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martedì 27 maggio 2025

La resistenza psichica in Palestina

Samah Jabr, psichiatra, scrittrice, dirige l’unità di salute mentale del Ministero della sanità palestinese. Nell’aula gremita del dipartimento di economia dell’Università “Roma Tre” il 20 maggio ha presentato il suo ultimo documento sul massacro psicofisico in atto a Gaza e Cisgiordania: Il tempo del genocidio. La casa editrice “Sensibili alle foglie”, si è fatta promotrice della fenomenale pratica psicosociale della dottoressa Jabr, pubblicando i suoi precedenti lavori, Dietro i fronti (2019) e Sumud (2021) che offrono allo sguardo italiano lo spaccato atroce delle conseguenze psichiche ed esistenziali della sistematica distruzione di vite in Palestina ad opera del governo di Israele (qui una sua testimonianza in video).

Il fulcro della pratica difficile della psicoterapia a Gaza, a Gerusalemme e in Cisgiordania consiste nella necessità di ritessere il mondo da parte delle donne e dei bambini, quando sopravvivono alle bombe, alle torture e alla detenzione. Avendo l’esercito israeliano preso di mira il sistema sanitario palestinese (140 specialisti detenuti, torturati e uccisi, ospedali distrutti e non più in grado di curare anche quando si interrompono i bombardamenti), e usando la fame come arma, le difficoltà maggiori consistono nel mancato riconoscimento dei traumatismi che l’occidente insiste nel rubricare come sintomi di stress post-traumatico.

Ma, dice la dottoressa Samah, in Palestina non c’è un “post”. Il trauma è continuo, cumulativo e irrappresentabile secondo i canoni discriminanti della psichiatria occidentale. Riporta un’indagine di Al-Jazeera che in un giorno esplodono 42 bombe, 12 edifici distrutti, 15 morti, 6 bimbi, 35 bimbi feriti con una media di 60 morti giornalieri. Il che significa ospedali e strutture sanitarie distrutte; il che significa ancora che il sistema sanitario palestinese per molti anni non esisterà. Se da più di 100 giorni Israele blocca cibo, acqua e qualsiasi aiuto umanitario, la fame diviene un’arma di genocidio. Citando un’inchiesta della rivista scientifica “Lancet”, disponibile sul suo sito web, la dottoressa Jabr mostra che i 60.000 morti palestinesi dal 7 ottobre 2023 a oggi devono essere moltiplicati per 4,5 e il moltiplicatore riguarda gli scomparsi, i deceduti per malattia e per inedia che non sono conteggiati dalle autorità.

Il tutto configura una catastrofe psichica che eccede in maniera significativa i criteri della sintomatologia del disagio comunemente rubricati nella categoria del manuale diagnostico statistico (DSM) dell’American Psychiatric Association, peraltro “affetta” da intrinseca raccomandazione alla dipendenza da psicofarmaci, oltre che da deflagrante logica coloniale, come già avevano dimostrato Franz Fanon e Michel Foucault all’epoca dell’indipendenza algerina e oltre.

La pratica clinica in Palestina deve infatti fronteggiare: ragazzi e ragazze con disordini alimentari. Depressione e senso di colpa di madri per aver generato figli e figlie in un mondo assassino. Deficit di attenzione in studenti e studentesse brillanti costrette a studiare in scuole con curricula israeliani, pena la chiusura. Piccoli che portano interamente sulle loro spalle la responsabilità di intere famiglie con padri uccisi o detenuti.

La politica diventa un affare personale, dice Samah Jabr, in un trauma collettivo prodotto socialmente. Perché la condizione traumatica non risale al 7 ottobre ma a 77 anni di occupazione, di furto della terra e di pulizia etnica variamente articolata. E lo stesso concetto di trauma non può essere generalizzato perché la Palestina non è un territorio con confini da stato territoriale, ma è l’insieme frammentato di almeno cinque comunità tra Gaza, Gerusalemme, West Bank. Le condizioni psicosociali delle diverse énclaves sono diverse per ognuna e quando si parla di disagio psichico bisogna anzitutto chiedersi di quale gruppo parliamo.

La salute in generale dipende molto dall’aiuto delle ONG e delle organizzazioni umanitarie il cui limite però è avere un approccio biomedico alla “psicopatologia”, pur essendo essenziale il loro intervento, oggi in gran parte vietato.

La violenza, integrata nella vita quotidiana palestinese, la disoccupazione di massa, la povertà, la fame e l’esperienza soffocante dei check points producono invidia, competizione e vittimizzazione che sono versioni diverse del cosiddetto stress post-traumatico secondo la psichiatria mainstream.

Il colonialismo psicologico ne è l’effetto, perché laddove la clinica considera solo il trauma individuale e argomenta del possibile ritorno ad una situazione pre-trumatica con un approccio “omeostatico” e neutrale, niente di tutte queste stupidaggini ha a che vedere con la reale condizione di deprivazione dei palestinesi.

La letteratura occidentale, dice la dottoressa Jabr, non ha mai riconosciuto la Nakba e parla di stress post-trauma e di depressione quando la realtà è che il 70 per cento dei palestinesi non distingue tra depressione e oppressione. Il che significa che lo stato d’animo prevalente è rabbia e umiliazione, peraltro alimentate dal regime di apartheid, con l’affievolirsi progressivo della volontà di resistenza.

Esempio: donne che vedono la propria abitazione rasa al suolo, si sentono male e vengono portate ai pronto soccorso israeliani e si sentono dire che stanno fingendo i loro sintomi.

Come dunque fronteggiare l’emergenza? Il lavoro della dottoressa Jabr e delle incredibili équipes dei pochi presidi psicosanitari ancora operanti in Cisgiordania e in ciò che rimane di Gaza si articola in diverse pratiche di restituzione di una diversa rappresentazione della società palestinese: gruppi di ascolto, socialità in spazi aperti, laboratori di cucina e di abiti tradizionali, incontri collettivi di ex-prigionieri, piantumazione, tutti momenti di comune, che consentono a gruppi, villaggi, amicizie, di continuare la vita di resistenza ormai secolare degli abitanti.

Il Sumud, resistenza e persistenza di vita, è tutto questo, ed è bellezza, incredibile capacità istintiva di esistere, di radicarsi laddove la terra frana, è dura, è resa deserto, appropriata e violata. Eppure le immagini che Samah Jabr ci mostra annunciano una realtà incancellabile: i bimbi si incontrano, costruiscono aquiloni, li fanno volare, poi rientrano nei gruppi, occhi magnifici di vita vera. Poi, il cavallo di Jenin: Dopo il bombardamento israeliano della città i bambini hanno costruito con le macerie un cavallo che troneggia nella piazza distrutta. L’esercito israeliano ha bombardato ancora quella piazza; i bambini hanno ricostruito il cavallo.

