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martedì 30 novembre 2021

Crisi climatica e transizione energetica: le nuove tattiche negazioniste smontate una per una - Stella Levantesi, Antonio Scalari

 

In queste ultime settimane, gli interventi negazionisti del cambiamento climatico sembrano essere aumentati. Questo non è un caso. La macchina del negazionismo si attiva a pieni giri quando l’azione per il clima è al centro dello scenario politico, com’è accaduto in queste ultime settimane in occasione della riunione del G20 a Roma e della COP26, la Conferenza internazionale sul clima di Glasgow.

La COP26 si è conclusa con un accordo che contiene luci e ombre. Alok Sharma, presidente della Conferenza, ha dichiarato che l'obiettivo di contenere l'aumento della temperatura globale entro 1.5° è ancora in vita ma «il suo polso è debole». È una «vittoria fragile», che dipenderà da quanto i singoli governi rispetteranno gli impegni presi. Nel documento finale approvato alla COP si fa riferimento, per la prima volta, ai combustibili fossili e alla necessità di eliminare i sussidi per il settore. Questo viene giudicato un importante passo avanti, anche se all'ultimo minuto ci sono state pressioni per cambiare la formulazione del passaggio sul carbone. "Eliminazione" è stato sostituito con un più debole "riduzione". Una questione critica rimane inoltre quella del sostegno finanziario dei paesi ricchi alle azioni per il clima nei paesi poveri, impegno che i primi non hanno ancora rispettato. Rimane perciò ancora molto da fare per colmare il divario tra le politiche nazionali e le emissioni di gas serra e il percorso che potrebbe portare il pianeta a rimanere al di sotto di 1.5°.

Mentre il mondo discute di come affrontare la crisi climatica, i negazionisti continuano a cercare di inserirsi nella discussione. Questo sta avvenendo anche in Italia. Sui social media ha ripreso a circolare una dichiarazione del fisico Antonino Zichichi, che attribuisce il riscaldamento globale all’attività solare (una vecchia tesi, già smentita). Zichichi aveva espresso queste opinioni nel 2019 in un'intervista pubblicata sul Giornale (testata che ha pubblicato in questi anni diversi interventi negazionisti), che era stata poi rilanciata dall'Huffington Post senza nessun contesto né commento critico. Nella versione diffusa sui social media Zichichi viene messo a confronto con Greta Thunberg, con l’intento di presentarlo come un voce scientifica e autorevole, più credibile di quella dell’attivista. È un confronto ingannevole, che oltre a dare credito ad affermazioni false oscura la posizione della comunità scientifica.

Alcune trasmissioni televisive e testate giornalistiche hanno di nuovo dato spazio a personalità già conosciute per le loro posizioni “contrarie” sul cambiamento climatico. Di recente il programma Cartabianca, su Rai3, ha ospitato Franco Battaglia, docente di chimica fisica dell’Università di Modena. Durante la discussione Battaglia ha potuto ripetere che le attività umane «non c’entrano niente con il cambiamento climatico».

Il giorno successivo all'inaugurazione della COP26, Il Foglio ha pubblicato un’intervista a Franco Prodi, fisico dell’atmosfera. «Il cambiamento è connaturato al clima», afferma Prodi, ripetendo di fatto un vecchio ritornello negazionista (“il clima è sempre cambiato”). Il Foglio lo aveva già intervistato lo scorso agosto, dopo la pubblicazione del nuovo rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). La sua posizione era racchiusa nel titolo del pezzo che, oltre a riproporre la solita retorica sul "catastrofismo", non lasciava spazio a interpretazioni: «ecco perché sul clima l'Onu sbaglia». Prodi - che compare tra i firmatari di una lettera, apparsa nel 2019, intitolata “non c’è nessuna emergenza climatica” - aveva dichiarato, in un’intervista all’Huffington Post del 2019, che nella comunità scientifica sarebbe ancora in corso una discussione sulle cause del riscaldamento globale.

Tutte queste posizioni sono in evidente contrasto con un consenso scientifico - la posizione collettiva della comunità internazionale di scienziati - ormai consolidato da molti anni. Il confronto tra tesi opposte è tipico delle discussioni che avvengono nei talk show, ma su temi come il cambiamento climatico ha l’effetto di fare da megafono alla disinformazione. Dare spazio a voci negazioniste, specialmente sui media mainstream, dà al pubblico la falsa percezione che ci sia ancora qualche incertezza sulla responsabilità umana nel riscaldamento globale e che il dibattito scientifico sul tema sia ancora in corso. Anche se non lo è più da molto tempo.

Quello a cui assistiamo è un copione già visto. Da quando si è messa in moto, negli anni ‘70 e ‘80, la strategia negazionista ha puntato a insinuare dubbi sulla realtà stessa del riscaldamento globale e delle sue cause. Lo slogan, per diverso tempo, è stato “la scienza non è ancora definita”. L’obiettivo era impedire o ritardare l’approvazione di leggi e politiche contro le emissioni di gas serra, attraverso campagne di disinformazione - sostenute da gruppi di interesse, media, think tanks e dalle stesse industrie - e il lobbying politico ed economico.

Da qualche tempo, tuttavia, il negazionismo climatico sta cambiando pelle. Il riscaldamento globale molto spesso non viene più negato apertamente e nemmeno viene contestata la necessità di politiche e azioni per affrontarlo. Posizioni platealmente contrarie alla scienza continuano a circolare, ma a queste si sono aggiunti altri argomenti, più insidiosi e ingannevoli.

Il negazionismo si adatta ai tempi e alle circostanze e sfrutta le occasioni che il dibattito pubblico offre. Oggi la crisi climatica e la transizione energetica si trovano al centro della politica mondiale e dei grandi piani dei governi. In questo scenario, il negazionismo è perciò ancora all’opera. In una cosa non è cambiato: il suo approccio continua a essere basato sulla strumentalizzazione, la manipolazione di dati e studi scientifici e l’uso di argomenti infondati e fallaci.

 

"Le politiche climatiche costano troppo (e la crisi climatica è esagerata)"

La denuncia dei costi delle politiche per ridurre le emissioni di gas serra, causate dall'uso dei combustibili fossili, è sempre stata presente nella retorica negazionista. Ora che la transizione ecologica ed energetica è entrata nell’agenda dei media e delle politiche nazionali e globali questo argomento ritorna in auge, adattato alle circostanze. Negli interventi che oggi enfatizzano i costi della transizione raramente si parla della necessità di distribuirli in modo equo nella società o a livello globale tra paesi ricchi e poveri. L’intento, piuttosto, è quello di far apparire le politiche per l’ambiente e il clima come un potenziale ostacolo alla crescita. Un fardello per le imprese, i consumatori e per l’intera collettività.

Queste posizioni sono spesso rivendicate come pragmatiche e realistiche, ma sono in realtà una forma di "cherry-picking", cioè una selezione di dati ed evidenze a vantaggio di una tesi. Inoltre, vanno spesso di pari passo con la minimizzazione delle conseguenze del riscaldamento globale. Sono due argomenti speculari. Se le politiche per il clima costano troppo e se la crisi climatica è esagerata, perché dovremmo preoccuparci così tanto dell'aumento della temperatura? Perché investire risorse economiche in azioni e politiche per impedirlo?

Secondo Bjørn Lomborg, «una forte azione globale per il clima» causerebbe addirittura «molta più fame e insicurezza alimentare rispetto al cambiamento climatico stesso» e «il riscaldamento globale salva più persone di quante ne uccida». Lomborg, un autore attivo da un paio di decenni nella discussione sul clima e l'ambiente, è un perfetto esempio di "lukewarmer". Nel gergo del dibattito sul clima, un lukewarmer è una persona che non nega che esista il cambiamento climatico o che sia colpa delle attività umane, ma sostiene che sia un problema meno grave di come viene dipinto. Le cose starebbero andando molto meglio di quanto pensiamo. Per sostenere questa tesi, i lukewarmer non scrivono sulle riviste scientifiche, ma cercano di tirare dalla loro parte i dati e gli studi pubblicati da altri. Le affermazioni, citate prima, sono conclusioni scorrette e arbitrarie che Lomborg trae da due ricerche apparse su Nature Climate Change e su The Lancet. Commentando l'ultimo libro di Lomborg, intitolato False Alarm, Joseph Stiglitz nota: «scritto con l’obiettivo di convertire chiunque si preoccupi dei pericoli del cambiamento climatico, il lavoro di Lomborg sarebbe assolutamente pericoloso se riuscisse a persuadere chiunque che c'è del valore nelle sue argomentazioni».

L'azione di questi commentatori è particolarmente insidiosa. L'abilità nel mescolare informazioni veritiere con interpretazioni scorrette, argomenti ingannevoli e manipolazioni, li fa sembrare credibili e ragionevoli. Queste tattiche argomentative si ritrovano negli interventi di un altro autore, Michael Shellenberger, che in un articolo pubblicato nel 2020 sulla rivista Forbes ha scritto, tra le altre cose, che «il cambiamento climatico non sta peggiorando i disastri naturali». Un'affermazione che è in aperto contrasto con le evidenze e la posizione della comunità scientifica. In Apocalypse Never (libro tradotto e pubblicato anche in Italia), Shellenberger alterna descrizioni scorrette o inaccurate della scienza del cambiamento climatico ad argomenti fallaci, attacchi rivolti a scienziati, giornalisti, attivisti e polemiche contro «l'esagerazione, l'allarmismo, l'estremismo». Non è un caso che i suoi interventi siano rilanciati da media che hanno posizioni negazioniste sul cambiamento climatico.

Con questa mescolanza di vero e di falso, di dati e di argomenti fallaci e ideologici, difficile da districare per i non addetti ai lavori, questi autori riescono a proporre una narrazione "ottimista e razionale" del cambiamento climatico, alternativa a quella del cupo catastrofismo. Quella che offrono è una visione del futuro cornucopiana, in cui per risolvere problemi come il cambiamento climatico bastano la crescita economica e qualche innovazione tecnologica (in questi scenari, in genere, l'unica valida soluzione energetica è il nucleare, ma non le rinnovabili).

In queste posizioni non c'è spazio per una corretta rappresentazione dei costi della crisi climatica. Tantomeno, di quelli economici.

