(recensione di Francesco Masala, pubblicato da Catelvecchi, nel 2021, 18,50€)
Credo che per Maurizio Fantoni Minnella Praga sia una seconda casa, o anche più. L’autore, che ha visitato Praga tante volte, non da turista del centro storico, soffre, in misura crescente nel tempo, per la trasformazione della città in una destinazione del turismo (ignorante) di massa.
Chi ha visitato Praga più volte negli ultimi decenni non può che concordare col grido di dolore dell’autore.
Il libro non è una guida per turisti frettolosi, ma più un libro di ricordi vivi, che si divide in tre parti:
la città misteriosa
la città ritrovata
la città esibita.
L’autore ricorda i suoi amici e conoscenti di Praga, Honza, Karel, Alexej, Milada, Marie, e non solo, quasi nessuno dei visitatori di Praga potrebbe citare un conoscente praghese in carne e ossa.
Alla fine del libro si trova una preziosa e completa, o quasi, bibliografia praghese
Un libro da leggere, per gli amanti di Praga.
Nota introduttiva dell’autore:
Vi sono libri che narrano di luoghi e di viaggi come On the road di Jack Kerouac, Siddharta, di Hermann Hesse o In Patagonia, di Bruce Chatwin, che per la particolare forza espressiva, hanno generato autentiche vocazioni allo spostamento, al nomadismo. Tra questi ve n’è un altro particolarmente felice, Praga magica di Angelo Maria Ripellino, che è un coltissimo atto d’amore verso la città di Praga, scritto proprio durante il periodo in cui le autorità ceche gli avevano negato il visto d’ingresso.
Chi, come me, negli anni del socialismo reale, aveva scelto di oltrepassare la cortina di ferro recandosi a Praga, il libro del grande poeta, slavista e intellettuale palermitano, lo ha conosciuto in seguito, letto, amato e utilizzato come inesauribile fonte d’ispirazione.
Il presente volume, lungi dal volersi minimamente confrontare con quel modello inarrivabile, è un viaggio alla ricerca di una città perduta e ritrovata, attraverso i molteplici fili dipanati dalla storia, dalla cultura e dall’esperienza di un io narrante che alterna la pura narrazione di viaggio dentro la città, alle storie di alcuni suoi abitanti.
L’autore ritorna nella città vltavina, dopo venticinque anni di assenza, con il preciso intento di riannodare i fili di un discorso sospeso ma mai veramente interrotto, in cui s’intrecciano i destini dei suoi abitanti con quello dei luoghi, delle architetture. Non nella Città d’Oro, nella Praga magica del mito letterario, insomma, ma in quella reale, quotidiana, vi è la ragion stessa di questo libro, il suo porsi, dunque, al di là di quello stesso mito che aveva spinto l’autore, moltissimi anni addietro, a giungere a Praga e a stabilire con essa un’intensa relazione durata poco meno di quattro decenni.
Infine, ogni volta che sento nominare la parola Praga (e sono molte, ormai!) è sempre la medesima esclamazione: «Bellissima».
Perchè solo adesso e non ieri o in epoche a noi più vicine?
Credo esista una sola spiegazione: dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss e la conseguente “apertura” dei confini, la bellezza “ritrovata” di città come Praga rimaste in ombra durante il lungo periodo socialista sono diventate un brand economico al quale rispondere con una sorta di passività estasiata e altresì compiaciuta come di fronte a un assoluto sublime, ma senza una vera vita.
Ps (del recensore): Ci sono città (penso a Praga, ma anche a Salisburgo) nelle quali un turista, nelle vie di sfruttamento turistico, più facilmente può incontrare un concittadino in vacanza, che non un cittadino di quelle città. Eppure basta prendere le strade meno battute (direbbe Robert Frost) o cambiare quartiere e si diventa meno turista e un po’ viaggiatore. Non si incontrano gli inglesi alticci che vanno a Praga per le pazze giornate di addio al celibato, tutto costa meno, birra e lavoratrici del sesso incluse, e si incontrano le persone che vanno a fare la spesa, visitano i giardini coi bambini e a stento conoscono l’inglese. E forse la differenza fra turista e viaggiatore è che il primo vuole che gli indigeni parlino la sua lingua e siano al suo servizio.
La società è molto più pacifica e armoniosa della nostra. Quando viaggi in Occidente spesso la tensione è palpabile (caso estremo, la Turchia), lì non esiste. Anche il ruolo della polizia sembra completamente diverso dal nostro: lì le forze dell’ordine sono una presenza spesso presente sulle strade, ma sono privi di pistole, manganelli o qualsiasi altro strumento intimidatorio. Gli unici momenti in cui li ho visti in azione sono stati a Wuhan, quando hanno bloccato il traffico per fare uscire i bambini da scuola, e alla stazione di Shanghai, dove hanno portato uno scopettone a un’addetta alle pulizie a cui si era rotto. Altro mondo
Sono ritornata per la seconda volta in Cina dopo dieci anni.
Le cose da dire sarebbero un milione, con questo pezzo vorrei però un po’ descrivere alcune informazioni sulla vita quotidiana che ho potuto vedere nella città cinesi che ho visitato: noi sulla Cina tendiamo molto a credere alla nostra propaganda, che ce la descrive come una dittatura che controlla ogni momento della vita quotidiana del popolo, con i lavoratori sfruttati e le persone poverissime.
Non è così, provo a raccontarlo per punti.
1. Innanzitutto, la cosa che a mio parere risalta agli occhi a un occidentale che esplora la Cina è la sensazione di futuro.
Futuro che sta nella tecnologia (già ora almeno il 70% dei veicoli lì è elettrico, con un traffico che non fa più rumore), nei trasporti (ho preso treni ad alta velocità tutti i giorni e in tutte le stazioni che ho visitato non ho mai visto neanche un treno con un minuto di ritardo), nelle costruzioni. Un futuro che, almeno con riguardo ai trasporti, è accessibile a bassissimo prezzo: la Cina ha messo sui treni ad alta velocità e sulle sue metro tutto il suo popolo, sia per l’estensione che per il prezzo, garantendo a tutti un diritto alla mobilità che noi davvero ci sogniamo.
2. La società è molto più pacifica e armoniosa della nostra. Quando viaggi in Occidente spesso la tensione è palpabile (caso estremo, la Turchia), lì non esiste. Anche il ruolo della polizia sembra completamente diverso dal nostro: lì le forze dell’ordine sono una presenza spesso presente sulle strade, ma sono privi di pistole, manganelli o qualsiasi altro strumento intimidatorio. Gli unici momenti in cui li ho visti in azione sono stati a Wuhan, quando hanno bloccato il traffico per fare uscire i bambini da scuola, e alla stazione di Shanghai, dove hanno portato uno scopettone a un’addetta alle pulizie a cui si era rotto. Altro mondo.
3. Il livello dell’informazione. Uno dei cavalli di battaglia della nostra propaganda è che in Cina non esiste la libertà di stampa. Eppure il livello dell’informazione a me pare molto più alto lì che qui. Mentre da noi i telegiornali perdono tempo a raccontare di Chiara Ferragni, del Principe Carlo o dell’omicidio del giorno, lì l’informazione riguarda solo la politica, interna ed estera. Hanno canali interi in cui parlano solo di come migliorare la Cina in vari settori, quali l’agricoltura, la meccanica, i trasporti ecc., quali sono i punti deboli e quali i punti di forza. Sulla politica internazionale sono molto, ma molto più informati di noi. Il mercato non è sicuramente il mezzo migliore per gestire l’informazione, loro lo dimostrano.
4. Il ruolo dei lavoratori, in pratica e nell’immaginario. Noi pensiamo alla Cina come un posto dove i lavoratori sono solo sfruttati, eppure basta stare un giorno per vedere come lavori che dai noi sono svolti da personale sottodimensionato, lì sono svolti da molte più persone. Molte cose sono automatizzate, ma il ruolo delle persone che lavorano è centrale e ci sono sempre lavoratori, in ogni contesto, pronti a risolvere eventuali problemi. I lavoratori sono, poi, al centro di ogni discorso pubblico e dell’immaginario collettivo. È propaganda? Sicuramente, ma vorrei capire chi preferisce una propaganda che, come da noi, mette al centro il ruolo degli influencer e dei miliardari rispetto a una che centralizza chi lavora.
