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mercoledì 12 novembre 2025

Mamdani e l'isterismo "liberal" - Alessandro Volpi

 

L'elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York meriterebbe moltissime considerazioni, a partire da quella relativa alla straordinaria affluenza al voto, la più alta da 50 anni, a dimostrazione, forse, che solo con proposte davvero radicali è possibile rimobilitare la partecipazione elettorale, in particolare delle fasce con redditi più bassi. Ma io vorrei soffermarmi su un paio di aspetti peraltro tra loro collegati. Il primo ha a che fare con la reazione isterica di gran parte della stampa e dei media italiani. I grandi saggi Mieli, Rampini, la mobilitata redazione del "Sole 24", la grande famiglia della Rai, il pensoso Molinari si sono immediatamente prodigati nel sostenere che la vittoria di un socialista musulmano nella Grande Mela, oltre ad essere una profonda sciagura, rappresenta un unicum non certo trasferibile al caso italiano dove, affermano in coro, si vince correndo al Centro ed evitando estremismi perdenti.

Ora, varrebbe la pena ricordare a questa aulica compagnia di "liberal" che, in realtà le proposte "eversive" di Mamdami sono state parte integrante del patrimonio della Sinistra italiana dalla Costituente fino alla conclusione degli anni Settanta (Servizi pubblici gratuiti, indicizzazione delle retribuzioni, salari minimi, asili e nidi gratuiti, piani di edilizia popolare, calmiere degli affitti ed equo canone, tutela dei diritti individuali e collettivi).

La pensavano così infatti Di Vittorio, Trentin, Berlinguer, i tanti sindaci rossi a cominciare da Zangheri, Ingrao, Lombardi, ma anche La Pira, Moro e un eretico radicale come Ernesto Rossi. La pensavano così anche i movimenti che dalla metà degli anni Novanta hanno provato a rispondere alla ondata socialmente durissima della glòobalizzazione. Il patrimonio di Mamdani è dunque ben radicato nella cultura politica della Sinistra e del pensiero sociale del nostro paese che, come il neo sindaco, erano convinti della necessità di coinvolgere il mondo degli intellettuali in maniera organica, secondo la migliore tradizione gramsciana.

Il vero problema è che poi gran parte della Sinistra italiana ha abbandonato questa visione per aderire appunto al modello neoliberale dove l'assunto principale era la competizione di mercato e l'abbattimento del carico fiscale per i ricchi. Ma, pure su questo Mamdani sostiene una linea cara alla vera Sinistra che parlava di fisco negli anni 50 e 70, e a cui non sarebbe certo stata estranea l'idea di portare l'aliquota per coloro che hanno un reddito annuo superiore al milione di dollari dal 3,9 al 5,9 e quella sulle società dal 7,2 all'11%, procedendo al contempo ad una maggiorazione degli oneri di urbanizzazione e delle imposte immobiliare nelle aree di New York più ricche.

Dunque il vero punto per la futura Sinistra italiana è riconoscere in Mandani la parte migliore e più efficace della propria storia, resistendo all'offensiva dei liberali terrorizzati da un giovane sindaco molto più che da Trump perché quel sindaco ha risposto al centro il tempo cruciale: la Sinistra deve essere capace di rappresentanza di classe, intesa come quella estesissima fascia di popolazione ormai in condizioni di precarietà e di costante minaccia di povertà. E allora "alziamo il volume".

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mamdani_e_listerismo_liberal/39602_63470/

lunedì 7 luglio 2025

«Mamdani è una ribellione: basta sostegno Usa a Israele»

Chiara Cruciati intervista Chris Hedges

Intervista al corrispondente del New York Times e Premio Pulitzer: «La sua vittoria alle primarie Dem è la prova che le persone sono stanche di questo sistema di potere. Il Bds ha educato un’intera generazione. Richiede tempo, ma funziona»

La natura coloniale del progetto sionista, il rapporto tra Israele e Stati uniti, le mobilitazioni globali e le voci dei palestinesi: il nuovo libro di Chris Hedges, storico corrispondente del New York Times in Medio Oriente e premio Pulitzer, è un viaggio nel passato e nel presente. Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata è uscito due settimane fa per Fazi (18 euro, 240 pagine). Lo abbiamo raggiunto a New York.

Partiamo dal titolo «Un genocidio annunciato». Quanto accade da 20 mesi non è una sorpresa e lei ne ricostruisce le ragioni: il colonialismo d’insediamento è il cuore della questione palestinese. Perché ancora oggi, dopo 77 anni, si fatica a chiamarlo così?