Il World Economic Forum riporta che nel decennio 2010-2020 le perdite economiche causate da eventi meteo-climatici estremi, come precipitazioni intense, siccità, ondate di calore, sono aumentate rispetto al decennio precedente. La comunità scientifica, a dispetto di quanto affermano i lukewarmer, ritiene che questi eventi estremi stiano diventando più frequenti o intensi a causa del riscaldamento globale. Oggi è possibile individuare la traccia del riscaldamento globale in questi fenomeni, come le intense piogge, seguite da inondazioni, che la scorsa estate hanno colpito la Germania e il Belgio e l’ondata di calore, con temperature massime che hanno superato i 49°, che si è verificata nell’ovest degli Stati Uniti e del Canada («virtualmente impossibile senza il cambiamento climatico causato dall’uomo», scrive un gruppo di esperti).

Di recente, anche la Banca Centrale Europea si è occupata del problema. La BCE ha effettuato degli stress test, da cui è emerso che i cambiamenti climatici, nello scenario peggiore, potrebbero determinare un crollo del 10% del PIL dell’Unione Europea e un aumento del 37.5% della probabilità di default per le imprese esposte ai maggiori rischi da eventi come alluvioni e incendi. Nonostante la transizione richieda elevati costi a breve termine questi «impallidiscono in confronto ai costi di un cambiamento climatico non frenato nel medio e lungo periodo», scrive la BCE.

I costi delle politiche per la transizione dovrebbero perciò essere messi a confronto con quelli che stiamo già pagando e che pagheremo in futuro a causa del riscaldamento globale. In un recente sondaggio, svolto dall’agenzia di stampa Reuters, un gruppo di economisti ha espresso un forte consenso di opinione sui benefici di un'azione tempestiva contro il cambiamento climatico. Charles Kolstad, professore di economia alla Stanford University ha dichiarato che «se rimandiamo l’azione sul cambiamento climatico, sarà più elevato il costo per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050».

Secondo questi economisti, gli investimenti per la transizione, necessari per raggiungere l’obiettivo di Parigi, richiederebbero risorse pari al 2 o 3% del PIL mondiale, ogni anno fino a al 2050. Il Fondo Monetario Internazionale, ricorda Reuters, ha invece calcolato che sono necessari investimenti pari allo 0.6-1% del PIL per le prossime due decadi. Secondo gli economisti  Nello studio G20 Climate Risks Atlas, il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha calcolato che nei paesi del G20 - che comprende l’Italia -  nello scenario peggiore di riscaldamento globale, le perdite economiche potrebbero ammontare al 4% del PIL annuale entro il 2050 e all’8% entro il 2100  (il doppio di quelle causate dalla pandemia nei paesi del G20). Come nota il Centro, «in Europa, in uno scenario ad alte emissioni, i decessi legati ad eventi di calore estremo potrebbero aumentare da 2700 all’anno fino a 90.000 all’anno entro il 2100».

Gli impatti del riscaldamento globale vengono oggi considerati un rischio anche dagli operatori finanziari. Un rapporto dello Swiss Re Institute - istituto dell’omonima compagnia assicurativa - afferma che, rispetto a quanto accadrebbe su un pianeta senza l’attuale riscaldamento globale, un aumento della temperatura fino a 2° determinerebbe una riduzione del PIL globale dell’11% e del 18% se l'aumento della temperatura arrivase a 3.2°. «Il cambiamento climatico è un rischio sistemico», avverte l’istituto. Se non verranno centrati gli obiettivi dell’Accordo di Parigi gli impatti avranno dei costi significativamente più elevati.

Sebbene questo rischio sia oggi sempre più evidente, i costi potrebbero essere anche maggiori di quanto pensiamo. La loro valutazione, infatti, potrebbe essere ancora viziata da una sottovalutazione degli impatti della crisi climatica. Esperti dell'Earth Institute della Columbia University, della London School of Economics e del Potsdam Institute for Climate Impact Research scrivevano, nel 2019, che «le valutazioni economiche dei potenziali rischi futuri del cambiamento climatico hanno omesso o sottovalutato grossolanamente molte delle conseguenze più gravi».

Il riscaldamento globale sta generando numerosi impatti, che hanno conseguenze su molte attività umane. Se non si interviene oggi, le conseguenze future saranno molto peggiori. Il dilemma perciò è questo: quanto siamo disposti a spendere oggi per evitare costi che si manifesteranno in un futuro che percepiamo come lontano? La risposta a questa domanda è oggetto di discussioni tra gli economisti. Le risposte possono essere molto diverse a seconda degli approcci e delle assunzioni di partenza. Ma sottostimare gli impatti del cambiamento climatico - come molto probabilmente abbiamo fatto finora  e continuiamo a fare - ha rilevanti conseguenze sulle politiche sul clima. Come dichiara all'agenzia Reuters Eric Neumayer, docente alla London School of Economics, «il cambiamento climatico è qualcosa che rompe la cassetta degli attrezzi degli economisti». «Come economisti - aggiunge - dovremmo ascoltare gli scienziati quando ci parlano dell’impatto devastante del cambiamento climatico».

Nonostante questi limiti oggi c’è un ampio consenso tra gli esperti: i benefici della transizione saranno molto maggiori dei costi necessari per portarla a termine e la crisi climatica comporta un prezzo da pagare molto più elevato delle azioni necessarie per fermarla. I costi di cui abbiamo parlato finora sono peraltro solo di natura economica. La crisi climatica è oggi anche un serio problema di salute pubblica e una minaccia per l’esistenza stessa di interi ecosistemi.

Perciò, parlare solo dei costi della transizione, senza ricordare (o minimizzandoli) quelli del riscaldamento globale, ha il solo effetto di insinuare il dubbio sulla necessità delle azioni per il clima.

 

"I combustibili fossili portano ricchezza e benessere"

Quando è stato pubblicato l’ultimo rapporto dell’IPCC ad agosto 2021, la macchina del negazionismo climatico ha tentato di ridimensionarne l’urgenza e la gravità promuovendo la narrazione dei combustibili fossili come “salvatori”, una dinamica detta “fossil fuel saviour narrative”. In altre parole, il petrolio ha fornito ricchezza e una più alta qualità della vita, e vietare i combustibili fossili mette in pericolo la popolazione e “riporta l’umanità al medioevo”. Per chi sostiene questa argomentazione, allontanarsi dai combustibili fossili sarà costoso ed equivale a dire che le politiche sul cambiamento climatico ci danneggeranno tutti, in alcuni casi porteranno persino la povertà. Questa strategia ha l’obiettivo di minimizzare la realtà e la gravità del cambiamento climatico e di radicare il sistema basato sui fossili. In particolare, fa leva sul fatto che i fossili sono fornitori “passivi” e che non fanno altro che rispondere alla domanda di energia da parte dei consumatori.

Sono stati gli storici della scienza Naomi Oreskes e Geoffrey Supran a coniare l’espressione “fossil fuel saviour narrative”. In uno studio hanno analizzato le comunicazioni pubbliche della ExxonMobil sul riscaldamento globale durante la metà degli anni 2000. Hanno scoperto che la compagnia è passata dal negare completamente il fenomeno in un quadro di presunta “incertezza scientifica”, al riconoscere implicitamente l’esistenza del cambiamento climatico attraverso due strategie: far passare l’azione per il clima come una minaccia socio-economica e far passare i combustibili fossili come “salvatori”. Vent’anni dopo, la strategia di ExxonMobil non si discosta molto da quella dei primi anni 2000. Il 28 ottobre 2021 durante l’udienza di Big Oil all’Oversight Committee del Congresso americano, che ha aperto un’indagine sul ruolo del settore fossile nella disinformazione sul clima, la linea di difesa di Darren Woods, CEO di Exxon è allineata con la “fossil fuel saviour narrative”. Questa strategia, inoltre, non è utilizzata solo da Exxon ma anche da altre aziende fossili e, più generalmente, da gruppi, individui e lobby che si impegnano per ostacolare la transizione energetica ed evitare o ritardare il più possibile la decarbonizzazione.

 

"Le politiche climatiche sono una strategia governativa per limitare la nostra libertà"

L’appello alla libertà personale ed economica è un argomento caratteristico di un copione negazionista che si è ripetuto anche su altri temi, come i danni del fumo, i vaccini e la stessa pandemia. La discussione pubblica sul cambiamento climatico non ha mai riguardato soltanto la scienza e i fatti, ma anche le loro implicazioni ideologiche e pratiche. Se la scienza dimostra che il riscaldamento globale esiste, è di origine umana ed è un problema grave, le politiche necessarie per fermarlo possono mettere in crisi alcune ideologie, oltre che interessi economici. La negazione delle evidenze è perciò una reazione a suo modo razionale, motivata dalla necessità di difendere interessi o posizioni ideologiche che si ritiene siano minacciate.

La presidenza di Donald Trump (che in passato era arrivato a definire il riscaldamento globale una “bufala”), con la decisione di ritirare gli Stati Uniti dall'Accordo sul clima di Parigi e la cancellazione di un centinaio di leggi sulla protezione dell’ambiente, è stata l’applicazione sul campo di un’ideologia conservatrice che negli ultimi decenni ha avuto una grande influenza nella politica americana, anche sulle decisioni in campo ambientale ed energetico. Il negazionismo climatico ha infatti trovato terreno fertile e supporto nell'area conservatrice e di destra libertarian (una versione, più radicale, del liberalismo classico), che in nome di una visione fondamentalista del libero mercato, di una concezione dello Stato “minimo” e del rifiuto di politiche considerate “socialiste”, si è opposta ai trattati internazionali e alle regolamentazioni in campo ambientale. Comprese quelle necessarie per ridurre le emissioni di gas serra.

Eppure, già alla fine degli ‘80, la leader conservatrice britannica Margaret Thatcher mise in guardia dal pericolo del riscaldamento globale, affermando che era un pericolo reale e che era necessario affrontarlo. La sua era una posizione pragmatica e fondata sulle migliori evidenze scientifiche allora disponibili.

Tuttavia, negli anni ‘90, soprattutto negli Stati Uniti dove l’azione del negazionismo organizzato è stato più pervasiva, il dibattito pubblico sul cambiamento climatico ha subito una forte polarizzazione. Le posizioni più apertamente negazioniste e antiscientifiche sul clima sono state propagandate dai think tanks e dai media del mondo conservatore e libertarian.

