Visualizzazione post con etichetta Alessandra Ciattini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alessandra Ciattini. Mostra tutti i post

giovedì 23 gennaio 2025

Breve storia degli Stati Uniti e delle loro pretese territoriali - Alessandra Ciattini

 

Le ultime provocazioni di Donald Trump non manifestano solo l’arroganza del personaggio, ma sono ispirate alla stessa storia degli Stati Uniti, costituitisi con occupazioni illegali, acquisizioni imposte, annessioni non accettate dalle popolazioni, basate esclusivamente sul principio della forza.

In questi ultimi giorni si è parlato molto delle ultime dichiarazioni o provocazioni di Donald Trump, che assumerà la presidenza degli Usa il prossimo 20 gennaio, benché qualcuno non scarti la possibilità dell’insorgere di un qualche impedimento al suo insediamento. Come è noto, ha prospettato la trasformazione del Canada nel 51° Stato dell’Unione, promettendo ai suoi abitanti una straordinaria riduzione delle tasse e una protezione militare ineguagliabile, ha dichiarato che il Canale di Panama dovrebbe tornare nelle mani degli Usa, se il governo di quel Paese non garantirà il suo funzionamento sicuro, efficiente e affidabile. Inoltre, ha accusato quest’ultimo di applicare tariffe esorbitanti al suo Paese, al suo esercito e alle corporazioni con cui questi ultimi fanno affari, prefigurando un’ipotetica influenza della Cina che, effettivamente, sta rafforzando i legami economici e commerciali con quei territori evidentemente ancora intoccabili per l’antica dottrina Monroe (1823).

Naturalmente, Paesi come Messico, anch’esso da incorporare, Cuba, Colombia, Nicaragua, Venezuela e lo stesso governo panamegno hanno reagito con forza, sottolineando la sfrontatezza e la mancanza di fondamento della pretesa di quel bizzarro personaggio con cui dovremo fare i conti nei prossimi quattro anni. Anche la Cina si è espressa negativamente.

Come se queste provocazioni non bastassero, Trump ha affermato che gli Usa potrebbero acquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca dal valore inestimabile, il cui governo ha risposto, dicendo “non siamo in vendita”, e poi ha deciso uno stanziamento di un miliardo e mezzo di dollari per comprare due navi addette al controllo delle coste dell’isola ghiacciata, droni, e per ristrutturare l’aeroporto più importante. Dobbiamo anche ricordare che nell’isola ci sono la solita base statunitense rilevante sia per il sistema di difesa missilistico e per il monitoraggio delle missioni spaziali, e depositi di risorse, oggi vitali, come il petrolio, il neodimio e il disprosio indispensabili per la costruzione di magneti; minerali che non mancano a Cina e a Russia. A parere del neopresidente, spalleggiato dall’immancabile Elon Musk, l’acquisizione della Groenlandia garantirebbe la sicurezza nazionale degli Usa, da cui discende ovviamente – come tutti abbiamo potuto già sperimentare – un vantaggio per la libertà del pianeta. D’altra parte, è cosa nota che gli Usa hanno sempre pensato alla Groenlandia, tanto che nel 1941, dopo che la Danimarca era caduta nelle mani dei nazisti, la trasformarono in un loro protettorato, dopo aver pattuito con l’ambasciatore danese senza il consenso del suo governo. Meno nota è la loro presenza in Islanda, Paese neutrale occupato dai britannici nel 1940, cui vennero in aiuto i militari Usa, che non ancora erano entrati guerra e che lasciarono l’isola solo nel 1946. Fatti storici che è meglio non ricordare.

Anche se rozze nella forma, le uscite di Trump sono facilmente comprensibili: nella competizione sempre più spasmodica per mantenere la supremazia imperialistica, gli Usa debbono espandersi per conquistare sempre nuove risorse e per controllare territori strategici (per esempio, la rotta dell’Artico).

Ma questo comportamento costituisce una novità o è una costante della storia statunitense, che svela la natura recondita di questo Stato che, sin dalla sua formazione, ha collezionato territori strappati con la forza o il denaro ad altri occupanti?

Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere la storia dell’ex colonia britannica, formata dopo la Guerra di indipendenza da tredici Stati, situati sulla costa atlantica, la cui popolazione di origine europea aveva già avviato la politica di pulizia etnica e di sterminio dei cosiddetti pellirossa. La tanto celebrata guerra, di fatto, si trasformò rapidamente in uno scontro internazionale, in cui intervennero la Francia, la Spagna e le Province Unite, e si estese anche ai territori britannici del Canada, che non poterono essere annessi. Le cosiddette guerre indiane terminarono nel 1886 con la cattura del capo degli apache, Geronimo, fautore di una strenua quanto purtroppo inutile resistenza; dobbiamo ricordare, tuttavia, il successivo massacro di 300 sioux nella celebre battaglia di Wounded Knee combattuta nel 1890.

Nel corso dell’Ottocento i pellirossa furono sostituiti dagli immigrati europei, originari in maggioranza della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Germania, che poi divennero i famosi wasp. Grazie all’alto tasso di natalità si ebbe una straordinaria crescita demografica: nel 1790 gli Usa avevano solo 4 milioni di abitanti, nel 1870 avevano già raggiunto i 40 milioni.

La crescita demografica fu favorita e accompagnata da una significativa espansione economica dovuta agli sviluppi tecnologici nei vari settori industriali (industria tessile, siderurgica, costruzione delle ferrovie, etc.) e alla presenza di una consistente manodopera. Un contributo rilevante venne anche dalle politiche di organizzazione del lavoro, basate sulla produzione a catena e sulla razionalizzazione delle attività produttive, da cui scaturì il famoso taylorismo. In definitiva, si costituì un forte e arrogante sistema economico capitalistico e successivamente imperialistico.

