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venerdì 11 luglio 2025

Diminuiscono i salari reali e i benefici della nuova Irpef sono erosi dal fiscal drag. Il Rapporto dell’upB - Giovanni Caprio

 

Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio-upB nel suo ultimo Rapporto sulla politica di bilanciogiugno 2025 pone l’accento sulla diminuzione negli ultimi anni dei salari reali, a causa di un aumento dell’inflazione più rapido rispetto alle retribuzioni nominali: l’incremento delle retribuzioni nominali orarie tra il 2019 e il 2024 è stato la metà di quello dei prezzi al consumo.

Non solo, ma l’UPB sottolinea anche il continuo consolidamento del lavoro povero: Nel periodo successivo alla pandemia, si legge nel documento, si è registrata una significativa transizione di persone, soprattutto inattive, verso un’occupazione con bassi salari; i flussi sono stati intensi soprattutto per donne (53 per cento dei nuovi occupati), giovani e individui con istruzione elevata.

É soprattutto nel Mezzogiorno che vi è stata l’attivazione maggiore di nuova occupazione (la quota è superiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quella di chi già lavorava) e nel settore del turismo (alloggio, ristorazione, trasporti), ma per tale occupazione il ricorso all’uso di contratti a tempo determinato è stato marcato, in particolare nei servizi legati al turismo (commercio, servizi di alloggio e trasporti, servizi immobiliari).

L’upB certifica la bassa produttività dell’industria tra il 2020 e il 2024, risultata negativa in quattro anni su cinque, evidenziando un riassorbimento dell’occupazione in settori a bassa produttività e bassa remunerazione. Un’analisi micro-econometrica delle caratteristiche individuali dei lavoratori e delle imprese, si legge nel Rapporto, indica che l’istruzione ha un ruolo preminente nello spiegare la produttività marginale. Dei 2,4 punti percentuali di variazione della produttività nel periodo 2014-23 che il modello spiega, una quota preponderante è ascrivibile all’impiego di occupati con studi universitari o superiori, nelle fasce d’età più mature, nelle professioni intellettuali e nelle imprese grandi. L’istruzione appare come la variabile che maggiormente ha contribuito all’incremento di produttività sia per il suo forte impatto diretto sia per l’aumento degli occupati qualificati; al contrario, la diffusione dei contratti a tempo determinato ha fornito un contributo negativo.

Il Rapporto pone l’accento anche sul drenaggio fiscale nell’ambito dell’imposta personale sul reddito, evidenziando come l’incremento del drenaggio fiscale si concentri prevalentemente sui lavoratori dipendenti, anche se in misura differenziata tra le diverse categorie. Infatti, il maggiore prelievo per l’insieme degli operai passa da 800 a 942 milioni; quello per gli impiegati è ancora più marcato, aumentando da 989 a 1.205 milioni. Particolarmente significativo è l’impatto in termini di incidenza sull’imposta pagata: la variazione percentuale dell’imposta dovuta al drenaggio fiscale passa dal 3,2 al 5,5 per cento per gli operai e dall’1,7 al 2,3 per cento per gli impiegati.

Questi effetti, si legge nel rapporto dell’upB, sono direttamente riconducibili alle nuove detrazioni introdotte per il lavoro dipendente, che contribuiscono ad accrescere l’aliquota marginale effettiva. Ciò è confermato dall’evidenza che le altre categorie di contribuenti, non interessate da tali modifiche, registrano variazioni del drenaggio fiscale pressoché irrilevanti: pensionati, autonomi, percettori di redditi da fabbricati e di altri redditi mostrano infatti incrementi minimi o nulli.

Tale accresciuta sensibilità del sistema 2025 al drenaggio fiscale, da un lato, aumenta l’elasticità del gettito Irpef agli incrementi nominali del reddito da lavoro dipendente, con effetti positivi sul bilancio pubblico, dall’altro, solleva criticità relativamente all’evoluzione in termini reali del reddito disponibile di questi contribuenti. In un contesto in cui la dinamica retributiva è risultata già di per sé insufficiente a compensare l’inflazione, l’intensificazione del prelievo fiscale derivante dall’interazione tra inflazione e progressività rischia di erodere in misura significativa gli incrementi nominali delle retribuzioni con rilevanti conseguenze sulla loro dimensione reale. Inoltre, in generale, anche in periodi di inflazione moderata, le elevate aliquote marginali in corrispondenza di redditi medio-bassi, su cui è elevata l’incidenza dei lavoratori dipendenti, rischia di limitare gli effetti dei rinnovi contrattuali in termini di recupero del potere d’acquisto, con potenziali ricadute negative sui consumi e sulla domanda interna.

Il Report svolge, infine, alcune considerazioni di policy sulle modalità di sostegno dei redditi bassi, sottolineando che se questo è realizzato attraverso il sistema fiscale piuttosto che mediante strumenti dal lato della spesa, occorre prestare particolare attenzione al loro disegno e alle conseguenze che ne derivano.

Interventi come quelli introdotti con la legge di bilancio per il 2025, si legge nel documento, aumentano la progressività dell’Irpef e accrescono la sua sensibilità al drenaggio fiscale. A lungo andare, quindi, in assenza di un’indicizzazione dei parametri, l’effetto combinato dell’inflazione e della maggiore progressività dell’imposta tende a erodere i benefici che si intendevano apportare con le misure di sostegno al reddito, rendendole progressivamente meno efficaci.
Qui il Rapporto: https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2025/06/UPB-Rapporto-sulla-politica-di-bilancio-2025.pdf.


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venerdì 24 gennaio 2025

Poveri miliardari

Nel 2024 la ricchezza di 71 miliardari italiani è aumentata di 166 milioni di euro al giorno - Giovanni Caprio

Anche quest’anno, in occasione dell’apertura del meeting annuale del World Economic Forum che si svolge a Davos dal 20 al 24 gennaio 2025, OXFAM ha presentato un’analisi sullo stato delle disuguaglianze economiche e sociali nel mondo e in Italia. Il rapporto “Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”, evidenzia come la crescita della concentrazione della ricchezza non sia in molti casi frutto di merito, ma è ascrivibile a un sistema economico “estrattivo”. L’acuirsi dei divari economici e sociali è il risultato di scelte politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti e individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini.

Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta, in termini reali, di 2 mila miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Ogni settimana, in media, sono nati 4 nuovi miliardari. L’anno scorso la ricchezza dei 10 uomini più facoltosi al mondo è cresciuta, in media, di quasi 100 milioni di dollari al giorno. Qualora il 99% dei loro patrimoni “evaporasse” da un giorno all’altro, rimarrebbero comunque miliardari. Al contrario, il tasso di riduzione annua della povertà estrema (condizione in cui versa chi non dispone di risorse giornaliere superiori a 2,15 dollari) è in forte rallentamento. Senza una crescita più inclusiva l’obiettivo di eradicare la povertà entro il 2023 resta un miraggio. Il numero assoluto di individui che vivono sotto la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno è oggi lo stesso del 1990, poco più di 3,5 miliardi di persone. Alle tendenze attuali, potrebbe volerci un secolo per riportare la popolazione del pianeta sopra tale soglia.

I Paesi ricchi controllano il 69% della ricchezza globale, pur rappresentando solo il 21% della popolazione mondiale e le relazioni economiche tra il Nord e il Sud del mondo sono dominate da forme di “moderno colonialismo”. Il predominio delle valute del Nord nel sistema dei pagamenti internazionali e i costi di finanziamento più bassi nei Paesi ricchi sono alla base di forti squilibri nei flussi di redditi da capitale tra le economie avanzate e il Sud: ogni anno il Nord “estrae” circa 1.000 miliardi di dollari dal Sud. Nonostante il Sud contribuisca al 90% della forza lavoro globale, riceve solo il 21% del reddito da lavoro aggregato; i salari nel Sud sono significativamente inferiori rispetto a quelli del Nord, con una differenza, a parità di competenze dei lavoratori, tral’87 e il 95%. Inoltre, i Paesi a basso e medio reddito spendono quasi la metà delle proprie risorse pubbliche per rimborsare il debito estero, che ha raggiunto 307.000 miliardi di dollari a metà del 2023, e 3,3 miliardi di persone vivono in Paesi che pagano più per il servizio del debito di quanto stanziano per l’istruzione e la sanità.

La ricchezza globale non solo è fortemente concentrata al vertice, ma in gran parte deriva anche da rendite di posizione. Basti pensare che oltre 1/3 (il 36%) delle fortune dei miliardari deriva da eredità. La crescita della ricchezza dei miliardari è in parte riconducibile a sistemi di relazioni clientelari e, soprattutto, intrecciata con l’immenso potere di mercato esercitato dalle imprese che controllano o dirigono. Il potere monopolistico garantisce rendite immeritate e contribuisce alla crescita delle disuguaglianze.

Per quanto riguarda il contesto italiano, le ultime stime disponibili, relative a metà del 2024, fotografano ampi squilibri nella distribuzione della ricchezza delle famiglie italiane: in Italia, a metà del 2024, il 10% più ricco dei nuclei familiari (titolare di quasi 3/5 della ricchezza netta del Paese) possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie; il 5% più ricco delle famiglie italiane, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possedeva quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero; la metà più povera delle famiglie italiane deteneva appena il 7,4% della ricchezza nazionale.

Con uno sguardo ancor più granulare, si legge nel Rapporto di OXFAMnel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro – al ritmo di 166 milioni di euro al giorno – raggiungendo un valore complessivo di 272,5 miliardi di euro detenuto da 71 individui. L’ammontare permetterebbe di coprire l’intera superficie della città di Milano con banconote da 10 euro. Il 63% della ricchezza miliardaria in Italia è frutto di eredità. In 14 anni, la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% delle più povere è diminuita di quasi 1 punto percentuale. È il quadro di un Paese delle fortune invertite con traiettorie di benessere familiare profondamente divergenti. Cristallizzando le differenze di opportunità nell’accesso a credito e investimenti, a migliori istruzione, formazione e posizioni lavorative, le disuguaglianze definiscono strutture di cittadinanza differenziate. Persistendo nel passaggio da una generazione all’altra, impediscono all’ascensore sociale di ripartire.”

Contemporaneamente alla crescita smodata delle ricchezze di pochissimi, oltre 2,2 milioni di famiglie (5,7 milioni di persone) continuano a non avere risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. E in povertà scivolano anche tanti lavoratori. A fronte dei miglioramenti occupazionali, i salari rimangono infatti  stagnanti: il salario medio annuale reale è invariato negli ultimi 30 anni. Tra il 2019 e il 2023, le retribuzioni lorde sono aumentate del 6-7%, ma l’inflazione del 17-18% ha ridotto il salario lordo reale di oltre 10 punti percentuali.

Qui per scaricare il Rapporto di OXFAM sulla disuguaglianza: https://www.oxfamitalia.org/report-disuguaglianza/?utm_source=news&utm_medium=ORG&utm_campaign=Davos

 

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Meriti. La vera minoranza protetta a livello planetario: il miliardario – Alessandro Robecchi

Vorrei dedicare questa piccola rubrichetta ai settantuno (71) miliardari italiani che nel 2024 –  per quasi tutti gli altri annus horribilis – hanno aumentato la loro ricchezza complessiva di 61,1 miliardi di euro, cioè in media di 860 milioni in più ciascuno (fonte: Rapporto Oxfam sulla diseguaglianza, gennaio 2025). Calcolatrice alla mano, possiamo dire che un miliardario italiano nel 2024 ha aumentato la sua ricchezza di oltre più di 7 milioni al mese, che significa 9.800 euro e passa all’ora – un eccellente salario minimo – calcolando anche le ore di sonno, quelle passate al golf, quelle dedicate alle dichiarazioni allarmate sulla grande “invidia sociale” che turba il Paese. Niente male, come performance di un pugno di persone: quella dei miliardari (non solo in Italia) è la minoranza più protetta del pianeta.

lunedì 15 aprile 2024

Crescono i “patrimoni senza eredi” - Giovanni Caprio

C’è tanta ricchezza privata che può tornare alla comunità e diventare “bene comune”. Si tratta di quei patrimoni che appartengono a persone senza parenti o legittimi eredi e che potrebbero essere finalizzati ad opere e ad attività in favore di tutti. A metterlo nero su bianco è la terza edizione della ricerca promossa da Fondazione Cariplo sul tema dei “Patrimoni senza eredi”, contenuta nel quaderno pubblicato sul sitoPatrimoni stimati su una ricchezza detenuta dalle famiglie italiane che nel 2020 era pari a 8.491 miliardi, di cui il 20% di proprietà di famiglie lombarde.