5. Il rapporto con il resto del mondo e l’attenzione alla pace. Infine, in Cina, dove ancora in molti posti è difficilissimo incontrare un non cinese e i bambini ci guardavano con occhi sgranati, il rapporto con il resto del mondo e con quello che si può imparare altrove è fondamentale. Mentre noi vediamo il resto del mondo come la giungla che vuole attaccare il nostro giardino, loro spingono per avere rapporti paritari con tutti e imparare da tutti. A questo si ricollega l’insistenza con cui parlano di pace: la Cina è, a oggi, l’unico posto nel mondo dove ho visto un monumento dedicato esclusivamente alla pace. Non alla memoria o alla vittoria, ma alla pace, e ciò nonostante sia a Nanchino, dove (io non lo sapevo), tra il 1937 e il 1938 i giapponesi hanno massacrato in sei settimane 300.000 cinesi.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma mi limito a dare informazioni su ciò che è più evidente, e di cui ognuno può rendersi conto con una semplice vacanza. Vi invito ad andare: in un mondo in cui abbiamo estremo bisogno di pace, capire e imparare dagli altri è fondamentale. Per una volta, cerchiamo di essere umili e comprenderlo.
1492: siamo su una caravella veleggiante nell’Atlantico;
nella cabina del comandante un uomo, dai tratti austeri e decisi, studia per
l’ennesima volta le carte in suo possesso.Quest’uomo è Cristoforo Colomboe tra pochi
giorni passerà alla storia come lo scopritore del continente americano. Sa
che i suoi uomini incominciano ad essere esasperati per questa continua
navigazione in un oceano che sembra senza fine, ma dalle carte in suo possesso,
in parte ereditate dal suocero, sembra che la fine di quel viaggio sia al
termine. Egli è fin troppo sicuro che quelle carte, così anacronistiche per
l’epoca, indicanti luoghi e terre mai visti prima di allora (o almeno così si
supponeva), non siano menzognere e per infondersi coraggio rilegge la lettera
del suo amico Toscanelli, cartografo del
tempo, (il quale aveva sottoposto, prima di Colombo, lo stesso progetto al Re
di Portogallo) il quale lo consigliava, nel suo viaggio, di far sosta nelle
grandi isole che egli chiamava Antilia,
dimostrando così di crederci fermamente.
1513: un famoso ammiraglio turco, Pirì Reis, è chino sul suo tavolo, nella sua casa
di Costantinopoli, intento a ricopiare, su una pelle
di gazzella, alcune antiche mappe di cui per molti versi alcuni tratti sono a
lui sconosciuti, benché come ammiraglio della flotta turca, avesse avuto ben
occasione di navigare nei mari sin allora conosciuti. La curiosità, e forse la
capacità di concepire prima di altri che quelle coste e terre disegnate non
siano semplici frutti di fantasia, ma piuttosto il retaggio di antiche
conoscenze, fanno in modo che egli persegua un fine che alla vista di molti,
allora, sembrava da visionario, ma che ai nostri occhi, oggi, diventa uno dei
più grandi quesiti, ancorché spesso ignorato dalla scienza dogmatica.
1737: quasi due secoli dopo Pirì Reìs,
troviamo, questa volta in Francia, un eminente geografo francese, Philiph Buache, intento a ricopiare alcune antiche
mappe, che tracciano il profilo di un continente fino allora ( e sino al 1818)
ancora sconosciuto: l’Antartide.
Quello che non può sapere Buache è che il continente di cui sta tracciando il
profilo esiste ma che tali tratti territoriali sono stati i suoi confini
all’incirca 13000 anni prima, allorché tale
terra era libera dai ghiacci che ora la ricoprono.
1959: un anziano professore di Storia
delle Scienze, Charles Hapgood, sta studiando,
davanti al fuoco del camino del suo studio, nella sua casa nel New Hampshire,
alcune antiche mappe; tra le sue mani si trovano infatti le carte di Pirì Reìs, Buache, Mercatore, Oronzo Fineo,
ed altre ancora. Ai suoi occhi balza subito la medesima discrepanza presente in
tutte questi documenti: esse sono foriere di conoscenze geografiche e
cartografiche apertamente in contrasto ai periodi a cui fanno riferimento: le
nozioni che rappresentano precorrono di molto il normale progresso geografico e
cartografico, così come noi lo conosciamo!
Ho voluto lavorare un po’ di fantasia per
rappresentare quelli che potrebbero essere alcuni passi importanti nella
conoscenza di alcuni dei più straordinari reperti “fuori posto” che spesso
sbucano all’improvviso, quasi a voler sconvolgere l’ordine naturale delle cose
e della storia così come noi la conosciamo. Ma tengo a precisare che i
personaggi da me menzionati e le date sono veritiere ( ho lavorato di fantasia
sulle ambientazioni) così come sono assolutamente veritiere, ancorché ignorate
dalla scienza, le mappe e i documenti da me citati, e che saranno l’argomento
di questo trattato, ovvero le mappe ” impossibili”.
Perché impossibili? La motivazione di questa
terminologia credo di averla già chiarita nelle righe precedenti, quindi credo
che sia molto più semplice affrontare questo argomento scendendo nei
particolari di alcune di queste carte. Sembra ormai accertato che le Americhe
siano state raggiunte, prima di Colombo, dai Vichinghi, le cui tracce
risulterebbero in un insediamento sull’isola di Terranova, e lo stesso Heydal,
un avventuroso esploratore dei giorni nostri, ha dimostrato che le antiche navi
potevano benissimo intraprendere un viaggio oceanico.
Sembra anche che, molto probabilmente, Fenici e
Cartaginesi (e persino i Greci) conoscessero tali rotte e intraprendessero
rapporti commerciali con i popoli di tali terre (potrebbero essere così
spiegate le tracce di cocaina, prodotto originario del America meridionale,. su
alcune mummie egizie (altro cover-up)) e che per difendere tali conoscenze procedessero
all’affondamento di tutte le navi straniere che osavano attraversare l’allora
confine del mondo conosciuto, le famose Colonne di Ercole (lo stretto di
Gibilterra), o addirittura, allor quanto si accorgevano di essere seguiti,
arrivassero all’autoaffondamento. In più, numerose leggende di mari
impraticabili e mostri orrendi scoraggiavano vieppiù gli altri ardimentosi.
L’ammiraglio cartaginese Imilcone parla di un ”mare impraticabile, pieno di alghe et immoto…dove vento non soffia
e le navi diventano putride ( forse un allusione al Mar dei Sargassi, noto per
le alghe che coprono la sua superficie e da cui prende il nome, e per le sue
bonacce interminabili?)…mentre mostri marini nuotano intorno alle nostre navi…”.
Questo potrebbe spiegare come mai il continente americano ed alcuni gruppi di
isole (le Antilie, identificabili con Cuba, Haiti, Bermuda etc) fossero di
dominio pubblico su alcuni portolani antecedenti la scoperta di Colombo.
Ci sono tuttavia altri elementi che sembrerebbero
provare la possibilità che queste rotte fossero conosciute e battute da una
razza di navigatori assai più antica e noi completamente sconosciuta Uno dei
punti in discussione è la capacità, da parte dei compilatori di tali mappe, di
rappresentare un continente, l’Antartide, sconosciuto sino al 1818, ed in
condizioni di disgelo, effettuatisi per l’ultima volta non meno del 4000 a.C.,
agli albori della storia a noi conosciuta.
La capacità rappresentativa di tali terre e il loro
posizionamento preciso, dovuta ad un’effettiva conoscenza dei concetti di
latitudine e longitudine, qual cosa che implica una conoscenza scientifica e
strumentaria cui noi siamo arrivati negli ultimi tre secoli, implica un’altra
domanda: se l’Antartide è stata rilevata e cartografata tra il 13000 e il 4000
a.C., quale popolo è stato capace di codesta impresa, allorché i popoli più
evoluti da noi conosciuti ( Egizi, Sumeri, Babilonesi, Greci e Romani) erano
allora in uno stadio che definire primitivo è molto riduttivo? Ma andiamo ora
all’esame di queste carte.
La carta di Pirì Reis.
