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lunedì 13 settembre 2021

Messi, talebani, burqa e soldi del Qatar sulla nuova copertina di Charlie Hebdo

 

La rivista satirica francese Charlie Hebdo è uscita con un numero la cui copertina fonde il trionfo dei talebani in Afghanistan con il furore per l’arrivo di Lionel Messi al Paris Saint-Germain.

Il fumettista Biche mostra tre persone, forse donne, che indossano il burqa, con il nome di Messi e il numero 30 sulla schiena, utilizzato sulla maglia del PSG dell’argentino.

“Talebani. È stato peggio di quanto pensassi”, si legge nel titolo di prima pagina, che mette in evidenza il fatto che il club PSG è di proprietà degli sceicchi del Qatar, ed è il paese accusato di finanziare gruppi fondamentalisti nel mondo arabo.

Infatti, Messi ha giocato diverse stagioni al Barcellona con la pubblicità della Qatar Airlines sulla sua maglia. Finora, il PSG non ha reagito contro questa copertina e l’idea intrinseca che la vendita delle maglie del club parigino con il nome di Messi e il numero 30 aiuterà a finanziare i nuovi governanti dell’Afghanistan. Nasser Al-Khelaïfi, presidente del PSG, è molto vicino alla famiglia reale del Qatar, che finanzia la squadra della capitale francese.

da qui

giovedì 16 maggio 2019

Alberto Negri - Perchè i giornali non sono credibili



Perché i giornali sono in difficoltà? Perché non sono credibili. Almeno su argomenti di cui mi occupo come la politica estera. Leggo per esempio che della Cina non ci si può fidare perché è un sistema opaco e autoritario. E’ in buona parte vero, siamo a trent’anni da Tienammen, giusto per citare un evento che tutti ricordano con i carri armati in piazza contro i dimostranti. Ma è anche vero che 40 anni fa questo Paese, di 1,4 miliardi di persone, lottava per una ciotola di riso e oggi è una superpotenza tecnologica e commerciale in ascesa: ha vinto la povertà e ora vanta con una classe media in grande espansione. Una storia di successo che non si raggiunge soltanto con l’autoritarismo.
Autoritarismo e opacità sono due termini che vedo ben poco menzionati a proposito dell’Arabia Saudita e delle monarchie assolute del Golfo: qui non c’è una costituzione, non si vota mai, il potere è tenuto in pugno da famiglie che tagliano la testa alla gente e propagandano un’ideologia retrograda che spesso è servita come base per il sostegno o il finanziamento del terrorismo internazionale. Arabia Saudita e Qatar, due dei nostri maggiori alleati, hanno appoggiato i jihadisti in Siria cioè coloro che hanno massacrato anche minoranze come i cristiani e gli yazidi. Ma noi facciamo finta di niente.
L’Arabia Saudita bombarda la popolazione civile in Yemen e il principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo gli stessi rapporti della Cia, è stato il mandante del barbaro assassinio del giornalistae oppositore Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul.
Eppure all’Arabia Saudita l’Italia vende bombe italo-tedesche prodotte in Sardegna che Riad usa per massacrare i civili yemeniti. I sauditi sono i maggiori acquirenti di armi del mondo, fornite dall’Occidente e dagli Stati Uniti: è forse per questo che dei sauditi ci fidiamo e dei cinesi no? O forse ci fidiamo dei sauditi perché insieme a Israele sono i maggiori nemici dell’Iran?
A proposito di Iran. I giornali titolano che gli Usa mandano portaerei e cacciabombardieri nel Golfo per contrastare la “minaccia iraniana”? Quale minaccia? Gli Usa stanno strangolando l’economia iraniana con le sanzioni, nonostante Teheran abbia rispettato gli accordi internazionali sul nucleare del 2015 e ora hanno sospeso solo una parte quelle intese per sollecitare l’Europa a intervenire. Anzi per essere precisi l’Iran sciita ha lottato in Iraq e Siria contro il terrorismo dell’Isis prima di molte potenze occidentali. La realtà è che l’Iran non si piega agli Usa e non acquista le nostre armi. Se lo facesse probabilmente verrebbe additato come un ottimo cliente dell’Occidente.
A proposito: con le sanzioni americane l’Italia perde in Iran 27 miliardi di commesse infrastrutturali, una perdita che si aggiunge al disastro della Libia che con la fine di Gheddafi, voluta da Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, ha visto inghiottire altri miliardi di lavori delle aziende italiane. Fate i vostri conti e giudicate chi ci minaccia davvero, oltre alla nostra ipocrisia.

