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venerdì 27 ottobre 2023

“Racconti insoliti” - David Albahari

La neve

Sta nevicando. È aprile, e nevica. I fiocchi di neve sono grandi e si sciolgono con un fremito, come se fossero vivi. Qualcuno sostiene che la bellezza del tempo risieda nella sua imprevedibilità. Intende, naturalmente aggiungendo, il tempo meteorologico, perché l’altro è prevedibile e non potrebbe esserlo di più. Segue una marea di proteste, una discussione alla quale tutti partecipano. Gli occhi si allargano, le guance si gonfiano, le labbra a volte si ricoprono di bolle di saliva. Le sedie scricchiolano, le suole sfregano contro il pavimento, le mani svolazzano nell’aria, le fronti si accigliano. E poi, quando l’orologio da parete suona sei volte, tutti tacciono. La neve sta ancora cadendo.

Il lettore

Il lettore che si perde in un punto del libro e si ritrova in un altro, ma completamente cambiato. Si guarda a lungo nello specchietto, si tocca i baffi che prima non aveva, si accarezza i capelli lunghi fino alle spalle. Va bene, sta bene così, fuori dal libro. Il libro è sul tavolo, è aperto. Un uomo si avvicina e lo chiude. Quando si guarda di nuovo allo specchio, il lettore in esso non vede niente.

Un gatto

Un uomo è sceso in cortile a gettare la spazzatura e vicino all’ultimo gradino vede un gatto morto. È sdraiato su un fianco, le gambe rigide e gli occhi spalancati. L’uomo posa il  secchio e rientra nell’appartamento a prendere un vecchio giornale. Quando torna con il giornale in mano, il gatto non c’è più. L’uomo getta uno sguardo all’indietro, strizza gli occhi, si accovaccia e si alza di nuovo. Poi vede il titolo “Cinquantatreesimo giorno di bombardamenti”, si agita e inizia a leggere.

Il monte

Da dove ci troviamo, in cima, possiamo vedere un uomo a piè del monte, sul sentiero. Ci abbiamo messo due ore per salire in vetta perché a Nela la gamba fa un po’ male e Vesna è sempre stanca, ma quell’uomo certamente non ha bisogno di così tanto tempo. Stendiamo una tovaglia di plastica sull’erba, tiriamo fuori panini e mele dagli zaini. Beviamo succo di mirtillo. Quando appare, l’uomo è più vecchio di quanto immaginassimo. Ma non ha il fiato corto.

La nave

L’estate passa in fretta. Non ci siamo nemmeno abbronzati ed è già tempo di jeans e magliette con le maniche lunghe. Sono seduto sulla roccia, porto un filo d’erba alla bocca e lo addento. L’amarezza mi pizzica la bocca. Il mare è calmo, silenzioso. Quando chiudo gli occhi, vedo una nave.

Walser

Robert Walser pensa che parlare sia faticoso, dico. Nessuna conversazione mi ha mai stancato, dice mia moglie, e ripete: mai. Il valore delle parole, leggo, la determinazione del loro effetto, sarà dimenticato da chi parla piuttosto che da chi è taciturno. Mia moglie si raddrizza all’improvviso,: stai dicendo che, quando parlo, spreco solo parole? Non è la mia opinione, rispondo, ma quella di Walser, non ho detto niente. Quando parli, continua mia moglie, poi le tue parole sono mielate come quel silenzio, e quando parlo io è un battito di ali nel vuoto, ecco cosa viene fuori, no? Meravigliosa è la libertà spirituale del solitario, dico, è di nuovo di Walser. Bene, ribatte mia moglie, allora che Walser ti prepari una cena solitaria. Più tardi, in cucina, mangiando pane spalmato con un sottile strato di margarina, comincio a capire il peso della tentazione solitaria.

Il cielo

Quando Jakov Baruh morì, il cielo si mosse. Era notte, e a un certo punto la disposizione delle costellazioni cambiò, come se il cielo sopra di noi fosse un’enorme proiezione che qualcuno, chissà come, avesse sostituito con un’altra. Anche il sarto ha detto di averlo visto, e che poi, nella vetrina del suo negozio, una candela decorativa si sia accesa da sola. Subito dopo, quando il cielo si mosse, il fabbro sentì suonare la sua incudine anche se non c’era nessuno nell’officina. Il postino si svegliò improvvisamente dal suo sogno e vide che le sue dita erano macchiate di ceralacca. Al capezzale, perché solo allora era andato a riposare, il poeta trovò un foglio con una poesia scritta da una mano sconosciuta. Soltanto Matilda, la vedova di Jakov, non si era accorta di nulla. Si svegliò solo quando i raggi del sole penetrarono dalla finestra, sentì il freddo della mano di Jakov e seppe, ancor prima di vedere la sua bocca aperta, che Jakov era morto. Le bastava. Lei comunque non sapeva niente del paradiso.

Una storia non scritta

Di tutte le storie che non ho scritto, ricordo quella in cui un ragazzo e una ragazza sono seduti su una panchina del parco, si tengono per mano e tacciono. Nient’altro è successo in quella storia; tutto era in perfetto silenzio. Il mio sforzo di scrittore avrebbe dovuto concentrarsi sulla descrizione di quella perfezione, anzi, sulla perfetta descrizione della perfezione, perché nessun’altra ne sarebbe degna. Il silenzio conteneva tutto, sia il loro passato che il loro futuro, i giorni trascorsi nella penuria, i giorni di abbondanza, il calore del cuscino condiviso, il parto difficile, la separazione e l’incontro, e il lento allontanarsi, e la casa al margine della città, dove il buio era più fitto, e i fiori nell’aiuola sotto la finestra, e la corda con cui il giovane si impiccò quando scoppiò la guerra, e il pianto di lei, le unghie con cui si grattava il viso, e le parole, incerte e scivolose, con le quali cercava di spiegare al bambino quello che non riusciva a spiegare nemmeno a se stessa: il silenzio che è il germe di tutto ciò che ci circonda. Il bambino la guarda e tace.

L’esploratore

Ogni bianchezza è fredda, pensa l’esploratore, indipendentemente dal fatto che davanti a me ci sia sabbia o neve.

Il cerchio

Zdravko e Vera si sono conosciuti al concerto dei Bijelo Dugme. Si trovarono, del tutto per caso, se qualcosa al mondo avviene per caso, uno accanto all’altra in una folla che si accalcava in tutte le direzioni, e i loro occhi si incrociarono all’istante quando entrambi cantarono: “Sei così, piccola mia, quando ti bacia un bosniaco”. Zdravko sorrise e tese la mano, che Vera accettò, e poi Zdravko si chinò e le baciò le labbra leggermente arricciate. Non ci separeremo mai, disse Vera più tardi quella sera, cioè quella notte, perché era mezzanotte passata e loro erano sdraiati nel letto di Zdravko, e così fu per i successivi dieci anni, fino allo scoppio della guerra. Decisero di lasciare Sarajevo, non senza dolore nel cuore e con ferme promesse a Sead e Jasmina, i loro testimoni di nozze, che sarebbero sicuramente tornati non appena questa “stupidaggine” fosse finita. Vissero prima per un anno a Ruma, con il fratello di Zdravko, poi andarono a Zrenjanin, dalla sorella di Vera, dove nacque il loro primo figlio. Si trasferirono a Belgrado, affittarono un appartamento a Karaburma. Zdravko vendeva sigarette e cambiava marchi tedeschi per strada, e Vera lavorava tutti i pomeriggi in una delle boutique vicino a Zeleni Venac. Lasciava il bambino alla zia di Zdravko, una zitella che condivideva un appartamento di due stanze a Nuova Belgrado con tre gatti grassottelli. Passarono altri due anni, la “follia” di Sarajevo finì, anche se non si era fermata in alcun modo; “la ragione si perde facilmente e difficilmente si ritrova”, scrisse Zdravko in una lettera a Sead; e così, visto che nacque il loro secondo figlio, decisero di cercare un posto più tranquillo (ed economico). “La vita è diventata troppo preziosa per noi per sprecarla così”, scrisse Zdravko nella stessa lettera, “dobbiamo ricominciare da zero”. Trascorsero un anno a Niš, dove viveva lo zio di Vera, ma non riuscirono a sentirsi a loro agio in una città che sembrava loro ricostruita innumerevoli volte e mai terminata, fatta di parti che minacciavano continuamente di sgretolarsi. Si trasferirono a Kruševac, dove la sorella di Vera si unì a loro, e dopo un anno passato sentendosi come se stessero sprofondando costantemente in un’oscurità fluida, si diressero a Ćuprija, su invito della migliore amica di Vera dai tempi della scuola. Lì scoprirono da soli la luce e lì nacque il loro terzo figlio. Il giorno prima che cadessero le prime bombe su Ćuprija, nella primavera del 1999.

