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lunedì 28 febbraio 2022

Non siete stati ancora sconfitti - Alaa Abdel Fattah

 

Non siete stati ancora sconfitti è la prima traduzione in italiano degli scritti di Alaa Abdel Fattah. È pubblicato da hopefulmonster editore, nella collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi, e tradotto da Monica Ruocco.

 

“Noi dobbiamo impedire per vent’anni a questo cervello di funzionare!” disse qualcuno di Antonio Gramsci, buttando la chiave della cella.

Ad Alaa Abdel Fattah, ammiratore e studioso di Gramsci va ancora peggio. Mentre Gramsci aveva potuto scrivere in galera i Quaderni dal carcere, ad Alaa vengono negate carta e penna.

Chi legge gli scritti di Alaa Abdel Fattah soffrirà, nel leggere che terribile sorte capita a una persona lucida, pacifica, pericolosa perché libera.

Dalla “rivoluzione” di Piazza Tahrir Alaa Abdel Fattah, e anche prima, è stato un attento osservatore e protagonista della “rivoluzione”, sino ad oggi, cercando di ragionare, pensare, ipotizzare un futuro, in un presente sempre più difficile.

In questi anni è morto il padre, è nato un figlio, ma lui era sempre in prigione.

Leggendo alcune parti del libro ti viene quasi da piangere, non è un romanzo, è la vita vera in un paese governato da una dittatura schifosa, sostenuta dal governo italiano, e questo fa arrabbiare.

L’Egitto delle torture, delle decine di migliaia di prigionieri politici, di un sistema giudiziario che supera, in peggio, quello fascista, l’Egitto di Giulio Regeni è un regime schifoso sostenuto dal governo italiano.

Se pure esistesse un governo guidato da Alaa Abdel Fattah (o dai suoi compagni e compagne) l’Italia sarebbe contraria, le esportazioni di armi dall’Italia verso l’Egitto crollerebbero, con tutto l’indotto di corruzione (scusate, si chiamano commissioni e consulenze).

 

 

 

  

...Il libro più potente del 2021 è quello che raccoglie gli scritti dal carcere di uno dei più importanti attivisti politici egiziani, Alaa Abd El-Fattah. Il libro, You Have Not Yet Been Defeated-Non siete ancora stati sconfitti (Fritzcarraldo Editions, traduzione italiana edita da Hopefulmonster) raccoglie dieci anni di pensiero di Alaa Abd El-Fattah, pagine scritte per lo più dalle carceri egiziane dove l’autore ha trascorso la maggior parte dell’ultimo decennio. Il libro di Alaa segue un decenni di sviluppi politici, sociali e tecnologici sorti dopo l’esperienza della Primavera araba egiziana, la sua sconfitta e i diversi colpi di coda autoritari che si sono susseguiti dopo le proteste iniziate in Piazza Tahrir il 25 gennaio 2011. L’introduzione all’edizione in lingua inglese è di Naomi Klein.

A dieci anni da quegli eventi il libro è un documento potente e doloroso che si muove in almeno due dimensioni: una prima privata, in cui Alaa scrive della sua prigionia e delle ripercussioni che il carcere ha avuto sulla sua vita privata e sul attivismo; e una seconda, più pubblica, in cui le riflessioni dell’autore toccano il significato della rivoluzione, e il suo impatto sullo zeitgeist politico internazionale e sulla tecnologia come suo specchio. Tutte le pagine sono intrise di una scrittura umana, densa e lirica che rende impossibile scindere la sfera privata da quella pubblica, così tanto intrecciate nel vissuto e nella prigionia di Alaa che qui emerge in una raccolta di interviste, post di blog, aggiornamenti sui social media e deposizioni ufficiali alle autorità. I testi, che in diversi casi sono stati fatti trapelare di nascosto dal carcere, sono stati tradotti dall’arabo in inglese da un collettivo.

Alaa Abd El-Fattah è stato uno dei volti più noti e una delle voci più forti della rivoluzione egiziana del 2011 ed è oggi uno dei prigionieri politici più duramente colpiti dalla repressione di tutti i governi che si sono susseguiti in Egitto a partire dal 2006. Attivista, sviluppatore e blogger classe 1981, Alaa è stato arrestato una prima volta nel 2006, poi nel 2011 dopo Tahrir, ancora una volta nel 2013, di nuovo nel 2015 e un’ultima volta nel 2019, sei mesi dopo la precedente scarcerazione. Pochi giorni fa, dopo aver già passato due anni in detenzione preventiva, Alaa è stato condannato a 5 anni di reclusione, dopo un processo iniziato lo scorso ottobre. Complessivamente, Alaa è stato incarcerato dai governi di Hosni Mubarak, Mohamed Morsi, e Abdel Fattah el-Sisi, senza distinzioni. Anche quando fuori dal carcere, Alaa ha comunque visto la sua libertà fortemente limitata, dovendo, ad esempio, sottostare a un obbligo di permanenza in una caserma della polizia per 12 ore al giorno: all’oggi, Alaa si trova ancora (e dal 2019) in un carcere di massima sicurezza e lo scorso settembre ha denunciato al suo avvocato le durissime condizioni della sua detenzione, confessando anche di aver meditato il suicidio. Amnesty International ha definito la sua detenzione “inumana” e ha chiesto più volte l'immediata scarcerazione di Alaa. Secondo una recente stima di Human Rights Watch, sarebbero oltre 60mila i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri egiziane del regime di al-Sisi…

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Egitto, la morte del diritto – Enrico Campofreda

 

E’ la morte del diritto a spingere la rete cairota d’informazione sui diritti umani (Arabic Network Human Rights Information) a interrompere la propria attività. L’annuncia lo stesso gruppo che in questi anni oscuri di omicidi, sparizioni, detenzioni, torture, persecuzioni compiuti dal regime contro cittadini egiziani, ha tenuto accese luce e speranze assistendo chi ne aveva bisogno. Finendo direttamente tormentato e stritolato fra mukhabarat e magistrati compiacenti al presidente al Sisi e al suo piano di feroce repressione che incrimina gli stessi avvocati degli imputati e quelli della citata associazione. Anhri ribadisce d’aver fatto di tutto, proseguendo strenui tentativi di difesa di spazi di libertà ossessivamente violati dal governo non solo verso attivisti e giornalisti, ma nei confronti d’ogni persona che proponga una libera espressione, pur slegata da partiti politici. Altre Ong che s’occupano della questione dei diritti subiscono molestie, però i membri di Anhri sono stati oggetto di furti, attacchi fisici, convocazioni poliziesche illegali, arresti, torture. La cessazione dell’attività, dopo diciotto anni d’instancabili battaglie civili e legali, inseguendo gli spazi che la legislazione della nazione consentiva, è sicuramente uno stop inaccettabile per i sentimenti di democrazia e libertà che l’organismo persegue e difende. Deve, comunque, far riflettere quel mondo libero che osserva e si rapporta all’Egitto sulla caduta agli inferi di questa nazione. “Oggi abbiamo sospeso il nostro impegno istituzionale, ma continueremo a essere avvocati coscienti e come individui indipendenti, difensori dei diritti umani lavoreremo a fianco con altre organizzazioni che curano i diritti umani” ha dichiarato il direttore Gamal Eid.  Ecco un sunto della “cura Sisi” rivolta al network dal 2013: confisca del quartier generale di Anhri che non ha più potuto recuperare forniture e documenti; nel 2015 sequestro della pubblicazione Wasla; nel 2016 divieto di spostamenti al fondatore e direttore dell’organismo più congelamento dei fondi di Anhri e chiusura delle sue biblioteche pubbliche; ancora nel 2016 diffamazione del direttore, di sua moglie e della figlia minore; nel 2017 blocco del sito web Katib; convocazione di due avvocati del gruppo da parte della National Security; nel 2018 arresto e torture a un funzionario Anhri; nel 2019 furti e attacco fisico a Eid; ancora nel 2019 arresto dell’avvocato del gruppo Amr Imam, con una progressione repressiva nell’ultimo biennio volta a imprigionare tutti i legali della struttura così da bloccare qualsiasi iniziativa giuridica.

da qui

 

 

La scrittura censurata delle prigioni - Paola Caridi

 

Nell’era evanescente del digitale, è ancora la parola su carta a far paura alle dittature. Come succede alle parole di @alaa, il prigioniero di coscienza più noto in Egitto

 

Per la scrittura dal carcere nella sua dimensione globale, Antonio Gramsci rappresenta un esempio alto, altissimo. Un vero e proprio modello filosofico, di pensiero, letterario. Ci se ne accorge appena si esce dai confini del Belpaese, quando Gramsci non è solo un nome citato più e più volte, ma soprattutto un corpus conosciuto, studiato, citato a ragione. La scrittura dal carcere non si è, ahimè, estinta con le lettere e i quaderni dal carcere di Gramsci. Tutt’altro. Le parole tentano ancora di uscire dalle celle, nonostante i sistemi carcerari di dittature e autocrazie tentino di soffocare anche la minima idea di comporre il pensiero su un pezzo di carta. Nell’era del digitale, della parola che viaggia su piattaforme da noi considerate evanescenti, inconsistenti, un pezzo di carta e una penna divengono tra i desideri più ambiti, dopo la libertà dalla costrizione e dalla tortura. 

Silenzio dalle prigioni. Nessuna parola deve alzarsi in volo e superare le alte mura delle carceri. Anche se dentro – dentro le celle, nelle stanze degli interrogatori e delle torture, nelle limitate ore d’aria e lungo i bracci dei reparti – le voci si levano alte. Spesso sono grida, oppure pensieri ossessivi che rimangono nella testa dei prigionieri chiusi nelle celle d’isolamento.

Basta che non si scriva e non si legga. Nessuna parola nero su bianco. Nell’era evanescente del digitale, del consumo compulsivo di dati, è ancora la carta a far paura alle dittature. Alle autocrazie, ai regimi più o meno illiberali. Carta e penna sono vietate, o soggette a un estenuante negoziato. Eppure, carta e penna sono gli oggetti necessari per scrivere le lettere alle famiglie. Ai propri cari. Perché le visite nei parlatoi sono centellinate, se va bene. Proibite, nella maggior parte dei casi. Oppure carta e penna sono gli strumenti necessari per mettere giù i pensieri che affollano la mente, e riconquistare in questo modo il tempo che scorre. E poi c’è la carta dei libri, l’inchiostro delle riviste. Perché anche il semplice gesto di leggere e sfogliare pagine è considerato un pericolo.

