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martedì 28 aprile 2026

In Praga – Romanzo di una città - Maurizio Fantoni Minnella

(recensione di Francesco Masala, pubblicato da Catelvecchi, nel 2021, 18,50€)


Credo che per Maurizio Fantoni Minnella Praga sia una seconda casa, o anche più. L’autore, che ha visitato Praga tante volte, non da turista del centro storico, soffre, in misura crescente nel tempo, per la trasformazione della città in una destinazione del turismo (ignorante) di massa.

Chi ha visitato Praga più volte negli ultimi decenni non può che concordare col grido di dolore dell’autore.

Il libro non è una guida per turisti frettolosi, ma più un libro di ricordi vivi, che si divide in tre parti:

la città misteriosa

la città ritrovata

la città esibita.

L’autore ricorda i suoi amici e conoscenti di Praga, Honza, Karel, Alexej, Milada, Marie, e non solo, quasi nessuno dei visitatori di Praga potrebbe citare un conoscente praghese in carne e ossa.

Alla fine del libro si trova una preziosa e completa, o quasi, bibliografia praghese

Un libro da leggere, per gli amanti di Praga.

 

 

Nota introduttiva dell’autore:

Vi sono libri che narrano di luoghi e di viaggi come On the road di Jack Kerouac, Siddharta, di Hermann Hesse o In Patagonia, di Bruce Chatwin, che per la particolare forza espressiva, hanno generato autenti­che vocazioni allo spostamento, al nomadismo. Tra questi ve n’è un altro particolarmente felice, Praga magica di Angelo Maria Ripellino, che è un coltissimo atto d’amore verso la città di Praga, scritto proprio durante il periodo in cui le autorità ceche gli avevano negato il visto d’ingresso.

Chi, come me, negli anni del socialismo reale, aveva scelto di oltre­passare la cortina di ferro recandosi a Praga, il libro del grande poeta, slavista e intellettuale palermitano, lo ha conosciuto in seguito, letto, amato e utilizzato come inesauribile fonte d’ispirazione.

Il presente volume, lungi dal volersi minimamente confrontare con quel modello inarrivabile, è un viaggio alla ricerca di una città perduta e ritrovata, attraverso i molteplici fili dipanati dalla storia, dalla cultura e dall’esperienza di un io narrante che alterna la pura narrazione di viaggio dentro la città, alle storie di alcuni suoi abitanti.

L’autore ritorna nella città vltavina, dopo venticinque anni di as­senza, con il preciso intento di riannodare i fili di un discorso sospeso ma mai veramente interrotto, in cui s’intrecciano i destini dei suoi abitanti con quello dei luoghi, delle architetture. Non nella Città d’Oro, nella Praga magica del mito letterario, insomma, ma in quella reale, quotidiana, vi è la ragion stessa di questo libro, il suo porsi, dunque, al di là di quello stesso mito che aveva spinto l’autore, moltissimi anni addietro, a giungere a Praga e a stabilire con essa un’intensa relazione durata poco meno di quattro decenni.

Infine, ogni volta che sento nominare la parola Praga (e sono molte, ormai!) è sempre la medesima esclamazione: «Bellissima».

Perchè solo adesso e non ieri o in epoche a noi più vicine?

Credo esista una sola spiegazione: dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss e la conseguente “apertura” dei confini, la bellezza “ritrovata” di città come Praga rimaste in ombra durante il lungo periodo socialista sono diventate un brand economico al quale rispondere con una sorta di passività estasiata e altresì compiaciuta come di fronte a un assoluto sublime, ma senza una vera vita.

 

 

Ps (del recensore): Ci sono città (penso a Praga, ma anche a Salisburgo) nelle quali un turista, nelle vie di sfruttamento turistico, più facilmente può incontrare un concittadino in vacanza, che non un cittadino di quelle città. Eppure basta prendere le strade meno battute (direbbe Robert Frost) o cambiare quartiere e si diventa meno turista e un po’ viaggiatore. Non si incontrano gli inglesi alticci che vanno a Praga per le pazze giornate di addio al celibato, tutto costa meno, birra e lavoratrici del sesso incluse, e si incontrano le persone che vanno a fare la spesa, visitano i giardini coi bambini e a stento conoscono l’inglese. E forse la differenza fra turista e viaggiatore è che il primo vuole che gli indigeni parlino la sua lingua e siano al suo servizio.

da qui

giovedì 14 marzo 2024

Piccolo diario di viaggio sulla Cina - Claudia Candeloro

 La società è molto più pacifica e armoniosa della nostra. Quando viaggi in Occidente spesso la tensione è palpabile (caso estremo, la Turchia), lì non esiste. Anche il ruolo della polizia sembra completamente diverso dal nostro: lì le forze dell’ordine sono una presenza spesso presente sulle strade, ma sono privi di pistole, manganelli o qualsiasi altro strumento intimidatorio. Gli unici momenti in cui li ho visti in azione sono stati a Wuhan, quando hanno bloccato il traffico per fare uscire i bambini da scuola, e alla stazione di Shanghai, dove hanno portato uno scopettone a un’addetta alle pulizie a cui si era rotto. Altro mondo

Sono ritornata per la seconda volta in Cina dopo dieci anni.

Le cose da dire sarebbero un milione, con questo pezzo vorrei però un po’ descrivere alcune informazioni sulla vita quotidiana che ho potuto vedere nella città cinesi che ho visitato: noi sulla Cina tendiamo molto a credere alla nostra propaganda, che ce la descrive come una dittatura che controlla ogni momento della vita quotidiana del popolo, con i lavoratori sfruttati e le persone poverissime.

Non è così, provo a raccontarlo per punti.

1. Innanzitutto, la cosa che a mio parere risalta agli occhi a un occidentale che esplora la Cina è la sensazione di futuro.

Futuro che sta nella tecnologia (già ora almeno il 70% dei veicoli lì è elettrico, con un traffico che non fa più rumore), nei trasporti (ho preso treni ad alta velocità tutti i giorni e in tutte le stazioni che ho visitato non ho mai visto neanche un treno con un minuto di ritardo), nelle costruzioni. Un futuro che, almeno con riguardo ai trasporti, è accessibile a bassissimo prezzo: la Cina ha messo sui treni ad alta velocità e sulle sue metro tutto il suo popolo, sia per l’estensione che per il prezzo, garantendo a tutti un diritto alla mobilità che noi davvero ci sogniamo.

2. La società è molto più pacifica e armoniosa della nostra. Quando viaggi in Occidente spesso la tensione è palpabile (caso estremo, la Turchia), lì non esiste. Anche il ruolo della polizia sembra completamente diverso dal nostro: lì le forze dell’ordine sono una presenza spesso presente sulle strade, ma sono privi di pistole, manganelli o qualsiasi altro strumento intimidatorio. Gli unici momenti in cui li ho visti in azione sono stati a Wuhan, quando hanno bloccato il traffico per fare uscire i bambini da scuola, e alla stazione di Shanghai, dove hanno portato uno scopettone a un’addetta alle pulizie a cui si era rotto. Altro mondo.

3. Il livello dell’informazione. Uno dei cavalli di battaglia della nostra propaganda è che in Cina non esiste la libertà di stampa. Eppure il livello dell’informazione a me pare molto più alto lì che qui. Mentre da noi i telegiornali perdono tempo a raccontare di Chiara Ferragni, del Principe Carlo o dell’omicidio del giorno, lì l’informazione riguarda solo la politica, interna ed estera. Hanno canali interi in cui parlano solo di come migliorare la Cina in vari settori, quali l’agricoltura, la meccanica, i trasporti ecc., quali sono i punti deboli e quali i punti di forza. Sulla politica internazionale sono molto, ma molto più informati di noi. Il mercato non è sicuramente il mezzo migliore per gestire l’informazione, loro lo dimostrano.

