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domenica 15 giugno 2025

L’Europa fa schifo, no?

di Francesco Masala

Il primo ministro tedesco Merz è un’emanazione di Blackrock (leggi qui); il presidente francese Macron è un’emanazione di Rothschild (qui) e un grande terrorista in Africa; la prima ministra italiana Meloni, maggiordomo di Biden e Trump, erede del fascismo (qui) e (qui), e grande sostenitore della democrazia (qui), ha affidato i servizi segreti agli israeliani (qui); il primo ministro Starmer ha fatto per anni l’aguzzino di Julian Assange, e, mentre Corbyn passava per le forche caudine dell’antisemitismo, Starmer scalava il partito laburista, espellendo tutti i veri laburisti, da Jeremy Corbyn a Ken Loach, fra gli altri. Su Starmer oggetto delle minacce delle spie di Putin George Galloway si fa qualche domanda (qui).

Tutti e quattro sostengono, amano e armano il regima nazisionista, che ha una differenza col nazismo tedesco, negli anni ’40 il genocidio non era televised (citando Gil Scott-Heron).

Ma adesso finalmente il dado è tratto: tutti i servizi di comunicazione Internet e di linea fissa nella Striscia di Gaza sono stati interrotti in seguito all’attacco all’ultima linea principale in fibra ottica rimasta (qui), il genocidio continua al buio.

 

Se si pensa alle grida e alle sanzioni dell’Europa contro la Russia, che sta combattendo una guerra contro un altro esercito (quello ucronatonazi), senza compiere nessun genocidio, stona la complicità con i nazisionisti nel genocidio in Palestina.

 

La spiegazione è semplice, i quattro paesi europei hanno nel loro curriculum colonialismo, genocidi, crimini di guerra e crimini di pace, terrorismo, occupazioni, come potrebbero Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che non hanno mai fatto i conti con le loro storie ignobili, non essere sostenitori dei genocidi a Gaza, e delle occupazioni dei territori non propri? Israele è il modello per loro, è quello che avrebbero voluto essere, il loro migliore erede.

 

Ma c’è di più.

Il governo italiano ospita e cura qualche sopravvissuto del genocidio a Gaza (qui), cioè il governo italiano sostiene e arma i criminali israeliani, e poi, marketing del dolore e della compassione, italiani brava gente, a reti unificate.

 

Che ipocrisia, e che schifo!


ps: se, per ipotesi, qualcuno leggesse che il Mossad è coinvolto nell'attacco alle Torri Gemelle del 2001, e nell'assassinio di John Kennedy (che, come tutti non sanno, non voleva che Israele avesse la bomba atomica) la risposta sarebbe sempre quella: Israele ha il diritto di difendersi.

venerdì 13 dicembre 2024

Guerra in Ucraina: i pericoli di un linguaggio che mistifica la pace - Alessandro Marescotti


Nel giorno 1.024 della guerra in Ucraina, una notizia ci colpisce per la sua portata e il linguaggio usato. Secondo il resoconto di Tgcom24 (link all'articolo), cresce nell'Unione Europea l'ipotesi di inviare truppe di "peacekeeping" in Ucraina, con il governo italiano che, attraverso il ministro Crosetto, si dichiara "disponibile".

 

Questa dichiarazione solleva almeno tre questioni che meritano attenzione.

1.      Una guerra ribattezzata "contro la Russia"
Non si parla più di un conflitto armato tra due nazioni o del sostegno occidentale all'Ucraina, ma di una guerra esplicitamente "contro la Russia". Questo cambio di linguaggio segna uno slittamento narrativo pericoloso, che potrebbe giustificare ulteriori escalation militari. Stiamo passando da una "guerra per procura" a uno scontro diretto dell'Europa con la Russia.

2.      Il peacekeeping come travestimento della guerra

·         Il termine "peacekeeping", storicamente associato a missioni di interposizione sotto l'egida delle Nazioni Unite, viene qui utilizzato per descrivere il possibile invio di truppe in una zona di guerra aperta.

·         Quale pace si intende mantenere o costruire inviando forze armate in un conflittoarmato che rischia di allargarsi? 

·         Le parole contano, e il loro abuso crea confusione e mina la fiducia nelle vere missioni di pace.

3. La disponibilità italiana
La disponibilità del governo italiano a partecipare a questa operazione solleva dubbi sul rispetto della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Quale mandato potrebbe giustificare una simile decisione? E soprattutto, il popolo italiano è stato consultato su questa possibilità?

 

La pace non si costruisce con la guerra

Queste ambiguità linguistico-politiche servono a rendere accettabile ciò che è inaccettabile: la prosecuzione di una guerra che ha già causato migliaia di morti e devastazioni incalcolabili. Invece di prepararsi a nuovi interventi militari, l'Unione Europea e l'Italia dovrebbero rilanciare iniziative diplomatiche, ascoltare le voci del pacifismo, e sostenere chi, in Ucraina e in Russia, si oppone alla guerra.

Chiediamo che la parola "pace" torni a significare ciò per cui è nata: la fine della guerra, non la sua prosecuzione in forme ancora più terribili.

Diciamo no all'invio di soldati italiani in Ucraina fuori da un mandato ONU.

venerdì 22 dicembre 2023

Finis Italiae - Giorgio Agamben


Si è parlato di una fine dell’Europa, se non dell’Occidente, come dell’evento che segna drammaticamente l’epoca che stiamo vivendo. Ma se c’è in Europa un paese in cui alcuni dati permettono di certificare con sobria precisione la data della fine, questa è l’Italia. I dati in questione sono quelli della demografia. Tutti sanno che il nostro paese conosce da decenni un declino demografico che lo classifica come il paese europeo con il più basso tasso di natalità. Ma pochi si rendono conto che questo significa che il perdurare di questo declino condurrebbe in sole tre generazioni il popolo italiano verso l’estinzione.
È per lo meno singolare che ci si continui a preoccupare di problemi economici, politici e culturali senza tenere conto di questo dato, che li vanifica tutti. Evidentemente come non è facile immaginare la propria morte, così non si ha voglia di immaginare una situazione in cui non ci saranno più italiani. Non mi riferisco ai cittadini dello Stato italiano, che un po’ più di un secolo fa non esisteva e la cui sparizione in fondo non mi preoccupa più di tanto. Mi rattrista piuttosto la possibilità perfettamente reale che non ci sia più nessuno per parlare italiano, che la lingua italiana divenga una lingua morta. Che, cioè, nessuno possa più leggere la poesia di Dante come una lingua viva, come Primo Levi la leggeva ad Auschwitz al suo compagno Pikolo. Questo mi rattrista infinitamente di più che la scomparsa della Repubblica italiana, che del resto ha fatto tutto quello che poteva per condurre a quella fine. Resteranno, forse, le meravigliose città, resteranno, forse, le opere d’arte: non ci sarà più il «bel paese là dove ‘l sì suona».

da qui

sabato 18 marzo 2023

Il corpo nero - Anna Maria Gehnyei

 All’inizio del libro Anna Maria è una bambina, figlia di genitori africani (che sono arrivati dalla Liberia, con l’aereo, non con il barcone).

È una bambina amata, ha una famiglia che la ama e cresce contenta come capita ai bambini fortunati.

