venerdì 31 gennaio 2014

Una casa di terra - Woody Guthrie

è la storia del grande amore di Tike e Ella May (che ha tradito la sua classe agiata d’origine per Tike) e della loro lotta contro la grande depressione e la povertà, ai tempi di “Furore”.
vivono in una baracca, in balia degli elementi naturali, nella California che non è quella di San Francisco e Hollywood, ma pieno terzo mondo, dove i poveri sono più poveri e i ricchi più ricchi, e la vita vale davvero poco.
il sogno di Tike è una casa di mattoni di terra cruda, di adobe (terra e paglia insieme), quello di Ella May è un sogno di dignità, e diventa anche madre alla fine del romanzo, e faranno di tutto per far crescere quel bambino in un mondo migliore.
dopo questo libro, che profuma di amore e socialismo, ascoltate com'è bella “This Land is your Land” - franz



Il manoscritto originale di questo romanzo di Woody Guthrie, portato a termine nel 1947, era rimasto chiuso in un cassetto a Coney Island per anni e anni. Scoperto da pochissimo, è stato pubblicato negli USA da Johnny Depp, che ne ha scritto anche l'introduzione. "Una casa di terra", l'unico romanzo completo del leggendario folksinger, è un ritratto profetico e potentissimo di due agricoltori cocciuti e disperati che combattono per sopravvivere alla furia cieca e distruttiva degli elementi (ma non solo) durante la Dust Bowl, la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti negli anni Trenta, mandando in rovina migliaia di contadini. Soffuso della elementare poeticità e della devastante autenticità che hanno reso leggendarie le ballate di Woody Guthrie, il libro è la storia del normalissimo sogno di una vita migliore da parte di una normalissima coppia e della sua ricerca di amore in un mondo sempre più corrotto. Tike e Ella May Hamlin si ammazzano di fatica per coltivare la terra arida del Texas, vivono precariamente in una catapecchia di legno e sognano un'abitazione solida in grado di difenderli dalla terribile violenza degli elementi. Grazie a un opuscolo pubblicato dal governo, Tike apprende le nozioni necessarie per costruirsi una semplice casetta fatta di mattoni di argilla, paglia e sabbia, a prova di fuoco e vento: una casa di terra.

…Come non bastasse, sinanche il ritrovamento di questo libro è una storia strepitosamente americana: il manoscritto è stato scoperto quasi per miracolo dallo storico Douglas Brinkley che ne aveva trovato un accenno tra le carte del musicologo Alan Lomax mentre era al lavoro su una biografia dedicata all'inevitabile Dylan. Poi, pubblicato all'inizio dell'anno negli Stati Uniti come primo titolo in assoluto della Infinitum Nihil (che è, strano a dirsi, la casa editrice dell'attore Johnny Depp), per Una casa di terra sono stati scomodati i nomi di Steinbeck e di D. H. Lawrence (quest'ultimo viene chiamato in causa per le pagine dense di torrida ed esplicita sessualità, forse troppo esplicita, per i tempi): eppure il libro era rimasto a languire nell'abisso degli scaffali dell'Università di Tulsa per oltre sette decadi, nonostante che nel frattempo Guthrie — al ritmo di una chitarra "che uccide fascisti" — fosse diventato una pietra angolare della storia musicale americana, come colui che per primo, e dal profondo delle viscere degli Stati Uniti, era riuscito a cantare quel pezzo di umanità che si sporca le mani, che suda, quella che soffre, quella che perde quasi sempre, quella su cui le luci di Hollywood non si erano posate mai. Insomma, "il popolo", quello trasformato in icona dalla Costituzione americana e lì cristallizzato…
da qui

giovedì 30 gennaio 2014

il patrimonio culturale secondo Salvatore Settis

...La funzione del patrimonio culturale oscilla in continuo tra quella di deposito passivo della memoria storica e dell’identità culturale e quella, opposta, di potente stimolo per la creatività del presente e la costruzione del futuro. In relazione a questi temi, si solleva spesso un interrogativo sulla proprietà del patrimonio culturale, sballottata di continuo tra la sfera pubblica e la sfera privata; in questo interrogativo i linguaggi del diritto, dell’etica e della storia si mescolano inestricabilmente. Infine, la questione dei costi per la conservazione e la salvaguardia del patrimonio culturale è spesso trattata oggi separandola da quella della sua funzione. Si dà inoltre per scontato che il patrimonio culturale è un fardello che pesa sul budget dello Stato e non che possa divenire una riserva di energia per i cittadini e per le Nazioni.
Gli uomini politici e gli economisti affrontano spesso queste questioni riferendosi esclusivamente alla prospettiva presente, ai problemi della spesa pubblica e della libera concorrenza di mercato. Non è tuttavia meno legittimo rivendicare il ruolo della storia. La storia può dimostrare come il patrimonio culturale non sia un inutile fardello che ci trasciniamo da secoli in mancanza di nozioni economiche e politiche, ma come al contrario partecipi alla cosciente elaborazione di una strategia sociale destinata a formare e rafforzare l’identità culturale, i legami di solidarietà, il senso di appartenenza che sono condizioni necessarie di ogni società strutturata e, come riconoscono gli economisti con sempre maggiore chiarezza, sono anche un fattore non trascurabile di produttività. Se vogliamo comprendere i problemi del presente e del futuro col metro della storia secolare della conservazione, è quindi indispensabile comprendere storicamente le ragioni ultime della nozione di patrimonio e della sua funzione nelle società...

mercoledì 29 gennaio 2014

Re-captcha e Duolingo



Dopo aver reimpostato il CAPTCHA così che ogni risposta digitata dalle persone aiuti a digitalizzare libri, Luis von Ahn si è chiesto in che altro modo utilizzare al meglio i piccoli contributi da parte di molti su Internet. A TEDxCMU, ci mostra come il suo ambizioso progetto, Duolingo, possa aiutare milioni di persone a imparare una nuova lingua mentre traducono il Web rapidamente e con precisione -- il tutto gratuitamente.
da qui

