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mercoledì 28 agosto 2024

Il veleno dell’etica della contorsione - Alberto Bradanini

1. Invereconde devono qualificarsi le contorsioni logiche, ancor prima che etiche, con cui i venditori di morte del Regno del Bene e della Democrazia (venduta alla plebe semicolta come Potere del Popolo) tentano di giustificare le atrocità di cui si macchiano la coscienza. L’onestà intellettuale è merce rara nel mondo distopico che ci circonda, mentre è chiaro come il sole che tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo sul palcoscenico mainstream (ma proprio tutto!) impedisce ogni ipotetico avvicinamento del corso della verità a quello della realtà. Non è dunque tempo perduto tornare a riflettere su tutto ciò, tanto più che, secondo i saggi del passato, repetita iuvant.

Solo una mente educata – affermava Aristotele – è in grado di comprendere un pensiero diverso dal suo senza la necessità di accettarlo. La Macchina occidentale della Menzogna è ormai un mostro dalle mille teste, costruisce notizie su misura come i sarti di un tempo, impedisce di dar senso agli eventi e sopprime ogni sussulto di quell’educazione critica che Aristotele suggeriva quale intreccio ideale di garbo, ascolto e crescita intellettuale.

Il potere generatore di spazzatura dell’impero malato infesta il nostro vivere come uno sciame di mosche in una latrina, servendosi di uno stuolo di maggiordomi – comodamente reperibili, purtroppo, sul palcoscenico politico/burocratico, mediatico e accademico – che in cambio di onori, carriere e denari, ha il compito di divertire le plebi inebetite da consumismo e mercificazione, o dall’angoscia di soccombere in una società spietata, mentre la spazzatura mediatica sfida persino la legge di gravità.

Se interporre una distanza siderale tra noi e tutto ciò non risolve il problema, ça va sans dire, consente però di tener in vita gli eterni ideali che danno senso all’esistenza, di infastidire insieme la coscienza dell’oppressore e la sonnolenza di qualche suddito, oltre che (e non è poco!) di non passare per imbecilli. A proposito di imbecillità, le tipologie sono molteplici, alcune individuali o per così dire spontanee, altre socialmente strutturate da un potere persuaso di nasconderne il profilo in labirinti impenetrabili, che tali però non sono.

Ora, pur esprimendo profonda esecrazione nei riguardi degli scrivani di giornali e dei pronunciatori televisivi di pensieri fabbricati e sconclusionati, nutriamo però nei loro riguardi un’umana comprensione, essendo essi in maggioranza precari, una condizione che invece non vivono le altre categorie di camerieri, pur essendo tutti altamente nocivi e antisociali. Il tallone del potere sarebbe comunque meno pesante se non potesse contare sui servigi di costoro, i quali – fatte salve le immancabili, ininfluenti eccezioni – devono considerarsi appartenenti a una stirpe espunta di ogni umana empatia, priva di morale personale ed etica collettiva.

D’altro canto, poiché lungo e penoso resta il processo di acquisizione della consapevolezza, le presenti riflessioni devono accogliersi con indulgenza da parte di chi dispone di poco tempo per vincere la quotidiana battaglia contro la menzogna, disponendo di strumenti insufficienti o dovendo riservare al lavoro le proprie energie.

2. Per svelare qualche interrogativo di uno scenario intricato, occorre chiarezza, terreno arduo, beninteso. Tuttavia, l’aggregazione delle componenti del prisma che abbiamo di fronte aiuta a riconoscere i nemici principali del nostro vivere civile: essi sono, sul piano economico un insaziabile neoliberismo, globalista e bellicista, su quello dei valori la mercificazione della società, sul piano politico il sistema democratico tutt’altro che democratico, su quello filosofico il nichilismo narcisista, sul piano sociale il dominio di una plutocrazia priva di limiti e su quello geopolitico l’impero più militarizzato che la storia abbia registrato, gli Stati Uniti d’America, un paese che minaccia la sopravvivenza del genere umano. Malauguratamente, i pochi che nella nostra società si battono contro tali patologie sono divisi, talora prede di impulsi solipsistici o dissociazioni insensate. Un errore fatale.

Quando si riflette su disgrazie e turbolenze della scena internazionale è pratica diffusa occultare il nome di chi le ha generate, gli Stati Uniti, e non per disattenzione o scarsa memoria, ma per corruzione, morale o materiale. Va detto e ripetuto che con Stati Uniti non intendiamo il popolo americano, quei 335 milioni di abitanti anch’essi spremuti e sottomessi, ma quello 0,1% che come una piovra proietta ovunque la sua ombra vorace. Le 800 basi militari in 145 paesi al mondo sono notoriamente incaricate di aiutare le anziane signore ad attraversare la strada o, en passant, proteggere la sicurezza americana a 10 mila chilometri di distanza: un abisso di falsità che la metà basta a ubriacare la mente. Solo un’incomprensibile cecità da parte della società e della classe una volta dirigente dell’Europa, da tempo umiliata e devitalizzata dalla propaganda dominante, impedisce di prendere atto di tale metastasi.

