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venerdì 24 ottobre 2025

Gaza: c’era un ragazzo che scendeva in piazza come me - Benigno Moi

Generazione Vietnam e generazione Gaza

Sono stati in molti, davanti alla clamorosa, continua, crescente, spontanea e trasversale partecipazione di massa alla mobilitazione contro la guerra genocida di Israele e a favore di Gaza, a cercare paragoni e raffronti con momenti simili di coinvolgimento e partecipazione del secolo scorso: dalla Guerra civile spagnola degli anni Trenta al movimento No Global a cavallo del Millennio. Con in mezzo l’appoggio alla lotta di Liberazione algerina; le mobilitazioni contro la guerra USA in Vietnam; le proteste contro il golpe di Pinochet in Cile; le mobilitazioni di massa contro le Guerre del Golfo dei Bush. un-movimento-eclettico-e-spiazzante

Momenti e movimenti che hanno mobilitato enormi masse a livello planetario, e momenti altissimi di partecipazione e solidarietà attiva, anche simili per alcuni aspetti al “fenomeno Flotilla” (pensiamo alle Carovane per Sarajevo assediata nei primi anni Novanta: www.balcanicaucaso Cercavamo-la-pace

https://www.mimesisedizion, alle delegazioni internazionali che accompagnarono la marcia Zapatista nei primi mesi del 2001: ilmanifesto.it/archivio/2001002992).

La partecipazione degli internazionalisti antifascisti in prima persona alla difesa della Repubblica spagnola, le mobilitazioni per raccogliere fondi da parte di intellettuali e artisti di tutto il mondo, rimangono forse l’esempio più eclatante a livello globale, con le sensazioni della catastrofe che stavano preparando nazismo e fascimo. Il massacro delle carovane di civili in fuga su e giù per la Striscia di Gaza ci ha ricordato la Desbandà (itagnol.com Spagna-ricorda-desbanda), quando 150.000 persone in fuga da Malaga verso Almeria furono bombardati dai franchisti con l’aiuto decisivo dell’aviazione fascista mandata da Mussolini, provocando fra i tre e i cinquemila morti (in bottega norman-bethune).

Ma il movimento contro la guerra in Vietnam rimane quello apparentemente più affine, apparentemente e auspicabilmente, considerato che fu fra le cause e le condizioni che permisero la nascita dei movimenti del Sessantotto e dintorni. E che il Vietnam vinse.

La Palestina è il Vietnam di oggi, i giovani scendano in piazza per scrivere la storia.” Scrive Andrea Ranieri su l’Unità dopo l’enorme partecipazione allo sciopero e alle manifestazioni del 3 ottobre, “Riempie il cuore vedere un movimento così giovane e folto impegnarsi per un popolo oppresso. Un’occasione di riscatto per il Paese, per il sindacato e per la politica intera. (…) Forse sta crescendo una generazione per cui la Palestina rappresenta quello che ha rappresentato per la mia generazione il Vietnam. Una lotta certamente di solidarietà per un popolo in lotta bombardato col napalm, di cui si distruggevano i villaggi e i campi che davano loro da vivere, e il rifiuto della sopraffazione e della violenza di chi, gli Stati Uniti d’America, quel napalm lo faceva piovere sulla testa di uomini, donne e bambini.

Ma anche qualcosa di più. La voglia di partecipare in prima persona a definire i valori e le caratteristiche del mondo che ci aspettava, a non essere rassegnati ad accettare un destino già segnato, dalla onnipotenza del profitto e del mercato, e dalle scelte di una politica che considerava il profitto e il mercato, come la prima cosa da difendere e tutelare. Le bombe che piovevano sul Vietnam le consideravamo anche come bombe che piovevano anche sulle nostre teste.”1

 

La ricerca delle affinità non riguarda solo il tipo e la portata della solidarietà internazionalista (con tutti i limiti e riserve che pure è giusto ci siano, vedi l’intervento di Karim Franceschi ripreso anche qui in Bottega: la-carne-bianca-e-il-genocidio-invisibile/), e di quanto questa sia poi propedeutica alla crescita di movimenti interni alle nazioni che si mobilitano. Che sarebbe comunque un buon risultato, sulla pelle ancora una volta di “un altro popolo”, ma sarebbe grave non ci fosse almeno questo “minimo sindacale”.