L’ambientalismo è stato attaccato come una minaccia per le libertà economiche e personali e per il “nostro stile di vita” e come una pericolosa utopia. Secondo uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni - think tank italiano di orientamento liberale, che per diverso tempo ha abbracciato tesi negazioniste sul cambiamento climatico - «ammettere» l’origine antropica del cambiamento climatico significherebbe correre il rischio che si attivino «meccanismi di controllo che intervengono in maniera dettagliata sulla vita della gente». Uno scenario distopico, che sarebbe il frutto di una deriva, nello stesso tempo, scientista e ambientalista.

Oggi i sondaggi mostrano che negli Stati Uniti il sostegno alle politiche per il clima è cresciuto anche nell’elettorato repubblicano. Ciononostante, il partito repubblicano (insieme ai più moderati tra i democratici) continua a mettersi di traverso alle politiche energetiche a favore della transizione. E non solo. La strategia negazionista sulle limitazioni della libertà individuale fa leva sulla paura del controllo da parte del governo sulla popolazione. In particolare, sfrutta la polarizzazione politica e sociale su temi legati al clima, come il consumo della carne. Secondo questa narrazione chi si batte per le politiche climatiche è oppressivo e ha l’obiettivo di controllare ogni aspetto della vita dei cittadini, incluso ciò che possono o non possono mangiare. Per questo, quando nell’ultimo anno si è parlato di politiche climatiche durante l’amministrazione Biden i negazionisti hanno fatto circolare il falso mito che i democratici avevano interesse a vietare gli hamburger.

Anche in Europa, nonostante i sondaggi evidenzino una diffusa preoccupazione per la crisi climatica nell’opinione pubblica, si riscontra ancora una correlazione tra atteggiamenti negazionisti e ostili alle politiche per il clima e orientamenti politici di destra. I partiti di destra (insieme al centro-destra rappresentato dal Partito popolare europeo) si sono opposti alla decisione di innalzare l'obiettivo di riduzione delle emissioni dell'Unione Europea al 60% entro il 2030. Secondo un’analisi del centro studi Adelphi, sul cambiamento climatico la maggior parte dei partiti della destra populista europea esprime posizioni negazioniste e scettiche o caute e poco interessate.

In Italia il negazionismo climatico si ritrova in un'area politica sovranista, che si estende oltre i confini degli attuali partiti di destra. Le opinioni non di rado assumono tinte complottiste (le domande su “chi manovra” Greta Thunberg” si sprecano). Secondo alcuni commentatori, all'orizzonte si starebbe perfino materializzando la minaccia di un “lockdown climatico”, dopo quello pandemico. La stessa crisi climatica sarebbe una scusa che le “élites globaliste” sfruttano per imporre costrizioni agli individui e agli stati e distruggere le loro economie. Per quanto stravaganti, si tratta di opinioni che si sono rafforzate durante la pandemia e che oggi circolano negli stessi ambienti che si sono opposti alle misure di contenimento o che - come aveva fatto lo stesso Trump - hanno negato o minimizzato la gravità della diffusione del coronavirus.

 

Appello alla responsabilità individuale

Secondo il mito della responsabilità individuale, l’individuo viene identificato come responsabile del problema della crisi climatica, dell’inquinamento, e del riscaldamento globale e, di conseguenza, è responsabile anche della soluzione a questi problemi. Oggi, l’appello alla responsabilità individuale è estremamente diffuso ma, in realtà, nasce da una vecchia strategia comunicativa.

“L’Indiano che piange”, il Crying Indian Ad, è uno spot pubblicitario degli anni ’70 il cui slogan recitava “Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento.” Lo spot era parte di una campagna pubblicitaria messa su da Keep America Beautiful (KAB), un’organizzazione fondata da aziende leader nel settore di bevande e packaging che aveva l’obiettivo di prevenire i divieti statali sugli imballaggi monouso. Fu questa campagna pubblicitaria a introdurre l’idea della responsabilità individuale. L’obiettivo principale era distogliere l’attenzione dall’attività delle industrie e dalla produzione, in modo tale che potessero continuare ad agire indisturbate. Il messaggio all’opinione pubblica americana, e poi mondiale, era che la soluzione dell’inquinamento dipende dagli individui e non dal sistema.

Aveva funzionato così bene che, inizialmente, lo spot televisivo era sostenuto anche dai principali gruppi ambientalisti tra cui la National Audubon Society e il Sierra Club. La risposta all’inquinamento, come intendeva KAB, non aveva nulla a che fare con la politica o la produzione, era invece una questione di azione individuale. Questa narrazione è fondamentale per capire come il negazionismo climatico si è insinuato in maniera quasi del tutto invisibile, trasformando le dinamiche comunicative a vantaggio delle lobby negazioniste, per cui grandi problemi sistemici sono diventati esclusivamente questioni di responsabilità individuale.

Questa narrazione è stata talmente efficace che gli effetti della campagna sono, ancora oggi, ben radicati nel pensiero collettivo. Nemmeno le aziende fossili evitano più di parlare di ambiente, perché sanno che risulterebbe in un effetto boomerang. Invece, tentano di mantenere il discorso sulla responsabilità individuale: “cosa puoi fare tu per salvare il pianeta”. E di sfuggire, a tutti i costi, alla responsabilità, distraendo dalla necessità impellente di un cambiamento sistemico.

L’impronta di carbonio individuale, un parametro utilizzato per stimare la quantità di emissioni prodotte da un individuo, è un esempio tangibile di questa evoluzione strategica. Nel 2004, la BP, azienda di gas e petrolio, ha presentato un calcolatore per misurare la propria impronta di carbonio individuale. È stata un’idea vincente soprattutto perché, nel giro di pochi anni, le piattaforme mediatiche hanno fatto propria l’espressione e la responsabilità individuale è diventata un tormentone. Nel frattempo, le aziende di combustibili fossili e la macchina negazionista hanno continuato ad evadere la responsabilità e a mantenere il loro business as usual. Il problema, infatti, è che non sono solo le aziende fossili a utilizzare questa strategia. La narrazione è stata interiorizzata a tal punto da non metterla più in discussione: viene reiterata e alimentata anche da piattaforme mediatiche e comunicatori “in buona fede”, che non agiscono necessariamente per interessi politici o economici.

Questo ha un risultato su tutti: confondere ancora di più il pubblico e radicare la narrazione all’interno di un bacino di possibili soluzioni possibili per attenuare la crisi climatica. Di questa dimensione fanno parte, per esempio, alcuni annunci pubblicitari o articoli di giornale che reindirizzano il lettore o consumatore verso comportamenti e azioni individuali per “salvare il pianeta”. Le azioni individuali sono necessarie e fondamentali, ma da sole non possono risolvere il problema delle emissioni e dell’aumento della temperatura.

 

Greenwashing

Il greenwashing è strettamente legato al concetto di impronta di carbonio individuale. Infatti, è la pratica fuorviante di promuovere un prodotto o un servizio come verde allo scopo di distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità nelle emissioni di gas serra o nell'inquinamento. È problematica perché può far sembrare un’azienda impegnata, più di quanto non lo sia realmente, nella protezione ambientale. La parola greenwashing è il risultato della combinazione di due parole: green, verde, e whitewashing, la pratica di nascondere fatti spiacevoli. L’espressione rappresenta la tendenza di molte aziende di pubblicizzarsi con presunti atteggiamenti ecosostenibili al fine di ingannare il consumatore e mantenere un profitto.

L’uomo che inventò il greenwashing si chiama Bruce Harrison e la società da lui fondata nel 1973, la E Bruce Harrison Company, guidò la prima lotta contro l’attivismo ambientale per conto dell’industria chimica. Alla fine degli anni Settanta, Harrison si rese conto che attaccare gli ambientalisti aveva troppi svantaggi, e cambiò strategia. Insegnò ai suoi clienti l’arte del “mimetismo aziendale”, strategia che i gruppi ambientalisti hanno poi etichettato come greenwashing. La campagna di influenza sociale messa in moto da Harrison funzionò così bene che il greenwashing oggi è centrale per la comunicazione di molte aziende, incluse quelle italiane.

Nel 2020, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha sanzionato l’ENI per 5 milioni di euro per la diffusione di messaggi pubblicitari ingannevoli. Nella campagna promozionale di ENI diesel+ venivano usate le espressioni come “green diesel”, “componente green” e “componente rinnovabile” e venivano fatti altri annunci di tutela dell’ambiente, come “aiuta a proteggere l’ambiente. E usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”. Secondo l’Antitrust «il prodotto è un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato green».

Generalmente, il greenwashing è utilizzato dal settore fossile per ingannare il pubblico e nascondere le proprie responsabilità, ma quest’industria non è stata la prima a mettere in campo la strategia e non è l’unica. Il fossile ha seguito il manuale dell’industria del tabacco per mascherare i propri sforzi negazionisti e molte aziende oggi, tra cui anche alcune alimentari, cosmetiche e di moda, utilizzano pubblicità e promozioni per deviare l'attenzione dai loro modelli di business dannosi, ingannare il pubblico e, nei casi più estremi come il lobbying fossile, convincere i politici a promuovere false soluzioni.

Si discute molto, ad esempio, di tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio e la cattura diretta del carbonio. Pur essendo ancora oggetto di discussioni, si prevede che potranno contribuire alla riduzione della concentrazione di CO2 nell’atmosfera, soprattutto in certi settori e quando saranno dispiegate su larga scala. Tuttavia, c’è chi le presenta come soluzioni quasi salvifiche. Il rischio è che queste tecnologie possano essere sfruttate, dalle stesse compagnie del settore petrolifero (che stanno investendo nella loro realizzazione), come una scusa per ritardare l’abbandono dei combustibili fossili, continuare a produrre emissioni e darsi nel frattempo un’immagine green e sostenibile.

Pur essendo una vecchia strategia, il greenwashing fa parte del nuovo negazionismo climatico perché, per le aziende, è semplice metterlo in campo online o sui social media e permette loro di continuare ad ingannare il pubblico e evadere la propria responsabilità. Secondo un nuovo studio 25.147 annunci di sole 25 organizzazioni del settore del petrolio e del gas sulle piattaforme statunitensi di Facebook nel 2020 sono stati visualizzati oltre 431 milioni di volte. Complessivamente, questi annunci sono costati alle aziende 9.597.376 dollari.