La buonanima di H. Kissinger – uno dei maggiori organizzatori di colpi di stato che la storia ricordi – affermava con tono canzonatorio che “essere nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma esserne amici è fatale”. Passato egli a miglior vita, e soprattutto alla luce dei profondi cambiamenti in corso sulla scena planetaria, l’ora sembrerebbe giunta per sfidare tale indecente canzonatura, prendendo distanza dall’impero e verificando l’attendibilità della minaccia occulta del caro estinto. W. Churchill, non K. Marx, affermava che non sono i nemici che dobbiamo temere. Essi sono davanti a noi e li guardiamo in faccia, ma i falsi amici, di solito alle nostre spalle e con un pugnale in mano.

Davanti al pericolo di essere annientati in conflitti pianificati da un impero in decomposizione, un paese suddito ed esposto alla rappresaglia come l’Italia (accantoniamo gli altri europei) godrebbe di una preziosa occasione per recuperare qualche spazio di autonomia, stracciare i patti segreti impostici nel 1943/45 (un secolo fa!), cacciare le truppe imperiali dal nostro territorio, che vestano insegne Nato o statunitensi fa poca differenza (nessuno ci minaccia!), aggiornare la nozione di atlantismo/europeismo, divenuti dogmi religiosi sui quali ogni riflessione è giudicata un crimine e interrompere il declino del Paese, che così tornerebbe gradualmente ad essere la Regina di quel Mare che un tempo chiamavamo Nostrum. A questo punto, il lettore è cortesemente invitato a trattenere il riso o lo scherno. Sognare, tuttavia, resta uno dei privilegi della scrittura.

3. Tornando al punto, deve ritenersi colpa grave assistere senza far nulla alla demolizione delle nostre culture da parte di un impero onnivoro, per di più eticamente e politicamente analfabeta. I pochi amerindi sopravvissuti ai massacri conoscono bene l’esito salvifico delle pratiche assimilatorie di quella grande democrazia – che per indolenza chiamiamo America (ci perdonino i nobili abitanti di quel grande Continente!). A fronte di un processo demolitorio valoriale, sociologico, antropologico e finanche linguistico che minaccia tutti i paesi del globo, in primis i vassalli europei, facili prede ormai di una spirale autodistruttiva, sarebbe un dovere storico erigere idonee barricate, se ve ne fosse la coscienza, aggiungerebbe qualcuno, ed avrebbe ragione.

La propensione americanista alla fagocitazione politico-militare ed economico-culturale (di cui l’uso e l’abuso della lingua inglese è una goffa evidenza) costituisce una patologia che potrà essere curata solo con una palingenesi della società statunitense di cui però non si scorge l’ombra, oppure con l’emergere sulla scena internazionale di un bilanciamento politico-economico e militare che tenga a freno le feroci oligarchie americaniste, sperando che nel frattempo non si scateni l’inferno.

Costituisce, in proposito, una scandalosa empietà che gli stermini vendicativi – quelli lontani nel tempo, di Hiroshima e Nagasaki, e poi Tokyo, Dresda, Amburgo, Monaco e via bombardando, e quelli recenti in Vietnam, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Serbia etc. – che nell’insieme hanno causato 25/30 milioni di vittime – tramite conflitti, rivolte guidate, omicidi mirati, massacri etici, devastazioni, colpi di stato tentati e/o riusciti[1] etc. – non siano percepiti nella loro compiutezza.

Dare il giusto nome agli eventi, come suggeriva Confucio già 25 secoli orsono, è una necessità che consente agli uomini di evitare l’equivoco e poter comunicare con miglior precisione, semplificando talora, ma con il vantaggio di un chiaro posizionamento. La finta dialettica quadriennale che seleziona l’inquilino a tempo della Casa Bianca mira invero a divertire una plebe televisivamente frastornata, come se l’esito di tale frastuono elettorale potesse fare differenza, mentre il reale obiettivo è la tutela/ampliamento dei privilegi di chi siede in cima alla piramide.

Una potente propaganda negazionista impedisce di rievocare le efferatezze commesse nel tempo dai vari governi americani, affinché – non sia mai! – dopo aver chiesto perdono alla storia, ne facciano tesoro per l’avvenire, perpetuando la difesa della potestà auto-attribuitasi di rilasciare certificati universali di rispetto o meno dei diritti umani, nella versione americanista beninteso, vale a dire forma (libertà civili), ma non sostanza (libertà dai bisogni).

4. Tali riflessioni puntano a catturare la ragione per la quale le società del Regno del Bene hanno creato una mistica interpretativa di due guerre la cui escalation scatenerebbe l’apocalisse, guerre nutrite dal complesso militare/industriale Usa.

