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lunedì 9 dicembre 2024

Nel ventre dell’accademia neoliberale - Emiliana Armano, Francesco Maria Pezzulli

Da un'inchiesta partecipata sull'università italiana emergono le ingiustizie e il senso di soffocamento dentro l'industria del sapere. Per uscirne, le varie componenti di quel mondo devono riprendere a parlarsi e difendere il più comune dei beni

In queste settimane cresce negli atenei la mobilitazione contro la nuova riforma dell’Università che taglia i fondi e precarizza ulteriormente il lavoro di ricerca. Francesco Maria Pezzulli, sociologo, ricercatore indipendente e docente presso l’Università Sapienza di Roma, da tempo compie un’approfondita indagine sulle trasformazioni dell’Università in Italia, offrendo uno sguardo critico, originale e attento ai cambiamenti che, nel lungo periodo, interessano il sistema accademico. Recentemente ha pubblicato L’università indigesta. Professori e studenti nell’accademia neoliberale (Deriveapprodi, 2024), un libro che affronta in modo agile e brillante le dinamiche di questa evoluzione. Più che un’intervista, gli abbiamo proposto una conversazione intorno ai temi centrali del libro, per esplorarli insieme in profondità.

Il titolo L’Università indigesta suona provocatorio e controcorrente rispetto alle retoriche con cui si descrive l’Università oggi. Come nasce questo libro? Mi racconti un po’ dell’inchiesta che sta alla base della tua analisi militante?

L’inchiesta sulla «Condizione studentesca e le trasformazioni dell’Università» è nata con la rivista Sudcomune, il Collettivo Effimera e il Laboratorio Transizioni di Roma 3. Il metodo dell’inchiesta ci è sembrato quello migliore per leggere le conseguenze della «Terza Missione», siamo ai governi Monti e Renzi, sulle condizioni di professori e studenti, già segnate dalla Riforma Gelmini. In un certo senso l’inchiesta è stata una reazione alla distanza che si era venuta a creare in breve tempo tra le due figure universitarie di riferimento a seguito all’applicazione delle riforme neoliberali. Dal punto di vista operativo l’inchiesta si è articolata in incontri presso università e altri centri culturali e studenteschi in diverse città italiane. Il metodo è stato inizialmente quello della conricerca, divenuto dopo il Covid quello della «ricerca partecipativa», come l’ha definita Carlo Vercellone nella prefazione, che fa parlare direttamente i soggetti che subiscono o devono applicare i metodi di governance neoliberale nelle università. In altre parole, ci è sembrato interessante osservare l’impatto delle riforme neoliberali sui professori e gli studenti per come hanno modificato (o tendono a modificare) non solo il modo di studiare, insegnare e fare ricerca, ma la mentalità stessa e la psicologia, spesso generando nuove forme di sofferenza nel lavoro legate allo stress, a un sovraccarico di lavoro burocratico inutile e alla perdita del senso della loro funzione. In questo senso, il titolo Università indigesta è allusivo dell’eccessiva ingestione di alimenti e del senso di nausea o vomito che può seguirne. Eccessiva ingestione, che nel nostro caso significa eccessiva quantità di nuove «cose da fare» (amministrative e burocratiche) che gli ordinamenti e le procedure del Sistema di Valutazione Nazionale (Anvur) richiedono ai professori e agli studenti. Per gli studenti, le cause dell’indigestione risiedono nella rincorsa ai crediti, che si verifica lungo la preparazione di esami semestrali, dunque raddoppiati di numero rispetto al passato, come raddoppiati sono i Titoli di laurea, i corsi e le materie di studio. Per un docente invece l’indigestione proviene dalla crescita di tutte quelle attività non propriamente legate alla didattica, alla ricerca e alla riflessività. Non è certo un caso che Piero Bevilacqua, illustre emerito storico della Sapienza, ha detto qualche tempo fa che i colleghi sono «sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, soffocati da compiti organizzativi mutevoli, spesso di difficile comprensione, da pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni che sottraggono tempo alla ricerca e a un insegnamento non di routine».