Fuori dai tunnel

Da fronti diversi e opposti, con finalità diverse ed opposte, alcuni aspetti comuni alla resistenza palestinese, in particolare a Gaza, e a quella dei Vietcong, hanno intrigato già da tempo alcuni analisti, anche per spiegare/paventare il “rischio pantano” (temuto dagli stessi vertici dell’IDF) di un’occupazione totale e prolungata di Gaza City. Scomodando addirittura (Haaretz) un vecchio reportage dal Vietnam di Moshe Dayan, del 1966.

Il governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dovuto affrontare crescenti disordini interni, segnati dalle dimissioni di alti funzionari e dallo scaricabarile interno. Per deviare le critiche sulla debacle di Gaza, Netanyahu ha cercato capri espiatori, come l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant. Questa erosione della coerenza politica ha ulteriormente infiammato le già fragili dinamiche interne di Israele.

La frattura più drammatica, tuttavia, si verifica nel settore dell’intelligence. Gli eventi del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco transfrontaliero senza precedenti, hanno messo in luce un collasso totale dell’architettura di sicurezza israeliana.

L’incapacità sia dello Shin Bet che del Mossad di prevedere e sventare questo attacco, nonostante le operazioni di sorveglianza che penetrano in profondità a Gaza, ha innescato un dibattito più ampio sulla validità della dottrina di sicurezza israeliana” (…) “Israele è intrappolato in una campagna che non può vincere in modo decisivo, di fronte a un avversario resiliente, al dissenso interno e al crescente isolamento internazionale.” (…) “Dal 7 ottobre, l’opinione pubblica mondiale, in particolare in Occidente, è cambiata radicalmente. Milioni di persone si sono mobilitate per chiedere un cessate il fuoco. Questa crescente pressione da parte della società civile ha reso sempre più difficile per i governi occidentali mantenere un sostegno incondizionato. L’allineamento di Israele con la politica statunitense è diventato un ostacolo piuttosto che un vantaggio.

Come il Vietnam, la guerra di Israele contro Gaza è ora una guerra globale di resistenza”

da Come la guerra di Gaza si è trasformata nel Vietnam di Israele, di Mehmet Rakipoglu, su Invictapalestina: invictapalestina

In particolare è stata analizzata la funzione particolare ed essenziale del sistema dei tunnel nella lotta di resistenza dei due popoli (ma non solo di loro due) marx21.it La-guerra-dei-tunnel-cina-vietnam-striscia-di-gaza, fattore che fu decisivo, assieme alla crescita nell’opinione pubblica della condanna dell’occupazione e dei suoi metodi brutali, della sconfitta degli USA esattamente 50 anni fa.

Ovviamente non vengono taciute le differenze che paiono rendere difficile una conclusione simile per la Palestina, almeno sul piano militare: “Ora certamente il contesto è differente. Non c’è, per dirne una, un dirigente politico come Ho-Chi-Minh cui fare riferimento, né un capo militare come Giap; non c’è un movimento comunista impegnato in una riscossa nazionale e nella riunificazione di un Paese smembrato dal colonialismo, come appunto nel caso del Vietnam. I leader di Hamas, e dei suoi alleati sul terreno, non sono nemmeno lontanamente degli eroi; sono piuttosto dei sottoprodotti dell’incancrenirsi di una situazione (che dura dal 1948) e di cui il maggiore responsabile è Israele, che, pervicacemente sfuggendo a ogni progetto di pace, ha svuotato lo stesso suo interlocutore, cioè quell’Autorità nazionale palestinese che conta oggi pochissimo ed è accusata, da molti, di collaborare con l’oppressione.”2

Ma le suggestioni sono comunque forti, vista la trasversalità della partecipazione ai due movimenti: dagli studenti, anche giovanissimi, agli operai; dalle comunità religiose ad intere famiglie; dal mondo delle arti e della cultura. E se quella di Giap e Ho Chi Min fu anche una vittoria militare, non fu solo militare, e non sarebbe stata possibile senza quel movimento che indebolì dall’interno delle “democrazie occidentali”, in particolare degli USA. Forse è proprio questo che ancora manca oggi nel Paese occupante: un forte e vasto movimento di rifiuto totale che dall’interno di Israele ne metta in discussione la stessa struttura statuale. Quel che vediamo, anche fra ex militari o renitenti alla leva, è ancora troppo poco. E diversi, tremendamente diversi, pervasivi, sono i poteri di controllo e di persuasione, non solo sulla propria popolazione ma anche sulle classi dirigenti delle potenze occidentali. Alcune forme di condiscendenza (anche da parte dell’establishment statunitense e al di là delle sparate di Trump) sembrerebbero spiegarsi più con qualche forma di ricatto (e visto il potere dato da tanti Paesi alle agenzie di cybersicurezza israeliane non so se si tratti solo di fantascienza) che con la semplice condivisione e affinità ideologica.

