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domenica 12 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? - Lavinia Marchetti

 

Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro, è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto generoso, non la valica.

Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini, attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il vento fotografando l’aria.

Marx sapeva che la borghesia è la più rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti imprenditori di noi stessi.

LA LOTTA COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE

Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi, la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una delle sue pagine più fredde e più folgoranti.

«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto, entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori». Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.

Si riporti la scena al presente, e la si troverà intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene. La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa; la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento, con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la battaglia che credevamo vinta nel 1919.

E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé, e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una giornata qualunque.

LE CLASSI DI OGGI

Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre lui dorme.

In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi, per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la contraddizione dell’intero edificio.

Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi sta dentro.

Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario, il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto. E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti dell’ingegno di tutti?

CHI HA PAURA, E CHI CI PERDE

Rimane la questione che più mi preme, il perché di tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi non esistono.

Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude così il cerchio del proprio dominio.

A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo inamovibile.

Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma non con noi.

Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del mese.

Ecco perché insisto su una parola che infastidisce. Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro, persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che nessuna guerra è in corso.

(Per cominciare a capire al meglio questo concetto complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)

https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di

mercoledì 29 novembre 2023

La lotta di classe non è finita, la stiamo semplicemente perdendo - Roberto Comandè

Lo slogan principale con cui la politica, gli “intellettuali” e i canali d’informazione allineati all’attuale sistema di distribuzione del potere puntano con sempre più insistenza è così riassumibile: non esiste sistema migliore di quello neoliberale. Niente più che la riedizione in salsa capitalistica del motto leibniziano secondo cui staremmo vivendo nel migliore dei mondi possibili, perché voluto da Dio. Con la sostituzione Dio=Mercato.

In sostanza, chi sostiene questa posizione dichiara, più o meno esplicitamente, che nonostante la disuguaglianza paurosa, la povertà dilagante, la guerra continua, il cambiamento climatico, e così via, l’attuale assetto sociale è e resta la migliore opzione che abbiamo. Non solo, il corollario che consegue, pericoloso almeno quanto l’assioma, vuole additare chiunque provi a contestare l’assoluta superiorità del capitalismo liberale come un nemico della società, della pace e dei diritti, in combutta con oscure forze autocratiche che attendono nel buio di poter azzannare al collo i “valori occidentali”.

L’aspetto economico, e quindi più incisivo, che sta alla base di questa teoria (la Fine della Storia di Francis Fukuyama), è che dopo la caduta del Muro di Berlino la lotta di classe sarebbe finita, sfociando in un patto di non belligeranza tra Capitale e Lavoro; in assenza dell’incubo sovietico il “mercato” ha finalmente potuto dispiegarsi liberamente, generando benessere a cascata per tutte/i. La ricchezza generosamente prodotta dalla classe imprenditoriale e dal complesso lobbistico e finanziario ha migliorato le condizioni di vita generali, per cui guai a chi si azzardi a chiedere una distribuzione economica più equa e/o il mantenimento di una qualche forma di welfare state. Sempre secondo questi scellerati, oggi viviamo nella pace sociale, quindi basta con il conflitto (vedi: Salvini il precettatore), andate a lavorare – non conta quanto misera sia la paga o precario il contratto – e non vi lamentate se l’enorme maggioranza della ricchezza sia concentrata in pochissime mani; sono quelle le mani che ci trattengono dal precipizio delle autocrazie stataliste.

Ovviamente non si tratta che di pura e cristallina ideologia.

La lotta di classe non è mai finita, semmai l’hanno vinta loro (i detentori del Capitale), o comunque la stanno agevolmente vincendo; se non bastassero i decenni di inedito e pantagruelico accumulo di ricchezza da parte di pochissimi a dimostrarlo, e nemmeno la stasi degli stipendi rispetto ai profitti, o lo smantellamento progressivo di tutto l’apparato pubblico a supporto della vita di cittadini e cittadine (istruzione, sanità, trasporti, edilizia popolare ecc..), alcuni dati recentissimi possono rivelarcelo facilmente.