Nel tuo libro critichi la trasformazione dell’università italiana facendo un excursus sistematico e di lungo periodo dagli anni Ottanta in poi, concentrandoti anzitutto sullo smarrimento del «diletto» dello studio, come «anticipato» da Leopardi. Il depauperamento del piacere di conoscere sembra che sia uno dei tratti peggiori, tra i vari deleteri effetti prodotti dalle riforme che vi sono state in Italia negli ultimi decenni, tra cui quella di Ruberti, e poi Berlinguer e Gelmini, che hanno trasformato le università in luoghi dominati prevalentemente da criteri aziendali di efficienza e produttività. In un processo lungo e lento che ricorda la famosa bollitura della rana, in questi anni le competenze hanno sostituito i saperi, la produzione di capacità critica ma anche di capacità soltanto è stata resa insignificante e poi sono mutati profondamente i modelli di relazione. Quali sono le tesi principali del tuo libro?

Non sono per nulla un catastrofista ma la situazione nella quale ci troviamo mi sembra proprio quella che hai tratteggiato: smarrimento del diletto, depauperamento del piacere di conoscere, svilimento delle capacità critiche, enfatizzazione delle competenze imprenditoriali. E una tesi del libro è che in questa situazione non ci siamo trovati in modo accidentale, ma dopo mezzo secolo di Riforme, dalla Ruberti del 1990 a quella di Renzi del 2015, passando per la Riforma del 3+2 di Berlinguer, a inizio secolo, quella di Moratti e Gelmini e quella «tecnica» di Monti. In questi decenni si è imposto e perfezionato un nuovo modo di organizzare e gestire l’università, di farla diventare neoliberale all’italiana. In proposito è davvero interessante l’ultimo numero monografico della rivista Iacobin Italia. Questo nuovo modus operandi, è la seconda tesi, diversifica e peggiora le condizioni sociali e soggettive di professori e studenti. I primi, come dicevamo «soffocati», somigliano sempre più a funzionari o consulenti e imprenditori di sé stessi. Gli studenti, invece, un tempo considerati studiosi in quanto universitari (come ricorda in un bel libro Stefano Pivato) oggi pagano forse il prezzo più alto: quello di un percorso di studio concepito e vissuto come una corsa a ostacoli per l’acquisizione di crediti, nell’ambito di una molto ampia offerta di discipline (nate dalla frammentazione di materie più generali), dentro un processo che li considera meritevoli se capaci di tenere i tempi richiesti in ogni semestre, spesso obbligatori, per un dato numero di frequenze, di certificazioni, di verifiche, di esami e tutta una serie di attività collaterali, tra cui centinaia di ore di tirocinio presso imprese o dentro l’accademia in versione di training professionale. Insomma, gli studenti e le studentesse nel loro percorso ad alta velocità mangiano tantissime conoscenze e nozioni, ma gli è sottratto il tempo per digerirle, farle proprie, perché il tempo di apprendimento nell’università neoliberale è considerato alla stregua del tempo di lavoro dentro l’impresa, come se i due ambiti, differenti per definizione, fossero invece analoghi, misurabili e standardizzabili allo stesso modo. È qui che nasce l’indigestione. Questa è l’ipotesi emersa con l’inchiesta, da cui deriva il titolo del libro. Come dire, lo studente «imprenditore di sé stesso» deve correre su tragitti noti e lungo attività predefinite, che provocano un sovraccarico, continua fretta e ansia. 

Nel tuo libro critichi aspramente la deriva conformista che ha portato molti docenti a diventare semplici esecutori di compiti settorializzati, analoghi agli operai della catena di montaggio, senza più una visione d’insieme del loro lavoro. Questo sistema, alimentato dalla pressione del «publish or perish» (pubblica o muori), spinge i ricercatori a concentrarsi su studi che garantiscano finanziamenti, piuttosto che a esplorare nuove frontiere del sapere. Già tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, all’epoca del movimento della pantera, Romano Alquati discutendo della allora prima riforma Ruberti, nell’analizzare le dinamiche operate dalla riforma nell’ambito della formazione universitaria, metteva in evidenza l’emergere di un’ambivalenza indissolubile tra la tendenza al potenziamento capitalistico e contemporaneamente quella all’impoverimento delle capacità umane del pensiero e dell’espressione. Che ne pensi? Secondo te in questo processo oggi la tendenza all’impoverimento è diventata prevalente?

