Visualizzazione post con etichetta Gilberto Trombetta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gilberto Trombetta. Mostra tutti i post

giovedì 1 maggio 2025

La festa ai lavoratori - Gilberto Trombetta

Più che la festa dei lavoratori, la festa è stata fatta ai lavoratori.

Con più di 40 anni di riforme regressive del mercato del lavoro che hanno distrutto i diritti conquistati con un secolo di lotte e che portarono alla legge 300 del 20 maggio 1970, ovvero allo Statuto dei lavoratori.

Riforme che sono state realizzate dai Governi di tutti i colori con l’appoggio trasversale dell’intero Parlamento e la complicità dei grandi sindacati confederati (CIGL, CISL e UIL).

Riforme che ci sono state chieste e imposte (per esempio a colpi di spread e con la lettera della BCE del 5 agosto 2011) dall’Unione Europea che accusava l’Italia di avere un mercato del lavoro troppo rigido. Che poi vorrebbe dire tutelato.

E così nel 1984 è stato prima fortemente depotenziato lo strumento per adeguare automaticamente i salari al costo della vita (cioè all’inflazione), la scala mobile, col decreto del 14 febbraio del 1984 e per questo passato alla storia come decreto San Valentino, come se si trattasse di un atto d’amore. Poi nel 1992 è stato del tutto abolito dal Governo Amato.

Poi sono arrivati il pacchetto Treu nel 1997 la legge Biagi nel 2003 che hanno introdotto il lavoro interinale. Che vuol dire provvisorio (ad interim) e che consente ad aziende private di mediare la domanda e l’offerta di lavoro. Un ruolo, quello del collocamento, che prima apparteneva esclusivamente allo Stato ma che era in contrasto col Trattato che istitutiva la Comunità Economica Europea (CEE).

L’altro passo verso la flessibilità del mercato del lavoro è stato compiuto attraverso il DL 368/2001, la legge Fornero e il Jobs Act che modificando la legge 230 del 1962 hanno progressivamente liberalizzato i contratti atipici. Quelli cioè a tempo determinato.

Il decreto Sacconi del 2011 ha invece consentito accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro, mentre il decreto Poletti del 2014 ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Il DL Lavoro del Governo Meloni ha infine esteso l’uso dei contratti a termine, cioè di quelli precari.

E così, finalmente, oggi il mercato del lavoro italiano è più flessibile (vale a dire meno tutelato) sia di quello francese che di quello tedesco. Al contrario di come fosse prima di questa lunga serie di riforme regressive (la cui origine potrebbe essere fatta risalire addirittura alla legge 54 del 5 marzo 1977 che in nome della famigerata produttività abolì diverse festività religiose).

Com’era prevedibile, al contrario di quello che ci era stato raccontato, queste riforme hanno avuto un effetto devastante sulla crescita del Paese e sulle nostre condizioni di vita.

L’obiettivo d’altronde era quello di favorire un sistema economico mercantilista fortemente orientato alle esportazioni. Cioè il modello tedesco su cui è stata costruita l’Unione Europea.

Un modello già insostenibile di suo e che all’Italia chiedeva un tributo di sangue anche maggiore a causa di una moneta, l’euro, che mentre era per noi troppo forte, era invece troppo debole per i nostri maggiori concorrenti. Vale a dire per la Germania.

Cosa che ci ha “obbligati” (si tratta di scelte politiche, non del destino cinico e baro) a contenere violentemente la domanda interna attraverso la deflazione salariale. D’altronde se non puoi svalutare la moneta, sei costretto a svalutare i salari.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che i conti non tornano perché ogni mese l’Italia stabilisce un nuovo record dell’occupazione.

Ora, lasciamo perdere che l’Istat – adattandosi ovviamente alle normative comunitarie – calcola occupato chi nella settimana dell’indagine sulle forze lavoro abbia lavorato anche solo un’ora e anche se non pagato (in un’azienda di famiglia) o se pagato in natura.

Andiamo ad analizzare dati alla mano in cosa consiste e a cosa è dovuta l’occupazione record degli ultimi mesi.

L’occupazione è effettivamente cresciuta passando dai 22,2 milioni di occupati del 2012 ai 24 milioni del 2024. Ma quale occupazione?

Innanzitutto, “grazie” alla riforma Fornero che ha aumentato l’età pensionabile, sono cresciuti del 60% i lavoratori con età superiore ai 50 anni che sono passati dai 6,1 milioni del 2012 ai 9,8 del 2024.

Un aumento talmente imponente da compensare il calo dei lavoratori tra i 25 e i 49 anni che sono scesi da 14,9 milioni a 13.