I dati della tabella soprariportata, elaborati dalla FABI, Federazione Autonoma Bancari Italiani, sono autoevidenti; salta all’occhio come il dato del 2022 sia ben più alto della media pre-covid, e soprattutto come la cifra del 2023 sia semplicemente spaventosa. Potremmo quasi ipotizzare che passato il 2020, quando i governi, causa pandemia, hanno dovuto dirottare molte risorse a sostegno della classe lavoratrice (per quanto comunque insufficienti), gli istituti bancari abbiano compiuto una contromossa iper-efficace in grado non solo di recuperare quanto perso tre anni fa, ma di andare ben oltre macinando quantità di denaro esorbitanti. Non si nasconde nessun genio della finanza dietro a tale successo, ma un cogitato progetto di sopraffazione economica veicolato dai governi, impiegati sostanzialmente come meri esecutori (forse hanno confuso il termine “esecutivo”) del complesso bancario e finanziario. Non è un caso che per lo stesso arco temporale l’ISTAT certifichi un margine di profitto inedito, mai registrato prima, da parte delle imprese italiane: il 44,8%, registrato a fine 2022; tanto meno è casuale che i ricchi, in Italia come nel resto del mondo, siano aumentati e, soprattutto, sia aumentata la percentuale di ricchezza da loro posseduta. L’Oxfam ha rilevato che nel nostro paese il 5% più ricco controlla una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero.

Se passiamo dall’altro lato della barricata, quella del Lavoro, osserviamo dati ben diversi: il rapporto Outlook Ocse 2023 registra alla fine dello scorso anno una diminuzione dei salari reali del 7% rispetto al periodo pre-covid; diminuzione ulteriormente aggravata durante i primi mesi del 2023, quando ha toccato il 7,5%. Dati alla mano, dunque, anche se i salari aumentassero del 3,7% quest’anno, e del 3,5% nel 2024 (come sostiene il rapporto), di fronte all’inflazione che dovrebbe assestarsi sul 6,4% di media quest’anno e al 3%nel prossimo, l’impoverimento progressivo di chi vive dello stipendio è un fatto oggettivamente acquisito. Ancora l’ISTAT rileva come nel 2022 la condizione di povertà assoluta ha toccato più di 2,1 milioni di famiglie (8,3% del totale, rispetto al 7,7% nel 2021) e oltre 5,6 milioni di individui (9,7% rispetto al 9,1% del2021).

In poche parole: negli ultimi due anni i ricchi, le banche e le imprese hanno goduto di ritmi di crescita inediti, mentre la classe lavoratrice ha subito un taglio netto del valore effettivo del proprio reddito, e un sempre più esteso impoverimento.

E siccome repetita iuvant, bisogna ricordare ancora che non vi è né l’eccezionale capacità di im(prenditori) e finanzieri né contingenza casuale dietro questi numeri, ma un piano di battaglia studiato ed applicato alla perfezione tramite le mani della politica, da parte di un mercato che, realizzata finalmente l’apoteosi della reaganomics e del thatcherismo, ha ormai il pieno potere sulla società e sulla distribuzione della ricchezza. Generando prosperità immane e ingiustificabile unicamente per sé stesso e per chi lo controlla. Altro che trickle-down economics.

La lotta di classe è diventata una guerra e la stiamo miseramente perdendo, praticamente senza combattere.

Per questo occorre riprendere al più presto il lessico e gli strumenti del conflitto, esacerbare le contraddizioni ed evidenziare senza compromessi il disastro che il modello neoliberale sta scatenando su di noi e sul nostro futuro, sforzandosi di unificare le battaglie per il lavoro, per la giustizia ambientale, per la pace, per i diritti sociali e civili, nell’unico mezzo fino a oggi conosciuto dalle masse popolari per ottenere risultati tangibili: la lotta di classe. Ricostituendo la classe lavoratrice come vettore del cambiamento – anche turbolento e veemente – nella Storia, potremo forse anche essere in grado di concepire e realizzare un sistema diverso da quello attualmente egemonico; di cui tutto si può dire, meno che sia il migliore fra quelli possibili.