Giovanni Mazzetti ti spiega un po' di economia

martedì 28 gennaio 2014

La distruzione della Grecia: un modello europeo - Alexis Tsipras

Dalla metà degli anni Novanta, e per quasi tutto il decennio del 2000, la Grecia era in piena crescita. Questa espansione economica aveva due caratteristiche principali: un gigantesco aumento dei profitti non tassabili per i ricchi, un sovraindebitamento e un aumento della disoccupazione per i poveri. Il denaro pubblico è stato depredato in molti modi diversi, e il sistema economico si è limitato essenzialmente a favorire il consumo di beni importati dai paesi europei ricchi. Il modello “denaro a buon mercato, manodopera a basso costo” è stato presentato dalle agenzie di rating come un esempio da seguire per ogni economia emergente dinamica.
Ma la crisi del 2008 ha cambiato tutto. Le banche, dopo le loro scommesse speculative, si sono trovate pericolosamente indebitate, e hanno potuto salvarsi solo grazie al denaro pubblico; ma è sulle loro società che gli Stati hanno poi scaricato il peso del salvataggio di queste banche. Il distorto modello di sviluppo della Grecia è crollato e il paese, non potendo più chiedere prestiti sul mercato, si è trovato a dipendere dai prestiti del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, accompagnati da misure draconiane.
Tale programma, che i governi greci hanno adottato senza battere ciglio, è composto di due parti: quella della “stabilizzazione” e quella delle “riforme”. Termini la cui connotazione positiva è destinata a mascherare la catastrofe sociale che essi producono. Così, la parte della “stabilizzazione” prevede una fiscalità indiretta devastante, tagli alla spesa pubblica senza precedenti, smantellamento dello stato sociale, in particolare nel campo della sanità, dell’istruzione e della sicurezza sociale, così come numerose privatizzazioni, comprese quelle di beni pubblici di base come l’acqua e l’energia. La parte delle “riforme”, invece, invoca la liberalizzazione dei licenziamenti, l’eliminazione dei contratti collettivi, la creazione di “zone economiche speciali” e, in generale, l’istituzione di regolamenti che dovrebbero permettere a potenti interessi economici di investire in Grecia in modo propriamente coloniale, degno del Sud Sudan. Tutto questo è solo una piccola parte di ciò che prevede il “memorandum” greco, vale a dire l’accordo firmato dalla Grecia con il Fondo monetario internazionale, l’Unione europea e la Banca centrale europea…

ricordo di Pete Seeger




SACCO'S LETTER TO HIS SON
(di Pete Seeger)

If nothing happens, they will electrocute us right after midnight.
Therefore here I am right with you, with love and with open heart, as I was yesterday.
Don't cry, Dante, for many, many tears have been wasted,
As your mother's tears have been already wasted for seven years,
And never did any good.
So, son, instead of crying, be strong, be brave,
So as to be able to comfort your mother. 

And when you want to distract her from the discouraging soulness,
You take her for a long walk in the quiet countryside,
Gathering flowers here and there
And resting under the shade of trees, beside the music of the waters.
The peacefulness of nature, she will enjoy it very much,
And you will surely, too.
But, son, you must remember: Don't use all yourself,
But down yourself, just one step,
To help the weak ones at your side. 

The weaker ones that cry for help, the persecuted and the victim,
They are your friends, friends of yours and mine.
They are the comrades that fight -- yes, and sometimes fall
Just as your father, your father and Bartolo, have fallen,
Have fought and fell, yesterday, for the conquest of joy,
Of freedom for all.
In the struggle of life you'll find, you'll find more love,
And in the struggle, you will be loved also.

LETTERA DI SACCO A SUO FIGLIO

Se niente accade, ci porteranno alla sedia elettrica poco dopo mezzanotte
e quindi sono qui, accanto a te, con amore e aprendo il mio cuore
come lo ero ieri.
Non piangere, Dante, perché tante, troppe lacrime sono andate sprecate,
perché le lacrime di tua madre sono già andate sprecate per sette anni,
e non hanno portato a nulla di buono.
E così, figlio mio, invece di piangere, sii forte e coraggioso
così da poter confortare tua madre.

E quando vorrai sollevarla dalla scoraggiante solitudine,
portala a fare una lunga passeggiata nella tranquilla campagna
raccogliendo fiori qua e là.
Riposatevi all’ombra degli alberi, in compagnia della musica delle acque
e della natura piena di pace; le piacerà molto,
così come certamente piacerà a te.
Ma, figlio mio, ricordati bene: non stancarti troppo,
ma mettiti sempre sotto, solo un passo, ad aiutare i deboli che ti stanno accanto.

I più deboli, che invocano aiuto, i perseguitati, la vittima.
Sono i tuoi amici, amici miei e tuoi, sono i compagni che lottano,
sì, e che, talvolta, cadono
proprio come tuo padre, tuo padre e Bartolo sono caduti.
Hanno lottato e ieri sono caduti, per conquistare la gioia
e la libertà per tutti.
Nella lotta per la vita troverai ancora più amore,
e, lottando, sarai anche amato.
da qui

lunedì 27 gennaio 2014

Che cosa sarebbe l'Italia senza la corruzione? - Massimo Ragnedda

È una grigia giornata di inverno. Il cielo è plumbeo, la giornata è uggiosa e, come spesso capita qui nel nord Inghilterra, l'acqua cade copiosa dal cielo. Penso alla mia terra, l'Italia, e più in particolare alla Sardegna e mi chiedo cosa abbiamo che non va.
In Inghilterra il clima è pessimo, la cucina è abominevole, i rapporti sociali sono spesso freddi e si vestono in maniera improponibile. L'Italia, invece, ha un clima decisamente migliore, il sole ti dà il buon umore, il cielo blu ti aiuta ad essere positivo, il mare (anche di inverno) è di una bellezza che toglie il fiato. Abbiamo un'ottima cucina che tutto il mondo ci invidia, la gente è, in linea di massima, più gioviale. Siamo la terra di Dante, del Rinascimento, di da Vinci e Giotto, di Michelangelo e Galileo Galilei, di Raffaello e Caravaggio. Abbiamo tre delle città più belle al mondo (Roma, Firenze e Venezia) e il made in Italy è un marchio di successo, imitato ovunque nel mondo.
Eppure l'Inghilterra ogni anno accoglie decine di migliaia di giovani che fuggono dall'Italia. Cosa ha l'Inghilterra che l'Italia non ha? Cosa offre questo paese che l'Italia non sa offrire? Ma soprattutto perché l'Italia non è capace di trattenere la sua miglior gioventù, il suo capitale umano?
Non è facile dare una risposta, e non credo ne esista solo una, ma leggendo i quotidiani italiani, almeno in parte, capisco il perché: 16 consigli regionali su 20 indagati per aver usato in maniera privata soldi pubblici (sono almeno 521 i consiglieri regionali, o ex, sotto indagine da parte di 14 Procure della Repubblica), consiglieri regionali che con i soldi pubblici si comprano anche le mutande o fanno il pieno di benzina, si comprano penne e si pagano i matrimoni. Ma non solo lasciamo correre, ma buona parte dei consiglieri indagati (vedi il PDL in Sardegna) sono di nuovo candidati, saranno rieletti (ovvero avranno la nostra fiducia) e continueranno ad usare i soldi pubblici come se fossero i loro.
Leggo del nuovo che avanza, del Renzi che per riformare lo Stato incontra un noto pregiudicato espulso dal Senato (condannato per aver truffato il fisco, condannato in primo grado per prostituzione minorile, sotto inchiesta per aver comprato senatori, solo per citare alcuni reati di cui si è macchiato); leggo di un governo di unità nazionale che non riesce a trovare fondi per l'occupazione ma è pronto a regalare miliardi di euro alle multinazionali di armi per l'acquisto di inutili aerei da guerra (inutile dire del giro di mazzette e corruzione che si cela dietro)…

qualche tango ad Auschwitz

Z. Stryjecki (?-?)

Tango argentynskie (3,58 MB)