Intanto scopre che abita in un posto sbagliato, secondo alcuni, nonostante l’articolo 3 della Costituzione italiana, in troppi le fanno capire che la sua casa è l’Africa, in Italia dovrà sudare per trovare uno spazio.

Anna Maria è nata a Roma, ma non è italiana, secondo le leggi (ingiuste) della penisola, finché non diventerà adulta e passerà un “esame”.

E l’Africa non l’ha mai vista, solo nei racconti dei genitori.

Intanto cresce, va a scuola, ha delle amiche e degli amici, si trova a combattere un razzismo strisciante, ma non solo.

E poi trova una sua strada, diventa una musicista (in arte Karima 2G), e riesce a vedere l’Africa, al paese del padre sembra che l’aspettino da una vita.

Il libro merita di essere letto, vi farà conoscere la storia di Anna Maria, che racconta la sua vita (anche le umilianti e offensive file in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno), ma non si piange addosso, trova la forza per occupare il suo posto nel mondo, in un Italia che non sa accogliere.

Intanto potete ascoltare la sua musica qui:

 

Per molto tempo ho trovato insopportabile il fatto di non essere italiana anche in via ufficiale, sentivo di non poetr più andare in giro bollata solo da un codice, in attesa di avere un permesso di soggiorno o la cittadinanza, né italiana né liberiana. Per anni sono stata un numero di pratica, ma quel numero non ero io, anche se finivo per identificarmici. Ricordo le file interminabili davanti all’ufficio Immigrazione. Avevo due anni quando una, se non due volte l’anno dovevo andare in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. In braccio alla mamma o al papà, aspettavamo il nostro turno. Ricordo tutte le volte in cui la maestra delle elementari entrava in classe dicendo che << i figli di immigrati non arrivano lontani nella vita. Sono incapaci di studiare in quanto figli di immigrati>>. Il suo buongiorno era: <<L’Italia è degli italiani>> e non <<degli immigrati che si sentono italiani>>. Per alcuni sono troppo nera per parlare egregiamente l’italiano, per altri sono troppo nera per essere istruita. Ciononostante partecipo alla vita politica e sociale di questo Paese. Un luogo, l’Italia, in cui il corpo nero è senza anima, un oggetto da non valorizzare o una pratica dimenticata tra gli scaffali della prefettura. Tra questi corpi sospesi vi sono bambini, ragazzi ormai divenuti adulti, scrittori, atleti e intellettuali, tutte e tutti parte del cambiamento per un futuro migliore. Sono anche loro figli dell’Italia che mira al successo e al progresso.

Anna Maria Gehnyei, nota con il nome di Karima 2g, è cantante, danzatrice, e producer italiana di origine liberiana. La sua carriera artistica inizia come danzatrice ma presto diventa vocalist professionista dalle consolle delle maggiori discoteche italiane. Nel 2014 esordisce come solista e i video dei primi due singoli, Orangutan e Bunga Bunga, provocano reazioni in pubblico e critica dalle riviste musicali passando per il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Vogue. Grazie al suo percorso artistico, la John Cabot University le riconosce una borsa di studio internazionale, e nel 2020 si plurilaurea in Communications e Political Science. Nel 2022 debutta con il suo primo spettacolo teatrale If There Is No Sun, di cui è anche autrice. Il corpo nero è il suo primo romanzo.

da qui

domenica 12 marzo 2023

Default USA: l’innesco della crisi – Federico Dezzani

All’orizzonte si staglia già il probabile innesco della crisi finanziaria che seppellirà quel che rimane dell’economia globalizzata post-1945: il default americano. Il braccio di ferro tra repubblicani e democratici al Congresso sarà usato per provocare il default tecnico delle finanze statunitensi, generando uno tsunami che, oltre alle economie emergenti, colpirà in particolar modo Italia, Giappone e Cina.

 

Sovversione in grande stile

A distanza di due settimane dall’analisi “inaugurale” relativa al 2023, c’è già sufficiente materiale per raffinare quanto anticipato. Abbiamo detto, infatti, che con alta probabilità l’anno corrente sarebbe stato contraddistinto da una crisi finanziaria maggiore che spazzerà via gli ultimi resti dell’economia globalizzata post-1945, già duramente indebolita da Covid e conflitto russo-ucraino, spianando l’avvento dei nazionalismi/trumpismi in vista del conflitto tra USA e Cina da collocarsi attorno alla metà del decennio. Abbiamo più volte sottolineato, inoltre, come l’humus di tale crisi finanziaria sia stato oculatamente preparato nel corso di quindicina anni: all’epoca dei tassi a zero inaugurata dopo la crisi dei mutui subprime del 2008 e l’esplosione del debito post-pandemia, è subentrata la prima ondata di inflazione (poi esplosa grazie all’intervento di Vladimir Putin in Ucraina), funzionale all’aumento dei tassi, così da rendere progressivamente sempre più insostenibili e debiti accumulati. A questo preciso quadro, manca solo un “detonatore”, un evento che incendi le polveri ammassate in questi anni.

Tale “innesco”, e arriviamo subito al nocciolo dell’articolo, è ormai facilmente individuabile nonostante il 2023 sia appena iniziato: non si può neppure dire che sia una novità quanto, piuttosto, la riproposizione su larga scala, per cosi dire “definitiva”, di quanto già sperimentato nel 2011. Il detonare della crisi finanziaria sarà, in sostanza, il default del debito pubblico americano, l’insolvenza di quelle obbligazioni che fungono ancora da punto di riferimento per il mercato del debito mondiale. Un default del debito pubblico americano sarebbe tanto devastante quanto facile da provocare: la costituzione statunitense prevede, infatti, che il Congresso debba ciclicamente approvare l’innalzamento del tetto massimo del debito pubblico, salvo dichiarazione dello stato d’insolvenza e paralisi della spesa pubblica. Questo scenario, un tempo impensabile, è ormai entrato nel novero delle possibilità nel nuovo quadro geopolitico mondiale, in cui le potenze anglosassoni giocano esplicitamente il ruolo di incendiarie. Le premesse per il default tecnico degli USA ci sono già tutte: un Congresso suddiviso tra Senato a maggioranza democratica e Camera a maggioranza repubblicana, una politica più polarizzata che mai, uno clima ancora avvelenato dall’assalto al Campidoglio del 2021 e dalla costante delegittimazione dell’avversario.

Il default delle finanze pubbliche americane ben si inserirebbe in quel contesto di “guerra civile” strisciante che, quasi certamente, culminerà tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 nel definitivo regolamento di conti tra democratici e repubblicani, sancendo la vittoria dei “trumpisti” anti-Cina ed anti-Iran. Il default americano avrebbe, però, conseguenze più immediate e sopratutto estese ben oltre i confini americane. Come una bomba atomica innescata sotto il pelo dell’acqua, l’insolvenza dei T-bills americani genererebbe uno tsunami che raggiungerebbe le coste di tutto il mondo, provocando il collasso delle piazza finanziarie, degli assetti politici, delle relazioni internazionali consolidate in questi ultimi decenni, della residua fiducia nelle istituzioni globali. In una parola: il tracollo di quel che rimane dell’ordine mondiale uscito dal conflitto del 1945 e solo apparentemente rafforzato dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991.