Un’ombra

Il ragazzo, sul ponte, vede un’altra ombra accanto alla sua. Quando si guarda indietro, vede che è solo. Molti anni dopo, sullo stesso ponte, si accorgerà che la sua ombra non c’è più, ma allora rimarrà indifferente.

Cartoline

Mio padre viaggiava spesso. Ci inviava cartoline da ogni posto in cui era stato. Scriveva lo stesso testo su ognuna – cinque frasi e una firma ornata – e lo leggevamo ogni volta come se ci fosse completamente sconosciuto. D’altronde la seconda frase, “Questa è una bella città”, ad esempio, aveva significati diversi sulle cartoline di Vienna e Madrid, mentre la quinta frase, “Non vedo l’ora di vedervi”, suonava vera sulla cartolina di Mosca ed estremamente poco plausibile sulle cartoline di Venezia. Lo stesso si può dire per la prima frase “Sono seduto in una stanza d’albergo”, che sicuramente, scritta ogni volta in una stanza diversa, non potrà mai essere la stessa, né potrebbe la passeggiata accennata nella terza frase, “Farò una passeggiata prima che arrivi il buio”, che portava sempre a nuove strade. Tuttavia, la quarta frase, “Nel silenzio, le parole si appesantiscono, il cuore arde come una pigna secca”, ci lasciava nel dubbio; nessuna immagine poteva cambiarla. Non sapevamo, cioè, se il silenzio cambia di luogo in luogo e se ogni fuoco è lo stesso, non importa dove brucia, ma nostro padre, quando glielo chiedemmo, non volle dirci nulla.


David Albahari (1948 — 2023) è stato uno scrittore, traduttore e accademico serbo di origine ebraica che ha scritto principalmente romanzi e racconti, spesso di carattere autobiografico. È mancato, dopo una lunga malattia, il 30 luglio 2023. Viene giustamente considerato uno dei Nobel mancati e ricordato da molti intellettuali come un grande scrittore.

Traduzione di Božidar Stanišić, revisione di Claudia Bettiol


da qui

venerdì 8 settembre 2023

Pettirossi - David Albahari

 

 

Scrittore, traduttore e accademico serbo di origine ebraica, David Albahari è mancato il 30 luglio 2023. Per ricordarlo, lo scrittore Božidar Stanišić ha tradotto per Meridiano 13 alcuni suoi racconti. Questo è Pettirossi, pubblicato nella raccolta La pellegrina e nuovi racconti (1997).

 

Anche oggi, a colazione, proprio come ieri, mio figlio di nove anni appoggia lentamente il panino nel piatto, gli occhi gli si chiudono, le labbra si stringono, le guance si gonfiano, e lui incomincia a piangere. Piange, mi ha detto ieri, perché la primavera, anche se marzo sta per finire, non è ancora arrivata. Ha paura, mi ha detto, che i cicli ecologici di cui studia a scuola verranno sconvolti, e che non ci sarà abbastanza erba per i conigli né abbastanza conigli per i coyote. Ha anche paura, mi ha detto, che questa primavera, sempre ammesso che arrivi la primavera, non sarà in grado di interrare i semi di girasole nel nostro cortile sul retro, annaffiarli e vederli spuntare dal terreno e crescere.

Cerco, come ho provato ieri, di calmarlo con storie sull’inevitabilità dei cambiamenti della natura, su come ogni cosa abbia il proprio tempo, così com’è scritto nei libri antichi. Gli dico che dovrà imparare molte cose nella vita, ma che la pazienza forse è la più importante di tutte. Chi non impara ad avere pazienza, dico, prima o poi si farà del male, poi con la propria temerarietà farà del male; e infine, con la sua impulsività, farà del male agli altri.

Il ragazzo mi guarda. Dai suoi occhi pieni di lacrime capisco che non mi crede. Nemmeno io credo a me stesso (come da ragazzo, quando non sempre mi fidavo di mio padre). L’inverno è davvero così lungo che si sta lentamente, ma senza alcun dubbio, trasformando nell’ “inverno della nostra insoddisfazione”. Alla neve, che lo scorso ottobre ci aveva dato tanta gioia, e che ci godevamo mentre scricchiolava sotto i nostri piedi, ora diamo la colpa per ogni fallimento, anche il più piccolo, soprattutto per quelli che attribuiamo alla “vita in un paese straniero”. In effetti daremmo qualsiasi cosa solo per veder spuntare il primo gambetto di bucaneve. Sempre che qui crescano e sappiano come orientarsi sotto gli strati di neve.

Forse per questo, dice mia moglie, a causa di quella bianchezza immutabile, tutti i nostri conoscenti dalla “patria” parlano costantemente di un ritorno. Quando li si ascolta, si potrebbe pensare che nel posto lontano da dove veniamo non faccia mai freddo, che non nevichi mai, che le strade non gelino mai sotto i colpi di piogge ghiacciate.

L’inverno laggiù non dura mai così a lungo, dice il ragazzo, ne sono certo. E la primavera sembra primavera, aggiungo. Non devi preoccuparti che se strizzi gli occhi o sbadigli, la perderai di vista.

Mia moglie smette di imburrare il pane tostato, guarda prima me, poi il ragazzo, e dice: Cos’è questo? Complotto maschile?

Il ragazzo non risponde. Perso tra due lingue, non è più sicuro di nessuna delle due. Si asciuga con il dorso della mano la lacrima rimasta e si porta il panino alla bocca.

Anch’io taccio, anche se non a causa della lingua. Taccio per le immagini che mi perseguitano, per la precisione con cui ora, da qualche parte dentro di me, vedo ogni momento della mia vita, per la comprensione di cui non ho più bisogno, per la determinazione che ormai non posso più raggiungere. Nostalgia è un sostantivo femminile, dice mia moglie, ricordatevelo.

Non so cosa ciò significhi per te, dice il ragazzo, ma so esattamente dove sono tutti i giocattoli che non abbiamo portato.

E io so dove sono i miei libri, aggiungo.

Mia moglie posa il pane e il coltello sul piatto. E ora dovrei dire, dice lei, che so dove sono i miei mestoli, non è vero?

Penso che siano rimasti in cucina a Zemun[1], risponde il ragazzo.

Se pronunci solo un’altra parola, dice mia moglie a denti stretti, vedrai che ne ho portati comunque alcuni.

Colui che fugge dalla verità, dico, in realtà ritorna alla verità.

Come fai a sapere questo, ribatte lei, sei diventato un saggio cinese?

Questa è l’area degli stregoni indiani, rispondo. Forse potrei trasformarmi in uno dei loro totem.

Vorrei essere una tartaruga, dice il ragazzo.

Vedi, mi dice mia moglie, a causa delle tue storie nostro figlio non vuole più essere un essere umano ma un rettile.