Intanto, proprio quest’anno, è uscito un film vietnamita, Red Rain, che parla di un episodio cruento della guerra, “la battaglia degli 81 giorni a Quảng Trị”. Lo racconta dalla parte dei vietnamiti, dopo una marea di film, anche bellissimi e necessari, girati da registi americani; e lo racconta senza demonizzare i soldati “nemici” (pare, non avendolo visto riporto quanto leggo (https://www.tuttovietnam.it/red-rain/). Dopo l’eneorme successo in patria il film, il cui titolo originale è Mưa đỏ, della regista Đặng Thái Huyền, è candidato dal suo paese per concorrere agli Oscar 2026: comingsoon

 

Chiudiamo con una osservazione, amara ma reale, di Giuliano Santoro, dall’articolo su il manifesto citato all’inizio, che evidenzia una differenza sostanziale fra il movimento per il Vietnam e quello per Gaza.

“C’è però una differenza sostanziale, che introduce un altro elemento utile a capire cosa accade. Il Vietnam suscitava entusiasmi perché la vittoria era percepita, cosa che effettivamente accadde, come a portata di mano. In questo caso, ci si batte per una causa che parrebbe perduta in partenza. Se la bandiera del Vietnam era il simbolo della rivoluzione che contagiava l’intero pianeta, quella della Palestina è il simbolo delle vittime che cercano disperatamente di sopravvivere. La sumud, la persistenza tenace, non è la ricerca del grande balzo in avanti che interrompe il corso lineare della storia. È la tignosa affermazione della vita e della lotta.

Collocata nei contesti metropolitani, nella prospettiva no future dei figli della generazione precaria resi ancora più precari dal collasso climatico e dalla guerra, questa tenacia indica una strada: la mobilitazione permanente e i cortei che si succedono senza sosta che avevamo visto nelle lotte francesi degli scorsi anni.“

Per approfondire

Riportiamo, oltre i link già inseriti lungo l’articolo, altri riferimenti ad alcune analisi sull’argomento, divise in due gruppi:

A) sui tunnel e le similitudini delle due resistenze, con analisi disparate, uscite di recente o vecchie di oltre dieci anni;

B) sulle similitudini fra i due movimenti.

Invitando come sempre a segnalarci altri contributi nei commenti.

In chiusura, infine, i link ad alcune delle canzoni del movimento contro la guerra in Vietnam, o comunque solidali, per rinverdire un po’ la memoria. O forse perché la redazione de La Bottega è abbastanza avanti con gli anni da aver vissuto anche i movimenti contro quella guerra.

A)

lastampa – gaza_vietnam “Anche la Striscia di Gaza sarà un Vietnam”: ecco l’incubo infinito dei militari 09.08.25

invictapalestina.org  Come la guerra di Gaza si è trasformata nel Vietnam di Israele 22.05.2025

izitour.com tunnel  Tunnel di Cu Chi e tunnel di Vinh Moc: le strutture sotterranee importanti durante la guerra del Vietnam 14.05.25

www.marx21.it/internazionale/la-guerra-dei-tunnel La guerra dei tunnel: dalla Cina al Vietnam alla Striscia di Gaza 26.09.24

insideover.com haaretz-gaza-come-il-vietnam.html 18 mesi di guerra e arroganza: i leader israeliani dovrebbero leggere ciò che Moshe Dayan ha imparato in Vietnam 18.04.25

lettera43.it L’uso dei tunnel sotterranei nelle guerre: dal Vietnam a Gaza 12.11.23

https://iari.site il-problema-dei-tunnel-di-hamas-si-rischia-un-nuovo-vietnam 02.11.23 Il problema dei tunnel di Hamas: si rischia un nuovo Vietnam invictapalestina.org/archives/49608 Il ragno dalle molte zampe 22.10.23

abitare.it  Architetture senza pedigree: I tunnel di Gaza 17.04.2013

https://www.thenmusa.org/articles/tunnel-rats-of-the-vietnam-war/ 01.10.20253

 

B)