Il 2 novembre 1929, durante il lavoro di catalogazione
degli oggetti appartenenti al Museo Topkapi di Istanbul, venne ritrovata una
carta geografica, in due pezzi, che lasciò esterrefatti gli studiosi. Quella
carta è oggi nota come “carta di Pirì Reis”, dal nome del suo autore, Pirì Reis
Ibn Haja Mehemet. Pirì era un uomo di incredibile cultura (conosceva il greco,
l’italiano, lo spagnolo ed il portoghese) ed uno stimato cartografo.
Disegnò la mappa in questione nel 1513, collezionando
numerose carte antiche, tra cui una venuta in possesso tramite un marinaio di
Colombo, catturato da Kemal Rais, zio di Pirì. Ma che cosa ha di tanto speciale
questa mappa? La carta di Pirì ha suscitato l’attenzione di molti ricercatori,
poiché è forse la più strana ed incredibile delle cosiddette “mappe
misteriose”, cioè carte geografiche che raffigurano territori inesplorati ai
tempi in cui vennero disegnate.
La carta di Pirì raffigura gran parte della penisola
iberica, una piccola porzione della Francia, una vasta parte dell’Africa
nordoccidentale, le coste dell’america centromeridionale ed un tratto del
litorale antartico. Ebbene, nel 1513, molte di queste regioni erano
completamente sconosciute, come mostra un esame della cartografia coeva.
Dell’Antartide, la carta di Pirì rappresenta la Penisola di Palmer, la Terra
della Regina Maud e parecchi picchi subglaciali, al largo delle coste,
riconosciuti come tali solo nel 1949 da una spedizione organizzata da Norvegia,
Svezia e Gran Bretagna. Lo stesso continente antartico fù scoperto solo durante
il XIX secolo (1820).
La carta raffigura inoltre, con relativa precisione,
altre regioni dell’Antartide che non potevano essere in alcun modo note nel
‘500, poiché ricoperte da ghiacci, e che fu possibile cartografare solo nel
1958 nel programma di ricerche organizzato dall’Anno Geofisico Internazionale:.
Tra le diverse miniature che corredano la mappa,è possibile distinguere,
accanto alla Cordigliera delle Ande, un lama ed un puma. Questi animali e la
stessa Cordigliera dovevano essere, all’epoca di Pirì, completamente
sconosciuti, poiché l’esplorazione del sistema andino iniziò soltanto dopo il
1531, quando Pizzarro mosse alla conquista dell’impero Inca.
Tutto questo sarebbe spiegabile solo ammettendo che
l’America e le coste dell’Antartide fossero già state esplorate in tempi remoti
e che antichi cartografi ne avessero realizzato mappe dettagliate. Ma ciò non
fa che infittire il mistero: l’ultima volta che l’Antartide sarebbe stata
possibile rilevarla e cartografarla priva di ghiacci, risalirebbe a circa 15000
anni fa: Quale civiltà poteva esistere a quell’epoca, in cui storicamente si
colloca l’uomo di cro-Magnon? In un suo memoriale, intitolato Bahriye, Pirì
afferma che Colombo conosceva l’esistenza dell’America ancora prima di esserci
stato, poiché in possesso di antiche mappe che la mostravano, e che avesse
usato queste stesse mappe per convincere la regina di Spagna a finanziare la
sua impresa. Pirì aggiunge che Colombo vi giunse portando perline di vetro
poiché sapeva che gli indiani erano attratti da questo genere di ninnoli.
Sempre secondo Pirì, non solo Colombo aveva raggiunto
l’America, ma anche i Vichinghi, S. Brindano, Nicolas Giuvan, Antonio il
Genovese, ed altri ancora. La carta fù oggetto di studio, nel XX secolo, da
parte dello studioso Charles Hapgood, la quale per confermare le proprie
impressioni, la sottopose allo studio dell?USAF, l’ente aeronautico militare
degli USA. La loro risposta fù strabiliante in quanto essi stessi asserivano,
in una nota inviata ad Hapgood, che era inspiegabile l’esistenza di tale mappa,
in quanto riportante elementi non conosciuti all’epoca di Pirì Reis o di
qualunque altra civiltà, a noi conosciuta, di epoca antecedente. Ciò costrinse
Hapgood a rigettare l’idea che la mappa derivasse da sunti Vichinghi, in
quanto, seppur essi fossero mai giunti, prima di Colombo, nelle Americhe, non
avrebbero potuto rilevare il continente Antartico, in un’ eventuale altra
spedizione, così come era stato disegnato, cioè senza ghiacci.
Non è nemmeno possibile che sia stato il marinaio di
Colombo, catturato dallo zio di Pirì Reis, ad informare lo stesso Pirì in
maniera tanto dettagliata, poiché, al ritorno della sua quarta spedizione
(1504) Colombo aveva esplorato soltanto le coste dell’Honduras, Costarica,
Nicaragua e Panama. Hapgood conclude che doveva esserci stata un’antica civiltà
di re dei mari, con conoscenze marittime, geografiche et astronomiche,
estremamente sviluppate e poi andate perdute.
La carta di Charles Hapgood
Charles Hapgood nella sua ricerca di portolani
antichi,oltre alla carta di Pirì Reìs, si imbattè in una raffigurazione del
1531, opera di Oronzio Fineo chiamata, appunto, “Mappamondo di Oronzio Fineo”.
Tale mappa è il risultato di copiature di numerose
carte “sorgenti” e rappresenta la parte costiera del continente antartico priva
di ghiacci. In essa il continente antartico è fedelmente riprodotto e
posizionato, geograficamente, perfettamente. Su di esso vengono annotate catene
montuose e fiumi, quali effettivamente abbiamo scoperto siano esistiti, ora
coperti dalla coltre di ghiacci. La parte interna invece e priva di
raffigurazioni fluviali e montuose, il che ci indica che tale parte, a
differenza di quella costiera, era già ricoperta di ghiacci.
Il mappamondo di Fineo sembra essere un’altra prova
convincente riguardo alla possibilità di una remota colonizzazione del
continente australe e lo ritrae in un’epoca corrispondente alla fine
dell’ultimo periodo glaciale. La carta mostra anche numerosi estuari,
insenature e fiumi, a sostegno delle moderne teorie che ipotizzano antichi
fiumi in Antartide in punti in cui sono oggi presenti ghiacciai come il
Beardmore e lo Scott.
I vari carotaggi effettuati negli ultimi tempi sono a
sostegno della tesi che l’Antartide era un tempo abitabile: i campioni sono
ricchi di sedimenti che rivelano condizioni differenti di clima, ma soprattutto
si nota una rilevante presenza di grana fine, come quella che viene trasportata
dai fiumi. Inoltre, i carotaggi rivelano che solo intorno al 4000 a.C.
l’Antartide venne completamente ricoperto dai ghiacci.
La mappe di Mercatore e Buache
Chi erano Gerardo Mercatore e Philiphe Buache?
Mercatore, conosciuto ancora oggi per la proiezione cartografica che porta il
suo nome, fu un insigne studioso della sua epoca, tanto che la sua voglia di
sapere lo portò, nel 1560, ad avventurarsi in Egitto per visitare la Grande
piramide e ad accumulare testi antichi per la sua biblioteca personale.Nel suo
“Atlante” rappresentò il continente australe, (questo nell’anno 1569, e
ricordiamo che il continente antartico fu scoperto solo nel 1818): alcune parti
identificabili di tale continente sonoCapo Dart, il Mare di Amundsen, l’isola
Thurston, le isole Fletcher, l’isola di Alexander I, la penisola Antartica di
Palmer, il Mare di Weddel, la Catena Regula, la Catena Mühlig-Hoffman, la costa
Principe Harald, e la Costa principe Olaf.
Buache era un geografo francese del XVIII secolo.La
sua carta ha una peculiarità unica: rappresenta, perfettamente, il continente
antartico completamente privo di ghiaccio.
Ricordiamo che la topografia subglaciale di tale terra
fù possibile solo nel 1958. Il canale navigabile che sembra dividere in due il
continente esisterebbe realmente se non fosse ricoperto dai ghiacci eterni,
quindi dovremmo dedurre che le carte originali, cui dovette fare riferimento
Buache per la compilazione della sua mappa, erano antecedenti di millenni
rispetto alle fonti a cui avevano attinto Mercatore, Fineo, Pirì Reìs.