Le tartarughe sono anfibi, rispondo agguerrito.

Dopotutto, cosa c’è che non va nelle tartarughe? Una volta la gente pensava che il mondo intero si poggiasse sulle loro spalle. Conosco persino la storia di un naufrago che viaggiò sulla corazza di una tartaruga gigante per giorni, finché l’animale non lo portò sulla terraferma. Dopotutto, quando li tenevamo nell’acquario, tu le nutrivi, cambiavi loro l’acqua e pulivi il loro piccolo castello.

Perché nessuno di voi voleva farlo, dice mia moglie. Sì, risponde il ragazzo, ma quando eravamo in gita a Čortanovci[2] e quando ci siamo imbattuti in una tartaruga giù alla sorgente, tu l’hai tenuta tra le braccia per tutto il tempo e le sussurravi qualcosa all’orecchio.

L’ho fatto, dice mia moglie, solo perché quando hai voglia di sussurrare, allora devi sussurrare.

Poco importa di chi sia l’orecchio.

Il ragazzo e io ci scambiamo uno sguardo.

Suppongo che, come me, abbia un presentimento: che la storia dell’orecchio e del sussurro sia davvero rivolta a me, ma poiché a differenza di me non si è ancora impigliato nella rete dei significati impliciti, è libero di tornare alla sua colazione. Io, invece, non riuscendo a ricordare il momento in cui le labbra di mia moglie hanno toccato i lobi delle mie orecchie, spingo via il piatto di prosciutto e formaggio, e mi alzo.

Cosa c’è, chiede mia moglie, hai perso improvvisamente l’appetito?

Non l’ho perso, dico, mentre dalla finestra guardo gli spessi strati di neve e ghiaccio, ma darei comunque qualsiasi cosa per una sola brioche salata da quel fornaio al mercato. 

E il burek, dice mia moglie, ti ricordi quando andavamo a prendere il burek la sera e lui imprecava mentre ce lo porgeva dalla finestrella sulla porta?

Ancora una volta il mondo si trasforma in un menù. Ogni volta che ci troviamo di fronte ai ricordi sembra che tutta la nostra vita sia costituita da ciò che ci è sprofondato nello stomaco. Non riusciamo più a ricordare tanti volti, la maggior parte dei luoghi sono sbiaditi come vecchie cartoline, eppure ricordiamo bene tutti i crauti con carne affumicata, gli arrosti di maiale, i burek, gli strudel di noci e di papavero.

E chissà per quanto ancora avremmo impastato quella massa di ricordi, se una coppia di pettirossi non fosse atterrata sul vecchio salice del cortile. Li mostro a mio figlio. Gli ricordo come la scorsa primavera ed estate, dopo ogni pioggia, cavavano spessi lombrichi dalla terra umida. Non verrebbero, gli dico, se non fossero sicuri che quegli stessi deliziosi bocconcini presto saranno lì ad aspettarli.

Il ragazzo per un attimo è soddisfatto. Poi torna serio. E se invece, chiede, si sbagliassero?

Lo consolo e dico che la natura non inganna mai. Gli prometto che, se l’inverno dura, compreremo vermi e lombrichi e daremo da mangiare ai pettirossi, proprio come con i granelli nutrivamo i passeri durante i mesi invernali.

Questo lo calma. Si mette il berretto in testa, si carica lo zaino in spalla e se ne va a scuola. Dalla finestra lo vedo fermarsi sotto il salice e guardare i pettirossi. Le sue labbra si muovono, dice loro qualcosa. Posso immaginare come li conforta ora, come si sente, come se fosse ancora una volta il padrone degli eventi nel mondo che lo circonda.

Un giorno dovrò dirgli che questo “inverno della nostra insoddisfazione” può durare molto più a lungo e che lo scioglimento della neve e del ghiaccio non deve segnarne la fine. L’amaro è un sapore che va sentito, non importa se uno vive ad Alberta o in Serbia. Ed è per questo che con voce alta vorrei invitarlo a continuare a imparare quel linguaggio non umano di animali e piante, a non cercare amici migliori. A differenza di noi, non sanno che esiste il bene e il male, la ricchezza e la perdita, il potere e la supremazia. Per loro l’inverno è solo un aspetto del mondo, uguale a tutti gli altri, e non c’è scienza migliore di quella, figliolo.

E, come se cogliesse i miei pensieri, si gira e mi saluta.

Traduzione dal serbo: Božidar Stanišić

[1] Zemun è la maggiore municipalità della città di Belgrado. Sorge alla confluenza del fiume Sava nel Danubio e ha una popolazione di circa 166 000 abitanti. (N.d.T.)

[2] Čortanovci è un insediamento in Serbia, nel comune di Inđija, nel distretto di Srem. (N.d.T.)

In ricordo di David Albahari, di Božidar Stanišić

David Albahari (1948 — 2023) è stato uno scrittore, traduttore e accademico serbo di origine ebraica. Ha scritto principalmente romanzi e racconti che sono spesso di carattere autobiografico. È stato un membro dell’Accademia delle arti e delle scienze serba (SANU).

Nasce il 15 marzo 1948 in una famiglia di origine ebraica a Peć. Studia letteratura e lingua inglese a Zagabria e pubblica la sua prima raccolta di racconti, Tempo di famiglia nel 1973. Diventa popolare con il suo quarto libro Descrizione della morte, per il quale ha ricevuto il Premio Andrić nel 1982.

Nel 1991 diventa presidente dell’Unione dei comuni ebraici della Jugoslavia e inizia a occuparsi anche dell’evacuazione della popolazione ebraica da Sarajevo. Nel 1994 si trasferisce con la famiglia a Calgary, in Canada, e torna in Serbia nel 2012.

Durante i suoi cinquant’anni di esistenza come letterato serbo ha ottenuto non solo il riconoscimento indiviso della critica, ma anche un numero piuttosto elevato di lettori. È un fenomeno interessante: tra i lettori in Serbia (come anche in ex Jugoslavia) è difficile trovare un lettore che non abbia un’opinione manifesta sull’opera di Albahari: da un lato, ci sono diversi estimatori della sua prosa, per i quali rappresenta un vero scrittore di culto, mentre dall’altro, c’è un gruppo un po’ più ristretto di lettori per i quali la marcata complessità delle sue opere creano una resistenza piuttosto forte.

Ha pubblicato dodici raccolte di racconti, tredici romanzi e tre libri di saggi, per i quali ha ottenuto diversi premi letterari.

Le opere di Albahari sono state tradotte in francese, tedesco, inglese, ebraico, polacco, italiano, macedone, sloveno, albanese, slovacco, ungherese e diverse altre lingue.

È mancato, dopo una lunga malattia, il 30 luglio 2023. Viene giustamente considerato uno dei Nobel mancati.

Opere di David Albahari tradotte in italiano:

La morte di Ruben Rubenović, introduzione di Milorad Pavić, traduzione di Silvio Ferrari, Hefti, Milano 1989.

Il buio, traduzione di Augusto Fonseca, Besa, Nardò 2006.

Goetz e Meyer, traduzione di Alice Parmeggiani, Einaudi, Torino 2006

L’esca, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2008

Zink, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2009

Ludwig, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2010

Sanguisughe, traduzione di Alice Parmeggiani, Zandonai, Rovereto 2012

https://www.labottegadelbarbieri.org/goetz-e-meyer-david-albahari/

 

 

QUI la recensione di Goetz e Meyer, di David Albahari, sulla bottegadelbarbieri

domenica 5 agosto 2018

Il libro delle mie vite - Aleksandar Hemon

Aleksandar Hemon si racconta, e, siccome è bravo, non fa cronaca, ma letteratura.
leggi da qualche parte che tutto quello che Aleksandar Hemon racconta è successo, e la magia delle parole è quella di dare una vita in più a chi non c'è, a ricordare cose anche tragiche, ma non solo, a conoscere un cane bellissimo, a conoscere Isabel e la sua storia.
Aleksandar Hemon deve abbandonare Sarajevo, nei giorni che preparano alla guerra, arriva in Canada e poi in Usa, prima sopravvive, e poi riesce ad avere una vita che gli permette di scrivere e di pubblicare (per nostra fortuna).
magari non lo conoscevi, adesso non hai scuse (per leggere i suoi libri).