Lo sviluppo economico e sociale del Paese avvenne di pari passo con l’espansione territoriale che, secondo Trump, non sembra ancora essersi conclusa, e che fu presentata tramite la nota dottrina Monroe come il mezzo per impedire alle potenze europee di occupare i territori americani, che paradossalmente dovevano restare in mano dei discendenti di queste ultime e non dei nativi.

Le nuove acquisizioni territoriali avvennero nel corso dell’Ottocento mediante guerre o acquisti negoziati con le potenze europee ancora presenti nel continente americano, ma non più nelle condizioni di difendere quei possedimenti di fronte all’aggressività del nuovo Stato.

Il primo acquisto fu realizzato nel 1803 e riguardò la Louisiana, in passato occupata da importanti e numerose tribù indiane, regione che comprendeva quelli che poi diventeranno Stati diversi, e nella quale si erano combattuti aspramente francesi e spagnoli. Essa fu ceduta dalla Francia, fortemente indebitata con gli Usa, che la controllava e che, dominando New Orleans, aveva in suo potere tutto il commercio lungo il Mississippi. Nel 1819, invece, venne annessa la Florida, strappata agli indiani Seminole, ceduta dalla Spagna, che l’aveva conquistata nel XVI secolo e attualmente abitata in gran parte dalla cosiddetta comunità cubana dell’esilio. In seguito alla guerra con il Messico (1846-1848) e all’annessione del Texas, avvenuta nel 1845, in cambio di 15 milioni di dollari un’importante parte della ex colonia spagnola entrò a far parte dell’Unione, in particolare gli attuali Stati della California, Nevada e Utah, Wyoming, Arizona e New Mexico e una porzione del Colorado.

A giustificazione dell’espansionismo statunitense, che si era già nutrito dello sterminio degli indiani, cominciò a essere diffusa la dottrina del “destino manifesto”, ispirata alla nozione biblica del “popolo eletto”, a cui ancora oggi si afferra Israele, secondo cui Dio aveva attribuito a quel popolo il dominio dell’America settentrionale per diffondervi la democrazia; parola che non viene nemmeno nominata nei documenti fondativi di quello Stato e a cui ormai, del resto, sembrano credere in pochi. Inoltre, è bene aggiungere che in Gringolandia – come dicono i latino-americani – l’abolizione agli ultimi impedimenti al suffragio veramente universale è avvenuta solo negli anni ’70 del Novecento, per non parlare della discriminazione razziale verso i non wasp che è ancora profondamente radicata.

In questa breve storia degli Usa e della loro espansione, che li ha collocati sul trono del mondo durante secoli segnati da conflitti sanguinosi, non può mancare la menzione della conquista del famoso Far West, che ha alimentato tanta parte della cultura di quel Paese e che ha costituito un modello ideologico importantissimo. Infatti, lo schema dello scontro con i selvaggi funziona ancora oggi a giustificazione delle prepotenze compiute dalla cosiddetta più grande democrazia del pianeta. Pensiamo al celebre film di John Ford, agente dei servizi segreti, intitolato “Ombre rosse” (1939), in cui una diligenza, occupata da gente di diversa estrazione, viene attaccata dagli apache di Geronimo, i rossi da combattere. Paradossalmente, di fronte al pericolo, gli individui “moralmente indegni” (l’ex prostituta, un medico alcolizzato, etc.) si mostrano più coraggiosi e altruisti di quelli “socialmente rispettabili”. In definitiva, il film vuole rappresentare la parabola del colono sfortunato che, unendosi ai suoi simili, crea una comunità migliore e tollerante, facendoci comprendere come gli Stati Uniti si autorappresentano.

Alla base della colonizzazione di altri territori sta l’arrivo di nuovi lavoratori europei attirati dalla disponibilità di grandi estensioni di terra coltivabile e dalla scoperta di miniere di oro in California (1848).

Nelle grandi praterie, dove erano presenti grosse mandrie di bufali, cacciati dai restanti pellerossa, si praticò la coltivazione estesa di cereali e si cominciarono a costruire le ferrovie, che consentirono la distribuzione della popolazione e favorirono la specializzazione economica delle varie regioni.

Invece, nella parte meridionale degli Usa, che si estende dall’Atlantico al confine con il Messico, si svilupparono le piantagioni di cotone, di canna da zucchero e di tabacco, in cui lavoravano gli schiavi provenienti dall’Africa. In realtà, vi erano differenze nette tra i proprietari terrieri: alcuni possedevano numerosi schiavi, altri in numero insignificante e altri ancora erano semplicemente coltivatori diretti.

Come è noto, gli africani hanno dato un contributo significativo alla cultura del Paese che li accolse come schiavi ma, probabilmente, la loro cristianizzazione avvenuta tramite il protestantesimo è stata più penetrante e distruttiva di quella cattolica.

Il nord-est fu caratterizzato da un grande sviluppo industriale ed entrò in attrito con il sud schiavistico, perché la razionalizzazione della produzione e l’impiego del lavoro salariato garantivano maggiori profitti e rendevano possibili sempre nuove innovazioni inimmaginabili nella piantagione tradizionale. Inoltre, i proprietari terrieri del sud erano a favore del libero scambio, mentre il nord industriale intendeva difendere le sue fabbriche e, pertanto, sosteneva una politica protezionistica. Queste importanti discrepanze condussero il sud a prefigurare prima l’annessione di Cuba, comprandola dagli spagnoli, per avere una salda maggioranza nel Congresso, dove avrebbero seduto anche i proprietari dell’isola. Successivamente, optò per la secessione dall’Unione per costituire un’unica nazione con altri Stati schiavistici. Il conflitto sfociò nella guerra civile tra nordisti e sudisti (Guerra di secessione 1861-1865), che fu oggetto di studio da parte di Marx e di Engels, i quali concordavano nel considerare il sistema schiavistico una diversa forma di capitalismo, in cui il profitto è prodotto sulla pelle degli schiavi. D’altra parte, l’autore del Capitale sostenne anche politicamente il movimento abolizionista, attuandolo nell’ambito dell’Internazionale e mobilitando i lavoratori per impedire che la Gran Bretagna entrasse in guerra a favore degli schiavisti.