sabato 2 febbraio 2019

BENVENUTI AL CIRCO PALESTINA – Gideon Levy




Benvenuti a tutti al Gaza Circus, lo spettacolo più eccitante di qualsiasi cosa abbiate mai visto! Il palco è un’enorme gabbia, chiusa da sbarre di ferro e da barriere di cemento posizionate sia sopra che sotto terra, con navi da guerra posizionate nelle vicinanze.. È la più grande prigione della Storia, il più grande spettacolo della Storia, l’esperimento più lungo e più esteso condotto su esseri umani. Più di 12 anni, 2 milioni di persone e una gabbia.
I domatori entrano in pista, frusta in mano. Whoosh fanno le fruste, whoosh, whoosh, il sibilo echeggia nell’aria: ecco l’addestratore principale, l’Israeliano e i suoi due assistenti, il Qatariota e l’Egiziano. Brandiscono le fruste e tengono alcune ossa da lanciare. Fanno schioccare le fruste e occasionalmente agitano un osso. L’animale guarda i suoi domatori con occhi bramosi. È quasi morto di fame.
Poi, improvvisamente, la trama cambia. Le fruste sibilano e l’osso sta per essere lanciato, ma l’animale addomesticato non si muove. Non è più disposto a eseguire la sua danza della morte. Il pubblico reagisce con fischi e gli addestratori non sanno cosa fare, mentre l’animale rimane immobile. Quindi l’allenatore lancia un altro osso. L’animale. riluttante, si arrende, la folla tira un sospiro di sollievo.
Presentazione del Circo di Palestina. Israele, Egitto e Qatar, i produttori, sono orgogliosi di presentare uno spettacolo mai visto prima: l’addomesticamento di Gaza, l’addomesticamento di Hamas
E poi lo spettacolo finisce e ci sono lunghe file fuori dagli uffici postali. L’animale si è comportato bene così da avere ottenuto un osso. Cento dollari per famiglia, 94.000 famiglie in fila. Provate ad immaginare. Ore di attesa, di spinte, di urla e di umiliazione per 100 dollari al mese per famiglia. Il circo di Gaza.
Negli anni ‘90 vidi il primo spettacolo del Gaza Circus, un vero circo,. Una dozzina di addestratori e clown uzbeki stipati in un vecchio furgone con un orso ammaestrato mezzo morto e pochi altri animali. Stavano andando alla tenda del circo montata sulle rovine di Ansar 2, il centro di detenzione israeliano. Fu uno degli spettacoli più tristi che avessi mai visto, ma l’attuale circo è ovviamente molto più straziante.
Hamas merita una buona parola per avere tentato, nel fine settimana, di porre fine a questo circo infestato dalle pulci. Ma non ha avuto la forza di mantenere la sfida. Lo spettacolo rivoltante avrebbe dovuto finire, ma l’animale non aveva i mezzi per sconfiggere i suoi domatori, era troppo sopraffatto dalla fame, e ciò è comprensibile. Così ancora una volta l’osso della redenzione è stato trovato.
Gaza non si è comportata correttamente però, non ha mangiato a bocca chiusa, quindi i suoi addestratori hanno deciso di non gettarle l’osso per due settimane. Un soldato israeliano è stato leggermente ferito da colpi di arma da fuoco, quindi il denaro del Qatar è stato sospeso.
Un altro schiocco di frusta. Ai soldati israeliani è permesso sparare indiscriminatamente contro i manifestanti, ma ai manifestanti è ovviamente vietato sparare. Immaginate cosa succederebbe se Israele non si comportasse bene, se gli aiuti americani venissero sospesi ogni volta che un soldato israeliano spara a un Palestinese. Ma ci si può unire contro Gaza, perché è permesso.
Fortunatamente, il capo domatore è alle prese con una campagna elettorale; non ha pazienza per Gaza. Quindi, solo dopo che l’appetito della sua base è stato soddisfatto è possibile lanciare un altro osso – dopo che il sadismo e la sete di sangue di Israele sono stati nutriti di un’altra gioiosa razione nel vedere Gaza torturata.
Gaza avrebbe dovuto dire no all’osso. Ma Gaza non può permettersi di rifiutare alcun osso. Sta per morire. I Qatarioti meritano elogi e ammirazione per i loro sforzi nel volerla salvare, ma ciò che stanno fornendo non è abbastanza. Milioni di dollari sono solo un osso. Mantengono tranquilla Gaza. Ma Gaza non dovrebbe rimanere in silenzio sul continuo crimine che vi è commesso.
Gli Israeliani amano vedere Gaza soffrire. Ricordatevi quando  gli Israeliani affollarono le colline di Sderot per gioire davanti al bombardamento di Gaza. Ricordatevi i video di Benny Gantz. Ricordatevi del Gaza Circus.
Tutto ciò dovrebbe rendere difficile a noi tutti dormire la notte.

(Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org
Fonte:https://www.haaretz.com/opinion/.premium-welcome-to-the-palestine-circus-1.6874241?fbclid=IwAR0XlRIlOiDOudRJkOOSmzkixJ9UmMBmnN1fYlus4RDtDPWRp2-2kf4gbko)


sabato 5 maggio 2018

In Siria infuria la guerra del gas e la Sardegna vuole a tutti i costi il metano: come se niente fosse - Vito Biolchini



Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna bombardano nella notte alcuni obiettivi militari in Siria, dove da sette anni è in corso una guerra tanto tragica quanto incomprensibile, soprattutto a chi, come noi italiani, ha smesso di leggere in chiave globale la crisi economica, militare, ambientale ed energetica che sta scuotendo il pianeta.
I sardi poi, tendono ad essere ancora più ingenuamente ottusi. Inconsapevoli del fatto che la loro isola sta al centro del Mediterraneo, e quindi protagonista in un modo o in un altro di rivolgimenti epocali, pensano di non dover fare i conti con nessuna delle crisi che attraversa questo mare.
“Siria, dietro il conflitto l’eterna guerra per le pipeline” spiegava sul Sole 24 Ore due anni fa Alberto Negri (e vi consiglio di leggere l’articolo). Perché sono due i progetti in competizione e che devono per forza passare per la Siria per portare il gas in Europa: uno (sostenuto dalla Russia) parte dall’Iran, l’altro (sostenuto dagli Stati Uniti) parte invece dal Qatar.
Il Qatar: lo stato che ha deciso di fare della nostra isola il suo avamposto nel Mediterraneo.
Nelle stesse ore in cui precipitava la crisi siriana, nel corso di un convegno a Cagliari la giunta Pigliaru e i soggetti economici più direttamente interessati rilanciavano come se niente fosse il progetto della metanizzazione della Sardegna. Guardando, essenzialmente, al loro ombelico.
Perché in realtà, il progetto prevede soprattutto la realizzazione di depositi costieri, che dovrebbero essere realizzati non a beneficio dell’esiguo mercato sardo ma di quello internazionale, ben più vasto e promettente, depositi che consentirebbero ai grandi player dell’energia di stoccare il gas per poi rivenderlo in altri stati.
Depositi costieri che per essere realizzati hanno bisogno di essere inseriti in una nuova pianificazione territoriale (ed ecco allora che potrebbe arrivare a fagiolo la nuova legge urbanistica targata VaniniErriuPigliaru, pronta a favorire gli interessi dell’Eni e non solo quelli degli speculatori locali).
Con questo progetto di metanizzazione la Sardegna diventerebbe dunque un grande hub nel Mediterraneo, una piattaforma energetica inserita in un contesto internazionale e mondiale ben più vasto. E ben più instabile.
A fronte di questo scenario, a leggere le cronache dei nostri giornali e a sentire le parole dei nostri politici, l’unico problema sarebbe invece quello della dorsale sarda, cioè del collegamento tra i bacini costieri (Porto Torres e Cagliari in primis) e i vari territori isolani. In Siria si muore per il gas, noi ci interroghiamo sul futuro di Santa Giusta.
Senza entrare nel merito del senso complessivo dell’operazione (perché il metano tra meno di trent’anni sarà una risorsa obsoleta), sarebbe opportuno chiedersi: ma il gas destinato alla Sardegna da dove arriverà? E chi lo porterà? E poi a chi sarà rivenduto?
Per capire la Sardegna bisogna anche guardare a ciò che avviene attorno a noi, e in questo caso bisogna allargare lo sguardo a ciò che sta avvenendo nel bacino del Mediterraneo e chiedersi: in che misura la metanizzazione della Sardegna giova ai sardi, all’Eni e al Qatar? E in che misura la realizzazione dei depositi costieri ci inserisce in un gioco geopolitico più grande e di cui adesso il presidente Pigliaru sembra essere assolutamente inconsapevole?
Perché tra ciò che sta avvenendo ora in Siria e la metanizzazione della Sardegna c’è una relazione strettissima. Ma questo la nostra politica sarda e italiana non lo dice: o finge di non averlo capito.

