le tanto decantate usanze spagnole – che è il diritto di tutti alla vita, alla libera circolazione e all’uguale accesso alle risorse che la terra ci offre, di fronte a quella spinta accumulatrice che oggi mostra il suo volto più suprematista.

da qui

lunedì 21 luglio 2025

Spagna: Sei attiviste condannate a tre anni di carcere, insorgono i sindacati - Marco Santopadre

I sindacalisti – note come “le sei della Suiza” – si sono consegnati spontaneamente alle autorità carcerarie locali dopo che mercoledì gli è stato notificato l’ordine di carcerazione emesso dal tribunale che le ha condannate per “minacce gravi” e “ostruzione alla giustizia” al termine di un processo durato otto anni.

Dopo aver perso tutti i ricorsi, gli imputati avevano presentato nelle settimane scorse un appello al Tribunale Europeo dei Diritti Umani, mentre l’amministrazione regionale delle Asturie – formata dai socialisti e da alcuni partiti di sinistra – si è pronunciata a favore dell’indulto chiesto a gran voce da 22 organizzazioni sindacali, comprese quelle maggiormente rappresentative.

Ma il tribunale competente ha comunque ordinato l’arresto. Già all’inizio di giugno il titolare della prima corte della sezione penale di Gijon, Lino Rubio Mayo, aveva deciso di non sospendere la condanna come da richiesta della difesa e di decine di organizzazioni sindacali, sociali e politiche, perché gli imputati non avrebbero mostrato rimorso.

I fatti al centro della vicenda risalgono all’inizio del 2017, quando una lavoratrice della Pasticceria “La Suiza” di Gijon chiese supporto giuridico al sindacato CNT (Confederación Nacional del Trabajo) dopo aver denunciato le pessime condizioni di lavoro alle quali veniva da tempo sottoposta da parte del proprietario. All’epoca alla lavoratrice, incinta, venivano imposte mansioni che mettevano a rischio la gravidanza, come trasportare sacchi di farina pesanti decine di kg. Al sindacato la giovane raccontò poi anche di numerosi approcci sessuali molesti da parte del proprietario (un’accusa che però il tribunale locale decise però di archiviare). Dopo un litigio con il compagno della lavoratrice – che subito dopo decise di licenziarsi – il proprietario lo denunciò per “danneggiamenti”.

Il sindacato che rappresentava la dipendente, presente all’interno del posto di lavoro, chiese quindi al proprietario di versare degli arretrati, un risarcimento per la lavoratrice e il ritiro della denuncia nei confronti del compagno.

Di fronte al rifiuto da parte della proprietà di versare il dovuto all’ex dipendente e per denunciare le molestie sessuali e il mobbing alla quale era stata sottoposta la lavoratrice, la CNT decise di organizzare delle iniziative di informazione e l’indizione di uno sciopero. Nel corso di quest’ultimo, gli attivisti sindacali organizzarono un picchetto davanti all’ingresso dell’impianto di lavorazione. Il proprietario denunciò i sei attivisti sindacali ottenendo il sostegno del tribunale che nel 2021 emise la condanna a tre anni e mezzo di reclusione oltre che al pagamento di consistenti multe, confermati poi nei successivi gradi di giudizio.

A favore dei sei processati negli ultimi anni si sono tenute manifestazioni di diverso tipo in tutto il paese. Lo scorso 29 giugno più di ottomila persone, arrivate dalle Asturie ma anche dalle regioni limitrofe, hanno protestato contro le condanne a Gijon, al grido di “Fare sindacalismo non è reato”.

I promotori della manifestazione hanno denunciato l’assurdità della condanna. Il giudice Lino Rubio Mayo ha infatti considerato “minacce gravi” la mobilitazione sindacale contro il proprietario dell’attività economica, condannando gli imputati a due anni di carcere, ma ha aggiunto un altro anno e mezzo di reclusione considerando il tentativo di arrivare ad un accordo da parte della CNT – obiettivo naturale e legittimo di ogni conflitto sindacale – una forma di “ostruzione alla giustizia”. Per questo le varie mobilitazioni organizzate finora hanno bollato la decisione del tribunale come “un attacco intollerabile alle libertà sindacali e democratiche” e “un precedente gravissimo che apre la strada alla repressione nei confronti delle legittime proteste della classe lavoratrice”.

Il magistrato in questione è lo stesso che nel 2005 condannò i sindacalisti Cándido e Morala, attivisti della Corrente Sindacale di Sinistra, una vicenda che ispirò lo straordinario film “Los lunes al sol” diretto da Fernando León de Aranoa.

Secondo Rubio Mayo, la campagna della CNT obbligò il proprietario a vendere l’attività. In realtà è noto che la proprietà aveva messo in vendita “La Suiza” già un anno prima dell’inizio del conflitto con l’organizzazione sindacale.

Le condannate sono una veterinaria, un’artista, un’assistente sociale, una lavoratrice dei trasporti e un’impiegata nella ristorazione, mentre l’unico uomo è un docente.

A loro favore si sono tenute ieri sera nuove mobilitazioni in tutta la Spagna e altre sono state indette per oggi, mentre anche alcuni membri del governo spagnolo hanno reso nota l’intenzione di associarsi alla richiesta di indulto.

da qui

domenica 6 aprile 2025

Il silenzio degli agnelli - Carlos X. Blanco

 

Ci conducono, come se fossimo agnelli, al macello. I cittadini dell'Europa occidentale sono stati agnelli per molto tempo. Un agnello è mansueto anche quando finge di non esserlo e mostra i suoi denti da erbivoro ai lupi e ad altra fauna: i lupi che sono liberi nel mondo, e le iene che guidano il gregge, lo sanno, ed è per questo che stanno preparando l´olocausto per questo gregge di pecore con i denti scoperti. Ursula e Sanchez sono erbivori guidati da lupi molto feroci nell'ombra.