Dopo questo sintetico percorso storico, torniamo al megalomane Trump, il quale non si rende conto che proprio le sue pretese annessioniste e la convinzione che “solo con tasse agli altri Paesi torneremo a essere grandi” mostrano l’incipiente debolezza del sistema capitalistico Usa. Se “l’America deve tornare grande” vuol dire che non lo è più, e non solo per la crescente perdita di credibilità internazionale e l’insorgere di altre agguerrite potenze, ma anche per i gravissimi problemi interni: disfacimento delle infrastrutture, del sistema medico ed educativo, disoccupazione, indebitamento, diffusione di droghe, crisi ecologiche sempre più intense. Purtroppo, per i lavoratori statunitensi le semplicistiche ricette di Trump non faranno migliorare la situazione del Paese.

da qui

sabato 30 marzo 2024

Bisogna essere contro la guerra o anche contro le sue radici? - Alessandra Ciattini e Federico Giusti

Nonostante la censura, molti analisti e soggetti politici stanno da tempo prendendo posizione contro gli attuali conflitti, che potrebbero sfociare nell’“ultima guerra mondiale”. Purtroppo, essi non si pongono spesso il problema del perché questo sistema economico e sociale inevitabilmente genera guerre e conflitti, finendo col sostenere un astratto e inefficace pacifismo.

Nel panorama politico e mediatico internazionale appaiono, ormai da tempo insieme ai propagandisti di regime, molti soggetti che prendono posizione contro la guerra in Ucraina, contro il genocidio di Gaza, contro lo smisurato incremento delle spese per le armi, sempre più sofisticate. Pur apprezzando, con qualche distinguo, questa posizione politica, vorremmo qualcosa di più. In particolare urge comprendere perché, sempre più, le questioni internazionali si risolvano con la violenza, demonizzando nella forma più semplicistica e grottesca gli avversari, e adoperandosi per persuadere le masse, ormai inerti e quasi rassegnate, alla necessità della guerra, magari non più diretta dagli Stati Uniti ma portata avanti da un “finalmente autonomo” esercito europeo. A questo scopo l’Ue dovrà dotarsi di forze di intervento rapide, dei migliori armamenti disponibili sui mercati, di strumenti informatici e tecnologici avanzatissimi, ricorrere all’intelligenza artificiale e ai sistemi tecnologici guidati a distanza. E probabilmente la guerra diventerà ancora più spietata.

Questi aspetti sono documentati dagli ultimi dati, forniti dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), i quali attestano una riduzione della spesa sociale nei paesi Ue e, allo stesso tempo, il potenziamento della ricerca a fini di guerra e della spesa militare nel suo complesso.

Citiamo testualmente un passaggio tratto dall’ultimo rapporto Sipri:

“Gli Stati europei hanno quasi raddoppiato le loro importazioni di armi principali (+94%) tra il 2014-18 e il 2019-23. Nel 2019-2023, volumi maggiori di armi sono affluiti verso l’Asia, l’Oceania e il Medio Oriente, dove si trovano nove dei dieci maggiori importatori di armi. Gli Stati Uniti hanno aumentato le esportazioni di armi del 17% tra il 2014-2018 e il 2019-23, mentre le esportazioni di armi della Russia si sono dimezzate a causa della guerra e delle sanzioni… Il 55% delle importazioni di armi da parte degli stati europei che sono state fornite dagli Stati Uniti nel 2019-2023 ha rappresentato un aumento sostanziale rispetto al 35% nel 2014-2018. I successivi maggiori fornitori della regione sono stati Germania e Francia, che rappresentavano rispettivamente il 6,4% e il 4,6% delle importazioni. Tuttavia, globalmente il volume del trasferimento di armi è leggermente diminuito.”

Un altro elemento importantissimo presente nell’attuale scenario internazionale è rappresentato dai fenomeni recessivi che si palesano con forza nei paesi europei. L’Ue si è trovata nelle condizioni di dover riscrivere il Pnrr (Piano nazionale ripresa e resilienza) nell’autunno 2023 a causa delle ripercussioni negative della guerra in Ucraina sulla sua economia. Infatti, l’acuirsi della conflittualità internazionale, dopo il difficile periodo pandemico, ha generato tensioni nel mercato delle materie prime e problemi nelle catene di approvvigionamento. E certamente, secondo molti economisti, anche a causa delle masochistiche sanzioni alla Russia delle quali invece hanno beneficiato gli Stati Uniti.

La riscrittura del Pnrr è stata la conseguenza dell’aumento dei costi, dei ritardi causati dai problemi sopra menzionati, che hanno rallentato la realizzazione dei progetti o addirittura l’irraggiungibilità degli obiettivi. Pertanto, la guerra in Ucraina ha inferto un duro colpo all’economia del vecchio continente, costringendola a rivedere i piani nazionali secondo una nuova direttiva comunitaria rivolta a favorire l’approvvigionamento energetico, la robotizzazione, la digitalizzazione, l’economia Green; finalità che, secondo alcuni, l’Ue stenterebbe a perseguire.