Il Sumud è terapia, letteratura, arte, terra. Solo persone che hanno vissuto questa esperienza possono capirlo, dice Samah Jabr. Anche la giustizia ha un effetto terapeutico. Mentre “qui” si parla per lo più di pace, “là” solo la negoziazione di una giustizia pacifica è lecita ed è essenziale. Il riconoscimento del dolore e la solidarietà hanno un effetto terapeutico. Perché non riguarda solo “loro”, ma anche “noi”, anzi in primo luogo riguarda chi oggi è silente, complice, vuole armarsi e continuare ad uccidere.

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venerdì 15 novembre 2024

In che modo la carestia di Gaza provocata da Israele si ripercuote sul resto dei palestinesi - Samah Jabr

 

Come professionista della salute mentale riscontro sempre più spesso tra i palestinesi disturbi alimentari causati da traumi socio-politici.

La guerra israeliana a Gaza ha preso forma attraverso una molteplicità di atroci manifestazioni di cui la più perfida e devastante è l’uso della fame come arma. Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato che “non sarà consentito l’ingresso a Gaza di elettricità, né cibo, né carburante”. La giustificazione era che Israele “sta combattendo contro gli animali umani”.

Due settimane dopo il membro della Knesset Tally Gotliv ha dichiarato: “Senza fame e sete tra la popolazione di Gaza… non saremo in grado di corrompere le persone con cibo, bevande, medicine per ottenere informazioni”.

Nei mesi successivi Israele non solo ha ostacolato la consegna degli aiuti ai palestinesi a Gaza ma ha anche preso di mira e distrutto infrastrutture per la produzione alimentare, tra cui campi coltivati, panifici, mulini e negozi di alimentari.

Questa strategia deliberata, volta a sottomettere e spezzare lo spirito del popolo palestinese, ha causato innumerevoli vittime a Gaza, molte delle quali neonati e bambini piccoli. Ma ha avuto anche profonde conseguenze per il resto dei palestinesi.

Come professionista della salute mentale ho assistito in prima persona al tributo psicologico e fisico che questa punizione collettiva ha avuto sugli individui nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata. Ho osservato come i giovani palestinesi stiano sviluppando rapporti complicati col cibo, i loro corpi e la loro identità sociale e nazionale in risposta agli orrori di cui sono testimoni e di cui sentono parlare ogni giorno.

La guarigione richiederebbe un intervento molto più complesso, che tenga conto non solo del trauma individuale ma anche di quello politico e storico dell’intera società.

Matrice politica e sociale del trauma

Per comprendere l’effetto dell’arma della fame è essenziale considerare il più ampio quadro sociale e psicologico in cui si verifica. Ignacio Martín-Baró, una figura di spicco nella psicologia della liberazione, ha postulato che il trauma sia un evento sociale. Ciò significa che il trauma non è semplicemente un’esperienza individuale, ma è radicato ed esacerbato dalle condizioni e dalle strutture sociali che circondano l’individuo.

A Gaza l’insieme di elementi traumatogeni comprende l’assedio in corso, l’aggressione genocida e la deliberata privazione di risorse essenziali come cibo, acqua e medicine. Il trauma che ne deriva è aggravato dalla memoria collettiva della sofferenza durante la Nakba (la pulizia etnica di massa dei palestinesi nel 1947-8), dagli spostamenti continui e dall’oppressione sistemica dell’occupazione. In questo ambiente il trauma non è solo un’esperienza personale ma una realtà collettiva, socialmente e politicamente radicata.

Sebbene i palestinesi fuori Gaza non stiano sperimentando direttamente la violenza genocida scatenata lì da Israele, sono esposti quotidianamente a immagini e storie strazianti su di essa. E’ soprattutto traumatizzante assistere all’imposizione incessante e sistematica della fame sugli abitanti di Gaza.

Nel giro di poche settimane dalla dichiarazione di Gallant, a Gaza ha iniziato a farsi sentire la carenza di cibo. A gennaio i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle, soprattutto nella parte settentrionale di Gaza, dove un collega mi ha detto di aver pagato 186 euro per una zucca. Più o meno in questo periodo hanno iniziato ad essere diffuse notizie su palestinesi costretti a mescolare foraggio per animali alla farina per fare il pane. A febbraio le prime immagini di neonati e bambini palestinesi morti di malnutrizione hanno inondato i social media.

A marzo l’UNICEF segnalava che nel nord di Gaza 1 bambino su 3 sotto i 2 anni era gravemente malnutrito. Ad aprile Oxfam stimava che l’assunzione media di cibo per i palestinesi nel nord di Gaza non superasse le 245 calorie al giorno, ovvero solo il 12% del fabbisogno giornaliero. Più o meno nello stesso periodo il Ministero della Salute palestinese ha annunciato che 32 palestinesi, tra cui 28 bambini, erano stati uccisi dalla fame, sebbene il numero reale di morti fosse probabilmente molto più alto.

Sono circolate anche storie di palestinesi uccisi a colpi di arma da fuoco mentre erano in attesa della distribuzione degli aiuti alimentari o annegati in mare mentre cercavano di raggiungere [le casse di] cibo paracadutato da parte di governi che sostengono la guerra israeliana contro Gaza.

In una lettera pubblicata il 22 aprile sulla rivista medica The Lancet il dottor Abdullah al-Jamal, l’unico psichiatra rimasto nel nord di Gaza, ha scritto che l’assistenza sanitaria riguardante la salute mentale era stata completamente devastata. Ha aggiunto: “I problemi più grandi ora a Gaza, specialmente nel nord, sono la carestia e la mancanza di sicurezza. La polizia non è in grado di operare perché viene immediatamente presa di mira da droni spia e aerei mentre tenta di ristabilire l’ordine. Bande armate che collaborano in qualche modo con le forze israeliane controllano la distribuzione e i prezzi di prodotti alimentari e farmaceutici che entrano a Gaza come aiuti, compresi quelli lanciati con i paracadute. Alcuni prodotti alimentari, come la farina, hanno raddoppiato il loro prezzo molte volte, il che esacerba la crisi della popolazione”.

Casi clinici di trauma da fame

La carestia imposta da Israele a Gaza ha avuto sulle comunità palestinesi effetti a catena psicologici e fisici. Nella mia pratica clinica ho incontrato diversi casi nella Gerusalemme Est occupata e nella Cisgiordania occupata che illustrano come il trauma della fame a Gaza si rifletta sulle vite dei giovani palestinesi lontani dalla zona di conflitto. Eccone alcuni.

