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venerdì 5 giugno 2026

Tassare i grandi patrimoni

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni

Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo, quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, 2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale.

La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica – ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione.

I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che – prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.

Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.

Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.

È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.

Perché la proposta di legge possa essere discussa dal Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .

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La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini

Il Global Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti gli Stati convergerebbe a 5mila euro.

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

da qui

lunedì 6 novembre 2023

Cosa ha visto John Maynard Keynes? - Paolo Giuliodori

“Se fossi oggi al potere cercherei subito di dotare le nostre principali città di tutto ciò che è connesso all’arte e alla civiltà al più alto livello raggiungibile da ciascun cittadino.”1

Qualcuno potrebbe ipotizzare che queste parole furono pronunciate da un grande critico d’arte o da un filosofo o magari da un poeta, invece queste parole uscirono dalla bocca di John Maynard Keynes nel 1933 , uno dei più grandi economisti della storia. Keynes probabilmente le pronunciò intendendo smentire, da un punto di vista molto economico, la vulgata popolare del “con la cultura non si mangia”. Le sue parole hanno certamente una sfumatura di “scava la buca e riempi la buca, l’importante è che si crei occupazione”. Keynes era infatti un fervido sostenitore delle politiche di pieno impiego di uomini, risorse e mezzi. Quindi la frase citata sopra rientra benissimo in questa ottica, ma non solo questo. Dal mio punto di vista sento che queste parole racchiudano anche una aspirazione umana alla bellezza ed alla verità. Anche in un grande economista, tutto grafici e modelli predittivi, si apre uno squarcio di poesia, forse uno dei primi squarci di un nuovo tipo di economia.

Qual è l’obiettivo dell’economia? Produrre beni in modo efficiente? Far girare soldi (ormai questa sembra essere prerogativa della finanza predatoria)? Azzerare la disoccupazione? Redistribuire la ricchezza? Qual è il fine dell’economia? E direi anche: qual è il fine dell’uomo?

La storia continua. Keynes in un’altra conferenza del 1931 affermò:

“Mano a mano che i mutamenti tecnologici rendono possibile una data produzione di beni di ogni sorta con una quantità decrescente di sforzi umani, ancora, noi dovremmo aumentare per sempre il livello di benessere economico. […] se ogni cosa procedesse liscia in una società ben governata, ci condurrebbe, nello spazio di alcune generazioni, all’abolizione completa della necessità economica.”2

Keynes sembra vedere un “mondo migliore”, sembra credere realmente che lo sviluppo tecnologico possa portare ad un miglioramento reale delle condizioni di vita di tutti. Con il senno del poi, questa ultima citazione appare molto ingenua, abbiamo visto come i giganteschi passi avanti della tecnica abbiano portato per lo più ad uno sfruttamento ancora più intensivo di risorse e manodopera, ad un controllo sociale ancora più capillare e pervasivo ed ad un allargamento impressionante della forbice sociale. Le 8 persone più ricche del mondo possiedono tanto quanto 3,6 miliardi di poveri, ossia 8 persone possiedono tanto quanto la metà della popolazione mondiale.

Cosa è andato storto? La risposta che mi sono dato (probabilmente non esaustiva) è contenuta nel modello occidentale del turbocapitalismo dove l’importante è “fare soldi”. Che tu sia un semplice operaio o un dirigente di un qualsiasi fondo di investimento, devi fare soldi, con i soldi sarai felice. Da ciò ne consegue la schizofrenica necessità di produrre ad ogni costo (umano, sociale ed ambientale), con buona pace del benessere collettivo. E quindi come raddrizzare la via? La soluzione non è certamente il consumismo sfrenato, che poggia le sue basi su una insoddisfazione abissale dell’uomo comune. Per questo, parafrasando Gandhi, una rivoluzione può avvenire solo osservando e cambiando noi stessi perché la vera felicità non è nell’oggetto ma nel soggetto. Keynes più o meno consapevolmente lo aveva intuito. Tra le righe dei suoi interventi tecnici traspare umanità, una umanità fatta di solidarietà, di comprensione e di compassione verso gli altri uomini.

Mai come oggi mi appare chiaro che il sistema economico mondiale non sia “umano” e vada completamente ripensato, ma per farlo dobbiamo prima ripensare a come e cosa pensiamo. Cosa vogliamo veramente nel profondo di noi stessi?