Il rallentamento o la stagnazione dell’economia europea erano già visibili da tempo; in un suo documento la Banca europea indica esplicitamente di possibilità di recessione nel 2024, da parte sua la Commissione europea ha tagliato le previsioni crescita del Pil e molti specialisti parlano di recessione tecnica del vecchio continente e in particolare della Germania. Emblematici, per esempio, sono i risultati semestrali dell’industria chimica e farmaceutica tedesca con un calo produttivo del 10,5% rispetto all’anno precedente e il 77%, delle capacità produttive non completamente utilizzate. A ciò si aggiunge la crisi demografica causata dalla vorticosa riduzione della natalità e dal conseguente aumento della popolazione anziana non più in grado di lavorare (da notare come la crisi demografica abbia spinto negli anni anche a innalzare l’età pensionabile nei vari paesi Ue per ridurre la spesa pubblica).

Tornando alla guerra in Ucraina, più che analizzarla come conseguenza dell’espansionismo russo (le cause reali sono ben diverse da quelle apparenti come scriveva uno storico della Grecia classica oltre 2000 anni fa), urge ricordare che essa è il prodotto dell’espansione della Nato a oriente e dell’antico progetto statunitense, da un lato, di impedire la saldatura tra l’economia russa e quella europea (soprattutto tedesca), che sarebbe stata vantaggiosa per entrambe, dall’altro di disintegrare la Russia per appropriarsi delle sue straordinarie risorse. Molti analisti hanno considerato un vero e proprio suicidio la scelta delle élite europee di far propri gli obiettivi dell’aggressivo paese nordamericano, ma ci chiediamo se le analisi possano ridursi a questa mera constatazione o piuttosto cercare argomentazioni più convincenti.

Per rispondere a questa difficile domanda non è sufficiente il solo ricorso alla geopolitica, è necessaria piuttosto una prospettiva di classe. In questo senso, in primo luogo crediamo sia opportuno fare una radiografia alla nostra classe dirigente, sia quella economica, non sempre visibile, sia quella politica che è un’emanazione della prima.

Secondo Kees van der Pijl siamo governati da una classe atlantista, formatasi dopo la guerra di secessione nel Nord America e ristrutturatasi alla fine del Novecento, essendo stata beneficiaria della “privatizzazione delle nuove tecnologie nei settori della difesa e dell’intelligence” e avendo dato origine ai grandi monopoli informatici. Secondo lo studioso olandese, “I settori della sicurezza nazionale e dell’intelligence, internet e i relativi interessi e i conglomerati (multi)mediatici formano insieme un triangolo al centro del blocco di potere che guida la ‘nuova normalità’” (La pandemia della pauraProgetto totalitario o Rivoluzione?, 2023: 78).

Gli esponenti di questa frazione del settore capitalistico sono gli uomini più ricchi del mondo, come Bernard Arnault (impresario del lusso), Bill Gates, Elon Musk, che amano presentarsi come filantropi e che non hanno una relazione con un paese specifico. È questo gruppo transnazionale di supermiliardari ad avere tratto vantaggi straordinari da questi decenni di crisi più o meno striscianti, caratterizzati da fenomeni quali l’inglobamento dei piccoli capitali, la distruzione della classe media, l’impoverimento dei lavoratori, la dissoluzione dello Stato sociale. Come è evidente a tutti, le altre classi sono state, invece, altamente danneggiate da queste trasformazioni del sistema capitalistico, tanto che nessuno ormai nega l’accrescersi delle disuguaglianze economiche e sociali. E come scrive Andrea Pannone, l’imponente espansione su scala planetaria delle attività finanziarie ha accresciuto a dismisura il potere di queste nuove oligarchie economiche attraverso il “sabotaggio” del tradizionale meccanismo di formazione della ricchezza basato sullo sfruttamento del lavoro. Ciò genera continuamente instabilità e conflitti tra i gruppi di potere a prevalente trazione finanziaria e quelli a prevalente trazione produttiva, che si scaricano sulle comunità umane e plasmano le politiche degli Stati (Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, 2023).

Pertanto, da queste rapide considerazioni sembra che quelli che vengono “suicidati” sono i lavoratori e le lavoratrici, destinati a nuovi “sacrifici” per la difesa degli ideali europei, mentre le élite stanno incamerando cospicui guadagni sia pure a corto termine, perché a questo punto è difficile prevedere quale futuro ci aspetti.

Dato che stiamo scrivendo contro la guerra o meglio le guerre, limitiamoci a una breve analisi del settore militare, presentato come baluardo della sicurezza nazionale o delle “democrazie” contro le “autocrazie”, che si sviluppa in stretta sinergia con i settori informatici, altamente tecnologici e di intelligence.

Ogni giorno siamo bombardati da sedicenti esperti che prevedono nei prossimi anni un attacco da parte della Russia (v. Macron), affetta da un maligno desiderio di espansione territoriale, pur essendo lo Stato più grande del mondo e per di più poco popolato.

Ci viene detto che centinaia di miliardi di euro saranno spesi per rafforzare il sistema di difesa dell’Europa nei prossimi anni, creando un esercito indipendente ma in stretto rapporto con la Nato.

Secondo il sito Investigate Europe “la politica militare europea è stata progettata principalmente per sostenere finanziariamente l’espansione dell’industria militare europea”. La prima domanda da farci è questa: chi sono i proprietari di questo settore chiave per il dominio imperialistico?

Questa è la risposta tratta dalla medesima fonte: “Le cinque grandi aziende che ricevono la parte del leone dei fondi pubblici hanno sede e sono di proprietà di pochi Stati europei: Francia, Germania, Italia e Spagna. Questi enormi produttori di armi sono molto intrecciati con i governi e persino con i concorrenti. Sono anche in parte di proprietà degli stessi fondi americani che controllano parti importanti delle azioni dei loro concorrenti americani. Tutto ciò crea una concentrazione del mercato nelle mani di pochi giganti del settore, che, come sottolineano gli esperti, è un problema di concorrenza”.