...Riassumere in poche parole Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon è già complicato, figuriamoci commentarlo. Sono quattordici scritti densissimi, a metà tra il saggio e il racconto che, partendo da un episodio di vita vissuta, a volte banale, arrivano a parlarci di massimi sistemi, sentimenti primordiali, temi universali come l’identità, le radici, l’origine del male, il dolore. Nelle esperienze che Hemon ci racconta, in una scrittura straordinariamente ricca e articolata, possiamo rivederci tutti. C’è la guerra è vero, ma sembra un contorno, una cornice che mette maggiormente in risalto ciò che nella vita conta sul serio: l’amore, in tutte le sue manifestazioni. Amore per la propria città, per la famiglia, per un animale. Per questo, ogni evento, per quanto insignificante, suscita una riflessione, ogni persona incontrata merita un ricordo. Come se Hemon avesse la straordinaria capacità di trovare sensi altri in accadimenti che potrebbero apparire comuni, persino prosaici. Ma tutto acquista importanza di fronte all’orrore della guerra e così ogni racconto diventa un pezzo di vita salvato dall’oblio, un modo per ricordare quello che non c’è più, di far rivivere persone amate. Solo la parola, sembra dirci Hemon, può salvarci, ultimo baluardo contro l’annichilimento.

Condannato alla solitudine e ai lavori precari, riconoscerà le comunità di sradicati come lui. Che giocano a calcio – il portiere tibetano German che viene dall’Ecuador organizza partite per tutti perché il calcio connette a Dio, offre “lo straordinario istante di trascendenza che può conoscere chi pratica uno sport insieme ad altri”. Che giocano a scacchi – insieme a Peter, l’assiro nato a Belgrado, cercherà nelle combinazioni delle partite, che hanno segnato la relazione con il padre da Sarajevo all’Ontario, una costruzione di senso che eviti che la disperazione imbocchi la strada della follia.

Ateo, narciso e guardingo, così si definisce, “sempre ansioso di carpire pezzi di vite altrui”, Hemon aggiunge una pagina significativa a quel nuovo genere letterario di scrittori contemporanei (come Roth, Auster, Carrère, Barnes per citarne solo alcuni) che legittimano l’autobiografia di un romanziere attraverso la narrazione in prima persona di trame intime e spericolate dove, ogni volta, lo scrittore conquista il suo “io”.
E il lettore trova il suo non eroe che forse un po’ gli assomiglia.

Il 1° maggio 1992, a Chicago, Hemon decise di non salire sull’aereo che l’avrebbe riportato a casa. Il giorno dopo cominciò l’assedio a Sarajevo, il più lungo dell’era moderna. Hemon si ritrovò solo, in America, nell’America sognata e immaginata: «Avevo un’idea di cosa fosse l’America, avevo visto i film, ascoltato le canzoni, letto i libri. Ben presto, però, dovetti andare in giro a cercare lavori a basso reddito, e nella mia esperienza culturale dell’America nulla mi aveva preparato a questo: conoscevo a memoria le canzoni dei Talking Heads, ma fu subito chiaro che non sarebbe servito a niente. Il mito americano è basato sull’invenzione di sé, sul credi-in-te-stesso, non è utile quando cerchi di sopravvivere». 

La salvezza, naturalmente, arrivò con la scrittura: «A un certo punto - racconta Hemon - mi resi conto che sarei rimasto a lungo in America, forse per il resto della mia vita. Quale sarebbe stata la mia lingua, allora? Conoscevo un po’ l’inglese, anche perché nella ex Jugoslavia i film non venivano doppiati. Ma scrivere in un’altra lingua richiede l’adozione di un registro completamente diverso da quello dei film. E poi dovevo superare la nozione, molto europea, che se nasci con una lingua le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero. Mi sono dovuto convincere che non solo era possibile farlo, ma che, anzi, ne avevo bisogno».  

Hemon spiega di riconoscersi completamente in un «modo mediterraneo di vedere la vita», fatto di passione per il calcio e per le canzoni, di gusto per il racconto e per la vita da bar, in cui le giornate si trascorrono «guardando le gente passare». Ma oggi i critici lo paragonano a Joseph Conrad, o a Vladimir Nabokov, grandi scrittori che hanno scritto grandi libri nella loro seconda lingua, l’inglese: «Nabokov - dice lui - è il mio scrittore preferito e lo era anche quando stavo a Sarajevo, le sue storie di russi a Berlino bastano, da sole, a farlo considerare un maestro». 

mercoledì 13 gennaio 2016

Danilo Kiš, scrittore dalla nostra parte - Božidar Stanišić


Nel 2015 cadeva l’anniversario degli ottanta anni dalla nascita del grande scrittore Danilo Kiš. Un commento e alcuni brani inediti in Italia

Una critica, dall’alto
Il mio amico Fer – Ferdinando è troppo lungo, sia per me che per lui – mi telefonò, qualche tempo fa. “Da lontano”, disse con un riso fugace, interrotto da una tosse alquanto insistente. Questo novembre friulano, più caldo che mai, in Carnia è diverso. Il freddo è già arrivato, e nell’aria quasi si avverte l’odore della neve. Un villaggio, sette-otto anime, quello è il luogo del suo esilio, volontario. Così ci guarda da una ‘certa altezza’, a cui vanno aggiunti uno-due metri di libri che, quando li lesse da giovane, egli credette di non aver compreso a fondo. Non dovrei stupirmi di quella tosse, mi dice, essere settantenni nella vita reale non è come nelle pubblicità, dove gli anziani saltano recinti e flirtano con le ragazze in minigonna. A stupire lui è ben altro. Non appena pensai che mi avrebbe detto qualcosa sull’insorgere di fili spinati lungo le frontiere dei paesi europei, oppure sugli ultimi attentati di Parigi, egli rimarcò come un certo silenzio, in Europa, e così anche in Italia, si fosse accumulato intorno ad uno scrittore. Quest’anno (2015) avrebbe compiuto ottanta. Lui, Danilo Kiš (1935-1989). Per i tipi della casa editrice Adelphi, sette delle sue opere sono apparse in italiano – anche questi libri Fer li ha trasferiti lassù. Per quanto a sua conoscenza, nessuna delle università italiane aveva dedicato attenzione a questo anniversario così importante, uno di quelli che non dovrebbero essere solo un ‘pro forma’. Per quel che ne sa lui, se ne parlò un po’ a Parigi, presso l’École des hautes études.
Lui, Fer, nonostante avesse frequentato due corsi di lingua serba e uno di lingua croata, non era riuscito a capire con sufficiente chiarezza le notizie che, relativamente a questo anniversario, giungevano da territori ad est di Sežana. Dopo aver taciuto per un po’, disse che a quel silenzio anch’io avevo aggiunto una bracciata di mutismo. Non mi ero fatto sentire nemmeno con una parola, né su qualche giornale né sull’Osservatorio Balcani e Caucaso. Gli pareva, ecco, che finora io non fossi stato indifferente nei confronti degli anniversari, soprattutto sulle pagine di OBC.