Secondo la stima, effettuata dai ricercatori dell’Evaluation Lab della Fondazione Giordano dell’Amore, per conto di Fondazione Cariplo, in Italia, i patrimoni di persone senza eredi che complessivamente potrebbero passare di mano sarebbero pari, rispettivamente nel 2030 e nel 2040, a 20,8 miliardi di euro e 88,1 miliardi di euro; ammettendo che tutte queste persone decidessero di devolvere interamente il proprio patrimonio a istituzioni di beneficenza si tratterebbe di un ammontare davvero considerevole. Da questa stima rimane esclusa la componente di quelle famiglie con eredi che potrebbero decidere comunque di devolvere una quota per il bene delle comunità. I curatori del rapporto hanno realizzato una nuova simulazione che tiene conto del fatto che al momento di redigere testamento una parte della ricchezza disponibile (esclusa la quota legittima) venga devoluta al terzo settore (50% per singoli e famiglie senza eredi, 5% per le altre), i lasciti stimati potrebbero essere pari a 8,4 miliari di euro e 35,7 miliardi di euro, rispettivamente nel 2030 e nel 2040 (la differenza fra le due stime dipendono fortemente dalla propensione a fare testamento da parte delle persone).

La crescita dei “patrimoni senza eredi” è la diretta conseguenza dei cambiamenti demografici in atto che interessano il nostro Paese, con un significativo aumento della percentuale di anziani sul totale della popolazione e con l’incremento progressivo delle famiglie senza figli. Scriveva il Censis nel suo ultimo Rapporto: “È facile prevedere che gli anziani di domani saranno più soli: saranno sempre di più anziani senza figli. (…) Aumenteranno le famiglie unipersonali fino a 9,7 milioni (il 37,0%). Tra di esse, quelle costituite da anziani nel 2040 diventeranno quasi il 60% (5,6 milioni).”

Patrimoni senza eredi” che potrebbero rappresentare una possibile fonte di ricchezza e nuovi fondi per l’attività delle organizzazioni del terzo settore.

La ricerca a quattordici e sette anni di distanza dai lavori precedenti (2009 e 2016) ha aggiornato le stime sul valore potenziale dei lasciti testamentari destinati al terzo settore, a organizzazioni benefiche o ad altri enti con il fine del bene comune. L’aggiornamento riguarda sia i dati di partenza (le indagini sui bilanci e sulla ricchezza delle famiglie della Banca d’Italia e i dati sulle aspettative di vita dell’Istat), sia la metodologia utilizzata per le stime. Il primo modello (2009) ipotizzava che – nel periodo oggetto di analisi – la ricchezza stimata dalla Banca d’Italia non variasse per le famiglie coinvolte nello studio (quelle con persona di riferimento ultrasessantacinquenne). Tuttavia, analizzando i microdati delle edizioni 2004-2014 dell’indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia, si era osservato come tale ipotesi risultasse irrealistica. Infatti, le famiglie oggetto dello studio tendevano a consumare la propria ricchezza netta a un tasso annuo pari a circa l’1,5%. Per considerare questo fenomeno, il modello successivo ( 2016) teneva conto della variazione effettiva della ricchezza detenuta dalle famiglie oggetto dello studio (ad un tasso dello 0,75% annuo). Questa scelta è stata conservata nel modello attuale. Inoltre, il primo modello (2009) introduceva una ipotesi fortemente semplificatrice nella stima dell’ammontare dei lasciti: i singoli e le famiglie senza eredi lasciano tutta la propria ricchezza al terzo settore, le persone con eredi non lasciano nulla. Già dalla seconda stima (2016) si è introdotto uno scenario meno drastico e più realistico: le persone che non hanno eredi devolvono mediamente il 50% del patrimonio al terzo settore, mentre tutti gli altri donano il 5% della quota disponibile del proprio patrimonio. Questo scenario è stato conservato anche in questa edizione. Infine, rispetto alle edizioni precedenti, lo studio si arricchisce di un ulteriore elemento di concretezza, grazie ai risultati rilevati dall’indagine “Mille Voci per Comprendere” condotta annualmente dall’Evaluation Lab di Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore per Fondazione Cariplo, che ha analizzato il differenziale attualmente esistente fra il valore potenziale dei lasciti stimati secondo i differenti modelli e la effettiva capacità di attrazione di lasciti testamentari da parte del terzo settore lombardo.

La sesta edizione del rapporto annuale “Noi doniamo”, curato dall’Istituto Italiano della Donazione (IID) in collaborazione con CSVnet ha già evidenziato una accresciuta propensione degli italiani alla donazione: nel 2022 il numero di cittadini che affermano di aver effettuato almeno una volta una donazione di denaro in favore di un’associazione è salito al 12,8% della popolazione con età maggiore di 14 anni, con un più 0,8% (https://www.pressenza.com/it/2023/10/noi-doniamo-i-dati-del-6-rapporto-sul-dono-in-italia/).

Una propensione che potrebbe ulteriormente accentuarsi proprio in considerazione dell’aumento nei prossimi anni di tanti “patrimoni senza eredi”.

Qui per scaricare la ricerca: https://www.fondazionecariplo.it/static/upload/qua/0000/qua-lasciti-web-03.pdf.


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martedì 24 ottobre 2023

sanità allo sfascio

 

Il Servizio Sanitario Nazionale che non c’è più. I dati del 6° Rapporto GIMBE - G

 

La Fondazione GIMBE ha presentato il 6° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) dal quale si evince come il servizio pubblico sia sempre più compromesso e con esso il diritto costituzionale alla tutela della Salute. Come sottolinea la Fondazione, “siamo davanti al lento e progressivo sgretolamento della più grande opera pubblica mai costruita in Italia”. Siamo di fronte al rischio concreto di perdere, lentamente ma inesorabilmente, un modello di servizio sanitario pubblico, equo e universalistico. Stiamo per compromettere definitivamente una conquista sociale irrinunciabile per l’eguaglianza e la dignità di tutte le persone.   Questi i dati.

Finanziamento pubblico. Il fabbisogno sanitario nazionale (FSN) dal 2010 al 2023 è aumentato complessivamente di € 23,3 miliardi, in media € 1,94 miliardi per anno, ma con trend molti diversi tra il periodo pre-pandemico (2010-2019), pandemico (2020-2022) e post-pandemico (2023), su cui “è opportuno rifare chiarezza –come sottolinea la Fondazione – per documentare che tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni hanno tagliato e/o non investito adeguatamente in sanità”. Nel periodo 2010-2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti oltre € 37 miliardi di cui: circa € 25 miliardi nel 2010-2015, in conseguenza di “tagli” previsti da varie manovre finalizzate al risanamento della finanza pubblica; oltre € 12 miliardi nel periodo 2015-2019, in conseguenza del “definanziamento” che ha assegnato meno risorse al SSN rispetto ai livelli programmati. In 10 anni il FSN è aumentato complessivamente di € 8,2 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua (1,15%). Nel periodo 2020-2022 il FSN è aumentato complessivamente di € 11,2 miliardi, crescendo in media del 3,4% annuo. Tuttavia, questo netto rilancio del finanziamento pubblico è stato di fatto assorbito dai costi della pandemia COVID-19, non ha consentito rafforzamenti strutturali del SSN ed è stato insufficiente a tenere in ordine i bilanci delle Regioni. Nel periodo 2023-2026 la Legge di Bilancio 2023 ha incrementato il FSN per gli anni 2023, 2024 e 2025, rispettivamente di € 2.150 milioni, € 2.300 milioni e € 2.600 milioni. Nel 2023 € 1.400 milioni sono stati destinati alla copertura dei maggiori costi energetici. Dal punto di vista previsionale, nella Nota di Aggiornamento del DEF 2023, approvata lo scorso 27 settembre, il rapporto spesa sanitaria/PIL precipita dal 6,6% del 2023 al 6,2% nel 2024 e nel 2025, e poi ancora al 6,1% nel 2026. In termini assoluti, nel triennio 2024-2026 si stima un incremento della spesa sanitaria di soli € 4.238 milioni (+1,1%). Da rilevare che nel 2022 e nel 2023 l’aumento percentuale del FSN è stato inferiore a quello dell’inflazione: nel 2022 l’incremento del FSN è stato del 2,9% a fronte di una inflazione dell’8,1%, mentre nel 2023 l’inflazione al 30 settembre acquisita dall’ISTAT è del 5,7% a fronte di un aumento del FSN del 2,8%.

Spesa sanitariaLa spesa sanitaria totale (sistema ISTAT-SHA) per il 2022 è pari a € 171.867 milioni di cui € 130.364 milioni di spesa pubblica (75,9%), € 36.835 milioni di spesa out-of-pocket (21,4%), ovvero a carico delle famiglie e € 4.668 milioni di spesa intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (2,7%). La spesa sanitaria pubblica del nostro Paese nel 2022 si attesta al 6,8% del PIL, sotto di 0,3 punti percentuali sia rispetto alla media OCSE (7,1%) che alla media europea (7,1%). Il gap con la media dei paesi europei dell’area OCSE è di $ 873 pro-capite ($ 873, pari a € 829) che, tenendo conto di una popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023 di oltre 58,8 milioni di abitanti, per l’anno 2022 corrisponde ad un gap di quasi $ 51,4 miliardi, pari a € 48,8 miliardi. Il progressivo aumento del gap della spesa sanitaria con la media dei paesi europei è perfettamente in linea con l’entità del definanziamento pubblico relativo al decennio 2010-2019, ma poi si è sorprendentemente ampliato nel triennio 2020-2022 durante l’emergenza pandemica. Complessivamente, rispetto alla media dei paesi europei, nel periodo 2010-2022 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata inferiore di $ 363 miliardi (pari a € 345 miliardi). E, per colmare il divario pro-capite con la media dei paesi europei attestato nel 2022 ($ 873, pari a € 829), al 2030 si stima un incremento totale di $ 122 miliardi (pari a € 115,9 miliardi), ovvero a partire dal 2023 un finanziamento costante di $ 15,25 miliardi, pari a € 14,49 miliardi per anno.

Livelli Essenziali di Assistenza. L’obiettivo dichiarato di “continuo aggiornamento dei LEA, con proposta di esclusione di prestazioni, servizi o attività divenuti obsoleti e di inclusione di prestazioni innovative ed efficaci, al fine di mantenere allineati i LEA all’evoluzione delle conoscenze scientifiche” non è mai stato raggiunto. Il ritardo di oltre 6 anni e mezzo nell’approvazione del Decreto Tariffe ha reso impossibile sia ratificare i 29 aggiornamenti proposti dalla Commissione LEA, sia l’esigibilità delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e di protesica inserite nei “nuovi LEA”. Nonostante la pubblicazione del DM Tariffe il 4 agosto 2023, i LEA rimarranno ancora in stand-by sino al 1° gennaio 2024 per la specialistica ambulatoriale e al 1° aprile 2024 per l’assistenza protesica. Tutte le analisi confermano una vera e propria “frattura strutturale” tra Nord e Sud: negli adempimenti cumulativi 2010-2019 nessuna Regione meridionale si posiziona tra le prime 10Nel 2020 l’unica Regione del sud tra le 11 adempienti è la Puglianel 2021 delle 14 adempienti solo 3 sono del Sud: Abruzzo, Puglia e BasilicataSia nel 2020 che nel 2021 le Regioni meridionali sono ultime tra quelle adempienti. Il focus sulla mobilità sanitaria documenta che i flussi economici scorrono prevalentemente da Sud a Nord: in particolare nel 2020, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto “cubano” complessivamente il 94,1% del saldo di mobilità attiva.