4. Il ruolo dei lavoratori, in pratica e nell’immaginario. Noi pensiamo alla Cina come un posto dove i lavoratori sono solo sfruttati, eppure basta stare un giorno per vedere come lavori che dai noi sono svolti da personale sottodimensionato, lì sono svolti da molte più persone. Molte cose sono automatizzate, ma il ruolo delle persone che lavorano è centrale e ci sono sempre lavoratori, in ogni contesto, pronti a risolvere eventuali problemi. I lavoratori sono, poi, al centro di ogni discorso pubblico e dell’immaginario collettivo. È propaganda? Sicuramente, ma vorrei capire chi preferisce una propaganda che, come da noi, mette al centro il ruolo degli influencer e dei miliardari rispetto a una che centralizza chi lavora.

5. Il rapporto con il resto del mondo e l’attenzione alla pace. Infine, in Cina, dove ancora in molti posti è difficilissimo incontrare un non cinese e i bambini ci guardavano con occhi sgranati, il rapporto con il resto del mondo e con quello che si può imparare altrove è fondamentale. Mentre noi vediamo il resto del mondo come la giungla che vuole attaccare il nostro giardino, loro spingono per avere rapporti paritari con tutti e imparare da tutti. A questo si ricollega l’insistenza con cui parlano di pace: la Cina è, a oggi, l’unico posto nel mondo dove ho visto un monumento dedicato esclusivamente alla pace. Non alla memoria o alla vittoria, ma alla pace, e ciò nonostante sia a Nanchino, dove (io non lo sapevo), tra il 1937 e il 1938 i giapponesi hanno massacrato in sei settimane 300.000 cinesi.

Ci sarebbe molto altro da dire, ma mi limito a dare informazioni su ciò che è più evidente, e di cui ognuno può rendersi conto con una semplice vacanza. Vi invito ad andare: in un mondo in cui abbiamo estremo bisogno di pace, capire e imparare dagli altri è fondamentale. Per una volta, cerchiamo di essere umili e comprenderlo.

da qui

mercoledì 27 aprile 2022

MISTERI DELLA CARTOGRAFIA ANTICA – Antonio Mattera

 

 

Articolo postato su www.acam.it

 

Sinossi

 

1492: siamo su una caravella veleggiante nell’Atlantico; nella cabina del comandante un uomo, dai tratti austeri e decisi, studia per l’ennesima volta le carte in suo possesso.Quest’uomo è Cristoforo Colombo e tra pochi giorni passerà alla storia come lo scopritore del continente americano. Sa che i suoi uomini incominciano ad essere esasperati per questa continua navigazione in un oceano che sembra senza fine, ma dalle carte in suo possesso, in parte ereditate dal suocero, sembra che la fine di quel viaggio sia al termine. Egli è fin troppo sicuro che quelle carte, così anacronistiche per l’epoca, indicanti luoghi e terre mai visti prima di allora (o almeno così si supponeva), non siano menzognere e per infondersi coraggio rilegge la lettera del suo amico Toscanelli, cartografo del tempo, (il quale aveva sottoposto, prima di Colombo, lo stesso progetto al Re di Portogallo) il quale lo consigliava, nel suo viaggio, di far sosta nelle grandi isole che egli chiamava Antilia, dimostrando così di crederci fermamente.

 

1513: un famoso ammiraglio turco, Pirì Reis, è chino sul suo tavolo, nella sua casa di Costantinopoli, intento a ricopiare, su una pelle di gazzella, alcune antiche mappe di cui per molti versi alcuni tratti sono a lui sconosciuti, benché come ammiraglio della flotta turca, avesse avuto ben occasione di navigare nei mari sin allora conosciuti. La curiosità, e forse la capacità di concepire prima di altri che quelle coste e terre disegnate non siano semplici frutti di fantasia, ma piuttosto il retaggio di antiche conoscenze, fanno in modo che egli persegua un fine che alla vista di molti, allora, sembrava da visionario, ma che ai nostri occhi, oggi, diventa uno dei più grandi quesiti, ancorché spesso ignorato dalla scienza dogmatica.

 

1737: quasi due secoli dopo Pirì Reìs, troviamo, questa volta in Francia, un eminente geografo francese, Philiph Buache, intento a ricopiare alcune antiche mappe, che tracciano il profilo di un continente fino allora ( e sino al 1818) ancora sconosciuto: l’Antartide. Quello che non può sapere Buache è che il continente di cui sta tracciando il profilo esiste ma che tali tratti territoriali sono stati i suoi confini all’incirca 13000 anni prima, allorché tale terra era libera dai ghiacci che ora la ricoprono.

 

1959: un anziano professore di Storia delle Scienze, Charles Hapgood, sta studiando, davanti al fuoco del camino del suo studio, nella sua casa nel New Hampshire, alcune antiche mappe; tra le sue mani si trovano infatti le carte di Pirì Reìs, Buache, Mercatore, Oronzo Fineo, ed altre ancora. Ai suoi occhi balza subito la medesima discrepanza presente in tutte questi documenti: esse sono foriere di conoscenze geografiche e cartografiche apertamente in contrasto ai periodi a cui fanno riferimento: le nozioni che rappresentano precorrono di molto il normale progresso geografico e cartografico, così come noi lo conosciamo!

 

Ho voluto lavorare un po’ di fantasia per rappresentare quelli che potrebbero essere alcuni passi importanti nella conoscenza di alcuni dei più straordinari reperti “fuori posto” che spesso sbucano all’improvviso, quasi a voler sconvolgere l’ordine naturale delle cose e della storia così come noi la conosciamo. Ma tengo a precisare che i personaggi da me menzionati e le date sono veritiere ( ho lavorato di fantasia sulle ambientazioni) così come sono assolutamente veritiere, ancorché ignorate dalla scienza, le mappe e i documenti da me citati, e che saranno l’argomento di questo trattato, ovvero le mappe ” impossibili”.

Perché impossibili? La motivazione di questa terminologia credo di averla già chiarita nelle righe precedenti, quindi credo che sia molto più semplice affrontare questo argomento scendendo nei particolari di alcune di queste carte. Sembra ormai accertato che le Americhe siano state raggiunte, prima di Colombo, dai Vichinghi, le cui tracce risulterebbero in un insediamento sull’isola di Terranova, e lo stesso Heydal, un avventuroso esploratore dei giorni nostri, ha dimostrato che le antiche navi potevano benissimo intraprendere un viaggio oceanico.

 

Sembra anche che, molto probabilmente, Fenici e Cartaginesi (e persino i Greci) conoscessero tali rotte e intraprendessero rapporti commerciali con i popoli di tali terre (potrebbero essere così spiegate le tracce di cocaina, prodotto originario del America meridionale,. su alcune mummie egizie (altro cover-up)) e che per difendere tali conoscenze procedessero all’affondamento di tutte le navi straniere che osavano attraversare l’allora confine del mondo conosciuto, le famose Colonne di Ercole (lo stretto di Gibilterra), o addirittura, allor quanto si accorgevano di essere seguiti, arrivassero all’autoaffondamento. In più, numerose leggende di mari impraticabili e mostri orrendi scoraggiavano vieppiù gli altri ardimentosi.

 

L’ammiraglio cartaginese Imilcone parla di un ”mare impraticabile, pieno di alghe et immoto…dove vento non soffia e le navi diventano putride ( forse un allusione al Mar dei Sargassi, noto per le alghe che coprono la sua superficie e da cui prende il nome, e per le sue bonacce interminabili?)…mentre mostri marini nuotano intorno alle nostre navi…”. Questo potrebbe spiegare come mai il continente americano ed alcuni gruppi di isole (le Antilie, identificabili con Cuba, Haiti, Bermuda etc) fossero di dominio pubblico su alcuni portolani antecedenti la scoperta di Colombo.

Ci sono tuttavia altri elementi che sembrerebbero provare la possibilità che queste rotte fossero conosciute e battute da una razza di navigatori assai più antica e noi completamente sconosciuta Uno dei punti in discussione è la capacità, da parte dei compilatori di tali mappe, di rappresentare un continente, l’Antartide, sconosciuto sino al 1818, ed in condizioni di disgelo, effettuatisi per l’ultima volta non meno del 4000 a.C., agli albori della storia a noi conosciuta.