Anche perché nello stesso lasso di tempo, gli italiani tra i 20 e i 40 anni ufficialmente espatriati in cerca di lavoro sono passati da 1,1 milioni a 1,7 milioni. Dico ufficialmente perché come dimostrano diversi studi di settore, gli espatriati che si registrano effettivamente all’AIRE sono la metà se non addirittura un terzo del totale. Il che vuol dire che gli italiani all’estero sono almeno il doppio se non il triplo. La maggior parte di quali con meno di 40 anni e laureati.

Va inoltre anche detto che tra il 2013 e il 2024 la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si è ridotta di 2,2 milioni di unità, passando da 39,1 a 36,9 milioni. Il che molto banalmente vuol dire che anche a parità di occupati, crescere il tasso di occupazione.

Bisogna poi sottolineare che in Italia negli ultimi vent’anni si è assistito a una crescita di lavoratori a tempo parziale che sono passati dal 12,4% del 2004 al 16,8% del 2024 (più di 4 milioni). Tra questi, sono sensibilmente aumentate le persone costrette al tempo parziale involontario, che sono passate dal 33% del 2004 al 58% del 2024.

I lavoratori e tempo determinato, cioè i precari, sono passati da 1,5 milioni del 1993 ai 2,7 del 2024, un aumento dell’80%.

Gli inattivi nella fascia di età 15-74 anni sono 18,6 milioni (12,5 milioni nella fascia 15-64 anni). I disoccupati sono 1,5 milioni. Il che vuol dire che, tanto per cambiare, non abbiamo ancora recuperato i livelli pre-crisi del 2007 quando erano 1,3 milioni.

Ci sta poi quello che forse è uno degli indicatori più importanti: la forza lavoro sottoutilizzata che comprende disoccupati, inattivi disposti a lavorare e lavoratori sottoccupati.

In Italia si tratta del 15,8% della forza lavoro, cioè di 4,4 milioni di persone. La percentuale più alta in Europa dopo Spagna (19,3%), Finlandia (17,9%) e Svezia (17,8%) e la più alta in valori assoluti dopo Spagna (4,9 milioni) e Francia (4,7 milioni).

Ci sta però a mio avviso un altro fattore che andrebbe preso in considerazione per valutare il peggioramento delle condizioni di lavoro in Italia. E cioè lo spostamento del lavoro dall’industria ai servizi (soprattutto a quelli legati al turismo).

Gli occupati nell’industria manifatturiera sono passati dai 4,6 milioni del 1995 ai 3,9 del 2024, un calo del 13%. Quelli nei servizi dai 14 milioni del 1995 ai 19,5 del 2024 (+38%).

Se si va a calcolare (con tutti i limiti del caso) l’impatto diretto (include tutti i dipendenti di alberghi, ristoranti, agenzie di viaggio, parchi divertimento e altre strutture turistiche) e indiretto (include tutti coloro che lavorano nelle aziende che forniscono servizi al settore turistico, come fornitori di cibo, bevande, attrezzature, ecc., e che beneficiano indirettamente delle entrate turistiche) del turismo sul lavoro vediamo che nel 2022 le industrie principalmente legate al turismo hanno dato lavoro a 353.990 persone mentre il settore del turismo allargato a 1.931.670, nel 2023 il settore turistico diretto ha dato lavoro a 384.786 persone (+8,7%) mentre il settore del turismo indiretto a  2.043.108 (+5,8%). Tra il1990 e il 1995 i lavoratori del settore turistico allargato erano tra i 950.00 e i 990.000.

Tra il 1990 e il 1995, secondo i dati ISTAT, il valore aggiunto del turismo sul PIL era del 3%, nel 2010 del 5,1% e nel 2019 del 5,7%.

Contando invece sia il settore turistico diretto che quello indiretto, nel 2011 l’impatto era dell’8,6% PIL, nel 2019 del 10,6%, nel 2023 dell’11,4% e nel 2024 del 10,8%.

Più in generale, nel 1980 industria valeva il 25% del PIL (circa 320 mld di euro attualizzati), mentre oggi è scesa al 20% (circa 420 mld). I servizi invece sono passati dal 64% PIL (circa 850 mld) al 72% (circa 1500 mld).

Si tratta di un dato importante perché mentre il lavoro nel settore industriale è spesso ad alto valore aggiunto, stabile e con salari migliori, così non è per il settore dei servizi in generale e del turismo in particolare.

E infatti se è vero che i salari medi reali in Italia sono scesi del 4,4% tra il 1990 e il 2024, se si vanno a vedere le retribuzioni orarie reali del settore turistico dal 2012 ad oggi sono diminuite del 14,1%.