Ali, un diciassettenne della Cisgiordania, ha sperimentato cambiamenti nel comportamento alimentare e ha perso 8 kg in due mesi dopo l’arresto di un suo amico da parte delle forze israeliane. Nonostante la significativa perdita di peso, ha negato di sentirsi triste, insistendo sul fatto che “la prigione rende uomini”. Tuttavia, riusciva ad esprimere più apertamente la sua rabbia per le condizioni a Gaza e le interruzioni dei ritmi del suo sonno suggerivano un profondo impatto psicologico. “Non riesco a smettere di guardare i bombardamenti e la carestia a Gaza, mi sento così impotente”. La perdita di appetito di Ali è una manifestazione dell’interiorizzazione della sua rabbia e del suo dolore, come riflesso del più ampio trauma sociale che lo ha avvolto.

Salma, di soli 11 anni, ha accumulato nella sua camera da letto scatolette di cibo, bottiglie d’acqua e fagioli secchi. Ha detto che si sta “preparando al genocidio” in Cisgiordania. Il padre di Salma ha riferito che quando porta a casa cibi costosi come carne o frutta lei diventa “isterica”. La graduale diminuzione dell’assunzione di cibo e il rifiuto di mangiare, che si sono esacerbati durante il mese del Ramadan, rivelano un profondo senso di ansia e colpa per la fame dei bambini a Gaza. Il caso di Salma illustra come il trauma della fame, anche se sperimentato indirettamente, possa alterare profondamente il rapporto di un bambino con il cibo e il suo senso di sicurezza nel mondo.

Layla, una ragazza di 13 anni, si presenta con una strana incapacità di mangiare e la descrive come una sensazione che “qualcosa nella mia gola mi impedisce di mangiare; c’è una spina che mi blocca la gola”. Nonostante approfonditi esami clinici non è stata trovata alcuna causa fisica. Nel corso di ulteriori colloqui è emerso che il padre di Layla è stato arrestato dalle forze israeliane e da allora non ha più saputo nulla di lui. L’incapacità di Layla di mangiare è una risposta psicosomatica al trauma della prigionia di suo padre e alla sua consapevolezza della fame, della tortura e della violenza sessuale inflitte ai prigionieri politici palestinesi. È stata anche profondamente colpita dai resoconti sulla fame e violenza a Gaza e sente la relazione tra la sofferenza a Gaza e il destino incerto di suo padre; il che ha amplificato i suoi sintomi psicosomatici.

Riham, una ragazza di 15 anni, ha sviluppato vomito involontario ripetuto e un profondo disgusto per il cibo, in particolare la carne. La sua famiglia ha una storia di obesità e gastrectomia, ma lei ha negato qualsiasi preoccupazione per l’immagine corporea. Attribuisce il suo vomito alle immagini di sangue e smembramento di persone a Gaza. Nel tempo, la sua avversione si è estesa ai cibi a base di farina, spinta dalla paura che potessero essere mescolati con foraggio per animali. Sebbene sia consapevole che questo non accade dove si trova, quando cerca di mangiare il suo stomaco rifiuta il cibo.

Un invito all’azione

Le storie di Ali, Salma, Layla e Riham non sono casi classici di disturbi alimentari. Li raggrupperei come casi di disordine alimentare dovuto a un trauma politico e sociale senza precedenti nel contesto di Gaza e del territorio palestinese nel suo complesso.

Questi bambini non sono solo pazienti con problemi psicologici eccezionali. Soffrono gli effetti di un ambiente traumatogeno creato dalla violenza coloniale in corso, dall’uso della fame come arma e dalle condotte politiche che perpetuano queste condizioni.

In quanto professionisti della salute mentale è nostra responsabilità non solo curare i sintomi presentati da questi pazienti ma anche affrontare le radici politiche del loro trauma. Ciò richiede un approccio olistico che tenga conto del contesto sociopolitico più ampio in cui vivono questi individui.

Il supporto psicosociale dovrebbe dare forza ai sopravvissuti, ripristinare la dignità e soddisfare i bisogni di base, in modo che comprendano l’interazione tra condizioni oppressive e la loro vulnerabilità e sentano di non essere soli. Gli interventi basati sulla comunità dovrebbero essere eseguiti promuovendo spazi sicuri in cui le persone possano elaborare le proprie emozioni, impegnarsi in narrazioni collettive e ricostruire un senso di controllo.

I professionisti della salute mentale in Palestina devono adottare un quadro di psicologia della liberazione, integrando il lavoro terapeutico con il supporto della comunità, la difesa pubblica e gli interventi strutturali. Questo comprende affrontare le ingiustizie, contrastare le narrazioni che normalizzano la violenza e partecipare agli sforzi per porre fine all’assedio e all’occupazione. La difesa da parte dei professionisti della salute mentale fornisce ai pazienti un riconoscimento, riduce l’isolamento e promuove la speranza attraverso la dimostrazione di solidarietà.

Solo attraverso un tale approccio onnicomprensivo possiamo sperare di guarire le ferite degli individui e della comunità.

 

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Samah Jabr

Responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese

La dott.ssa Samah Jabr è una specialista in psichiatria che esercita in Palestina, dove si occupa delle comunità di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Attualmente è responsabile dell’Unità di Salute Mentale presso il Ministero della Salute Palestinese. È professoressa associata di Psichiatria e Scienze Comportamentali presso la George Washington University di Washington DC. La dott.ssa Jabr è una formatrice e supervisora con un’attenzione particolare alla Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT), collabora con la mhGAP [La Mental Health Gap Action Programme guideline dell’OMS che offre indicazioni, raccomandazioni e aggiornamenti per il trattamento di disturbi mentali, neurologici e abuso di sostanze, ndt.] e con il Protocollo di Istanbul per la documentazione della tortura.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

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lunedì 9 settembre 2024

Una lotta palestinese contro l’oppressione - Samah Jabr

 Articolo pubblicato originariamente su Al-Jazeera

Psichiatra di formazione, Samah Jabr tratta quotidianamente innumerevoli traumi personali e collettivi in Palestina.

L’identità

Non ho scelto di essere palestinese.

Quando sono nata in una famiglia palestinese di Gerusalemme, sono nata in una cultura, una storia, una tradizione e un popolo. Sono stata anche esposta ai numerosi traumi subiti dalla mia famiglia e dalla comunità in generale. Ognuno di questi fattori ha plasmato il mio percorso.

Non avrei scelto di trovarmi sulla scena di un crimine, ma mi sono trovata lì per caso. Mi rifiuto di essere trattata come un sospetto e ho cercato di fare il possibile per essere un testimone oculare fedele.