E ovviamente non sarà il Parlamento europeo, fragile velo al potere oligarchico, a decidere e controllare gli investimenti in questo ambito; le decisioni saranno prese da pochi nelle celate stanze, e magari quei pochi avranno anche specifici interessi personali da difendere. Nel frattempo, a causa dei terribili conflitti in Ucraina e in Palestina, le quotazioni in borsa delle industrie degli armamenti, come Leonardo (Italia), Rheinmetal (Germania), Saab (Svezia), Thales (Francia) etc. sono cresciute in maniera straordinaria, complessivamente del 75% e più sia in Europa che negli Usa. E c’è anche da chiedersi se l’incremento della dotazione di armi potrà difenderci o piuttosto sarà la molla per scatenare nuovi conflitti.

Naturalmente, questa tragica scelta militaristica sta avendo drammatiche ripercussioni sulla vita sociale, perché occorre tenere sotto controllo coloro che dissentono dalle politiche di guerra, impedire che questi convincano la maggioranza del loro carattere disastroso, coartando – come già sta avvenendo – la libertà di opinione e di espressione. Insomma, la classe dirigente deve ingaggiare anche una battaglia ideologica, la quale sta “svelando” a tutti noi che la guerra è necessaria e legata all’indispensabile difesa della nostra identità. Come scriveva Jonathan Swift, nel 1710, bisogna “convincere il popolo di salutari falsità per qualche buon fine”.

Nell’ambito di questa strategia militarista deve essere collocata la militarizzazione delle scuole e delle università, della ricerca e della società in genere ormai passivizzata dalla degenerazione della cosiddetta democrazia, in cui il potere esecutivo è sempre più dominante. Infatti, gli studenti dei vari gradi ricevono lezioni impartite da insegnanti militari, oppure vengono addirittura inviati a seguire corsi di formazione militare, e i progetti di ricerca in questo ambito hanno la preminenza a discapito di altre pur importantissime tematiche. E un ruolo dirimente viene svolto dalle Fondazioni legate a doppio filo a centri di potere e imprese, “mecenati” che si prefiggono il compito di normalizzare la guerra, giustificandone la barbarie agli occhi delle giovani generazioni.

I vari governi (Spagna, Francia, Germania e anche Italia) stanno pensando di ripristinare la leva obbligatoria, mentre Zelensky ha smentito poco tempo fa la sua precedente richiesta di inviare i giovani europei in Ucraina, che Macron sembrerebbe invece voler spedire colà per cambiare le sorti del conflitto. I francesi hanno già risposto tappezzando le strade di cartelli che dicono: “Macron, on ne mourra pas pour l’Ucraine”. E noi non abbiamo niente da rivendicare?

da qui

martedì 26 dicembre 2023

L'avvento della lobby di guerra e la futura politica estera della UE - Alessandra Ciattini e Federico Giusti

Nella coalizione Governativa i partiti della maggioranza fanno a gara per ergersi a paladini degli interessi industriali e militari, da qui nascono le modifiche della legge 185/90 sull’export di armi (DDL S. 855 (senato.it)


Fratelli d’Italia da tempo voleva rivedere le norme inerenti le autorizzazioni per la vendita di armi all'estero, norme giudicate dalle imprese belliche troppo ristrettive, sarà possibile, con l'emendamento presentato da FdI, vendere armi all’estero senza controllo e autorizzazione del ministero degli Esteri a condizione che siano in toto o solo in parte prodotte con finanziamenti della Unione Europea. 

 

Se guardiamo agli interventi del Parlamento per bloccare vendite di armi non registriamo alcun ostacolo burocratico o limitazione di sorta delle esportazioni, solo nel caso delle vendite a Emirati Arabi e Arabia Saudita, impegnati nel conflitto in Yemen, ci sono state pressioni per fermare (come poi avvenuto) l'invio di armi a  questi due paesi direttamente coinvolti nella guerra. Ma sono innumerevoli le vendite accordate negli anni anche a nazioni che  violano i diritti umani a conferma che gli ostacoli insormontabili denunciati dalle lobby delle aziende produttrici di armi non sono mai esistiti.

 

IL DISEGNO di legge era stato approvato in Consiglio dei ministri il 3 agosto scorso per far decidere al Ministro degli Esteri le armi da esportare semplificando allo stesso tempo le procedure necessarie per la vendita di armi ed escludendo da ogni autorizzazione la cessione di armi ai paesi Ue 

 

Eliminati quindi controlli e autorizzazioni del governo e delle autorità italiane  alla vendita di armi se finanziate in parte o in toto con i fondi della Ue, non sarà più necessaria l’autorizzazione del ministero degli Esteri e verrà meno anche la verifica che siano rispettate le norme della vecchia legge 185 a tutela dei diritti umani. In futuro sarà necessario il finanziamento europeo per vendere armi a chiunque, i diritti umani anche in termini formali e generici non saranno vincolanti per le esportazioni. a dominare saranno solo gli affari economici.

 

 La mancata esportazione di armi a Emirati Arabi e Arabia ha dato inizio ad una perseverante campagna portata avanti da aziende belliche, parlamentari, industriali, tutti insieme per revisionare una legge sicuramente contraddittoria ma guidata, fin dalla sua emanazione, da alcuni principi etici e morali che ora potranno essere archiviati proprio in nome del business non solo italiano ma della Ue.

 

E l'UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) diventa un organismo solo tecnico mentre fino ad ora aveva il compito di esaminare "in modo rigoroso e articolato" le licenze di esportazione di materiali d’armamento. Proprio la vecchia procedura era considerata ostile alle aziende e alle esportazioni e nei fatti la guerra in Ucraina , il riarmo della Nato e la guerra globale promossa dal Congresso Usa (senza dimenticare il documento strategico Ue denominato Bussola Europea) hanno favorito questa profonda revisione delle norme in materia di esportazione di materiale bellico.