domenica 18 marzo 2018

Commesse militari, compagnie aeree, alberghi e interi quartieri. Le mani del Qatar sull’Italia - Alberto Negri



Il mondo si divide tra quelli che sono italiani e quelli che vorrebbero essere italiani”, disse qualche tempo fa lo sceicco Suhami Al-Thani anni membro della famiglia reale del Qatar. Gli stranieri hanno acquistato 65 miliardi di imprese Made in Italy (oltre 9 li hanno spesi i soli francesi), mentre lo shopping italiano all’estero vale meno di 10 miliardi. Il volto dell’Italia nel medio periodo non cambierà con l’immigrazione ma con le acquisizioni straniere.

Anche l’Italia ha la sua camera vista sul Golfo degli arabi e dei persiani, forse meno appariscente di quella degli americani, degli inglesi o dei francesi ma con risvolti non trascurabili in termini economici e militari che non sfuggiranno alle altre monarchie del Golfo di cui siamo partner, dall’Arabia Saudita, al Kuwait e agli Emirati.
“Il mondo si divide tra quelli che sono italiani e quelli che vorrebbero essere italiani”, disse qualche tempo fa lo sceicco Suhami Al-Thani anni membro della famiglia reale del Qatar. E il Qatar, dove si affacciano sul Golfo le basi militari americane e ora anche della Turchia, mezzo italiano lo sta diventando davvero. Lo shopping italiano del regno, sanzionato dall’Arabia Saudita e dagli altri emiri per i rapporti con i Fratelli Musulmani, continua a ritmo forsennato, anche in campo militare, quello più sensibile per uno piccolo stato che salì all’onore delle cronache per una rete tv, Al Jazeera, e il suo ruolo, talvolta spregiudicato nella contrastante e sanguinosa stagione delle primavere arabe.
La Leonardo, ex Finmeccanica, ha appena venduto 28 elicotteri militari NH 90 (Nato helicopter) del consorzio europeo per un valore di oltre tre miliardi di euro. La divisione elicotteri di Leonardo (ex Agusta Westland) detiene il 32% del consorzio Nh Industries, ma siccome per la campagna commerciale in Qatar è società capofila,  ha diritto a un valore superiore alla sua partecipazione alla joint venture. Vendiamo armi e sono contenti anche i sindacati che hanno appena raggiunto con Leonardo (29 mila addetti in Italia e 45 mila nel mondo) l’accordo su 1.100 prepensionamenti che sarà seguito da un piano per nuove assunzioni.
Questa è la seconda commessa italiana rilevante in poco tempo del Qatar in campo militare dopo la vendita di sette navi della Fincantieri per 5 miliardi di euro. Tanto è vero che la Fincantieri, con le corvette italiane, è stata designata “diamond sponsor” della Fiera militare marittima che si svolge in  questi giorni a Doha. Il governo Gentiloni è dimissionario ma il ministro della Difesa Pinotti è corsa in Qatar, per la seconda volta in pochi mesi, perché la Beretta sta firmando un contratto per la produzione a Doha di armi portatili leggere e di un fabbrica per sviluppare in futuro nuovi sistemi d’arma.
Per il Qatar, grande produttore di gas, con un  partnership importante con l’Iran nei giacimenti offshore nel Golfo, l’Italia sta diventando un partner quasi strategico. Nel mirino dei sauditi, che li hanno obbligati anche a cambiare rotte aeree, i qatarini stanno aggirando l’embargo con il recente acquisto dall’Aga Khan del 49% della compagnia aerea sarda Meridiana, rilevata dalla Qatar Airways, che con il nome di AirItaly ha in programma piani grandiosi che potrebbero farla diventare la prima compagnia aerea italiana.
I qatarini fanno turismo ma non per caso. La Sardegna del resto è stato il primo grande investimento immobiliare del Qatar quando nel 2012 la Katara Hospitality (la stessa che ha effettuato la maggior parte degli acquisti di hotel) ha acquisito dalla Colony del magnate Tom Barrack un pezzo importante della Costa Smeralda: quattro alberghi 5 stelle (Cala di Volpe, Romazzino, Pitrizza e Cervo Hotel) ma anche la marina e il cantiere di Porto Cervo e infine il Pevero Golf Club. In totale oltre 600 milioni di euro più i costi di ristrutturazione. Più recente è invece è il completamento del Mater di Olbia, un ospedale che dovrebbe essere finito nel 2018, la cui costruzione si era interrotta a causa del crack del San Raffaele di Milano.