Danilo Kiš - AUTUNNO 

iniziano le festività nuziali
le grida amorose del picchio sembrano
colpi di tamburo
l’arte della seduzione è infinitamente
varia
si fidanzano le anatre selvatiche
in novembre
accade così che
stormi di viaggiatori
giunti in volo fin dalla russia
si incontrino con gli autoctoni sugli stessi
laghi dell’île-de-france
e allora nascono grandi amori
seguiti da tragedie
e maldicenze
(trad. dal serbo-croato di Alice Parmeggiani)


Kiš – tra Racconto e bottiglia di plastica
No, gli risposi, non sono indifferente, anche se penso che sia più utile contemplare la letteratura quotidianamente piuttosto che farlo appositamente. Tuttavia, gli anniversari – di nascita o  morte di personaggi illustri – sono una specie di specchio. Solo che io, purtroppo, non riesco a racchiudere il mio Kiš in mille parole – è da lì che deriva il mio, ad esempio, ‘OBC’ silenzio. Quanto invece alle università che avrebbero potuto rendere un hommage a Kiš, tu, caro Fer, prendi un foglio di carta e scrivi una lettera di protesta a qualche direttore di cattedra. (È tanto che ci conosciamo, sapevo che non se la sarebbe presa a male). Può darsi che ci sia ancora qualcuno a cui, oltre ad arricchire il proprio curriculum vitae, interessa anche leggere qualche lettera insolita.
Eppure, caro Fer, il silenzio di cui parlavi non è tutto nero. Pur non essendo uno scrittore per il grande pubblico, Kiš è letto da New York a Tokyo. Rimanendo, a dire il vero, lontano dai grandi numeri. Si vende come una specie di veleno che, una volta consumato, induce quel tarlo che abita il cervello e il cuore (magari non proprio di tutti) a costringere la mano a scrivere con l'iniziale maiuscola Memoria, Racconto, Vittoria sull'oblio. È un veleno che tende a risvegliare anche l'interrogativo sul senso della letteratura nel XXI secolo. Non posso che essere dispiaciuto per il fatto che lo studio di Mark Thompson Birth Certificate: The Story of Danilo Kiš non sia disponibile in italiano. Frutto di una ricerca durata vent'anni, questo libro, uscito nel 2013, ha avuto la sua prima edizione belgradese già nell'anno seguente  sotto il titolo Potvrda o rođenju – Priča o Danilu Kišu, nella traduzione di Muharem Bazdulj. Nel recensire quest'opera, originariamente pubblicata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e in seguito tradotta anche in tedesco (sono inoltre in preparazione edizioni spagnola e cinese), il poeta Charles Simić la considera il primo ampio studio critico-biografico su Danilo Kiš in lingua inglese. Il recensore è tuttavia preoccupato (il veleno-Kiš funziona) dal fatto che lo studio di Thompson arrivi in un periodo in cui la letteratura straniera viene insegnata sempre meno nei licei e nelle università, sicché i nomi un tempo ben noti negli ambienti accademici oggi risultano praticamente sconosciuti non solo agli studenti, ma persino ad alcuni dei loro professori. (A questo punto mi fermai: non sarà forse una delle mie lezioni, telefonica?)
“Ah“, scappò a Fer, “dove ci troviamo“?
“Mmh“, caro Fer, “chi in Carnia, chi in pianura“. No, lui non era soddisfatto: “Non è scherzando che si risolvono le cose, intendevo piuttosto – dove sta Kiš“? “Nelle sue opere“, risposi. No, Fer non era ancora contento, “dove cercare Kiš oggi“? “Tra Racconto e bottiglia di plastica“, dissi all'improvviso.  “Mmh, il racconto è 'qualcosa', la bottiglia di plastica invece è – nulla?“ Poi volle sapere il perché del mio silenzio. E cosa avrei dovuto dirgli? Che il Racconto è 'tutto', mentre la bottiglia di plastica, (per) come la vedeva Kiš, non equivale proprio al 'nulla'? Poiché è indistruttibile, come la banalità. E io aggiungo: lo scrittore, ad onta di tutto, sceglie il Racconto. Questo è importante, soprattutto oggi che stiamo superando le previsioni di Orwell circa la riduzione del vocabolario umano. Questo scomodo pensatore inglese sosteneva a suo tempo che nell'arco di mezzo secolo non avremmo usato più di seicento parole al giorno. Le statistiche attuali indicano che si è scesi al di sotto di trecento.

Kiš, scrittore dalla 'nostra parte'
Quella preoccupazione positiva, a cui accennavo prima riferendomi alla recensione di Simić, si avverte anche nelle parole di Gojko Božović, direttore della casa editrice belgradese Arhipelag: ”Provo la più profonda soddisfazione personale, letteraria e professionale di fronte a questa nuova edizione de Le Opere di Danilo Kiš in dieci volumi, che oltre ad essere un esempio di grande impegno editoriale, è anche un lascito alle generazioni future. La narrativa di Danilo Kiš si inscrive tra le grandi opere dell’epoca moderna e resta un modello, uno dei più alti pertinenti alla sfera letteraria. Abbiamo sempre più bisogno di tali modelli, soprattutto oggi, quando si è inclini a pensare che la letteratura non conti niente, o che possa essere equiparata a qualsiasi tipo di testo scritto nei momenti di ozio”.

Filip David, dai "Frammenti su Kiš”

Danilo possedeva una qualità che manca a molti intellettuali dei nostri tempi – un forte sentimento per l'etica che aveva origine nella sua infanzia. Il confronto precoce con la violenza e con l'ingiustizia l'aveva determinato alla resistenza, sia nella letteratura che nella realtà. 
La sua etica  proveniva proprio dalla percezione precoce degli orrori della  vita, dalla conoscenza della sofferenza umana, dei crimini assurdi e atroci sui quali, ci pare, siano basate molte fondamenta del nostro mondo, oggi come nel passato. Quando la cognizione della malvagità presente nel mondo si fa viva nel primo periodo della nostra crescita, si allunga nel resto della nostra vita come un'ombra tragica.
Da quell'ombra esce la forte voce di Danilo contro le tragedie degli innocenti, tanto nei lager quanto nei gulag. La determinazione a promuovere giustizia si sentiva in ogni suo gesto, in ogni sua riflessione sia politica, sia letteraria  o che fosse manifestata in occasioni di incontro quotidiano con gli amici. Chiedeva agli altri ciò che lui stesso praticava: coerenza, sincerità, precisione. Penso che inorridisse sia per la stupidità umana, che per la sciatteria, la mediocrità, la disonestà, e soprattutto per il potere dell'uomo contro l'uomo, personificato nei regimi dittatoriali e totalitari.
(Filip David, dai »Frammenti su Kiš«, trad. dal serbo B.S)