 

Leggiamo testualmente dal sito ministeriale

 

 Autorità nazionale – UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

 

La valutazione di eventuali autorizzazioni a Paesi extra UE-NATO coinvolge previamente vari Ministeri ed Enti italiani:a)  nell’analisi del merito della singola operazione, sin dalla comunicazione societaria sull’avvio delle trattative commerciali indirizzata, oltre che al Ministero degli esteri, a quello della difesa;b) con i pareri preventivi all’autorizzazione finale all’esportazione/importazione, successiva alla fase delle trattative con firma del contratto, sottoposti al Comitato consultivo interministeriale composto dai Ministeri degli esteri, difesa, interno, sviluppo economico, economia e finanze – Agenzia delle dogane e dei monopoli, ed ambiente. L’Autorita’ si avvale altresi’ dei pareri vincolanti, in presenza di informazioni classificate, della Presidenza del consiglio – Dipartimento informazioni per la sicurezza/DIS – Ufficio centrale per la segretezza/UCSe.....

 

L'autorità nazionale – UAMA rilascia le autorizzazioni previste per l’esportazione, il trasferimento, l’intermediazione, l’assistenza tecnica ed il transito dei prodotti a duplice uso; rilascia le autorizzazioni per il commercio di merci soggette al regolamento antitortura; rilascia le autorizzazioni, per il commercio, diretto e indiretto, di prodotti listati per effetto di misure restrittive unionali.

 


Per quanto deboli queste norme da domani non esisteranno più e i piazzisti di armi, i guerrafondai, le imprese "strategiche" avranno via libera nei commerci di morte.


Abbiamo parlato in precedenza della Bussola strategica (Strategic Compass, https://www.iai.it/sites/default/files/iai2206.pdf), documento strategico approvato il 21 marzo 2022 dal Consiglio dell’Unione europea e adottato il 25 marzo dai Capi di Stato e di governo dei 27 paesi facenti parte di essa, ma è forse meglio approfondire il tema. Secondo i fautori dell’UE, nano politico e militare proprio a causa del dominio NATO nel continente, tale documento sarebbe un avanzamento “verso una Europa della difesa più capace di proteggere i cittadini europei” (così dicono), di “tutelare e promuovere gli interessi e i valori da loro condivisi”.

Aggiungono: “in un contesto internazionale caratterizzato dalla competizione geopolitica e dal ritorno della guerra in Europa” (generato dalle loro politiche), la Bussola trasformerebbe l’Europa in attore responsabile in grado di cooperare alla costruzione della sicurezza internazionale e di quella del continente europeo. Essa sarebbe importante e opportuna perché indica una serie di azioni concrete (investimenti, esercitazioni, forze di intervento rapido etc.), grazie alle quali potrà essere irrobustita la politica europea di sicurezza e difesa comune entro il 2030. Tra l’altro Il documento prevede l’istituzione, entro il 2025, di “una forza di intervento rapido (EU Rapid Deployment Capacity, Rdc) costituita da 5.000 unità in grado di operare anche in ambienti non permissivi (?) nelle regioni di interesse per l’UE. Tale strumento dovrebbe esser considerato “un primo passo verso una maggiore capacità europea di intervento militare”.

Alla luce di queste rapide informazioni possiamo ben comprendere la necessità del su menzionato emendamento, giacché tale indirizzo politico può essere perseguito con il possesso di una maggiore quantità di armi e più sofisticate, anche se molti non lo considerano realizzabile a causa delle divisioni interne all’élite tecnocratica. Infatti, bisogna sottolineare che non tutti i leader europei sono d’accordo con l’ipotesi dell’”autonomia strategica; la stessa Von der Leyen, in uno suo discorso, ha affermato che gli europei non potranno mai sostituire gli Usa per garantire la sicurezza internazionale. E sempre la Von der Leyen invoca una Ue capace di costruire una politica di approvvigionamento energetico autonoma, andando a prendere le materie prime indispensabili alla svolta green ove necessario; il che fa presagire anche una rinnovata capacità militare da schierare in difesa degli interessi comunitari.

Ma un’Europa armata, in grado di difendersi e di attaccare da sola, che relazione stabilirà con la NATO? La risposta c’è e starebbe nel “giusto equilibrio tra europeismo e atlantismo”, ma non sappiamo quanto praticabile: “UE e Nato sarebbero complementari e sinergiche”, e l’Europa della difesa sarebbe il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, “con il fine ultimo di promuovere pace, stabilità, sicurezza e cooperazione ovunque”. Proprio come si è verificato in passato e si sta verificando oggi, basti pensare allo Strumento europeo per la pace che ha stanziato fondi per alimentare la guerra in Ucraina.

Naturalmente i governi italiani, sostanzialmente omogenei da molti punti di vista, apprezzano la Bussola, perché contribuirebbe allo “sviluppo tecnologico e industriale del settore aerospazio, sicurezza e difesa – compresa la dimensione cibernetica –, con ricadute positive su tutta l’economia” (v. emendamento di cui sopra), in un contesto che si vuole sempre “competitivo”.

I critici del documento sottolineano che esso è stato elaborato prima della famosa “operazione speciale” di Putin e pertanto sarebbe già superato dai fatti e dai cambiamenti geopolitici degli ultimi anni. Inoltre, mettono in risalto, dato il legame ineliminabile di subordinazione dell’Europa agli Usa, che esso deve essere inteso sostanzialmente come una delega di questi ultimi ai loro sudditi a sorvegliare il continente, così come Israele è stato creato per avere lo stesso ruolo in Medio Oriente. Del resto, la stessa UE è una creazione degli Usa, che alla fine delle Seconda guerra mondiale occuparono gran parte del continente e decisero di non ritornare a casa, costellando i vari paesi europei di basi militari a garanzia della “scelta occidentale” dei suoi cittadini.