Regionalismo differenziatoLa “frattura strutturale” tra Nord e Sud compromette l’equità di accesso ai servizi sanitari e gli esiti di salute e alimenta un imponente flusso di mobilità sanitaria dalle Regioni meridionali a quelle settentrionali. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le diseguaglianze registrate già con la semplice competenza concorrente in tema di tutela della salute.

Personale dipendente. I dati relativi al 2021 verosimilmente sottostimano la carenza di personale, in conseguenza di licenziamenti volontari e pensionamenti anticipati negli anni 2022-2023. Ancora, le differenze regionali sono molto rilevanti, in particolare per il personale infermieristico, maggiormente sacrificato nelle Regioni in Piano di rientro. Infine, i benchmark internazionali relativi a medici e infermieri collocano il nostro Paese poco sopra la media OCSE per i medici e molto al di sotto per il personale infermieristico, restituendo di conseguenza un rapporto infermieri/medici tra i più bassi d’Europa.  Nel 2021 sono 124.506 i medici che lavorano nelle strutture sanitarie: 102.491 dipendenti del SSN e 22.015 dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 2,11 medici per 1.000 abitanti, con un range che varia dagli 1,84 di Campania e Veneto a 2,56 della Toscana con un gap del 39,1%. L’Italia si colloca sopra la media OCSE (4,1 vs 3,7 medici per 1.000 abitanti), ma con un gap un rilevante tra i medici attivi e quelli in quota al SSN.  Sono 298.597 invece gli infermieri che lavorano nelle strutture sanitarie: 264.768 dipendenti del SSN e 33.829 dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 5,06 per 1.000 abitanti, con un range che varia dai 3,59 della Campania ai 6,72 del Friuli Venezia Giulia con un gap dell’87,2%. L’Italia si colloca ben al di sotto della media OCSE (6,2 vs 9,9 per 1.000 abitanti). Nel 2021 il rapporto nazionale infermieri/medici tra il personale dipendente è di 2,4, con un range che varia dagli 1,83 della Sicilia ai 3,3 della Provincia autonoma di Bolzano, con un gap dell’80,3%. Fatta eccezione per il Molise, le Regioni in Piano di rientro si trovano tutte sotto la media nazionale, dimostrando che le restrizioni di personale hanno colpito più il personale infermieristico che quello medico. L’Italia si colloca molto al di sotto della media OCSE (1,5 vs 2,7) per rapporto infermieri/medici, in Europa davanti solo a Spagna (1,4) e Lettonia (1,2).

Anche al fine di orientare le decisioni politiche nella nuova Legislatura, il Rapporto contiene anche un piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale che propone coraggiose riforme e azioni indispensabili a garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute a tutte le persone. Un diritto fondamentale che, silenziosamente, si sta trasformando in un privilegio per pochi, lasciando indietro le persone più fragili e svantaggiate.

Qui per scaricare il Rapporto: https://www.salviamo-ssn.it/var/contenuti/6_Rapporto_GIMBE_SSN.pdf

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Pochi medici, turni pesanti e ricoveri impossibili: l’inferno dei pronto soccorso - Michele Bocci

I reparti di emergenza vivono la crisi più dura della sanità italiana. E intanto gli specializzandi scappano

 

La crisi è nerissima e va avanti ormai da anni. I pronto soccorso italiani sono in affanno e via via che il numero dei medici scende, come un cane che si morde la coda, sempre meno professionisti vogliono lavorare nell’emergenza. E per chi resta è sempre più dura. Ma sono tanti i fattori che hanno fatto peggiorare le condizioni di questi reparti, che spesso si trovano in difficoltà, come racconta la storia di Tor Vergata a Roma.

Orari pesanti e niente attività privata

Chi lavora al pronto soccorso deve sopportare turni pesanti, con molte notti al mese e anche weekend. In altri reparti i turni sono più agevoli. Poi c’è un problema economico. Lo stipendio è considerato troppo basso anche dallo stesso ministro alla Salute, Orazio Schillaci, che ha promesso aumenti. La paga è la stessa degli altri medici pubblici, ma chi lavora al pronto soccorso, come chi esercita altre specialità, non fa praticamente mai attività privata, che permette a tanti professionisti di arrotondare.

Quei 5mila medici in meno

Secondo Simeu, la società scientifica dell’emergenza, mancano oggi circa 5.000 medici nei pronto soccorso. E la situazione non sembra destinata a sbloccarsi a breve. Basta vedere le scuole di specializzazione. Proprio le condizioni di lavoro difficili spingono i giovani medici verso altre attività. E quest’anno il 70% delle borse di studio in medicina di urgenza sono andate deserte. Nel frattempo ci sono moltissimi medici assunti, circa 600 l’anno scorso, che lasciano. Si spostano magari nel privato, provano ad andare all’estero oppure partecipano ai bandi per i medici di famiglia o professionisti di altri reparti ospedalieri.

Il caso turnisti

Le Regioni sono disponibili a fare di tutto per assumere ma ai concorsi si presentano sempre molti meno professionisti di quelli necessari. Qualcuno punta sui turnisti, cioè paga liberi professionisti anche 100 euro l’ora, cioè 1.200 euro per un turno di notte. Si tratta di una pratica che presto dovrà finire, visto che in un decreto di maggio si è previsto che debba concludersi entro un anno. Ma non sono da escludere proroghe, visto che in alcune Regioni il sistema si regge sui turnisti.

Niente spazio nei reparti

Il lavoro è difficile anche perché il pronto soccorso è diventato un punto di riferimento per i cittadini, pure quelli che hanno problemi lievi,che si potrebbero risolvere altrove e cioè sul territorio. L’iper afflusso, anche di casi banali, rende il lavoro più difficile. Ma il presidente di Simeu Fabio De Iaco sottolinea un’altra criticità, che ha a che fare anche con quello che sta succedendo a Tor Vergata in questi giorni. Si tratta del cosiddetto “boarding”.

Nei reparti di degenza spesso non si trova posto per chi ha bisogno del ricovero e quindi la persona interessata rimane parcheggiata anche molto a lungo nei corridoi o nelle stanze del pronto soccorso. E’ questa la causa forse più importante del sovraffollamento, visto che i pazienti con problemi banali rappresentano un problema soprattutto per se stessi, visto che sono spesso costretti a una lunga attesa prima di essere visitati.

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La sanità allo sfascio e lo sciopero generale: se non ora, quando? - Gianluigi Trianni 

La Cgil – Area Stato Sociale e Diritti ha redatto e diffuso, in occasione della manifestazione nazionale del 7 ottobre scorso, un documento dal titolo “Salute e Sanità – Verso la legge di Bilancio” (https://volerelaluna.it/materiali/2023/10/11/salute-e-sanita-verso-la-legge-di-bilancio/), frutto della convergenza con centinaia di associazioni di scopo (una per tutte, in ambito sanitario, Medicina Democratica). È un documento basato su robuste fonti documentali, con importantissime analisi e proposte, qua e là, a mio parere, “perfettibili”, ma sempre condivisibili per “direzione” politica e sindacale.

Tra le cose “perfettibili”, c’è la questione della entità del finanziamento del Fondo Sanitario NazionaleLa richiesta di «aumentare il finanziamento pubblico, oltre a quanto già previsto, di almeno 5 miliardi l’anno, per i prossimi 10 anni» avanzata nel documento CGIL, pur politicamente significativa e positiva, è insufficiente a coprire le necessità minime per il mantenimento in vita del Servizio Sanitario NazionaleSolo per l’insieme degli incrementi di personale e dei rinnovi contrattuali di tutte le professionalità necessari per dare dignità retributiva e rispetto dei diritti contrattuali – e quindi fermare l’esodo verso il privato e verso l’estero – il fabbisogno è superiore ai 4-5 miliardi (come segnala C. Palermo, Presidente Anaao su Fanpage.it.), e lo è – segnalo – col sistema organizzativo quali-quantitativo del Servizio Sanitario attuale, che eroga direttamente solo attorno al 60% delle prestazioni per acuti e meno del 25% delle prestazioni per lungo-assistenza e riabilitazione (Istat 2022). Non è certo un Servizio Sanitario che garantisca la “copertura universale” (come pure è nella sua mission, per il combinato disposto della Costituzione e della legge n. 833/1978) e che lo faccia secondo i modelli organizzativi più recenti, all’insegna delle tre integrazioni Ospedale-Territorio, Sanità-Sociale, Assistenza-Ricerca (Universitaria e del SSN).

Per gli amanti delle percentuali segnalo che l’incremento dei 134,734 miliardi del 2023 con (insufficienti) 5 miliardi per il 2024, porterebbe la dotazione 2024 a 139,734 miliardi e la spesa sanitaria dal 6,2% al 6,5% del Pil 2024. Con l’aumento invece di 10 miliardi, come alcuni hanno proposto, si arriverebbe a 144,734 miliardi e al 6,7% del Pil. In entrambi casi si sarebbe sotto la soglia del 7% del Fondo Sanitario Nazionale, da molti indicata opportuna sino a pochi anni fa, con la quale si arriverebbe per il 2024 a poco oltre i 150,005 miliardi, con un incremento, di poco oltre i 17 miliardi. Tali incrementi sarebbero comunque inferiori a quello di circa 27 miliardi di euro in più all’anno per raggiungere il livello della spesa media dell’Eurozona (a parità di potere d’acquisto), e agli 80 miliardi necessari per raggiungere la spesa pro-capite della Germania, stimati da Cgil!

Senza adeguati investimenti non ci si può sottrarre allo sfascio del Servizio Sanitario Nazionale a fronte dello sofferenze di milioni di persone (Istat 2023) e al contemporaneo espandersi in Italia del mercato sanitario e socioassistenziale, caratterizzato dallo shopping e dagli investimenti della finanza francese (Korian), della finanza araba (Gruppo San Donato) di quella americana (Cinven) delle banche e delle assicurazioni italiane, di De Benedetti e dei capitali del Bahrain (KOS), di Unipol (S. Agostino), degli Elkan/Agnelli (Exor Lifenet) e di quant’altre espressioni del private equity, senza contare i ricatti di Big Pharma sui farmaci e la privatizzazione multinazionale delle farmacie (cfr. Emilia Romagna), con la bufala del loro essere in collegamento (spoke) con i presidi della medicina territoriale nel contesto della collaborazione pubblico-privato. Non si può lasciare che “i buoi scappino dalla stalla “, e poi piangere sull’impotenza dello Stato italiano ad arginare la pressione sul Pil della spesa sanitaria privatizzata e finanziarizzata (giunta, in Usa, al 18% del Pil: Ocse 2023) e quella sulle istituzioni democratiche della “privatocrazia”.