In Palestina, lo scenario è chiaro persino alle pietre dell’antica Giudea, ma il lavaggio cerebrale impedisce ai sudditi delle democrazie occidentali di dare nome a quanto avviene. Dopo aver gettato uno sguardo distratto sulla martoriata terra di Gaza i maggiordomi mediatici si strappano le vesti sul lessico da usare: quel che fa Israele non può essere qualificato genocidio, come se chiamarlo massacri, omicidi di massa, bombardamenti indiscriminati o altro facesse per i palestinesi qualche differenza. Che vergogna! Israele si colloca ormai fuori dalla civiltà contemporanea, giuridica e di valori, e come tale andrebbe trattato. Uno stato terrorista, che giustifica persino lo stupro di prigionieri palestinesi – che il 46% degli israeliani reputa legittimo, mentre il 67 % pensa che il governo stia facendo troppo poco contro i palestinesi, come se non bastassero le bombe su scuole e ospedali (quei pochi rimasti), e su esseri umani, donne e bimbini, inermi e incolpevoli – meriterebbe l’ostracismo da parte della comunità delle nazioni. Fa meraviglia che ciò non sia ancora avvenuto.

E qualche serio interrogativo valoriale dovrebbe porsi in una popolazione addormentata se: a) il ministro della Guerra, Yoan Gallant, afferma che i palestinesi sono animali[2]); b) il Congresso degli Usa riserva 58 standing ovations (appalusi a scena aperta) al capo di un governo terrorista, Benjamin Netanyahu, che ad attenderlo avrebbe dovuto trovare l’FBI e non un invito a parlare al Congresso, a riprova della forza delle lobby pro-Israele; c) se il megafono mediatico chiama uno stato apartheid la sola democrazia del Medio Oriente; d) se i costanti bombardamenti israeliani a Gaza, in Libano e in Siria (due stati sovrani) vengono chiamati operazioni militari preventive; e) se si accetta come normale che le bombe sioniste abbiamo ucciso 40.000 persone, un numero quaranta volte quello delle vittime di Hamas del 7 ottobre scorso, molte delle quali poi uccise dal fuoco amico (cui devono aggiungersi almeno 100.000 feriti, privi di una gamba, un braccio o un occhio): che poi il loro numero sarebbe invero ben maggiore secondo Lancet[3], che parla di 186.000  vittime, sepolte sotto le macerie o ignorate nel conteggio[4]; e) se le informazioni su palestinesi violentati, torturati, denudati, lasciati senza acqua e cibo meritano solo un flash mediatico; f) se s’ignora che tutti questi crimini commessi da Israele finirebbero d’incanto se gli Stati Uniti – la cui strategia è guidata dall’Aipac[5], che controlla la politica statunitense tramite soldi e carriere – cessassero di trasferire armi e risorse allo Stato ebraico. E molti altri “se” si potrebbero aggiungere!

La funzione sterminatrice di esseri umani incolpevoli che l’ideologia sionista si è auto-attribuita è parallela al patologico convincimento di appartenere al popolo eletto, quello scelto da dio, secondo le cosiddette sacre scritture, al quale sarebbe stato affidato un compito misterioso ma di massima importanza, rispetto ai popoli non-eletti. In realtà, nessuna mente normodotata è mai riuscita a comprendere la ragione per la quale quel dio avrebbe scelto proprio e solo il popolo ebraico, il quale del resto, alla luce delle sofferenze patite nei secoli, avrebbe difficoltà a definire quella scelta divina un privilegio di cui andar fieri. In fin dei conti, sia detto en passant, essere stati discriminati è stato per noi gentili un vero colpo di fortuna.

A questo punto, poiché il rischio di accuse gratuite è sempre in agguato, è bene precisare che le riflessioni che precedono nulla hanno a che vedere con l’antisemitismo, un termine che andrebbe sostituito – poiché anche gli arabi sono semiti, secondo le citate sacre scritture – con antigiudaismo o antiebraismo, a seconda che la l’accusa di discriminazione riguardi la religione o la razza. È invero scolpita nei nostri cuori l’indicibile sofferenza patita nei secoli dal popolo ebraico, in particolare nel XX secolo per mano dei nazisti tedeschi. Ciò che avviene in Palestina ha invero a che fare solo con le politiche sioniste dello stato di Israele, vale a dire un’ideologia efferata, che è lecito e doveroso combattere.