Roberto Comandè, di Treviso, laureato in Filosofia della Conoscenza presso La Sapienza di Roma; progettista formativo; del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”

da qui

martedì 5 settembre 2023

Oltre la lotta di classe - Robert Kurz

 

In questi giorni, relativamente alla traduzione di un piccolo saggio in cui si argomenta contro l'abbandono della lotta di classe - da parte della Wertkritik - e si propone di integrare l'analisi di Kurz con quella svolta da Théorie Communiste (la quale sarebbe «più storicamente fondata»), in seguito alla piccola discussione che ne è seguita, è emerso ed è stato citato questo "Oltre la lotta di classe", di Robert Kurz, che avevo già pubblicato sul mio blog il 19 ottobre 2013, traducendolo dal portoghese. Rileggendolo, mi sono reso conto che, data la sua importanza, il testo meritava una migliore e più fedele traduzione. Ragion per cui, mi sono voluto cimentare con l'originale, in tedesco, cercando di dare nella mia nuova traduzione il meglio possibile, ai fini della sua comprensione. Per cui, dopo un'attenta rilettura, lo ripropongo.

Ogni volta che sentono pronunciare dalle loro proprie stesse labbra i termini di «classe» e di «lotta di classe», ecco che ai marxisti tradizionali vengono subito le lacrime agli occhi. La loro identità di critici del capitalismo si lega, inseparabilmente e a doppio filo, a questi due concetti. Ma di fronte a quelle che sono le attuali condizioni all'inizio di questo XXI secolo - vale a dire, quelle della terza rivoluzione industriale (microelettronica), della globalizzazione dell'economia d'impresa e dell'atomizzazione sociale - ecco che il paradigma teorico-classista del «proletariato» sembra di botto essere diventato stranamente polveroso.

Quanto più i veterani marxisti insistono, in maniera provocatoria, sull'idea secondo la quale noi «viviamo ancora in una società di classe», tanto meno ci muoviamo in una simile situazione, e ciò malgrado - o per meglio dire, proprio a causa del - l'aggravarsi delle contraddizioni del capitalismo, oltre che a causa di una crisi socioeconomica di tipo nuovo che sta scuotendo tutto il pianeta. Deprivato oramai di ogni e qualsiasi fondamento, sul terreno della critica dell'economia, parlare del «ritorno delle classi» finisce per essere del tutto impotente, oltre che superficialmente sociologico. È questo il motivo per cui questo concetto non è di alcuna utilità per quello che è il nuovo movimento di massa contro la globalizzazione capitalista, la guerra e il disfacimento sociale. L'apparato concettuale della critica radicale ha bisogno di essere liberato da tutta questa paccottiglia.

Ovviamente, la «classe rivoluzionaria» della quale parlava Marx era il proletariato industriale del XIX secolo, unificato e organizzato proprio da quello stesso Capitale di cui sarebbe dovuto diventare il becchino. I gruppi sociali che dipendevano dal salario proveniente dai settori derivati dei servizi pubblici e commerciali, delle infrastrutture, ecc., invece, non potevano essere sommati al proletariato, se non come una sorta di forza ausiliaria; e questo poteva avvenire silo a partire dal fatto che quest'ultimo - in quanto nucleo di massa della vita sociale - fosse dominante nelle fabbriche produttrici di plusvalore. E questo fino al momento in cui si cominciò a verificare un'inversione del rapporto numerico, che diventò percettibile già fin dall'inizio del XX secolo (e che venne affrontato solo in maniera superficiale dal vecchio marxismo, per esempio, nella discussione a proposito delle tesi di Bernstein), quando si comincia a vedere che lo schema tradizionale delle classi e della rivoluzione non avrebbe più potuto funzionare.

I dipendenti del settore pubblico e degli altri settori secondari, i quali nella riproduzione capitalista stavano gradualmente diventando la maggioranza, sono - non solo sociologicamente, ma anche economicamente - diversi dal vecchio «proletariato». I loro costi riproduttivi, così come, nel loro insieme, tutti gli altri costi del loro settore d'attività, vengono sostenuti a partire dalla produzione industriale di plusvalore. Ma, e nella misura in cui, dal punto di vista numerico, il rapporto si è invertito, ecco che anche il «finanziamento» di questi settori ora non può più provenire dalla produzione del plusvalore reale, ma viene simulato, in anticipo, sulla base di un plusvalore futuro, a venire; cosa che avviene soprattutto grazie all'indebitamento pubblico, e per mezzo della creazione di liquidità monetaria da parte dello Stato, ma anche attraverso l'indebitamento privato, e grazie all'«economia delle bolle finanziarie». La teoria del «capitalismo finanziario», elaborata da Hilferding, va intesa proprio in relazione a un simile contesto (senza che tuttavia però l'autore ne avesse coscienza). In realtà, tutto ciò ci indica semplicemente che il capitale - pressato dalla necessità strutturale e dal peso sempre più schiacciante dei servizi pubblici e degli altri settori secondari - genera ora un grado di socializzazione che, da solo, non riesce più a sopportare. Con la terza rivoluzione industriale, il nodo di questa contraddizione arriva al pettine. Il capitale distrugge le proprie fondamenta con una manovra a tenaglia: da un lato, assistiamo all'espansione di tutti quei settori che - nella riproduzione del capitale totale - appaiono come dei «costi morti»; mentre, dall'altro lato, la rivoluzione microelettronica porta a che si restringa, e a un livello mai visto finora, quello che era il nucleo produttivo del capitale della produzione industriale.

