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lunedì 20 ottobre 2025

Cerimonia - Leslie Marmon Silko

il destino dei pochi indiani d'America sopravissuti è quello di stare chiusi nelle riserve, in silenzio, ubriachi e drogati, ma, quando serve, i giovani vengono mandati a combattere e a morire per gli interessi di chi gli ha rubato le terre e ha provato a sterminarli con un genocidio senza pietà, come sono tutti i genocidi.

Tayo è un reduce tormentato della guerra mondiale, ha visto morire tanti altri soldati, amici, e, purtroppo, l'amato cugino Rocky.

torna nella riserva, in New Mexico, e ricomincia la vita di prima, allevatore e quello che trova. 

ricomincia a ubriacarsi con gli amici, come se non ci fosse un domani, e per fortuna incontra il vecchio Betonie, l’uomo medicina, che gli spiega perchè gli indiani soffrono a causa dei bianchi, ma anche i bianchi sono preda di una stregoneria che opprime il mondo.

e Tayo comincia a capire...

cercate e leggete Cerimonia, un gran libro (traduzione di Viola Marchi). 


ps1: "...Sapeva di aver imparato la menzogna a memoria - la menzogna che avevano voluto che lui imparasse: solo le persone di pelle scura erano ladri; i bianchi non rubavano, perchè avevano sempre i soldi per comprare tutto ciò che volevano...Se i bianchi non avessero cominciato a guardare al di là di quella menzogna e a rendersi conto che la loro era una nazione costruita su terra rubata..." (pag. 226-227)

tutti i popoli oppressi e colonizzati in tutto il mondo hanno subito il lavaggio del cervello, gli oppressori sono da invidiare, le culture degli oppressi e colonizzati sono una merda, inoculano nelle menti degli oppressi la vergogna di sè e della propria lingua, le culture degli oppressori e dei colonizzatori sono il modello da seguire per il colonizzati, si pensi che chi poteva studiare doveva studiare dappertutto Language and English Civilization, mai la propria storia e civiltà, in tutto il mondo (anche io lo ricordo a scuola, la storia sarda era su base volontaria da parte degli insegnanti, su fotocopie sgualcite, mica come i ricchi e affascinanti libri d'inglese).

ps2: mi è tornato in mente l'ultimo bellissimo film dell'immenso, e sottovalutato, regista Michael Cimino, Verso il sole (The Sunchaser), protagonista un giovane navajo.

del film ecco due belle recensioni qui e qui, si può vedere il film in italiano qui.


Leslie Marmon Silko e il suo "Ceremony" sono senza dubbio la scoperta più stupefacente del mio 2022. E' un libro difficile nel senso che richiede diverse riletture (che io non vedo l'ora di fare) per essere assorbito per bene; è un libro facile perché ti risucchia nel suo spensierato e gioioso e faticoso aprire porte su dimensioni sconosciute, o comunque molto, molto poco frequentate, dell'astratta infrastruttura letteraria/narrativa che permette all'Homo sapiens di definirsi tramite il racconto. Meraviglioso e imperdibile (e mi rammarica profondamente che sia così poco conosciuto da noi in Italia).

da qui

 

Si può fare resistenza restando passivi? Spesso mi capita di chiedermelo, in questi tempi bui, di individualismo esasperato, dove anche la parola “attivismo” è stata tradita, contaminata dal mito dell’esibizionismo individuale. 

Di sicuro un periodo storico oscuro come quello che stiamo vivendo favorisce – ma ne vedremo i risultati quando tornerà la luce – l’introspezione. In questo senso il ripiegamento dell’individuo su sé stesso potrebbe essere fertile per l’epoca futura. In un giorno che speriamo non sia troppo lontano.