La capacità rappresentativa di tali terre e il loro posizionamento preciso, dovuta ad un’effettiva conoscenza dei concetti di latitudine e longitudine, qual cosa che implica una conoscenza scientifica e strumentaria cui noi siamo arrivati negli ultimi tre secoli, implica un’altra domanda: se l’Antartide è stata rilevata e cartografata tra il 13000 e il 4000 a.C., quale popolo è stato capace di codesta impresa, allorché i popoli più evoluti da noi conosciuti ( Egizi, Sumeri, Babilonesi, Greci e Romani) erano allora in uno stadio che definire primitivo è molto riduttivo? Ma andiamo ora all’esame di queste carte.

 

La carta di Pirì Reis.

Il 2 novembre 1929, durante il lavoro di catalogazione degli oggetti appartenenti al Museo Topkapi di Istanbul, venne ritrovata una carta geografica, in due pezzi, che lasciò esterrefatti gli studiosi. Quella carta è oggi nota come “carta di Pirì Reis”, dal nome del suo autore, Pirì Reis Ibn Haja Mehemet. Pirì era un uomo di incredibile cultura (conosceva il greco, l’italiano, lo spagnolo ed il portoghese) ed uno stimato cartografo.

Disegnò la mappa in questione nel 1513, collezionando numerose carte antiche, tra cui una venuta in possesso tramite un marinaio di Colombo, catturato da Kemal Rais, zio di Pirì. Ma che cosa ha di tanto speciale questa mappa? La carta di Pirì ha suscitato l’attenzione di molti ricercatori, poiché è forse la più strana ed incredibile delle cosiddette “mappe misteriose”, cioè carte geografiche che raffigurano territori inesplorati ai tempi in cui vennero disegnate.

La carta di Pirì raffigura gran parte della penisola iberica, una piccola porzione della Francia, una vasta parte dell’Africa nordoccidentale, le coste dell’america centromeridionale ed un tratto del litorale antartico. Ebbene, nel 1513, molte di queste regioni erano completamente sconosciute, come mostra un esame della cartografia coeva. Dell’Antartide, la carta di Pirì rappresenta la Penisola di Palmer, la Terra della Regina Maud e parecchi picchi subglaciali, al largo delle coste, riconosciuti come tali solo nel 1949 da una spedizione organizzata da Norvegia, Svezia e Gran Bretagna. Lo stesso continente antartico fù scoperto solo durante il XIX secolo (1820).

La carta raffigura inoltre, con relativa precisione, altre regioni dell’Antartide che non potevano essere in alcun modo note nel ‘500, poiché ricoperte da ghiacci, e che fu possibile cartografare solo nel 1958 nel programma di ricerche organizzato dall’Anno Geofisico Internazionale:. Tra le diverse miniature che corredano la mappa,è possibile distinguere, accanto alla Cordigliera delle Ande, un lama ed un puma. Questi animali e la stessa Cordigliera dovevano essere, all’epoca di Pirì, completamente sconosciuti, poiché l’esplorazione del sistema andino iniziò soltanto dopo il 1531, quando Pizzarro mosse alla conquista dell’impero Inca.

Tutto questo sarebbe spiegabile solo ammettendo che l’America e le coste dell’Antartide fossero già state esplorate in tempi remoti e che antichi cartografi ne avessero realizzato mappe dettagliate. Ma ciò non fa che infittire il mistero: l’ultima volta che l’Antartide sarebbe stata possibile rilevarla e cartografarla priva di ghiacci, risalirebbe a circa 15000 anni fa: Quale civiltà poteva esistere a quell’epoca, in cui storicamente si colloca l’uomo di cro-Magnon? In un suo memoriale, intitolato Bahriye, Pirì afferma che Colombo conosceva l’esistenza dell’America ancora prima di esserci stato, poiché in possesso di antiche mappe che la mostravano, e che avesse usato queste stesse mappe per convincere la regina di Spagna a finanziare la sua impresa. Pirì aggiunge che Colombo vi giunse portando perline di vetro poiché sapeva che gli indiani erano attratti da questo genere di ninnoli.

 

Sempre secondo Pirì, non solo Colombo aveva raggiunto l’America, ma anche i Vichinghi, S. Brindano, Nicolas Giuvan, Antonio il Genovese, ed altri ancora. La carta fù oggetto di studio, nel XX secolo, da parte dello studioso Charles Hapgood, la quale per confermare le proprie impressioni, la sottopose allo studio dell?USAF, l’ente aeronautico militare degli USA. La loro risposta fù strabiliante in quanto essi stessi asserivano, in una nota inviata ad Hapgood, che era inspiegabile l’esistenza di tale mappa, in quanto riportante elementi non conosciuti all’epoca di Pirì Reis o di qualunque altra civiltà, a noi conosciuta, di epoca antecedente. Ciò costrinse Hapgood a rigettare l’idea che la mappa derivasse da sunti Vichinghi, in quanto, seppur essi fossero mai giunti, prima di Colombo, nelle Americhe, non avrebbero potuto rilevare il continente Antartico, in un’ eventuale altra spedizione, così come era stato disegnato, cioè senza ghiacci.

Non è nemmeno possibile che sia stato il marinaio di Colombo, catturato dallo zio di Pirì Reis, ad informare lo stesso Pirì in maniera tanto dettagliata, poiché, al ritorno della sua quarta spedizione (1504) Colombo aveva esplorato soltanto le coste dell’Honduras, Costarica, Nicaragua e Panama. Hapgood conclude che doveva esserci stata un’antica civiltà di re dei mari, con conoscenze marittime, geografiche et astronomiche, estremamente sviluppate e poi andate perdute.

 

La carta di Charles Hapgood

Charles Hapgood nella sua ricerca di portolani antichi,oltre alla carta di Pirì Reìs, si imbattè in una raffigurazione del 1531, opera di Oronzio Fineo chiamata, appunto, “Mappamondo di Oronzio Fineo”.

Tale mappa è il risultato di copiature di numerose carte “sorgenti” e rappresenta la parte costiera del continente antartico priva di ghiacci. In essa il continente antartico è fedelmente riprodotto e posizionato, geograficamente, perfettamente. Su di esso vengono annotate catene montuose e fiumi, quali effettivamente abbiamo scoperto siano esistiti, ora coperti dalla coltre di ghiacci. La parte interna invece e priva di raffigurazioni fluviali e montuose, il che ci indica che tale parte, a differenza di quella costiera, era già ricoperta di ghiacci.

Il mappamondo di Fineo sembra essere un’altra prova convincente riguardo alla possibilità di una remota colonizzazione del continente australe e lo ritrae in un’epoca corrispondente alla fine dell’ultimo periodo glaciale. La carta mostra anche numerosi estuari, insenature e fiumi, a sostegno delle moderne teorie che ipotizzano antichi fiumi in Antartide in punti in cui sono oggi presenti ghiacciai come il Beardmore e lo Scott.

I vari carotaggi effettuati negli ultimi tempi sono a sostegno della tesi che l’Antartide era un tempo abitabile: i campioni sono ricchi di sedimenti che rivelano condizioni differenti di clima, ma soprattutto si nota una rilevante presenza di grana fine, come quella che viene trasportata dai fiumi. Inoltre, i carotaggi rivelano che solo intorno al 4000 a.C. l’Antartide venne completamente ricoperto dai ghiacci.

 

La mappe di Mercatore e Buache

Chi erano Gerardo Mercatore e Philiphe Buache? Mercatore, conosciuto ancora oggi per la proiezione cartografica che porta il suo nome, fu un insigne studioso della sua epoca, tanto che la sua voglia di sapere lo portò, nel 1560, ad avventurarsi in Egitto per visitare la Grande piramide e ad accumulare testi antichi per la sua biblioteca personale.Nel suo “Atlante” rappresentò il continente australe, (questo nell’anno 1569, e ricordiamo che il continente antartico fu scoperto solo nel 1818): alcune parti identificabili di tale continente sonoCapo Dart, il Mare di Amundsen, l’isola Thurston, le isole Fletcher, l’isola di Alexander I, la penisola Antartica di Palmer, il Mare di Weddel, la Catena Regula, la Catena Mühlig-Hoffman, la costa Principe Harald, e la Costa principe Olaf.

Buache era un geografo francese del XVIII secolo.La sua carta ha una peculiarità unica: rappresenta, perfettamente, il continente antartico completamente privo di ghiaccio.