Secondo lo studio, gli annunci promuovevano sia la “compatibilità” dell’industria con il clima ed evidenziavano gli investimenti nelle energie rinnovabili e la promozione del gas fossile come verde. In particolare, molti di questi annunci contenevano contenuti fuorvianti o presentavano informazioni che non sono allineata con la scienza del clima secondo i rapporti dell’IPCC e della International Energy Agency (IEA) sul raggiungimento dello zero netto entro il 2050. Questa strategia indica chiaramente che l’industria utilizza il greenwashing sui social media per influenzare il pubblico e si allinea con lo schema iniziale: le aziende distribuiscono gli annunci in base a eventi e momenti politici chiave come, per esempio, l’annuncio del piano climatico da parte di Biden per 2000 miliardi di dollari.

Un’altra analisi ha rivelato che due terzi dei post sui social network pubblicati dalla fine del 2019 da sei delle più grandi aziende europee di combustibili fossili presentano un’immagine “verde” anche se l’attività delle aziende resta, per la maggior parte, radicata nei fossili. L’analisi prende in esame 3.034 annunci pubblicati su Twitter, Facebook, Instagram e Youtube da parte di sei aziende fossili: il colosso olandese Royal Dutch Shell, la francese Total Energies, l’italiana Eni, la svedese Preem, la spagnola Repsol e la finlandese Fortum. In media, secondo l’analisi, il 63 per cento degli annunci pubblicitari analizzati rientra nella definizione di greenwashing.

 

"Il gas naturale è un carburante ponte"

In molti discorsi sulla transizione energetica il gas naturale recita il ruolo di combustibile fossile “pulito”. «Il futuro sarà pulito e a tutto gas», afferma il titolo di un post sul sito dell’ENI. Il metano, che è il principale componente del gas naturale, produce in effetti circa il 50% in meno di CO2 rispetto al carbone, quando viene usato come combustibile, e rimane in atmosfera per molto meno tempo (poco più di una decina d'anni). La sostituzione del carbone con il gas naturale contribuisce perciò alla riduzione delle emissioni.

L’uso del metano comporta però almeno due problemi. Questo gas ha un potenziale di riscaldamento globale 28 volte più grande della CO2 in un intervallo di tempo di 100 anni e di 84 volte in 20 anni. Questo significa che il metano è un gas serra molto potente soprattutto a breve termine, una volta che finisce nell’atmosfera. Il secondo problema è rappresentato dalle perdite di gas che si verificano lungo la filiera di estrazione, stoccaggio, trasporto e utilizzo, che sono peraltro spesso sottostimate.

Proprio perché il metano è un potente gas serra e rimane nell’atmosfera per un breve periodo, la riduzione delle sue emissioni è considerata un’azione critica, da realizzare immediatamente nei prossimi anni, per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5°. Secondo il Global Methane Assessment, «la concentrazione atmosferica di metano sta aumentando più velocemente che in qualsiasi altro momento dagli anni '80». L’aumento è dovuto alle emissioni rilasciate dal settore dei combustibili fossili, ma anche da quello agricolo agricolo-zootecnico e dai rifiuti (le due altre sorgenti di metano originato da attività umane).

Gli autori di uno studio pubblicato su Nature hanno calcolato che per avere una probabilità del 50% di non superare 1,5° di aumento della temperatura bisogna evitare di estrarre, da oggi al 2050, circa il 60% delle riserve di petrolio e gas naturale (58 e 59% rispettivamente) e l'89% di quelle di carbone. Se la maggior parte delle riserve di gas dovranno rimanere nel sottosuolo, ciò comporta che anche la sua domanda dovrà presto ridursi. Secondo il World Energy Outlook 2021, pubblicato dalla IEA, in uno scenario compatibile con le emissioni nette zero al 2050, la domanda nelle economie avanzate dovrebbe subire una contrazione già dopo il 2025, mentre dovrebbe aumentare nei paesi emergenti dove il gas può sostituire il carbone. Negli anni ‘30 l'uso del gas per la produzione di energia elettrica dovrebbe diminuire dell’80% a livello globale.

Il gas naturale è un’alternativa migliore del carbone ma, come le altre fonti fossili, non può essere considerato una soluzione per la transizione energetica.

 

"Prima agisci tu, poi io"

Un altro argomento ampiamente diffuso sostiene che altri stati producono più emissioni di gas serra e quindi hanno maggiore responsabilità nell’azione per il clima. Chi sostiene queste argomentazioni spesso decontestualizza statistiche o dati per “paragonarsi” ad altri che emettono di più. È una strategia del partito Repubblicano negli Stati Uniti, per esempio, che spesso evidenzia quanto la Cina inquini di più o non stia agendo come dovrebbe.

Come sostiene lo studio “Discourses of climate delay”, un problema di fondo in questa narrazione è la dinamica del “free rider”: a meno che tutti gli individui, le industrie o i paesi si impegnano a ridurre le emissioni, alcuni beneficeranno delle azioni di altri. In sostanza, altri trarranno beneficio da coloro che guidano la mitigazione del cambiamento climatico. Secondo il professore di Studi ambientali della New York University Dale Jamieson, questa dinamica di atteggiamento del “prima tu, poi io” è molto comune, soprattutto tra Stati. E viene utilizzata come strategia per procrastinare e ritardare l’azione il più possibile: nessuno vuole agire se non lo fanno tutti.

 

Riferimenti alla sfera religiosa o all’estremismo

Questa tattica negazionista ha a che fare con il linguaggio. I riferimenti alla sfera pseudoreligiosa, infatti, vengono utilizzati in Italia per influenzare il pubblico sulla crisi climatica al fine di relegare le posizioni in supporto della scienza del clima ad un estremo dello spettro, e per sminuire il consenso mondiale sulla scienza del clima. Nelle ultime settimane, e con il clima al centro dello scenario mediatico e politico in occasione della Cop26, questa strategia è tornata prevalente su alcune piattaforme mediatiche. In un recente articolo su Il Foglio l’ecologia diventa «religione per sostituire il cristianesimo concettuale» per cui «si baciano alberi e si adorano balene». Anche espressioni come “fanatismo ambientale” o termini come “integralista” o “fondamentalista”, carichi oggi di una connotazione negativa nella percezione sociale, sono associati a parole come “ecologia” nel tentativo di dare l’impressione che si parli di qualcuno dalla posizione estrema e che quindi perde di credibilità nel contesto di una tematica di portata pubblica. Vengono utilizzati su Il Foglio epiteti come “profeti del klima”  e “le teorie” sul cambiamento climatico diventano “dogmi” su cui “non è ammesso il dissenso”. L’attivismo climatico dei giovani diventa, poi, la “crociata dei bambini di Greta”.

Associare il cambiamento climatico alla religione, inoltre, rafforza il messaggio che sia una questione di fede e che non abbia a che fare con una realtà fattuale e fisica. In altre parole, neutralizza il consenso della scienza del clima. In un altro recente articolo gli ambientalisti sono “dogmatici” e, per questo, occorre combattere anche contro chi «ha trasformato in un culto la difesa dell’ambiente». Utilizzare termini come “dogma” e “culto” è una scelta che sfrutta la forte connotazione delle parole per far passare il messaggio che chi lotta per il clima è irragionevole, sganciato dalla realtà e incapace di vedere le cose lucidamente. Questo capovolgimento ha l’obiettivo di allontanare il più possibile il clima dalla dimensione fisica e scientifica e di confinare il tema ad una questione di bigotteria e puritanesimo.

In molti casi, il riferimento è diretto e si parla di “religione del riscaldamento globale”. L’Istituto Bruno Leoni, per esempio, riporta sul suo sito un commento, del 2007, intitolato “Il riscaldamento globale è la religione dei nostri tempi” dove nell’occhiello si legge che «la scienza del clima non è ancora in grado di spiegare compiutamente il fenomeno del riscaldamento globale e ogni allarmismo riflette non certezze scientifiche ma un’agenda politica o ideologica». L’Istituto Bruno Leoni è membro della Cooler Heads Coalition il cui sito è pagato e gestito dal Competitive Enterprise Institute (CEI), un think tank dal ruolo chiave nel ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi. Altri membri della Cooler Heads Coalition includono il Marshall Institute, il Heartland Institute e il canadese Fraser Institute, tutti think tank centrali per il loro ruolo nella rete negazionista.

 

Disfattismo e narrazione apocalittica

Il disfattismo è considerato tra i discorsi di procrastinazione nell’azione per il clima poiché è controproducente e dà al pubblico la falsa percezione che “non c’è più nulla da fare” o “il mondo sta finendo”. Le dichiarazioni politiche possono rientrare tra questo genere di discorsi se sollevano il dubbio che la mitigazione non sia possibile, indicando sfide politiche, sociali o tecnologiche apparentemente insormontabili. Il disfattismo sostiene inoltre che qualsiasi azione che intraprendiamo non basterà e che, comunque, è troppo tardi.

Dichiarazioni di questo genere evocano paura e possono portare a uno stato paralizzante di rassegnazione, e come sostiene il climatologo Michael E. Mann, «individui che altrimenti sarebbero in prima linea, persone che si preoccupano profondamente del problema vengono convinte del fatto che è troppo tardi e si disimpegnano e questa è una grande vittoria per i negazionisti». Come molti altri discorsi di procrastinazione, questa strategia non favorisce l’azione per il clima e l’impegno a sviluppare soluzioni efficaci.

Il disfattismo non è da confondere con il catastrofismo o l'allarmismo di cui parlano i negazionisti. Infatti, sfruttando la connotazione negativa del termine “catastrofista” o “allarmista”, i negazionisti del cambiamento climatico screditano un legittimo avvertimento scientifico, e associandosi, invece, al termine “realista”, ribadiscono un elemento fondante del negazionismo climatico. Per esempio, l’Heartland Institute, un'organizazzione particolarmente attiva, indice ancora un congresso annuale dove sostiene che la crisi climatica non è davvero una crisi e dove il “realismo climatico” si contrappone al “socialismo climatico” degli “allarmisti”. Questi, secondo l'Heartland Institute, presenterebbero «una raffica quotidiana di informazioni false, fuorvianti e unilaterali, progettate per convincere la gente che una crisi climatica è alle porte». Questo tipo di comunicazione, infatti, fa leva sul ribaltamento della realtà e sulla creazione di una realtà alternativa: i fatti vengono rimossi e resi irrilevanti a favore di tesi cospirazioniste che spesso accusano gli scienziati del clima, gli ambientalisti o le piattaforme d’informazione di mentire e ingannare il pubblico.