Parliamo dell’Egitto di oggi. Di Iran e Turchia. Potremmo parlare dell’Egitto di ieri, della Nigeria degli anni Sessanta, della Polonia degli anni Ottanta. O dell’Italia del fascismo e del suo prigioniero più famoso, Antonio Gramsci.

Proprio Gramsci è divenuto, nel corso dei decenni, un simbolo, oltreconfine. Nelle università americane e britanniche. Nei circoli intellettuali di tutto il mondo, soprattutto di quello non occidentale. E anche tra gli arabi. Il Gramsci delle lettere e dei quaderni dal carcere non è solo molto tradotto e ancora di più letto, diviene una figura di riferimento per intere generazioni, in particolare quelle più recenti.

Com’è riferimento per Alaa Abd-el Fattah, il prigioniero più noto tra i circa sessantamila detenuti di coscienza che affollano fino all’inverosimile le carceri egiziane. Numeri, questi, forniti dalle associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, come Amnesty International. Alaa Abd-el Fattah, o @alaa, com’è conosciuto nella realtà virtuale, non è solo la figura iconica della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. È una delle menti politiche più lucide che è possibile trovare in tutta la regione araba, e che occorre leggere – soprattutto noi italiani – per comprendere cos’è veramente successo e cosa sta accadendo in Egitto in questi ultimi anni. Sette degli ultimi anni @alaa li ha passati nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. È ancora lì dentro, dopo gli ultimi due anni in detenzione cautelare, sino a che – alla scadenza dei termini – le autorità del tribunale d’emergenza (non un tribunale ordinario) hanno deciso di rinviarlo a giudizio per accuse che i suoi avvocati non possono ancora vedere per studiare il suo caso.  L’ennesimo, per un uomo che è stato limitato nella libertà da tutti coloro che si sono succeduti al potere al Cairo, a cominciare da Hosni Mubarak. E la sentenza, il 20 dicembre 2021, è arrivata, un oltraggio alla giustizia, al diritto e ai diritti. Cinque ulteriori anni di carcere per Alaa Abd-el Fattah, da cui non verranno scontati i due anni di carcere preventivo. E quattro anni agli altri due imputati di presunti reati, l’avvocato di @alaa, Mohammed Baker, arrestato in un palazzo di giustizia quando due anni fa era andato a difendere i diritti del suo assistito. E Mohammed Ibrahim, Oxygen come lo conosce il mondo del web, blogger tra i più noti, a cui viene vietato da anni di incontrare i suoi familiari e che ha già tentato il suicidio.

Gramsci, dunque. Lo stesso Gramsci a cui per parecchio tempo fu negata carta e penna “dato che – scriveva nel 1928 in una delle sue lettere contingentate – passo per essere un terribile individuo, capace di mettere il fuoco ai quattro angoli del paese o giú di lí”. @alaa lo cita poco meno di un secolo dopo, in una lettera del 2019, uno degli scritti contenuti in Non siete stati ancora sconfitti, da poco pubblicato da hopefulmonster editore in contemporanea con l’edizione in inglese di Fitzcarraldo, risultato di un sorprendente lavoro collettivo di collazione, selezione e traduzione delle sue parole, spesso chiuse nel carcere di Tora. Per l’edizione in italiano, è Monica Ruocco ad aver tradotto dall’arabo le parole di Alaa Abd-el Fattah. ARCI e Amnesty International sezione italiano hanno dato il loro sostegno per la pubblicazione di un testo che Wired.it, nella recensione di Philip Di Salvo, ha definito il “libro più potente” del 2021.

“Non riesco davvero a sforzare la mia immaginazione con sogni post-rilascio ma, sai, cerco di trovare una ragione per essere un minimo ottimista di fronte all’ondata di destra che sta sommergendo il pianeta, e i cui effetti prima o poi arriveranno anche qui”, scrive Alaa Abd-el Fattah. “Certo, mi sforzo di applicare la teoria di Gramsci riguardo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, ma qui c’è una tale negazione della volontà che devo fare esercizio di ottimismo della ragione prima di incasinare i miei compagni”.

Tutti i sistemi autoritari, del passato e dell’oggi, sono accomunati dall’incapacità di gestire il proprio rapporto con l’atto del pensare. L’esercizio del pensiero, del dubbio, della confutazione è per questi sistemi insopportabile: può essere come l’acqua che marcisce le deboli fondamenta dell’autocrazia, che solo sulla violenza e la repressione può mantenere – fin quando possibile – il proprio potere. L’esercizio del pensiero è  quella forza dei fragili che impone, alla tirannia, di togliere dalla vista della società, o meglio, di coloro che sono (ancora) liberi, i corpi dei dissidenti e rinchiuderli dentro le mura delle carceri perché restino invisibili.

…. il testo continua su invisiblearabs, il blog di Paola Caridi. Questa riflessione amplia l’articolo che Paola ha scritto per l’Espresso, sul numero in edicola il 27 dicembre 2021.

https://www.lettera22.it/la-scrittura-censurata-delle-prigioni/

 

 

Alaa Abdel Fattah è ancora in carcere, ma il suo pensiero è libero - Catherine Cornet

 

Esiste una ricchissima tradizione di “letteratura carceraria” egiziana. È addirittura uno dei generi letterari più praticati: pensatori islamisti o laici, socialisti o liberali che hanno subìto la politica repressiva dei vari regimi egiziani, in particolare da Gamal Abdel Nasser in poi, hanno scritto dietro le sbarre, testimoni di una società civile e di un mondo intellettuale che non si lascia facilmente sconfiggere.

Uno degli archetipi di questa società civile dal coraggio straordinario è la famiglia Abdel Fattah-Soueif. Il padre, Ahmed Seif al Islam, fu imprigionato due volte sotto il presidente Anwar al Sadat e altre due sotto Hosni Mubarak. Durante la prigionia fu torturato con scariche elettriche e gli furono rotte le braccia e le gambe. Nonostante questo, si laureò in legge nel carcere dove stava scontando una pena di cinque anni. Uscito di prigione, fondò l’Hicham Mubarak center e divenne uno dei più rispettati avvocati per i diritti umani in Egitto. La madre, Laila Soueif, è docente di fisica e attivista della prima ora. E poi c’è Alaa Abdel Fattah, il loro figlio, blogger, attivista e pensatore, uno dei protagonisti della rivoluzione egiziana del 2011, che ha trascorso sette degli ultimi otto anni in carcere insieme ad altri 60mila prigionieri politici egiziani.

Non siete stati ancora sconfitti è la prima traduzione in italiano degli scritti di Alaa Abdel Fattah. È pubblicato da hopefulmonster editore, nella collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi, e tradotto da Monica Ruocco.

Solidarietà internazionale
Dobbiamo la pubblicazione di questo libro al coraggio e alla resistenza di tre donne: Laila Soueif e le sue figlie Mona e Sanaa, le sorelle di Alaa. Sono tutte e tre attiviste per i diritti umani che hanno trascorso decine di ore fuori della temutissima prigione di Tora al Cairo in attesa di una lettera, di uno scritto di Abdel Fattah. Sono state aggredite davanti alla prigione mentre le forze dell’ordine lasciavano fare. Sanaa, che ha 26 anni, è stata arrestata mentre era andata a denunciare il pestaggio alla polizia. Il 17 marzo è stata condannata a un anno e mezzo di carcere con accuse del tutto false 
secondo Amnesty international. Dal 2014 era già stata condannata al carcere in relazione a due altri casi, come ricorda questo video sul murale che le è stato dedicato dall’artista egiziano Ammar Abo Bakr a Roma.

Il libro esiste anche grazie alla bella solidarietà internazionale di un collettivo che circonda ancora i rivoluzionari di piazza Tahrir. I testi di Alaa Abdel Fatah sono stati pubblicati in inglese e in italiano contemporaneamente. La versione inglese ha un’introduzione della giornalista canadese Noemi Klein, quella italiana è presentata da Paola Caridi, giornalista esperta di Medio Oriente, mentre delle utilissime note ripercorrono il contesto politico degli scritti.

Il formato cartaceo potrebbe sembrare paradossale per un autore che è un programmatore di formazione ed è giustamente considerato come il padre dei blogger egiziani, avendo inventato, insieme alla moglie Manal Hassan, gli aggregatori di blog Manalaa e Omraneya, che intorno al 2005 spalancarono una nuova porta per la libertà di espressione in Egitto, sei anni prima della rivoluzione di piazza Tahrir.

Alaa Abdel Fattah è un intellettuale e attivista contemporaneo che si esprime con grande chiarezza su vari supporti e il libro abbraccia questa comunicazione molteplice. Ci sono gli articoli del periodo rivoluzionario, quando i suoi scritti erano pubblicati da diversi giornali contemporaneamente: l’articolo pubblicato da Al Shorouq il 10 luglio 2011, che apre la raccolta, è dedicato allo studio della costituzione sudafricana. L’entusiasmo e l’intensità democratica del pensiero di Abdel Fattah si evincono fin dalle prime pagine:

Ogni singolo problema importante, come la questione di avere un sistema presidenziale o uno parlamentare, richiede un’ampia discussione che può anche durare settimane. I dibattiti dovrebbero essere pubblici e dovrebbero esserci consultazioni per consentire ai cittadini, ai rappresentati della società civile, ai nostri movimenti politici e di protesta di partecipare alle discussioni.

Per rendere omaggio al suo attivismo durante il periodo tra il 2012 e il 2013, il collettivo di curatori ha selezionato invece i contributi pubblicati su Twitter e Facebook. In quel periodo Abdel Fattah è presente su tutti i fronti e, secondo il loro calcolo, se dal 2007 ha twittato oltre 290mila volte, “significa che se un libro contiene 300 pagine e ogni pagina contiene dieci tweet, equivale a circa cento libri composti soltanto di tweet”.

Ci sono anche interventi in contesti internazionali come il suo discorso di apertura della RightsCon, una conferenza sui diritti umani in epoca digitale tenuta nella Silicon Valley, in cui accusa pubblicamente le reti di telefonia private come Vodafone di essersi piegate all’autoritarismo durante la rivoluzione. Ma il suo pensiero politico va oltre e individua le ragioni strutturali della situazione, che hanno implicazioni globali:

Il mercato è altamente centralizzato, altamente monopolizzato, e ciò per assicurare privilegi a queste società. In cambio, le grandi società estendono i propri privilegi al governo, consentendogli di esercitare un maggiore controllo.