Quando per così tanto tempo cala il peso dell’industria e aumenta quello del turismo, si tratta di un evidente processo di terzomondizzazione che causa il progressivo deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e, quindi, della popolazione in generale.

Tenendo conto di tutto quello che è stato detto, non dovrebbe quindi sorprendere che gli italiani in condizioni di povertà assoluta sono passati da 1,9 milioni del 2005 ai 6,2 del 2024, mentre quelli in condizioni di povertà relativa sono passati dai 6,4 milioni del 1997 agli 8,4 del 2023.

Un processo di impoverimento dei lavoratori da cui ovviamente qualcuno ha tratto un indebito vantaggio in termini di ricchezza accumulata.

E infatti la quota salari sul PIL è passata dal 67,2% del 1975 all’attuale 52,5%, mentre la quota profitti è passata dal 32,8% del 1975 all’attuale 47,5%.

[Tutti i dati sono stati presi dalla banca dati ISTAT

https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it/dw/categories

da quella Eurostat/AMECO

https://dashboard.tech.ec.europa.eu/qs_digit_dashboard_mt/public/sense/app/667e9fba-eea7-4d17-abf0-ef20f6994336/sheet/f38b3b42-402c-44a8-9264-9d422233add2/state/analysis

E dall’archivio storico dell’ISTAT per i bollettini con dati non presenti del database

https://ebiblio.istat.it/SebinaOpac/.do]

 

da qui

mercoledì 9 ottobre 2024

Una delle pagine più nere della storia d'Italia - Gilberto Trombetta

 

“«L’Italia non aveva più soldi. Non avevamo niente. Niente». Andrea Monorchio smette di parlare, china il capo e chiude gli occhi. E in quel momento di raccoglimento rivede il baratro in cui stava per precipitare il Paese nell’estate del 1992. Per chi è Ragioniere generale dello Stato ed è chiamato a gestire le risorse dello Stato, il fallimento dello Stato rappresenta il fallimento di sé stesso. «E sapere che l’Italia rischiava di non poter pagare stipendi, pensioni e titoli pubblici era un’idea inaccettabile».”

Inizia così l’intervista sul Corriere della Sera ad Andrea Monorchio, ragioniere generale dello Stato dal 1989 al 2002.

Peccato che il racconto sia, se non completamente, quasi del tutto sbagliato.

L’Italia non rischiava il fallimento. L’Italia ha attraversato una pesante crisi dovuta all’insensata scelta di “proteggere” il cambio fisso, cioè l’adesione allo SME (il sistema monetario europeo, antesignano dell’euro), al mancato intervento di Bankitalia (figlio del divorzio del 1981) e alla scelta della Germania di non mantenere la parola data intervenendo in favore della Lira (un altro modo di far pagare ai Paesi europei la riunificazione tedesca).

Ricordiamo qualche data importante per capire meglio la crisi del 1992.

Nel 1979 l’Italia aderì al Sistema Monetario Europeo, un sistema di cambi fissi che può essere considerato il padre putativo della moneta unica.

Nel 1981 avvenne il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro per impedire alla Banca Centrale italiana di comprare titoli di stato e di finanziare direttamente le casse del Tesoro. Il divorzio avvenne con un semplice scambio di lettere tra l’allora ministro del tesoro, Beniamino Andreatta, e dell’allora governatore di Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi senza avere mai una vera legittimazione politica.

Nel 1989 ci fu la caduta del muro di Berlino che portò da lì a poco alla riunificazione tedesca (più un’annessione come spiegato bene da Vladimiro Giacché nel suo Anschluss). La Bundesbank, la banca centrale, aumentò la stretta monetaria e i tassi di interesse contravvenendo agli accordi di sostenere il tasso cambio del marco mettendo così in crisi molti Paesi europei (tra cui l’Italia) che furono colpiti da fenomeni di fuga di capitali (verso la Germania) e di austerità in una fase di rallentamento dell’economia¹. Facendo così pagare anche i partner europei la riunificazione tedesca.

Nel 1990 vennero completamente liberalizzati i movimenti di capitali (portando a termini un processo iniziato 2 anni prima, nel 1988) e l’Italia aderì alla banda stretta di oscillazione dello SME (il cosiddetto SME credibile) che comportava l’ulteriore stretta sulla fluttuazione del cambio.

Torniamo al racconto di Monorchio. Un racconto, dicevamo, “se non del tutto sbagliato, quasi niente giusto” (parafrasando la celebre strofa de Il Bombarolo di De André).

