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mercoledì 22 ottobre 2025

Stiamo diventando adulti felici di essere controllati? - Donata Columbro

È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farci credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano.

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press 2018)

 

La sorveglianza insegnata ai bambini ci trasforma in adulti felici di essere controllati. Purtroppo.

Un anno fa, circa, mi sono ritrovata dipendente (nel senso di addicted) da un sito internet che si chiama “Nuvola”.

Hai visto cosa c’è scritto su Nuvola? Che si dice su Nuvola oggi? Su Nuvola non c’è nulla per il fine settimana.

Facevo refresh della pagina quasi ogni ora.

Una certa categoria di lettori e lettrici forse sa a cosa mi riferisco: Nuvola è il nome del registro elettronico usato nella scuola del mio ragazzino più grande, che un anno fa ha cominciato la primaria qui a Roma.

Ho imparato che il registro elettronico è il luogo dove le/gli insegnanti possono raccontare cosa fanno durante le lezioni, aggiungere comunicazioni per i genitori, con la possibilità di caricare documenti da firmare, gite scolastiche da approvare, o aggiungere le pagine del libro fatte in classe e assegnare i compiti. È molto utile, evita discussioni infinite nelle chat, ma al tempo stesso genera una mania del controllo da parte di noi genitori che mi fa credere che la generazione ansiosa di cui avrebbe dovuto scrivere Jonathan Haidt non fosse quella degli adolescenti, ma la nostra.

Qui però parliamo di controllo. Dell’aver normalizzato il desiderio (e il diritto) di monitorare tutto quello che succede ai nostri figli mentre noi non siamo con loro.

Altro caso: nella scuola d’infanzia del piccolo arriva una nuova direttiva che vieta le fotografie ai volti dei bambini. Di ogni attività fatta in classe abbiamo solo manine che pasticciano con colori, terra, foglie, zucche, ecc. E quindi? Quindi la nostra generazione ansiosa e sorvegliante vuole le facce. Non vuole solo sapere cosa fanno i bambini, magari facendoselo raccontare da loro o dalle maestre, ne vuole testimonianza digitale in ogni istante.

Fast forward. Tra 5-6-7 anni, si porrà il problema di fornire un dispositivo digitale personale ai nostri figli. L’età dello smartphone si abbassa sempre di più, e che fai, non lo installi un parental control per monitorare dove si collega, come lo fa, quando, che parole digita, che siti può visitare?

Anche qui, è sorveglianza normalizzata.

Ma perché sembra l’unica scelta che possiamo compiere come genitori? Davvero non c’è altro modo di fargli vivere il digitale? Non riesco a immaginare di poter essere stata sorvegliata dai miei genitori mentre sperimentavo con i computer di casa tra infanzia e adolescenza.

Il ruolo della pedagogia nera

Da tempo seguo la divulgazione dell’attrice Antonella Questa sul tema della pedagogia nera, e proprio nei giorni in cui l’Europa è chiamata a votare per approvare una disposizione che permette di monitorare le chat dei propri cittadini, anche quando non sono indagati di nessun reato (Chat Control 2.0, ora sospesa grazie al no della Germania), penso che sia la persona giusta con cui discutere di questi temi.

Antonella Questa spiega perfettamente come

il legame tra la pedagogia nera e la sorveglianza è così profondo da poter affermare che la pedagogia nera è sorveglianza. Questa connessione nasce dalla visione di fondo che assegna all’adulto un ruolo di controllo assoluto sul bambino. Fin dalla nascita, infatti, l’adulto è investito del compito di vigilare costantemente su di lui, senza interruzioni né spazi di autonomia.

In questa prospettiva, il bambino viene percepito come un potenziale nemico, un soggetto da tenere costantemente sotto controllo. Come osserva Rutschky [Katharina Rutschky, sociologa, autrice di Pedagogia nera che Antonella legge e commenta di frequente sul suo profilo Instagram e YouTube] nel capitolo dedicato all’educazione come “istituzione totale”, l’educatore non può che guardare al bambino come a una minaccia latente, le cui attività devono essere sorvegliate e, nel migliore dei casi, completamente stroncate.

E se in Europa una soluzione tecnologica promette di salvarci – una soluzione costosa e sostenuta dalle aziende che la producono, strano eh – è perché sorvegliare è più facile che cambiare la cultura, educare.

Accade lo stesso nelle relazioni intime.

Qualche settimana fa a DIG Festival incontro Laura Carrer, giornalista, autrice di un’inchiesta sugli stalkerware installati da privati nei telefoni delle proprie compagne. In particolare Carrer si è occupata di una fuga di dati dell’app Spyhide, che le ha permesso di intervistare tutte le persone coinvolte in Italia, uomini spianti e donne spiate.