Sarà l'olocausto degli europei, con la complicità - attiva o passiva - della cosiddetta sinistra.

Uno dei riferimenti teorici della sinistra spagnola, Manolo Monereo, in una recente intervista per la pubblicazione “El Viejo Topo” [numero di marzo 2025, in dialogo con Miguel Riera], ha sostenuto, con una grande dose di realismo, che la vera sinistra non esiste più. Ci può essere la destra e l'ultradestra, o la sinistra neoliberale (woke, progressista, arcobaleno, postmoderna o come la si voglia chiamare). E quest'ultima non è certo la vera sinistra. È semplicemente l'ala “progressista” della destra neoliberista di sempre.

In questa intervista, Monereo propone una traversata del deserto, cioè una lenta e faticosa ricostruzione della sinistra, assumendo - ancora una volta - tutti i suoi valori irrinunciabili (repubblicanesimo, socialismo, uguaglianza tra cittadini e tra territori), ma, dice, senza spendere un solo minuto per criticare la sedicente ma falsa sinistra, oggi e di recente al potere in Spagna e in altri paesi europei.

Una sinistra chiaramente atlantista (e quindi guerrafondaia), neoliberista, globalista, transumanista, immigrazionista e - in breve - nemica delle classi popolari o lavoratrici.

Un errore grossolano, in mezzo a tutto il buon senso che Monereo emana. Modestamente, e con affetto, vorrei farglielo notare. Tutti i populismi neoliberali della peggior specie (Trump e l'Alt Right anglosassone, Milei e la sua motosega in Argentina, Meloni e il suo otanismo in Italia, il sionista Abascal nella stessa Spagna...) tutti esemplari prodotti dallo stesso feroce capitalismo, non possono essere combattuti se prima non si elimina radicalmente ogni confusione: resta un pregiudizio nominalista (e Monereo lo commette) chiamare “sinistra” ciò che, senza ulteriori indugi, continua a qualificarsi come tale. Nel governo spagnolo, accanto a Pedro Sánchez, c'è una signora che è secondo vicepresidente del governo e si finge “di sinistra”, la vicepresidente del governo spagnolo: Yolanda Diaz. Persino Pedro Sanchez e tutta la sua schiera di socialisti fustigatori sono “di sinistra”, se dobbiamo ascoltare le loro dichiarazioni.

Ma concentriamoci su Yolanda. È la leader del partito politico Sumar che, ogni giorno che passa del governo socialista di Sánchez, sprofonderà sempre di più nel guerrafondaio, nei tagli criminali alla spesa sociale e nella russofobia. Con l'inoperosità e la mera “postura” degli altri gruppi di sinistra (Podemos, Izquierda Unida, Compromís...), la Spagna si sta unendo alla schiera di agnelli pronti a entrare in una guerra folle, ingiusta e non vincibile, e tutta questa sinistra affamata di posizioni, stipendi e indennità è complice.

Nella questione del presunto riarmo dell'Europa, un desiderio che implica un esborso e un indebitamento senza precedenti per le martoriate economie nazionali dell'Occidente, abbiamo il vero banco di prova della “sinistra”. Nessuno di questi partiti di establishment (partitocrazia) è stato in grado di unire un vero fronte civico, al di là delle differenze ideologiche, strategiche o tattiche tra loro. Non è che non si sia formato un blocco di solidarietà con il popolo russo (che dovrebbe essere il riflesso innato del popolo spagnolo e di altri nostri vicini), dato il profilo dittatoriale di Zelensky e il suo non celato ruolo storico di fantoccio dell'Impero occidentale. Lungi da manifestazioni di massa in solidarietà con la Federazione Russa, lungi anche dal vedere le strade spagnole piene di manifestanti per la pace e la neutralità, i cittadini sono indifferenti quando non ingoiano (e qui c'è molto da ingoiare!) la narrazione ottomana di uno “zar” o di un “nuovo Stalin” che minaccia di portare i suoi carri armati o i suoi missili a Madrid o a Lisbona.

Sono ogni giorno più convinto della necessità di superare queste etichette feticiste (“sinistra”, “destra”, “populismo”). Un'alternativa repubblicana, popolare, socialista, che si opponga veramente al sistema corrotto che mantiene i Paesi dell'Europa occidentale in un regime di colonia, vassallaggio, protettorato è ciò che va costruito con tenacia.

“Essere di sinistra”, mettendosi alle spalle le aggettivazioni di moda (neoliberista, arcobaleno, atlantista, governativa, transfemminista...) non è essere di sinistra. È, prima di ogni altra cosa, uno scherzo e una contraddizione.

Pertanto, a Monereo o a chiunque di noi voglia uscire dalla NATO, dall'UE, dall'Agenda 2030, dall'Euro, dall'“asse occidentale”, dal delirio multiculturale, transgender, transumanista, e così via, direi solo due parole: Critica feroce!

Il peggio del populismo, per quanto si possa anteporre la lettera U-L-T-R-A, è dietro l'angolo. Un sacco di gente arrabbiata comprerà la merce avariata, difficile da digerire e puzzolente che, curiosamente, avrà come ingredienti il fascismo sionista, l'impero del dollaro e della tecnologia, il neoliberismo più rigido e il massacro più apocalittico delle classi medie e lavoratrici del cosiddetto Occidente. per porre fine a talune dolorose ingiustizie Questa è la chiave dei vari populismi che una sinistra tendenzialmente ottusa chiama “nazismo”.