E infatti, smentendo sé stesso, più avanti ricorda «Da settimane la lira era sotto attacco speculativo. I mercati ci avevano abbandonato. E i tedeschi completarono l'opera: la Bundesbank annunciò che non ci avrebbe più sostenuto. Carlo Azeglio Ciampi, che allora era governatore di Bankitalia, provò per mesi a difendere la permanenza della lira nel Sistema monetario europeo, prima di essere costretto a mollare».

L’attacco speculativo contro la Lira di George Soros fu possibile grazie alla libera circolazione dei capitali e all’adesione allo SME.

La difesa, insensata e inutile, del cambio fisso da parte di Ciampi ci costò tra giugno e settembre 43 miliardi di dollari di riserve valutarie (quasi 100 miliardi di dollari di oggi)².

La fuga di capitali pari fu di 25.900 miliardi di lire (circa 24 miliardi di dollari dell'epoca, quasi 50 miliardi attuali).

Arrivò poi la notte del 10 luglio. Quando l’allora presidente del consiglio, Giuliano Amato, e il Ministro delle Finanze, Giovanni Goria, decisero segretamente di prelevare il 6 per mille dai conti correnti degli italiani e di imporre un’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata (imposta che invece venne resa permanente diventando l’ICI). Di quella decisione non c’è traccia neanche nei verbali desecretati della riunione.

Prelievo sui conti correnti e ISI costarono agli italiani 11.500 miliardi di lire (circa 12 miliardi di euro di oggi).

Nel decreto legge 133 dell'11 luglio 1992, oltre al prelievo forzoso sui conti correnti e all’imposta straordinaria sugli immobili, vennero inseriti l’aumento dell’età pensionabile, la patrimoniale sulle imprese, l’introduzione dei ticket sanitari, la tassa sul medico di famiglia e l pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata.

Questa manovra lacrime e sangue, vale la pena ribadirlo, non venne fatta per necessità. Venne fatta per ideologia. Venne fatto per una fede irrazionale nel vincolo esterno. Non a caso venne fatta nell'anno più nero della storia recente di questo martoriato Paese, il 1992. Quello di Maastricht, del Britannia, di tangentopoli e degli omicidi di Falcone e Borsellino.


Note

[¹ https://www.ilsole24ore.com/.../quando-bundesbank...

² https://www.bancaditalia.it/.../integov1993/Fazio_231093.pdf]

da qui

giovedì 4 gennaio 2024

Patto di Stabilità

Nuovo Patto di Stabilità: un furto di futuro - Pino Cabras

La riforma è una grave minaccia per i popoli europei, in particolare il nostro. Rischia di portare a un aumento della povertà, nonché alla deindustrializzazione e alla perdita di sovranità. È necessario costruire una nuova idea di Europa

Dire no alla riforma del trattato del MES da parte di un’occasionale maggioranza di voti in Parlamento è stato un salutare rinvio di una trappola. Il problema è che non era l’unica. L’altra trappola, il nuovo Patto di Stabilità, non ha incontrato argini italiani.

Dobbiamo prepararci alle gravi conseguenze del nuovo Patto di Stabilità e alle implicazioni che esso comporta in termini di austerità. Nel momento in cui sarebbe più che mai necessario uscire dai “trent’anni perduti” in cui la nostra società ha subito un degrado e un declino, sono state messe le premesse per altri decenni perduti, in grado di impoverire drammaticamente i popoli europei. Il nostro più di altri. Un furto di futuro che minaccia già le generazioni che lavorano o sono in pensione, ma che compromette gravemente soprattutto l’intera vita delle generazioni più giovani.

 

Giorgetti e Giorgetta: il cedimento

Durante il vertice del consiglio Ecofin, il ministro dell’economia italiano, Giorgetti, ha accettato il nuovo accordo deciso dai soliti noti, senza esporre quel potere di veto sulla riforma che la premier Giorgia Meloni aveva evocato, quasi esibito. La parola “riforma”, si sa, ormai è sempre un incubo, quando viene pronunciata a Bruxelles e Francoforte. Scrivi “riforma” e leggi “riforma in peggio”. Questa riforma non fa eccezione. L’accordo franco-tedesco la impone introducendo vincoli più stringenti, andando oltre la semplice ingiunzione di regole fiscali rigide. Tutto il modo di spendere le risorse diventerà sempre più condizionato e comandato dai «dittatori dello ‘spread’».