La marginalizzazione del proletariato industriale coincide così con una crisi capitalistica fondamentale di tipo nuovo. Certo, i settori pubblici secondari del capitale commerciale, possono essere certamente trasformati, in maniera formale, privatizzandoli. Ma dal momento che questo non cambia niente per quel che riguarda il loro carattere economico di settori derivati, ecco che essi vengono smantellati, oppure virtualmente distrutti. Incapace di mantenere - nelle sue forme - il grado di socializzazione raggiunto, il capitale de-socializza la società. Il risultato è una sociologia della crisi, costituita da masse di disoccupati e di cassaintegrati, di pseudo-lavoratori indipendenti e di «imprenditori da baraccopoli», di madri single e di precari flessibilizzati che cercano lavoro, ecc.; per non parlare del terzo-mondo piombato in un'economia di sussistenza primitiva e di saccheggio. Questa crisi rivela e mette in evidenza il vero volto della concorrenza, già insita nel concetto stesso di capitale. Nella concorrenza, non c'è più solamente il lavoro che si contrappone al capitale, ma anche il lavoro contrapposto al lavoro, il capitale al capitale, il settore industriale contro il settore industriale, la nazione contro la nazione. E ora persino un sito industriale contro un altro sito, un blocco economico contro un altro blocco, l'uomo contro la donna, l'individuo contro l'individuo, perfino il bambino contro il bambino.

La «lotta di classe» è diventata parte integrante di questo sistema di concorrenza universale, sciogliendosi in esso, e rivelandosi per quella che è: solamente un caso particolare di ciò che riguarda tutto il sistema, e che è assolutamente incapace di trascendere il capitalismo. Anzi, a uno stadio di sviluppo più basso, ne costitutiva addirittura, e piuttosto, proprio la forma immanente della sua dinamica, allorché in questa struttura si trattava ancora di riconoscere i proletari di fabbrica in quanto soggetti borghesi. Per poter competere, ed essere così in concorrenza, bisogna agire nelle medesime forme comuni. In realtà, fondamentalmente, capitale e lavoro costituiscono solamente degli aggregati, i quali si trovano a uno stadio diverso di quella che un'unica e medesima sostanza sociale. Vale a dire che il lavoro è capitale vivo, e il capitale è lavoro morto.

Ma la nuova crisi consiste proprio nel fatto che ora è lo sviluppo capitalistico stesso, quello che sta dissolvendo la sostanza di quel «lavoro astratto» che costituisce la base produttiva del capitale. Di conseguenza, e in tal modo, il concetto di «lotta di classe» perde ogni sua pseudo-trascendente luminosità metafisica. I nuovi movimenti non possono più definirsi, in maniera «oggettiva» e formale, a partire da un'ontologia del «lavoro astratto», e per quello che dovrebbe essere il loro «ruolo nel processo di produzione». Oramai, possono definirsi soltanto in termini di contenuto, vale a dire, a partire da ciò questi movimenti vogliono. O meglio ancora, per quello che essi vogliono impedire: ossia, la distruzione della riproduzione sociale per mano della falsa oggettività degli imperativi imposti dalla forma capitalistica.