Spyhide è stata installata su circa 60mila dispositivi in tutto il mondo, dal 2016. La maggior parte di coloro che hanno usato o testato Spyhide l’ha fatto nel contesto di un rapporto di coppia, cosa che ha certamente facilitato l’accesso al telefono della vittima. Oltre a Spyhide, da una ricerca online di IrpiMedia, esistono almeno altre 165 app simili, ma non è escluso possano essere di più. In gergo tecnico si chiamano stalkerware, termine che nasce dalla crasi di stalking e malware, un software che consente a una persona di spiare segretamente la vita privata di un’altra persona via smartphone. Senza il suo consenso.

si legge nell’inchiesta pubblicata su IrpiMedia.

E ancora:

Uno dei centri antiviolenza (contattati da Irpi Media) identifica le donne tra i 30 e i 40 anni come le più frequenti vittime di stalkerware o applicazioni simili. Lo dimostrano alcuni colloqui conoscitivi in cui le donne raccontano di come gli uomini che le maltrattavano fossero a conoscenza di informazioni che loro non gli avevano condiviso in alcun modo.

Al tempo stesso, in un’indagine di Fondazione Libellula del 2024 si legge che il 39% degli adolescenti ritiene che controllare di nascosto il cellulare e i profili del/della partner sia poco o per nulla una forma di violenza e che solo il 29% non è d’accordo sul fatto che il controllo non sia sinonimo d’amore.

Non credo ci sia da stupirsi, perché i ragazzi e le ragazze di oggi sono figli nostri. Generazione ansiosa e sorvegliante.

da qui

lunedì 5 giugno 2023

Internet Archive rischia di scomparire (e con lui un pezzo di Rete) - Laura Carrer

Nei mesi scorsi la biblioteca di internet – e con essa il futuro dell’accesso alla cultura online – è finita sul banco degli imputati. Nelle aule di un tribunale federale di New York si è svolto il primo round di un procedimento legale intentato da alcuni editori americani nei confronti di Internet Archive, la biblioteca digitale non profit fondata dall’informatico, attivista e archivista Brewster Kahle nel 1996 a San Francisco. Lo scontro è tra Davide e Golia, e rischia di definire per sempre il modo in cui la conoscenza è condivisa. 

Cosa è e cosa vuole Internet Archive

“Accesso universale alla conoscenza” è da 27 anni lo slogan di Internet Archive. L’organizzazione raccoglie e mette a disposizione di chiunque, gratuitamente, 37 milioni di libri, 16 milioni di file audio e molti altri contenuti nonché servizi come la Wayback machine, il più noto archivio di pagine Web. Una delle maggiori e più evidenti eredità culturali e intellettuali che gli esseri umani possano vantare per raccontare la loro storia. 

Internet Archive ha un programma, noto come Open Library, che permette agli utenti di “prendere in prestito” copie di libri fisici scansionate e digitalizzate dall’organizzazione. Copie digitali che non sono state acquistate in licenza come ebook, ma derivano appunto da scansioni di libri fisici acquistati o ricevuti come donazione.
A chi la accusava di violare il diritto d’autore, l’organizzazione ha più volte replicato che in realtà il suo programma di digitalizzazione di libri non è sinonimo di accesso indiscriminato per tutti. È fondamentale chiarire che il prestito di un volume digitale tramite Internet Archive, se è presente una sola copia, è consentito ad una sola persona alla volta. Si chiama prestito digitale controllato (CDL). Un sistema molto simile a quello operato da biblioteche tradizionali. Inoltre, prima di essere scansionato, il libro è stato comprato, con relativo pagamento dei diritti d’autore. Un servizio, quello della biblioteca digitale più grande al mondo, che ha lo scopo di favorire la conoscenza e di mantenere in circolazione libri o contenuti che per questioni editoriali, o di mercato, sono destinati a perdere visibilità.

“Si tratta di un sistema di prestito simile a quello dei libri stampati in cui la biblioteca presta una versione digitale di un libro di sua proprietà a un lettore alla volta, utilizzando le stesse protezioni tecniche che gli editori usano per impedire un’ulteriore ridistribuzione. La dottrina legale alla base di questo sistema è il fair use”, scriveva Internet Archive.

Come funziona in Italia il prestito digitale

Il Covid e il programma d’emergenza di Internet Archive

Ma poi ci si è messa di mezzo la pandemia. Nel marzo 2020, mentre si diffondevano paura, misure di isolamento e lockdown per il Covid, e mentre le scuole e le biblioteche chiudevano, Internet Archive lanciava la sua National Emergency Library – un programma d’emergenza con cui, in risposta a questo scenario, metteva a disposizione 1,4 milioni di libri digitalizzati senza però una lista d’attesa per gli utenti. Ciò significava che da quel momento più lettori potevano accedere a un libro digitale contemporaneamente, ma sempre prendendolo in prestito: il libro doveva essere restituito dopo 2 settimane e non poteva essere ridistribuito.