2025.09.29 ristretti.org /dal-vietnam-a-gaza-cosi-i-popoli-in-rivolta-cambiano-la-storia

2025.10.03 ilmanifesto.it  Portelli

2025.10.03 ilmanifesto.it  Santoro

2025.10.03 https://www.unita.it/2025/10/03/la-palestina-e-il-vietnam-di-oggi-i-giovani-scendano-in-piazza-per-scrivere-la-storia  La Palestina- è il Vietnam di oggi 

2025.10.03 www.rivoluzioneanarchica.it/pro-vietnam-pro-palestina/

2025.10.03 terzogiornale.it la-palestina-e-il-vietnam

     valledaostaglocal.it da-vietnam-a-gaza-la-storia-che-si-ripete

2025.10.05 remocontro.it il-mondo-e-le-piazze-attorno-a-gaza-memoria-di-vietnam

2024.04.26 editorialedomani.it

2025.10.08 Giancarlo Scotoni su Transform oggi-ho-visto-nel-corteo

Canzoni degli anni Settanta contro la guerra

Sono stati un’infinità i cantanti/musicisti che hanno composto o proposto canzoni ispirate alla guerra in Vietnam, così come i film. Da Dylan a Joan Baez, da Neil Young a John Lennon, dai Doors al celeberrimo assolo di chitarra di Jimmy Hendrix a Woodstock. In Italia l’hanno cantata molti dei cantautori militanti di quegli anni, da Ivan Della Mea a Paolo Ciarchi, per tralasciare la famosa “C’era un ragazzo” di Mario Lusini, cantata da Morandi e Baez. Facili da trovare in rete (rockit.it   peacelink.it   antiwarsongs.org).

Propongo invece una delle canzoni che “mi formò” da ragazzino: Chitarre contro la guerra, di Umberto Napolitano, del 1966 qui testo e link al disco

E una, sempre fra quelle meno note ma a me care, di Settimeli-Morricone, splendidamente cantata da Sergio Endrigo, dalla colonna sonora del film Grazie zia, Filastrocca vietnamitaqui

Infine il brano di un poco conosciuto gruppo olandese, De Elegasten (1967 -1976) che nel 1973 incisero questa ballata “Chili, Vietnam, Israel” dove, con richiami evangelici alla pace come di frequente in quegli anni, si accostano proprio Vietnam e Israele, assieme al Cile, come luoghi dove “stiamo trasformando il mondo in un inferno”. Una curiosità: la casa discografica che la incise, la Cardinal Records, era una di quelle fondate da Rocco Granata, il cantante italiano emigrato in Belgio autore della famosissima “Marina”.

Chili, Vietnam, Israel

I profeti hanno predetto la sua venuta per anni

Hanno fornito stelle e canti angelici

Persino i Re Magi si sono spostati da Oriente a Occidente

Ma dopo la sua partenza, lo spettacolo non è andato così bene

 

Ha promesso pace e libertà per il suo paese

L'effetto in seguito è sfuggito di mano

Stiamo ancora trasformando il mondo in un inferno

Dal Cile e Vietnam a Israele

 

Dopo di lui, altri sono venuti con i loro insegnamenti

A difesa dell'amore o del cannone e del fucile

Alla ricerca della felicità, sognando o combattendo

Ma il finale del pezzo manca sempre

 

Promettono pace e libertà per il loro paese

L'effetto è sempre sfuggito di mano

Stiamo ancora trasformando il mondo in un inferno

Dal Cile e Vietnam a Israele

da qui

mercoledì 19 ottobre 2022

Il 19 ottobre 1905, in Kenya, viene trucidato a tradimento Koitalel Samoei - Benigno Moi

 

PREMESSA

La morte di Elisabetta II d’Inghilterra è stata anche l’occasione, a fronte dell’incredibile, sproporzionata e edulcorata copertura mediatica data alla morte e ai funerali della monarca, di contrastare la favola della “regina buona e amata da tutti i suoi popoli” ricordando i crimini e gli abomini del colonialismo britannico, dei quali la “Lilibet” e la sua famiglia non erano certo indenni. In mezzo alla marea di imbarazzanti necrologi che hanno fatto apparire monarchici anche parte della politica e della cultura che si credeva convintamente repubblicana (quantomeno) qualcuno è riuscito a far circolare foto e documenti che ricordavano le stragi e gli atteggiamenti apertamente razzisti del Regno Unito nei confronti delle sue colonie o ex colonie. Anche risalenti al lungo periodo di regno della stessa Elisabetta, al periodo formalmente post-coloniale.