In questo senso è importante fare una distinzione poiché la contrapposizione "realista vs. allarmista" è una strategia comunicativa intenzionale mossa da interessi economici, politici e ideologici, mentre il disfattismo può essere intenzionale ma, nella maggior parte dei casi, è una reazione emotiva che, seppur non particolarmente costruttiva, non è necessariamente in malafede.

 

Creare confusione

Come mostrato in precedenza, l’Italia è uno dei pochi paesi dove alcune piattaforme mediatiche anche mainstream continuano a dare spazio a posizioni negazioniste sul clima, come se il dibattito scientifico sull’esistenza del cambiamento climatico o sulla responsabilità antropica nella crisi climatica fosse ancora in corso. Sappiamo che non lo è, infatti dare la parvenza che il cambiamento climatico sia solo “una teoria”, “un’opinione” e non una realtà scientificamente fondata è una delle prime strategie della macchina negazioniste e risale a decenni fa. Oggi viene reiterata dai negazionisti o da chi si impegna per confondere le acque e seminare dubbio sulla scienza del clima, allo scopo di evitare un’azione politica sul tema. All’interno di questa categoria ci sono anche argomentazioni come “il clima è sempre cambiato naturalmente” oppure “l’aumento della temperatura è colpa del sole” o ancora “fa freddo, quindi il cambiamento climatico non esiste”. I gruppi coinvolti nel negazionismo del clima hanno fatto molta attenzione a portare avanti dei messaggi che contenessero poche cose vere e tante falsità, quel che basta a far sembrare che il tutto, nel complesso, sia “abbastanza ragionevole”.

Oreskes la definisce la “strategia della confusione”. Uno dei motivi per cui finora è stato così facile seminare dubbi sul cambiamento climatico è che quando l’obiettivo è la confusione, i messaggi ambigui e contraddittori sono una strategia molto efficace. Per i negazionisti l’ambiguità è una scappatoia facile e mira quasi sempre a produrre l’equivoco. Spesso, per esempio, negli argomenti dei negazionisti, soprattutto in lingua inglese, vengono utilizzate parole che hanno un doppio significato per guidare il pubblico verso una conclusione fuorviante. Molti dei contenuti che vengono ora diffusi, infatti, non sono falsi, ma fuorvianti. Invece di dati inventati e storie false, i negazionisti rielaborano contenuti genuini. Il risultato è quello che viene chiamato “caos intenzionale”. I negazionisti hanno una lunga storia di confusione intenzionale per ritardare l’azione sul clima. Meno il pubblico comprende la scienza del clima, meno probabilità ha di sostenere politiche climatiche a livello politico.

Per alimentare questa confusione non è più necessario negare la crisi climatica. È sufficiente  enfatizzare alcuni aspetti della questione, ignorando il resto del quadro. C’è chi, ad esempio, mette in contrapposizione l’adattamento e la mitigazione (cioè il taglio delle emissioni climalteranti), suggerendo che il primo sia un’alternativa più realistica della seconda. «Il climate change non ha bisogno di panico ma di adattamento», recita il titolo di un intervento su Il Foglio. Descrivere l’adattamento come una sorta di alternativa all’obiettivo di emissioni zero è strumentale e scorretto. I due obiettivi vanno di pari passo e la prima necessaria, urgente, azione è fermare le emissioni di gas serra. Inoltre, adattarsi a 1.5°, 2° o 3° non è affatto la stessa cosa. Sono argomenti strumentali, che possono veicolare idee sbagliate e pericolose.

Uno degli aspetti più insidiosi delle nuove strategie negazioniste è che spesso non appaiono come distinte e nettamente separate tra loro, quindi è più complesso riconoscerle. Anzi, per la maggior parte, le tattiche e strategie di disinformazione sul clima si sovrappongono tra loro, intrecciandosi. In alcuni casi, come menzionato in precedenza, sono riproposizioni di vecchie strategie riadattate e plasmate per continuare ad essere efficaci in contesti sociopolitici diversi. Qualunque forma o nome prenda, il negazionismo climatico ha un obiettivo principale: ritardare e ostacolare il più possibile le politiche climatiche.

Nella realtà alternativa proposta dai negazionisti i fatti non contano e, anche se fondamentali, non bastano più. Un fenomeno scientifico come il cambiamento climatico diventa un tema di propaganda politica, una questione ideologica, una dimensione incerta e ambigua, dove fatti e scienza non solo sono messi in discussione ma resi dubitabili. Per questo, oltre a conoscere i fatti è cruciale imparare a riconoscere quali sono le loro tattiche.

 