Di fronte a queste esigenze, lo scorso 3 ottobre a Torino, al “Festival delle Regioni e delle Province autonome”, il ministro Giorgetti è stato autorizzato a procedere con i tagli in bilancio 2024 dalla presidente G. Meloni che è ricorsa, con la consueta irridente retorica, a un argomento sino a qualche tempo fa di moda anche in ambito medico: «Un sistema sanitario efficace è l’obiettivo di tutti, però sarebbe miope concentrare tutta la discussione sull’aumento delle risorse. Bisogna avere un approccio più profondo anche su come vengono spese. Non basta necessariamente spendere di più per risolvere i problemi se poi i fondi vengono usati in modo inefficiente». Se si aggiunge l’ulteriore dichiarazione, anch’essa irridente ed eversiva della realtà del Serzizio Sanitario regionalizzato secondo cui «l’autonomia regionale proseguirà senza stop: è l’occasione per costruire un’Italia più unita», ce n’è a sufficienza per uno sciopero generale: per ottenere ben più di ulteriori 5 miliardi, per idonee politiche fiscali e di bilancio (altroché flat tax, esenzioni dei superprofitti delle banche, delle multinazionali anche sanitarie e della finanza e 2% per la spesa militare) e contro l’autonomia regionale differenziata.

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Sanità, la grande fuga - Michele Bocci

Stipendi bassi, ritmi disumani e poca sicurezza. E ora anche i primari scappano all’estero o nel privato

 

Se ne vanno. Lasciano il servizio pubblico per quello privato, oppure si fanno mettere in reparti meno pesanti, perché non riescono più a reggere i ritmi di lavoro. Magari hanno problemi con i vertici della loro azienda o semplicemente hanno deciso che è arrivato il momento di lavorare meno e guadagnare di più. Così si spostano in una clinica privata. I dati non lasciano dubbi: nel 2021 erano usciti prima del tempo 2.700 camici bianchi, l’anno scorso il numero è salito a ben 4.000 e quest’anno si viaggia verso i 5.000. Un numero che ormai fa concorrenza ai pensionamenti.

Chi ha detto addio

Solo nelle ultime settimane in Veneto tre primari di radiologia hanno detto basta, così come ha fatto un loro collega che dirigeva una ginecologia. All’ospedale di Merate, in Lombardia, ha lasciato, seguendo altri colleghi che hanno fatto la stessa scelta, il direttore dell’ortopedia, a Voghera un altro radiologo. Poi ci sono state le dimissioni del capo del pronto soccorso del Rummo di Benevento, e di quello di Agrigento, quest’estate. Sono solo alcuni esempi, che tra l’altro riguardano figure di vertice, di una grave crisi della professione che riguarda anche medici di famiglia, pediatri e altri specialisti. Un esodo a cui si aggiunge il flop dei bandi per le scuole di specializzazione, con almeno 6 mila borse non assegnate, e quindi andate perdute, quest’anno.

 

Le ragioni di chi scappa

Il dato sulla fuga degli ospedalieri lo ha raccolto, incrociando i numeri del Conto annuale dello Stato e di Onaosi (l’ente previdenziale e assistenziale dei camici bianchi) l’Anaao, principale sindacato di settore. Dei 4 mila che se ne sono andati nel 2022, prima del pensionamento, non è chiaro quanti abbiano scelto l’estero e quanti si siano spostati nel privato. «I problemi sono tre: stipendi bassi, mancanza di sicurezza dovuta al rischio di contenzioso e pure alle violenze di qualche paziente o suo parente, mancanza di tempo o condizioni di lavoro disumane».

C’è una novità, fa notare il sindacalista, e potrebbe essere un duro colpo per la manovra del 2024. «Il governo promette più soldi in busta paga ma siamo di fronte a colleghi che probabilmente lascerebbero comunque: hanno raggiunto il punto di non ritorno, perché è stato tolto loro il tempo vita». Tra i reparti più in crisi ci sono, com’è noto, i pronto soccorso. In tanti li hanno lasciati in questi anni. Ma ci sono anche casi di dottori che si mettono a fare i freelance e tornano a occuparsi di emergenza, magari a gettone.

La programmazione fallita

Perché siamo arrivati a questa situazione? Il peccato originale sono stati gli errori di programmazione degli anni scorsi. In passato si sono formati troppi pochi medici per fronteggiare l’onda dei pensionamenti. In questo modo gli organici si sono ridotti e in certi reparti il lavoro è diventato pesantissimo, cosa che, in un circolo vizioso devastante per il nostro sistema sanitario, ha spinto molti ad andarsene ben prima della conclusione della carriera pubblica.

Nel 2020, rispetto a 4.500 borse utilizzate, sono andati via in 5.000. Ma anche negli anni, come il 2024, nei quali gli specializzandi sono di più dei pensionabili, ci sono comunque problemi. Il fatto è che non tutti coloro che finiscono il percorso di specializzazione poi lavorano nel pubblico. Anzi, tanti vanno a lavorare nel privato oppure all’estero. E poi alle uscite bisogna aggiungere anche i 4 mila e più che, come abbiamo visto, lasciano prima della pensione.

I medici ospedalieri sono circa 102 mila in Italia e secondo Anaao oggi ne mancano 15 mila. Ci vorrà ancora tempo prima di recuperare. Le cose dovrebbero migliorare nel 2026-2027, quando sarà passata la gobba pensionistica e entreranno più specializzandi, quelli che hanno cominciato a studiare nel 2021-2022 quando è cominciato l’aumento delle borse. Per questo i sindacati si oppongono all’eliminazione del numero chiuso di medicina, stimando che nel 2030 la tendenza sarà ormai invertita e ci saranno tanti camici bianchi specializzati.

Ma il grande problema non è tanto il numero totale di professionisti bensì lo scarso interesse che c’è da parte dei giovani per alcune specialità come il pronto soccorso, l’anestesia e la chirurgia. Far entrare più persone all’università darebbe una mano a riempire i vuoti nei settori più in crisi.

 

La crisi dei medici di famiglia

Per i medici di famiglia, e anche per i pediatri di libera scelta, il futuro è difficile e a farne le spese saranno i cittadini. Nel loro caso i posti del corso triennale regionale necessario a esercitare la professione non compensano le uscite per i pensionamenti. Va un po’ meglio nell’ultimo periodo, grazie ai fondi del Pnrr. «In sei anni abbiamo perso 6 mila medici, oggi siamo 39 mila in tutto», spiegano dalla Fimmg, il principale sindacato della categoria che prevede un futuro nero per la categoria.

Già adesso le Regioni convenzionano i giovani dottori prima che concludano il tirocinio. In più è stata data la possibilità di aumentare il numero degli assistiti, da un massimo di 1.500 a 1.800, per non lasciare persone senza il medico. Ovviamente, con tanti pazienti, magari in zone isolate, riuscire a essere disponibili per tutti è difficilissimo. Cosa che ancora una volta si riflette negativamente sui pazienti.


Il chirurgo di Agrigento: “Lascio il pubblico col cuore a pezzi ma ora nel privato tornerò a vivere”

Giovanni Palmisciano fino al primo novembre rimarrà alla guida dell’ortopedia dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento. Poi passerà al privato.

Da quanto tempo lavorava nel pubblico?

«Da sempre. Prima lavoravo nel Palermitano, da 18 anni sono dirigente medico al San Giovanni, direttore facente funzioni da 3 anni».

Perché lascia?

«La mia decisione è stata particolarmente sofferta, mai avrei immaginato di arrivare a questo punto. Il sovraccarico di lavoro, i turni massacranti, ben oltre le direttive del contratto collettivo, le carenze di organico, un numero di ore di reperibilità di gran lunga superiore a quelle previste, sono state le cause che mi hanno spinto a rassegnare a malincuore le dimissioni. Il benessere psicofisico, la serenità e la lucidità sono condizioni imprescindibili per esercitare la professione del chirurgo. Quando vengono meno è impossibile mantenere standard elevati».

Come mai tantissimi camici bianchi lasciano il pubblico?

«In linea di massima, ritengo che le ragioni siano pressoché uguali nei vari ambiti della sanità pubblica. È evidente come sia quanto mai urgente una riforma dell’intero sistema sanitario nazionale».

Di cosa si occuperà da ora in avanti?

«Continuerò a fare quello che ho sempre fatto e che amo fare, ma con ritmi più umani, in una clinica privata».

Come si fa a rendere di nuovo attrattiva la professione del medico?

«Il primo passo è sbloccare il numero chiuso a Medicina. Tutte queste restrizioni danneggiano il sistema sul breve e sul lungo periodo, il risultato è che poi siamo costretti a reclutare medici dall’estero, quando tanti giovani italiani vorrebbero lavorare nel loro Paese».

Il suo è un addio o un giorno potrebbe tornare a lavorare per la sanità pubblica?

«Adesso non sono proprio in grado di dirlo. Sicuramente lascio nel reparto un pezzo del mio cuore e sono grato a tutti quelli che hanno lavorato con me in questi ultimi 18 anni. Senza di loro non avrei mai raggiunto certi risultati. Per ora viviamo il presente».


Il medico di famiglia di Napoli: “Non prendo in giro i miei pazienti: la burocrazia uccide, vado in pensione” - Giuseppe Del Bello

Stanco e deluso, Angelo Costantino si è sfilato il camice a 63 anni. Ne ha passati 39 da medico di famiglia a Napoli. «Mio padre era poliziotto, ho studiato molto per fare questa professione. E quando sono arrivato al traguardo, ne fui felice perché credevo di poter aiutare il prossimo, ma adesso basta. Non ce la facevo più».

Ha lasciato molto prima dei 70 anni.

«Avrei potuto esercitare per altri 8 anni, ma la professione era diventata insostenibile. Mi è costato molto. In termini economici, perché ho dovuto sborsare migliaia di euro per riscattare 11 mesi di contributi, e psicologici perché non è facile dire addio a un’attività di sacrifici e passione. Ma mi stava uccidendo».

Parola grossa, la professione la stava uccidendo?

«Avevo perso anche il sonno. La burocrazia ha irrimediabilmente minato la deontologia. Bisogna rispettare l’etica della professione verso gli assistiti, e questo non era più possibile».

Si spieghi.

«Le faccio un esempio. Tra i miei pazienti avevo una donna di 50 anni affetta da tumore alla mammella in fase iniziale. Doveva fare una Pet, esame costoso ma indispensabile per individuare precocemente eventuali lesioni. Ebbene, oggi un medico di famiglia non può prescriverla se non in determinate condizioni».

E lei non gliel’ha prescritta?

«Io no, ma per fortunata coincidenza il giorno che la paziente venne in studio c’era il mio sostituto: ignaro delle regole, prescrisse l’esame che si rivelò fondamentale per la sopravvivenza della donna. Cose di questo genere turbano profondamente la coscienza perché la burocrazia si insinua anche nelle banalità quotidiane».

In che modo?

«Mal di denti, mestruazioni dolorose, cefalea, roba per le quali è indicata la Nimesulide, ma è un farmaco che il Ssn per risparmiare concede solo in casi specifici. Ed è duro dire di no, così salta il rapporto di fiducia tra dottore e pazienti».

Lei è ancora giovane, cosa farà adesso?

«Sono anche cardiologo, per ora ho rifiutato varie offerte e ho cancellato la partita Iva. Voglio pensare a me, sono ancora troppo stressato».

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mercoledì 3 maggio 2023

furto di sanità

 




“Il sistema di cure per tutti è già finito. È un disastro sociale ed economico” - STEFANO CASELLI

 

Intervista a Nino Cartabellotta (Presidente della fondazione Gimbe)

 “La fine del Sistema sanitario nazionale pubblico e universalistico porterà a un disastro sociale ed economico senza precedenti. Ma temo che nessuno se ne renda conto”. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, da anni misura la temperatura della sanità italiana. Che, inesorabilmente, continua a salire.

Cartabellotta, è davvero “in gioco il Sistema sanitario pubblico e universalistico” come ha denunciato ieri, incontrando il governo, Raffaele Donini, assessore in Emilia-Romagna?