 5. Quanto alla guerra in Ucraina, anche i più ignari (ma non la macchina della cosiddetta Verità!) hanno forse compreso che il conflitto non è certo iniziato il 22 febbraio 2024, ma pianificato fin dal lontano 1991-92, al momento dell’implosione del comunismo sovietico, dai circoli imperialistici neoconservatori, noti al mondo con l’acronimo semplificato di neocon. Costoro appartengono a una potente cerchia di sociopatici – trasversale ai due partiti che si differenziano solo nel nome – che esercita un ferreo dominio tramite la finanza (Wall Street e City di Londra, tra loro intrecciate), il controllo sull’informazione (tranne la rete, per ora sfuggita di mano), lo stato permanente/profondo, beneficiario di un bilancio annuale di oltre 1000 miliardi di dollari (quello che la neo-lingua­­ orwelliana chiama Difesa, in realtà della Guerra, che genera il 60 % del Pil americano). Solo l’avvento di un evento imprevedibile, il cosiddetto cigno nero, potrebbe cambiare la scena.

In Ucraina, la Nato punta all’estensione della guerra, con il sangue, la distruzione di infrastrutture altrui e sul residuo benessere degli europei, che definire sprovveduti è un complimento, tutto ciò con il folle proposito di destrutturare una nazione che dispone di 6.000 testate nucleari, una follia! I benefici imperiali, invero – anche qui, repetita iuvant -, sono i seguenti: rifioritura della Nato (una pericolosa organizzazione incaricata di risolvere problemi che non sarebbero tali se essa non esistesse!), schiavizzazione economica e militare dell’Europa, vendita di armamenti made in Usa a beneficio di insaziabili superricchi, difesa del potere del dollaro (che auspichiamo in agonia) tramite sanzioni, minacce e conflitti perenni. Tutto ciò accompagnato dal racconto infantile di difendere la libertà: a questo punto, le nostre viscere cominciano a avvitarsi tra loro.

Secondo alcune analisi di politologi americani (J. Sachs, C. Hedges, H. Schlanger e altri) gli Stati Uniti potrebbero esser giunti al capolinea della loro storia imperiale, alle prese con drammatici problemi interni (infrastrutture in disfacimento, 100.000 vittime per droga ogni anno, il 25% dei detenuti del mondo, un sistema sanitario da terzo mondo, insicurezza diffusa e crescente, flussi immigratori incontrollabili, comunità ed etnie divise e discriminate, etc.) ed esterni (il gruppo Brics+ e la Sco stanno costruendo una concreta alternativa, finanziaria ed economica all’Occidente,

6. In attesa della formale apertura del prossimo teatro di crisi, in Estremo Oriente contro la Cina (che ha il torto di crescere senza il permesso dai padroni del mondo) – una crisi che coinciderà con il reingresso alla Casa Bianca del suo ex-inquilino, lo stesso che aveva nominato direttore della Cia M. Pompeo (“we lied, we cheated, we stole[6]), che aveva spostato l’Ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme (che per la Comunità Internazionale non è la capitale dello stato ebraico), riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan (che invece appartengono alla Siria) e la legittimità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che aveva promosso la stessa economia di guerre senza fine (endless wars[7]) dei suoi predecessori (Rep o Dem poco importa) – l’Occidente è costretto a immergersi nell’ipocrita competizione elettorale americana, dove gli oppositori non sono i Dem contro i Rep, o viceversa, ma i cittadini che credono ancora nel vivere civile e nella moderazione da una parte e quei due partiti insieme dall’altra.

Per concludere, alla luce di quanto illustrato, occorrerebbe riformulare gli scenari del containment ai quali per settant’anni o giù di lì la propaganda occidentale aveva dato una risposta univoca, accogliendo il dotto suggerimento del suo primo e massimo teorico, George Kennan, che indicava i modi per tenere sotto vigilanza il cosiddetto impero del male, l’Unione Sovietica. Oggi, le nazioni del mondo sono chiamate a definire una difficile, accorta e certo pericolosa strategia di containment non contro la Russia (erede dell’Unione Sovietica), la Cina o i paesi Brics, Sco e altri raggruppamenti, ma contro gli Stati Unti d’America. Si tratterebbe di un programma che vedrebbe aggregate le nazioni genuinamente interessate alla pace, alla sovranità, alla libertà e al futuro dei loro figli, attraverso la promozione dei valori umani essenziali, che implicano innanzitutto la possibilità di convivere nell’armonia della diversità, una nozione di straordinaria valenza, che i leader del mondo emergente comprendono e promuovono, diversamente da quelli del Regno del Bene.


[1] Il loro numero, semi-occultato dalle oligarchie mercenarie politico/mediatiche dell’Occidente vassallizzato dagli Usa, è reperibile con un pigro colpo di mouse, ad es. L. A. O’Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, Cornell University Press, 2018

[2] https://www.politico.eu/article/ron-prosor-israel-evoy-hamas-animals-must-be-destroyed/

[3] https://www.aljazeera.com/news/2024/7/8/gaza-toll-could-exceed-186000-lancet-study-says

[4] https://www.oxfam.org/en/press-releases/daily-death-rate-gaza-higher-any-other-major-21st-century-conflict-oxfam

[5] American Israeli pubblic affairs committee

[6] “Abbiamo mentito, abbiamo truffato, abbiamo rubato” https://www.dailymotion.com/video/x7e2tr9