Sono d’accordo, credo che oggi il nesso tra le tendenze di sviluppo capitalistico e l’impoverimento delle capacità umane di pensiero ed espressione sia qualcosa di concreto, peraltro è una questione analizzata da importanti autori e di cui troviamo traccia anche in determinate rilevazioni periodiche. Dal punto di vista delle università questo impoverimento è ben visibile nella didattica, che avviene in un contesto di alta frammentazione delle discipline, come ho cercato di dire nel libro, per cui ci troviamo nella situazione della proliferazione senza fine di discipline e cognizioni talmente specialistiche da rappresentare pericolosamente l’idiozia. Credo sia questo uno dei motivi principali della crisi neoliberale in cui si trova oggi l’università. Bisogna aggiungere, come ha ben scritto Franco Piperno in un 
suo ottimo lavoro sui destini dell’università italiana (verso il quale il mio L’università indigesta è senz’altro debitore), che lungo la sua storia quasi millenaria l’università è entrata in crisi ogni volta che sia risultata intaccata la fondazione unitaria e pubblica del sapere, quando viene meno cioè quella capacità di ricondurre a unità la molteplicità dei saperi, una forma unitaria adeguata al senso comune, vale a dire in grado di essere assimilata tramite la lingua naturale e la comune facoltà di ragionamento. Questa capacità è quello che storicamente ha conferito all’università la sua autorità istituzionale e oggi, forse in modo maggiore di altri periodi storici, è pesantemente annichilita. 
Lasciami aggiungere una cosa su Romano Alquati e la Riforma Ruberti, di cui 
la tua intervista su Machina è una espressione esemplare, e cioè che quanto per il sociologo di Clana era già evidente, trent’anni fa non era immediatamente percepibile. E un’altra cosa che oggi mi sembra particolarmente istruttiva sono le critiche di Alquati agli studenti «che fuggono davanti ai problemi aperti» e si rifugiano nel ruolo di esecutori disegnato per loro dall’università neoliberale, con tutto il carico di impoverimento intellettuale e banalizzazione dei saperi che ciò comporta. Banalizzazione oggi amplificata dal processo di digitalizzazione in corso.

In un sistema universitario così trasformato, tutte le figure coinvolte sembrano gravemente colpite e messe in contrasto tra loro, incapaci di riconoscersi reciprocamente. Da un lato, ci sono docenti, ricercatori e personale tecnico, sempre più soggetti a criteri di valutazione di stampo iperindustriale, demotivati e intrappolati in una logica che misura ogni attività o prodotto esclusivamente in termini di valore economico quantificabile, indipendentemente dal suo reale significato o dalla sua utilità didattica e formativa. Dall’altro, ci sono studentesse e studenti, orientati a produrre frammenti di conoscenza parimenti quantificabili, ridotti a voti e crediti, a discapito di ogni forma di riflessione, condivisione di pensiero o collaborazione tra pari.
In questo tradimento dell’ideale culturale, non emergono solo il lamento, la rassegnazione e il conformismo diffuso, con i docenti che si allontanano dalla missione etica dell’insegnamento e gli studenti che si affannano per tenere il passo della produttività degli esami. Esistono, anche altre vie. Una è quella del conflitto come forma di resistenza collettiva, un tema su cui tu stesso hai riflettuto, che 
Salvatore Cominu Carlo Vercellone affrontano nei loro scritti, che si ricollega all’ampio discorso del riconoscimento dei nuovi diritti del lavoro della conoscenza da molto tempo sostenuto da Sergio Bologna. L’altra invece è l’interiorizzazione della logica prestazionale, una forma di sofferenza personale che Federico Chicchi descrive efficacemente.
Ti chiedo: come possiamo uscirne? E, soprattutto, a quali condizioni l’esperienza individuale di sofferenza, di ingiustizia e di inadeguatezza può trasformarsi da colpa individuale a forza propulsiva per un riconoscimento e un’azione collettiva liberatoria, orientata verso un nuovo orizzonte di significato? Secondo te, esiste tra la maggioranza una consapevolezza che questo modello iperindustriale di formazione è fondato sull’ingiustizia sociale, specialmente per come perpetua le disuguaglianze? Oppure ritieni che prevalga l’idea che il successo individuale sia unicamente frutto del merito e, dunque, che questo ordine sia giusto e da accettare?