E anche per il futuro che desiderano: l'uso sensato e comunitario delle forze produttive, al grado di sviluppo raggiunto e in base alle loro esigenze, anziché secondo i folli criteri della logica capitalista. Il loro terreno comune può pertanto essere solamente il terreno comune a quelli che sono degli obiettivi emancipatori; e non certo il terreno comune a un'oggettivazione definita dalla stessa relazione di capitale. Ciò che la prassi, ora in maniera cieca sta già portando avanti a tentoni, la teoria deve ancora arrivare a concettualizzarlo. Solo allora, i nuovi movimenti potranno diventare critici in maniera radicale nei confronti del capitalismo, e lo faranno in un modo del tutto nuovo, al di là del vecchio mito della lotta di classe.

 

- Robert Kurz - Pubblicato in Neues Deutschland30.05.2003 - Original "Jenseits des Klassenkampfs" -

- fonte: Exit! Krise und Kritik der Warengesellschaft –

 

da qui

mercoledì 6 ottobre 2021

Sembra un capibara ma è lotta di classe. Rivoluzione “carpincha” in Argentina - Brando Ricci

Storia della (per lo più pacifica) invasione della “gated community” argentina da parte dei capibara: un evento curioso che ha rilanciato la lotta per la Ley de Humedales e ha risvegliato rabbia e dissenso nei confronti delle politiche ambientali e della segregazione di classe

Alle ultime elezioni legislative argentine, svoltesi a metà settembre, un uomo si è presentato al seggio elettorale della comunità privata di Nordelta, nella provincia della capitale Buenos Aires, travestito da capibara, il più grande roditore vivente. Potrebbe sembrare una provocazione fine a se stessa, ma è stato, invece, solo l’ultimo capitolo di una vicenda che ha tenuto banco sui giornali e sui social media argentini per oltre un mese, scomodando il parere di intellettuali, architetti e attivisti e dando nuova forza ad almeno una campagna per l’approvazione di una legge ferma da anni al Congresso Nazionale.

Più di tutto, i mammiferi anfibi, abitanti di paludi e delta dei fiumi, hanno ridestato, camminandoci sopra con il loro caratteristico e simpatico indugiare, la “faglia” di classe che in Argentina e in tutto il Sudamerica più che altrove informa e determina con la sua forza tellurica orientamenti delle politiche e del dibattito della società civile. La per lo più pacifica invasione di Nordelta a opera dei capibara, o carpinchos, come sono chiamati in Argentina, è infatti tornata a sollevare questioni decisive come quelle del privilegio e della distruzione degli habitat naturali, diventando un episodio emblematico del rapporto tra l’uomo, la natura e le disuguaglianza sociali ai tempi di pandemia e cambiamenti climatici e finendo per trasformare un gruppo di roditori quasi privo di nemici naturali in un improbabile, o forse estremamente verosimile, esercito di liberazione. 

Nordelta è una ciudad pueblo, o gated community, nella più nota e utilizzata versione inglese, che si trova nel partido di Tigre dell’area metropolitana della capitale, a circa 40 chilometri a nord dal centro di Buenos Aires lungo la costa del delta del fiume Paranà.

È stata fondata da un imprenditore edile nato in Italia, Julián Astolfoni, che lo ha concepito all’inizio degli anni ’70 sull’idea dei Villes Neuves francese. La prima famiglia vi si è stabilita nel 1999. Nel Paese sudamericano le zone come Nordelta possono essere anche definite barrios privados o Argentina country. Tutte queste diciture intendono definire di base delle comunità residenziali auto-segregative delimitate in genere da confini visibili e sorvegliate da personale ad hoc, sorte nei Paesi dell’America Latina a partire dagli anni ’60 per ospitare nuclei familiari ad alto reddito spesso  insoddisfatti dalla gestione ordinaria del welfare e soprattutto della sicurezza.

Nordelta è ritenuta una delle declinazioni più “riuscite” in assoluto di questo modo di concepire le città e l’abitare, da anni oggetto di lodi ma soprattutto di critiche e controversie per il suo carattere esclusivo ed escludente: per fare un esempio, a dicembre del 2018, si è verificata una protesta delle lavoratrici domestiche di questa ricca enclave, che denunciavano sia le condizioni di sfruttamento con cui venivano impiegate sia il “disprezzo” nei loro confronti da parte dei residenti.