Senza prendere in considerazioni i Paesi emergenti, che faticano a stare a galla negli attuali frangenti (vedi default dello Sri Lanka e difficoltà crescenti di un Paese chiave come l’Egitto) e che verrebbero trascinati a fondo senza alcuna speranza da un default americano, sono tre i principali Paesi che rischiano di rimanere duramente colpiti dallo tsunami finanziario statunitense. Si può infatti affermare che i principali bersagli della finanza angloamericana siano Cina, Giappone ed Italia.

La Cina, che è il secondo detentore estero di titoli di Stato americano (con circa 900 miliardi di dollari), vedrebbe nel default americano il conclamato sabotaggio di quell’ordine mondiale in cui ha prosperato per un trentennio. I cinesi considererebbero confermata la loro tesi secondo cui gli USA stiano deliberatamente alimentando il “caos” mondiale, coll’obiettivo di tarpare le ali alle potenze emergenti. L’insolvenza americana sarebbe un affronto secondo solo ai costanti flirt di Washington con l’isola di Taiwan: i guadagni accumulati in decenni di avanza commerciali sarebbero spazzati via da un giorno all’altro, causando ad un Paese ancora relativamente “povero” come la Cina enormi perdite finanziarie. Pechino quasi sicuramente subodora la trappola, e ciò spiega perché, negli ultimi anni, abbia progressivamente ridotto l’esposizione verso il debito americano. All’indomani del dissesto americano, spetterà in ogni caso alla Cina il compito di tentare di ricreare una qualche forma di mercato mondiale dei capitali, magari poggiante nuovamente sulle riserve auree, pena la progressiva “balcanizzazione” dell’economia mondiale.

Il Giappone sarebbe il secondo grande obiettivo della finanza angloamericana. Il default americano si ripercuoterebbe su Tokyo attraverso due canali: perdita secca derivante dalla svalutazione dei T-bills (il Sol Levante è il primo detentore estero di debito americano, con 1.000 miliardi di dollari) e rischi sulla sostenibilità del debito pubblico giapponese stesso, pari al 260% del PIL. Il debito pubblico giapponese, la cui origine va fatta risalire agli accordi di Plaza imposti dagli USA a Tokyo nel 1985, è cresciuto infatti a dismisura all’interno di un contesto che sta progressivamente scomparendo: bassa inflazione, commercio mondiale in ascesa e integrazione crescente del mercato dei capitali. Da un giorno all’altro, si potrebbe scoprire che il debito pubblico giapponese non è più rifinanziabile, pena il tracollo dello yen e conseguente impossibilità di importare energia e derrate alimentari. Si potrebbe obiettare che il Giappone è parte integrante di quella alleanza anglosassone per contrastare l’ascesa della Cina nel Pacifico: in realtà, il disordine finanziario faciliterebbe la radicalizzazione del Giappone, favorendo il rafforzamento di quegli elementi estremisti e militaristi che sono funzionali ai piani delle potenze marittime.

L’Italia sarebbe quasi certamente la terza grande vittima del dissesto americano: con ogni probabilità (come già successo peraltro nel 2011), la crisi finanziaria italiana finirebbe coll’offuscare presto il default americano stesso, imponendosi come l’epicentro per eccellenza della crisi finanziaria mondiale. Col default italiano, la finanza anglosassone da un lato finirebbe il lavoro iniziato nel 1982 (divorzio Tesoro-Bankitalia, tre anni prima soltanto dei sullodati accordi di Plaza), dall’altro assesterebbe il colpo di grazia all’Europa a trazione tedesca che, insieme alla Cina, rimane davvero l’unica minaccia all’orizzonte per l’universo anglo-ebraico. Colpendo l’Italia, infatti, gli anglosassoni colpirebbero di nuovo per vie traverse la Germania che, insieme a Cina e Giappone, subirebbe i danni maggiori dall’implosione dell’economia globalizzata.

Se nel gennaio 2023 solo i cinesi dipingono gli USA come gli “incendiari” del mondo, entro l’estate, col default scientifico delle finanze statunitensi, questa percezione potrebbe diffondersi a macchia d’olio.

da qui

giovedì 28 ottobre 2021

Quando la giornata del “ricordo” dei crimini italiani in Jugoslavia, Etiopia, Somalia, Libia, Cina, Grecia, Albania? - Enrico Vigna

 


In queste settimane è riesplosa la questione “foibe”, periodicamente, ma più spesso in vigilie elettorali, viene riesumata questa vicenda, spesso utilizzata a meri fini propagandistici ed ideologici, da politicanti di basso livello culturale e storico, o da propagandisti faziosi e senza alcun spirito di cercare di trovare un percorso di “riconciliazione” nazionale, come fu per una tragedia vera, come quella dell’apartheid in Sudafrica, voluta e guidata da Nelson Mandela insieme alla controparte Frederik de Klerk.

In questa” italietta” dove lo spessore storico e culturale, per non dire etico, dei politici nostrani è ai minimi della storia della Repubblica italiana, per ottenere un pugno di voti in più, si utilizzano la morte e le tragedie di essere umani tragicamente vittime degli eventi storici di oltre 76 anni fa.

Un paese e anche una gran parte della popolazione che non ha mai fatto i conti con la propria storia e con i propri orrori e crimini compiuti in giro per il mondo. Atto storico fatto da Germania e Giappone, per esempio. Qui persiste  la vulgata dell’ ”italiani brava gente”.

Per arrivare alla questione “foibe” con relative tragedie  connesse e innegabili, per alcuni versi, come storicamente sopravvengono in qualsiasi frangente storico di guerra, dove si compiono vendette personali, frutto di rancori, odi di gente esasperata da vessazioni e violenze precedenti.

Io penso che invece di polemizzare manicheamente, senza arrivare a nessuna sintesi storica, che certamente non interessa ai “fondamentalisti” nostrani, tutti impegnati a rinfocolare odi, rancori, razzismi etnici, solo per una “guerricciola” elettorale, occorrerebbe ripartire dalla STORIA, con i suoi atti, fatti, passaggi che hanno portato agli anni in questione. Ora tutti sono documentati e inoppugnabili, se ci si attenesse a questi, auspicando in onestà intellettuali e giornalistiche, sicuramente rarissime da trovare, ma ci sono,  con un confronto e una sintesi non di parte, ma come giudizio storico, forse si potrebbe chiudere quel periodo e permettere ai familiari delle vittime delle due parti di piangere i propri morti, tutti da rispettare tranne quelli di carnefici, fanatici, torturatori o criminali. Silenziando e togliendo così fiato e benzina, per appiccare odi e divisioni per i loro sporchi pugni di voti elettorali, i fondamentalisti patriottardi sciovinisti. Ribadendo che “patriota” è un termine di grande dignità, di uomini e donne che combattono per la difesa della propria terra, della propria gente, della propria indipendenza, non usufruibile per chi aggredisce, invade, occupa, sottomette altri paesi e popoli.

Si comprendono i “ragazzi di Salò” e si accusano i “massacri dei partigiani jugoslavi”, si dedurrebbe anche italiani, visto che sono stati decine di migliaia i partigiani italiani che hanno combattuto contro il nazifascismo in Jugoslavia e sono morti in quelle terre per riscattare l’onore di un intero popolo, macchiato e infangato da vent’anni di fascismo e colonialismo contro altri popoli, tra cui quello jugoslavo, che mai nella storia hanno aggredito il nostro paese. 