La tua domanda pone una questione politica cruciale. Come se ne esce? Non ho risposte certe o precise, ma come ricordi ci sono delle indicazioni importanti di Carlo Vercellone in testa al volume e di Federico Chicchi in coda, e anche di Federico Bertoni nel mezzo. Ad esempio, secondo quanto scrive Carlo Vercellone se ne potrebbe uscire con un salto in avanti dei lavori della Commissione Rodotà, che in ogni caso ha considerato l’università nell’ambito dei beni comuni, come un’istituzione pubblica e inalienabile rispetto a interessi privati. In più, l’approccio dell’università bene comune potrebbe: ridefinire chiaramente il rapporto tra la comunità universitaria e lo Stato, in cui quest’ultimo, nel solco della divisione liberale dei poteri, non può definire le regole di governance, i programmi e le missioni; dimostrare che il pubblico può essere gestito e organizzato come un’istituzione del comune, che può essere cioè autogovernata dai soggetti che ne beneficiano e la fanno funzionare attraverso forme di democrazia diretta e partecipativa, opposte tanto alla logica burocratica dello Stato che a quella delle gerarchie aziendali. A un differente livello di analisi credo che il modo migliore di uscirne cominci dal fatto che professori e studenti riprendano a parlare tra loro e a ritessere quella rete di reciprocità che può dare senso compiuto a una comunità universitaria in grado di «ridefinire» e «dimostrare», nei termini appena detti, che la missione dell’università è principalmente quella della formazione di un individuo sociale completo e di custodire il sapere come il più comune dei beni. Non sto parlando della gran massa dei professori (in attesa della pensione, affannati nelle consulenze, stressati dagli indicatori bibliometrici per la carriera) ma di quei docenti, nel libro definiti critici insider, che continuano a considerare il sapere come il più comune dei beni e l’insegnamento come la messa in comune e condivisione di questo bene. E non sto parlando neppure dei molti studenti e studentesse che intrappolate nel vortice di moduli, lezioni ed esami sempre imminenti, abbracciano i tempi e il credo neoliberale senza farsi troppe domande, ma di quelli che non sono ancora diventati (in parte o in tutto) capitale umano e che per un qualche motivo intendono sfuggire a questo destino, detto altrimenti, che resistono alla corruzione neoliberale.
Per quanto riguarda l’altra tua seconda domanda, invece, non penso che a livello di massa ci sia la convinzione che l’attuale modello di università si basi sull’ingiustizia, piuttosto penso che si tende ad accettarlo così com’è, in questo senso le classifiche delle università (eccellenti e meno eccellenti), che hanno gerarchizzato e messo in competizione Dipartimenti e Atenei, lubrificate con la retorica del merito, hanno favorito una lettura acritica quanto non positiva dell’accademia neoliberale. Però, è pur vero che l’università continua a essere un tema sensibile verso il quale c’è solitamente una certa disposizione al ragionamento e le posizioni dei soggetti non sono particolarmente rigide e possono oscillare in tempi molto brevi. 