Ricordiamo che la topografia subglaciale di tale terra fù possibile solo nel 1958. Il canale navigabile che sembra dividere in due il continente esisterebbe realmente se non fosse ricoperto dai ghiacci eterni, quindi dovremmo dedurre che le carte originali, cui dovette fare riferimento Buache per la compilazione della sua mappa, erano antecedenti di millenni rispetto alle fonti a cui avevano attinto Mercatore, Fineo, Pirì Reìs.

 

Conclusioni

Cosa aggiungere di più a quanto già detto? Le vicissitudini che hanno passato i documenti antichi nel corso dei secoli (basti ricordare che uno sceicco usò i testi della biblioteca di Alessandria, forse la più importante e fornita, nell’antichità, per fornire di combustibile i bagni pubblici della città, sostenendo che se quei testi contenevano insegnamenti contrari a quelli del Corano, erano da condannare per empietà, mentre se tali testi si confacevano al Corano, inutili in quanto bastava lo stesso Corano. Oppure ricordiamo le distruzioni di testi maya, perpetrati, in nome della fede cattolica, dal vescovo Landa in Messico.), bastano a spiegare la mancanza di documenti risalenti ad un’antica civiltà, precursore di tutte le altre. Inverosimilmente vi sono testi che citano tali documenti. Ecco, queste strane mappe, ricavate da documenti originali molto più antichi, potrebbero essere l’unica prova, tangibile, di un passato, di una storia, di una gloria, che fù, e a cui la scienza dogmatica, intransigente, nega l’opportunità di rivelarsi appieno, celandosi dietro un imperioso no-comment o addirittura ignorando impassibilmente questi frammenti di storia antica che ogni tanto si riaffacciano, quasi a voler sfidare la stessa scienza, beffardamente, ponendoci nuovi quesiti e attendendo nuove risposte.

 

da qui

lunedì 1 novembre 2021

Vi spiego perché Alitalia-Ita andrà al macello - Paolo Rubino

 

Con l’approssimarsi della cessazione definitiva dei voli Alitalia, nella data fatidica del 15 ottobre e nei giorni successivi nostalgia, demagogia, retorica, vile consumerismo degli interessi “particulari” dei clienti Millemiglia hanno affollato le cronache.

Questo è il fumo denso che ha annebbiato la vista e messo in sordina due notizie che molto rivelano sul futuro del trasportatore aereo nazionale nella sua reincarnazione Ita Airways.

La prima, datata al 30 settembre scorso, in cui il capo della nuova Società, Alfredo Altavilla, ha annunciato l’ordine di 28 nuovi aeromobili della famiglia Airbus oltre altri 31 in leasing dalla ALC del mitologico Stefano Udvar-Hazy, sopravvissuto al disastro dei mutui subprime nel 2008 della AIG-ILFC e vero re Mida dell’aviazione post deregulation.

Benché il permanente squilibrio tra flotta in proprietà, i 28 acquisti, e flotta in leasing, 31 aeroplani, lasciasse qualche perplessità sulla reale capacità di comprendere l’unica vera formula immutabile per la stabilità durevole di chi fa trasporto aereo, tuttavia l’annuncio, da sé, è apparso una vera rivoluzione.

L’ultima volta che un’impresa italiana di trasporto aereo aveva annunciato investimenti in flotta era vecchia di ben 15 anni. Quell’impresa era la Air One di Carlo Toto, era il 2007 e l’investimento era peraltro assai più poderoso di quello di Altavilla, nonostante quest’ultimo possa contare su una dote di capitale pubblico ben più florida di quello privato di cui disponeva Toto. L’errore di quest’ultimo fu allora, e col senno del poi, di annegare quella coraggiosa decisione nelle velleità da pollaio del progetto Fenice, ma questa è un’altra storia.

Dopo vent’anni di umiliante assenza di investimenti in flotta, durante i quali i pubblici finanziamenti al trasportatore Alitalia-ITA sono stati utilizzati per incentivare gli esodi del personale e per qualche vanesia, nonché costosa, campagna pubblicitaria, finalmente lo scorso 30 settembre, a vent’anni di distanza dagli ultimi annunci flotta della Compagnia, è sembrato che cominciasse la riscossa.

È sembrato, almeno fino all’annuncio della seconda notizia. In un uno-due-tre che toglie il fiato, il 15 ottobre Altavilla dichiara di aver acquistato il marchio Alitalia dal liquidatore della Società decotta e il 16 ottobre chiarisce che, però, quel marchio non sarà utilizzato; infine, il 19 ottobre, nell’intervista rilasciata all’Huffington Post, specifica a chi non vuole intendere che “la maggior parte dei potenziali alleati con i quali abbiamo discusso del marchio mi ha detto che Alitalia sarebbe stata una zavorra in una discussione di alleanza. Era necessaria una discontinuità”.

Il termine “discontinuità” è purtroppo il letale neologismo coniato dal depresso management Alitalia nel 2002 post Torri Gemelle che ha progressivamente annichilito l’azienda. In vent’anni sono stati “discontinuati” eccellenti ingegneri e tecnici di manutenzione, provetti piloti, appassionati addetti al servizio ai clienti, acuti manager del trasporto aereo, brillanti sviluppatori e manutentori di sistemi gestionali oltre ad interi pezzi della rete di collegamenti in Nord e Sud America, Asia ed Africa.

Discontinuati muscoli, cervello e scheletro, oggi astuti concorrenti del vettore nazionale sussurrano all’orecchio del suo nuovo capo che è necessario discontinuare anche il cuore e i testicoli, ovvero il nome.

Nel diritto romano la damnatio memoriae era la condanna comminata ai nemici dello Stato e consisteva nella cancellazione di ogni traccia dell’esistenza del reietto. Come l’imperatore Caligola, il papa Formoso, il doge Faliero, di Alitalia va decretata la morte civile per volontà di un qualche misterioso amministratore delegato pro tempore di una Compagnia straniera.

Uno Stato di 60 milioni di abitanti, soggetto di rilievo dell’economia europea e mondiale, meta turistica di massima attrattività per chiunque deve essere evirato di un pezzo rilevante della sua infrastruttura nevralgica di trasporto.

Come gli agnelli di Jodie Foster nel Silenzio degli Innocenti, Alitalia-ITA si avvia mestamente al macello.

Nell’assordante assenza di rumore dei commentatori ed esperti, le due notizie cruciali, flotta e marchio, sono passate piuttosto inosservate. Eppure sarebbe da chiedersi, ed indagare magari, chi ha davvero deciso quell’ordine di flotta da Airbus e il succulento boccone dei leasing offerto a Udvar-Hazy.

E il capitale pubblico di tre miliardi, leva finanziaria dell’investimento in flotta, è forse il paradossale ticket di ingresso richiesto dal “generoso” futuro vettore alleato per accogliere nel suo seno i diritti di volo da e per l’Italia e le posizioni di vantaggio negli aeroporti nazionali, gli slot?

Se così fosse, il romanzo Alitalia è davvero giunto al suo epilogo e gli italiani stanno pagando il funerale e la consegna delle spoglie ai concorrenti con l’ultimo pedaggio da tre miliardi di euro, soprattutto con la rinuncia definitiva a gestire il trasporto aereo. Ciò meriterebbe qualche seria riflessione. Tutto il resto è noia.

da qui

mercoledì 28 luglio 2021

Per aspera (nostra) ad astra (sua) - Rostrum

 

Ieri, poco dopo le 15 ora italiana, il noto imprenditore e sovrano dell’impero di Amazon, Jeff Bezos, a bordo della navicella New Shepard della Blue Origin, è asceso fin quasi agli spazi siderali per vivere l’inebriante avventura della percezione di assenza di gravità determinata dal volo in caduta libera. A detta di molti gazzettieri, tutto ciò è bello, è grandioso, è sublime.