1. “Autosufficienza nazionale”, University College (Dublino), luglio 1933;

2. “Una analisi economica della disoccupazione”, Harris Foundation (Chicago), giugno 1931.


da qui

venerdì 3 novembre 2023

Riflessioni su Guerra, Politica e Pace: un’analisi critica - Alberto Bradanini

 

Il linguaggio politico è progettato per far sembrare vera la bugia, rispettabile l’omicidio e dare una parvenza di solidità al puro vento (G. Orwell)

 

Possiamo anche non occuparci della guerra, ma è la guerra che si occupa di noi. A seconda dei criteri di riferimento, le guerre possono classificarsi in giuste, opportune e legali, o anche in un intreccio di tali aggettivazioni.

Il criterio della giustizia dipende dall’ideologia o etica di chi lo invoca, possiede un forte contenuto di soggettività e ad esso fa ricorso in chiave giustificativa chi usa la forza militare per combattere una presunta ingiustizia (termine questo anch’esso aperto a un labirinto d’interpretazioni). Il criterio dell’opportunità si caratterizza invece per una forte valenza politica: a un certo punto, secondo il ragionare di alcuni, la guerra emergerebbe come sola risoluzione di contenzioni altrimenti irrisolvibili. Il criterio della legalità, infine, sulla carta appare il meno incerto, il solo che possieda i contorni di una qualche riferibilità oggettiva: per il diritto internazionale, infatti, la guerra diventa legittima in due casi: a) quando è autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (evento invero assai raro); b) in caso di legittima difesa, ai sensi dell’art. 51 della Carta delle N.U., nel qual caso, per restare nel recinto della legittimità, la reazione deve rispettare i principi di moderazione e proporzionalità.

Sui teatri di guerra, alla violenza militare codificata dal diritto s’accompagna spesso un’altra pratica, il cosiddetto terrorismo, una pratica la cui nozione condivisa è tuttora assente tra le norme internazionali. Ciò che lo ha impedito (manca una convenzione in proposito), a dispetto dei tentativi susseguitisi nel tempo, sono state le contrapposte posizioni degli Stati Uniti – insieme ai paesi occidentali/europei, sempre chini agli ordini del padrone, e al principale alleato americano in MO, Israele – da una parte, e il mondo arabo-mussulmano dall’altra, su un aspetto fondamentale, l’inclusione o meno della nozione di terrorismo di stato. Tale ipotesi, infatti, sostenuta in particolare dai paesi arabi-mussulmani, aprirebbe la strada alla possibile incriminazione formale davanti alla Corte Penale Internazionale (per quella morale basta l’evidenza) anche dei citati paesi. È nella logica dell’evidenza che un atto di violenza diventa terrorismo quando è finalizzato a diffondere il terrore, uccidendo persone innocenti e distruggendo infrastrutture civili (diverse legislazioni nazionali, del resto, lo qualificano in questo modo). Ed esso è tale sia se commesso da gruppi armati mossi da ragioni politiche, religiose, etniche o altro, sia se i responsabili si trincerano dietro le insegne protettive di uno stato (apparati militari, servizi, polizia, etc.). Sempre di terrorismo si tratta!

Deve aggiungersi che rispetto alle azioni di gruppi armati l’attività terroristica risulta più efficace, violenta e sistematica quando è perpetrata da uno stato (basti pensare alle dittature argentina e cilena di Videla e Pinochet, e a quanto avviene ora a Gaza), poiché quest’ultimo dispone di armi, uomini e risorse tecnologiche assai più cospicue.

Quando a commettere atti di terrorismo è un gruppo armato, la reazione dello stato contro i colpevoli di terrorismo dovrebbe assumere i contorni di un’operazione chirurgica e rispettare le norme della civiltà giuridica, che rifugge dal medievale concetto di colpa collettiva e non cerca la vendetta trasversale. Inoltre, trattandosi di fenomeno politico, poiché il terrorismo non è un’attività di criminalità comune che punta all’illecito arricchimento, uno Stato degno di tal nome deve affrontare le radici del suo sorgere, mettendo a nudo i problemi che lo hanno generato. In Palestina, lo stato di Israele (e il suo protettore americano) si allontana dalla civiltà e si limita a copiare il terrorismo altrui, seguendo la pratica della disumanità e della rappresaglia persino contro bimbi, donne, anziani!