*Emiliana Armano, sociologa e ricercatrice indipendente, è dottore di ricerca in sociologia economica presso l’Università degli Studi di Milano. Si occupa di ricerca militante su soggettività e precarizzazione nel capitalismo digitale. Francesco Maria Pezzulli è sociologo e ricercatore indipendente. Ha insegnato presso l’Università La Sapienza di Roma e svolge attività di ricerca e inchiesta nel Laboratorio sulle Transizioni, il mutamento sociale e le nuove soggettività dell’Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa del rapporto tra sviluppo capitalistico e Mezzogiorno.

da qui

venerdì 5 luglio 2019

Il meridionale leghista: prime note sulla terza componente – Francesco Maria Pezzulli


Cara lettrice, caro lettore, rieccoci con un tema arduo, per il quale la cautela è d’obbligo, ma la domanda non può essere evasa: perché i meridionali hanno votato Salvini?
Prima di passare ai punti che seguono, che ritengo utili per una discussione tramite la quale articolare una risposta critica, non certo definitiva, è necessaria una breve premessa: per prima cosa, le questioni affrontate non sono frutto di un lavoro sistematico, ma si tratta di semplici e frammentarie riflessioni, che non vogliono spiegare nulla, quanto piuttosto stimolare il ragionamento su questo e altri aspetti dell’attualità politica del sud Italia. Secondo poi, è facile che i punti appresso segnalati generino disappunto o contrarietà, cosi come è accaduto quando questo breve testo è circolato in bozza. Non so ancora spiegarmi a cosa ciò sia dovuto: forse ai concetti utilizzati o forse alle conseguenze che un loro concatenamento inadeguato potrebbe generare in termini interpretativi e analitici. Comunque sia, cara lettrice e caro lettore, spero vorrai considerare questo contributo come un primo tentativo di sondare nuove strade, che non per forza devono sostituire le vecchie, ma che forse possono aiutarci ad orientarsi nel caos attuale. Del resto, quando si è incerti ma bisogna arrivare a Messene l’unica cosa da fare è cominciare a camminare, perché gli incontri e i saggi suggerimenti non possono che giungerci durante il percorso.
1. Avevamo accennato a due componenti, estrema destra e mafie, ma dopo il conteggio dei voti limitare l’analisi a queste due componenti non può bastare[1]. Esse sono minoritarie mentre la scelta politica pro Salvini e Lega, nel suo insieme, ha coinvolto quasi 2 milioni di persone, più del 20% dei votanti. La terza componente di cui qui ci occupiamo non sembra avere una fisionomia precisa, è uniforme nelle città come nei piccoli centri, nelle aree montane come in quelle marine. E’ maggioritaria, con motivazioni politiche e scelte elettorali proprie, differenti, a volte in modo consistente, da quelle delle prime due componenti, che ruotano invece intorno a una strategia politico mafiosa che passa attraverso il voto a un leader forte.
Per la maggioranza dei leghisti meridionali insomma la questione si complica: chi sono? cosa li ha mossi a scegliere il capo del partito più anti meridionale che la storia italiana ha conosciuto?
2. Sul piano numerico, mediamente, 1 ogni 5 votanti meridionali ha votato Salvini e/o Lega, in alcune regioni, come in Abruzzo, 1 ogni 3, in altre, come in Sardegna, 1 ogni 4. In generale, più della metà degli elettori del sud si è astenuto dal voto. Su 17 milioni solo 7,6 si sono recati alle urne. Anche a Riace e Lampedusa, che per forza e virtù dei propri sindaci sono state battezzate roccaforti antisalviniane, la Lega è il primo partito. Nel paesino di Mimmo Lucano in quasi 300 hanno votato Lega (il 31% dei 1.107 votanti, su meno di duemila elettori). A Lampedusa, dove l’astensionismo ha superato quota 70%, in 624 (il 46% dei 1404 votanti) hanno scelto lo sceriffo lumbard.
Si dice: «ma la Lega di Salvini è un’altra cosa rispetto a quella di Bossi» e questo è certamente vero. E il lungo curriculum anti meridionalista del ministro dell’interno, a partire dagli slogan in birreria (“senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani…”), sembra non intaccare minimamente il successo elettorale al Sud. Ma lasciamo da parte il fascino del leader (a tratti sborone, forte coi deboli, e subito poi ridicolo, con il “vincisalvini”, che si auto pubblicizza come da ragazzo a cercare fortuna alle gare della Fininvest di Berlusconi) e concentriamoci invece sulla nostra terza componente. Allora, di chi stiamo parlando?
3. Partiamo da lontano, dal 1922, con John Dewey che dal suo osservatorio privilegiato ci avverte che siamo entrati in un’epoca buia dal punto di vista dell’educazione, che se  ancora riteniamo che il beneficio di questa consiste nella «capacità di sceverare, di fare delle distinzioni che penetrano al di sotto della superficie» ci sbagliamo di grosso in quanto possiamo affermare senza indugio che l’educazione di oggi «non è soltanto arretrata ma è in processo d’involuzione». La nostra è l’età della ciarlataneria e dell’inganno, scrive il padre del pragmatismo, e
