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sabato 13 marzo 2021

Renzi, Carrai, Peretola, Dubai e un futuro dannando - Miguel Martinez

 

Matteo Renzi, un signore che ogni tanto vedo a fare jogging sotto casa mia, poche settimane fa rovesciò il governo e fece arrivare al potere “il primo governo occidentale compiutamente “post-democratico“.

Adesso sta passando un momento particolare.

L’hanno pizzicato in un misterioso viaggio segreto a Dubai; e quando al ritorno è sceso all’aeroporto, hanno notato che assieme a lui c’era Marco Carrai.[1]

La signora Francesca Campana Compariniconiugata Carrai, è attualmente sotto inchiesta per riciclaggio, da quando durante un controllo all’aeroporto di Firenze, una cittadina del Togo fu trovata con addosso 160 mila euro in contanti, che ammise erano destinati proprio alla signora Carrai.[2]

Passa qualche ora, e si legge che anche il babbo e la mamma di Matteo Renzi sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta.[3]

Intanto continua l’inchiesta della magistratura fiorentina sulla Fondazione Open con cui Marco Carrai e Alberto Bianchi (del giro del Monte dei Paschi di Siena) [4] hanno finanziato la carriera di Renzi.

L’accusa è di traffico d’influenze illecite e finanziamento illecito ai partiti. Impegnandosi a versare 100.000 euro l’anno, i donatori conquistavano il diritto di”interloquire” con Renzi (figlio) in persona.

Svariati milioni di euro raccolti tra idealisti che volevano fare il bene dell’Italia, senza nulla chiedere in cambio: in testa la British American Tobacco, che vende fumo in 180 paesi del mondo:[5] la filiale italiana ha l’onore di mandare nei polmoni italici Rothmans, MS, Lucky Strike, Vogue, Dunhill, Rothmans, Esportazione, Kent, Lido, Samson.

Di tutta questa vicenda, mi interessa una sola cosa, qui ce ne sbattiamo delle polemiche tra partiti.

Tra i presunti finanziatori della Fondazione Open (e quindi di Matteo Renzi), compare Corporación América Italia, del miliardario armeno-argentino Eduardo Eurnekian: un signore che ha fatto soldi con tutto, e oggi si dedica agli aeroporti: ne controlla ben cinquanta.

Renzi e l’ex-presidente della Regione Toscana Rossi hanno voluto la società Toscana Aeroporti, che oggi gestisce gli scali sia di Pisa che di Firenze Peretola.[6]

Toscana Aeroporti appartiene per il 62,2% a Eurnekian.

Il presidente di Toscana Aeroporti, casualmente, è Marco Carrai.

E l’obiettivo principale della società è di trasformare il piccolo aeroporto di Firenze in un aeroporto intercontinentale.

Per farlo, devono distruggere il Parco della Piana, il polmone verde che collega i monti al fiume e permette a Firenze di respirare (e dove passai un’indimenticabile notte), con tutte le sue forme straordinarie di vita.

 

Il signor Eurnekian oggi ha 89 anni, magari non è mai stato a Firenze.

Invece di pregare ogni sera che non lo trascinino tra qualche mese all’Inferno (avari, usurai, barattieri?), il futuro dannando pensa solo a come trasformare questa terra nei suoi profitti privati.[6]

Ora, nella descrizione di Wikipedia:

Nel 2018 Dicasa Spain S.A.U e Mataar Holdings 2 B.V. hanno acquistato il 25% di Corporacion America Italia S.p.a.

Il controllante ultimo di Dicasa è Southern Cone Foundation, una fondazione di diritto del Principato del Lichtenstein con sede legale in Vaduz, Lichtenstein

Il controllante ultimo di Mataar è Investment Corporation of Dubai con sede legale in Dubai, Emirati Arabi Uniti

A decidere che bisogna distruggere la Piana di noialtri fiorentini, sono quindi:

uno speculatore argentino (la cui ditta però ha sede in Uruguay, che però appartiene a una ditta con sede nel Delaware, che però appartiene a una ditta con sede nelle Virgin Islands),

una ditta finta spagnola che appartiene a una finta fondazione

“beneficiari di questa fondazione sono «i membri della famiglia Eurnekian ed istituzioni religiose, caritative o dedite all’educazione»

con finta sede nel Lichtenstein per eludere le tasse,

e una ditta che appartiene a un’altra ditta del Dubai, e che è proprietà privata dello sceicco padrone del paese.

Dubai, Carrai, Renzi…

Finalmente capiamo che ci sono andati a fare Renzi e Carrai a Dubai.

Poi me la prendo con il kebabbaro pakistano che si dimentica regolarmente lo scontrino…

Ora, vi presento un interessante ragionamento fatto su Twitter da qualcuno che si firma, immagino ironicamente, Cuore Immacolato di Maria.

A febbraio del 2020, il TAR ha sostanzalmente bocciato il progetto di Eurnekian.

Poi, Renzi interviene:

“L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi si è messo in contatto con Eduardo Eurnekian, miliardario argentino, per rassicurarlo su una cosa: la nuova pista dell’aeroporto fiorentino di Peretola sarà fatta. “Stia tranquillo, la pista parallela si farà”, ha detto il leader di Italia Viva all’imprenditore sudamericano, che con la sua Corporacion America detiene il controllo di Toscana Aeroporti, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze e quello di Pisa.”

Lo scorso agosto, il M5S ha intodotto nel decreto Semplificazioni un emendamento che rendeva obbligatoria la valutazione ambientale strategica (VAS) per l’ampliamento dell’aeroporto.

Il microscopico partito di Renzi, che a ogni sondaggio perde punti, butta giù il governo senza apparente motivo e fa mettere uno dei suoi, la Bellanova, proprio come viceministro alle infrastrutture e ai trasporti.

Non spiegherà tutto, ma ci aiuta a capire parecchie cose.

Mi dicono diverse persone che la conoscono (Firenze è un villaggio) che la moglie di Matteo è una persona limpida che andrebbe tenuta fuori dalle critiche che si possono rivolgere al marito

Note:

1.      Marco Carrai, ciellino storico e nipote di repubblichini, è anche misteriosamente Console d’Israele a Firenze. Quando Renzi nel 2016 volle imporlo come responsabile dei servizi segreti italiani, la stessa CIA è intervenuta fermamente per bloccarlo, considerandolo un agente del Mossad.

2.      Come regalo di pre-matrimonio, il Comune di Firenze, nonché la Fondazione bancaria che possiede il Comune di Firenze, misero a disposizione dell’allora fidanzata del Carrai tutta la città, per farci un suo personale Festival delle Religioni., forte del suo notevole curriculum (“A 22 anni scrive il suo primo articolo su La Nazione denunciando il degrado urbano e morale ed inneggiando alla responsabilità di ogni cittadino”. … “Last but not least, all’età di 12 anni intrattiene un breve epistolario con la Regina Madre Queen Elizabeth, The Queen Mother, perché sognava  di bere una tazza di tè insieme a lei…”).

3.      I peccati dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, finché non peccano insieme… Nel 2013, il sindaco/figlio Renzi ha fatto vendere il Teatro Comunale di Firenze, valutato 44 milioni di euro, a un ente pubblico, la Cdp, per 26 milioni, e lo stesso ente l’ha subito rivenduto alla Nikila Invest, una società partner dell’imprenditore/babbo Renzi – miracolosamente, il titolare della Nikila Invest entrò nel consiglio di amministrazione della Cdp. E appena il figlio è andato a Roma, gli amici del babbo hanno messo su a Roma una società specializzata in lobbying politico: il fatturato della ditta di Tiziano Renzi passa da 1,9 a 7,3 milioni in tre anni.

4.      Nessuno potrà mai accusare Renzi di ingratitudine: nel 2013, Francesco Bianchi, fratello di Alberto, fu nominato “commissario straordinario del Maggio Musicale Fiorentino.”

5.      La British American Tobacco Italia , che nel 2003 si è aggiudicata la gara della privatizzazione dei tumori ai polmoni nel nostro paese, è particolarmente impegnata nella diffusione delle sigarette elettroniche: “BAT has been active at global level also in the Next Generation Products sector. The Company developed innovative nicotine delivery devices for adult smokers, with the highest quality standards. The main areas of activity in this field concern Vaping products (namely e-cigs), such as Vype, as well as Tobacco Heated Products, such as glo.” Sarebbe interessante vedere cos’abbia fatto Renzi (figlio) nel suo periodo al governo dell’Italia, in merito.