L’anno in cui è stata chiusa in Italia una delle operazioni più significative è stato il 2012, quando la Mayhoola for Investment, holding, che fa capo direttamente alla famiglia al-Thani, ha acquistato Valentino per oltre 700 milioni. La moda e il lusso sono da sempre nel mirino degli investimenti della Qatar Investment Authority (Qia), un colosso il cui patrimonio stimato è di 335 miliardi di dollari.
Poi sono venuti gli investimenti negli hotel extra-lusso: dal Four Season di Firenze, che si trova nel Palazzo della Gherardesca, acquistato per circa 150 milioni insieme al Baglioni (sempre a Firenze). Ci sono poi l’hotel Gallia di Milano, a Roma il Westin Excelsior, il Grand Hotel St Regis e l’Aleph Hotel Boscolo e infine Palazzo Gritti a Venezia.
Sul mercato immobiliare il Qatar nel 2015 è stato protagonista della più grande operazione di real estate dell’anno con l’acquisizione del progetto di sviluppo di Porta Nuova a Milano, per una cifra che non è mai stata rivelata nel dettaglio ma sicuramente superiore a un miliardo di euro. il fondo sovrano Qia ha anche acquistato per circa 100 milioni la sede del Credit Suisse di Milano, di cui ovviamente è anche azionista. Inoltre in fondo sovrano del Qatar è entrato con un investimento di 165 milioni nel capitale di Inalca, la società del gruppo Cremonini, insieme al Fondo Strategico italiano.
E ora, parafrasando il giovane sceicco Al Thani, non resta agli italiani che diventare anche un po’ qatarini. La realtà, a di là delle battute, è che forse la maggior parte degli elettori andati recentemente alle urne forse non si rende conto che il Paese è in vendita da un pezzo: l'anno scorso gli stranieri hanno acquistato 65 miliardi di imprese Made in Italy (oltre 9 li hanno spesi i soli francesi), mentre lo shopping italiano all’estero vale meno di 10 miliardi. Il volto dell’Italia nel medio periodo non cambierà con l’immigrazione ma con le acquisizioni straniere: follow the money, segui dove va il denaro, dice un vecchio detto.

giovedì 17 novembre 2016

Una giornata particolare


Qualche giorno fa è passato in Sardegna il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, per incontrare (chissà) Renzi, ha dormito al Forte Village (8 alberghi, 21 ristoranti, 725 camere, il cui prezzo si misura in centinaia di euro per notte, ci sono naturalmente un po’ di ville, per chi di soldi ne ha davvero), praticamente una città per ricchi, adesso di proprietà russa, e pare che interessi ai cinesi, dice la stampa (qui).
Non mi chiedo perché a vedere un villaggio turistico debba venire un super presidente come Xi Jinping, come se da soli gli imprenditori cinesi non riescano a decidere, non mi chiedo se dopo Cina, Qatar, Russia chi arriverà in futuro, staccando assegni, o regalandogli tutto, non mi chiedo quale altro pezzo di Sardegna verrà venduto o regalato dopodomani, non mi chiedo come mai anche in Sardegna tutti amano Renzi (qui), non mi chiedo come mai certe volte non si deve andare a votare ai referendum e certe volte sì, non mi chiedo perché questi incontri non li facciano in qualche alberghetto di montagna, o su un barcone o un portaerei a qualche chilometro dalla costa.
Mi chiedo solo una cosa, perché per muoversi da Cagliari al Forte Village (40 chilometri) e viceversa, senza tenere in ostaggio migliaia di persone, non hanno usato l’elicottero? Forse per esistere un potente deve farsi vedere, disturbare, complicare la vita degli altri? Forse spera così di vincere il referendum del 4 dicembre?

