Vi sono
parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di
disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati
anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno
abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa
abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se
possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento
nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi
abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di
nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”,
piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure
la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data
giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta
in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del
rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in
denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante
perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per
salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa
è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.
Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno
spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni
società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là
dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa
frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi
davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la
scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di
tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul
comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché
seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno
parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano
alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno,
allo stalinismo.
CHE COS’È
UNA CLASSE?
Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che
avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di
reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la
prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più
ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro,
è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno
che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui
quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del
lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve
cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una
differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto
generoso, non la valica.
Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di
chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini,
attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei
propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In
questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in
una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si
oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il
vento fotografando l’aria.
Marx sapeva che la borghesia è la più
rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere
senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina
in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della
produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali,
l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si
volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni
cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio
disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e
mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima
cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per
libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti
imprenditori di noi stessi.
LA LOTTA
COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE
Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi,
la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove
Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione
sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e
legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole
spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne
quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla
propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una
delle sue pagine più fredde e più folgoranti.
«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto,
entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra
eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in
quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si
fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia
della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a
colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la
classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori».
Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della
polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro
lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.
Si riporti la scena al presente, e la si troverà
intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita
infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene.
La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa;
la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a
chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento,
con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino
il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto
alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la
battaglia che credevamo vinta nel 1919.
E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel
denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la
condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé,
e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva
Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza
indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta
estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto
stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di
specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto
elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo
un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che
l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una
giornata qualunque.
LE CLASSI DI
OGGI
Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda
giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti
trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto
camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più
esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di
ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la
sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura
del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che
invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre
lui dorme.
In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi,
per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse
prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software
licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti
dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che
frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e
i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad
altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano
d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la
contraddizione dell’intero edificio.
Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx
chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei
disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene
a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il
volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà
con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a
tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a
repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi
sta dentro.
Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e
sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario,
il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche
imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in
vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del
debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e
compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto.
E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando
descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza
produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul
lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di
rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe
anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti
dell’ingegno di tutti?
CHI HA
PAURA, E CHI CI PERDE
Rimane la questione che più mi preme, il perché di
tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di
ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La
risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante
sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza
materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale
dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e
con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più
raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi
non esistono.
Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta
di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il
contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio
del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e
un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di
sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si
accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude
così il cerchio del proprio dominio.
A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare
il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx
amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai
di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia
più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune
sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari
eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il
governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei
lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del
delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo
inamovibile.
Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci
giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto
quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi
ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera
sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti
sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere
viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior
parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma
non con noi.
Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno
da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il
fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora
metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere
che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da
spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci
poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe
ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del
mese.
Ecco perché insisto su una parola che infastidisce.
Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un
ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa
infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro,
persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo
partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una
risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha
compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che
nessuna guerra è in corso.
(Per cominciare a capire al meglio questo concetto
complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)
https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di
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