le ragioni dell’attuale trionfo della ciarlataneria nelle cose umane  sono piuttosto esterne che dovute a un’intrinseca corruzione dell’intelletto e del carattere (…) gli uomini devono agire in vista di condizioni economiche e politiche lontane da loro e devono avere su queste delle conoscenze sulle quali fondare le proprie azioni. E poiché le loro conoscenze influenzano la loro condotta, le credenze sono ora qualcosa di più che fantasie e passatempi ed è cosa di grande rilievo che esse siano giuste. Al tempo stesso alcune persone si sono assunte l’obiettivo di influenzare l’opinione delle masse, poiché è su queste e non su annose consuetudini che si fonda la possibilità di dominarle. Se si ha il controllo delle opinioni , si ha in mano, almeno per il momento, la direzione dell’attività sociale[2].
In altri termini, possiamo dire che lo sviluppo e la diffusione della stampa «a buon mercato» aumenta incredibilmente le possibilità di questo controllo delle opinioni e moltiplica le tecniche (oggi ribattezzate di “distrazione di massa”), che distolgono l’attenzione da fatti concreti per indurre la popolazione «colla grandezza dello strepito» ad esprimersi con forza su «questioni irreali». La ricetta di Dewey a fronte di questa involuzione ciarlatana e ingannatrice, rafforzata negli anni ’20 dalle caratteristiche del sistema di propaganda messo in atto durante la prima guerra mondiale, è quella di sottoporre a critica la qualità del governo popolare e non la sua esistenza, sapendo che «la sua qualità è legata inseparabilmente alla qualità delle idee e delle notizie che sono messe in circolazione e alle quali si presta fede». Poco prima del ’29, tra il capitalismo del vecchio mondo e quello del nuovo, la necessità storico politica di «catturare l’interesse e i sentimenti del popolo» si traduce anche nell’esigenza dei governi «a suscitare e dirigere tale interesse mediante la somministrazione di “notizie” sottoposte a vaglio accurato». In questa situazione, il ruolo funzionale assunto dalla scuola  è per Dewey deprecabile: «non soltanto fa poco per creare in una intelligenza che sa distinguere una garanzia contro l’abbandono all’invasione della ciarlataneria, specialmente nella sua forma più pericolosa, quella sociale e politica, ma anzi fa molto per creare lo stato d’animo favorevole al suo accoglimento». La ricetta di Dewey dinanzi a tale insopportabile rovesciamento è di criticare aspramente l’insegnamento (tradizionale) di tutti quei materiali che non hanno rapporto alcuno con la situazione attuale, e, soprattutto, di invertire quella modalità di insegnamento che consiste nell’evitare sistematicamente lo «spirito critico in rapporto alla storia, alla politica e all’economia», ritenendo, erroneamente, che questo sia l’unico modo di formare dei buoni cittadini. Questo nel 1922. Da allora le cose sono evidentemente cambiate, nel senso che, per quel che qui ci interessa, la conquista «della direzione dell’attività sociale» può contare su tecniche e modi di «catturare i sentimenti» sempre più raffinati.
4. Quasi un secolo più tardi, Andrea Camilleri, intervistato sui condizionamenti dell’informazione comincia la discussione sulla base dei dati di un rapporto «molto serio», curato da Tullio De Mauro, per il quale in Italia sono presenti all’incirca 30 milioni di analfabeti[3]. Per l’esattezza: 2 milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semi analfabeti (sanno firmare ma non capiscono ciò che leggono) e altri 13 milioni di analfabeti di riporto (hanno perso nel tempo l’uso della scrittura e della lettura). Si chiede, a questo punto, il grande scrittore siciliano:
quando questi analfabeti o semianalfabeti si recano a votare su che cosa hanno basato le loro convinzioni? Sulla televisione ecco perché è da parte del potere assolutamente indispensabile che l’informazione sia univoca, sia indirizzata in un unico senso dopodiché la poca scarsa e miseranda informazione libera può essere sottoposta a una serie di eventi tecnici che ne diminuisca la diffusione nel territorio in maniera che sempre di più prevalga l’informazione condizionata.
La funzione politica svolta dalla televisione, per Camilleri, è la stessa di quella che Dewey assegna alla stampa del suo tempo. Con ciò non intendiamo sostenere che i meridionali che hanno votato Lega e Salvini siano analfabeti o semianalfabeti, lo sono come altri milioni di italiani che hanno votato per altri partiti e altri leader. Vogliamo solo dire che, probabilmente, la terza componente è composta da esseri che la “propaganda” televisiva (e non solo) riesce a formare a proprio piacimento; individui, detto altrimenti, che i numerosi e sofisticati dispositivi di convincimento riescono ad assoggettare. Gli uomini del nostro terzo gruppo sono in grado di convivere e convincersi di questioni paradossali e, a secondo delle contingenti esigenze politiche, possono continuamente essere riformattati, come un qualsiasi hardware, ad ogni nuova campagna politico mediatica per la quale diventano dei tifosi, affidandosi al paladino di turno che viene proposto come capitano.