mercoledì 28 settembre 2016

Psiyop: Eperazione Siria – Manlio Dinucci


Le «Psyops» (Operazioni psicologiche), cui sono addette speciali unità delle forze armate e dei servizi segreti Usa, sono definite dal Pentagono «operazioni pianificate per influenzare attraverso determinate informazioni le emozioni e motivazioni e quindi il comportamento dell’opinione pubblica, di organizzazioni e governi stranieri, così da indurre o rafforzare atteggiamenti favorevoli agli obiettivi prefissi».
Esattamente lo scopo della colossale psyop politico-mediatica lanciata sulla Siria. Dopo che per cinque anni si è cercato di demolire lo Stato siriano, scardinandolo all’interno con gruppi terroristi armati e infiltrati dall’esterno e provocando oltre 250mila morti, ora che l’operazione militare sta fallendo si lancia quella psicologica per far apparire come aggressori il governo e tutti quei siriani che resistono all’aggressione.
Punta di lancia della psyop è la demonizzazione del presidente Assad (come già fatto con Milosevic e Gheddafi), presentato come un sadico dittatore che gode a bombardare ospedali e sterminare bambini, con l’aiuto dell’amico Putin (dipinto come neo-zar del rinato impero russo).
A tal fine sarà presentata a Roma agli inizi di ottobre, per iniziativa di varie organizzazioni «umanitarie», una mostra fotografica finanziata dalla monarchia assoluta del Qatar e già esposta all’Onu e al Museo dell’olocausto a Washington per iniziativa di Usa, Arabia Saudita e Turchia: essa contiene parte delle 55mila foto che un misterioso disertore siriano, nome in codice Caesar, dice di aver scattato per incarico del governo di Damasco allo scopo di documentare le torture e le uccisioni dei prigionieri, ossia i propri crimini (sull’attendibilità delle foto vedi il report di Sibialiria e l’Antidiplomatico).
Occorre a questo punto un’altra mostra, per esporre tutte le documentazioni che demoliscono le «informazioni» della psyop sulla Siria. Ad esempio, il documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012 (desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa di «Judicial Watch»): esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione per stabilire un principato salafita nella Siria orientale, cosa voluta dalle potenze che sostengono l’opposizione allo scopo di isolare il regime siriano».
Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis. Spiega anche perché il presidente Obama autorizza segretamente nel 2013 l’operazione «Timber Sycamore», condotta dalla Cia e finanziata da Riyad con milioni di dollari, per armare e addestrare i «ribelli» da infiltrare in Siria (v. il New York Times del 24 gennaio 2016).
Altra documentazione si trova nella mail di Hillary Clinton (declassificata come «case number F-2014-20439, Doc No. C05794498»), nella quale, in veste di segretaria di stato, scrive nel dicembre 2012 che, data la «relazione strategica» Iran-Siria, «il rovesciamento di Assad costituirebbe un immenso beneficio per Israele, e farebbe anche diminuire il comprensibile timore israeliano di perdere il monopolio nucleare».
Per demolire le «informazioni» della psyop, ci vuole anche una retrospettiva storica di come gli Usa hanno strumentalizzato i curdi (**) fin dalla prima guerra del Golfo nel 1991. Allora per «balcanizzare» l’Iraq, oggi per disgregare la Siria. Le basi aeree installate oggi dagli Usa nell’area curda in Siria servono alla strategia del «divide et impera», che mira non alla liberazione ma all’asservimento dei popoli, compreso quello curdo.
(*) Ripreso dal quotidiano «il manifesto» – del 27 settembre – dove Manlio Dinucci tiene, ogni martedì, la rubrica «L’arte della guerra». Una rubrica che l’anno scorso è diventata un libro del quale non mi stanco di segnalare l’importanza: «L’arte della guerra: annali della strategia Usa/Nato (1990-2015)»; qui in “bottega” cfr 
Scivolando verso la catastrofe armata con la mia recensione (db).