La novità principale riguarda la clausola di salvaguardia sul debito, che impone agli Stati con un debito superiore al 90% una riduzione annuale media dell’1% dello stesso, influenzando anche i deficit permessi. Il nuovo Patto rende più immediata l’attivazione delle procedure per deficit eccessivo, legate sia al deficit che al debito. La riforma, in vigore per la legge di bilancio del 2025, impone “aggiustamenti strutturali” annuali, anziché su una media spalmata su più anni. In pratica, la tagliola interviene da subito e sarà sempre più impossibile anche solo immaginare di fare una vera programmazione o una politica economica, con tanti saluti alle costituzioni che settant’anni fa diedero corpo ai diritti sociali. Quei diritti sociali, via via indeboliti dall’Unione europea nata a Maastricht nel 1992, saranno svenduti e consegnati per intero agli algoritmi dissennati degli eurocrati.

 

Il ritorno all'austerità

Nonostante gli obiettivi di deficit strutturale che all’inizio lasciano spiragli meno gravosi, la riforma del Patto di Stabilità segna un ritorno all’austerità, con ulteriori vincoli alle riforme e una possibile procedura di deficit eccessivo. La discussione sull’importanza di politiche “anticicliche” è stata totalmente ignorata. C’è spazio solo per un approccio più inflessibile, come se nell’Eurozona non fosse mai possibile una recessione. Ha vinto l’approccio tedesco, che non conosce la retromarcia nei confronti del «rispetto delle regole» da parte dei paesi perdenti (per Berlino è sempre più facile farla franca, invece), anche quando incontrano difficoltà politiche ed economiche. E queste difficoltà sono peraltro un effetto diretto dell’austerity, quel sistema che parla di crescita mentre fa tornare indietro l’economia, come se si pretendesse di aumentare la massa sanguigna facendo invece dei salassi sistematici.

 

I dirigenti tedeschi ci cooptano nel suicidio industriale

Le regole ci vengono imposte – non dimentichiamolo – da una classe dirigente molto particolare, quella tedesca, che ha accettato di “suicidare” la propria potenza industriale così come l’abbiamo conosciuta dopo la Seconda guerra mondiale. Non solo, è una classe dirigente che ha accettato di subire – senza dire né ai né bai – un atto di guerra dai propri alleati d’Oltreoceano che hanno prima rivendicato e poi attuato la distruzione di un’infrastruttura energetica costosissima come il Nord Stream. Ha acconsentito all’imposizione tragica di separare artificialmente le sorti germaniche – alla fine europee – da ogni conveniente integrazione con le economie eurasiatiche. Una classe dirigente siffatta accetta insomma un drastico ridimensionamento dell’autostrada che essa stessa aveva costruito. Sono pazzi, forse? Può essere. Ma da qualche parte ci deve essere un intento razionale, una convenienza, un’aspirazione a un nuovo cammino, magari un sentiero accidentato, che le porti a un posto al sole. In estrema sintesi, le classi dirigenti stanno sacrificando il proprio e altri popoli intorno a una Europa più rigida, più impoverita, più insicura, più esposta alla guerra, purché possano riservare per sé stesse un potere di intermediazione delle risorse che presume una rigidissima gerarchia.

 

La vecchia-nuova gerarchia

Pensano a un sistema più compatto, nell’insieme più povero ma più controllabile, basta che non si metta in discussione la gerarchia riorganizzata.

Al vertice si installano gli interessi degli Stati Uniti, diventati meno negoziabili, da accettare in blocco contro i nostri interessi.

Sotto ci sono gli interessi della superclasse europea che potrà persino tentare una fuga in avanti costituzionale per aumentare i poteri del sistema di comando continentale (Draghi scalda già i motori): nel bagno di sangue della deindustrializzazione si seleziona un sistema di imprese senza più velleità globali o di indipendenza. Nessuna ambizione alla Enrico Mattei sarà tollerata e le varie classi dirigenti nazionali sono state già rieducate in proposito fino al midollo: cieca obbedienza, a destra e a sinistra, arrese a un “vincolo esterno” reso sempre più indiscutibile.

Più sotto ancora, si accentuerà la demolizione sistematica delle classi medie e la distruzione di qualsiasi velleità di “ascensore sociale”. Moltitudini di individui saranno sacrificate, assieme a intere regioni. Per le isole mediterranee e per il Mezzogiorno d’Italia è una prospettiva terribile.

Moneta unica e infrastrutture giuridiche dell’austerity saranno sempre di più il sistema di dominio degli oligarchi, cui si affiancheranno le nuove leggi digitali europee che svuoteranno dall’interno, per via amministrativa, i diritti costituzionali di libertà, consegnando il senso comune a una manciata di super-feudatari della comunicazione, integrati con l’apparato militare-industriale e con l’intelligence statunitense.

