domenica 12 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? - Lavinia Marchetti

 

Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro, è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto generoso, non la valica.

Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini, attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il vento fotografando l’aria.

Marx sapeva che la borghesia è la più rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti imprenditori di noi stessi.

LA LOTTA COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE

Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi, la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una delle sue pagine più fredde e più folgoranti.

«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto, entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori». Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.

Si riporti la scena al presente, e la si troverà intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene. La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa; la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento, con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la battaglia che credevamo vinta nel 1919.

E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé, e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una giornata qualunque.

LE CLASSI DI OGGI

Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre lui dorme.

In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi, per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la contraddizione dell’intero edificio.

Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi sta dentro.

Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario, il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto. E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti dell’ingegno di tutti?

CHI HA PAURA, E CHI CI PERDE

Rimane la questione che più mi preme, il perché di tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi non esistono.

Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude così il cerchio del proprio dominio.

A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo inamovibile.

Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma non con noi.

Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del mese.

Ecco perché insisto su una parola che infastidisce. Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro, persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che nessuna guerra è in corso.

(Per cominciare a capire al meglio questo concetto complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)

https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di

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