Wino (2,75 MB)



TANGO DI AUSCHWITZ

Abbiam cantato tanghi e melodie
Come anteguerra si ballò il fox trot,
Canti d'amore, di gioia e nostalgia
Cullando il capo nostro si sognò.
Ma con la guerra niente più canzoni
Della serena nostra gioventù...
Canta, fanciulla, un altro motivetto:
Filo spinato in lager notte e dì.
Tango da schiavi mentre l'aguzzino frusta,
Tango da schiavi chiusi ad Auschwitz dentro il lager.
Punte d'acciaio di guardiani di bestie,
Oh invoca libertà ed il tempo della gioia.

Qui il negro prende svelto il suo mandolino,
Una canzon si mette a strimpellar
Con lui l'inglese canta col parigino,
Il "Trio Tristezza" allor li chiamerem.
Anche il Polacco prende il suo clarino,
Di melodia tutto ci riempie qua;
Il canto accende di desiderio i cuori
Che ancora mancan della libertà.

Tango da schiavi mentre l'aguzzino frusta,
Tango da schiavi chiusi ad Auschwitz dentro il lager.
Punte d'acciaio di guardiani di bestie,
Oh invoca libertà ed il tempo della gioia.



venerdì 24 gennaio 2014

Questa libertà - Pierluigi Cappello

il libro è il ritratto dell’artista da cucciolo, e oltre.
il racconto di un poeta, in prosa, resta poetico, episodi e immagini sono reali e concrete, e insieme sognanti e distaccate, come se si parlasse di qualcun altro.
le parole riscrivono e ridisegnano il mondo.
non dimenticate di leggere questo libro, è prezioso - franz


LE PAROLE CHE MI LIBERANO di Pierluigi Cappello
Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete.
In questo libro è raccontata la storia di come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura. Così queste pagine, nei mesi, sono diventate un’ossessione, la scrittura mi ha torto il collo e ha costretto il mio sguardo nei luoghi felici dell’infanzia o a muovere i miei passi dentro dolori intensi che pensavo di avere rimosso.
Mentre ero in ospedale, tanti anni fa, con lo sguardo ostruito dalle sponde di un letto, il dolore stava accucciato in attesa di un nuovo sforzo, pronto ad aggredire. E tuttavia, col tempo, il letto si è trasformato in un tappeto volante, un luogo in cui per un po’ ci si sottrae al mormorio del quotidiano e si vedono le cose da lontano e dall’alto. Da lassù gli anni scorrono via dalle nostre vene, si concede una tregua al corpo e il pensiero si libera del superfluo che ingombra la giornata.
Ho concepito e scritto diverse poesie adagiato a letto. Non ci vuole molto: una matita, un taccuino e il mondo che si raduna intorno a te, e lascia i suoi segni sulla pagina da scrivere come baci sulla pelle di un’amata. Così possiamo darci alla sostanza tiepida dei sogni e, dopo, chiudendo gli occhi, salire a bordo del tappeto volante e vibrare nel cuore dell’aria più in alto che si può.
da qui

"Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell'aria e quanto l'aria senza confini definiti, hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. In questo libro è raccontata la storia di come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura. Così queste pagine, nei mesi, sono diventate un'ossessione, la scrittura mi ha torto il collo e ha costretto il mio sguardo nei luoghi felici dell'infanzia o a muovere i miei passi dentro dolori intensi che pensavo di avere rimosso. Mentre ero in ospedale, tanti anni fa, con lo sguardo ostruito dalle sponde di un letto, il dolore stava accucciato in attesa di un nuovo sforzo, pronto ad aggredire. E tuttavia, col tempo, il letto si è trasformato in un tappeto volante, un luogo in cui per un po' ci si sottrae al mormorio del quotidiano e si vedono le cose da lontano e dall'alto. Da lassù gli anni scorrono via dalle nostre vene, si concede una tregua al corpo e il pensiero si libera del superfluo che ingombra la giornata. Ho concepito e scritto diverse poesie adagiato a letto. Non ci vuole molto: una matita, un taccuino e il mondo che si raduna intorno a te, e lascia i suoi segni sulla pagina da scrivere come baci sulla pelle di un'amata. Così possiamo darci alla sostanza tiepida dei sogni... (Pierluigi Cappello)

Cappello che immagina il chirurgo mentre guarda le lastre con il disastro della sua colonna vertebrale e, scoperta l’età del paziente “è sedici anni”, a mezza voce commenta: fine pena mai. Requiem che l’autore mette in bocca al medico, ma è evidente che se l?è ripetuto egli stesso, chissà quante volte, dentro di sé, ragazzo privato di gambe e di sogni. L’ergastolo cui è stato condannato lo fa crescere di molti anni in poche settimane e, assai anzitempo, lo trasforma in genitore dei suoi genitori, cui vorrebbe risparmiare lo strazio tenendoli all’oscuro dell’irrimediabile e a lui chiarissima ‘ sua condizione di paraplegico. Prigioniero per sempre? Certo che sì, in modo doloroso e spesso umiliante. Eppure non è retorica, chi legge queste pagine, che sono in prosa ma risuonano di poesia, lo capirà...