Conclusioni
Cosa aggiungere di più a quanto già detto? Le
vicissitudini che hanno passato i documenti antichi nel corso dei secoli (basti
ricordare che uno sceicco usò i testi della biblioteca di Alessandria, forse la
più importante e fornita, nell’antichità, per fornire di combustibile i bagni
pubblici della città, sostenendo che se quei testi contenevano insegnamenti
contrari a quelli del Corano, erano da condannare per empietà, mentre se tali
testi si confacevano al Corano, inutili in quanto bastava lo stesso Corano.
Oppure ricordiamo le distruzioni di testi maya, perpetrati, in nome della fede
cattolica, dal vescovo Landa in Messico.), bastano a spiegare la mancanza di
documenti risalenti ad un’antica civiltà, precursore di tutte le altre.
Inverosimilmente vi sono testi che citano tali documenti. Ecco, queste strane
mappe, ricavate da documenti originali molto più antichi, potrebbero essere
l’unica prova, tangibile, di un passato, di una storia, di una gloria, che fù,
e a cui la scienza dogmatica, intransigente, nega l’opportunità di rivelarsi
appieno, celandosi dietro un imperioso no-comment o addirittura ignorando
impassibilmente questi frammenti di storia antica che ogni tanto si
riaffacciano, quasi a voler sfidare la stessa scienza, beffardamente, ponendoci
nuovi quesiti e attendendo nuove risposte.
Con l’approssimarsi della cessazione
definitiva dei voli Alitalia, nella data fatidica del 15 ottobre e nei giorni
successivi nostalgia, demagogia, retorica, vile consumerismo degli interessi
“particulari” dei clienti Millemiglia hanno affollato le cronache.
Questo è il fumo denso che ha annebbiato
la vista e messo in sordina due notizie che molto rivelano sul futuro del
trasportatore aereo nazionale nella sua reincarnazione Ita Airways.
La prima, datata al 30 settembre scorso,
in cui il capo della nuova Società, Alfredo Altavilla, ha annunciato l’ordine
di 28 nuovi aeromobili della famiglia Airbus oltre altri 31 in leasing dalla
ALC del mitologico Stefano Udvar-Hazy, sopravvissuto al disastro dei mutui
subprime nel 2008 della AIG-ILFC e vero re Mida dell’aviazione post deregulation.
Benché il permanente squilibrio tra
flotta in proprietà, i 28 acquisti, e flotta in leasing, 31 aeroplani,
lasciasse qualche perplessità sulla reale capacità di comprendere l’unica vera
formula immutabile per la stabilità durevole di chi fa trasporto aereo,
tuttavia l’annuncio, da sé, è apparso una vera rivoluzione.
L’ultima volta che un’impresa italiana di
trasporto aereo aveva annunciato investimenti in flotta era vecchia di ben 15
anni. Quell’impresa era la Air One di Carlo Toto, era il 2007 e l’investimento
era peraltro assai più poderoso di quello di Altavilla, nonostante quest’ultimo
possa contare su una dote di capitale pubblico ben più florida di quello
privato di cui disponeva Toto. L’errore di quest’ultimo fu allora, e col senno
del poi, di annegare quella coraggiosa decisione nelle velleità da pollaio del
progetto Fenice, ma questa è un’altra storia.
Dopo vent’anni di umiliante assenza di
investimenti in flotta, durante i quali i pubblici finanziamenti al
trasportatore Alitalia-ITA sono stati utilizzati per incentivare gli esodi del
personale e per qualche vanesia, nonché costosa, campagna pubblicitaria,
finalmente lo scorso 30 settembre, a vent’anni di distanza dagli ultimi annunci
flotta della Compagnia, è sembrato che cominciasse la riscossa.
È sembrato, almeno fino all’annuncio
della seconda notizia. In un uno-due-tre che toglie il fiato, il 15 ottobre
Altavilla dichiara di aver acquistato il marchio Alitalia dal liquidatore della
Società decotta e il 16 ottobre chiarisce che, però, quel marchio non sarà
utilizzato; infine, il 19 ottobre, nell’intervista rilasciata all’Huffington Post, specifica a chi non vuole intendere
che “la maggior parte dei potenziali alleati con i quali abbiamo discusso del
marchio mi ha detto che Alitalia sarebbe stata una zavorra in una discussione
di alleanza. Era necessaria una discontinuità”.
Il termine “discontinuità” è purtroppo il
letale neologismo coniato dal depresso management Alitalia nel 2002 post Torri
Gemelle che ha progressivamente annichilito l’azienda. In vent’anni sono stati
“discontinuati” eccellenti ingegneri e tecnici di manutenzione, provetti
piloti, appassionati addetti al servizio ai clienti, acuti manager del
trasporto aereo, brillanti sviluppatori e manutentori di sistemi gestionali
oltre ad interi pezzi della rete di collegamenti in Nord e Sud America, Asia ed
Africa.
Discontinuati muscoli, cervello e
scheletro, oggi astuti concorrenti del vettore nazionale sussurrano
all’orecchio del suo nuovo capo che è necessario discontinuare anche il cuore e
i testicoli, ovvero il nome.
Nel diritto romano la damnatio memoriae era la condanna comminata ai
nemici dello Stato e consisteva nella cancellazione di ogni traccia
dell’esistenza del reietto. Come l’imperatore Caligola, il papa Formoso, il
doge Faliero, di Alitalia va decretata la morte civile per volontà di un
qualche misterioso amministratore delegato pro tempore di una Compagnia
straniera.
Uno Stato di 60 milioni di abitanti,
soggetto di rilievo dell’economia europea e mondiale, meta turistica di massima
attrattività per chiunque deve essere evirato di un pezzo rilevante della sua
infrastruttura nevralgica di trasporto.
Come gli agnelli di Jodie Foster
nel Silenzio degli Innocenti, Alitalia-ITA si avvia
mestamente al macello.
Nell’assordante assenza di rumore dei
commentatori ed esperti, le due notizie cruciali, flotta e marchio, sono
passate piuttosto inosservate. Eppure sarebbe da chiedersi, ed indagare magari,
chi ha davvero deciso quell’ordine di flotta da Airbus e il succulento boccone
dei leasing offerto a Udvar-Hazy.
E il capitale pubblico di tre miliardi,
leva finanziaria dell’investimento in flotta, è forse il paradossale ticket di
ingresso richiesto dal “generoso” futuro vettore alleato per accogliere nel suo
seno i diritti di volo da e per l’Italia e le posizioni di vantaggio negli
aeroporti nazionali, gli slot?
Se così fosse, il romanzo Alitalia è
davvero giunto al suo epilogo e gli italiani stanno pagando il funerale e la
consegna delle spoglie ai concorrenti con l’ultimo pedaggio da tre miliardi di
euro, soprattutto con la rinuncia definitiva a gestire il trasporto aereo. Ciò
meriterebbe qualche seria riflessione. Tutto il resto è noia.
Ieri, poco dopo le 15 ora italiana, il noto imprenditore e sovrano
dell’impero di Amazon, Jeff Bezos, a bordo della navicella New
Shepard della Blue Origin, è asceso fin quasi agli spazi siderali per
vivere l’inebriante avventura della percezione di assenza di gravità
determinata dal volo in caduta libera. A detta di molti gazzettieri, tutto ciò
è bello, è grandioso, è sublime.
Che dire? È confortante constatare che, nello squallore di una modernità
priva di slanci ideali, l’eroismo e lo spirito pionieristico non sono
completamente estinti. Al contrario, ci viene ripetuto, a dire il vero con
grande insistenza, che questi nobili sentimenti oggi vivono nelle poderose
imprese dei coraggiosi capitani d’industria, degli
avventurosi intraprenditori, degli spiriti creatori,
dei produttori di ricchezza, dei managers e
degli AD. Questi titani dell’economia mondiale, moderni
rappresentanti della sana razza dei Carnegie, dei Morgan, dei Rockefeller, dei
Jay Gould, dei Vanderbilt e dei Ford, hanno, con tutta evidenza, le migliori
qualità che la specie umana sia stata in grado di sviluppare in circa
duecentomila anni di evoluzione: intelligenza, competenza, cultura, amore del
bello, creatività, intraprendenza, dedizione, coraggio, generosità.