6.      Entrambi del Partito Unico, ufficiosamente avversari, ma quando si tratta di sbucaltare le Alpi Apuane o distruggere la Piana, improvisamente d’accordo.

7.      Per far capire quanto sia una presa in giro lo scontro “destra-sinistra”, Eurnekian amico dell’ex-capo del PD è socio onorario del Comitato Leonardo: l’eccellenza italiana nel mondo. Diretto dall’ex-europarlamentare forzitaliota, Luisa Tadini.       

http://kelebeklerblog.com/2021/03/10/renzi-carrai-peretola-dubai-e-un-futuro-dannando/

martedì 23 febbraio 2021

LA VILE EPURAZIONE DI IGNAZIO MARINO E L’INDUBBIA CAPACITÀ DI RENZI DI SABOTARE LA SINISTRA ITALIANA - Alice Oliveri


Se il tempo dunque può essere galantuomo, per Matteo Renzi siamo ancora tutti in attesa di questo colpo di scena che renderà chiaro il significato ultimo delle sue gesta che fino a questo momento sembrano più i deliri di un mitomane piuttosto che scelte fatte per il bene dell’Italia. Nel frattempo però, in questa storia lunga e piena di risvolti inaspettati, c’è un personaggio che è stato graziato dal tempo, a riprova dell’insensatezza di un’altra vicenda che ha coinvolto il leader di Italia Viva e l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino.


Le vicende legate a quei ventotto mesi di mandato di Marino, medico di fama internazionale che da qualche anno ha comprensibilmente preferito allontanarsi dalla vita politica italiana, sono infatti un tassello emblematico per comprendere il modus operandi di Matteo Renzi. Partendo da un presupposto fondamentale, ossia che non siamo in un romanzo di Harry Potter né in una favola per bambini e dunque non esistono cattivi e buoni, ma persone che agiscono in modo più o meno egoistico rendendo la politica un gioco di personalizzazione, è giusto sottolineare che Ignazio Marino è il sindaco di Roma succeduto nel 2013 a Gianni Alemanno, coinvolto nello scandalo di Mafia Capitale. Chiaramente, gestire la Capitale è forse una delle sfide politiche più grandi che si possano affrontare nel nostro Paese, e se questa sfida si combina con un’eredità simile le cose si complicano ulteriormente.


Marino, da subito battezzato il “sindaco marziano” – una definizione che prende spunto dal racconto di Ennio Flaiano, Un marziano a Roma – per via delle sue politiche progressiste e forse, per molti aspetti, visionarie, criticabili, ma anche oggettivamente innovative per l’assetto della città, è caduto in una trappola tesa dal suo stesso partito. L’ex sindaco di Roma eletto con il Pd, rimasto in carica dal 2013 al 2015 per poi lasciare la città a Virginia Raggi, è stato il capro espiatorio del partito dell’allora segretario Matteo Renzi, che in quel periodo galoppava nella sua corsa per il consenso all’insegna della rottamazione e di alcune strategie che, come è facile notare a distanza di anni, non ha smesso di replicare.

“Pugnalato alle spalle” – come ha dichiarato lui stesso – da 26 consiglieri comunali, Ignazio Marino ha dato le dimissioni dopo essere stato coinvolto in due scandali da cui è stato poi assolto perché il fatto non sussiste; due scandali che hanno il sapore di un servizio di Striscia la notizia con Staffelli che consegna il Tapiro d’Oro o di un reportage sensazionalistico de Le Iene realizzato in più parti dal giornalista Dino Giarrusso, ex consulente per la comunicazione della Regione Lazio e ora deputato al Parlamento europeo del M5S. O forse, peggio ancora, ha il sapore di vicende talmente marginali che ricordano il grillismo della prima ora fatto di indignazione spicciola e dita puntate sul mostro da sbattere in prima pagina. Il famoso “Pandagate” con l’utilitaria del sindaco parcheggiata in Ztl e delle relative multe non pagate fu infatti la scusa per scatenare contro Marino lo pseudo-moralismo da bar in cui si tuffarono a capofitto giornalisti, oppositori politici e commentatori vari. Di quella vicenda si ricordano la macchina rossa, le multe, lo “scandalo”, ma l’unica cosa che dovrebbe rimanere nella storia è il fatto che si tratta solo di un pretesto, dal momento che era frutto di un semplice ritardo nel database del comune e di un attacco informatico per screditare Marino.

 

Ad aggiungere un’altra dose di indignazione a buon mercato alle vicende del “sindaco marziano” famoso per la sua ostinazione ciclistica arrivò anche lo scandalo degli scontrini: Ignazio Marino venne accusato di peculato per aver utilizzato la carta di credito del comune per cene e spese non previste dai compiti istituzionali. La Cassazione ha annullato nel 2019 qualsiasi condanna nei confronti dell’ex sindaco per quanto riguarda queste spese, alcune migliaia di euro che Marino ha restituito prima ancora dell’esito della sentenza. Non che non sia grave e condannabile un comportamento scorretto nei confronti delle spese improprie da parte di un rappresentante eletto, ma fa specie l’accanimento di partiti che in altre circostanze hanno tollerato “sviste” molto più gravi da parte dei loro rappresentanti. Anche perché, proprio di recente, nel novembre del 2020, si è tornati a parlare di Ignazio Marino e delle ragioni che lo hanno spinto alle dimissioni in un servizio di Report su Roma in cui emerge che l’ex sindaco, cercando di arginare gli abusi dei vigili urbani di Roma e l’assurda questione degli straordinari, sia stato vittima di un’azione mirata. Vigili urbani e Pd – come emerso dalle intercettazioni di Renato e Raffaele Marra, quest’ultimo consigliere di Raggi – hanno unito le forze per eliminare un personaggio che stava toccando un ben consolidato status quo. Sta di fatto che sia la questione degli scontrini che quella della Panda si sono risolte in un nulla di fatto.


Ignazio Marino non è un santo, non è un eroe, non è il personaggio positivo di un romanzo né di un film, così come Matteo Renzi non è lord Voldemort. Marino non sarà stato né Giulio Argan né Luigi Petroselli, ma il modo in cui è stato costretto alle dimissioni è il sintomo di un sentimento che dovrebbe essere estraneo a qualsiasi partito, destra o sinistra che sia, ossia quello della personalizzazione e dello strapotere del singolo a danno della collettività. Il culto di qualsiasi “-ismo”, che sia renzismo o salvinismo, è il segnale di una direzione sbagliata del fare politica. Quando prevale l’impulso personale e individualistico in una realtà che dovrebbe essere la traduzione materiale di una collettività, le scelte sono per forza di cose viziate; il modo di fare politica di Matteo Renzi, dall’inizio della sua carriera a livello nazionale sino a oggi, è la prosecuzione diretta di questa tendenza dannosa, egoistica e narcisistica. La vicenda di Ignazio Marino e del sabotaggio che ha subito da parte del Pd di Renzi non fa di lui un sindaco perfetto, ma una vittima di una tendenza che corrode gli ideali che dovrebbero guidare la politica fatta per il bene di un Paese e dei suoi cittadini. E anche se fosse tutto parte di un piano superiore, di un qualche stratagemma che Matteo Renzi coltiva da anni per traghettarci in un mondo migliore, comincio ad avere i miei dubbi su quanto sia giusto sperare nella galanteria del tempo mentre il presente cade a pezzi.

da qui

giovedì 11 febbraio 2021

iniziano i tempi dei draghi

 

Draghi: Il buio che stiamo attraversando - Marco Revelli

 

E’ impressionante il coro di giubilo che ha accolto la chiamata di Mario Draghi al Colle, già la sera del 2 febbraio. Ma chi ha la voglia di guardare oltre le prime pagine dei quotidiani – che come si sa dal giorno dopo servono solo a incartare il pesce -, e di pensare un po’ più lungo delle proprie ciglia sa che quella di martedì scorso è stata una giornata nera. Una data da segnare nigro lapillo per almeno due buone ragioni, non contingenti né di superficie. In primo luogo perché in quelle poche ore che passano tra il prolungamento ormai stucchevole del tavolo nella Sala della Lupa e la resa di Fico, è stato inferto un colpo mortale alla politica. Non a un governo, o a una coalizione già di per se stessa boccheggiante, ma alla politica tout court. E’ stato certificato il dissolvimento di tutti i suoi linguaggi, divenuti via via privi di senso di fronte ai capovolgimenti e alle triple verità, e insieme il fallimento di tutti i suoi protagonisti, di maggioranza e di opposizione, incapaci di uscire dal labirinto nel quale un pirata politico senza scrupoli come Matteo Renzi li aveva cacciati, annunciandone il commissariamento da parte di un “uomo di Banca” quale Mario Draghi nella sua sostanza è. Se è vero l’assunto che nello “stato d’eccezione” si rivela il vero Sovrano, ebbene in questo drammatico stato d’eccezione in cui pandemia sanitaria e follia politica ci hanno gettato, Sovrana si rivela, infine, la potenza del Denaro, nella forma antropizzata dei suoi sacerdoti e gestori.