«Ogni scrittore – spiega Pierluigi – è circoscritto dal luogo dove ha vissuto in origine. Io sono nato sì in cima a un colle, da dove hai una disposizione naturalmente contemplativa, ma questo colle era stretto dalle montagne, la porzione di cielo che si vedeva era limitata e ti spingeva a pensare e a immaginare l’oltre: una sorta di spinta all’appetito del mondo». Vocazione che si precisa negli anni della scuola, nella scoperta dei libri, nell’esperienza traumatica del terremoto del 1976 e diviene urgenza e necessità dopo l’incidente che a sedici anni, nel 1983, lo ha costretto a una sedia a rotelle e di cui scrive solo oggi... Un tema spinoso, che quasi affonda nell’indicibile. «In assoluto è la prima volta che l’ho messo per iscritto, l’incidente e i traumi che ne sono derivati. Ho in qualche modo voluto chiudere con quell’episodio». Anche scrivendone in terza persona e con una leggerezza che a tratti sfiora l’ironia. «Perché – dice Cappello – io sono convinto che ci si salva solo per due strade: per fede o per ironia... La fede rende grandi le cose piccole, l’ironia rende piccole le grandi».
Ecco allora la scrittura che aiuta a metabolizzare il dolore e d’altra parte diventa cura che aiuta a passare «le ore della più sassosa delle desolazioni». Scrittura come cura o consapevolezza? «Lì – ancora Cappello – si intrecciano i due aspetti, che partono dal movente del naufrago che cerca di tirarsi fuori della tempesta. Epperò quando accade questo, non sai se è l’istinto o le parole che effettivamente ti hanno salvato. Io penso fortemente che la letteratura deve portare dentro di sé scorie biologiche, altrimenti non è letteratura, ma esercizio». Come quello che spesso inficia il lavoro dei molti, oscuri, che scrivono e inviano a Cappello, che legge tutto, senza cestinare, e dei quali racconta senza supponenza alcuna. Ricordo delle fatiche patite agli esordi o amore sconfinato per la parola? «È amore per la parola. Per uno scrittore che ce la fa, riesce cioè in quella cosa inaudita che è far interessare gli altri a cose che in teoria dovrebbero interessare solo lui stesso, ci sono migliaia di altre coscienze in brusio, in fermento e questa è un’attività inesausta di un paese intero: è la nostra coscienza umanistica. E costituiscono quell’humus che rende possibile l’espressione compiuta e interessante di pochi».
I successi, i riconoscimenti aiutano? «Fanno piacere, però la scrittura è un combattimento che avviene giorno per giorno con se stesso». In questo combattimento, quali armi usa Cappello, la penna o il computer? Dice: «Nel caso di Questa libertà ci sono stati entrambi, quando mi trovavo in difficoltà usavo la penna, quando il flusso riprendeva passavo al computer».
Che cosa si aspetta il poeta friulana, ormai una celebrità letteraria, da Questa libertà? Confessa: «La cosa fondamentale è già accaduta, in qualche modo ho fatto i conti con me stesso e il bambino che sono stato, e per raccontare di questa passione ho dovuto raccontare di un momento storico e di un clima particolare, che era quello del Friuli a cavallo del terremoto».

dice Lenny Bruce

Non puoi mica scrivere "Tette e Culi" su un'insegna. Perché no?. Ma perché è volgare, è sporco, ecco perché. Le tette sono sporche e volgari? No, non mi prendi in trappola: non son le tette, son le parole. Le parole. Non si scrivono certe parole, dove anche un bambino può vederle. Il tuo bambino non ha mai visto una tettina? Non ci credo. Credo invece che per te siano proprio le parole ad essere sporche. Mettiamo che l'insegna dica Tuchuses e Nay-nays. Va già meglio. Interessante. Vediamo in latino avrà anche maggior austerità: Gluteus Maximus et Pectorales majores ogni sera. Così sì, ch'è pulito.

martedì 21 gennaio 2014

le trappole dell'identità

Ho letto qualche mese fa il  libro “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso”, di Omar Onnis, che mi è piaciuto molto, e dopo qualche settimana mi è capitato di leggere “Quando cadono i muri”, di Edouard Glissant e Patrick Chamoiseau, e ho trovato in entrambi alcune parole sull’identità che mi sembrano chiare e molto convincenti, su come tutti i discorsi sull’identità siano spesso una trappola.
Riporto due brani dei due libri, che potrebbero scambiarsi senza problemi.
1 - “Non sapremmo gestire un ministero dell’identità. Altrimenti, la vita della collettività diventerebbe un meccanismo, il suo futuro asettico, reso sterile da regole fisse, come in un esperimento di laboratorio. Il fatto è che l’identità è prima di tutto un essere nel mondo, come dicono i filosofi, un rischio che bisogna correre e di cui si alimenta il rapporto con l’altro e con il mondo, ed è, allo stesso tempo, un risultato di questo rapporto. Una simile ambivalenza nutre contemporaneamente la libertà di intraprendere e, più in là, l’audacia di cambiare. La nazione colonizzatrice impone i propri valori e fa appello ad una identità preservata da ogni attacco esterno che noi chiameremo “identità a radice unica”. Anche se ogni colonizzazione è, prima di tutto, sfruttamento economico, nessuna può fare a meno di questa supervalorizzazione identitaria che giustifica lo sfruttamento. L’identità a radice unica ha dunque sempre bisogno di rassicurarsi autodefinendosi, o almeno cercando di farlo. Ma un tale modello è stato anche rintracciato, se non all’origine, almeno nella realizzazione delle lotte anticolonialiste: è tramite la rivendicazione di una identità nazionale, ereditata dall’esempio dei colonizzatori, che le comunità dominate hanno trovato la forza di resistere. Lo schema dello stato nazione si è così moltiplicato nel mondo. E ne sono derivati solo disastri.
Il progresso umano non si può capire senza ammettere che esiste un aspetto dinamico delle identità, quello della “relazione”. Mentre l’aspetto-muro dell’identità rinchiude, l’aspetto-relazione apre in egual misura…”
da “Quando cadono i muri”, di Edouard Glissant e Patrick Chamoiseau

2 - “…Qualsiasi identità è una menzogna. Essere identici a qualcosa vuol dire sostanzialmente adeguarsi ad un modello fisso e non mutabile. Il che risulta quanto mai inapplicabile alla condizione umana. Che si conforma, è vero, a modelli, nasce sempre da qualcosa che la precede nel tempo ma non ha né un andamento lineare né un percorso obbligato. Così nessuno di noi è “identico” ai suoi nonni e tanto meno siamo identici ai nostri antenati lontani. Non sono identici gli elementi della vita materiale, non sono identici i rapporti di produzione, non sono identici il modo di parlare (al di là della lingua usata, che può essere anche la medesima), i riferimenti concettuali, la conoscenza del mondo, i mezzi di comunicazione, l’armamentario mentale. Ed è perfettamente naturale che sia così. Non c’è nulla di sbagliato nel mutamento…”
da “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso”, di Omar Onnis

lunedì 20 gennaio 2014

ricordo di Juan Gelman

Oración de un desocupado - Juan Gelman


Padre,
desde los cielos bájate, he olvidado
las oraciones que me enseñó la abuela,
pobrecita, ella reposa ahora,
no tiene que lavar, limpiar, no tiene
que preocuparse andando el día por la ropa,
no tiene que velar la noche, pena y pena,
rezar, pedirte cosas, rezongarte dulcemente.