Non c’è quindi da stupirsi se ho scelto di diventare psichiatra, una professione che mi ha permesso di approfondire le cause della disperazione e delle difficoltà che noi palestinesi affrontiamo ogni giorno.

È anche il mio modo di offrire soluzioni o, per lo meno, modi per affrontarle.

Traumi individuali e collettivi

Sono uno dei pochissimi psichiatri in Palestina e attualmente sono la direttrice dell’unità governativa di salute mentale che supervisiona i servizi di salute mentale in tutta la Cisgiordania.

I miei studi di medicina hanno ampliato il mio senso di responsabilità sociale e da allora il mio lavoro mi ha portato in prossimità del dolore e della sofferenza umana. Ma la mia pratica va oltre la consultazione clinica, la formazione e il lavoro amministrativo di routine; tocca la sofferenza della più ampia comunità palestinese per i mali dell’oppressione e dell’occupazione israeliana.

Il mio lavoro è duplice: costruisco servizi di salute mentale e al contempo lavoro per ricostruire i danni che questi torti storici di lunga data hanno inflitto all’identità palestinese.

L’occupazione israeliana non è solo una questione politica, ma anche un problema di salute mentale. Le ingiustizie, le umiliazioni quotidiane e i traumi subiti da ogni singolo palestinese hanno causato una ferita ripetitiva, sia nella mente individuale che in quella collettiva del mio popolo. In Palestina, gli abusi e i traumi sono continui e duraturi e influenzano ogni aspetto della vita dei palestinesi. Le personalità individuali ne risentono, così come il sistema di valori della comunità nel suo complesso.

Ma finché queste condizioni persistono, i nostri strumenti di salute mentale sono solo palliativi? Ho pensato che fino alla fine dell’occupazione devo promuovere l’indipendenza e la libertà della mente delle persone. E le strategie di salute mentale che utilizzo devono andare più a fondo per scavare nelle cause profonde del nostro dolore.

Quando tratto una donna depressa a causa della violenza di genere, non posso limitarmi a darle un antidepressivo, ma devo coinvolgerla in modo che possa decidere cosa fare della causa centrale della depressione. Quando incontro un bambino maltrattato, ho la responsabilità etica di informare le autorità dell’abuso e di porvi fine, così come devo trattare il trauma del bambino.

Come in altre nazioni colonizzate, quando i palestinesi non riescono a resistere alla violenza che proviene dalla potenza occupante, questa violenza si esprime il più delle volte come conflitto interno, regressione sociale o violenza domestica.

Attraverso la lente della Palestina, ho imparato a guardare alla psichiatria e alla salute mentale in modo diverso. So che non posso adottare lo stesso approccio a una scienza sviluppata in una società occidentale mentre lavoro in una nazione occupata cronicamente, dove il nucleo di ogni individuo è stato danneggiato. Per lavorare in Palestina, bisogna comprendere il contesto e capire come l’ingiustizia danneggi la mente.

Al contrario, ho imparato a vedere la vita e la politica in Palestina dal punto di vista della salute mentale. Quando sento il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ridurre la lotta palestinese contro l’occupazione a un cliché; quando vedo i leader palestinesi partecipare al funerale di Shimon Peres, uno dei padri dell’occupazione israeliana, nonostante le proteste dei palestinesi; quando Israele parla di normalizzare le relazioni con Dubai e permette agli emiratini di visitare la Palestina occupata senza visto, mentre ai palestinesi all’estero viene negata qualsiasi visita alla terra da cui sono stati espulsi; in tutti questi momenti, mi rendo conto dell’immenso danno psicologico che gli atti politici hanno inflitto alla psiche collettiva palestinese.

Come gli individui, anche i gruppi possono perdere un autentico senso di identità di fronte a traumi e oppressioni. Le esperienze traumatiche possono provocare trasformazioni collettive: perdita di fiducia negli altri, riduzione della morale e dei valori, perdita della cultura e frattura delle relazioni. Se il trauma individuale danneggia il tessuto mentale, il trauma collettivo danneggia il tessuto sociale.

 

Una pesantezza incombe sulla nostra casa

Non si tratta di minimizzare l’impatto che l’occupazione ha avuto sugli individui o sulle famiglie. Al contrario, non c’è una sola casa in Palestina che sia sfuggita alle turbolenze interne.

Sono cresciuta in una casa di Gerusalemme piena di calore e apertura, eppure era una casa con un segreto, una casa in cui una storia era stata taciuta e nascosta sotto il tappeto.

Uno dei miei zii era stato condannato all’ergastolo all’età di 18 anni, quando era stato accusato di aver contribuito all’attentato del 1968 alla stazione centrale degli autobus di Tel Aviv. Sebbene si sia rivelato più fortunato di molti suoi compagni e sia stato rilasciato in un accordo di scambio di prigionieri più di dieci anni dopo, il dolore e il lutto della sua storia sono stati sentiti fortemente, ma lasciati inespressi, nella mia famiglia per molti anni.

Questa pesantezza in casa riemergeva ogni volta che sentivamo parlare di un giovane attivista palestinese catturato o ucciso dagli israeliani. Ogni volta che si diffondeva la notizia di questi eventi, ci sentivamo come se stessero accadendo di nuovo a uno di noi in famiglia.

Il peso di questo fardello era evidente anche negli atteggiamenti dei miei genitori. Ogni volta che avevo una reazione spontanea alle notizie, venivo rimproverata. “Non sono affari nostri, concentrati sugli studi!”, mi dicevano.

Trattata come un sospetto

Le cose al di fuori di casa mia non erano più facili.

Come palestinese di Gerusalemme, risiedo senza cittadinanza nella città dei miei genitori e dei miei nonni. Il mio status di residente permanente può essere revocato facilmente e per una miriade di motivi. Una serie di leggi e regolamenti riguardanti il matrimonio, la costruzione, la demolizione di case e altro ancora sono stati concepiti per soffocare la presenza palestinese a Gerusalemme. Sono applicate duramente a me e alla mia famiglia, ma non agli ebrei di Gerusalemme che occupano la mia terra.

Il mio documento di viaggio israeliano, un cosiddetto “lasciapassare”, mi definisce una persona senza identità. Anche questo è stato progettato per fare di me un’aliena, anche quando viaggio fuori dalla mia patria occupata.

Insieme ai miei connazionali, vengo regolarmente trattata con diffidenza come un sospetto diffidente.

Il mio primo ricordo vivido di questo quotidiano maltrattamento è stato vedere i miei genitori sottoposti a un’ispezione in un istituto israeliano. Venivano trattati come se fossero dei ladri. Imbarazzati, ma privi di qualsiasi potere politico, non potevano protestare o porre fine all’ingiustizia.