Episodi che non trovano posto nel modo in cui Nordelta viene generalmente presentata all’esterno: estesa per circa 1.700 ettari, divisa in 20 diversi quartieri e casa per oltre 35mila persone  la gated community è fornita, si apprende  dal sito della stessa comunità, di «uno dei poli educativi più grandi del Paese dalla proposta migliore e più completa» , frequentato da 4500 studenti, da il campo di golf considerato il più prestigioso del Paese, da 37 tra ristoranti e bar e da un hotel a cinque stelle da 140 stanze. A gestire l’amministrazione del barrio privado, nell’ottica di fare di Nordelta «un modello di sicurezza, ordine e sostenibilità», è l’Asociacion Vecinal Nordelta (Avn), costituita da persone residenti nella comunità. 

A garantire la sicurezza degli abitanti, con oltre 1000 telecamere piazzate agli ingressi della cittadina e e negli spazi comuni e con più di 300 vigilantes, è la compagnia Securitas Argentina, una della principali aziende del comparto nel Paese sudamericano.

Le garanzie relativa alla tutela di incolumità e privacy hanno attratto negli anni anche personaggi a dir poco controversi come il narcotrafficante colombiano Henry de Jesús López Londoño, noto come Mi Sangre, arrestato nel 2012 proprio in Argentina e condannato a 31 anni di carcere. Sollecitato dai cronisti dopo l’arresto sul perché avesse scelto un luogo ameno come Nordelta per vivere insieme alla moglie e ai due figli, il noto criminale rispose anni fa che «la sicurezza» della gated community aveva «funzionato alla perfezione» impedendo alla polizia della natia Colombia «infiltrata in Argentina di ucciderlo» grazie a una barriera di protezione che semplicemente «non li aveva fatti passare».
 

A eludere i confini della località invece, sia simbolici che è fisici, è stata la popolazione di capibara che vive nel delta del fiume Paranà da ben prima del 1979 e che l’agosto scorso, dopo anni di convivenza non sempre semplici ma tutto sommato gestibili, ha deciso di “occupare” in massa le strade della ricca comunità adagiata sulle acque salmastre del delta del Paranà, il secondo fiume più lungo del Sudamerica. A motivare questa improvviso sconfinamento, stando a quanto riferito dai media locali dagli stessi residenti di Nordelta, sarebbero stati dei lavori per la costruzione di una clinica, finiti per irrompere nella parte più remota delle paludi e per costringere i roditori a cercare suolo e cibo altrove. I media argentini non hanno perso tempo. Da El Clarìn fino a Pagina/12, passando per la Nacion.

I principali quotidiani e portali di informazioni del Paese sudamericano hanno rilanciato a decine i video degli animali, una volta intenti a bloccare  in nutriti gruppetti il traffico con la loro goffa camminata, un’altra a fare un bagno in una delle innumerevoli piscine dei residence di Nordelta o a spaventare, di tanto in tanto anche con qualche morso non letale, i cani padronali della cittadina.

Sono stati però i social media a elevare i capibara a veri protagonisti dell’inverno argentino e a investirli di un mandato politico che è finito immancabilmente per ridestare alcuni dei grandi temi della politica sudamericana: lo scontro tra le classi, le disuguaglianze e l’esclusione sociali. I carpinchos sono così diventati l’avanguardia di un esproprio di terra e di risorse proletario e ambientalista. I grossi roditori sono stati ritratti nelle vesti del rivoluzionario Che Guevara, assorti nella lettura de Il capitale di Marx. Pugno e chiuso e cappello da barbudos cubano, non sono mancati i riferimenti a eserciti di liberazione “carpinchos” e rivolte organizzate.

Simpatici alla vista, arrivano fino a 130 centimetri di lunghezza e a 65 chili di peso.  Noti per essere animali che vivono in gruppo e che tendono anche  a includere nelle loro relazioni sociali esemplari di altre specie, i capibara sono però stati nominati i massimi interpreti della rivolta prima di tutto in qualità di abitanti originari di Nordelta e quindi anche di vittime più evidenti di un sopruso che, nell’ottica dei più critici, ha permesso alle classi agiate argentine di costruire ovunque in barba a qualsiasi vincolo di tutela del territorio e dell’ambiente. 