Desde los cielos bájate, si estás, bájate entonces,
que me muero de hambre en esta esquina,
que no sé de qué sirve haber nacido,
que me miro las manos rechazadas,
que no hay trabajo, no hay,
bájate un poco, contempla
esto que soy, este zapato roto,
esta angustia, este estómago vacío,
esta ciudad sin pan para mis dientes, la fiebre
cavándome la carne,
este dormir así,
bajo la lluvia, castigado por el frío, perseguido
te digo que no entiendo, Padre, bájate,
tócame el alma, mírame
el corazón,!
yo no robé, no asesiné, fui niño
y en cambio me golpean y golpean,
te digo que no entiendo, Padre, bájate,
si estás, que busco
resignación en mí y no tengo y voy
a agarrarme la rabia y a afilarla
para pegar y voy
a gritar a sangre en cuello 


Preghiera di un disoccupato - Juan Gelman 

Padre,
dai cieli scendi, ho dimenticato
le preghiere che m'insegnò la nonna,
poverina, lei adesso riposa,
non deve più lavare, pulire, non deve
preoccuparsi d'andare di giorno per i vestiti,
non deve più fare le nottate, pena e pena
pregare, chiederti delle cose, brontolarti dolcemente.
Dai cieli scendi allora, se sei lì, scendi
che muoio di fame in quest’angolo,
che non so a che mi serve di esser nato,
che guardo le mie mani rifiutate,
che non c'è lavoro, non c'è,
scendi un po', guarda
questo che sono, questa scarpa rotta,
questa angoscia, questo stomaco vuoto,
questa città senza pane per i miei denti, la febbre
che mi scava la carne,
questo dormire così,
sotto la pioggia, castigato dal freddo, perseguitato
ti dico che non capisco, Padre, scendi,
toccami l'anima, guardami
il cuore!
io non ho rubato, non ho assassinato, fui bambino
e invece mi colpiscono e mi colpiscono,
ti dico che non capisco, Padre, scendi
se sei lì, che cerco
rassegnazione in me e non trovo e vado
a farmi prendere dalla rabbia e ad affilarla
per colpire e vado
a urlare col sangue al collo.

da “Violín y otras cuestiones” (Traduzione di Gregorio Carbonero)

El facto y los poetas

Los poetas se mueren de vergüenza,
ningún decreto los prohibe,
ninguna radio los calumnia,
los poetas se mueren de vergüenza.

Alguna vez, de noche,
se ve pasar a un poeta con camello,
ubro de péstalos con crama espaminostas,
lástima, lástima, dicen las vecinas,
porque era un buen muchacho.

Muchos de ellos se encuentran sin cojones
en el momento culminante del cariño:
no es problema, se escriben un versito
pa' la posteridá.

De Gotán (1962)

Il de facto e i poeti
I poeti muoiono di vergogna,
nessun decreto li proibisce,
nessuna radio li calunnia,
i poeti muoiono di vergogna.
Certe volte, di notte,
si vede passare un poeta a cammello,
ubbro di pessali con crama spasinoste,
 peccato, peccato, dicono le vicine
perchè era un buon ragazzo.
Molti di loro si  ritrovano senza coglioni
nel momento culminante dell’affetto:
non fa nulla, si scrivono una poesiola
pe’ la posterità.
da qui

ricordo di Claudio Abbado

giovedì 16 gennaio 2014

Intervista a Marx, di Donald Sassoon

Allora, dottor Marx, lei è davvero messo in soffitta adesso, o no? Quindici anni fa le sue teorie dominavano mezzo mondo. Adesso cosa rimane? Cuba? La Corea del Nord?
«Le mie “teorie”, come le chiama lei, non hanno mai “dominato”. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo. La maggior parte dei miei contemporanei ci metterebbe la firma per essere “in soffitta” come lei pensa io sia. Scrissi che la questione era non di spiegare il mondo, ma di cambiarlo. E quanti eminenti vittoriani hanno fatto altrettanto?».
Ok. Nessuno sottovaluta la sua fama. Ma su questo deve essere d’accordo: il marxismo non è più quello di un tempo…
«In realtà il mio lavoro non è mai stato importante come adesso. Negli ultimi cinquant’anni ha conquistato le università dei Paesi più avanzati del mondo. Storici, economisti, politologi e anche, con mia grande sorpresa, alcuni critici letterari si sono tutti dati alla concezione materialista. La storia più interessante prodotta attualmente in Europa e negli Stati Uniti è più “marxistica” che mai. Basta andare alle convention della American Social Science History Association, che io visito regolarmente da spettro. Lì si esamina attentamente l’interconnessione di strutture istituzionali e politiche e del mondo della produzione. Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto – un chiaro segno di successo».
Calma. Andiamo avanti. Devo chiederle questo: l’Unione Sovietica, i gulag, il terrore comunista.
«Me l’aspettavo. Devo ammettere di essere vanitoso come chiunque altro e che tutto questo culto della personalità e venerazione di Marx mi ha toccato. Mi solleticava il vedere la mia faccia sulle banconote della vecchia DDR e una Marxplatz in ogni città prussiana. Certo, grazie alle abilità di marketing di Engels, gli sforzi di Bernstein e di quel noiosone di Kautsky, subito dopo la mia morte divenni il grande guru del movimento socialista. Di conseguenza gli occidentalizzatori russi mi presero sul serio come l’elettricità. Così non mi sorpresi quando Lenin decise di trasformarmi nella Bibbia. Lenin era un politico intelligente con un buon istinto. Ma era anche un fondamentalista determinato a trovare nel mio lavoro la giustificazione per qualunque cosa volesse fare. Inventò il “marxismo” man mano che andava avanti. Questa detestabile abitudine, tipica delle religioni da tempo immemorabile, si sparse ovunque...