Purtroppo sì. Il sistema è stato travolto dal Covid dopo un imponente definanziamento di circa € 37 miliardi negli anni 2010-2019. Il capitale umano si è ulteriormente depauperato; sono emersi nuovi bisogni di salute quali long-Covid e disturbi psicologici e psichiatrici; non si riescono a recuperare le prestazioni non erogate durante la pandemia. E gli investimenti 2020-2022, assorbiti dall’emergenza, non permettono alle Regioni di mantenere i conti in ordine. E difficilmente ci saranno margini per nuove risorse a breve termine.

Quanto tempo rimane?

Il tempo è già scaduto tra l’indifferenza di tutti i governi che continuano a ignorare tre concetti chiave. La sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile. Il livello di salute e benessere della popolazione è una determinante per la crescita economica del Paese. Infine, che la perdita – lenta ma inesorabile – di un servizio sanitario pubblico e universalistico, oltre a compromettere la salute delle persone, porterà a un disastro sociale ed economico senza precedenti.

La pandemia non ci ha insegnato nulla?

Assolutamente no. Inizialmente il Ssn sembrava essere tornato al centro dell’agenda. Poi con la fine dell’emergenza tutto è rientrato nei ranghi. Nel Def 2022 (governo Draghi) il rapporto spesa sanitaria/Pil nel 2025 crolla al 6,1% e nella Nota di aggiornamento del Def (governo Meloni) viene ridotto al 6%; e la legge di Bilancio 2023 non ha previsto alcun rifinanziamento strutturale del Ssn, ma ha lasciato alla sanità solo briciole, in larga parte destinate a coprire i costi dell’energia.

Come affrontare la carenza cronica di medici e infermieri?

Stanziare consistenti investimenti per valorizzare e motivare la colonna portante del Ssn e programmare il fabbisogno di medici, specialisti e altri professionisti sanitari. In caso contrario, rischiamo lo svuotamento del Ssn da professionalità capaci di garantire la qualità dell’assistenza, affidando in parte la gestione delle risorse umane a società private senza alcun controllo e spendendo ingenti somme di denaro pubblico.

Di fatto, cosa rischia concretamente di non trovare più un cittadino se va avanti così?

Il diritto costituzionale alla tutela della salute. Sarà impossibile accedere in tempi ragionevoli a servizi e prestazioni necessarie, ricorrendo al privato se può pagare, oppure rinunciando. È il cosiddetto “universalismo selettivo” che non è affatto una minaccia incombente, ma una realtà quotidiana, soprattutto al Sud.

A che servono i soldi del Pnrr se non possono essere utilizzati per la spesa corrente?

Senza investimenti sulla spesa corrente solo a un costoso lifting.

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Sanità: Settore Pubblico sempre più in sofferenza -

 

Alla fine è arrivata pure la Corte dei Conti a denunciare, per bocca del procuratore generale Pio Silvetri [1], « le difficoltà in cui opera, a causa della mancanza di personale e di retribuzioni non sempre adeguate, il personale medico del servizio pubblico ».

Dai medici a gettone all’intramoenia, fino alla pensione a 72 anni: tutte le “non soluzioni” della destra ai problema della Sanità Pubblica

Nell’occasione la Corte ha annunciato di voler aprire un’indagine sul sistema dei “medici a gettone”, specie nei reparti di medicina d’urgenza.

« Il fenomeno – scrive il PG Silvetri – pone non solo problemi di qualità del servizio ma anche costi notevoli che vanno a gravare sul settore sanitario da sempre in forte sofferenza ».

E’ recente, in proposito, anche la denuncia di Medicina Democratica: « Le richieste di esami specialistici urgenti nel servizio sanitario pubblico finiscono in una misteriosa lista di galleggiamento: a pagamento, invece, quegli stessi esami in strutture pubbliche sono disponibili pressoché tutti i giorni. ci chiediamo quali siano i criteri in base ai quali si stabilisce, anche dentro gli ospedali pubblici, il numero di prestazioni in convenzione e quelle in regime privatistico. E ci chiediamo perché quelle private intramoenia siano così tante e invece quelle in convenzione pochissime e introvabili » [2].

D’altro canto il governo di destra continua nella sua opera corporativistica che ha solo la funzione di “prendere tempo”.

L’ultima è lo slittamento dell’età pensionabile dei medici fino a 72 anni.

« Se l’intento è quello di colmare la carenza di personale, è una misura inefficace », ha stroncato subito lo stesso Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici [3].

Anche se lo stesso Anelli, poi, da buon “governativo” mitiga la sua affermazione: « in ogni caso meglio un medico ultrasettantenne, ma abilitato e con esperienza, di un medico extracomunitario assunto senza certezza dei suoi titoli, della conoscenza della lingua italiana e non iscritto ai nostri Ordini » [3].

Le difficoltà, umane e logistiche, incontrate dalla Sanità italiana nell’affrontare la pandemia influenzale del 2020 dovevano rappresentare l’ultima sirena d’allarme per un Sistema Sanitario largamente inadeguato e insufficiente.

La politica e gli Organi della Verità hanno preferito occuparsi d’altro: da come fermare le ONG che sbarcano immigrati alla penalizzazione della Juventus per il caso “plusvalenze”, da Sanremo fino alla … “sfera di metallo trovata su una spiaggia in Giappone” [Open, 22 febbraio 2023, NdR].

Sanità: 9 temi che politica e Organi della Verità non affrontano

Le patologie di cui soffre la Sanità, eppure, sono note:

·         inadeguatezza delle campagne di prevenzione ( lotta all’alcolismo e all’obesità, alle condizioni predisponenti i tumori, le malattie respiratorie e quelle cardio-vascolari ),

·         assenza di adeguata assistenza “di filtro” territoriale di base,

·         medici di base “privati” e non dipendenti sanità pubblica ed inoltre ipercarichi di “assistiti”;

·         elevati ticket per esami clinici e strumentali che scoraggiano la prevenzione,

·         pronti soccorsi sovraffollati e con tempi di attesa inumani, 

·         carenza di posti letto ospedalieri,

·         lunghezza delle liste d’attesa per esami e visite nel sistema pubblico e sistema di prenotazione arcaico [potrebbe e dovrebbe essere curato direttamente online dallo stesso medico di base che prescrive esame, NdR],

·         disinvestimento dal settore pubblico a favore di quello privato,

·         doppia attività pubblico/privata dei sanitari,

·         numeri chiusi all’accesso delle professioni sanitarie.

Quando saranno affrontati?

Fonti e Note:

[1] Corte dei Conti, 24 febbraio 2023, scarica il PDF qui: “ Relazione del PG Pio Silvestri per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2023 ”.

[2] Medicina Democratica, 21 febbraio 2023, “Sanità lombarda: l’ospedale pubblico ti fa l’esame subito, ma solo se paghi!”.

[3] FNOMCEO, 23 gennaio 2023, “Medici in pensione a 72 anni? Anelli (FNOMCeO): Misura inefficace, ma male minore. Occorrono riforme strutturali, investire sui professionisti”.

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Sanità: liste d’attesa per visite ed esami: ecco perché sono sempre più lunghe - Milena Gabanelli e Simona Ravizza


In Italia da tempo indefinito la certezza di avere un esame o una visita medica in tempi rapidi ce l’ha solo chi può permettersi di pagare. Prima della pandemia, secondo il Censis, 19,6 milioni di italiani si sono visti negare almeno una prestazione dei livelli essenziali di assistenza in un anno e, presa visione della lunghezza della lista di attesa, hanno proceduto a farla di tasca propria: ogni 100 tentativi di prenotazione, 28 sono finiti nel privato (qui il documento). Dopo i due anni di picco del Covid (2020-2021) che cosa sta succedendo? Vale l’immagine che abbiamo utilizzato più volte: immaginate una lunga fila al binario che attende di salire sul treno a cui si sommano i passeggeri di oggi. Se al treno non vengono aggiunte altre carrozze, ci saranno sempre più passeggeri che dovranno rimandare quel viaggio, che in molti casi gli può salvare la vita, o in alternativa pagarsi un trasporto privato. È il motivo per cui recuperare velocemente le prestazioni sanitarie perse durante il Covid, a causa della paralisi dell’attività programmata, è per il Servizio sanitario nazionale una assoluta priorità. E per due ragioni: 1) la maggior parte della popolazione non può permettersi la sanità a pagamento; 2) il ritardo di una cura o di una diagnosi va ad aggravare sia il paziente che le casse pubbliche. Un’elaborazione di dati fatta per Dataroom dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che fa capo al ministero della Salute ci permette di capire quanto è lunga quella coda e perché non si riesce ad accorciarla…

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Sanità lombarda, liste d’attesa record. Al San Raffaele per una cisti 1300 giorni, ma subito se paghi 7.500 euro: le piaghe del “sistema” - Thomas Mackinson


Infinite promesse elettorali che s’infrangono su due numeri: 1300 giorni d’attesa (col servizio sanitario nazionale), zero (pagando 7.500 euro). Giorni e soldi che separano la signora Aurelia da un intervento di colecistectomia al San Raffaele di Milano, l’ospedale forse più famoso della Lombardia, fiore all’occhiello del Gruppo San Donato, il più grande della sanità privata italiana. Sembrava un errore, un attesa oltre ogni immaginazione quel dato emerso da una telefonata in diretta a “37e2”, la trasmissione di Vittorio Agnoletto su Radio Popolare. Viene poi confermato dalla struttura sanitaria. Il racconto somiglia ad altri, a parte il computo dei giorni che polverizza i record precedente. “Ad agosto 2020 – racconta l’ascoltatrice – ho avuto il primo episodio di coliche biliari e sono andata al Pronto Soccorso del San Raffaele, ma per via della pandemia ad ottobre vengo messa in lista d’attesa, senza però una data precisa, per l’intervento di colecistectomia. I miei calcoli, di oltre un cm, non si possono sciogliere in nessun modo. Da allora ogni 6 mesi mi sottopongo a controlli, ma ancora nessuna data è prevista per l’intervento. Io continuo a stare male, continue fitte, dolori, nausee, vomito, nonostante il cambiamento di regime alimentare. Fino a quando a gennaio 2023 ho detto basta, non ce la faccio più: ho chiamato il San Raffaele e ho chiesto a che punto era la lista d’attesa, e mi hanno detto che c’era da aspettare ancora tantissimo tempo. Allora ho chiesto quanto era l’attesa per un intervento a pagamento: mi è stato risposto oralmente che i tempi di attesa a pagamento non ce ne sono e che il costo era di 7.500 euro! A quel punto mi sono fermata perché non è giusto che un cittadino onesto, che paga le tasse non abbia diritto a un servizio sanitario pubblico che funzioni”.

Agnoletto ne chiede conto all’assessore Guido Bertolaso invitandolo ad intervenire in trasmissione “ma nessuna risposta ci è arrivata, silenzio totale: ci chiediamo quali siano gli interventi urgenti e concreti che la Regione sta programmando per abbattere queste liste d’attesa assurde, causa di enormi disagi per la popolazione, visto che era un obiettivo posto al centro della campagna elettorale del presidente Fontana”. La domanda trae forza da un dato di fatto, che è la conferma poi arrivata dal San Raffaele. “La lista di attesa per l’intervento di colecistectomia (videolaparocolecistectomia o VLC) è riportata nelle tabelle pubbliche sul sito di Ospedale San Raffaele ed è al momento di 1300 giorni. Per questo specifico intervento, come per altri, la lista di attesa risente ancora dei ritardi causati dalla pandemia, che ha costretto l’Ospedale San Raffaele a interrompere per diversi mesi, tutti gli interventi in elezione. L’intervento di colecistectomia è un intervento programmabile che non ha carattere di urgenza. L’Ospedale San Raffaele fa presente che la lista di attesa dà sempre precedenza alle patologie che rivestono carattere di emergenza/urgenza”.