Il volume comprende inoltre estratti di interviste televisive, dialoghi con amici pubblicati dal giornale indipendente egiziano Mada Masr, collaborazioni letterarie con poeti tramite “grida da una cella all’altra”, lettere scritte su pezzi di carta in carcere e raccolte dalla madre e dalle sorelle. O ancora le sue famose dichiarazioni al magistrato: non avendo più neanche carta e penna in cella, l’intellettuale approfitta di questa occasione in cui gli viene data la parola per mischiare denunce puntuali del sistema giudiziario e riflessioni politiche...

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lunedì 26 luglio 2021

Le nuove voci palestinesi - Catherine Cornet

 

La lotta degli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme contro gli sgomberi forzati operati dalle forze israeliane ha creato un momentum: è tempo di ascoltare queste nuove voci palestinesi in cerca di unità e dignità, che parlano con un tono molto libero e rifiutano le affiliazioni politiche.

A Gaza, il bombardamento israeliano della torre residenziale Al Jalaa, che ospitava le redazioni dell’Associated Press e di Al Jazeera, preceduto due giorni prima dal bombardamento della torre Al Shorouq, che ospitava altri sette mezzi d’informazione locali e internazionali, ha portato a un totale di 23 sedi giornalistiche distrutte nel giro di una settimana dall’esercito israeliano, denuncia Reporters sans frontières.

Con meno di tre ore di elettricità al giorno e la maggior parte delle infrastrutture dei provider di internet distrutta, Gaza – e i suoi due milioni di abitanti – ha perso la voce, scrive l’attivista per i diritti umani Mustafa Ibrahim nella sua lettera da Gaza, pubblicata dal sito Daraj. Ibrahim descrive il suo terrore durante i bombardamenti, scusandosi per l’editing del suo testo mentre il suo computer si spegne per mancanza di elettricità.

Gli abitanti della Striscia, i gazawi, si sono così impossessati, per quanto possibile, dei social network per raccontare l’inferno che stanno vivendo tra i bombardamenti e la pandemia. I sopravvissuti raccontano gli ultimi minuti con i loro cari: un ragazzo voleva chiedere la sua fidanzata Shaima in matrimonio poche ore prima di perderla nel bombardamento; un padre di famiglia filma la stanza da letto mentre i bambini si svegliano per il rumore delle bombe.

Molti utilizzano i social network per consegnare le loro ultime parole, come riporta il sito +972 Magazine: un ragazzo di Gaza chiede perdono per le offese fatte, un altro dice di azzerare i conti dei suoi debitori. Altri fanno le liste dei morti con nomi e cognomi, nell’ultimo tentativo di umanizzare i defunti: si leggono i necrologi di medici, del più importante specialista di covid di Gaza e di almeno 48 bambini.

Ma se gli abitanti di Gaza provano nell’emergenza a rendere leggibile dall’esterno la loro esistenza, le parole sono usate anche per creare un “nuovo dizionario che racconti il trauma mentale ed emotivo che viviamo, la distruzione che ci circonda”, spiega Abier al Masri, ricercatrice di Human rights watch residente a Gaza. Questo nuovo vocabolario si sta facendo strada in una nuova narrativa di palestinesi che lottano per i loro diritti a Gerusalemme e in Cisgiordania.

La terribile guerra di Gaza non deve tuttavia nascondere il ruolo centrale che riveste Gerusalemme per questo nuovo movimento di protesta pacifico che cerca l’unità di tutti i palestinesi – palestinesi d’Israele, residenti dei territori occupati, rifugiati in Giordania o in Libano, nonché la diaspora sparsa per il mondo – dando luce a nuovi input intellettuali e politici, come testimoniano lo sciopero generale del 18 maggio in tutte le città della Cisgiordania e le grandi manifestazioni pacifiche a sostegno della Palestina nel mondo.

La chiave del futuro
Il contrattacco palestinese si rivela prima di tutto nella presenza di attivisti e intellettuali nelle tv statunitensi. Intervistati dalla Cnn e dalla Cbs rifiutano di piegarsi all’esercizio della “simmetria”, cioè alla condanna che equipara le due parti del conflitto. La loro strategia ricorda molto quella del movimento Black lives matter. Sulla Cnn, Mohamed al Kurd, un giovane poeta palestinese che appartiene a una delle quattro famiglie che resistono agli sgomberi forzati nel quartiere di Sheikh Jarrah, si è rifiutato di condannare le proteste di chi sostiene le famiglie palestinesi. 
Mohamed risponde chiedendo all’intervistatrice: “E lei condanna lo sgombero violento della mia famiglia da casa nostra?”. Silenzio imbarazzato della giornalista. La notte successiva all’intervista, Mohamed al Kurd è stato arrestato in casa dalle forze di sicurezza israeliane.

Questa nuova generazione tra diaspora e Cisgiordania parla benissimo l’inglese, padroneggia i codici culturali occidentali e sta tentando di cambiare la narrativa dei mezzi di comunicazione occidentali e soprattutto statunitensi, perché l’appoggio statunitense alla politica di Benjamin Netanyahu è la chiave del loro futuro. Pochissima attenzione, giustamente, dedicano alla silenziosa Europa.

È anche una nuova generazione di palestinesi che sa di dover combattere da sola, spiega il ricercatore Mouin Rabbani: abbandonati dalla comunità internazionale che rinnega, quando si tratta di Palestina, anche i princìpi basilari del diritto umanitario e internazionale, recentemente abbandonati anche dai paesi arabi che hanno accettato la normalizzazione del piano Trump, ora hanno conquistato una certa libertà di azione e di espressione.

Mariam Barghouti, ricercatrice palestinese, una delle voci più ascoltate di questa nuova generazione, spiega la forza di questo movimento anche con la consapevolezza di non avere più niente da perdere: “Questa generazione non vuole solo criticare la copertura mediatica, intende rovesciare decenni di negazioni: apartheid, colonialismo, occupazione, repressione militare. Non riusciamo più a respirare, e l’ultima cosa che ci è rimasta è che il mondo ci accetti per quel che siamo”.

Recuperare la narrativa storica
Questa nuova narrazione palestinese esiste da decenni, ma gli eventi di Sheikh Jarrah creano le condizioni per sentirla nella sua complessità.

Innanzitutto, ricorda il sito di approfondimento Raseef22, questo periodo corrisponde all’anniversario della nakba del 1948, quando 250mila palestinesi – la metà della popolazione della Palestina storica – furono sgomberati dalle loro case. Se il mondo ha dimenticato, il trauma è ancora molto presente nella psiche palestinese, e anche nel mondo digitale si stanno organizzando per ricordarlo, scrive Saeed Amouri: “I palestinesi che nel 1948 sono stati cancellati dalla carta geografica, ora si stanno organizzando per digitalizzare la loro storia e, in un certo modo, scriverla”. Dopo la nakba, lo stato israeliano ha costruito la sua storia sulla narrativa del sionismo, che unisce tutti gli ebrei israeliani, mentre “finora i palestinesi non erano ancora riusciti a produrre una storia unita del loro popolo. Questo sta cambiando”.

Diversi progetti storici ambiziosi come il Palestine digital activism aorum del 7amleh Center o ancora il sito Untold Palestine hanno cominciato a digitalizzare la memoria palestinese, per poterla raccontare, ma anche creare un legame tra “i palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania, Gaza e l’importante diaspora palestinese”. Salim Abu Zahir, direttore del progetto Palestinian museum digital archive presso il Palestinian museum, a Bir Zeit, ha digitalizzato quasi duecentomila documenti dal 2018, per “creare una nuova prospettiva che rafforzi un’identità nazionale inclusiva”.

Suicidio morale
Su un altro sito di approfondimento, Arabi 48, Gad Qadan, un dottorando palestinese all’università di Tel Aviv, spiega quanto sia importante riuscire a rovesciare la narrazione odierna sul conflitto, anche per gli stessi israeliani: “Quello che sta accadendo in Palestina oggi mostra quanto l’occupazione abbia un prezzo morale molto alto che non lascia indenne la società occupante. Questa mentalità patologica è evidente nelle strade e nei mezzi di comunicazione israeliani. La chiamerei ‘isteria di massa’, un movimento in cui un consistente gruppo di persone perde il contatto con la realtà e vive secondo la propria logica di illogicità totale”.

“I gruppi che non conoscono la loro storia si somigliano”, continua Qadan. “Se i gruppi dell’estrema destra israeliana avessero più cultura storica, si vergognerebbero della strana similitudine tra le loro azioni attuali e ciò che i loro antenati hanno affrontato nella Germania nazista durante la notte dei cristalli. La scena di cento ebrei che tentano il linciaggio di un arabo a Bat Yam solo perché arabo è orribile, e spiega come la costruzione del nemico sotto l’occupazione finisca per far dimenticare la sua umanità”.

L’uso dei social network non è sempre facile per i palestinesi. Molti account degli attivisti di Sheikh Jarrah sono stati chiusi mentre erano in diretta streaming. La presa di posizione di Bella Hadid – la modella statunitense di origine palestinese che ha postato sul suo account Instagram seguito da 42 milioni di persone le foto della sua partecipazione alla manifestazione per la Palestina – è stata accompagnata da molte critiche. È invece essenziale ricordare l’importanza dell’attivismo delle donne palestinesi e la creatività digitale dei giovani manifestanti, che hanno saputo replicare e distribuire su diverse piattaforme – con meme o video su TikTok – le proprie rivendicazioni.