Il sistema dei checkpoint israeliani è stato istituito quando ero adolescente e da allora le perquisizioni corporali invasive e gli interrogatori dei palestinesi sono diventati la regola.

Nei miei viaggi, in diverse occasioni mi è stato confiscato il computer “per motivi di sicurezza” e i regali che speravo di portare agli amici all’estero sono stati distrutti. La mia agenda personale, i miei appunti privati e l’elenco dei contatti sul mio cellulare vengono ispezionati di routine. All’aeroporto israeliano non posso nascondere il mio aspetto di donna musulmana e non cerco di mitigare la mia identità araba dietro un finto accento americano. Il razzismo è ovunque, mentre mi dirigo verso il gate o la business lounge.

Quando osservo questo immenso sistema industrializzato – tutta la manodopera e tutta la paura che è stata investita per intimidire e sorvegliare persone come me – capisco che si sta commettendo un crimine feroce. Vorrei urlare ai funzionari di sicurezza, agli uomini e alle donne che mi perquisiscono. “Guardatevi allo specchio e troverete il vero colpevole!”.

Valorizzare la nostra umanità

Di fronte a tale oppressione, i palestinesi si sono visti negare la nostra umanità e le nostre esperienze. Tuttavia, come palestinesi, dobbiamo trovare il modo di usare la nostra storia e la nostra cultura per curare il danno fatto alle nostre menti e alla nostra identità.

Se l’occupazione israeliana mi vede come un sospetto, io insisterò invece per essere un testimone.

Il mio lavoro di medico, terapeuta, scrittore e insegnante mi ha aiutato a non cadere in un senso di inferiorità e di insignificanza. Anche se questo percorso non è stato facile, so che ne vale la pena.

In effetti, mi ricorda una storia che ho sentito per la prima volta da bambino.

Un gallo chiassoso cantava forte ogni mattina alle prime luci dell’alba, avvisando l’intera zona che era iniziato un nuovo giorno. Un giorno, un nuovo proprietario rilevò la fattoria e non fu affatto contento della sveglia del gallo. “Non cantare più, o ti tiro il collo!”, minacciò.

Il gallo capì che, se voleva sopravvivere, avrebbe dovuto smettere di cantare. Inoltre, pensò il gallo, ci sono altri galli nella fattoria che possono fare il lavoro. Il giorno dopo, nonostante il gallo avesse smesso di cantare, il contadino tornò con un’altra minaccia. “Ti comporti ancora come un gallo”, esclamò. “Nella mia fattoria voglio solo polli!”. Con la stessa logica, il gallo cominciò a camminare e a parlare come un pollo.

Il terzo giorno, il contadino tornò di nuovo. “Se sei una gallina, devi darmi un uovo ogni giorno”, gridò. “O domani ti macello!”. In quel momento il gallo capì finalmente che la sua strategia di sopravvivenza non serviva a nulla e che avrebbe voluto essere un gallo fin dall’inizio.

Anche se non ho scelto di essere palestinese, questo è ciò che sono. A differenza del gallo, non cercherò mai di essere qualcosa che non sono.

da qui

mercoledì 13 marzo 2024

Disagio psichico, Trincas (UNASAM): “Smantellano il servizio pubblico e poco controllo sugli amministratori di sostegno”

 

(intervista di Giulia Bertotto a Gisella Trincas)

Gisella Trincas è presidente UNASAM, Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale, la quale “sollecita l’attuazione, su tutto il territorio nazionale, di piani di intervento per la realizzazione dei servizi territoriali di salute mentale aperti sulle 24 ore sette giorni su sette. Sollecita il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e di tutti i luoghi di internamento. Svolge, su tutto il territorio nazionale, attraverso le Associazioni aderenti, una azione di prevenzione attraverso dibattiti pubblici e la pubblicazione e diffusione di agili dispense informative. L’UNASAM non vuole nuove leggi, ma l’applicazione urgente delle buone leggi che in Italia sono state fatte”.

L’abbiamo intervistata per parlare della controversa figura dell’Amministratore di sostegno, ma anche di alcune zone d’ombra più profonde nella questione del disagio psichico: la carenza strutturale della prevenzione e del ruolo dei mezzi di informazione nella criminalizzazione della sofferenza interiore.

GISELLA TRINCAS E LA FIGURA DELL’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO



Gisella Trincas, cos’è e come nasce l’amministrazione di sostegno?

L’istituto dell’amministrazione di sostegno nasce con la Legge 6 del 2004, dopo decenni di dibattito parlamentare, su proposta del giurista Paolo Cendon impegnato per l’eliminazione dell’interdizione e della inabilitazione, con la modifica del codice civile e l’introduzione di altro istituto giuridico (appunto l’amministrazione di sostegno) col compito di sostenere le persone con sofferenza mentale o disabilità nel loro progetto di vita senza togliere loro il diritto di scelta. Infatti anche dopo la Legge 180 tantissimi pazienti ancora internati negli ospedali psichiatrici erano interdetti. Queste persone erano dunque ridotte esclusivamente alla loro patologia, impedite nell’agire per i propri interessi, impossibilitate a gestire i propri beni. Noi come Unasam abbiamo subito appoggiato la proposta di Cendon in quanto ritenevamo gravemente discriminante l’interdizione. Crediamo infatti nell’emancipazione del paziente psichiatrico e nel miglioramento delle sue condizioni di salute, nella sua autodeterminazione e non nella privazione della sua libertà e capacità decisionale.

Questa figura nasce come una sorta di accompagnatrice volontaria, per offrire appunto accompagnamento e sostegno nell’esclusivo interesse della persona affetta da disturbo psichico o fragilità sociale; bisognosa di sostegno nel prendere le proprie decisioni ed effettuare le proprie scelte di vita. Abbiamo assistito invece, già dai primi anni successivi alla approvazione della Legge che non pochi amministratori di sostegno si sostituivano sempre più alla volontà della persona beneficiaria. I giudici iniziavano a scegliere persone estranee al nucleo familiare o di fiducia della persona beneficiaria. La scelta, in tante situazioni, ricadeva su persona totalmente estranea alla vita della persona beneficiaria con disturbo mentale, e questo cozza con il percorso riabilitativo/emancipativo che invece si dovrebbe sempre garantire alla persona che vive una condizione di sofferenza mentale. Nella provincia di Cagliari venne stilato un albo di candidati amministratori di sostegno da cui i tribunali attingevano per nominare gli amministratori. Si sono così costituite reti di professionisti come avvocati, commercialisti, operatori socio sanitari che lavoravano nelle cooperative e che consideravano “più redditizio” assumere tale incarico, associazioni di amministratori di sostegno. Tanti familiari conviventi venivano e vengono spesso tagliati fuori, e questo acutizza situazioni già difficili.