O si ricostruisce questa alternativa repubblicana, socialista e democratica, al di fuori della NATO e dell'UE, o arriverà il peggiore dei lupi e il più sinistro dei mattatoi. O la guerra stessa.

da qui

mercoledì 19 aprile 2023

Scusate se vi parlo ancora di Pertur - Gianni Sartori

  

Con la scomparsa di Concutelli scompare anche la possibilità di far chiarezza (o meglio, ulteriore chiarezza perché sulla sostanza ne sappiamo quanto basta) sia in generale sulla “guerra sucia” operata da Madrid nei confronti dei rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria (Paese Basco sotto amministrazione francese) sia in particolare sulla scomparsa di Pertur. Avevo sempre detto che prima o poi, almeno per la Storia se non per la Giustizia, Concutelli avrebbe sollevato il velo impietoso delle complicità, depistaggi, reticenze, bugie, falsità etc sulla questione. Invece silenzio, fino alla fine. Pace all’anima sua e pazienza. Resto comunque del parere che i neofascisti italiani ospitati in Spagna furono anche braccio armato del regime franchista e post-franchista

Il tutto era nato parecchio tempo fa dalla perplessità per una dichiarazione (di un avvocato) secondo cui Pierluigi Concutelli NON avrebbe potuto comunque prendere parte al sequestro e all’eliminazione di Pertur (Eduardo Moreno Bergaretxe) come invece sospettano da tempo i compagni baschi (sostenuti in questa convinzione dalle dichiarazioni di alcuni ex membri delle varie squadre della morte parastatali: ATE; BVE, GAL…) dato che “all’epoca era l’uomo di fiducia di Savimbi, capo dell’UNITA, e stava in Angola”.

Rinfresco la memoria: Jonas Malheiro Savimbi e l’UNITA erano sostanzialmente collaborazionisti dell’imperialismo statunitense e soprattutto del Sudafrica razzista che aveva introdotto l’apartheid anche in Namibia. Sorvoliamo pure sul fatto che anche nel suo ambiente (vedi le dichiarazioni di Stefano Delle Chiaie) si sostiene che in realtà Concutelli in Angola non ha mai messo piede continuando a fare la spola tra Spagna, Francia e Italia. (NOTA 1)

Avrei comunque qualche obiezione.

Prima obiezione: nel libro “Destra estrema e criminale” (di Gianluca Semprini e Mario Caprara ) Concutelli si confidava e raccontava che, proprio nel 1976, sarebbe sbarcato a Nizza proveniente, a suo dire, dall’Angola per incontrarsi con i “suoi” in Corsica. Si sarebbe invece fermato un giorno in più a Nizza per assistere a un concerto dei Rolling Stones (tanto per rilanciare l’immagine, taroccata e stantia, del militante di destra “alternativo e anti-sistema”) andando a Bastia il giorno dopo. Per la cronaca, quando Pertur scomparve viveva in Ipar Euskal Herria (Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese) raggiungibile da Nizza in poche ore.

Seconda obiezione: nel luglio 1976 sono state TRE le azioni significative rivendicate dalla banda criminale denominata Ordine Nuovo.

1.      a) 10 luglio, assassinio del giudice Vittorio Occorsio (che stava indagando sui rapporti tra Ordine Nuovo, P2 e criminalità organizzata) con un mitra Ingram in dotazione alla Guardia Civil spagnola (presumibilmente una delle armi fornite dalla G.C. ai fascisti per assassinare i rifugiati baschi in Ipar Euskal Herria).

2.      b) 23 luglio, rapina di armi a Villa Pacifici (S. Pastore di Tivoli) e omicidio di A. Cipriani. A questa azione, solo a questa nel luglio 1976, Concutelli NON partecipa. Strana coincidenza. Si svolge proprio nel giorno della scomparsa di Pertur (. Sul momento avevo pensato di aver involontariamente trovato quasi uno “scoop” (anche se con oltre 40 anni di ritardo), ma poi dovetti ricredermi. La strana coincidenza era già stata segnalata da Elisabetta Rosaspina, anche se forse in maniera frettolosa e non troppo accurata (e per questo severamente fustigata dal Tassinari). Nel suo articolo la corrispondente da Madrid del Corsera si richiamava al documentario realizzato da Angel Amigo (“El caso Calore. Asesinado de un testigo protegido”). Dove si riportavano le dichiarazioni rese nel marzo 2009 da Calore (assassinato nell’ottobre 2010 poco prima di un nuovo incontro con i giudici spagnoli che indagavano sulla scomparsa di Pertur)al giudice dell’Audiencia Nacional Fernando Andreu.

Calore aveva raccontato di aver anche visitato la “Fabrica”, la masseria dove venivano torturati e fatti sparire i rifugiati baschi sequestrati in Iparralde.

1.      c) sempre nel luglio 1976, rapina alla filiale bancaria del Ministero del Lavoro a Roma (bottino: 460 milioni di lire).

Ripeto: Concutelli partecipò alle azioni alla prima e terza non alla seconda.

“E con questo?” – obietterà qualcuno – “Cosa si vorrebbe dimostrare?”.

La coincidenza non implica automaticamente la presenza di Concutelli al rapimento di Pertur, ma nemmeno si può escluderla con la scusa che “stava in Angola”. Certo che come “coincidenza” è strana, perlomeno.