Ma c’è una seconda ragione per considerare foriera di sciagure la giornata del 2 di febbraio: ed è che quella sera si è aperto un vaso di Pandora. Si è messa in moto una reazione a catena che forse già nell’immediato ma sicuramente nel tempo medio è destinata a colpire al cuore (quasi) tutte le forze politiche che compongono il già ampiamente lesionato sistema politico italiano. Tutte fragili, attraversate da un reticolo di fratture, di contrasti personali, di conflitti di piccoli gruppi e comitati d’affari, nessuna saldata da una qualche cultura politica forte capace di prevalere sui personalismi, a cui il gioco al massacro inaugurato dal demolitore di Rignano ha impresso un’accelerazione folle, senza freno né direzione, innescando una potenziale esplosione centrifuga di ognuna. Dei 5Stelle di certo, a cui l’onda di piena crescente aveva portato un patrimonio elettorale enorme e un personale politico raccogliticcio, destinato oggi a disperdersi con la fase calante. Ma anche il Pd, il cui arcipelago di frazioni teneva insieme con lo sputo, pieno com’era delle mine vaganti disseminate da Renzi al suo interno, ma in cui l’ultimo azzardo del suo ex segretario non potrà che rinfocolare ripicche e rancori vecchi e nuovi. E la Lega stessa non potrà reggere l’urto del cambio di paradigma politico senza vedere le proprie linee di faglia allargarsi, nell’impossibilità di tenere insieme un eventuale sostegno (diretto o indiretto) all’uomo-simbolo dell’ “Europa della Finanza” con la militanza sul fronte del sovranismo etnocentrico. Forse solo Fratelli d’Italia si potrà salvare dal maelstrom restandone ai bordi. Può darsi che nell’immediato si trovi una qualche formula capace di salvare la faccia ai principali players: una riedizione della maggioranza giallo-rosa a guida Draghi anziché Conte, magari con la benedizione dello stesso Conte; una “maggioranza Ursula” con dentro anche il caimano rimesso miracolosamente al mondo; un ibrido o un cyborg metà politico metà tecnico. Qualcosa insomma che permetta alla legislatura di restare in piedi allontanando l’Armageddon delle elezioni anticipate e il salto nel buio prima dell’elezione del Presidente della Repubblica, e di offrire all’Europa una faccia rassicurante a cui affidare i miliardi del Recovery fund e un simulacro di equilibrio istituzionale per sedare le ansie di chi sa di essere sull’orlo di un abisso… Ma la tendenza è e resta al generale dissolvimento di ogni possibile quadro politico il che equivale, tecnicamente, a una “crisi di sistema” che potrebbe rivelarsi una voragine nelle urne del 2023.

 

Sappiamo benissimo che quella deriva dissolutiva era in corso da tempo, da almeno due lustri: per lo meno da quando nel 2011 l’esplosione esponenziale dello spread aveva determinato il default dell’ultimo governo Berlusconi e – anche in quella circostanza – la fuga di tutte le forze politiche dalle proprie responsabilità per nascondersi dietro lo scudo dei tecnici di Mario Monti (un altro Mario!) a cui lasciar svolgere il lavoro sporco della macelleria sociale che l’Europa “ci chiedeva”. Sappiamo anche che da quel tunnel il sistema dei partiti italiano era uscito completamente trasformato, con l’emergere  del corpaccione penta-stellato, gonfiato da un esodo biblico degli elettori in fuga fuori dai tradizionali contenitori di centrodestra e di centrosinistra. Esodo continuato nel quinquennio successivo, fino al fatidico 2018, quando l’ircocervo “populista” gialloverde calamitò quasi il 50% di un elettorato in piena evaporizzazione, disposto a votare chiunque purché non fosse né ricordasse ciò che aveva governato prima. Era – possiamo ben dirlo oggi, a distanza di qualche anno – un composto spaventosamente instabile, un magma attraversato da pulsioni e domande diverse con l’unico denominatore (minimo) di una disperata domanda di discontinuità, che prima si agglutinò provvisoriamente sull’asse di centro-destra con l’alleanza “contrattuale” con la Lega (ossimorico nel costume, mettendo insieme l’autoritarismo egotico di Salvini e il libertarismo trasgressivo di Grillo, e nei contenuti con gli uni fissati sulla flat tax e gli altri con il reddito di cittadinanza). Poi – dopo il suicidio del Papeete – virò sul giallo-rosa, e fu un miracolo di equilibrio e di equilibrismo che lasciò sperare almeno di salvarci dal rischio di nuove elezioni che avrebbero segnato una vittoria potenzialmente travolgente delle destre e la possibilità che queste mettessero le mani su Presidenza della Repubblica e revisione costituzionale. E soprattutto che permise di gestire in modo ragionevole la Pandemia, risparmiandoci le follie alla Trump e Johnson. Ma non esorcizzò la tendenza all’evaporazione e alla scomposizione di tutti gli aggregati, anche perché quella difficile e precaria alleanza si era nutrita in seno, come detentore della golden share, un partner velenoso e intrinsecamente (caratterialmente) distruttivo come Matteo Renzi, che infatti, come detto, aspettò il momento più delicato e difficile per aprire quel vaso che, secondo il racconto mitologico, conteneva gli “spiriti maligni”  della gelosia, della malattia, della pazzia e del vizio. E per rilanciare in grande stile il processo dissolutivo che, conoscendo l’uomo, si può ben immaginare quanto gli piaccia, liberando spazio, tra le maceria, al dispiegarsi di un Ego che i pur precari equilibri di un qualunque edificio politico inevitabilmente obbligherebbero a limitarsi.

 

Così “in alto”. Ma poi c’è “il basso”, quello che si chiama “il Paese”, che è allo stremo: in questi giorni, dum Romae consulitur, per ogni ora che passa si perdono 50 posti di lavoro. Per ogni giorno di stallo sono 1200 disoccupati in più. Dalla famosa conferenza stampa di Matteo Renzi in cui annunciava il ritiro delle sue due ministre e apriva in modo corsaro una crisi incomprensibile al giorno della resa di Fico sono trascorsi esattamente 20 giorni (compreso quello in cui il principale responsabile di quello stallo se ne è andato a guadagnare i suoi 80.000 dollari con un atto di asservimento a uno dei peggiori despoti del mondo), nel corso dei quali se ne sono andati 24.000 redditi da lavoro. Milioni di lavoratori, dipendenti e autonomi, sono naufragati: 393.000 contratti a termine non sono stati rinnovati, 440.000 in prevalenza giovani hanno perso il posto, altre centinaia di migliaia lo perderanno se il blocco dei licenziamenti non verrà prolungato. Tutti aspettano una boccata d’ossigeno, i benedetti “ristori”, per poter continuare a respirare. A cominciare dalle quasi 350.000 imprese attive nel settore della ristorazione e dei bar, che occupa più di un milione di persone e in cui si prevede una moria di più del 60%; e tutto il settore artigiano, delle piccole e piccolissime imprese che non hanno la voce potente di Confindustria per dettare o condizionare l’agenda governativa e che annaspano nell’indifferenza pubblica. Sono una grande parte di società che senza interventi immediati – “a pioggia”, quelli che non piacciono a Carlo Bonomi e a tutti i tecnocrati mercatisti – non tireranno più su le saracinesche abbassate. E tuttavia, bene che vada, se la crisi di governo non si avvita ulteriormente, occorreranno settimane prima che l’Esecutivo ritorni operativo. E se fosse, come è possibile, un governo “tecnico”, sappiamo bene quale sia la sensibilità sociale dei tecnici… Anche se si chiamano Mario Draghi (del cui alto profilo professionale non si può dubitare, ma sulla cui disponibilità solidaristica è lecito interrogarsi).