Il mito degli “italiani brava gente” è fondato sulla rimozione storica dei crimini di guerra commessi dall’esercito italiano nelle colonie e nei territori invasi e occupati della 2° guerra mondiale; la nostra storia nazionale è ricca di rimozioni e “dimenticanze” di quello che è stato fatto ad altri popoli e paesi. Dagli archivi delle Nazioni Unite emerge un dato che dovrebbe far vergognare i “fondamentalisti sciovinisti” che campano sulla questione foibe. Personalmente, ho, verso questi  avvenimenti, sicuramente tragici, un profondo rispetto per chi fosse perito innocente.

Secondo le Nazioni Unite:  solo per il periodo coloniale e della 2° guerra mondiale i fascisti e l’esercito italiano hanno UCCISO  oltre UN MILIONE di persone, di cui 300.000 nella sola Jugoslavia, tutto documentato dallo storico americano M. Palombo, il cui lavoro per la BBC inglese “Fascist Legacy” è stato utilizzato anche dalla TV “La 7”, dopo alcuni decenni di censura sulle reti TV pubbliche.. 

800 Italiani furono dichiarati “criminali di guerra” dalla “Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite” mai processati.

Nei 200 campi di concentramento italiani, furono rinchiusi più di 100.000 jugoslavi (uomini, donne, bambinie dove 11.606  vi morirono (quelliaccertati), oltre che di fame anche di sete.

Quasi 200.000 furono i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, in quanto “ribelli e banditi”.

Un milione e ottocento mila jugoslavi massacrati da tedeschi e Italiani,  3272 i caduti italiani, invasori non va dimenticato.  Il rapporto tra le vittime italiane e quelle slave corrisponde circa allo 0,002, ma i massacratori e inumani, sono considerati gli “slavi”.   

Nella sola Istria furono 80.000  gli slavi che in tre anni dovettero fuggire all’estero, per non essere spazzati via dalla barbaria fascista o deportati nei lager italiani.

I morti accertati nelle foibe sono stati circa 2.000 (e non ci può essere nessun rallegramento, al contrario rispetto, di fronte a cifre che trattano di morte), ma va sottolineato che i fascisti e i collaborazionisti col nazismo, in quelle zone furono alcune decine di migliaia, che compirono ogni genere di atrocità e crimini contro la popolazione civile, documentata storicamente in studi, archivi e in alcuni documentatissimi libri che sono a disposizione di tutti. Oltre alle migliaia di insegnati delle scuole italiane (quelle slave furono chiuse), dipendenti delle amministrazioni pubbliche, dove non potevano esserci slavi, di preposti alla sanità, italiani perché non potevano esserci slavi e così via. Non si può mediante l’utilizzo di alcuni fatti revisionare storicamente e ribaltare i processi storici avvenuti e non contestualizzarli. E’ un operazione antistorica e faziosa, senza alcuna scientificità e credibilità, smaccatamente razzista, al di là delle opinioni soggettive.

Un confronto deve partire dall’aggressione militare dell’aprile 1941, sbocco di quanto già era stato fatto in termini di snazionalizzazione, vessazione e persecuzione etnica di altri popoli, fino ad arrivare alle vere e proprie deportazioni, dalle infami e criminali politiche fasciste italiane, contro le popolazioni slave da sempre residenti nelle regioni del confine orientale, mischiate e coabitanti al di là dell’aspetto etnico; politica che teorizzava l’espansionismo e lo sciovinismo come obiettivi da conseguire. Senza dimenticare che già nel 1918 furono oltre 500.000 gli sloveni e croati “inglobati” dall’Italia di allora, il vizietto espansionista  era quasi un dato di fatto.

Dopo il 6 aprile 1941, con l’occupazione e l’annessione di territori jugoslavi in cui non abitava neppure un italiano, furono inclusi illegittimamente entro i nuovi confini occupati,  altre centinaia di migliaia di jugoslavi, il cui trattamento da parte dello Stato italiano fu la repressione più spietata, le fucilazioni, gli incendi di villaggi, la deportazione in campi di concentramento di decine di migliaia di donne, vecchi, bambini, e la morte di migliaia di essi. Questi i esiti dell’“espansionismo italiano”, argomento assolutamente rimosso, mai diventato “memoria collettiva” e mai citati dai fondamentalisti nostrani. Tutti i fautori e i fiancheggiatori del “revisionismo storico” ( compreso  l’on. Fassino e i suoi soci di partito) dovrebbero guardarsi una cartina etnica di queste terre, il più autorevole è quella redatta nel 1915 da Cesare Battisti (un nome che dovrebbe essere una garanzia) in “La Venezia Giulia. Cenni geografico-statistici”, pubblicato nel 1920 dall’Istituto Geografico De AgostiniBattisti attribuiva per la Venezia Giulia, nel suo complesso, la seguente composizione nazionale, in percentuale:

Italiani: 43,09 – Sloveni: 32,23 – Croati: 20,64 – Tedeschi: 3,30

Dunque gli “slavi” erano il 52,87 per cento. 

Per quanto riguarda l’Istria in particolare:

Italiani: 35,15 – Sloveni: 14,27 – Croati: 43,52 – Tedeschi: 3,51

Dunque gli “slavi” erano il 57,79 per cento.

Come si vede i territori rivendicati durante la seconda guerra mondiale dall’“espansionismo slavo” era abitati in maggioranza da “slavi”. Questa non è un’opinione personale, sono dati storici.

Già nei primi anni ’20  lo  squadrismo italiano in camicia nera, rafforzato dai fascisti triestini, si rese protagonista di feroci violenze e aggressioni con molti morti e feriti nella popolazione civile. 

Persino gli stessi storici fascisti, tra i quali l’istriano G.A. Chiurco,  nell’esaltare le imprese squadriste e renderle gloriose, ha involontariamente, documentato inoppugnabilmente 

i crimini compiuti di assassinii di antifascisti italiani come Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie ed altri, oltre alle devastazioni e distruzioni delle Camere del lavoro e delle Case del popolo, a sanguinarie spedizioni nei villaggi abitati da croati e sloveni della regione. 

Anche nel mio libro “Pagine di storia rimosse”, nel diario riportato del cappellano militare Don Pietro Brignoli,  sono documentati e testimoniati gli orrori e i crimini compiuti in quei territori, purtroppo anche di soldati italiani, non solo dai fascisti.

Con il  fascismo furono distrutti e aboliti tutti gli enti e associazioni culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni traccia pubblica dell’esistenza della popolazione croata e slovena. Furono  abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti non in italiano divennero materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi slavi, furono italianizzati anche i toponimi. Decine di migliaia di civili croati e sloveni furono deportati nei campi di concentramento disseminati dall’Albania all’isola di Rab (Arbe), nell’Italia meridionale, centrale e settentrionale. Nel solo lager di Arbe/Rab (Jugoslavia) ne morirono 4.000 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. 

In un documento del 15 dicembre 1942, l’Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico in visita al

Campo di Arbe dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame“. La risposta a quel rapporto, scritta di suo pugno dal generale Gastone Gambara sanciva: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo“.

Come non ricordare qui la nota ai Comandi locali in Slovenia del generale Mario Robotti: “Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!”. Queste parole si rifacenvano  all’ordine del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia, il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si sanciva: “…Il trattamento da fare ai ribelli, non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente“.