Scriveva l’Internet Archive nel 2020: “Ci è stato chiesto perché abbiamo sospeso le liste d’attesa. Il 17 marzo, il Consiglio direttivo dell’American Library Association ha preso una misura straordinaria, raccomandando la chiusura delle biblioteche nazionali in risposta all’epidemia di COVID-19. In questo modo, per la prima volta nella storia, l’intera collezione di libri stampati del Paese ospitata nelle biblioteche non è più disponibile, rinchiusa a tempo indeterminato dietro le porte chiuse. Si tratta di un’interruzione di servizio enorme e storica. (…) Per rispondere a questo bisogno senza precedenti, su una scala mai vista prima, abbiamo sospeso le liste d’attesa per la nostra collezione di libri in prestito”.

La causa intentata da alcuni editori

Ma queste parole non hanno intenerito alcuni grandi editori americani. Nel giugno 2020 Hachette, Penguin Random House, HarperCollins e John Wiley&Sons hanno intrapreso un’azione legale nei confronti della biblioteca digitale per violazione del copyright. Non solo: non hanno preso di mira solo l’iniziativa di emergenza legata al Covid, ma anche il principio del prestito digitale controllato (CDL). 

E dunque arriviamo fino al 20 marzo scorso, quando Internet Archive si è presentata in tribunale per testimoniare e spiegare la sua posizione nel processo Hachette v. Internet Archive, accompagnata anche dai difensori di Electronic Frontier Foundation (EFF), storica Ong americana per i diritti digitali.
“Le librerie hanno pagato agli editori miliardi di dollari per avere libri stampati e stanno investendo enormi risorse nella digitalizzazione per preservare quei testi”, spiega EFF in un blogpost in cui lo scorso anno condivideva alcune memorie sul caso. “Alle biblioteche non è mai stato chiesto di ottenere permessi o pagare costi aggiuntivi per prestare libri”, continua EFF. Per questa organizzazione (e per Internet Archive), il prestito digitale controllato rientra nel fair use, cioè in quella dottrina che limita il copyright a certe condizioni, ad esempio il fatto che l’utilizzo specifico di un’opera serva scopi non commerciali; se sia trasformativo, cioè se ne espande l’utilità; se danneggi o meno i titolari di diritti.

La decisione del giudice

Ma il 25 marzo scorso è arrivata la prima decisione del tribunale: almeno per ora, ha dato ragione agli editori. Per il giudice infatti qualsiasi “presunto beneficio” derivante dalla biblioteca di Internet Archive “non può superare il danno di mercato per gli editori”.  E sempre per il giudice sarebbe “irrilevante” il fatto che Internet Archive acquisti i libri prima di farne copie per il suo pubblico online. Secondo i dati ottenuti durante il processo, Internet Archive gestisce attualmente circa 70.000 prestiti di e-book al giorno, scrive The Verge.

Per arrivare a una decisione finale il giudice ha valutato se l’operato di Internet Archive fosse dunque considerabile sotto il cappello del fair use. Scondo questa interpretazione le opere protette da copyright possono essere rese accessibili se considerate un bene per il pubblico. Insieme a ciò il fair use prevede che l’editore non venga danneggiato dalla pubblicazione del contenuto protetto da copyright in accesso libero, e questo è direttamente proporzionale al numero di pagine rese accessibili. Infine, in questi casi si considera anche il potenziale “trasformativo” che il servizio di Internet Archive può apportare al contenuto protetto da copyright.

Come riporta The Verge, il giudice ha deciso che il danno al mercato degli editori sarebbe stato sicuramente maggiore rispetto ai vantaggi del servizio fornito da Internet Archive, citando un precedente caso che aveva coinvolto Google Libri e l’editore HathiTrust nel 2014. In quel caso Google Libri non ha violato il copyright poiché ha creato un database consultabile di libri (e dei loro contenuti), che però come sappiamo non fornisce il contenuto completo ma una panoramica. Il giudice ha anche aggiunto come non ci siano prove dirette che dimostrino un aumento delle vendite degli editori nel momento in cui i loro libri sono disponibili su Internet Archive.

“La decisione del tribunale è un duro colpo per tutte le biblioteche e la comunità. Ma non è finita: continueremo a lottare per il diritto a possedere, prestare e conservare libri”, ha dichiarato Internet Archive. L’appello nei confronti della decisione è scontato, e sarà depositato nei prossimi giorni dai legali dell’organizzazione. 

“Le librerie e le biblioteche sono più di un catalogo di prodotti per una società. Affinché la democrazia prosperi su scala globale, devono essere in grado di sostenere il loro ruolo storico nella società: possedere, conservare e prestare libri”, ha aggiunto il fondatore dell’organizzazione Brewster Kahle. 