E qui veniamo alle sue molteplici “vite”. Ho detto che Draghi è un “uomo di banca”. Ma sono stato impreciso. Avrei dovuto dire uomo di banca nell’epoca in cui le banche – le Grandi Banche, quelle di dimensione globale – assumono responsabilità dirette di governance universale. Poteri non forti ma fortissimi, da cui dipendono vita e morte dei popoli (“sovrani” nell’epoca post-democratica potremmo dirli). E il profilo di Draghi si dipana per buona parte all’interno di quell’universo. Dopo la sua (precoce) prima vita accademica, in cui allievo di Federico Caffè ha conosciuto e condiviso i principii keynesiani, è passato, con una certa rapidità, al ruolo di grand commis di Stato come Direttore del Ministero del Tesoro sotto tutti i governi succedutisi dal 1991 in poi (da Andreotti ad Amato a Berlusconi a D’Alema) distinguendosi in perfetto stile neoliberista nel ruolo di grande privatizzatore di quasi tutto (Iri, Eni, Enel, Comit, Telecom, per un totale di quasi 200.000 miliardi di lire). E’ a quel punto che emigra per un rapido passaggio nell’universo globale di Goldman Sachs come  Managing Director per le strategie europee e membro del Comitato esecutivo del gruppo per poi tornare, rigenerato, alla guida della Banca d’Italia (2005) e nel 2011 a capo della BCE: appena in tempo per firmare insieme a Trichet la “terribile” lettera al Governo italiano che apre la stagione delle lacrime e sangue. Salva certo l’Euro con il fatidico whatever it takes nel luglio del 2012 ma nello stesso anno tiene a battesimo il compact fiscal e nel luglio del 2015 non si farà scrupolo di spingere sott’acqua la Grecia di Alexis Tsipras togliendo la liquidità d’emergenza alla sue banche e, l’anno dopo, di ispirare il Jobs Act renziano. La Pandemia gli suggerisce un sostanzioso allentamento dell’austerità, ma non ne attenua la vocazione privatistica e l’ostilità nei confronti della funzione redistributrice dell’intervento pubblico.

Non stupisce l’immediato riflesso di Confindustria che saluta il suo incarico chiedendo la liquidazione del reddito di cittadinanza e di quota 100 oltre al ritorno alla libertà di licenziare. Se venisse ascoltato, quell’appello, sarebbe foriero di ulteriore minaccia nel già fosco scenario italiano perché oltre alla dissoluzione della mediazione politica si rischierebbe un ulteriore sprofondamento sociale. E un forse definitivo divorzio tra istituzioni e popolo.

 

Per questo resto pessimista. Di un pessimismo – come direbbe Piero Gobetti – “vetero-testamentario”, ovvero “senza palingenesi”, con la sensazione di essere da tempo avviati su un piano inclinato che assottiglia sempre più i margini di sopravvivenza del nostro modello democratico, con la sgradevole sensazione che quelle che ci sembrano, al momento, possibili soluzioni siano in realtà potenziali dis-soluzioni. Ed in cui lo sfuggire a un pericolo comporti, in qualche misura, la possibilità d’incontrarne un altro altrettanto grave se non peggiore. Per questo capisco perfettamente la preoccupazione di Domenico Gallo (Tempi di Draghi) su ciò che comporterebbe, oggi, l’alternativa delle elezioni anticipate in caso di fallimento del tentativo di Draghi: sono state il mio incubo in tutti questi mesi, per lo meno dall’agosto dello scorso anno. Ma ce lo vediamo noi un governo di emergenza come quello che si prospetta, con tutti i partner politici acciaccati e le rispettive leadeship ulteriormente infragilite metter mano a quella riforma elettorale che non sono riusciti a fare in sedici mesi per superare quell’obbrobrio tecnico e politico che è il “Rosatellum” (parto di quel Rosato portatoci in regalo dal solito ineffabile Renzi)? E riusciamo a immaginarci cosa ci porterà il voto nel ’23 (centenario della famigerata Legge Acerbo) se si svolgerà con quella legge elettorale e con un Parlamento ridotto di più del 30%? Chi di noi può, da oggi in poi, sentirsi sicuro?

E, d’altra parte, sul piano economico, so benissimo che il tesoro promesso dall’Europa è meglio trovarlo che perderlo. E che nessuno ha le competenze tecniche (ma anche politiche) di una figura come quella di Mario Draghi, a casa sua in ogni cancelleria d’Europa e in ogni Consiglio d’amministrazione del mondo. Ma che produrranno quelle competenze economiche, sul piano sociale? A chi andranno i vantaggi di una sia pur più efficiente gestione delle risorse (a parte il vantaggio “ultimo” di non finire tutti schiacciati sotto il default dell’intero Paese)? Finora il paradigma prevalente ha favorito spudoratamente chi sta in alto. E nemmeno la svolta post-austerity ai piani alti europei ha interrotto quella tendenza. Il ritornello che ascoltiamo sempre, sul debito buono e quello cattivo, sospettiamo, ma a ragion veduta, significhi che il primo (il “buono”) sia quello che premia lo sviluppo delle imprese, il secondo (il “cattivo”) quello che dovrebbe assistere la sopravvivenza delle persone e delle famiglie. Mentre l’idea che sta dietro anche al riformismo (asociale) dei tecnocrati – anche questo lo sappiamo – resta ancora e sempre quella del trickle down, dello “sgocciolamento”, ovvero la favola bella secondo cui favorire l’afflusso della ricchezza in alto prima o poi si risolverà in un vantaggio anche per chi sta in basso per effetto, appunto, della ricaduta a cascata delle briciole. Non sento né vedo segnali che mi dicano che a quei livelli le cose siano cambiate sostanzialmente…

Eppure si è parlato sempre più spesso, negli ultimi tempi, di “bomba sociale”. E l’espressione non è fuori luogo. Le società hanno un punto critico oltre il quale perdono il proprio principio di ordine (entrano in una condizione che i sociologi chiamano di “anomia” in cui le regole stabilite perdono di senso). Si potrebbe parlare di una “soglia”, al di sotto della quale non solo si perde quella possibilità di “resilienza” di cui molto si parla (intendendo la capacità di un corpo di ricuperare la condizione precedente dopo aver subito un urto), ma la lotta per la sopravvivenza rischia di prevalere sul vivere civile. E la pressione del bisogno può trasformarsi, alternativamente, o in depressione e apatia o all’opposto in furia. Beh, ho l’impressione che quella “soglia” si sia avvicinata pericolosamente, e forse che sia stata in ampia parte superata, senza che nessuno tra quelli che si affaccendano intorno alle macchine del potere e dell’amministrazione vi facciano gran caso. E neppure tra quelli che in qualche modo contribuiscono a “fare opinione”.

Rispetto dunque chi, nonostante tutto, spera. Io, personalmente, dispero.

da qui

 


Draghi, Renzi e la dittatura del mercato - Tomaso Montanari

 

La sensazione è quella di scivolare su un piano inclinato: dal male (un male senza alternative migliori) del governo Conte al peggio del possibile governo Draghi, al pessimo di un governo Salvini-Meloni, che sembra ora ancor più inevitabile.

Matteo Renzi c’è riuscito di nuovo. Prima con Letta, adesso con Conte: attraverso crisi extraparlamentari strozzatesi nelle ovattate stanze del Quirinale, ha ucciso due governi che avrebbe dovuto lealmente sostenere. Nel primo caso per fatto personale (l’ascesa alla presidenza del Consiglio), in questo anche (per riacquistare un qualche credito agli occhi dell’establishment internazionale). E in entrambi con la stessa disinteressata dedizione agli interessi del Paese che è apparsa nel mostruoso episodio saudita (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/02/01/matteo-renzi-e-il-rinascimento-saudita/): che da solo sarebbe bastato a porre fine a a qualunque carriera politica, in un paese civile.

Renzi, dunque, trionfa: umiliando tutti (a partire dal Parlamento) e presentandosi a fianco di Mattarella come il salvatore della patria. Un gioco di sponda che, spiace dirlo, ingenera qualche dubbio anche sul ruolo del presidente della Repubblica: specie per il singolare discorso con cui questi ha escluso tassativamente la possibilità di andare ora ad elezioni. Un orientamento che Renzi forse non ignorava, come invece, evidentemente, lo ignoravano i vertici del Pd: i quali, inducendo Conte a dimettersi laddove non era affatto necessario, ne hanno servito a Renzi la testa su un piatto d’argento.