 

Per le stesse ex colonie il passaggio dello scettro dalla vecchia Elisabetta all’ormai già stanco e depotenziato Carlo III, è stata l’occasione per ribadire alcune richieste di risarcimento [i], morale, simbolico ed economico, avanzate da decenni al Regno Unito, dandogli l’opportunità di rimediare almeno simbolicamente ad alcuni dei più vergognosi lasciti del colonialismo.

Pochi giorni dopo la morte di Elisabetta l’avvocato della Contea di Nandi, in Kenya, George Tarus, ha rilasciato una dichiarazione all’agenzia di stampa francese AFP [ii] in cui rilanciava la richiesta ai governanti inglesi, ed in particolare al nuovo re, Carlo III, di restituire al Kenya la testa dell’eroe della resistenza al colonialismo inglese Koitalel Arap Samoei, affinché possa essere seppellito nella sua terra con gli onori che merita. Restituendo un poco di dignità e giustizia ad una delle vittime più note delle tante e vergognose storie del colonialismo britannico.

Koitalel Arap Samoei

Koitalel Samoei era il quarto figlio di Kimnyole Arap Turukat[iii] un orkoiyot [iv] della popolazione Nandi, nell’attuale Kenya. Kimnyole viene ricordato perché, prima ancora che gli europei mettessero piede nella regione, parlò di un “serpente di ferro” che avrebbe distrutto e divorato le loro terre, portando uno strano uomo dai capelli rossi. La profezia di Kimnyole si avverò alcuni anni dopo, quando nel 1896 l’Inghilterra iniziò la costruzione della Uganda Railway, la linea ferroviaria che doveva collegare l’Uganda e l’interno del Kenya al porto di Mombasa, sull’Oceano Indiano, per garantire meglio lo sfruttamento delle ricchezze delle regioni dei Grandi laghi.

Kimnyole morì nel 1890 e non fece in tempo a vedere avverarsi la sua profezia. Toccò invece al figlio Koitalel (che dopo una controversia coi fratelli sostituì il padre alla guida spirituale e militare della comunità Nandi) averci a che fare, e combattere per undici anni la brutalità con cui fu portato avanti il progetto di costruzione della linea ferroviaria da parte del governo coloniale britannico. Linea ferroviaria che gli stessi inglesi ribattezzarono Lunatic Express, a causa degli immensi costi, in soldi e in vite umane, che comportò la faraonica opera.[v] Solo per reprimere le proteste sono state calcolate almeno 20.000 morti.

La trappola

Il 19 ottobre del 1905, un giovedì mattina, fu organizzato un incontro fra gli inglesi, guidati dal l’ufficiale coloniale britannico Richard Henry Meinertzhagen [vi]  e la resistenza Nandi, capeggiata proprio da Koitalel, per aprire una trattativa di pace. All’incontro tutti si sarebbero dovuti presentare disarmati, e così fece Koitalel, approssimandosi con la mano tesa a Meinertzhagen, che confermando la sua crescente fama di personaggio infido e crudele (aveva già dato ordine negli anni precedenti di bruciare interi villaggi senza preavviso), invece di tendere a sua volta la mano tirò fuori una pistola, con la quale sparò e uccise l’orkoiyot, mentre i suoi massacrarono il resto della delegazione Nandi venuta all’appuntamento...

continua qui

martedì 5 aprile 2022

La guerra in corso e le spoglie degli imperi

articoli, video, musica e disegni di Gian Luigi Deiana, Michele Santoro, Toni Capuozzo, PeaceLink, Matteo Saudino, Benigno Moi, Oreste Pivetta, Notav, Fabrizio Verde, Marco Tarquinio, Lorenzo Guadagnucci, Laura Ru, Massimiliano Fortuna, Dmitri Makarov, Mary Kaldor, MIR Italia, Patrick Boylan, Yurii Sheliazhenko, Aldo Bonomi, Loris, Francesco Masala, Tiziana Barillà, Raul Mordenti, Franco Cardini, Raffaele Barbiero, Antonio Li Gobbi, Pierluigi Fagan, Antonia Sani, Teri Volini, Enzo Jannacci, Stefano Massini, Dmitri Kovalevich



Quando cadono gli imperi – Francesco Masala

 

il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo che dietro al romanzo che dietro questi due ettogrammmi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante , un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto…

Carlo Emilio Gadda (citato da Carla Benedetti, in Disumane lettere, 2011)

 

gli stregoni, quelli veri (non gli apprendisti che poi mettono tutto a posto, come racconta Walt Disney), i colonialisti e i terroristi  si stupiscono se non esiste l’unanimità di tutto il mondo per la condanna dell’invasione della Russia di Putin.