Che dire? È confortante constatare che, nello squallore di una modernità priva di slanci ideali, l’eroismo e lo spirito pionieristico non sono completamente estinti. Al contrario, ci viene ripetuto, a dire il vero con grande insistenza, che questi nobili sentimenti oggi vivono nelle poderose imprese dei coraggiosi capitani d’industria, degli avventurosi intraprenditori, degli spiriti creatori, dei produttori di ricchezza, dei managers e degli AD. Questi titani dell’economia mondiale, moderni rappresentanti della sana razza dei Carnegie, dei Morgan, dei Rockefeller, dei Jay Gould, dei Vanderbilt e dei Ford, hanno, con tutta evidenza, le migliori qualità che la specie umana sia stata in grado di sviluppare in circa duecentomila anni di evoluzione: intelligenza, competenza, cultura, amore del bello, creatività, intraprendenza, dedizione, coraggio, generosità.

E queste sono solo alcune delle pregevoli qualità che possono affermare a buon diritto di possedere, dal momento che le hanno acquistate pagandole, come ritengono, al loro “giusto prezzo” con il lavoro abilmente estorto a milioni di lavoratori. L’intelligenza e la competenza degli ingegneri, degli scienziati, dei tecnici che hanno il privilegio di lavorare per loro; la cultura a cui hanno attinto dalle vette – inaccessibili ai più – dei migliori colleges e delle migliori università del mondo; lo squisito gusto estetico dei migliori esperti d’arte a cui commissionano l’acquisto di impareggiabili capolavori di tutte le epoche, da conservare nelle loro collezioni private; la creatività e l’intraprendenza di tutta una gioventù ambiziosa, pronta a piegare le proprie facoltà psico-fisiche alla ricerca appassionata e infaticabile di nuove e vincenti strategie di mercato; la dedizione di milioni di dipendenti in ogni angolo del pianeta, impegnati in un quotidiano sforzo produttivo; il coraggio di chi viene retribuito per difendere, con ogni mezzo, da mani rapaci le legittime pertinenze di questi moderni feudi della superiorità spirituale; la generosità, questa spesa di rappresentanza mai a fondo perduto, questo titolo ad alto rendimento di immagine che è possibile acquistare con relativamente modeste, filantropiche donazioni, fortunatamente detraibili dalle tasse.

Immenso, ineguagliabile potere del denaro. Il potere di avere ciò che non abbiamo o di averne più di quanto la natura, a volte avara, ci conceda. Il potere di assorbire, introiettare, assimilare dagli altri ciò di cui gli altri, senza di esso, non possono adeguatamente fruire a proprio vantaggio. Il potere supremo, il potere di essere tutto perché il denaro può avere tutto. Quella di fare denaro non è in fondo la capacità assoluta, l’unica capacità? La capacità che trasforma tutte le altre capacità in incapacità, se non sono capaci di produrre denaro, e tutte le incapacità in capacità, a patto di produrne. Cosa c’è di più sublime? Di più giusto? Di più razionale?

Jeff Bezos è un prime mover, un motore primario della società, un ingegnere sociale, un imprenditore, un filosofo, un genio se vogliamo. Alto, dalla plastica e agile corporatura che sollecita inevitabilmente al paragone con la perfezione classica delle antiche statue greche, dalla testa levigata e aerodinamica, dallo sguardo che promana sicurezza e soggezione, dalla prominente e volitiva mascella quadrata. Anche anatomicamente, la sua divina bellezza marca la distanza antropologica che lo divide dalle masse malnutrite e deformate – nel fisico come nello spirito – dalla condanna del lavoro. È un individuo completo, il ricco frutto della migliore istruzione e un punteggio al test del quoziente intellettivo pari solo al palmares delle vittorie in tutti i nobili sport in cui eccelle senza sforzo. L’universale uomo rinascimentale fuso in una sola persona con la belva superumana di Nietzsche. Il miglior pedigree genetico unito alle più scrupolose attenzioni riservate all’allevamento di razza.

Stando a quanto leggiamo in data odierna sul sito tech.fanpage.it, nella conferenza stampa successiva al suo ritorno su questo povero, insufficiente, deludente pianeta abitato da miseri subumani, Jeff – certamente non si risentirà se lo chiamiamo confidenzialmente per nome – indossando il suo cappello da allevatore di bovini delle praterie nordamericane, ha voluto esprimere un pensiero gentile: “Voglio ringraziare ogni dipendente di Amazon e ogni cliente di Amazon, perché voi avete pagato tutto questo”.

Qualcuno ha detto che si è trattato di una gaffe, di una inopportuna battuta di spirito. Probabilmente in rapporto a quella lunga storia di sfruttamento dei lavoratori con ritmi estenuanti – che lo scorso marzo a Las Vegas hanno portato un dipendente di 48 anni, Paul Vilscek, al suicidio; a quella lunga storia di negazione di garanzie contrattuali e di agibilità sindacali che contraddistingue l’azienda di cui Jeff è fondatore e attualmente presidente esecutivo del consiglio di amministrazione.

Ora, non vogliamo metterci a fare i conti in tasca a Jeff, ad un “eroe del nostro tempo”, ma se volessimo esaminare la vicenda più da vicino ci accorgeremmo che, “a naso”, i milioni di dollari “impiegati” per trasportare per 11 minuti le augustee terga del magnate di Albuquerque a oltre 100 km nello spazio suborbitale a vedere da un oblò la curvatura del pianeta, emanano cattivo odore. Precisamente l’odore dell’urina delle centinaia di migliaia di operai della Amazon, costretti a mingere in bottigliette di plastica per non indulgere in pause fisiologiche che aumenterebbero i tempi di consegna, ridurrebbero la produttività e condurrebbero il lavoratore alla velocità di quel razzo intergalattico chiamato “licenziamento” sull’inospitale pianeta “disoccupazione”. I milioni di minuti risparmiati dai lavoratori al prezzo delle loro vesciche gonfiate si sono condensati negli 11 minuti in cui una vescica gonfiata ha galleggiato nello spazio. Sublime.

Intendiamoci, quello che molti non capiscono è che la possibilità di utilizzare il plusvalore estorto alla classe operaia in favore di quest’ultima non è, e non sarà mai, argomento sufficiente a fare sì che la classe dei capitalisti possa anche solo lontanamente ritenere degna di riflessione la prospettiva di una limitazione del proprio piacere di accumulare o di accumulare piaceri, sollazzi, avventure mozzafiato. Non illudiamoci al riguardo. Quello che possiamo fare – e nel dirlo siamo tanto impudenti da credere di interpretare l’interesse di classe di tutti i dipendenti di Mister Amazon e del proletariato in generale – è impegnarci, a partire da subito, nel creare almeno una piccola parte delle premesse che renderanno possibile il giorno – ci auguriamo non molto lontano – in cui il controllo dei lavoratori sulle proprie condizioni di vita e di produzione permetta di sollevare dalle proprie estenuanti fatiche gli appartenenti alla classe dei capitalisti, di affrancarli dal peso della corona e, perché no – nel caso non debbano sentirsi troppo a loro agio in un mondo che si è accorto di poter fare a meno dei loro preziosi servigi – fornirli di un servizio navicella verso gli immensi spazi interplanetari. Con un biglietto di sola andata.

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mercoledì 14 luglio 2021

Migrare - Zygmunt Bauman

 

 

Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di “immigrati illegali” e a dispetto di occasionali ed effimere ondate di orrore e indignazione provocate dalla vista di “emigranti economici” finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli.

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giovedì 1 luglio 2021

Il Viaggio per la Vita. Per far cosa? - SupGaleano


Una precisazione: molte volte, quando usiamo il termine “los zapatistas – gli zapatisti” – non ci riferiamo agli uomini ma ai popoli zapatisti. E quando usiamo “las zapatistas” – le zapatiste – non definiamo le donne, ma le comunità zapatiste. Dunque, troverai questo “salto” di genere nelle nostre parole. Quando ci riferiamo al genere, aggiungiamo sempre “otroa” per indicare l’esistenza e la lotta di coloro che non sono né uomini né donne (e che la nostra ignoranza in materia ci impedisce di definire – ma impareremo a nominare tutte le differenze –).

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Ora, la prima cosa che devi sapere o capire è che noi zapatisti quando facciamo qualcosa, per prima cosa ci prepariamo al peggio. Partiamo da un finale di fallimento e, in senso opposto, ci prepariamo ad affrontarlo o, nel migliore dei casi, ad evitarlo.