Pertur, cioè Moreno Bergaretxe Eduardo (NOTA 2) era nato a Donostia (Hego Euskal Herria, Paese Basco sotto occupazione spagnola) nel 1950. Militante di ETA, fu costretto all’esilio in Ipar Euskal Herria nel 1972. Convinto che la sola possibilità di continuare a lottare contro il franchismo fosse una organizzazione “que ligara la lucha armada con la luche de masas”, divenne uno dei primi esponenti della corrente politico-militare. Come è noto, nel 1974 (3° Biltzar Ttipia: Assemblea di ETA) si giunse alla divisione tra milis e polimilis. Nel 1976 ETA-pm sequestrò l’industriale Angel Berazadi. Indicato dalla stampa spagnola come il rappresentante di ETA-pm nelle trattative (e mentre sua madre veniva sequestrata dal capo della polizia di Irun.) Pertur scomparve il 23 luglio 1976, a Behobia, mentre si recava ad un appuntamento con un presunto esponente dell’opposizione spagnola. Solo alcuni aspetti della vicenda sono stati finora documentati. Alle 10 di mattina del 23 luglio, in una Seat 850 di colore bianco, si incontrarono nei pressi di Biriatu (nella provincia basca “francese” di Lapurdi) gli ispettori della BPS di San Sebastian (Donosti): Ferreiros, Lopez Arribas e José Maria Escudero Teja.

Quest’ultimo, notoriamente, era membro dei “Grupos de Accion del Norte” incaricato della lotta contro ETA (guerra sporca compresa).

Retrospettivamente, possiamo dire che anche l’anno 1976 (il primo dopo la morte del caudillo e boia Franco) fu per i baschi uno di quelli “vissuti pericolosamente”.

In marzo vi fu lo sciopero generale e a Gasteiz (Vitoria) e si contarono cinque vittime della polizia: Romualdo Chaparro, Francisco Aznar, Iosé Maria Martinez Ocio, José Castillo Garcia, Bienvenido Pereda Moral. In memoria di quella strage (passata alla storia come “semana tragica”) il cantautore catalano Lluis Llach scrisse “Campanadas a mort” (https://www.youtube.com/watch?).

In aprile avvenne l’evasione dal carcere di Segovia di 29 militanti antifranchisti, in maggioranza militanti di ETA-pm e di ETA-m. Vi presero parte anche alcuni esponenti della Liga Revolucionaria e il catalano Oriol Solé (NOTA 3) del MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich. Per una serie di sfortunate coincidenze la fuga finì in tragedia. Tra le vittime, Oriol Solé ucciso dalla Guardia Civil.

In maggio vi fu l’assalto squadrista di Montejurra (Jurramendi in euskara) dove i fascisti uccisero due esponenti della componente democratica del Carlismo: Ricardo Garcia Pellejero e Aniano Jimenez Santos. Circa duecento mercenari dell’estrema destra (compresi esponenti del BVE e del GAL), sotto lo sguardo benevolo della Guardia Civil, aprirono il fuoco contro i seguaci di Carlos Hugo de Borbon Parma. Immancabile la presenza dei soliti noti: gli italiani di estrema destra che vennero anche fotografati.

E infine, in luglio, la scomparsa di Pertur.

Concludo. A questo punto, almeno per ragioni storiografiche, sarebbe giunto il momento di chiarire il ruolo (suggerisco: manovalanza?) dei vecchi arnesi del neonazifascismo nostrano nella “guerra sucia” condotta dallo Stato spagnolo contro i dissidenti baschi. Anche dopo la fine del franchismo, ovviamente.

NOTA 1: durante la Guerra Civile (1936-1939) Mussolini e Hitler vennero prontamente in aiuto dei golpisti (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…). Relativamente famosa (e degna di nota per sottolineare le responsabilità vaticane nel santificare la “crociata” fascista contro la legittima Repubblica spagnola) la foto dell’arrivo in Spagna nel pieno della Guerra Civile (per “dare sostegno morale” alle truppe franchiste e fasciste) della “Madonna di Loreto”, aviotrasportata e accompagnata da cappellani militari con gradi e paramenti sacri. Nella sconfitta dei Repubblicani l’appoggio nazi-fascista svolse un ruolo preponderante e anche questo spiega l’ospitalità generosamente offerta da Franco ai neofascisti italiani (Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie, Sergio Calore, Mario Ricci, Carlo Cicuttini, Piero Carmassi, Augusto Cauchi…) in cambio di qualche modesto favore come la partecipazione alle squadre della morte antibasche. Franco, ovviamente, accolse anche vari esponenti di spicco del nazismo storico: fra questi, il capo del contingente vallone delle Waffen SS Lèon Degrelle e Otto Skorzeny, l’ufficiale nazista di origine austriaca che andò a prelevare Mussolini provvisoriamente imprigionato a Campo Imperatore sul Gran Sasso (12 settembre 1943).

NOTA 2: su Pertur vedi “Diccionario historico-politico di E.H.”, Inaki Egana, 1996 (pag. 602) e “ETA, storia politica dell’esercito di liberazione dei Paesi Baschi”, L. Bruni, 1980 (pag. 243).