Il sempre fantasioso Joseph Borrell, rinominato il giardiniere europeo, ha giustificato la volontà di partecipare direttamente alla competizione globale, affermando che “non si può essere erbivori in un mondo di carnivori”. Egli non si stanca di presentare l’Unione come un modello per il resto del mondo, forse convinto che i cittadini europei siano d’accordo con lui, quando segnali di disaffezione si vedono ovunque, anche se ancora non si sono trasformati in forti mobilitazioni oggi quanto mai auspicabili, se non vogliamo consegnare i diffusi sentimenti antieuropei e probabili proteste sociali alle destre estreme e populiste.  Le quali sono strettamente allineate con la Nato, offrono sostegno alla Ucraina e ad Israele.

Su questo punto è interessante un articolo che analizza la Bussola strategica, facendo riferimento al celebre testo L’arte della guerra attribuito a Sun Tzu (544 a. C. – 496 a. C.), il quale affermava che “Tutta l’arte della guerra è basata sull’inganno”. Secondo gli autori coloro che hanno redatto il documento ingannano sé stessi, quando si dichiarano convinti che occorre garantire la sicurezza in accordo con gli Usa, mentre – come è del tutto evidente oggi – questi ultimi hanno obiettivi diversi da quelli europei e nella  storia non hanno avuto mai alleati, ma sudditi. Tuttavia, gli stessi autori non escludono la possibilità più convincente che l’élite stanziata a Bruxelles intenda ingannare invece i popoli europei, facendo loro credere che con la Bussola saranno più protetti (https://lacasamata.es/leyendo-la-brujula-estrategica-con-sun-tzu-transformaciones-de-la-fraccion-bruselense-de-la-clase-dominante-europea/ ).