Nella lista si possono infatti rintracciare altri record negativi, come i 1395 giorni per un ricovero di ortopedia pediatrica e fino ai 1700, quattro anni e sei mesi, per un intervento laser alla prostata. Ma sono numeri da prendere con le pinze, perché il sistema di prenotazione della Regione indica dove la prestazione viene garantita prima. E’ quando la si pretende da una struttura specifica, magari vicino a casa, che il rischio calende greche diventa certezza. E infatti, per legge, se le Ats di riferimento non garantiscono la prestazione entro i termini indicati sulla ricetta il cittadino ha diritto al trattamento in regime privato al solo costo del ticket: e chi lo ha mai sentito? E infatti il problema non si limita certo al San Raffaele, che fa sempre notizia e non solo per meriti propri ma anche perché avvengono pur sempre sotto la “cupola dello scandalo” , quello della politica lombarda che fa fiore la sanità privata desertificando quella pubblica. Ma se le liste d’attesa sono il metro, non è che altrove le cose vadano meglio: per una Tac al torace al Gaetano Pini, ad esempio, si deve attendere 243 giorni contro i 60 indicati come tempo medio, 180 se vai al Buzzi.

Lo scandalo, piuttosto, è allora (e ancora ) tutto politico. E’ nel diluvio di promesse che si sentono scrociare da decenni e ancora oggi. Il 24 gennaio Attilio Fontana, vale a dire a 16 giorni dal voto, si impegnava solennemente davanti agli elettori: “Il mio primo atto sarà ridurre le liste d’attesa”. Come non avesse avuto cinque anni di tempo per farlo, o il centrodestra di cui era ancora candidato ben 28, oltre un quarto di secolo, perché da tanto governa Regione Lombardia, dove la sanità è un mito di cartapesta, fatto di rotoli di liste d’attesa che anche Letizia Moratti, ex assessore e candidata civica col Terzo Polo, prometteva di sciogliere: “Il mio primo atto? Più risorse per tagliare le liste d’attesa”.

Ma il tema, lo sanno anche i sassi, non è solo di risorse ma anche di efficienza che resta appesa sulle bocche dei politici lombardi. Restiamo allora alle liste. Bertolaso, confermato nel ruolo di assessore alla Salute nella nuova giunta, a dicembre aveva annunciato che gli uffici dell’assessorato stavano lavorando a una piattaforma unica regionale che mettesse insieme tutte le agende di tuti gli enti, che siano strutture pubbliche o private in modo che il cittadino possa accedere e scegliere, ma anche controllare sforzi e risultati nel ridurre le loro attese. Perché, signori e signori, sembra incredibile ma nel 2023 ancora non c’è. L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) ha strutturato un database con le liste d’attesa delle strutture, ma spesso porta a risultati inesistenti: manca tra l’altro la pagina dell’Ospedale Niguarda, tra i più grandi d’Europa, che annuncia il monitoraggio ma non offre alcun documento, “il link attualmente non è censito” avverte la pagina del “Monzino”. Siamo “in attesa” delle liste d’attesa.

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Istat: le liste d’attesa infinite ingrassano la sanità privata - MARCO PALOMBI

 

Le mancanze del Servizio sanitario nazionale ingrassano la sanità privata, specialmente grazie alla spesa diretta delle famiglie (cosiddetta “out of pocket”) che aumenta da anni, escluso il 2020 dei lockdown, e che nel 2022 è stata spinta in particolare dalle lista d’attesa infinite. Questo, in estrema sintesi, il contenuto di un’audizione dell’Istat di ieri in Senato. È l’altra faccia della notizia che Il Fatto ha riportato sempre ieri, cioè l’allarme sul sistema sanitario lanciato al governo dalle Regioni: mancano medici, infermieri, strutture territoriali e ovviamente soldi, perché dopo un sotto-finanziamento durato un paio di decenni e lo choc del Covid l’universalità del Ssn e persino il suo funzionamento sono a rischio. Le Regioni chiedono subito le spese “pandemiche” non ripianate dallo Stato (circa 4 miliardi), ma anche un percorso pluriennali di aumento dei fondi sulla salute: non pare aria visto che l’Italia si è impegnata con l’Ue a riportare il bilancio in avanzo primario, impegno messo nero su bianco dal governo nella Nota di aggiornamento al Def.

E ora veniamo all’Istat: altri dataset possono dare numeri diversi, persino “peggiori” di quelli dell’Istituto statistico nazionale, ma è il trend che conta. Nel 2021, ultimo dato definitivo disponibile, la spesa sanitaria in Italia era complessivamente di circa 168 miliardi di euro: lo Stato ne finanziava il 75,6%, il resto – che in soldi fa 41 miliardi – era a carico delle famiglie, in gran parte mettendo direttamente mano al portafogli (35,6 miliardi di spesa “out of pocket”) e per una quota molto minore attraverso assicurazioni volontarie (4,5 miliardi). Il 2021, è bene tenerlo a mente, è uno dei due anni in cui la spesa sanitaria dello Stato è cresciuta per l’emergenza Covid: se prendiamo il periodo 2012-2019 (escludendo gli anni della pandemia) la spesa pubblica è salita dello 0,8% l’anno in media (meno dell’inflazione, il che si traduce in un taglio, tanto più che l’inflazione sanitaria normalmente è assai più alta di quella generale), la spesa diretta delle famiglie del 2,1% annuo e quella assicurativa del 4,3%. Cosa ci compravano le famiglie con quei soldi? Visite e cure ambulatoriali (36,5% del totale), farmaci (29,3%), degenza ospedaliera a lungo termine e apparecchi terapeutici da usare a casa (10,4% per ciascuna voce).

Il trend, secondo i dati preliminari comunicati dall’Istat in Parlamento, è proseguito nel 2022 probabilmente peggiorando: la percentuale di cittadini che hanno rinunciato alle cure è tornata ai livelli pre-Covid (il 7% contro l’11,1% del 2021 e però il 4% del 2008), ma con diversa composizione geografica (aumenta il peso del Nord) e sociale (sale la quota dei benestanti). Questa l’interpretazione di Istat: “Nel confronto tra il 2022 e gli anni pregressi della pandemia, emerge un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa, che nel 2022 diventa il motivo più frequente” di rinuncia alla prestazione medica, persino più dei motivi economici (il 4,2% della popolazione contro il 3,2).

Questo comporterà, quando avremo i dati definitivi, un probabile corposo aumento della spesa privata diretta: “Un altro aspetto che potrebbe evidenziare una maggiore difficoltà di accesso alle cure è che per soddisfare il bisogno di prestazioni sanitarie è stato necessario un maggior ricorso all’“out of pocket” o a spese sanitarie garantite da copertura assicurativa”.

L’anno scorso, dice Istat, la composizione della spesa per visite e accertamenti “si sposta di alcuni punti percentuali da prestazioni a carico del Ssn o gratuite a quelle pagate di tasca propria o con rimborso parziale o totale da parte delle assicurazioni private o aziendali”: nel 2019 il 37% degli intervistati dichiarava di aver pagato del tutto privatamente una visita specialistica, l’anno scorso erano il 41,8%; stesso discorso per gli accertamenti diagnostici (dal 23 al 27,6%). Prestazioni tra le più colpite dalle infinite liste d’attesa nella sanità pubblica che diventano sempre più profitto privato: da notare che la quota del campione coperta da un’assicurazione è un residuo 5% e che – specie per il “welfare aziendale” – si parla della parte più ricca dei lavoratori (il quinto col reddito più basso vale il 2,5% della spesa).

 

Sanità, ultimatum Regioni al Governo: “4 miliardi o è crac” - NATASCIA RONCHETTI

Ieri mattina, Raffaele Donini, coordinatore della commissione Sanità della Conferenza delle Regioni, ha pubblicato un post su Facebook: “È in gioco il sistema sanitario pubblico e universalistico. Lo devono capire”. Un invito al governo Meloni a comprendere fino in fondo la profondità del baratro nel quale sta precipitando il Servizio sanitario nazionale. Ed è stato con i numeri alla mano che Donini si è presentato nel pomeriggio, alla guida di una delegazione di assessori regionali alla Salute (insieme a lui anche il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga) all’incontro con il ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, e con il titolare del dicastero della Salute, Orazio Schillaci. Il tempo è scaduto. “Dobbiamo intervenire subito e nel modo più appropriato – ha esordito Donini –. Perché non vorremmo trovarci nella condizione di affermare che l’operazione è riuscita ma il paziente è morto”. Subito significa proprio subito per le Regioni: con l’attivazione immediata di un tavolo di lavoro che entro e non oltre la fine di aprile, cioè tra meno di due mesi, individui gli “interventi urgenti e risolutivi di ordine finanziario e legislativo attraverso i quali consentire alle Regioni di non interrompere la programmazione sanitaria ed evitare la riduzione dei servizi”. D’altronde il sistema è quasi al collasso. “Siamo alla canna del gas”, ammette Luigi Icardi, che guida l’assessorato alla Salute del Piemonte.

Sì, perché tutti i nodi sono venuti tragicamente al pettine. Lo storico sotto-finanziamento del servizio sanitario nazionale; il mancato rimborso di una buona parte delle spese sostenute per combattere la pandemia (mancano all’appello 3,8 miliardi); la continua fuga dei medici dagli ospedali – un esodo che sta facendo della gravissima carenza di specialisti una voragine: ne mancano più di 15 mila –; la necessità di arrestare questa fuga con riconoscimenti economici e professionali. “Da tre anni chiudiamo i bilanci con nostre risorse straordinarie e per questo in molti casi irripetibili – osserva Donini –. Non è accettabile essere sottoposti a un piano di rientro, che significa taglio dei servizi e tasse in più, a causa del sotto-finanziamento e dei mancati rimborsi. I soldi si devono trovare. Saltano fuori per le armi e invece non si spendono per il servizio sanitario, che deve al contrario essere la priorità”. È vero, Giorgetti e Schillaci hanno promesso un immediato tavolo di confronto. Altrettanto, però, non hanno fatto per quanto riguarda l’incremento della dote finanziaria. “Solo che se non si trovano subito i finanziamenti e non si interviene rapidamente anche sul piano legislativo il sistema non reggerà”, dice Icardi.

Lo scenario del resto è drammatico, il confronto con gli altri Paesi europei (per spesa sanitaria in rapporto al Pil) è impietoso. In pratica, dicono le Regioni, se si volessero raggiungere i livelli del Regno Unito servirebbero circa 20 miliardi in più all’anno, addirittura 40 per stare al passo con Germania e Francia. Invece è stata addirittura innestata la retromarcia: la nota di aggiornamento al Def (rivista e aggiornata il 4 novembre 2022), prevede una spesa sanitaria per il 2025 pari al 6% del Pil (nel 2019 era al 6,4%). Un arretramento nel contesto di un sistema ospedaliero che era già stato ampiamente spolpato prima della pandemia: in dieci anni sono stati tagliati 35 mila posti letto.

“Ormai anche le Regioni benchmark, come Emilia-Romagna, Toscana, Veneto sono in forte difficoltà”, avverte Pierino di Silverio, segretario nazionale di Anaao, sindacato dei medici ospedalieri. Tanto che lo storico confronto tra Nord e Sud su questo punto potrebbe ormai avere anche poco senso. Mancano gli infermieri (circa 60 mila) e mancano gli specialisti. La mappa sulle gravi carenze di medici ospedalieri, redatta sempre da Anaao qualche tempo, fa spiega che la Sicilia ha un deficit superiore ai 60 medici in quasi tutte le principali specialità (11 su 13). Proprio come la Toscana. La Puglia non ce la fa in nove specialità, nessuna regione ha un organico adeguato. Solo che questa mappa è già persino preistoria, ampiamente approssimativa, oggi, per difetto.