è giusto e necessario commuoversi e aiutare i profughi, tutti i profughi, di tutto il mondo (scusate se la butto in politica), ma è anche giusto capire perchè accadono le cose, tutto ha un motivo, la pioggia, i terremoti, le guerre.

quando cadono gli imperi i colonialisti e i terroristi (come dice anche Noam Chomsy) godono e tutti gli altri, la maggior parte dell’umanità, ne soffriranno per generazioni.

è necessario che gli imperi cadano, quando è il momento, ma la cosa più importante è come cadono.

è come per i palazzi, quando esplodono è meglio che ci sia un’esplosione controllata, no?

ormai si può fare tutto quello che si vuole, tranne che controllare il disfacimento degli imperi, non si vuole colà dove si puote.

i colonialisti e i terroristi sono onnipotenti, ma fanno finta di essere innocenti.

faccio qualche esempio.

per non andare troppo indietro nel tempo ricordiamo la caduta dell’impero ottomano, ancora oggi i confini degli stati sono disegnati col righello, la spartizione dei territori dell’ex impero da parte dei colonialisti ha effetti ancora dopo un secolo, e per un secolo infiniti lutti hanno dovuto subire gli abitanti di quei territori ;

ricordiamo la caduta degli imperi colonialisti europei in Africa, con confini di stati decisi a tavolino nel secolo precedente, senza pensare allle popolazioni e ai gruppi etniciche vivevano in quei territori, in quella caduta rovinosa per gli imperi colonialisti, qualche stato europeo si è impegnato per una vera indipendenza, forse i francesi, forse i belgi, forse gli inglesi (qualcuno crede che Patrice Lumumba e Thomas Sankara si siano suicidati)?.

arriviamo alla caduta dell’impero sovietico, i colonialisti e i terroristi hanno goduto come non mai.

era necessario che le repubbliche ex-sovietiche restassero com’erano, o i geni stregoni Usa ed europei, molto attivi adesso nella fornitura di armi perché crepino più persone possibili in Ucraina, avrebbero dovuto ridisegnare i confini in maniera ragionevole econcordata prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica?

l’Unione Sovietica era all’angolo, a terra, confusa, i geni stregoni le erano sopra, lucidi e feroci, ma anche ebbri di pre-potenza, sperando solo di rubare le immense risorse del sottosuolo ex sovietico.

col senno di poi, ma anche col senno di allora, cosa si poteva fare?

esattamente quello che non si è fatto durante le manifestazioni a Genova nel 2001, non lasciare vie di fuga, una cosa che non si deve fare nella gestione una dimostrazione.

è stata una scelta, non un caso, niente vie di fuga ai dimostranti (il NEMICO), niente vie di fuga alla Russia (il NEMICO).

gli avversari si contrastano, si combattono, il NEMICO si annienta (gli amici erano i black block allora, i black nazisti oggi, a libro paga di qualcuno), individuare un nemico fa sembrare di essere nel giusto, a chi ci crede.

ecco quello che si poteva fare, per lasciare una via di fuga alla Russia.

la Russia ha un’importante flotta militare, tre basi navali per la flotta, in Crimea, in Siria, a Kaliningrad,

occorreva lasciare un accesso al mare alla Russia, che poi la Crimea se l’ha presa, dopo un referendum, e nel Donbass, e nelle zone del sud dell’Ucraina, con molti russofoni, occorreva la concessione di un’ampia autonomia, modello Alto Adige, poteva essere una via di fuga, ma se il NEMICO si vuole abbattere si aspetta la guerra, tutto è lecito.

se qualcuno viene chiuso in gabbia. o si rassegna, e viene chiuso in silenzio, o reagisce, come è successo all’orso russo, e se vicino ci sono i civili ucraini o i soldati ucraini o i nazisti, veri e presunti, è stata sua la colpa, non di chi l’ha rinchiuso.

domani toccherà (di nuovo) alla Siria, poi alla Georgia, poi a Kaliningrad (è già tutto previsto nei piani?).

poi creperà qualcuno, molti, sempre troppi, uccisi dai buoni, come a Raqqa*, ma chi se ne frega, mentre all’ospedale di Mariupol, teatro di una strage, dicono i giornali e le tv, non è morto nessun bambino e nessuna mamma, non dicono i giornali e le tv (qui )

 

se non l’avete ancora fatto provate ad ascoltare qui quello che Zelensky non ha mai detto, ma se l’avesse fatto l’avrebbe fatto diventare uno statista responsabile, dopo anni nei panni di presidente attore sbruffone.