Un’Europa così ingabbiata, ormai “ucrainizzata”, sarà pronta a offrire carne da cannone alle nuove guerre egemoniche mondiali, per interessi che risiedono molto lontano.

 

Un'idea diversa da costruire

Pino, ma come, – mi direte – ci proponi di leggere e vederci dentro tutte queste cose nel Patto di Stabilità? Non starai mica esagerando? In fondo è solo la prosecuzione di un “trend”, tristemente burocratico, non necessariamente la premessa di un nuovo regime dalle venature così luciferine.

Posso rispondere a mia volta con una domanda: possiamo permetterci di sbagliare per sottovalutazione? Troppe volte si è ripetuto, per anni e per decenni, questo errore. Stavolta non possiamo permetterci di sottovalutare i progetti dell’élite, tantomeno quando di presentano con la loro ottusità formalista. Non è solo inerzialmente dannosa. È un progetto sulla vita. La nostra vita. E se c’è in ballo la vita nostra e dei nostri figli, dovremo agire con un’idea diversa della nostra esistenza, della sovranità, dello stare nei popoli. Parliamone insieme e costruiamo questa vita.

da qui



Patto di stabilità. Il governo Meloni ha dato il via libera al suicidio dell'Italia - Gilberto Trombetta

Il Governo Meloni ha accettato di fare 20 miliardi di euro di tagli alla spesa pubblica. Ogni anno. Fino al 2027. Dal 2028 i tagli raggiungerebbero invece i 100 miliardi di euro l’anno visto che rientrerà in gioco il computo degli interessi sul debito (più di 80 miliardi di euro l’anno) che è invece temporaneamente accantonato per il triennio 2025-27. Quadriennio se calcoliamo il 2024 che è l’anno in cui tornerà il Patto di (in)stabilità e (de)crescita e quello delle elezioni europee.

Il piano di rientro verrà elaborato dalla Commissione Europea e riguarderà un periodo di 4 anni. Piano di rientro che, su richiesta del Paese sanzionato, potrà essere dilazionato in 7 anni in cambio di… indovinate di cosa? Esatto! In cambio delle riforme (quelle lacrime e sangue che i vari Governi ci hanno imposto negli ultimi 30 anni al grido di “ce lo chiede l’Europa!”).
Il Governo ha accettato l'accordo raggiunto da Francia e Germania sul nuovo Patto «in uno spirito di compromesso», per usare le parole del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita risulta addirittura peggiorativo rispetto alla versione precedente. Non era facile. Hanno insomma vinto i falchi guidati dalla Germania. Quella che trucca i conti nascondendo dal bilancio federale centinaia di miliardi di euro.

Nel nuovo patto restano ovviamente sia il tetto del 60% al rapporto debito/PIL, sia quello del 3% per il deficit/PIL.

I Paesi con un rapporto debito/PIL superiore al 90% dovranno ridurre il debito dell’1% l’anno (dello 0,5% i Paesi con rapporto superiore al 60% ma inferiore al 90%).

Per l’Italia, come dicevamo, si tratterebbe di oltre 100 miliardi di euro di taglio della spesa pubblica tenendo contro degli interessi sul debito (86 miliardi di euro, il 4,2% del PIL, nel 2024). Scomputando il costo degli interessi, il taglio è di “soli” 20 miliardi di euro l’anno.

L’accordo prevede anche che i Paesi che abbiano un rapporto debito/PIL superiore al 60% e un rapporto deficit/PIL superiore al 3% riducano il deficit dello 0,5% l’anno fino a raggiungere un rapporto dell’1,5%.

La Commissione Europea ha già detto che la legge di bilancio 2024 di molti Paesi non rispetta i nuovi parametri e che questi Paesi saranno quindi sanzionati.

L’unica concessione ottenuta (dalla Francia, ovviamente) è che i Paesi sottoposti al piano di rientro forzoso possano nel triennio 2025/27 scomputare gli interessi sul debito dal taglio della spesa pubblica.

Non è chiaro al momento se ci sarà un occhio di riguardo per la spesa legata agli investimenti. Ovviamente solo per quelli a debito legati al PNRR. Che sono poi quelli di cui non abbiamo bisogno.

Insomma una riforma che avrebbe fatto la gioia d i qualsiasi governo tecnico. O a guida PD. Che sono poi la stessa cosa.
Parafrasando il deputato leghista Alberto Bagnai «La differenza tra un governo di centrodestra e uno di centrosinistra non salta all’occhio. Perché non c’è. Un giorno capirete».

da qui


giovedì 26 gennaio 2023

C'era una volta il servizio sanitario nazionale - Gilberto Trombetta

Secondo il 18° Rapporto CREA Sanità¹, al SSN mancano almeno 50 miliardi di euro per avere un’incidenza media sul PIL analoga agli altri Paesi EU. Rispetto ai quali la spesa sanitaria del nostro Paese registra, nel 2021, una forbice del 44% in meno di spesa pubblica. 


Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media EU dell’82,9%. La spesa privata ha raggiunto 41 miliardi di euro (il 2,3% del PIL, contro una media EU del 2,0%): oltre 1.700 euro a nucleo familiare, il 5,7% dei consumi.


Durante la scellerata gestione del Covid, solo le famiglie appartenenti al 20% più abbiente hanno potuto contrastare le difficoltà di accesso ai servizi del SSN con un aumento della loro spesa privata.


In Italia mancano decine di migliaia di operatori sanitari rispetto alla media europea e al reale fabbisogno (grafici 4, 5, 6 e 7): medici ospedalieri (ne dovremmo assumere 15.000 l'anno per i prossimi 10 anni), medici di famiglia (5.000 in meno negli ultimi 5 anni) e infermieri (ne mancano 250.000).


Il diritto di accesso universalistico e gratuito alle cure, insieme a quello all'Istruzione, sono - dovrebbero essere - i pilastri su cui si fonda uno Stato impegnato a ridurre le disuguaglianze anzichè aumentarle.


L'esatto contrario di quello che viene fatto dai Governi italiani degli ultimi 30 anni.

[¹ https://www.creasanita.it/18vol.../Libro_finale_completo.pdf]

 

da qui

mercoledì 14 settembre 2022

Il più grande inganno dei ladri di futuro - Gilberto Trombetta

 

Come trasferire la maggior parte della ricchezza prodotta direttamente nelle tasche dell’1%? Come evitare che i profitti siano suddivisi equamente tra lavoratori e datori di lavoro? Come distruggere le PMI e le botteghe artigiane per avvantaggiare le grandi multinazionali? Come togliere potere alle contrattazioni collettive dei lavoratori? Come rivolgere le armi economico-finanziarie di cui dispone solo uno Stato contro l’interesse comune?


Queste sono le domande a cui le classi dominanti hanno dovuto trovare risposta per ribaltare un sistema che aveva garantito crescita e diminuzione delle disuguaglianze a partire dagli anni 30 e, ancora di più, dopo la fine delle due Guerre Mondiali.


Le risposte sono arrivate con la rivoluzione di Reagan e della Thatcher, con la globalizzazione, con la controriforma liberale iniziata a metà degli anni 70. Un salto indietro nel tempo di quasi un secolo. Un ritorno, sotto tantissimi punti di vista, all’800. Con in più la rivoluzione digitale.


Un progetto di restaurazione del potere e della ricchezza concentrati nelle mani di pochi il cui più grande successo sono stati l’Unione Europa e l’euro.


Un esempio perfetto dello Stato non più al servizio dei cittadini, ma dei mercati e dei più ricchi. Un mix mortifero di libera circolazione di merci, capitali e lavoro, deflazione salariale, politiche fiscali pro-cicliche in recessione e anti-cicliche nelle minuscole fasi di crescita.


Perché, lungi dall’essere stato un errore, quella della UE dell’euro è una storia di successo. Del più grande successo dell’1%.

Un costrutto che proprio per i suoi punti fondanti si scontra soprattutto con la Costituzione di un Paese. Con la sua impostazione sociale ed economica: quella italiana.


Perché passare da obiettivi di piena occupazione alla stabilità dei prezzi, passare dalla sovranità popolare alla cessione della stessa a enti sovranazionali non eletti e ammantati di scientismo, è come per un qualsiasi organismo passare dalla vita alla morte. Un capovolgimento di fase non sostenibile.


Quello che deve essere chiaro, è che non si è trattato di un errore, di un malfunzionamento di sistema, di un esperimento andato storto.

I milioni di poveri in più, di disoccupati, di sottoccupati, di sfruttati, le decine di migliaia di aziende chiuse, i suicidi per la crisi, le centinaia di migliaia di giovani laureati costretti a scappare da un Paese in lenta agonia da oltre un ventennio, la distruzione sistematica dei risparmi, del valore degli immobili e l’abbattimento progressivo dello Stato sociale, sono tutti figli di una granitica volontà politica.


Eppure ci sono strade da rifare, ponti e gallerie da manutenere, metropolitane da costruire, reti autostradali e ferroviarie da ampliare. Scuole e Ospedali da abbattere e ricostruire, territori da mettere in sicurezza dal rischio idrogeologico e sismico.