Gli appelli e le iniziative a sostegno di Internet Archive

Intanto un altro gruppo in difesa di Internet e dei diritti digitali, Fight for the Future, ha lanciato una campagna online a sostegno di Internet Archive e del prestito digitale. Battle for Libraries è una petizione che ha raccolto già 25.000 firme e che si è trascinata al seguito anche Authors for Libraries, un’iniziativa sostenuta da più di 300 scrittori e scrittrici statunitensi e non solo. Dopo un primo momento di silenzio sul tema, autori del calibro di Neil Gaiman, Alok Menon e Naomi Klein hanno pubblicato una lettera aperta con la quale hanno chiesto di riconoscere il diritto delle biblioteche di possedere, conservare e prestare libri indipendentemente dal formato, nonché di porre fine alle cause intimidatorie e alle campagne diffamatorie contro queste ultime. Agli autori si sono affiancati nel tempo anche artisti e attivisti internazionali come Daniel Ellsberg, Tom Morello e Lilly Wachowski. 

Cosa succede ora?

In appello un nuovo giudice potrebbe contribuire a scrivere una storia diversa, rendendo l’archivio digitale di Internet Archive ancora più grande e ancor più importante. Una considerazione non da poco soprattutto se pensiamo ai risvolti che può portare anche in altri Paesi del mondo, in cui attivisti e sostenitori dell’accesso libero sono sotto processo o agiscono clandestinamente per portare avanti progetti che riecheggiano l’eredità di Aaron Schwartz (di cui abbiamo scritto qua). La loro critica prende di mira l’idea che ricerca e conoscenza, spesso finanziate tramite fondi pubblici, debbano essere realizzate secondo standard di mercato imposti dagli editori. Col risultato – sostengono – di rendere la conoscenza un fatto elitario.

Va anche detto, nel caso specifico, che la causa legale, se portasse a un risarcimento danni, metterebbe a rischio l’esistenza stessa di Internet Archive e quindi anche il mantenimento di un altro servizio, la Wayback Machine: questa permette di vedere pagine web non più esistenti che il servizio ha archiviato effettuando una copia in date specifiche. Per capire l’importanza della macchina del tempo di Internet Archive, immaginate il sito web di un partito politico che ogni anno pubblica un documento programmatico: per chi svolge ricerca poter vedere come è cambiata la linea del partito e il modo in cui comunica ai suoi elettori è estremamente interessante.

La distruzione di 4 milioni di libri digitali

In alternativa invece il processo potrebbe costringere l’archivio digitale a distruggere 4 milioni di libri digitali disponibili sulla piattaforma ma coperti da copyright, o addirittura a chiudere l’intero catalogo popolato ormai da 37 milioni di testi.
“La decisione odierna del tribunale di primo grado nella causa Hachette contro Internet Archive è un duro colpo per tutte le biblioteche e le comunità che serviamo. Questa decisione ha un impatto sulle biblioteche di tutti gli Stati Uniti che si affidano al prestito digitale controllato per offrire ai loro clienti la possibilità di accedere ai libri online”, ha dichiarato, dopo la decisione del giudice, Chris Freeland, direttore del servizio Open Libraries di Internet Archive.

A fine aprile una risoluzione del Consiglio dei supervisori di San Francisco, ovvero l’ente legislativo che supervisiona la città e la contea, ha riconosciuto “il valore pubblico insostituibile delle biblioteche, comprese le biblioteche online come l’Internet Archive, e i diritti essenziali di tutte le biblioteche di possedere, preservare e prestare libri digitali e stampati ai residenti di San Francisco e al pubblico in generale”. Il Consiglio si auspica che l’archivio sia sostenuto, così come la sua missione di servizio pubblico. “Sollecitiamo la legislatura statale della California e il Congresso degli Stati Uniti a sostenere i diritti digitali per le biblioteche, compreso il prestito digitale controllato e l’opzione per le biblioteche di possedere le proprie collezioni digitali”.

L’organizzazione non profit collabora tra l’altro anche con molte biblioteche statunitensi che non riescono più a sostenere i costi, e sono costrette a chiudere i battenti. “Affidano i loro libri a noi, per portare avanti la loro missione. La maggior parte dei libri non è disponibile presso gli editori in formato digitale, e non lo sarà mai”, ha dichiarato Kahle.
Un aspetto importante soprattutto poiché “come abbiamo visto, studenti e ricercatori continuano a utilizzare questi libri per citazioni e per verificare i fatti. E penso che si possa essere tutti d’accordo sul fatto che si debba essere in grado di verificare i fatti”, ha concluso il fondatore di Internet Archive.

da qui

domenica 29 gennaio 2023

Cos’è rimasto di Aaron Swartz?- Laura Carrer

 

Da piccola ho imparato molte cose da mio fratello. L’aspetto più bello che ricordo di quel tempo passato gomito a gomito è l’aver appreso molto senza la pretesa di farlo né di richiederlo, guardando e provando. Sono stata introdotta presto nel mondo di Windows ‘95 e ho imparato quali fossero i componenti e il funzionamento di un computer. Poi ho iniziato ad utilizzare la connessione ADSL, i forum, e ho scaricato film online. Nei pomeriggi al ritorno da scuola mio fratello mi introdusse anche nel mondo di mIRC, di BitTorrent e di eMule: il primo è un client di messaggistica istantanea così spartano che sembrava già di per sé misterioso. Vi accedevamo principalmente per leggere e contribuire a conversazioni su videogame. Cose da nerd insomma. Gli altri due servono invece per condividere con altre persone file di qualsiasi tipo come film, libri, musica. Utilizzarli non è illegale, ma scambiare materiale protetto da copyright è un illecito.