Sembra molto vischiosa e pericolosa questa situazione...

Lo è. Soprattutto considerando che spesso questi professionisti hanno campo libero nel gestire i beni ed eventuali patrimoni della persona, dal conto in banca del beneficiario con esclusiva gestione dell’amministratore. Con limiti mensili stabiliti dal Giudice Tutelare ma non totale discrezionalità nella gestione. Alcuni, non pochi, amministratori di sostegno assumono il controllo totale della gestione economica di centinaia di pazienti ma ci sono tanti aspetti della vita quotidiana e della vita sociale che passano in secondo piano. Tuttavia questo non è un sostegno nel percorso di responsabilizzazione della persona con disturbo psichico, ma di fatto si tratta di un’interdizione sotto altro nome, se vogliamo dirlo sinteticamente. Accade anche che sanitari ospedalieri o delle RSA sottopongano a amministratori di sostegno la firma per la contenzione fisica. E in presenza dell’amministratore di sostegno esterno alla famiglia, i familiari (pur conviventi) non abbiamo alcuna voce in capitolo per quanto riguarda i percorsi di cura dei loro cari.

Ci sono molte segnalazioni e testimonianze che ho potuto appurare in prima persona e che provano questo tipo di realtà e di degenerazione nella gestione di questo istituto giuridico che nasce per sostenere la persona in difficoltà e non per renderla incapace di provvedere a sé. Assistiamo ad abusi gravissimi della legge, ad esempio quando un amministratore di sostegno controlla gli accessi delle visite di parenti e amici durante le degenze in RSA, le strutture ospedaliere o le comunità terapeutiche. Tutto ciò in barba alla legge, la quale non stabilisce che la persona chiamata a svolgere tale incarico debba essere un professionista specifico, ma una persona (la cui prima scelta deve ricadere sui familiari per ovvie ragioni a meno che ci siano situazioni di grave conflitto con la persona beneficiaria che non consente tale scelta) che supporti la persona beneficiaria tenendo conto dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, delle sue possibilità, in un rapporto di assoluta fiducia e condivisione evitando azioni e decisioni che possano danneggiarla. Deve agire quindi con la massima cura e rispetto prestando attenzione a non limitarne la libertà e la capacità di compiere le sue scelte.

L’altro nodo critico è la questione della “indennizzo” di cui le persone beneficiarie e le loro famiglie si lamentano. Questo indennizzo è mensile e si aggira tra le 250/300 euro. Non è obbligatoria e infatti tanti amministratori di sostegno di nostra conoscenza svolgono la loro funzione senza rivendicare alcun indennizzo. Accade che amministratori di sostegno chiedano la quota di indennizzo anche quando la persona percepisce unicamente la pensione di invalidità civile e l’indennità di accompagnamento.


In una formula si tratta di amministratori senza sostegno. Cosa sta facendo l’Unasam per arginare questi abusi?

La convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e fragilità sociali non permette che vi siano delle leggi, nei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione, che sottraggono autodeterminazione alle persone. Per questo parliamo anche di violazione dei diritti umani. Oltre a sostenere le persone e le loro famiglie nella segnalazione di abusi ai Tribunali, le sosteniamo anche per quanto riguarda l’istanza di sostituzione dell’amministratore di sostegno inadempiente. Col nostro Comitato Scientifico (composto da giuristi, psichiatri, psicologi, sociologi, persone esperte per esperienza), raccogliendo le tante segnalazioni, abbiamo presentato ai Ministeri competenti e al Consiglio Superiore della Magistratura dei documenti in cui evidenziamo le criticità esistenti e proponiamo il loro superamento attraverso l’emanazione di Linee Guida che aggiustino queste storture giuridiche ed etiche. Tuttavia, a differenza di altre associazioni, non chiediamo l’abolizione dell’Istituto dell’Amministrazione di Sostengo ma la regolamentazione della figura e la modifica di alcuni passaggi anche nel testo di legge se necessario per migliorarne l’applicazione, coinvolgendo principalmente i familiari. Naturalmente laddove la persona beneficiaria sia d’accordo e non abbia leso o possa ledere gli interessi e la sua libertà.


LA PREVENZIONE


Un’altra importante criticità è la questione prevenzione in salute «La salvaguardia della salute mentale si attua intervenendo sui determinanti sociali, politici, economici, ambientali, che producono benessere (casa, lavoro, istruzione, contesti di vita, relazioni sociali). La prevenzione però ha a che fare con i primi imprinting anche non verbali che si ricevono in famiglia e con l’educazione emotiva precoce, anche neonatale. Questo non può essere oggetto di controllo sociale pubblico. Il sostegno sociale però può indirettamente intervenire per metterla in condizione di limitare e almeno non aggravare le sofferenze e le dinamiche del nucleo familiare?

La violenza non nasce nel momento episodico, ma ha radici nella vita della persona fin dalla più tenera età, dunque è chiaro che si deve lavorare su questo. Altrimenti sarà inutile fare proclami contro la violenza domestica, e anche contro l’ingiustizia e la guerra. Servono luoghi di opportunità e comunità dove si possa chiedere aiuto ed esprimere la propria personalità. Come dice lei, è evidente che non possiamo e non dobbiamo controllare i comportamenti intimi delle famiglie, ma è sul piano sociale e nel tessuto collettivo che dobbiamo scegliere cosa fare per a arginare la sofferenza psichiatrica.



SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO DI SOSTEGNO PSICHICO


Abbiamo dimenticato ciò che ci ha insegnato Basaglia e siamo tornati più indietro che mai in merito ai metodi di cura e sostegno e in merito al profilo etico della psichiatria. Pensa che il problema sia anche politico e che ci sia l’intenzione di dirottare la cittadinanza verso il settore privato?

Sì, credo ci sia l’intenzione di dirottare la cittadinanza verso il privato mentre viene smantellata la sanità pubblica; il denaro pubblico deve essere speso per scuole e finanziare aiuti sociali, servizi di studio e intrattenimento per adolescenti, oratori per i bambini in periferia, invece di guadagnare sulle armi e far fare profitti alle case farmaceutiche. Più che centri diurni spesso squallidi servono centri sociali aperti, facoltativi e non prescrittivi, di integrazione e non di ghettizzazione, dove persone con disagio psichico e non, possano incontrarsi. Piccole comunità sul territorio, all’interno dei paesi e delle città, frequentate da massimo otto persone, in cui le persone si mettono in gioco ricostruendosi e ricongiungendosi con la società. Questo può dare luogo, ad un passaggio successivo, alla vita autonoma o a case in condivisione, supportate se e quando serve. Ovviamente tutto questo deve essere valutato in base alle condizioni della persona, al suo percorso di ripresa individuale, al livello di autonomia raggiunto, alla possibilità di lavorare o meno, e ad altri fattori materiali ed emotivi della vita della persona.