Negli Stati Uniti, dalle tv nazionali ai think tank di Washington, dall’aula del congresso alle proteste di strada a Boston, Chicago, New York, Los Angeles, Washington e perfino Miami, Porto Rico, Cleveland e Oklahoma, “il dibattito sta cambiando”, spiega il sito americano Prospect. “Lontano dalle difese del ‘diritto di Israele a esistere’, dalle accuse di ‘terrorismo’ e ‘antisemitismo’ si fa strada un nuovo riconoscimento dei diritti dei palestinesi”.

da qui

martedì 3 dicembre 2019

Il regime egiziano prende di mira l’ultimo giornale indipendente - Catherine Cornet




Nei suoi video in cui accusa di corruzione il regime egiziano, l’attore e imprenditore Mohamed Ali insisteva molto sull’arricchimento personale della famiglia del presidente Abdel Fattah al Sisi, coinvolgendo in particolare Mahmoud, il figlio maggiore. Dopo le sue rivelazioni, l’Egitto ha vissuto nuove proteste nelle strade, che sono state attaccate dal regime con una violenza senza eguali: oltre 4.400 egiziani sono stati imprigionati in tre mesi, tra cui figure di intellettuali e attivisti come Alaa Abdel Fatah, Esra Abdel Fatah, Ramy Kamil e, all’alba di sabato 23 novembre, il giornalista Shadi Zalat del quotidiano online Mada Masr, arrestato a casa sua da quattro uomini in borghese.
Ogni volta che scatta un arresto, tutti – scrittori, politici, diplomatici che si occupano di Egitto – vanno a controllare sul sito di Mada Masr di cosa si tratta. Ma, questa volta, sono stati proprio i suoi giornalisti a finire nel mirino: dopo Shadi Zalat, il 24 novembre sono stati arrestati anche Lina Attalah, brillante capo redattrice, e i due redattori Mohamed Hamama e Rana Mamdouh. Una quindicina di uomini dei servizi, senza divisa, hanno fatto irruzione nella redazione mentre erano presenti anche alcuni giornalisti della tv France 24 venuti per realizzare alcune interviste a Lina Attalah.
Un giornalista francese ha raccontato in un’intervista l’arrivo dei militari, la confisca dei telefoni e dei computer e come siano riusciti, in extremis, a contattare l’ambasciata. Racconta anche della difficoltà di svolgere il proprio lavoro oggi in Egitto: i giornalisti stranieri devono chiedere il permesso con un mese in anticipo, indicando dove dovranno andare, con indirizzi e numeri civici, rendendo il lavoro di giornalista impossibile.
I giornalisti di Mada Masr sono stati liberati dopo qualche ora, ma l’azione ha provocato una condanna unanime della stampa di tutto il mondo, dal New York Times, al Washington Post, a Le Monde. La notorietà e l’autorevolezza del sito rappresentano quindi una protezione per i suoi giornalisti. Elemento fondamentale, visto che l’Egitto è al numero 163 nell’indice mondiale per la libertà di stampa del 2019 e viene considerato da Reporters sans frontières come “una delle più grandi prigioni di giornalisti al mondo”.
Tale ondata di solidarietà si spiega anche con il fatto che del ricco panorama del giornalismo egiziano, dopo la primavera del 2011 è davvero rimasto solo Mada Masr, creato nel 2013. Una squadra di persone speciali, con un coraggio e una serietà eccezionali. Il sito riesce a sopravvivere malgrado il fatto che sia stato oscurato, insieme ad altri 500 siti internet egiziani. Significa cioè che non è accessibile dall’Egitto – a meno di ricorrere a una Vpn (Virtual private network) per creare un collegamento anonimo e sicuro, ma danneggiando così le entrate pubblicitarie.
Gli altri giornali indipendenti nati dopo la rivoluzione sono spariti. Dall’arrivo al potere di Al Sisi, le aziende di comunicazione sono state comprate e pilotate dai servizi egiziani, come aveva rivelato Mada Masr in una sua inchiesta. L’imbavagliamento della stampa egiziana non ha paragoni nella storia del paese: oggi, il paese più popoloso del mondo arabo non ha più giornali, a parte quelli storici come Al Ahram, Al Masry Al Youm o Al Youm7, che di fatto sono diventati dei bollettini governativi. Come sottolinea The arab network for human rights information citato da Al Quds Al Arabi (che pubblica anche la lunga lista di tutti i giornalisti egiziani imprigionati) “i servizi di sicurezza stanno orchestrando un piano di oscuramento totale dei mezzi d’informazione in Egitto, la stampa professionale e indipendente è completamente scomparsa e 100 milioni di persone oggi vivono senza stampa, senza giornali o professionisti indipendenti”.

Faro del giornalismo investigativo
Ma Mada Masr non è solo l’unico sito indipendente rimasto nel paese, rappresenta anche un faro del giornalismo investigativo nel mondo arabo. Nel 2016 Internazionale aveva assegnato al suo giornalista Hossam Baghat il premio Anna Politkovskaja per un’inchiesta sul processo contro 26 militari accusati di aver organizzato un colpo di stato. Per quell’articolo Baghat era stato arrestato con l’accusa di aver diffuso notizie false e dannose per gli interessi nazionali. Aveva scritto nella sua lettera di ringraziamento per il premio, che non aveva potuto ritirare al festival di Internazionale a Ferrara perché le autorità egiziane gli impediscono di viaggiare all’estero: “Ero a piazza Tahrir nel gennaio del 2011 e ho visto che l’ingiustizia non può reggere l’urto di milioni di persone che urlano ‘pane, libertà, giustizia sociale’, a petto nudo davanti ai proiettili. Quando vedo le prigioni egiziane stracolme di migliaia di prigionieri politici e leggo di persone torturate e uccise senza processo e senza che i colpevoli siano stati individuati, quando vedo i miei amici e colleghi in carcere o in esilio penso a quel momento. Dedico il premio ad Anna Politkovskaja, a Giulio Regeni e a tutti gli eroi senza nome. Eroi, non vittime. Non abbandoneremo la nostra battaglia per la verità”.
Come ricordò anche Lina Attalah, venuta a ritirare il premio al suo posto, Mada Masr è l’unico giornale egiziano che ha lanciato un’inchiesta sul caso Giulio Regeni, con articoli fondamentali per chiunque cerca la verità sulla sua uccisione.
La ragione per cui il giornale ha subìto il raid di domenica è chiaramente legata alla pubblicazione di un articolo su Mahmoud al Sisi, il figlio maggiore del presidente. Nell’articolo, fonti vicine ai servizi sostengono che Mahmoud al Sisi fosse diventato una vergogna per la famiglia, considerato il suo pessimo lavoro all’interno dell’intelligence. Sarebbe così stato mandato in Russia per salvare quello che si poteva della popolarità del presidente. Una delle fonti vicine agli Emirati Arabi Uniti, fondamentali alleati del regime egiziano, spiega che “il presidente Al Sisi sa molto bene che vige oggi un altissimo grado di insoddisfazione all’interno delle istituzioni governative”. Di conseguenza, il regime impaurito sta cercando di capire fino a dove può arrivare impunemente. Come spiega Lina Attalah, “finché ci sarà silenzio intorno alla loro repressione, saranno sempre più incoraggiati a reprimerci”.

mercoledì 13 novembre 2019

L’islamofollia dell’estrema destra francese - Catherine Cornet




Verso le 15 del 28 ottobre 2019, a Bayonne, nel sudovest della Francia, un uomo ha attaccato la moschea della cittadina e ha sparato a due fedeli musulmani di 74 e 78 anni, ferendoli, per “vendicare l’incendio di Notre-Dame”. Claude Sinké, questo il nome dell’uomo, era stato nel 2015 il candidato dell’estrema destra del Front national (Fn) per il dipartimento delle Landes. Su Facebook alcune foto lo ritraggono insieme alla presidente dell’Fn, Marine Le Pen, durante la campagna elettorale; in alcuni commenti esprime la sua grande ammirazione per Éric Zemmour, polemista di estrema destra che da mesi contribuisce a far circolare la teoria secondo cui l’incendio della cattedrale di Parigi sia stato pianificato da musulmani.
Il 29 ottobre il senato francese ha approvato una proposta di legge che vieta alle donne velate di accompagnare i figli alle gite scolastiche.
L’attacco alla moschea s’inserisce in un mese di polemiche. L’11 ottobre un consigliere del Rassemblement national (nuovo nome del Front national) al consiglio regionale di Bourgogne-Franche-Comté, Julien Odoul, aveva aggredito verbalmente una donna che accompagnava la classe di suo figlio in visita alla sede della regione. Le immagini del bambino in braccio a sua madre e in lacrime per l’umiliazione subita sono diventate virali. Zemmour, nuovo portavoce della teoria della sostituzione etnica ormai cara anche all’estrema destra italiana, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, ha dichiarato sul canale CNews: “Ci sono popoli europei che sono in pericolo di vita con il fenomeno della grande sostituzione. Viviamo uno scontro di civiltà. E le nostre élite non ci proteggono”.