Se Renzi è il grande elettore di Draghi, cosa faranno gli altri? La Lega ha un duplice interesse a permettere che questo governo nasca: prima astenendosi (e così rivelandosi determinante, e apparendo affidabile a mercati e poteri internazionali – «Salvini ha una grande opportunità – ha subito twittato il direttore di Repubblica Maurizio Molinari – il sostegno a Draghi gli consentirebbe di avere la legittimità europea che gli manca»), e poi intercettando la protesta sociale che l’azione di Draghi provocherà. Il Pd è nella situazione peggiore: il suo profilo moderato e “responsabile” gli rende difficile sfilarsi, ma il rischio che Renzi se lo riprenda, svegliando le quinte colonne dormienti, è ora concretissimo. Il Movimento 5 Stelle ha invece la sua grande occasione per tornare a un ruolo antisistema, recuperando un po’ di quella presa che sembrava ormai irrimediabilmente perduta: se dice di no a Draghi, potrebbe essere l’unica opposizione – insieme, forse, alla falange della Meloni, frenata però dalla linea morbida di Forza Italia e Lega, e comunque tentata dall’astensione. Se invece dovesse prevalere la sindrome di Stoccolma, e i Cinque Stelle votassero per Draghi, il Movimento sarebbe davvero finito: e anche questo colpisce nella scelta di di Mattarella, avvenuta senza consultazioni sul nuovo nome. Perché imporre al Movimento non una Cartabia o una Lamorgese, ma il grande custode del sistema bancario internazionale, quasi pretendendo la definitiva abiura dei 5 Stelle dalla loro più profonda identità?

Perché, al di là dell’effimera geometria parlamentare di cui sopra, il significato profondo dell’avvento del messia Draghi è assai evidente: esce di scena il tentativo di risposta (fallimentare, caotico) alla domanda di giustizia ed eguaglianza suscitata dalla dittatura del mercato internazionale e dell’establishment ad esso legato; e rientra in scena, attraverso un suo gran sacerdote, esattamente quel mercato e quell’establishment. Passiamo da una cura inadeguata e sbagliata, al ritorno in grande stile della malattia. Vista dal punto di vista della grande maggioranza del Paese (chi vive del proprio lavoro, e chi lavoro non ha), è una netta regressione.

A dirlo è la storia dello stesso presidente del consiglio incaricato. Marco Revelli ha ricordato, su questo sito (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/03/29/draghi-lupi-faine-e-sciacalli/), il ruolo centrale avuto da Draghi (come direttore generale del Tesoro per dieci anni cruciali dal 1991al 2001) nella svendita del patrimonio pubblico italiano. Nella brutale sintesi di Francesco Cossiga (una volta tanto lucido): «il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica: la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro […]». Cossiga aggiungeva che «non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana». Uno scrupolo che evidentemente Sergio Mattarella non nutre.

Naturalmente, tutto questo non significa che Draghi non capisca la delicatezza della situazione, e non provi a governare in un’altra direzione. Come ha scritto il direttore della rivista Il Mulino, Mario Ricciardi: «Ciò che Mario Draghi ha fatto in passato, come civil servant e come banchiere centrale, non consente di affermare con certezza in che direzione si orienterà la sua azione in futuro. L’uomo ha mostrato, anche di recente, di essere un pragmatista. La situazione, anche a livello internazionale, non è più quella del 2008. Dogmi sono stati messi in discussione, nuove minacce si sono palesate, che in Italia destano grande preoccupazione». Ma, aggiunge giustamente Ricciardi, «sul piano strettamente politico questo comporta resistere alla pressione, evidente in alcune tra le reazioni alla convocazione di Draghi al Quirinale, di chi non vede l’ora di chiudere la stagione sfortunata dell’alleanza tra Pd e M5s, vedendo nella caduta del governo Conte il segnale di un ritorno alla normalità: la vittoria finale dei competenti sugli incompetenti, il trionfo della meritocrazia sull’arroganza dei mediocri. […] L’idea di un’aristocrazia che si autoproclama tale è una pericolosa illusione, che non può che aumentare ulteriormente, e in modo pernicioso, il solco tra istituzioni e società civile, tra classi dirigenti e cittadini. […] Un’aristocrazia di cosmopoliti il cui principale interesse è la mobilità del capitale finanziario non può andare lontano quando entra in conflitto con una parte consistente della popolazione». Un’aristocrazia a cui credono di appartenere, per esempio, i grandi magnati italiani padroni dei giornaloni che ora spandono nuvole di incenso intorno a Draghi – e al sicario di Rignano.

Le prime parole di Draghi da presidente incaricato hanno menzionato la «possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale». “Coesione sociale” può voler dire cose molto diverse: il desiderio della suddetta aristocrazia di strozzare il conflitto sociale, per non vedere il sangue per strada quando scende dal superattico; o, al contrario, un obiettivo di pace sociale da raggiungere attraverso la giustizia sociale. Ora, il passaggio centrale del discorso di Draghi al meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate invocava un unico dogma, anzi un “imperativo assoluto”: «Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri» (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/08/22/le-favole-draghi-e-il-pd/). Se questa è la prospettiva, siamo saldamente dentro la logica suicida di una crescita infinita e produttrice di iniquità letali, appena mascherata da sostenibilità e compassione. Intendiamoci, non che con Conte e la sua maggioranza fossimo su una linea alternativa: ma così si torna all’ortodossia mortale del pensiero unico.

Manca, come sempre, uno sguardo di sinistra: come certifica, tragicomicamente, l’apertura a Draghi da parte delle frattaglie cucite in Liberi e Uguali. Quello sguardo dal basso, icasticamente presente in un tweet di Mauro Vanetti: «Hai poco da compiacerti della competenza del cuoco, se sei un ingrediente».

Già nel 1970 un pensatore profetico come Ivan Illich poteva scrivere che «la questione centrale del nostro tempo rimane quella che i ricchi vanno diventando ancora più ricchi, i poveri ancora più poveri». Il fatto che, cinquant’anni dopo, l’Italia si affidi a un Mario Draghi, fa pensare che siamo ancora ben lontani non dico dall’invertire la rotta, ma anche solo dal capire che quella è davvero, e sempre di più, la questione centrale.

da qui

venerdì 10 aprile 2020

Sorprese nell'uovo di Pasqua?



Miracolosamente (qui)


il PD dice qualcosa di sinistra, 5Stelle e Renzi non dicono cose di sinistra (e quindi di destra? - vedi sotto)





Miseramente (qui)