COSA DICE LA LEGGE

Ricordiamo che la Legge 180 è la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi, stabilendo che di norma i trattamenti ospedalieri devono essere volontari e regolamentando il trattamento sanitario obbligatorio come estrema ratio. Affidando ai servizi di salute mentale territoriali diffusi sul territorio nazionale la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle persone con disturbo mentale senza imposizione alcuna.  Ciò ha fatto dell'Italia il primo paese al mondo (finora l'unico) ad abolire gli ospedali psichiatrici e gli ospedali psichiatrici giudiziari.

I rappresentanti delle istituzioni devono prendere una posizione chiara, non ambigua e non ideologica in merito. Esiste la legge 180 e questa va totalmente applicata. Mentre invece abbiamo due modi di agire e pensare la “malattia mentale”: da una parte la posizione basagliana, che considera la persona umana sofferente, il suo contesto di vita e la sua storia prima della patologia e lavora per costruire una relazione di fiducia e  comprendere dove nasce la sofferenza, in un rapporto dialogico e di reciprocità; dall’altro la visione biologista che presta attenzione ai sintomi attraverso i quali stabilire la diagnosi e la cura appropriata, generalmente con i farmaci, anche in misura massiccia, generalmente per tutta la vita considerandola una assoluta necessità

Basaglia insegnava a mettere la malattia tra parentesi, a sospendere il giudizio, senza ignorarla, e a fare un lavoro di analisi come si fa con tutti noi, nevrotici “nella norma”. Non si può quindi affermare che la 180 abbia fallito, quando la società e la psichiatria non è stata messa nelle condizioni di applicarla.


IL RUOLO DEI MEDIA

A proposito dell’omicidio della dottoressa Barbara Capovani, lei ha denunciato anche quella che sembra una sorta di complicità mediatica nel criminalizzare la patologia dell’interiorità[1]: «Si punta sempre sul sensazionalismo, sul creare nell’opinione pubblica un senso di opposizione e di ribellione, è questo il motivo per cui vengono fuori i commenti agghiaccianti che sentiamo negli ultimi giorni, come “Rinchiudeteli tutti” o “Riaprite i manicomi”[2]. Come per molte questioni di interesse collettivo la politica e la stampa sembrano fomentare la contrapposizione da stadio, la polarizzazione con tanto di tifo invece di affrontare temi complessi come questo con l’onestà intellettuale e la lucidità che imporrebbero.

La stampa tira fuori casi eclatanti e drammatici come questo senza contestualizzarli, senza conoscere o comprendere i retroscena biografici, sanitari, emotivi, della storia. Ho conosciuto personalmente Gianluca, nella visione di questa persona esisteva un complotto planetario contro di lui e l’umanità e come altri pazienti affetti da mania di persecuzione aveva fatto decine e decine di denunce contro vicini, ignoti e altri. A questa persona è stato impedito di avvicinarsi al centro di salute mentale di Pisa. Ma questo è assurdo, dove e a chi altro avrebbe dovuto rivolgersi? Questa tragedia ci deve far invece riflettere sulle falle del sistema sanitario psichiatrico italiano. Sui numeri insufficienti di operatori e i modi di agire per contenere le crisi, per prevenirle laddove possibile, infatti era stato anche legato durante un TSO, cosa che aveva confermato, a suo modo di vedere, i deliri persecutori. Molti lettori forse non sanno che l’elettroshock viene usato ancora in molti servizi psichiatrici di diagnosi e cura e Cliniche private. E che la contenzione fisica (legare la persona al letto, anche per giorni) è ancora una pratica disumana utilizzata.

Tuttavia non si può neanche affermare che ogni omicida o chiunque trasgredisca la legge non debba riparare la collettività con la detenzione -al fine- naturalmente, di un reinserimento sociale. Non si deve criminalizzare il disagio psichico né scambiare ogni reato con un problema di salute mentale, ma distinguere le situazioni; è un compito multidisciplinare complesso, ma per questo ci sono figure professionali specifiche. Penso che occorra svolgere una analisi approfondita del profilo psicologico e psichico e della vita della persona, col tempo che serve, e non in una o due sedute, per comprendere appieno il significato di quel gesto, e restituire alla persona la responsabilità di quel gesto. Non si tratta certo di giustificare, ma comprendere che occorre cambiare la narrazione della semplificazione e della demonizzazione.

[1] A proposito di Gianluca Paul Seung, 35enne che uccise la dottoressa Barbara Capovani, responsabile dell'unità funzionale Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Pisa, colpendola alla testa con un corpo contundente: https://www.pisatoday.it/cronaca/perizia-psichiatrica-gianluca-paul-seung-omicidio-capovani-pisa.html.

[2] http://www.conferenzasalutementale.it/2023/05/03/applicate-la-legge-basaglia-altro-che-riaprire-i-manicomi-gisella-trincas-unasam-intervistata-da-vita/

 

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mercoledì 4 gennaio 2023

La psichiatria non è un’isola - Ugo Zamburru

  

Leggo nel preambolo dello statuto di “Volere la luna”: «Essere rivoluzionari oggi significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici».

Mi viene spontaneo intrecciare questa impostazione con la mia riflessione e la mia esperienza di psichiatra (e non solo). Parafraso il movimento zapatista delle montagne del sud est messicano: «Gli zapatisti fanno quello che dicono e dicono quello che fanno!». E ricordo Oscar Olivera, boliviano difensore dell’acqua pubblica in Cochabamba contro una speculazione che ha causato morti e feriti: «Per voi la politica è l’arte del governare, per noi quella di trovare nuove forme di relazione degli uomini tra di loro e degli uomini con la natura»; oppure: «È importante avere uno spazio in cui incontrarsi, uno spazio dove condividere il quotidiano e in cui creare quel clima che può portarci a far soffiare il vento del cambiamento».

E vengo ad alcune esperienze personali, vissute non tanto nella mia attività professionale di psichiatra (su cui ho già riportato il mio pensiero nel Piccolo manuale di sopravvivenza in psichiatria, scritto con Angela Spalatro per le Edizioni Gruppo Abele), quanto in quella di militante dei diritti umani in Messico e in Tunisia. Anche se i due aspetti si intrecciano e ricordo sempre la triade cognitiva del sapere: sapere, saper fare e saper essere.