E queste sono solo alcune delle pregevoli qualità che possono affermare a
buon diritto di possedere, dal momento che le hanno acquistate pagandole,
come ritengono, al loro “giusto prezzo” con il lavoro abilmente estorto a
milioni di lavoratori. L’intelligenza e la competenza degli
ingegneri, degli scienziati, dei tecnici che hanno il privilegio di lavorare
per loro; la cultura a cui hanno attinto dalle vette –
inaccessibili ai più – dei migliori colleges e delle migliori università del
mondo; lo squisito gusto estetico dei migliori esperti d’arte
a cui commissionano l’acquisto di impareggiabili capolavori di tutte le epoche,
da conservare nelle loro collezioni private; la creatività e
l’intraprendenza di tutta una gioventù ambiziosa, pronta a piegare
le proprie facoltà psico-fisiche alla ricerca appassionata e infaticabile di
nuove e vincenti strategie di mercato; la dedizione di milioni
di dipendenti in ogni angolo del pianeta, impegnati in un quotidiano sforzo
produttivo; il coraggio di chi viene retribuito per difendere,
con ogni mezzo, da mani rapaci le legittime pertinenze di
questi moderni feudi della superiorità spirituale; la generosità,
questa spesa di rappresentanza mai a fondo perduto, questo titolo ad alto
rendimento di immagine che è possibile acquistare con relativamente modeste,
filantropiche donazioni, fortunatamente detraibili dalle tasse.
Immenso, ineguagliabile potere del denaro. Il potere di avere ciò che non
abbiamo o di averne più di quanto la natura, a volte avara, ci conceda. Il
potere di assorbire, introiettare, assimilare dagli altri ciò di cui gli altri,
senza di esso, non possono adeguatamente fruire a proprio vantaggio. Il potere
supremo, il potere di essere tutto perché il denaro può avere tutto.
Quella di fare denaro non è in fondo la capacità assoluta,
l’unica capacità? La capacità che trasforma tutte le altre capacità in
incapacità, se non sono capaci di produrre denaro, e tutte le incapacità in
capacità, a patto di produrne. Cosa c’è di più sublime? Di più giusto? Di più
razionale?
Jeff Bezos è un prime mover, un motore primario della società,
un ingegnere sociale, un imprenditore, un filosofo, un genio se vogliamo. Alto,
dalla plastica e agile corporatura che sollecita inevitabilmente al paragone
con la perfezione classica delle antiche statue greche, dalla testa levigata e
aerodinamica, dallo sguardo che promana sicurezza e soggezione, dalla
prominente e volitiva mascella quadrata. Anche anatomicamente, la sua divina
bellezza marca la distanza antropologica che lo divide dalle masse malnutrite e
deformate – nel fisico come nello spirito – dalla condanna del lavoro. È un
individuo completo, il ricco frutto della migliore istruzione e un punteggio al
test del quoziente intellettivo pari solo al palmares delle vittorie in tutti i
nobili sport in cui eccelle senza sforzo. L’universale uomo rinascimentale fuso
in una sola persona con la belva superumana di Nietzsche. Il miglior pedigree
genetico unito alle più scrupolose attenzioni riservate all’allevamento di razza.
Stando a quanto leggiamo in data odierna sul sito tech.fanpage.it, nella
conferenza stampa successiva al suo ritorno su questo povero, insufficiente,
deludente pianeta abitato da miseri subumani, Jeff – certamente non si
risentirà se lo chiamiamo confidenzialmente per nome – indossando il suo
cappello da allevatore di bovini delle praterie nordamericane, ha voluto
esprimere un pensiero gentile: “Voglio ringraziare ogni dipendente di Amazon e
ogni cliente di Amazon, perché voi avete pagato tutto questo”.
Qualcuno ha detto che si è trattato di una gaffe, di una inopportuna
battuta di spirito. Probabilmente in rapporto a quella lunga storia di
sfruttamento dei lavoratori con ritmi estenuanti – che lo scorso marzo a Las
Vegas hanno portato un dipendente di 48 anni, Paul Vilscek, al suicidio; a
quella lunga storia di negazione di garanzie contrattuali e di agibilità
sindacali che contraddistingue l’azienda di cui Jeff è fondatore e attualmente
presidente esecutivo del consiglio di amministrazione.
Ora, non vogliamo metterci a fare i conti in tasca a Jeff, ad un “eroe del
nostro tempo”, ma se volessimo esaminare la vicenda più da vicino ci
accorgeremmo che, “a naso”, i milioni di dollari “impiegati” per trasportare
per 11 minuti le augustee terga del magnate di Albuquerque a oltre 100 km nello
spazio suborbitale a vedere da un oblò la curvatura del pianeta, emanano
cattivo odore. Precisamente l’odore dell’urina delle centinaia di migliaia di
operai della Amazon, costretti a mingere in bottigliette di plastica per non
indulgere in pause fisiologiche che aumenterebbero i tempi di consegna,
ridurrebbero la produttività e condurrebbero il lavoratore alla velocità di
quel razzo intergalattico chiamato “licenziamento” sull’inospitale pianeta
“disoccupazione”. I milioni di minuti risparmiati dai lavoratori al prezzo
delle loro vesciche gonfiate si sono condensati negli 11 minuti in cui una
vescica gonfiata ha galleggiato nello spazio. Sublime.
Intendiamoci, quello che molti non capiscono è che la possibilità di
utilizzare il plusvalore estorto alla classe operaia in favore di quest’ultima
non è, e non sarà mai, argomento sufficiente a fare sì che la classe dei
capitalisti possa anche solo lontanamente ritenere degna di riflessione la
prospettiva di una limitazione del proprio piacere di accumulare o di
accumulare piaceri, sollazzi, avventure mozzafiato. Non illudiamoci al
riguardo. Quello che possiamo fare – e nel dirlo siamo tanto impudenti da
credere di interpretare l’interesse di classe di tutti i dipendenti di Mister Amazon
e del proletariato in generale – è impegnarci, a partire da subito, nel creare
almeno una piccola parte delle premesse che renderanno possibile il giorno – ci
auguriamo non molto lontano – in cui il controllo dei lavoratori sulle proprie
condizioni di vita e di produzione permetta di sollevare dalle proprie
estenuanti fatiche gli appartenenti alla classe dei capitalisti, di affrancarli
dal peso della corona e, perché no – nel caso non debbano sentirsi troppo a
loro agio in un mondo che si è accorto di poter fare a meno dei loro preziosi
servigi – fornirli di un servizio navicella verso gli immensi spazi
interplanetari. Con un biglietto di sola andata.
Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per
sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di “immigrati
illegali” e a dispetto di occasionali ed effimere ondate di orrore e
indignazione provocate dalla vista di “emigranti economici” finiti soffocati o
annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli.
Una precisazione: molte volte, quando usiamo il termine “los zapatistas –
gli zapatisti” – non ci riferiamo agli uomini ma ai popoli zapatisti. E quando
usiamo “las zapatistas” – le zapatiste – non definiamo le donne, ma le
comunità zapatiste. Dunque, troverai questo “salto” di genere nelle
nostre parole. Quando ci riferiamo al genere, aggiungiamo sempre “otroa”
per indicare l’esistenza e la lotta di coloro che non sono né uomini né donne
(e che la nostra ignoranza in materia ci impedisce di definire – ma impareremo
a nominare tutte le differenze –).
-*-
Ora, la prima cosa che devi sapere o capire è che noi zapatisti
quando facciamo qualcosa, per prima cosa ci prepariamo al peggio. Partiamo
da un finale di fallimento e, in senso opposto, ci prepariamo ad affrontarlo o,
nel migliore dei casi, ad evitarlo.
Ad esempio, immaginiamo di essere attaccati, i massacri di rigore,
il genocidio travestito da moderna civilizzazione, lo sterminio totale. E ci
prepariamo a queste possibilità. Ebbene, per il 1° gennaio 1994 non immaginammo
la sconfitta, la prendemmo come una certezza.