le Sardine dicono qualcosa di qualunquista, cioè di destra

sabato 4 gennaio 2020

2020 / “Prepariamoci al peggio”. O al meglio? - Marco Revelli




“Prepariamoci al peggio”. Questo, e non altro mi verrebbe da dire, se mi limitassi a guardare l’Italia “dell’Alto”. Quella delle pratiche istituzionali, del Governo, della classe politica tutta, a 360 gradi. Il Palazzo, diciamo. E anche le sue pertinenze.
A questo livello il 2019 è stato l’”anno delle vergogne” (al plurale, come le “pudende”). L’anno delle panze ministeriali sciorinate in spiaggia a beneficio della suburra plaudente, dell’inno nazionale sguaiatamente cantato tra le chiappe delle cubiste e il trincaggio di moijtos mentre, tra l’uno e l’altro, si invocavano i fatidici “pieni poteri”. Più grave, e drammaticamente, l’anno dei proclamati “porti chiusi” a chiamare la marmaglia facebooccara a plaudire ai naufragi con l’osceno “mangino i pesci”… Insomma, è stato l’anno del definitivo viraggio del populismo nostrano, dall’originaria vocazione trasversale destra-sinistra in nome di un universale disagio verso l’establishment, alla conclamata dimensione di destra radicale, autoritaria, intollerante, xenofoba e cultrice dell’inumano. Involuzione iconicamente rappresentata nel Governo “Conte 1” dal passaggio di egemonia dal fragile Di Maio al corpulento Salvini. Dopo, da agosto in poi – da quando col “Conte 2” il secondo dei due Giuseppi ci ha salvato dal rischio che quell’invocazione prepotente di pienezza dei poteri si materializzasse nelle urne – il ’19 è diventato anche l’”anno del masochismo”.
Fin dal giorno stesso della nascita di quell’esecutivo d’”emergenza democratica” ci si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare che i frastornati costruttori di quella sorta di arca di Noè, miracolosamente sopravvissuti al naufragio di se stessi grazie al clamoroso autogol del “Capitano”, avrebbero messo quella maggioranza stiracchiata e fragilissima sotto una campana di vetro. Almeno fino all’approvazione di una legge elettorale proporzionale in grado di mettere l’ordine repubblicano al sicuro da colpi di mano e colpi di sole da parte di una destra arrembante e minacciosa. Che avrebbero posto rigorosamente la sordina ai propri brontolii gastrici, alla tentazione delle picche e delle ripicche, alla forza disgregante di differenze che sono radicate nel tempo e nell’antropologia stessa dei protagonisti per alzare, per una volta almeno, lo sguardo all’”interesse generale”. Insomma, ci si sarebbe potuti illudere che la salus rei publicae, se non altro per istinto di conservazione, avrebbe prevalso sugli animal instints. Invece no. Non avevano neanche finito di giurare che hanno incominciato a farsi i dispetti, piantare bandierine, disputare e costruire trappolette su tutto: l’Ilva e lo “scudo penale”, Atlantia Autostrade e la revoca revocata, la prescrizione cancellata e la cancellazione della cancellazione, le liste in Emilia Romagna e in Calabria e le follie della piattaforma Rousseau, il salvataggio della Banca Popolare di Bari e le impopolari minacce al reddito di cittadinanza (il “totem” minacciato di distruzione dalla Bellanova), oltre alla riforma elettorale che doveva esser fatta per il 31 dicembre e di cui non si vede neanche la bozza… Una catena di atti più o meno ostili e più o meno mancati, nessuno di per sé in grado di far crollare il fragile castello di carte (che infatti è sopravvissuto a tutti colpi di vento) ma sintomatici di un clima di ripetuta e reciproca ostilità di cui ci si può domandare la ragione apparendo, a chiunque li guardi da fuori, irragionevoli.
La prima ragione, la più evidente, è che quella compagine si è incorporata un ingrediente altamente tossico quale è appunto quel Matteo Renzi la cui natura di vascello corsaro – anzi di vero e proprio pirata della politica – abbiamo conosciuto tutti da almeno un quinquennio, da quell’”Enrico stai sereno” che ne svelava, shakespearianamente alla luce della ribalta, la vocazione al tradimento e all’agguato, allo spregiudicato gioco d’azzardo e al piacere della distruzione e dello scompaginamento, simbolo di una politica senza legge e senza onore in cui il vizio del rinnegamento della parola data sta ben inciso sui cappelli che di volta in volta s’indossano. E’ lui che con un colpo d’ala da gran maestro – bisogna ammetterlo – quando ancora Zingaretti si sgolava ad annunciare la determinazione ad andar dritto alle elezioni costi quel che costi pur di togliersi quella spina dal fianco, aveva “deciso” la nascita del “Conte 2”, nel momento in cui appunto gli serviva prender tempo per preparare la “sua” scissione. Ed è lui a tenere oggi per la gola quello stesso governo, pronto a lasciarlo andar giù appena gli sembrerà utile farlo, o quando le sue pulsioni distruttive lo spingeranno al gesto estremo.
Ma poi c’è una seconda ragione, per certi versi persino più preoccupante, ed è l’estrema fragilità personale di tutti gli altri protagonisti di un gioco che il sistema dei media ha reso terribilmente personalizzato, in cui sono spariti dai riflettori – ma anche dalla pratica – i corpi collettivi, le strutture organizzate, i “soggetti politici” che avevano dominato la scena nel ‘900, e sono rimasti questa specie di avatar, incerti sul proprio presente e sul proprio futuro. “Capi” senza code, sempre in bilico su fragili zattere galleggianti su un consenso liquido, volatile, verrebbe da dire addirittura gassoso, pronto a svanire a ogni refolo di vento, e per questo fibrillanti. Bisognosi ogni volta di alimentare la propria visibilità, di potenziare un Se in realtà vuoto, attraverso il più spettacolare degli espedienti, la contrapposizione, il duello, il micro-conflitto posizionale…
Per questo continueremo a vivere nell’incertezza, con un quadro politico sempre aperto all’imprevisto, all’incidente di percorso, alla votazione storta soprattutto al Senato, che lo vogliano o meno gli pseudo-leader che dicono di controllare il gioco in realtà subendolo. E se questo accedesse, se prima o poi si finisse dritti alle urne, da queste potrebbe davvero uscire l’idrovora che prosciugherà il nostro futuro facendosi, in un colpo solo, Presidente della repubblica, Corte Costituzionale e – dio ce ne scampi – una qualche riforma della Carta che ne sfregi il residuo profilo alto che i costituenti le diedero… Il “Peggio”, appunto, di cui parlavo all’inizio.

Se però guardo all’Italia “del Basso” – quella che si rappresenta non nel Palazzo ma nella Piazza – l’orizzonte si fa diverso. Forse aveva ragione Hölderlin quando scriveva che “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Le piazze piene delle scorse settimane che cantavano sottovoce “Bella ciao” e alzavano in alto il testo della Costituzione lasciando che fosse quello a parlare, nascevano certamente dalla percezione del pericolo, ma mettevano in campo davvero qualcosa che salva. O che “può salvare”. Alludevano a un’Altra Italia (che c’è, che non è stata dissolta dai riti blasfemi degli agitatori di rosari e di croci celtiche e nemmeno dalle rottamazioni compulsive). A un altro orizzonte. A un altro possibile esito. Dialogavano, quelle piazze – s’intrecciavano, si sovrapponevano – con altre piazze, altri boulevard strapieni di corpi serrati come sardine, quelli dei Fridays for Future. Le ragazze e i ragazzi “di Greta”: il futuro – quelli che abiteranno il nostro futuro – d’improvviso materializzatosi nel presente a chiederci conto del nostro cattivo passato. Dei nostri ottusi successi da homo faber impazzito, nel trasformare il mondo in un pianeta invivibile. E anche delle nostre sconfitte, nel non aver saputo arginare il degrado prima, e poi l’imbarbarimento, della politica. Nel non aver saputo fermare il saccheggio globale pur globalizzando lo spazio in cui quel saccheggio avveniva.
Certo, quelle piazze e quei cortei non erano composti solo da millennials. Soprattutto le prime, quelle delle Sardine, erano visibilmente plurali, trasversali, eterogenee per età, composizione sociale, appartenenza politica (era quello il loro surplus di valore). E anche nei venerdì di mobilitazione per conservarci un futuro, mescolati alla marea di volti giovani e giovanissimi c’erano visi più attempati e non arresi. Ma l’iniziativa – la funzione di starter -, la “chiamata”, era stata loro: di una generazione di “innocenti” ben determinata a non vedere una nuova “strage degli innocenti”. Gli adolescenti, i ventenni, i nati nell’ultimo quarto di secolo, persino un certo numero di trentenni, sono loro a tenere in mano il timer dell’innesco. E a me che sono un nostalgico viene alla memoria l’appello che diede fuoco alle polveri del Sessantotto a «non fidarsi di nessuno che abbia più di 34 anni» rivolto da Jerry Rubin ai propri coetanei (34 erano gli anni trascorsi da Pearl Harbor). Scrisse allora la grandissima Hannah Arendt: “Ci troviamo di fronte a una generazione che non è affatto sicura di avere un futuro”, perché il futuro “è come una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente” (si sfiorava allora la possibilità di un’apocalisse nucleare). E aggiunse: “Alla domanda che abbiamo sentito tanto spesso: ‘Chi sono coloro che fanno parte di questa generazione?’ si è tentati di rispondere: ‘Quelli che sentono il ticchettio’. E all’altra: ‘Chi sono quelli che lo ignorano in modo assoluto?’, la risposta potrebbe benissimo essere: ‘Quelli che non sanno, o rifiutano di affrontare le cose come realmente sono’”. Sembra scritto oggi.
Così come sembrano scritti oggi alcuni dei più significativi passaggi del Port Huron Statement, il documento “seminale”, chiamiamolo così, o “profetico”, dell’SDS americana che – concepito all’inizio degli anni ’60 – anticipò le basi cultuali ed esistenziali del gigantesco movimento di protesta giovanile che avrebbe segnato la fine di quel decennio. Per esempio il punto in cui i giovani di allora dicevano di sentirsi, nel loro lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione, guidati, anzi spinti, “dalla sensazione di essere forse l’ultima generazione che vivrà prima della distruzione totale”. O l’altro, in cui si indicava il “paradosso più eclatante” della propria condizione nel fatto di essere “noi stessi impregnati di urgenza, mentre il messaggio che la società ci manda è che non ci sono alternative praticabili allo stato di cose presente”.
D’altra parte sono loro, i nati a ridosso del passaggio di secolo e di millennio – quelli che non portano nessuna responsabilità diretta o indiretta per l’atroce stato del mondo in cui si sono trovati “gettati” -, i portatori degli unici messaggi di speranza oggi. Non solo per quanto riguarda le mobilitazioni transnazionali sul clima o quelle italiane di resistenza all’imbarbarimento del costume e della politica. Anche nel caso delle ultime elezioni inglesi, dove l’(apparentemente) schiacciante vittoria di Boris Johnson e del suo ultraliberismo autoritario sembrerebbe chiudere ogni orizzonte nel quadro di un Regno unito andato in pezzi e della trasformazione della piattaforma insulare inglese in un gigantesco paradiso fiscale per il riciclaggio dei flussi finanziari globali sull’asse atlantico, anche lì i segnali più luminosi in controtendenza vengono da un mondo giovanile evidentemente non contaminato. Le analisi di flusso offerte da YouGov (di cui abbiamo offerto un’ampia documentazione in questo sito) ci dicono che al di sotto dei trent’anni la stragrande maggioranza degli elettori (quasi il 60%) ha scelto il Labour di Jeremy Corbyn (alla faccia della falsa rappresentazione mediatica e delle manipolazioni blairiane e renziane che lo vorrebbero “vecchio” e “obsoleto”). Il “successo” di Johnson è maturato tra gli anziani (57% contro appena il 22% per Corbyn) e tra i vecchi, con più di 70 anni (67% a 14%), quelli che chiudevano la porta in faccia alle ragazzine e ai boys di Momentum che battevano le desolate ex città industriali nel North England piene di pensionati disillusi e di disoccupati o semi-occupati inveleniti col mondo.
Forse non sbaglia l’articolista di Repubblica – Marino Niola – a definire questo “l’anno delle Generazioni in testacoda”. Nel senso che – come scrive – “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Sono loro, gli adolescenti di oggi, i cittadini di domani, a mostrare ai genitori l’insostenibilità di quel mondo che nell’assuefazione sedimentata negli anni sembra l’unico possibile. E lo fanno in forza di un’acquisita capacità di “correre verso il futuro ad una velocità impossibile per gli adulti”. Ora, io non so se ce la faranno. Se il loro sacrosanto antagonismo sociale ed esistenziale abbia la “massa critica” sufficiente per produrre l’energia politica necessaria a rovesciare il quadro del dominio di un capitalismo bifronte, globalista e sovranista insieme. Avrebbero bisogno – per vincere l’inerzia dello “stato presente delle cose” – di alleanze larghe, che il doppio mulinello dei flussi globali (i maledetti algoritmi) e dei miti di radicamento locali gli rendono difficili. Ma qui il discorso passa a noi. Se anziché riempirli di analisi critiche, ammonimenti e consigli (strepitosa la vignetta di Makkox sul “partito” dei donatori di consigli alle sardine), esami del sangue e del linguaggio, interrogazioni che sembrano interrogatori su progetti e programmi, provassimo a fare almeno un po’ la nostra parte di umili e normali portatori di resistenza e conflitto nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo (una scuola, un ufficio, una redazione di giornale, un laboratorio o una fabbrica, anche solo il bar dove facciamo la sosta…), forse, al mattino, guardandoci allo specchio, non vivremmo in modo così greve l'”inverno del nostro scontento”.