Mio fratello è nato nel 1986, quando venne fotografata la prima volta la cometa di Halley, si aprì il maxiprocesso contro la mafia, e avvenne l’incidente al reattore nucleare n. 4 della centrale di Černobyl’ in Ucraina. Un anno che, a guardarlo con il senno di poi, dice molto anche su informatica e Internet: i PC non erano ancora normalità nelle famiglie ma entra in scena (c)Brain, il primo virus diffuso sul sistema operativo MS-DOS di Microsoft, al tempo il più popolare al mondo. E nello stesso anno nasce Aaron Swartz.

Programmatore sin dalla giovanissima età, Swartz è morto suicida esattamente dieci anni fa, l’11 gennaio 2013. Certo mio fratello non ha incontrato Lawrence Lessig e Tim Berners-Lee mentre stavano creando l’infrastruttura grafica del moderno Internet e le licenze Creative Commons, ma nel suo piccolo aveva anche lui l’idea di trasmettermi conoscenza attraverso la filosofia hacker e l’open access. Anni dopo, all’università, non avevo sempre accesso ai paper scientifici che mi servivano per studiare o per curiosità. In questi casi è stato fondamentale quanto insegnatomi da mio fratello, che sembrava riuscire ad avere accesso a quasi tutto. Ma la questione era molto più ampia dell’esigenza di un singolo o delle soluzioni individuali. Lo avrebbe capito bene Swartz, pagando però in prima persona.

Aaron Swartz era una persona dotata non solo di intelligenza e dedizione, ma anche di empatia e attivismo politico. Nel suo racconto almeno una parola deve essere subito chiarita: chi sia un hacker. Hacker è colui o colei che non intende arrendersi davanti a un sistema confezionato, e partendo da ciò che si vede lo smonta pezzo per pezzo per scoprirne vulnerabilità o potenziali espansioni. Questo processo si può associare a molti altri campi oltre all’informatica ed è strettamente correlato al pensiero creativo di una persona.

Lo sforzo di Swartz di “aggiustare il mondo” e la condivisione della conoscenza

Il percorso di Aaron Swartz è esemplificativo di tutto ciò. Lo spiega bene il libro di Giovanni Ziccardi pubblicato lo scorso novembre da Milano University Press, Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l’eredità di Aaron Swartzdisponibile in open access (ad accesso aperto e libero) proprio come avrebbe voluto lui. 

Ziccardi, professore associato di filosofia del diritto alla Statale di Milano, ha ricostruito, utilizzando documenti e informazioni pubbliche, la breve ma intensa vita di un programmatore, hacker e attivista politico che ha combattuto per alcune battaglie cruciali per la libertà di Internet. A costellare la breve vita di Swartz si possono elencare progetti tuttora importanti e attuali: Dive into anything è lo slogan di Reddit, sito di social news e forum di fama mondiale creato da Swartz con altri amici nei primi anni del 2000. E poi il suo contributo alle licenze Creative Commons, a Wikipedia e alla creazione del software cifrato per giornalisti SecureDrop (dal quale ha preso ispirazione l’italiano Globaleaks).

Se da una parte per Swartz i punti cardine di tutta la sua attività erano la trasparenza e la condivisione come forma di potere contro l’oppressione, dall’altra vi era il concetto di anonimato. La creazione quindi di strumenti a protezione delle fonti che veicolano informazioni non gradite a governi, multinazionali o al sistema in generale, questione che lo lega all’attivismo politico di cui si rende partecipe seguendo le orme di Tim Berners-Lee. In anni in cui molti dei primi programmatori e menti dietro alla tecnologia informatica iniziavano ad arricchirsi nella Silicon Valley, l’inventore del World Wide Web decideva di regalare al mondo ciò che aveva creato insieme a un altro informatico belga. L’intenzione di Berners-Lee era quella di consegnare alle persone uno strumento emancipatorio, che favorisse una ricaduta sociale mondiale che a quel tempo non poteva nemmeno essere immaginata.