Mentre le liste d’attesa per accedere alle prestazioni appaiono aumentano i medici specialisti continuano a fuggire dal pubblico. Si chiamano dimissioni inattese. “Sette al giorno solo nel 2020 e nel 2021”, rammenta Di Silverio. C’è poi la questione dei Pronto soccorso, la più grave, come rilevato dalle stesse Regioni, che chiedono anche una revisione del tetto di spesa al personale, con “una metodologia che ne definisca il fabbisogno effettivo”. L’indennità aggiuntiva riconosciuta dal ministro Schillaci a medici e infermieri dell’emergenza-urgenza non basta. Tanti continuano a scappare, stremati da turni massacranti mentre le scuole di specialità vedono andare a vuoto i contratti di formazione: tra il 2021 e il 2022 non ne sono stati assegnati quasi il 55%. Risultato, concludono le Regioni, “occorre rendere esigibile il principio secondo il quale nessuna Regione debba sottoporsi a piani di rientro o di riduzione dei servizi o di aumento della fiscalità a causa del mancato riconoscimento dell’attuale criticità finanziaria. In caso contrario sarebbe irrimediabilmente compromesso il sistema sanitario universalistico”.

Già due anni fa la spesa sanitaria privata, che continua a crescere, aveva superato la soglia del 25% di quella annua complessiva: oltre 40 miliardi. Chi può, infatti, si rivolge ai privati. Cosa che approfondisce il solco che separa il Settentrione (più ricco) dalle regioni del Sud (più povere). Per esempio: nel 2021 la spesa privata pro-capite a livello nazionale è stata di 623 euro. Ma le differenze tra le varie aree del Paese si sono rivelate macroscopiche: si passa da 849 euro a 335. E la stessa cosa si rileva nella sanità integrativa. Quattro anni fa, hanno avvertito ancora una volta le Regioni, le persone assicurate erano 13,9 milioni, per il 43% concentrate nel Centro-Nord, per il 9% nel Meridione. Con buona pace dell’equità nell’accesso alle cure.

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La sanità di tutti, intervista a Tina Anselmi, su Raiplay

 

 

La sanità italiana tra rinunce, ricorso alle strutture private e “pellegrinaggi” - Giovanni Caprio


Nel 2021 la spesa sanitaria direttamente a carico delle famiglie è stata pari a 36,5 miliardi di euro, con un aumento in media annua dell’1,7% osservato nel periodo 2012-2021 (+2,1% dal 2012 al 2019). Le principali spese sanitarie sostenute direttamente dalle famiglie riguardano l’assistenza ambulatoriale per cura e riabilitazione (il 36,5%), l’acquisto di prodotti farmaceutici e altri presidi medici non durevoli (29,3%), l’assistenza (sanitaria) ospedaliera a lungo termine e l’acquisto di apparecchi terapeutici ed altri presidi medici durevoli (per entrambe queste ultime due voci l’incidenza è pari al 10,4%). E’ quanto ha rappresentato Cristina Freguja, direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’Istat, durante l’audizione in Commissione Affari Sociali e Sanità del Senato dell’8 marzo scorso.

Ma ciò che più colpisce dall’analisi dei dati dell’ISTAT riguarda la rinuncia a curarsi: nel confronto tra il 2022 e gli anni pregressi della pandemia, emerge un’inequivocabile barriera all’accesso costituita dalle lunghe liste di attesa, che nel 2022 diventa il motivo più frequente (il 4,2% della popolazione), a fronte di una riduzione della quota di chi rinuncia per motivi economici (era 4,9% nel 2019 e scende al 3,2% nel 2022). “Nel 2022 – ha sottolineato Freguja – le prestazioni sanitarie fruite sono, inoltre, più contenute rispetto al periodo pre-pandemico. Dalle indagini Istat sulla popolazione, si rileva infatti una riduzione – diffusa a tutte le ripartizioni – della quota di persone che ha effettuato visite specialistiche (dal 42,3% nel 2019 al 38,8% nel 2022) o accertamenti diagnostici (dal 35,7% al 32,0%). Nel Mezzogiorno quest’ultima riduzione raggiunge i 5 punti percentuali. La flessione riguarda tutte le fasce d’età, ma è maggiore nelle età anziane, con riduzioni di 6 punti per le donne, e comunque anche tra i minori che ricorrono a visite specialistiche (-6 p.p.) o tra le donne adulte per gli accertamenti”.

Quindi, nel 2022 i livelli di prestazioni sanitarie pre-pandemia non sono stati recuperati ed emerge nel contempo il maggior peso della rinuncia a prestazioni per lunghe liste di attesa. Rispetto al 2019 aumenta soprattutto la quota di persone che dichiara di aver pagato interamente a sue spese sia per le visite specialistiche (dal 37% al 41,8% nel 2022) sia per gli accertamenti diagnostici (dal 23% al 27,6% nel 2022).

Di seguito il testo completo dell’audizione al Senato della Dott.ssa Cristina Freguja dell’ISTAT: https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/425/781/ISTAT.pdf.

Quanto poi alla mobilità sanitaria interregionale in Italia nel 2020 ha raggiunto un valore di € 3,33 miliardi, con saldi estremamente variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Lo rileva un dossier di Gimbe dal quale emerge come Emilia-RomagnaLombardia e Veneto raccolgono il 94,1% del saldo attivo, mentre l’83,4% del saldo passivo si concentra in CampaniaLazioSiciliaPugliaAbruzzo e Basilicata. E la mobilità sanitaria tra i tanti “mali” della nostra sanità rappresenta senz’altro uno di quelli che maggiormente riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e, soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese. Infatti, le Regioni con maggiore capacità attrattiva si trovano ai primi posti nei punteggi LEA, mentre gli ultimi posti sono occupati da quelle con mobilità passiva più elevata.

Complessivamente, l’85,8% del valore della mobilità sanitaria riguarda i ricoveri ordinari e in day hospital (69,6%) e le prestazioni di specialistica ambulatoriale (16,2%). Il 9,3% è relativo alla somministrazione diretta di farmaci e il rimanente 4,9% alle altre prestazioni. In particolare, Emerge inoltre che più della metà del valore della mobilità sanitaria per ricoveri e prestazioni specialistiche è erogata da strutture private, per un valore di € 1.422,2 milioni (52,6%), rispetto ai € 1.278,9 milioni (47,4%) delle strutture pubbliche. In particolare, per i ricoveri ordinari e in day hospital le strutture private hanno incassato € 1.173,1 milioni, mentre quelle pubbliche € 1.019,8 milioni. Per quanto riguarda le prestazioni di specialistica ambulatoriale in mobilità, il valore erogato dal privato è di € 249,1 milioni, mentre quello pubblico è di € 259,1 milioni.

I dati di Gimbe dimostrano in definitiva che tantissimi cittadini sono costretti a umilianti “pellegrinaggi” da Sud a Nord per cercare di curarsi, che –di conseguenza– i flussi economici della mobilità sanitaria scorrono prevalentemente da Sud a Nord, in particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il Governo per la richiesta di maggiori autonomie. E che oltre la metà delle prestazioni di ricovero e specialistica ambulatoriale finisce nelle casse delle strutture private, ulteriore segnale d’indebolimento della sanità pubblica. In ogni caso, è impossibile stimare l’impatto economico complessivo della mobilità sanitaria che include sia i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti, sia i costi indiretti (assenze dal lavoro di familiari, permessi retribuiti), sia quelli intangibili che conseguono alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.

QUI il Report dell’ Osservatorio GIMBE 2/2023 La mobilità sanitaria interregionale nel 2020”:


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“La sanità pubblica lavorerà per le cliniche private” - Stefano Rossi

Regione Lazio, il governatore Rocca: “Il tema delle liste d’attesa è un problema ormai nazionale legato anche alla carenza del personale sanitario, ma sicuramente noi abbiamo il tema nel nostro ReCup dove c’è soltanto l’agenda pubblica. Noi invece intendiamo riappropriarci di tutte le prestazioni del privato e dare noi l’agenda al privato e non subirla”.

Tradotto, chi chiamerà al telefono il ReCup per fissare una visita medica troverà non solo i presidi pubblici ma anche quelli privati. E non sapremo a chi daranno la precedenza.

E’ pazzesco che un servizio pubblico, con dipendenti pubblici, finanziato ovviamente con soldi pubblici lavorerà per le cliniche private.

Finora, tutti i partiti che hanno governato negli ultimi trent’anni hanno favorito la sanità privata massacrando quella pubblica (il caso Formigoni docet).

Ho il sospetto che quel “non subirla” si debba leggere esattamente al contrario.

Ma poi, sul piano giuridico, il danno erariale si configura proprio quando il dipendente pubblico, in violazione dei suoi obblighi di servizio, causa un danno economico all’ufficio.

Qui si vuole legalizzare l’illegalità manifesta: siccome abbiamo distrutto il servizio pubblico con un altro servizio pubblico lavoreremo per far lavorare i servizi privati.

Quando si tratta di storpiare la logica umana e giuridica ci sono persone e partiti che raggiungono livelli sopraffini.

E niente, sono troppo avanti!

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Quarant’anni di sanità e welfare in Italia - Gaspare Jean

Il Quaderno di Gaspare Jean è una vera e propria storia critica della sanità pubblica in Italia negli ultimi quarant’anni, ovvero dalla approvazione della legge di Riforma Sanitaria (1978) ad oggi. Una lettura che ci aiuta a riflettere su come il servizio sanitario nazionale si è evoluto (e deteriorato) negli ultimi anni, ma soprattutto a impegnarci nella lotta per la sua difesa, ora che ipotesi di autonomia regionale differenziata, di flat tax e di finanziamento assicurativo minacciano la sua universalità ed esigibilità ancora più di quanto è accaduto finora attraverso il sottofinanziamento cronico.


Questo testo è stato preparato nell’agosto del 2019 come contributo al lavoro collettivo di “Ideeinformazione” da Gaspare Jean, pochi giorni prima della sua scomparsa.
Gaspare Jean, medico, è stato primario in diversi ospedali milanesi e dirigente ospedaliero. Per oltre quarant’anni si è molto impegnato per il recupero degli alcool-dipendenti ed era fiduciario medico nazionale dell’associazione Alcoolisti Anonimi. Questa sua attenzione per gli aspetti sociali della medicina è tra le motivazioni del conferimento, nel 2008, dell’Ambrogino d’oro del Comune di Milano. Storico attivista della sinistra milanese e dirigente dell’ANPI (era iscritto alla sezione XXV Aprile) era sempre presente dove c’era bisogno del suo impegno. 

Scarica o sfoglia il Quaderno 8

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7 aprile 2023. Giornata europea contro la commercializzazione della salute.

 

Come ogni anno, il 7 aprile, World Health Day per l’OMS, la Rete europea contro la commercializzazione della salute (https://europe-health-network.net/), ripropone di “festeggiare” trasformando questa giornata denunciando come la salute e la sanità siano sempre più ridotte a merce e sempre più ritenute un nuovo business da cui trarre i maggiori profitti per i grandi gruppi. Ne fanno le spese, ovviamente, le persone, i malati poichè aumentano in modo esponenziale le diseguaglianze in accesso ai servizi e questi ultimi diventano sempre meno universalistici.

Viene colpito in ogni paese il DIRITTO ALLA SALUTE E ALLA SANITA’. Ne fanno le spese maggiori i Servizi Sanitari Nazionali pubblici ancora una volta considerati dai vari governi e dalle istituzioni europee come semplici “costi” se non trasformati in mercato. Nulla è cambiato per non disturbare i grandi capitali in sanità, nonostante la “lezione” della pandemia Covid-19.