Questo è la cerimonia: un cerchio che si chiude. Leslie Marmon Silko, meravigliosa scrittrice nativa americana classe 1948, descrive nel suo capolavoro, pubblicato per la prima volta nel ’77, lo svolgersi di un atto di rigenerazione che è sia individuale che collettivo. Il protagonista Tayo è un giovane mezzosangue, di madre Pueblo Laguna e padre bianco. La contraddizione più complessa di cui deve venire a capo, però, non è quella relativa al suo sangue ibrido, ma quella di come sopravvivere alla distruzione totale. La seconda guerra mondiale è da poco finita, e lui torna a casa nel New Mexico dopo un lungo periodo di degenza in un ospedale per reduci. Nelle Filippine ha perso il cugino Rocky, che per lui era come un fratello. Mentre combattevano entrambi nell’esercito degli Stati Uniti ha perso anche lo zio Josiah. Anche se non è stato lui ad ucciderli, si sente in colpa come se fosse, indirettamente, il responsabile della loro morte. La vera malattia di Tayo, quella che i bianchi diagnosticano come “pazzia”, è quella di sentire le risonanze di tutto ciò che accade intorno e dentro di lui, una sensibilità estrema per tutte le cose. Quando gli chiedono di che cosa soffra resta muto, non riesce a dare una spiegazione né agli altri né a sé stesso, perciò non può che continuare a soffrire in silenzio.

Un giorno Tayo incontra Betonie, l’uomo medicina, che gli svela l’importanza della cerimonia. Come in ogni Bildungsroman che si rispetti, il protagonista non comprende appieno il significato di ciò che gli viene spiegato, ma lo accetta, acconsente a sperimentarlo. Il vecchio Betonie lo mette a parte di una complessa teoria: il mondo è vittima di una potente magia nera. Uno stregone Ck’ o’yo per portare avanti il suo grandioso piano di distruzione ha incantato gli uomini, li ha portati a credere alla teoria – secondo l’autrice tipicamente cristiana – in accordo con la quale solo l’individuo può salvarsi dal male. La legge del latrocinio è la diretta conseguenza di questa filosofia, coadiuvata dalla morale dell’ingiustizia. Che lo stregone, secondo la leggenda raccontata da Betonie, sia un nativo, ha poca importanza. Il punto centrale è un altro: i bianchi, che si credono degli aguzzini, degli aiutanti dello stregone, sono stati a loro volta manipolati. Non sono altro che strumenti di un potere che sta ben al di sopra di loro e sono resi ancora più deboli dal fatto di non avere consapevolezza di ciò. Erano stati ingannati e “la menzogna stava distruggendo i bianchi più velocemente di quanto non lo stesse facendo con gli indiani. Ma gli effetti erano nascosti, evidenti solo nella sterilità della loro arte, […] in oggetti morti: la plastica e il neon, il cemento e l’acciaio”. Il vertiginoso aumento delle patologie legate allo stile di vita, all’alimentazione e a fattori psicologici e sociali di varia natura anche fra la popolazione yankee degli Stati Uniti dovrebbe spingerci a porci delle domande in questo senso.

La stregoneria – metafora per il colonialismo, che porta via la terra alle stesse persone che sono costrette a viverci accanto, assistendo al sopruso in ogni momento della giornata da dentro a quelli che Silko chiama non riserve bensì “recinti” – può però essere fermata. È per questo che Betonie intercetta Tayo: se lui metterà in pratica l’atto di purificazione salverà non solo sé stesso ma anche la propria gente. Nell’atto finale della cerimonia, una scena che sembra scritta per il cinema, il protagonista dovrà fare i conti con sé stesso, trovare una soluzione al dilemma che lo tiene sospeso tra la violenza autodistruttiva e l’indifferente distanza. Solo se farà la scelta giusta, la cerimonia verrà porta a compimento. E con la sua fine, cesserà anche la stregoneria. 