https://www.valigiablu.it/crisi-clima-negazionisti/

lunedì 27 aprile 2020

un'intervista di Stella Levantesi a Frank Snowden e un articolo di Omar Onnis


Intervista di Stella Levantesi a Frank Snowden

Può la storia delle epidemie aiutarci a comprendere la pandemia di coronavirus? Cosa abbiamo sbagliato in passato e cosa dobbiamo imparare a non sbagliare più? In che modo il Covid-19 ha cambiato il nostro rapporto con la morte? Ne parliamo con Frank Snowden, storico americano delle epidemie e della medicina, esperto di storia italiana moderna e professore all’Università di Yale, che in questo periodo vive in Italia.
Circostanze di emergenza come questa pandemia hanno, in alcuni casi, trasformato la guerra al virus in una guerra alla democrazia. Le emergenze vengono sfruttate per ottenere un’estensione dei poteri e un controllo sull’economia. In casi estremi con pieni poteri che portano all’ascesa di regimi autoritari come in Ungheria. È già successo in passato? Le pandemie hanno finito col “legittimare” derive autoritarie?
Le pandemie hanno il potenziale di rafforzare l’autoritarismo. Quello che sta succedendo con Viktor Orbán in Ungheria ma anche in Polonia, sono due esempi molto chiari di come l’emergenza sia una legittimazione di tendenze autoritarie di estrema destra per distruggere il sistema democratico e istituire un governo nazionalista e pseudo populista. Quindi è un pericolo. Ma questo non è un processo inevitabile.
Se si guarda all’ultima grande pandemia, l’influenza spagnola del 1918, sono state prese misure come il divieto di assembramenti – una sorta di precursore dell’auto isolamento – niente manifestazioni o parate, e i cittadini dovevano essere monitorati dallo Stato. Eppure, a quel tempo, non credo che nessuno avrebbe detto che sarebbero state permanenti e il risultato dell’influenza spagnola non è una dittatura.
Nell’Europa dell’Est, per esempio, il colera negli anni Trenta del diciannovesimo secolo ha consentito l’imposizione di misure di repressione draconiane, quasi medioevali. E lì fu qualcosa di duraturo.
Quindi credo sia possibile per gli autoritarismi sfruttare il potenziale emergenziale creato dalle malattie pandemiche. Ma l’effetto può anche essere il contrario.
La fine della schiavitù nelle piantagioni ad Haiti, per esempio, fu il risultato della distruzione dell’armata di Napoleone a causa della febbre gialla. E quello fu liberatorio: la prima Repubblica nera libera, la prima grande ribellione schiavista della storia, in parte radicata nella differenza di immunità e mortalità tra gli europei e gli africani, le truppe di Napoleone, gli europei, non avevano l’immunità di gregge alla febbre gialla, mentre gli schiavi africani sì.
Quindi direi che anche la libertà può essere conseguenza dalla pandemia. Il futuro non è predeterminato. Quanto vigili e reattivi saranno i cittadini farà un’enorme, decisiva differenza.
Quindi affrontare una pandemia non implica necessariamente l’autoritarismo? 
Che le democrazie non siano adatte ad affrontare le pandemie è categoricamente falso. Direi anzi che le democrazie sono più adatte ad ottenere il sostegno popolare ed istituire razionali politiche sanitarie pubbliche perché permettono il libero flusso di informazioni, e la salute pubblica moderna dipende in realtà dalla libera informazione.
Spero che misure come quelle applicate in Corea del Sud rappresentino effettivamente un modello di ciò che una governance democratica – non sto cercando di promuovere la Corea del Sud, ma sto solo dicendo che è un governo eletto – può fare senza poteri autoritari di emergenza: praticare test diagnostici accurati, distanziamento sociale, quarantena e rintracciamento del contagio. Queste sono le componenti essenziali di ciò che deve essere fatto in questo momento.
Non abbiamo altre armi, non c’è nessun vaccino, nessuna cura. Non credo sia vera l’idea che abbiamo bisogno di un dittatore per affrontare la crisi.
In un’intervista al New Yorker lei ha detto “le epidemie sono una categoria di malattie che fanno da specchio agli esseri umani e mostrano chi siamo veramente”. E poi ha aggiunto che le epidemie riflettono il nostro rapporto con l’ambiente, sia quello che abbiamo costruito che l’ambiente naturale. Questo vale anche per la pandemia di coronavirus? Le epidemie sono lo specchio della vulnerabilità umana? 
Credo che questo sia estremamente vero per il coronavirus; questa è la prima grande epidemia della globalizzazione. E credo che tutte le società creino le proprie vulnerabilità.
Permettimi di fare un paragone con un’altra malattia che è stata la più temuta del suo secolo, il colera nel diciannovesimo secolo. Era una malattia dell’industrializzazione e quindi dell’urbanizzazione dilagante – cioè l’ambiente costruito in modo catastrofico perché masse di persone si riversavano nelle grandi città in tutto il mondo industriale, dove non esisteva alcuna preparazione sanitaria o abitativa.
In città come Napoli o Parigi c’erano baraccopoli – nove, dieci persone in una stanzetta – in cui si viveva senza alcun sistema igienico-sanitario, né fognature o acqua potabile. E quindi una malattia che si trasmetteva per via orale-fecale, adattata a quell’ambiente, ne traeva il massimo vantaggio.
Il tifo, e il colera asiatico, direi, sono malattie sintonizzate sulle condizioni di industrializzazione e rappresentano, in questo senso, uno degli specchi della globalizzazione.
Con il coronavirus, ci sono almeno tre dimensioni che mostrano come la Covid-19 sia lo specchio di ciò che siamo come civiltà.
La prima è che stiamo diventando quasi 8 miliardi di persone in tutto il mondo.
Poi abbiamo il mito per cui si può avere una crescita economica e uno sviluppo infinito anche se le risorse del pianeta sono limitate, il che è una contraddizione intrinseca. Eppure abbiamo costruito la nostra società su questo mito, pensando che le due cose si possano in qualche modo conciliare. Quindi c’è un problema.
Inoltre, questo trasforma il nostro rapporto con l’ambiente e in particolare con il mondo animale. Abbiamo dichiarato guerra all’ambiente e distruggiamo l’habitat degli animali – questa è l’era dello sradicamento e dell’estinzione delle specie.
Quello che succede è che gli esseri umani entrano in contatto con gli animali con una frequenza e in modi che non sono mai accaduti in passato. E possiamo ora indicare quali sono le malattie che lo dimostrano: l’influenza aviaria per definizione, così come la MERS e la SARS e l’Ebola. E ora abbiamo il coronavirus.
Direi che questo schema non è casuale. Vuol dire che viviamo in un’epoca di ripetuti spillover. E in particolare sembra che siamo molto vulnerabili a quei virus per i quali i pipistrelli sono un ospite naturale.
Un’altra caratteristica della globalizzazione è che ora abbiamo creato un mondo di grandi città, di megalopoli collegate da un rapido trasporto aereo, il che significa che uno spillover che accade, scelgo un posto a caso, a Giacarta al mattino…lo stesso virus sarebbe presente a Los Angeles e a Londra la sera.
Quindi direi che il coronavirus sta sfruttando canali di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creato.
Direi anche che questa pandemia è la quintessenza dell’epidemia di una società globalizzata. Globalizzazione significa distruzione dell’ambiente, il mito di una crescita economica infinita, un’enorme crescita demografica, grandi città e trasporti aerei rapidi; è tutto collegato.
E la pandemia nei paesi in via di sviluppo? Cosa ci mostra lo specchio?  
Questa è una mia grande preoccupazione. Al direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è stato chiesto: “Cosa ti tiene sveglio la notte durante questa crisi?”. E lui ha risposto, “quello che potrebbe succedere se questo virus si facesse strada nelle nazioni con poche risorse”.
Sono preoccupato ora che, mentre parliamo, il virus si sta diffondendo in diversi paesi dell’Africa, America Latina ed Asia. Temo che possa causare sofferenze inimmaginabili in quelle zone.
Il distanziamento sociale e lavarsi le mani sono alla base della nostra risposta. Certamente qui in Italia è proprio questo che le persone sono chiamate a fare.
Ma cosa significa, per esempio, in una favela a Rio de Janeiro o in una township in Sudafrica dove ci sono tante persone che vivono in una stanza? In un condominio di case popolari, poi, il distanziamento sociale è una presa in giro. E dove non si dispone nemmeno di servizi igienici? Lavarsi le mani non significa nulla.
Così voglio delineare quella che penso sia un’altra vulnerabilità che la nostra società della globalizzazione riflette: la disuguaglianza globale. Anche in un paese ricco come gli Stati Uniti questa malattia può affliggere tutti, ma in modo preferenziale e sproporzionato colpirà i poveri, le persone più vulnerabili del paese.
Questa è la verità dell’era della globalizzazione: ciò che colpisce i più deboli tra noi colpisce tutti e ovunque. Quindi penso che questo sia quello che stiamo per vedere nello specchio. E non è un bel riflesso.
È chiaro che abbiamo fatto degli errori. Continueremo a farli come prima? 
In effetti la preoccupazione ora è che quando questo passerà, non faremo nulla, se non radicarci in una dimensione di amnesia.
La speranza è che, invece, ci renderemo conto che siamo profondamente vulnerabili, che è inevitabile che altre sfide microbiche come questa si ripresentino.
Ogni ambientalista può dire fin da ora che questo è inevitabile a causa dei rapporti che abbiamo creato con la natura: lo spillover si ripresenterà ancora e ancora. Donald Trump ha sollevato la domanda più critica e inquietante di questa epidemia: “Chi poteva saperlo?”. Io direi che tutti potevano saperlo.
Già nel 1997 con l’influenza aviaria gli epidemiologi hanno detto che la grande sfida per il mondo è la sfida dei virus polmonari. Siamo più vulnerabili e a questi dobbiamo prepararci. Siamo poi stati totalmente impreparati all’Ebola.
Anthony Fauci nel 2005 ha testimoniato al Congresso americano dicendo: “Sse si parla con qualcuno che vive nei Caraibi, si può dire a quella persona che la scienza del clima prevede inevitabilmente che gli uragani colpiranno i Caraibi e che è fondamentale essere preparati ad affrontarli. La scienza non può dire quando colpiranno o quanto saranno forti, ma stanno arrivando e non c’è via di scampo. Allo stesso modo, possiamo dire al mondo che sta arrivando una grande pandemia virale, in particolare una pandemia polmonare. Non posso dirvi quando o quanto sarà forte, se sarà peggio dell’influenza spagnola o più debole. Ma è inevitabile che ciò accada. E quindi dobbiamo prepararci o avremo una pandemia”.
Beh, non ci siamo preparati. Non solo negli Stati uniti ma anche in Italia e in altri paesi.
L’Italia non è esente da questo. Gli anni prima di questa pandemia sono stati caratterizzati da tagli alla ricerca scientifica e alle spese per il sistema sanitario. Per fortuna l’Italia ha un sistema sanitario e ospedaliero pubblico tra i migliori al mondo. Anche se il punto è che comunque mancavano una search capacity e attrezzature di protezione per gli operatori sanitari.
Ma gli Stati Uniti ne soffriranno ancora di più perché non hanno quello che ha l’Italia: un sistema sanitario a disposizione di tutti.
Uno dei modi essenziali per prepararsi al futuro è garantire che tutti sul pianeta abbiano accesso alle cure mediche gratuite, perché se qualcuno si ammala di un virus polmonare, questo si ripercuoterà su tutti nel mondo. E quindi, se qualcuno deve essere al sicuro, tutti devono essere coperti dall’assistenza sanitaria.
Nel suo libro “Epidemics and Society” lei parla del successo sardo nell’eradicazione della malaria nella prima metà del ‘900 per illustrare l’importanza dell’assistenza internazionale, che all’epoca coinvolse gli Stati Uniti. Di conseguenza, per sopravvivere alla sfida di un’epidemia, l’umanità deve adottare una prospettiva internazionalista? Lei cosa ne pensa?
Assolutamente sì. Penso che uno degli aspetti più preoccupanti di questa epidemia sia che il “muro di Trump” diventi la metafora dell’epoca in cui viviamo, la nostra fiducia nei muri, nei confini e nelle barriere nazionali per “proteggerci”. Questo sottrae risorse alle misure che dovrebbero in realtà essere prese e una cosa che sappiamo è che i microbi hanno zero rispetto per i confini nazionali e i confini politici.
Credo ci sia stata una qualche misura efficace nei travel ban messi in atto temporaneamente. La speranza era che i paesi che avevano un divieto di viaggio in vigore guadagnassero qualche settimana di tempo per prepararsi. Ora, molti paesi hanno sprecato quel tempo, hanno messo in atto i divieti e poi non hanno fatto nulla.
Il mio paese, gli Stati Uniti, è l’esempio perfetto di come si è sprecato tutto quel tempo…L’Unione Europea non è stata in grado di sviluppare e adottare piani di preparazione che potessero mettere in atto una unica risposta continentale alla malattia.
E quindi ogni paese dell’Unione ha adottato misure senza alcun coordinamento. E l’opinione pubblica è rimasta molto confusa non sapendo quale fosse l’approccio migliore.
Questo è un ambiente in cui fioriscono miti, paranoie e teorie del complotto. Un’epidemia di disinformazione ha alimentato la pandemia biologica e l’ha aiutata a proliferare.