A causa della propaganda senza sosta e degli attacchi subiti da chi descrive Israele come andrebbe descritto, un progetto di colonialismo d’insediamento e uno stato di apartheid. Nei college universitari si viene censurati, si rischia di perdere il posto di lavoro o di essere espulsi. Ogni movimento che condanna il genocidio è preso di mira con misure draconiane. Le persone pagano un prezzo alto se tentano di descrivere la realtà della Palestina storica. Io stesso sono un target: sono stato bandito dai campus, le mie iniziative sono cancellate, sono stato soggetto a campagne mediatiche per quello che scrivo da decenni. È una macchina ben oliata.

Nel libro spiega il ruolo che Israele gioca nelle dinamiche di potere interne agli Stati Uniti. Esiste una percezione di tale influenza tra le persone?

Da quando il genocidio è iniziato, sempre più persone sono consapevoli del potere della lobby israeliana e del fatto che il sistema politico Usa sia definito da una corruzione legalizzata. Hanno molti soldi e li investono sia per far eleggere persone sia per distruggere i candidati concorrenti. E così arriviamo a vedere Netanyahu, un criminale di guerra su cui pesa un mandato d’arresto, ricevere una standing ovation al Congresso. La lobby israeliana sa muoversi molto bene in questa palude di corruzione che definisce il sistema politico americano e che riguarda anche l’industria bellica e le grandi corporation. Anche per questo le primarie Dem che si sono svolte a New York sono interessanti: la vittoria di Zohran Mamdani è una ribellione vera, è la prova che le persone sono stanche di questo sistema di potere. I giovani ebrei si sono allontanati da Israele, sono una parte importante delle mobilitazioni nei campus. A Israele restano i cristiani fascisti. Dopo 20 mesi di genocidio la sua immagine è irrevocabilmente danneggiata.

Lei però sostiene che gli interessi strategici di Stati Uniti e Israele non coincidono.

La lobby israeliana è costruita intorno all’alleanza con i neoconservatori, soggetti che credono che al di fuori del perimetro degli Stati uniti esistano barbari che comprendono solo il linguaggio della forza. L’Iraq l’esempio perfetto. Coprivo l’Iraq negli anni di Saddam Hussein ed era brutale ma odiava al-Qaeda e non aveva a che fare con l’11 settembre. Ma Israele voleva distruggere quel paese, sostenitore di lungo corso dei palestinesi, e ci è riuscito. Lo stesso vale per l’Iran e, prima, per Assad in Siria. Nei giorni dell’attacco all’Iran si è parlato apertamente di cambio di regime. Un conflitto assolutamente non necessario, ma Israele lo voleva e Israele lo ha ottenuto. Gli interessi Usa però non coincidono, anzi Israele ha provocato molti danni agli Stati uniti: le guerre americane degli ultimi venti anni sono state tutte una débâcle, i fiaschi militari pesantemente incoraggiati da Israele hanno accelerato il declino dell’impero americano.

Mobilitazioni nei campus e nelle piazze, campagna Bds…possono essere davvero efficaci a fronte del sostegno morale, politico e logistico che i governi occidentali garantiscono a Israele?

La campagna Bds può non aver ottenuto ancora tantissimo sul fronte dei disinvestimenti, ma ha educato un’intera generazione sul colonialismo d’insediamento israeliano e sugli effetti sui palestinesi. Guardiamo al boicottaggio del Sudafrica dell’apartheid: questo tipo di azioni richiedono un enorme lasso di tempo, ma funzionano. È per questo che il governo israeliano ne è così spaventato e investe tantissimo nelle contro-campagne.

Nel libro scrive che se Israele riuscirà nell’intento di distruggere Gaza, segnerà anche la propria fine: i palestinesi diverranno il sinonimo di Israele, come i turchi lo sono degli armeni e i tedeschi di namibiani e di ebrei.

Israele è diventato uno stato paria. Data l’aggressività in Medio Oriente, senza il sostegno statunitense, sarebbe impossibile per Israele sostenersi anche nel breve periodo. Sta perdendo amici nel mondo e diverrà sempre più vulnerabile, anche a causa delle fratture interne. Succede a tutti gli imperi quando i meccanismi usati per il controllo esterno, i centri di interrogatorio, la polizia militarizzata, le torture, tutte queste forme di controllo brutale tornano indietro, in patria. Sta già accadendo negli Stati uniti. Israele è divenuto un paese dispotico, teocratico e corrotto e sta subendo una fuga di cervelli, centinaia di migliaia di israeliani laici e istruiti se ne sono andati. La vittoria di Israele è una vittoria di Pirro.

da qui