No, quest’anno, così come l’anno scorso in cui ricorreva il venticinquennio della morte di Danilo Kiš, non era povero ‘lì’, nella vecchia Jugo – oggi intersecata da discordanze e confini. (Kiš ci lasciò riflessioni profetiche sul nazionalismo, ecco solo un estratto dell’omonimo testo: “Da dove vengono, ci chiediamo, questa vigliaccheria, questa predilezione, questo slancio del nazionalismo nel nostro tempo? Soggetto all’oppressione ideologica, spinto ai margini delle tendenze sociali, schiacciato e smarrito tra ideologie contrastanti, inetto alla rivolta individuale poiché essa gli è stata negata, l’individuo è finito per trovarsi in bilico, nel vuoto; pur essendo un essere sociale non partecipa alla vita sociale, pur essendo un essere individuale si vede privato dell’individualità in nome dell’ideologia, e cos’altro gli resta da fare se non cercare il proprio essere sociale altrove?”).
Si tennero conferenze, incontri, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche – tutto in suo onore – e non solo a Belgrado, che lo scrittore, malgrado tutto, amava con un amore dolente. È vero che Kiš era membro corrispondente dell’Accademia serba delle scienze e delle arti, ma ciononostante – che io sappia – quest’Alta istituzione non si è fatta sentire a proposito della ricorrenza in questione. Il che, tuttavia, è un segno. Probabilmente più chiaro e – paradossalmente? – più positivo di quanto non sembri. E facilmente tramutabile nel domandarsi che cosa ci starebbe a fare Kiš in un’Accademia, di qualsiasi tipo e sotto qualsiasi egida. In fin dei conti, ogni accademia è esclusivamente ’nostra’, padrona dei territori e confini ben demarcati.
Pare che il giudizio di Nicholas Lezard, critico letterario del Guardian, espresso a seguito della recente ristampa dell'Enciclopedia dei morti di Kiš in edizione economica, ci suggerisca implicitamente una spiegazione. Per quanto forte fosse il suo debito nei confronti di Borges, Kiš si distingue, secondo Lezard, “per il suo calore, per una maggiore comprensione della sofferenza umana”. È uno di quegli scrittori di cui si ha la sensazione che stiano dalla parte del lettore. Fu uno dei più grandi del suo tempo, un intelletto non solo originale, ma anche compassionevole, capace, come dimostra questa raccolta, di inspirare nuova vita nel racconto. In sintesi, non posso raccomandare questo libro abbastanza né fare a meno di esortarvi a leggerlo.“
È tutto?
È tutto, caro Fer, e – come vedi – intorno a Kiš non regnano sovrani quei silenzi. E per un passatempo – triste e allegro insieme? – ascolta Danilo come suona la chitarra e canta, lo si trova facilmente in rete.

giovedì 16 luglio 2015

Il centro del mondo - Dževad Karahasan

il libro inizia a descrivere la Sarajevo come era prima, sembra un libro di architettura o urbanistica, e subito arriva la guerra.
Dževad Karahasan racconta la sua Sarajevo e dentro ci trovi la guerra, che non è una guerra, “l’anno prossimo a Gerusalemme“ e “l’anno prossimo a Sarajevo”, il perché ebrei e israeliani sono due cose diverse, la crudeltà, la paura, l’assedio, la fuga, l’attesa, la speranza di qualcosa che non arriva, la dignità, divisioni impossibili, impossibilità di capire per chi non c’era.
e la responsabilità della letteratura.
e un bacio straordinario, sbagliato, e bellissimo.
e fosse anche solo per quel bacio leggi il libro - franz





La distruzione di una magia, di un equilibrio fra relazioni e opposizioni all’interno della città simbolo del mondo intero. Di questo scrive Dzevad Karahasan ne Il centro del mondo. Scrive della sua Sarajevo assediata e distrutta dalla ferocia dell’Esercito popolare Jugoslavo. Scrive per mettere ordine al caos di quei mesi, come si legge nella prefazione di Slavenka Drakulic e per salvare almeno il ricordo di quella città che ha significato per secoli “vita comune di nazioni, religioni e convinzioni diverse”.
Karahasan non racconta il suo “dramma personale ma il dramma della distruzione sistematica di una società multietnica e culturalmente pluralista. È convinto che questa sia la causa della guerra; quando le diverse parti della Jugoslavia formano degli stati nazione nei Balcani questa diversità non può essere accettata: deve essere distrutta”. L’autore individua una speciale relazione fra il luogo, la città, e gli uomini che vi abitavano, grazie alla quale convivono assieme l’elemento locale e quello universale: in quella Sarajevo le peculiarità delle tradizioni cattoliche, ortodosse, islamiche e quelle austroungariche, turche e bosniache si mescolano, convivono e allo stesso tempo si rafforzano. In virtù di questa commistione la città diventa una metafora del mondo intero: un “luogo in cui i diversi volti del mondo si sono raccolti in un punto come in un prisma si concentrano i raggi di luce dispersi”.
Sarajevo diventa metafora del mondo anche attraverso una lettura “geografica” della sua struttura. All’interno della scala della città si possono infatti individuare le stesse dinamiche che, su scala globale, caratterizzano, appunto, la globalizzazione: in entrambi i casi “l’universale e il particolare, l’aperto e il chiuso, l’interno e l’esterno, si riflettono continuamente l’uno nell’altro”. Assistiamo da un lato a processi di unificazione culturale e dall’altro a spinte alla differenziazione. Su scala globale questo rimarcare le diversità diventa di volta in volta valorizzazione delle caratteristiche peculiari di un popolo, di una regione, di una cultura (come nella Sarajevo in “tempi di pace”) o esasperazione delle differenze, fucina di conflitti (come per i processi che hanno portato alla distruzione della capitale bosniaca): sono due facce dello stesso fenomeno. Karahasan sintetizza così questo dualismo: “Il rapporto essenziale fra gli elementi del sistema è la tensione che gli oppone (…) ogni tessera entra nella struttura del sistema arricchita di nuove particolarità senza abbandonare quelle che già possedeva”…
(dalla prefazione di Slavenka Drakulic)

Dževad Karahasan è seduto sulla cattedra di una delle aule della Facoltà di Filosofia dell’Università di Sarajevo; immerso in una luce che oramai sembra dargli pace, una luce che si riflette nella rilassatezza dei suoi lineamenti e nel sorriso degli occhi, in un tutt’uno con la luce che entra dalla finestra aperta in un pomeriggio di sole di settembre.
Karahasan non parla – o meglio – non parla normalmente, recita;  compone con maestria i suoi pensieri e attinge ai suoi ricordi scandendo poeticamente le parole di una lingua ai più incomprensibile, rendendo universalmente chiaro quanto ha da dire, quanto ha da evocare. La stessa pace permane anche quando s’immerge in uno dei ricordi più dolorosi della sua esistenza, poiché – e lo si capisce immediatamente – qualcosa di irrisolto è stato compreso anche se il tragico resta tragico…



venerdì 10 luglio 2015

Principe del fuoco – Filip David

di Filip David conoscevo i film di cui era sceneggiatore (qui l’ultimo suo film che ho visto) e grazie a Božidar Stanišić (qui) ho scoperto che è un bravo scrittore.
ho trovato Principe del fuoco (di seconda mano, perché intanto la casa editrice Zandonai ha chiuso) e l’ho letto due volte, ma non basterà.
dentro ci sono tanti riferimenti che bisogna studiare molto per apprezzare la profondità delle parole, e però anche a un primo livello si riesce a godere di quelle storie, promesso - franz




Va male per i razionalisti, ancor peggio per i miscredenti. Appena si azzardano a sollevare dubbi sui poteri dei rabbi, o peggio si fanno beffe di preghiere e talismani, basta una mezza parola, o un’occhiata di fuoco e sono perduti. La loro vita si trasforma in un’inutile lotta contro la malasorte, mentre lui, il maestro offeso, li perseguita implacabile con la sua maledizione. Ne “Il principe del fuoco” di Filip David i mistici la fanno da padroni. Scrutano nell’abisso delle anime e nell’oscurità della materia, e sanno piegare gli elementi al loro volere. Rabbi itineranti, viandanti dal passato indecifrabile, per metà asceti e per metà maghi, i protagonisti di queste novelle stralunate non parlano volentieri. Preferiscono sedere in silenzio, accendersi vecchie pipe riempite con foglie secche di granturco, e meditare. Se però si lasciano andare ai ricordi, intessono lunghe storie affollate di demoni, spiriti della foresta, ebrei peccatori e angeli perdigiorno. David è autore serbo di origine ebraica, con un passato di militanza anti-Milosevic. La sua prosa non tradisce però nessun impegno politico. Anzi, il tono e le immagini sono volutamente antiquati, e riprendono le cadenze del racconto nero tra Ottocento e Novecento. Se non ha la genialità di Gustav Meyrink – il decano dell’esoterismo letterario mitteleuropeo – David ha però la cocciuta pazienza del trovarobe. Amuleti, notti senza luna, labirinti nelle viscere delle montagne e, naturalmente, un golem dallo sguardo velenoso, ogni risorsa è buona per spaventare a morte il lettore. Peccato che di tanto in tanto ci si imbatta in qualche strafalcione. Per esempio quando il rabbi di turno cerca di produrre un golem sulla base del Sefer Yetzirah. A detta di David, la citazione letterale dal libro, grande capolavoro della mistica giudaica d’età tardo antica, recita: “Ventisei suoni e lettere sono la base di tutte le cose”. Il mago del racconto la legge e la rilegge, e poi combina le lettere in sequenze misteriose, per dare vita a una zolla di terra. Il risultato non è un granchè: l’uomo di fango gli riesce sbilenco, e di modi davvero zotici. Imperizia dell’operatore magico? Probabilmente. Ma anche sbadataggine dello scrittore. Le lettere ebraiche, secondo il vero Sefer Yetzirah, e anche secondo qualsiasi grammatica, sono ventidue, e non ventisei. Con quattro lettere fuori posto, neanche un mago provetto avrebbe potuto far di meglio.
Giulio Busi - Il Sole 24 Ore