(**) Sono un po’ sorpreso che Manlio Dinucci, sempre così preciso, parli genericamente di “curdi”… è abbastanza evidente che fra le popolazioni curde sparse in diversi Paesi vi sono forze politiche disponibili a fare da sponda agli Usa e a buttarsi in ogni impresa – purchè si possano mettere le mani su un po’ di petroliop e/o di denaro – mentre altri gruppi curdi organizzati da sempre lottano contro ogni imperialismo e dittatura. Mi piacerebbe che Dinucci tornasse sul tema per sciogliere questo equivoco. (db)

sabato 28 giugno 2014

Ma in Sardegna adesso comandano gli interessi privati?... - Vito Biolchini

Il caso San Raffaele è esemplare. Che quella del Qatar sia una proposta che non si può rifiutare lo dicono gli eccellenti sponsor governativi che negli anni si sono impegnati perché l’ospedale olbiese nascesse, costi quel che costi: Monti prima, Letta poi, Renzi ora. E sempre con la benedizione di Napolitano.
Sulla vicenda si respira un clima da grandi intese: sia Pigliaru che Cappellacci che il Pd sostengono allo stesso modo il progetto, né i sovranisti sembrano avere una posizione alternativa. E l’incontro che i rappresentanti dell’Emiro (e che pena questa assoluta deferenza di politici e giornali nostrani davanti a rappresentanti di uno stato che non può dirsi certo democratico) hanno avuto con l’ex governatore del centrodestra prima di incontrare l’attuale presidente, la dice lunga sull’operazione in atto. C’è aria da “grandi intese”.
La politica sarda è tutta galvanizzata da questa operazione che, sia chiaro, si farà “perché così ha deciso l’Emiro” e perché ormai è nelle cose. Ciò che stupisce è l’atteggiamento fideistico dei nostri rappresentanti, totalmente indifferenti rispetto non solo alle critiche ma anche alle domande più che legittime riguardanti il futuro della sanità sarda. Rivolte inizialmente molto modestamente dall’umile tenutario sul suo blog (“E se il San Raffaele di Olbia fosse solo una nuova servitù… sanitaria?”), poi più autorevolmente da Eugenia Tognotti e Massimo Dadea sulla Nuova Sardegna, e da Franco Meloni e Tonio Barracca sull’Unione Sarda. Ma la risposta è stata, al momento, solo il silenzio.
L’operazione San Raffaele ha delle implicazioni politiche e sociali importanti. Politiche perché si sta decidendo di operare in un ambito non chiaramente definito a livello strategico, ponendo al centro l’interesse di un privato che così determinerà il più generale interesse pubblico. In questo modo l’intervento qatariota sarà la misura di tutte le cose, nello specifico della rete ospedaliera sarda, ancora tutta da definire.
Per carità, se ad Olbia apre un superospedale (il Qatar ora “chiede” anche di avere una cardiochirurgia…) i sardi non possono che essere felici. Ma che si dica chiaramente che il modello della sanità sarda cambia: non più ispirata al modello toscano o emiliano (cioè prevalentemente pubblico) ma a quello lombardo (con una fortissima presenza privata). È questo a cui pensa il silente assessore alla Sanità Luigi Arru?
E se nella sanità si dà ad un privato il potere di determinare scelte più generali, cosa impedirà che in futuro non troppo lontano questo non possa avvenire anche in settori ugualmente strategici come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’agricoltura?
Il guaio non è l’interesse privato in sé, ma l’interesse privato che interviene e si impone con tutta la sua forza in un ambito non ancora definito compiutamente dall’interesse pubblico.
Dunque che rapporto vuole avere questa giunta con i grandi interessi privati? Li stopperà in attesa di avere un piano strategico oppure approfitterà delle loro offerte proprio per far ruotare intorno ad esse un progetto che ancora non c’è? Perché nella sanità sta avvenendo proprio così, nell’entusiasmo generale di una classe politica che non ha capito (o fa finta di non capire) che avere la botte piena e la moglie ubriaca non si può.
L’apertura del San Raffaele comporterà un mutamento profondo della sanità sarda (questo è l’aspetto sociale) e di sicuro niente sarà come prima. C’è qualcosa di positivo anche in questo, ma è una pia illusione immaginare che il governo congeli il taglio dei piccoli ospedali o dia più soldi alla Regione per gestire il nuovo ospedale; perché se anche lo facesse, poi vorrebbe qualcos’altro in cambio…
da qui