Una disposizione che troverà una feroce e criminale applicazione nell’eccidio di Gramozna Jama in Sloveniadove al termine della guerra furono riesumati resti di centinaia corpi di civili massacrati durante l’occupazione, per ordine dei comandi militari italiani; furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla “Provincia del Carnaro”, alla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e in Montenegro senza aver mai subito alcun processo.

Nel migliore dei casi, se dipendenti statali e ritenuti non ostili, furono trasferiti in regioni distanti dell’Italia. Persino nelle chiese le messe potevano essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, queste stesse lingue furono bandite dai tribunali e da tutti gli uffici, negate dalla vita quotidiana.

Centinaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Lo storico triestino Teodoro Sala sull”L’Espresso” del 19 settembre 1996 ha documentato una prolungata serie di crimini di guerra compiuti da speciali reparti di occupazione, fra i quali si contraddistinsero per ferocia le Camicie Nere: “…rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni…”.

Prima di arrivare alla questione foibe, gli italiani “brava gente” in giro per il mondo, in poco più di cent’anni avevano già aggredito, invaso, occupato, decine di paesi e popoli. Come documentato ormai storicamente, massacrando, sterminando intere popolazioni, saccheggiando e devastando terre e paesi. 

Come scritto dall’indimenticato storico  A. Del Boca: “…La vera differenza fra noi e gli altri Paesi che hanno avuto imperi coloniali è la nostra pervicace volontà di rimuovere questo passato dalla memoria collettiva…Le stragi e gli eccidi furono fatti per spirito di disciplina, per emulazione o perché persuasi di essere nel giusto eliminando “barbari” o “subumani”. Non rari, fra gli ufficiali, quelli che si sono vantati degli atti di ferocia compiuti e che si sono dilungati nel fornire macabri particolari. Per esempio, sul come trasformare in torcia umana un partigiano catturato in Slovenia. Erano sufficienti, assicuravano, un palo o un albero al quale legare il prigioniero, un fiasco di benzina e un cerino…Questo modello di italiano, un chiaro prodotto del consumismo, dell’ignoranza e dell’egoismo, non è certo, anche se è l’ultimo, il modello immaginato da Massimo d’Azeglio e dagli altri padri della patria….”.

Questo il curriculum di aggressioni (non certo gloriose o onorabili) che l’Italia ha nella sua breve storia. Chiediamo ai “fondamentalisti” italioti ( termine coniato da G. Bocca),  cosa hanno da dire. Poi in Italia si potrà affrontare la questione foibe. 

5 Febbraio 1885: occupazione di Massaua, Eritrea.

3 Agosto 1889: occupazione di Asmara, Somalia. 

16 Luglio1894: occupazione di Cassala, Sudan.

1 Dicembre 1895: inizio della Guerra di Abissinia contro l‘Etiopia.

1902: dopo la soppressione dellaRivolta dei Boxerin Cina, l’Italia occupa Tientsin.

28 Settembre 1911: inizia la guerra contro la Turchia per occupare la Libia.

5 Ottobre 1911: comincia l’occupazione della Libia.

26 Aprile 1912: comincia l’occupazione delle isole greche del Dodecaneso.

23 Maggio 1915: guerra all’Austria-Ungheria e assalto alle coste adriatiche jugoslave.

21 agosto 1915: dichiarazione di guerra all’Impero ottomano.  

19 Ottobre 1915: guerra alRegno di Bulgaria 

27 Agosto 1916: dichiarazione di guerra all’Impero tedesco.

29 Agosto 1923: occupazione dell’isola di Corfù in Grecia

7 Aprile 1939: occupazione dell’Albania.

28 Ottobre 1940: aggressione alla Grecia.

6 Aprile 1941: aggressione della Jugoslavia.

22 giugno 1941: aggressione all’Unione Sovietica.

Sappiamo come si sono concluse tutte…

Per non dilungarmi non affronto qui tutti gli  altri coinvolgimenti militari del dopoguerra fino ai giorni nostri. 

Quando una giornata del ricordo e della richiesta di perdono agli altri popoli, in questo caso a quello jugoslavo, per queste vittime innocenti? Questo, sì rappresenterebbe storicamente un atto di pace e riconciliazione definitiva. 

Perché dover accettare che i carnefici diventino eroi oltre ad essere vergognoso è anche oltraggioso verso la memoria storica di quella generazione di “ragazzi” che invece di andare a Salò o stare a guardare, è salita in montagna a combattere il nazifascismo pagando con la tortura e con la morte la scelta della lotta per la libertà.

Certi signori, di destra o sinistra, ormai c’è poca differenza elettorale, dimenticano che la riconciliazione c’è già stata: è avvenuta il 25 aprile 1945, con la sconfitta del fascismo, la cacciata dell’invasore nazista e la vittoria della lotta di liberazione nazionale, lasciatoci in eredità da quegli italiani che con il loro sangue avevano ridato libertà e dignità all’Italia.

Per questo sottoscrivo e faccio mie le parole e il patrimonio morale di un italiano, partigiano e antifascista, che ha combattuto per la nostra Italia: quella della giustizia e della dignità.

“…La storiografia revisionista si è così riempita di pidocchi revisionisti che pretendono di cambiare gli accaduti, la memoria, la toponomastica, i libri di testo… Quelli che combattevano al fianco dei nazisti…volevano la fine delle libertà. Furono invece i Partiti della Resistenza, a recuperare le libertà…” I morti ” diceva Pavese “sono tutti eguali, partigiani e repubblichini”….Ma non erano uguali le loro storie, le loro idee. La pietà è una cosa che fa parte del sentimento umano solidale, ma la pietà per le idee non ha senso, non si può avere pietà per le idee barbare, assassine, non si può revisionare l’orrore, si può al massimo dimenticarlo…per pietà”.     ( G. Bocca)   

Con le parole di speranza e cauto ottimismo di A. Del Boca: “…sono persuaso che un giorno, , quando cesseranno del tutto le rimozioni e le false revisioni; quando non ci saranno più carte da nascondere in qualche “armadio della vergogna” e tramonterà la leggenda del «fascismo buono» e del confino di polizia gabellato da Mussolini come un luogo di villeggiatura; allora si potrà finalmente seppellire anche il falso mito degli «italiani brava gente», che ha coperto e assolto troppe infamie…”.

da qui

mercoledì 25 agosto 2021

Io sono il potere - Confessioni di un capo di gabinetto (raccolte da Giuseppe Salvaggiulo)


si tratta di un libro del 2020, pubblicato da Feltrinelli, 18 €, ci sono sei pagine di indice dei nomi citati, per capire che chi scrive sa di cosa parla e gli esempi non mancano.

quando vedi un/a ministro/a a inizio mandato e ascolti le sue parole spesso resti deluso, da quanto una persona incapace e poco colta possa svolgere un ruolo così importante.

poi col tempo rimediano un po' ai loro errori perché capiscono che loro sono una facciata per qualcosa più grande di loro, e si mettono nelle mani dei dirigenti del loro ministero, che sono quelli che tolgono ai ministri un po', o molto, dei poteri che pensano di avere.

ma è fondamentale che si affidino alle mani di un capo di gabinetto, che ha un ruolo decisivo, come quello di Wolf in Pulp fiction, risolvono problemi, evitano che sorgano, trovano strade, un po', mutatis mutandis, come gli architetti e gli ingegneri, per quanto geniali siano non possono fare a meno di muratori e capi cantiere che risolvono problemi, evitano che sorgano, trovano strade.

il libro spiega con le parole di un insider, uno molto informato dei fatti, quale è il ruolo del capo di gabinetto, traduce nella pratica quello che il ministro vuole, vorrebbe o crede di volere. il capo di gabinetto è come un interprete di una lingua sconosciuta ai più.

non basta dire Lo Stato sono io, bisogna anche esserlo. il capo di gabinetto aiuta, mette in pratica, funge quasi da tutor, non appare, è; il ministro è buono per le comparsate in tv, spesso è una maschera, un pupazzo nelle mani di un ventriloquo, nei casi migliori è come il direttore di un ristorante che ci mette la faccia, ma ha l'umiltà di capire che non può preparare i piatti.

il libro inizia così:

Ogni tanto qualcuno mi chiede che mestiere faccio. Non ho ancora trovato una risposta. La verità è che una risposta non esiste. Io non faccio qualcosa. Io sono qualcosa. Io sono il volto invisibile del potere. Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti. Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce.