mercoledì 15 gennaio 2014

lettere dal carcere

“Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili.”  (Nelson Mandela)
La carcere è la semplice custodia d’un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa. (Cesare Beccaria)
…Scrivo terra-terra sdrammatizzando ma siamo nel tunnel degli orrori. Prendendo atto di ciò che è accaduto il 31 ottobre ora do il libero sfogo. Abbiamo sollecitato più volte le assistenti di sezione di tenere sotto osservazione una nostra compagna da giorni in uno stato confusionale e, preoccupate per questa visibile instabilità, abbiamo solo richiesto che venisse applicato il loro ruolo: controllarci. Bene se questo fosse stato fatto con i tempi giusti oggi non ci si troverebbe in questa condizione. Bene siamo scese all’aria alle 15  e al nostro ritorno dopo più di un’ora che eravamo rientrate notiamo un’allarmante via vai di assistenti nella cella di questa nostra compagna. L’hanno trovata priva di sensi con entrambe le braccia tagliate da ferite importanti tanto da procurarsi la sutura di 19 punti al braccio sinistro e 24 al quella destro. Ovviamente mentre era in infermeria viene fatto il cambio cella per essere poi piantonata. “Ovviamente”. Tutto ciò poteva essere evitato ascoltando le sue ragioni. Non volevano consegnarle la spesa della sua con ciellina uscita liberamente, che aveva fatto tanto di domandina per lasciare la sua spesa a lei. Domandina vista da vari assistenti e poi credo cestinata. Questa è stata la goccia che ha interrotto quel filo sottile della sua stabilità già offuscata. Anche qui sarebbe bastato ascoltare e controllare prima che succedesse l’accaduto. Malgrado piantonata, la stessa notte per la seconda volta ci è andata troppo vicina: si stava soffocando con la sua maglia, e per ritardare l’accesso alla sua cella di piantonamento ha tirato su la branda facendola incastrare nelle sbarre del blindo. Allora tiriamo fuori la realtà, la verità. Non credo che bisogna aspettare che uno sia sottoterra. Questo va ben oltre. Ieri è andata bene, se così si può dire, facciamo qualcosa. Aiutateci. Aiutiamo queste donne, figlie, madri…

…All’isolamento siamo in cinque. A un certo punto sentiamo sbattere da dentro una cella e andiamo a vedere: c’è una ragazza messa in punizione. Non può uscire da lì per dieci giorni. Chiusa 24 ore su 24. Inorridiamo a questa scoperta. Già noi ci sentiamo come animali in gabbia, chiuse in un corridoio, figuriamoci se si è costretti per dieci giorni, senza uscire, in una cella di due metri per uno. La guardia ci intima di allontanarci, non possiamo parlarle, altrimenti ci viene fatto rapporto e ci vengono dati quarantacinque giorni di carcere in più. Chiaramente, appena si gira, andiamo dalla ragazza, le portiamo l’acqua, il caffè, le allunghiamo una sigaretta. Se c’è una cosa che t’insegna il carcere, è questa: lì dentro non ci si lascia sole. Non importa quello che hai fatto al di fuori: lì, ci si aiuta l’un l’altra nei momenti di sconforto, di paura e di solitudine. La galera ti taglia fuori dal mondo, i contatti con l’esterno per molti sono nulli e rischi d’impazzire. Non c’è ordine dall’alto che tenga quando c’è in gioco il pericolo di una solitudine più grande di quella che già si ha. Fanculo l’isolamento, fanculo gli ordini, fanculo le regole che ti vogliono annullare. Nessuno deve rimanere solo…

…In carcere si sopravvive grazie agli incontri. Nonostante la storie completamente differenti si trovano donne con le stesse paure e la stessa voglia di libertà. C’è sempre una storia divertente o colma di sfighe che vale la pena di essere ascoltata. A volte nascono discussioni su vicende avvenute nel trantran quotidiano, sui fatti di cronaca con punti di vista strampalati, su sogni su fuori, su vicende del passato, su lamentele sullo schifo del carcere. Non c’è mai tempo però per parlare a lungo. Le ore d’incontro sono quelle d’aria, da far incastrare con la doccia e due ore la sera di socialità (si può stare in 4 in cella). È poco il tempo per superare la superficialità delle cose che si dicono, per iniziare a dire le cose che si pensano, non sufficiente per concluderle. Proprio impossibile invece è comunicare con le altre sezioni dello stesso braccio. Al femminile si sono solo quattro sezioni una vicina all’altra ma è come se fossero distantissime, se sei in terza non sai quasi nulla di quello che succede in prima e sono una sull’altra.
È vietato ogni tentativo di comunicare. Se urli troppo dalla finestra per parlare con una tua amica che è in un’altra sezione vieni rimproverata. Con il maschile nel 2011 esisteva ancora la posta libera, senza dover mettere i francobolli. La corrispondenza era fitta, nascevano rapporti epistolari d’amore e c’era l’opportunità di scambiarsi informazioni sulle differenti situazioni di detenzione, di far girare notizie di maltrattamenti e ingiustizie, di tirar su il morale di uno/a sconosciuto/a. Oggi le lettere interne bisogna spedirle, e il tempo di una risposta può essere anche di due settimane, perché l’attesa di una missiva che esce dal carcere ha inspiegabilmente questa durata. Riducendo al minimo l’incontro fisico con le compagne di detenzione, aumentando le distanze tra sezioni differenti, tra maschile e femminile, tra dentro e fuori i legami sono più fragili, aumenta la sensazione di isolamento, diminuisce la possibilità di far girare notizie di maltrattamenti, pestaggi o iniziative di protesta che se comunicare velocemente potrebbero avere una simultanea reazione solidale nelle altre parti del carcere e fuori.
Ma per superare le difficoltà di comunicazione, e gli ostacoli che l’amministrazione penitenziaria frappone internamente tra i detenuti e tra i detenuti e il mondo di fuori è necessaria la consapevolezza che la solidarietà e la determinazione individuale e collettiva sono gli unici strumenti che abbiamo contro le violenze, gli abusi e le umiliazioni che subiamo quotidianamente. Se ci lasciamo drogare tutti i giorni, se accettiamo passivamente le condizioni in cui ci costringono a vivere, se continuiamo ad essere isolate e indifferenti perdiamo la dignità che sola ci rende libere tra quelle mura e non costruiamo nessuna ancora di salvataggio a cui aggrapparci per resistere al mare aperto in cui siamo esiliate.

La motivazione per cui sono stato trasferito dai domiciliari al carcere è l’aver infranto le restrizioni, in altre parole l’aver ospitato a casa i miei amici. L’assurdo è che da Febbraio di quest’anno mi è stato revocato il divieto di comunicare e di incontrare persone diverse dai miei coinquilini. Quindi cosa avrei infranto? Il carabiniere che ha comunicato al giudice di avermi trovato a casa con i miei compagni nel momento del controllo, che avveniva sabato 21 Settembre, rifiutò di voler vedere la notifica che specificava la revoca delle restrizioni dicendo che era tutto a posto e che non ce n’era nessun bisogno. Stando in carcere ho potuto appurare che il suddetto sbirro è avvezzo ad infamate di questo tipo, ma anche qui non c’è molto da stupirsi.