[7] come rilevato persino dall’ex presidente J. Carter, in 250 anni di esistenza gli Usa sono vissuti in uno stato di pace per soli 16 anni: https://ifpnews.com/us-enjoyed-16-years-of-peace-in-its-242-year-history-carter/

da qui

venerdì 9 settembre 2016

Contro la satiriasi, leggere le avvertenze - Gian Marco Ibba



No, non sono dell’ISIS, non sono di destra, non sono ignorante, amo le vignette satiriche e il libero pensiero, sono tra quelli di Je suis ma no, quella era una vignetta fatta proprio di merda. Proverò a spiegare perché, ma non a mia madre, né a mia nonna. Proverò a spiegarlo a voi. Mettetevi comodi, non abbiate fretta…

1.      Cos’è la satira, cosa non è, cosa è in parte, cosa è per tre quarti etc. (Questione oziosa vero?).

Un primo chiarimento mi sembra doveroso, visto che allorquando qualcosa che si fa passare per satira non viene apprezzato si tira in ballo la sua legittimità (come se il problema fosse una questione di appartenenza al genere e non il contenuto specifico dell’opera di cui si parla.). 
Chiariamo subito allora che la satira non è un genere definito, ma per sua stessa natura molto trasversale, ondivago e indistinto, capace di permeare i generi letterari più diversi e in forme altrettanto diverse a seconda dell’autore che di volta in volta (anche a distanza di secoli) se n’è occupato. Perché prima di essere relegata ormai alle sole vignette umoristiche, la satira era praticata da intellettuali e letterati, alcuni dei quali di prim’ordine. Passando al setaccio le diverse contaminazioni e personalizzazioni che questa modalità di espressione ha attraversato nelle mani degli autori più diversi nel corso dei secoli, appaiono chiare alcune caratteristiche distintive di base, venendo meno le quali non si è più certi che si tratti di satira, ma di qualcos’altro (non meglio precisato). Tali caratteristiche in sostanza si possono riassumere in una volontà di critica sociale condotta per mezzo di uno stile ed un linguaggio colorito, beffardo e pungente, impiegando un umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima. Questo ovviamente dipende dall’autore e dai contenuti che intende esprimere. Le tenui e leggere satire di Orazio sono affatto diverse da quelle arcigne di Persio, da quelle indignate di Giovenale o da quelle più pacate di Ariosto, dagli epigrammi feroci di Marziale o dai romanzi di Rabelais, ricchi di allegra e ostentata trivialità, da quelle velenose degli Illuministi fino alla fioritura dei giornali satirici a partire dall’ottocento, che contribuirono ad accelerare quella tendenza alla progressiva destabilizzazione del genere, già di per sé restio ad una codificazione fissa. La satira può essere fatta (ed è stata fatta) in mille modi, stili e toni diversi, a seconda dell’autore. Dunque chi sostiene che “se la satira non fa male allo stomaco non è vera satira” dice una sonora sciocchezza.
Ciò che pare un tratto comune è senz’altro (sempre con le dovute differenze di tono) il compiacimento nell’esporre al pubblico ludibrio il bersaglio di volta in volta designato (potere, costumi, religione o idiozia tout court), realizzando una sorta di vendetta riequilibratrice per la gioia del pubblico, o a dispetto del pubblico se il bersaglio, come capita, è lo stesso pubblico di cui si biasimano i vizi.
“Castigare ridendo mores”, insomma, secondo la nota definizione. Il riso dunque (o quantomeno il sorriso), che sia agro, a denti stretti, sguaiato o cristallino, è strutturalmente previsto dalla satira, che sceglie volutamente uno stile e una forma leggeri, umili, più facilmente fruibili dal pubblico. In questo è affine alla commedia, con cui condivide l’appartenenza ad un ambito non aulico, in cui è consentito sperimentare certe asprezze della lingua, ad esempio, e avvicinarla al parlato del mondo reale.
Comunque, che la satira faccia sempre ridere o meno, poco, pochino o nulla è davvero una questione piuttosto oziosa. Di sicuro possiamo dire che se la satira non fosse neanche un poco divertente non sarebbe tale e si parlerebbe di saggistica, filosofia, tragedia o altro genere considerato più serio ed elitario nella classificazione tradizionale. Nella vecchia distinzione tra i generi letterari che risale ad Aristotele, infatti, il riso è considerata pulsione di rango inferiore rispetto al pianto, ad esempio - appannaggio della tragedia - e riservato ad un dominio più popolare, umile, meno nobile.
Se la satira non diverte almeno un poco, non fa quantomeno a tratti sorridere (pur affrontando temi serissimi) non è satira, è altra cosa. Per quanto, anche qualora si dimostrasse, supponendo di essere improvvisamente ritornati al 1600, o comunque in tempi in cui ancora la letteratura o l’arte in generale erano disciplinate da regole formali piuttosto rigide e ingabbianti, che una tale opera che non fa per niente ridere, né sorridere di sicuro possa ascriversi a “satira”, l’essere catalogata come tale non la proteggerebbe comunque dalla critica, che è un diritto di chiunque in una società libera.
Perché, vedete, il fatto di rientrare tecnicamente nella categoria “satira” non è di per sé garanzia di protezione da niente. Il fatto di “fare satira” non preserva dall’eventualità di essere quantomeno considerati dei pessimi autori di satire, se non peggio. E questo ci porta al secondo punto.