Ad esempio, immaginiamo di essere attaccati, i massacri di rigore, il genocidio travestito da moderna civilizzazione, lo sterminio totale. E ci prepariamo a queste possibilità. Ebbene, per il 1° gennaio 1994 non immaginammo la sconfitta, la prendemmo come una certezza.

Ad ogni modo, forse questo ti aiuterà a capire perché inizialmente eravamo stupiti, titubanti e confusi nell’improvvisare quando, dopo tanto tempo, lavoro e preparazione alla rovina, ci siamo ritrovati… vivi.

È da questo scetticismo che nascono le nostre iniziative. Alcune piccole, altre più grandi, tutte un deliriole nostre convocazioni sono sempre rivolte “all’altro”, a ciò che va molto oltre il nostro orizzonte quotidiano, ma che riteniamo qualcosa di necessario nella lotta per la vita, cioè nella lotta per l’umanità.

Con questa iniziativa o scommessa o delirio o follia, per esempio, nella sua versione marittima ci siamo preparati al Kraken, ad una tempesta o una balena bianca che avrebbe fatto naufragare l’imbarcazione, ecco perché abbiamo costruito i cayucos – che hanno viaggiato con lo Squadrone 421 su La Montaña fino a Vigo, Galizia, Stato Spagnolo, Europa -.

Ci siamo preparati anche a non essere i benvenuti, per questo prima abbiamo chiesto il consenso per l’invasione, cioè la visita… Beh, di essere i “benvenuti” non siamo ancora del tutto sicuri. Per più di una, uno, unoa, la nostra presenza è a dir poco inquietante, quando non francamente dirompente. E lo capiamo, può darsi che qualcuno, dopo più di un anno di confinamento, trovi quantomeno inopportuno che un gruppo di indigeni di radice maya, molto poca cosa in quanto a produttori e consumatori di merci (elettorali e non), voglia parlare di persona. Di persona! (ricordi che questo prima faceva parte della tua quotidianità?). E, che inoltre, abbia come missione principale quella di ascoltarti, riempirti di domande, condividere incubi e, naturalmente, sogni.

Ci siamo preparati al fatto che i malgoverni, da una parte e dall’altra, impediscano o ostacolino la nostra partenza e il nostro arrivo, per questo alcun@ zapatisti erano già in Europa… Opps, non avrei dovuto scriverlo, cancellatelo. Sappiamo che il governo messicano non porrà ostacoli. Resta da vedere cosa diranno e faranno gli altri governi europei – Portogallo e Stato Spagnolo non si sono opposti -.

Ci siamo preparati al fallimento della missione, cioè che diventi un evento mediatico e, quindi, fugace e irrilevante. Per questo accettiamo anzitutto gli inviti di chi vuole ascoltare e parlare, cioè conversare. Perché il nostro obiettivo principale non sono gli eventi di massa – anche se non li escludiamo -, ma lo scambio di storie, conoscenze, sentimenti, valutazioni, sfide, fallimenti e successi.

Ci siamo preparati alla caduta dell’aereo, motivo per cui abbiamo realizzato dei paracadute con ricami colorati affinché invece di un “D-Day” in Normandia (oh, oh, questo significa che lo sbarco aereo sarebbe in Francia?… eh?… a Parigi?!), sia un “Z-Day” per l’Europa del basso, e sembrerà allora che dal cielo piovano fiori come se Ixchel, dea madre, dea arcobaleno, ci accompagni e, con la sua mano e con il suo volo, apra un secondo fronte all’invasione. E più sicuro perché ora, grazie alla Galizia del basso, lo Squadrone 421 è riuscito a installare una testa di ponte nelle terre di Breogán.

In breve, ci prepariamo sempre a fallire… e a morire. Ecco perché la vita, per lo zapatismo, è una sorpresa che va celebrata tutti i giorni, a tutte le ore. E cosa altro c’è di meglio se non con balli, musica, arti.

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Le Abejas de Acteal, organizzazione nonviolenta anticapitalista chiedono alla delegazione zapatista arrivata in Europa di condividere la denuncia sulla deportazione degli tsotsiles a Chenalhó, Chiapas. Foto tratta dall’articolo di Desinformemonos

In tutti questi anni abbiamo imparato molte cose. Forse la cosa più importante è rendersi conto di quanto siamo piccoli. E non intendo altezza e peso, ma la dimensione del nostro impegno. I contatti con persone, gruppi, collettivi, movimenti e organizzazioni di diverse parti del pianeta ci hanno mostrato un mondo diverso, molteplice e complesso. Ciò ha rafforzato la nostra convinzione che ogni proposta di egemonia e di omogeneità non solo è impossibile, ma è soprattutto criminale.

Perché i tentativi – non di rado nascosti dietro nazionalismi di cartapesta nelle vetrine dei centri commerciali della politica elettorale – di imporre modi e sguardi sono criminali perché cercano di sterminare differenze di ogni genere.

L’altro è il nemico: differenza di genere, razza, identità sessuale o asessuale, lingua, colore della pelle, cultura, credo o miscredenza, concezione del mondo, fisico, stereotipo di bellezza, storia. Contando tutti i mondi che ci sono nel mondo, ci sono praticamente tanti nemici, reali o potenziali, quanti sono gli esseri umani.

potremmo dire che quasi ogni dichiarazione di identità è una dichiarazione di guerra contro il diverso. Ho detto “quasi” e, in quanto zapatisti, ci aggrappiamo a questo “quasi”.

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Secondo le nostre modalità, i nostri calendari e la nostra geografia, siamo giunti alla conclusione che l’incubo può sempre peggiorare. La pandemia di “Coronavirus” non è l’apocalisse. È solo il suo preludio. Se i media e i social volevano rassicurarci, prima, “informando” sull’estinzione di un ghiacciaio, un terremoto, uno tsunami, una guerra in qualche parte lontana del pianeta, l’omicidio di un altro indigeno da parte dei paramilitari, una nuova aggressione contro la Palestina o il popolo mapuche, la brutalità del governo in Colombia e Nicaragua, le immagini dei campi di detenzione per migranti che vengono da un altro luogo, da un altro continente, da un altro mondo, convincendoci così che questo “succede da un’altra parte”, in poche settimane, la pandemia ha dimostrato che il mondo può essere solo una piccola parrocchia egoista, sciocca e vulnerabile. I diversi governi nazionali sono le cosche che vogliono controllare, con la violenza “legale”, una strada o un quartiere, ma il “capo” che controlla tutto è il capitale.

Ad ogni modo, si sta preparando il peggio. Ma questo lo sapevi già, vero? E se no, allora è ora che tu lo sappia. Perché, oltre a cercare di convincerti che sofferenze e disgrazie saranno sempre estranee (fino a quando non smettono di essere tali e si siedono alla tua tavola, turbandoti il sonno e lasciandoti senza lacrime), ti dicono che il modo migliore per affrontare queste minacce è individualmente.

Questo male si evita allontanandosi da esso, costruendo il tuo mondo a tenuta stagna e rendendolo sempre più angusto fino a che c’è spazio solo per “io, mio, me, con me”. E per questo, ti offrono “nemici” a modo, sempre con un fianco debole e che è possibile sconfiggere acquistando, ascolta bene, questo prodotto che, guarda che coincidenza, per questa unica occasione in offerta e puoi acquistarlo e riceverlo sulla porta del tuo bunker in poche ore, giorni … o settimane, perché la macchina ha scoperto, oh sorpresa, che il reddito dipende anche dalla circolazione della merce e che, se questo processo si ferma o rallenta, la bestia soffre… cosicché è business anche la sua distribuzione e ripartizione.

Ma, in quanto zapatisti, abbiamo studiato e analizzato. E vogliamo confrontare le conclusioni a cui siamo giunti con scienziati, artisti, filosofi e analisti critici di tutto il mondo.

Ma non solo, anche e soprattutto con coloro che, nelle loro lotte quotidiane, hanno subito e avvertito le disgrazie a venire. Perché, per quanto riguarda il sociale, teniamo in grande considerazione l’analisi e la valutazione di chi rischia la pelle nella lotta contro la macchina, e siamo scettici nei confronti di chi, dal punto di vista esterno, opina, valuta, consiglia, giudica e condanna o assolve.