Ad ogni modo, forse questo ti aiuterà a capire perché inizialmente
eravamo stupiti, titubanti e confusi nell’improvvisare quando, dopo tanto
tempo, lavoro e preparazione alla rovina, ci siamo ritrovati… vivi.
È da questo scetticismo che nascono le nostre iniziative. Alcune piccole,
altre più grandi, tutte un delirio; le nostre convocazioni sono
sempre rivolte “all’altro”, a ciò che va molto oltre il nostro orizzonte
quotidiano, ma che riteniamo qualcosa di necessario nella lotta per la vita,
cioè nella lotta per l’umanità.
Con questa iniziativa o scommessa o delirio o follia, per esempio, nella
sua versione marittima ci siamo preparati al Kraken, ad una tempesta o una
balena bianca che avrebbe fatto naufragare l’imbarcazione, ecco perché abbiamo
costruito i cayucos – che hanno viaggiato con lo Squadrone 421
su La Montaña fino a Vigo, Galizia, Stato Spagnolo, Europa -.
Ci siamo preparati anche a non essere i benvenuti, per questo prima abbiamo
chiesto il consenso per l’invasione, cioè la visita… Beh, di essere i
“benvenuti” non siamo ancora del tutto sicuri. Per più di una, uno, unoa,
la nostra presenza è a dir poco inquietante, quando non francamente dirompente. E lo capiamo,
può darsi che qualcuno, dopo più di un anno di confinamento, trovi quantomeno
inopportuno che un gruppo di indigeni di radice maya, molto poca cosa in quanto
a produttori e consumatori di merci (elettorali e non), voglia parlare di
persona. Di persona! (ricordi che questo prima faceva parte della tua
quotidianità?). E, che inoltre, abbia come missione principale quella di
ascoltarti, riempirti di domande, condividere incubi e, naturalmente, sogni.
Ci siamo preparati al fatto che i malgoverni, da una parte e dall’altra,
impediscano o ostacolino la nostra partenza e il nostro arrivo, per questo
alcun@ zapatisti erano già in Europa… Opps, non avrei dovuto scriverlo,
cancellatelo. Sappiamo che il governo messicano non porrà ostacoli. Resta da vedere cosa
diranno e faranno gli altri governi europei – Portogallo e Stato Spagnolo non
si sono opposti -.
Ci siamo preparati al fallimento della missione, cioè che diventi un evento
mediatico e, quindi, fugace e irrilevante.Per questo accettiamo anzitutto
gli inviti di chi vuole ascoltare e parlare, cioè conversare. Perché il
nostro obiettivo principale non sono gli eventi di massa – anche se non li
escludiamo -, ma lo scambio di storie, conoscenze, sentimenti, valutazioni,
sfide, fallimenti e successi.
Ci siamo preparati alla caduta dell’aereo, motivo per cui abbiamo realizzato dei
paracadute con ricami colorati affinché invece di un “D-Day” in
Normandia (oh, oh, questo significa che lo sbarco aereo sarebbe in
Francia?… eh?… a Parigi?!), sia un “Z-Day” per l’Europa del basso, e
sembrerà allora che dal cielo piovano fiori come se Ixchel, dea madre, dea
arcobaleno, ci accompagni e, con la sua mano e con il suo volo, apra un secondo
fronte all’invasione. E più sicuro perché ora, grazie alla Galizia del basso,
lo Squadrone 421 è riuscito a installare una testa di ponte nelle terre di
Breogán.
In breve, ci prepariamo sempre a fallire… e a morire. Ecco perché
la vita, per lo zapatismo, è una sorpresa che va celebrata tutti i giorni, a
tutte le ore. E cosa altro c’è di meglio se non con balli, musica, arti.
-*-
Le Abejas de Acteal, organizzazione
nonviolenta anticapitalista chiedono alla delegazione zapatista arrivata in
Europa di condividere la denuncia sulla deportazione degli tsotsiles a
Chenalhó, Chiapas. Foto tratta dall’articolo di Desinformemonos
In tutti questi anni abbiamo imparato molte cose. Forse la cosa più
importante è rendersi conto di quanto siamo piccoli. E non intendo altezza
e peso, ma la dimensione del nostro impegno. I contatti con persone,
gruppi, collettivi, movimenti e organizzazioni di diverse parti del pianeta ci
hanno mostrato un mondo diverso, molteplice e complesso. Ciò ha rafforzato la
nostra convinzione che ogni proposta di egemonia e di omogeneità non solo è
impossibile, ma è soprattutto criminale.
Perché i tentativi – non di rado nascosti dietro nazionalismi di cartapesta
nelle vetrine dei centri commerciali della politica elettorale – di imporre
modi e sguardi sono criminali perché cercano di sterminare differenze di ogni
genere.
L’altro è il nemico: differenza di genere, razza, identità sessuale o
asessuale, lingua, colore della pelle, cultura, credo o miscredenza, concezione
del mondo, fisico, stereotipo di bellezza, storia. Contando tutti i mondi che
ci sono nel mondo, ci sono praticamente tanti nemici, reali o potenziali,
quanti sono gli esseri umani.
E potremmo dire che quasi ogni dichiarazione di identità è una
dichiarazione di guerra contro il diverso. Ho detto “quasi” e, in quanto
zapatisti, ci aggrappiamo a questo “quasi”.
-*-
Secondo le nostre modalità, i nostri calendari e la nostra geografia, siamo
giunti alla conclusione che l’incubo può sempre peggiorare. La pandemia di
“Coronavirus” non è l’apocalisse. È solo il suo preludio. Se i media e
i social volevano rassicurarci, prima, “informando”
sull’estinzione di un ghiacciaio, un terremoto, uno tsunami, una guerra in
qualche parte lontana del pianeta, l’omicidio di un altro indigeno da parte dei
paramilitari, una nuova aggressione contro la Palestina o il popolo mapuche, la
brutalità del governo in Colombia e Nicaragua, le immagini dei campi di
detenzione per migranti che vengono da un altro luogo, da un altro continente,
da un altro mondo, convincendoci così che questo “succede da un’altra
parte”, in poche settimane, la pandemia ha dimostrato che il mondo può
essere solo una piccola parrocchia egoista, sciocca e vulnerabile. I diversi
governi nazionali sono le cosche che vogliono controllare, con la violenza “legale”,
una strada o un quartiere, ma il “capo” che controlla tutto è il capitale.
Ad ogni modo, si sta preparando il peggio. Ma questo lo sapevi già,
vero?E se no, allora è ora che tu lo sappia. Perché, oltre
a cercare di convincerti che sofferenze e disgrazie saranno sempre estranee (fino
a quando non smettono di essere tali e si siedono alla tua tavola, turbandoti
il sonno e lasciandoti senza lacrime), ti dicono che il modo migliore
per affrontare queste minacce è individualmente.
Questo male si evita allontanandosi da esso, costruendo il tuo mondo a
tenuta stagna e rendendolo sempre più angusto fino a che c’è spazio solo per
“io, mio, me, con me”. E per questo, ti offrono “nemici” a modo, sempre con un fianco debole e
che è possibile sconfiggere acquistando, ascolta bene, questo prodotto
che, guarda che coincidenza, per questa unica occasione in offerta e puoi
acquistarlo e riceverlo sulla porta del tuo bunker in poche ore, giorni … o
settimane, perché la macchina ha scoperto, oh sorpresa, che il reddito
dipende anche dalla circolazione della merce e che, se questo processo si ferma
o rallenta, la bestia soffre… cosicché è business anche la sua distribuzione e
ripartizione.
Ma, in quanto zapatisti, abbiamo studiato e analizzato. E vogliamo
confrontare le conclusioni a cui siamo giunti con scienziati, artisti, filosofi
e analisti critici di tutto il mondo.
Ma non solo, anche e soprattutto con coloro che, nelle loro lotte
quotidiane, hanno subito e avvertito le disgrazie a venire. Perché, per
quanto riguarda il sociale, teniamo in grande considerazione l’analisi e la
valutazione di chi rischia la pelle nella lotta contro la macchina, e siamo
scettici nei confronti di chi, dal punto di vista esterno, opina, valuta,
consiglia, giudica e condanna o assolve.