Io sono il potere ci fa scoprire un mondo che non conoscevamo, pur intuendo che potesse esistere.

buona lettura. 



 

 

Chi muove i fili della politica italiana? Quali scambi si fanno, ogni giorno, nei ministeri? Su quali soluzioni al limite della legge si fonda la ragion di Stato? Per la prima volta un capo di gabinetto svela dall’interno le regole non dette e i segreti inconfessati dei palazzi del potere.
“Ogni tanto qualcuno mi chiede che mestiere faccio. Non ho ancora trovato una risposta. La verità è che una risposta non esiste.
Io non faccio qualcosa. Io sono qualcosa. Io sono il volto invisibile del potere. Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti. Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce. Dal presidente della Repubblica, che mi riceve riservatamente, all’usciere del ministero, che ogni mattina mi saluta con un deferente ‘Buongiorno, signor capo di gabinetto’. Signore. Che nella Roma dei dotto’ è il massimo della formalità e dell’ossequio. La misura della distinzione. Noi capi di gabinetto non siamo una classe. Siamo un clero. Una cinquantina di persone che tengono in piedi l’Italia, muovendone i fili dietro le quinte. I politici passano, noi restiamo. Siamo la continuità, lo scheletro sottile e resiliente di uno Stato fragile, flaccido, storpio fin dalla nascita. Chierici di un sapere iniziatico che non è solo dottrina, ma soprattutto prassi. Che non s’insegna alla Bocconi né a Harvard. Che non si codifica nei manuali. Che si trasmette come un flusso osmotico nei nostri santuari: Tar, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Avvocatura dello Stato. Da dove andiamo e veniamo, facendo la spola con i ministeri. Perché capi di gabinetto un po’ si nasce e un po’ si diventa. La legittimazione del nostro potere non sono il sangue, i voti, i ricatti, il servilismo. È l’autorevolezza. Che ci rende detestati, ma anche indispensabili. Noi non siamo rottamabili. Chi ha provato a fare a meno di noi è durato poco. E s’è fatto male. Piccoli, velleitari, patetici leader politici. Credono che la storia cominci con loro.”

“Io sono un’ombra. L’ombra del potere. Talvolta più potente del potere. Io sono il capo di gabinetto.”

da qui

 

Chi confessa il dietro le quinte della politica nazionale (romana) rivendica la trasversalità del proprio ruolo. L’importanza di un selezionato gruppo di professionisti chiamato a dare agibilità a chi ricoprire incarichi esecutivi. 

Ne esce un quadro quasi privo di speranza, per chi si ostina a voler superare lo stato di cose presente. Si liquida come ideologia ogni visione politica. Le persone corrette sembrano destinate a sparire. A titolo di esempio può essere citato Fabrizio Barca, uno dei pochi che ha voluto lasciare il suo incarico senza svuotare le sue stanze per il suo successore. Un generoso protagonista presto sparito e dimenticato…

Un libro che conferma il peggiore senso comune. Quello di chi afferma che a essere buoni, o anche solo corretti, si finisce per affogare. Che occorre saper pensare a se stessi e aiutare il prossimo fino a che conviene a se stessi…

da qui

 

1 - CONFESSIONI DI UN MANDARINO

Filippo Ceccarelli per “il Venerdì - la Repubblica

 

IO SONO IL POTERE - GIUSEPPE SALVAGGIULO

Io sono il Potere Dio tuo: quindi senza nome e senza volto, come si presenta l’autore di questo libro che per la prima volta disvela dall’interno cio che oggi va di moda definire Deep State, lo Stato Profondo. La sala macchine e insieme il retrobottega dell’amministrazione pubblica: quell’entita che invisibili addetti hanno il potere di fare andare avanti con norme scritte e concreti atti di governo, ma che pure con i medesimi mezzi possono bloccare, o magari differire, oppure deviare, o addirittura inceppare senza che nulla appaia alla luce del sole; e comunque sempre in nome di quella Tecnica che formalmente e al servizio delle Istituzioni, ma in pratica si pone al disopra dei politici, a loro volta valutati dall’autore con «ferocia darwiniana», giacche i ministri passano, mentre «per noi c’e sempre un dopo».

 

E il mondo dei capi di gabinetto, dei maghi degli uffici legislativi, della vera e misteriosa Casta di color che sanno, consiglieri e avvocati di Stato, magistrati dei Tar e della Corte dei Conti, consiglieri parlamentari, gabinettisti raccontati maliziosamente alle prese con gli smaniosi capricci e le goffe ottusità dell’odierna classe di governo. E uno di questi mandarini che il giornalista Giuseppe Salvaggiulo ha convinto a vuotare il sacco, anche se l’impressione e che non aspettasse altro, colmo com’era di nozioni sulle virtù e le male arti del «kamasutra normativo».

 

Ecco percio astuzie e trucchi lessicali («In attesa del riordino della materia...»), pareri e codicilli di inavvertito, ma devastante impatto, regolamenti nati morti o avvelenati, deleghe oblique, spacchettamenti a rimbalzello, inammissibilita a geometria variabile; il tutto culminante nell’affannosa misteriosoia della Legge di bilancio: soldi, soldi, soldi, naturalmente pubblici, che per conto dei rispettivi ministri i capi di gabinetto si contendono a suon di bozze segrete, file posticci, “bachi” per individuare le fughe di notizie. Ed e come se un lampo rompesse l’oscurita che un giorno spinse un esasperatissimo Berlusconi a invocare: «Ma che cazzo e questa bollinatura?».

 

Dunque: Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto (Feltrinelli, 287 pagine comprensive di un lodevole e promettente indice dei nomi). Chi e convinto che si governi con i tweet e le dirette Facebook non apra proprio questo libro – per quanto farebbe meglio a studiarselo e non solo perche, come diceva la nonna, le apparenze ingannano e sotto la piu vistosa fuffa si nasconde il senso ultimo delle scelte. Se la politologia americana, da Murray Edelman in poi, ha approfondito il ruolo degli staff, nell’Italia della commedia e del melodramma si puo essere grati a questa ignota testimonianza.