Ma le stregonerie, così come le cerimonie, ritornano. In forme diverse, ma ritornano. Anche su di noi, su questo tempo, incombe una pesante, opprimente, magia oscura. Tutti dicono che, dopotutto, stiamo bene così, che “dobbiamo andare avanti”. Ci sono degli olocausti in corso, ciononostante, da queste parti, continuiamo a masturbarci con questa fattura. Non credo esista stregoneria peggiore di questa.

da qui

 

La cerimonia del titolo è il leitmotiv del romanzo, è la chiave per la salvezza dalla china autodistruttiva su cui si trova il protagonista; si tratta di un rituale indiano, con tanto di sciamano e canti propiziatori.
Tayo, un giovane nativo americano (ma di sangue misto), è reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, dove ha combattuto contro i giapponesi; tornato a casa, le sue ferite sono soprattutto psicologiche: lui e gli altri reduci non riescono più a integrarsi nella società che li ha visti nascere, le terribili esperienze belliche li hanno cambiati a tal punto che solo nell'alcool riescono a trovare un oblio che fa loro dimenticare ciò che hanno visto e vissuto.
Un Uomo Medicina si farà avanti per aiutare Tayo a uscire da questa spirale di morte, e il ragazzo dovrà recuperare il suo essere nativo, il suo essere uomo, come una sorta di nuova nascita e di presa di coscienza. Il cammino non sarà per niente facile e le cadute saranno numerose....finale che non mi aspettavo e che ho apprezzato molto, perchè non è banale.
La bellezza del romanzo sta nell'immersione in un mondo legato alla terra, al cielo e agli elementi naturali, animali compresi, la cui armonia dipende dal perfetto equilbrio tra di essi. Lo sbilanciamento anche minimo causa danni al Tutto. La ragnatela è l'immagine simbolica più presente nel libro: l'universo come una ragnatela; basta che si allenti un filo e tutta la struttura ne risente.
Altro elemento che mi ha affascinato è il potere delle parole, più volte ribadito sia nelle poesie e nelle canzoni che costellano il libro, sia nei dialoghi dei personaggi. Le storie come fonte di vita, come creatrici; le parole che intessono trame vitali e le rendono pulsanti. Mi ha fatto pensare a questo: "In principio era il Verbo".....parola come sorgente di vita....
Un romanzo filosofico, se vogliamo, perchè ti induce anche a una riflessione personale; l'accompagnare il cammino di questo ragazzo confuso e oramai senza più domande, porta a mettere in gioco se stessi, in un percorso costruttivo.

E' un romanzo del 1977. Ho trovato delle difficoltà nella lettura, soprattutto nell'uso spropositato di pronomi a cui non era immediatamente attribuibile il soggetto: forse la "colpa" è della vecchia traduzione che avevo sotto mano. Inoltre, soprattutto all'inizio, i numerosi flash-back e i tuffi nella mente devastata del ragazzo mi hanno disorientato un po', ma evidentemente sono stati efficaci e più si va avanti nella lettura, la prosa si chiarisce di pari passo con la lucidità di Tayo.

da qui

martedì 24 maggio 2022

Diario assolutamente sincero di un indiano part-time - Sherman Alexie

Spirit, piccolo indiano degli Spakane che vive nella riserva, non è un bambino fortunato, è piccolo e con una salute cagionevole, e però accetta una grande scommessa, andare a studiare nelle città fuori dalla riserva, e riesce ad andare avanti e a farsi volere bene, senza fingere di non essere un indiano, e senza vergognarsene.

gran bel libro.


 

 

Arnold Spirit Jr, della tribù degli Spokane, è nato con l'acqua nel cervello, un eccesso di fluido cerebrospinale che gli ha lasciato tutta una serie di problemi fisici: mal di testa, convulsioni, un occhio miope e uno ipermetrope che non vanno per niente d'accordo, un corpo sproporzionato e quarantadue denti, dieci più del normale. Come se non bastasse, ha due fastidiosi difetti di pronuncia, che insieme all'amore per lo studio lo rendono diverso dagli altri ragazzi, facile bersaglio dei bulli della riserva. La sua vita potrebbe sembrare assurda e ridicola, ma Arnold decide di raccontarla lo stesso, con sentimento e ironia, parole e disegni. Perché nonostante l'ostilità e l'indifferenza di chi lo circonda, lui non è un perdente, ma un guerriero, che abbandona la scuola della riserva per studiare in mezzo ai bianchi, nella vicina Reardan, sfidando i pregiudizi di tutti. E combatte senza cedere mai, a scuola e sul campo da basket, sostenuto dall'amore incrollabile della sua famiglia. Per non appartenere più a una sola tribù ma al mondo intero.