…Nel carcere tutto è burocrazia, tutto viene regolato da una burocrazia lenta fatta di una modulistica che si sposta a mano. Le risposte alle domande a volte sono inesistenti. Per un colloquio con l’ispettore bisogna attendere un mese. Anche la corrispondenza postale dall’esterno impiega dai 2 ai 15 giorni per essere recapitata. Il sabato e la domenica non è possibile comunicare con nessuno. La presenza di polizia penitenziaria è ridotta all’osso. La sera, il mese di Agosto, la domenica e nei festivi non vi è presenza di alcun genere di personale. C’e’ una sola guardia ogni due o tre piani. Tenendo conto che le celle sono sempre chiuse, se non vi è il personale non si può fare nulla, nemmeno aprire la cancellata per pochi minuti.
Il cibo viene distribuito lungo il corridoio utilizzando un carrello. E’ lo stesso carrello che viene usato per portare la spesa ma anche per portare via i sacchi della spazzatura. Le malattie proliferano. il 15 giugno c’è stato ancora un caso di tubercolosi. Ci hanno fatto fare i test perché si temeva il contagio.
Non ci sono sistemi per richiamare l’attenzione del personale di controllo se non gridando. Se il personale non è presente al piano si può solo fare rumore per richiamarne l’attenzione. Nella cella accanto alla nostra la sera del 23 luglio una persona ha avuto un collasso. Il personale è arrivato solo dopo 30 minuti per portarlo al pronto soccorso. Alla domenica e nei festivi non è disponibile il medico, non ci si può lavare…

…Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere lì dentro. Stare zitto. Se un detenuto domanda di avere anche un semplice foglio di carta o una medicina si rischia la cella liscia.
La scena è questa: tu chiedi una cosa, l’agente arriva e ti risponde male. A quel punto se stai zitto va tutto bene ma e se tu reagisci, beh, loro o ti menano lì o ti portano nella cella liscia, quella di punizione.
Io una volta ho risposto e nella cella liscia ci sono stato. Una sera di novembre, sono arrivati in cinque, mi hanno preso, mi hanno portato giù nella cella liscia. Mi hanno fatto spogliare. Per sei giorni sono rimasto nella cella di isolamento in mutante. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza neanche una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più cosa ero…

decine di lettere dal carcere raccolte da Scarceranda:

Chi era Edward Snowden? - Peter Van Buren

C’è un qualcosa di così profondamente e moralmente ripugnante nel far sparire un altro essere umano, non importa come, dove o perché, che è difficile da esprimere. Tuttavia, nell’America del XXI secolo, la possibilità di far sparire persone in modalità nuove sta trovando nuovi spazi online.

Benvenuti nel buco della memoria
http://imageceu1.247realmedia.com/0/default/empty.gifE se Edward Snowden fosse stato fatto sparire? No, non sto suggerendo una ricostruzione da parte della CIA o una teoria cospirativa del tipo chi-ha-ucciso-Snowden, ma qualcosa di più sinistro.
E se tutti i materiali fatti emergere da un informatore fossero fatti semplicemente sparire? Se ogni documento dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) pubblicato da Snowden, ogni sua intervista, ogni traccia di informazione sulla sicurezza nazionale trapelata al pubblico fosse fatta sparire in tempo reale? Se qualsiasi pubblicazione di queste rivelazioni fosse trasformata in un tentativo vano e senza alcuna traccia?
Sto per caso suggerendo la trama di un romanzo sul XXI secolo di George Orwell? Niente affatto. Mentre ci avviciniamo ad un mondo sempre più digitale, cose del genere saranno probabilmente possibili a breve, non nei romanzi ma nel mondo reale – e semplicemente premendo un bottone. Di fatto, i primi prototipi del nuovo tipo di “sparizione” sono già stati testati. Siamo vicini ad una realtà sconvolgente, distopica, che una volta avrebbe potuto rappresentare la trama di un romanzo futuristico. Benvenuti nel buco della memoria.
Anche se alcuni futuri governi oltrepassassero una delle ultime linee rosse del nostro mondo, semplicemente assassinando gli informatori al loro apparire, ne emergerebbero sempre degli altri. Nel lontano 1948, nel suo romanzo 1984, Orwell suggeriva una soluzione del problema molto più diabolica. L’autore concepì un dispositivo tecnologico per il mondo del Grande Fratello che chiamava il buco della memoria. Nel suo oscuro futuro, gli eserciti di burocrati che lavoravano in quello che Orwell soprannominava ironicamente il ministero della Verità, trascorrevano la propria vita distruggendo o modificando documenti, giornali, libri o altri documenti al fine di creare una versione accettabile della Storia. Quando una persona cadeva in disgrazia, il ministero della Verità lo inviava insieme alla sua documentazione nel buco della memoria. Ogni storia o resoconto in cui la sua vita era annotata o registrata veniva riscritta per rimuoverne ogni traccia.
Nell’era pre-digitale di Orwell, il buco della memoria era un tubo di aspirazione in cui i documenti scomparivano per sempre. Le modifiche alle carte esistenti e la distruzione di altre facevano sì che anche l’improvviso cambiamento di nemici o alleanze non sarebbe mai stato un problema per i guardiani del Grande Fratello. Nel mondo immaginario di Orwell, grazie all’esercito dei burocrati il presente era sempre uguale a ciò che era stato prima – grazie anche ai documenti modificati a fungere da prova, e soltanto ricordi incerti ad affermare il contrario. Chiunque avesse espresso dubbi sulla veridicità del presente era emarginato o eliminato in quanto colpevole di psicoreato.

Censura digitale governativa e aziendale.
Sempre di più, la maggior parte di noi acquisisce notizie, libri, musica, tv e film, comunicazioni di ogni tipo, in forma elettronica. Oggi, Google guadagna più introiti dalla pubblicità di tutti i media stampati degli Stati Uniti. E in questo mondo digitale si stanno esplorando nuovi tipi di “semplificazione”. I Cinesi, gli Iraniani e altri Paesi, per esempio, stanno già sperimentando strategie di infiltrazione nella Rete per il blocco dell’accesso ai siti e al materiale online che i loro governi non approvano. Analogamente, il governo degli Stati Uniti (anche se parzialmente senza successo) impedisce ai propri dipendenti l’accesso a Wikileaks, al materiale di Edward Snowden eai siti web come TomDispatch nei loro computer aziendali – anche se naturalmente non su quelli domestici. Non ancora…