Ma, attenzione, riteniamo che questo sguardo critico “outsider” sia necessario e vitale, perché ci permette di vedere cose che non si vedono nel vivo della lotta e, attenzione, contribuisce alla conoscenza della genealogia della bestia, delle sue trasformazioni e del suo funzionamento.

In ogni caso, vogliamo parlare e, soprattutto, ascoltare chi si mette in mezzo. E non ci interessa il suo colore, taglia, razza, sesso, religione, militanza politica o percorso ideologico, se questo coincide con il ritratto fedele della macchina assassina.

E se, quando parliamo del criminale, qualcuno lo identifica con il fato, la sfortuna, “l’ordine naturale delle cose”, il castigo divino, la pigrizia o l’incuria, lì non ci interessa ascoltare o parlare. Per queste spiegazioni basta guardare le soap opera e andare sui social in cerca di conferme.

Cioè, crediamo di aver stabilito chi è il criminale, il suo modus operandi e il crimine stesso. Queste 3 caratteristiche si sintetizzano in un sistema, cioè in un modo di rapportarsi all’umanità e alla natura: il capitalismo.

Sappiamo che è un crimine in corso e che il suo perseguimento sarà disastroso per il mondo intero. Ma non è questa la conclusione che ci interessa corroborare, no.

foto tratta dalla pagina facebook di Radio Pozol

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Perché sembra che, anche studiando e analizzando, abbiamo scoperto qualcosa che può o no essere importante. Dipende.

Supponendo che questo pianeta sarà annientato, almeno per come lo percepiamo adesso, abbiamo studiato le possibili opzioni.

Cioè, la nave affonda e lassù dicono che non succede nulla, che è qualcosa di passeggero. Sì, come quando la petroliera Prestige naufragò al largo delle coste europee (2002) – la Galizia fu la prima testimone e vittima – e le autorità imprenditoriali e governative dissero che erano state sversate solo poche gocce di carburante. Il disastro non è stato pagato né dal Boss, né dai suoi sgherri e caporali. L’hanno pagato, e continuano a pagare, gli abitanti che vivono di pesca su quelle coste. Loro e i loro discendenti.

per “Nave” intendiamo il pianeta omogeneizzato da un sistema: il capitalismo. Certo, potranno dire che “questa non è la nostra nave”, ma il naufragio in corso non è solo di un sistema, ma del mondo intero, completo, totale, anche l’angolo più remoto e isolato, e non solo dei suoi centri di Potere.

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Capiamo che qualcuno pensi, e agisca di conseguenza, che è ancora possibile rattoppare, rammendare, dipingere un po’ qua e là, rimodellare l’imbarcazione. Tenerla a galla anche vendendo la fantasia che siano possibili megaprogetti che non solo non annientano intere popolazioni, ma anche che non colpiscano la natura.

Che ci sono persone che pensano che basti essere molto determinate e darci dentro con il maquillage (almeno fino a quando non passano le elezioni). E che credono che la migliore risposta al reclamo di “Mai più” – che si ripete in tutti gli angoli del pianeta -, siano promesse e denaro, programmi politici e denaro, buone intenzioni e denaro, bandiere e denaro, fanatismo e denaro. Che credano davvero che i problemi del mondo si riducano alla mancanza di denaro.

E il denaro ha bisogno di strade, grandi progetti di civilizzazione, hotel, centri commerciali, fabbriche, banche, manodopera, consumatori, … polizie ed eserciti.

Le cosiddette “comunità rurali” sono classificate come “poco sviluppate” o “arretrate” perché la circolazione del denaro, cioè delle merci, è inesistente o molto limitata. Non importa che, ad esempio, il loro tasso di femminicidi e violenze di genere sia inferiore rispetto a quello delle città. I successi dei governi si misurano dal numero di aree distrutte e ripopolate da produttori e consumatori di merci, grazie alla ricostruzione di quel territorio. Dove prima c’era un campo di grano, una sorgente, un bosco, ora ci sono alberghi, centri commerciali, fabbriche, centrali termoelettriche, … violenza di genere, persecuzione della differenza, narcotraffico, infanticidi, tratta di esseri umani, sfruttamento, razzismo, discriminazione. In breve: c-i-v-i-l-i-z-z-a-z-i-o-n-e.

L’idea è che la popolazione contadina diventi una dipendente di questa “urbanizzazione”. Continuerà a vivere, lavorare e consumare nella sua località, ma il proprietario di tutto ciò che la circonda è un conglomerato industriale-commerciale-finanziario-militare la cui sede è nel cyberspazio e per il quale quel territorio conquistato è solo un puntino sulla mappa, una percentuale di profitto, una merce. E il vero risultato sarà che la popolazione originaria dovrà migrare, perché il capitale arriverà con propri dipendenti “qualificati”. La popolazione originaria dovrà irrigare giardini e pulire parcheggi, locali e piscine dove prima c’erano campi, boschi, coste, lagune, fiumi e sorgenti.

Ciò che si nasconde è che, dietro le espansioni (“guerre di conquista”) degli Stati – siano esse interne (“incorporando più popolazione alla modernità”), sia esterne con alibi diversi (come quello del governo israeliano nella sua guerra contro la Palestina) – c’è una logica comune: la conquista di un territorio da parte della merce, cioè del denaro, cioè del capitale.

Ma capiamo che queste persone, per diventare il cassiere che amministra i pagamenti e i ricavi che danno vita alla macchina, formano partiti politici elettorali, fronti – ampi o ristretti – per disputare l’accesso al governo, alleanze e rotture “strategiche”, e tutte le sfumature in cui sono impegnati lavoro e vite che, dietro piccoli successi, nascondono grandi fallimenti. Una piccola legge lì, un interlocuzione ufficiale qui, una nota giornalistica lì, un tuit qua e là, un like là, tuttavia, per fare un esempio di un crimine globale in corso, i femminicidi sono in aumento. Nel frattempo la sinistra sale e scende, la destra sale e scende, il centro sale e scende. Come cantava l’indimenticabile malagueña Marisol, “la vita è una lotteria“: tutti (di sopra) vincono, tutti (di sotto) perdono.

Ma la “civilizzazione” è solo un fragile alibi per la distruzione brutale. Il veleno si diffonde (non più dalla Prestige – o non solo da quella nave -) e l’intero sistema sembra voler avvelenare ogni angolo del pianeta, perché distruzione e morte sono più redditizie che fermare la macchina.

Siamo sicuri che potrai aggiungere molti altri esempi. Indicatori di un incubo irrazionale, tuttavia, attivo.

A Valencia il 5 luglio

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Quindi, per diversi decenni ci siamo concentrati sulla ricerca di alternative. La costruzione di zattere, cayucos, lance e anche imbarcazioni più grandi (la 6a come improbabile arca), ha un orizzonte ben definito. Da qualche parte si dovrà sbarcare.

Abbiamo letto e riletto. Abbiamo studiato e continuiamo a farlo. Abbiamo fatto analisi prima e ora. Abbiamo aperto il nostro cuore e il nostro sguardo non alle ideologie attuali o passate di moda, ma alle scienze, alle arti e alle nostre storie di popoli originari. Con queste conoscenze e strumenti, abbiamo scoperto che esiste, in questo sistema solare, un pianeta che potrebbe essere abitabile: il terzo del sistema solare e che, fino ad ora, compare nei libri scolastici e scientifici con il nome di “La Terra”. Per ulteriori riferimenti, si trova tra Venere e Marte. Cioè, secondo certe culture, sta tra l’amore e la guerra.

Il problema è che questo pianeta è ormai un cumulo di macerie, veri incubi e orrori tangibili. Poco è rimasto in piedi. Anche la cortina che nasconde la catastrofe è strappata. Allora, come posso dirtelo? Il problema non è conquistare quel mondo e godere dei piaceri dei vincitori. È più complicato e richiede, sì, uno sforzo mondiale: bisogna rifarlo.