giovedì 3 agosto 2017

Casa - Giovanni De Mauro


Le frasi di Matteo Renzi sui migranti (“Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ma abbiamo il dovere morale di aiutarli a casa loro”) non sono un inciampo o un errore di comunicazione. Sono invece un buon indicatore dell’umore generale, perfino a sinistra. Un umore che Renzi asseconda e cerca di sfruttare, anziché combattere. Ma l’idea di “aiutarli a casa loro” è un bluff, un modo neppure troppo elegante di lavarsi le mani della questione. Perché se si fanno due conti, come li ha fatti Ilda Curti, esperta di relazioni internazionali e in passato assessore a Torino, si capisce subito che “aiutarli a casa loro” comporterebbe costi, non solo economici, di gran lunga superiori ad “accoglierli a casa nostra”.
Bisognerebbe smettere di vendere armi e tecnologie militari ai regimi autoritari (l’Italia è l’ottavo paese al mondo per esportazioni di armi); sospendere ogni forma di sostegno economico ai governi corrotti; interrompere lo sfruttamento delle regioni da cui proviene gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie; affrontare e combattere seriamente il cambiamento climatico; investire in scuole, ospedali, sviluppo locale, infrastrutture, tecnologia, energia rinnovabile, reti di mobilità sostenibile; combattere l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare i pomodori a un euro al chilo nei supermercati; aprire canali umanitari che tolgano ossigeno a trafficanti e mafie; riformare e dare autorevolezza alle istituzioni internazionali, cedendo tutti un po’ di sovranità nazionale. E molto altro ancora, con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze globali e pronti a rinunciare a parte dei privilegi dell’essere nati casualmente da questa parte del mondo.
Ecco, per aiutarli davvero “a casa loro” bisognerebbe fare tutto questo. Ma è chiaro che nessun leader europeo ha realmente intenzione di farlo. Perché vorrebbe dire fare la rivoluzione.
da qui

sabato 10 dicembre 2016

Il mistero dell’intervista scomparsa - Franco Cordero


L'arte docile del giornale
Le premesse remote risalgono a quando scrivevo in «Repubblica». M'aveva invitato Ezio Mauro (novembre 2001): centinaia d'articoli e il Bagutta 2004, sul filo del rasoio perché Divus Berlusco regnava e i cautelosi rabbrividivano, ma non la direi mésaillance se bene o male è durata quindici anni. Due mesi fa esce Rutulia (Quodlibet), dove confluisce largo materiale d'allora. Il «Venerdì» manda qualcuno a intervistarmi, 24 ottobre: non so chi sia, né figura nel folto onomasticon del quotidiano e settimanale; ero sul chi vive, perciò lascio che parli a dirotto sfogliando il libro costellato da scarabocchi. Niente in contrario quando chiedo quesiti scritti. Arrivano e li sciolgo nella stessa forma. L'indomani canta genuflesso (26 ottobre): «Professore, grazie mille»; usciremo l'11 novembre; qualche giorno prima manderà l'intero testo affinché io lo riveda. La formula perentoria smentisce i sospetti ma il séguito rimane nella luna. L'ufficio stampa Quodlibet s'informa presso l'intervistatore: l'hanno spostata al 25 novembre; rinascono i dubbi, più gravi; e quel mattino non ne appare nemmeno l'ombra. Interpellato dall'editore, il predetto racconta un'historiette: le risposte erano nello stile dei miei articoli, quindi «non adatte» all'intervista (mai uditi argomenti simili), sicché lui e il direttore hanno deciso di non pubblicarla; in graziosa vece propongono una recensione. Il verbo “proporre” suona equivoco: l'homo in fabula accondiscenda e sarà benvoluto; altrimenti sibila la frusta recensoria. Forse erano servizi alla Leopolda, i cui adepti temono le lame affilate. Secondo questo canone, l'intervista, genus letterario, è ammissibile in quanto vi coli broda tiepida. Non interessano le opinioni cliniche sulla storia recente d'un paese afflitto da qualche tabe ereditaria.

Tali i fatti, ed ecco l'opus svanito in mano ai maestri stilisti del «Venerdì» (ogni capoverso risponde a uno o più quesiti).

Divus Berlusco regnabat. Ottant'anni gli pesano addosso, senza contare le gaffes accumulate nel quarto di secolo, ma resta temibile. Nello schieramento referendario sceglie “no”: è mossa tattica non sappiamo quanto credibile; niente lo fa supporre rassegnato alla vecchiaia quieta. L'animale biblico Leviathan nuota sott'acqua, sornione, cacciatore inesorabile: inganna le prede; lo servono uccelli parassiti; apre le fauci e gli puliscono i denti mangiando i residui del pasto. Nel caso suo è lacuna utile non avere l'organo pensante, nonché quello dei giudizi morali: risparmia fatica e dubbi tormentosi; operazioni d'istinto gli riescono a meraviglia.