da qui

 

 

…Spirit – diverso per eccellenza, soprattutto perché nato ‘idrocefalo’ (con l’acqua nel cervello, come dice all’inizio del suo diario, ma non per questo stupido) e ha, per voler essere carini, l’aspetto di un nerd, è una sorta di giovane Holden alle prese con un ambiente in cui esiste come un tassello di un puzzle fuori posto. Membro di una famiglia indiana su cui pesa un forte senso di fallimento, ereditato, oltre che dalle singole storie dei personaggi, anche dalla Storia con la ‘S’ maiuscola, Spirit passa le sue giornate con una famiglia composta da un padre dedito all’alcool, una madre rassegnata e una sorella maggiore auto-segregatasi nello scantinato di casa per fuggire al mondo. Il suo unico amico (e si fa per dire) è Stizza, compagno di scuola manesco e capace di violente sfuriate, che ha il pregio di sapere difenderlo dalle numerose bande di bulli che vorrebbero malmenarlo, approfittando della sua debolezza fisica, per riempire il loro vuoto esistenziale.

Sarà il dialogo, inaspettato, con un insegnante a innescare, in Spirit, una reazione di rifiuto per l’assenza di senso in cui sembra sprofondare, ogni giorno di più, la sua vita nella riserva. Tutto ha inizio quando, una mattina, nell’aula scalcinata della scuola di Wellpint, Spirit apre il libro ‘nuovo’ su cui dovrà studiare e si accorge, da una firma a penna nella prima pagina, che si tratta di un testo ‘vecchio’ almeno quanto sua madre, essendo il nome che ha appena scoperto proprio il suo. A cosa serve andare in una scuola decrepita in cui si studiano cose che non sono più vere o, almeno, non sono al passo coi tempi?, si chiede Spirit, appena prima di scagliare – ebbene, sì – il volume contro la testa dell’insegnante. Sospeso e relegato in casa, il ragazzo vedrà arrivare, per parlargli, proprio la parte offesa (e non solo in senso metaforico), che gli svelerà alcune cose che non sapeva (ad esempio, che sua sorella, prima di rifugiarsi negli scantinati, era un’allieva brillante che sognava di fare la scrittrice) e gli suggerirà di trovarsi un destino migliore. Come? Andandosene dalla riserva e affrontando i bianchi, per poter ottenere nuove opportunità…

da qui

 

Questo libro, per quanto con i toni leggeri e divertenti di un romanzo adatto ai più giovani, è un enorme e meritato calcio nel culo dei bianchi.

Vorrei finire qui la recensione perché a dire di più mi sembra di sminuire l’impatto emotivo che (su un bianco) può (o dovrebbe) avere questo romanzo, ispirato dalla vera storia della vita dell’autore, Sherman Alexie. C’è ancora troppa gente che è convinta che il privilegio dei bianchi non esista.

Lo so che sentirsi dare dei privilegiati o dei razzisti non è piacevole: per fortuna la nostra società si è evoluta abbastanza da connotare negativamente queste due parole (anche se sulla seconda, negli ultimi tempi, inizio a nutrire dei dubbi…). Però è così: non perché siamo tutti orribili persone, ma perché siamo cresciuti in un mondo dove tutta una serie di comportamenti e abitudini sono considerati normali, anche se non dovrebbero esserlo affatto.

Allora, invece di prendercela con le persone di colore che ce lo fanno notare, bisognerebbe iniziare a fare autocritica per demolire tutto il razzismo interiorizzato, che è quello più pericoloso, visto che non siamo consapevoli di esserne “portatori sani”.

Quindi no, non vi dirò nient’altro di questo romanzo se non: procuratevelo, leggetelo e regalatelo, soprattutto ai giovani lettori.

da qui