NOTA 3: il 2 marzo 1974, mentre Salvador Puig Antich veniva condotto all’esecuzione, in un’altra cella del carcere Modelo il militante del MIL Oriol Solé (condannato a quaranta anni) iniziava a scrivere il suo ultimo libro. La dedica era per l’amico “mort construint una vida millor”. Forse non pensava che sarebbe diventato anche il suo epitaffio. Due anni dopo, aprile 1976, Oriol prese parte alla storica evasione di massa dal carcere di Segovia (a cui prese parte anche Angel Amigo che ne parlerà in un suo libro) quando ben 29 prigionieri politici presero il volo. L’operazione era stata organizzata meticolosamente da ETA-pm e da ETA-m e consisteva nello scavo di una galleria che, attraverso la rete fognaria, permise ai militanti di raggiungere l’esterno. Dopo essersi riforniti di armi attraversarono mezza Spagna nascosti in un camion, opportunamente attrezzato e fornito di regolari documenti, riuscendo a giungere incolumi a pochi chilometri dalla frontiera francese. Purtroppo alcuni contrattempi e un banale equivoco sulla parola d’ordine portarono al fallimento. Solo in cinque riuscirono a superare la frontiera mentre gli altri vennero catturati mentre vagavano feriti e assiderati nella nebbia. Esperienza quasi ricorrente nella storia della resistenza antifranchista. Basti citare il fratello minore di Sabaté (El Quico), poi catturato e fucilato. Due dei fuggiaschi vennero uccisi dalla Guardia Civil, uno di questi fu appunto Oriol Solé. La sua morte confermava la sostanziale continuità repressiva del post-franchismo.

da qui

lunedì 7 novembre 2022

Elogio ai migranti economici


I migranti economici sono quelle persone che abbandonano il loro paese (sperando un giorno di tornarci) per cercare un lavoro che permetta di vivere e mandare un po’ di soldi a casa.

Mio nonno era un migrante economico, all’inizio del ‘900 ha lavorato in Francia, in Algeria (quando era una colonia francese) in miniera, a Genova all’Ansaldo, voleva andare negli Stati Uniti, anni di pacchia, senz’altro.

A Ellis Island (chi non sa veda questo film) c’è un database (ecco il sito: https://www.libertyellisfoundation.org/passenger) con i nomi di decine di milioni di persone passate per quell’isoletta, vicino alla Statua della Libertà.

In Brasile e in Argentina sono arrivati qualche altro milione di italiani, fra gli altri, e qualche italiano, mi sembra, è andato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Spagna, anche adesso.

Ma restiamo a Ellis Island: ho provato a frugare solo in quel database e ho trovato che sono stati registrati

Meloni 479 persone

Salvini 255 persone

Butti 240 persone

Fazzolari 232 persone

Musumeci 460 persone

Locatelli 557 persone

Nordio 113 persone

Crosetto 102 persone

Giorgetti 550 persone

Urso 1246 persone

Calderone 1362 persone

Bernini 174 persone

Schillaci 562 persone

 

Delle due l’una: o quei melonisalviniursogiorgetti erano tutti rifugiati e perseguitati politici come Pertini, i fratelli Rosselli, Gobetti oppure erano, udite, udite, che SCANDALO, che ORRORE, erano MIGRANTI ECONOMICI.

I melonisalviniursogiorgetti che governano l’Italia dovrebbero chiedere l’espulsione, e il rimpatrio in Italia di tutti i melonisalviniursogiorgetti (e i loro discendenti) che popolano il mondo, indegni migranti economici.

Se non lo faranno mi viene in mente quel pensiero sintetico ed efficace di Boris Vian (lo indirizzava al dottor Schweitzer), che con mio nonno migrante economico (morto da molti anni, ma sarebbe d’accordo, lo so) potremo indirizzare ai signori salvinidimaioconte (e a tutti quelli che disprezzano i migranti economici), parole semplici e chiare: CI FATE CACARE!


da qui

lunedì 27 giugno 2022

Di Conquista dell’America e Leggenda nera - Lia (di Haramlik)

  

 (Metto qui un post che avevo scritto su Facebook, ché è una riflessione che voglio continuare.)

Due dati sulla colonizzazione spagnola e una premessa: dal s. XVI, l’operato della Spagna in America è stato oggetto di una violentissima campagna denigratoria chiamata Leggenda nera, il cui scopo apparente era/è la denuncia dei crimini commessi dai conquistatori spagnoli.
In realtà, la Leggenda servì (e continua a servire ancora oggi, in questo momento) a sottrarre il colonialismo alla sua dimensione planetaria, legata alla comparsa e al consolidamento del capitalismo (ve la immaginate, l’Europa di oggi, se non ci fosse stato il colonialismo?) e a gettarne tutte le responsabilità su un unico paese, la Spagna, che nel s. XVI era il più potente e al cui posto aspiravano le metropoli concorrenti: Olanda, Francia e Inghilterra in particolare. Potenze che, in seguito, ne presero effettivamente il posto, come “portatrici di civiltà”, compiendo crimini maggiori, più efferati e in tempi più vicini a noi.

Se facciamo un bilancio, oggi, dei crimini coloniali o neocoloniali commessi da Olanda, Francia, Inghilterra, Belgio, Stati Uniti (e mettiamoci pure Israele), la Spagna spicca solo per una cosa: per essere stato il paese che si è posto più scrupoli, riflessi in un’imponente legislazione a favore delle popolazioni indigene e nella creazione, dal primo istante, di un meticciato senza uguali nel pianeta. Nessuna altra potenza coloniale espresse, nei secoli passati, uomini come Bartolomé de las Casas, in nessuno ci furono polemiche interne sulla legittimità della Conquista come ci furono in Spagna.
Pierre Vilar scrive: “E’ degno di nota, per una potenza coloniale, avere avuto un Las Casas e non averlo lasciato isolato e privo di influenza. La Escuela de Salamanca, con Melchor Cano, Domingo de Soto e Francisco de Vitoria, a metà del s. XVI, riuscì a spostare la discussione dal piano umanitario a quello giuridico del “diritto delle genti”. […] L’essenziale, di fatto, è distinguere tra una pratica brutale (ma non più brutale di qualsiasi altra colonizzazione) e una dottrina, che include una legislazione dalle intenzioni sommamente elevate, che sono peraltro costantemente mancate in colonizzazioni più moderne.”