Isteria del velo
In meno di una settimana, spiega il quotidiano francese Libération, “sui canali d’informazione televisivi ci sono stati 85 dibattiti sul velo, 286 invitati e nessuna donna con il velo islamico”. Il dibattito sul velo in Francia dura da circa trent’anni, ma le principali interessate non sono quasi mai interpellate. Di nuovo invece ci sono la frequenza e la natura degli attacchi dell’estrema destra.
Cosa si dice in questi 85 dibattiti alla settimana? Sul canale Lci, il giornalista Olivier Galzi ha affermato che “il velo non è un simbolo religioso che vogliamo vietare. (…) È un segno politico e vietarlo è come vietare l’uniforme delle Ss, nient’altro”. Yves Thréard, vicedirettore del quotidiano Le Figaro, ha dichiarato in una trasmissione sullo stesso canale: “Odio la religione musulmana. Mi è successo di scendere da un autobus o da una nave perché c’era una donna velata”. Jean-Louis Masson, deputato della regione Moselle, ha commentato la proposta di legge al senato in questi termini: “Ci mancherebbe solo che queste streghe di Halloween (le donne velate) appaiano nelle gite scolastiche. Se non sono contente, che tornassero a casa loro”. In diretta su France 24, la scrittrice Caroline Valentin ha spiegato che portare il velo è come chiamare il proprio figlio Adolph nel 1946.
Il paragone tra l’islam e il nazismo – da parte dei maggiori esponenti dell’estrema destra – è diventato ricorrente. Accusare d’intolleranza l’oggetto stesso del discorso intollerante è una vecchia tecnica del partito di Le Pen, come spiega da anni la sociologa Nonna Meyer, autrice di Ces français qui votent Le Pen (Questi francesi che votano Le Pen) e del Dictionnaire de l’extrême droite (Dizionario dell’estrema destra).
“L’isteria del velo, questa malattia incurabile francese”, come titola il quotidiano panarabo Al Quds al Arabi, ha quasi trent’anni, o anche di più se si risale alla storia della colonizzazione francese dell’Algeria, dove i coloni volevano già “svelare” le donne musulmane. “Dévoilez-vous” (Svelatevi), insistevano grandi manifesti nelle strade dell’Algeria francese.
“È vero che l’islamofobia ha le sue radici nella stagnazione economica, nella disoccupazione, nella povertà, nelle conseguenze della globalizzazione: le comunità considerate ‘aliene’ diventano capri espiatori per distrarre le persone da altre questioni attuali più angoscianti”, riassume Al Quds.
L’intellettuale Olivier Roy ha ripubblicato sulla pagina Facebook un suo articolo del 2015, scritto su Le Monde dopo l’attentato di Al Qaeda contro la redazione e i vignettisti di Charlie Hebdo, in cui spiegava, spingendosi più avanti, che la “comunità musulmana” in Francia non esiste, non è organizzata come una lobby unitaria né come un partito politico, è molto più integrata nella società di quanto non si dica e che, come tale, non è certamente un pericolo: “L’ho scritto cinque anni fa e il dibattito non si è spostato di un centimetro”. Padre Christian Delorme, religioso molto impegnato nel dialogo interreligioso nel quartiere delle Minguettes a Parigi, parla di “islamofollia”.
L’estrema destra ha capito da vent’anni che la creazione di un nemico interno permette di prendere voti, una strategia intorno a cui si è formato un consenso trasversale dopo lo shock degli attentati jihadisti a Parigi nel novembre del 2015 e quello di Nizza nel 2016 (che hanno provocato più di 200 morti e quasi 700 feriti). Il governo di Emmanuel Macron sta seguendo la stessa logica in vista delle elezioni del 2022 e di un nuovo possibile testa a testa con il partito di Marine Le Pen. Questa settimana Macron ha deciso di concedere un’intervista al giornale di estrema destra Valeurs Actuelles. Criticato per questo anche dai suoi consiglieri all’Eliseo, il presidente si è giustificato dicendo di voler “parlare a tutti francesi”. Il sociologo Manuel Cervera-Marzal ha ironizzato su France Culture: “Valeurs actuelles è il 102° magazine più venduto in Francia. Se la volontà di Macron era di ‘parlare a tutti francesi’ sarebbe più efficace accordare un’intervista a Topolino (100°), Femme Actuelle Senior (73°) o Maison et Travaux (96°)”.


Pensioni, sussidio di disoccupazione, povertà, ospedale, incendio alla fabbrica Lubrizol, inquinamento, clima, Cile, capitalismo, estrema destra. “Il velo! Il problema è il velo!”. (Bésot)

Secondo Gérard Courtois, direttore di Le Monde, lasciare spazio all’islamofollia è anche una nuova strategia del governo: “Questa settimana sta passando una manovra finanziaria cruciale per il nostro paese e con questa polemica sul velo non si riesce a parlarne!”, spiega su France Culture. “Di tutte le riforme lanciate dall’inizio della presidenza Macron, quest’ultima è sicuramente la più preoccupante, soprattutto per chi è disoccupato”, scrive Bertrand Bissuel nell’articolo di Le Monde che analizza la drastica riforma del sussidio di disoccupazione. Per le 850mila persone toccate dalla riforma, “l’ammontare dell’indennizzo potrà scendere del 22 per cento, da 905 a 708 euro al mese, e la diminuzione in alcuni casi potrà anche raggiungere il 50 per cento”.
L’ultimo studio sulle preoccupazioni dei francesi intitolato Fractures françaises, realizzato dall’istituto Montaigne con la fondazione Jaurès, ha annunciato a settembre che per la prima volta per i francesi le questioni ambientali arrivano prima delle preoccupazioni sociali: il 52 per cento è preoccupato per la difesa dell’ambiente, il 48 per cento per il futuro dello stato sociale e il 43 per cento per le difficoltà in termini del loro potere d’acquisto. Nessuna traccia del velo indossato – o no – dalle musulmane francesi. Il velo dovrebbe invece arrivare primo nella categoria “preoccupazione mediaticamente inventata” da oltre trent’anni.


sabato 22 giugno 2019

La lenta esecuzione di Mohamed Morsi - Catherine Cornet

Mohamed Morsi è stato il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto post rivoluzione. La sua presidenza, cominciata nel 2012, è durata poco più di anno, interrotta dal golpe militare orchestrato dall’attuale presidente Abdel Fattah al Sisi nel giugno del 2013. Morsi è stato accusato di spionaggio per l’Iran, il Qatar e Hamas, di insulto all’autorità giudiziaria, nonché di organizzazione di attacchi terroristici. Dopo sette anni di prigione in stretto isolamento per 23 ore al giorno, è morto la sera del 17 giugno in tribunale. Aveva 67 anni, era diabetico e non ha mai avuto cure adeguate. In sette anni ha potuto ricevere solo quattro visite dai familiari.
Nel 2017 un articolo di Peter Oborne sul Middle East Eye intitolato “Morsi potrebbe morire in una prigione egiziana” avvertiva: “L’ex presidente sviene frequentemente ed è entrato due volte in coma. La sua salute è seriamente deteriorata e mi dicono che ci sono tutte le ragioni di temere per la sua vita. La settimana scorsa la sua famiglia ha potuto visitarlo per la prima volta dopo quattro anni e sono rimasti scioccati da quello che hanno visto – come dovremmo esserlo tutti”.
L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch stava ultimando un rapporto sul suo preoccupante stato di salute. E il gruppo di parlamentari britannici Detention review panel aveva scritto in un rapporto del marzo 2018 che “la detenzione del presidente Morsi è al di sotto degli standard internazionali per il trattamento dei carcerati e costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante. Riteniamo inoltre che la sua detenzione sia prossima alla tortura, sia secondo la legge egiziana sia secondo quella internazionale”.
Il Middle East Eye è riuscito a parlare con alcuni testimoni che si trovavano nell’aula di tribunale: Morsi era rinchiuso nella gabbia insieme ad altre persone. Subito dopo la chiusura dell’udienza i detenuti hanno cominciato a sbattere contro le sbarre, urlando e chiamando i soccorsi per lo svenimento di Morsi: la sicurezza ha fatto evacuare la sala e il prigioniero è stato dichiarato morto alle 16.50. Questa mattina, scrive suo figlio Ahmed Mohamed Morsi su Facebook, “è stato sotterrato nel cimitero dei fratelli musulmani a Nasr City”, nel nord del Cairo, precisando che le autorità gli hanno rifiutato un funerale pubblico.
Nato in una famiglia modesta nel governatorato di Sharqiyya, nel nord dell’Egitto, Morsi era dottore in ingegneria ed è stato professore all’università di Zagazig fino al 2000, quando è entrato in politica con i Fratelli musulmani, del cui partito, Libertà e giustizia, fondato nel 2011, divenne il presidente. Il 24 giugno 2012 la sua vittoria alle prime elezioni libere in Egitto contro il candidato dell’era Mubarak, Ahmed Shafiq, aveva rappresentato una vittoria storica per il partito dei Fratelli musulmani, esclusi dalla vita politica per sessant’anni.
Nella stampa egiziana, ora, non c’è quasi nessuna traccia della morte dell’ex presidente. Al Masry Al Youm dedica la prima notizia alla cooperazione dell’Egitto con la Bielorussia, come fa tra l’altro lo storico quotidiano Al Ahram. Dall’Arabia Saudita, un tweet del ministero degli esteri ricorda che per il regno “i Fratelli musulmani sono un’organizzazione terroristica che ferisce l’islam e un pericolo per la stabilità”.
Sui social network l’emozione è invece palpabile.
Il fotografo egiziano Mosaab Elshamy – che vive in Marocco – ricorda su Twitter di aver votato per Morsi anche se non era un suo fervente sostenitore: “Non aveva idee chiare né carisma, e non ispirava neanche molta fiducia. Aveva davanti a sé sfide immense e non è riuscito a gestirle. Ora, però, è impossibile non sentire un’immensa tristezza per la sua morte, così crudele e vile. Dice tanto sul marchio di fabbrica del regime di Al Sisi: la vendetta”.

Sentimento che ora si estende a tutte le categorie di egiziani che lo minacciano. Basta ricordare gli altri sessantamila prigionieri politici che in questo momento soffrono lo stesso trattamento inumano nelle prigioni egiziane.
La morte di Morsi potrebbe essere il punto finale sulla sorte dei Fratelli musulmani in Egitto. Secondo il ricercatore egiziano Abdel Rahaman Ayyache – che ora vive in Turchia – autore di uno studio sull’impatto della prigionia sull’organizzazione islamica, almeno a livello ideologico la fratellanza non ha resisto alla purga degli ultimi anni.
da qui

mercoledì 13 giugno 2018

Razan al-Njjar, uccisa da un cecchino israeliano, è stata colpita alla schiena





(da Electronic Intifada)
Una fotografia scattata il 1^ aprile mostra la paramedica palestinese Razan al-Njjar mentre sta curando dei feriti in una tenda del pronto soccorso durante le proteste a Gaza vicino al confine con Israele. Il 1^ giugno Al-Najjar è stata colpita a morte da un cecchino israeliano mentre prestava soccorso a dimostranti feriti vicino a Khan Younis.
Nel corso dei loro continui attacchi indiscriminati contro i palestinesi che partecipavano alle proteste della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, svoltesi per 10 venerdì consecutivi, le forze di occupazione israeliane hanno colpito a morte un medico volontario e ferito decine di persone.
Venerdì sera, quando è stata colpita a morte, Razan Ashraf Abdul Qadir al-Najjar, di 21 anni, stava aiutando a curare ed evacuare dimostranti feriti ad est di Khan Younis.
L’associazione per i diritti umani “Al Mezan” ha affermato, citando testimoni oculari e proprie indagini, che, nel momento in cui è stata colpita, lei si trovava a circa 100 metri di distanza dalla barriera di confine con Israele ed indossava un giubbotto che la identificava chiaramente come paramedico. “Al Mezan” ha affermato che Al-Najjar è stata colpita alla schiena.
Al-Najjar era diventata famosa per il suo coraggio e perseveranza nel condurre la sua opera di soccorso nonostante l’evidente pericolo.
In precedenza era stata colpita dagli effetti dell’inalazione di gas lacrimogeni e il 13 aprile si è rotta un polso mentre correva per soccorrere un ferito. Ma Al-Najjar quel giorno si è rifiutata di andare in ospedale ed ha continuato a lavorare sul campo.
“È mio dovere e mia responsabilità essere là ed aiutare i feriti”, ha detto ad Al Jazeera.
Ha anche reso testimonianza sugli ultimi momenti di vita di coloro che erano stati feriti a morte prima di lei.
“Mi spezza il cuore il fatto che alcuni dei giovani feriti o uccisi abbiano espresso le loro ultime volontà di fronte a me”, ha detto ad Al Jazeera. “Alcuni mi hanno addirittura consegnato i loro effetti personali (come dono) prima di morire.”
Al-Najjar ha parlato del suo lavoro in una recente intervista televisiva che è stata ampiamente diffusa sui social media dopo la notizia della sua morte.
Molti utenti di Twitter, soprattutto di Gaza, hanno reso omaggio a al-Najjar.
I media palestinesi hanno diffuso immagini dei suoi familiari e colleghi che piangevano la sua morte.
Il dottor Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della sanità di Gaza, ha reso omaggio ad al-Najjar definendola una volontaria umanitaria impegnata, che non ha abbandonato il suo posto fino al punto di “offrirsi come martire”.
Mani alzate
-La foto qui sotto riprende Razan pochi istanti prima di essere uccisa-