5. Per chi ha la fortuna di “pensare da se” una cosa è certa: il meridionale che vota Lega e Salvini è corrotto. Non parlo della corruzione economica – ossia dell’utilizzo illegale di risorse pubbliche in virtù di legami familiari e parentali, di influenze politiche e metodi clientelari tramite i quali la ricchezza finisce nelle mani di pochi privati – ma di corruzione etica, di corruzione dell’essere. Nel mondo cosi come oggi è costruito, infatti, sono presenti e attivi tutta una serie di dispositivi e tecniche di assoggettamento che integrano, trattengono o riassorbono le singolarità nel rapporto sociale capitalistico, che si tratti della vita in famiglia, del lavoro in un’impresa o del senso di appartenenza a un popolo. Come hanno spiegato egregiamente Hardt e Negri, «la corruzione è dappertutto (…) la corruzione separa la mente e il corpo da ciò che possono fare[4]».
6. Detto ciò, a primo acchito, la figura che sembra avvicinarsi maggiormente al nostro soggetto è quella di colui che, per dirla con un grande milanese, «è un concentrato di opinioni che quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire (…) un uomo senza consistenza che s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza (…) un animale assai comune che vive di parole da conversazione (…) un aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione[5]». Il nuovo conformista, come diceva Gaber oltre un ventennio fa (se non lo hai ancora fatto, caro lettore e cara lettrice, ascolta questo ed altri capolavori del signor G), pare cogliere molti aspetti del nostro meridionale leghista, ma forse non tutti, forse siamo andati terribilmente oltre. Nel senso che, se il conformista è «chi si adatta facilmente alle opinioni o agli usi prevalenti, alla politica ufficiale, alle disposizioni e ai desideri di chi è al potere» (vocabolario Treccani), il soggetto di cui stiamo parlando non si “adatta” semplicemente per opportunismo, egli crede ed è convinto che la realtà che ha di fronte debba essere interpretata e spiegata come ha sentito dire (in TV, sui social, eccetera). E, fin qui, nulla di speciale; salvo che, qualche settimana dopo, è pronto a credere ed essere fortemente convinto, senza alcuna autocritica, di qualcosa che, ad uno sguardo solo meno superficiale, è in netta antitesi con la convinzione precedente. Oggi Salvini, domani un nuovo eroe triste nel quale potersi rispecchiare, dopodomani un altro che i media sorreggono e propagandano, e cosi via elezione dopo elezione, per tutta una vita fatta di paradossi del tipo: “non sono razzista però loro sono un problema”, “io sono per l’accoglienza ma loro ci invadono è meglio che restino casa loro”, eccetera, eccetera. Non sono un esperto, mi sembra comunque che il nostro leghista meridionale sia allo stesso tempo conformista e schizofrenico senza sapere di esserlo. I paradossi e le contraddizioni con cui convive lo apparentano agli organismi semplici che Griziotti cita nel suo ottimo lavoro sul Neurocapitalismo:
la mercificazione, la videogamizzazione, la disneyzzazione del reale ci spingono verso lo stato degli organismi semplici che sono in grado d’avere un comportamento senza processi mentali; le emozioni ma non i sentimenti… E’ ormai scientificamente accertato che la razionalità dei comportamenti viene meno nelle persone che non possono provare pienamente emozioni e sentimenti e, sorgono allora interrogativi inquietanti sulla società in cui essi sono cosi fortemente e continuamente influenzati, manipolati e provocati in un’ossessionante prospettiva di razionalità finanziaria[6]
Cara lettrice e caro lettore, nel caso in cui tu pensassi che in questo scritto non sono presenti grandi novità, hai ragione, è vero ed hai tutta la mia comprensione. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Abbiamo solo espresso alcuni punti circa la funzione politica di questa terza componente ed abbiamo precisato alcuni suoi lineamenti costitutivi che ci dicono, ormai è chiaro, che i soggetti di cui stiamo parlando non sono solo meridionali tantomeno soltanto leghisti. A dirla tutta, probabilmente, se consideriamo il “meridionale” e il “leghista” come soggetti che rimandano a una precisa identità possiamo dire che, semmai esistiti in passato, oggi forse non esistono più. I meridionali leghisti di cui abbiamo cominciato a occuparci sono individui la cui soggettività viene prodotta e riprodotta per ragioni legate agli interessi politici ed economici ed ai rapporti di forza della fase capitalistica in corso. Vedremo allora, in una prossima nota, di rilevare le dimensioni propriamente sociologiche di questa componente, al fine di avvicinarci al meridionale che vota Salvini in carne ed ossa, sempre che, nel frattempo, questi organismi semplici non siano divenuti altro.