Fare della Spagna lo “straw man” del colonialismo ha peraltro svolto, e continua a svolgere, un ruolo di rafforzamento delle “ragioni” del razzismo dei paesi “bianchi”, che sono alla base del loro discorso “civilizzatorio”. L’Africa, si sa, comincia con i Pirenei. Gli spagnoli erano diversi, impasto di mori ed ebrei, scuri e cattolici. Facile raffigurarli nella rappresentazione dell’Altro.
E arriviamo a oggi: è indubbio che buona parte della cultura ispanoamericana è di matrice spagnola. Dalla sua storia all’unità linguistica, fino ai suoi uomini più rappresentativi, a cominciare da José Martì. Per secoli, inoltre, la Spagna rimane fuori dal novero delle “potenze occidentali”, in una situazione economica e sociale che non è quella dei paesi dal capitalismo pienamente sviluppato. Gettare discredito sulla Spagna serve a gettarlo sulle radici culturali dell’Ispanoamerica e a creare il terreno per missioni “civilizzatorie” sempre nuove, costanti nel tempo. Ad affascinare quei gruppi sociali ispanoamericani avidi di “modernizzazione” e a ribadire la presunta superiorità di quei paesi che ancora oggi, per sostenere le loro politiche di rapine, hanno bisogno di vendere ai colonizzandi la narrazione della loro presunta superiorità, anche morale.

E quindi, no: non è un bello spettacolo, quello della furia antispagnola dei benintenzionati cittadini USA. Dovrebbero guardare in casa loro, per essere credibili. Suggerirei il monumento al Maine di New York, per esempio.

(Come fonti sto usando R. Fernandez Retamar, “Contra la Leyenda Negra”, e G. Bellini, “Spagna e Ispanoamerica, storia di una civiltà”.)


da qui

martedì 3 maggio 2022

la solitudine dei saharawi

 

Sánchez volta le spalle al popolo saharawi - Marco Santopadre


La svolta di Sánchez sulla vicenda saharawi i cittadini spagnoli l’hanno incredibilmente appresa, venerdì scorso, grazie ai notiziari dei media marocchini; «senza alcun dibattito parlamentare né previa comunicazione ai media del paese» ha scritto il quotidiano progressista El Diario.
Finora tutti i governi spagnoli avevano difeso (almeno formalmente) una soluzione basata su quanto stabilito dalle risoluzioni dell’ONU e sul rispetto del diritto all’autodeterminazione della popolazione saharawi. Ma in una lettera inviata a Mohammed VI, il leader socialista ha comunicato di condividere il piano di Rabat che chiede un riconoscimento internazionale della sovranità marocchina sull’ex Sahara spagnolo in cambio della concessione di un certo grado di autonomia ai territori occupati dal 1975.
Nella missiva, Sánchez giudica «l’iniziativa di autonomia marocchina, presentata nel 2007, come la base più seria, realistica e credibile per risolvere la controversia».
Madrid si allinea così alla 
decisione di Donald Trump, che nel dicembre 2020 diede l’ok all’annessione marocchina dell’ex 53esima provincia spagnola in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv (che nel frattempo hanno fatto molti progressi, anche sul fronte militare).

 

La reazione del Fronte Polisario
Scontata e rabbiosa la reazione del “Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro” – l’organizzazione che storicamente rappresenta la popolazione saharawi e porta avanti la resistenza – e del governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui territorio è occupato, per l’80%, dal Marocco. In un comunicato l’esecutivo della RASD condanna la decisione di Madrid definendola in «totale contraddizione con la legalità internazionale e le risoluzioni dell’Onu». Da parte sua il Fronte Polisario ha deplorato la mossa di Sánchez definendola un «ulteriore ostacolo» agli sforzi diretti a una soluzione negoziale del conflitto e riaffermando «la propria volontà di continuare la lotta armata per la liberazione». Del resto, dopo circa 30 anni di congelamento delle ostilità – in attesa che l’Onu organizzasse il previsto referendum per l’autodeterminazione contemplato dalle sue risoluzioni, che però non si è mai visto – nel novembre del 2020 i combattimenti sono ripresi – per quanto a bassa intensità – dopo la violazione da parte del Marocco del cessate il fuoco siglato nel 1991

.

Spagna. Contrari destra e sinistra
Tornando alle reazioni in casa, a destra il blitz di Sánchez non è piaciuto. Il leader in pectore del PP, il galiziano Alberto Núñez Feijóo, ha bollato la presa di posizione del premier come «drastica e sconsiderata». Temendo concessioni alle rivendicazioni marocchine sulle enclavi nordafricane di Ceuta e Melilla se non addirittura sulle Canarie, la stampa conservatrice, unanime, parla di «cedimento al Marocco». L’ex premier popolare José Maria Aznar ha invece definito la svolta della Moncloa sul Sahara Occidentale un «errore storico» che il paese «pagherà caro».