A garantire proprio questa ultima serie di vincoli doveva essere in teoria la Ley de Humedales, un progetto di provvedimento fermo da circa un decennio in Congresso e ormai prossimo a perdere lo status parlamentario. Ne abbiamo parlato con Enrique Viale, avvocato ambientalista e conduttore radiofonico per l’emittente Futurock: «È dal 2013 che alcuni deputati argentini provano a trasformare in legge questa misura», spiega l’attivista. «Nello stesso 2013 e poi quattro anni più tardi, nel 2017, è riuscito a farsi approvare in Senato fallendo però poi l’ok della Camera, e a fine anno potrebbe perdere il suo status parlamentario: questo significherebbe riniziare l’iter tutto da capo».

Alcuni sostenitori della legge, lo scorso agosto, hanno addirittura attraversato a bordo di kayak 350 chilometri del delta del Parana in sette giorni per poi sbarcare, letteralmente, sotto la sede del potere legislativo argentino e manifestare a favore del provvedimento. 

Gli ostacoli che deve oltrepassare la legge, ha evidenziato però Viale, sono numerosi e complessi. «Questa misura va incontro a un’opposizione che ha pochi precedenti nella storia argentina, e deve far fronte alla sforzo congiunto di tre diverse, e potenti, lobby», ha denunciato l’avvocato. «La prima è quella del comparto immobiliare, come ci fa capire la storia di Nordelta. Ma ci sono anche i poteri dietro il settore dell’agrobusiness, a cui interessano le paludi ai fini dello sfruttamento del legname, e quelli che sostengono il comparto minerario. Il suolo degli humedales – ha spiegato infatti Viale – custodisce grandi quantità di litio, il minerale cardine della transizione energetica».

Il conduttore di Futurock ha sottolineato che Nordelta è un caso emblematico ma non è certo l’unico. A delineare le coordinate del problema è stato un rapporto pubblicato a settembre da Greenpeace Argentina, denominato in modo piuttosto inequivocabile Rapporto carpincho, che in modo anche provocatorio prova a rispondere alla domanda, altrettanto chiara, «Chi ha invaso veramente chi?». Il documento della Ong ambientalista ha rilanciato i dati della Fondacion humedales, che certificano la presenza di 543 gated community lungo il territorio del delta del Paranà, con numeri aggiornati al 2018.  A oggi il 13 per cento dei circa 247mila ettari dell’ecosistema sono edificati. Un dato questo, che secondo Greenpeace determina un cambio degli humedales da luoghi anfibi a sempre più terrestri.

La situazione è complessa, ma ora c’è una consapevolezza sul tema che prima non c’era. Il merito, ne è convinto Viale, è anche di quella che lui definisce senza indugi «la rivoluzione carpincha», che «è riuscita a portare alla ribalta in pochissimo tempo temi dei quali noi ambientalisti parliamo da anni».

In molti osservatori concordano con l’avvocato. In un editoriale pubblicato a inizio mese su un quotidiano argentino si è evidenziato come i capibara abbiano «vinto la sfida dell’empatia», riuscendo a «riportare in agenda la Ley de humedales». Nell’articolo si è sottolineato inoltre il paradosso delle classi agiati argentine, che sceglierebbero la natura, preferendola al caos cittadino, per poi accorgersi che la loro «felicità campestre e bucolica» termina nel momento stesso in cui entrano in contatto con le caratteristiche tipiche di un ambiente meno antropizzato.

La questione dei carpinchos, al netto delle caratteristiche puramente argentine della questione, non è poi così dissimile da tante altre che stanno facendo capolino sui media di tutto il mondo da diverso tempo, a partire dalla massiccia presenza dei cinghiali in alcune zone del nord di Roma, principale argomento degli ultimi giorni del dibattito elettorale per le municipali capitoline previste per questo fine settimana. Ad aver sottilmente contribuito ad aumentare l’interesse sul tema, questa almeno la tesi di chi scrive, potrebbe essere  stata anche la pandemia.

È proprio nello spazio di confine tra le specie che il virus responsabile del Covid-19, come tanti altri prima di lui, è passato da un animale all’uomo. I rischi connessi alla sottrazione di terra agli habitat naturali si sono fatti d’un tratto più evidenti, quasi come se gli agenti patogeni fossero un traccia della foresta che fu che continua ad aleggiare nell’atmosfera delle grandi metropoli che crescono a discapito di selve, coste e deserti e dei loro abitanti. Da qui anche si spiega, forse, il sostegno popolare alla rivoluzione carpincha che ha assediato, e forse tornerà ad assediare, la ricca Nordelta.

 

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