Ma, attenzione, riteniamo che questo sguardo critico “outsider” sia
necessario e vitale, perché ci permette di vedere cose che non si vedono nel
vivo della lotta e, attenzione, contribuisce alla conoscenza della genealogia
della bestia, delle sue trasformazioni e del suo funzionamento.
In ogni caso, vogliamo parlare e, soprattutto, ascoltare chi si mette in
mezzo. E non ci interessa il suo colore, taglia, razza, sesso, religione,
militanza politica o percorso ideologico, se questo coincide con il ritratto
fedele della macchina assassina.
E se, quando parliamo del criminale, qualcuno lo identifica con il fato, la
sfortuna, “l’ordine naturale delle cose”, il castigo divino, la pigrizia o
l’incuria, lì non ci interessa ascoltare o parlare. Per queste spiegazioni basta
guardare le soap opera e andare sui social in
cerca di conferme.
Cioè, crediamo di aver stabilito chi è il criminale, il suo modus operandi
e il crimine stesso. Queste 3 caratteristiche si sintetizzano in un sistema,
cioè in un modo di rapportarsi all’umanità e alla natura: il capitalismo.
Sappiamo che è un crimine in corso e che il suo perseguimento sarà
disastroso per il mondo intero. Ma non è questa la conclusione che ci interessa
corroborare, no.
foto tratta dalla pagina facebook di
Radio Pozol
-*-
Perché sembra che, anche studiando e analizzando, abbiamo scoperto qualcosa
che può o no essere importante. Dipende.
Supponendo che questo pianeta sarà annientato, almeno per come lo
percepiamo adesso, abbiamo studiato le possibili opzioni.
Cioè, la nave affonda e lassù dicono che non succede nulla, che è
qualcosa di passeggero. Sì, come quando la petroliera Prestige naufragò
al largo delle coste europee (2002) – la Galizia fu la prima testimone e
vittima – e le autorità imprenditoriali e governative dissero che erano state
sversate solo poche gocce di carburante. Il disastro non è stato pagato né dal
Boss, né dai suoi sgherri e caporali. L’hanno pagato, e continuano a pagare,
gli abitanti che vivono di pesca su quelle coste. Loro e i loro discendenti.
E per “Nave” intendiamo il pianeta omogeneizzato da un sistema: il
capitalismo. Certo, potranno dire che “questa non è la nostra nave”, ma il
naufragio in corso non è solo di un sistema, ma del mondo intero, completo,
totale, anche l’angolo più remoto e isolato, e non solo dei suoi centri di
Potere.
-*-
Capiamo che qualcuno pensi, e agisca di conseguenza, che è ancora possibile
rattoppare, rammendare, dipingere un po’ qua e là, rimodellare l’imbarcazione.
Tenerla a galla anche vendendo la fantasia che siano possibili megaprogetti che
non solo non annientano intere popolazioni, ma anche che non colpiscano la
natura.
Che ci sono persone che pensano che basti essere molto determinate e darci
dentro con il maquillage (almeno fino a quando non passano le
elezioni). E che credono che la migliore risposta al reclamo di “Mai più”
– che si ripete in tutti gli angoli del pianeta -, siano promesse e denaro,
programmi politici e denaro, buone intenzioni e denaro, bandiere e denaro,
fanatismo e denaro. Che credano davvero che i problemi del mondo si riducano
alla mancanza di denaro.
E il denaro ha bisogno di strade, grandi progetti di civilizzazione, hotel,
centri commerciali, fabbriche, banche, manodopera, consumatori, … polizie ed
eserciti.
Le cosiddette “comunità rurali” sono classificate come “poco sviluppate” o
“arretrate” perché la circolazione del denaro, cioè delle merci, è inesistente
o molto limitata. Non importa che, ad esempio, il loro tasso di femminicidi e
violenze di genere sia inferiore rispetto a quello delle città. I successi dei
governi si misurano dal numero di aree distrutte e ripopolate da produttori e
consumatori di merci, grazie alla ricostruzione di quel territorio. Dove prima c’era un
campo di grano, una sorgente, un bosco, ora ci sono alberghi, centri
commerciali, fabbriche, centrali termoelettriche, … violenza di genere,
persecuzione della differenza, narcotraffico, infanticidi, tratta di esseri
umani, sfruttamento, razzismo, discriminazione. In breve:
c-i-v-i-l-i-z-z-a-z-i-o-n-e.
L’idea è che la popolazione contadina diventi una dipendente di questa
“urbanizzazione”. Continuerà a vivere, lavorare e consumare nella sua località,
ma il proprietario di tutto ciò che la circonda è un conglomerato
industriale-commerciale-finanziario-militare la cui sede è nel cyberspazio e
per il quale quel territorio conquistato è solo un puntino sulla mappa, una
percentuale di profitto, una merce. E il vero risultato sarà che la
popolazione originaria dovrà migrare, perché il capitale arriverà con propri
dipendenti “qualificati”. La popolazione originaria dovrà irrigare giardini e
pulire parcheggi, locali e piscine dove prima c’erano campi, boschi, coste,
lagune, fiumi e sorgenti.
Ciò che si nasconde è che, dietro le espansioni (“guerre di conquista”)
degli Stati – siano esse interne (“incorporando più popolazione alla
modernità”), sia esterne con alibi diversi (come quello del governo israeliano
nella sua guerra contro la Palestina) – c’è una logica comune: la conquista di
un territorio da parte della merce, cioè del denaro, cioè del capitale.
Ma capiamo che queste persone, per diventare il cassiere che amministra i
pagamenti e i ricavi che danno vita alla macchina, formano partiti politici
elettorali, fronti – ampi o ristretti – per disputare l’accesso al governo,
alleanze e rotture “strategiche”, e tutte le sfumature in cui sono impegnati
lavoro e vite che, dietro piccoli successi, nascondono grandi fallimenti. Una
piccola legge lì, un interlocuzione ufficiale qui, una nota giornalistica lì,
un tuit qua e là, un like là, tuttavia, per
fare un esempio di un crimine globale in corso, i femminicidi sono in aumento.
Nel frattempo la sinistra sale e scende, la destra sale e scende, il centro
sale e scende. Come cantava l’indimenticabile malagueña Marisol, “la
vita è una lotteria“: tutti (di sopra) vincono, tutti (di sotto) perdono.
Ma la “civilizzazione” è solo un fragile alibi per la distruzione
brutale. Il veleno si diffonde (non più dalla Prestige –
o non solo da quella nave -) e l’intero sistema sembra voler avvelenare
ogni angolo del pianeta, perché distruzione e morte sono più redditizie che
fermare la macchina.
Siamo sicuri che potrai aggiungere molti altri esempi. Indicatori di un
incubo irrazionale, tuttavia, attivo.
A Valencia il 5 luglio
-*-
Quindi, per diversi decenni ci siamo concentrati sulla ricerca di
alternative. La costruzione di zattere, cayucos, lance e
anche imbarcazioni più grandi (la 6a come improbabile arca), ha un orizzonte
ben definito. Da qualche parte si dovrà sbarcare.
Abbiamo letto e riletto. Abbiamo studiato e continuiamo a farlo. Abbiamo
fatto analisi prima e ora. Abbiamo aperto il nostro cuore e il nostro sguardo
non alle ideologie attuali o passate di moda, ma alle scienze, alle arti e alle
nostre storie di popoli originari. Con queste conoscenze e strumenti, abbiamo
scoperto che esiste, in questo sistema solare, un pianeta che potrebbe essere
abitabile: il terzo del sistema solare e che, fino ad ora, compare nei libri
scolastici e scientifici con il nome di “La Terra”. Per ulteriori
riferimenti, si trova tra Venere e Marte. Cioè, secondo certe culture, sta tra
l’amore e la guerra.
Il problema è che questo pianeta è ormai un cumulo di macerie, veri incubi
e orrori tangibili. Poco è rimasto in piedi. Anche la cortina che nasconde la
catastrofe è strappata. Allora, come posso dirtelo? Il problema non è
conquistare quel mondo e godere dei piaceri dei vincitori. È più complicato e
richiede, sì, uno sforzo mondiale: bisogna rifarlo.