Sul fronte opposto, la mossa del PSOE ha prodotto l’ennesimo strappo con gli alleati di governo di Podemos, che hanno informato di non condividerla affatto, così come le formazioni nazionaliste e di sinistra basche, catalane e galiziane. Anche la Ministra del Lavoro e vicepremier Yolanda Díaz e il ministro Alberto Garzòn (di Izquierda Unida) si sono smarcati.
Per la leader dei morados, Ione Belarra, la Spagna deve rispettare il diritto internazionale e il conflitto nel Sahara richiede «una soluzione politica equa, duratura e accettabile per tutte le parti in conformità con le risoluzioni dell’ONU, a partire dall’autodeterminazione del popolo saharawi». Per quanto in disaccordo, però, i viola non sono certo intenzionati a mettere in discussione l’alleanza di governo con i socialisti.
L’avallo di Sánchez alle richieste marocchine mira al varo di relazioni preferenziali – sul piano geopolitico, commerciale e militare – con il paese nordafricano, dopo anni di relazioni burrascose.

 

Madrid in cerca della normalizzazione
Agli inizi degli anni Duemila, Madrid e Rabat si sono affrontati militarmente per il controllo dell’isolotto di Perejil, nello Stretto di Gibilterra. Nel 2021, poi, la crisi è di nuovo esplosa dopo l’accoglienza riservata da Sánchez a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario a lungo ricoverato sotto falso nome in un ospedale della Rioja a causa di alcune complicanze dovute al Covid 19. La vendetta marocchina è giunta il 18 maggio, quando 8000 migranti riuscirono a raggiungere Ceuta grazie alla “distrazione” delle guardie di frontiera di Rabat. Madrid accusò il Marocco di utilizzare i profughi come strumento di ricatto e Rabat imputò a Sánchez una connivenza con gli avversari della sua integrità territoriale.
Ora però Madrid vuole voltare pagina e cerca una base legale sulla quale basare il soddisfacimento dei suoi interessi nell’area, a partire dallo sfruttamento delle risorse ittiche dei pescosi mari al largo delle coste del Sahara Occidentale o dei giacimenti di fosfati. «Cominciamo una nuova tappa basata sul rispetto degli accordi, l’assenza di azioni unilaterali, la trasparenza e la comunicazione permanente» recita un comunicato diffuso dalla Moncloa, che mette l’accento sulla necessità di fare dei progressi nella comune gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Secondo indiscrezioni, il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovrebbe presto recarsi a Rabat per preparare la visita del premier spagnolo, che intanto il 23 marzo si è recato a Ceuta e Melilla.
Alle prese con una fronda nel suo stesso partito, Sánchez può comunque contare sul sostegno pubblico espresso dall’ex premier Zapatero e dell’ex ministro degli Esteri (anch’egli socialista) Moratinos, che durante il loro mandato provarono a convincere l’esecutivo – ma dovettero desistere – a sostenere il piano marocchino di annessione.

 

L’Algeria disapprova
Ora si attendono però le reazioni dell’inviato speciale dell’Onu per il Sahara, Staffan de Mistura (nominato da poco dopo due anni durante i quali la carica era rimasta vacante), e del governo algerino, da sempre principale sponsor della lotta dei saharawi per l’indipendenza, utilizzata spesso come arma contro i nemici di Rabat. Il governo di Algeri, al quale Madrid ha chiesto un aumento delle forniture di gas, ha richiamato “per consultazioni” il proprio ambasciatore a Madrid, Said Moussi, dicendosi stupito per il cambio di posizione della Spagna. Contemporaneamente, l’ambasciatrice marocchina in Spagna, Karima Benyaich, è tornata a Madrid dopo il suo ritorno in patria nel maggio del 2021.

Nei mesi scorsi il governo algerino ha già interrotto le relazioni con il Marocco bloccando il flusso del gas che prima arrivava in Spagna e Portogallo transitando sul territorio di Rabat attraverso il condotto Maghreb-Europa. Ora il gas algerino fluisce verso Madrid attraverso un altro condotto – il MedGaz – che bypassa il territorio marocchino ma che però ha una portata limitata, a cui Algeri sopperisce inviandolo in Spagna e in Portogallo attraverso delle navi cisterna.
Secondo alcuni media iberici, ora l’Algeria potrebbe provare a far pressione sul governo spagnolo, per convincerlo a tornare indietro sulla decisione di sostenere l’annessione marocchina del Sahara Occidentale, aumentando i prezzi del gas venduto a Madrid fino al 2024. L’Algeria fornisce il 43% del gas importato dalla Spagna, seguita a distanza dagli Stati Uniti (14%) e dalla Nigeria (11%).
Il governo algerino avrebbe recentemente rifiutato le richieste statunitensi di riapertura del gasdotto Maghreb-Europa (GME), ed anzi avrebbe chiesto al governo spagnolo di non rivendere al Marocco una parte del combustibile che Madrid importa dall’Algeria.
Il Marocco nel frattempo, avrebbe raggiunto un accordo con la società petrolifera Sound Energy per collegare i suoi giacimenti di gas di Tendrara al GME.
Dal canto suo l’Algeria starebbe lavorando ad un progetto volto a realizzare un lungo gasdotto che la collegherebbe alla Nigeria attraverso il Niger, e che potrebbe far arrivare fino all’Europa circa 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Le autorità algerine avrebbero già preso accordi in questo senso con il governo del Niger.