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Ora, secondo le grandi produzioni cinematografiche hollywoodiane, l’uscita dalla catastrofe mondiale (sempre qualcosa di esterno – alieni, meteore, pandemie inspiegabili, zombie simili a candidati a qualche carica pubblica -) è il prodotto dell’unione di tutti i governi del mondo (guidati dai gringos)… o, peggio, dal governo degli Stati Uniti sintetizzato in un individuo, o individua (perché la macchina ha imparato che la farsa deve essere includente), che può avere le caratteristiche razziali e di genere politicamente corrette , ma che sul petto porta il marchio dell’Idra.

Ma, lungi da queste finzioni, la realtà ci mostra che tutto è business: il sistema produce la distruzione e ti vende i biglietti per fuggire da esso… nello spazio. E sicuramente, negli uffici delle grandi corporazioni, ci sono brillanti progetti di colonizzazione interstellare… con proprietà privata dei mezzi di produzione inclusa. In altre parole, il sistema viene traslato, nella sua interezza, su un altro pianeta. “All included” si riferisce a chi lavora, a chi vive sopra coloro che lavorano e al suo rapporto di sfruttamento.

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A volte non si limitano a guardare allo spazio. Il capitalismo “verde” si batte per le aree “protette” del pianeta. Bolle ecologiche dove la bestia può rifugiarsi mentre il pianeta guarisce dai morsi (il che richiederebbe solo pochi milioni di anni).

Quando la macchina parla di “un nuovo mondo” o “di umanizzazione del pianeta”, pensa ai territori da conquistare, spopolare e distruggere, per poi ripopolare e ricostruire con la stessa logica che ora tiene il mondo di fronte al baratro, sempre pronta a fare il passo avanti che richiese il progresso.

Potresti pensare che non sia possibile che qualcuno sia così imbecille da distruggere la casa in cui vive. “La rana non beve tutta l’acqua della pozza in cui vive“, dice un proverbio del popolo originario Sioux. Ma se intendi applicare la logica razionale al funzionamento della macchina, non capirai (beh, nemmeno la macchina). Le valutazioni morali ed etiche non servono a niente. La logica della bestia è il profitto. Certo, ora ti chiederai come sia possibile che una macchina irrazionale, immorale e stupida governi i destini di un intero pianetaAh, (sospiro), è nella sua genealogia, nella sua stessa essenza.

Ma, tralasciando l’impossibile esercizio di dotare di razionalità l’irrazionale, arriverai alla conclusione che è necessario distruggere questa mostruosità che non è diabolica. Purtroppo è umana.

E, naturalmente, tu studi, leggi, confronti, analizzi e scopri che ci sono ottime proposte per uscirne. Da quelle che propongono trucco e parrucco, a quelle che consigliano lezioni di morale e logica per la bestia, passando per nuovi o vecchi sistemi.

Sì, ti capiamo, la vita fa schifo ed è sempre possibile rifugiarsi in quel cinismo così sopravvalutato sui social network. Diceva il compianto SupMarcos: “la cosa brutta non è che la vita fa schifo, ma che ti costringano a mangiarla e si aspettano pure che tu l’apprezzi“.

Ma supponi di no, che tu sappia che, in effetti, la vita fa schifo, ma la tua reazione non sia quella di chiuderti in te stesso (o nel tuo “mondo”, che dipende dal numero dei tuoi “follower” sui social network di adesso e a venire). E poi decidi di abbracciare, con fede, speranza e carità, alcune delle opzioni che ti vengono presentate. E scegli la migliore, la più grande, la più famosa, quella vincente… o quella che ti è vicina.

Grandi progetti di nuovi e vecchi sistemi politici. Ritardi impossibili dell’orologio della storia. Nazionalismi sciovinisti. Futuri condivisi in forza di tale opzione che prende il Potere e ci rimane fino a quando tutto non sarà risolto. Il tuo rubinetto perde? Vota per tizio. Schiamazzi nel quartiere? Vota per caio. Il costo dei trasporti, del cibo, delle medicine, dell’energia, delle scuole, dell’abbigliamento, dell’intrattenimento, della cultura è aumentato? Hai paura dell’immigrazione? Ti senti a disagio con persone dalla pelle scura, credi diversi, lingue incomprensibili, stature e carnagioni diverse? Vota per…

C’è anche chi non si discosta dall’obiettivo, ma dal metodo. E poi ripete da sopra ciò che criticava da sotto. Con disgustosi contorsionismi e argomentando strategie geopolitiche, si appoggia a chi si ripete nel crimine e nella stupidità. Si chiede che i popoli sopportino le oppressioni a beneficio della “correlazione internazionale di forze e l’ascesa della sinistra nell’area”. Ma il Nicaragua non è Ortega-Murillo e la bestia non ci metterà molto a capirlo.

In tutte queste grandi offerte di soluzioni nel mortale supermercato del sistema, molte volte non si dice che si tratta della brutale imposizione di un’egemonia, e di un decreto di persecuzione e morte a ciò che non è omogeneo al vincitore.

I governi governano per i loro seguaci, mai per quelli che non lo sono. Le star dei social network alimentano i loro seguaci, anche a costo di sacrificare l’intelligenza e la vergogna. E il “politicamente corretto” ingoia rospi, dopo aver divorato chi consiglia la rassegnazione “per non beneficiare il nemico principale”.

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Lo zapatismo è la grande risposta, un’altra, ai problemi del mondo?

No. Lo zapatismo è tante domande. E la più piccola può essere la più inquietante: E tu, che fai?

Di fronte alla catastrofe capitalista, lo zapatismo propone un vecchio-nuovo sistema sociale idilliaco e con esso ripete le imposizioni di egemonie ed omogeneità ora “buone”?

No. Il nostro pensiero è piccolo come noi: sono gli sforzi di ciascuno, nella sua geografia, secondo il suo calendario e i suoi modi, che consentiranno, forse, di liquidare il criminale e, contemporaneamente, rifare tutto. E tutto vuol dire tutto.

Ognuno, secondo il proprio calendario, la propria geografia, la propria strada, dovrà costruire il proprio percorso. E, come noi popoli zapatisti, inciamperà e si rialzerà, e ciò che costruirà avrà il nome che avrà voglia di avere. Sarà solo diverso e migliore di ciò che abbiamo subito prima, e di ciò che patiamo attualmente, se riconosce l’altro e lo rispetta, se rinuncia a imporre il suo pensiero sul diverso e se finalmente si rende conto che ci sono molti mondi e che la loro ricchezza nasce e risplende nella loro differenza.

È possibile? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che, per scoprirlo, si deve lottare per la Vita.

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Allora, cosa veniamo a fare in questo Viaggio per la Vita se non aspiriamo a dettare strade, rotte, destinazioni? Cosa, se non cerchiamo adesioni, voti, likes? Cosa, se non andiamo a giudicare e condannare o assolvere? Cosa, se non invitiamo al fanatismo per un nuovo-vecchio credo? Cosa, se non vogliamo passare alla Storia e occupare una nicchia nel pantheon ammuffito dello spettro politico?

Ebbene, ad essere onesti in quanto zapatisti: non solo verremo a confrontare le nostre analisi e conclusioni con l’altro che lotta e pensa criticamente.

Veniamo a ringraziare l’altro per la sua esistenza. Ringraziare per gli insegnamenti che ci hanno dato la sua ribellione e resistenza. Veniamo a consegnare il fiore promesso. Abbracciare l’altro e gli diremo all’orecchio che non è solo, sola, soloa. Veniamo a sussurrargli/le che valgono la pena la resistenza, la lotta, il dolore per chi non c’è più, la rabbia per il criminale impunito, il sogno di un mondo non perfetto, ma migliore: un mondo senza paura.

E anche, e soprattutto, veniamo a cercare complicità… per la vita.

SupGaleano

Giugno 2021, Pianeta Terra

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2021/06/27/la-travesia-por-la-vida-a-que-vamos/

Per guardare la diretta completa dello sbarco della delegazione zapatista, trasmessa da Desinformémonos, e per tutte le notizie sulla gira zapatista per la vita in Europa e in Italia: Lapaz, la pagina facebook dell’Assemblea nazionale italiana di coordinamento per il viaggio europeo di Zapatisti e Zapatiste.

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