Il Guerrilla Open Access Manifesto e la guerra contro Swartz

Quando è stato trovato morto, nel 2013, Swartz stava affrontando un procedimento legale molto duro che lo avrebbe potuto portare in carcere per 35 anni e che riguardava proprio l’accesso ad articoli scientifici. Come raccontato nel libro di Ziccardi, il fatto drammatico è preceduto dalla pubblicazione del Guerrilla Open Access Manifesto circa 5 anni prima. Lo scritto, molto breve, mette in chiaro due questioni principali: il fatto che “l’intero patrimonio scientifico e culturale del mondo, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, viene sempre più digitalizzato e bloccato da una manciata di società private”; e la necessità di un vero e proprio diritto ad accedere al lavoro accademico e scientifico pubblicato online.

La figura di Aaron Swartz l’ho conosciuta proprio nel 2013, quando mentre cercavo ricerche e trattati online sono incappata nell’Open access movement. “L’informazione è potere. Ma come ogni potere, c’è chi lo vuole tenere per sé”, si legge nel manifestoIl termine spagnolo guerrilla colse l’attenzione dell’FBI, nota ancora Ziccardi parlando della storia nel podcast di Valigia Blu sul caso Swartz, e fu il primo passo delle indagini nei suoi confronti. D’altronde Swartz invitava anche scienziati e ricercatori ad agire per liberare contenuti, a prescindere da quanto disponesse la legge

“A quasi undici anni di distanza, in alcune, grandi università il quadro è cambiato, ma rimangono ancora, in tanti ambiti, muri molto difficili da abbattere; lo scritto di Aaron, riletto ai giorni nostri, è quanto mai attuale”, scrive Ziccardi nella biografia dell’attivista.

Nell’ultimo anno della vita del giovane succede però il peggio. Quando alla conoscenza tecnica e informatica di sistemi molto complessi si affianca anche l’attivismo politico, il governo statunitense comincia a usare i mezzi legali. Nell’autunno 2010 Swartz aveva scaricato in modo automatizzato dalla rete del Massachusetts Institute of Technology milioni di articoli scientifici, rendendoli accessibili a chiunque. La banca dati violata è la conosciuta JSTOR, nata nel 1995 a New York, che ospita libri e contenuti accademici prodotti da 8.000 istituzioni internazionali. Explore the world’s knowledge, cultures, and ideas è il motto, e certo è vero. Al contempo però JSTOR non è accessibile a chiunque per via del costo al quale sono venduti i contenuti accademici. Un’esperienza comune per molti studenti. Infatti, nemmeno con le credenziali universitarie avevo accesso a tutto ciò che mi serviva per studiare. Alla fine era spesso il professore a passarci i suoi studi e le sue ricerche.

Ma quell’azione di Swartz è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in due modi. Da una parte, c’è stata la dura reazione di JSTOR e dei vertici del MIT per eventuali violazioni di contratto e dei termini di servizio (posizioni modificatesi nel tempo). Se la ricerca è a pagamento, non è possibile scaricare i contenuti per poi renderli liberi online. Ma è indubbio siano i ricercatori a fare il lavoro vero e proprio: inventano una domanda di ricerca, eseguono esperimenti e scrivono paper scientifici al fine di spiegarli. A quel punto la conoscenza si scontra con un sistema che predilige il profitto alla libera circolazione di idee. Per ottenere riconoscimenti dalla comunità di riferimento, i ricercatori sono obbligati a pubblicare il lavoro su riviste accademiche di fama mondiale e sottostare alle loro regole.

Dall’altra parte, si è attivata anche la procura, l’attore più rilevante e che ha portato alle conseguenze più gravi. Negli Stati Uniti esiste infatti una normativa penale, il Computer Fraud and Abuse Act, che regola i reati informatici e gli accessi abusivi alle reti private, come le frodi informatiche. Quando venne ritrovato, in uno sgabuzzino del MIT, il PC di Swartz collegato alla rete dell’università e intento a scaricare centinaia di migliaia di articoli scientifici, la situazione precipitò.

Ben due processi, uno statale e uno federale, caddero sulle spalle del giovane. Il patteggiamento tra accusa e difesa non stava andando per il meglio, e Swartz aveva paura soprattutto per il suo futuro politico: voleva entrare nel sistema che combatteva per cambiarlo in meglio, per far sì che una reale trasparenza data dalla disponibilità aperta e senza vincoli di articoli e fonti potesse migliorare la conoscenza di tutti.

Prima di decidere di togliersi la vita, sotto le pesanti accuse di una normativa statunitense ampiamente criticata, Swartz ha scritto un testo chiamato “legacy”. “Il primo consiglio che Aaron lascia, riflettendo anche sulla sua persona e sul suo ruolo nel mondo è, in conclusione, quello di fare tutto ciò che gli altri non cercano di fare”, scrive Ziccardi nella biografia. Cambiare il sistema, non cercare di seguirlo, cambiare l’università e la sua natura, essere indipendenti dalla politica. 

Sci-Hub, le controversie legali, e l’accesso al sapere scientifico

E quindi a distanza di dieci anni ancora una volta oggi dobbiamo chiederci: qual è l’eredità di Aaron Swartz? Quanto successo e sta succedendo dopo la sua morte non promette bene, ma certamente ciò che ha lasciato il giovane programmatore smuove ancora l’iniziativa (politica) di molti. 