 

Abbandonandosi dunque a un’antropologia di tristi tropici ministeriali fatti di piccoli piaceri e ricche parcelle, anticamere e salottini un po’ sdruciti, la cernita di mobili e cimeli nei sotterranei, il mercato degli autisti, la somministrazione delle spese di rappresentanza, i biglietti omaggio all’Olimpico, fino alla tritatura dei documenti. Una classe eterna e in via di aggiornamento, vedi l’uso di Telegram e degli integratori, l’aperitivo da Camponeschi, gli scooteroni e gli zainetti che fanno il capo di gabinetto smart e young.

 

Un’umanita in egual misura leale, insostituibile e maneggiona cui tocca far marciare le concrete decisioni della politica districandole in quell’«ordalia burocratica» che tanti spasmi seguita a fornire anche alla letteratura, dal fondamentale Misteri dei ministeri (1952) di Augusto Frassineti, al recentissimo e sapido E nato prima l’uomo o la carta bollata? (Rai Libri) di Alfonso Celotto, passando per certe indimenticabili pagine di Flaiano sulla fatidica invasione barbarica: “la discesa dei Timbri”.

 

Perche tre, elenca con pazienza l’Anonimo, sono le risposte classiche che ci si sente di norma rivolgere dai direttori generali: «Non e possibile», «E impossibile», «E assolutamente impossibile»; per poi concludere: «Se ti dimostri titubante ti mangiano vivo». Ma e nei riguardi della classe politica che l’orgoglio d’elite, pure rafforzato da orditi dinastici e coniugali, si traduce in una superiorita che sfuma nel disprezzo – ed e il tratto piu malevolo e godibile del libro. Chi manca di rispetto alla casta la paga cara.

 

Cosi Giulio Tremonti che volle avere al suo fianco un ex ufficiale della Guardia di Finanza «laureatosi a 46 anni» se lo ritrovo subito «isolato come portatore di un virus pestilenziale», e nessuno gli rispondeva al telefono. Idem Matteo Renzi, che venne a Palazzo Chigi con “la vigilessa” e quando provo a pubblicare in Gazzetta Ufficiale un decreto dal titolo Per un’Italia piu semplice e veloce, fu sconsigliato perche suonava come «un film della Wertmuller».

 

Idem Giggino Di Maio, troppi compaesani; peggio che peggio il tragicomico staff di Virginia Raggi, non a caso autonominatosi in chat Quattro amici al bar. Depositari della residua cultura istituzionale, va da se che i gabinettisti tramandino nei loro circuiti maldicenze fin qui ignorate dai piu pettegoli retroscenisti. Qualche perla: la bella ministra che in esotico viaggio di nozze scopri il marito a letto con un cameriere indigeno; o quell’altra di cui si sparse voce che partecipava al Consiglio dei ministri senza mutande; una reazione di Tremonti a Letizia Moratti: «Questo e il governo, non tuo marito!»; le conseguenze anche diplomatiche dei colpi di sonno di Silvio Berlusconi; le peripezie della legge per istituire la carica di emerito presidente della Repubblica (si dovette aspettare la morte di Giovanni Leone che si opponeva: «Ma lo sapete a Napoli che significa “emerito?”»); le bestemmie dispensate durante le riunioni di governo da Emma Bonino, e quando Francesco Rutelli e Linda Lanzillotta inorridivano chiedendo a Romano Prodi di intervenire, ecco che lei ci dava ancora piu dentro, «porca ostia!».

 

E tuttavia, anche per chi ritenga secondario, se non disdicevole, questo ravanare intorno a tali aspetti della vita pubblica, le confessioni del capo di gabinetto offrono singolari e spesso inedite ricostruzioni sulla vera storia del colpo di spugna del primo governo Berlusconi, per dire, o sul decreto “a favore” di Eluana Englaro; come pure a proposito della lettera emessa dalla Bce nell’estate del 2009 e ricevuta non si e mai capito bene come e da chi, oltre alle varie manine e manone che nel corso del tempo senza posa cercavano di inserire sgravi fiscali o depenalizzazioni a favore di Mediaset.

 

Tutto o quasi appare qui plausibile. In primo piano si stagliano, descritti con irresistibile e irriverente nitore, le figure dei commis de l’Etat, a cominciare dal capostipite, Gaetano Gifuni, o dal suo massimo erede, l’attuale e sfuggente segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti. Un formidabile capitolo e dedicato a Gianni Letta, proclamato con impegnativa enfasi: «L’unita di misura del potere piu precisa e immutabile che sia, come la barra di platino e iridio conservata a temperatura costante di zero gradi nel Bureau international de poids et mesures a Sevres».

 

Uno dopo l’altro danzano e zompettano sullo scivoloso proscenio del comando uomini decisivi come il leggendario Enzo Fortunato, la cui prudenza lo porto a dimettersi prima di far firmare una nomina Rai che sapeva illegittima (e lo era); o l’asciutto, elegante e un po’ arrogante Roberto Garofoli che non molto tempo fa, a ragione ma in pubblico, si e concesso di interrompere e dare torto al presidente Conte; e a chi si complimentava ha risposto: «Allora non sapete che cosa facevo con Renzi».

 

E ancora l’anziano, ma efficientissimo Zaccardi, il vulcanico Giampaolino, il poliedrico Spadafora, il prezzemolino Ceresani, o Carbone che scorrazza in monopattino per i lucidi corridoi dell’Economia. E poi c’e lui, l’Anonimo. Non si caschera nella trappola del “chi e?”. Al netto degli indovinelli, si capisce che e un uomo sottile, ma vuol sembrare molto rafinato e idolatra il potere fino a bearsi di incontrare Marta Cartabia che corre a Villa Borghese. Insieme a una vena pedagogica, nelle sue funzioni e relazioni coltiva un freddo e misurato realismo, senza sbotti di tracotanza ne palpiti di pieta.

 

Ma e di certo un uomo assai spiritoso: il racconto di Sandro Pertini che, costretto da un’urgenza fisiologica, chiude di botto un incontro con Jacques Chirac riprendendosi per sbaglio il dono e restituendo ai francesi il loro e sublime; cosi come l’odissea burocratica cui il ministro Alfonso Pecoraro Scanio sottopose il proprio capo di gabinetto per salvare certi cavalli dell’esercito e farsi bello con gli animalisti – ma dall’intricatissimo iter resto fuori un mulo – e degna di un soggetto di Rodolfo Sonego per una commedia all’italiana con Alberto Sordi.

 

Eppure, come risucchiato da un gorgo di compiaciuto autolesionismo, l’Ignoto racconta i propri sogni e in turbinante metafora esprime a nome di tutti l’essenza del servizio: «Ci dobbiamo anche far piacere le minestre insipide e le paste scotte, ma solo con la certezza di avere sempre una bottiglia di champagne in fresco». Onore infine al confessore, Giuseppe Salvaggiulo, che pure del potere e appassionato, ma come un pericoloso ordigno che alla fine e meglio perdere che conquistare – anche se in fondo quel lavoro li qualcuno deve pur farlo.

 

 

2 - TRE DOMANDE ALL’ANONIMO

Filippo Ceccarelli per “il Venerdì - la Repubblica

 

Quanto a personaggi e relazioni, la sua testimonianza sul potere e sorprendente e meticolosa. Come e possibile che non sia mai menzionata la massoneria?

«In realta se ne parla continuamente, senza citarla. Al vero gabinettista non interessa essere formalmente massone o sodale di qualsiasi gruppo di potere. In caso contrario, non potrei dire “io sono il potere”».