La reazione contro i colpevoli – siano essi movimenti sub-statuali o uno stato – deve rispettare la vita dei civili innocenti, per non diventare a sua volta terrorismo. Nel vivere civile, nessuno oserebbe sostenere il diritto della polizia a incendiare la casa di un assassino insieme alla sua famiglia, persino qualora fosse provato che egli si trovasse al suo interno.

Quando si cercano le cause remote di un conflitto, ingredienti religiosi, etnici ed economici si mescolano a quelli che coinvolgono gli interessi dell’impero (o imperi) di turno. Nel caso in esame, la questione palestinese è di una semplicità imbarazzante, a dispetto delle contorsioni di analisti che nel mondo intero sono alla vana ricerca di complessi contorni eziologici: vi è un popolo oppresso e un popolo oppressore, quest’ultimo libero di agire con la massima impunità perché sostenuto dalla più grande potenza militare del pianeta, gli Stati Uniti. Punto.

Ma, come ha rilevato dall’alto della sua venerando età persino l’ex segretario di stato americano H. Kissinger, uno dei più grandi organizzatori di colpi di stato mai apparsi sulla terra: essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, essere amici degli Stati Uniti è fatale. E i contorni della storia diranno se gli accadimenti che si svolgono oggi in Palestina/Israele non presenteranno il conto, tramutandosi nell’incipit di un declino strategico dello stato di Israele.

Quanto alla pace, se il suo perseguimento non si accompagna alla giustizia, affrontando gli squilibri sottostanti di sovranità e distribuzione della ricchezza, esso resta velleitario, mentre gli eventuali risultati raggiunti tendono a dileguare nel tumulto degli eventi.

Quando si getta uno sguardo sulla genesi e le responsabilità dei conflitti emerge inequivocabile che ad arricchirsi sono sempre alcuni gruppi di potere, sia nei paesi che li hanno iniziati o sono rimasti neutrali, sia in quelli che li hanno subiti. Una lunga schiera di analisti (v. per tutti Lindsay O’Rourke, Covert Regime Change, Cornell University, 2018) ripetono da anni con documenti e articoli/interviste (facilmente reperibili sul web) che a partire dal secondo dopoguerra i principali beneficiari dei conflitti sono stati gli Stati Uniti. Le ragioni sono note anche alle pietre e dunque prendiamo qui la libertà di non ripeterle. Nel mondo presente, essi costituiscono il supremo garante strategico-militare dell’egemonismo estrattivo, una plutocrazia bulimica che promuove i diritti umani bombardando popoli indifesi, esportando la democrazia con ordigni al napalm, diffondendo uno strumentale complesso di colpa olocaustico scontabile solo nell’eternità, imponendo la mistica di una cultura superiore, della patologia di una nazione da Dio voluta per governare un mondo irrequieto – al cui fine si renderebbero necessarie le 800 basi militari disseminate nel mondo – più altre perle di mitologica preminenza. Non si valuti tale affermazione sulla base di un pregiudizio antiamericano, poiché l’avversario – è bene ripeterlo a chiare lettere – non è certo il popolo americano, politicamente tra i più analfabeti del pianeta, ma la sua oligarchia plutocratica, predatoria e bellicista.

Nel suo libro magistrale (1984), George Orwell sostiene che la guerra non ha il fine di sconfiggere il nemico, ma di preservare la medesima struttura divisoria all’interno della società guerreggiante, vale a dire proteggere i privilegi dei ricchi e mantenere i poveri nella loro condizione, con l’aiuto dei ceti di servizio, politici, giornalisti e burocrati (esercito, forze dell’ordine, accademia e via dicendo), tutti compensati con onori, carriere e laute prebende. Pace e guerra, nell’intuito critico di Orwell, tendono a sovrapporsi, perdendo la loro caratteristica di contesti contrapposti, e diventano due profili di un medesimo destino, inquadrati nell’ontologia dell’immutabilità: il Ministero della Pace è incaricato di preparare la guerra, quello della Verità di fabbricare menzogne, il Ministero dell’Amore di praticare la tortura, quello dell’Abbondanza di rendere scarsi beni e servizi, in una distopia senza fine, riflettendo la nota trilogia ossimorica: la Pace è Guerra, la Libertà è Schiavitù, l’Ignoranza è Forza. Divenendo perenne, la nozione di conflitto cessa di essere tale e diventa guerra-pace, uno stato fusionale dove i contorni si perdono nella nebbia.