Il camice bianco che al-Najjar indossava, mostrato da sua madre, presenta un foro nella parte posteriore.
In una dichiarazione rilasciata sabato, il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che al-Najjar faceva parte di un’equipe medica che “andava ad evacuare i feriti con entrambe le mani alzate, a dimostrazione del fatto di non costituire alcun pericolo per le forze di occupazione pesantemente armate.”
“Le forze di occupazione israeliane hanno sparato proiettili veri direttamente al petto di Razan ed hanno ferito parecchi altri paramedici”, ha aggiunto il ministero della Sanità.
Dalla dichiarazione del ministero della Sanità non risulta chiaro quante volte al-Najjar sia stata colpita o in quale esatto punto della parte superiore del corpo. Il ministero ha anche pubblicato un video che mostra al-Najjar e i suoi colleghi che camminavano verso la barriera di confine con le mani alzate poco prima che al-Najjar venisse colpita.
Sabato il rappresentante speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha twittato che “gli operatori sanitari non sono un bersaglio. I miei pensieri e le mie preghiere vanno alla famiglia di Razan al-Najjar.”
Tuttavia Mladenov ha omesso di condannare le azioni di Israele, invitandolo invece a “calibrare il suo uso della forza.”
Sabato in migliaia hanno seguito il funerale di al-Najjar, mentre i colleghi portavano il suo corpo coperto dalla bandiera palestinese e dal camice macchiato di sangue che indossava quando è stata uccisa.
Attacchi ai medici
Al-Najjar è il secondo soccorritore ucciso dalle forze israeliane dall’inizio delle proteste della ‘Grande Marcia per il Ritorno’, il 30 marzo. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, più di altri 200 sono stati feriti e 37 ambulanze sono state danneggiate.
Due settimane fa i cecchini israeliani hanno ucciso il paramedico Mousa Jaber Abu Hassanein.
Circa un’ora prima che venisse ucciso, Abu Hassanein aveva aiutato a soccorrere uno dei suoi colleghi, il medico canadese Tarek Loubani, che era stato ferito da un proiettile israeliano.
In seguito Loubani ha raccontato al podcast di The Electronic Intifada di essere stato colpito a una gamba mentre intorno a lui tutto era tranquillo: “Nessun pneumatico in fiamme, niente fumo, niente gas lacrimogeni, nessuno che si aggirasse davanti alla zona cuscinetto. C’era solo una squadra medica chiaramente identificabile, ben lontana da chiunque altro.”
Chirurghi di guerra
Secondo “Al Mezan” questo venerdì, come tutti i venerdì, le forze israeliane hanno sparato proiettili veri, proiettili ricoperti di gomma e candelotti lacrimogeni contro i palestinesi lungo il confine est di Gaza, ferendo circa 100 persone, 30 delle quali con proiettili veri.
“I dimostranti non costituivano pericolo o minaccia alla sicurezza dei soldati, il che conferma che le violazioni commesse da queste forze sono gravi e sistematiche e si configurano come crimini di guerra”, ha affermato l’associazione per i diritti umani.
Secondo “Al Mezan”, dalla fine di marzo le forze israeliane hanno ucciso 129 persone a Gaza, compresi 15 minori, 98 delle quali durante le proteste.
Mentre Israele venerdì continuava ad aumentare il tragico bilancio, il sistema sanitario di Gaza si trovava già senza la possibilità di far fronte all’affluenza di persone ferite dall’uso evidente di proiettili a frammentazione, che provocano ferite terribili che richiedono trattamenti intensivi e complessi e lasciano spesso le vittime con disabilità permanenti.
Più di 13.000 persone sono state ferite da quando sono cominciate le proteste, comprese quelle che hanno inalato gas lacrimogeni. Delle oltre 7.000 persone che hanno subito danni diversi dai gas lacrimogeni, più della metà sono state colpite da proiettili veri.
Giovedì il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha comunicato che avrebbe fornito a Gaza due squadre di chirurghi di guerra e attrezzature mediche, per sostenere un sistema sanitario che ha affermato essere “sull’orlo del collasso”.
L’ICRC ha detto che la priorità per la sua missione di sei mesi sarebbe stata la cura delle vittime di ferite da arma da fuoco, tra cui circa 1.350 pazienti che avrebbero avuto bisogno da tre a cinque operazioni ciascuno.
“Un simile carico di lavoro potrebbe travolgere qualunque sistema sanitario”, ha affermato l’ICRC. “A Gaza la situazione viene peggiorata dalla cronica carenza di medicinali, attrezzature ed elettricità.”
“Baraccopoli infetta”
Le continue proteste a Gaza hanno lo scopo di rivendicare il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro case e terre che sono ora in Israele e di chiedere la fine dell’assedio israeliano del territorio, che dura da oltre un decennio.
I due milioni di abitanti di Gaza sono “imprigionati dalla culla alla tomba in una baraccopoli infetta”, ha detto venerdì il responsabile dei diritti umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein in una sessione speciale del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
Zeid ha anche detto al Consiglio che ci sono “ poche tracce” del fatto che Israele stia facendo qualcosa per ridurre il numero delle vittime.
Ha confermato che “le azioni dei dimostranti di per sé stesse non sembrano costituire una minaccia immediata di morte o di ferite mortali tale che possa giustificare l’uso di forza letale.”
Zeid ha parlato al Consiglio quando esso stava prendendo in considerazione una bozza di risoluzione per avviare un’inchiesta internazionale per crimini di guerra a Gaza.
La settimana scorsa il Consiglio per i Diritti Umani ha deciso con 29 voti contro 2 di avviare un’inchiesta indipendente sulle violenze a Gaza.
Solo gli Stati Uniti e l’Australia hanno votato contro l’inchiesta, ma diversi governi dell’Unione Europea, inclusi Regno Unito e Germania, erano tra i 14 astenuti.
‘Medical Aid for Palestinians’, un’organizzazione benefica che ha fornito assistenza di emergenza in mezzo al crescente disastro, e una dozzina di altre organizzazioni, hanno criticato il rifiuto del governo britannico di appoggiare un’inchiesta “per accertare violazioni del diritto internazionale nel contesto delle proteste civili di massa a Gaza.”
Ma i tentativi di rendere Israele responsabile continuano, tra l’opposizione intransigente dei suoi sostenitori.
Venerdì sera il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato su una bozza di risoluzione proposta dal Kuwait, che deplora “l’uso eccessivo, sproporzionato e indiscriminato della forza da parte delle forze israeliane” e chiede “misure per garantire la sicurezza e la protezione” dei civili palestinesi.
Ha anche chiesto la fine del blocco di Gaza e deplorato “il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza contro zone civili israeliane.”
Dieci Paesi, inclusi i membri permanenti Russia e Francia, hanno votato a favore. Quattro, compresa la Gran Bretagna, contro.
Nonostante avesse i voti sufficienti per essere approvata, la risoluzione è stata resa vana dall’ambasciatrice USA Nikki Haley, che – come aveva promesso di fare – ha posto il veto del suo Paese.
Poi Haley ha proposto la sua bozza di risoluzione, che assolve Israele da ogni responsabilità per la violenza a Gaza e attribuisce tutta la responsabilità della situazione ad Hamas.
L’unico Paese che ha votato a favore sono stati gli Stati Uniti.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)