-*-
Ora, secondo le grandi produzioni cinematografiche hollywoodiane,
l’uscita dalla catastrofe mondiale (sempre qualcosa di esterno –
alieni, meteore, pandemie inspiegabili, zombie simili a candidati a qualche
carica pubblica -) è il prodotto dell’unione di tutti i governi del
mondo (guidati dai gringos)… o, peggio, dal
governo degli Stati Uniti sintetizzato in un individuo, o individua(perché
la macchina ha imparato che la farsa deve essere includente), che può
avere le caratteristiche razziali e di genere politicamente corrette , ma che
sul petto porta il marchio dell’Idra.
Ma, lungi da queste finzioni, la realtà ci mostra che tutto è
business: il sistema produce la distruzione e ti vende i biglietti per fuggire
da esso… nello spazio. E sicuramente, negli uffici delle grandi
corporazioni, ci sono brillanti progetti di colonizzazione interstellare… con
proprietà privata dei mezzi di produzione inclusa. In altre parole, il sistema
viene traslato, nella sua interezza, su un altro pianeta. “All included”
si riferisce a chi lavora, a chi vive sopra coloro che lavorano e al suo
rapporto di sfruttamento.
-*-
A volte non si limitano a guardare allo spazio. Il capitalismo “verde” si
batte per le aree “protette” del pianeta. Bolle ecologiche dove la bestia può
rifugiarsi mentre il pianeta guarisce dai morsi (il che richiederebbe solo
pochi milioni di anni).
Quando la macchina parla di “un nuovo mondo” o “di umanizzazione del
pianeta”, pensa ai territori da conquistare, spopolare e distruggere, per poi
ripopolare e ricostruire con la stessa logica che ora tiene il mondo di fronte
al baratro, sempre pronta a fare il passo avanti che richiese il progresso.
Potresti pensare che non sia possibile che qualcuno sia così imbecille da
distruggere la casa in cui vive. “La rana non beve tutta l’acqua
della pozza in cui vive“, dice un proverbio del popolo originario
Sioux. Ma se intendi applicare la logica razionale al funzionamento
della macchina, non capirai (beh, nemmeno la macchina). Le
valutazioni morali ed etiche non servono a niente. La logica della bestia è il
profitto. Certo, ora ti chiederai come sia possibile che una macchina
irrazionale, immorale e stupida governi i destini di un intero pianeta. Ah,
(sospiro), è nella sua genealogia, nella sua stessa essenza.
Ma, tralasciando l’impossibile esercizio di dotare di razionalità l’irrazionale,
arriverai alla conclusione che è necessario distruggere questa mostruosità che
non è diabolica. Purtroppo è umana.
E, naturalmente, tu studi, leggi, confronti, analizzi e scopri che ci sono
ottime proposte per uscirne. Da quelle che propongono trucco e parrucco, a
quelle che consigliano lezioni di morale e logica per la bestia, passando per
nuovi o vecchi sistemi.
Sì, ti capiamo, la vita fa schifo ed è sempre possibile rifugiarsi in quel
cinismo così sopravvalutato sui social network. Diceva il compianto
SupMarcos: “la cosa brutta non è che la vita fa schifo, ma che ti
costringano a mangiarla e si aspettano pure che tu l’apprezzi“.
Ma supponi di no, che tu sappia che, in effetti, la vita fa schifo, ma la
tua reazione non sia quella di chiuderti in te stesso (o nel tuo “mondo”, che
dipende dal numero dei tuoi “follower” sui social network di
adesso e a venire). E poi decidi di abbracciare, con fede, speranza e carità,
alcune delle opzioni che ti vengono presentate. E scegli la migliore, la più
grande, la più famosa, quella vincente… o quella che ti è vicina.
Grandi progetti di nuovi e vecchi sistemi politici. Ritardi impossibili
dell’orologio della storia. Nazionalismi sciovinisti. Futuri condivisi in forza
di tale opzione che prende il Potere e ci rimane fino a quando tutto non sarà
risolto. Il tuo rubinetto perde? Vota per tizio. Schiamazzi nel quartiere? Vota
per caio. Il costo dei trasporti, del cibo, delle medicine, dell’energia, delle
scuole, dell’abbigliamento, dell’intrattenimento, della cultura è aumentato?
Hai paura dell’immigrazione? Ti senti a disagio con persone dalla pelle scura,
credi diversi, lingue incomprensibili, stature e carnagioni diverse? Vota per…
C’è anche chi non si discosta dall’obiettivo, ma dal metodo. E poi ripete
da sopra ciò che criticava da sotto. Con disgustosi contorsionismi e
argomentando strategie geopolitiche, si appoggia a chi si ripete nel crimine e
nella stupidità. Si chiede che i popoli sopportino le oppressioni a beneficio
della “correlazione internazionale di forze e l’ascesa della sinistra
nell’area”. Ma il Nicaragua non è Ortega-Murillo e la bestia non ci metterà
molto a capirlo.
In tutte queste grandi offerte di soluzioni nel mortale supermercato del
sistema, molte volte non si dice che si tratta della brutale imposizione di
un’egemonia, e di un decreto di persecuzione e morte a ciò che non è omogeneo
al vincitore.
I governi governano per i loro seguaci, mai per quelli che non lo sono. Le
star dei social network alimentano i loro seguaci, anche a
costo di sacrificare l’intelligenza e la vergogna. E il “politicamente
corretto” ingoia rospi, dopo aver divorato chi consiglia la rassegnazione “per
non beneficiare il nemico principale”.
-*-
Lo zapatismo è la grande risposta, un’altra, ai problemi del mondo?
No. Lo zapatismo è tante domande. E la più piccola può essere la più
inquietante: E tu, che fai?
Di fronte alla catastrofe capitalista, lo zapatismo propone un
vecchio-nuovo sistema sociale idilliaco e con esso ripete le imposizioni di
egemonie ed omogeneità ora “buone”?
No. Il nostro pensiero è piccolo come noi: sono gli sforzi di ciascuno,
nella sua geografia, secondo il suo calendario e i suoi modi, che
consentiranno, forse, di liquidare il criminale e, contemporaneamente, rifare
tutto. E tutto vuol dire tutto.
Ognuno, secondo il proprio calendario, la propria geografia, la propria
strada, dovrà costruire il proprio percorso. E, come noi popoli zapatisti,
inciamperà e si rialzerà, e ciò che costruirà avrà il nome che avrà voglia di
avere. Sarà solo diverso e migliore di ciò che abbiamo subito prima, e di ciò
che patiamo attualmente, se riconosce l’altro e lo rispetta, se rinuncia a
imporre il suo pensiero sul diverso e se finalmente si rende conto che ci sono
molti mondi e che la loro ricchezza nasce e risplende nella loro differenza.
È possibile? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che, per scoprirlo, si deve
lottare per la Vita.
-*-
Allora, cosa veniamo a fare in questo Viaggio per la Vita se non aspiriamo
a dettare strade, rotte, destinazioni? Cosa, se non cerchiamo adesioni,
voti, likes? Cosa, se non andiamo a giudicare e condannare o
assolvere? Cosa, se non invitiamo al fanatismo per un nuovo-vecchio credo?
Cosa, se non vogliamo passare alla Storia e occupare una nicchia nel pantheon
ammuffito dello spettro politico?
Ebbene, ad essere onesti in quanto zapatisti: non solo verremo a
confrontare le nostre analisi e conclusioni con l’altro che lotta e pensa
criticamente.
Veniamo a ringraziare l’altro per la sua esistenza. Ringraziare per gli
insegnamenti che ci hanno dato la sua ribellione e resistenza. Veniamo a
consegnare il fiore promesso. Abbracciare l’altro e gli diremo all’orecchio che
non è solo, sola, soloa. Veniamo a sussurrargli/le che valgono la
pena la resistenza, la lotta, il dolore per chi non c’è più, la rabbia per il
criminale impunito, il sogno di un mondo non perfetto, ma migliore: un mondo
senza paura.
E anche, e soprattutto, veniamo a cercare complicità… per la vita.
Per guardare la diretta completa dello sbarco della delegazione zapatista,
trasmessa da Desinformémonos, e per tutte le notizie
sulla gira zapatista per la vita in Europa e in Italia: Lapaz, la pagina facebook dell’Assemblea
nazionale italiana di coordinamento per il viaggio europeo di Zapatisti e
Zapatiste.