Non sono i popoli a voler le guerre, ma i governi. Secondo la narrativa giustificazionista dei ceti dominanti, in un sistema democratico i governi riflettano sempre il volere del popolo. In verità, la nostra democrazia è una mistica semiologica. Sono i governi a controllare i popoli, non viceversa. Pochi ma calzanti esempi: il 1.mo settembre 2022, il Ministro degli esteri tedesco, Annalena Baerbock, afferma: “anche se la maggioranza dei tedeschi è contraria all’invio di armi all’Ucraina, a noi non importa, lo facciamo lo stesso”. Qualche mese prima, l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel – seguita poi dall’ex presidente francese, François Hollande, e dall’ex presidente ucraino, Petro Poroschenko – confessa candidamente che quando era alla guida della Germania aveva aderito agli accordi di Minsk 1 e 2 (2014 e 2015) solo per guadagnare tempo e prepararsi meglio alla guerra contro la Russia, il suo intento non era la soluzione della tragedia del Donbass, che se avesse ottenuto l’autonomia linguistico/culturale prevista nei citati Accordi – firmati anche dalla Russia! – sarebbe rimasto sotto sovranità ucraina, evitando al mondo la calamità della guerra.

Un filosofo del secolo scorso affermava che i conflitti armati finirebbero tutti e per sempre se venisse adottata la seguente norma costituzionale universale: “coloro che dichiarano una guerra devono recarsi essi stessi al fronte, insieme ai loro figli e parenti”. I potenti decidono le guerre, ma a morire è sempre la povera gente.

La piccola politica (quella dei nostri governi) si occupa di cose piccole, di una finta dialettica tra partiti che si caratterizzano solo per la diversa capacità d’intrattenimento serale. La grande politica invece vuole cambiare la società, si batte per la giustizia, il lavoro, la libertà dal bisogno, i servizi pubblici, l’emancipazione culturale, e sulla scena internazionale si oppone alla guerra, ai massacri, al colonialismo/neocolonialismo, lotta per l’emancipazione dei popoli, rispettandone i diritti e le diversità.

Uscire dalla servitù richiede consapevolezza e coraggio politico, un percorso irto di ostacoli, che non è dietro l’angolo. Negli anni della guerra fredda, quando l’Unione Sovietica era una potenza politica, militare e ideologica, era possibile dissentire, sui media e nelle piazze. Oggi, la Grande Menzogna prefabbricata non tollera l’ombra del dissenso. Per alcuni, si tratta di protervia di potere, l’opposizione essendo stata frantumata e resa innocua. Per altri, si tratta di un segnale di debolezza, l’ermeneutica da noi preferita. La speranza non è morta. I tempi non saranno brevi, ma c’è luce oltre l’orizzonte.

“Paura, dubbio e cautele di tipo ipocondriaco ci stanno chiudendo in una gabbia. Abbiamo invece bisogno del respiro della vita. Non v’è nulla di cui aver paura. Al contrario, il futuro ci riserva più ricchezza, libertà economica e opportunità di vita di quante non ne abbiamo mai godute in passato. Non v’è ragione alcuna per non sentirci audaci, aperti all’avventura, attivi e alla ricerca di tante possibilità. Là di fronte a noi, a bloccare la via vi sono solo alcuni anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”. Non sono queste parole di chi scrive, e a pronunciarle non è stato Marx o Lenin, ma John Maynard Keynes, il più grande economista liberale del XX secolo (scuola alla quale noi, pure, non apparteniamo), un uomo che si è battuto per un’economia etica e un benessere condiviso, sensibile ai bisogni primari degli uomini, il primo dei quali, sia per lui che per noi, resta la pace.

https://www.lafionda.org/2023/11/02/riflessioni-su-guerra-politica-e-pace-unanalisi-critica/

venerdì 28 agosto 2020

2058 - Paolo Cacciari

 