Lungo il confine di Gaza, sparano (anche) ai medici, o no? – Amira Hass

Un’ambulanza al minuto, 1.300 persone colpite in un giorno: l’ospedale Shifa di Gaza affronta un’emergenza che travolgerebbe i migliori ospedali del mondo.
Dati clinici internazionali dicono che qualunque sistema sanitario occidentale collasserebbe se dovesse curare tante ferite da arma da fuoco ogni giorno quante ve ne sono state nella Striscia di Gaza il 14 maggio. Eppure il sistema sanitario di Gaza, che per anni è stato sull’orlo del collasso in seguito all’assedio israeliano ed alle lotte intestine palestinesi, ha sorprendentemente dimostrato di essere all’altezza della sfida. In Israele gli avvenimenti del 14 maggio sono già storia. Nella Striscia, le loro sanguinose conseguenze segneranno la vita di migliaia di famiglie negli anni a venire.
La cosa più scioccante, più dell’alto numero dei morti, è il numero delle persone ferite da armi da fuoco: circa metà delle oltre 2.770 persone che hanno ricevuto cure di emergenza avevano ferite da colpi di arma da fuoco. “Era chiaro che i soldati sparavano soprattutto per ferire e mutilare i dimostranti.” Questa è la conclusione che ho ascoltato dai miei interlocutori, alcuni dei quali con molta esperienza di sanguinosi conflitti internazionali. Lo scopo era di ferire, piuttosto che uccidere, il maggior numero di giovani per renderli per sempre disabili
I preparativi nelle 10 postazioni di smistamento e di traumatologia sono stati impressionanti. Ognuna delle postazioni allestite accanto ai luoghi delle proteste è stata dotata di infermieri e studenti di medicina volontari. Nell’arco di sei minuti in media riuscivano ad esaminare ogni paziente, stabilire il tipo di ferita, stabilizzare il paziente e decidere chi dovesse essere curato in un ospedale. A partire da mezzogiorno circa, è arrivata all’ospedale Shifa di Gaza un’ambulanza ogni minuto. Le sirene non smettevano di suonare. Ogni ambulanza trasportava quattro o cinque feriti.
Dodici sale operatorie hanno lavorato senza sosta. Le prime ad essere curate sono state le persone con ferite ai vasi sanguigni. Centinaia di persone con ferite meno gravi hanno atteso il proprio turno nei corridoi dell’ospedale, tra lamenti e capogiri. Gli unici analgesici disponibili erano destinati per lo più ai gravi mal di testa, non alle ferite da sparo. Anche se l’anno scorso il ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania non avesse ridotto le forniture di medicine alla Striscia di Gaza, in seguito alle direttive dei vertici politici palestinesi, c’è da dubitare che l’ospedale avrebbe avuto gli analgesici e gli anestetici necessari per curare i circa 1.300 pazienti con ferite da arma da fuoco ed eseguire le centinaia di operazioni svoltesi il 14 maggio.
Nessun ospedale al mondo dispone di chirurghi vascolari ed ortopedici sufficienti per operare centinaia di vittime di spari in un solo giorno. Sono stati reclutati chirurghi con altre specializzazioni per operare sotto la guida degli specialisti. Nessun ospedale ha sufficienti equipe mediche per curare così tanti pazienti. Dopo le 13,30, quando i familiari dei feriti hanno iniziato ad affluire nel già sovraffollato ospedale, la situazione ha incominciato ad andare fuori controllo. Una squadra di sicurezza armata del ministero dell’Interno controllato da Hamas è stata chiamata per ristabilire l’ordine ed è rimasta là fino alle 20,30. Nella notte, 70 dimostranti feriti stavano ancora attendendo di essere curati ed altri 40 hanno atteso fino al mattino seguente. Una settimana dopo, è arrivato il momento della chirurgia ortopedica e delle terapie di riabilitazione, ma nella Striscia non vi sono abbastanza fisioterapisti, chirurgi ortopedici e attrezzature mediche.
Secondo un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità diffuso il 22 maggio, dal 30 marzo al 22 maggio durante le dimostrazioni lungo il confine con Israele sono state ferite in totale 13.190 persone, compresi 1.136 minori. Di queste, 3.360 sono state ferite da proiettili veri sparati dai nostri eroici e ben protetti soldati; 332 di loro versano ancora in condizioni critiche (due persone sono morte per le ferite nel fine settimana). Sono state eseguite cinque amputazioni degli arti superiori e 27 degli arti inferiori. Soltanto nella settimana dal 13 al 20 maggio i soldati israeliani hanno ferito 3.414 gazawi, 2.013 dei quali sono stati curati in ospedali e cliniche gestiti da organizzazioni non governative, compresi 271 minori e 127 donne; 1.366 avevano ferite da arma da fuoco.
I nostri valorosi soldati hanno sparato anche alle squadre mediche che si avvicinavano alla barriera per soccorrere le vittime. Gli ordini sono ordini, anche quando ciò significa sparare agli infermieri. Di conseguenza i medici lavorano in gruppi di sei: se uno viene ferito, altri due lo portano via per curarlo e i tre rimanenti continuano il lavoro, pregando di non rimanere anche loro feriti.
Il 14 maggio un infermiere della Difesa Civile Palestinese è stato ucciso, colpito mentre andava a soccorrere un dimostrante ferito. Per circa 20 minuti i suoi colleghi hanno cercato di raggiungerlo senza riuscirci, impediti dalla pesante sparatoria. L’infermiere è morto per collasso polmonare. Nella settimana dal 13 al 20 maggio altri 24 operatori sanitari sono stati feriti – otto da proiettili veri, sei da schegge di proiettili, uno da un candelotto lacrimogeno e nove per inalazione di gas lacrimogeni. Dodici ambulanze sono state danneggiate. Tra il 30 marzo e il 20 maggio in totale sono stati feriti 238 operatori medici e danneggiate 38 ambulanze.
Il 23 maggio, dopo aver visitato un ospedale ed un centro di riabilitazione a Gaza, il Commissario Generale dell’UNRWA Pierre Krahenbuhl ha evidenziato le ripercussioni dei recenti avvenimenti: “Sinceramente credo che gran parte del mondo sottovaluti del tutto la portata del disastro in termini umanitari che si è compiuto nella Striscia di Gaza dall’inizio delle marce il 30 marzo…In sette giorni di proteste sono state ferite altrettante persone, o addirittura un po’ di più, di quante lo furono durante l’intero conflitto del 2014. Ciò è veramente sconvolgente. Durante le mie visite, sono anche stato colpito non solo dal numero di feriti, ma anche dal tipo di ferite… La ricorrenza di piccole ferite in entrata e grandi ferite in uscita indica che i proiettili usati hanno provocato gravi danni agli organi interni, ai tessuti muscolari e alle ossa. Gli staff sia degli ospedali del ministero della Sanità di Gaza, sia delle cliniche delle ONG e dell’UNRWA stanno lottando per occuparsi di ferite e di cure estremamente complesse.”
(Traduzione di Cristiana Cavagna)
da qui



La seconda morte di Razan al Najjar - Catherine Cornet

Razan al Najjar aveva le mani alzate e stava cercando di avvicinarsi a un ferito steso a terra quando è stata colpita da un cecchino israeliano durante le proteste di venerdì 1 giugno nella Striscia di Gaza, al confine con Israele. Insieme a lei sono stati uccisi altri tre palestinesi. Al Najjar aveva 21 anni. Ora il governo israeliano sostiene che fosse uno scudo umano.
Il portavoce del premier israeliano Benjamin Netanyahu per i mezzi d’informazione in arabo ha scritto sul suo account Twitter: ““Ecco #RazanNajjar, che è venuta alla frontiera di Gaza la settimana scorsa ‘per fare l’infermiera’ e sfortunatamente ha perso la vita. Ma da quando le infermiere partecipano alle sommosse e dicono di essere scudi umani per i terroristi? Hamas l’ha usata come scudo umano per permettere ai suoi terroristi di dare l’assalto alla frontiera”.
Il video è tagliato in modo grossolano. Nel resto dell’intervista alla tv satellitare araba Al Mayadeen la giovane infermiera diceva: “Sono uno scudo umano per proteggere i feriti”.
Il tentativo di disumanizzare l’avversario fa parte del gioco di un esercito come quello israeliano. Ma quando un giornale come il New York Times ha ripubblicato il video tagliato scrivendo che la “situazione potrebbe essere più complessa di quello che sembra” in un articolo intitolato “Video israeliano ritrae infermiera uccisa a Gaza come uno strumento di Hamas”, sia le organizzazioni per i diritti umani israeliane sia quelle palestinesi hanno espresso il loro orrore: è stato come uccidere Razan al Najjar per la seconda volta e spogliarla di qualsiasi umanità o competenza.
L’accusa di essere uno scudo umano è vecchia quanto il diritto internazionale umanitario e le convenzioni di Ginevra, che nacquero per provare a dare delle regole alle guerre, condannano l’uccisione di civili. Lo scopo della Croce rossa, creata nel 1863 dallo svizzero Henry Dunant, era proprio quello di proteggere il personale medico sui campi di battaglia. Quando Dunant attraversò il campo di battaglia a Solferino, si chiese come si poteva proteggere il personale medico con un segno distintivo: una croce rossa, a cui nel 1929 si è aggiunta la mezzaluna rossa, per rispondere alle obiezioni avanzate dall’Impero ottomano. Sparare al personale medico che porta i segni distintivi del primo soccorso – nel caso di Razan al Najjar, un giubbetto bianco e i guanti di lattice – è inammissibile.
Il crimine è cosi plateale che, per la prima volta dall’inizio delle proteste della Marcia del ritorno, cominciate alla fine di marzo, e dopo l’uccisione di 129 palestinesi, l’esercito israeliano ha aperto un’indagine.
La principessa del ritorno
Una vignetta di Al Quds mostra Razan al Najjar in paradiso. Ad attenderla c’è un comitato d’accoglienza. “L’occupazione israeliana ha inviato bambini, giornalisti, infermieri e ora un’infermiera in paradiso”, spiega la didascalia.
Dopo il giovane giornalista – che indossava un giubbotto con la scritta “stampa” – e il disabile sulla sedia a rotelle, la giovane infermiera di 21 anni è diventata un simbolo dell’ingiustizia all’interno della perenne ingiustizia inflitta ai palestinesi: Razan al Najjar è ora stata soprannominata “la principessa del ritorno” o ancora “l’angelo della misericordia”.
Di lei ci sono molte interviste e foto, perché la ragazza era sempre in prima linea. Nella stessa intervista con Al Mayadeen spiegava: “La gente chiede a mio padre perché sono qua sul campo, e perché percepisco uno stipendio da infermiera. E lui risponde: ‘Sono fiero di mia figlia, che cura i giovani del nostro paese’. E poiché nella nostra società le donne vengono spesso giudicate, ora gli uomini saranno costretti ad accettarci. E se non vorranno farlo, li obbligheremo. Perché abbiamo più forza degli uomini. La forza che ho dimostrato nel primo soccorso nei primi giorni delle proteste… Sfido chiunque a fare di meglio”.
Quando le hanno sparato aveva le mani con i guanti bianchi alzate in aria e il giubbetto distintivo del personale medico, ed è chiaramente la più coraggiosa del gruppo. Avanza per prima verso un ferito:

“Credeva che il giubbetto l’avrebbe protetta”, spiega il padre in un’intervista con Osama al Khalout di Al Bayyan, che ha seguito il lutto della famiglia, dall’obitorio dell’Ospedale europeo di Gaza fino ai funerali, a cui hanno partecipato migliaia di persone. Razan al Najjar era la primogenita di una famiglia di sei figli e i suoi genitori sono ancora sotto shock, racconta Al Khalout. Al funerale la madre indossava il suo giubbetto: non potevano immaginare di perdere una figlia che portava questo segno che avrebbe dovuto proteggerla.
“Mentre la rappresentante di Washington alle Nazioni Unite, Nikki Hailey, preparava il suo veto contro la risoluzione presentata dal Kuwait che proponeva di provvedere ‘a una protezione internazionale del popolo palestinese’, Najjar cadeva a terra con una pallottola in petto”, conclude il quotidiano panarabo Al Hayat.
Da aprile le forze israeliane hanno ucciso 129 palestinesi. Non ci sono state vittime israeliane. Secondo il Comitato internazionale della Croce rossa più di 3.600 persone sono state ferite da proiettili reali.