Sci-Hub è una di queste: un enorme archivio che contiene più di 80 milioni di articoli scientifici, libri, riviste e articoli di giornale protetti da copyright e non. Fondato due anni prima della morte di Swartz, nel 2011, dalla sviluppatrice kazaka Alexandra Elbakyan, è irraggiungibile in molti Stati del mondo per via delle azioni legali intraprese da grandi editori come Elsevier, Wiley e American Chemical Society. A differenza di Swartz, Elbakyan ha chiesto a ricercatori e accademici di entrare con le loro credenziali nelle grandi banche dati scientifiche e di scaricare il materiale. In questo modo l’attività di download sarebbe stata legale, anche se la successiva divulgazione gratuita sul portale di Sci-Hub avrebbe poi aperto cause legali in più di uno Stato. Dopo sole due settimane dall’esposto presentato all’AGCOM da un editore, nel luglio 2018, anche l’autorità italiana ha intimato ai provider internet il blocco dei DNS del sito originale di Sci-Hub e del suo sito mirror. In ogni caso The pirate bay of science, come viene spesso chiamato, è un esempio attuale di quanto ricercatori, accademici e studiosi accedano quotidianamente a materiale scientifico aggirando il paywall imposto dagli editori per svolgere ricerca, o anche semplicemente studiare durante il percorso di dottorato.

Lo scorso maggio Elbakyan ha reso pubblico su Twitter il fatto che l’FBI avesse richiesto l’accesso ai dati del suo account Apple attraverso un vecchio indirizzo Gmail. Da un anno a questa parte il social network ora di proprietà del miliardario Elon Musk ha sospeso l’account dell’archivio per aver violato la policy sulla contraffazione, che comprende anche “l’offerta, la promozione, la vendita o la facilitazione dell’accesso non autorizzato ai contenuti, compresi i beni digitali”. I rischi corsi da  Sci-Hub e dalla sua fondatrice sono tuttora in atto e rappresentano il motivo per il quale la donna vive nascosta.

La differenza più sostanziale a dieci anni dalla morte di Swartz è che non sono solo attivisti e hacker a sostenere l’open access come diritto di tutti: il sito Sci-Hub è utilizzato da molti studiosi in tutto il mondo e in alcuni Stati come ad esempio l’India, in cui è in corso tuttora una causa legale, è stato difeso da decine di accademici, secondo il reportage di Rest of The World. La libertà di accedere a contenuti scientifici è infatti direttamente proporzionale alla possibilità economica di ognuno, e perciò un archivio di questo tipo è cruciale in paesi con grandi disparità economiche. Motivo per il quale la causa contro Elbakyan in questo paese non è semplice come in altri, e non si è ancora conclusa.  L’eredità di Swartz è racchiusa anche in un altro progetto: il sito di file sharing Library Genesis (LibGen), sotto indagine da anni e che, essendo registrato sia in Russia che in Olanda, rende difficile definire quale giurisdizione debba essere applicata per l’accusa di violazione di copyright.

Dobbiamo adottare il Guerilla Open Access Manifesto per invertire l’asimmetria informativa tra cittadini e Big Tech-Big Government. Questo può accadere solo se costruiamo reti alternative di infrastrutture informative che sostengano queste idee. Queste reti informative non possono essere costruite dall’oggi al domani, ma dobbiamo impegnarci per ottenerle. Sci-Hub e LibGen sono alcuni esempi di queste infrastrutture informative e non solo dobbiamo sostenerle, ma dobbiamo costruirne altre”, ha scritto recentemente il ricercatore e hacktivista indiano Srinivas Kodali commentando proprio l’eredità di Swartz.

Il futuro dell’open access

La battaglia per l’open access di Aaron Swartz è di fatto portata avanti anche da altri progetti come Open Library (progetto di Internet Archive), che mette a disposizione circa 20 milioni di titoli di libri in formato digitale accessibili a chiunque gratis. E poi ci sono progetti come BioMed PLOS One, ovvero archivi e journal che contengono paper scientifici senza paywall sostenuti da ricercatori e studiosi di fama mondiale nel loro settore, provenienti da università come Harvard, Stanford e Oxford. Caratteristica importante nella battaglia per l’open access, come di tutte quelle che nascono dal basso, è la possibilità di stringere alleanze e fare rete: Right to Research Coalition (R2RC) ne è l’emblema, includendo più di 90 organizzazioni di studenti universitari nel mondo accomunati dalla promozione dell’open access anche attraverso azioni di advocacy. Senza contare poi OpenCon, una serie di conferenze sparse per tutto il mondo.