Durante la terza pandemia di peste in Cina tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo serpeggiava una tendenza al razzismo e la convinzione che l’epidemia non avrebbe oltrepassato i confini cinesi, l’illusione dell’“immunità del bianco”. Sembra che questo elemento fosse presente anche all’inizio dell’epidemia di coronavirus in Cina, quando il virus era ancora limitato al territorio cinese. Pensa che questo possa essere uno dei motivi che ha portato l’Occidente a sottovalutare il rischio legato a questa epidemia? Una sorta di fallacia psicologica, l’illusione che l’epidemia di coronavirus non si sarebbe diffusa al di fuori della Cina, che non avrebbe colpito l’Occidente?
Credo assolutamente che sia vero. Hai menzionato la terza pandemia di peste e tra l’altro il razzismo non era solo limitato alla Cina. È andato avanti mentre l’epidemia si diffondeva. L’abbiamo visto in India e anche in alcuni luoghi del mondo industriale come San Francisco, dove la terza pandemia di peste all’inizio del ventesimo secolo ha visto dilagare la xenofobia; era la “malattia di Chinatown”. E questo oggi dove ci porta? C’è la riluttanza di tanti leader politici a imparare le lezioni del passato.
Mi ha stupito il fatto che il Partito Repubblicano ha insistito su questo virus come il “virus cinese”… che si appella alla xenofobia come un modo per affrontare questa crisi. E credo che questo venga fatto consapevolmente… è una tentazione perenne, che ha fatto parte della storia di molte epidemie: le autorità hanno spesso nascosto la presenza di malattie perché possono rendere più problematico governare. Possono creare grandi difficoltà nell’economia e si vede che anche all’inizio di questa pandemia il presidente Trump aveva la tendenza a dire: “Oh, questa non è altro che una comune influenza”. Ha risposto in modo sbagliato. La salute pubblica dipende dalla verità.
Quale sarebbe stata la risposta giusta?
Non ho un piano di preparazione ufficiale, ma ho alcuni principi che ritengo essenziali e che sono alla base della salute pubblica moderna. Non sono miei ma della comunità scientifica internazionale.
La salute pubblica come disciplina scientifica dipende dalla scienza, che dipende dalla verità e dal libero scambio di informazioni. Vale a dire che nessuna politica che sia efficace e scientifica può essere adottata dove non c’è un’informazione adeguata e dove le persone non vengono considerate come parte di questa risposta.
E così sappiamo che mentire al pubblico è distruttivo per le politiche di salute pubblica. E credo che la scienza medica sia una parte essenziale della nostra protezione contro questa malattia.
Non posso dire tutto quello che Donald Trump avrebbe dovuto fare, ma posso dirti che quando ha mentito al pubblico stava facendo un passo profondamente in contrasto con i principi di difesa scientifica del paese e del mondo contro questa pandemia.
Credo che nessuno vorrebbe studiare come ho fatto io per 40 anni la storia delle pandemie, se l’unica cosa che si può dire alla fine di quel lavoro è che si tratta solo di tragedia e distruzione, che non c’è speranza. Credo che a questo punto sarei già impazzito.
Penso che le epidemie, come ho detto, sono uno specchio dell’uomo, ma non sono solo il lato negativo della natura umana, sono anche il lato positivo.
E possiamo ritrovare questo aspetto nella salute pubblica, possiamo ritrovarlo nel sacrificio dei medici e degli operatori sanitari e dei lavoratori dei servizi di prima necessità che ci permettono di sopravvivere a questa sfida.
C’è molto per cui essere grati. La salute pubblica si è evoluta dopo la peste bubbonica. Le misure ideate a Firenze e Venezia durante il Rinascimento sono state l’inizio della sanità pubblica. Stiamo ancora facendo alcune di quelle stesse cose.
In certi casi, come per esempio il vaiolo, una volta contratta la malattia infettiva, se si sopravvive, il sistema diventa immune. Sembra che con Covid-19, non ci sia ancora una certezza scientifica in questo senso. Se sopravvivere alla malattia non desse un’immunità naturale, potrebbe essere anche più complicato sviluppare un vaccino?
Sì, se si è suscettibili dopo la guarigione dalla malattia deve ancora essere dimostrato e studiato. Se fosse vero, avrebbe profonde implicazioni. Una delle caratteristiche che hanno reso più facile sviluppare un vaccino contro il vaiolo era che ciò che si doveva fare era incoraggiare l’organismo a fare qualcosa che la natura aveva già fatto, cioè creare una risposta immunitaria che già esisteva.
Un’altra caratteristica dell’eradicazione del vaiolo era che non c’era nessun animale ospite. E così, se si fosse interrotta la trasmissione della malattia, si poteva essere certi che non sarebbe ritornata per effetto di uno spillover.
Ora, per il coronavirus è molto diverso. Ma c’è anche un’altra caratteristica e questo ci riporta a indagare sul sistema immunitario dei pipistrelli.
C’è un aspetto negativo e uno positivo.
Il positivo è che i pipistrelli vivono molto felicemente con tantissimi coronavirus che non abbiamo ancora classificato, sono completamente sconosciuti, e quindi se si potesse scoprire il segreto del loro sistema immunitario, ciò potrebbe avere implicazioni potenzialmente profonde per lo sviluppo dell’immunità umana a quegli stessi virus.
Il negativo, però, è che ci sono tutti questi coronavirus e ne abbiamo incontrati solo pochi e nessuno ha la minima idea di quello che verrà. E questa è un’altra caratteristica che è preoccupante per uno spillover zoonotico, che è come tutto è iniziato.
Un’altra conseguenza di questa pandemia è l’impatto sull’economia. C’è un modo per proteggere l’economia? Oppure è una conseguenza inevitabile che questa soffra quando le pandemie raggiungono il punto di crisi?
Non ho un modello di come dovrebbe essere un’economia post coronavirus, ma ho alcune premesse su cui mi sembra che un’economia di questo tipo dovrebbe basarsi.
La prima è il riconoscimento che questa pandemia è un game changer, che il mondo non sarà più lo stesso dopo questo evento perché è già chiaro che le sue conseguenze economiche sono molto più profonde di quanto chiunque si aspettasse.
Molti degli spazi di lavoro o dei posti di lavoro che esistevano non torneranno come prima e questo significa disoccupazione su larga scala che dovrà essere affrontata, e significa anche che l’economia non può semplicemente tornare al business as usual. Einstein ha detto che uno dei segni della stupidità è la tendenza a continuare a fare la stessa cosa e a sperare in un risultato migliore.
Dobbiamo mettere da parte il mito di un profitto costante e a breve termine, la visione frenetica e permanente della crescita che non è sostenibile.
Le malattie non affliggono le società in modo caotico, sono eventi ordinati – lo scrive nel suo libro. Quindi, poiché sono eventi ordinati, possiamo usare questo aspetto a nostro vantaggio?
Le malattie non colpiscono le società in modo casuale, ma coinvolgono delle contingenze. Non voglio dire che sono totalmente strutturate, ma seguono una logica intrinseca.
Il setting è molto importante. Quindi, se ho ragione nel dire che le malattie sfruttano questi canali o percorsi stabiliti, visibilmente evidenti, mentre si diffondono nel mondo – questo ha un lato positivo.
Perché se accettiamo il fatto che siamo noi stessi i responsabili, ci guardiamo allo specchio e riconosciamo che siamo stati noi stessi a creare quei percorsi, quelle vulnerabilità, e a costruirle nelle nostre società, significa anche che sempre noi stessi possiamo cambiarle e possiamo alterare quel rapporto con il regno animale. Possiamo fare qualcosa al riguardo e questo proteggerà il pianeta e anche la nostra salute.
Alcuni colleghi sostengono che se potessimo cambiare il nostro rapporto con il regno animale, questo avrebbe un impatto duraturo e sostenibile sulla nostra vulnerabilità alle malattie infettive. C’è una componente ambientale molto importante nella soluzione al nostro problema.
La mia prossima domanda è su un piano molto diverso. Era vero con la peste e purtroppo rimane vero per la Covid-19, che le persone molto spesso muoiono da sole, senza funerali adeguati e a volte senza sepoltura. Come hanno influito le epidemie sul nostro rapporto con la morte?
È una questione filosofica, morale, antropologica e devo dire che potrebbe essere un progetto di ricerca a sé stante che ritengo enormemente interessante e importante. Vorrei poter rispondere alla tua domanda ma so che sto per deluderti. Tutto quello che posso fare è rafforzare la domanda dicendo che è vero che questa è una delle caratteristiche della peste e che la gente si preoccupava enormemente della propria mortalità. E in particolare, questo ha sollevato la questione della morte improvvisa.
Questo significa affrontare domande spirituali: se sei religioso, qual è il tuo rapporto con un Dio che è onnisciente e onnipotente eppure permetterebbe il massacro dei suoi figli? Credo che questo ponesse al centro la questione della fede e del dubbio sulla fede. Nei dipinti della peste, nell’iconografia, c’è il cranio e le ossa incrociate, la realtà della nostra esistenza è in realtà la morte, o la clessidra con le sabbie che si esauriscono, cioè la nostra morte.
Penso che questa domanda possa avere anche un aspetto sociale. Questa epidemia ha portato il concetto di morte nelle nostre vite in un modo in cui prima non era presente. Quando dico “le nostre vite”, ovviamente parlo dell’Occidente. Le nostre società, rispetto ai decenni precedenti, sono entrate sempre meno in contatto con la mortalità e la morte. Naturalmente questo non è assolutamente vero per molte regioni del mondo che oggi sono afflitte da guerre, conflitti, carestie e catastrofi climatiche. In un certo senso invece le nostre “società di conforto” ci hanno allontanato dalla morte. Quindi credo che una parte del motivo per cui ho posto questa domanda sia perché in Italia ora si parla molto di morte in un modo a cui non siamo abituati.
Sono stato molto rattristato dalla scomparsa del grande storico della morte, il francese Philippe Ariès, che ha scritto proprio su questi temi.
Ricordo un suo saggio che credo si chiamasse “Pornografia della morte”. La sua riflessione era di fare della pornografia una sorta di metafora, perché quando la morale vittoriana ha soppresso la sessualità in modo che non potesse trovare, diciamo, normali sfoghi salutari, non sarebbe sparita, ma esplosa in modi pornografici malsani.
Egli ha sostenuto che se si prende questo come modello, lo stesso vale per la mortalità e la morte e che ciò che abbiamo fatto nel mondo moderno è sopprimere la morte in modo da non affrontarla mai, come i vittoriani non hanno mai affrontato la loro sessualità.
E il risultato è che non sappiamo come elaborare il lutto perché la morte avviene all’interno di qualche istituzione e l’istituzione la riordina e se ne prende cura; è l’industria della morte.
La morte non è più personale. E se c’è una “professione della morte” che la riordina, non ci confrontiamo direttamente con la sua realtà e con il suo significato. Credo profondamente che Ariès abbia ragione. Ma non posso sostituire Ariès. E vorrei avere una risposta migliore.
So che è impossibile fare una vera e propria previsione di quanto tempo durerà la pandemia, ma mi chiedo se la storia può aiutarci in questo senso, se possiamo avere un’idea in termini di tempo e di cosa aspettarci nei prossimi mesi.
Non posso fare una previsione precisa. Questo è un punto cruciale da tenere presente perché si tratta di una nuova malattia che è nota all’uomo solo da dicembre.
Di conseguenza, nessuno ne sa ancora molto, e uno dei suoi misteri è ancora la durata del suo assedio su una comunità. Chiaramente non è come l’influenza spagnola che passava sulle comunità nel giro di poche settimane; e all’altro estremo è improbabile che rimanga all’interno di un territorio per anni come la peste bubbonica a volte ha fatto.
Per questo motivo il futuro è molto complesso. Non è chiaro, ad esempio, se Covid-19 diventerà una malattia endemica che ci accompagnerà per molto tempo; se ci sarà una ricaduta una volta che le comunità usciranno dall’isolamento e torneranno al lavoro e ad una vita più normale, e se coloro che sono stati infettati avranno l’immunità.
Immagino che il pericolo di una ricaduta impedirà alle autorità di permettere alla vita di tornare a una qualche versione “normale” per mesi.
Sospetto che il ritmo del cambiamento sarà cauto, poiché sarà necessario vedere se a un tale progressivo allentamento delle regole, seguirà una nuova ondata della malattia.
Credo che il ritorno alla “normalità” sarà quindi lento e graduale, e che alcuni cambiamenti saranno probabilmente duraturi, almeno fino a quando non ci sarà un vaccino efficace, che sarebbe una svolta.
Questa non è una previsione ma un’ipotesi. Il punto principale è che penso che tutti debbano essere consapevoli che questa pandemia è una questione molto seria e che la nostra guarigione non avverrà all’improvviso, tutto in una volta, e nemmeno molto presto. È anche realistico immaginare che alcuni dei cambiamenti nella nostra vita dureranno più a lungo.