L’uccisione di Razan al-Najjar - Amira Hass


Conosciamo il suo name: Razan al-Najjar. Ma quale è il suo? Qual è il nome del soldato che l’ha uccisa venerdì scorso col fuco diretto al torace? Non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai.
Al contrario dei Palestinesi sospettati di uccidere gli Israeliani,  l’Israeliano che ha colpito a morte Najjar, è protetto dalle rivelazioni alle telecamere e dall dettagliata analisi della sua storia famigliare, compresa la partecipazione di suoi parenti ad attacchi regolari ai Palestinesi, come parte del loro servizio militare o della loro affiliazione politica.
Microfoni israeliani esigenti non saranno spinti sulla sua faccia con domande inquisitorie: Non hai visto che aveva un camice bianco da paramedico quando hai mirato al petto?
Non hai visto i suoi capelli coperti da un foulard? Le tue regole di ingaggio richiedono che tu spari ai paramedici, uomini e anche donne, a una distanza di circa 100 metri dalla barriera di confine? Le hai sparato alle gambe (perché?) e l’hai mancata perché sei incapace? Ti dispiace? Hai dormito bene la notte? Hai detto alla tua ragazza che sei stato tu che hai sparato a una giovane donna della sua stessa età? Najjar è stata la prima che hai ucciso?
L’anonimato dei nostri soldati che eliminano  i Palestinesi è una parte inseparabile della cultura della impunità israeliana. Siamo al di sopra di tutto. Immuni da ogni cosa. Permettere a un soldato anonimo di uccidere una giovane paramedica con una pallottola che l’ha colpita al torace, e che è uscita dalla schiena, e andare avanti con la nostra vita.
Ci sono tante foto di Najjar  su Internet: spiccava come una delle poche donne delle squadre di primo soccorso che lavoravano nei siti delle proteste per la “Marcia del Ritorno” fin dal 30 marzo.
Dopo due anni di tirocinio, ha scelto di lavorare come volontaria per la Società Medica Palestinese di Soccorso. Ha dato con gioia interviste al corrispondente del New York Times a Gaza, parlando della capacità delle donne di agire in condizioni difficili non meno degli uomini, e anche meglio di loro. Sapeva quanto fosse pericoloso il suo lavoro. Un paramedico era stato ucciso il 14 maggio dalla Forze di difesa israeliane, molti altri sono stati feriti e soffocati mentre correvano a soccorrere i feriti.
Najjar che aveva 21 anni quando è morta, era del villaggio di Khuza’a, a est di Khan Yunis. Nelle interviste non le hanno fatto domande sulle guerre e sugli attacchi militari israeliani durante la sua infanzia e in seguito. E’ difficile trovare    di queste sulla sua faccia gradevole vista sullo schermo. In ogni intervista, si vede che ha la testa avvolta in un foulard di colore diverso, e ogni volta è avvolto in maniera elegante, meticolosa, che dimostra un investimento di temo e di riflessione. Il colore rivela l’amore per la vita, malgrado tutto quello che aveva patito.
Non conosciamo il nome del soldato, ma sappiamo che c’è nella catena di comando che gli ordinato e che lo ha messo in grado di uccidere una paramedica di 21 anni: il capo del Commando Meridionale, Maggiore Generale Eyal Zamir. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa Israeliane, Generale Gadi Eisenkot. L’Avvocato militare generale, Generale Sharon Afek e il Procuratore Generale Avichai Mendelblit, hanno entrambi  approvato la formulazione delle regole di ingaggio, come è stato detto ai giudici dell’Alta Corte prima che negassero delle petizioni contro le sparatorie contro i dimostranti lungo la barriera di confine.
Malgrado tutte le testimonianze circa le vittime civili e le ferite orripilanti, i giudici hanno scelto di credere a quello che è stato detto loro, a nome dei militari, da Avi Milikovsky, un legale dell’Ufficio del pubblico ministero: l’uso di forza potenzialmente letale si sceglie soltanto come ultima risorsa, in maniera proporzionata e nella minima misura richiesta.
Per favore, spiegateci in che modo questo è coerente con la morte di Najjar che stava curando un uomo ferito direttamente da una bomboletta di gas lacrimogeno. Un testimone oculare ha detto al New York Times che mentre il ferito veniva portato verso un’ambulanza, le colleghe di Najjar curavano lei che soffriva per gli effetti del gas lacrimogeno. Poi si sono sentiti degli spari e Najjar è caduta.
I giudici dell’Alta Corte Esther Hayut, Hanan Melcer e Neal Hendel hanno offerto su un piatto d’argento all’esercito  l’esenzione da un’indagine  l’esenzione dalle critiche.
Così facendo, si sono uniti alla catena di comando che ha ordinato al nostro soldato anonimo di sparare al petto di una paramedica e di ucciderla.



Dopo aver ucciso Razan al-Najjar, Israele assassina il suo personaggio - Gideon Levy


Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda 

Poche parole – “Razan al-Najjar non è un angelo della misericordia” – riassumono la profondità della propaganda israeliana. Avichay Edraee, il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, che parla anche in mio nome, è il rappresentante di un esercito della misericordia che ora si è autonominato giudice del livello di misericordia di una dottoressa che curava un ferito palestinese sul confine di Gaza con Israele e che i soldati dell’esercito israeliano hanno ucciso senza misericordia. Dopo averla uccisa, era anche necessario assassinare il suo personaggio.
La propaganda è uno strumento a disposizione di molti Paesi. Meno le loro politiche sono giuste, più incrementano i propri sforzi propagandistici. La Svezia non ha bisogno di propaganda. La Corea del Nord sì. In Israele viene chiamata ‘hasbara’ – diplomazia pubblica – in quanto: perché avrebbe bisogno di propaganda? Recentemente la sua propaganda è scesa a una bassezza talmente deprecabile che niente può dimostrare meglio di così che le sue giustificazioni sono esaurite, le sue scuse finite, che la verità è la nemica e che ciò che rimane sono menzogne e calunnie.
Si rivolge soprattutto al consumo interno. Nel resto del mondo pochi abitanti di Gaza ci crederebbero in ogni caso. Ma come parte del disperato tentativo di continuare con la repressione e la negazione psicologiche, nell’incapacità di dirci la verità e nell’elusione di ogni responsabilità – tutto è accettabile quando si tratta di questi sforzi.
Una dottoressa con un camice da infermiera è stata uccisa con un colpo di fucile da cecchini dell’esercito israeliano – come hanno fatto con giornalisti con i giubbotti con la scritta “stampa” e con un invalido senza gambe su una sedia a rotelle. Se ci fidiamo dei cecchini dell’esercito israeliano per sapere cosa stanno facendo, contando su di loro per essere i più corretti al mondo, allora queste persone sono state uccise deliberatamente. Sicuramente se l’esercito credesse alla giustezza della campagna militare che sta combattendo a Gaza, si sarebbe preso la responsabilità di queste uccisioni, manifestando rincrescimento e offrendo un risarcimento.
Ma quando la terra scotta sotto i nostri piedi, quando sappiamo la verità e capiamo che sparare contro manifestanti e ucciderne più di 120 e rendere centinaia di altri disabili assomiglia di più a un massacro, non si può chiedere scusa e esprimere rincrescimento. E allora l’aggressiva, goffa, imbarazzante e vergognosa macchina della propaganda del portavoce dell’esercito entra in azione – una fragorosa voce dal ministero della Difesa che aggrava semplicemente quello che è stato fatto. Martedì il maggiore Edraee ha reso pubblico un video in cui si vede da dietro un’infermiera, forse Najjar, mentre lancia lontano un lacrimogeno che i soldati avevano sparato verso di lei. Lo stesso Edraee avrebbe fatto altrettanto, ma quando si tratta di una propaganda disperata, è una prova inconfutabile: Najjar è una terrorista. Ha anche detto di essere uno scudo umano. Sicuramente un medico è un difensore di esseri umani.
Un’inchiesta militare israeliana, basata ovviamente solo su testimonianze dei soldati, dimostra che non è stata colpita volontariamente. Chiaro. La macchina della propaganda è andata oltre ed ha suggerito che potrebbe essere stata uccisa da armi da fuoco palestinesi, che sono state usate molto di rado durante gli ultimi due mesi.
Forse si è sparata da sola? Tutto è possibile. E ci ricordiamo forse di una qualunque inchiesta dell’esercito israeliano che abbia dimostrato il contrario? L’ambasciatore israeliano a Londra, Mark Regev, che è un altro grande, raffinato propagandista, è stato veloce nel twittare in merito alla “dottoressa volontaria” tra virgolette, come se una palestinese non potesse essere una dottoressa volontaria. Invece, ha scritto, la sua morte è “un ulteriore dimostrazione della brutalità di Hamas.”
L’esercito israeliano uccide un medico in camice bianco, durante una vergognosa violazione delle leggi internazionali, che garantiscono protezione al personale medico in zone di conflitto. E ciò nonostante il fatto che il confine di Gaza non costituisca una zona di guerra. Ma è Hamas che è brutale.
Uccidimi, signor ambasciatore, ma chi potrebbe mai seguire questa logica contorta, malata? E chi può credere a questa propaganda a buon mercato se non qualche membro del Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici – la più grande organizzazione rappresentativa dell’ebraismo britannico – insieme a Merav Ben Ari [del partito di centro Kulanu, all’opposizione, ndt.], la deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] che ha subito approfittato dell’occasione e ha dichiarato: “Risulta che la dottoressa, proprio quella, non era solo un medico, come vedete.” Sì, quella. Come vedete.
Israele avrebbe dovuto essere scioccato dall’uccisione della dottoressa. Il volto innocente di Najjar avrebbe dovuto toccare ogni cuore israeliano. Organizzazioni di medici avrebbero dovuto esprimersi. Gli israeliani avrebbero dovuto nascondere la faccia per la vergogna. Ma sarebbe potuto succedere solo se Israele avesse creduto alla giustezza della propria causa. Quando non c’è più onestà, ciò che rimane non è altro che propaganda. E da questo punto di vista, forse questa caduta ancora più in basso annuncia novità positive.
(traduzione di Amedeo Rossi)