…Il fascino dei racconti dello scrittore serbo sta nella sua capacità di evocare altri libri famosi, altre lezioni di narrazione: dai classici del romanzo gotico al "Manoscritto trovato a Saragozza" di Jan Potocki; dalle tenebrose invenzioni di Edgar Allan Poe all'unico, visionario romanzo che il disegnatore Alfred Kubin volle intitolare "L'altra parte", alludendo al mondo che sta al di là della quotidianità; dal brulicare di invenzioni e misteri delle "Botteghe color cannella" di Bruno Schulz alle tenebrose ipotesi su un cosmo malvagio disseminate nel ciclo di Cthulhu da Howard Phillips Lovecraft. 
Si potrebbe continuare citando Franz Kafka o Jorge Luis Borges, o ancora Danilo Kiš, ma non servirebbe a niente. Perché, come fa notare lo scrittore Bozidar Stanisic nella sua bella postfazione "Un cinematografo senza schermo. L'intersezione dei mondi in Filip David", i racconti del "Principe del fuoco" sono sogni che si intersecano con gli orrori della realtà. Sogni che «governano la nostra anima e il nostro corpo» e sui quali l'uomo, come dice uno dei rabbini che compaiono in queste pagine, non ha nessun potere…

sabato 9 maggio 2015

La confessione come metodo - Borislav Pekić (con un saggio di Božidar Stanišić)

Agli scrittori di confessioni, diari, memorie e autobiografie - Borislav Pekić

Un uomo stermina la famiglia, sette in tutto. Poi ne scrive un libro. La famiglia la seppelliamo, il libro lo leggiamo. Se comunque, grazie all’analfabetismo o all’incomprensione del suo tempo, il libro non lo scrive, un giornalista o uno scrittore si troverà senz’altro. In queste circostanze rimaniamo sinceramente sbigottiti da una certa ingratitudine delle vittime nei confronti di colui che le ha fatte sprofondare nelle tenebre. In fondo, l’ombra della sua fama non cade forse in parte anche su di loro?
Giuda vendette Cristo, poi si pentì. Io scrivo un libro nel quale spiego la sua tragedia. Il crocifisso, tuttavia, fu Cristo.
Un deviatore della ferrovia si dimentica di azionare uno scambio – trenta vittime. Ma questo è un numero impersonale. In quella catastrofe l’unica personalità è di colui che ha commesso la dimenticanza. E tutto il nostro lavoro consiste nell’arrivare a capire il perché.
Alcuni ritenevano che Stalin fosse in torto. Per questo furono puniti. Altri ritenevano che avesse ragione, e poi scrissero delle memorie in cui ammettevano francamente di non aver avuto ragione. Per questo furono premiati. Inoltre, ma che diavolo, quella confessione è concepita così bene da farvi semplicemente vergognare di aver avuto ragione prima di loro.
Sapete, per caso, qualcosa della vedova uccisa da Raskol’nikov? Io non ne so nulla. Di Raskol’nikov so tutto, della vecchia niente. Ci sono note tutte le peculiarità, le abitudini di un certo Landru, ma conosciamo forse qualcosa sulle sue mogli? Credo che non siamo sicuri neppure del loro numero. Su Nerone ne sappiamo di più che su nostro padre, dei cristiani che gettava ai leoni sappiamo solo che erano in tanti.
Tradite il vostro miglior amico. Siete voi l’eroe di questa triste storia. L’amico è solo un pretesto. Se siete sagaci e seguite lo spirito dei tempi ci scriverete sopra una confessione. Poiché siete malvagi, diventerete anche famosi. (A che serve, alla fin fine, essere un farabutto in segreto?) Questo vi creerà nuovi amici con i quali sostituirete quello perso.
Potete ingannare, mentire, raggirare. Solo, quando troverete un po’ di tempo, spiegateci il vostro sistema, diteci se non avete forse avuto qualche problema di coscienza. È un bene averne. Non – si capisce – problemi tali da disturbarvi nelle vostre azioni indegne, ma il minimo necessario affinché queste non vi riescano proprio così facilmente. Questo doterà i vostri peccati di un’anima sulla quale, ve lo garantisco, piangeremo lacrime amare. E infatti, c’è qualcosa di più ingiusto delle circostanze che costringono un uomo a rendere infelici i suoi cari? Questi ultimi sono secondari. Loro non hanno un’anima. Loro sono qui solo per far emergere la vostra.
Potete anche commettere un po’ di omicidi, a condizione che, una volta messo ordine nelle vostre impressioni, ci descriviate per filo e per segno come lo avete fatto. Non sarà inutile che ci forniate anche qualche buona ragione. Ce ne sono a bizzeffe ovunque vi giriate e grazie a quelle motivazioni la vostra azione diventerà vitale.
Potete essere in preda a un errore di giudizio tale da condurre il vostro popolo alla rovina, ma basta che vi pentiate in tempo: dichiarate così, a cuore aperto, che avete sbagliato, ecco, è successo, confessatevi se possibile sotto forma di memoriali in diversi volumi, con allegata documentazione, raccontateci con parole scelte il modo in cui tutto ciò è accaduto (se ormai non possono leggervi le vittime della vostra svista, quella sarà una buona lettura per i loro figli). Poiché, infine, quello sbaglio infelice, che nella maggior parte dei casi non fa altro che mettere in luce il vostro idealismo, è la vostra personale tragedia. Siete voi quello che sta peggio, siete voi quello da commiserare. (E infatti è per voi che ci dispiace di più.) Inoltre siete così onesto, così sincero, così coraggioso. La vostra franchezza rappresenta una forza morale senza precedenti. Quasi quasi ci dispiace che non abbiate sbagliato di più, in modo tale che la vostra nobile sete di verità si potesse manifestare con forza ancora maggiore.
Potete essere un necrofilo, uno scassinatore, un fracassatore di teste, un assassino di anime, un delatore, un imbroglione, un omicida a contratto, un pappone, un tiranno, un traditore, un sadico, uno spacciatore, un ricattatore, un maniaco sessuale, in breve tutto ciò che vi aggrada e che meglio corrisponde alla vostra visione del mondo… solo, vi scongiuro, non dimenticate di metterlo un giorno su carta. Vi suggerisco di dichiarare quanto questo mondo infame sia stato spietato e corrotto nei vostri confronti, per cui non avete avuto altra scelta se non essere ancor più spietato e corrotto di lui, a seconda del tipo di malvagità che ci confessate.
In realtà, non prendete tutto ciò assolutamente alla lettera: siate malvagi, se proprio dovete, solo vi scongiuro, in nome di Dio, non costruite su questo né libri né dottrine.
E se proprio dovete confessarvi – eccovi le chiese!
[traduzione di Alice Parmeggiani]