martedì 27 febbraio 2018

Telesur intervista Noam Chomsky

Pochi giorni fa Telesur, la televisione latinoamericana voluta da Hugo Chavez, ha intervistato Noam Chomsky, probabilmente il più importante studioso di linguistica al mondo e lucido analista politico controcorrente, le cui riflessioni hanno sempre una certa risonanza soprattutto al di fuori dei mass media dominanti. Infatti, non mi risulta che i mass media internazionali abbiano dato molto risalto a questo suo ultimo intervento, pur avendo dedicato spazio ad interviste precedenti [1].
Chomsky ha esordito affermando che il potere degli Stati Uniti è dannoso all’umanità, ma che assicura tutti i vantaggi possibili all’oligarchia governante. Nella sua interessante analisi ha osservato che la politica statunitense si sviluppa attualmente su due livelli; da un lato, l’attenzione del mondo è focalizzata sulla figura di Donald Trump, che è un uomo di spettacolo, presentato come un pazzo e non sappiamo se cosciente del proprio ruolo. Se non si agisse in questo modo, se non si desse spazio a tutte le bugie che racconta attirando moltitudini, nessuno si preoccuperebbe di lui né gli presterebbe attenzione. Dall’altro, nello sfondo dietro le quinte, l’oligarchia, in particolare nella persona di Paul Ryan, presidente ultraconservatore della Camera dei rappresentanti, opera con sistematicità per smantellare quel che rimane dei diritti del lavoro, della protezione dei consumatori, della difesa dell’ambiente.
L'oligarchia repubblicana si preoccupa solo della borsa e non di due problemi fondamentali quali il riscaldamento della terra e la guerra nucleare, che provocherebbero lo sterminio dell'umanità e la fine della civiltà. Quest’ultima si realizzerà se non si rallenta il riscaldamento del globo terrestre o si scatena una guerra nucleare. Le azioni di Trump non fanno altro che acuire questi problemi, prefigurando da un lato una possibile guerra nucleare; dall’altro con la decisione unilaterale di ritirarsi dagli accordi di Parigi sul clima e con il non rispetto dei parametri stabiliti. Nel suo discorso annuale Trump ha parlato del carbone pulito, che è invece assai contaminante. Tutto ciò è accompagnato dai tagli agli investimenti alla ricerca sull’individuazione di fonti di energia rinnovabile.
Non bisogna cadere nell’errore di credere che queste scelte politiche – continua Chomsky – siano responsabilità del solo Trump; esse sono condivise da tutti gli esponenti più importanti del partito repubblicano, come per esempio Rex Tillerson, segretario di Stato e presidente della Exxon Mobile. Essi sono stati informati dagli scienziati che l’uso del petrolio ha effetti nocivi, e la cosa è di dominio pubblico da anni. D’altra parte, Trump conosce le conseguenze negative dell’impiego delle energie non rinnovabili e ciò è dimostrato dal fatto che ha costruito un muro per difendere i suoi numerosi campi da golf dal possibile innalzamento del livello del mare. Ciò nonostante i politici repubblicani non fanno niente, mostrando sostanzialmente di essere dei criminali, dal momento che continuano con le loro politiche dannose, perché da esse ricavano vantaggi economici.
Da queste considerazioni il linguista statunitense evince che il partito repubblicano costituisce l’organizzazione più pericolosa che è mai apparsa nella storia dell’umanità. Se arriviamo a compararli con la figura di Hitler, vedremo che questi non si proponeva di distruggere il futuro dell’esistenza umana (magari solo di una parte); invece, questi politici criminali perseguono apertamente questo fine, pur essendo persone istruite e non certo dei fondamentalisti religiosi, e al solo scopo di guadagnare sempre più [2].
Chomsky sottolinea che le sue considerazioni sono ispirate anche dagli scienziati, analisti politici e studiosi che fanno parte del Doomsday Club [3] che in un rapporto annuale stimato attraverso un’orologio metaforico il tempo che ci separa dalla completa distruzione della nostra civiltà (l’‘apocalisse’). Secondo questo orologio, che scorre avanti o indietro a seconda delle minacce in campo, mancherebbero nel 2018 solo 2 minuti all’evento irreparabile.
Quanto al potere oggi declinante degli Stati Uniti, il linguista statunitense afferma che esso raggiunse il suo culmine nel 1945, quando essi controllavano praticamente tutto il mondo. Molto rapidamente, però, il loro dominio cominciò a deteriorarsi. Nel 1949 la Cina si rese indipendente e si costituì come Repubblica Popolare, fatto che fu interpretato dagli Stati Uniti come la perdita del loro dominio mondiale, perché questo immenso paese non poteva più essere controllato. Nel dopoguerra l’Europa ricostruì la sua economia e la sua industria, il processo di decolonizzazione cambiò il volto del mondo. Negli anni ’70 gli Stati Uniti controllavano il 25% dell’economia mondiale. All’epoca il mondo era tripolare: le potenze economiche erano rappresentate dagli Stati Uniti in America, dalla Germania in Europa e dal Giappone in Asia, prima dell’emergere dell’economia cinese.
Dal punto di vista militare e tecnologico gli Stati Uniti sono oggi più avanzati degli altri paesi, mentre economicamente si stanno indebolendo, anche se a partire dagli anni ’90 con la cosiddetta globalizzazione neoliberale non è più opportuno parlare di potenza nazionale, ma bisogna tenere conto del potere effettivo delle corporazioni. Secondo uno studio condotto da scienziati, analisti politici e diplomatici quelle statunitensi sono padrone della metà del mondo e sono interamente intrecciate con lo Stato, che di fatto è da loro governato. Esse controllano tutti i settori: industria, finanza, commercio etc. Secondo il linguista statunitense queste trasformazioni dovrebbero suggerirci di ripensare la nostra nozione di potere e portarci alla conclusione che, nonostante il declino economico, gli Stati Uniti continuano a primeggiare mediante l’espansione delle loro corporazioni.
Quanto all’attività della CIA Chomsky ritiene che essa non agisca di sua iniziativa, ma che al contrario faccia esattamente ciò che gli viene ordinato e costituisca il braccio esecutivo del governo; in questo modo quest’ultimo ha la possibilità di scaricare su questa istituzione tutte le atrocità che accadono o gli errori commessi. Per questa ragione l’America Latina ha espulso i suoi agenti da venti anni. “Ricordo, per esempio, – continua Chomsky – che Rafael Correa affermò che gli Stati Uniti potevano mantenere la loro base militare in Ecuador, se avessero permesso al suo paese di costruirne una a Miami”.
Interessanti sono anche le riflessioni dello studioso statunitense sul concetto di ‘intervento umanitario’, che è il modo per giustificare ogni ingerenza aggressiva compiuta da una delle potenze mondiali, ovviamente non considerata tale dalle sue vittime. Menziona il bombardamento della Serbia del 1999 da parte della Nato, ossia degli Stati Uniti, giustificato con il fatto che si doveva poner termine alle atrocità compiute dai serbi contro gli albanesi, i quali d’altra parte organizzavano attentati terroristici in quel paese, proprio per sollecitarlo; bombardamento che di fatto scatenò tali atrocità, che perlopiù si verificarono dopo l’intervento.
Da questo momento il problema dell’intervento umanitario entrò nell’agenda internazionale e a questo proposito Chomsky riporta due importanti decisioni prese nell’ambito delle Nazioni Unite. Queste ultime formularono una risoluzione sulla necessità formale di proteggere i popoli dalle azioni aggressive e repressive dei loro governi, ma non militarmente. In secondo luogo, sempre su questo tema la Commissione presieduta dall’ex primo ministro australiano Gareth Evans (International Commission on Intervention and State Sovereignty, 2001) aggiunse un altro elemento: nel caso in cui il Consiglio di sicurezza non autorizzi l’ingerenza militare, organizzazioni regionali possono intervenire con la forza a difesa degli ‘oppressi’, richiedendo solo in seguito l’approvazione ONU. Qual è – si chiede Chomsky – l’unica organizzazione regionale in grado di intervenire in situazioni che richiedano l’uso della forza? La Nato ovviamente, ossia gli Stati Uniti. Pertanto, ciò significa che la Commissione Evans ha deciso che tali interventi solo legali, benché essi siano in contraddizione con quanto stabilito in termini generali dalle stesse Nazioni Unite.
Da questo punto di vista anche il bombardamento della Libia, che ha provocato il disgregamento di questo paese un tempo stabile e con un tenore di vita accettabile, può essere interpretato come un intervento umanitario volto contrastare la ferocia de Gheddafi. Richiamandosi a queste decisioni degli Stati Uniti, Chomsky osserva che la “responsabilità di proteggere” è diventata legale anche se implica azioni militari, e ciò è reso possibile dalle conclusioni cui è giunta la Commissione Evans, non dalla risoluzione dell’Assemblea generale riferita in precedenza. Ma il sistema di propaganda mette in risalto soltanto quanto deciso dalla Commissione per rendere accettabili e persino auspicabili le guerre, che in questo stesso momento si stanno combattendo in tanti paesi del mondo.
Aggiungo per concludere che questo dibattito sull’ingerenza umanitaria ricorda molto le secolari riflessioni sulla guerra giusta sviluppatesi nel seno della Chiesa cattolica, la quale alla fine l’ha considerata legittima come ultima ratio, come del resto confermano le parole di Papa Wojtyla: “Non sono un pacifista”.


Note:
[1] In una di queste dichiarava che, pur non apprezzando Putin, comprende la sua politica, perché la Russia è accerchiata e Clinton e Obama hanno chiesto all’Ucraina di entrare nella NATO. Si comporta come si comporterebbero gli Stati Uniti se il Messico avesse aderito al Patto di Varsavia.
[2] Sono fondamentalisti del profitto.
[3] Il club del giorno del giudizio universale o dell’apocalissi.