Il futuro dell’open access è nelle mani di chi la ricerca la produce e in maniera simile anche di tutti noi che vogliamo usufruire della conoscenza che creano. Nonostante le cause legali portate avanti negli anni successivi alla morte di Swartz in molte parti del mondo, alcuni passi avanti fanno ben sperare: negli Usa il progetto di legge Fair Access to Science and Technology Research Act imporrebbe a tutte le agenzie federali che hanno speso più di 100 milioni di dollari in ricerca di pubblicare i contenuti in formato aperto; un disegno di legge statale californiano approvato nel 2018, lascia invece ai ricercatori la possibilità di pubblicare gli articoli su riviste accademiche ma li obbliga anche a diffonderli in archivi pubblici ad accesso aperto entro e non oltre un anno dalla pubblicazione. A luglio dello scorso anno l’Internet Archive, un archivio non profit americano che fornisce accesso a molti contenuti in formato digitale e gratuito, ha chiesto ad un giudice federale di pronunciarsi nell’ambito di una causa intentata dagli editori Hachette, HarperCollins, Wiley e Penguin Random House. Questi ultimi contestano il programma Controlled Digital Lending (CDL) dell’archivio, che però, sostiene Internet Archive, presta scansioni digitali di libri già acquistati e per i quali autori ed editori sarebbero già stati compensati.

La battaglia per l’anonimato e la libertà di informazione

L’eredità di Aaron Swartz è anche legata a doppio filo con il mondo del giornalismo, e alla diffusione di piattaforme e strumenti per la tutela delle fonti e dell’anonimato online. In Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l’eredità di Aaron Swartz, Ziccardi riassume in poche frasi la posizione di Swartz: “Trasparenza e segreto, che sembrano due concetti in conflitto, erano interpretati da Aaron come entrambi essenziali in una democrazia. La trasparenza coinvolgeva i vertici, a cascata fino al singolo ufficio periferico, e i loro documenti. Il segreto era un potere da conferire al cittadino, unitamente all’anonimato, per operare in sicurezza anche in azioni di attivismo. E la tecnologia, in entrambi i casi, poteva e doveva essere la leva per garantire questi due diritti”. Nel novembre 2010 il caso Cablegate, ovvero la pubblicazione da parte di Wikileaks di centinaia di migliaia di documenti riservati sull’operato del governo americano, ha fatto da spartiacque e da scintilla per la creazione di strumenti che favorissero la diffusione di informazioni garantendo però l’anonimato di chi si esponeva.

In merito abbiamo già citato il contributo di Swartz nella creazione di SecureDrop, un software libero sviluppato dalla Freedom of the Press Foundation e rilasciato per la prima volta nel 2013, alcuni mesi dopo la sua morte, e raggiungibile attraverso il network Tor. La prima istanza SecureDrop è stata lanciata da The New Yorker per favorire la comunicazione della testata con fonti che, per la tipologia di informazioni che volevano fornire al giornale, richiedevano il massimo grado di protezione e anonimato. Una volta sulla piattaforma la fonte può inviare informazioni e allegati di qualsiasi tipo e riceve in cambio un numero casuale da conservare per accedere nuovamente alla segnalazione, ed eventualmente rispondere ai messaggi dei giornalisti. Dall’altra parte, negli uffici della testata sono presenti due PC: il primo è connesso a Internet e permette il download crittato delle informazioni fornite dalla fonte in una penna Usb; il secondo PC è utilizzato invece per visualizzare i contenuti inviati dalla fonte attraverso il codice di decrittazione presente in una seconda chiave Usb. Ad ogni utilizzo il secondo PC, mai connesso alla rete Internet, è svuotato delle informazioni e spento. 

A catena, nei mesi e anni successivi, altre testate internazionali integrano SecureDrop nel lavoro giornalistico: Forbes, ProPublica, The Intercept, Washington Post, The Guardian sono solo alcuni.

La particolarità di questa piattaforma è quella di non permettere a nessuno, nemmeno ai giornalisti che ricevono l’informazione o il documento, di poter risalire all’autore della soffiata. E in un mondo estremamente connesso attraverso tecnologie digitali che permettono la comunicazione ma non quella segreta, questi strumenti assumono una rilevanza strategica per la trasparenza e l’accountability di governi e aziende. Questo è anche il motivo che ha spinto, nello stesso periodo, alla creazione del software libero e open source GlobaLeaks. Tradotta in più di 90 lingue, la piattaforma italiana di whistleblowing creata da sviluppatori e hacker permette di veicolare informazioni in modo sicuro e anonimo, assicurando che queste non siano riconducibili a una o più persone che hanno deciso di esporsi. A differenza di SecureDrop, è raggiungibile dalla fonte e dal giornalista attraverso qualsiasi PC e non necessita di chiavi Usb per funzionare.
Come ha twittato di recente proprio l’account di SecureDrop: “Aaron, che ha sviluppato la versione originale di SecureDrop, continua a ispirare ogni giorno i nostri sforzi per proteggere giornalisti e informatori”. E ancora ispira gli sforzi di molti altri.

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