LINK E APPROFONDIMENTI

https://pagineesteri.it/2021/12/29/africa/il-sahara-occidentale-tra-occupazione-e-greenwashing/

https://www.publico.es/actualidad/carta-sanchez-rey-mohamed-vi-propuesta-marroqui-autonomia-base-seria-creible-realista.html

https://www.africarivista.it/algeria-continua-il-braccio-di-ferro-sul-gasdotto-maghreb-europa/199056/

https://www.publico.es/politica/decision-gobierno-espanol-sahara-no-cumple-derecho-internacional.html

https://www.aljazeera.com/news/2022/3/19/algeria-recalls-spain-envoy-over-western-sahara-policy-change

 

da qui

 

 

La pessima salute di ferro del governo Sánchez - Maurizio Matteuzzi

Qualcuno tracciando, nel gennaio scorso, un bilancio di metà mandato della coalizione fra i socialisti del PSOE e la “nuova sinistra” di Unidas Podemos, scrisse della “pessima salute di ferro del governo progressista spagnolo”. Un ossimoro azzeccato.

Ma in pochi mesi lo scenario anche in Spagna è drammaticamente cambiato e l’attacco in febbraio della Russia di Putin all’Ucraina con la relativa risposta NATO-UE – e anche molto altro – ha mandato giudizi e previsioni a carte quarantotto. E se oggi lo stato di salute del governo guidato da Pedro Sánchez resta pessimo, non appare più nemmeno così di ferro. Molti in Spagna considerano questo il passaggio più critico da quando nel gennaio 2020 il governo ottenne l’investitura delle Cortes. C’è anche chi, non solo in una destra colpita anch’essa dalla crisi, vede non più così sicuro l’approdo della legislatura alla sua naturale scadenza elettorale nel 2023.

Fino a fine 2021, nell’imperversare della pandemia, il governo di coalizione fra due soci che non si amano ha in buona sostanza tenuto fede agli impegni presi e implementato la “agenda progressista” faticosamente pattuita. Livelli record di spesa in sede di bilancio, misure sociali, riforme delle pensioni e del lavoro, leggi a forte impatto simbolico e politico quali eutanasia, riders, reddito minimo vitale, affitti, trans e LGBT, violenze di genere e femminicidio, memoria democratica, clima e transizione energetica verde, campagna di vaccinazione che ha toccato l’80% della popolazione, sblocco dell’impasse catalana con tanto di indulto per i leader indipendentisti…

La ripresa economica, dopo il disastro provocato nel 2020 dal covid, non ha però assecondato, finora, le speranze di Sánchez.  Nel ’21 l’occupazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007, ma la crescita del 7.2% annunciata dal governo per quell’anno è andata via via riducendosi: prima al 6.5% per poi scendere al 5%. Il maggior tasso di crescita dell’ultimo ventennio ma pur sempre troppo basso. Soprattutto considerando che nel dicembre scorso il tasso d’inflazione era già schizzato oltre il 6% per poi lambire, con gli effetti collaterali della guerra in Ucraina – bollette di luce e gas, prezzo di gasolio e benzina, annunciato aumento delle spese militari dei paesi NATO, etc. etc. – la soglia insostenibile del 10% a fine marzo.

Pedro Sánchez e il suo governo, sotto assedio di una rabbiosa destra storica – il Partido Popular – che non si rassegna a non essere più al potere e di una nuova destra cavernicola – i fascio-franchisti di VOX – che è ormai il terzo partito spagnolo, non possono fare a meno di una economia che corra veloce, pena il rischio di regalare le bandiere della protesta alla piazza e ai gilet gialli di cui si vedono già i sintomi nelle massicce manifestazioni e scioperi di trasportatori, agricoltori, pescatori, autonomi, etc.; nonché il rischio che, come accaduto in altri paesi (la Francia, l’Italia), i ceti popolari delusi dalla sinistra riversino i loro voti sulla destra.

Sánchez lo sa bene. Per questo a fine di marzo ha annunciato un “Plan de Choque de Respuesta a la Guerra”, un “piano d’urto” anticrisi da 16 miliardi di euro che prevede uno “escudo social” con tagli fiscali e aumento del reddito minimo vitale.

Se basterà e funzionerà è da vedere. Decisivo sarà il fattore tempo. Perché il 2023, anno di elezioni regionali e politiche, è vicino mentre il rimescolamento fra e nelle forze politiche è al massimo.

Il PSOE, dopo la svolta centrista nel congresso di ottobre, è forse tentato di rompere con Podemos (almeno questo è il timore di Podemos che non si fida di Sánchez) per giocare la carta della grande coalizione con il PP che ha appena cambiato la leadership.

Il Partido Popular, che si è liberato del fallimentare Pablo Casado e  ha appena eletto col 98% dei voti il suo nuovo leader,  Alberto Núñez Feijóo, presidente della Galizia, “moderato e centrista”, è chiamato a decidere se continuare e formalizzare  l’alleanza con l’ultra-destra di VOX come già accade in molte città e regioni (la linea della presidente della Comunidad di Madrid, la sfegatata trumpista Isabel Díaz Ayuso) o  rilanciare una linea di centro-destra e/o avventurarsi in una qualche forma di appeasement con il PSOE .

Podemos che perde peso elettorale e ingoia rospi (l’ultimo la clamorosa giravolta con cui Sánchez riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, a danno del Fronte Polisario) ma non rompe perché “siamo l’unica garanzia che il governo faccia politiche progressiste”. E aspetta con crescente nervosismo che la comunista Yolanda Díaz, popolarissima ministra del lavoro, avvii il suo progetto di “Frente Amplio” nell’arduo tentativo di riunire gruppi e gruppuscoli della nuova sinistra che si sono andati frantumando.

Poi c’è VOX, che incalza il PP di Núñez Fejóo intimandogli di “decidere con chi vuole negoziare”, se con Pedro Sánchez e il suo governo chavista in salsa iberica o con i patrioti anticomunisti di VOX.

Saranno due anni di fuoco.

da qui