Un Nobel mancato
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
di Božidar Stanišić
1991,Belgrado. Borislav Pekic alle manifestazioni anti-Miloševic
L’opera oceanica dello scrittore serbo e jugoslavo Borislav Pekić (1930-1992), tra i fondatori del Partito Democratico nel 1990, rivela ancor oggi nuovi tesori, grazie all’opera della Fondazione di Belgrado a lui dedicata.
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
Tempo fa, nella mia relazione a una conferenza sulle opere di Danilo Kiš, provando a spiegare il perché delle dediche contenute in «Una tomba per Boris Davidovič», nominai anche Borislav Pekić. A lui Kiš dedicò il capitolo «La scrofa che divora la propria prole», che tratta del destino di Gould Verskols, rivoluzionario irlandese che, dopo un tentativo di fuga dal lager stalinista di Karaganda, fu assassinato dai suoi persecutori in modo terribile. Qualcuno dei presenti mi chiese chi era Pekić. Risposi che serviva un’altra conferenza. Dire di Pekić «era uno scrittore» mi sembrava banale. Ripensai al ricordo che Pekić serbava dello stesso Kiš: «Negli ultimi momenti della sua vita, quelli visibili per i viventi, un amico fedele chiese a Danilo se c’era qualche cosa che gli facesse male. Sì, aveva risposto l’autore di Clessidra. Che cosa? La vita, rispose Danilo».
La vita e le opere
Ad eccezione di due romanzi («Come placare il vampiro», De Martinis, Messina, 1992 e «Il tempo dei miracoli», Fanucci, Roma, 2004, entrambi tradotti da Alice Parmeggiani) per i lettori italiani la sua vasta opera narrativa, saggistica e teatrale è ancora sconosciuta. L’opera omnia di Pekić, in realtà, è un oceano. Da quest’oceano emergono migliaia di pagine inedite. Questo è il compito più importante della Fondazione voluta dallo scrittore verso la fine della sua vita. In questi due decenni il compito è stato portato avanti innanzitutto dalla moglie Ljiljana.
Pekić (Podgorica, 1930 – Londra, 1992), quando era studente di liceo a Belgrado, nel 1948, venne privato dei diritti civili e condannato a quindici anni di carcere e lavori forzati in quanto membro della vietata Lega della gioventù democratica. Trascorse la condanna, che più tardi venne commutata a cinque anni, nelle prigioni di Niš e Sremska Mitrovica. Dopo gli studi di psicologia sperimentale a Belgrado, dal 1959 lavorò per il cinema. Ottenne il primo successo con la sceneggiatura del film «Il quattordicesimo giorno» (regia di Zdravko Velimirović). Dalla pubblicazione del suo primo romanzo, «Il tempo dei miracoli» (1965), Pekić si dedicò solo alla prosa, al teatro e al cinema. Con il secondo romanzo, «Il pellegrinaggio di Arsenije Njegovan» (1970) ottenne il “Premio NIN” dell’omonima rivista belgradese, il cui elenco dei premiati contiene i nomi dei romanzieri più importanti della letteratura jugoslava del secondo Novecento. Nello stesso anno chiese alle autorità di poter raggiungere la moglie Ljiljana e la figlia Aleksandra a Londra. In un primo momento gli sequestrarono il passaporto ma, un anno più tardi, gli consentirono di emigrare.
Durante gli anni dell’esilio Pekić scrisse molto: «L’ascesa e la caduta di Icaro Gubelkian» (1975); «Come placare il vampiro» (romanzo-resoconto sui totalitarismi, pubblicato solo perché giunse a Belgrado come testo di partecipazione a un concorso anonimo del 1977 dedicato a Danilo Kiš); la saga «La difesa e gli ultimi giorni» (1977); «Il vello d’oro» (sette volumi, 1978-1986) fantasmagoria romanzesca che racconta le infinite traversie della famiglia Njegovan.
Negli anni ottanta scrisse i romanzi fantascientifici «L’Atlantide» e «1999», e il romanzo fantastico «Rabbia», che diventò un best seller. Compose inoltre testi radiofonici per emittenti tedesche, spesso adattati da testi teatrali. Nella Jugoslavia dell’epoca, già colpita dalla crisi, le sue «Lettere dall’estero» giungevano come la voce della ragione e «Gli anni divorati dalle cavallette», una prosa autobiografica, fece luce sui tempi bui del dopoguerra. L’interesse del pubblico verso la sua opera fu risvegliato dal film «Il tempo dei miracoli» (1989) basato sul suo omonimo romanzo (regia di Goran Paskaljević, con Miki Manojlović).
Al ritorno a Belgrado, nel 1990, fondò il Partito democratico e la rivista «Democrazia» con un gruppo di intellettuali indipendenti.
Pekić nei ricordi
Una volta lo scrittore raccontò che la ragione della sua fuga da Belgrado erano le «kafane», nelle quali «la letteratura serba si ubriaca e muore», e il fatto che sua moglie Ljiljana, architetto, a Londra poteva guadagnare per tutti e due. «Ljiljana accettò la mia proposta credendo in una mia missione, e questo ancor oggi mi sembra incredibile» disse lo scrittore in un’intervista. E quella «missione incredibile» di Ljiljana Pekić si è prolungata dopo la scomparsa del marito. Pekić letteralmente risorge in ogni nuova pagina da lei redatta o ascoltata (lo scrittore non si staccava mai dal suo registratore).
«A Pekić mancava sempre tempo» disse una volta Ljiljana. «Di solito scriveva al mattino, guardava poco la televisione, leggeva e lavorava sempre contemporaneamente su più tavoli. A Londra avevamo un grande giardino e lui, quando la scrittura non funzionava, se ne stava lì, toglieva le erbacce, curava i fiori, ma sempre con il registratore appeso al collo. Quando la fine di un libro era vicina, lavorava come un pazzo. Si alzava alle cinque del mattino e andava a letto a mezzanotte. Penso che sognasse interi racconti, interi drammi. Mentre stava scrivendo “Il vello d’oro”, la sua opera capitale, leggeva i libri più assurdi e noiosi, annotandosi in fretta e furia tutti i dati che gli servivano. Potete immaginarlo mentre trascrive la legge finanziaria serba del 1820?».
Lo scrittore Filip David, ricordando l’amico, scrisse: «Come redattore del programma di drammi televisivi della TV di Belgrado, negli anni settanta andavo spesso a Londra. Bora Pekić non mi permetteva di alloggiare in albergo. Così ero ospite della sua cara e generosa famiglia… Appena arrivato, raccontavo a Pekić della vita a Belgrado, specialmente dei nostri amici comuni Kiš, Mirko Kovač, Glavurtić… Lui, semplicemente, non sapeva scendere sotto un certo livello professionale, altissimo. Tutto ciò che faceva si trasformava in oro letterario».
Anni fa un noto editore americano chiese a Pekić un romanzo. Doveva trattarsi di una tematica allora di moda, la catastrofe. Pekić scelse di scrivere di un’ipotetica epidemia di rabbia che scoppiava nell’aeroporto londinese di Heathrow. Gli mancava però la topografia dettagliata della struttura aeroportuale. Così si recò molte volte in aeroporto: disegnava, annotava. Non passò inosservato alle guardie di sicurezza. Spiegare i motivi delle sue visite non era un’impresa facile, ma Pekić ci riuscì e gli agenti gli regalarono addirittura una mappa dettagliata dell’aeroporto. Lo scrittore era felice come un bambino.
Il romanzo «La rabbia» non è mai stato pubblicato in America. L’editore rifiutò l’opera, perché il numero di pagine oltrepassava quello previsto. Pekić non faceva concessioni a nessuno.
(*) Entrambi questi testi sono stati pubblicati sulla rivista on line «Zibaldone».
da qui