 

Fra le virtu del capo di gabinetto, come lei stesso non manca di sottolineare, c’e la discrezione. Cosa l’ha portata a violarla in modo cosi palese?

«La discrezione e un’arte preziosa, da amministrare con onesta. Io non ho violato segreti. Non ho usato le informazioni per lanciare messaggi, procurare vantaggi o consumare vendette. Non ho altro scopo che far conoscere i meccanismi del potere, perche il potere deve essere conosciuto per come funziona, da tutti».

 

Si nota, nel suo racconto, e nell’ambiente che lei descrive, uno spiccato senso d’orientamento. Come puo pensare di non essere riconosciuto?

«Io non sono un nome. Sono una maschera, un frammento pirandelliano, un meccanismo. Mi divertiro ad assistere al gioco di societa di chi cerca di personificarmi. Esercizio superfluo. Io sono una funzione, impersonificata e impersonificabile».

 

 

 

3 - "RENZI NOMINÒ LA MANZIONE E SCOPPIAMMO TUTTI A RIDERE"

Da “il Fatto quotidiano

 

Esce oggi in libreria per Feltrinelli "Io sono il potere". Ovvero "Confessioni di un capo di gabinetto" raccolte dal giornalista Giuseppe Salvaggiulo.

 

Il più grave errore di Renzi, dopo la presa del potere nel 2014, fu sbagliare la squadra. Non dei ministri, che in quel governo - a parte Padoan e pochi altri - erano perlopiù comparse. Parlo degli staff a Palazzo Chigi e nei ministeri. L'epurazione dei grand commis la lasciò in mano ai petit commis. Ma se i petit sono tali, un motivo ci sarà. Il segnale di un cambio di stagione senza precedenti fu la scelta del capo del Dipartimento legislativo della presidenza del Consiglio. Il mitico Dagl. Dipartimento affari giuridici e legislativi. L'ufficio da cui passano tutti i provvedimenti del governo e che tiene rapporti con ministeri, Quirinale, magistrature, istituzioni indipendenti, corporazioni. Il gigantesco depuratore che riceve le bozze dei disegni di legge e di tutti i provvedimenti dai ministeri. Le centrifuga, le modifica, le ripulisce e fa anche scomparire gli odori.

 

I capi del Dagl sono creature da film di fantascienza. Per metà sopraffini giuristi, per metà navigatori di mari imbizzarriti, avvezzi ai costumi della politica più spietata. Per cui una fragorosa e irriverente risata salutò, in quel 2014 in cui Renzi pareva onnipotente, la nomina di Antonella Manzione. Proiettata da una onesta carriera di capo della polizia municipale in Toscana al prestigioso e ambitissimo ruolo a Palazzo Chigi, che era stato occupato per dieci anni da Claudio Zucchelli, il mitico "Zucchellone", e poi dal brillante consigliere di Stato Carlo Deodato, finito anni dopo in Consob.

 

C'era un piccolo grande problema: la Manzione difettava del pedigree da dirigente generale dello Stato, necessario per quel ruolo. Come per il grillino Barca, anche per la renziana fu necessaria una forzatura. Dopo il primo no della Corte dei conti, si ovviò parificando il ruolo di comandante dei vigili urbani comunali a quello di un alto magistrato o di un dirigente generale dello Stato, per elevare il suo curriculum al rango necessario.

 

Non nascondo un certo maschilismo, corroborato da una antica passione per i B-movie anni settanta, nel rivendicare la paternità del soprannome con cui negli anni successivi la Manzione è stata ferocemente bollata, disprezzata, boicottata: "la Vigilessa".

 

Me ne sono pentito, conoscendola. In realtà Antonella è donna intelligente e abile, svelta a imparare e per niente arrogante. Doti che avrebbe avuto la possibilità di mostrare se non si fosse trovata trafitta implacabilmente da occhi maliziosi non meno che prevenuti. Ma in quei giorni ciò che risaltava era la sua abissale inesperienza legislativa, la povertà del curriculum, l' assenza di una personalità in grado di orientare e mediare la volontà politica con il sapere giuridico dei più alti apparati statali. Ad aggravare la situazione, il fatto che nel suo staff non ci fossero gabinettisti esperti, ma anonimi funzionari.

 

Faceva tutto parte di un disegno di Renzi. Che voleva portare al più alto livello istituzionale la rottamazione consumata trionfalmente nel suo partito. I ministeri furono infarciti di funzionari parlamentari e avvocati di non chiara fama. Poco avvezzi alla scrittura delle leggi, molto proni ai desiderata politici.

 

Non solo. Lo stile Renzi rompeva ogni consuetudine, capovolgeva l' ordine logico del nostro lavoro. Anziché elaborati pazientemente per mesi, i testi legislativi dovevano essere scritti in poche ore, per dare seguito ad annunci rapsodici del premier che scavalcava i ministri. Prima le slide riassuntive, poi i testi veri. Ma le leggi non si fanno con la bacchetta magica. Il risultato è stato il governo delle slide affidate agli staff di comunicazione che precedevano, a volte per mesi, testi inevitabilmente confusi e grondanti errori. E tutti a scaricare sulla Manzione anche colpe non sue.

 

 

Di pasticci legislativi ne abbiamo contati una decina solo nel primo anno di governo. Si finge di approvare un decreto o un disegno di legge in Consiglio dei ministri. Si trova un nome a effetto, possibilmente corto abbastanza da star dentro un titolo di giornale. Si fa una bella conferenza stampa proiettando slide mirabolanti. Poi si vede l' effetto che fa, lasciando ai malcapitati funzionari del Dagl il compito di fare il lavoro sporco con gli uffici legislativi dei ministeri coinvolti. Come cambiare una norma mezz' ora prima che parta il plico per il Quirinale. O mezz' ora dopo, quando bisognerebbe solo ricopiare il testo firmato sulla Gazzetta Ufficiale.

 

Non bisogna stupirsi se qualche tempo fa un decreto è giunto alla Corte dei conti privo di soggetto in una frase. Come nemmeno nei giochi della "Settimana Enigmistica".

 

Una squadra efficiente e forte non avrebbe consentito di arrivare a quel punto. I problemi li avrebbe risolti prima, nelle riunioni tra capi di gabinetto, in quelle tra capi degli uffici legislativi. Nei casi più delicati, a tu per tu con l' omologo di un altro ministero. () Il capo del Dagl si comporta come un maestro di cerimonie, dirige le danze e dissimula per orientare l' esito delle riunioni.

 

Solo se deve chiudere e teme che la situazione gli sfugga di mano può ricorrere all' imperio che gli deriva dal ruolo. E cioè: si fa così perché lo dico io. Un potere da esercitare con parsimonia, per preservarne la sacralità. Al contrario di quanto faceva all' inizio la Manzione nei preconsigli dei ministri. Di fronte a un contrasto di opinioni, si rifugiava nel più classico "chiedo a Matteo". Si allontanava, telefonino in mano. E quando rientrava, lo esibiva come un trofeo, chiosando il contenuto del messaggio ricevuto con la formula "Matteo mi ha detto di fare così".

 

A Palazzo Chigi solo una persona riusciva a tenerle testa ed era un' altra donna, di pari osservanza renziana. Destinata al ministero delle Riforme, senza portafoglio, Maria Elena Boschi capì subito che la sala macchine era a Palazzo Chigi e lì bisognava entrare.

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