Note
[1]“Nota meridionale sul reddito di cittadinanza e il Movimento cinque stelle”, in «Effimera» e «Sudcomune» (gennaio 2019)
[2]Jhon Dewey, “L’educazione come politica”, in «The New Republic» del 4/10/1922 (raccolto in Education Today, G.P. Putnam’s Sons, New York 1940; tr. it. L’educazione di oggi, La Nuova Italia, Firenze 1950. Cit. pag. 198)
[3]Cfr., tra gli altri, Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana, Dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari 2014. Il brano di Camilleri può essere ascoltato qui: https://www.youtube.com/watch?v=nPU9BKfiNFA
[4]Michael Hardt, Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002. Cit. pag. 361. L’analisi della famiglia, impresa e nazione come istituzioni sociali preposte alla corruzione del comune vedi: Comune. oltre il pubblico e il privato, Rizzoli, Milano 2010: «nonostante la repulsione che la famiglia, l’impresa e la nazione suscitano in noi, occorre ribadire che esse mettono in gioco e mobilitano il comune anche se in forme corrotte, e dunque predispongono una serie di risorse importanti per l’esodo della moltitudine» (pag. 168).
[5]Giorgio Gaber, “il Conformista”, in Un’idiozia conquistata a fatica, 2° CD, 11ª traccia, 1997.
[6]Giorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Mimesis, Milano 2016. Cit. pag. 167