Fabbriche da aprire, poli industriali da ricreare, distretti portuali da organizzare. E ancora le centrali per la produzione di energia pulita. Sistemi educativi da ripensare. E poi gli investimenti nella ricerca.


Ma il Paese sta lentamente morendo. Da diversi decenni ormai. Perché? Una domanda e un'offerta che non riescono a incontrarsi, a diventare effettive.

Perché?


Perché manca - ci ripetono da tanto, troppo tempo - il mezzo di comunicazione finanziario per mettere in connessione due bisogni reali, che non hanno scarsità del bene da scambiare, ma della valuta che regola questo scambio.


Perché “Mancano i soldi”, insomma.


Una delle più grandi bugie che siano mai state raccontate. E quella forse con le conseguenze più gravi sulla vita di milioni di essere umani.


La BCE negli ultimi anni, solo per l'acquisto dei titoli pubblici, ha creato dal nulla migliaia di miliardi di euro. Dal nulla. Non estratti dalle miniere o dalle nostre tasse. Tanto meno dai soldi dei pensionati norvegesi.


Non mancano mattoni, ferro, cemento, materie da lavorare, da trasformare che giustifichino tutti i poveri e i disoccupati. Che giustifichino tutta questa disperazione. Si tratta di un modello economico fondato sulla scarsità, sulla privazione, dal lato della domanda. E sullo spreco dal lato dell'offerta.


Una modello che si regge su bugie e su argomentazioni pseudo-tecniche e scientiste (NAIRU, output gap, PIL potenziale). Un modello che rappresenta un vergognoso attacco al Paese e ai suoi abitanti.


Perché, come spiega Simon Wren-Lewis, professore di economia politica alla Oxford University, «una semplice verità, che non ascolterete dai media, è che in un'economia con un tasso di cambio flessibile e una propria Banca Centrale come il Regno Unito, lo Stato non può mai andare in bancarotta, poiché la Banca Centrale può acquistare il debito pubblico».


Perché come spiega Acocella nel suo Elementi di politica economica «il disavanzo può essere finanziato in due modi, attraverso la creazione addizionale di base monetaria o l'emissione di nuovi titoli del debito pubblico. Le due modalità di finanziamento in deficit hanno natura ed effetti notevolmente diversi. La prima differenza tra i due modi di finanziamento consiste nel loro diverso costo. È chiaro che il finanziamento con il debito è costoso. Il finanziamento con base monetaria è invece spesso meno costoso o niente affatto costoso.


Non lo è affatto se realizzato tramite emissione di biglietti o monete del Tesoro, se si prescinde dai costi materiali dell'emissione; lo è in minima misura, se ottenuto nell'ambito di convenzioni tra Stato e Banca Centrale o di norme del genere di quelle che, fino al 1981 (ossia al cosiddetto "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia) prevedeva l'obbligo di quest'ultima di finanziare lo scoperto del Tesoro sul conto corrente di Tesoreria. Questa linea di credito, infatti, poteva essere mantenuta indefinitamente nel tempo e, anzi, tendeva a crescere in valore assoluto all'aumentare del valore della spesa pubblica, diventando una forma stabile di finanziamento del deficit».


Ci stata per decenni propalata una retorica basata sulla mancanza di soldi, sull’aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, sulla pericolosità di un alto debito pubblico, su un Paese i cui abitanti (noi) sarebbero antropologicamente portati al crimine, all’evasione, all’ozio, al non rispetto delle regole.

Perché se ti convincono di essere antropologicamente inferiore, quasi geneticamente, sarai tu stesso a chiedere il vincolo esterno. A chiedere che siano altri (tedeschi, francesi, americani), a decidere per te. Nel tuo interesse, ovviamente.


Quanto tutto questo sia stato voluto, perseguito e ottenuto lo si evince chiaramente dalle parole dei protagonisti. Gente che per superbia e convinzione di impunità, più di una volta ha detto verità agghiaccianti col sorriso in faccia.


Unione Europea ed euro sono servite e servono a mettere al riparo dal processo elettorale la più grande opera di impoverimento delle masse. La più grande opera di distribuzione e redistribuzione della ricchezza dal 99% della popolazione all’1% più ricco.


La povertà, la disoccupazione, la disuguaglianza sociale, le milioni di vite distrutte, il futuro strappato alle nuove generazioni costrette a emigrare. Tutte queste atrocità non sono frutto del destino infame, sono una scelta politica.


Dettata da tornaconto personale di pochi e dalle false credenze di alcuni. Sulle quali ci si sta però giocando la vita, i sogni, le speranze, il futuro di intere popolazioni.

 

da qui