 

quello che non ascolterete, neanche per scherzo, è il discorso di Draghi che annuncia che il momento è grave e tutti gli stipendi ed emolumenti vari oltre i 100000 euro annui pagati in Italia, verranno dimezzati con effetto immediato, come contributo necessario allo sforzo bellico della nazione (con quello che resta nessuno di loro farà la fame) .

 

 

*(Un rapporto del Pentagono riconosce che l’aeronautica USA ha distrutto, nel 2017, l’80% delle case della città di Raqqa, durante i bombardamenti per sloggiare l’Isis dal suo capoluogo. “Non è stato fatto il necessario per evitare la distruzione della città e l’uccisione di civili”, ammette il rapporto. Tra il 6 e il 30 ottobre 2017, sono morti sotto i bombardamenti aerei e dell’artiglieria USA 1600 civili. Tra le costruzioni colpite vi erano 8 ospedali, 29 moschee, 45 scuole. Un’ammissione in ritardo dei crimini di guerra dei comandi militari di Washington, coperti mediaticamente allora con la lotta contro il terrorismo jihadista, qui)


...continua qui

venerdì 13 agosto 2021

ricordo di Gino Strada

 

poesia di Alessio Lega








Abolire la guerra unica speranza per l'umanità - Gino Strada

Gino Strada, fondatore di EMERGENCY, ha ricevuto il Premio Nobel alternativo davanti al Parlamento svedese "per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell'ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra".

Il Premio Right Livelihood è stato concepito per "onorare e sostenere coloro che offrono risposte pratiche ed esemplari alle maggiori sfide del nostro tempo".
Quest'anno la Fondazione ha ricevuto ed esaminato 128 proposte da 53 paesi. A partire da oggi i Laureati del Premio Right Livelihood sono 162 e provengono da 67 paesi diversi. È la prima volta che il Premio viene dato a un cittadino italiano.


Davanti ai parlamentari svedesi, Gino Strada ha fatto un appello speciale alla comunità internazionale:


Onorevoli Membri del Parlamento, onorevoli membri del Governo svedese, membri della Fondazione RLA, colleghi vincitori del Premio, Eccellenze, amici, signore e signori.

È per me un grande onore ricevere questo prestigioso riconoscimento, che considero un segno di apprezzamento per l'eccezionale lavoro svolto dall'organizzazione umanitaria Emergency in questi 21 anni, a favore delle vittime della guerra e della povertà.

Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili.

A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette "mine giocattolo", piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po', fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l'aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l'idea che una "strategia di guerra" possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del "paese nemico". Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo "il nemico"? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più "conflitti rilevanti" che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano.
Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l'entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, EMERGENCY ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l'inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso.

L'origine e la fondazione di EMERGENCY, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d'ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, EMERGENCY ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell'oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l'esperienza di EMERGENCY.

Ogni volta, nei vari conflitti nell'ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l'uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l'idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco.

In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all'indomani della seconda guerra mondiale. Tale speranza ha condotto all'istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell'ONU: "Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole".

Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti" e il "riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo".

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all'istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All'inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi.

La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4000 civili in vari paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case.

In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia - nella maggior parte dei casi - portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l'uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russell-Einstein"Metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?". È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano?

Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.

Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.
Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l'umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla.

Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell'apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: "L'orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana".

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.

L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.

Possiamo chiamarla "utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento.

Molti anni fa anche l'abolizione della schiavitù sembrava "utopistica". Nel XVII secolo, "possedere degli schiavi" era ritenuto "normale", fisiologico.
Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l'idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell'utopia è divenuta realtà.
Un mondo senza guerra è un'altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà.

Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l'idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell'umanità.

Ricevere il Premio "Right Livelihood Award" incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l'abolizione della guerra.
Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa.
Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future.

Grazie.

-- Gino Strada, Stoccolma, 30 novembre 2015