Caro mio nipotino, ti scrivo una letterina che vorrei tu leggessi nel 2058, scadenza entro la quale i debiti dello storico Recovery Fund europeo da 270 miliardi di euro dovranno essere rimborsati. Allora io non ci sarò più. Tu invece avrai quarant’anni e sarai in piena attività e carico delle esigenze che la vita richiede. Stando alle previsioni scientifiche più attendibili e realistiche, il mondo attorno a te avrà seri problemi: la temperatura media globale sarà superiore di un altro grado centigrado, il manto ghiacciato artico, gran parte del permafrost e delle foreste primarie saranno scomparsi, un miliardo e mezzo di esseri umani si troverà ad abitare in aree la cui vita è impossibile, la distruzione degli habitat delle specie selvatiche avranno creato le condizioni per nuove epidemie di agenti patogeni. Altre crisi ecologiche minacceranno la “rete della vita” e, con essa, le stesse condizioni per una convivenza pacifica dell’umanità. Ti chiederai allora come tutto ciò – ampiamente pronosticato – sia potuto accadere senza che venissero prese misure efficaci di contrasto.

Mi preme quindi metterti in guardia da alcune possibili falsità che le autorità politiche del tuo tempo potrebbero raccontare a proposito della disastrosa pandemia che ha investito il mondo nel 2020, considerato l’anno della storica svolta nelle politiche economiche, transitate da un rozzo monetarismo di stampo neoliberista ad un “ambizioso” piano di spesa pubblica in deficit di stampo keynesiano. Il piano fu chiamato “Next Generartion Eu” a sancire enfaticamente l’intenzione di agire in nome, per conto e per il benessere delle future generazioni, cioè tuo. Un piano che avrebbe dovuto facilitare una “transizione verde e giusta” del sistema economico, causa prima dei disastri ecologici e sanitari in atto.

L’iniziativa però non avrebbe potuto funzionare, principalmente, per due ragioni. Perché i finanziamenti pubblici, le agevolazioni, gli incentivi, le defiscalizzazioni… vennero usati per espandere un consumo di merci e la costruzione di infrastrutture prive di autentica utilità, spesso dannose per la salute e pesantemente impattanti sull’ambiente. Le “condizionalità green” (non parliamo nemmeno del rispetto dei diritti civili e umani, non pervenuti) richieste dalla Ue agli stati per accedere ai finanziamenti sono rimaste evanescenti, buone tutt’al più per il marketing aziendale dell’automobile, dell’agroindustria, degli smartphone, della moda, persino degli armamenti. Secondo, perché i finanziamenti pubblici sono stati reperiti ricorrendo ai mercati dei capitali con l’emissione di bond europei a “tripla A”, super garantiti dalle Banche centrali per fare la felicità e la fortuna degli “investitori” che durante la lunga austerity avevano accumulato liquidità enormi (da rendite e da profitti) che non sapevano più come “mettere a profitto” in un mercato saturo. Per contro, non venne realizzata nessuna vera politica fiscale e patrimoniale redistributiva e nessun serio divieto all’uso esclusivo di risorse naturali limitate e non rinnovabili come il suolo, l’acqua, l’atmosfera, l’etere, i semi… e dei beni comuni cognitivi, storici e culturali. Più che alle nuove generazioni e all’ambiente naturale, il Recovery Fund è servito a rianimare i consumi meccanismi produttivi espansivi e le vecchie logiche di valorizzazione dei capitali finanziari privati, procrastinando l’agonia di un sistema economico in crisi permanente che trascina con sé la distruzione dei cicli vitali naturali e depriva l’umanità.

Tuo nonno Paolo, agosto 2020


Nota. Confesso di essere molto invidioso di Keynes che scriveva ai suoi nipoti – avrei potuto essere uno di loro – in modo del tutto diverso dal mio. Sir John Maynard nelle sue profezie e esortazioni prospettava un futuro radioso, in cui le magnifiche sorti del capitalismo avrebbero soddisfatto ogni bisogno materiale dei popoli della Terra e ridotto di molto ed equamente il tempo di lavoro necessario alla sussistenza. Una tragica illusione, in una logica di sistema perversa, dell’economia del debito globalizzato, in cui la ricerca della massimizzazione della crescita del valore monetario dei beni e dei servizi non può che condurre alla crescita dello sfruttamento dei suoi “fattori produttivi”: le risorse naturali e il lavoro vivo umano.

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