Il mio bagaglio professionale non avrebbe potuto avere contributi migliori dalle visite domiciliari, dall’incontro con la povertà, con le diseguaglianze, con le ingiustizie, con la violenza del nostro modello neoliberista. Ma questo mio girovagare mi ha portato a incontri fecondi come quello con le vittime argentine di tortura, con le Madres argentine de Plaza de Mayo, con le madri messicane e mesoamericane in cerca dei figli scomparsi nel viaggio verso il sogno americano piuttosto che con le madri maghrebine e sub sahariane che vivono lo stesso dolorosissimo travaglio. Madri e familiari che mi hanno insegnato il valore della dignità ribelle, che nel nome della solidarietà e della reciprocità trasforma l’impotenza, il dolore e la rabbia che da livello individuale si fondono in una ricerca collettiva che non è soltanto più la sola ricerca del proprio caro, ma lotta comune per cambiare questo mondo ingiusto che provoca milioni di persone in cammino per sfuggire a guerre, persecuzioni, cataclismi naturali, violenze che come matrice comune hanno il desiderio di trasformare il nostro pianeta e i suoi abitanti in merce in cui si è perso il senso del bene comune.

Nella Primera brigada internacional de busqueda che si è svolta dal 16 febbraio al 26 marzo di quest’anno in Messico, da Nogales (nello stato di Sonora) a Tijuana (nella stato della Baja California), ho partecipato alla ricerca, da parte di quasi 200 familiari, dei 200.000 scomparsi nel viaggio della speranza verso gli Stati Uniti. Un viaggio di 3000 chilometri in cui incontrare gente, rendere visibile il problema, fare pressione sulle autorità, chiedere giustizia. Non solo giustizia, ma anche memoria e verità! Non mi dilungo a raccontare questa per me incredibile esperienza. Mi fermo, piuttosto, per fare il punto sulla domanda che sempre viene rivolta, sia a noi attivisti sia soprattutto ai familiari: «Ma cosa avete ottenuto?», sottendendo che le cose non cambiano e non cambieranno… Abbiamo ottenuto un paio di risultati concreti: 29 corpi recuperati e identificatiti nelle fosse clandestine rintracciate nel deserto grazie a un lavoro incessante; quattro recuperati in vita in condizioni drammatiche e restituiti alle famiglie; una serie di tracce per continuare il lavoro di ricerca, che non si è esaurito certo in questa carovana. E a chi mi dice che senso abbia recuperare dei cadaveri, spesso solo dei resti che vengono identificati dagli antropologi forensi che ci accompagnano, rispondo con le parole delle madri, che con un sorriso in mezzo alle lacrime ti spiegano il sollievo pur doloroso di sapere infine che fine ha fatto il loro caro. Perché non c’è nulla di più angoscioso dell’eterna attesa senza sapere nulla e perché avere una tomba sulla quale piangere è parte imprescindibile dell’elaborazione del lutto. Alcune donne, sapendo che sono uno psichiatra, mi hanno chiesto consigli sugli psicofarmaci che assumevano, in particolare antidepressivi e ansiolitici. Nessuna di loro aveva trovato benefici, più spesso effetti collaterali.

Spinto da questa considerazione e ricordando analoga esperienza in Tunisia nell’aprile del 2019 durante una carovana organizzata da Carovane migranti, in cui avevo incontrato analoghe situazioni, mi sono interrogato sul ruolo della concezione attuale della psichiatria. Con una suora brasiliana, hermana Nyzelle, che lavora su questo tema in Honduras (uno dei paesi più violenti del mondo) abbiamo fatto un questionario a 39 familiari. Di questi solo quattro si erano rivolti a uno psichiatra, assumendo psicofarmaci. Gli altri citavano come fattori “terapeutici” l’essersi riuniti in gruppi locali, nazionali e internazionali in cui condividere il dolore, denunciare l’accaduto e attraverso la ricerca della verità, della memoria e della giustizia dare senso, nel nome della solidarietà e della reciprocità, a quel che senso sembra non avere.

Ritorno a una vecchia esperienza che ho più volte raccontato: chiamato anni fa in consulenza in pronto soccorso per una minaccia di suicidio incontrai un operaio sui 50 anni, che mi raccontò di essere disperato perché stava finendo la cassa integrazione e non riusciva a trovare lavoro, tutti gli dicevano che aveva troppa esperienza e costava troppo, meglio assumere un giovane, magari con contratto di apprendistato. Anche il rapporto con la moglie, che lo aveva sempre sostenuto, era contaminato dallo spettro della disoccupazione, con l’angoscia di due figli che stavano frequentando l’università e che non sapeva come poter mantenere in futuro. Cosa posso fare, vogliono che mi ammazzi così tolgo il disturbo, aveva concluso. Avrei potuto dargli un antidepressivo, magari un ansiolitico, ma non era la soluzione. Quell’uomo era disperato, arrabbiato e triste, non certamente affetto da sindrome depressiva. Il primo passo fu la richiesta del medico di turno che mi chiese quale diagnosi segnare per la dimissione, io risposi “disoccupazione” al che lei mi fece notare che non era presente negli algoritmi e nei protocolli. Ci accordammo su un generico “crisi di angoscia legata alla disoccupazione incipiente” e fu il primo passo.

L’episodio di questo signore e quello delle madri di cui sopra mi hanno spinto a una riflessione sul ruolo della psichiatria che non può liquidare una situazione complessa con una diagnosi semplicistica e banalizzante. Se usiamo la lente della psichiatria rischiamo di patologizzare quello che è il risultato di un sistema economico criminale e disumanizzante, quello neoliberista. Se prescrivo un antidepressivo a quel signore cassa integrato o alle madri in cerca del figlio desaparecido, convinco queste persone di essere malate, con tutto quel che ne consegue. Se pongo il focus sul contesto, mi chiedo se è malato il cassaintegrato che a 54 anni è gettato via come una cosa inutile o se è malato un sistema in cui Valletta, amministratore delegato della Fiat negli anni ’60 guadagnava 30 volte lo stipendio di un operaio, mentre Marchionne, nello stesso ruolo ma negli anni 2000 guadagnava oltre 500 volte lo stipendio di un operaio! E allo stesso modo è malata una donna intristita per la scomparsa del figlio o è malata una società che produce migranti in fuga dalla povertà, dalle crisi climatiche, dalla violenza che servono ad arricchire le multinazionali e i paesi ricchi?

Non si possono creare i presupposti per incidere in maniera devastante sulla salute mentale e poi chiedere ai servizi di salute mentale, già in sofferenza, di occuparsene. Occorre uscire dalla logica binaria malattia/assenza di malattia esplorando territori complessi nel segno della partecipazione, della reciprocità, della solidarietà, delle soluzioni condivise.

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