Le «larghe intese» erano l'obiettivo d'una politica quirinalesca d'impronta monarchica, tenacemente perseguìta.
Sarebbe enorme la grazia pretesa dal pirata dopo «l'attentato alla democrazia» che la Corte ha perpetrato applicandogli le norme. Qualche cortigiano ventila «guerra civile» e lascia pochi dubbi la fulminea nota con cui il Quirinale manda lodi al condannato, chiedendo riforme giudiziarie.

L'attuale presidente sta agli antipodi del predecessore. Temporibus illis (giovedì 26 luglio 1990) s'era dimesso con quattro ministri quando l'impudente Andreotti poneva la fiducia sulla legge Mammì, intesa al profitto parassitario d'un Re Lanterna già padrone delle Camere, sebbene non avesse ancora identità politica.

I 101 voti tolti a Prodi nel coup de scène 19 aprile 2013 gonfiano d'euforia l'Olonese: «meno male che Giorgio c'è», canta al microfono e dal complotto notturno nasce un governo a due teste, presieduto da Letta junior, nipote del mellifluo plenipotenziario d'Arcore; il séguito sarebbe diverso se la parola contasse qualcosa nel conclave politicante.

Storia tenebrosa d'una prigionia. Il recluso era Aldo Moro, nel «carcere del popolo». L'hanno rapito le Brigate Rosse abbattendo i cinque della scorta, tamquam non esset. Al Viminale, sotto Francesco Cossiga, tiene banco la P2, ferocemente ostile al sequestrato, fautore d'una cauta apertura al PCI e presidente della Repubblica in pectore. Le messinscene poliziesche durano 55 giorni, incluso lo scandaglio d'un Lago della Duchessa. Dovevano salvarlo. Fallite le ricerche, trattino. Lo Stato non può, dicono rigoristi ignoranti del codice penale (art. 54, stato di necessità). L'introvabile scrive lettere disperatamente lucide, spiegando che delitto sia lasciarlo lì. «Non è più lui», dicono i santoni, nella cui favola il misteriosamente recluso è succubo dei terroristi; muoia com'erano morti i cinque della scorta. I brigatisti hanno l'occasione d'un colpo formidabile (lo suggeriva caritatevolmente Paolo VI), quale sarebbe restituirlo senza contropartite scatenando una crisi nel sistema, ma inviluppati in formule subintellettuali, non sanno risolversi; alla fine l'ammazzano con intuibile sollievo degli «imperialisti» contro cui declamano. Assente il cadavere, Tartufi sanguinari fingono lutto in San Giovanni. Hanno vinto, Andreotti, P2, Cossiga, il quale non cambia mestiere vergognandosi dell'inettitudine: nient'affatto, vola ad sidera; successore d'Andreotti in due governi, presiede il Senato e da Palazzo Madama sale al Quirinale; poi infesta le acque politiche, caso clinico e mina vagante. Che vita rimarrebbe al povero «irriconoscibile» se rapitori con la testa sul collo, senza disegni occulti, l'avessero liberato, guidandolo in salvo perché ormai incuteva paura agli pseudolegalisti eroi sulla pelle altrui? Vita cattiva, da homo sacer, esposto al malanimo pubblico. Eventi simili lasciano segni indelebili nel corpo sociale. L'Italia esce marchiata come paese infetto.

Che l'antiberlusconismo «non conduca da nessuna parte» e Sua Maestà d'Arcore sia idoneo al cursus honorum, era giaculatoria corrente nel Pd: Enrico Letta riteneva fattibile una «piccola legge» immunitaria che lo liberasse dalle rogne penali; Neapolitanus Rex s'era immischiato nell'invalido privilegio; e fin dalla XIII legislatura oligarchi postcomunisti garantivano Mediaset. Non s'è mai parlato sul serio del conflitto d'interessi.
Enrico Letta difendeva con le unghie l'innaturale premiership costruita dal Colle sull'asse berlusconoide Pd-Pdl: l'unico possibile, salmodiavano cercatori d'ingaggio; la «ripresa» è dietro l'angolo ma svanisce se il governo cade (dopo quattro anni l'aspettiamo ancora). Reduce dal Golfo Persico, vantava 500 milioni lasciati cadere nel cappello dagli Emiri. In via Arenula custodiva i sigilli l'ex prefetto Anna Maria Cancellieri, cara al Colle e puntuale nel sostegno della famiglia Ligresti. Eventi esterni rompono l'immobilità verbosa.

Il fattore dirompente è l'uomo nuovo, la cui apparizione spariglia i conti: ha stravinto le primarie, infliggendo un avvilente 68% contro 18% alla vecchia guardia; la segreteria del partito era obiettivo preliminare; punta all'en plein quando siano riaperte le urne. I conoscitori lo descrivono animal politicum dalle rotte sicure: boy scout, campione d'un concorso televisivo (Canale 5), presidente della provincia, sindaco fiorentino. La mainmise sul Pd svela un cuculo rapace. Nelle immagini dagli schermi pedala bardato in bicicletta. Non incarna l'icona perfetta e volano sospetti ma i gerarchi sconfitti non offrono soluzioni raccomandabili. Ovvio che l'aborrano: è titolo a suo favore; avevano mani in pasta nelle «larghe intese». Va colpita l'immagine d'innovatore. L'offerta avvelenata è una premiership che l'abbindoli nel marasma: l'equivoca maggioranza gl'inibirebbe ogni serio tentativo; sono maestri nell'arte del tagliare teste. Napolitano spranga l'unica via negando lo scioglimento delle Camere: resti vivo l'esecutivo inerte; e loda chi lo presiede.
Lo sottovalutavano: in scena appare «veloce» (un Filippo Tommaso Marinetti senza insegna letteraria); è scaltro, insonne, famelico, ingordo, sicuro d'essere predestinato, molto pragmatico, pronto a muoversi in ogni verso. I suoi mondi mentali ignorano le ideologie. L'evanescente Letta apriva larghi spazi, ormai derelitto dal Quirinale, sicché una lieve spinta lo manda ai pesci. Agl'italiani piacciono i numeri da palcoscenico e i notabili Pd hanno poco appeal. Così ribalta le prospettive seminandosi un futuro nell'area postberlusconiana dalla quale l'adocchiano (gli elettori, non i gerarchi, spaventati dal concorrente). Nessuno lo supera come possibile erede del monarca logoro. Figura, gesti, parola, egotismi lo candidano al «partito nazionale». Saltano all'occhio due precedenti. Nella Roma medievale orfana del papa inscena mirabilia l'omonimo giovane notaio latinista, Nicola, abbreviato in Cola, figlio dell'oste Rienzi: s'è qualificato Spiritus Sancti miles, liberator Urbis, et cetera; sfoderata la spada in San Giovanni, taglia il mondo in tre fette, esclamando ogni volta «è mia» (1 agosto 1347). Ed è ancora giovane l'oratore imperioso Benito Mussolini, presidente del consiglio dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Non nominiamo Savonarola, il cui pathos tragico è assente nel fiorentino a Palazzo Chigi.

S'è identificato con l'Italia e racconta che la salus Rei publicae stia nel sì al referendum. Se il colpo gli riuscisse, sommando riforma costituzionale e Italicum o norme elettorali equivalenti avremmo in sella l'uomo che decide. Non è prospettiva consolante perché le sventure italiane dipendono da un malaffare economico nel quale l'eredità berlusconiana impedisce ogni serio intervento repressivo (vedi come lobbies industriose sabotino la raccolta delle prove).

p.s.
Sic stabant res domenica mattina 4 dicembre, quando gli uffici elettorali aprono le urne. Davano favorito l'uomo in sella: partito con un handicap, appariva irresistibile; aveva dalla sua organi influenti sull'opinione pubblica. Politici più o meno rusés scioglievano le riserve schierandosi. I conti notturni li deludono: quel referendum somigliava al gesto con cui l'omonimo notaio romano tagliava il mondo in tre fette aggiudicandosele; e lo sconfitto subisce la rovinosa percentuale che quattro anni fa aveva inflitto agli avversari nelle primarie. Stavolta è fallita l'ipnosi, ricorrente nella storia italiana. Bene ma l'orizzonte resta buio, data l'eterogenea motivazione dei «no»: vi figura l'Olonese; sbocceranno «larghe intese», i cui retroscena alimentano cronico illegalismo (vedi banche svaligiate et cetera); e finché la corruzione succhi miliardi, saremo bel paese depresso. L'unica terapia pensabile è un'effettiva legalità.