2.      Si dà il caso che sia esistita e possa esistere anche della cattiva satira (ma dai?).

Questa affermazione - piuttosto banale secondo me - sembrerebbe invece cozzare contro una sorta di dogma inamovibile di difficile rimozione per l’opinion leading radical attuale, pronta ad ergersi meccanicamente a difesa del satirismo ad ogni costo con la stessa capacità di discernimento di un fungo che spunta dopo la pioggia. Eppure basterebbe davvero poco a scalzarlo via, questo stupido dogma. Basterebbe tirare in ballo la satira praticata tra otto e novecento, di matrice fascista e nazista, ad esempio. Anche quella apertamente razzista di stampo statunitense dello stesso periodo non scherzava. Nel senso che pestava duro.




         



Eh già… perché sono in molti a dimenticare che in epoca fascista e nazista la satira proliferava. Ovviamente era diversa da quella di oggi perché i suoi valori di riferimento erano diversi.
Quella era un’epoca (tra ottocento e novecento) in cui il razzismo nei confronti delle popolazioni extraeuropee, fomentato dal colonialismo, e l’antisemitismo, profondamente radicato in Europa e alimentato dal nazismo, erano pane quotidiano in Europa, e nessuno trovava strano che quella discriminazione fosse comunemente accettata. Non dico ovviamente che tutti ne fossero intimamente convinti, dico solo che almeno a livello epidermico, la società occidentale dell’epoca era quantomeno condiscendente rispetto ad essa, tollerante. Esattamente come la società romana antica lo era nei confronti dello schiavismo. Nessun poeta satirico romano, ad esempio, ha mai fatto satira sulla dipendenza dei Romani dagli schiavi, alludendo in qualche velato modo a quella colossale e macroscopica offesa alla dignità umana. Gli schiavi non erano uomini come gli altri, punto. L’orizzonte culturale era quello, e neppure la satira è stata capace di varcarlo, o appena scalfirlo.
Comunque, tornando a bomba, se si fosse nati tra la prima e la seconda guerra in Germania o in Italia, ad esempio, sarebbe stato facile imbattersi in vignette satiriche a sfondo razzista o antisemita, e persino in fumetti di quel tenore. Avremmo visto ebrei raffigurati in modo grottesco e caricaturale, orientali o neri rappresentati con fattezze mostruose o scimmiesche etc. Che fine ha fatto l’azione moralizzatrice della satira? Semplice: è stata fagocitata dal nuovo orizzonte di valori che ha avviluppato l’intera società. Gli ebrei venivano additati come responsabili di chissà quali colpe (tradimento della patria, usura etc…) e rappresentati come orrendi e grotteschi mostriciattoli con labbroni carnose e capelli crespi e nasi adunchi, che esasperavano alcuni tratti della loro tipicità etnica. 
Potrà sembrare strano ma quella era a tutti gli effetti satira. Satira, che fustigando i costumi per mezzo di uno stile dal linguaggio colorito, beffardo e pungente, con umorismo a volte crasso e sgangherato oppure venato di ironia sottilissima (secondo tutte le modalità previste dalla satira), era diretta contro una parte del corpo sociale che si presumeva minacciasse l’integrità della parte “sana”. Attraverso quelle vignette orribili il popolo tedesco biasimava quelli che percepiva come suoi vizi, in sostanza rappresentati e concentrati in quella minoranza etnica che intendeva rimuovere dal proprio interno per recuperare una sorta di ipotetica purezza minacciata. Era la satira nazista, pensata per un pubblico nazista.
Ad onor del vero bisognerebbe ricordare che non tutti gli autori “satirici” tedeschi concordavano con quella visione (uno per tutti: George Grosz, che nei suoi quadri dalle tinte accese prova a raffigurare la malattia morale che stava fatalmente corrompendo la Germania), ma in questa sede ci interessa riscontrare la possibilità storicamente realizzata di una satira biasimevole. Una satira che noi oggi non sopporteremmo (forse non proprio tutti, ahimè). Ne abbiamo riscontrato l’esistenza, e dunque la potenzialità.
Con questo cosa voglio dire? Non certo che quelli di Charlie Hebdo sono dei nazisti, ma certo che no, ci mancherebbe. Anche se vorrei comunque azzardare una provocazione: quando Charlie Hebdo se la prende contro i musulmani, ridicolizzando gli eccessi e le stranezze (a nostro avviso di occidentali) della loro religione, il più delle volte ricorrendo a sintesi grafiche offensive, deformanti, con chiari riferimenti agli organi sessuali evocati per esempio nel volto del profeta Maometto in cui facilmente si riconosce un pene con relativi testicoli (riprodotto sia dall’accoppiata occhi/naso, sia dal binomio turbante/volto), non fa qualcosa di molto diverso da quello che i vignettisti tedeschi facevano quando ridicolizzavano in modo pesante le fattezze e le eccentricità dei costumi e comportamenti degli Ebrei.