Coronavirus, internazionalismo, subalternità e studi postcoloniali - Omar Onnis

L’epidemia di Covid-19 sta suscitando molte riflessioni interessanti e ci sta squadernando sotto il naso le grandi contraddizioni della nostra epoca declinante.
Questo, oltre a mettere drammaticamente in luce la stoltezza e la cialtronaggine delle classi dirigenti (in primis quella italiana, e quella sarda al seguito).
Eppure, anche laddove si rinvengano ragionamenti fecondi e spunti interessanti, spesso si nascondono ulteriori nodi, che però solo uno sguardo obliquo e magari “allenato” riesce a scorgere.
La prendo un po’ alla lontana (ma non troppo). Uno dei capisaldi della riflessione sui diritti civili e dei movimenti di emancipazione è che i gruppi subalterni non possono/devono assumere come proprie le istanze politiche dei gruppi dominanti, se non al prezzo di subirle e di restarne imprigionati. Anche nel caso di istanze progressive o emancipative.
Non puoi pretendere dai neri – nel contesto USA – l’accettazione della dialettica tra repubblicani e democratici, tra progressisti e conservatori, prescindendo dal problema dei diritti civili e del razzismo.
Non puoi pretendere dalle donne l’adesione a una o l’altra delle famiglie politiche che si dividono la scena, prescindendo dalla questione femminile.
Non puoi pretendere dal proletariato l’assunzione della morale e della visuale padronale come uniche legittime e valide, senza accentuarne la condizione di dipendenza e asservimento.
Non puoi chiedere a una popolazione che ha subito il colonialismo e il neo-colonialismo di aderire all’idea (sempre piuttosto astratta) di democrazia così com’è concepita in Occidente, prescindendo dalla stratificazione storica locale, compreso appunto il colonialismo con tutte le sue conseguenze.
Allo stesso modo la questione si può/deve applicare alla Sardegna. Non capirai nulla della Sardegna contemporanea se rimuovi dallo scenario i fenomeni di stampo coloniale e la minorizzazione culturale subiti negli ultimi due secoli. Se rimuovi, insomma, la “questione sarda”.
È un problema di rilievo assoluto e di indole epistemologica, che riguarda prima di tutto le scienze sociali, nel loro dispiegarsi nell’isola e riguardo all’isola, ma naturalmente tocca anche gli aspetti materiali di natura socio-economica, quelli culturali (in senso lato) e la politica.
Mi ha fatto pensare a questo problema la lettura di un interessante articolo uscito sul manifesto. Un’intervista a un importante storico delle epidemie, Frank Snowden.
Nel corso dell’intervista Snowden dice cose molto belle e, per quanto mi riguarda, pienamente condivisibili, come questa:
Uno dei modi essenziali per prepararsi al futuro è garantire che tutti sul pianeta abbiano accesso alle cure mediche gratuite, perché se qualcuno si ammala di un virus polmonare, questo si ripercuoterà su tutti nel mondo. E quindi, se qualcuno deve essere al sicuro, tutti devono essere coperti dall’assistenza sanitaria.
Una conclusione che discende dai fatti a cui stiamo assistendo, prima ancora che da una posizione ideologica. Ed è una delle faccende che ci spingono a mettere in discussione ancora più drasticamente e con maggiore urgenza gli assetti economici e politici ereditati soprattutto da questi ultimi quarant’anni di liberismo feroce.
Il discorso merita ulteriori approfondimenti e magari ci torneremo su (come d’altra parte sta avvenendo in tutto il mondo e a vario livello, in queste settimane).
Quel che però mi premeva di mettere in risalto è ciò che viene poco dopo:
Nel suo libro “Epidemics and Society” lei parla del successo sardo nell’eradicazione della malaria nella prima metà del ‘900 per illustrare l’importanza dell’assistenza internazionale, che all’epoca coinvolse gli Stati Uniti. Di conseguenza, per sopravvivere alla sfida di un’epidemia, l’umanità deve adottare una prospettiva internazionalista? Lei cosa ne pensa?

Assolutamente sì. Penso che uno degli aspetti più preoccupanti di questa epidemia sia che il “muro di Trump” diventi la metafora dell’epoca in cui viviamo, la nostra fiducia nei muri, nei confini e nelle barriere nazionali per “proteggerci”. Questo sottrae risorse alle misure che dovrebbero in realtà essere prese e una cosa che sappiamo è che i microbi hanno zero rispetto per i confini nazionali e i confini politici.
Credo ci sia stata una qualche misura efficace nei travel ban messi in atto temporaneamente. La speranza era che i paesi che avevano un divieto di viaggio in vigore guadagnassero qualche settimana di tempo per prepararsi. Ora, molti paesi hanno sprecato quel tempo, hanno messo in atto i divieti e poi non hanno fatto nulla.
Il mio paese, gli Stati Uniti, è l’esempio perfetto di come si è sprecato tutto quel tempo…L’Unione Europea non è stata in grado di sviluppare e adottare piani di preparazione che potessero mettere in atto una unica risposta continentale alla malattia.
E quindi ogni paese dell’Unione ha adottato misure senza alcun coordinamento. E l’opinione pubblica è rimasta molto confusa non sapendo quale fosse l’approccio migliore.
Questo è un ambiente in cui fioriscono miti, paranoie e teorie del complotto. Un’epidemia di disinformazione ha alimentato la pandemia biologica e l’ha aiutata a proliferare.
Il discorso è molto saggio e pragmatico e sembrerebbe non fare una grinza. Tuttavia il problema si annida nelle sue pieghe, e non è un problema da poco.
Tanto la domanda quanto la risposta partono dal presupposto che si sia verificata un’evenienza storica di questo tipo: la Sardegna, povera e arretrata regione italiana, aveva bisogno dell’aiuto di qualcuno per tirarsi fuori dalla sua condizione di sottosviluppo; una delle misure più efficaci intraprese è stata l’eradicazione della malaria ad opera degli Americani; un esempio di solidarietà internazionale – e internazionalista – andata a buon fine.
Punto e a capo.
Il discorso che ne emerge non è affatto sbagliato. La riflessione e le conclusioni che ne trae Snowden sono lucide e – a mio avviso – giuste.
Il problema è che la premessa è come minimo lacunosa, se non infondata.
La soluzione al problema endemico della malaria in Sardegna non è stata affatto una generosa dimostrazione di internazionalismo solidale. Sappiamo perfettamente cosa sia successo un attimo dopo la morte per DDT dell’ultima zanzara anofele sarda (e non solo sua, va detto): la Sardegna è diventata una enorme piattaforma militare della NATO. Bottino di guerra, concessione fatta obtorto collo dallo stato italiano, tutto quello che vogliamo. Ma tant’è.
Un bel ragionamento mandato a gambe all’aria dalla mancanza di una giusta prospettiva nell’inquadrare un fatto storico significativo. Isolandolo e distaccandolo dal complesso contesto in cui avvenne, dai suoi presupposti e dalle sue conseguenze, lo si piega a un significato altro, lontano e persino opposto alla realtà storica.
Ma chi è che dovrebbe sottolineare questo nodo irrisolto? Com’è che si fa a riportare questa vicenda contraddittoria alla sua più corretta dimensione?
Intanto imponendo una visuale non passiva né subalterna, possibilmente quella di chi quei fatti li ha vissuti e subiti direttamente, li ha meditati e li ha ricostruiti in tutte le loro articolazioni. Ossia i sardi, in questo caso. E bisogna sia fatta propria prima di tutto dai sardi stessi.
Raramente, per quel che ho potuto constatare in tanti anni di monitoraggio delle ricostruzioni e della manualistica storica, la vicenda dell’eradicazione della malaria in Sardegna viene presentata sotto un’ottica sarda non passiva, autonoma. Un’ottica non subalterna, insomma.
Se racconti la vicenda dell’eradicazione della malaria in Sardegna prescindendo dal resto della storia sarda del Novecento e in particolare del secondo dopoguerra – imposizione delle servitù militari, Piano di Rinascita industriale, emigrazione di massa, ecc. – non fai un buon servizio alla storia e non racconti tutta la *verità*.
Tanto più è grave, ovviamente, se a farlo è un/a sardo/a.
La coscienza di questo problema di fondo, quando si tratta di affrontare le vicende di comunità subalternizzate, minorizzate e/o colonizzate, è decisiva. Lo è per i membri della comunità medesima, lo è per chi, da esterno, la studia.
Mi piacerebbe sperare che, nel caso di Frank Snowden e della sua intervista, se l’intervistatrice fosse stata sarda, gli avrebbe fatto notare questa cosa. Ma non mi faccio troppe illusioni in proposito.
Possiamo però usare questo episodio tutto sommato minimo per ragionarci su. Anche in un’ottica più ampia di consapevolezza di quel che ci sta accadendo in questo frangente storico così particolare.
Non dobbiamo rinunciare ad avere uno sguardo nostro sulla questione Covid-19 e tutto ciò che la concerne, specie sul piano politico. Non per una fatto ideologico o “identitario”, ma per ragioni molto pratiche e, per tanti versi, vitali.
E non dovremmo rinunciare nemmeno ad avere una nostra voce, anche nelle sedi istituzionali. La passività e la dabbenaggine con cui gli attuali governanti dell’isola, sulla scorta di chi li ha preceduti, stanno affrontando la questione pandemia, è il frutto anche della mancata maturazione e diffusione di uno sguardo non passivo e non subalterno su noi stessi e la nostra storia.
In questo senso non è nemmeno colpa dei vari Solinas, Nieddu e soci. Il problema non nasce con loro, né svanirà con loro. Magari fosse così semplice.
Intanto che teniamo duro e ci barcameniamo nella quotidianità sconvolta dalla pandemia, proviamo a rifletterci su.