16 Gennaio 1969: Jan Palach si dà fuoco

in piazza Venceslao, a Praga, una targa lo ricorda - franz
La sera del 16 gennaio 1969 un giovane studente di filosofia praghese, Jan Palach (in realtà era nato a Všetaty l’11 agosto 1948) si recò in Piazza San Venceslao. Teneva nascosta nel cappotto una bottiglia piena di benzina. Proprio all’inizio della grande piazza, davanti al Museo, con calma si tolse il cappotto, si versò addosso la benzina e si diede fuoco, senza un grido. Quando gli chiesero chi gli avesse fatto una cosa del genere, Jan rispose semplicemente: “Sono stato io”. Non disse altro. Accorsero immediatamente gli agenti della Bezpecnost’ e il ragazzo fu trasportato in ospedale, dove morì poco dopo. Il giorno dopo un trafiletto di poche righe avvertiva dell’ “insano gesto di uno squilibrato”, ma fu subito a tutti chiaro quale significato avesse il gesto disperato di Ján Pálach. I suoi funerali furono seguiti da migliaia di persone (circa 600.000 arrivati da tutto il paese) in silenzio, proprio come si racconta nella canzone di Francesco Guccini. Malgrado le (ovvie) strumentalizzazioni, il sacrificio di Jan Palach* fu e resta esclusivamente un gesto di libertà, un grido contro tutte le tirannie, di qualsiasi colore esse siano. Il punto dove Jan Palach si diede fuoco è stato sempre coperto di fiori. Prima del 1989, delle “solerti” mani provvedevano a rimuoverli ogni giorno; adesso vi sorge una piccola lapide con la foto del ragazzo. Nessuno toglie più i fiori, ma ce ne sono molti meno di prima.
*Jan Palach, va detto per amore di completezza, faceva parte di un’organizzazione antisovietica che lui stesso aveva fondato poco dopo l’invasione dell’agosto del 1968. Quando si diede fuoco fece ben attenzione a mettere in salvo una borsa contenente i documenti dell’organizzazione; tra di essi, il proprio, breve testamento politico:
“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zparvy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.
Il gesto di Jan Palach non rimase isolato: almeno altri sette studenti, tra cui il suo amico Jan Zajíc, seguirono il suo esempio.[Aggiunta del 28/8/2008].
(Salvatore) Adamo lo ricorda con una canzone intitolata “Mourir dans tes bras”:
Francesco Guccini ne canta qui:
In “Bestia da stile”, di Pier Paolo Pasolini, il protagonista si chiama Jan ed è boemo:
Nel 2013 è uscito un film (in tre parti) di Agnieszka Holland intitolato “Horící ker” (“Burning bush”, in inglese),  su Jan Palach.

martedì 14 gennaio 2014

c'è del marcio in Sardegna (intervista ad Antonello Zappadu)

Con il suo zoom è riuscito a superare le mura di Villa Certosa e a immortalare le vacanze osé dell’ex ministro ceco Mirek Topolanek a casa Berlusconi. Tanta gloria, e tanti guai. Ma adesso la missione di Antonello Zappadu sembra ancora più complicata: diventare consigliere regionalein Sardegna. Ci ha provato con Beppe Grillo, ma alla fine il Movimento cinque stelle non si presenterà nell’Isola. E lui ritenta con la lista di Michela Murgia, nonostante continui a dichiararsi “5 Stelle in tutto e per tutto”.
Zappadu, che è successo?
È difficile spiegarlo, quella che si era creata all’interno del Movimento era una situazione fortemente imbarazzante.
La faida tra meetup, la pace impossibile e alla fine la decisione di Grillo di non concedere il simbolo a nessuno.
C’erano due possibilità: o affidarsi alla rete o dare l’incarico al nostro Alessandro Polese, fargli scrivere il programma e scegliere poi tra le persone che più si impegnavano.
Ma i vostri “nemici” di Olbia di candidato ne avevano un altro…
Ci siamo confrontati a lungo, qualche volta con la dialettica, qualche altra con gli insulti, non lo nego. Ma poi abbiamo scoperto che c’erano addirittura altri due gruppi clandestini…
continua qui

lunedì 13 gennaio 2014

dice Isaac Bashevis Singer

L'ebreo moderno non può vivere senza l'antisemitismo. Se non c'è, fa di tutto per farlo nascere.

Il quinto figlio – Doris Lessing

inizi a leggerlo come se fosse un libro normale, ordinario, la prima metà è così, ben scritto, naturalmente.
dalla metà in poi diventa un libro straordinario, che spaventa, che stupisce, che interroga, che fa male, che non finge, che ti fa conoscere Herriet (e il marito e i figli), che non ti pentirai mai di aver letto.
fatti del bene, forse soffrirai, ma leggilo - franz



…Leggere "Il quinto figlio" di Doris Lessing non è impresa da poco. Non perché il libro risulti pesante da leggere, visto lo stile molto fluido e scorrevole e neanche per la sua lunghezza, essendo composto da sole 170 pagine, ma proprio per I contenuti estremamente toccanti. E' incredibile come un romanzo possa evocare sensazioni di paura, angoscia e disagio senza mai mostrare scene particolarmente cruente o ricorrendo ad espedienti tipici dei libri thriller-horror. In questo caso è l'umanita' a terrorizzare, è il non detto che spaventa, il confine tra bene e male che si assottiglia a mettere a disagio. Anzi, si potrebbe dire che non esista il bene o il male, ma è la percezione soggettiva di questi ultimi a modificare le reazioni umane ed in particolare quelle dei protagonisti del libro…

Non leggete Doris Lessing se non siete disposti a mettervi in discussione, ad affrontare la parte ombra della vostra personalità, i sentimenti più scomodi che preferireste non provare. Nella descrizione delle situazioni e dei personaggi è quasi sempre spietata, non tralasciando né perdonando alcuna debolezza o sfumatura dell’animo umano. Ti mette di fronte a te stessa, a pensare, riflettere e prendere in mano la tua vita.
Ho letto alcuni libri della Lessing e due sono stati quelli che mi hanno toccato maggiormente. Come per tutti i libri, c’è sempre un incontro tra lo scrittore ed il lettore, e se questo avviene in un momento particolare, scatta la sintonia e l’introspezione, lo stupore o la gioia di vedersi riflessi nelle parole di un altro, lontano e vicino allo stesso tempo. Il tutto con uno stile di scrittura che non ti lascia spazio per respirare, devi seguirla, incalza, non ti permette di evadere, devi esserci, devi continuare, fino all’ultima parola.
Il primo, quello più lacerante, fu “Il quinto figlio”; mi accadde di leggerlo il giorno di Natale di molti anni fa, non riuscii a staccarmene, quindi annullai gli impegni che avevo preso e mi immersi completamente nella lettura, che mi lasciò quasi indifesa, scoperta e profondamente scossa.