Negli ultimi mesi pare che vi sia un risveglio che vuole contrastare queste politiche: le manifestazioni di piazza in Spagna e nel Regno Unito, in particolare, per la salvaguardia ed il rilancio della sanità pubblica sembrano essere un buon segnale che deve essere raccolta anche dagli altri paesi in Europa e non solo.

In Italia, quest’anno abbiamo provato a verificare l’attenzione con la manifestazione tenuta a Milano lo scorso 1° aprile “Sani come un pesce?” che si inseriva proprio nell’ambito delle iniziative per la giornata del 7 aprile. La partecipazione è stata molto promettente. Solleveremo ancora la questione anche nelle prossime settimane.


Video, interventi e documenti sulla manifestazione del 1 aprile a Milano

https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=14311

 

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Il dado è tratto nella sanità pubblica italiana - Paolo Caruso

Con l’avvento della Meloni al governo, il Paese sembra sia stato catapultato verso una politica del “fare” esclusivamente tesa a tutelare il “manovratore”, le lobby, i poteri forti, le classi economicamente privilegiate, a discapito dei veri interessi dei cittadini. Con questa destra si assiste sempre più all’apoteosi del neoliberismo anche in ambito sanitario, e proprio questo “nuovo” che avanza sembra dare un ulteriore colpo mortale alla già fragile Sanità pubblica fiaccata da anni di continui ridimensionamenti finanziari, flussi di denaro pubblico dirottati a favore del privato. Una maschera del “nuovo” arrembante che nasconde le insidie del modo di gestire la salute pubblica. Cosa c’è sotto questa operazione di maquillage dell’universo Salute è facilmente comprensibile e ricalca tutti i temi cari alla destra, cioè la privatizzazione. La rabbia e la frustrazione di un popolo sono già abbastanza grandi nel constatare il netto declino del SSN, di una sanità pubblica sempre più marginalizzata e del venir meno di un diritto costituzionale fondamentale quale è la salute. La classe politica della destra più conservatrice e meno presentabile arroccata nei Palazzi delle Istituzioni rimane sorda ai bisogni della gente e fa aprire gli occhi anche a coloro che l’hanno votata. Destra e sinistra per certi aspetti rappresentano un falso storico contemporaneo, le due facce della stessa medaglia, entrambe fautrici di logiche neoliberiste. Nessun governo, compreso quello dei “migliori”,  ha mai  ammesso di volere ridurre i finanziamenti al Servizio sanitario pubblico anzi…. In effetti il finanziamento al Ssn cresce solo sulla carta essendo legato al Pil e già dal 2022 agli anni a venire è in forte calo, un ritorno al periodo pre-pandemia, un abisso rapportato a quello di Germania, Francia e Regno Unito. Il bilancio delle regioni alla voce sanità risulta in rosso, anche di quelle cosiddette virtuose, e con l’ulteriore riduzione dei finanziamenti da parte dello Stato molte di esse saranno costrette a tagliare i servizi sanitari, le prestazioni, aumentando anche il contributo economico dei cittadini. Esistono già forti criticità sia per quanto riguarda le liste d’attesa, lunghe e interminabili, sia per il sovraffollamento delle aree di emergenza che scoppiano presentandosi come dei veri lazzaretti e anche i ricoveri e gli interventi chirurgici rappresentano per molti una chimera. Chi può si rifugia nelle strutture private con il conseguente aumento della spesa sanitaria e con il risultato di veder aumentare le diseguaglianze già esistenti e la sperequazione tra le regioni del nord e le regioni del sud. Malgrado ciò il governo Meloni tende a nascondere la verità e non fa nulla per invertire questa deriva che sta portando ad abbassare il livello delle prestazioni, al mancato ammodernamento del patrimonio strutturale e tecnologico, al crescere dei tempi delle lista di attesa. Un governo guerrafondaio che incrementa le spese militari tagliando i denari alla sanità pubblica di certo non è segno di buona politica orientata al bene comune. La stessa Costituzione infatti sancisce la tutela della salute come diritto fondamentale e gratuito. Dopo anni di tagli alla spesa sanitaria pubblica, il ridimensionamento delle piante organiche, la soppressione di reparti, la chiusura di interi ospedali,  la cieca gestione del numero programmato alle professioni sanitarie e alle specializzazioni, fanno emergere tutti gli errori del passato. La riduzione di medici specialisti soprattutto di alcune branche, di infermieri e di personale sanitario in genere rappresenta un grave vulnus al Ssn, un depotenziamento della sanità pubblica che non riesce più a essere attrattiva, concorrenziale a quella privata. Nessuno incentivo alla professionalità, stipendi non adeguati, e la fuga dal pubblico sono il frutto di una politica deficitaria e di gravi responsabilità sindacali, e non sarà sicuramente l’ultima genialata del governo con la liberalizzazione del lavoro degli infermieri e dei sanitari all’esterno della struttura pubblica, come opera caritatevole di incremento dei guadagni, a far cambiare la tendenza. L’attenzione della politica verso il Ssn nel periodo pandemico e le promesse post covid sono deflagrate con i governi che si sono succeduti al Conte 2. Anche la medicina del territorio, le case di comunità e gli ospedali di comunità segnano il passo prive di una congrua dotazione di personale e lo sviluppo della telemedicina è di là da venire. La stessa medicina generale soffre al pari delle altre specialità di un numero ridotto di medici generalisti e del mancato adeguamento alle richieste del territorio. In questo, la figura del medico di base svilita da anni di imperdonabile abbandono, costretto ad abdicare alla sua professionalità e a districarsi tra burocrazia, restrizioni prescrittive causa di rapporti conflittuali con il paziente, risulta fondamentale e va rivalutata. Soltanto abbandonando il regime privatistico tanto caro alla destra e le logiche affaristiche della sanità pubblica, con un crescente impegno finanziario e un serio coinvolgimento della politica si potrà assistere alla ripresa di quello che fu il fiore all’occhiello dell’assistenza sanitaria pubblica in Italia. Il dado è tratto! O si gettano le basi ad un nuovo progetto di sanità pubblica, o il declino sarà inarrestabile e questa destra non potrà che scrivere la parola fine al Ssn, consentendo agli Andreucci e ai vari Ras della sanità privata di arricchirsi sulla pelle dei cittadini. 

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L’OCSE ci è arrivata, la Meloni no: l’austerità uccide la sanità pubblica - coniarerivolta

Sono serviti quasi sette milioni di morti dovuti al Covid affinché l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) riconoscesse che i sistemi sanitari di tutti i Paesi membri – che sono sostanzialmente tutte le economie avanzate capitaliste del pianeta – si sono fatti trovare drammaticamente impreparati e sottofinanziati all’appuntamento con la pandemia. Dopo decenni passati a predicare l’austerità e la riduzione del ruolo dello Stato nell’amministrazione della cosa pubblica, l’OCSE è così costretta a mettere nero su bianco che lo Stato deve mettere soldi, tanti soldi, per evitare che la salute della popolazione si deteriori in maniera inesorabile nei prossimi anni. È quello che si può leggere in un recente rapporto, intitolato Ready for the Next Crisis? Investing in Health System Resilience. Le criticità individuate sono note a chiunque abbia avuto la sfortuna di avere bisogno di assistenza medica negli ultimi anni: personale gravemente sottodimensionato, investimenti in strutture e macchinari sempre più carenti, spese in prevenzione totalmente insufficienti e tutto il campionario degli orrori con cui si confronta chi entra oggi in un ospedale pubblico.

In uno scenario che, se si guarda alla situazione media di tutti i paesi OCSE (i paesi più ‘avanzati’ del mondo), è sconfortante, l’Italia spicca e lo fa per le ragioni sbagliate. Non può essere una novità, d’altronde. Nei primissimi giorni della pandemia provammo a tracciare un bilancio degli effetti dell’austerità sulla sanità italiana: spesa pubblica corrente nella sanità (che include gli stipendi dei lavoratori del settore) diminuita in termini reali del 12% tra il 2009 e il 2018; investimenti pubblici in sanità, quali ad esempio l’acquisto di strutture e macchinari, che nello stesso periodo soffrono un taglio del 44%; carenze d’organico ad ogni livello, dai medici fino agli infermieri. Una serie di numeri che possono apparire astratti, ma che hanno un riflesso drammaticamente tangibile nella nostra vita quotidiana e che mostrano tutta la loro violenza quando andiamo a vedere come il numero di posti letto ospedalieri ogni mille abitanti fosse, nel 2020, un terzo di quello che avevamo nel 1980 (3,19 posti letto ogni 1000 abitanti nel 2020, 9,61 nel 1980, secondo dati OCSE).

 

Che fare per arrestare questo sfacelo? Una risposta sicuramente prudenziale la fornisce lo stesso Rapporto dell’OCSE di cui parlavamo all’inizio di questo articolo: aumentare sostanzialmente la spesa in sanità fino a portarla al 10.1% del PIL di ciascun Paese membro. Arrivati a questo punto, può essere utile confrontare queste prescrizioni con quanto sta concretamente facendo in merito il Governo Meloni. Anche qui, purtroppo, siamo costretti a tornare su quanto già detto e ridetto: nell’ultima Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, licenziata a novembre 2022, si può notare come la spesa sanitaria in rapporto al PIL sia prevista al ribasso per gli anni a venire, partendo dal 7,2% del 2021 per poi scendere al 7%, 6.6%, 6.2% e 6% negli anni fino al 2025 (come si può leggere nel documento approvato dal Governo qui, Tavola I.3B). Un provvedimento rivendicato con orgoglio e senza alcuna vergogna dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno: leggere l’ultima domanda nella trascrizione dell’intervista per credere.

Detto in parole povere, il Governo Meloni, in totale e perfetta continuità con gli esecutivi che l’hanno preceduto, persevera senza esitazione nel progetto pluriennale di distruzione del sistema sanitario nazionale, un progetto che è un attentato diretto alla salute delle milioni di persone che non hanno i soldi per curarsi nella sanità privata e che possono solo sperare di non ammalarsi per evitare di dover iniziare un percorso che unisce alla disgrazia della malattia anche la beffa di liste d’attesa chilometriche, strutture fatiscenti e personale sanitario sfinito da turni massacranti. Non è retorica, purtroppo, ma ciò che ci dice l’OCSE e che ci dicono i dati sugli oltre 4 milioni di italiani che hanno rifiutato le cure per via delle liste d’attesa troppo lunghe. È inoltre ciò che, in spregio del ridicolo, ci dicono le Regioni, governate dalle stesse forze politiche che a livello di Governo centrale devastano la sanità pubblica: “Se davvero il livello di finanziamento del SSN per i prossimi anni dovrà assestarsi al 6% del PIL, prospettiva che le regioni chiedono che venga assolutamente scongiurata, occorrerà allora adoperare un linguaggio di verità con i cittadini, affinché vengano ricalibrate al ribasso le loro aspettative nei confronti del SSN. Saranno necessarie scelte dolorose, ma non più procrastinabili, al fine di evitare che le mancate scelte producano nel sistema iniquità ancora più gravi di quelle già presenti”.

Il Governo Meloni ha il pregio indiscutibile di essere totalmente trasparente e privo di qualsiasi pudore riguardo alle sue priorità: la salute e il benessere della popolazione sono un orpello da sacrificare sull’altare della fedeltà al dogma dell’austerità fiscale e un boccone da offrire in pasto a chi macina milioni su milioni di profitti con la sanità privata. Forte e spietato con i deboli, che siano i pazienti in attesa di essere curati o i migranti lasciati morire in mare senza batter ciglio, debolissimo e servile contro i forti, che siano i guardiani europei della disciplina di bilancio o il padronato nostrano che richiede manodopera da sfruttare.

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