In fondo, si tratta di offendere gratuitamente una minoranza percepita come intimamente “diversa”, “strana”, e colpirla con sberleffi e offese esplicite. Fa ridere? Sicuramente non i musulmani. Così come le caratterizzazioni grottesche degli ebrei facevano ridere i tedeschi cattolici ma non i tedeschi ebrei.
La replica è ovviamente che in una società aperta io sono libero di sputare addosso a chi voglio (figurativamente parlando) e nessuno deve potermelo impedire. Tuttavia forse, dato che quella che ci si prospetta è una società sempre più globalizzata, ad alta mescolanza di culture e sensibilità diverse, forse la politica di sputare addosso a chi vogliamo soltanto perché possiamo farlo, ad occhio e croce non mi pare la migliore strategia di convivenza, a lungo termine.
Mi pare invece che, fermo restando il rispetto doveroso per il sistema giuridico del paese ospitante per chiunque decida di emigrare, forse sarebbe più saggio da parte nostra limitare gli eccessi e la “protervia” della nostra differenza culturale, magari cercando di mettere in comune il maggior numero di cose che possono essere più facilmente condivise e favorire un avvicinamento, piuttosto che alimentare conflitti. Questo mi pare più saggio.
Dunque, ricapitolando, il fatto che qualcuno produca una vignetta cosiddetta “satirica” non conferisce automaticamente una patente di impermeabilità a qualsiasi critica.
La bontà della satira dipende dalla bontà dei contenuti che il suo autore ci vuole mettere dentro, e dall’orizzonte di valori di riferimento di questo autore.
Sempre fermo restando che in una società laica e aperta ognuno è libero di manifestare le sue idee e le sue proposte di “satira”, se ne ha (precisazione mai abbastanza ridondante quando ti permetti di muovere qualche pallida critica al pensiero unico dell’attuale opinion leading radical),
mi sento di rivendicare il mio diritto di cittadino dotato di libero pensiero a valutare di volta in volta se un qualsiasi prodotto dell’ingegno umano che abbia connotazioni espressivo/letterarie/artistiche etc., pensato per un pubblico, possa piacermi o meno. Se mi sia utile o meno. Tutto questo, possibilmente senza dover subire alcun biasimo sociale.

3. Ma anche nell’ambito dell’orizzonte di valori a cui aderisco, una vignetta satirica può essere “sbagliata”?

Certo che sì. Ovviamente. Una volta ammesso che una vignetta possa essere discutibile sul piano dell’orizzonte culturale di valori a cui si riferisce, la si può analizzare anche soltanto sul piano della sua struttura all’interno dello stesso modello valoriale di riferimento e decidere se è efficace oppure no, giusta o “sbagliata”. Basta intendersi su cosa significa “sbagliata”. 
Analizzando quella che si può definire come “intentio operis”, per usare una definizione di Eco, possiamo, con un ragionevole margine di approssimazione, dedurre quale sia il messaggio che l’opera sembrerebbe veicolare. Ovvero quello che il lettore ideale (presupposto da qualunque autore) dovrebbe poter recepire per mezzo della fruizione del dato “oggetto artistico”. Sulla base di questa analisi l’opera ci restituisce, o ci guida, verso il significato più plausibile in essa contenuto, o meglio che la sua struttura contiene in base alla disposizione scelta degli elementi del codice impiegato. Tale disposizione, in quanto preferita ai miliardi di altre scelte possibili, dovrebbe poterci guidare verso un significato (o quantomeno ad un ventaglio ristretto), piuttosto che a miliardi di significati possibili.
Ecco che dunque non sono possibili infinite interpretazioni dello stesso quadro, film o vignetta satirica. Interpretazioni da non confondersi ovviamente con le sensazioni provate, diverse per ciascuno di noi in quanto lo stimolo esterno che ci viene dall’opera interagisce con un sostrato personale di esperienza e di cultura diverso per ognuno. Però se si parla di interpretazione, occorre rimanere un po’ più vincolati all’oggetto artistico e alla sua struttura, impedendo al nostro ego ballerino di sfarfallare troppo con le libere associazioni.
Ora cercheremo di analizzare la vignetta galeotta sul terremoto che ha fatto scaturire tutta questa riflessione:




L’analisi è molto semplice quando si tratta di vignette, data l’esiguità del numero di elementi grafico linguistici impiegati e all’immediatezza della sintesi espressiva. Nell’immagine possiamo notare due italiani, identificati principalmente dal titolo che parla di “sisma all’italiana”, e dunque ci fa presupporre che quelle due brutte persone, ovvero un uomo baffuto e una donna con occhi gonfi, mammelle mosce e rotolini di grasso addominale (forse alludenti alla passione per il cibo), affiancati da un cumulo di macerie con in mezzo persone schiacciate, siano italiani. La dicitura “penne al sugo, penne gratinate e lasagne” sormonta i tre elementi grafici presenti. 
Abbiamo quindi sotto gli occhi tre concetti espressi, e abbastanza rigidamente (quasi didascalicamente) affiancati: il concetto di terremoto, il concetto di italiani colpiti dal terremoto e il concetto di pasta. Punto. Non abbiamo altro, in mano.
Cosa ci è concesso interpretare sulla base di questi elementi che l’opera “satirica” ci presenta? Presumibilmente, una qualche vaga relazione che dovrebbe sussistere tra terremoto, pasta e italiani, altrimenti perché giustapporli?
Dunque gli italiani, che amano evidentemente tanto la pasta, sono anche dei terremotati. Non ci sono concatenazioni causali espresse in questa vignetta. C’è solo la giustapposizione di “italiani spaghetti” e “terremoto”. Dunque che cosa dovrei pensare io di tutto questo? Forse che gli italiani si meritano il terremoto perché amano troppo la pasta? O forse che se la amassero di meno e si dedicassero di più alla ristrutturazioni sarebbe meglio? Troppo sottile, siamo già alla sovra interpretazione. La vignetta non ci consente questo aggancio. Tutto si ferma al luogo comune “italiani spaghetti e terremoto”. Sono autorizzato a interpretare: italiani mangia spaghetti e terremotati. Lo stesso concetto che potremmo recepire in un banale coretto da stadio. Ulteriori sensi di cui vorremmo caricare l’immagine (cattiva gestione, mafia etc.) sono inferenze, ovvero il lettore “sovraintrepreta” quello che testo più immagine di per sé non consentono di leggere, che strutturalmente non contengono. 
Poi io, che proprio scemo scemo non sono, presumo che in realtà nel cervellino dell’autore ci sia stata la volontà di esprimere il più articolato messaggio “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia”. Questo messaggio, peraltro condivisibilissimo, resta però confinato nel cervelletto dell’autore, non è presente nell’immagine, né nel testo. A meno che non ci convinciamo che tutto questo popò di roba sia contenuta in nuce nel concetto di “italiani spaghetti”. 
Ma io non voglio farmi trascinare in questa diminuzione, in questo abbrutimento concettuale per cui basta evocare lo stereotipo di “italiani spaghetti” e immancabilmente dovrebbe scaturire il concetto di “mafia” e di “appalti a basso costo”.
Mi rifiuto di sottostare a questo gioco al ribasso, così come nessun ebreo dovrebbe riconoscersi nell’immagine di un usuraio, un tedesco in un piatto di crauti o nella svastica, o un francese davanti all’immagine di una lumaca o di uno spocchioso e superbo imbecille. 
Non so se sono stato abbastanza chiaro, ma sottostare all’indotto di questi sottocodici visivi o verbali ci riporta nuovamente all’epoca fascista o nazista, in cui bastava mettere un turbante a una scimmia e avevi il concetto di etiope o di libico. 
Che io abbia ragione, e cioè che quella vignetta fosse sbagliata, “mal concepita”, è dimostrato dal fatto che poco tempo dopo essere stati ricoperti di fischi in modo veemente dal fronte italiano, gli autori di Charlie si sono resi conto che forse quella vignetta aveva bisogno di un correttivo per agevolarne meglio la comprensione.





Dunque hanno realizzato una seconda vignetta, in cui il concetto “la colpa del terremoto è della incuria con cui gli italiani gestiscono la cosa pubblica, lasciando che mafia e camorra con gli appalti a basso costo gestiscano l’edilizia” è finalmente stato espresso in modo chiaro. Ma ormai il danno era fatto.
Arrivederci, e buona interpretazione a tutti!

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da qui

sabato 14 novembre 2015

a proposito della politica

dice Aristotele:
L’uomo è per natura un animale politico e chi vive fuori dalla comunità civile, per sua natura e non per qualche caso, o è un abietto o è superiore all’uomo […] ed è tale per natura e nello stesso tempo desideroso di guerra in quanto è isolato come una pedina tra le pedine… (da qui)

dice don Milani:

Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia.

 


Durante il fascismo c’era un pericoloso cartello di avvertimento in ogni luogo pubblicoQui non si parla di politica o di alta strategia. Qui si lavora” (ricorda Furio Colombo).